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La Storia di Autobianchi: chi ha ucciso la regina di Desio

La Storia di Autobianchi: chi ha ucciso la regina di Desio

Storia di un marchio celebre e delle sue origini ancora più gloriose e nobili. Autobianchi ha raccolto l’eredità di Edoardo Bianchi e contemporaneamente ha fatto da apripista per tante innovazioni del Gruppo Fiat nel mercato auto. Una biografia doverosa, con tanti ricordi forse poco noti perché l’Autobianchi va spiegata soprattutto per quello che non si è mai visto.

Autobianchi a Desio – Autobianchi ha 70 anni. Se non ci credete, è perchè le leggende hanno sempre origini non definibili. E così quel giorno del 1955 in cui Giuseppe Bianchi, Gianni Agnelli e Leopoldo Pirelli siglarono davanti ad un Notaio la nascita della Autobianchi, ha fatto dimenticare che già nel 1952 da Desio – Brianza era uscito il primo mezzo a motore della storia siglato Autobianchi: si trattava di un Camion leggero, il “Visconteo”.

Una produzione di camion dentro la “Bianchi”, la più antica fabbrica mondiale di biciclette?? Leggenda anche questa, dai !!!!! Invece, come accadde anche per le auto e le moto, Edoardo Bianchi lanciò in parallelo alle bici più famose della storia anche moto, auto, camion e persino parti di aereo per la Isotta Fraschini. Poi, purtroppo, il vulcanico capostipite perì in un incidente di auto, nel Luglio 1946. Di sicuro il suo erede naturale, il figlio Giuseppe, che divenne Presidente della “Fabbrica Automobili e Velocipedi Edoardo Bianchi”di Viale Abruzzi 16 a Milano, non era della stessa pasta.

Non aveva alcun piano per l’impresa paterna che cominciava a proiettare una situazione di crisi: ecco perchè accolse con piacere come Direttore Generale un altro vulcano, che si affacciò con idee rivoluzionarie. Era Ferruccio “Illo” Quintavalle, cioè il discendente del leggendario San Bernardo di Assisi ed ex campione di tennis in Coppa Davis ed agli ottavi di finale Roland Garros del 1947.

Sua, di Quintavalle, l’idea di denominare dal 1952 con “Autobianchi” la gamma dei camioncini leggeri, al fine di distinguere per sempre il destino dei Velocipedi Edoardo Bianchi da un suo progetto di entrare nel nuovo Business dell’auto. Fino al 1955 Ferruccio lo aveva fatto raschiando il barile degli Stabilimenti di Desio con una mediocre motocarrozzetta (il Supermil 49) schiacciata dalla tanta concorrenza più aggiornata e prestante; oppure con la linea dei camioncini leggeri, come detto. Ma aveva convinto Giuseppe Bianchi, finalmente, a lanciare una nuova Impresa automobilistica, appunto la Autobianchi, attraverso una formula di cui mai nessuno ha davvero capito, prima d’ora, il dispositivo societario: il “modello Quintavalle” infatti prevedeva a priori una divisione al 33% di quote tra tre Soci fondatori. Perchè?

Autobianchi, l’Avvocato, lo smash di Ferruccio, la “BBC1”

Ci proviamo noi a spiegare l’arcano “in prima mondiale”, richiamando una storia sconosciuta avvenuta nel 1946, un piccolo “giallo” del dopoguerra: l’avventura della “BBC1”, l’auto di un’altra precedente e meno famosa “Società paritetica” formata da Pietro Beretta da Brescia, Giuseppe Benelli da Pesaro e Luigi Pindemonte Rezzonico Conte di Castelbarco (Milano), tutti e tre intenzionati a produrre la prima vera “anti Fiat Topolino” d’Italia. Ebbene, il progetto della “BBC1” naufragò senza alcuna motivazione plausibile, a causa dell’abbandono di Beretta, il suo promotore. Si dirà, anni dopo, che fu opera di dissuasione operata dal nuovo Amministratore e Presidente Fiat Vittorio Valletta, se la geniale vettura non vide mai la luce. Di certo la vicenda “BBC1” lasciò un segno segreto ed importante nei protagonisti della futura Autobianchi, sulla idea di Ferruccio Quintavalle di cercare nuovi soci alla pari, ma anche nella coscienza di Corso Marconi, a Torino.

Vittorio Valletta nel 1946 era diventato Amministratore e Presidente della Fiat, ed in meno di tre anni aveva dovuto “disinnescare” diplomaticamente ben due mine vaganti sul percorso del Lingotto: prima la “BBC1” appena ricordata, e poi addirittura la Piaggio. Quest’ultima stava sviluppando fin dal 1952 un prototipo di utilitaria, da cui sarebbe nata la futura “400” che con i suoi 2,80 mt. di lunghezza e linee ispirate alla tedesca Goggomobil avrebbe certamente dato filo da torcere alla Nuova 500 di Fiat in programma a Torino. Valletta incontrò il conterraneo ligure Enrico Piaggio per persuaderlo a non fare pericolosa concorrenza casalinga sul mercato delle quattro ruote.

Dunque la “400” prese la via della Francia, a Fourchambault, dove la Piaggio per eludere i blocchi ed i dazi di importazione aveva già fondato il 25 Novembre del 1950 l’ACMA, cioè “Atelier de Construction de Motorcycles et Accessorier”. Altro pericolo scampato, ma poi?

Forse di fronte a tutto questo Gianni Agnelli, ricevendo da Ferruccio Quintavalle l’offerta di accordo paritetico per la nascita di “Autobianchi” (accompagnata da un breve estratto curriculare del figlio di quell’Umberto Quintavalle che con il Senatore Giovanni Agnelli aveva fatto crescere nientepopodimeno che la “Magneti Marelli”) si dovette rassegnare ad una triste evidenza di quel periodo di mercato: tra versioni speciali di utilitarie carrozzate dai maestri artigiani italiani, oltre alle realizzazioni speciali (SIATA, Cisitalia, Moretti, Stanguellini, etc..) “parallele” alla Gamma ufficiale di Fiat; ed in mezzo alla neonata generazione delle baby inglesi, francesi e tedesche, il mercato delle “piccole” si era evoluto proprio “contro” Fiat.

E la concorrenza si era moltiplicata in casa soprattutto nel perimetro lombardo: tra Bresso (Iso Rivolta) con la “Isetta”, passando per Arese (Alfa Romeo) che si era messa a produrre la “Dauphine” su licenza Renault, la vera “bestia nera” all’orizzonte stava nascendo a Lambrate. Infatti l’ “Innocenti” che già per Fiat produceva presse e macchinari per stampaggio, fin dai primi anni ’50 cercava partner per la costruzione su licenza di vetture di gamma economica, e fu ad un passo dall’avvio di una linea basata sulla tedesca “Goggomobil” (accordo di cui rimane solo una evocativa “Innocenti Goggomobil Weekend”di Bonetto) per poi avviare l’accordo con la British Motor Corporation.

A parte l’onorevole precedente del Quintavalle, quale figlio di uno storico Socio e collaboratore fondamentale del Senator Giovanni (fondatore della Fiat e nonno dell’Avvocato), Gianni Agnelli pensò forse che la nuova Autobianchi poteva aiutare il Lingotto a diversificare il suo prodotto mass market di taglia “piccola” verso una evoluzione più chic rispetto ai canoni di Gamma popolare. Operazione già avviata al Lingotto con un solo caso fino al 1955, con la “1100/103 TV Spider”.

E quando Agnelli e Valletta sottoscrissero il loro 33% di azioni del “modello Quintavalle”, il terzo Socio fu da subito Leopoldo Pirelli, che per ironia della sorte inaugurò la prima Squadra ufficiale Pirelli – Bianchi al Giro d’Italia nel 1914, anno di nascita di Ferruccio “Illo” Quintavalle…Roba da lettura dei tarocchi!

L’Autobianchi che nasce dunque nel 1955 è tutta nuova, ma il nome ed il Marchio no: quello già apparso sul “Visconteo” nel 1952 (scritta caratteristica in corsivo più quel logo triangolare che nel 1948 incorporava “A” e “B”), nel 1957 era “pericolosamente”, data la simbologia affine a quella massonica, sovrastato da un compasso; venne sostituito fugacemente dal 1965 al 1968 con un logo che univa il Toro di Piazza San Carlo ed il Biscione milanese; per poi diventare quel Logo leggendario creato nel 1967 da Ilio Negri (il papà dell’immagine di Lagostina, Pirelli, Innocenti, Boffi, etc…).

Autobianchi, l’inglesina di casa Agnelli

Fiat passa presto dal 33% al controllo totale di Autobianchi: tra il 1958 ed il 1968 sia Giuseppe Bianchi che Pirelli cedono il loro pacchetto azionario a Mirafiori, che tuttavia molto prima aveva già reso Desio una cattedrale nel deserto dal punto di vista strategico: Sede societaria al Pirellone di Milano, Pista di Prova alla Mandria di Torino, e la direzione tecnica e strategica al Lingotto. Per cui Autobianchi doveva solo fare da “laboratorio” privilegiato delle idee più innovative che si andarono via via a collaudare nel mercato auto. A partire, paradossalmente, dagli Impianti produttivi: tra il 1955 al 1970 la Fiat investe parecchio a Desio per renderlo uno dei siti più moderni d’Italia.

Pensate che Autobianchi utilizzava processi anticorrosione e lavorativi (cataforesi, zincatura, fondi ipossidici, oppure il processo Cryla-gard con la spruzzatura di olio ceroso negli scatolati, o la verniciatura a polvere automatizzata) prima ancora di Lancia e Fiat. Infatti, basta che andate a rileggere il nostro post su Lancia e sul “Rustgate” in Uk per constatare che la ruggine vinceva a Torino e ad Arese, ma a Desio no!

Lungo i 40 anni di vita del Marchio la Autobianchi si è davvero distinta per innovazione ed originalità, dal profilo snob della “Bianchina”, passando per la “Stellina”, la Primula a trazione anteriore e le soluzioni tecniche e volumetriche di “A111” ed “A112” e con l’ultimo atto della “Y10”. Autobianchi ha prodotto davvero pochi modelli di auto: 6 più due rimarchiate Fiat (Mirafiori faceva così esperienza per la futura Gamma conclusiva dell’Innocenti….): la produzione Autobianchi era davvero di nicchia (le “Best Seller “A112” ed “Y10” hanno raggiunto ciascuna poco più di 1.000.000 di pezzi) ma proprio per questo ogni suo modello ha fatto scalpore per la sua straordinaria personalità e ricercatezza, perché la “mission” di Desio dentro la Galassia Fiat fu quella di non creare concorrenza indiretta con la Gamma “popolare” di Mirafiori, ma anche di essere la prima a sperimentare innovazioni tecniche rare in Italia.

Per questo Autobianchi finì per diventare la vera concorrente delle “piccole” francesi ed inglesi di rango, meritando la definizione all’epoca di “Inglesina d’Italia”.

Per evitare però pericolosi confronti con la Gamma Fiat, Mirafiori operò una “dismissione programmata” dal mercato di ogni prodotto di Desio che potesse generare una concorrenza con le concomitanti cugine di Torino. Vediamo una rapida rassegna dei casi più celebri, associando anche la contrapposizione elettiva con il Marchio prima “nemico” e poi cugino della Innocenti.

Bianchina: L’opera prima di Fiat a Desio fu inaugurata con una foto storica alla presentazione della piccola a Milano nel 1957: Valletta, Agnelli, Pirelli, Bianchi gomito a gomito, ed in primo piano lei, la Bianchina immaginata come cugina di lusso della Fiat 500. Ispirata chiaramente alla “ACMA Piaggio 400” (ironico “sfregio” verso Pontedera?) nasceva per richiamare i Clienti un po’snob di Ghia, Vignale e Moretti per i quali arrivarono anche la “trasformabile” e la “Cabriolet”, mentre la “berlina” riusciva a trasportare quattro adulti più comodamente della Fiat 500. Ed addirittura la “Panoramica” del 1960 risultava più spaziosa della “500 Giardiniera” presentata solo sei mesi prima. La Bianchina proprio per questo faceva concorrenza alla Fiat 500, vendendo addirittura di più con la Panoramica rispetto alla Giardiniera, nonostante il prezzo maggiore del 20%; e per giunta a Desio la piccola usciva più velocemente che la 500 a Torino, dove i ritardi nelle consegne erano cronici. Un motivo per chiudere tutta la catena della Bianchina ben 6 anni prima della sua cugina Fiat.

La “Stellina” era invece la traduzione by Mirafiori del nuovo benessere sociale italiano e della voglia di libertà e tempo libero. Nata nel 1963 e contemporanea della quasi omologa “Vignale 600” anticipava non a caso la “850 Spider” Fiat. Fu la prima auto italiana con carrozzeria in fiberglass, e la terza in Europa dopo la “Jensen 541R” e la irlandese “Shamrock”. La nemica giurata di “Stellina “ doveva essere la “Innocenti 950 Spider” su base Austin, tuttavia il rischio di una concorrenza in casa con la nascente “Fiat 850 Spider” (praticamente identica in meccanica e volumi alla “Stellina”) suggerì a Mirafiori di spegnere la piccola Autobianchi appena nacque la “Spiderina” Fiat”, unica designata anche a sfidare la nuova “NSU” Spider.

Sulla Primula del 1964 va fatta una doverosa considerazione: fu una concorrente “pesante” in casa per la Fiat che proponeva ancora la antidiluviana “1300/1500” e che però, visto il successo della nuova Autobianchi, si rese conto di quanto fosse ridicolo tenersi distante dalla trazione anteriore solo per il ricordo della brutta avventura del Senatore Giovanni, e di quando alla salita del Cavoretto nel 1931, in un test di prova della “500 tutto-avanti” insieme al povero Ingegner Lardone il prototipo prese fuoco. I tempi erano cambiati, Fiat le stava prendendo proprio dalle “Innocenti A40” ed “IM3”. Guarda caso la Primula condivideva misure e tecnologia pressochè identiche con la “IM3” del 1963; e con la sua forma concepita in tandem da Dante Giacosa e la Carrozzeria Touring “rendeva la pariglia” alla Pininfarina che aveva disegnato la capostipite della IM3, l’Austin “A40”. Insomma, fu la “Primula” a tenere alto il vessillo Fiat contro la più acerrima nemica di Lambrate? Assolutamente si, ma per tutto ringraziamento Fiat seppellisce la “Primula” dopo solo sei anni di vita, in concomitanza con la uscita della prima “tuttoavanti” 128 Fiat.

La A111 invece può apparire – fate Voi – un mistero, o un sogno mancato, oppure una colossale svista: prodotta per soli tre anni tra il 1969 ed il ’72, assurdo! Nata sul pianale della “Primula” condivideva parecchi lamierati con la “124” ma rispetto a questa era contemporaneamente troppo meno popolare, troppo più avanzata (fu addirittura la prima italiana con scocca a zone di deformazione programmata), dunque decisamente più curata ma costosa. Insomma, non si capisce a cosa sia servita se non, come pensano in molti, a fare da banco di prova per l’architettura tecnica della futura “Lancia” di classe media, e dunque appena uscì la “Beta” questa Autobianchi finì in soffitta.

In effetti tra i primati della “A111” ci fu anche quello di essere l’unica Autobianchi presente negli Showroom Citroen durante l’accordo italo-francese. Dal 1968 l’importatore Chardonnet unì alla Gamma Citroen la A111 come prima auto di Desio “gemellata” nella Rete di vendita del Double Chevron in Francia e Belgio. Curatissima e piaciuta più a decenni di distanza che non sul momento, inventò una moda poi seguitissima tempo dopo: per incrementare le vendite della sua berlina media, l’Autobianchi diede la possibilità di provare l’A111 per mezza giornata. Senza percorsi prestabiliti, senza nessuno a fianco. Un vero “long test drive” ante litteram.

Per spiegare la “A112” invece non basta questo spazio. La A112 è storia vissuta da 1.200.000 italiani ed europei lungo otto serie ed una infinità di versioni: persino Fiat dovette rassegnarsi alla supremazia di immagine, simpatia, primati sportivi e di identità della piccola definita in origine “miniprimula”, e caso unico a Desio lasciò in commercio per ben 17 anni questa leggenda. Perchè A112 è entrata nel mito, capace persino di fare impallidire la avversaria “Innocenti Mini Minor 850” del 1965 e seguenti contro le quali la “A112” era stata caricata a pallettoni. Non solo la Autobianchi asfaltò la concorrente diretta di Innocenti, ma anche la successiva “Mini 90”; inoltre nel segmento delle “Citycar” di pregio si ritagliò un posto speciale: fu infatti lei ben prima della Fiat 127 a preparare il combattivo “comitato di benvenuto” d’Italia verso le piccole di oltreconfine: Mini appunto, ma anche le neonate “Renault 5”, Peugeot “104” e Hillman “Imp” e persino le “crossover” Simca 1100 e Daf 44/55. Tuttavia un record sconosciuto ai più è la vendita della A112 nei mercati scandinavi attraverso un accordo di Marketing con la Saab. Attraverso la rete del Marchio svedese si inaugurò l’accordo con Lancia, che prevedeva al suo “clou” la vendita su licenza Lancia della “Delta” del 1980 ridenominata “Saab Lancia 600”. Ma come primo passo Saab si occupò di distribuire con la sua Rete la “Lancia A112” dal 1977. Primo atto di sempre di un accordo Fiat/Saab più famoso anni dopo per la “Thema/9000”, con la “A112” come ambasciatrice.

Inutile parlare anche della storia e della infinità di Trofei della “Abarth”: prima ad aver creato un torneo monomarca nei Rally,  nacque per contrastare la Mini Cooper ma in realtà costrinse tutti gli altri Marchi a creare una versione sportiva della propria “piccola”. Con un prezzo dell’epoca di Listino pari a Lire 10.480.000 nel 1984 (pari ad attuali 16.000,00 Euro!) la piccola dello Scorpione fu comunque un best seller dall’inizio alla fine. Tra le mille cose dette della “A112” nessuno però ha mai fatto cenno ad un piccolo “mistero” sulle sue forme: si dice che la sua ispirazione deriva dalla “Mini Morris” di Issigonis delle origini, ed in parte sarà vero.

Tuttavia il primo prototipo del Centro Stile Fiat del 1966 è lontano anni luce dalla forma finale dell’auto messa in commercio; mentre quello del 1967 – all’opposto – è praticamente la traccia “master” della linea di serie….Eppure…..Eppure pochi mesi prima di quel prototipo Fiat del 1967 viene lanciata in prima mondiale la “Honda N360”, la prima “K-Car” del marchio giapponese, per la quale si erano dichiaratamente ispirati alla “Mini” inglese e per la quale era stato creato un impianto di lavorazione inedito a Suzuka, oltre che in Malesia ed a Taiwan. Si trattava del primo Stabilimento per sole auto Honda, e questo Vi fa capire quanto questa vetturetta fosse ambiziosa ed importante nel mercato mondiale di Honda. Il paradosso è che se confrontate le dimensioni fondamentali della A112, ad esclusione della larghezza le altre misure (lunghezza x altezza, Passo) sono una proiezione in scala delle proporzioni della Honda N360!!

Una identica proporzione anche dei volumi di cofano motore ed abitacolo, oltre che dei rapporti di superficie vetrata. Un caso? Beh, guardate anche a confronto il muso ed i cofani delle due auto….Significa che la “A112” ha copiato i giapponesi? No, assolutamente. Significa solo che la “A112” poteva permettersi persino un’aria esotica, tanto era personale ed unica.

Cosa dire infine della “Y10”? Solo “Piace alla gente che piace”, come recita lo slogan storico.

La prima “Lancia” del nuovo corso Autobianchi, purtroppo, ma anche la prima Autobianchi con “Turbo”, oppure la prima con Cambio automatico, la prima due volumi di taglio moderno, la prima Autobianchi con pianale comune alla Fiat (la Panda). La prima del Gruppo ad usare il “Fire”, tra l’altro. La prima di serie con Cx di 0,31, cioè molto basso, e la prima piccola europea con apertura elettrica dei cristalli a compasso posteriori e con tergi monospazzola anteriore. Decisamente fuori da ogni possibile confronto la ormai vecchia e particolare Mini Innocenti, nonostante restyling, passo allungato, nuove motorizzazioni anche Turbo e Diesel e persino un Cambio automatico. Impossibile raggiungere la più “trendy” Y10!

Le grandi firme del design Autobianchi

L’ennesima ed ultima Autobianchi disegnata dal Centro Stile Fiat, la “Y10” chiude un altro dei Record insoliti per un Marchio auto italiano dell’epoca: quello di essere stato il Costruttore dove, a parte la “Primula Coupè” della Carrozzeria Touring, le auto della Gamma sono state tutte disegnate da veri “mostri sacri” del Design internazionale, ma rigorosamente tutti interni alla Casa, cioè il Centro Stile del Gruppo: particolare curioso invece è che alcuni dettagli dei diversi modelli son stati disegnati da Stilisti esterni.

Durante la sua esistenza, Autobianchi ha fruito dei giganti della progettazione di Mirafiori: Dante Giacosa, Mario Maioli, Luigi Rapi, ma anche lo straordinario Pio Manzù, oltre a Tom Tijarda per la “Y10” quando questo fu nominato Supervisore dell’Advanced Design Department del Gruppo. Tra i Designer esterni che hanno curato aspetti e dettagli della Gamma, ricordo sulla “Y10” la plancia di Bonetto e gli interni di Coggiola. Come detto, perà, anche la linea della “Y10” è opera del Centro Stile Fiat, visto che le concept di Italdesign e Pininfarina furono scartate !

Ma anche, al contrario, una serie infinita di Carrozzieri e Designers esterni ha dato vita ad un elenco prestigioso per realizzare versioni speciali a marchio Autobianchi. Vediamo in elenco :Ghia disegnò la “Jolly” una versione spiaggina della Bianchina; Pininfarina realizzò una versione speciale “A112 Giovani” dopo la celebre “Runabout A112” di Bertone. Sempre su base “A112” due versioni da incubo (Zagato e la Gold Shadow di Fissore), ed infine una Cabriolet by Vernagallo.

Chi ha ucciso l’Autobianchi

Desio, l’antica Dexium: tranquillo paesino della Brianza poco noto per la sua tradizione industriale tessile e meccanica, è cresciuta insieme al suo Stabilimento Autobianchi come tutte le città in cui un Impianto industriale storico è dentro al complesso cittadino; lo Stabilimento perimetrato tra Viale Lombardia e Via Matteotti dove la “Bianchi” si era insediata prima come “SAOM Officine Metallurgiche” nel 1920 – sostituendosi alla tedesca “Kronprinz” – e poi con la “Società Anonima fabbrica Automobili e Velocipedi di Edoardo Bianchi, Milano” dal 1937, quando la superficie operativa era passata dai 130.000 mq. ai 300.000 mq. Del 1955. Era incredibilmente facile, dal Dopoguerra, veder passeggiare per le vie cittadine come dei passanti qualunque i miti ciclistici del tempo, (Coppi, Bartali, Gimondi) che andavano nelle strutture per testare i mezzi e per fare promozione. Era uno dei regali dell’Impianto produttivo alla cittadinanza.

E forse potete immaginare le “tute blu” che uscendo dallo Stabilimento, prima di risalire in treno facevano la fila per la pizza a Via Olmetto, o magari alla  Trattoria “Federterra” di Via Matteotti per cassola e riso trevigiano;  oppure si godevano paninone al salame ed annesso “bicerot di vin rus” alla vecchia drogheria Sala a Via Garibaldi; sempre se invece non li si trovava a chiacchierare o a leggere i comunicati sindacali al Bar “San Rocco” dopo la fine del turno. Desio operaia, dentro un periodo difficile e particolare dell’Italia.

Ancora qualcuno si domanda chi ha ucciso l’Autobianchi di Desio. Difficile trovare un solo colpevole, in un’Impianto dove, pur comprendendo tutta la produzione della Galassia Fiat oltre a quella Autobianchi, sono uscite poco più di 200 unità per ogni giorno lavorato, contro le 600 necessarie alla soglia di regime; difficile capire le colpe in 40 anni di vita in cui il Marchio ha affrontato due decenni di fase positiva del mercato (1955/1965, e 1980/1990) e due decenni di inferno: due crisi energetiche, il terrorismo e gli scioperi, la diossina di Seveso, ed infine il declino politico di Mani Pulite e finanziario dell’Italia dall’inizio Anni ’90. Io non lo so chi ha ucciso l’Autobianchi. Probabilmente anche noi italiani, con le nostre scelte commerciali, la nostra cultura politica e le condotte aziendali ed operaie. Non solo la Fiat.

Il 31 Luglio del 1992 la Fiat metteva fine alla storia di Autobianchi a Desio, Brianza. Ma da quel giorno quando all’ombra dello scandalo di “Mani Pulite”, che copriva tutto il resto, la Fiat chiudeva gli impianti di Desio e trasferiva processi lavorativi e reparti all’Alfa di Arese, il volto della città è cambiato per sempre.

A Luglio 2003 (poco dopo l’annuale “Palio degli zoccoli” nato per celebrare il ritorno a Desio degli zoccoli che durante il governo medievale dei Turriani  furono banditi perché il loro rumore spaventava la selvaggina con cui i nobili si divertivano a caccia…..) le gru abbatterono la Torre, l’ultimo simbolo dello storico Stabilimento: finiva la storia operaia di Desio, i pendolari, i quartieri dei lavoratori, gli scioperi a Piazza della Conciliazione, tutto sotto lo sguardo maestoso della più antica Chiesa urbana dei Santi Siro e Maderno e della celebre Villa Traversi.

Oggi non c’è più il viavai delle bisarche, e neppure il rito “sacro” dell’invio alla Pista di Prova Pirelli di Vizzola Ticino dei modelli nuovi da provare, o il giorno cadenzato dai turni di lavoro. Oggi non c’è più il tram su quel Corso Umberto, oggi Corso Italia, che gli operai Autobianchi percorrevano per entrare in fabbrica, e neppure gli scorci tra Viale della Stazione e via Tagliabue. Nemmeno funziona più il vecchio deposito dei Tram della STEL, in Corso Italia 150, che collegava i pendolari tra Desio e Milano. Non c’è più la colonia estiva dei figli degli operai.

Tutto scomparso, proprio come la antica Pasticceria del Cavalier Edoardo Pastori di Corso Italia vicino al Ponte di San Pietro (con la antica roggia ormai coperta), da cui uscivano i dolci tipici di Desio come il “papuròtt” ed il panDesio”. Della leggenda Autobianchi oggi rimane una unica reliquia, la Palazzina Cremonini di Viale Lombardia 55, sede storica in stile Liberty degli uffici amministrativi del Marchio: dopo essere diventata sede di Rave party abusivi, dimora di senzatetto e luogo di spaccio e prostituzione, pare che i nuovi acquirenti della Torre “Skyline” di Desio si occuperanno finalmente del restauro della Palazzina. Venti minuti di macchina, tra Desio e Lambrate, per racchiudere un incredibile destino comune anche in tema urbanistico: oggi anche gli stabilimenti Innocenti di Lambrate sono stati in gran parte abbattuti, rimangono anche là solo i palazzi ex ufficio di via Pitteri e Via Rubattino.

Desio e Lambrate un destino in comune

Per la Innocenti il “colpaccio” fu sfiorato nel 1964, quando insieme alla Ferrari fu avviato il progetto “186 Gt” piccola sportivissima con motore del Cavallino, 1900 cc 6 cilindri da 156 Cv. e Design di Bertone. In continuità perfetta con la storica “creatura segreta” di Enzo Ferrari, l’A.S.A. proprio di Lambrate: un’impresa nata da una idea del Drake ma “camuffata” sotto il marchio commerciale di Oronzio De Nora , che acquista da Ferrari brevetti, licenze e progetti di una piccola Coupè da 1000 cc e ben 91 Cv. Questo per non esporre il Marchio del Cavallino in una impresa all’epoca del tutto fuori dal suo tradizionale Core Business. L’idea era quella di avviare una Gamma parallela di “piccole” GT in grado di rivolgersi ad un target di disponibilità economica inferiore alla solita Gamma Ferrari, e prima della fine del progetto nel 1969 l’ASA battezzò la RB 613, una 6 cilindri di 1300 cc estendibili a 1800 cc. Ecco, da questo ultimo motore partì il progetto “Innocenti 186 Gt”. Come per le ASA il disegno di Stile era di Bertone e Giugiaro. Il progetto si impantanò, secondo le versioni ufficiali, per la inadeguatezza della Rete di vendita della Innocenti rispetto ad un modello così prestigioso, e per gli effetti iniziali di una mini recessione tra il 1965 ed il 1968. Peccato: avremmo potuto creare in Italia una vera “anti-Lotus”. Pazienza …..Eppure……

Eppure……Anche in questa vicenda si profila l’ombra di una ingerenza del Lingotto. In effetti l’accordo tra Ferrari ed Innocenti serviva al Drake soprattutto per omologare il blocco motore “Dino” destinato alla F2 in almeno 500 unità montate su auto stradali. E’ una nuova e pesante regola della FIA del 1963, e Ferrari non ha le risorse per volumi produttivi del genere. Ù

Saltato l’accordo con Innocenti, casualmente – per conto della Ferrari poi entrata nella galassia Fiat dal 1969 – il Marchio di Torino creò nel 1964 la catena di montaggio per il motore “Dino”, avviando dentro i suoi impianti l’allestimento della serie “Dino” prima con la Spider e poi con la 2400 Coupè; questa curiosamente disegnata da Bertone e guarda caso fortemente ispirata alla Innocenti 186….

Invece Autobianchi incontro’ sulla sua strada colui che senza il destino tragico sarebbe diventato una stella del Design automobilistico italiano, cioè Pio Manzù. Fu lui a concepire nel 1968 la “Coupè”, bellissima da vedere, con motore centrale posteriore ed in grado di ospitare un quattro cilindri di casa Fiat, a scelta tra 1600 o 2000 cc. Figlia di un percorso travagliato che va dal prototipo SIRA di Giacosa nel 1964 con carrozzeria della OSI, viene ridisegnata nel 1967 dal Centro Stile Fiat del neo assunto Pio Manzù. Disegno dopo disegno, la forma finale di quella che è nota come “G31” arriva ad un passo dalla produzione in serie. Sarebbe stata un colpo di mercato. Ma la Fiat mise il veto. E poco dopo, nel 1972, nacque la “X1/9”. Anche in questo caso, si è persa l’occasione per la prima vera anti-Matra di Francia……

Dopo un destino industriale e commerciale da avversarie vere, è incredibile ricordare come per Autobianchi ed Innocenti fu facile assomigliarsi nel triste ciclo di fine vita: abbandono degli Stabilimenti, chiusura ed oblio, sebbene per la Innocenti la fine sia stata forse più ingloriosa di quella della Autobianchi.

Questa ha chiuso la sua epopea con la “Y10” – a suo modo una Best seller – poi rimarchiata Lancia. La povera Innocenti dall’acquisto di Fiat nel 1989 ha avuto tre soli nuovi ingressi in Gamma, uno peggio dell’altro: partendo dalla almeno “intelligente” Koral della Yugo (controllata jugoslava di Casa Fiat) che nel 1992 inaugurò il nuovo corso “low Cost” di Lambrate, la povera Innocenti ha chiuso la sua carriera con due modeste “rimarchiature” di modelli Fiat : la “Duna” del 1989 ridenominata “Elba” nel 1995, e la terza serie della “Uno” 1991 ribattezzata “Mille” nel 1997….E se Desio ha detto addio ad Autobianchi a Luglio 1992, Lambrate ha salutato la Innocenti il 31 Marzo del 1993.

Un legame di anime, anche, quello tra Desio e Lambrate. Ferdinando Innocenti di Lambrate ebbe la svolta della sua vita dopo aver incontrato il nipote di papa Ratti, nativo di Desio. Edoardo Bianchi, che ha fatto grande Desio, ebbe invece salva la vita dopo essere stato ospitato dall’Istituto “martinitt” che oggi ha scelto la sua Sede proprio a Lambrate. Il destino alle volte è amaro ma romantico. L’automobile purtroppo no.

Riccardo Bellumori

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Nuova Porsche Macan 2023: Rendering Senza Veli

Porsche Macan è pronta all’arrivo dellattessa seconda generazione. La Casa tedesca sta ancora testando il crossover di seconda generazione e, pur avendo a disposizione foto spia di esemplari camuffati, ci siamo fatti un’idea dell’aspetto della futura novità. Ecco allora il crossover senza Veli nei rendering di Kolesa.ru.
La prima e finora unica generazione di Porsche Macan è stata presentata alla fine del 2013, diventando il secondo crossover della gamma Porsche dopo la Cayenne. Il suo nome deriva dalla parola indonesiana “tigre”. La Macan è già stata sottoposta a diversi aggiornamenti, l’ultimo dei quali ha visto la luce la scorsa estate. Ora è in arrivo un crossover completamente nuovo che è già apparso ripetutamente in diverse foto spia.

La Porsche Macan di prossima generazione sarà realizzata nello stile del modello Taycan, e anche nel suo aspetto ci sono tracce di alcuni concept dell’azienda. Uno degli elementi più caratteristici sono i fari stretti con quattro strisce orizzontali LED. A giudicare dalle foto disponibili, saranno dotate solo delle luci di parcheggio e degli indicatori di direzione, mentre i fari principali, secondo l’ultima moda di alcune case automobilistiche, saranno integrati nel paraurti. Le fiancate sono realizzate nello stile di altri modelli dell’azienda, qui possiamo citare la presenza delle classiche maniglie delle porte a “presa naturale”. La forma dei finestrini laterali e del tetto spiovente ricorda il modello Cayenne Coupé, il che consente di classificare la Porsche Makan come un vero crossover coupé.

DETTAGLI PORSCHE

Un altro elemento che fa pensare a questo è rappresentato dalle portiere senza telaio, che appariranno per la prima volta su un crossover Porsche. Il posteriore è stato progettato nello stile della già citata Taycan, con una stretta luce a LED lungo tutta la larghezza del cofano del bagagliaio, oltre a un massiccio inserto a contrasto nel paraurti con una nicchia per la targa al suo interno.

L’attuale Porsche Macan è costruita sulla base del crossover Audi Q5, la nuova generazione è assolutamente un’altra auto. Sarà realizzata su una piattaforma PPE (Premium Platform Electric) e quindi avrà un’unità di propulsione elettrica. Questa installazione è simile a quella del modello Taycan e comprende due motori elettrici, uno su ciascun asse. La potenza totale della versione top di gamma raggiungerà i 612 CV e la coppia massima i 1.000 Nm.

La nuova Porsche Macan avrebbe dovuto essere presentata l’anno prossimo, ma a causa di problemi di software il suo debutto è stato posticipato al 2024.

Nuova Mini Aceman 2023: Anteprima Rendering

Grazie alle ultime foto spia, gli amici di Automotive Daily hanno realizzato un rendering dell’aspetto della prossima MINI Aceman.
MINI sta allargando la sua gamma con l’introduzione del nuovo crossover elettrico Aceman. Prevista per il 2024, la MINI Aceman si collocherà tra la MINI hatchback a cinque porte e il SUV Countryman, facendo concorrenza alla Renault Megane E-Tech Electric e alla Jeep Avenger elettrica.

Grazie a una serie di foto spia dell’auto di prova Aceman, siamo in grado di immaginare i rendering di come dovrebbe apparire il modello crossover finito, ed è chiaro che si ispirerà molto alla versione concept originale.

Nella parte anteriore utilizzerà fari più angolari rispetto a quelli tradizionalmente presenti sulle MINI e la calandra oscurata sarà più grande di quella della MINI Electric. Proprio come sulle altre MINI, vedremo una linea di finestrini più bassa che avvolge la vettura, abbinata alla classica linea del tetto bicolore.

La MINI Aceman si distinguerà dalla prossima Golf grazie a un’altezza di marcia superiore e a un robusto rivestimento in plastica intorno ai passaruota. Entrambe le vetture dovrebbero ricevere il motivo delle luci posteriori Union Jack di MINI.

Parlando con Automotive Daily, il capo di MINI Stefanie Wurst ha rivelato che il nuovo crossover Aceman sarà un “concetto di gioco” e che “il go-kart feeling sarà sempre della massima importanza”.

La MINI Aceman sarà costruita in Cina insieme al modello Cooper a tre porte completamente elettrico. Non ci sarà una Cooper completamente elettrica a cinque porte, e la Aceman si occuperà effettivamente delle funzioni di auto elettrica “piccola MINI” a cinque porte.

Tuttavia, con le ruote spostate agli angoli estremi della carrozzeria, la Aceman dovrebbe offrire un eccellente spazio interno, lasciando spazio alla Countryman di prossima generazione per aumentare ulteriormente le dimensioni.

Poiché la MINI Countryman di prossima generazione crescerà fino a circa 4,5 metri di lunghezza, la Aceman avrà dimensioni simili a quelle della MINI Countryman originale, con una lunghezza di poco superiore ai quattro metri.

DATI TECNICI E MOTORI

Secondo le indiscrezioni, per la MINI Aceman potrebbero essere disponibili due dimensioni di batteria e due potenze: una vettura entry-level con una batteria da 40 kWh, circa 135 kW e un’autonomia fino a 320 km, e una batteria più grande da 50 kWh con un motore più potente che produce circa 160 kW e un’autonomia di circa 400 km.

Abbiamo già visto la MINI Aceman durante i test e dalle foto spia possiamo notare che l’aspetto del crossover elettrico sarà leggermente attenuato rispetto al modello concettuale mostrato all’inizio di quest’anno. Tuttavia, possiamo già vedere molti elementi stilistici presi dal concept e dal linguaggio di design consolidato di MINI.

La MINI Aceman di serie utilizzerà una forma di fari simile a quella del concept, ma non lasciatevi ingannare dagli anelli cromati intorno alle luci: ci aspettiamo invece un bordo scuro. Proprio come nel concept, la griglia superiore è stata oscurata, mentre una seconda griglia si apre al di sotto.

Il parabrezza sembra molto più inclinato rispetto all’attuale MINI Hatch e alla Countryman, forse perché la Aceman sarà offerta solo con alimentazione elettrica, rendendo l’efficienza aerodinamica ancora più importante. I passaruota della concept sono stati ridimensionati per il modello di serie.

Nella parte posteriore si notano i gruppi ottici posteriori che si estendono fino al portellone, ma si tratta solo di camuffamenti. Le luci posteriori vere e proprie saranno molto più piccole. Nel resto del posteriore, la Aceman ha un aspetto piuttosto convenzionale: il paraurti posteriore ha un design piuttosto semplice e c’è solo un piccolo spoiler sul tetto.

Le specifiche tecniche della MINI Aceman non sono state dettagliate, tranne che per l’utilizzo della nuova piattaforma completamente elettrica di MINI che apparirà sulla prossima MINI Hatch in arrivo nel 2023. Ciò significa che la Aceman sarà costruita in Cina.

Nuova Toyota Prius 2023: Anteprima e Motori

La Toyota Prius di quinta generazione è stata appena presentata in Giappone, prima del lancio della variante nordamericana.
Con la nuova Prius, Toyota ha deciso di rinnovare il suo più famoso modello ibrido rendendolo molto più dinamico, spazioso e visivamente più attraente dei suoi predecessori. Vuole che susciti entusiasmo in chi la possiede. Significativi miglioramenti sono stati apportati anche al gruppo propulsore ibrido plug-in.
Le modifiche apportate da Toyota sono iniziate con l’esterno, dove l’auto si basa sulla silhouette monoforma dei suoi predecessori, ma presenta un passo più lungo, un baricentro più basso e cerchi più grandi da 19 pollici di serie. Il design presenta analogie con la gamma dei nuovi modelli Crown di Toyota, in particolare nella parte anteriore, dove sono presenti fari a LED di dimensioni simili. Anche la barra luminosa a LED a tutta larghezza nella parte posteriore è impossibile da ignorare.

DATI TECNICI E PRESTAZIONI

Alla base della nuova Toyota Prius c’è la piattaforma TNGA di seconda generazione di Toyota. Questa piattaforma presenta montanti MacPherson all’anteriore e una configurazione a doppio braccio oscillante al posteriore ed è più rigida rispetto alla piattaforma utilizzata nel modello precedente. Toyota afferma inoltre che la piattaforma TNGA di seconda generazione garantisce una maggiore reattività in curva e una migliore stabilità nella guida in rettilineo.
In Giappone sono state annunciate due motorizzazioni. Il primo combina un motore a quattro cilindri Dynamic Force da 2,0 litri, un motore elettrico e batterie agli ioni di litio per erogare una potenza combinata di 220 CV (164 kW). Toyota dichiara che questa variante ha un’autonomia di guida in solo elettrico superiore del 50% rispetto al modello precedente, ma non ha ancora comunicato un numero specifico di autonomia.
Il secondo gruppo propulsore impiega il sistema ibrido parallelo in serie di Toyota, disponibile nelle versioni da 1,8 e 2,0 litri e in grado di erogare fino a 193 CV (144 kW). Questo modello è inoltre dotato del sistema di trazione integrale E-Four del marchio, che garantisce migliori prestazioni su superfici stradali a basso attrito e maggiore stabilità in curva.

La Toyota Prius 2023 è dotata di una serie di dispositivi di sicurezza. Tra queste, l’ultima versione del sistema Toyota Safety Sense, che comprende una telecamera monoculare anteriore, una telecamera posteriore per il Digital Inner Mirror e un registratore di guida a bordo. Il sistema Toyota Teammate è anch’esso di serie e comprende l’Advanced Park con funzione remota, che consente di controllare l’auto a distanza quando si entra e si esce da un parcheggio.
Toyota Prius 2023 ha due prese di corrente accessorie da 100 VAC / 1.500 W. Il modello ha due modalità di guida. La prima, la modalità di alimentazione esterna BEV, utilizza esclusivamente l’energia della batteria, mentre la modalità di alimentazione esterna HEV ricarica la batteria dal motore se l’energia residua è troppo bassa.
La nuova Prius è anche dotata di un sistema di ricarica solare che genera energia sufficiente per un massimo di 1.250 km (776 miglia) di guida all’anno. L’energia elettrica generata mentre il veicolo è parcheggiato viene utilizzata per caricare la batteria di trazione. Il sistema fornisce anche l’elettricità per l’aria condizionata e altre funzioni.
Anche gli interni si discostano radicalmente dai precedenti modelli Prius. Il cruscotto è dotato di un display da 12,3 pollici per l’infotainment e di un quadro strumenti digitale. Anche la forma del cruscotto è completamente nuova e incorpora un sistema di avvertimento che segnala al conducente gli oggetti rilevati facendo lampeggiare le luci ambientali.

Nuova Dacia Jogger Hybrid 2023: Anteprima e Rendering

Dacia Jogger Hybrid è pronta a portare sul mercato il meglio della tecnologia del gruppo Renault. Il modello sarà capace di viaggiare in modalità 100% elettrica.

Cosa sappiamo già delle caratteristiche della futura Dacia Jogger Hybrid?

Contro ogni previsione, la storia registrerà che il primo veicolo elettrificato di Dacia sarà al 100% elettrico, con la Spring arrivata nel 2021. Due anni dopo, l’anno prossimo, l’ibridazione sarà finalmente introdotta nella gamma rumena. Era ora, visto che l’attuale Sandero avrebbe potuto benissimo usufruire di questo motore virtuoso al momento del lancio nel 2020, essendo basata sulla stessa piattaforma (CMF-B) della Clio 5, a sua volta ibridata da due anni.

Annunci di auto usate, trova l’auto perfetta Dacia ha deciso che sarebbe stato più appropriato dare l’unità elettrificata alla vettura familiare Sandero. In effetti, l’equazione economica sarebbe stata probabilmente più complicata da risolvere sotto il cofano della modesta city car, dato che il motore Renault E-tech sviluppa non meno di 140 CV. Per Dacia la scelta ideale sarebbe stata la Duster. Purtroppo, le sue antiche fondamenta non permettono alla generazione attuale di godere di questo motore moderno. Il SUV del gruppo dovrà attendere fino al 2024, quando sarà sostituito, per poterne beneficiare appieno.

IL MOTORE IBRIDO

La prima ibrida sara wuindi la Dacia Jogger che qui vediamo nei rendering di Auto-moto.com. Se vorrete acquistare una Dacia ibrida plug-in, dovrete aspettare fino al 2025, quando verrà lanciata la Bigster.

Dacia Jogger Hybrid sarà alimentata da un motore a quattro cilindri da 1,6 litri ad aspirazione naturale, sostenuto da un piccolo motore elettrico, a sua volta alimentato da una batteria con una capacità di soli 1,2 kWh. Questo sarà abbinato a un cambio elettrificato con quattro marce dedicate al motore a combustione e altre due al motore elettrico. Questo innovativo gruppo propulsore non ha la frizione, quindi l’auto può essere avviata in modalità puramente elettrica, qualunque cosa accada. Ciò ridurrà il consumo di carburante fossile, che dovrebbe portare il Jogger Hybrid a un consumo medio di circa 4,5 litri per 100 km, mentre l’attuale TCe da 110 CV richiede almeno 5,6 litri sulla stessa distanza, secondo i dati del produttore. Il nuovo arrivato sarà l’unico Dacia Jogger con cambio automatico.

Purtroppo, la Dacia Jogger Hybrid comporterà maggiori sacrifici economici rispetto alla sua controparte a combustione al 100%. Mentre quest’ultima richiede un minimo di 17.900 euro (TCe 110 CV), la nuova tenuta elettrificata dovrebbe avvicinarsi ai 22.000 euro, ovvero al prezzo di una Clio con lo stesso motore. La nuova Dacia Jogger arriverà all’inizio del 2023, prima di arrivare negli showroom del marchio in primavera. In seguito, non dovrebbe essere disponibile con gli ibridi plug-in.

Nuova Volvo ES100 2023: berlina elettrica

Volvo ha introdotto il suo nuovo linguaggio di design con il nuovissimo SUV di punta EX90. Questo rendering di Theottle a creare una berlina completamente elettrica dallo stile simile, che potrebbe diventare una diretta rivale di BMW i7 e Mercedes-Benz EQS.

Theottle ha effettivamente basato i suoi rendering sulla i7, mantenendo le stesse proporzioni ma sostituendo l’intera carrozzeria con parti della Volvo EX90. Le linee semplici, le superfici pulite e l’aspetto senza griglia del SUV scandinavo completamente elettrico si adattano perfettamente allo stile tradizionale della berlina a quattro porte, anche se preferiremmo che i fari a LED fossero leggermente più piccoli.

Se esistesse una berlina Volvo di queste dimensioni, probabilmente condividerebbe la struttura portante con la nuov EX90. Ciò significa che potrebbe produrre fino a 517 CV (380 kW) e 910 Nm da una configurazione a doppio motore elettrico, il che la renderebbe più torrida della BMW i7 xDrive60. Inoltre, la batteria da 107 kWh garantirà probabilmente alla berlina un’autonomia maggiore rispetto ai 600 km del SUV più ingombrante, avvicinandosi alla Mercedes-Benz EQS.

DATI TECNICI E MOTORI

Attualmente, il modello di berlina più grande e lussuoso della gamma Volvo è la S90, introdotta originariamente nel 2016. Tuttavia, con una lunghezza di 4.963 mm, è in competizione con la BMW Serie 5, l’Audi A6 e la Mercedes-Benz Classe E, un segmento inferiore alle tradizionali ammiraglie.

La Volvo S90 compete nel segmento delle medie di lusso contro la BMW Serie 5
Volvo si è impegnata a continuare a produrre berline e monovolume insieme ai SUV, anche se non è chiaro se i modelli S60/V60 e S90/V90 riceveranno una nuova generazione. La casa automobilistica ha registrato i nomi ES60/EV90 ed ES90/EV90, il che ci fa ben sperare, ma non c’è nessuna ES100 che potrebbe essere la realizzazione di questo rendering.

In ogni caso, ai fan di Volvo piacerebbe vedere il marchio muoversi ancora più verso l’alto e offrire un’alternativa svedese all’establishment delle tedesco nel segmento delle berline executive, anche se una Polestar sarebbe probabilmente più adatta a questo ruolo.

Lancia Beta H.P.E. : Un’Inglese sotto la Mole

Lancia Beta H.P.E. : Un'Inglese sotto la Mole

Tutto quello che non sapete di un modello quasi sconosciuto e straordinario: Lancia Beta HPE con la sua natura “crossover” ha introdotto elementi insoliti ed innovativi in Italia. Con una sfumatura “British”, come una rinomata spezia o salsa, che l’ha resa la “Beta” più famosa di tutta la Gamma insieme alla “Montecarlo”.

Lancia Beta H.P.E. Executive – Tra le cose che distinguono l’Avvocato Gianni Agnelli nella sua leggenda, visto che la storia ufficiale è tramandata e conosciuta nella sua quotidiana straordinarietà, c’è senz’altro che sulle leggende legate alla sua persona l’Avvocato era un vero democratico: permetteva a tutti, in base a cultura e censo, di immaginare e divulgare storie e teorie sull’”ignoto” dell’unico e più celebre emblema fisico della Fiat. Si racconta infatti che fosse molto affascinato dal “British Style” sia nel privato (cravatte larga alla Duca di Windsor compresa) sia nei canoni di preferenza delle auto: esclusive ma non spocchiose, speciali ma non eccessive, eleganti ma pratiche.

Non a caso le sue auto preferite in chiave “pubblica” furono una Fiat 125 blu diplomatico (targa To A00000, guidata personalmente anche negli anni ’80) e la “Croma” del 1984, che Agnelli influenzò con la sua impronta culturale fin dalla genesi per farne un’auto da rappresentanza più rigorosa ed essenziale persino della cugina “Thema” al punto da diventare per ben 16 anni l’auto ufficiale da Presidente del Gruppo fino al decesso dell’Avvocato. 

Tra le auto personali di Agnelli anche diverse Lancia, come la Prisma 2.0 Turbo con 200 Cv, interni di Connoly ed Alcantara, 4 vetri elettrici, clima, e 4WD; a parte la “Delta Convertibile”, la linea comune di tutte era quella di unire spazio ed eleganza classica e senza tempo.

Chissà allora che dopo aver ricevuto in dono da Pininfarina la “Fiat 130 Coupè-Wagon”, (straordinario esempio di Shooting Brake all’italiana basata su una Classica Coupè di serie), Agnelli non abbia influenzato dunque anche la prima analoga realizzazione di larga serie prodotta in Italia, cioè la Lancia Beta “H.P.E.” di cui vi parliamo in queste righe.

Nasce la “Beta”, prima vera “Multipurpose Car” Lancia

Anche perchè senza l’ingresso di Fiat a Chivasso dal 1969, la Beta e la HPE non sarebbero mai nate.

La Lancia guidata da Carlo Pesenti dal 1956 al 1969 propose in Gamma solo tre nuovi modelli oltre la pre-esistente produzione ultra-decennale: si trattava di Flaminia, Flavia, e Fulvia. Linee classiche e retrò, pochi pezzi costruiti a mano, ed una unica Best seller, la Fulvia Coupè. Infatti la Lancia ceduta alla Fiat annegava nei debiti.

Per la seconda volta in pochi mesi, dopo aver versato milioni di Lire nel capitale azionario della Citroen, la Fiat si faceva carico di una situazione industriale pesante. E con la serie “Beta” del 1972 Lancia inaugura il suo “new Age” con un primo gesto furbo di Fiat che torna alla denominazione in greco delle origini Lancia; ma purtroppo arriva anche una improbabile sagoma che deriva dal pianale della Citroen “GS” a causa delle sinergie programmate con il Marchio francese.

Il disegno di Giampaolo Boano purtroppo non poteva superare alcuni “vincoli” formali causati appunto non solo dal particolare chassis della “GS” ma anche dalla esigenza di montarvi sopra trasversalmente i motori Fiat 4 cilindri in linea al posto dei più congeniali “4V” di Chivasso sui quali tuttavia Corso Marconi mise un chiaro veto.

La “Beta” rappresenta comunque alcuni primati nella storia di Lancia e dell’auto in Italia: la maggiore estensione di gamma (tra versioni Berlina 2 Volumi, 3 Volumi, Coupè, Targa Spider, Berlinetta “Montecarlo” ed appunto “HPE”) per la prima volta a Chivasso per un solo modello;

la prima vettura stradale Lancia del Dopoguerra con Compressore Volumetrico (e tra l’altro a brevetto Abarth) ed una delle poche europee in quel periodo. Ed è davvero eclettica, la “Beta”: per disegnare la “Coupè” nel 1973 – anche per “accattivarsi” parte della clientela storica lontana dai nuovi canoni della neonata berlina – Fiat chiama di nuovo al tavolo da disegno il papà della “Fulvia Coupè”, cioè Piero Castagnero: altra mossa azzeccata visto che come “proiezione” futurista della Fulvia, la “Beta Coupè avrà buon successo commerciale.

Nel 1974 dallo chassis diretto della Beta berlina nasce la “H.P.E.” nel 1974, che ha avuto il merito indubbio di portare la Beta presso mercati e Target di pubblico praticamente mai incrociati dalla “classica” Lancia, in particolare per la sua configurazione “Coupè-Wagon” o cosidetta “Shooting Brake”. Infatti un altro record della Coupè wagon Lancia è appunto quello di essere stata la prima di serie in Italia, battendo per circa sei mesi la quasi concorrente Alfasud Giardinetta di Giugiaro e Mantovani.

La “Giardinetta” italiana, e gli inglesi che vanno a caccia.

La moda delle “Auto tutto volume” nasce in America, guarda caso, dove per differenziare le “Carryall” (le future Pick up) nate per uso lavorativo, a battezzare le “Station Wagon” – cioè l’auto pensata per i pendolari e gli abitanti sub-urbani – ci pensò la Chevrolet proprio con la “Suburban”.

L’ortodossia britannica per i termini tecnici diede vita invece a due definizioni specifiche : si chiamavano “Estate” le vere e proprie familiari di serie, quelle auto belle capienti per ospitare famiglia ed annessi e connessi per partire dalla città a raggiungere i rinomati “casali” della borghesia britannica nelle campagne; e con il termine “Shooting Brake” invece si distinguevano più realizzazioni speciali fatte ad uso di “Vip” e nobili, aumentando spazi e volumi preferibilmente di Coupè e vetture sportive, al fine di permettere ai fortunati proprietari di poter appoggiare nel ricavato volume posteriore le sacche da Golf, o l’armamentario da caccia con annessi segugi, senza sporcare i ricchi sedili in pelle anteriori…….

Il termine “Shooting Brake” infatti proveniva da delle voluminose carrozze a cavallo realizzate per i nobili che andavano a caccia in gruppo: “Shooting Brake” identifica proprio il “bosco di caccia”: e notare anche la “francesizzazione” del termine “Brake” in “Break”, cioè la denominazione universale di ogni familiare francese fino ad una trentina di anni fa.

L’Italia invece coniò un termine sul quale è nata una leggenda “macabra”: dopo l’acquisizione dei brevetti di “Carrozzeria funzionale” e della francese Clairalpax, che industrializzava la modifica delle carrozzerie di serie per farle diventare “a cassone”, ci fu un ploriferare di “autofunebri” e di autoambulanze disegnate anche da grandi Carrozzieri.

La sagoma un po’ troppo simile ai carri funebri, tuttavia, pare sia la causa di una sorta di “ironia macabra”: la prima “Fiat 1100 Giardinetta Viotti” del 1946 avrebbe derivato questo nome proprio….dal “giardinetto” tipico delle location cimiteriali

Beta H.P.E.: un colpo di genio, a sua insaputa

Chiamatele “Shooting Brake” o “Coupè-Wagon” o “Crossover”, come vi pare: quando nasce, la Lancia Beta “H.P.E.” significa “High Performance Estate” nella prime serie e poi “High Performance Executive” nelle serie successive.

In ogni caso, di certo non sapete che prima della nascita della sua nascita, dal Dopoguerra al 1974 – tra realizzazioni “artigianali” e di serie – l’Europa aveva già snocciolato ben 23 modelli di questa categoria: le più famose restano nella memoria, ovviamente, la Reliant Ambassador, la Volvo P1800, la Lotus Elite/Europa.

Il mercato elettivo delle “Shooting Brake” era ovviamente il Regno Unito con molte realizzazioni uniche e speciali, ma già c’erano anche tante opere italiane grazie alla frenetica attività di Carrozzieri e dei suoi marchi artigianali.

Da notare tuttavia che dopo l’uscita della “Beta H.P.E” – dal 1975 fino a metà anni ’80 – il mondo delle Coupè Wagon si ridusse a numeri minimi in Europa, per lasciare il passo alle prime generazioni di importazione giapponese: tra le europee di produzione di serie fedeli al concetto di “Shooting Brake” – senza occupare il target delle “familiari” o Station Wagon – ricordo solo le “MG B Gt”, la “Jensen Healey Gt”, l’Austin “Allegro Estate”, la BMW “Touring”, Saab 99 “Combi Coupe”.

Segno non tanto della decadenza del segmento di mercato, ma forse della maggiore difficoltà dei Produttori europei di coniugare una identità di Marchio con un tipo di linea davvero difficile da concepire. Un motivo in più per apprezzare lo stile e la personalità di “H.P.E”, il cui gradimento maggiore era ovviamente proprio in Francia ed Inghilterra: proprio la “H.P.E.”, così affine al “british Style”, ha contribuito al record di vendite di Lancia in Inghilterra nel 1978 con ben 12.000 pezzi, meritando addirittura un articolo sul più antico quotidiano del Regno Unito, l’Herald di Glasgow. Fu un momento di gloria, poco prima che nell’Isola scoppiasse lo scandalo della ruggine !

Rustgate Lancia, scoppia lo scandalo anni ’80 in Gran Bretagna!

All’epoca del boom di vendite Lancia in Gran Bretagna, l’isola iniziava un periodo di crisi che certo non aiutava il comparto automotive nazionalizzato sotto il Gruppo British Leyland dal 1968: il prodotto nazionale era di qualità pessima, i Marchi tedeschi e giapponesi avevano dilagato nelle vendite al punto che dal picco produttivo di 2.000.000 di auto prodotte dall’indotto nazionale nel 1972 il Regno Unito era passato al 1.100.000 unità del 1980; sotto il peso dei problemi in aumento, forse i Media inglesi non videro l’ora di sbattere un mostro in prima pagina, e la povera Lancia fu un facile bersaglio, visto come già a casa nostra fosse accusata di essere diventata –dentro la Galassia Fiat – un ricettacolo di ruggine, vibrazioni, rumori e difetti di costruzione.

La Stampa britannica montò così un “Rustgate” delle Lancia “Beta” che scoppiò proprio come una bolla di ruggine dalla fine del 1979: prima che tutto questo potesse sfociare in cause giudiziarie collettive, la Lancia avviò una autonoma azione risarcitoria sostituendo “gratis” i modelli a rischio venduti con la nuova produzione.

Operazione pesante anche perché i modelli ritirati furono inviati alla rottamazione con tanto di referti pubblici documentati da parte di Lancia per evitare sospetti di riciclo.

Contrariamente a quel che si può pensare, ed a causa della totale delega comunicativa che Lancia operò verso i Dealer senza gestire direttamente le Relazioni esterne, l’operazione fu vista come una autoaccusa di Chivasso ed a partire dal 1980 la Lancia fu “brutalizzata” da un “pool” giornalistico di primo livello.

Infatti Esther Rantzen di “That’s Life” sulla BBC ed il Daily Mirror spararono a zero su una questione costruita tuttavia su un dato di dubbia verità: l’accusa verso la Lancia di utilizzare acciaio di bassa qualità dalla russa Lada, con il conseguente fomento del naturale anti-sovietismo del popolo britannico.

Con il titolo “Luxury car in rust riddle” del 9 Aprile 1980 il Daily Mirror mise una pietra tombale sul successo commerciale della Lancia in UK, ed il nome più famoso del “Rustgate” divenne l’autodemolitore Hallett Metals, (Crewkerne nel Somerset) come maggior cimitero mondiale di Lancia “Beta”.

Ancora oggi gli appassionati della Lancia possono attraversare la “Blacknell Lane”, ordinare una pizza al locale “Domino’s” nella vicina South Street di Crewkerne ed immaginare i Camion della Compagnia “Abbey Hill” di Yeovil che in mezzo ai 300.000 veicoli movimentati all’anno “verso” i Dealer, si trovarono a buttare nel campo di demolizione diverse centinaia di “Lancia Beta”: ironia della sorte, proprio grazie all’accordo con Fiat nel 1979 la “Abbey Hill” aveva avuto un vero Boom di movimentazioni di automobili.

La “Tickford” Lancia Beta Coupè: la pezza peggiore del buco (di ruggine).

Il “Rustgate” Lancia tuttavia fu di stimolo per la innata genialità affaristica degli Inglesi, che in particolare dietro le crisi vedono più opportunità che rischi: in particolare i problemi dell’Automotive inglese pesavano negli anni ’70 anche su un piccolo artigiano di prestigio, la “Tickford Motor Bodies Ltd.” di Newport Pagnell, diventata un poco la “Boutique” esclusiva di Aston Martin fino al 1988. Per colmare un calo di attività diretta proprio su Aston Martin e Lagonda la Tickford aveva bisogno di tornare sul mercato delle personalizzazioni per altri Costruttori. Per questo il manager di Tickford, Victor Gauntlett, pazientemente cominciò a contattare tutte le Filiali ed i Responsabili dei Marchi presenti nel Regno Unito, e si imbattè sicuramente nell’Ingegner Anthony John Hemelik, all’epoca Master Director della “Lancia of England” Ltd, (372 Ealing Road, Alperton – Middlesex) insediata laddove oggi si trova un Hub per il Self Storage, segno dei tempi…..Questo un attimo prima che scoppiasse il “Rustgate”.

Perchè appena scoppiato lo scandalo, fu il telefono di Gauntlett a squillare mentre dall’altro capo stavolta fu Hemelik a proporre un accordo geniale: il rilancio del Marchio torinese attraverso la commercializzazione – alla data del 1981 – di lotti di auto bloccate ed invendute nei piazzali, ovviamente griffate dalla Tickford e rivendute con congruo sovrapprezzo rispetto al Listino di serie.

In particolare la base dell’accordo doveva essere la consegna alla Tickford di circa 300 “Beta Coupè” casualmente ferme sul molo di Ipswich a due passi da Newport Pagnell.

Detto fatto: Gauntlett accettò, si fece l’accordo e si gettarono le basi per la serie speciale “Beta Coupè Hi Fi” con l’obbiettivo di smaltire gli Stock invenduti da Lancia, fare fatturato per la Tickford e rilanciare un poco l’immagine del Marchio torinese. 

Operazione da incubo, per Gauntlett, visto che in mezzo ad un “Rustgate” un poco montato ad arte, nel frattempo le 300 Lancia acquisite da Tickford (a valore simbolico ma con onore ed onere esclusivo di ripristino e modifica) erano diventate davvero dei colabrodo proprio per la ruggine causata dalla salsedine posata sulle auto ferme davanti alle coste.

Infatti la prevista serie di 300 pezzi “unici” rimase un sogno, e l’operazione fu chiusa con qualche decina di pezzi venduti……Chi di ruggine ferisce, di ruggine perisce, e giustizia fu fatta!

I “plus” della H.P.E.

Siamo alla fine del racconto, ma le caratteristiche tecniche della “Lancia HPE” le consentono nel 1981 uno scatto di ruolo e diventa “Executive”, dal termine britannico che identifica modelli di prestigio votati all’utilizzo “business” più che auto di lusso. In pratica, la eclettica “Crossover” di Lancia viene promossa ad auto per Clienti Aziendali, un settore che cominciava a diventare prioritario in tutta Europa. Altro record di “Beta H.P.E” nella Gamma Lancia. A questi “plus” aggiungete un volume di carico fino ad 1,2 metri cubi a sedile abbattuto, i quattro freni a disco, la linea di Pininfarina, la selleria ed interni della Achille Castiglioni Architettura (ispirati da una commessa di Lancia nel 1972 per un sedile studiato con specialisti dell’ortopedia); i poggiatesta posteriori a scomparsa, la veneziana parasole sul lunotto, il sedile posteriore allungabile a lettino, ma contemporaneamente con schienale sdoppiato e abbattibile separatamente. Inoltre ricordo la tecnologia del Volumex (visto che dal 1982 la serie Beta è la prima gamma stradale di grande serie ad adottarlo).

Aggiungete che la “Beta H.P.E.” è di fatto la prima Lancia prodotta al di fuori dell’Italia: in particolare per l’accordo ancora vigente tra Fiat e Seat lo Stabilimento di Navarra a Pamplona ospitò le catene della Beta dal 1976; quello Stabilimento, ironia della sorte, era nato proprio per costruire auto britanniche, le “Authi” della British Motor Corporation.

Un po’ Snob, ma molto veloce: HPE al Rally di Montecarlo 1982

Aggiungiamo anche i record sportivi quasi sconosciuti.

Soprattutto perchè proprio 40 anni fa la “Beta H.P.E.” segnò il ritorno “quasi ufficiale” della Lancia nei Rally dopo l’addio del 1978.

La “Beta H.P.E.” nella versione “2000 IE” – con regolare “fiche” di omologazione FIA numero 5002, Gruppo N – partecipò con tre Squadre assistite dalla Lancia al Montecarlo del 1982.

Nonostante le dimensioni ed il peso (a causa di rollbar e rinforzi, degli estintori e della fanaleria aggiuntiva la “H.P.E” con 122 Cv pesava addirittura 45 Kg. in più della stradale) le sette Lancia iscritte al Montecarlo (tre di Chardonnet, l’allora importatore francese, e quattro iscritte dall’Associazione Concessionarie Lancia della Lombardia) si comportarono benissimo. All’esordio mondiale, il team francese piazzò le sue due “H.P.E.” al secondo e terzo posto di Gruppo “N” (ad un soffio dalla vittoria di Classe…), ma lungo 32 tappe del MonteCarlo le Beta di serie hanno ottenuto per sei volte il miglior tempo tra le Gruppo “N”, persino sul terribile Colle del “Tourini”.

E scusate se è poco….Ed al 41° Posto si classificò un simpatico esperimento, una Squadra promossa dalla Rivista “AutoCapital” che si classificò 48° assoluta su 80 arrivati al traguardo, ma quarta nella Categoria auto di serie. Con la particolarità che il Pilota Giorgio Schon si classificò in assoluto come il primo Pilota italiano di quella edizione del Montecarlo tra quelli arrivati al Traguardo.

Bello ricordare tutto questo ora, ad un po’ di giorni dal 28 Novembre quando Stellantis inauguerà alla Reggia di Venaria il “Lancia Design Day” con la “Beta H.P.E.” tra le protagoniste d’eccezione.

Una nuova vetrina d’eccezione per la Beta H.P.E. dopo la sua presentazione al Quirinale nel 1977, 45 anni fa.

Riccardo Bellumori