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Nuova Smart #1 2026: batteria da 800V

La Smart #1 registrerà un notevole miglioramento nei tempi di ricarica grazie all’adozione di una batteria da 800 V.

La sua versione aggiornata sarà presentata il prossimo ottobre al Salone dell’Auto di Parigi 2026.
Nel 2022, il lancio del piccolo SUV elettrico Smart #1 ha segnato la rinascita del costruttore come marchio cinese detenuto in parti uguali dai gruppi Geely (Cina) e Mercedes (Germania). Mentre l’azienda si appresta a tornare alle mini city car con la #2 dopo aver ampliato la propria gamma di crossover con la #3 e la #5, la #1 sta per ricevere un aggiornamento tecnico a metà ciclo di vita.

Attualmente dotato di un’architettura elettrica a 400 V come la maggior parte dei suoi concorrenti, lo Smart #1 costituirà presto un’eccezione nel segmento delle city car grazie a una batteria da 800 V, che consentirà di passare dal 10 all’80% di carica in soli 12 minuti contro i 30 minuti attuali, secondo il costruttore, su una stazione di ricarica rapida nelle condizioni ottimali.

Smart annuncia fino a 3.500 cicli di ricarica per questo nuovo accumulatore di Geely denominato Shield Gold Brick. Il veicolo debutterà inoltre con l’architettura elettronica EEA 4.0, che sincronizza i sistemi di controllo del veicolo (batteria, sospensioni…) con l’ausilio di un’intelligenza artificiale.

INTERNI E TECNOLOGIE

Anche il sistema di infotainment beneficerà di miglioramenti sia a livello hardware che software.

Il touchscreen centrale passerà da 12,8 a 15,4 pollici di diagonale ed è previsto un nuovo assistente vocale con IA. Smart promette inoltre miglioramenti in termini di sistemi di assistenza alla guida e sicurezza attiva grazie a nuovi sensori esterni.

Nessun restyling per la Smart #1, ma nel catalogo sono stati aggiunti uno spoiler sul tetto più esteso e nuovi cerchi da 19 pollici, oltre alle verniciature bicolore bianco/oro e blu/oro. Questa versione aggiornata della concorrente della Peugeot e-2008 e della BYD Atto 2 sarà disponibile in Cina dal 6 agosto e sarà esposta al Salone dell’Auto di Parigi 2026 il prossimo ottobre insieme alla Smart #2.

Guidereste oggi una Citroen Zabrus vecchia di 40 anni?

Sfogliando tra i ricordi di una vita, Vi ho restituito un prospetto di tante delle cose che sono accadute nel 1986, 40 anni fa. Per molti di Voi sembra un’era geologica. La mia generazione è forse la prima “capiente” di quel periodo e di quegli accadimenti, mentre chi ha anche appena 10 anni in meno del sottoscritto è parzialmente obbligata al “sentito dire” dei più anziani. E in effetti i nati intorno al 1970 hanno dalla loro la prerogativa di aver vissuto fin dall’età della ragione perlomeno cinque eventi fondamentali per l’evoluzione del mercato auto nazionale ed internazionale: 

1) Il superamento della crisi energetica dei primi anni Settanta con la grande crescita tecnologica e commerciale del decennio successivo;

2) L’apertura ad Est, la scoperta del mercato cinese, la nuova globalizzazione;

3) La rivoluzione “tedesca” dell’Automotive europeo: Brand Premium, tecnologia Turbodiesel, Qualità totale, spirito ecologista;

4) La finanziarizzazione estrema del mondo auto occidentale, ed il boom di immatricolazioni in Europa ed Italia, con il successivo blocco del credito legato al Crack Lehman;

5) La rivoluzione ecologica e la mobilità elettrica, con la crocefissione del Diesel brutto, sporco e cattivo.

Finora, su questa piattaforma, Vi ho intrattenuto con dissertazioni legate più all’evoluzione “strategica” di questo nostro mondo, provando a spiegare anche retroscena che in parte smentiscono una visione di “crisi” commerciale di ultima istanza (cioè nella fase commerciale al dettaglio, che coinvolge la salute dei Dealer) che contabilmente parlando vive una situazione decisamente migliore di quella di quindici anni fa.

Il problema è che la crisi ora è divenuta dimensionale: è in crisi il modello industriale auto in Occidente, quel modello che solo fino a trenta anni fa costituiva il benchmark assoluto ed il sistema capofila che si prevedeva avrebbe “colonizzato” anche i nuovi mercati di Asia e dell’ex impero sovietico. I fatti dimostrano esattamente il contrario, e non certo negli ultimi mesi. 

Ma che tipo di crisi è, in fondo, quella che soprattutto la leader del mercato globale – l’Europa, dal Dopoguerra fino a una decina di anni fa – sta vivendo? Molto semplice: una crisi di corrispondenza identitaria sia nei confronti del suo target elettivo e naturale di potenziali clienti (gli automobilisti europei) sia nei confronti dell’auto globale. 

Che conosce e confronta l’auto cinese con quella coreana, giapponese, americana (quella indiana è ancora ad uno stadio embrionale) ma non sa come catalogare, rubricare ed incorniciare l’auto europea. 

Perché, come ho già scritto su Autoprove.it, il problema dell’auto europea attuale è riconoscersi come tale (per leggere questo punto clicca QUI) non avendo – a differenza dell’auto giapponese prima e di quella cinese ora – una “riconoscibilità” univoca e qualificante. 

Perché l’auto europea non si è mai distinta per una vocazione o per un simbolismo tecnologico circoscritto. 

Eppure per la seconda volta nella sua storia è sotto scacco sotto l’aspetto dell’immagine: da metà anni Ottanta è stato il Sol Levante a fa rischiare la crisi di identità all’Europa. Era l’epoca in cui il Giappone aveva letteralmente sepolto l’Europa motociclistica con una produzione che prendeva il meglio delle scuole di Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia.

L’Europa dell’auto ha resistito per anni al Giappone per la sua biodiversità

Nessuna clonazione, nonostante la stampa tendenziosa parlasse con troppa facilità di “fotocopie”; ma mentre le pur pesanti leggi europee protezioniste non riuscirono a frenare l’onda d’urto della invasione nipponica a due ruote, il contingentamento e i dazi riuscirono a creare un argine contro il dilagare delle loro auto fino alla prima metà degli anni Ottanta

Poi, per chi come me ha l’età sufficiente per esserci stato in quel periodo, si manifestò in effetti una specie di risentimento popolare: gli europei percepivano che in effetti quel mercato tecnologicamente interessante e finalmente apprezzabile anche da noi era “ostacolato” da norme e sistemi fiscali davvero arcaici. 

E dall’apertura delle dogane dopo Maastricht la quota delle giapponesi è cresciuta sempre e costantemente. 

Ma all’epoca l’Europa contrapponeva il “proprio” modello vincente e portabandiera: il modello tedesco ancora pimpante e ben rappresentativo del processo politico di unificazione che ha fatto della Germania anni Novanta un riferimento dell’economia e dell’industria mondiale. Un battistrada che l’Unione Europea ha usato, con una visione di brevissimo periodo, per puntellare e diffondere una immagine industriale dell’auto “comunitaria” in un mercato che improvvisamente si allargava ad Est. 

Le operazioni di “unificazione” e “globalizzazione” messe insieme non sono tuttavia state indolori: sull’altare del modello tedesco sono stati sacrificati il modello britannico (stile e glamour classico e non ipertecnologico come quello tedesco), quello svedese (qualità ed affidabilità) e quello italiano (prestazioni, stile e lusso non altrettanto qualitativo e funzionale) e questo ha inevitabilmente impoverito lo spettro del Know How e dell’immaginario collettivo che fino alla fine degli anni Ottanta l’Europa “a Zona” sapeva offrire al mondo. 

Perché fino alla fine degli anni Ottanta la guerra che ha reso l’auto europea il campionario di offerta più variegato ed accattivante del mondo era una guerra dentro al Continente

Italia, Francia, Gran Bretagna, Svezia e Germania giocavano illoro nobilissimo “pentathlon” con l’obbiettivo di conquistare il trofeo più prestigioso, 40 anni fa: la Coppa europea. Quella della biodiversità automobilistica.

Perché coincideva con il Titolo mondiale, di fatto. Sapete perché? Perché primeggiare in Europa significava vincere nel contesto industriale che dominava tutto il dominabile che interessava il cliente potenziale : sport, stile, lusso, prestigio, storia, innovazione, tradizione. 

Ed è per questo che chi vinceva in Europa beneficiava di una immagine che superava il Continente e finiva per lasciare il segno anche altrove: è il caso degli Stati Uniti e del Medio Oriente dove tra gli anni Settanta e Novanta il segmento del lusso sportivo era stabilmente dominio di Marchi premium tedeschi, svedesi, italiani ed inglesi che hanno spodestato i canonici marchi e modelli a stelle e strisce.

Per questo l’industria europea dell’Auto (quella a cinque punte e gioco a zona come ho detto prima) ha letteralmente dominato il mercato auto nelle ultime quattro decadi del vecchio millennio: per un gioco di staffetta che ha portato alternativamente ciascuna delle cinque scuole cardine nazionali a dettare legge per determinati periodi e in determinati segmenti di mercato, ma anche a contaminarsi

La migliore industria auto inglese si è dovuta presto “italianizzare” per rendere il suo prodotto più internazionale; quella francese si è dovuta “germanizzare” per essere più razionale; quella tedesca si è dovuta “svedesizzare” per diventare più glamour, e quella italiana ha attinto qua e là un po’ dappertutto senza mai copiare ma sublimando tutte le migliori caratteristiche di riferimento. E se così non fosse stato l’Europa sarebbe stata seppellita molto prima di adesso, ma dai giapponesi. 

L’Europa dell’auto – quaranta anni fa – non si è salvata da una invasione Jap (solo) con dazi e contingentamenti ma con l’identità netta e non replicabile di un intero campionario di eccellenze tecnologiche e stilistiche. 

L’auto europea non esisteva, e nessuno ne sentiva la mancanza.

Ma esisteva la dimensione europea dell’auto e questo trasmetteva al mercato una allure inarrivabile persino dalle giapponesi. Alla base di tutto questo, però, vi era una sola prerogativa davvero vincente: il preannuncio, il concept, il prototipo. Una intera popolazione di utenti, potenziali clienti ed appassionati viveva l’effetto sorpresa e la curiosità dei preannunci, delle novità di Gamma che apparivano come una sorta di pacifica e potente dichiarazione di guerra periodica che ogni Marchio faceva ad un altro. E la “corsa” al progresso ed all’aggiornamento oppure alla chicca tecnologica risentiva fortemente del Benchmark che ogni Costruttore faceva sugli altri. Per questo in solo venti anni tra anni ’70 e ’90 il mondo auto europeo ha conosciuto e diffuso:

​-Carburatori contro iniezione meccanica contro iniezione elettronica, single o multi point;

​-Compressore volumetrico contro turbocompressore, con aggiunta di Intercooler, Wastegate e pop-off;

​-3, 4, 5 valvole per cilindro, camere piatte ed emisferiche con Swirl, OHC e DOHC, cinghie e cascate di ingranaggi, candela singola o twin Spark;

​-2,3,4,5,6,8,10,12,16 cilindri quattro tempi, diesel, rotativo Wankel;

​-Trazione a due o quattro ruote,  motoreanteriore/centrale/posteriore a sbalzo;

​-Cambio manuale, automatico, semiautomatico, a variazione continua;

-Carrozzeria aperta e chiusa, due/due e mezzo/Wagon/Tre volumi, monovolume, Shooting;

e potrei aggiungere altro, per ricordare cosa è stato il mondo auto europeo fino al nuovo millennio; quando la germanizzazione del mercato voluta da Bruxelles, la finanziarizzazione degli acquisti voluta dagli USA e la ploriferazione del Diesel voluta dai tedeschi ha generato una monocoltura dannosa come ogni coltivazione intensiva; il tracollo dell’industria dell’auto europea non parte da dopo il Lockdown con l’invasione cinese. Chi lo dice sta sparando una fregnaccia, chiunque sia. La crisi comincia nei primi anni del Duemila, si acuisce con il crack Lehman che chiude i rubinetti finanziari; si canalizza verso la mobilità elettrica quando lo scandalo Dieselgate trova le istituzioni europee pronte solo a seppellire la grande tradizione e la superiorità europea sul motore a gasolio; ed ovviamente questa degenerazione trova, dopo il Lockdown, una industria europea che con il tracollo dei marchi tedeschi in Cina e l’arrivo dei cinesi in Europa è ormai in piena crisi di identità. Ecco perche’ lancio questa provocazione, dal titolo del mio pezzo. 

Proviamo ad immaginare: con questo mercato auto e questa offerta di Gamma europea, ipotizziamo che davvero Citroen/Stellantis voglia riproporre esattamente com’era quaranta anni fa una concept presentata nel 1986 e che fece letteralmente scalpore: Bertone Zabrus; ripeto, è un semplice paradosso, ma proviamo a guardare da vicino come era fatto e concepito questo prototipo.

Quanti di Voi comprerebbero oggi una Bertone Zabrus di quaranta anni fa?

Non un SUV, né una Station Wagon. Una meravigliosa ed equilibrata, geometrica e filante (nonostante i volumi che promettono una ottima capienza interna) Shooting Brake a tre porte. Una coupè Wagon basata sul telaio della popolarissima “BX” e motorizzata con il 2100 cc quattro cilindri turbocompresso della Citroen BX 4×4 TC da Rally; dunque cambio manuale a cinque marce e trazione integrale, e le mitiche sospensioni idropneumatiche. Ma non è finita: fosse acquistabile oggi come era allora, oggi Vi offrirebbe un cruscotto interamente a Display LCD per tutta la sua larghezza, due portiere con apertura a ghigliottina, un doppio portellone per il vano bagagli, e radio con lettore CD e persino posizione di guida regolabile automaticamente. La linea, come è giusto, riporta forti ispirazioni agli stilemi del maestro Marcello Gandini, e non potrebbe essere altrimenti visto che proprio la “BX” fu opera sua. Ma a guardarla oggi, rispetto alle cassapanche con le ruote che il mercato Vi propina, non Vi appare ancora più bella ed attuale? Certo che si, ed allora? Beh, allora: spero che questa mia simpatica provocazione (perché so che ovviamente chiunque di Voi leggesse questo mio pezzo comprerebbe senza pensarci due volte una Zabrus di quaranta anni fa) Vi coinvolga in una sola azione: ripercorrere, tra vecchie riviste e il Web attuale, quelle che sono state le pietre miliari dell’auto in Europa anche quaranta o cinquanta anni fa. Per capire cosa ci siamo lasciati alle spalle. E per imparare di nuovo a desiderare quello che davvero merita di essere desiderato.

Riccardo Bellumori

Nuova Dodge Charger Super Bee 2026: il mostro

Negli Stati Uniti si è tenuta la presentazione della versione top di gamma a benzina Super Bee della muscle car Dodge Charger dell’attuale generazione LB. La versione Super Bee è pensata per la pista, ma può essere guidata anche su strade pubbliche. Sotto il cofano c’è un motore a benzina Hurricane da 3,0 litri a sei cilindri in linea biturbo, potenziato fino a 608 l.s.

La divisione sportiva SRT Performance del gruppo Stellantis, rilanciata lo scorso anno, continua a lanciare novità a ritmo serrato, per la gioia degli appassionati di auto a benzina. Nella famiglia della Dodge Charger è tornata la versione «aggressiva» Super Bee, che a breve sarà la più potente tra le Charger a benzina.

Il nome Super Bee (che si traduce come «super-ape») apparve per la prima volta nel 1968 sulla versione sportiva della coupé Dodge Coronet. Nel 1971 il nome Super Bee fu assegnato a una delle varianti della coupé Charger, poi il nome «Super Bee» fu trasferito in Messico per indicare i modelli locali. Negli anni 2000 la «super-ape» è tornata negli Stati Uniti e da allora viene utilizzata per indicare le versioni speciali del modello Charger. Per la berlina Charger della generazione precedente, la versione Super Bee è apparsa nell’anno modello 2023 ed è stata una delle ultime.

LA VERSIONE SPORTIVA

Nell’attuale generazione della Charger, la versione Super Bee sarà disponibile sia nella carrozzeria a tre porte che in quella a cinque porte. La nuova «Super Bee» si basa sulla versione Scat Pack con motore Hurricane a sei cilindri in linea biturbo da 3,0 litri (558 l.s., 720 Нм), cambio automatico idromeccanico a 8 rapporti e trazione integrale. Nella versione Super Bee, il motore a sei cilindri Hurricane è stato dotato di turbocompressori Garrett più potenti, che garantiscono una pressione di sovralimentazione di 2,1 bar, un sistema di raffreddamento migliorato, un sistema di aspirazione ottimizzato e un nuovo impianto di scarico sportivo dal suono caratteristico. Di conseguenza, la potenza massima del motore è salita a 608 CV, con una coppia massima invariata di 720 Nm. La Dodge Charger Super Bee accelera da 0 a 60 miglia/h in 3,6 s e percorre un quarto di miglio (402 m) in 11,8 s.

Volkswagen T‑Roc eTSI 1.5 115 CV: PRO e CONTRO

In questo video analizzo nel dettaglio la Volkswagen T‑Roc eTSI 1.5 da 115 CV, la versione mild hybrid che promette più efficienza senza rinunciare alle prestazioni. Ti racconto in modo chiaro e diretto quali sono i suoi punti di forza e quali invece i limiti che emergono nell’uso quotidiano, così da capire se questa motorizzazione è davvero la scelta giusta per te.

Parto dal comportamento del motore 1.5 TSI con tecnologia ACT e supporto elettrico: come accelera, quanto è fluido, come si comporta nei sorpassi e quanto incide davvero il sistema mild hybrid sui consumi reali. Entro poi nel merito del comfort di guida, della qualità degli interni, della silenziosità e della risposta del cambio DSG, elementi che fanno la differenza nella vita di tutti i giorni.

Nuova MG4X 2026: le foto in Anteprima

Oltre alla gamma MG ci ha presentato anche la nuova MG4X nell’ambito del tour dedicato alla nuova identità aziendale dei suoi showroom a Shanghai. Questo SUV del segmento C è essenzialmente una versione rinnovata della MG S5, a cui è stato dato un nuovo nome per inserirla nella più ampia famiglia MG4.

L’auto è stata lanciata in Cina a giugno, esclusivamente con trazione posteriore. Come per la MG4 (Urban) Anxin, la MG4X è disponibile con batterie a stato semi-solido; curiosamente, queste varianti risultano più economiche ma meno ben equipaggiate rispetto a quelle standard con batterie LFP. Eseguono 170 PS (125 kW) e 250 Nm di coppia, mentre le varianti LFP erogano 204 PS (150 kW) e 350 Nm – gli stessi valori della MG S5 CKD in versione malese.

La batteria a stato semi-solido a base di manganese è anche più piccola, con una capacità di 53,9 kWh, contro i 64,2 kWh del pacco LFP fornito da CATL. Ciò corrisponde a un’autonomia rispettivamente di 510 km e 610 km, entrambe misurate secondo il ciclo CLTC cinese, noto per essere poco rigoroso. Ci si può aspettare un’autonomia più vicina ai 420 km e ai 500 km secondo il ciclo WLTP, più realistico; la nostra S5 raggiunge i 446 km con una batteria LFP leggermente più piccola da 62 kWh.

MG4X presentata in anteprima in Cina – MG S5 restylata con batteria a stato semi-solido, 610 km CLTC, in Malesia il prossimo anno?

Le auto LFP si ricaricano anche più velocemente a 150 kW, contro i 120 kW delle versioni a stato semi-solido, con tempi di ricarica rapida in corrente continua dal 30 all’80% stimati rispettivamente a 16 e 25 minuti. Di conseguenza, non ci sono molti motivi per optare per queste ultime se non la tranquillità di avere una composizione chimica della batteria più stabile (e quindi più sicura).

Foto Paultan.org

LO STILE CROSS

La MG4X è un po’ più grande di quanto ci si aspettasse in precedenza. Condivide la maggior parte delle sue dimensioni con la S5, misurando 4.500 mm di lunghezza (+24 mm), 1.849 mm di larghezza e 1.621 mm di altezza, con un passo di 2.735 mm (+5 mm). Sì, vi trovate di fronte all’ennesimo SUV del segmento C – leggermente più grande dell’attuale BYD Atto 3 di prima generazione, sebbene risulti minuscolo rispetto al modello di seconda generazione che misura 4.665 mm di lunghezza.

L’MG4X riprende anche la forma generale della carrozzeria e la parte posteriore della S5, ma con un frontale diverso rispetto agli altri modelli MG. I fari a LED triangolari e affilati sono uniti da una barra luminosa a tutta larghezza, mentre una presa d’aria rivolta verso il basso è incorniciata da una modanatura nera a forma di osso con prese d’aria angolari. Nel complesso, si tratta di un design molto più aggressivo rispetto alla S5 e alla MG4 Urban.

All’interno, la MG4 mantiene la disposizione generale del cruscotto della S5 destinata al mercato cinese, denominata ES5. Come su quella vettura, è presente un ampio touchscreen da 15,6 pollici; gli altri mercati dispongono invece di un pannello più piccolo da 12,8 pollici per liberare spazio per i (molto apprezzati) comandi fisici del climatizzatore e dell’impianto audio.

Come in precedenza, sono presenti un display digitale della strumentazione da 10,25 pollici, due supporti per smartphone con caricatore wireless Qi e la possibilità di avere sedili anteriori riscaldati, ventilati e con funzione massaggiante. In realtà, l’unica modifica è il volante a due razze al posto di quello a tre razze, oltre a una combinazione di colori viola sgargiante come quella che vediamo qui. La versione cinese beneficia inoltre della tecnologia di guida in autostrada altamente automatizzata di Horizon Robotics.

In Cina, il prezzo della MG4X varia da soli 99.800 yuan a 116.800 yuan

Nuova GWM Ora 5 GT 2027: foto rubate della PHEV

Da recenti documenti depositati presso il Ministero dell’Industria e delle Tecnologie dell’Informazione (MIIT) è emersa l’esistenza di una versione PHEV dell’Ora 5 (che potrebbe chiamarsi Ora 5 GT), che segna il primo ingresso del marchio Ora nel segmento dei veicoli ibridi elettrici plug-in.

La nuova Ora 5 GT presenta un vano bagagli posteriore ridisegnato e una lunghezza complessiva maggiore. In termini di dimensioni, il veicolo misura 4.758 mm di lunghezza, 1.833 mm o 1.844 mm di larghezza (a seconda della configurazione) e 1.630 mm di altezza, con un passo di 2.720 mm. Posizionato come SUV compatto con struttura monoscocca, il veicolo è omologato per cinque passeggeri.
Dal punto di vista estetico, la parte anteriore rimane sostanzialmente in linea con quella dell’Ora 5 standard. La parte posteriore è caratterizzata da un design dei fanali posteriori a banda continua e dal marchio GWM. Secondo le sigle opzionali riportate nei documenti depositati, il veicolo utilizza la tecnologia di alimentazione “Hi2”, colmando di fatto il vuoto nel portafoglio di prodotti ibridi plug-in di Ora. Le opzioni per gli pneumatici includono le misure 215/50R18 e 225/60R18.

MOTORE E DATI TECNICI

I documenti del MIIT evidenziano un’ampia gamma di aggiornamenti opzionali incentrati sulla guida intelligente e sull’estetica. Le versioni di fascia alta dovrebbero essere dotate di un avanzato sistema di assistenza alla guida intelligente, con opzioni quali LiDAR, radar anteriori e laterali e telecamere di visione laterale. Le personalizzazioni esterne includono opzioni per un tetto non panoramico, finiture decorative per i finestrini laterali, vari stili di cerchi e diversi design degli specchietti retrovisori esterni.
L’Ora 5 GT è alimentata dal motore turbo GW4B15M 1.5T prodotto da Great Wall Motor. Il motore eroga una potenza nominale di 115 kW (154 hp), consentendo una velocità massima di 190 km.

È interessante notare che, sebbene la maggior parte dei veicoli a nuova energia prodotti da Great Wall utilizzi batterie della sua controllata Svolt, questo modello ibrido impiega batterie al litio-ferro-fosfato (LFP) di CATL.

Venditore di Auto: ha ancora senso cercare Clienti fuori dal Salone?

Press Conference for Eurocar's aquisition of PWP and Porsche centers in Porsche Florence center, center of Italy - Wednesday, February 24, 2026. (Photo by Marco Bucco/La Presse)

“Ah Riccà, fai ‘e telefonate !”…

E il mantra si ripeteva, in quel mondo delle vendite di auto; e la parolina magica, salvifica, propedeutica per tutti, “Telemarketing”, diventava una sorta di invisibile Acheronte che divideva – come nella Divina Commedia dantesca – i meritevoli di benedizioni dell’alto management presso il Concessionario dai dannati costretti a presidiare la Domenica pomeriggio i piazzali dell’Usato durante gli Open Weekend, soprattutto estivi.

E il metaforico Cerbero destinato a girare la coda il numero di volte necessario a misurare la distanza della beatitudine dalla condanna era in fondo una sola unica cifra: il numero di telefonate svolte alla settimana.

Ebbene, si, cari miei due lettori: avete scoperto il segreto inestimabile delle attività e degli Skills che animavano la sacra strategia della c.d. “Vendita esterna” negli Autosaloni…….’E telefonate……Che tristezza, a pensarci quasi venti anni dopo. 

La moltitudine di veri e propri abbrutiti mentali posti alla bell’e meglio a ruoli apicali dentro le Concessionarie non è stata la causa della degenerazione di un sistema distributivo commerciale e della sua “ibernazione” ottenuta mediante taglio epocale dei rami secchi (gli Showrooms) abitati in egual misura da rappresentanze ben assortite di scugnizzi, teppisti, beoti, contafrottole. Poi, certo: c’erano i professionisti. Perché anche i Dealer commettevano qualche leggerezza, a volte. E seppure non si trovassero proprio a loro agio in diversi Autosaloni, i professionisti attraevano, convincevano, fidelizzavano. Anche se secondo me erano in pochi.

Ma, ripeto, a far chiudere gli Showrooms dopo il Crack Lehman ci ha pensato esclusivamente il taglio del flusso di cassa proveniente da Captive Bank e dalle Case mandanti. E questo è un discorso a lungo dibattuto su questi spazi. E il taglio dei flussi di cassa è stata una conseguenza del crollo di visite e di chiusure contrattuali in Salone. 

Ma a preoccupare di più, dopo il Crack Lehman, è stato il primo fattore: la riduzione del numero di persone volontariamente disposte ad entrare in un Salone, neppure corretto dalla moltiplicazione degli “Open Weekend” che fino ad una decina di anni fa erano diventati tappa fissa per il oltre un terzo delle Domeniche incluse in un anno solare.

Epperò neppure la moltiplicazione e reiterazione dei momenti di apertura degli Showrooms costituiva un argine alla frana di presenze e visite in Salone, al punto che le chiusure di punti sul territorio era diventato anche un ultimo escamotage per tutelare la produttività mensile sempre più ridotta degli Autosaloni rimasti maggiormente operativi. Rimaneva pur sempre tuttavia, il ricorso alla vendita esterna…ah,no.

Già, perché nel periodo più critico tra Crack Lehman e ripresa del mercato con iper ammortamenti ed ecobonus del Governo Renzi ai Dealer sembrò più azzeccato implementare nei propri Showrooms servizi temporaneamente sostitutivi alla vendita del nuovo (come la moltiplicazione di mandati e di postazioni operative dentro gli Autosaloni per il Noleggio a Lungo Termine anche non “Captive”) ma anche nel periodo di maggior carestia all’ingresso di clienti la ricerca del “Cliente esterno” fu un buco nell’acqua.

Già, ma torniamo all’epoca nella quale – tra fine anni Novanta e prima decade del nuovo millennio – anche un mediocre come me indossò la livrea del Venditore prima, dello “Specialista Noleggio a Lungo Termine” durante e di modesto “Capo Salone” alla fine. Immaginate (o ricordate) il periodo dei due milioni di targhe nuove immesse sul mercato ogni anno; il periodo in cui i Costruttori combattevano la guerra commerciale sul filo del Turbodiesel (arrivato a coprire più della metà delle vendite) ma anche su quello della cosiddetta “Rata finale”: cioè del confronto aritmetico tra rate mensili del contratto finanziario proposto e “peso” della maxirata finale e della considerazione, tutta in seno alla coscienza del Cliente, se la stessa dovesse essere interpretata come un gravame da saldare con fatica a fine contratto o se non fosse invece la premessa ad un valore di Remarketing della futura permuta tale da consentire comodamente al Cliente di passare ad una nuova auto. 

Ebbene, tutto quello che girava intorno a questo punto discriminante ed agli argomenti che lo determinava diventava incredibilmente “mimetico”. 

Mimetica era la quotazione della iniziale permuta che il Cliente portava magari in dote da un altro Marchio, mimetica diventava la serie di prerogative insite nella specifica auto dello specifico Brand (in un periodo commerciale in cui lo stesso monoblocco motore Diesel lo ritrovavi montato qua e là su tre o quattro modelli di altrettanti Marchi) al punto che spiegare tecnicamente l’auto durante la trattativa diventava persino superfluo, con la solita domanda erudita del potenziale acquirente che recitava più o meno così: “Ma è la stessa base meccanica montata anche su…? Ah, ok!”

“Ah Riccà, fatto ‘e telefonate?”, continuava il mantra di colleghi e presunti Direttori di Reparto o di Divisione operativa. 

Premetto che ad un certo punto dei primi anni del nuovo millennio la natura vetero familiare e fondamentalmente provinciale degli anche più celebri e forti Dealer italiani sul territorio aveva dovuto subire una sorta di cura vitaminica assunta via imbuto e somministrata dai Costruttori mandanti; e l’effetto di questa cura vitaminica era ben visibile dalla moltiplicazione presso ogni Dealer di “Direttori” (Commerciali, Vendite, Service Management, Fleet, Veicoli Commerciali, Gestione Usato, Remarketing, Pratiche finanziarie, forse persino Direttori di W.C. e gestione giardini e cortili degli Showrooms, ma fatico a ricordare a così tanta distanza di tempo) e “Specialisti” (Vendite Fleet, Noleggio a Lungo Termine, vendita usato, etc..). 

Ed il problema di “troppi generali a fa’ la guera” (come amava dire il mio caro amico e collega vendite Rocco) è che troppo spesso i generali in eccesso lavorano per obbiettivi autoreferenziali al fine non di ottenere obbiettivi ma solo di giustificare la propria presenza. Inesorabilmente è avvenuto anche presso le mie sedi di esperienza commerciale. 

E da buon “fante di trincea” (anche se per poco tempo eletto a ruolo di “Capo Salone”) in quegli anni ero come tutti gli altri professionisti venditori l’ultimo avamposto tenuto in qualunque modo a tradurre in numeri di vendita anche le strategie e le visioni operative più farlocche. 

Ed una di queste era proprio il famigerato “Telemarketing”. 

Come sapete parlo quasi di vent’anni fa, e per assurdo io ero dentro ai diversi Saloni dove operavo uno dei pochi realmente in grado di “conoscere la materia” e di capire che, nelle mani di un Dealer dell’epoca, quello strumento generalmente vincente altrove (il Telemarketing appunto) si sarebbe rivelato dentro gli Showroom un vero ed inutile, e noiosissimo, flop.

Ma intanto, cos’è il Telemarketing?

E’ un termine decisamente desueto derivato fino a noi dalla fine degli anni Cinquanta, abbinato alla prima iniziale diffusione delle TV: in effetti le telefonate dell’epoca erano prevalentemente legate a contattare i potenziali consumatori di un prodotto commerciale visto in TV da gruppi di abbonati presenti negli elenchi telefonici, e lo scopo della telefonata era quello di indirizzare i potenziali clienti in un punto vendita o di inviare lororappresentanti di commercio dello specifico prodotto o marchio. 

Successivamente l’affermarsi dei “label” e la diffusione della Grande Distribuzione Organizzata spostarono l’attività del telemarketing sul promuovere proprio quelle categorie merceologiche improponibili con il “Porta a Porta” a freddo oppure i Brand e le organizzazioni ancora poco note al pubblico. La prima vera ondata positiva per il Telemarketing è però l’inizio degli anni Ottanta: l’avvento del Computer facilita la costruzione di liste e surclassa il poco pratico registro chiamate cartaceo dove era impossibile, per ogni contatto, annotare i dati fondamentali ed i riscontri ricevuti al telefono al fine di gestire il rapporto successivamente

Con la successiva esplosione dei Mcintosh e degli IBM dotati dei primi ambienti MS Windows la pratica del telemarketing si fa ossessiva, e siamo nei primi anni Novanta: l’uso dei fogli di calcolo e le pratiche di formazione dedicata consentono a qualunque dipendente di una Impresa commerciale di scaricare, acquisire, lavorare e rubricare centinaia di contatti ogni giorno. E si affaccia all’orizzonte il nuovo supporto universale: il telefono cellulare. 

Siamo arrivati, precisi, all’epoca da cui parte questo mio nuovo stupidario professionale che Vi sto raccontando: il nuovo Millennio fatto di Internet, Siti, e-mail e telefono cellulare. Eppure, nel telemarketing, qualcosa sembra non funzionare bene come prima…

O meglio: il Telemarketing, inizialmente appaiato da una nuova veste del classico e vecchio Direct Mailing (invio postale di missive, cataloghi e brochure) in cui busta ed affrancatura erano diventate la dimensione della nuova posta elettronica inizialmente abusatissima dai mittenti di informazioni commerciale (Ah, no: è così anche ora che si chiama “spamming”) fungeva più, in quel momento, da follow up dell’invio di comunicazioni agli account mail spesso ricavati da navigazione sui siti Web aziendali che fioccavano come funghi. 

Come vedete, il percorso del “Telemarketing” è stato molto meno lineare di quel che si potrebbe pensare; ma come ho vissuto il “telemarketing” in Concessionaria io stesso? E soprattutto, alla base di questo post c’è una domanda: quali strumenti e best practices usare, se davvero hanno ancora senso, per intercettare ed accalappiare i Clienti fuori dai Saloni prima od in alternativa al loro arrivo dentro uno Showroom? Provo a rispondere con un senso compiuto.

Ai miei tempi (inizio nuovo millennio) le cose che assolutamente furono superflue, carenti o persino dannose per una utile attività di “cosiddetta prospezione esterna” sono sintetizzabili in questo decalogo:

1) Data Base e Banche Dati “esterni”: ad inizio Millennio Pagine Gialle era la fonte di riferimento, ed ovviamente l’acquisto di DB selezionati e più accurati da parte di Cervedo Guida Monaci era una bestemmia da parte dei Dealer, incluso il mio. Questo ovviamente rendeva il lavoro di costruzione di elenchi da contattare assolutamente grezzo, aspecifico e con una mole di contatti potenziali da cassare per ovvia schizofrenia tra i dati riportati sugli elenchi e la realtà corrente (imprese cessate, indicazioni erronee, etc.); le sessioni di telefonate si impantanava su numeri inesistenti, risposte inutili e troppi tempi morti nella revisione e correzione delle liste;

2) Data Base e Banche Dati “interni”: avete fatto caso al periodo? Io avevo la fortuna di lavorare presso un Dealer che si poteva definire “meccanizzato”: era operativo un ERP (a caratteri) dove erano registrati e lavorabili i nominativi dei Clienti storici e dove era persino possibile archiviare e rubricare i preventivi fatti e persino le richieste di informazioni commerciali provenienti dal telefono o dai rudimentali “form” sui Website.

Questo ovviamente forniva la possibilità alla rete di venditori di poter accedere, forniti di opportune credenziali di accesso, al DB nominativi che nel nostro caso era di migliaia di vecchi Clienti fermi, nelle registrazioni e movimenti con la Concessionaria, da almeno tre anni. 

Peccato solo che, in successione: le credenziali di accesso penalizzavano i venditori magari più volenterosi che potevano accedere magari ad elenchi sterili ed ormai inutilizzabili; peccato poi che la vocazione e l’incentivo ai venditori nel registrare ed implementare il DB con preventivi e richieste telefoniche fosse pari a zero (nonostante io fossi tra coloro che proposero un premio provvigionale extra pari allo zero virgola zero in termini di Lire – sulla fattura trimestrale – per chi tra i venditori dimostrasse più zelo nell’aggiornare l’archivio informatico; e peccato che infine anche nell’archivio dei Clienti acquisiti alcuni dati essenziali (telefono, professione e mail) fossero del tutto farlocchi o assenti. Per cui dopo diversi mesi di telemarketing sui c.d. vecchi clienti non era casuale che l’archivio fosse stato del tutto “spulciato”;

3) La formazione ed il tutoring: come ho detto, “’a telefonata” non era che uno dei passaggi chiave delle attività di procacciamento in esterna. E come ho anche detto, il sottoscritto aveva iniziato la vendita esterna ed il procacciamento telefonico da quasi dieci anni prima l’arrivo dentro ad un Dealer: la vendita durante l’estate – già a diciannove anni – delle enciclopedie della mitica FabbriPool; successivamente il procacciamento telefonico per la vendita di servizi, di spazi pubblicitari o per la organizzazione di eventi mi metteva a mio agio davanti ad una cornetta. 

Ma analizzato il problema delle Banche Dati, il gap era tuttavia anche l’inquadramento strategico, le parole chiave in corso di contatto e soprattutto il processo di costruzione di un rapporto fuori del Salone. Quali ad esempio i richiami suggestivi? Nel mio caso, va detto, l’oggetto chiave del contatto con “presunte” (a causa dei Database incerti) Partite Iva era il servizio di Noleggio a Lungo Termine. 

Era al tempo l’unico servizio che poteva essere proposto fuori Salone nella ipotesi di un incontro di potenziale trattativa “a casa” del Cliente: ma sul resto dei servizi venduti dentro un Salone l’interesse possibile di un Cliente che non vi fosse ancora entrato era, al telefono, pari a zero. Il tutto peggiorato dalla assenza di upgrade formativi e supporti per far crescere il venditore, me compreso;

4) L’Offerta commerciale per “gli esterni”: è l’ultimo, essenziale, aspetto di fallimento delle esperienze di vendita esterna da parte del Dealer presso cui operavo e, ovviamente, di quasi tutti gli altri Dealer improvvisati su questo potenziale aspetto di Business. Assenza totale di un corposo ed assortito “carrello della spesa” da offrire al Cliente in esterna in alternativa alla vendita in Salone. A parte, nel mio caso, il Noleggio a Lungo Termine “Captive”.

Non ci crederete ma nel corso della mia esperienza, neppure lunghissima, il “Team esterno” fu oggetto di una girandola di modifiche e cosiddette innovazioni: dalla percentuale di sconto maggiore riservata al drappello di volontari – o meno – che per contro non avevano diritto di condurre trattative dentro uno Showroom (diktat a tal punto farlocco da essere aggirato nel corso di poche settimane); al fornire agli “esterni” auto aziendali “Demo” (da far uscire e riportare in sede entro l’orario di esercizio dello Showroom); al dotare gli stessi esterni di PC ed eventualmente cellulare aziendale (ma dovevi essere di già un Superman delle esterne); fino al diritto conferito che ad un Agente di Commercio spettava in realtà per legge: nessun obbligo di presidiare il Salone nei giorni e negli orari di apertura. Come a dire: sei un esterno e fai almeno cinque contratti a settimana? Riposati, svagati, vai al mare senza bisogno di fare i funghi dietro una scrivania. Tutto questo, come vedete, è l’ammirevole ed iperbolico lavoro dei miei cosiddetti Dirigenti e Responsabili – fin quando non lo diventai io stesso, alla fine del mio rapporto con il Dealer – che occupavano la poltrona con il culo e non con la testa. Perché quello che ho elencato sopra è un ridicolo, infantile, dilettantesco programma scritto sulla carta. Ma da WC. Vera e propria fuffa.

Il programma infallibile dei “Team esterni” alla mia epoca e presso il mio Dealer, era né più né meno che un articolo di Regolamento. Qualcosa che nasce e resta sulla carta. 

E questo non potè evitare anche a quel Dealer, da allora, il destino ed il percorso che lo ha portato ad oggi. Che cosa ne sia stato, nel corso del tempo, il destino delle vendite esterne, non so e non mi interessa molto. Ed arriviamo ad oggi, provando a rispondere ad alcune domande:

a) Venditore, si può fare vendita esterna? Secondo me oggi le condizioni ci sono e sono migliorate: paradossalmente si potrebbero promuovere in esterna alcuni degli innumerevoli nuovi Brand acquisiti per mandato dai Dealer e potenziarne l’immagine all’esterno offrendo a Squadre specificatamente elette la promozione mediante eventi creati appositamente o partecipando ad altri nati indipendentemente, creando l’effetto di richiamo con apposite campagne di sconto – lancio, “liberando” a sua volta la presenza ed il sovraffollamento espositivo negli Showrooms. Allo stesso tempo, il portafoglio di offerta del Venditore esterno potrebbe e dovrebbe essere fatto da un “Basket” fornito anche di assortimento Ricambi originali da proporre a sconti interessanti ai dettaglianti, più la possibilità di proporre piani di Noleggio per auto ed LCV; e non dimentichiamo che nei centri urbani il tema dell’Ultimo Miglio è un ottimo argomento di vendita esterna.

b) Che Formazione e quali supporti fornire agli esterni?Ebbene, è questo il punto cruciale: il management del Dealer dovrebbe strutturare una strategia che evidenzi ed inquadri:

-Zone territoriali di interesse del team esterno al fine di non sovrapporre l’operatività dei Saloni;

-Brand e servizi da promuovere in esterna senza duplicazione con l’attività di Salone;

-Un servizio di procacciamento telefonico interno (evitando gli spesso inutili Call Center Outbound in Outsourcing) basato sull’affidamento ai venditori esterni del compito – retribuito su base numero contatti mensili – di contattare liste che però i Direttori (veri) di divisione e comparto devono poter acquisire in modo professionale o dai Mandanti o da DataBaseprofessionali a pagamento;

-E c’è infine l’aspetto dell’immagine: gli esterni dovrebbero essere presentati e pubblicizzati dal Dealer come uno Staff integrato e di avanguardia, e non come una combriccola di guastatori o vichinghi senza fissa dimora.

Tutto il resto, dall’auto da fornire, ai supporti informatici, alla coccardina da puntare sul bavero della giacca, ci si può rimandare a valutazioni successive. Ma di certo rimane l’ultimo punto: agli esterni va fornita una visibilità di Stock in grado di simulare al minuto secondo quanto è visibile nei terminali in Sede. E su questo ancora troppi Dealer non sono attrezzati; 

c) Il Portafoglio Clienti di un esterno a chi appartiene?Ecco, direi che è l’ultima “impuntatura” contrattuale e di rapporto tra Dealer ed esterni. Come da Codice Civile, il portafoglio Clienti acquisito da un Venditore presso una Sede di vendita del Mandante è di fatto un patrimonio di quest’ultimo. Cosa che, nei contatti che spesso ho tenuto con potenziali venditori esterni, diventa un grosso limite nella interruzione del rapporto per gli accordi di non concorrenza, per l’eventualità di gestioni indebite e di controversie. Ebbene, sarebbe il caso di affrontare “sindacalmente” una volta per tutte la questione e dare un po’ di serenità anche su questo punto ai venditori esterni. 

Ma in sintesi, cari Venditori Auto che voleste eventualmente percorrere l’esperienza professionale dell’esterno (cioè del vero Agente di Commercio) anche nel rapporto con un Dealer: quale è il mio consiglio? Uno solo: Qualora Vi trovaste nella prima serie di situazioni, che ho raccontato da 1) a 4) nel mio pezzo,  fossi in Voi eviterei di girare come una trottola il territorio per conto di Dealer incapaci. Se invece Vi troverete nella situazione da a) a c), beh: buona caccia. Ne vale la pena.

Riccardo Bellumori

Nuovo Jetour F700 2027: il pick-up PHEV

Jetour, marchio di Chery, ha lanciato ufficialmente oggi lo Zongheng F700 (noto a livello internazionale come Jetour F700), un pick-up fuoristrada ibrido plug-in (PHEV).

Il modello, presentato per la prima volta a giugno, è stato messo in prevendita il 20 luglio ed è disponibile in tre versioni. I prezzi, validi per un periodo limitato, vanno da 299.900 yuan (44.100 USD) a 339.900 yuan (49.900 USD).
Il pick-up misura 5.495 mm di lunghezza, 2.050 mm di larghezza e 1.985 mm di altezza, con un passo di 3.350 mm. Il vano di carico offre 1.300 litri di spazio e include una presa di corrente da 220 V in grado di fornire 20 kW di energia elettrica da fermo.

Il veicolo è omologato per una capacità di traino di 3,5 tonnellate metriche ed è dotato di serie di una presa di alimentazione per il rimorchio e di una modalità di traino intelligente.

MOTORE E DATI TECNICI

Sotto il cofano, l’F700 è alimentato dal sistema “Kunpeng Super Energy Hybrid CDM-O”, che combina un motore ibrido dedicato da 2.0T con due motori sugli assi anteriore e posteriore. Il sistema eroga una potenza massima combinata di 665 kW (892 hp) e una coppia totale di 1.135 Nm, abbinata a un cambio DHT a 2 velocità.

Dotata di una batteria CATL, la F700 è in grado di accelerare da 0 a 100 km/h in 5 secondi. Offre un’autonomia in modalità esclusivamente elettrica secondo il ciclo CLTC di 150 km e un’autonomia combinata totale di 1.300 km, mantenendo un consumo di carburante secondo il ciclo WLTC di 7,95 L/100 km.
La Jetour Zongheng F700 è dotata di una carrozzeria non portante e del sistema di trazione integrale XWD-S, integrato da differenziali bloccabili anteriori e posteriori e da un bloccaggio del differenziale centrale. Il veicolo vanta una profondità massima di guado di 900 mm e un grado di impermeabilità IP68. La sua geometria fuoristrada presenta un angolo di attacco di 32 gradi, un angolo di uscita di 15 gradi e un angolo di salita massimo di 45 gradi.
All’interno, l’abitacolo dello Zongheng F700 è dotato di uno “Horizon Screen” da 35,4 pollici e di uno schermo di controllo centrale flottante da 15,6 pollici. Il sistema è alimentato dal chip Qualcomm Snapdragon 8255 e utilizza il sistema di interazione intelligente Zongheng OS; i pulsanti fisici sono stati mantenuti.

INTERNI E DOTAZIONI

L’abitacolo è dotato di sedili “Cloud Rest” con funzioni di massaggio nella fila anteriore, oltre che di riscaldamento e ventilazione sia per la fila anteriore che per quella posteriore.

Quanto l’assistenza alla guida, il veicolo è dotato del sistema di assistenza alla navigazione ad alta velocità “Falcon 500”, del parcheggio automatico e di un sistema di immagini panoramiche a 540 gradi.