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Toyota Yaris e Yaris Cross si aggiornano in Giappone

In Giappone arrivano le versioni aggiornate di Toyota Yaris e Yaris Cross.

I modelli aggiornati saranno in vendita sul mercato interno il 2 marzo 2026, i prezzi di queste berline e SUV sono già noti.

L’attuale hatchback Toyota Yaris di quarta generazione ha debuttato nel 2019, mentre il SUV Yaris Cross è apparso sul mercato interno nel 2020 e alla fine del 2023 ha subito un aggiornamento. Ora, nel centro stampa del marchio giapponese, sono state rivelate le novità di entrambi i modelli destinati al mercato interno.

Non ci sono praticamente cambiamenti esterni alla hatchback e al crossover. Agli automobili è stata ampliata la gamma di colori per la verniciatura della carrozzeria: la Yaris ha ricevuto la tonalità Mustard, mentre la Yaris Cross ha ottenuto la variante denominata Urban Lock. Inoltre, i modelli sono stati dotati di specchietti esterni con cornice nera e antenne “a pinna di squalo” dello stesso colore sul tetto. Come in precedenza, gli acquirenti possono scegliere come optional gli accessori GR Parts e Modellista.

LA GAMMA AGGIORNATA

All’interno, la novità principale è il nuovo touchscreen più grande del sistema di informazione e intrattenimento: nelle versioni top di gamma ha una diagonale di 10,5 pollici (questo display è già disponibile per gli acquirenti europei di questi modelli), mentre le versioni più semplici sono dotate di uno schermo touchscreen da 8 pollici (le versioni precedenti avevano un display da 7 pollici). Tra le novità figurano anche il bracciolo tra i sedili anteriori e il freno di stazionamento elettrico per i modelli ibridi.

Entrambi i modelli presentati sul mercato interno hanno una versione speciale Z Urbano, che è tornata nel 2026 con alcune novità. Anche loro hanno ottenuto un display multimediale più grande e una verniciatura bicolore della carrozzeria: nero e giallo per la Toyota Yaris Z Urbano e nero e grigio scuro per la Yaris Cross Z Urbano.

Inoltre, la Toyota Yaris Z Urbano è ora disponibile non solo con cambio automatico, ma anche con cambio manuale a sei marce. Il cambio manuale è abbinato a un motore aspirato a tre cilindri da 1,5 litri con una potenza di 120 CV. Questa cinque porte può avere solo la trazione anteriore.

Volga torna in Russia e sarà a trazione cinese

Il marchio Volga si prepara ad un clamoroso ritorno.

L’industria automobilistica russa appare molto diversa da quella che esisteva prima dell’invasione dell’Ucraina quattro anni fa. Quando le case automobilistiche occidentali hanno lasciato rapidamente il Paese dopo lo scoppio della guerra, i marchi cinesi sono entrati altrettanto rapidamente, espandendo la loro presenza e assorbendo una fetta considerevole del mercato. Stanno riemergendo anche alcuni marchi nazionali, tra cui uno dei più importanti, Volga.

Il nome Volga è diventato famoso negli anni ’50 come serie di auto di lusso costruite e vendute in Russia dall’azienda locale GAZ fino al 2012, quando la produzione è cessata. Ai tempi d’oro, la Volga non era semplicemente un’auto da guidare. Era l’auto su cui venivi accompagnato se avevi il titolo giusto nella gerarchia sovietica. Questo da solo l’ha resa un punto di riferimento culturale.

Ora, dopo più di un decennio di stasi, il nome è finalmente pronto a tornare, inizialmente previsto per un revival nel 2024.

IL CLAMOROSO RITORNO

Volga, ora sotto l’egida della cinese Changan, ha presentato tre diversi veicoli nel maggio 2024, noti come K30, X5 Plus e K40. Il trio comprendeva due crossover e una berlina, ciascuno basato su veicoli Changan esistenti venduti in Cina. Il piano era quello di costruirli in Cina e spedirli in Russia per l’assemblaggio finale, con il lancio sul mercato previsto per la fine del 2024.
Per qualche motivo, tale lancio non si è mai concretizzato. Ora, tuttavia, la Volga di proprietà cinese sembra pronta a riprovarci, lanciando un nuovo sito web in lingua russa e pubblicando un paio di teaser che anticipano il suo primo modello.

Il veicolo mostrato nel teaser assomiglia a uno dei crossover presentati nel 2024, sebbene con sottili modifiche estetiche. Uno schizzo del profilo laterale suggerisce una silhouette SUV convenzionale, completa di una grande griglia, passaruota squadrati e un design posteriore con fanali che ricordano vagamente l’Audi Q8. Secondo alcune indiscrezioni, saranno aggiunti altri due modelli.

È stato pubblicato anche un teaser separato per l’abitacolo, che mostra un volante a fondo piatto, un quadro strumenti digitale e un grande schermo centrale per l’infotainment. In generale, sembra piuttosto convenzionale, il che in questo contesto potrebbe essere proprio il punto.

Nuovo Tata Punch: il restyling

L’azienda indiana Tata Motors ha presentato il restyling del SUV elettrico Punch EV.

Il modello propone modifiche estetiche, mentre gli interni sono rimasti pressoché invariati.

Il Tata Punch, lungo solo 3,8 metri, è stato lanciato in India nell’autunno del 2021. Inizialmente, la cinque porte era disponibile esclusivamente con motore a combustione interna, ma nel 2024 è stata introdotta una versione elettrica con un design proprio e la sigla EV. All’inizio di quest’anno, il crossover “tradizionale” ha subito un restyling completo. Ora anche il Tata Punch EV è stato sottoposto a modernizzazione.
Come in precedenza, il crossover elettrico si differenzia dalla Punch a benzina per il design della parte anteriore: ha luci diurne a LED più strette e un paraurti originale. Dopo il restyling, la Tata Punch EV ha perso le inserti neri e le “fessure” che univano i fari principali. È stata eliminata anche la striscia luminosa aggiuntiva tra le luci di marcia, sostituita da una mascherina nera. Sono stati sostituiti anche il paraurti posteriore e i fanali, che ora sono gli stessi del nuovo modello a combustibile. L’auto elettrica ha anche ricevuto cerchi da 16 pollici di nuovo design (ma nella versione base sono da 15 pollici). Infine, è stata rivista la gamma di colori della carrozzeria.

TECNOLOGIA E MOTORI

L’elenco delle dotazioni del SUV elettrico più accessibile comprende: apertura elettrica del portellone, sensori di parcheggio posteriori, schermo da 4 pollici nel cruscotto e sei airbag. Le dotazioni “medie” comprendono un sistema multimediale con tablet “sospeso” da 10,25 pollici e telecamera posteriore. L’arsenale del crossover top di gamma comprende: tetto apribile con comando vocale, cruscotto virtuale (10,25 pollici), ricarica wireless per smartphone, telecamere a visione panoramica, cruise control e sistema di monitoraggio degli angoli ciechi.

Il crossover è ancora disponibile con trazione anteriore e in due varianti di potenza. Allo stesso tempo, i motori elettrici sono stati modernizzati.

Nella Tata Punch EV restyling, il motore base eroga 88 CV, mentre nelle versioni più costose è presente un motore da 129 CV (prima era da 82 e 122 CV). La coppia massima è ora unica: 154 Nm (prima era 114 e 190 Nm). Le batterie sono nuove. Le auto con motore da 88 CV hanno una batteria con una capacità di 30 kWh, quelle con motore da 129 CV hanno una capacità di 40 kWh (il modello precedente aveva batterie da 25 e 35 kWh). È stato dichiarato che, a seconda della versione, la Punch EV aggiornata avrà un’autonomia di circa 365-468 km nel ciclo locale (il massimo del modello precedente era di 365 km).

Il crossover elettrico è diventato più economico. Al netto delle tasse, il Tata Punch EV aggiornato costerà tra 969.000 e 1.259.000 rupie. Secondo i media indiani, il modello pre-restyling costava recentemente 999.000-1.444.000 rupie. Inoltre, Tata offre ora la batteria in affitto: in questo caso, il prezzo del SUV aggiornato parte da 649.000 rupie.

Nuovo Toyota RAV4 PHEV: in Giappone è GR Sport

Due mesi dopo il lancio in Giappone, la sesta generazione della Toyota RAV4 completerà la sua gamma nazionale con l’aggiunta di una versione ibrida plug-in (PHEV) – negli allestimenti Z e GR Sport – entro il mese prossimo, con il debutto sul mercato locale previsto per il 9 marzo.

Dal punto di vista del design, l’allestimento Z della PHEV aggiunge speciali accenti nero pianoforte, con dettagli esclusivi che si trovano nella parte anteriore (paraurti inferiore, finiture LED), nel sottoscocca e nei passaruota. Per quanto riguarda la GR Sport, è dotata di uno spoiler anteriore unico e di uno spoiler posteriore alare, elementi che secondo la casa automobilistica non sono solo estetici, ma anche funzionali, in quanto contribuiscono a migliorare la deportanza del veicolo a tutte le velocità.

La GR Sport non è solo estetica, ma è dotata anche di ammortizzatori GR Performance e rinforzi GR. I primi aiutano a ridurre la deformazione della carrozzeria in movimento, eliminando torsioni e instabilità, mentre i secondi aggiungono rinforzi agli elementi della sospensione posteriore per migliorare la sensazione di sterzata. A proposito dello sterzo, l’EPS su questa variante è stato appositamente messo a punto per offrire una sensazione di sterzata reattiva e una maggiore precisione.

MOTORE E DATI TECNICI

Come la versione HEV, la Toyota RAV4 PHEV è dotata di un motore a benzina A25A-FXS da 2,5 litri a quattro cilindri, ma nella versione AXAP64.

La potenza è superiore rispetto alla versione HEV, con un massimo di 329 CV (242 kW) disponibili sulla versione AWD rispetto ai 241 CV (177 kW) della versione HEV equivalente.

Le specifiche preliminari indicano un’autonomia in modalità EV pura di circa 150 km con una ricarica completa, in aumento rispetto ai 95 km dei modelli convenzionali, ottenuta grazie all’aumento della capacità della batteria (22,7 kWh) e all’adozione di semiconduttori in carburo di silicio (SiC) nell’unità di controllo della potenza (PCU) per ridurre la perdita di potenza. Per quanto riguarda la ricarica, la velocità massima è di 50 kW per la ricarica rapida in corrente continua e di 11 kW per quella in corrente alternata.

Il sistema di alimentazione può essere utilizzato come fonte di energia grazie al sistema vehicle-to-load del PHEV, che consente la distribuzione di energia tramite la porta di ricarica dell’auto o attraverso una presa standard domestica nel bagagliaio, in grado di erogare fino a 1500 watt.

In termini di numeri relativi all’applicazione, una modalità di alimentazione HV dedicata può fornire 6,5 giorni di energia con un carico di 400 watt con una batteria completamente carica e un serbatoio pieno di benzina, o fino a sette giorni se si sceglie la modalità di priorità del tempo di alimentazione.

In Giappone, la Toyota RAV4 PHEV ha un prezzo a partire da sei milioni di yen per la versione Z, mentre quello della variante GR Sport, top di gamma, parte da 6,3 milioni di yen entrambi comprensivi dell’imposta sui consumi del Paese.

L’azienda prevede un volume di vendite base di 700 unità al mese della RAV4 PHEV per il mercato interno.

Micro-Vett: storia dell’avventura di Provincia ad Emissioni Zero

Era il 4 Dicembre 2012, mercoledì mattina: sono le 10 circa e dopo una levataccia per salire sul primo EuroStar diretto a Bologna da Roma ero arrivato alla Stazione Centrale; intorno alla città le precipitazioni nevose improvvise della notte restituivano un clima artico, da far tremare persino i residenti più avvezzi a questi crolli climatici. 

Figurarsi come potevo sentirmi io, storicamente sempre vestito in modo del tutto inadeguato alla condizione climatica contingente e per di più partito dalla Capitale con un clima piovoso ma tutto sommato sopportabilmente freddo. 

Da quella Stazione ero in attesa di un incontro speciale, un contatto cui ero stato alle calcagna per quasi un anno e mezzo avvicinando progressivamente tutti i dipendenti e i più stretti collaboratori dell’Azienda che questo personaggio gestiva e coordinava da  oltre 25 anni. La sua creatura aziendale infatti era nata nel 1986, e da poco aveva compiuto un quarto di secolo. 

Mi ero chiesto per mesi come mai il corteggiamento tra me e questa realtà Automotive, alternativa ma non certo eclatante nel panorama mediatico come altri grandi Marchi o Gruppi Costruttori, fosse durato così a lungo prima di quel primo contatto, ottenuto peraltro a mie spese di trasferta treno. 

Ma avrei capito lungo alcuni passaggi – proprio in quella giornata – i motivi di tanta attesa, in un Martedì dove avevo in programma di raggiungere anche l’inaugurazione per la Stampa del Motor Show 2012; sia io che il mio atteso interlocutore infatti avevamo lo stesso reciproco obbiettivo vitale: conoscerci, ipotizzare un business comune, e farci conoscere da chi contava. E la dimensione del Motor Show era ideale per cercare, creare, promuovere progetti. Era l’ultimo baluardo, all’epoca, di un’Italia dell’Automobile e dei motori che cercava di resistere allo tsunami che gli cominciava a cadere addosso. E che, ahimè, aveva iniziato a travolgere anche il sottoscritto.

Purtroppo gli impegni di un improvviso colloquio avevano inceppato il diario del mio atteso interlocutore, il quale – impossibilitato ad arrivare a Bologna prima di due ore – mi chiedeva di poter io raggiungere via treno Imola. Poco male, un regionale sarebbe partito per quella meta nel giro di un quarto d’ora, ed entro 40 minuti avrebbe dunque avuto inizio il mio curioso programma di viaggio.

Arrivato al parcheggio sul retro della Stazione ferroviaria di Imola, da poco lontano il lampeggio dei fari anteriori di una Fiat 500 scura e nuova di zecca fu il segnale convenuto: arrivata silenziosa e morbida accanto a me, da quella piccola e curiosa auto era sceso un signore anziano ma brillante, piccolo ma simpatico e coinvolgente come ogni romagnolo che si rispetti, vestito in curioso contrasto tra classicità e pratica sportività: completo grigio, cravatta sotto un giaccone impermeabile sportivo e per chicca finale un classico cappello a falde. 

Ecco dunque come avvenne il primo contatto tra me e Gaetano Di Gioia, il Titolare della Factory che aveva tecnologicamente stravolto quella Fiat 500 rendendola 100% elettrica: era la Micro Vett, una storia di provincia, ma di quelle storie di provincia automobilistica che hanno fatto grande l’Italia. 

1986, Ravenna: nasce la “Micro-Vett”

1986, Romagna: Ducati debutta in pompa magna nella sua Joint Venture con Cagiva e presenta la “Paso”; la Ferrari conta la pioggia di prenotazioni della “Testarossa” e finalmente anche Maserati sembra avviata sulla ritrovata via della gloria e presenta “228” e Quattroporte Royale, la sua Rolls Royce Made in Modena.

Lamborghini sta uscendo dalla crisi epocale in cui era caduta a fine anni Settanta e punta alla alleanza con la Chrysler di Lee Iacocca; Alejandro De Tomaso, proprietario proprio anche della Maserati, è leggermente sottotono con le Supercar a suo nome ma, in fondo, è già nell’albo d’Oro della storia con le sue “Pantera”, e “Longchamp”. L’Italia è sul tetto del mondo anche e soprattutto per le vicende motoristiche di questo fazzoletto di territorio nazionale.

Vi sto praticamente sciorinando il Santo Rosario della Motor Valley, che poco più vicino all’Adriatico conta anche la gloriosa Bimota di Rimini. 

Sempre poco distante a Lugo di Ravenna si odono ancora gli echi di una parentesi motoristica leggendaria: qui negli anni Settanta una famiglia specializzata nelle macchine dedicate ai contadini (un poco come la Laverda veneta) che popolano le campagne floridissime della regione fonda la “Diemme Lugo”. Si, esatto: proprio a Lugo dove si narra che Enzo Ferrari avrebbe ricevuto dalla Contessa Paolina Baracca, mamma dell’asso dei cieli Francesco, il Cavallino Rampante.

In quello stesso anno e periodo in cui il comune denominatore delle due e quattro ruote di eccellenza è un bel motore endotermico capace di mettere insieme i dettami della migliore ingegneria con quelli dell’arte scultorea, arriva un gruppetto di Imprenditori coraggiosi a lanciare una sorta di guanto di sfida eretica poiché quasi impossibile, dato il periodo e visto il trend culturale e tecnologico che muove il mercato auto globale ed europeo. Nasce “Micro-Vett”.

La Conferenza di Rio e quella di Tokyo sull’Ambiente sono davvero ancora lontane all’orizzonte in quel 1986, ed al limite l’allarme ambientale si sarebbe materializzato con l’incidente di Chernobyl, cioè con il nucleare; mentre la minaccia carbonica è molto lontana e l’edonismo imperante nella società e nei consumi proietta un must ineludibile: potenza, velocità e status si fondono nel mondo Auto dentro modelli improntati alla estremizzazione della tecnologia meccanica e della potenza. 

 

Il Vangelo dell’epoca declina il Turbo, il Bi-turbo, le quattro o cinque valvole per cilindro, l’iniezione elettronica, le quattro ruote motrici e i materiali speciali. Si, certo: la crisi energetica “secondo atto” del 1979, e le prime vittime conclamate dell’inquinamento urbano; ma a metà anni Ottanta il must era apparire, non evangelizzare sani principi. E se proprio si vuole parlare di ecologia nella mobilità in auto ecco che i due temi più gettonati sono il Bioetanolo in Sudamerica e l’Idrogeno in Nord Europa. 

Eppure sempre Ravenna nel 1986 è anche la sede simbolo in cui un certo Raul Gardini, uno dei quattro uomini più potenti nella cronaca economico finanziaria d’Italia (“l’Avvocato” Gianni Agnelli, “l’Ingegnere” Carlo De Benedetti”, Enrico Cuccia “il Banchiere” e lui, Gardini, “il Contadino”) che un Sabato di Ottobre – il 5 Ottobre del 1985 – dopo aver ufficialmente battezzato l’industria dell’etanolo ricavato dallo zucchero per l’alimentazione alternativa delle auto, mise Ravenna al centro della visione strategica e rivoluzionaria dell’agroindustria europea a fianco della chimica industriale e delle politiche energetiche.

In quel contesto Voltana di Lugo è una frazione di 3000 anime in provincia di Ravenna, ma dentro questo micromondo sta per nascere un piccolo miracolo. 

Sergio Giacomoni, Lauro Galli, Massimiliano Morelli, Massimo Lippi, Sergio Galli si inventano e realizzano una linea di produzione di “microcar” a due posti, quattro ruote e motore a due tempi da 125 e 250 cc. Chassis in acciaio fatto in casa, pannelli in fiberglass per la carrozzeria stampati nei dintorni del distretto romagnolo e pezzi meccanici ricavati dalla gamma delle piccole Fiat ed Innocenti.

Peccato che in Italia, all’epoca, le auto per non patentanti (all’epoca esentate dalle pesanti procedure di omologazione per le autovetture) potessero avere solo tre ruote. Dunque l’unico mercato europeo per questa macchinina è in Germania, dove però fin dal 1981 potevi trovare le pioniere elettriche di Volkswagen (le Golf I City Stromer) parcheggiate in batteria a ricaricarsi con il cavo attaccato alle stazioni elettriche segnalate dal cartello “P- Nur Fur Elektro-Fahrzeuge”: ed ai nostri amici di Voltana viene l’idea di commercializzare una versione elettrificata da motore asincrono una piccola serie di queste microcar ribattezzate “Lady”.

 

Ecco che quel gruppetto di imprenditori a Ravenna sembra lanciare una sfida quasi eretica decidendo di investire sulla mobilità elettrica, fino a quel momento denominata da tre diversi microcosmi tra loro intangibili: da un lato la mobilità elettrica dei mezzi da logistica specializzata o da micromobilità; poi in mezzo c’è la dimensione degli artigiani che con argani estirpati nelle cabine degli ascensori o motori strappati dai muletti di movimentazione merci realizzano in modo disparato e polverizzato prototipi di auto elettriche assemblando e trasformando vecchie Fiat 500 o 126 cui viene tolto il motore convenzionale e piazzata una platea di batterie al piombo in parallelo al posto del sedile posteriore; ed infine su tutto risuona ancora l’eco delle fallimentari avventure statunitensi con pochi prototipi realizzati da Costruttori di rango che però si arenano poco dopo nell’oblio dell’insuccesso palese. 

 

Il problema di fondo? Il tempo e l’inadeguatezza tecnologica infrastrutturale: in quella metà degli anni Ottanta tutti sono buoni e capaci di costruire un prototipo intorno ad un motore rotativo ad avvolgimento piuttosto che endotermico, ed in effetti diversi Centri Stile e Dipartimenti di Ricerca Avanzata propongono periodicamente anche in quell’epoca concept elettrici. 

Il problema è renderli funzionali per più di un giro dimostrativo intorno al palazzo, al fine di poterli mettere in commercio. La tecnologia attuale in termini di batterie è per metà impossibile e per l’altra metà inarrivabile dal punto di vista dei costi, e sotto l’aspetto della ricarica la situazione è ancora più penosa.

Dunque, a fianco dei semplici “sognatori” che presentano conceptstatici ci sono 1986, Ravenna: nasce la “Micro-Vett”L allora i cosiddetti “assembler”, tipica figura artigianale composta da chi si è nel tempo specializzato nel “ristrutturare” auto e mezzi commerciali espiantando il motore endotermico ed il serbatoio per lasciare spazio a motori ad avvolgimento elettrici, qualche “firewall” di relais e condensatori ed una nutrita batteria di classici accumulatori ad acido e piombo. Categoria professionale infinita che va dai meccanici dilettanti alle organizzazioni più o meno capaci che un po’ dappertutto nel mondo offrono le proprie realizzazioni a privati ed Imprese. 

L’evoluzione di Micro-Vett sulla mobilità elettrica

Ecco, Micro Vett afferiva alle organizzazioni decisamente molto capaci, di quelle che arrivate ad un traguardo e superato ogni gradino si prefiggevano di continuare a salire continuamente seguendo un percorso segnato da cinque binari sempre paralleli ed affiancati: 

-Il dialogo costante con le maggiori realtà imprenditoriali internazionali di progettazione, trasformazione, manutenzione di architetture elettriche per la mobilità e fa poca differenza per Micro Vett dove si trovino: Francia , Germania, Irlanda, Spagna, Nord Europa, persino Giappone e Stati Uniti sono i nuovi punti cardinali di un emisfero di competenze e skills condivisi tra medie Imprese e Suppliers di una tecnologia nascente basata sull’elettrico. E poco importa che il settore di mercato delle diverse imprese di tale pool siano operative nella logistica, nella nautica, nella cantieristica, nell’automotive specifico o nella chimica industriale. Tutto serve ad accrescere le competenze nel cammino industriale di MicroVett;

-Il contatto con le Università per la Ricerca e Sviluppo delle diverse soluzioni adottate;

– L’ascolto delle diverse realtà territoriali legate alla diffusione della cultura ambientale, del recupero, della salvaguardia e della questione energetica;

-L’accreditamento presso Istituzioni, Governi Locali ed Enti amministrativi che, nel tempo, sono diventati il Core Business di Micro-Vett;

-L’interazione con i principali OEM per la condivisione delle piattaforme tecnologiche e la condivisione delle attività di manutenzione e garanzia dei mezzi su strada.

 

Ovviamente, come capitato per migliaia di PMI italiane, passaggi proprietari e piccole o grandi crisi non mancano in corso d’opera: nel 1989 a rilevare la Società originaria è la Cooperativa di Imola “Coop.Car a r.l.” di Via Emilia 25: ecco che la “seconda” Micro-Vett diventa in Europa anche la seconda Impresa europea per fondazione dedicata esclusivamente e nativamente alla mobilità elettrica, continuando a produrre la linea della piccola “Lady”.

Ma nel 1991 la “Coop. Car a r.l.” dichiara fallimento e viene rilevata insieme alla Micro-Vett proprio da una nuova compagine di investitori guidata proprio da Gaetano Di Gioia. 

Micro-Vett riparte da Gaetano di Gioia: arriva il Bedford Rascal elettrico

Il periodo d’oro di Micro-Vett è senza dubbio dal 1991 fino ai primi anni del nuovo millennio, ma parliamo di un quindicennio in cui l’azienda di Imola rimane fuori dalla notorietà pubblica e mediatica: quando diventa di dominio pubblico, nel senso di poter iniziare a disporre di notorietà ed informazione pubblica da parte dell’Editoria generalista e non solo dello specifico settore, ci troviamo ormai a ridosso della crisi dei Mutui subprime del 2008: l’enfasi data alla nuova filosofia di ecomobilità, le tensioni sul prezzo del petrolio e soprattutto l’effetto Tesla avevano però a quel punto trascinato questo Marchio (che nel frattempo si era spostato nella sede di Via Gambellara 34 ad Imola, attualmente sede della C-Led) in una sorta di calderone mediatico dove, in quel momento, l’attrattività del tema “elettrico” aveva spinto alla ribalta un esercito di marchi sconosciuti che cercavano di sfruttare l’onda di pubblico favore verso le tematiche della mobilità “pulita”. 

 

In questo senso, poiché fu proprio in questo frangente che presi conoscenza per la prima volta di Micro-Vett, direi che uno dei suoi errori più marchiani in tema di strategia comunicativa fu di rimanere legata ad una immagine “settoriale” e limitata al settore istituzionale (fornitura ad Enti ed Organizzazioni pubbliche) senza costruire una positiva immagine commerciale verso il pubblico “retail”. 

Micro-Vett riparte da Gaetano di Gioia: arriva il Bedford Rascal elettrico

Il che, non potendo Micro-Vett affrontare personalmente l’impegnativo tema dell’aftersales, si sarebbe dovuto avviare in sorta di “simil-Tesla”: assumere cioè un incarico di prestigioso “supplier” di un OEM affermato al fine di fornirgli supporto e Know How potendo, contemporaneamente, costruire una reputazione pubblica sempre più onorevole e comprensibile al grande pubblico; ed infine magari avviare un programma commerciale basato su auto in piccola serie molto speciali. 

Certo, dirlo a distanza di 30 anni pare facile, ma all’epoca evidentemente non lo era; e sia chiaro che questo percorso non poteva evidentemente accadere in un ipotetico rapporto con “mamma” Fiat, almeno dalla seconda metà degli anni Novanta fino alla prima decade del nuovo Millennio: la cultura aziendale di Mirafiori avrebbe comunque reso ogni possibile opzione in questo senso letteralmente impercorribile, e la presa di posizione diretta di Sergio Marchionne sull’elettrico anni dopo avrebbe definitivamente chiarito come Mirafiori la pensava anche precedentemente.

 

Se a questo aggiungiamo la tendenza culturale di MicroVett di evitare ogni eventuale vincolo o laccio concettuale e sperimentale, il quadro è completo: MicroVett avrebbe – fin quando possibile – percorso le tappe della sua crescita come un battitore libero;secondo errore, in Italia specialmente, ma queste sono le mie personali rimembranze ed opinioni.

Nessuna storia nazionale ha mai perdonato, a lungo termine, la ricerca dell’indipendenza nel rispetto delle dimensioni industriali “light”.

In ogni caso quella che nei Registri Pubblici europei rimane nella storia come la seconda Azienda nata nel Dopoguerra nel Vecchio Continente (come Organizzazione dedicata esclusivamente e nativamente per la mobilità elettrica) ha costruito un pedigree di tutto rispetto sia in Italia che fuori dai confini nazionali con i suoi veicoli trasformati: Piaggio Porters, Fiat Fiorino/Qubo/Doblò/Ducato e “500”, Iveco ed altri modelli sono passati sotto la cura ricostituente della Factory di Imola con un risultato “tondo” di quasi 6000 pezzi marchiati MicroVettcircolanti in Europa durante il suo primo (ed irripetibile) quarto di secolo di vita. Tutto questo in un concetto di circolarità perfetta: nessun nuovo prodotto in catena di montaggio, solo il “recupero” e la trasformazione di qualcosa di già prodotto e dunque salvato dalla obsolescenza. 

Quello dei “trasformatori” di vetture endotermiche in elettriche diventa in Cina, dalla fine degli anni Novanta fino a pochi anni fa, il Business introduttivo al predominio elettrico degli attuali “NEV”; e Micro-Vett è contemporaneamente apripista al settore di mercato dei “Kit Retrofit” ammessi in diversi Paesi europei ed istituiti in Italia con il Decreto del Ministero dell’Ambiente del 2015.

 

Preziosa anche la collaborazione con grandi Case (FIAT, Piaggio, Iveco) e con istituti di ricerca al fine di proporre veicoli di elevata tecnologia con la qualità della grande serie unita all’assoluta affidabilità tecnica.

 

I “gagliardetti” sul petto di Micro-Vett

Importanti anche i diversi “Goal” conseguiti dalla MicroVett nel campo dell’innovazione e della qualificazione di prodotti e processi aziendali: 

Nel 1991 MicroVett inizia la sua avventura nel campo dei minivan, che rappresentano per l’occhio lungo dei ragazzi “imolesi” un prospect interessante per il commercio urbano nel tempo in cui in Italia era iniziata la rivoluzione della mobilità nei Centri Storici e nelle aree metropolitane: le prime esperienze partono con un piccolo “Best seller” arrivato nel mercato nazionale, il Bedford “Rascal”, 329 cm di lunghezza per un piccolo Van elettrificato con un motore trifase da 14 Kw di picco e 60 Km/h di velocità massima. Nel 1992 Micro-Vett si iscrive all’ANFIA, e poi arriva il “Piaggio Porter” (1994) nato da una Joint Venture con Daihatsu (già partner di Innocenti) che sulla stessa piattaforma commercializza il suo “Hijet”; e così sull’onda della presentazione della versione elettrificata del minivan Daihatsu nel 1995, Micro Vett assembla a sua volta una versione elettrificata del Porter.

 

Nel 2003 Micro Vett inizia a progettare e richiedere i relativi brevetti per la implementazione “Bimodale” del Daily Iveco, che viene presentato in prima assoluta nel Gennaio 2005 a Ravenna: doppio motore elettrico e diesel per affrontare le lunghe percorrenze e la circolazione urbana con un basso impatto ambientale.

 

Il veicolo ibrido viene presentato presso la Piattaforma Logistica “CONS.A.R. Servizi Logistici” di Ravenna, perché un altro “skill” di Micro-Vett è quello della compartecipazione progettuale su piattaforme logistiche territoriali ad emissioni Zero: il comune di Vicenza o il C.E.D.M. (Centro Ecologico Distribuzione Merci), la città di Lucca, e persino la Municipalità di Reggio Emilia che grazie a MicroVett ha potuto primeggiare nell’ambito della mobilità ecologica.

 

Il 2005 è anche l’anno dell’arrivo delle batterie al litio (provenienti dalla Cina) che Micro Vett è tra le prime Imprese europee ad installare sulle auto, come ad esempio il Doblò elettrificato cui seguono Fiorino, Qubo e Ducato Z.E. L’assistenza di questi mezzi è condivisa tra le maestranze specializzate di Micro-Vett in sinergia con la Rete di Assistenza ufficiale Fiat e Piaggio (ad esempio a Roma l’assistenza agli Iveco ed agli LCV Fiat trova come base operativa la “Romana Diesel”) e per non farsi mancare nulla, nel repertorio di Micro-Vett c’è persino un Minibus, l’Albatros da 26 posti della “Tram Servizi” di Rimini.

 

2007, fine della collaborazione con Piaggio sul “Porter”

Nel frattempo nel 2007 Piaggio battezza la sua linea proprietaria di Porter 100% elettrici, e chiudendo il rapporto con Micro-Vetttaglia uno dei canali di Cashflow forse più vitale per il Marchio di Imola; che cercando inutilmente sul mercato europeo alternative endotermiche da trasformare si rivolge ad una JV con la cinese VEM per la elettrificazione del minivan “People” che purtroppo non registra la stessa performances commerciale del furgoncino di Pontedera.

 

Micro-Vett: tanti riconoscimenti, e tante sfide vinte

Micro-Vett diventa inoltre la prima Impresa al mondo a dotare i suoi Veicoli Commerciali del protocollo CHAdeMO (che vuol dire anche tempi di ricarica notevolmente ridotti): CHAdeMO nasce ufficialmente nel 2010 in Giappone, grazie all’iniziativa della Tokyo Electric Power Company (TEPCO) e di cinque importanti case automobilistiche giapponesi (Toyota, Nissan, Mitsubishi, Fuji Heavy Industries – Subaru).

 

Nel 2011 Micro Vett realizza la trazione del primo Camper Ibrido al mondo, quello della Hymer: asse anteriore a trazione endotermica diesel e asse posteriore a trazione elettrica e poco prima vince il premio “Best Practices 2010” di Frost & Sullivan (Società globale di consulenza per lo sviluppo economico d’impresa) sul tema European Electric Vehicles Product Line Strategy Award sulla base della qualità dei prodotti e sulla soddisfazione del cliente finale.

 

Purtroppo questo calendario ci avvicina alla fine del 2013, e torniamo per un attimo a “quel” mio 4 Dicembre 2012: faccio la conoscenza con una creatura davvero iconica anche in casa Micro-Vett, la “500” elettrificata in due versioni; potremmo dire una versione “Standard” ed una “Supercharged”, anche se la versione forse rimasta alla storia è stata la “500 Castagna” elettrificata dall’Azienda di Imola per conto di un contractor incaricato nientemeno che dall’ex leader libico Gheddafi. Con la “Supercharged” MicroVett vince per due volte il Titolo del Campionato FIA Energie Alternative.

 

Ad Imola ho provato quel giorno uno dei pochissimi pezzi allestiti e completi di 500e “Supercharged”, una piccola bomba davvero spinta e performante persino per i criteri di oggi, con la “solita” criticità dell’autonomia, ovviamente.

 

Quel giorno, tuttavia, evidentemente un Dio minore dell’Automotive doveva avercela con Di Gioia: su una bretella autostradale di raccordo tra Imola e Bologna la “500” muore improvvisamente ed a nulla servono le decine di minuti di spinta che il sottoscritto, sotto un acquazzone a pochissimi gradi sopra lo “zero”, decide di fornire (per puro spirito di cortesia ospitale) in corsia di emergenza, dopo che neppure l’arrivo di un meccanico chiamato dal patron Di Gioia via cellulare era riuscito a risolvere qualcosa. Fu quella l’occasione nella quale mi resi conto per la prima volta di quanto pesano le risorse di carica e l’apparato elettrico su un’auto nativamente endotermica…….

 

Ci avrebbe atteso, dopo la rampa di uscita dal percorso autostradale, un carro attrezzi amico che avrebbe semplicemente sostituito la batteria ausiliaria dentro al vano motore, la quale si era scaricata per la semplice disconnessione di un cablaggio……..Quella “500” (nata nel 2009 poco dopo una parallela esperienza della tedesca “Karabag”) sotto l’aspetto speculativo e del buon senso avrebbe potuto essere davvero il trampolino di lancio per un futuro di Micro-Vett non più come Costruttore – assemblatore in proprio, ma più ragionevolmente  come Partner tecnologico di un Brand terzo, fosse esso europeo, asiatico o – perché no? – persino indiano. 

 

Parliamo diffusamente di una piccola “chimera” come l’eventualità di operare a quattro mani con TATA per la piccola “Nano”. Sono dialoghi, pareri, forse persino sogni, ma segnalano anche la grande creatività e prospettiva tipica di Di Gioia.Purtroppo non ci sarà il tempo di concretizzare.

 

Dicembre 2012, l’alba della crisi di Micro-Vett

Parlammo diffusamente io e Di Gioia, quel giorno, sia durante la visita – davvero toccante al ricordo ancora oggi – dello Stabilimento di Via Gambellara 34; sia in una rustica e gradita pausa pranzo in un Bar Trattoria dove ho gustato una pasta fagioli e cotiche servita nel classico “coccio” mentre di fuori imperversava la pioggia. Un aspetto che mi ha avvicinato alla provincia romagnola, che nelle leggende nazionali dell’auto non è mai mancata. La provincia, l’amicizia della gente e la spinta popolare sono stati un ingrediente del successo di Micro-Vett ad Imola. E probabilmente poteva esserlo solo là.

 

Purtroppo, come anticipato ad inizio racconto, quella parte di incontro con Di Gioia nel quale avrei senza particolare soggezione proposto ogni mia disponibilità a supportare commercialmente l’Impresa nel Centro Italia, come inizio per poi auspicabilmente puntare più in alto fu destinato ad essere temporaneamente “ibernato”: Di Gioia mi aveva chiaramente e crudamente esposto a quella data le grane finanziarie ed i procedimenti pendenti al Tribunale di Bologna con la richiesta di concordato preventivo, e con i crediti rivendicati nei confronti della P.A., (non quantifica l’entità ma successivamente avrei letto in un Atto Ispettivo della Regione Emilia Romagna di un monte crediti di ottocentomila Euro); e tutto il resto di quello che in quel momento pesava sulle spalle di “Micro-Vett S.a.s. di Gdg srl” (perché nel frattempo “Micro – Vett S.p.A” era stata trasformata, il giorno 21 Maggio 2012 presso lo Studio Notarile Tassinari e Damascelli, in Società in Accomandita Semplice con adozione di un nuovo testo di patti sociali) nella mia opinione confermava l’impressione che il terzo errore fatale della strategia operativa di Micro-Vett eral’esposizione commerciale e la crisi di cassa esclusiva e schiacciante verso il committente predominante, cioè la P.A: che da un lato era un committente che lasciava libera la Micro-Vett di sviluppare e configurare le sue creazioni, ma dall’altro era uno storico pessimo pagatore. Purtroppo.

 

La Fiera di Bologna chiusa, il saluto, il commiato: cala il sipario su “Micro-Vett SpA”

Quei crediti dimostrabili da parte dell’Azienda di Imola verso la P.A. si infrangevano contro il muro invisibile del Patto di Stabilità interno voluto dalla legislazione italiana del periodo. 

 

I Comuni, per la propria continuità amministrativa, avevano però facoltà di bloccare i saldi verso i creditori, e questo fu il colpo finale che diede il via al decreto di fallimento ed alla serie di Aste in cui fini’ il Marchio ed i diritti di sfruttamento; i brevetti, e persino lo stock di mezzi rimasti nell’inventario giudiziale, comprese quelle piccole “500” elettrificate che secondo le diverse banditure vengono offerte a base d’Asta di circa 15.000,00 Euro, un valore proporzionale a quello di utilitarie endotermiche di serie dell’epoca. E con questo si chiude il sipario sulla “prima” Micro-Vett, per dare vita a vicende alterne che hanno avuto echi mediatici fino a pochi semestri fa. 

 

Ma di questo non voglio occuparmi, la mia recensione si vuole fermare – ritornandoci – alla sera di quel fatidico 4 Dicembre 2012: dopo una tarda mattina passata a declinare e condividere possibili strategie per il destino commerciale di Micro-Vett ed un intero pomeriggio passato nel calvario della panne elettrica alla “500 Supercharged” il sipario di quella giornata è alle 19 di sera, quando la risorta automobile ci porta all’ingresso ormai serrato della Fiera di Bologna dove il Motorshow inaugurale si è appena concluso e la grande area parcheggio è desolatamente vuota, spenta ed avvolta nel tramonto.

 

E’ una immagine che non dimenticherò mai e che fa da “sipario” a quella avventurosa giornata, quasi l’emblema di una vicenda e di come si sarebbe conclusa; a quel punto il saluto davanti – di nuovo – alla Stazione di Bologna avrebbe chiuso con un ottimistico “Arrivederci” una vicenda che purtroppo non avrebbe più offerto alcuna condizione per un nuovo incontro. 

 

A metà Febbraio del 2013, quando tutto intorno si festeggiavano le storie d’amore, quella tra Micro-Vett e la mobilità elettrica si chiudeva con un decreto di fallimento: il 18 Febbraio il Giudice deputato ritiene inesistenti le condizioni per un eventuale salvataggio dell’Azienda. Sembra incredibile ma è così. 

Per dovere di cronaca e per non far torto ad alcuno, credo che il Marchio Micro-Vett sia ancora vigente e di proprietà di una diversa realtà imprenditoriale del Nord Italia; e probabilmente in forma più discreta e poco pubblicizzata continui ad operare, ma devo ammettere che non ne so più nulla a differenza della Micro-Vett che ho conosciuto ed apprezzato, e che ho raccontato qui. La Micro-Vett che va dal 1992 al 2012. Venti anni esatti di record, sfide affrontate, e riconoscimenti.

 

Per diversi anni, ed oggi per rievocazione mnemonica, ripensai con affetto a quel 4 Dicembre 2012: in fondo quella parentesi avventurosa fu il teatro dove si confrontarono diversi e simmetrici sogni ed obbiettivi, dall’altro fu un momento per me di dimenticare del tutto i prodromi di una situazione difficile; ed un po’ mi divertiva pensare che per un intero pomeriggio io che mi ero proposto a Di Gioia come prospetto di “spinta” commerciale dell’azienda, mi ritrovai letteralmente a “spingere” una Micro-Vett. 

Non era proprio quel che speravo, ma valeva la pena aver vissuto quella strana avventura. Iniziata 40 anni fa, e forse mai davvero chiusa, come ogni leggenda di provincia.

 

Riccardo Bellumori

Nuova Audi RS5 2026: Dati Tecnici e Foto

La nuova Audi RS5 è pronta a scrivere una pagina di storia dell’auto moderna.

La produzione delle cinque porte sportive è stata avviata nello stabilimento di Neckarsulm (Germania) e i prezzi sono già noti. I primi acquirenti riceveranno le loro “E-Ress” ibride nell’estate del 2026.

Inizialmente la famiglia Audi A5 era composta da una liftback, una coupé e una cabriolet, ma le due porte sono state ritirate dal mercato e la gamma è stata ampliata con una station wagon, precedentemente venduta con l’indice A4. Le attuali cinque porte con motore a combustione interna sono state svelate a metà estate 2024, quando sono state presentate anche le versioni “potenziate” Audi S5 e S5 Avant, mentre nel marzo 2025 la famiglia è stata completata dalle versioni ibride plug-in della liftback e della station wagon. Ora è il turno delle versioni “cariche”.
La nuova Audi RS5 ha dimensioni superiori di circa 9 cm rispetto alla A5 standard, il suo profilo “muscoloso” è creato dai parafanghi allargati, mentre la parte anteriore ha un grande elemento che unisce visivamente la griglia del radiatore con la presa d’aria centrale e le due prese d’aria laterali. L’elemento centrale presenta un disegno a grandi celle e l’emblema RS rosso e nero, mentre quelli laterali hanno un motivo a maglia più fine.

La parte posteriore della liftback e della station wagon ha ricevuto un massiccio diffusore aerodinamico nella parte inferiore del paraurti posteriore con una coppia integrata di terminali ovali del sistema di scarico sportivo RS. Il “monofono” ha ricevuto un disegno luminoso pixelato diverso.

L’Audi RS5 Avant ha uno spoiler leggermente più aggressivo nella parte superiore del portellone, mentre la berlina ha uno spoiler più grande (rispetto all’attuale Audi S5) posizionato sul bordo posteriore.

IL MODELLO ESTREMO

La nuova Audi RS5 berlina e la station wagon “cariche” hanno ricevuto assali riprogettati, sospensioni sportive RS con innovativi ammortizzatori a doppia valvola, sterzo con impostazioni diverse e cerchi da 20 o 21 pollici, equipaggiati con pneumatici appositamente sviluppati per questo modello. I modelli sono inoltre dotati di potenti freni in acciaio (420 mm sull’asse anteriore e 400 mm su quello posteriore) o freni in carbonio-ceramica color bronzo (440 mm all’anteriore e 410 mm al posteriore), con la seconda opzione che consente di risparmiare 30 kg sulle auto sportive.

Gli interni sono disponibili in diverse varianti di finitura, completate da cuciture a contrasto nei colori Serpentine green (verde) e Brass (bronzo). L’abitacolo è dotato di un display touchscreen MMI da 14,5 pollici che, grazie alla funzione Audi driving experience, mostra un’analisi dettagliata dei percorsi effettuati e, in pista, consente di registrare i tempi di percorrenza dei vari tratti.

MOTORE E DATI TECNICI

Audi RS5 e RS5 Avant sono dotate di un sistema ibrido plug-in basato su un motore V6 biturbo da 510 CV con una cilindrata di 2,9 litri e una coppia massima di 600 Nm. Funziona in tandem con un motore elettrico da 177 CV (460 Nm), integrato in un cambio automatico a otto rapporti. La potenza complessiva del sistema PHEV è pari a 639 CV e 825 Nm.

Il sistema ibrido plug-in della “calda” cinque porte del marchio tedesco comprende anche una batteria di trazione con una capacità di 25,9 kWh (di cui 22 kWh disponibili per il consumatore), con un’autonomia di 84-87 km (secondo il ciclo WLTP).

Per accelerare da 0 a 100 km/h, il modello impiega 3,6 secondi, mentre la sua velocità massima è di 285 km/h (con il pacchetto opzionale Audi Sport). I modelli “carichi” sono dotati del nuovo sistema di trazione integrale quattro con regolazione dinamica della coppia. È in grado di ridistribuire la coppia tra le ruote posteriori in millisecondi.
La produzione delle cinque porte sportive è stata avviata nello stabilimento dell’azienda a Neckarsulm (Germania). I prezzi sul mercato interno sono già noti: per la nuova Audi RS5 liftback chiedono non meno di 106.200 euro, mentre il prezzo di partenza della station wagon RS 5 Avant è di 107.850 euro.

Le vendite in Europa inizieranno la prossima estate.

Aston Martin Lagonda: dichiarazione di indipendenza Made in UK

Chi ha avuto la pazienza e la cortesia di seguirmi lungo questi quattro anni di strana avventura cronistica su Autoprove.it ha sicuramente avuto un quadro tra i più completi dell’Automotive britannico nella metà degli anni Settanta: dalla figura mitologica e salvifica di Michael Edwardes chiamato a combattere la deriva impazzita e reazionaria delle lotte operaie e sindacali per salvare il carrozzone pubblico delle Case automobilistiche nazionalizzate, con la nascita di British Leyland dentro cui finirono addirittura 14 Marchi tra loro eterogenei e sventurati; per poi passare al racconto specifico e quanto più approfondito delle diverse realtà storiche e prestigiose che hanno costruito nel tempo la gloria e la leggenda dell’Union Jack a quattro ruote; l’unico valore motoristico tra l’altro che l’Isola di Sua Maestà poteva ancora vantare a metà anni Settanta, visto che la concorrenza giapponese ed italiana aveva praticamente già raso al suolo le icone britanniche a due ruote.

E così se cercate nell’indice di Autoprove.it troverete le recensioni per Rover (Clicca al Link QUI ), Triumph (Clicca al Link QUI ), Jaguar (Clicca al Link QUI), Talbot (Clicca al Link QUI ) Jensen (Clicca al Link QUI ), e per Rolls Royce Camargue;ed infine, per completare il quadro, abbiamo dedicato più di uno spazio al Marchio British più iconico ed alternativo che questa Nazione abbia mai potuto annoverare per la sua storia fatta di alti e bassi ma soprattutto di clamorosi (e costosi) colpi di testa: la AstonMartin. A Lei abbiamo infatti dedicato il Post commemorativo della Vantage Zagato (Clicca al Link QUI). Ma non poteva bastare, per chiudere in bellezza.

Sinceramente non avrei immaginato, all’inizio, di poter disporre dello spazio utile per raccontare in breve la storia dell’Automotive inglese degli anni Settanta: un po’ per amore, un po’ per il piacere di “restituire” qualcosa che spero Vi piacerà magari rileggere, tra qualche anno. 

Se Autoprove.it è stata la piattaforma più amichevole e disponibileper consentirmi di scrivere come e quanto ho ritenuto utile, devo ammettere anche che nella mia vita di storie ne avevo “macinate” davvero tante: molte di queste avrei voluto conoscerle di persona, ma non è stato possibile. 

Il minimo era renderle, da parte mia, note a tutti Voi. Ma se questo potrebbe apparirVi una specie di commiato da una parentesi irripetibile, il “cerchio” Made in England non poteva che chiudersi con il mio “non plus ultra”: l’auto più esagerata, psichedelica, elegante ma scioccante, rassicurante ed incredibile, stupenda ed inquietante del mondo. 

E cioè la mia preferita tra le quattro porte: “Lei” non ha eguali nella storia, e definirla un modello “di serie” è ovviamente un ossimoro; “Lei” è Aston Martin Lagonda. Nata sotto una pessima stella sia dentro casa sua che in Inghilterra, è forse la proposta a quattro ruote più coraggiosa che un Marchio Auto abbia pensato per affrontare il mare in tempesta e controcorrente. Ma come una divinità ultraterrena “Lei” ce l’ha fatta. Nel contesto dei numeri genericamente “piccoli” di produzione ha traghettato il Marchio fuori dalla palude.

Aston Lagonda, nata sotto pessime stelle, ha creato sopra di sé un nuovo cielo

Ed è senza esagerazione l’azzardo a quattro ruote più eclatante di tutto l’Automotive britannico, che già di suo non si faceva generalmente scrupolo di osare oltre ogni possibile immaginazione; eppure nessun “bettor” (scommettitore) incallito avrebbe puntato un penny su due possibilità: la prima, che Aston Martin potesse risorgere così presto dalla crisi di pochi mesi prima; 

e secondo, che potesse uscire dalla crisi con un colpo di mercato (e di scena) come Lagonda dopo la crisi precipitata tra Natale e Capodanno del 1974, quando operai ed impiegati – tornati al lavoro dopo una settimana di ferie natalizie – trovarono i cancelli del numero 60 di Tickford Street a Sunnyside (Newport Pagnell) chiusi e, azzeccati gli uni appiccicati agli altri dentro un angusto Cinema cittadino, seppero per la prima volta in vita loro che AstonMartin stava precipitando dentro il baratro del fallimento. David Brown, ceduto il suo giocattolo alla “Company Development Ltd.” di Solihull a Birmingham, non immaginava che neppure due anni dopo il suo arcigno Patron – William Willson – avrebbe avuto il sangue freddo ed il cinismo di cancellare una storia, una tradizione ed una identità popolare.

Ma un po’ come una provvidenziale “Befana” natalizia, il 6 Gennaio del 1975 un ricco e giovane magnate americano, Peter Spreague, aveva lasciato le più o meno comode speculazioni a Wall Street per rilevare quel patrimonio al prezzo di un milione di Dollari dell’epoca. 

Spreague evidentemente non si spaventò né del passivo che Aston Martin lamentava, né del disordine e della tensione operaia che cominciava a farsi largo negli Stabilimenti inglesi. Longbridge, il più complesso ed esteso tra questi, cominciava a diventare una polveriera e, senza il braccio forte ed i pugni sul tavolo di Michael Edwardes, leader sindacali facinorosi (e si vedrà in seguito, molto in malafede) come “Red Robbo” avrebbero preso il sopravvento. British Leyland nel frattempo era diventato il contenitore pubblico per ben 14 Marchi nazionalizzati, di cui almeno uno – Daimler Jaguar – abbastanza concorrente ad Aston Martin.

E per risolvere “all’americana” le turbolenze operaie e sindacali la Chrysler di Detroit, diventata proprietaria del Gruppo Rootes(Sumbeam, Hillman, Humber, Frazer, Talbot) aveva deciso di applicare regole da Far West nella roccaforte industriale di Talbota Linwood (Scozia): contro i facinorosi, squadre di Vigilantes e picchiatori americani giravano per i Capannoni e, inquadrati operai e sindacalisti più agitati mantenevano l’ordine con toni poco concilianti negli spogliatoi; per poi gestire gli ingressi notturni e le occupazioni con veri e propri raid con i volti coperti da passamontagna per randellare di sana pianta; ma il Governo Callaghan, all’epoca, chiuse tutti e due gli occhi sotto la minaccia di Chrysler di abbandonare tutto. 

Se leggete le storie di “Crazy-K” a Linwood capirete che non esagero. E dal 1975 anche il Governo, consapevole della follia delle nazionalizzazioni a pioggia, aveva esacerbato gli scontri con la nascita del “N.E.B. – National Enterprise Board” delegato da Downing Street a “liberarsi” delle Imprese meno strategiche per l’economia inglese: e per quelle mantenute c’era l’obbligo di sottostare agli ordini dei “Boiardi” dirigenti nominati dalla politica. 

Nel frattempo, due dei Marchi Auto rimasti a capitale privato, vivevano drammatici scossoni: Jensen, la mitica Casa della “Interceptor” era appena fallita; e Rolls Royce, cui lo Stato inglese aveva tolto la Divisione aeronautica nel 1971 per nazionalizzarla, era in una tale situazione di disordine interno da aver appaltato all’esterno sia il progetto formale di Stile (Pininfarina) sia la realizzazione delle carrozzerie (Mulliner Park Ward) per la sua ormai prossima “Camargue”. E probabilmente questa fu la sua salvezza.

La crisi energetica, spauracchio mondiale, non fa abbassare la testa ad Aston Martin

Pensate a Peter Spreague, da New York: la “Grande Mela” così tentacolare dovette sembrargli un Parco giochi rispetto al teatro di guerra che persino in una provincia inglese come Newport Pagnellsi stava manifestando. 

Disordini nelle fabbriche, contestazioni, benzina razionata e limiti di velocità inaspriti, persino qualche sperimentazione di settimana lavorativa “corta”. Ora, immaginate un kamikaze della Seconda Guerra che all’aumentare delle incognite e dei pericoli anziché tenersi alla larga dal teatro di battaglia ci puntasse contro ancora più imbufalito; ecco, la reazione della Aston Martin a tutto quanto sopra è stato un po’ la metafora del Kamikaze: cercare di uscire vincitori dallo scontro, adottando la tattica più azzardata, caricandosi del massimo rischio possibile con una possibilità remota di uscire interi dallo scontro. 

Ma con una certezza: vincere in questo modo avrebbe lasciato un segno indelebile nella storia. E così è stato, anche perché non è che nel resto del Regno Unito i Brand di prestigio fossero rimasti a guardare: nel 1975 Rolls Royce, Jaguar, Rover, Lotus avevano dato vita a modelli iconici e dirompenti. Occorreva esserlo ancora di più, per questione di rango, a Newport Pagnell.

Peter Spreague, il “Bulldozer” a stelle e strisce trascina l’orgoglio dell’Union Jack

Ma la Aston Martin aveva un asso nella manica in uno Yankee abituato alle regole del Football americano: testa bassa, spingere come muli e guadagnare terreno. 

Ma probabilmente neppure Spreague aveva fatto i conti con la genialità psichedelica e contemporaneamente essenziale di William Towns: se vogliamo scegliere la via semplice per spiegare il suo concetto, potremmo dire che per primo ha esaltato e raccordato la linea a cuneo – biglietto da visita di tanti Designer europei ed americani da inizio anni Settanta – su una quattro porte a tre volumi; se vogliamo fare i complicati possiamo dire che William Towns ha portato al grado più elevato di sublimazione la visione stilistica eccentrica e fuori da ogni regola di diversi Artigiani e Designer britannici ancora ancorati, per la modellazione delle carrozzerie, alla infinita duttilità della vetroresina. 

Peccato che però la “Lagonda” avesse una carrozzeria in pannelli di alluminio su un telaio a traliccio di tubi; anzi, ad essere precisi, il telaio della “Lagonda” era un due pezzi componibile: “sopra” un traliccio in tubi che ancorava ed ingabbiava trasmissione ed albero. 

 

Sotto, come pianale, una massiccia piastra di acciaio cui erano attaccati i perni delle sospensioni anteriori e posteriori. E si fa presto a dire “pannelli di alluminio”; per l’epoca la Aston Martin adottò un sistema rivoluzionario di sagomatura, che eliminava del tutto la magia ma anche la complicazione dei battilastra: si trattava del sistema brevettato “TI Superform” che permetteva di sagomare in mille forme l’alluminio in fogli –dopo averlo riscaldato e reso più duttile – usando o gas ad alta pressione o ambiente sotto vuoto.

La “cascata” di progetti si incanala verso la “Lagonda” 4 porte

Ma chi era James “Bill” Towns? Nasce nel 1936 e, per meglio dipingerlo quasi come un personaggio esoterico, nessuna traccia sul Web della esatta città di nascita: il che, dato il periodo, è davvero insolito. Nel 1954, a 18 anni, viene assunto come apprendista Designer alla Sumbeam (Gruppo Rootes). Poi nel 1966 passa alla Aston Martin, dove lascia il segno con “DBS” e “DBS V8”; nel 1975 rimane nel Gruppo manageriale ed a capo del Design di Newport Pagnell. 

In verità Peter Spreague nei diversi briefing con il management, e dunque anche con Towns, affida ai diversi Gruppi di lavoro due commesse specifiche per il rilancio che, evidentemente, lui stesso cerca di identificare con il mercato americano (visto anche che, proprio per adeguare nel 1974 i suoi “V8” alle norme anti-emissione, il Marchio aveva speso fior di sterline): inizialmente Spreague punta in alto e chiede una “Berlinetta” GT due posti con motore posteriore centrale da sparare contro Ferrari, Lanborghini, De Tomaso. In affiancamento la proposta iniziale per la “Lagonda” nasce da una serie di elaborati di stile che William Towns aveva cominciato ad abbozzare intorno al 1974. 

Ma quello che più radicalmente, rispetto a quei bozzetti, riesce ad uscire dal genio creativo di Towns è qualcosa che neppure il più visionario là dentro avrebbe immaginato: facendo confluire in un concetto il più possibile unitario e discriminante per entrambe le commesse di progetto, Sir William riesce a creare un minimo comune multiplo formale tra la “GT” a motore centrale e la proposta di Berlina 2/4 porte. Anzi, per meglio dire: disegna la “Bulldog” a partire dagli Upgrade di stile della sua vecchia intuizione mostrata a Peter Spreague poco prima.

Saranno le tagliole del budget e del tempo a far convergere tutto il Management verso lo “stop” al progetto di berlina a 2 porte (dove Aston Martin era rappresentata abbastanza bene) e verso il congelamento della GT a motore centrale, che nel 1979 uscirà come prototipo con il nome di “Bulldog”. Sta prendendo forma, in fondo, la prima berlina a 4 porte di Aston Martin del Dopoguerra.

Ed insieme, sta per nascere la Dichiarazione di Indipendenza Made in UK più spudorata della storia in tema di quattro ruote, accompagnata da una massima di un americano di rango, Henry Ford: l’aereo decolla meglio contro il vento, non a favore di questo”.

Lagonda: ispirata da nessuno, ispiratrice di alcune pietre miliari successive

Non è dato sapere come reagirono, a Crewe, sapendo del miracolo formale e volumetrico disegnato da William Towns con la “Lagonda”: quando Rolls Royce aveva messo in cantiere la “Camargue” dovette servirsi della Pininfarina e dello chassis monoscocca per poter ideare una Sedan 2-Doors capace di limare di sette centimetri l’altezza già ridottissima (per i canoni di un Marchio che fino a dieci anni prima costruiva Ammiraglie alte non meno di 1,80 metri) della Silver Shadow. 

Sapere che la Lagonda superava di solo 15 centimetri la piattissima “Lotus Esprit” diventando di fatto la 4-Doors di serie più bassa al mondo per l’epoca – pur avendo un telaio tubolare rivestito in pannelli e non uno schema a scocca portante – non deve aver fatto molto piacere ai Manager della RR. 

Lagonda in effetti vista di profilo appare come una freccia dai volumi e dalle “sproporzioni” magiche ed azzeccatissime: certo, se la si guarda “parcellizzando” i diversi scorci e particolari che compongono la vista di insieme è facile trovare troppo incombente il volume anteriore, o quasi ridicola la superficie lillipuziana delle porte posteriori rispetto al resto della carrozzeria; ma se c’è una cosa che può inorgoglire i supporters ed affezionati della Lagonda (come me) è la piacevole sensazione di ammirare un pezzo unico che non ha copiato nessuno e che, in alcuni casi esemplari e prestigiosi, fu invece molto di ispirazione. 

Sebbene io stesso, alla vista due anni fa del prototipo Lagonda 2-Doors (Codice DP 2034) ho per un attimo vacillato nelle mie solide convinzioni: vista così – con, pensate, i cerchi con disegno di stella a cinque punte – sembrava di profilo una Ferrari 400i di Leonardo Fioravanti alla quale erano stati incollati frontale e coda della Lagonda di Towns. 

Mi sono però rassicurato nell’apprendere che quella “One Off” era in realtà un muletto del 1987 (successiva alla uscita di Towns dal Newport Pagnell) utilizzato per testare meccanica e telaio della futura “Virage”. 

 

Non che sia un torto ispirarsi alla esperienza di altre matite nobili del Design, ma davvero Aston Martin Lagonda “deve” per forza aver tratto ispirazione da qualcosa di contemporaneo o precedente? Beh, eccomi qui a tagliare con il machete le Vostre malevoli obiezioni. La prima, e qui Vi attendevo: Ferrari “365 GT4 2+2” di Leonardo Fioravanti, 1972; lunga 481 cm, larga 180 cm, alta 131 cm, con un passo di 270 cm. 

Non basta aggiungere uno spazio per due passeggeri e due porte posteriori sulla Lagonda per derivare il “multiplo” di lunghezza di circa mezzo metro (con conseguente allungamento del passo di 22 centimetri) per fare forza sulle uniche misure che da Maranello a Newport Pagnell hanno deciso di rendere siamesi: “365 GT4 2+2” e Lagonda infatti coincidono in larghezza e soprattutto altezza. 

Ma non basta questo a decretare similitudini ma, al limite, solo affinità: il “cuneo” laterale di Lagonda viene volutamente accentuato dal profilo del discendente posteriore del tetto e dalla tensione al “sollevamento” delle linee del volume posteriore; ed è proprio su quel montante posteriore del tetto che si consuma la differenza genetica tra le due creature: infatti Fioravanti fa scendere il montante sottile e discreto come avviene su Lancia “Florida” e “Flaminia”; mentre Towns “violenta” e accentua come un “firewall” il suo montante posteriore discendente, per “spezzare” l’orizzonte, la visuale e consentire al terzo volume di coda di muoversi secondo una linea orizzontale “diversa” dal resto del corpo vettura, senza tuttavia rischiare discontinuità visive. Sono finezze, ma senza posare l’occhio in modo attento non te ne puoi rendere conto. 

Tolto ogni dubbio su “ispirazioni” tra Fioravanti e Towns, apriamo il capitolo delle eventuali “simmetrie” tra la Lagonda e la “Monteverdi 375/4 High Speed” del 1971 di Pietro Frua: le dimensioni “XXL” di entrambe sono decisamente affini; ma la creatura di Frua è pensata per regalare ai comodissimi passeggeri posteriori trasferte in Business Class, non professioni di fede rannicchiati e accaldati dietro ai sedili posteriori della Lagonda. 

E’ questione di filosofia e di appartenenza: spiace dirlo, ma “Monteverdi 375/4 HS” è l’espressione di una Limousine ribassata, non di quella conturbante astronave aliena a quattro ruote che è la “Lagonda”.

Eppure…Da vero innamorato di questa creatura di AstonMartin, mi sono fissato di trovarla una ispirazione per lei, perché non ci sarebbe stato nulla di male: ed ecco la “sfumatura” che qualifica e legittima una scoperta, per me, clamorosa!

 

La sfumatura è in una dichiarazione di William Mitchell – Head of Design all’epoca per tutta General Motors – pizzicato a mormorare, di fronte alla Lagonda alla sua presentazione in prima mondiale nel 1975 : “ Beh, noi in GM abbiamo provato a rendere Cadillac più tagliente, loro ci sono riusciti in modo ancora più estremo”; il richiamo era forse ad un prototipo cui probabilmente Lagonda aveva in qualche modo “soffiato” la primogenitura? 

Ed eccolo, secondo me, il probabile prototipo sconosciuto alla quasi totalità di Voi che leggete: è la Cadillac “La Scala” del 1973, opera di un altrettanto geniale Stan Wilen (papà della Oldsmobile Toronado e capo Design di Cadillac); una “4-Doors” piatta e oblunga con muso a quattro fari quadrati e piccolo copriradiatore classico e coda con fanale perimetrale continuo. 

E’ lei, se devo usare la pistola fumante della Roulette, la papabile ispirazione di Towns: alla “La Scala” non fu possibile adattare il celebre telaio “X-body” per trasferirla alla produzione di serie; indizio confermato dalla evidenza che sempre da Cadillac uscì per l’epoca l’unica berlina di serie – la Seville – con frontale a doppia coppia di tre fanali separati al centro dal piccolo copriradiatore cromato.

Se dunque sono riuscito, dal mio punto di vista, a scovare la probabile indiziata “musa” per la Lagonda, è invece certo che questa fu fonte di forte ispirazione per almeno tre conceptsuccessivi molto affini alla Lagonda: parlo della “Ferrari Pinin” del 1980, rimasta allo stadio di prototipo; ovviamente parlo della “Bitter CD Sedan 4-Doors” del 1982 (l’unica realmente prodotta in serie delle tre); ed infine pochi sanno del progetto “Lotus Eminence” che Colin Chapman, preso da una sorta di delirio competitivo trascendente, decise di mettere in cantiere proprio dopo aver visto la prima volta la Lagonda, chiamando guarda caso Paolo Martin per lo stile di una berlina 4 porte che anche in casa Lotus sarebbe stata la prima della storia; in ossequio alla natura da primattore di Sir Colin, la “sua” 4 porte avrebbe dovuto superare ancora più ossimori di quelli superati da William Townsper la Lagonda; infatti Chapman aveva imposto a Martin una altezza massima di 120 centimetri che di fatto avrebbero scalzato la Aston Martin dal primato mondiale per una 4 porte. 

Colin Chapman e l’attacco isterico

Si racconta che, allo Stand della Lagonda, Colin Chapman ebbe un attacco isterico verso il suo Ingegnere Capo Mike Kimberley non appena vide James Callaghan, il Primo Ministro, sedere emozionato e gratificato nell’abitacolo della nuova Aston Martin.

Ma, per esigenze industriali, la carrozzeria messa a vestire un semimonoscocca con pianale di alluminio e tubulari sarebbe stata di fiberglass (tecnica abituale ad Ethel). Credo che poteva scapparci un bel duello tra Lotus ed Aston Martin che – forse – avrebbe fatto da traino per altri azzardi: purtroppo la Lotus 4 porte fu archiviata con la morte di Chapman.

 

E quando parlo di “prima” pubblica della Lagonda mi riferisco alla presentazione nel 1975; sebbene tuttavia i pochi modelli prodotti e consegnati con la “prima serie” rappresentino una sorta di professione di autolesionismo per gli acquirenti: cristalli posteriori fissi (ed un tettuccio apribile per l’afflusso di aria ai posti dietro), e mille difetti di gioventu’. Dunque non è sbagliato datare come “anno Zero” per il lancio della Lagonda il 1976 con la “II Serie” presentata al “Bell Inn” di Aston Clinton ad Ottobre.

Lagonda: taglio con il passato, radici e gloria dal passato

Perché “Lagonda”? Ecco la risposta ad un doppio salto carpiato sul tema “passato”: da una parte il modello, per i   rilancio da un quasi fallimento – di cui tutto il mondo parlò per giorni e giorni – di due anni prima, avrebbe dovuto essere di netta rottura con quella drammatica situazione e cercare di veicolare una volontà di rilancio e ritorno al vertice. Ma dall’altro lato il nome “Lagonda” rievocava storie nobili dell’Automotive britannico: Lagonda era un Marchio automobilistico del 1906, prestigioso e vincente nelle competizioni, che dal 1948 entrò in Aston Martin. 

 

Peter Spreague, figlio del Marketing aggressivo e globale di WallStreet, aveva capito che con il cordoglio e lo stupore – ancora caldi nell’Opinione pubblica – per il rischio di fallimento per Aston Martin poteva giocarsi la mozione degli affetti. Tuttavia il target di potenziali Clienti non si sarebbe avvicinato al Marchio solo per effetto emotivo; per questo occorreva diffondere una immagine nuova, solida e tuttavia basata su nobili radici: quelle di una già leggendaria unione tra Stati Uniti ed Inghilterra. WilburGunn, l’americano fondatore della Lagonda, aveva iniziato a costruire motocicli nel giardino dietro la sua casa a Staines nel Surrey. Piano piano quella piccola attività cominciò a crescere, a vincere competizioni ed a proporre modelli di auto sempre più prestigiosi. E quella piccola azienda Wilbur la chiamò “Lagonda”, che nell’idioma delle antiche tribù indiane Shawano(i nativi delle terre in Ohio) significa Buck Creek, l’area boschiva a fianco del fiume.

Ma non proprio tutto dell’incontro imprenditoriale tra USA e Gran Bretagna fu virtuoso, almeno all’inizio: e, ovviamente, adesso parliamo del famigerato “cruscotto digitale” di Lagonda. Perché se è vero che il rapporto professionale di Peter Spreague con le interfacce digitali era ormai consolidato grazie alla prima e massiccia diffusione in America di elettronica e Computer, riuscire a tradurre in forma efficiente, affidabile ed industrialmente procedibile tutto questo nella tradizionale e bucolica campagna della provincia inglese non era del tutto scontato. 

Ed infatti è qui che nacquero i casini più seri. Il contrasto, dentro all’abitacolo della Lagonda, tra i pochi comandi manuali fatti in materiali e disegno degni della migliore manifattura; e la dotazione elettronica del cruscotto (pulsanti a sfioramento che funzionano a singhiozzo e monitor del cruscotto meritevoli di un esorcismo) divenne oggetto di veri e propri Case history per decenni. E fu un motivo determinante per causare la consegna dei primi modelli ordinati nel 1976 ben tre anni dopo…….Riepiloghiamo dall’inizio: nella seconda metà degli anni Settanta il fenomeno “digitale” sull’analogico non riguardava la connettività o le comunicazioni di massa, ma faceva molto figo commercialmente quando un produttore riusciva a trasformare e vendere una intefaccia “digitale” da una “analogica”: si andava dagli orologi “al quarzo” passando ai primi visori e proiettori (che rendevano testi a caratteri per Computer ed apparecchi professionali) per finire con i primi Videogiochi con grafica elementare ma all’epoca accattivante. 

E nella visione di Spreague Lagonda sarebbe dovuta essere la prima auto di serie al mondo con cruscotto digitale.

Il “Cruscotto” della Aston Lagonda: materia di studio per esorcisti?

Il problema fu che per rimediare ad un problema se ne creò più di un altro: in un viaggio negli USA favorito da Spreague per far visitare National Semiconductor alla ricerca di componenti o servizi elettronici per la ormai prossima Lagonda, lo Staff progettuale si innamorò delle pulsantiere a sfioramento e dei “visori” per la restituzione in digitale delle informazioni analogiche tipiche delle auto classiche. 

In Gran Bretagna (poiché comprare dagli USA merce già carissima avrebbe comportato un bagno di sangue a causa della svalutazione della Sterlina) fu reperita una Impresa – la “FotherbyWillis” di Leeds – che concluse un accordo per progettare, realizzare e collaudare un intero sistema digitale, meccanizzato e gestito con tasti a sfioramento, che avrebbe costituito il cruscotto della nuova Lagonda: per molti anni si è ironizzato, ma è venuto il momento di elencare cosa fu preteso in fase progettuale dalla Aston Martin per un’auto di mezzo secolo fa: 

​-Strumentazione elettronica con display grafici e digitali LED a stato solido in grado di funzionare entro un arco di temperatura tra -20° e +95°C; 

​-Circa 40 pulsanti a membrana e sfioramento per controllare ogni funzionalità dell’auto;

​-Restituzione delle informazioni in diverse metriche di misura: miglia/Kmh; Litri/galloni, etc;

​-Programmazione elettronica e memorizzazione per sedili con servomotori e computer;

​-Fu poi previsto, dal 1985, di adottare un sintetizzatorevocale elettronico in 5 lingue;

​-Disattivazione per i servizi non essenziali al Guidatore tranne Tachimetro, tempi, livello benzina.

E adesso, chi vuole, può tornare a ironizzare sul cruscotto “posseduto” della Lagonda, anche se ovviamente nessuno può negare che all’inizio questo sistema fu un supplizio per AstonMartin: prima di tutto la defezione di “Fotherby Willis” per un improvviso default di cassa ha spinto alla ricerca di un sostitutivo, trovato (per esigenze di budget, reperibilità delle materie prime e Know How) nel “Cranfield Institute of Technology”; ha impegnato direttamente la National Semiconductor di Peter Spreague a fornire apparati e sistemi; ed infine ha rallentato le consegne di quasi due anni e mezzo. 

Certo, voler essere a tutti i costi i pionieri della scheda a circuito stampato “IMP-16” di National Semiconductor (il primo microprocessore multi-chip a 16 bit) ed offrire il cruscotto pioniere di quel che decenni dopo sarebbe diventata la norma (avvisi computerizzati vocali, diagnosi, etc…) non poteva certo fare a dama con il lavoro di studenti laureandi: infatti, con la tradizionale schizofrenia campanilista ed empirica dei britannici di provincia, Aston Martin decise inizialmente di caricare il peso di scadenze, workflow industriali e garanzie di fruibilità di un intero sistema di cruscotto ad un gruppo di volenterosi laureandi in Ingegneria Elettronica al “Cranfield Institute of Technology”. 

 

Risultato? Un sistema di interfaccia a cristalli liquidi rossi fiammanti distribuiti su un cruscotto a palpebra unica rettangolare, ben visibile dal volante a razza unica. Che fosse una bella cosa da vedere, non c’è dubbio; che fosse affidabile e funzionale tuttavia era un altro paio di maniche, ed infatti Aston Martin dovette attendere un default di sistema che nel 1977 ritardò in modo clamoroso di ore la consegna della prima Lagonda, evento che sarebbe stato seguito e recensito dalla maggiore stampa di settore anglosassone; mentre nel 1978 nel pieno di un Salone una Lagonda esposta al pubblico sviluppò un principio di autocombustione dal cablaggio elettronico distribuito nell’abitacolo (80 chili di hardware stipato sotto al sedile posteriore con ben 300 coppie di cavi che da là si allungavano davanti dentro al cruscotto) davanti agli occhi dei visitatori ed alle penne dei cronisti. 

 

A quel punto Peter Spreague entrò di prepotenza esautorando i laureandi del Cranfield Institute of Technology e rivolgendosi alla “Javalina Corporation” in Texas, che in un mese e mezzo cambiò il sistema a cristalli liquidi con tre schermi a tubo catodico CRT espiantati dai caccia F-15 “Eagle”, garanzia di assoluta affidabilità, forniti dalla Clinton Electronics e gestiti dal rivoluzionario (per l’epoca) microprocessore Zilog Z80, piccolo vanto italiano (brevettato da Federico Faggin) e montato sul Game Boy di Zx Spectrum e Pac-Man; in più i fatidici pulsanti a sfioramento furono sostituiti da pulsanti a bilanciere. Peccato però per le temperature davvero militari che emanavano da quei minischermi. Dunque, alla terza serie già avanzata della “Lagonda” (ormai il buon Peter Spreague si era stufato ed aveva ceduto all’armatore greco) la Aston Martin sostituì tutto con schermi a Display fluorescenti sottovuoto. E, credetemi, anche solo per la pazienza e dedizione con cui i ragazzi di Newport Pagnell hanno perseverato con caparbiertà senza mandare tutto al diavolo adottando strumentazione analogica, questi si meritano il titolo di “Eroi”.

 

Ma alla fine la creatura a quattro ruote più folle, impertinente, psichedelica, presuntuosa del mondo diventò una pietra miliare nella storia nobile dell’Automobilismo, partendo da ben 80 ordini di altrettanto folli pretendenti al Bell In del 1976. Aston Martin Lagonda, la mia beniamina: Auguri

Riccardo Bellumori

Nuovo Mercedes VLE 2026: ultimo Teaser

Mercedes ha davanti a sé un anno importante in termini di novità. Il marchio di lusso ha confermato la presentazione di sette modelli nei prossimi tre mesi, quattro dei quali di importanza mondiale. Una stagione che si è aperta con la presentazione e il lancio immediato della rinnovata Classe S, che arriverà nelle concessionarie quasi alla fine della primavera, e alla quale tra poche settimane si aggiungerà uno di quei modelli completamente nuovi.

Si tratta dell’attesa Mercedes VLE, che continua a circolare sulle strade europee ricoperta da una camuffatura. L’azienda si rifiuta di rimuovere gli innumerevoli strati di vinile che ricoprono la carrozzeria, ma è possibile vedere questa nuova VLE completamente scoperta in questa anteprima, che non si discosterà molto dal modello di produzione che scopriremo completamente il prossimo 10 marzo alle 8:00 del mattino. La data la sapevamo già, mancava solo l’ora, che ora è stata ufficialmente confermata, insieme ad una serie di dettagli tecnici.

È stato lo stesso Ola Källenius, CEO di Mercedes, a comunicarlo con grande clamore nei pochi secondi di durata del breve video qui sopra, anche se non è stato poi così importante perché ha riservato il dettaglio chiave. Il grande capo di Mercedes ha confermato che la batteria agli ioni di litio di cui è dotata questa nuova VLE tra gli assi ha una capacità energetica di ben 115 kWh, risparmiando se si tratta di una capacità lorda o netta utilizzabile.

IL VAN DI LUSSO

Una cifra simile conferisce a questa nuova Mercedes VLE un’autonomia massima di circa 550 chilometri. Il marchio ha effettuato numerosi test su lunghe distanze, assicurando di aver percorso i 1.100 chilometri che separano Stoccarda da Roma con solo due soste di 15 minuti per ricaricare la batteria. Per alcuni, forse questi 500 chilometri non sono sufficienti date le dimensioni e il fatto che si tratti di una Mercedes, ma si tratta comunque di un aumento significativo rispetto ai 90 kWh dell’EQV e alla sua autonomia così limitata di 360 chilometri.

Mercedes ritiene che i 500 chilometri di autonomia siano più che adeguati, tenendo conto che dispone di un sistema di ricarica da 800 V e che, come già detto, ha effettuato due soste di 15 minuti. In questo lasso di tempo, non sarebbe sorprendente se potesse recuperare circa 250 chilometri, ma questo è uno dei dettagli tecnici che saranno svelati il giorno della presentazione.
Oltre a un design più moderno e sofisticato, Mercedes ha anche confermato che questo monovolume elettrico dispone di un sistema a quattro ruote sterzanti, che ruotano quelle posteriori con un angolo massimo di 7°, sia nella direzione di quelle anteriori che in quella opposta, facilitando le manovre e aumentando la stabilità alle alte velocità. Un monovolume che si guida come una berlina, anche grazie alla trazione integrale 4MATIC.

La casa tedesca continua a riservarsi un numero importante di caratteristiche, ma si può essere certi che questo nuovo VLE sarà dotato delle più avanzate tecnologie in materia di sicurezza e comfort, tra cui spicca un assistente di parcheggio autonomo che rende estremamente facile selezionare un posto auto, dovendo solo scegliere se entrarvi in avanti o in retromarcia. Mercedes sa che il nuovo VLE è un modello di grandi dimensioni, ma vuole che sia un’auto per l’uso quotidiano e non la seconda auto di una famiglia.