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Nuova Audi RS3 2025: Rendering berlina

Il prototipo della berlina sportiva Audi RS3 aggiornata ha recentemente aggiornato il record del Nürburgring, e nel frattempo vi abbiamo presentato come apparirà senza camuffature.

Il modello RS3 è apparso nella gamma della casa automobilistica tedesca nel 2011. Inizialmente era offerta esclusivamente come hatchback a 5 porte, ma la generazione successiva (a partire dal 2016) ha aggiunto una berlina. Oggi la terza generazione di RS3 è in linea di montaggio, con entrambe le varianti di carrozzeria in anteprima nell’estate del 2021. Ora Audi si sta preparando alla presentazione della versione restyling, tanto più che la normale A3 ha già ricevuto un aggiornamento nel marzo di quest’anno.

Dall’ultima nuova Audi RS3 avrà fari e luci con una nuova grafica, oltre al logo situato sul bordo superiore della griglia. Naturalmente, l’auto manterrà i passaruota notevolmente allargati e i condotti dell’aria nei parafanghi anteriori, mentre completamente nuovi saranno i paraurti. Il frontale presenta una cornice della griglia più ampia e a contrasto, mentre la griglia stessa ha una finitura originale con barre trasversali a forma di diamante. Il paraurti posteriore è interessante con un massiccio inserto nella parte inferiore, lungo i cui bordi si trovano i tradizionali grandi tubi di scarico ovali dei modelli RS di Audi. Al di sopra di questo inserto verrà probabilmente realizzato un elemento decorativo a cornice di colore argento. Inoltre, la berlina sportiva viene mostrata con nuovi dischi come nel prototipo: più precisamente, i dischi sono gli stessi dell’attuale RS3, ma i segmenti triangolari intorno al capezzolo sono dipinti in rosso.

LA NUOVA RS3

In un comunicato stampa dedicato al nuovo record del Nürburgring, Audi ha dichiarato che la RS3 berlina aggiornata non diventerà più potente. Sarà equipaggiata con lo stesso “turbo-quattro” benzina in linea EA855 evo con un volume di lavoro di 2,5 litri, e la sua potenza sarà di 400 CV e 500 Nm di coppia. Nel frattempo, il telaio riconfigurato ha permesso alla vettura di diventare più veloce, il che, unito alla trazione integrale, ha aiutato l’Audi a battere il record di una delle sue principali rivali, la BMW M2.
L’anteprima dell’Audi RS3 aggiornata si terrà il 20 agosto e la vettura sarà in vendita a ottobre.

All’inizio di questa primavera, la Casa tedesca ha presentato il nuovo crossover Q6 e-tron e la sua versione sportiva SQ6 e-tron.

Nuova Bugatti Turbillon 2025: anteprima

Dopo otto anni, 500 esemplari prodotti e un record (non ufficiale) di velocità di produzione, la Bugatti Chiron ha passato il testimone al suo successore, un’auto completamente diversa chiamata Bugatti Tourbillon. Chiamata così in onore di un meccanismo rotante per migliorare la precisione di un costoso orologio – a sua volta derivato dalla parola francese per “turbine” – questa macchina feroce è la prima a essere prodotta dopo la fusione di Molsheim con Rimac.

Rimac, ovviamente, è un costruttore di hypercar completamente elettriche, il che dovrebbe darvi un’idea del tipo di auto che è la Bugatti Tourbillon. Non si tratta di un veicolo elettrico, ma del primo ibrido plug-in di Bugatti, e questa volta l’azienda ha abbandonato il W16 altamente sovralimentato che ha caratterizzato le sue auto del passato.

Al suo posto – ancora scoperto da un ponte posteriore – c’è un nuovissimo V16 da 8,3 litri ad aspirazione naturale, sviluppato in collaborazione con Cosworth. Con un peso di soli 252 kg, riesce comunque a erogare 1.000 CV e 900 Nm, con un regime di rotazione stratosferico di 9.000 giri/min. Il motore è un’auto a combustione interna, che aziona le ruote posteriori attraverso un nuovo cambio a doppia frizione a otto rapporti e un differenziale elettronico a slittamento limitato.
Al motore a combustione interna si aggiungono tre motori elettrici, tra cui un motore elettrico da 340 CV/240 Nm inserito tra il V16 e il cambio. Un’altra coppia di motori da 340 CV alimenta le ruote anteriori, garantendo la trazione integrale, il torque vectoring sull’asse anteriore e una sorprendente potenza totale del sistema di 1.800 CV.

MOTORE E DATI TECNICI

I dati sulle prestazioni sono da capogiro: la Toubillon accelera da zero a 100 km/h in soli due secondi netti e supera i 200 km/h in meno di cinque secondi. Supera i 300 km/h in meno di dieci secondi e i 400 km/h in meno di 25 secondi.
Nonostante i numeri da capogiro, il Tourbillon non è una vera e propria macchina da velocità, per questo è limitato a 380 km/h nella maggior parte delle situazioni. Anche con lo Speed Key, che abbassa l’ala posteriore alle alte velocità per ridurre la resistenza aerodinamica, l’auto è in grado di raggiungere solo 445 km/h, ben al di sotto dei 490 km/h della Chiron Super Sport 300+. Sicuramente Bugatti tenterà di battere il record di velocità con un’edizione speciale in futuro.
I motori elettrici sono alimentati da una batteria da 25 kWh che garantisce un’autonomia completamente elettrica di 60 km. Nonostante il propulsore PHEV, Bugatti dichiara che il Tourbillon pesa meno della Chiron, anche se questo non vuol dire molto quando quest’ultima pesa quasi due tonnellate.
Per frenare le grandi velocità che può raggiungere, Bugatti Tourbillon è dotato di freni in carboceramica, di una funzione di aerofreno sull’alettone posteriore e di un sistema di frenata-by-wire collegato alla catena cinematica attraverso un controller non lineare integrato nel veicolo. I massicci dischi si nascondono dietro a splendidi cerchi in lega (20 pollici di diametro all’anteriore, 21 pollici al posteriore), avvolti da pneumatici Michelin Pilot Cup Sport 2 su misura da 285/35 R20 all’anteriore e 345/30 R21 al posteriore.
Nel frontale, la griglia a ferro di cavallo è stata allargata e le prese d’aria che la affiancano sono più grandi, in modo da convogliare l’aria non solo verso i radiatori ma anche attraverso il frontale e il cofano per aumentare la deportanza (non preoccupatevi, c’è ancora spazio per un ampio bagagliaio anteriore e per i bagagli). Sotto i sottili fari c’è un’altra presa d’aria che convoglia l’aria attraverso i parafanghi anteriori “volanti” e le prese d’aria laterali.
Passando alla fiancata, il design della Tourbillon è definito da curve voluttuose, in particolare i fianchi sopra le ruote posteriori. L’occhio viene attirato dal posteriore sporgente, che ospita i fanali posteriori a tutta larghezza con la scritta “Bugatti” illuminata e il massiccio diffusore che parte da dietro l’abitacolo, integrando i sottili terminali di scarico quadrupli.

GLI INTERNI

Entrando all’interno (attraverso le porte elettriche a diedro, che riprendono quelle della EB110) si trova il tipico design a doppio abitacolo Bugatti. Come di consueto, l’abitacolo è diviso da una linea centrale, questa volta impreziosita dal tergicristallo montato al centro nella parte anteriore e da una striscia di luci illuminate nella parte posteriore.

In questo caso, tuttavia, la complessità dei dettagli è stata portata a 11. Davanti al guidatore si trova l’elemento centrale che definisce l’etica del Tourbillon ispirata agli orologi: un quadro strumenti analogico scheletrato, disegnato e progettato da orologiai svizzeri. Costituiti da 600 pezzi in titanio e pietre preziose come zaffiro e rubino, i quadranti sono incredibilmente movimentati, con tachimetro e contagiri concentrici al centro dell’attenzione.
Il Tourbillon sta entrando nella fase di collaudo in vista delle consegne ai clienti nel 2026. Questa volta saranno prodotti solo 250 esemplari, al prezzo di 3,8 milioni di euro.

Nuovo Xpeng G9 2024: arriva in Germania

A più di un anno e mezzo dall’annuncio della sua commercializzazione in Norvegia, il paradiso terrestre delle auto elettriche in Europa, la Xpeng G9 sbarca anche in Germania in vista dei dazi che l’Unione Europea imporrà ai marchi cinesi tra poche settimane.

Un lancio speciale che si presenta carico di nuove funzionalità e con un’edizione speciale con un numero limitato di unità, costringendo gli interessati a darsi una mossa.

L’Xpeng G9 è un SUV dalle proporzioni generose per viaggiare in famiglia – cinque passeggeri – con tutti i comfort di un modello premium e non manca praticamente nessun dettaglio. Oltre a un design all’avanguardia, come è tipico dei modelli Xpeng, le due versioni disponibili di quest’auto elettrica presentano una tecnologia di prim’ordine.

L’azienda non lesina su nessuna delle dotazioni di serie, come dimostra il fatto che ha un solo optional rispetto alla lunga lista della stragrande maggioranza dei suoi rivali. Tra queste, il gancio di traino ripiegabile elettricamente che, sul mercato tedesco, costa poco più di 1.200 euro. L’edizione speciale di lancio dell’Xpeng G9 presenta i seguenti componenti:

IL SUV ELETTRICO

L’Xpeng G9 è offerto in due versioni, a trazione anteriore e integrale, e con due livelli di capacità della batteria agli ioni di litio: 78,2 kWh e 98 kWh. L’opzione più semplice prevede un singolo motore elettrico con una potenza massima di 313 CV, mentre l’opzione a due motori elettrici eroga fino a 551 CV.

L’autonomia massima è di 570 chilometri con una singola carica, ricaricabile in quindici minuti dal 20 all’80%, il che significa un’autonomia di 100 chilometri per ogni cinque minuti di connessione grazie al potente caricatore di bordo da 300 kW.

La Xpeng G9 viene fornita con una garanzia di sette anni o 160.000 km, ma non ci vorrà molto prima che non sia più sola, poiché Xpeng ha confermato il lancio della G9 Coupé in Germania, a partire dal prossimo agosto.

L’Europa troverà un vaccino contro l’Auto Elettrica di massa?

Non c’è pace dentro la trincea continua della guerra commerciale tra Occidente e Cina nel comparto Automotive.

Con la nuova “legislatura” che segue le elezioni di Giugno ’24 il primo tema all’Ordine del Giorno di Bruxelles è una questione che ad intervalli regolari occupa spazio anche negli USA: i “Dazi” sull’import nella UE di auto cinesi, provvedimento parallelo a quello in vigore negli USA e che trova il suo contraltare in dazi doganali applicati dalla Cina sull’import di auto straniere.

Il nuovo meccanismo ideato in Europa vede soglie di tassazione differente, per Marchio e/o per modello, proporzionali all’ammontare dei sussidi pubblici erogati da Pechino caso per caso ed emersi nelle inchieste avviate dalla Commissione lo scorso Autunno.

Le soglie sono supplementari, ricordiamo, a quella generale del 10% già in vigore sull’import di auto elettriche di provenienza estera generica.

Curioso il fatto che il dispositivo colpirà anche i modelli creati da Joint Ventures tra Marchi cinesi ed Europei, ma chiaro anche che gli esiti dell’inchiesta antidumping devono aver mostrato unaragionevolezza dei sospetti della UE in tema di sussidi lesivi della concorrenza, altrimenti in caso di condotta arbitraria della Commissione si rischierebbe una controversia estesa potenzialmente agli organismi dell’Organizzazione mondiale del Commercio.

Vero è anche che i dazi, per essere effettivi, dovranno essere ratificatida ogni Stato Membro entro il prossimo Autunno, ma l’unica forma di appello di Costruttori e Ministero cinese è la formula del ricorso con presentazione di controdeduzioni in dieci giorni.

E se i superDazi non colpiscono anche modelli annoverabili tra gli endotermici è perchè su questi il Governo cinese non ha dato adito a sospetti su atti di dumping: il che stoppa sul nascere le ridicole obiezioni di chi, nemico giurato del motore a scoppio, ha subito gridato a chissà quale complotto.

SuperDazi e incentivi pubblici “drogati”: e se la U.E. multasse se’stessa?

Tuttavia alla schiera dei commentatori sfugge una obiezione che un sensato uomo d’affari cinese potrebbe legittimamente porre al suo proprio Governo:

1) -​I Brand Europei sono presenti TUTTI sul mercato cinese attraverso Joint Ventures con Produttori locali;

– La Gamma proposta e progettata dai Brand europei entro queste Joint Ventures è quasi essenzialmente BEV (in minor parte Ibrida) in volumi e valore sulla Gamma locale che in Europa neppure ci sogniamo;

– I suddetti Brand europei, con Sede Legale nella U.E. solo per tale motivo hanno ricevuto sussidi e azioni proattive da parte dell’Unione in tema di ecomobilità elettrica, attraverso i Programmi Quadro o altro;

– Gli stessi Brand europei incrementano le proprie vendite di BEV entro i confini comunitari grazie agli ecoincentivi favoriti e consentiti dalle politiche nazionali e comunitarie, ricevendo dunque aiuti di Stato per poter vendere le proprie piattaforme;

– Tuttavia è facilmente dimostrabile che ogni Brand europeo presente in Cina partecipa o in proprio od in parte ad una Gamma BEV che – Tesla e pochi altri Marchi specialisti in tema a parte – è superiore di diverse quote percentuali rispetto alla attuale offerta di mercato entro i confini di mercato della UE: detto in estrema sintesi, la stessa UE indirettamente incentiva programmi basati sullo Z.E. di Costruttori europei che però sono concretizzati maggiormente al di fuori dei confini dell’Unione;

Ma se tra i modelli provenienti dalla Cina (gravati perciò dai superdazi in quanto prodotti da Costruttori cinesi) ve ne fossero alcuni originati da Joint Ventures con Brand europei (che per conseguenza di quanto sopra sono stati beneficiati da ecoincentivi pubblici destinati alla loro produzione BEV) si arriverebbe al paradosso per il quale l’Unione multerebbe modelli in quanto provenienti dalla Cina ma derivati da piattaforme che nel mercato continentale la stessa Unione potrebbe aver beneficiato di campagne di ecoincentivo…..Assurdo, no?

Ed allo stesso modo, se il Dumping lamentato verso il Governo cinese fosse operato verso modelli di JV con Brand europei, la stessa Commissione penalizzerebbe gli stessi Brand i cui modelli sono aiutati entro l’Unione…Ancora una volta assurdo, siete d’accordo?

Cioè, in sintesi, come si fa ad escludere che quei modelli che la Commissione sottopone a Dazio non derivino da piattaforme, tecnologie, sinergie e componenti oggetto, entro i confini dell’Unione, di aiuti pubblici?

Insomma, chi può escludere che la Commissione non stia sottoponendo a dazio anche sé stessa?

La questione del “soccorso finanziario” all’acquisto di auto BEV, Hybrid o comunque presunte ecologiche rischia, dopo questo provvedimento sanzionatorio della Commissione Europea, di diventare una grana politica che prima o poi andrà affrontata e risolta: è ancora questa la leva giusta per promuovere l’uso e l’acquisto di auto a basse emissioni dentro la UE? E’ ormai uno strumento superato? E soprattutto, i Dazi sono una soluzione riequilibrativa dei valori di mercato?

Ed infine: cosa è ormai lecito o non lecito ritenere o classificare come lesivo della concorrenza in tema di aiuti pubblici alla ecomobilità?

Tutti gli ecoincentivi statali sono giusti, qualcuno è più giusto degli altri (G. Orwell)?

Potrebbe sembrare una sciarada da Settimana enigmistica; tuttavia il problema “dazi” scopre il dente dolente (o ormai sul punto di cadere) su due questioni calde:

A) E’ arrivato il momento per il quale l’auto elettrica deve, per convinzione o per forza, cominciare a camminare con le sue gambe senza aspettarsi sempre la classica “paghetta” a fine mese in termini di ecoincentivi pubblici?;

B) E’ arrivato il momento di chiedersi “quale” auto elettrica sarà nozione comune in Europa: popolare o Premium? Proviamo a dare una risposta a tutto.

La questione dei Dazi punitivi contro l’effetto Dumping sulle elettriche cinesi (cui si è mostrata sfavorevole la CLEPA per effetto della ciclopica Supply Chain che lega la subfornitura Automotive europea ai confini commerciali cinesi; e che non piacciono ovviamente alla ACEA perché ormai una fetta considerevole dei fatturati e dei margini dei Costruttori europei deriva dalle Joint Ventures con partner cinesi) trasmette in modo molto sottile all’opinione pubblica europea una immagine di ulteriore pregiudizio verso un auspicio che piano piano si va a dissolvere del tutto nelle aspirazioni del consumatore potenziale: quello che possa concretizzarsi il profilo industriale e commerciale di una BEV popolare, di massa, dal costo accessibile a molti e soprattutto in linea con l’ideale di utilitaria europea che era in voga fino almeno ad un lustro fa.

La risposta del vicepresidente della Commissione Europea, ValdisDombrovskis, chiarisce in modo molto netto la situazione: nessuna penalizzazione del prodotto elettrico cinese, ma solo la sicurezza che le strategie di pricing non siano viziate dal Dumping. Traduzione: se le BEV cinesi Vi vengono offerte a quel prezzo, cari europei, è solo perché il loro prezzo è sostenuto da aiuti pubblici; ergo, toglietevi dalla testa che un’auto elettrica possa costare poco in un regime di mercato concorrenziale e libero: un concetto decisamente “salvifico” per cercare di rimettere sui binari un treno deragliato, quello della ecomobilità europea che gradino dopo gradino – a causa della discontinuità di strategie politiche e della eccessiva eterogeneità delle teste pensanti a Bruxelles – si è trasformata in una Torre di Babele lungo una gimkana durata 30 anni di Unione da Maastricht in poi; colpa di una Istituzione (la Commissione Europea) che non essendo un vero Governo Federale ma un Direttorio trasversale dei Paesi Membri ha peccato non solo in qualità ma anche in continuità ed equilibrio nelle scelte strategiche.

Non avrete altra BEV Low Cost all’infuori dei Ventimila

Ed ecco la prima domanda: quale auto elettrica si aspetta, o intende favorire l’Unione Europea nei suoi territori, ed a discapito di quale altra motorizzazione? Direi che la risposta è semplice: La BEV di fascia Premium.

Era il 1993 quando l’appena nata UE scelse di disegnare un proprio modello endogeno di Automotive continentale da contrapporre alla simbologia della nascente rivoluzione ibrido-elettrica del Giappone ed alla tradizione americana dei poderosi “Big Block” a benzina; una immagine europea che tra l’altro permettesse all’Auto comunitaria di poter accedere ai nuovi potenziali mercati della Cina e dell’ex URSS. Casualità, il modello comunitario più rappresentativo all’epoca fu quello della nuova Germania Unita, contrassegnata dai suoi Brand in esplosione e dal motore Diesel sul quale i tedeschi potevano giocare molte più carte rispetto ai precedenti promotori francesi ed italiani. Motore che, tuttavia, era storicamente una creatura nata e diffusa sulle auto solo grazie alle strategie europee: tuttavia, seppur appena nata, l’auto simbolo europea si fregiava delle stellette di Diesel e Premium per effetto traslato dalla produzione tedesca. 

 

In parole povere tutto quello che andava bene a Volkswagen-Audi, Daimler, BMW, Bosch, KKK e Continental andava bene a tutta Europa, ad inizio anni ’90. Quello che non si riusciva a digerire si poteva facilmente imporre per effetto del Marco forte e della forza economica dentro la UE della Germania Unita.

La simmetria semantica “Auto U.E./Brand tedeschi/motore Diesel” durò fino al Crack Lehman, cioe’ per buoni 15 anni. In quello tsunami finanziario la U.E. ci entrò con indosso l’abito dell’automotive tedesco duro e puro e durante il suo attraversamento cambiò casacca vestendosi di “Green”. Cosa era successo? O meglio, “quante” ne erano successe?

Il pericolo cinese contro l’Automotive europeo? Nulla, in confronto a quello che hanno combinato gli USA

Siamo spesso a parlare del “rischio cinese” sotto l’aspetto economico del possibile scontro tra un gigante industriale automobilistico (la Cina) contro una ex potenza ormai appannata (l’Europa): vero in senso assoluto, vista la disparità di forze a confronto; tuttavia non si è riflettuto spesso dell’azione – volontaria o emergenziale – che gli USA hanno più volte esercitato con effetti perniciosi contro il sistema industriale auto appartenente alla UE.

Del contrasto verso la concorrenza di importazione sappiamo tutto: gli USA sono una Nazione rispettosa della libera concorrenza solo e se questa avvantaggia i suoi Marchi industriali, ma la politica governativa è molto meno prosaica quando i trend di importazione auto dall’estero si sono fatti pericolosi. E così, tra inchieste federali, modifica delle norme antiemissioni e sempre nuovi obblighi di omologazione l’America ha blindato i suoi confini commerciali da sempre, sortendo tuttavia l’effetto contrario di demotivare i suoi stessi portabandiera industriali a non migliorare qualità ed immagine: e la quasi bancarotta delle “Big Three” di Detroit a causa della crisi subprime ne è la prova.

Ma dall’affaccio del nuovo millennio e dopo la nascita dell’Euro gli USA hanno decisamente affilato i coltelli e, surrettiziamente, dalle politiche di tassi FED alle strategie internazionali, agli accordi di libero scambio, gli Stati Uniti hanno lasciato sull’Automotive europeo segni decisamente più pesanti di quelli che, fino a diversi anni fa, poteva causarci la Cina (presso la quale, anzi, i Produttori europei ampliavano progressivamente la presenza industriale): di certo in ambito Automotive  gli Stati Uniti hanno inteso iniziare una battaglia a distanza con l’Europa prima ancora che con la Cina.

In primo luogo è il neopresidente Obama, nel 2008, a comincia ad esternare una filosofia “Fossil Free” determinata a ridurre dipendenza ed emissioni legate al consumo di petrolio, intestando agli USA un diritto predeterminato nel voler diventare la prima Nazione occidentale caratterizzata dalla eco-mobilità elettrica: Obama preannuncia l’obbiettivo (mancato) di immettere almeno un milione di nuove BEV sulle strade USA entro il 2015.

Con questa mossa Obama sembra voler promuovere, in pieno tsunami finanziario da Mutui Subprime, il miracolo di Tesla, quella scommessa transnazionale (genesi in California, Guru dalla Sudafricana Pretoria, sede legale in Olanda) che offre al mondo Auto occidentale una risorsa ed insieme un rischio: la risorsa è quella di poter cavalcare da subito la nuova e ancora molto nebulosa “rivoluzione elettrica”; dall’altro lato il rischio è quello di lasciare un vantaggio, sui dibattiti e sulle previsioni legate alla ecomobilità, a Giappone ed Asia mettendo sotto scacco l’immagine politica dell’Occidente ma anche il valore dei Brand europei soprattutto dopo una vera e propria “bomba” mediatica lanciata nel 2009 dal premier cinese Hu Jintao che candidava il suo Paese ad una crescita del mercato interno basata sull’auto “NEV” (New Ecologic Vehicle) cioè full electric.

Questo in una visione del settore Auto – che in Cina aveva visto decuplicare i volumi produttivi annui da quasi 2 milioni di pezzi prodotti nel 2000 ai circa 20 milioni del 2010 – basata sulla libertà di proprietà industriale della piattaforma di riferimento: chiaro che in una prospettiva “endotermica” dello sviluppo della motorizzazione di massa la dipendenza dell’industria cinese da diritti tecnologici occidentali sarebbe stata discriminante. 

Lo dimostra il numero impressionante di Brevetti raggiunti nel corso degli ultimi 10 anni dalla Cina sulla tecnologia Ibrida e 100% elettrica su cui ha ormai la leadership non solo produttiva ma anche intellettuale e progettuale. L’obbiettivo commerciale e sociale dei “N.E.V.” in un mercato da potenziali nuove centinaia di milioni di nuovi automobilisti in prospettiva futura ha alimentato in Europa la frenesia dei Brand di ritagliarsi un posto nel Club dei protagonisti di settore; ma, si badi bene, questo doveva accadere solo in Cina, India, Sudafrica.

Perché solo un ingenuo poteva ignorare l’interesse che i Brand europei riponevano sui 160 milioni di endotermiche circolanti in Europa, rinunciando di colpo a circa settanta Bilioni di Dollari all’anno di Aftermarket, dovendo convertire milioni di Centri di Autoriparazione classici e buttando nella spazzatura i magazzini di altrettanti milioni di Distributori Ricambi in UE.

 

Nulla si crea, tutto si trasforma anche nel mercato Auto: i Brand europei a caccia di immagine “Green”

Ed allo stesso modo era impensabile per i Brand europei, prima dell’aggravarsi dello tsunami Subprime, poter ridisegnare il proprio profilo di Brand cancellando decenni di presenza commerciale endotermica; questo, loro malgrado, nonostante fosse necessario qualche escamotage per poter opporre una reale concorrenza al fenomeno Testa: ad esempio riesumare ed affiancare Marchi e nomi di un recente o meno passato glorioso, oppure avviare e promuovere sinergie e JV con nomi altisonanti del mondo ICT occidentale. Tutti palliativi, a ben vedere, per dare un taglio dimensionale di Immagine Corporate Istituzionale in grado di svecchiare il profilo tradizionale di produttori classici dentro i nuovi mercati asiatici ed indiani da conquistare alla luce dei nuovi obbiettivi che quei Governi si erano progressivamente dati in tema di sviluppo della mobilità privata e popolare.

Purtroppo questo approccio “soft tail” alla rivoluzione ecologica (mentre in sottofondo i Brand europei restavano fedeli in Gamma all’endotermico) si è dovuto dare una smossa a causa del crack Lehman.

Da un lato la crisi della finanza tradizionale è stata lenita con la nascita di una infinità di Green Bonds e Green ABS; dall’altra il commercio dei Certificati di “Carbon Credits” ha permesso di continuare transazioni finanziarie tra Marchi Automotive anche nel periodo di maggior depressione azionaria sui mercati; e tuttavia quell’effetto “scoop” con cui tutti i Brand – nessuno escluso – a partire dal 2009 – si sono prodigati a snocciolare la lista delle possibili nuove uscite in tema di BEV ed Hybrid è rimasto forte ma molto di facciata ad esclusione di alcuni Brand “elettivi” per i quali la realizzazione di auto BEV o Hybrid era funzionale alla Corporate Image: Renault Nissan, Toyota, Honda, e poche altre. Insomma, la leva “ecologica” come alibi per puntellare i valori e i riferimenti canonici dei Brand europei sull’endotermico? Certamente si, perché nessun CEO poteva essere così pazzo da mettere in soffitta il pedigree quasi secolare delle maggior parte dei Marchi occidentali in campo contro il fiorire di nuove realtà che, se da un lato potevano permettersi di vestire da zero l’abito BEV, dall’altro non potevano spendere nulla del valore vintage e prestigioso della concorrenza europea/americana/giapponese: per capirlo basta vedere l’interesse ed il Business intorno all’auto classica e storica occidentale in Cina ed Asia.

Ed ecco che, in questo contesto di assoluta vacuità di proposte in campo, l’Automotive europeo inizia un dibattito puramente pretestuoso sulla questione “elettrica di massa”, in cui (come nel caso di Bertoldo e dell’albero al quale impiccarsi) i Costruttori iniziano a snocciolare tutti i motivi per i quali questa NON sarebbe possibile: tuttavia siamo già all’epoca in cui in Cina ed Asia abbondano modelli di utilitarie BEV dal prezzo di partenza tra i 4 mila ed i 7 mila Euro; è un poco la sindrome da “Tata Nano” del 2009, con la Citycar indiana in regola con le norme di omologazione UE che nessun Costruttore tentò di portare  in Europa attraverso una Joint nonostante Tata fosse ben disponibile e nonostante un prezzo di partenza della Nano di 1.700,00 Euro.

Ed è lo stesso esempio della “Th!nk City” Valmet, la piccola costruita in Norvegia che è rimasta lettera morta nonostante requisiti ottimi. Il problema non è costruire, in Europa, BEV popolari da massimo 10.000,00 Euro, perché le occasioni per guadagnare – da parte dei Costruttori europei – commercializzando piattaforme pronte in Asia, Cina ed India sono svariate. 

Il problema è disabituare 150 milioni di potenziali consumatori europei dal vizio del prezzo basso e della disponibilità infinita di nuove auto; poiché sia l’una che l’altra prerogativa sono riservate per il prossimo quarto di secolo alla motorizzazione dei Paesi emergenti, visto che le risorse produttive, energetiche e finanziarie non bastano per tutti.

L’albero di Bertoldo in salsa “Carbon free”: come i Brand auto hanno evitato l’eutanasia BEV

Il DieselGate arriva provvidenziale, sotto questo aspetto e punto di vista: l’improponibilità del motore a Gasolio per tutti e nella confugurazione “solo motore” a causa del pregiudizio antiecologico e delinquenziale fuoriuscito dallo scandalo USA porta tutti i Costruttori a dover innovare la Gamma con l’implementazione di unità elettriche “Ibride in Parallelo” sulle vecchie piattaforme endotermiche, potendo aumentare i Listini e mettendo nel cassetto le speculazioni filosofiche sulle BEV popolari, Low Cost ed utilitarie. Siamo già alle porte del nuovo mondo dello Sharing e del superamento del concetto di proprietà classica dell’auto. E siamo, anche, alla fase di mercato in cui si può comodamente camuffare il concetto di “elettrica pura” sotto il vestito buono della Guida Autonoma, della connettività totale, dell’Energy Sharing. Si può parlare di altro, mentre i Costruttori tentano di darsi una nuova immagine di “Mobility Providers” al fine di proporre al Cliente un servizio funzionale sempre più simile a quello collaudato nel mercato della telefonia. Ma soprattutto questa “new age” prova a cancellare quasi del tutto le “vecchie” scalarizzazioni commerciali basate sui Listini e sulle “fasce” di mercato. Ne abbiamo parlato in pezzi precedenti: il Cliente europeo comincia a non trovare più attorno a se’i benchmark ed i riferimenti a lui abituali da decenni.

Il Covid farà piazza pulita anche dell’ultimo “coniglio dal cilindro” cioè il Mobility Providing”: la crisi della subfornitura, i blocchi della Supply Chain globale, l’aumento dei costi di produzione girano definitivamente pagina rispetto al capitolo storico del mercato di massa, fatto di vendite a prezzi artificialmente ridotti dal corredo finanziario e dominate dal prodotto popolare, ma fanno anche piazza pulita dei voli pindarici. Il consumatore “deve” disciplinatamente capire di essere in guerra. Non si sa con chi o perché o come: gli basti sapere che la pacchia è finita, e che inizia un nuovo sistema di rapporti tra cliente e mercato.

Inizia il nuovo mondo, che non è quello tuttavia della elettrica di massa: è quello della motorizzazione dei Paesi emergenti. Il mondo Auto si prepara a riservare tecnologia, risorse produttive, logistiche e Know How al servizio di aree come Asia, Cina, India, Sudafrica che opportunamente supportate possono potenzialmente garantire ogni anno del prossimo futuro un numero di vendite annuo persino triplo di quello che uno stanco e saturo Occidente può offrire.

Mentre ai mercati maturi dell’Occidente rimane il compito di alimentare Cashflow per soddisfare la fame di auto che il mondo continua ad avere: da una media di 35 milioni di auto prodotte nel mondo quaranta anni fa siamo passati a soglie superiori ai novanta milioni di pezzi prodotti fino a poco prima del Lockdown, di cui la fetta meno sostanziosa va ai mercati “classici”.

 

L’Unione si prepara a questa globalizzazione costruendo dentro casa sua – con i suoi Brand continentali – una strategia basata su quattro binari commerciali paralleli e divergenti: da un lato il mercato Premium, poi il mercato Retail e Smart Business con soluzioni sempre meno property e sempre più orientate allo Sharing ed al Renting; poi il mercato della Smart/Urban/Delivery Mobility nelle aree urbane e ad alta densità di popolazione.

Ed infine rimarrà la schiera delle “Commodities” costituita dall’enorme parco auto usate che da un momento in poi comincerà ad essere alimentato dalla mole di vetture provenienti da Asia, Cina, India.

Un mercato che alimenterà il canale Aftemarket rimasto “tradizionale”, perché lo smaltimento di 150 milioni di auto usate in circolazione dentro la UE non si può superare con uno schiocco di dita, ma si può “ricondurre” dentro l’alveo di una gestione di tipo Blockchain e di azioni come conversione, aggiornamento e recupero tesi a rendere l’usato uno strumento di decarbonizzazione globale.

L’Europa, il mercato del recupero: Blockchain e Aftermarketpossono “De-carbonizzare” l’Usato?

Ottenuta la consapevolezza passiva da parte dei Consumatori che il Low Cost è morto in Europa, la difesa dei confini comunitari dalle condotte scorrette cinesi ha il solo scopo di ricreare quel senso di protezionismo emotivo con il quale ogni europeo, messo surrettiziamente in allarme su atti di sopruso verso le imprese nostrane, dovrebbe tendere a privilegiare il prodotto che gli è conterraneo. 

E’ anche la favola di Bertoldo e dell’albero al quale impiccarsi? Si, è quella favola. 

Nessun produttore Auto europeo ha mai finora tirato la linea delle obiezioni e del vademecum sulla “Popular BEV perfetta” dando vita ad un prodotto realmente Low Cost; ma al contrario questo Vademecum forzato in termini di peculiarità qualitative è stato recitato come mantra per anni fin quando – un po’ come il campanello per i cani di Pavlov – non è diventata una verità assiomatica collettiva la considerazione per cui: “sotto i ventimila è davvero difficile prevedere delle BEV popolari”.

Chissà che dunque il pericolo del Dumping, come elemento di corruzione ed indebolimento dell’industria continentale, non attivi anche condotte “autoctone” da parte del cliente UE? Pensateci: un consumatore europeo che risponde al grido di allarme dei produttori, premia il prodotto continentale pagandone l’aumento di listini e tariffe senza fiatare nel nome della decarbonizzazione e della lotta per la sopravvivenza. Un mare di frottole che però, a ben vedere, può significare la sopravvivenza sul mercato.

Tutto quello che scrivo sembra risalire a teorie complottiste prefabbricate secondo comodo, ma non è così se si incastra la propensione sino ad oggi solo dichiarata da parte della UE verso larivoluzione elettrica, con la situazione tornata floridissima dell’aftermarket tradizionale e delle quotazioni dell’Usato; e se tutto questo si lega alla evoluzione normativa che la Commissione sta dimostrando con lo spostamento del focus decarbonizzazione dal volume di emissioni prodotto dai mezzi in circolazione a tutta la filiera produttiva del comparto Auto. Sembra quasi che tra Unione e motore endotermico si sia ristabilita una sorta di mutuo accordo: se l’endotermico si assoggetterà a necessarie trasformazioni verso l’efficienza termodinamica e verso le alimentazioni alternative, l’Unione non sarà obbligata a spingere verso l’elettrificazione di massa, che in primo luogo coprirebbe le soglie più popolari del mercato.

Dunque, ritengo di aver risposto correttamente alla prima obiezione che mi sono posto: qual è l’interesse della UE e dei Brand Europei al mercato Low Cost BEV? Nessuno; quale è l’interesse in generale al concetto di Low Cost sotto soglie importanti come quelle ultimamente prospettate? Nessuno; quale è l’interesse dei Brand europei, infine, a mantenere un concetto di proprietà diffusa del target auto “entry level” nel mercato europeo? Nessuno, poiché in questo è molto più conveniente estendere una “Blockchain” internazionale di Users di mezzi soggetti ad utilizzo mediante Sharing e Renting. Così come è prevedibile un censimento ed una tracciatura in modalità Blockchaindel Parco Usato immatricolato e circolante in Europa, che difficilmente sparirà dalle strade a breve.

Questo vuol dire che la UE sta semplicemente disabituando il Cliente europeo al requisito del Listino e del ciclo di sostituzione sostituendo tutto questo, come per la telefonia, con il concetto di Tariffa omincomprensiva ed insinuando sempre più nell’abitudine di utilizzo il requisito della condivisione e del recupero responsabile.

Riepilogando: i mercati da premiare in volume e riduzione dei costi di acquisto di nuovo prodotto maggioritariamente BEV sono quelli extraeuropei, e ad onor del vero ritengo del tutto farlocche previsioni di diffusione di massa delle auto full electric anche negli USA.

Nei mercati maturi, Occidente in primis, l’offerta popolare di massa agirà in tre modi:

sull’Usato tramite politiche di recupero, conservazione, trasformazione del Parco circolante; attraverso il riciclo nel mercato europeo di mezzi Hybrid e BEV provenienti dal parco usato dei Paesi emergenti; 

sul nuovo e sul Km Zero attraverso il monopolio del settore dello Sharing e della micromobilità urbana sul taglio “minimal” del Parco mezzi circolanti (il che, confermo, tende a cancellare per un bel po’ dall’offerta di mercato la classica utilitaria popolare di famiglia all’europea);

ed infine sulla logistica urbana e di Ultimo Miglio con un ventaglio più ampio di mezzi per il Delivery commerciale e Business dedicato alle Partite Iva.

Credo che quanto sopra abbia ben motivato perché UE e Brand Europei non daranno vita ad un mercato di massa di eventuali BEV Low Cost per il comune automobilista.

Resta da capire perché tuttora rimanga in piedi una manfrina sulle tematiche della mobilità Z.E. di massa visto che l’interesse di Istituzioni e Costruttori europei è su tutt’altro versante; e dovremmo anche capire quanto e fino a quando le Istituzioni europee manterranno una leva finanziaria di incentivazione ad un target di mercato che dovrebbe, e potrebbe, cominciare a camminare sulle sue proprie gambe.

Lo spiegheremo in una prossima discussione. 

Riccardo Bellumori.

Gli interessi della Cina nell’auto elettrica

Una nuova analisi del Center for Strategic and International Studies ha rivelato che il governo cinese ha speso ben 230,8 miliardi di dollari per sostenere le aziende produttrici di veicoli elettrici tra il 2009 e il 2023. Si tratta di una cifra enorme, che supera di gran lunga il miliardo di dollari che il governo statunitense ha stanziato quest’anno per i crediti d’imposta sui veicoli puliti.

Non sorprende che la maggior parte della spesa sia relativamente recente. Il think tank stima che tra il 2009 e il 2017 siano stati spesi solo 6,74 miliardi di dollari. Tuttavia, questa cifra “è quasi triplicata nel periodo 2018-2020 e poi è aumentata di nuovo bruscamente dal 2021“.

LA GUERRA DELLE AUTO ELETTRICHE

Anche se i numeri sono stime, il Center for Strategic and International Studies ha notato che il governo cinese sostiene i veicoli elettrici in vari modi. Questo include sconti e un’esenzione dall’imposta sulle vendite, oltre a finanziamenti per le infrastrutture. Inoltre, il governo acquista veicoli elettrici per sé e sostiene i programmi di ricerca e sviluppo delle case automobilistiche.
Il livello di sostegno varia, ma negli ultimi anni il governo ha aumentato significativamente la spesa per i programmi di ricerca e sviluppo. Tra il 2009 e il 2017 sono stati spesi solo 2 miliardi di dollari. La cifra è salita a 3,6 miliardi di dollari nel 2018 e a 4,3 miliardi l’anno scorso.

Il Center for Strategic and International Studies ha dichiarato che le stime sono “altamente conservative” e non tengono conto di tutti i livelli di supporto governativo. Tra questi vi sono incentivi locali, donazioni di terreni, sconti sull’elettricità e sussidi ai fornitori.

La Cina ha investito oltre 230 miliardi di dollari nell’industria dei veicoli elettrici, secondo uno studio
A proposito di quest’ultimo, il gigante delle batterie CATL avrebbe ricevuto l’anno scorso ben 809,2 milioni di dollari in sovvenzioni. È più di dieci volte quello che hanno ricevuto nel 2018 e quasi il doppio di quello che hanno ricevuto nel 2022.

L’organizzazione sostiene che gli impatti sono sostanziali, poiché il campo di gioco è stato “fondamentalmente alterato”. Questo renderà “molto più difficile per gli altri competere in Cina o in qualsiasi altro luogo in cui si vendono veicoli elettrici cinesi”. Sebbene la Cina non sia l’unico Paese a sostenere le case automobilistiche e i veicoli elettrici, la quantità di aiuti governativi è davvero enorme.

Questo ha creato dei problemi, dato che nel Paese ci sono più di 200 aziende produttrici di veicoli elettrici, ma poche di queste sono redditizie. C’è anche un eccesso di offerta di veicoli elettrici, che contribuisce a spiegare la guerra dei prezzi in patria e la crescente attenzione ai mercati internazionali.

Il Center for Strategic and International Studies ritiene che un certo numero di case automobilistiche cinesi finirà per crollare, ma afferma che alcune di esse “diventeranno sicuramente delle colonne portanti dell’industria globale”.

Svolta Polestar arriva in 7 nuovi Mercati

Polestar ha visto alti e bassi quest’anno, e sembra che ci siano altre novità in arrivo, dato che il marchio EV ha annunciato di voler espandere la sua presenza al dettaglio in altri sette mercati in Europa, America Latina e Asia.

“L’espansione delle nostre attività di vendita al dettaglio con partner nuovi ed esistenti ci consentirà di raggiungere un maggior numero di clienti. Grazie a queste partnership e all’espansione, capitalizzeremo il nostro forte marchio e la nostra crescente gamma di modelli”, ha dichiarato Thomas Ingenlath, CEO di Polestar.

I nuovi mercati in cui Polestar entrerà sono la Francia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria, la Polonia, la Tailandia e il Brasile, in cui il marchio entrerà attraverso partnership di distribuzione locale, ha dichiarato Polestar.

POLESTAR RILANCIA

All’inizio di questo mese, Polestar ha dichiarato che le operazioni di vendita al dettaglio esistenti per il marchio in Svezia e Norvegia sono passate a un “modello di vendita non genuino”, aggiungendo che altri mercati chiave dovrebbero seguire l’esempio nella seconda metà di quest’anno. I clienti potranno ancora configurare e ordinare i veicoli Polestar online, oltre che attraverso gli spazi Polestar e i punti di assistenza, ha dichiarato il marchio.

I piani di espansione del marchio dovrebbero essere una notizia gradita dopo i piani di riduzione del personale annunciati dall’azienda a gennaio, dopo aver mancato l’obiettivo di vendita per il 2023, vendendo 54.600 unità in quell’anno, al di sotto dell’obiettivo di 60.000 unità fissato, a sua volta rivisto al ribasso rispetto all’obiettivo di 80.000 unità inizialmente fissato all’inizio del 2023.

A marzo, Polestar ha annunciato di aver ottenuto un finanziamento esterno di 950 milioni di dollari da parte di 12 banche internazionali, tra cui BNP Paribas, Natixis, Standard Chartered, BBVA, HSBC e SPDB, attraverso un prestito triennale.

Nuova BMW X3: il tuning MHX3 di Manhart

Lo studio di tuning Manhart Performance della tedesca Wuppertal manda degnamente in pensione il crossover BMW X3 della generazione G01/F97: viene presentato il progetto Manhart MHX3 650 sulla base della BMW X3 M Competition di punta con il “sei” in linea a benzina S58 forzato fino a 650 CV.

Questa settimana ha avuto luogo l’anteprima della nuova BMW X3 di quarta generazione con indice di fabbrica G45 – il suo design è stato percepito dal pubblico, per usare un eufemismo, in modo ambiguo, alcuni fan del marchio bavarese dalla mentalità conservatrice dopo la dimostrazione della novità sono corsi ai concessionari per acquistare gli ultimi esemplari del crossover di ultima generazione G01/F97 con il suo “design più o meno normale”.

In effetti, sullo sfondo della generazione G45, la G01/F97 viene percepita come un apologo dello stile classico BMW e persino il suo quadro strumenti digitale con tachimetro e contagiri sembra abbastanza accettabile sullo sfondo dei baccanali dei sensori nella berlina del crossover della generazione G45.

L’Atelier Manhart ha deciso di rendere omaggio alla X3 attuale e ha presentato il progetto più perfetto sulla sua base: Manhart MHX3 650. La BMW X3 M Competition di punta con il “sei biturbo” in linea a benzina da 3,0 litri S58, che eroga 510 CV e 650 Nm di coppia. Gli specialisti di Wuppertal hanno dotato questo motore di una propria centralina MHtronik e hanno installato un sistema di scarico sportivo in acciaio inossidabile con convertitori catalitici HJS e valvola di bypass, che permette al motore di “ruggire in tutta la gola” sugli spazi aperti. La potenza massima alla fine è cresciuta fino all’impressionante valore di 650 CV e 800 Nm, ma il tuner non dice come questo abbia influito sulla dinamica: la BMW X3 M Competition standard guadagna il primo “centesimo” in 3,8 s, la velocità massima – 285 km/h.

LA PRIMA DELLA CLASSE

Le sospensioni della BMW X3 sono state abbassate di 30 mm con nuove molle H&R, che secondo Manhart hanno un effetto positivo sulla maneggevolezza.

Dietro le sottili razze dei cerchi in lega Manhart Multispoke si intravedono i potenti freni a disco forati di serie con pinze rosse, ma Manhart può montarne di ancora più potenti su richiesta. I pneumatici Pirelli P Zero sono 255/35 ZR 22 all’anteriore e 295/30 ZR 22 al posteriore.

Oltre alle nuove ruote, le migliorie esterne includono un nuovo dodger in fibra di carbonio, che comprende uno spoiler sotto il paraurti anteriore, uno spoiler sul portellone posteriore, un diffusore nel paraurti posteriore e piastre di protezione. Completano il look le decorazioni in vinile firmate Manhart e i quattro terminali di scarico in fibra di carbonio da 100 mm.

Gli interni del crossover originale hanno ricevuto da Manhart nuove palette in fibra di carbonio per il cambio manuale dell’automatico a 8 velocità e inserti in fibra di carbonio sul volante, che completano perfettamente la decorazione in fibra di carbonio della console centrale. Su richiesta del cliente, l’atelier è pronto a “rullare in carbonio” e altre superfici, oltre a ridipingere completamente gli interni.

Il prezzo della Manhart MHX3 650 sul sito web del tuner non è specificato.

Jeep Avenger da record: 100.000 ordini

Jeep Avenger segna un record di vendite senza precedenti.

Il marchio Jeep appartiene al colosso automobilistico multimarca Stellantis, il cui modello più compatto – Avenger – è stato presentato nell’autunno del 2022 durante il Salone dell’Auto di Parigi. Il principale mercato di vendita del crossover è l’Europa: le vetture hanno raggiunto i concessionari del “Vecchio Mondo” all’inizio dello scorso anno. Ora il costruttore ha raccontato del numero di ordini che è già riuscito a raccogliere questo parketnik.
Secondo l’ufficio stampa di Stellantis, entro la metà del 2024 il numero di ordini per Jeep Avenger supererà le 100 mila unità. Il modello ha raggiunto questo traguardo in circa un anno e mezzo sul mercato del Vecchio Continente. L’azienda ha anche ricordato che l’Avenger nel 2023 è stata riconosciuta come auto dell’anno in Europa.

Ricordiamo che inizialmente il modello ha debuttato con un singolo motore elettrico da 156 cavalli situato sull’asse anteriore. È arrivata sul mercato anche la versione a benzina, dotata di un motore turbo PureTech a tre cilindri da 1,2 litri e con una potenza di 100 CV. È abbinato a un cambio manuale a sei rapporti. Esiste anche una variante e-Hybrid con lo stesso motore a benzina 1.2, aggiunta a 48 volt e motore elettrico. La trazione nelle versioni elencate può essere solo anteriore.

IL B SUV DALLE MILLE RISORSE

La versione a trazione integrale con propulsione ibrida e aggiunta al nome 4xe ha debuttato recentemente, nella seconda metà del mese scorso. Ricordiamo che il cuore del suo sistema è un turbo-turbo da 136 cavalli con una capacità di 1,2 litri, che lavora in tandem con un motore elettrico da 48 volt e due motori elettrici, la cui potenza è pari a 29 CV ciascuno (uno su ogni asse).
Questa modifica offre un cambio automatico a doppia frizione a sei rapporti e-DCS6. Va notato che il sistema di trazione integrale fornisce una distribuzione costante della trazione nel rapporto 50:50 alle basse velocità, mentre al di sopra dei 90 km/h il motore elettrico posteriore viene completamente spento. La Jeep Avenger 4xe sarà in vendita nel quarto trimestre di quest’anno.

L’azienda presume che la presenza della variante a trazione integrale stimolerà ulteriormente l’interesse degli europei per il crossover compatto. Da notare che tale Avenger in modalità di guida Sport impiega 9,5 secondi per l’accelerazione da un punto a “cento” e la sua velocità massima è di 194 km/h. Per fare un confronto, la versione completamente “verde” sullo stesso esercizio richiede 0,5 secondi in meno, ma la sua velocità massima è pari a 150 km/h.
Ricordiamo che in uno dei maggiori mercati europei, in Germania, la Jeep Avenger con un motore a benzina convenzionale può essere acquistata per almeno 25.300 euro, il costo della variante e-Hybrid parte da 27.300 euro e per una versione completamente elettrica vengono chiesti almeno 38.500 euro. Il prezzo dell’ibrido a trazione integrale sarà reso noto in seguito.