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Nuova Aston Martin Vanquish 2025: Anteprima

Sono passati sei anni dall’ultima volta che abbiamo visto il nome Aston Martin Vanquish, ma il nome è tornato e ancora una volta abbellisce la supercar a motore anteriore di Gaydon. Come si addice a un’ammiraglia, i numeri fanno drizzare le orecchie, paragonabili a quelli della sua principale rivale, la nuova Ferrari 12Cilindri.

Cominciamo dal motore. Il leggendario V12 Aston ritorna, mantenendo la capacità di 5,2 litri e i doppi turbocompressori del predecessore della Vanquish, la DBS Superleggera. Il blocco e le bielle sono stati rinforzati, la testa è stata ridisegnata con nuovi profili di camme e condotti di aspirazione e scarico, le candele sono state riposizionate e gli iniettori di carburante sono stati ingranditi per ottimizzare la combustione.
Anche i turbocompressori hanno un’inerzia ridotta e girano più velocemente per aumentare le prestazioni e la risposta all’acceleratore, con una nuova funzione di riserva di sovralimentazione che aumenta la pressione di sovralimentazione oltre il normale per fornire una risposta immediata quando necessario.

DATI TECNICI E PRESTAZIONI

Un radiatore dell’olio più grande aumenta inoltre la reiezione del calore del 50%.
Il risultato netto è notevole: la nuova Aston Martin Vanquish produce ben 835 CV e 1.000 Nm di coppia, con la più alta potenza specifica mai raggiunta da Aston, pari a 160 CV per litro. I dati sull’accelerazione non sono ancora stati resi noti, ma l’auto raggiunge la velocità massima più alta mai raggiunta da un’Aston di serie, pari a 345 km/h.
Il tutto viene inviato alle ruote posteriori attraverso un cambio automatico ZF a otto rapporti. Per la prima volta su una Aston V12 a motore anteriore, la Vanquish è dotata di un differenziale a bloccaggio elettronico anziché meccanico, che migliora la risposta insieme al sistema di controllo della stabilità.
Sotto la pelle, la Vanquish utilizza la stessa struttura in alluminio incollato che Aston utilizza da anni, ma con rinforzi sottoscocca maggiorati per aumentare la rigidità laterale del 75% rispetto alla DBS 770 Ultimate. La nuova traversa del motore, il sottotelaio e la traversa anteriori hanno dato vita a un avantreno più rigido, aumentando la rigidità del montaggio degli ammortizzatori e migliorando la sensibilità e la risposta dello sterzo, ulteriormente migliorata dal servosterzo elettrico ricalibrato e dal montaggio di un piantone dello sterzo non isolato.
Anche il retrotreno è stato irrigidito con un aumento dei rinforzi laterali tra le torri degli ammortizzatori posteriori e un sottotelaio più spesso per migliorare la stabilità e l’equilibrio di guida. La vettura monta sospensioni anteriori a doppio braccio e posteriori multilink, dotate di barre antirollio più spesse e degli stessi ammortizzatori Bilstein DTX introdotti sulla DB12, questi ultimi con taratura personalizzata per la Vanquish. La frenata è affidata a elementi carboceramici di serie con dischi da 410 mm all’anteriore e 360 mm al posteriore.

DESIGN DA VERA ASTON

A rappresentare visivamente le formidabili prestazioni della Vanquish è il suo design minaccioso, che fonde elementi organici della Vantage con la brutale spigolosità della Valour e della Valiant. Il frontale è caratterizzato dai fari a LED a matrice del modello più piccolo che fiancheggiano la massiccia griglia insieme ai condotti dei freni, mentre il cofano scolpito ospita prese d’aria e prese d’aria ispirate alla F1 per raffreddare l’operoso V12.
Lungo la fiancata si nota una silhouette più rilassata, ottenuta spingendo l’asse anteriore di 80 mm in avanti. Si notano anche le fiancate profondamente smerlate, i montanti C inclinati in avanti e una brusca coda Kamm derivata dalle Aston da corsa Le Mans degli anni Sessanta. Ispirati a quelle vetture sono anche i parafanghi anteriori che si estendono fino alle portiere e ospitano sia le prese d’aria dei parafanghi sia il consueto listello laterale Aston.
Passando al posteriore, i fianchi voluttuosi della Vanquish sfociano in una sezione di coda che rispecchia la forma della griglia anteriore. Una coppia di fanali posteriori verticali a LED a sette barre si trova ai lati di uno “scudo” galleggiante, sopra un diffusore assolutamente enorme che integra quattro terminali di scarico sporgenti collegati a uno scarico in acciaio inossidabile (come optional è disponibile un sistema in titanio più leggero di 10,5 kg). Completano il look i cerchi in lega forgiati a razze incrociate da 21 pollici, dotati di pneumatici Pirelli P Zero personalizzati con tecnologia di cancellazione del rumore.
L’abitacolo della Aston Martin Vantage prosegue la direzione di pulizia e di pressione dei pulsanti stabilita dalla DB12 e dalla Vantage, condividendo con quest’ultima alcune parti della plancia. Ciò significa che si dispone ancora della tecnologia più recente di Aston, che comprende display da 10,25 pollici per la strumentazione e l’infotainment che funzionano con un software sviluppato in casa, con Apple CarPlay wireless e un sistema audio Bowers & Wilkins a 15 altoparlanti e doppio amplificatore di serie.
Ma ci sono alcuni tocchi unici, tra cui una striscia cromata a tutta larghezza sopra le bocchette dell’aria e una sporgenza centrale che “abbraccia” il touchscreen. Anche la console centrale, con il selettore della modalità di guida in metallo massiccio (che ospita anche il pulsante di avviamento in vetro illuminato) e le rotelle del climatizzatore, oltre alle file di pulsanti del telaio e della trasmissione, è più piatta per una maggiore sensazione di spazio e lusso.
Il tetto panoramico in vetro è di serie, completo di rivestimento low-e per ridurre i dannosi raggi UV, anche se è possibile optare per un tetto in carbonio.

Limitata a meno di 1.000 unità all’anno, la nuova Aston Martin Vantage può essere ordinata da subito e le consegne inizieranno nel quarto trimestre dell’anno.

Nuovo Cupra Terramar 2025: Anteprima

Il nuovo Cupra Terramar è l’alternativa cattiva alla Volkswagen Tiguan.

Il marchio Cupra, che si è separato da Seat nel 2018, ha annunciato un crossover compatto nel marzo 2022, il nome Terramar gli è stato dato nel giugno 2022 e l’esterno è stato declassificato nello stesso periodo, ma solo oggi, finalmente, ha avuto luogo la prima vera e propria. Un’attesa così lunga non si concilia con l’immagine sportiva e giovanile della Cupra, inoltre la Terramar non si discosta dalla “terza” Tiguan: stessa piattaforma MQB Evo, stessa architettura interna con gli scomodi cursori a sfioramento del climatizzatore sotto lo schermo multimediale, ma il tutto in un involucro più aggressivo con abbondanti inserti in rame all’esterno e all’interno della carrozzeria.

La lunghezza complessiva della Cupra Terramar è di 4519 mm, la larghezza di 1863 mm, l’altezza di 1584 mm e il passo di 2681 mm. Le sospensioni del crossover spagnolo sono abbassate di 10 mm rispetto a quelle della Tiguan e le ruote anteriori hanno un angolo di campanatura maggiore, che rende la maneggevolezza più affilata. I cerchi di serie sono da 18, 19 o 20 pollici. Sono disponibili anche colori opachi per la vernice della carrozzeria.

GLI INTERNI

Gli interni di Cupra Terramar sono più “allegri” di quelli della Tiguan, lo schermo della strumentazione da 10,25 pollici e il tablet multimediale da 12,9 pollici hanno una grafica propria con accenti di sportività e colori ramati di frecce, cursori e icone. Le finiture fanno ampio uso di tessuti riciclati e bottiglie di plastica, ma i sedili possono essere rivestiti in vera pelle. La capacità del bagagliaio è di 620 litri.

La Cupra Terramar prende in prestito i motori dalla Volkswagen Tiguan, ma non tutti, solo benzina e ibrido plug-in, e anche in questo caso in forma leggermente ridotta, i diesel non sono assegnati alla spagnola.

DATI TECNICI

La Terramar di base a trazione anteriore è equipaggiata con motore turbo a benzina da 1,5 litri con capacità di 150 h.p. in un set completo con aggiunta soft-hybrid (generatore di avviamento a 48 volt e una piccola batteria tampone) e DSG a 7 rapporti e due frizioni.

Terramar con motore turbo a benzina da 2,0 litri (204 CV o 265 CV) ha di default la trazione integrale 4Drive con frizione automatica di presa di forza sull’asse posteriore, cambio – DSG a 7 rapporti. La versione da 265 CV si chiama Terramar VZ, dove le lettere VZ stanno per la parola veloz, che si traduce dallo spagnolo al russo come “veloce”. I potenti freni Akebono Performance con dischi anteriori più grandi (375 mm) e pinze a 6 pistoncini sono disponibili come optional per la Terramar VZ.

La Terramar VZ è disponibile anche con un powertrain ibrido plug-in basato su un motore turbo benzina da 1,5 litri che, accoppiato a un motore elettrico impiantato in un cambio DSG a 6 rapporti, produce 272 CV, ma la trazione è solo anteriore. Esiste anche una versione ibrida plug-in più giovane della Terramar, senza sigla VZ, con esattamente lo stesso gruppo propulsore, ma con un motore 1.5 TSI meno potente e una potenza combinata di 204 CV. La capacità della batteria di trazione negli ibridi plug-in è di 19,7 kWh, l’autonomia con una singola carica senza accendere il motore a combustione interna – circa 100 chilometri nel ciclo WLTP. La potenza massima di ricarica della batteria è di 50 kW.

La Cupra Terramar sarà in vendita nel quarto trimestre di quest’anno, ma i prezzi non sono ancora stati annunciati. La Terramar sarà prodotta in Ungheria nello stabilimento Audi di Győr insieme al crossover Audi Q3, che presto cambierà generazione.

In Cina mini Rolls-Royce da 2000 euro

Le auto cinesi hanno fatto molta strada negli ultimi cinque anni, con un significativo aumento della qualità costruttiva, del design e della tecnologia. Tuttavia, in Cina ci sono ancora molte auto strane e stravaganti, e queste versioni in miniatura della Rolls-Royce Phantom e della Mercedes-Maybach GLS sono tra le più curiose.

Di recente ci siamo imbattuti nelle foto delle due auto mentre navigavamo sulla piattaforma cinese di social media Weibo. Il duo sembra essere stato esposto di recente a un evento dedicato alle piccole auto nel Paese e si vede posizionato accanto a una flotta di altri piccoli veicoli a quattro ruote, simili alle kei car giapponesi.

Leggi: BAW Yuanbao è un altro veicolo elettrico cinese da 5 mila dollari, destinato a competere con il mini veicolo HongGuang di Wuling

La mini Phantom è forse la più intrigante. Proprio come una vera Rolls-Royce, la piccola auto sfoggia una grande griglia anteriore con finitura cromata, anche se manca il famoso Spirit of Ecstasy. Su entrambi i lati della griglia sono posizionati dei fari dalla forma simile a quella della Phantom, ma il bagliore blu delle lampadine li fa sembrare economici. Sono state montate anche delle piccole luci diurne a LED.

MINI E LOW COST

Anche le fiancate della vettura traggono ispirazione dalla Phantom. Ciò è più evidente con le maniglie delle porte anteriori e posteriori che si collegano l’una all’altra. Ci sono anche porte posteriori suicide.

Curiosamente, la Mercedes-Maybach GLS replica sembra essere la stessa auto della Phantom, anche se con una fascia anteriore diversa. La griglia Rolls-Royce è sparita e al suo posto se ne trova una cromata ancora più grande, proprio come quella di una Maybach. Ci sono nuovi fari, prese d’aria e accenti cromati sul paraurti anteriore.

Una notizia che non sconvolgerà nessuno: gli interni del duo non sono neanche lontanamente lussuosi come quelli di una Rolls-Royce o di una Mercedes. Tuttavia, non sono nemmeno super essenziali. Un unico display incorpora lo schermo dell’infotainment e il quadro strumenti digitale, mentre sono presenti anche un sistema di illuminazione ambientale e bocchette d’aerazione circolari, chiaramente ispirate a quelle utilizzate dalla Mercedes.

Non disponiamo di dettagli sulla motorizzazione delle vetture, ma, stando a quanto riferito, sono disponibili a soli 14.000 yuan l’una, ovvero un po’ meno di 2.000 dollari.

Nuovo Voyah Courage 2025: il crossover compatto

Ecco presentato al mondo il nuovo Voyah Courage.

Durante il Salone dell’Auto di Chengdu, inaugurato venerdì scorso, 30 agosto, il marchio Voyah (di proprietà di Dongfeng) ha presentato in anteprima il suo quarto modello, un crossover completamente elettrico.

Il crossover porte si aggiunge al Free, al minivan Dreamer alla berlina Passion (alias Zhuiguang). In patria, il nuovo cross è stato chiamato Zhiyin, che può essere tradotto come soulmate, cioè “anima gemella” o “affine”. Allo stesso tempo, durante la presentazione è stato annunciato il nome globale Courage.

Durante l’esposizione sono stati annunciati i prezzi preliminari per la Cina e sono stati aperti gli ordini. Curiosamente, nonostante l’assenza della versione ibrida di Voyah Zhiyin/Courage, questo crossover apre la gamma del marchio.

A quanto pare, questo può spiegare il suo ottimo inizio: il giorno successivo al salone il modello ha raccolto più di 10.000 richieste. Per fare un confronto, secondo BestSellingCarsBlog, il crossover senior Voyah Free, che invece nella RPC da poco tempo è disponibile solo come ibrido, da gennaio a luglio di quest’anno ha venduto 12.177 esemplari.

Il Voyah Courage è costruito su una nuova piattaforma con architettura a 800 volt. Il crossover misura 4.725 mm di lunghezza, 1.900 mm di larghezza, 1.636 mm di altezza e ha un passo di 2.900 mm. La lunghezza dell’attuale Voyah Free per la Cina è di 4905 mm e la distanza tra gli assi è di 2960 mm. Il volume del bagagliaio del Courage è di 527 litri, mentre con gli schienali ripiegati della seconda fila la cifra sale a 1328 litri.
La novità ha due varianti di design della parte anteriore. È possibile scegliere un crossover con un “naso” liscio verniciato nel colore della carrozzeria o con un pannello nero concavo, su cui sono dipinti numerosi elementi luminosi. Altre caratteristiche esterne sono i gruppi ottici della testa a due piani, una singola lamella di luci posteriori e porte senza telaio con maniglie a scomparsa.

LA DOTAZIONE

La caratteristica principale all’interno è un grande sistema multimediale touchscreen, che può spostarsi lungo le guide del pannello anteriore fino al passeggero e al retro. Inoltre, sopra il cassetto portaoggetti è presente una fessura da cui fuoriesce un tavolino. Voyah Courage ha anche un cruscotto con schermo stretto (tutti gli indicatori sono visualizzati da un display a proiezione standard), volante appiattito, tunnel centrale a due livelli e due piastre di ricarica wireless per i gadget.

Negli schienali dei sedili anteriori sono integrati tavoli pieghevoli. I passeggeri posteriori hanno il loro tablet, fissato al poggiatesta del sedile del conducente. Nell’elenco delle dotazioni è ancora dichiarato il sistema di riconoscimento facciale e molti altri assistenti elettronici.

Ora il crossover Voyah Courage è offerto in quattro versioni. Il modello base ha un motore da 292 cavalli, la versione successiva – con motore da 313 cavalli, e lo stesso motore è assegnato alla versione più costosa. E qui la Courage a due motori a trazione integrale si è rivelata essere una versione pre-top: la sua potenza totale è di 435 CV. Il produttore non ha ancora fornito informazioni sulle batterie, ma Voyah ha annunciato l’autonomia delle versioni a trazione posteriore.

Il crossover più economico percorrerà 625 km con il ciclo di omologazione cinese CLTC, la configurazione “seconda” 650 km e per il crossover top l’autonomia dichiarata è di 901 km.

Il prezzo della Voyah Courage varia da 209.900 a 266.900 yuan. Ma ricordiamo che il listino prezzi è ancora preliminare, il che significa che i prezzi reali potrebbero essere inferiori. Il crossover senior Voyah Free nel Celeste Impero costa oggi un minimo di 228.900 yuan.

La nuova Voyah Zhiyin/Courage è già entrato in linea di montaggio, e in patria le vendite “live” inizieranno entro la fine dell’anno. E dopo la padronanza del mercato nazionale, il cross elettrico raggiungerà altri Paesi.

Questo mese il modello sarà presentato in Europa: l’anteprima si terrà al Salone dell’automobile di Torino.

Nuova Audi Q5 2025: Dati Tecnici e Anteprima

Ecco le nuove Audi Q5 e SQ5 2025.

Dopo 15 anni di produzione, l’Audi Q5 entra nella sua terza generazione. Come la nuova A5 – che a sua volta sostituisce la defunta A4 – quest’ultimo modello monta la piattaforma Premium Platform Combustion (PPC) come fratello della Q4 e-tron completamente elettrica.

La Q5 mantiene invece i suoi motori a benzina e diesel, ma questi sono stati aumentati dalla tecnologia mild hybrid MHEV plus di Audi. Il sistema a 48 volt è di serie su tutti i modelli e incorpora un motore elettrico che eroga fino a 24 CV e 230 Nm di coppia in accelerazione; è interessante notare che può anche fornire una limitata propulsione solo elettrica a basse velocità e in retromarcia. Inoltre, recupera fino a 25 kW in frenata rigenerativa, alimentando la batteria al litio ferro fosfato (LFP) da 1,7 kWh.

Al momento del lancio saranno offerti tre propulsori, a partire dal 2,0 litri turbo benzina TFSI da 204 CV e dal quattro cilindri diesel TDI da 340 Nm e 400 Nm rispettivamente. Al vertice della gamma si trova la SQ5, che eroga 367 CV e ben 550 Nm dal suo V6 TFSI a benzina da 3,0 litri. Tutti i modelli sono dotati di un cambio a doppia frizione S tronic a sette velocità, che sostituisce l’automatico ZF a otto velocità della SQ5. I modelli ibridi plug-in saranno offerti in un secondo momento.
Sotto la pelle, l’Audi Q5 monta nuovi ammortizzatori passivi a frequenza selettiva (che riducono la forza di smorzamento sulle superfici più ruvide mantenendo la compostezza in curva), con un assetto più sportivo montato sulla SQ5. Le sospensioni pneumatiche adattive sono disponibili come optional, con una maggiore differenza tra le modalità comfort e sport. L’asse anteriore “più agile” e lo sterzo a rapporto variabile sono di serie.

Negli ultimi tempi Audi ha sfornato alcuni progetti impegnativi, e la Q5 non è da meno. La Casa di Ingolstadt sembra perseguire un’estetica più arrotondata, come dimostrano gli angoli dei fari trapezoidali, i passaruota e i fanali posteriori a tutta larghezza.

A ciò si contrappone il design sporgente dei paraurti: all’anteriore, si trovano le massicce prese d’aria verticali a tendina e la caratteristica griglia singleframe, quest’ultima caratterizzata da un’inquietante rete a nido d’ape che spaventerà chi soffre di tripofobia. La parte posteriore, invece, presenta la solita finzione Audi sotto forma di una solida “presa d’aria” a tutta larghezza. D’altra parte, l’azienda ha finalmente ceduto alle diffuse lamentele sui finti terminali di scarico e ha finalmente dotato l’Audi Q5 di veri terminali.

Come di consueto, Audi ha prestato molta attenzione alle luci. I fari a LED matrix, disponibili come optional, sono dotati di luci diurne personalizzabili con ben otto opzioni, e un numero analogo di luci posteriori OLED tridimensionali. Questi ultimi sono unità di seconda generazione in grado di fornire anche la comunicazione car-to-x, avvisando gli altri utenti della strada di incidenti e guasti.

Le luci possono anche avvertire chi si trova dietro di loro se sta guidando troppo vicino, mentre un proiettore sotto lo spoiler posteriore visualizza una terza luce di frenata a tutta larghezza sul parabrezza sottostante. La Q5 viene offerta con cerchi di dimensioni comprese tra 17 e 21 pollici di diametro, con design ottimizzati per l’aerodinamica fino a 19 pollici.

All’interno, l’Audi Q5 prosegue l’approccio tecnologico dell’altro nuovo modello Audi con un massimo di tre display. Questo “Digital Stage”, come lo chiama l’azienda, consiste in un pannello curvo widescreen con display OLED da 11,9 pollici per la strumentazione e da 14,5 pollici per l’infotainment, oltre a un touchscreen opzionale da 10,9 pollici per il passeggero anteriore, polarizzato per evitare di distrarre il conducente.

LA TECNOLOGIA

Il sistema di controllo vocale aggiornato con ChatGPT AI integrato, che fornisce risposte a domande di cultura generale, è stato ripreso da altri nuovi modelli. Il sistema di infotainment MMI è basato sul sistema operativo Android Automotive – con applicazioni come YouTube disponibili attraverso lo store MMI connect integrato – ed è in grado di diffondere la musica attraverso un sistema audio Bang & Olufsen Premium Sound System opzionale da 16 altoparlanti e 685 watt con cancellazione attiva del rumore.

Sotto la serie di schermi si trova una fascia avvolgente in tessuto Kaskade o in microfibra Dinamica che si estende alle portiere, ai braccioli e ai sedili trapuntati. Una striscia avvolgente di “luce di interazione dinamica” sopra il cruscotto fornisce informazioni aggiuntive, come la visualizzazione degli indicatori sequenziali.
In basso, la console centrale presenta un longherone illuminato a forma di L rovesciata e ospita un caricabatterie wireless Qi da 15 watt e due porte USB-C da 60 watt; quelle sul retro possono erogare ben 100 watt e ricaricare anche il MacBook Pro più assetato di energia. Sempre sul retro è presente una panca posteriore scorrevole e reclinabile, che può essere ripiegata per aumentare lo spazio del bagagliaio fino a 1.473 litri.

Costruita a San José Chiapa, in Messico, la nuova Audi Q5 sarà ordinabile in Germania a partire da questo mese, con prezzi a partire da 52.300 euro per il 2.0 TFSI benzina.

Nuova KG Mobility Actyon 2025: Anteprima

Ecco la nuova KG Mobility Actyon pronta per il mercato. È il momento di sorprendere il mercato con un’offerta più moderna e di tornare a essere un punto di riferimento come negli anni migliori dell’ex marchio sudcoreano Ssangyong.

La nuova KGM Actyon è stata lanciata sul mercato nazionale all’inizio dell’estate, conquistando gli interessati e raggiungendo un vero e proprio record di vendite in un solo mese con quasi 60.000 unità. Ora, abbiamo appreso che la nuova generazione di Actyon farà il suo debutto in Polonia, il primo Paese del Vecchio Continente in cui è già possibile prenotare le unità.

L’azienda ha strutturato la gamma di questo SUV lungo 4.740 millimetri in tre livelli di equipaggiamento che, nel mercato polacco, iniziano con il livello base “Joy”, proseguono con l’intermedio “Adventure” e culminano con il livello “Wild”, che rappresenta il top di gamma. KGM non si impegna solo per un design distintivo, ma anche per un elevato livello di equipaggiamento.

DATI TECNICI E MOTORI

La nuova KGM Actyon sarà venduta con una sola opzione meccanica, un quattro cilindri turbo da 1,5 litri con iniezione diretta e potenza massima di 163 CV, abbinato a un cambio manuale o automatico a sei rapporti. Solo in quest’ultima configurazione è disponibile anche la trazione integrale.

La divisione polacca di KGM ha confermato che i clienti possono già effettuare gli ordini, ma che i primi esemplari arriveranno nelle concessionarie entro la fine dell’anno, per cui nel resto d’Europa, Italia compresa, non è prevista prima dei primi mesi del 2025.

Nuova Skoda Octavia: parte la produzione

Fin dall’inizio, ben 28 anni fa, Skoda era convinta che l’Octavia fosse destinata a diventare un vero successo commerciale e un vero pilastro delle vendite del marchio ceco. Non solo i migliori auspici si sono avverati, ma la vettura è andata di bene in meglio fino all’ultimo restyling, con il quale la compatta ceca ha praticamente raggiunto lo status di vettura premium.

Con un design più elegante all’esterno e un interno più sofisticato e tecnologico, la nuova Skoda Octavia è ora disponibile per l’acquisto, anche se ci vorrà ancora qualche mese prima che arrivi nelle concessionarie. La compatta di Skoda è appena entrata nelle catene di montaggio del grande stabilimento di Kvasiny, in Repubblica Ceca, lo stesso dove vengono costruite anche le altre star Karoq e Kodiaq.

IL RITORNO DI OCTAVIA

La Skoda Octavia è un vero e proprio punto di riferimento nel mercato. I dati di produzione delle sue quattro generazioni lo confermano, raggiungendo la barriera dei sette milioni e mezzo di unità uscite dagli stabilimenti che, tra l’altro, con lo spostamento della nuova Superb nello stabilimento multimarca Volkswagen di Bratislava, consentiranno ai cechi di produrre un numero maggiore di questa rinnovata Octavia.
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L’ammiraglia si è evoluta notevolmente nel corso degli anni, adattandosi ai tempi e dando ai clienti proprio ciò di cui hanno bisogno o che stavano cercando: design, qualità e motori efficienti, anche a gas nel recente passato, a un prezzo inferiore rispetto agli altri modelli della sua categoria, che le ha permesso di superarli.

La quarta generazione della Skoda Octavia è arrivata nel 2019 sulla base della più avanzata piattaforma MQB Evo del colosso di Wolfsburg, beneficiando di tecnologie avanzate, che hanno raggiunto un nuovo livello nell’ultimo aggiornamento. I suoi moderni motori a benzina e diesel possono essere abbinati alla trazione integrale, è disponibile anche la tecnologia MHEV a 48 volt e le sue dotazioni sono assolutamente superlative, compresi gli avanzati fari Matrix LED.

L’Auto Occidentale rinascerà quando fallire non sarà più una colpa

Forse mai, durante i miei interventi su Autoprove.it, ho fatto ricorso fin dall’inizio a metafore destabilizzanti, ma qui è proprio il caso di fare una eccezione. 

Se mai potessi rinascere in Occidente e mediare con me stesso una professione di Fede cristiana, probabilmente sceglierei di diventare calvinista. Ma si, ammettiamolo: cosa c’è di più coerente e di più ragionevole nel nostro vivere di ogni giorno della filosofia teologia di Calvino

L’uomo fortunato, meritevole nella vita terrena di successo e di benessere è in fondo l’uomo benedetto, è l’animo in pace con il Creatore, è allo stesso tempo l’uomo in armonia con se’ stesso. E dunque, per sillogismo, vale anche il contrario. Un uomo che fallisce è in fondo un uomo in contrasto, in lite con una dimensione armonica tra lui ed il Creato. 

Ed un uomo che fallisce è un uomo che sperimenta non solo su se’ stesso la condizione personale ed individuale del fallimento, ma anche gli effetti della diffidenza, della superstizione, del giudizio e persino della discriminazione economica e sociale.

Sintesi molto semplicistica, mi rendo conto, per rispetto degli spazi del Web. Ma teorema non troppo lontano dalla realtà delle cose. 

In effetti, a pensarci bene, per essere io vissuto oltre mezzo secolo nella parte di mondo più assortita di ispirazione democratica, libera, egualitaria, solidaristica, emancipata, pluralista, e tra l’altro più compassionevole e caritatevole per gli effetti della fede ancora più diffusa in Occidente; per tutto questo, purtuttavia, mi fermo a pensare quale sia la parola forse più rimbalzata alla mia attenzione di decenni.

E’ la parola “Fallimento”: credo che nessuna parola alternativa collezioni messi insieme più sinonimi e condizioni relative non solo al soggetto interessato, ma anche al contesto che lo circonda. Eppure…..

Eppure, Vi giuro dal “basso” dei miei non eccelsi studi classici, che nei testi latini e greci antichi non mi ero mai imbattuto nel concetto simmetrico di fallimento in quella società ed in quella cultura. 

In verità mi trovavo a comprendere più spesso la differenza tra una sconfitta onorevole – perché subìta pur opponendo un animo pugnante fiero, valoroso e senza vigliaccheria – contro una sconfitta disonorevole perché macchiata da modi e sentimenti non nobili. E la società che era espressione dello sconfitto onorevole si stringeva comunque nel dolore e nell’affetto verso il suo soldato. Mentre all’indirizzo del disonorevole non vi era altro che disprezzo ed emarginazione.

Devo dire che il “fallimento” è diventato un termine comune e ridondato alla mia attenzione, sin dalla adolescenza, per effetto di altri “testi sacri”: le riviste di Auto, moto e motorsport: dove, guarda caso, la cultura dominante è stata per decenni quella “sassone” canonica; in sostanza la cultura britannica e statunitense.

Mi asterrò qui in questa sede di esporre, decenni dopo, il mio sincero pensiero verso la cultura, l’influenza e l’incombenza del paradigma americano ha avuto su parte dell’Occidente e dell’Europa. Ma chiamarlo “paradigma” e non “modello” già di per sé fa capire come la penso.

Di certo la storia di stampo “british” (USA e Regno Unito) dal Dopoguerra in tema di disavventure industriali ha inserito nel dibattito e nella concezione del “fallimento” il riferimento della “fiducia”. Fallito è colui che nel mancare un obbiettivo non è più degno della “fiducia” di Investitori e Società perché fallendo mette a repentaglio proiezioni ed esiti futuri che sarebbero dovuti essere raggiunti in caso di continuità aziendale. 

Ecco perché, nell’influenza anglosassone, il fallito è per prima cosa uno che ha “tradito”: aspettative, investimenti, sogni, sforzi dei risparmiatori. Nulla da dire, se non per una differenza: la mancanza totale, come nel colesterolo, di una parte “buona” del fallimento e di una “cattiva”. 

Cioè appunto del primo diritto di un fallito con onore : non essere paragonato a chi l’onore non lo merita. Ma quello che più mi ha sempre colpito, fin da bambino, è la differenza culturale, semantica, emotiva ed etica persino tra la concezione del fallimento da parte di due esponenti leggendari dell’Auto mondiale: Soichiro Honda ed Anselmo Enzo Ferrari.

Il primo, emanazione didascalica dei principi filosofici orientali, seppe dire: “Il successo è al massimo l’uno per cento del lavoro di ciascuno di noi; lavoro che al 99% comprende fallimenti”. E per dirlo lui, che anche nel concetto occidentale rappresenta il successo…

Enzo Ferrari invece rimane storico per una frase lapidaria, la cui differenza contrastante con la prima è fin troppo evidente: “ Non esiste altra possibilità che la vittoria. Chi arriva secondo è solo il primo dei perdenti”.

Ecco in sintesi, espresso da due pilastri storici di due universi opposti, il pensiero sul fallimento inteso anche come sconfitta.

Fallimento:  in Occidente male che emargina, in Oriente ferita da sanare insieme?

Fine anni Venti, Stati Uniti : si narra che un tale Signor Willys, Capo dei Concessionari statunitensi del Marchio inglese Overland ed a sua volta azionista per una piccola quota, avrebbe riunito in gran segreto tutti gli altri Dealer della Nazione, per condividere un piano doloso: ritardare e bloccare tutti insieme i pagamenti alla Casa Mandante, per provocarne il fallimento e portare così lo stesso intraprendente personaggio a rilevarne la proprietà

Leggenda o no, la “scalata” di Willys sulla Overlandappartiene alle pagine di storia “importante” dell’auto: è infatti da questi passaggi che sarebbe nato il mito della Jeep. 

Anni Trenta, Francia : la Citroen è in una situazione finanziaria a tal punto tragica da spingere un Parlamentare socialista a lanciare l’allarme in un discorso parlando – in caso – di una ipotesi di fallimento come della tragedia finanziaria più grave della storia della Repubblica. A quel punto nasce un espediente che farà davvero storia a sé, con la SADIF (Finanziaria a controllo pubblico) che pur di inventarsi i capitali per salvare il “Double Chevron” si inventa un sistema di pegno in cui in sostanza il Governo ipoteca le decine di migliaia di auto invendute come garanzia dei soldi prestati…….Espediente che tuttavia durò molto poco: il continuo salasso legato alla gestione azzardata di Monsieur Citroen porterà alla fine al passaggio di proprietà dal grande Capo Andrè alle mani della Michelin.

Fine anni Quaranta, Italia: la “Cisitalia” di Piero Dusio è stata capace in solo sei anni dalla sua nascita di gettare le basi dell’automobilismo moderno: “D46”, “202”, e una serie di progetti interessanti; ma l’esasperazione degli obbiettivi del grande Capo e le spese folli portano ad una crisi irreversibile che, secondo i maligni, i concorrenti diretti del Marchio avrebbero cavalcato. Arriva a Dusio un Decreto Ingiuntivo per stipendi non pagati e solo grazie alle sue conoscenze al Palazzo di Giustizia, il Patron evita di un soffio il fallimento subendo tuttavia l’Amministrazione controllata. Di fatto il patrimonio tecnico, creativo e simbolico di Cisitalia muore tuttavia con questo passaggio dal quale, per ironia della sorte, deriveranno storie di successo come quelle delle Porsche stradali e delle Abarth.

Fine anni Cinquanta, Baviera (Germania): per l’ennesima volta la BMW rischia la bancarotta, tanto che l’Assemblea degli Azionisti si trova a dover valutare l’ipotesi di acquisizione da parte di Mercedes. DI fronte alla protesta di un gruppo di minoranza, il salvataggio del Marchio dell’elica porterà il nome del potente e facoltoso “mecenate”; curioso che pochi anni dopo la Corte bavarese non avrà alcun dubbio nel veicolare il fallimento di Borgward e l’acquisizione di Glas da parte della stessa BMW.

Fine anni Sessanta, Italia: Maserati rischia un serio default causato dalla situazione passiva pesantissima, a fronte di un valore simbolico ed evocativo del Marchio fortissimo per tutta l’Opinione pubblica, e dunque anche per l’Italia. Nonostante questo nessun Marchio o Ente finanziario pubblico nazionale si muove, e l’unico acquirente che salva il Tridente temporaneamente dal fallimento è la Citroen il cui pacchetto di minoranza tuttavia, ironia della sorte, è appena passato dalla Michelin alla Fiat. Pochi anni dopo saranno le strategie commerciali del Marchio francese a creare il rischio di un nuovo pesante salto in aria.

Fine anni Settanta, Stati Uniti: la Harley Davidson è in bilico sul filo del rasoio del fallimento, generato non solo dalla perdita di appeal sul prodotto interno ma anche dalla micidiale concorrenza delle moto giapponesi. I cui manager, di fronte al rischio di un default del Marchio di Milwakee, agiscono in modo quasi opposto a quanto, plausibilmente, avrebbero fatto Manager Automotive occidentali: mentre questi ultimi avrebbero valutato l’opportunità di seppellire un concorrente scomodo e di dividersi in regime di monopolio il mercato liberato dall’ingombrante protagonista, i Manager giapponesi tennero una riunione “quasi” segreta per definire un protocollo di non concorrenza con la Casa americana; in sostanza i quattro Costruttori giapponesi si impegnarono ad evitare di proporre nel mercato americano – per alcuni anni – modelli e Gamme direttamente concorrenti di H.D. permettendo a questa, in pratica, di riprendere fiato e rilanciarsi. 

I motivi di questa decisione? Un errore metrico e culturale in perfetta buona fede dei manager orientali che, confondendo la cultura e l’indole americana ed occidentale con la propria, temevano che generare il fallimento del Marchio motociclistico simbolo a Stelle e Strisce avrebbe portato il potenziale Cliente americano a rivalse o disaffezione verso i quattro Marchi nipponici. 

Nulla di più lontano dalla realtà, come in altri casi storici del mercato occidentale: proprio su questo aspetto ho deciso di costruire un pensiero ed una riflessione che mi auguro troverete interessante.

Il rapporto della coscienza occidentale con il fallimento nel comparto Automotive è evoluto dal Dopoguerra ad oggi secondo una unica matrice: veder fallire un Marchio costruttore significa da sempre togliere un concorrente dalla panoramica dei “Player” di settore, trasferire a prezzi di saldo a terzi il patrimonio di tecnologia, brevetti, Know How, oppure la forza simbolica ed evocativa di un Marchio; ed infine suddividere a carico della collettività il problema concreto del debito e del salvataggio sociale di maestranze e situazioni territoriali.

Ci sono esempi storici che possono rendere un panorama diverso da quanto descritto? No, se non che la globalizzazione ha trasferito le dinamiche culturali occidentali dentro macrosistemi sociopolitici allargati (l’Unione Europea è il caso più esemplare, ma anche le aree di libero scambio) che hanno volutamente aumentato il rapporto di alienazione tra un popolo e le proprie radici industriali. 

Prendete le crisi industriali nel Vecchio Continente da inizio anni Novanta ad oggi, e confrontatele con quelle fino alla fine degli anni Ottanta. Sembra che le dinamiche e gli effetti siano i medesimi, ma quello che è cambiato è l’approccio sentimentale popolare verso il patrimonio che si veniva a perdere con il fallimento.

Unione Europea, metafora di un Continente che sta perdendo l’identita’ con sé stesso

Ricordate la “crisi” Philips in Olanda? Dopo un boom industriale di metà anni Ottanta, fu anche proprio il nuovo modello comunitario europeo ad amplificare una crisi risolta in parte con 50.000 licenziamenti e con la fine del fallimentare standard V2000 promosso proprio dall’Unione Europea; ma soprattutto la nascita della nuova dimensione comunitaria e l’apertura delle frontiere in Est Europa, in Sudamerica ed Estremo Oriente portò il colosso olandese ad esercitare una sindrome che divenne allo stesso tempo diffusa e letale. 

La delocalizzazione industriale nel nuovo mondo Low Cost periferico. Il concetto di fallimento, che negli anni Ottanta discriminava in Occidente le sole Imprese incapaci di avere un piano industriale degno di fiducia finanziaria ed istituzionale, divenne il concetto di fallimento anni Novanta.

Non sei “Global”? Allora devi fallire. Tutte balle, un modo buono solo a dissociare un territorio ed un popolo dai suoi gioielli storici. I più fessi in Europa siamo stati noi italiani e gli inglesi. 

Entrambi popoli “beoti” drogati di finanza facile, di abbandono della manifattura che faceva tanto secolo precedente, ed in balia già ancora prima che gli anni Novanta finissero di una crisi di identità sconosciuta a Spagna, Francia e Germania; e troppo spesso “scimmiottata” da inutili parvenze e sciorinate patriottistiche intrise – non a caso – di patriottismo e di inutile ricerca del “Made in”, quando già una fetta importante di beni di consumo erano prodotti fuori dall’Europa Unita.

Oggi questa boria del “Made in” appartiene solo ai Distretti produttivi ed ai Paesi quasi totalmente privi della proprietà o del controllo maggioritario delle Imprese presenti sul proprio suolo. 

Ed infatti il termine stesso “Made in” in certi contesti è un termine privo di senso. 

Come fai a definire “Made in Italy” un bene prodotto su licenza? 

Al massimo è di tipo “Built in”; ma “Made” include in modo implicito una estensione di filiera tale da includere nel processo realizzativo anche buona parte dell’Engineering, del Design, degli studi preliminari. 

 

Insomma, come eredità del “globalismo” abbiamo ricavato un totale scollamento tra quello che un tempo era un patrimonio industriale locale e la popolazione dello stesso luogo.

 

Ci sono alcune eccezioni, evidentemente: basta vedere – dentro lo stesso raggruppamento Stellantis – l’approccio popolare e governativo francese sui Marchi della Galassia PSA e quello italico sui Marchi di fonte FCA. 

 

Basta vedere ancora l’approccio che i consumatori tedeschi hanno con il proprio patrimonio industriale e confrontarlo, tanto per fare un esempio, con la neutralità e la quasi rassegnazione con cui modenesi e circostanti vivono in silenzio e in modo passivo la crisi e la minaccia di chiusura che viene lanciata all’indirizzo del proprio “Tempio” industriale Maserati.

 

Su cui i commenti più competenti ed approfonditi oggi sono genericamente svuotati di ogni semantica legata alle origini storiche, ai legami territoriali, al valore simbolico ed emotivo di ogni cittadino con il Marchio di casa.

 

Evidentemente, se la questione “globale” è elevata al rango fondamentale e determinante nella valutazione di un fallimento industriale, e se la componente simbolica ed emotiva dell’appartenenza e dei valori territoriali viene ormai sepolta sotto il segno del mercato senza frontiere, chiaro che il giudizio popolare su un fallimento viene artificialmente circoscritto solo sull’aspetto “esteriore” finanziario e commerciale. 

 

Motivo per il quale oggi fallire viene percepito, dal mercato occidentale, come una incapacità di poter “governare” la conquista della parte di mondo che illusoriamente ci siamo creduti di poter conquistare con perline e sveglie per collo; mentre al contrario sono sempre più le realtà di quelle dimensioni “emergenti” a guidare i giochi, a imporre un comando, a dettare le regole.

Come in un contropiede, sono le regole del modello economico ed industriale emergente a diventare la nuova base della globalizzazione tecnologica. 

 

Tutto questo però al netto di alcune peculiarità che differenziano in modo inesorabile il percorso ed il destino dell’industria emergente da quella vetero occidentale.

 

Avete presente la diatriba tra UE e Cina sui superdazi, comminati dall’Unione verso i prodotti cinesi suscettibili di sostegno alla fonte, cioè di contributi all’Industria da parte del Governo di Pechino? Siamo riusciti, nel vecchio ed ormai rincoglionito Occidente, a far passare come condotta passibile di condanna l’attenzione data dal governo cinese verso i suoi Produttori mediante i contributi pubblici. 

 

Scusate, cosa è da condannare, al contrario? Il fatto che la Cina è libera tuttora di non costruire una dimensione evoluta da “economia di mercato” negando il complesso di diritti, tutele, articolato normativo di garanzia sociale che in Occidente, senza dubbio, è di gran lunga più evoluto e democratico; così facendo, lo squilibrio tra Imprese Occidentali e cinesi non è nella contribuzione che Pechino concede ai suoi Produttori, ma l’onere aggiuntivo che in termini di autorizzazioni, obblighi, vincoli e costi deve sostenere sin da subito una comune impresa occidentale rispetto ad una orientale. 

 

Il classico approccio di complicazione e Know How articolato e multidimensionale tipico della cultura occidentale diventa un problema, un orpello scomodo. 

 

Tutto quello che riguarda la massa deve orientarsi alla semplicità ed al Low Profile, riservando alla nuova segmentazione socioeconomica del Post pandemia il privilegio dei ricchi emergenti di godere di quello che una volta era il “Must” in Occidente: il Valore Aggiunto.

 

Guardate oggi: tutto quello che rappresenta il lusso, il “premium”, il benessere è stato dislocato là dove nascono centinaia di migliaia di nuovi miliardari ogni anno. In questo l’Estremo Oriente, l’Asia, l’India non sono piu’ neppure subordinati all’imprinting occidentale in quanto a simbologia e semantica del lusso. 

 

Oggi al contrario il mondo emergente sta costruendo un modello di lusso e di percezione dello stesso che si differenzia da quello Occidentale. Allo stesso tempo la globalizzazione sta rovesciando la polarità in tema di “fruizione” del patrimonio industriale: l’Estremo Oriente, dopo decenni di recupero, importazione e provenienza occidentale dei simboli del consumerismo sta prendendo la via del consumo del prodotto autoctono, cioè fabbricato in loco; al contrario il mondo occidentale ha drasticamente tagliato il consumo di massa di “nuovo” e si sta focalizzando sul concetto di recupero e salvaguardia dell’esistente. 

Se il must del mondo emergente è quello di cominciare a mandare a regime il sistema produttivo in forma entropica, il futuro del nostro povero Occidente in tema di “prestigio e lusso” potrà provenire solo dal recupero e dalla salvaguardia storica. Okey, ammettiamo che Voi tutti siate d’accordo con questo. E allora cosa c’entra il concetto di fallimento?

 

C’entra: perché finchè la tagliola del “Fallimento disonorevole” sarà un gravame disincentivante sulla testa di giovani e piccoli imprenditori “autoctoni” di cui l’Occidente ha estremo bisogno soprattutto per riprendere e rimettere in moto gli skills e i riferimenti culturali tipici di casa nostra senza per forza catalogarli in chissà quale categoria industriale inarrivabile per la suggestione che tutto quel che ha un profumo di “andato” deve per forza essere pagato a peso d’oro dal mercato. 

E il fallimento c’entra anche perché fino a quando le sorti di una impresa localizzata nel proprio territorio non torneranno ad essere il perno emotivo e percettivo di una comunità, un fallimento continuerà ad essere un fenomeno quasi evangelico di purificazione del mercato globale in stile “savana feroce”, dove solo i più forti e affamati possono sopravvivere. Competitività e risultati sono concetti fondamentali ma non rigidi; per cui in un sistema che ancora abbia a cuore la società, la giustizia e gli equilibri, il mercato deve essere un sistema di riferimento basato anche su fenomeni di tipo sociale, solidaristico, mutualistico

Fenomeni che ci crediate o no sono ad oggi più frequenti nel mondo avanzato piuttosto che nella “culla della civiltà” libera, democratica, cattolica, progressista, civile che è questo Occidente.

Ma soprattutto, oggi più di ieri, in Occidente occorre un miracolo: uno “tsunami” che spazzi via migliaia di Istituzioni e di personaggi politici e governativi che – scorrettamente ed a danno della propria platea elettorale – impongono, alimentano e propagandano un modello culturale ed un approccio che ancora non distingue il “fallimento disonorevole” dalla “sconfitta onorevole” che animava la narrativa e la poetica Classica greca e latina. 

Il fallimento non è mai uguale per tutti. Può essere un mezzo artificioso e scorretto di gestire la propria impresa, ed in questo caso è una colpa. 

Può essere tuttavia anche un esito legato a variabili del tutto estranee alla personalità ed alla condotta dell’Imprenditore, ed allora perché fargliene una colpa? Può anche essere l’effetto di una ricerca di obbiettivi impossibili, di sapore quasi romantico e di altri tempi.

E per fallimenti del genere, si può parlare almeno di sconfitta con onore. Ma il problema è che il nostro decaduto Occidente ormai fa una netta distinzione non tra i diversi tipi di fallimento, ma solo tra le due tipologie opposte di soggetto fallito: quello che “ha amici” e dunque in qualche modo potrà riabilitarsi e ripartire; da quello “senza rete” e dunque lasciato solo al rigore non solo del pregiudizio ma anche della estraneità da una casta o da un ambiente di salvaguardia. 

Insomma, colui privo di “santi in Paradiso”. 

Molti di questi personaggi sono stati condannati non dalla ipotetica incapacità ma dalla personalità antagonista, da uno spiccato odio verso le gerarchie e la subordinazione culturale. Gente così viene vista come un pericolo per l’ordine costituito e per le organizzazioni industriali schematiche e piramidali; ed in quanto pericolosa, una volta sepolta da palate di sabbia od altro viene accuratamente tenuta fuori da un contesto decisionale. 

Si preferisce bollarli come appunto “falliti”. 

Non rieducabili, non meritevoli di riabilitazione e soprattutto causa del loro stesso fallimento. Ne ho visti di uomini così, e francamente nulla mi ha terrorizzato di più del vedere come questi personaggi fuori dagli schemi venissero sempre rimpiazzati da schiere di robotici e deprimenti subordinati nativi, capaci sempre e solo di obbedire e compiacere l’ordine costituito.

Beh, Vi assicuro che di soggetti “falliti” così, magari abili e competenti ma tagliati fuori dal pregiudizio e dalla buona Società, in Occidente siamo pieni. 

E Dio solo sa come e quanto oggi questo tipo di “falliti” sarebbe molto più utile di schiere di perfetti e rampanti “Yes man” dal trascorso impeccabile…

Per questo nell’Automotive come in altri settori industriali la scelta da fare è di natura discriminante e irreversibile: o si continua nell’approccio corrente dei rapporti e dei pregiudizi tra chi ancora cerca di fare Impresa locale in Occidente sapendo che le possibilità di fallimento aumentano di anno inanno contro il muro di gomma di uno status quo che per la maggior parte delle proprie esigenze sfrutta non più il risultato operativo ma la rendita garantita; oppure Società, legislatore e ambiente finanziario e mediatico occidentale decidano per una volta di smentire il proprio socio finanziatore occulto cambiando approccio e paradigma; esercitando così un atto di consapevolezza e forza per evitare che tra pochi anni quest’Occidente si trasformi esclusivamente in un esercito di braccia guidate dalle teste pensanti cresciute in Estremo Oriente ed India

Non c’è più tempo, e tra poco non ci sarà più neppure il futuro. Ma forse, a vederla bene, quello che già non c’è più è proprio l’Occidente.

 

Riccardo Bellumori.