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Nuove Bentley Continental GT, Continental GTC e Flying Spur

Bentley ha presentato le ultime novità della sua gamma di modelli con il debutto delle Continental GT, Continental GTC e Flying Spur 2025.

Dotate di un motore ibrido plug-in benzina-elettrico V8 biturbo da 4,0 litri che eroga 680 CV e 930 Nm di coppia combinati nei tre nuovi modelli.

Si tratta di quelli che Bentley definisce i modelli High Performance Hybrid, che si collocano al di sotto della linea di modelli Ultra Performance Hybrid, ovvero la gamma di modelli Speed e Mulliner, tra cui la Continental GT Speed, la GTC Speed e la Flying Spur Speed, che estraggono 782 CV e 1.000 Nm di potenza combinata dai loro propulsori a benzina V8 biturbo da 4,0 litri.

Bentley sottolinea che il nuovo trio supera i modelli GT Speed della generazione precedente: la Continental GT, in particolare, è in grado di effettuare lo sprint da 0 a 100 km/h in 3,7 secondi (contro i 3,2 secondi della GT Speed). La Flying Spur a quattro porte lo fa in 3,9 secondi (contro i 3,5 secondi della Flying Spur Speed).
Poiché i nuovi modelli utilizzano una versione del gruppo propulsore del trio Speed, sono in grado di percorrere in modalità puramente elettrica fino a 85 km per la Continental GT (rispetto agli 81 km della GT Speed) e 82 km per la Continental GTC. Il tutto grazie alla stessa batteria da 25,9 kWh delle versioni Speed, che fa parte dell’architettura a 400 volt. Non sono stati indicati i valori di carica della batteria, anche se la stessa batteria della Speed richiede fino a 11 kW di corrente alternata e si ricarica completamente in meno di tre ore.

TECNOLOGIE E DESIGN

Le tecnologie della trasmissione e del telaio del set Bentley Active Chassis per i modelli principali Continental GT, GTC e Flying Spur includono Dynamic Ride, sterzo posteriore e LSD a controllo elettronico, con modalità Comfort, Bentley e Sport selezionabili dal guidatore.

Le Continental GT e GTC di base sfoggiano la griglia a matrice firmata Bentley in nero lucido con bordo e barra centrale cromati, le griglie inferiori del paraurti in nero opaco e lo splitter in nero lucido. Le finiture esterne sono cromate, mentre il diffusore posteriore è in nero lucido. I fari sono ispirati al cristallo tagliato e presentano un’animazione di benvenuto personalizzata.

LO STILE BENTLEY

Le versioni Azure di ciascun modello presentano uno stile più tradizionale e sono identificate da una griglia anteriore con cromo brillante per il bordo della griglia e le sue alette verticali. I cerchi sono da 22 pollici con design Azure e finitura lucida in argento, mentre i badge Azure adornano i parafanghi anteriori.

All’interno, la Continental GT e la GTC sono dotate di sedili con design a scanalature dritte, mentre le finiture interne possono essere scelte tra cromo lucido e cromo scuro opzionale. Le versioni Azure hanno la specifica dei sedili Wellness con aspetto trapuntato a diamante e cuciture a contrasto, finiture in noce taglio corona a poro aperto con i pacchetti di specifiche Touring, Comfort e Mood Lighting e pedane illuminate.

La Bentley Continental GT Azure è dotata di tetto apribile panoramico, mentre la GTC Azure ha uno scaldacollo da utilizzare nei climi più freddi. Naturalmente, come Bentley, ognuno dei tre nuovi modelli può essere personalizzato con una combinazione pressoché infinita di colori di vernice, impiallacciature, finiture, rivestimenti interni e opzioni Mulliner.

Nissan Juke Hybrid: focus Infotainment e ADAS

La Nissan Juke ha rivisto in maniera importante il suo abitacolo e dotazioni tecnologiche.
Ecco come cambia con il restyling di metà carriera il modello che ha fondato il segmento dei B-SUV.

Nuova Citroen C5 Aircross: foto rubate

La prossima Citroen C5 Aircross è stata fotografata sul set di un filmato pubblicitario senza alcun camuffamento. Basata sullo stile del concept visto al Salone di Parigi, questa rivale della Renault Austral e cugina della Peugeot 3008 sarà proposta con diversi livelli di elettrificazione nell’autunno del 2025.
La presentazione della nuova Citroen C5 Aircross (codice CR3) si avvicina rapidamente e, secondo le nostre informazioni, dovrebbe avvenire prima dell’estate. Il costruttore sta quindi lavorando agli ultimi preparativi. Il crossover si è avventurato in una foresta slovena per girare il video promozionale che accompagnerà il suo lancio. Non abbastanza discreto, a quanto pare, visto che una foto “rubata” del veicolo, scattata sul set, rivela alcune delle sue plastiche.
Il modello di serie ha lo stesso stile e colore della concept car.
Il modello di produzione riprende lo stile e il colore della concept car.
Gatien-Hugo Riposseau – L’argus
Un cambiamento di stile
Come le illustrazioni dei brevetti emerse in precedenza, la fotografia conferma un design molto simile a quello della concept car vista al Salone di Parigi 2024. La nuova arrivata perde le curve del suo predecessore per assumere un aspetto più robusto. Il cofano e il tetto sono quasi orizzontali, la prua e la poppa sono verticali e le pieghe della carrozzeria sono prominenti. Queste sottolineano la larghezza e l’altezza dei parafanghi posteriori. La vettura qui raffigurata ha un tetto nero flottante. Le protezioni dei passaruota sono in nero opaco, mentre i paraurti sono in nero lucido. Inoltre, questo modello di presentazione è verniciato in una tonalità di verde simile a quella della concept car del Salone di Parigi..
Si ripete il linguaggio stilistico introdotto con la concept Oli, con i gruppi ottici posteriori divisi in segmenti orizzontali ai lati della striscia nera che sottolinea il lunotto. Al centro della striscia si trova il nuovo logo Citroen in bianco sopra il nome Aircross nello stesso colore. Il badge C5 si trova nell’angolo inferiore destro del portellone posteriore. Per inciso, la targa è la stessa utilizzata nella pubblicità attuale della C3 Aircross.

DATI TECNICI

La nuova Citroen C5 Aircross utilizza la piattaforma STLA Medium delle ultime Peugeot 3008 e 5008 e della seconda generazione di Opel Grandland. Condividerà anche i loro motori.

La gamma entry-level sarà alimentata dall’unità micro-ibrida 1.2 da 145 CV con cambio a doppia frizione elettrificato e-DCS6. Verrà offerto anche un ibrido plug-in da 195 CV con cambio e-DCS7.

Per la prima volta sarà disponibile una ë-C5 Aircross elettrica, con una scelta di tre propulsori. Il più modesto combinerà un motore da 210 CV con una batteria da 73 kWh per un’autonomia WLTP di circa 500 km. La variante Long Range, con 230 CV e una batteria da 96,9 kWh, garantirà ufficialmente un’autonomia di circa 700 km. Successivamente, una versione 4 x 4 da 325 CV e 73 kWh dovrebbe completare la gamma. Questo propulsore è atteso prima da Peugeot; la sua autonomia è ancora da vedere. Come il suo predecessore, la prossima Citroen C5 Aircross sarà prodotta in Francia, a Rennes. Secondo le nostre informazioni, il suo arrivo nelle concessionarie è previsto per l’autunno 2025.

Autodemolitori e Rigeneratori: la Supply Chain Automotive che nessuno rivaluta

Il segno concreto che nel mondo dell’Auto le cose non vanno più allo stesso modo lo possono vedere solo “gli addetti ai lavori” del comparto Aftersales: in particolare il cambiamento è radicale agli occhi di chi, “sfogliando” sullo schermo del loro PC l’assortimento di parti di Ricambio registrate e catalogate (tra parti Originali, primo Equipaggiamento ed analoghe, corrispondenti, etc..), si rendono subito conto che l’elenco variegato che cominciò di colpo ad allungarsi in calce ad ogni componente da inizio anni 2000 – anche e soprattutto per l’espansione degli “ERP” di gestione Magazzino a supporto dell’assortimento dei Distributori e del “Gross Market” – comincia a “sfoltirsi” in associazione con l’elenco di componenti delle auto di ultimissima uscita. Ed in molti casi Ricambisti ed Autoriparatori stanno verificando che parecchie vecchie diciture e codificazioni Ricambio sono ormai irreperibili perché esaurite o non più presenti: tanto è vero che si moltiplicano spontanee coalizioni di ricambisti che mettono in comune sempre più spesso assortimenti di magazzino nell’auspicio di reperire quelle referenze che ormai i Distributori non hanno più in catalogo.

Perché questa premessa? Perché la base dell’Industria dell’Auto, intesa come materia prima, nuove produzioni e giacenze, sta per raschiare il barile: dapprima il taglio delle catene di Supply internazionale (pensiamo alle disponibilità del mercato inglese compromesse dalla Brexit o la filiera del ricambio aftermarket asiatico cambiata per sempre dopo il Lockdown) e poi la deriva elettrica hanno tagliato via in modo drastico e prematuro una serie di disponibilità di componenti e di “kit” che erano in disponibilità nei magazzini. 

Complice anche, in chiave italiana, la rincorsa di diversi Ricambisti alla vendita Ricambio di “Marca” in affiliazione con la Rete colabrodo dei Dealers; e la ricerca fino al 2020 di paradigmi canonici ma poco gestibili (un magazzino “leggero”, un modello logistico “Just in Time” ed una Supply pesantemente indirizzata al Drop-Shipping con ricerca estenuante e continua sul Web di componenti mancanti in Magazzino) che hanno finito per aumentare i costi di approvvigionamento e circolazione dei ricambi.

Si è soliti ridurre tutto alla data di inizio del Lockdown del 2020: ma quella in verità  non fu la data di inizio della siccità occidentale in materia di Supply Chain, ma fu quantomeno la data di “fine” di un ciclo spropositato di subfornitura verso l’Export da parte del monopolista divenuto tale nella filiera automotive globale: il polo cinese.

Verso la Supply “a chilometro Zero”: ma quanto costa!

Quello che dal 2020 si è invece materializzato nell’intermediazione delle parti di ricambio è un lento recupero della parte “OEM” cioè originale, ma questa è solo la facciata “pubblica” del sistema. In verità è aumentata la quota fatturata di intermediazione di componenti originali legata ai Costruttori originali per tre motivi: 1) una riduzione sensibile dei prezzi medi operati sul Distributore e ricambista (oppure, vedetela anche così, un aumento della soglia di sconto operato) da parte della filiera OEM

2) il taglio di diverse figure intermedie di distribuzione verso il ricambista finale (con gli Agenti di vendita del Produttore OEM indirizzati direttamente alla conclusione di affari con i dettaglianti e le officine);

3)l’aumento di commercio ed attività di autoriparazione “allblack” che si è volutamente lasciato alla carità cristiana dei controllori sul territorio al fine di lasciar respirare la componente più precaria del mondo Aftersales da alcuni anni a questa parte: gli autodemolitori che non ricevono più la mole di rottamazioni che derivava da un mercato auto in salute ed in pieno rinnovamento, e le micro-officine che nel pieno di una crisi socioeconomica epocale del paese danno lavoro ad almeno cinquecentomila anime che in caso contrario sarebbero a libro paga Inps come disoccupati. 

E non solo: Vi siete semplicemente imbattuti in titoli di giornali che parlano dell’aumento di furti parziali su automobili oppure siete consapevoli che i furti su commessa di parti di ricambio sono davvero in ripresa?

Meno nuove, più “OEM”, più vecchie, rischio “all black”. Nuovi paradigmi Aftersales

Europa ed Italia in specifico, hanno ormai volumi di produzione del “nuovo” dove il parco Auto invecchia sempre più con il problema che la sua maggioranza è composta da auto ultradecennali con una conseguente quota di sempre maggiore “fuori magazzino” per quel che riguarda il vincolo di disponibilità di ricambi che il Costruttore deve poter garantire dopo la fine del ciclo industriale del mezzo. A poco servono ormai i supporti degli Owners Group che sul Web si confrontano di continuo su Forum e Chat per favorire la disponibilità di Marchi specifici, ma dico “a poco servono” perché il polso della ricerca personale fatta mi porta a segnalare alcune aberrazioni poco salutari sul mercato, con aumento indiscriminato di prezzi di offerta per molti che nel ricambio intermediato non vedono più solo un atto di passione identitaria ma un supporto ad economie familiari sempre più in crisi.

Il quadro rischia di diventare sempre più esplosivo perché alla base, appunto, si sta riducendo al lumicino il ruolo chiave di “disaster recovery” degli Autodemolitori: le materie prime, le risorse energetiche e i costi logistici sono in aumento esponenziale, e questo rende molto più caro non solo reperire e selezionare ma anche immagazzinare un Ricambio. Il vecchio quadro normativo per il ricambio usato da demolizione (D.P.R. 915/82, per la regolamentazione dei rifiuti, dove all’Art.15) le attività di vendita degli autodemolitori sono sempre in violazione rispetto alla norma che prevede un massimo di 6 mesi tra recupero e vendita per non subire: “l’eccessivo deterioramento dei materiali stessi e di agevolarne una sollecita riutilizzazione”) fa sorridere nella dicitura secondo cui ‘Il Rottamatore’ dovrebbe inoltre “corrispondere al proprietario del veicolo conferito il prezzo ragguagliato al suo valore commerciale; non aiuta di piu’ il D.Lgs. 209/2003, in attuazione della Direttiva CE/53/2000, quando, all’articolo 7, gli autodemolitori si impegnano a re-impiegare (cioè favorendone il loro riutilizzo secondo l’uso previsto dalla fabbrica) almeno il 95 per cento delle parti in proporzione al peso medio delle auto in giacenza; ed inalternativa il recupero dei componenti non riutilizzabili ed il loro riciclaggio.

Se poi a sovrintendere tutto questo rimane una semplice autodichiarazione come quella del MUD Ecocerved nella specifica Sezione Veicoli che inquadra la “Decisione 2003/138/Ce”.

 

Autodemolitori alla prova “Carbon Zero”

In sostanza il ricorso al ricambio usato da demolizione oggi salta a più pari almeno tre requisiti oggettivi integrati ed imprescindibili rispetto alla norma di legge: l’obbligo di tracciatura e di vendita conforme del Rottamatore, la sussidiarietà obbligatoria dell’Autoriparatore nella scelta e prelievo di componenti ritenute “vitali” per il funzionamento in sicurezza del veicolo ed infine l’obbligo dello stesso autoriparatore a porre sua personale garanzia su vizi e difetti della componente usata sull’auto in riparazione. La assenza continuativa e standardizzata di queste regole porta sempre più spesso all’accendersi di controversie di natura peritale ed assicurativa per la presenza sull’auto di parti di ricambio non conformi o non tracciate.

Sono circa 1.450 gli autodemolitori in Italia: l’obiettivo fissato dalla Direttiva europea su riuso e riciclo dei veicoli demoliti è dell’85%, a cui va aggiunto un 10% da avviare a recupero energetico. In Italia, il target dell’85% è stato raggiunto nel 2019, mentre manca la quota di recupero energetico. 

Tante norme ma la prassi dal Rottamatore è ancora la Giungla

Questo sta portando gli autodemolitori da recettori di un servizio di recupero ad un ruolo di intermediari dei Costruttori OEM che sono obbligati per obbiettivo di Carbon Zero al recupero totale del loro lavorato, mentre è ancora in corso la revisione della Direttiva 2000/53/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio sui veicoli a fine vita  mentre in tema di RENTRI – registro digitale delle radiazioni e radiazioni online – tracciabilità delle vendite online di ricambi usati), vedrà un impatto sempre più discriminante legato al recupero certosino dei cosidetti Metalli rari. E’ per questo che le istitutuzioni di controllo sul territorio hanno aguzzato gli occhi, troppo spesso bendati nel passato, sul workflow in entrata ed uscita dagli Autodemolitori, perché oggi il rifiuto è diventato un bene. Dunque nel prossimo futuro meno ricambi disponibili, più cari, e forse meno Jungla. Ed allora come approcciare nei panni di un potenziale Cliente e come professionista di settore? Siamo sinceri, la prima prerogativa che deve raggiungere l’Automobilista è quella di “saper leggere” il ricambio ed i suoi codici fondamentali, per capire origine e tracciabilità; per poi capire quali sono i diritti che gli competono in tema di ricambio usato, e quali servizi pretendere dall’Autoriparatore per la garanzia della sicurezza necessaria nel post riparazione.

Da “AutoriparaPTOR” ad Autoriparatore: la categoria non denuncia le mele marce?

Una premessa, fondamentale: tutti teniamo famiglia ma sono in netto aumento le controversie in tema di autoriparazione per informazioni errate o fallaci, preventivi incomprensibili e soprattutto certificazione finale dei lavori svolti. Soprattutto la ruggine tra clienti e autoriparaPTOR si acuisce dato l’aumento costante dei costi a carico del cliente finale. Eppure nessun Costruttore ha mai finora definito la formula più semplice di supporto e di fidelizzazione con gli automobilisti: non esiste un numero verde, una mail o un supporto Whatsapp di tutela e assistenza degli Automobilisti per poter segnalare eventuali abusi o condotte scorrette degli autoriparatori sia nelle reti ufficiali che in quelle Indipendenti dove, ex BER 2010, è legittimo poter svolgere interventi autorizzati anche da Casamadre. Chiaro che finchè il rapporto tra OEM ed autoriparazione si svolgerà solo presso le Reti ufficiali, senza monitorare le reti indipendenti lasciando dunque a mo’ di punizione per i clienti il rapporto commerciale e di servizio.

Ricambio Usato Vs. Rigenerato: quando  non vanno mai confusi

Detto questo, apriamo un focus di osservazione rapido sulla categoria dei ricambi usati rispetto a quelli Rigenerati, visto che ancora corrono degli equivoci sulla questione: i ricambi usati sono quelli che derivano dalla rimozione di auto in fine ciclo di vita, dunque fondamentalmente quelli derivanti da processi di rottamazione oppure, meno usualmente, dallo smontaggio di componenti presso le Officine

Il ricambio rigenerato invece ha tutt’altra genesi, che nasce dalla interazione tra parti in rapporto: in particolare il rigenerato deriva dalla scelta di un fornitore di Componente usurata da rigenerare (Autoriparatore, Ricambista, o Cliente finale) ad un professionista della rigenerazione. Costui è un soggetto abilitato, certificato ed inquadrato sia a livello di Know How che di categoria artigiana, adatto a compiere tutti i passaggi tracciati e garantiti per ripristinare nella componente meccanica, elettrica, elettronica, elettropneumatica od idraulica la parte soggetta ad usura ovvero a rottura funzionale. 

Dunque la rigenerazione è prassi ormai consueta nelle componenti soggette ad usura da attrito (Freni, frizioni, ferodi diversi e componenti in gomma); nelle componenti soggetti ad usura volvente (Alberi, avvolgimenti, rotori, pompe, etc..) oppure a consumo da flusso elettromagnetico; ed infine nella rigenerazione rientrano le procedure di rettifica fatte su parti meccaniche nelle quali il continuo funzionamento genera difformità superficiali anomale tra unità componenti meccaniche seriali (ad esempio la rialesatura delle canne cilindri, il ripristino di sedi di battuta delle componenti meccaniche, il rifacimento di filettature, etc.) 

Dunque, in un rapporto di rigenerazione/rettifica componenti il protocollo di servizio prevede il ripristino di funzionalità pari all’originale delle componenti rigenerate, il collaudo e la applicazione della garanzia biennale sulle lavorazioni. In un contesto ed in un protocollo del genere non solo la rigenerazione è una attività di postvendita assolutamente valida e certificata ma è anche rispettosa del concetto di circolarità e di recupero intelligente. Anche per questo la rigenerazione è una prassi ed una cultura da rivalutare.

Riccardo Bellumori

Denza arriva in Italia: tutto sul marchio premium BYD

Dopo aver aperto il suo enorme mercato automobilistico ai tedeschi, la Cina sta ora cercando di portare la lotta per il dominio nel loro cortile. Presentata in anteprima europea al Salone del Mobile di Milano, Denza ha nel mirino i tradizionali marchi premium BMW e Mercedes-Benz, come riporta Reuters.

Quest’ultimo è particolarmente ironico, dato che il marchio era originariamente una joint venture 50:50 tra Stutgart e BYD, con l’acquisizione da parte di quest’ultima a partire dal 2022 (la transazione è stata completata l’anno scorso).

Denza è matura per la crescita delle esportazioni: le sue vendite hanno rappresentato poco più del 3% degli oltre 4,2 milioni di veicoli venduti da BYD lo scorso anno, di cui oltre il 90% nel mercato nazionale. L’anno scorso, BYD ha registrato una quota di mercato del 2,8% del mercato europeo dei veicoli elettrici, dopo aver introdotto un veicolo ibrido plug-in, il Seal U DM-i (noto altrove come Sealion 6 DM-i), per ampliare il suo appeal sul mercato.
Il consigliere speciale del Gruppo per l’Europa Alfredo Altavilla ha dichiarato che la Denza sarà la punta di diamante tecnologica di BYD. “Anticiperà le caratteristiche tecnologiche che appariranno in seguito sulle auto del marchio BYD”, ha detto durante l’evento di lancio a Milano, a cui ha partecipato anche il vicepresidente esecutivo Stella Li.

Denza prevede di entrare nella regione alla fine dell’anno con la Z9 GT, una grande shooting brake elettrica a cinque porte che eroga ben 963 CV (708 kW) e 710 Nm di coppia, con un’autonomia di 630 km nel ciclo ultra-ottimistico cinese CLTC. La versione PHEV, dotata di un turbo range extender da 2,0 litri, con una potenza di 870 CV (640 kW) e un’autonomia puramente elettrica di 201 km, seguirà all’inizio del 2026.

IL BRAND PREMIUM

“L’obiettivo è quello di fare di Denza un marchio premium full-liner”, ha dichiarato, aggiungendo che il marchio si rivolge sia agli acquirenti premium tradizionali sia ai clienti più giovani, questi ultimi particolarmente interessati alla tecnologia.

Non sono ancora stati rilasciati altri dettagli sui piani di prodotto europei, sui prezzi o sulla strategia commerciale, ma si ritiene che il primo modello sarà più costoso persino del più costoso BYD in Europa, attualmente 76.300 euro per il SUV Tang.

Ricordiamo che BYD deve fare i conti con un dazio del 17% in Europa (oltre alla tassa standard del 10% su tutte le importazioni) come parte di misure più ampie contro i marchi cinesi.

Vale la pena notare che i veicoli Denza continueranno a essere importati dalla Cina nonostante queste tariffe, anche se BYD prevede di avviare la produzione europea in un nuovo stabilimento in Ungheria in ottobre. L’apertura di un secondo sito in Turchia è prevista per il prossimo marzo e, a regime, gli stabilimenti avranno una capacità totale di 500.000 veicoli all’anno.

Toyota Land Cruiser Mini: Anteprima

Ecco tutto quello che sappiamo sulla nuova Toyota Land Cruiser mini.

Il gigante giapponese Toyota sta lavorando a un’importante innovazione che stravolgerà il competitivo mercato dei SUV. Un mercato in cui il marchio è già un punto di riferimento globale grazie al leggendario Land Cruiser. Per anni si è speculato e commentato sulla possibilità che Toyota ampliasse la sua gamma di veicoli 4×4 con quello che è diventato popolarmente noto come Land Cruiser mini. Un progetto che, se tutto va secondo i piani, vedrà finalmente la luce.

L’idea di vedere nelle concessionarie un Land Cruiser di dimensioni compatte fa rabbrividire i costruttori che competono in un segmento che nell’ultimo decennio è diventato particolarmente elitario. L’offerta ha subito un duro adeguamento. Un adeguamento ancora più radicale se ci concentriamo sull’Europa. Ricordiamo ancora la partenza del Suzuki Jimny. Un addio che ha lasciato un grande vuoto che altri marchi, come Toyota, hanno deciso di colmare.

Vale la pena ricordare che il Jimny ha lasciato i concessionari europei dalla porta di servizio per due motivi principali. Il motivo principale è legato alle severe normative europee sulle emissioni. Suzuki non poteva permettersi di mantenere nella sua gamma un veicolo molto popolare con emissioni medie considerevolmente elevate. E poi c’era il fattore della capacità produttiva dell’azienda. Il marchio non poteva soddisfare la crescente domanda europea in tempi ragionevoli.

IL SUV COMPATTO

La decisione di Suzuki ha generato molto clamore. Ritirare il Jimny dalla gamma europea e reintrodurlo come veicolo commerciale. Il Suzuki Jimny Pro. Una variante a due posti che, in questo caso, può essere autorizzata a essere commercializzata nell’Unione Europea sia in termini di emissioni che di volumi di vendita.

Toyota non avrà questo problema. Il colosso mondiale può permettersi di commercializzare un’altra 4×4 sul territorio europeo grazie al suo forte impegno per le auto ibride (HEV), ibride plug-in (PHEV) ed elettriche (BEV) a ricarica automatica. Inoltre, Toyota potrebbe eventualmente elettrificare il tanto atteso Land Cruiser mini con la tecnologia mild hybrid (MHEV) a 48 volt, proprio come ha fatto con il suo “fratello maggiore”.

Anche se è conosciuto con il nome di mini, la verità è che questo Land Cruiser più piccolo avrà dimensioni compatte. Con una lunghezza di circa 4,5 metri, sarà significativamente più piccolo del Land Cruiser standard. Tuttavia, sarà ben lontano dai 3,48 metri che misurava il Jimny venduto anni fa sul territorio europeo.

Dotato dello stesso sistema di trazione integrale del Land Cruiser 250, il nuovo SUV compatto sarà alimentato da un motore a benzina a quattro cilindri. Negli ultimi tempi si è ipotizzato che possa essere offerto con un motore diesel e si è parlato anche di una variante 100% elettrica. Quello che possiamo dare per scontato è che la famiglia Land Cruiser avrà un modello elettrico. Un veicolo plug-in anticipato dalla Toyota Land Cruiser Se Concept.

Le ultime informazioni emerse nel lontano Giappone indicano che Toyota sta analizzando la possibilità di ritardare il debutto della Land Cruiser mini fino al 2026 per dare priorità ad altri sviluppi che il marchio considera più importanti. Soprattutto a livello globale. Indipendentemente dalla data di presentazione, la Land Cruiser mini sarà inizialmente in vendita in Giappone, mentre altri mercati la seguiranno.

Nuovo Nissan Qashqai 2027: Rendering totale

Alla fine del mese scorso Nissan ha annunciato una serie di nuovi prodotti, la cui anteprima è prevista per il 2025-2026. In questi rendering di Kolesa.ru vediamo come potrebbe essere la prossima generazione del Nissan Qashqai.

Il Nissan Qashqai è apparso per la prima volta nella primavera del 2004 come concept al Salone dell’Auto di Ginevra, mentre la versione di serie è stata presentata nel 2006. Oggi è in linea di montaggio la terza generazione del parklet, che ha debuttato all’inizio del 2021, e un anno fa ha ricevuto un restyling.

Non ci sono ancora informazioni sulla prossima generazione dell’auto, ma possiamo concentrarci sul design delle recenti novità dell’azienda, tra cui i crossover Murano e Kicks e l’imminente auto elettrica Leaf di terza generazione. Possiamo ipotizzare che la Qashqai manterrà le proporzioni familiari delle prime tre generazioni, mentre potrebbe avere un frontale completamente nuovo con un design più lineare (rispetto al modello attuale con uno stile piuttosto complesso). Il crossover presenta le tradizionali maniglie delle porte, simili a quelle della Murano senior parklet di ultima generazione. Nella parte posteriore sono presenti dei fari originali, la cui grafica riprende quella delle luci di marcia anteriori.

Rendering Kolesa.ru

MOTORI E DATI TECNICI

È troppo presto per parlare della tecnologia del futuro crossover, l’attuale Nissan Qashqai è realizzato sulla piattaforma Alliance CMF-C, che è una versione raffinata del precedente “bogie”. Sul mercato europeo il crossover è equipaggiato esclusivamente con propulsori ibridi.

Le versioni base sono mild hybrid, basate su un turbo quattro a benzina da 1,3 litri con 140 o 158 CV, un generatore di avviamento a 12 volt e una batteria agli ioni di litio da 1,8 kWh. Le modifiche più costose sono dotate di un sistema e-Power proprietario composto da un turbo-triplo a benzina da 1,5 litri con 157 CV, che funge da generatore, e da un motore elettrico da 190 CV che fa girare le ruote anteriori.

Trump affonda il WTO punta sull’India

 Lo sanno anche i bimbi: nel 1492 Cristoforo Colombo partì alla volta delle Indie tentando una nuova rotta, e si ritrovò in America. 

Quello che invece hanno capito bene i bimbiminkia che lo hanno eletto, è che oltre 500 anni dopo Donald Trump ha deciso di collegare l’India con l’America usando non le caravelle ma le tabelle dei Dazi presentati al mondo il 2 Aprile 2025. 

E’ una delle considerazioni a margine del piano di nuovi Dazi che gli Stati Unilaterali (nel senso che è ormai un quarto di secolo che gli USA si muovono secondo il loro univoco punto di vista e senza necessaria condivisione delle strategie con i cosiddetti Partner od alleati mondiali. Il commercio mondiale nasce nel 1947 con il GATT nato per regolamentare i dazi doganali e per ridurre il vincolo del protezionismo in alcuni mercati. 

Ma fu un accordo vigente praticamente in una metà del mondo e soprattutto in un sistema occidentale che stava lentamente superando lo status coloniale per alcune nazioni.

L’attuale sistema commerciale globale è stato istituito tramite l’Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (GATT), il precursore del WTO. L’ordine commerciale globale basato sulle regole del GATT è stato costruito sui due pilastri della non discriminazione e della reciprocità. 

La regola di non discriminazione della “nazione più favorita” (MFN) garantisce che le esportazioni dello stesso prodotto provenienti da qualsiasi paese godano di un trattamento tariffario equo in un dato mercato di destinazione. 

Reciprocità significa che gli accordi tariffari mirano a bilanciare i cambiamenti nei volumi di importazione ed esportazione che ogni paese sperimenta come risultato delle negoziazioni.

La fine dei blocchi contrapposti e dunque l’apertura ad Oriente ha creato dagli anni Novanta il problema di comprendere un nuovo mondo nel novero di regole del GATT che proprio su proposta degli Stati Uniti è diventato il “W.T.O”: in pratica un organismo auto organizzato e sedicente indipendente in grado di rivestire il ruolo di regolatore e di risolutore delle controversie tra Paesi e territori in rapporto commerciale reciproco: sette giudici appellabili chiamati a decidere in modo arbitrale. 

Uno dei vincoli costituenti del WTO era il patto implicito reciproco tra Stati di seguire le filosofie e le discipline del diritto americano di riferimento, e due clausole in specifico erano quelle che alla lunga gli Stati Uniti hanno ritenuto più “bucate” di tutte: la sanzionabilità con dazi doganali dei Paesi accusati di dumping commerciale; e la sostanziale linea di equilibrio sulle valute imposta dalle diverse Banche Centrali, con il vincolo di non alimentare svalutazioni competitive per facilitare l’export di alcuni Paesi negli altri. 

Paradossalmente, nel primo mandato di Trump alla Casa Bianca la giuria arbitrale del WTO aveva sancito al contrario che la politica dei dazi ricercata dal Presidente era illegale: di fatto nessun diritto di Trump a poter mettere muri doganali e tasse ai paesi che invadevano regolarmente gli Stati Uniti di merci.

Ed ecco che nel 2019 arriva il primo affondo di Trump sull’organismo di Appello del WTO a Ginevra, con la latitanza del voto sul rinnovo dell’organo e le dimissioni di ben sei dei sette giudici. E ingabbiare l’attività appellante per assenza di giudici è esattamente quel che Trump ha fatto paralizzando l’attività di giudizio, controllo e sanzione. Ok, ammettiamo che l’intento di Trump sia di voler ingessare le attività di controllo, giudizio e sanzione dell’Organo di controllo WTO: cosa c’entra l’India? Proviamo a ripercorrere un poco di passaggi chiave.

India, la via per l’America: corsi e ricorsi storici

Da quando è entrato in carica, Trump ha rispolverato leggi statunitensi vecchie di decenni per giustificare l’imposizione di tariffe sugli alleati della NATO, sui partner europei, sul Canada, sul Messico, su gran parte del resto dell’America Latina e, naturalmente, ripetutamente, sulla Cina.

Ed i paesi colpiti da tariffe unilaterali statunitensi hanno reagito in modo prevedibile, con tariffe proprie e boicottaggi commerciali che hanno colpito decine di miliardi di dollari di esportazioni statunitensi e sconvolto i flussi commerciali globali, portando il Fondo monetario internazionale, l’OCSE e il WTO stesso a rivedere al ribasso le stime di crescita globale a causa delle crescenti tensioni commerciali. Come spesso ricordo da questa piattaforma senza voler essere complottista, il Lockdown è capitato al momento giusto obbligando il sistema globale a ridefinirsi anche per far fronte ad alcuni “Stress Test” che più o meno accidentalmente sono nati dopo la crisi Covid: la crisi dei semiconduttori, la fine della Supply chain globale, il ritorno delle Cryptovalute, le filiere a KmZero, la tracciatura del Carbon footprint, ed infine la guerra russo-ucraina.

Le azioni di Trump riflettono questa volontà di superare del tutto l’organismo del WTO ed arrivare a tavoli di contrattazione separata ed univoca che non riguardino solo le tariffe doganali ma anche aspetti collaterali come il rapporto tra valute, la condivisione di investimenti, la sicurezza globale, etc.

E in tutto questo cosa c’entra l’India?

Curiosamente, in una guerra di rialzo reciproco di dazi tra aree commerciali contrapposte, un segnale in controcanto è passato inosservato: l’India aveva da poco ulteriormente ridotto i dazi all’importazione sulle motociclette, riducendo le tariffe sulle moto pesanti – con motori superiori a 1.600 cc – dal 50% al 30% e su quelle più piccole dal 50% al 40%.

Evento curioso, in un mercato indiano dove la mobilità diffusa è attualmente – e soprattutto ancora – basata sulle due ruote ma con diversi colossi nazionali ed una filiale Piaggio of India che è paragonabile ormai ad una realtà industriale autoctona visto che – per esempio – in India si continuerà a produrre per anni a venire il famoso “Ape”.

Insomma, un mercato indiano che per Harley ed Indian vale appena 3 milioni di dollari all’anno, ma con dazi doganali all’ingresso che erano del 50% per le maximoto – non può che risentire positivamente del nuovo assetto contabile deciso dal governo indiano.

Chiaro, chi conosce i precedenti di Trump sa che il Presidente USA ha criticato in passato proprio la politica dei dazi dell’India all’ingresso di beni e servizi esteri: e le cifre sono – per dirla così – dalla parte della Casa Bianca, visto che l’India da prima del Lockdown ad oggi ha aumentato del 40% l’export di beni, del 22% quello di servizi, ma non dimentichiamo che davvero una larga fetta di manager nei posti che contano in USA è indiano. Lo “sbilancio” commerciale tra India ed America è di più 120 miliardi di Dollari a favore della prima ovviamente.

Ma oltre ai dazi sulle due ruote, l’India ha azzerato le tasse di importazione sulle installazioni satellitari terrestri, sulle essenze aromatizzanti sintetiche mentre ha anche eliminato i dazi su determinati articoli di scarto e rottami: insomma le voci contabili di importazione statunitensi in India sono state “casualmente” agevolate in modo unilaterale. Certo, gli USA hanno un argomento convincente in mano: esportano in India figurano greggio e prodotti petroliferi, GNL, carbone, dispositivi medici, strumenti scientifici, rottami metallici, turboreattori, computer e mandorle.

India esce dalla Black List di Washington?

L’India e gli Stati Uniti stanno avviando un confronto comune su un accordo commerciale bilaterale” giusto, equilibrato ed equo”, ed in questo diversi analisti ritengono che il Dazio del 26% definito dall’amministrazione Trump contro New Dehli sarà uno tra i primi ad essere rimosso entro la fine di quest’anno : infatti, come specificato, gli Stati Uniti possono ridurre i dazi se i partner commerciali adottano “misure significative per porre rimedio ad accordi commerciali non reciproci” e si allineano con l’America su questioni economiche e di sicurezza nazionale

Un accordo tra India e Stati Uniti su un riequilibrio di dazi doganali reciproci allontanerebbe tuttavia dal governo di New Dehli il vero incubo che agita lo staff di Governo: il rischio che una guerra commerciale India/USA possa avvantaggiare l’ingresso di merci sottoprezzo cinesi che ovviamente beneficiano, soprattutto in ambito di mobilità elettrica, degli aiuti governativi; ed in ottica di una probabile riduzione dei volumi esportati negli USA, la Cina potrebbe riversare in India volumi di prodotto in esubero sul mercato interno a prezzi stracciati.

Alcune fonti informative hanno inoltre affermato che il piano americano di imporre tariffe reciproche sulla maggior parte dei paesi ha portato importanti partner commerciali a rivolgersi all’India per accordi di libero scambio (FTA). Oltre che con gliStati Uniti, l’India sta negoziando accordi commerciali anche con il Regno Unito (UK).

Piccolo ulteriore indizio: la sventagliata di dazi statunitensi verso il mondo ha prevedibilmente “premiato” l’antico partner britannico: il valore del 10% rispetto a dei veri e propri rimbalzi doganali verso altri Paesi ha il sapore del “premio fedeltà” verso l’Isola dell’Union Jack; ma questo porta anche ad alcune considerazioni “simmetriche” ovvero “triangolari” da valutare.

India/ Gran Bretagna: tornano i negoziati

Colloquii diretti tra India e Gran Bretagna, formalmente interrotti per la scomparsa di Sua Maestà Elisabetta sono ripresi da poco tempo tra il Segretario per il Commercio e gli Affari esteri Jonathan Reynolds ed il Ministro indiano Piyush Goyal. 

Dopo aver firmato 13 accordi di libero scambio con altri Partners commerciali, ora è il momento di un fronte di accordo anche con l’Isola Britannica. Il fine è quello di ridurre ovvero cancellare i dazi all’importazione reciproca su un panel di almeno il 90% di prodotti soggetti a tassazione oltre a ridurre al minimo le barriere non commerciali su una parte significativa delle importazioni dalle nazioni partner.

Dopo aver ottenuto accordi con le principali economie asiatiche, l’India sta ora dando priorità agli FTA con Regno Unito, UE e Stati Uniti per espandere le esportazioni e rafforzare i legami commerciali con le principali economie occidentali.

Quali vantaggi del libero scambio tra India e Regno Unito

Stimolare il commercio e gli investimenti riducendo le barriere tariffarie e non tariffarie e migliorando l’accesso al mercato;ampliare le opportunità nei settori della tecnologia, dell’assistenza sanitaria e dell’istruzione.

Tra i prodotti del Regno Unito che dovrebbero trarre vantaggio da questo accordo di libero scambio figurano metalli preziosi, automobili, prodotti per la cura della persona, rottami metallici, prodotti petroliferi, scotch e altri alcolici, macchinari e circuiti integrati

L’India potrebbe ottenere un maggiore accesso per i suoi studenti e professionisti nel mercato del Regno Unito, un accordo sulla previdenza sociale, oltre all’accesso al mercato per diversi beni a dazi doganali nulli. D’altro canto, il Regno Unito sta cercando un taglio significativo dei dazi all’importazione su beni come whisky scozzese, veicoli elettrici, carne di agnello, cioccolatini e alcuni prodotti dolciari.

La Gran Bretagna è inoltre alla ricerca di maggiori opportunità per i servizi britannici in India in settori quali le telecomunicazioni, i servizi legali e finanziari, tra cui banche e assicurazioni.

Con una ipotesi non certo peregrina: la Gran Bretagna ha davvero molto spazio industriale – dopo le dismissioni dei giapponesi causa Brexit – da assegnare a nuovi partners, e certo l’ipotesi di ripopolare le industrie con il partner USA diventa da oggi molto più concreta e favorevole; ma pensate ad un triangolo in cui Stati Uniti e Gran Bretagna partecipino massicciamente alla industrializzazione dell’India, mentre gli USA decidessero contemporaneamente di insediare le loro Imprese in Gran Bretagna: è chiaro quale sarebbe lo sbocco finale logistico e commerciale di tutto questo.

Il ritorno della Gran Bretagna nella “sua” ex colonia del Sud Africa, dal quale è uscita ormai sessant’anni fa e che di certo non ambisce a vedere diventare una nuova colonia tedesca, europea o cinese. E credo che questò è lo stesso spirito che anima l’America.

Insomma, buttando a fiume il WTO che hanno contribuito a creare, gli Stati Uniti potrebbero disegnare un nuovo asse privilegiato con India e Gran Bretagna (ed ovviamente parte del SudAmerica) per approdare più comodamente in quel mercato comune africano che debutterà nel 2035?? Io scommetto di si. E voi?

Riccardo Bellumori