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Lexus IS dice addio al mitico V8 a benzina

Addio alla Lexus IS F con il V8 benzina.

Le berline ad alte prestazioni con motori V8 stanno diventando rare come unicorni nel mercato attuale, e presto saranno ancora più difficili da trovare. Mentre la Lexus IS 500 si prepara a salutare la produzione, l’azienda ha pensato a qualcosa di speciale per i clienti giapponesi: ecco la Climax Edition, una serie limitata a soli 500 esemplari, con alcuni upgrade chiave che rendono questo “canto del cigno” ancora più memorabile.

Il fiore all’occhiello della Climax Edition è il suo impianto frenante potenziato: dischi ventilati da 380 mm abbinati a pinze Brembo a sei pistoncini e pastiglie ad alto attrito. Un miglioramento rispetto ai freni della IS 500 standard, che la avvicina alla più sportiva RC F Coupe.

I dettagli rossi delle pinze Brembo spiccano dietro i cerchi forgiati in alluminio BBS da 19 pollici, rifiniti in nero opaco. Per chi ha visto la versione Ultimate Edition destinata agli USA, questi cerchi risulteranno familiari. Anche la F Sport Mode Black giapponese li adottava, ma con una finitura lucida. In più, arriva una nuova vernice esterna “Neutrino Gray”.

All’interno troviamo rivestimenti in Ultrasuede, pelle traforata sul pomello del cambio e sul volante, una combinazione cromatica in nero e rosso acceso, un motivo speciale per l’orologio analogico, una targhetta “Climax Edition” sulla console centrale e una grafica di benvenuto esclusiva sul display LCD da 8 pollici.

IL V8 LEXUS

Nessuna sorpresa sotto il cofano: il V8 aspirato da 5.0 litri resta invariato, con 472 CV e 535 Nm di coppia. Il motore è sempre abbinato a un cambio automatico a otto rapporti e trazione posteriore.

In Giappone, la IS 500 Climax Edition arriverà ad agosto con un prezzo base di ¥9.500.000 (circa 65.400 dollari), mentre la versione standard parte da ¥8.500.000. Negli Stati Uniti, la IS 500 F Sport Performance 2025 parte da 60.715 dollari, ma non è ancora stato annunciato il prezzo dell’Ultimate Edition americana.

Il futuro della Lexus IS è incerto. Dopo il debutto nel 1999 e quasi due decenni di carriera, la berlina si avvicina al pensionamento. Si vocifera che la prossima generazione possa essere completamente elettrica, con trazione integrale e versioni sedan e shooting brake.

Dal lancio, Lexus ha venduto circa 1,3 milioni di IS in 40 Paesi del mondo.

BYD FangChengBao clona il Land Rover Defender

Il marchio premium cinese FangChengBao, di proprietà di BYD, si sta preparando a lanciare il suo quarto modello, il SUV ibrido plug-in di grandi dimensioni Tai 7 a cinque posti, come è emerso oggi dal database elettronico del Ministero dell’Industria cinese.

Lanciato nel 2023, il marchio FangChengBao si posiziona nella gerarchia di BYD tra il marchio di lusso Yangwang e il marchio premium Denza. Il modello di debutto di FangChengBao è stato il SUV di medie dimensioni Leopard 5 (alias Bao 5) con un powertrain ibrido plug-in, mentre l’anno scorso è stato lanciato sul mercato il SUV di punta Leopard 8 (alias Bao 8).

Nella primavera di quest’anno è stato presentato il terzo modello di FangChengBao, un crossover elettrico compatto Tai 3 con carrozzeria portante della nuova gamma Tai (钛), il cui nome in cinese significa “titanio”.

LA SFIDA BYD

Finora FangChengBao sta andando piuttosto bene: in Cina da gennaio a maggio di quest’anno, secondo CAAM, sono state vendute 41.843 auto di questo marchio (+105,4% rispetto all’APPG).

Il FangChengBao Tai 7 ha lo stesso passo dell’ammiraglia dei fuoristrada Leopard 8 – 2920 mm – ma le dimensioni del Tai 7 sono più modeste e paragonabili a quelle del Land Rover Defender 110: lunghezza complessiva – 4999 mm, larghezza – 1995 mm, altezza – 1865 mm. Anche dal punto di vista del design, il FangChengBao Tai 7 ricorda leggermente il Land Rover Defender 110, soprattutto se visto di lato.

Non si sa ancora fino a che punto il Tai 7 e il Leopard 8 siano unificati in termini di equipaggiamento e se lo siano del tutto – non è escluso che il Tai 7 abbia un corpo portante. Il Tai 7 ha un interno rigorosamente a cinque posti, mentre il Leopard 8 ha una disposizione su tre file.

MOTORI

Nel database elettronico del Ministero dell’Industria cinese il Tai 7 appare come un SUV ibrido plug-in con un motore turbo a benzina da 1,5 litri montato anteriormente con una potenza di 156 CV. La versione base del Tai 7 avrà un solo motore elettrico sull’asse posteriore con una potenza di 200 kW (272 CV), mentre le versioni precedenti avranno un secondo motore elettrico sull’asse anteriore con una potenza di 160 kW (218 CV) in aggiunta a questo motore elettrico. Capacità della batteria di trazione – 26,6 o 35,6 kWh, autonomia con una singola carica senza l’inserimento del motore a combustione interna – da 100 a 130 km nel ciclo CLTC, a seconda della modifica. Peso a vuoto: da 2230 a 2480 kg.

Quanto costerà la FangChengBao Tai 7 possiamo solo ipotizzarlo. Rischiamo di ipotizzare che sarà più economico di un fuoristrada più compatto, ma tecnicamente più avanzato, il Leopard 5, che, tra l’altro, all’inizio di quest’anno ha subito un piccolo restyling. Il Leopard 5 è disponibile solo a trazione integrale con due motori elettrici e il suo prezzo minimo in Cina è ora di 239.800 yuan.

Volkswagen sfida la guida autonoma di Tesla

Il marchio MOIA, focalizzato sulla mobilità, ha presentato la versione di serie del Volkswagen ID. Buzz AD. Si tratta di un progetto che dura da anni e che apre la strada ai furgoni elettrici autonomi in Europa e negli Stati Uniti.

Questo annuncio arriva pochi giorni dopo che Elon Musk ha dichiarato che il Robotaxis di Tesla inizierà le operazioni di prova ad Austin, in Texas, il 22 giugno. Una coincidenza? Forse. Ma la gara per dominare la mobilità autonoma si sta scaldando. Una differenza fondamentale tra i due è che mentre il Robotaxi di Tesla si concentrerà sui passeggeri come servizio di ride-hailing, il MOIA di VW si rivolgerà principalmente ai clienti aziendali e ai fornitori di mobilità.

Il veicolo di livello 4 di Volkswagen è stato “specificamente ottimizzato per l’uso nei servizi di mobilità” e presenta un passo allungato e un tetto rialzato. Non sono gli unici cambiamenti: il furgone è dotato di “imbarco intuitivo tramite smartphone”, il che significa che i passeggeri utilizzano il proprio dispositivo per sbloccare il veicolo.

Una volta all’interno, i passeggeri si ritrovano con un abitacolo rinnovato, caratterizzato da un pavimento in “legno”, grandi maniglie e quattro sedili per i passeggeri.

Sono presenti anche i pulsanti SOS, Support e Start/Stop. MOIA ha anche dichiarato che il furgone è dotato di intelligenza artificiale a bordo per “garantire comfort e sicurezza”.

È interessante notare che il veicolo è dotato di un sedile per il conducente e di quello che sembra essere un volante rivestito di tessuto mimetico. Ciò suggerisce che il modello potrebbe ospitare un autista di sicurezza, anche se il sedile può apparentemente essere spostato quando non viene utilizzato.
Il sedile del passeggero anteriore e la console centrale sono stati rimossi. In questo modo si libera spazio per un vano portaoggetti, che può contenere bagagli e altri oggetti.

Naturalmente, la vera novità è il sistema di guida autonoma. MOIA ha dichiarato che il furgone dispone di un totale di 27 sensori, tra cui 13 telecamere, nove LiDAR e cinque radar. Ciò conferisce all’ID. Buzz AD una “visione completa e ridondante a 360 gradi dell’ambiente circostante”. L’azienda ha aggiunto che il furgone utilizza “il sistema di guida autonoma di Mobileye, insieme alla piattaforma proprietaria Autonomous Driving Mobility as a Service (AD MaaS) Ecosystem”.

LA SFIDA DI MOIA

Anche se l’azienda non è entrata nei dettagli, MOIA ha dichiarato di offrire ai fornitori di mobilità pubblici e privati un “pacchetto chiavi in mano per lanciare servizi autonomi in modo rapido, sicuro e su larga scala“. L’azienda ha sottolineato che questo pacchetto può includere tutti, dalle città e dai comuni alle società di flotte.

I clienti che si iscrivono possono aspettarsi un “pacchetto a 360 gradi completamente connesso, composto da una tecnologia all’avanguardia, un’attraente flotta di veicoli, una gestione intelligente della flotta e un sistema di prenotazione incentrato sul cliente, il tutto da un’unica fonte”.

Restano ancora molte domande, ma il CEO del Gruppo Volkswagen Oliver Blume ha dichiarato che il lancio dovrebbe iniziare l’anno prossimo, in attesa dell’approvazione. “A partire dal 2026, porteremo la mobilità autonoma e sostenibile su larga scala in Europa e negli Stati Uniti, un’altra pietra miliare nel nostro percorso per diventare un leader tecnologico globale nell’industria automobilistica”, ha dichiarato.

Nuovo Toyota RAV4: Rendering pick-up

Come sarebbe una versione pick-up del Toyota RAV4? Ecco i rendering!

Toyota sta spingendo per qualcosa di nuovo, e no, non si tratta di un altro crossover ibrido. I funzionari dell’azienda hanno già confermato che stanno esplorando l’idea di un pick-up più piccolo ed economico da posizionare sotto la Tacoma di medie dimensioni. Il concept EPU completamente elettrico del 2023 è quanto di più vicino a un’anteprima ufficiale di questo pick-up compatto, ma non è certo che Toyota lo porterà avanti.

Per questo motivo, è stato creato un progetto di design indipendente come Digimods Design e Theophilus Chin, che si sono cimentati nell’immaginare l’aspetto di questo pick-up compatto. La loro musa? Il robusto Toyota RAV4 Adventure del 2026.

LA VERSIONE ESTREMA

L’allestimento Adventure è quello che spicca, con i suoi inserti anteriori oscurati, il paraurti squadrato, la griglia più grande, le prese d’aria aggiuntive e una piastra di protezione più aggressiva. È un look decisamente più adatto a un pick-up rispetto alle varianti standard o GR-Sport del RAV4. Detto questo, sia Digimods che Chin avevano idee diverse su come il resto della carrozzeria dovesse essere modellato.

Digimods ha scelto una strada più tradizionale, combinando il frontale del RAV4 con il telaio a longheroni della Tacoma e un letto posteriore standard. Ha anche dato un tocco di personalità, aggiungendo al portellone posteriore i fanali posteriori montati orizzontalmente della RAV4, anche se si tratta di una mossa poco convenzionale.

Chin, invece, è andato in una direzione completamente diversa. Il suo rendering immagina un camion unibody con elementi di design tratti direttamente dal RAV4, ma con un passo allungato e una coda più lunga. Per questo ha optato per luci posteriori a LED impilate verticalmente, un paraurti in plastica con gradini integrati e un ampio portellone posteriore ornato con la scritta RAV4. Si tratta di una versione più simile a un’automobile di un camion, ma ha il suo fascino.

Mazda 3 eSkyactivX 186CV PRO e CONTRO

In questo video raccontiamo l’esperienza reale di guida con la Mazda 3 equipaggiata con motore 2.0 Skyactiv-G da 186 CV, abbinato al sistema mild hybrid a 24V.

Si tratta di un quattro cilindri aspirato con rapporto di compressione 13:1, pensato per unire efficienza termica, risposta lineare e ridotto impatto ambientale, senza ricorrere alla sovralimentazione.

Il test si è sviluppato lungo un itinerario misto di oltre 1000 km tra autostrade, strade extraurbane e tratti cittadini, con l’obiettivo di valutarne dinamica, consumi effettivi, comfort e qualità percepita a bordo. Abbiamo analizzato anche il comportamento del cambio manuale a sei marce (disponibile anche con trasmissione automatica), il funzionamento del sistema i-Stop e il contributo del modulo ibrido nei rallentamenti e nelle ripartenze.

Spazio anche all’analisi dell’assetto e dell’isolamento acustico, due aree in cui la Mazda 3 si distingue nel segmento C per maturità e raffinatezza. L’ergonomia, la tecnologia di bordo e l’integrazione dei sistemi di assistenza alla guida completano la panoramica su un modello che, pur restando fedele alla filosofia costruttiva Mazda, offre una guida coinvolgente ma rilassata anche su lunghe percorrenze.

Sulla Roulette impazzita del Casinò di Footprint è uscito il “5” Rosso

Dieselgate: Volkswagen paga 242 milioni di dollari in UK

Tema: riduzione delle emissioni.

Svolgimento: Se si parla di “Euro 5” (Vedi Griglia emissioni limite consentite) a partire da Ottobre 2025 i Diesel non potranno più circolare in Padanìa, mentre Roma ladrona dovrebbe spingersi  a vietarne le ZTL (o Fascia Verde) da Novembre. Se si parla di Euro 4, Roma Ladrona ha da tempo concesso una indulgenza parziale motivata, presumo, dalla esigenza di rendere praticabile la circolazione estesa nel Giubileo Cristiano: le Diesel Euro 4 possono circolare liberamente grazie ad un emendamento al previsto blocco da Ottobre 2024. Ovviamente per i Benzina Euro 4 nessuna limitazione. E se si parla di Euro da “3” a “0”?

Beh, là interviene ormai a fagiolo una norma entrata nel lessico comune di tutti gli automobilisti: Articolo 60 CdS Comma 4: veicoli di interesse storico o collezionistico possono circolare su strada dove la possibilità di circolazione è subordinata al rispetto di specifici requisiti. Questi requisiti sono legati all’età del veicolo o alla sua iscrizione a un registro storico (come ASI o altri registri riconosciuti), ma riguardano anche le condizioni del veicolo, la sua manutenzione, e la conformità agli standard di sicurezza e ambientali previsti per la circolazione; in sostanza è sufficiente che un’auto abbia 20 anni per essere considerata storica, e per circolare liberamente: deve anche superare la revisione e avere una copertura assicurativa RCA, e deve rispettare eventuali limitazioni alla circolazione. Inutile invocare il “Certificato di Rilevanza Storica” rilasciato a pagamento dai Presidi ASI territoriali: a mio giudizio se ne è fatto un abuso rilasciandolo a tipologie di auto e modelli che di interesse storico avevano quasi nulla. In sostanza, si circola sempre meglio se si è in condizioni potenzialmente di “fuori norma” alla norma. Mentre il previsto blocco ai Diesel Euro 5, che fa il paio con le ipotesi di chiudere Milano alle Diesel Euro 6 solo fino a pocni anni fa, ricade in quel paradosso legislativo che proveremo a spiegare in tre modi. Il primo: cosa cambia nei limiti di emissione tra i diversi Step“Euro……”?

Le nuove “Tabelline” per Automobilisti modello: Euro per Euro, è tutto un “48”

Sarebbe stato bello oggi, dopo oltre tre decenni di “StepEuro” passati da Zero a “Sei” , poterci dire che ad ogni sostituzione di auto eravamo rasserenati e compiaciuti nel poter confermare e  migliorare le emissioni a tutela della natura: con salti graduali e forse impercettibili ma con la serena considerazione che dalla prima catalizzata del 1992 ad oggi avevamo contribuito ad abbattere le emissioni di “CO”del 55%  e del 75% nel caso del Diesel ed il temibile particolato di scarico del 70%. Sarebbe stato bello dire questo. Invece, sbirciando le tabelle, appare ormai fin troppo palese l’abuso e la distorsione normativa con cui per oltre un ventennio siamo stati noi automobilisti europei ed italiani vessati sulla discrezionalità sia di applicare le norme, sia di costruirle alla luce di una presunta tutela dell’ambiente. Ad esempio appare oggi ancora più assurdo il divieto di circolazione alle “auto più inquinanti, ad eccezione delle Euro—–“ che il Governo italiano ed i Comuni applicavano ad esempio lasciando libere di circolare le Euro “4” a benzina che per norma hanno limite di CO identico alle Euro “5” ma che per beffa oltre al danno sono per limite identiche alle Euro “2” Diesel; oppure peggio ancora abusare da parte delle Istituzioni del dispositivo di sostituzione commerciale programmata delle auto creando Step antiemissione che, dal precedente a quello nuovo abbassavano i valori a soglie omeopatiche  ma che, nel nuovo codice comunicativo proibizionista, diventavano una ulteriore tappa obbligata per il Consumatore ad intensificare il ciclo di sostituzione. Da una Euro “1” del 1992 ad una “Euro 3” del 2000 l’abbattimento di CO è pari ad un misero 5% e la somma di “HC+Nox” si abbassa solo del 45% nel caso del Diesel. In tutto questo, e lo dico da appassionato, il favoritismo un poco plebeo con cui una ottima e perfettamente tenuta “Fiat Marea” del 1996 viene tutelata dal dispositivo del “Certificato Storico” ASI contro le barricate che Comuni ed Istituzioni mettono verso auto omologate con criteri e livelli antiemissione raggiunge livelli di parossismo prossimo al “mobbing” proprio con il previsto blocco verso le “Euro 5” del prossimo Autunno. Euro “5” che dal 2009 al 2015 sono state immatricolate (secondo la fonte “DataForce Italia” che ringraziamo sempre per la ottima professionalità e disponibilità) in un numero complessivo di 12.463.371 unità tra Passenger Cars e Light Commercial Vehicles, con una media di immatricolato pari ad un milione e 780 mila pezzi all’anno sulla base di un crollo del mercato e dei volumi proprio tra il 2009 ed il 2014, con un recupero nel 2015.

La domanda che calza benissimo in tutta questa premessa la faccio ora: è solo una mia impressione o constatate anche Voi che il vantaggio in termini ambientali tra “Euro 1” ed “Euro 2” è a tal punto misero da poter fondere i due stepantiemissione in uno consentendo al consumatore di superare all’origine l’obbligo di sostituzione intermedio tra il 1992 ed il 2000? E che lo stesso ragionamento lo possiamo articolare tra “Euro 4” ed “iE che dunque la scala di “Stepantiemissione” sarebbe potuta essere ragionevolmente intervallata lungo solo quattro passaggi nell’arco di 30 anni, consentendo una scelta meno frenetica ed “imposta” ad automobilisti che ancora oggi manifestano l’idiosincrasia rispetto a quel modello commerciale e mediatico di “imporre piacevolmente” il cambio auto? Chiaro che ve ne rendete conto, perché sapete da tempo che tutto questo arzigogolo serviva solo a eccitare il Vostro livello di attitudine al cambio auto. Su questo erano tutti favorevoli e, se permettete, ci hanno magnato in tanti (detto in gergo trasteverino): Dealer, componentisti, Costruttori, Organi di informazione.

Il Blocco delle Euro 5? Tutta colpa dei “giornalettari”

Diffidate da Giornali e giornalisti che scrivono impunemente: “Il peggioramento del clima è dovuto all’invecchiamento del Parco Auto circolante”. E se potete boicottate le Redazioni e le Agenzie che continuano a scrivere questa fregnaccia. Volete esempi calzanti di tutto questo?

I dati di UNRAE correlati alla elaborazione delle tabelle del Ministero dei Trasporti ci dicono che nel 2009, (all’apice di un ciclo di sostituzione programmata che in Europa era ovviamente già presente nei canali “Fleet” e “Rental” ma con percentuali omeopatiche rispetto al totale immatricolato anno per anno) il sistema inaugurato da Ford ed arrivato in Italia nel 1994 aveva permesso una riduzione “monstre” dell’anzianità media del Parco Circolante a soli 8 anni. Premesso che la mitica Intelligenza Artificiale di Google (la usano tutti, la usiamo anche noi) dava per lo stesso anno una anzianità media nel 2005 di 11 anni per il totale del parco circolante europeo, avere nel 2009 un Parco circolante del genere significava avere auto che nella migliore configurazione antiemissione erano Euro 4, e dove le “Euro Zero” più giovani avevano 17 anni, cioè non tantissimi anche per un uso quotidiano. Insomma: auto pessime sotto l’aspetto ecologico.

IL problema è che la Deficienza Naturale di Bruxelles non contempla e non riconosce quale fattore negativo nella anzianità del Parco Auto e nella densità dello stesso il fattore “immigrazione”. In Italia sono centinaia di migliaia i residenti o lavoranti provenienti da Stati Membri il cui Parco Auto è un colabrodo, e sono loro che fino a ieri, con la perdita di possesso fittizia e con la reimmatricolazione extra Italia facevano rientrare dalla finestra migliaia di bidoni a quattro ruote che noi italiani alienavamo dalla porta.

Se all’epoca del 2005 l’anzianità media del parco circolante dell’Unione Europea era di 11 anni circa è bene ricordare, dopo un decennio a tutta birra di acquisti finanziati e di crescente quota di contratti con ciclo di sostituzione programmata, che l’aumento della anzianità è sempre stato  favorito (e coperto in modo indegno dalle Istituzioni) dalla mole di vecchissime auto circolanti soprattutto negli Stati “deboli” di volta in volta entrati in questo colabrodo di Unione Europea. 

Poi? Poi arriva il Crack Lehman,  il no finisce, il credit crunch rallenta investimenti ed acquisti; e poi il DieselGate, e poi il Lockdown. Ed ecco che l’IA di Google rivela che nel 2023 l’anzianità media del Parco Auto europeo è aumentata a 12,8 anni.  

Mentre UNRAE in una propria analisi del 2021 (quindi attualmente ancora di riferimento) affermava che un quarto delle auto circolanti in Italia era stata immatricolata prima del 2006 – nientemeno – in quella coda di periodo in cui il nostro Paese dichiarava oltre due milioni di nuove immatricolazioni (Euro 4, ovviamente) all’anno. 

Ok. Ma nel 2005 il “plus” delle motorizzazioni ecologiche era al meglio quello dell’Euro IV; e la più giovane delle “Euro 0” aveva pur sempre “solo” dodici anni per seguire poi ad età maggiori; 

Nel 2021 siamo invece allo step più evoluto di “Euro 6” e a undici anni di anzianità abbiamo proprio le Euro IV  mentrele Euro “0” più “giovani” toccano i 30 anni. 

Ma dando un senso compiuto alla ricerca suddetta di UNRAE, e affiancandovi altri contesti deduttivi, dovremmo aggiungere che: 

1) Nel 2021 il 75% del Parco Circolante aveva meno di 15 anni di anzianità, e dunque partiva da Euro 4 per collezionare poi via via gli altri Steps antiemissione successivi; la logica aristotelica mi conforta in questo;

2) Stando così’ le cose è chiaro che il 25% delle auto più  vecchie di Euro 4 dovrebbe essere maggiormente responsabile dell’inquinamento rispetto ai tre quarti più in linea con norme stringenti;

3) Nel 2021 siamo persino allo step più evoluto di “Euro 6” e a dodici anni e mezzo di anzianità media (ricordando le statistiche dette sopra) abbiamo addirittura le “Euro V”  mentre le Euro “0” più “giovani” toccano i 30 anni; e per la ricerca UNRAE Euro “0”, Euro “1”, “2” e “3” sono circoscritte dentro una famiglia di una su quattro del Parco circolante. “Vuoto per pieno” ciò potrebbe equivalere ad un massimo ponderabile di non più di cinque o sei milioni di vetture, molte delle quali ricomprese anche nella dimensione del “dolce far nulla” in quanto oggetto di collezionismo, di ammirazione statica, di studio.

Dunque le considerazioni portano ad una analisi schietta: frega poco dal punto di vista dell’impatto ambientale il fatto che le auto abbiamo una anzianità media maggiore o minore di anni, ma conta la qualità e l’architettura di cui è composto maggioritariamente il Parco circolante auto: se nel 1990 avessimo avuto inEuropa una anzianità media di (facciamo un caso) solo sei anni tra tutte “Euro Zero”, avremmo avuto un vantaggio ambientale in più rispetto ad oggi? No, evidentemente; allo stesso modo i Testimoni di GeoWATTdesiderano un mondo fatto al 100% di BEV: cambia per l’impatto ambientale che il Parco Auto BEV sia più o meno vecchio? Se qualche “Guru” della politica o dell’informazione dovesse un giorno dire di si, inseguitelo con i forconi, perché la presa per i fondelli. L’unica rilevanza che può identificarsi con l’aumento dell’anzianità del Parco Auto è un rischio potenziale per la sicurezza sulle strade. STOP,

La bufala dell’anzianità del Parco Auto come effetto sul Clima.

Dunque l’associazione un po’ farlocca della Stampa compiacente (che spergiura sul fatto che ad inquinare l’aria sia l’anzianità media a prescindere dalla omologazione anti emissione maggioritariamente presente nel Parco Auto circolante) secondo cui quell’aumento di “vecchiaia” passato dagli undici anni del 2005 a quei dodici anni e mezzo di oggi sarebbe un  motivo necessario e sufficiente per “obbligare” gli automobilisti a rinnovare a proprie spese il parco circolante per migliorare l’aria, è ormai una piacevole fregnaccia voluta con lo stesso vecchio criterio con cui si è sparso l’allarme climatico e della qualità dell’aria in Europa per almeno trenta anni: Targhe alterne, blocchi del Traffico ed altro sono serviti e servono, dati alla mano, a sollecitare l’acquisto del nuovo.

Footprint”, ovvero l’Albero di Bertoldo?Il vantaggio di un problema senza soluzione

La questione è più semplice: se i coglionorevoli di Bruxelles e dei Governi nazionali avessero avuto ragione, il progresso lineare verso la decarbonizzazione avrebbe dovuto da tempo, oltre 30 anni dopo “Euro 1” e tutti gli altri Step, rivelare valori già oggi proiettivi di “Carbon Zero” a data certa, considerando che contemporaneamente al settore automobilistico si è andato a “ripulire” il comparto delle emissioni di altre categorie di trasporto, di produzione industriale, di servizi logistici e commerciali: pensiamo solo alla presenza di treni, carrelli elevatori, dispositivi “Z.E” e la costante metanizzazione degli edifici civili al posto del carbone. Il problema è però quello di rivelare, una volta per tutte, quanto è forte la Lobby dei settori civili, sociali, istituzionali ed industriali dove viene regolarmente taciuto il fatto che la decarbonizzazione non è MAI iniziata.

In secondo luogo occorre realismo e salubrità mentale: i coglionorevoli di Bruxelles non hanno quasi mai avuto ragione in trent’anni di normative antiemissione, ma solo interessi e poteri economici forti da proteggere. 

E per questo, quali generici pubblici mentitori impuniti di fronte alla opinione pubblica, ma di fronte ad una platea mediatica che non li sbugiarda in assise plenaria, i nostri eurorappresentanti “svicolano” perennemente da una corresponsabilità all’altra (mancano le elettriche, mancano i Biocarburanti, ci sono le cavallette ed i terremoti) piuttosto che ammettere lealmente la verità: che cioè non è attualmente operabile concretamente un modello di calcolo, valutazione e proiezione della Decarbonizzazione basata esclusivamente sulla chimera di conversione totale del Parco auto circolante europeo in veicoli “Z.E.” a data certa. 

Perché questo non avverrà MAI! E lo dico in piena responsabilità fin da ora.

La professione “scorretta”: complici prima, Tribuni della Plebe oggi. The Giornalist !!!!

Vorrei poter essere scorretto, senza purtroppo saperlo esserlo in maniera raffinata come alcuni professionisti dell’informazione “sottile” ed elegantemente deviante che su questo hanno costruito la loro fortuna. Che bella sensazione, immagino, deve essere il sentirsi dei meravigliosi camaleonti sulla scena mediatica pubblica capaci di essere proni ad un fronte di Governo forte nel momento in cui si mostra forte, per poi riuscire in tempi ed orizzonti diversi ad applaudire il più diretto antagonista contemporaneo del potente di turno precedente riuscendo persino a farsi scambiare per originari ed inflessibili fedelissimi da sempre dei nuovi poteri. E’ qui che sta la scorrettezza, in questi eterni mutanti che finiscono per affinare più la capacità di restare a galla in qualunque tipo di mare piuttosto che la dote fondamentale per un cronista: il dovere all’informazione corretta.

L’Altro ieri, il panegirico al Marchio nazionale per eccellenza, ed arrivano gli anni Novanta: improvvisamente la Fiat è il vecchio Borgo antico e il nuovo pensiero unico è il Premium Branding tedesco incorniciato nella Qualità Totale. Arriva la sbornia del credito facile, i Costruttori si sbattono lungo contro l’altro sul fronte della guerra dei Listini (sissignore, l’abbiamo battezzata noi in Europa quella battaglia che oggi sembrerebbe minacciare il mercato interno cinese), fino al Crack Lehman. Nuovo Evangelo, quello elettrico. Nuovo evangelo e vecchi soliti sacerdoti nelle camerae caritatis delle Redazioni. Nessun mea culpa, solo assoluzioni. E il giornalettismo Automotive si scopre vigliacco come lo è certa dottrina Cristiana resa farlocca dall’eccesso di autopietismo. Non è il soggetto peccatore ad avere colpa, è il sistema ad averlo indotto in tentazione. 

Ma l’Italia è pur sempre la base culturale del pensiero “Franza o Spagna basta che se magna” e la casta dei giornalisti è fortemente popolata da perpetui “Tengo Famiglia”. 

Io invece sono solo un rozzo scribacchino, un operaio della tastiera , ed un povero scemo appassionato di auto, ancora; che ha pagato persino per la sua tendenza a voler ricostruire un caso strano ed un poco equivoco come il DieselGate, sul quale scrivendo da subito le opinioni e le possibili dietrologie che, a dieci anni di distanza, sembrano volgere verso la realtà di quel che davvero è accaduto in America (il mio Titolo:” Il Diesel doveva morire affinchè non si uccidesse da solo” di Settembre 2015 è perfettamente didascalico) ha comunque viste interrotte le sue collaborazioni con Testate periodiche importanti nel settore….Da anni mi sono scagliato contro la “Monocoltura a Soia Green” del comparto Automotive europeo così come ero contrario al monoprodotto europeista della Premium alla tedesca con il Turbodiesel; e così come fui da subito critico con la ossessione monopensiero di Eustace Wolfington e del ciclo predefinito di sostituzione dell’auto. Ma i fatti dicono che in un mercato auto europeo in cui ha fallito Eustace, ha fallito il mondo delle “Captive Bank” ho toppato anch’io.

Dunque io sono totalmente inadatto a trattare di un mondoAuto che è stato pazientemente e con cinismo efficacissimoricondotto al rango di commodities e di operazioni di Monopoli o Risiko e non per caso. A mio avviso, ripetendo una dietrologia incline a quella che mi ha spinto a “radiografare” anziché raccontare il DieselGate, il  motivo è che Governi, Stati Nazionali e sistemi continentali hanno in animo di trasformare il mercato auto secondo due direttrici: chiudere la fase storica del globalismo che ormai coincide con una vecchia diga rimasta aperta mentre davanti a lei sta per formarsi l’onda di tsunami; e poi riportare il sistema industriale auto in un alveo di controllo e gestione diretta da parte delle Istituzioni attraverso la soppressione, chiusura, estinzione di tanti dei Gruppi e Marchi Costruttori ancora presenti nel mercato verso una nuova situazione della quale Sergio Marchionne fu ottimo profeta dieci anni fa quando nell’incredulità generale prefigurò un sistema Automotive abitato da massimo cinque o sei gruppi Costruttori in tutto il mondo. E forse l’ingerenza politica è l’unica opzione “tabu’” che guarda caso nessun Santone dell’informazione Automotive ha azzardato: l’ipotesi di uno scontro Macron – De Meo sul futuro della Renault già feudo dell’Eliseo pare essere l’eventualità impronunciabile a  causa necessaria e sufficiente per spingere il CEO italiano a lasciare la Losanga.

Questo perché l’automobile sta sempre più diventando una “dimensione funzionale “ e non solo un mezzo di trasporto; ma di questo parleremo più avanti. Ma per avvalorare quel che dico Vi basti solo riflettere sulla evidenza che il sistema normativo internazionale trascontinentale sta aumentando il peso economico e commerciale/occupazionale sul versante del “postvendita” più che della “produzione”. 

Ed è forse questa la considerazione più seria che gli Automobilisti devono affrontare:l’epoca della effervescenza commerciale universale del mercato auto è davvero finita, come sono finite le liste di modelli infiniti in Gamma Auto dei Costruttori. Giusto parlare di razionalizzazione e “normalizzazione” del sistema industriale dopo decenni di sbornia commerciale e promozionale per effetto della quale abbiamo navigato per generazioni tra modelli di auto che l’uno rispetto all’altro differivano per un poggiatesta in più o meno, per una cilindrata superiore od inferiore del 10% sulla cubatura totale, e altre amenità del genere. 

Così come prima o poi, più presto che tardi, si esaurirà la spinta assolutamente aleatoria, voluttuaria ed un poco farlocca di voler – noi automobilisti – scegliere tra persino cinque o sei modelli apparentemente diversi e con Logo, nome, Marchio diverso l’uno dall’altro pur condividendo la medesima piattaforma o Chassis motorizzato. 

Al contrario sta sempre più configurandosi ed ampliandosi un “focus” mai considerato prima di recupero, rigenerazione, controllo, monitoraggio, sostituzione e “upgrade” parziale dei modelli di auto venduti nel prossimo futuro al Cliente.Certo, questo può apparire come un freno all’acquisto emotivo.

Il problema oggi? Ve lo dico semplicemente: la paranoia del BLOCCO EURO 5 da Ottobre prossimo.

Ma per gli appassionati sono tempi duri da diversi anni, o decenni: è lontanissimo nella memoria il tempo in cui i sacrifici che ogni automobilista riservava all’acquisto e gestione di un’auto (è appena il caso di ricordare che trenta o quaranta anni fa le spese individuali sostenute dagli automobilisti non erano una passeggiata, come alcuni amano parafrasare…) erano ripagati dalla cerimonia ripetuta di periodiche nuove “iniziazioni” attraverso le quali rinnovare un rito di appartenza e solidarietà con una “nuova” auto, magari dello stesso Marchio. 

In una liturgia di scelta e decisione guidata ovviamente da motivazioni pratiche ma con una “scia” animata dalla emotività e dalla “pancia”. Al contrario di oggi quandonell’acquisto e scelta dell’auto domina il “mal di pancia” generato dalla controreazione allergica ad un “Virus ammorbante originario delle Fiandre: il “Footprint”.

Che scandisce i suoi tempi attraverso “step antiemissione” e decarbonizzazione mentre un tempo – non proprio lontano – il mercato auto scandiva l’evoluzione della dimensione auto attraverso la progressione delle linee mozzafiato delle carrozzerie o mediante l’aggiornamento tecnologico spesso frenetico e competitivo tra diversi Marchi Costruttori

Difficile immaginare fino ad un quarto di secolo fa una trattativa di acquisto basata su grammi di CO2 emessa, su presenza o meno di un motore elettrico ausiliario a supporto dell’endotermico quasi al di là delle qualità intrinseche dell’endotermico stesso. Siamo passati lungo mezzo secolo dalla domanda chiave relativa ad una specifica auto“Scusi, quanto costa?” a quella della crisi energetica “Scusi, quanto fa al litro?”, per poi passare alla domanda chiave degli anni Ottanta “Scusi, a quanto va?”, passando ancora per la domanda “Scusi, a quanto la posso rivendere?” ma MAI avremmo pensato di dover declinare al Venditore, come prima domanda “Scusi, ma quanta CO2 emette??” 

Monossido di Carbonio, l’assistente invisibile alla scelta dell’auto

Colpa nostra, Voi direte: acquistare auto senza la minima attenzione all’ambiente ha portato a questo contrappasso moderno. 

Ma è davvero così? O forse non siamo stati proprio noi consumatori automobilisti ad aver nel tempo premiato le auto che si arrugginivano meno (sinonimo di minor dispersione nell’ambiente di materia degradata), che consumavano di meno, che si rompevano di meno? Ed infine non siamo stati sempre noi consumatori a premiare i modelli di auto più parsimoniosi fino a quello scandalino DieselGate che ha potenziato l’idea sempre meno recondita in noi sulla sostanziale disparità e schizofrenia tra dati dichiarati e dati reali? 

E che, nonostante questo, per almeno il 60% della popolazione Cliente di Concessionarie auto, apparteniamo a quella fascia di consumatori che dalla prima uscita di quel famoso “Euro 1” di metà anni Novanta ad oggi ha sostenuto – almeno almeno – l’impegno economico di quattro o cinque auto sostituite lungo trenta anni? 

Ricordo i miei nonni, che con una fedelissima Fiat “1100D” acquistata nuova hanno convissuto quasi un quarto di secolo; ricordiamo (tutti noi di mezzo secolo) i nostri genitori cambiare al massimo due o tre auto tra il 1970 ed il nuovo millennio (e tra l’altro in almeno un caso lo scambio è stato con una ottima auto usata).

Ma la “Eurogeneration” si è trovata a tal punto da subito impelagata nei prodromi della questione pseudo ambientalista da dover diventare protagonisti spesso inconsapevoli di un ciclo di sostituzione medio di sei anni tra l’acquisto di una nuova auto ed un’altra. E sebbene la frenesia del “Compri, lasci, saldi, cambi” sia rimbalzata per circa un quindicennio nelle selezioni e valutazioni dei potenziali consumatori in tutta Europa, il tanto sperato rinnovo totale del Parco Auto è rimasto del tutto irrealizzato in Europa come in Italia. Il che, legittimamente, mi pone una domanda sulla esatta lettura e recupero dei dati di immatricolazione, trasferimento proprietà e rottamazione di auto.

La stessa lettura di dati e di statistiche che la ancora mantenuta (non si sa per quanto) democrazia del Web ci assicura nel reperire e confrontare dati, cifre, proiezioni.

E se alla fine “Footprint” non fosse altro che la moderna riproposizione della favoletta di Bertoldo condannato ad essere impiccato all’albero che lui stesso è chiamato a scegliere, fin tanto da dover ammettere che l’albero ideale si trova sulla Luna? Perché più passa il tempo e più Footprintappare come una sorta di ombra incombente fissa su di noi ad ammonirci che tutto deve passare attraverso di lui; e che però, nonostante questo, il mondo ideale per lui e per Bruxelles è troppo lontano.

“Chiagn’ e Foot…Print”:l’impronta di Carbonio, questa sconosciuta.

L’Europa sarà libera dalla CO2 quando tutto il globo smetterà di produrla, e tutto il mondo che conta e che si trova circostante il Vecchio Continente al momento sta bellamente aumentando le emissioni perché è in piena accelerazione economica ed industriale. Perché l’unica vecchia regola Miltoniana, Hemiltoniaia, Keynesiana o come volete chiamarla alla data del 2025 è che le economie crescono con un unico segno globale indifferibile e chiaro, l’aumento di emissioni di CO2

Nel frattempo i dati che l’Intelligenza Artificiale di Google (visto che va tanto di moda, la usiamo anche noi….) ci snocciola, dicono che l’Unione a ventisette e con 270 milioni di auto circolanti (tralasciando il numero di motocicli in continua crescita) nel 2023 dovrebbe (il condizionale è ormai d’obbligo) aver raggiunto un volume di emissioni di CO2 pari a 36,8 miliardi di tonnellate. 

Se l’obbiettivo “Carbon Zero” è azzerare in poche decine di anni da qui al 2050 la soglia base di emissioni totali di CO2  posta nella sua lancetta al 1990 (in una CEE  di 12 Paesi che complessivamente contavano 166 milioni di auto circolanti nei loro confini) allora dovremmo dire che secondo la IA di Google siamo a cavallo: nel 1992 con il 45% di Stati Membri e il 60% di Parco auto circolante rispetto ad oggi, la neonata Unione avrebbe raggiunto, dicono le stime, emissioni globali di CO2 per una soglia di 22,7 miliardi di tonnellate. Oggi, con il doppio di Stati Membri ed quasi il doppio di auto circolanti rispetto al 1990 la produzione di CO2 non è raddoppiata ma è cresciuta solo del 60%. Il problema è l’obiettivo irraggiungibile posto alla vetta del 2050: proiettare da qui a un quarto di secolo le prospettive ed i desiderata un poco esaltati di Bruxelles non è opera che mi competa. Però un fatto è chiarissimo: lungo trenta anni il Vecchio Continente decarbonizza ed i suoi vicini  no. Un poco come se in un Condominio solo un inquilino smettesse di cucinare broccoli e cavolfiori e gli altri invece no. L’olezzo rimarrebbe a meno di non chiudersi dentro casa a finestre sigillate, e pare che tra Continenti i confini non si possano sigillare con infissi e doppi vetri.

Risultato di tutto questo fraseggio scomposto? La fisima di “Footprint” sul cambio auto chiaramente non è servita a nulla, se non a consentire a Bruxelles di fare la allegoria di Bertoldo spostando su limiti umanamente irraggiungibili l’obbiettivo di Carbon Zero (che ovviamente QUESTA Unione non riuscirà a conseguire né al 2050 né mai.) non è un reato. E’ un diritto.

Abbiamo scoperto che, dal lato della ragionevolezza e della tecnologia, più passano gli anni e più allarmarsi per l’anzianità del Parco auto circolante come problema climatico è una fregnaccia legalizzata di cui gli estensori sono ben consapevoli. Abbiamo dimostrato che seppure nel suo raddoppio di Stati Membri e delle auto in circolazione, l’Unione Europea lungo trent’anni ha tagliato del 40% le sue emissioni di CO2. E che dunque è l’obbiettivo di Carbon Zero al 2050 che va ridiscusso, non la composizione del Parco Auto. E allora, come regolarsi?

I nuovi “UNTORI” del Clima: i Veicoli Commerciali

Improvvisamente Unione e Governi, dopo essersi sbizzarriti in blocchi, vincoli, anatemi, ed aver condotto una contraerea mirata sulle “Passenger Cars” spingendo al rinnovo su tutti i canali, oggi hanno inaugurato un nuovo fronte di battaglia che, Vi anticipo, inizierà probabilmente un suo mediocre carosello da Autunno prossimo e durerà almeno un biennio: la guerra ai Veicoli Commerciali (LCV ed “N1”) proclamata in nome di un provvedimento che non si può più procrastinare oltre la “forse” dovuta attenzione e premura verso la tutela alla continuità lavorativa di milioni di piccoli Imprenditori ed artigiani europei legati alla vita del proprio Veicolo Commerciale. In verità la questione ha una propria fondatezza data dalla anzianità media del parco circolante LCV molto maggiore di quella della auto, dalla potenziale assenza nei Veicoli Commerciali più vecchi di supporti ADAS e di sistemi di geolocalizzazione e di teleassistenza da remoto, ed ovviamente il problema simmetrico di una percorrenza annua che è tripla o quadrupla rispetto alle Passenger Cars svolta con motori esclusivamente Diesel che per effetto dell’eta media sono comunque motori di vecchia concezione che circolano in maggioranza per l’Italia. 

Senza contare che rispetto al 25% presente nelle auto, UNRAE stima persino un 45% di LCV circolanti “ante Euro 4”.

Questo un motivo “etico” cui si contrappongono motivi decisamente economici: l’economia in sofferenza non spinge certo al rinnovo del Parco LCV presente nelle Imprese, e la famosa confusione che regna sovrana in Europa sulla eventualità dello stop all’endotermico nel 2035 abbatte ancora di più la tensione a rinnovare i mezzi da lavoro e cantiere.

I motivi però per i quali la prossima zona di guerra si svolgerà (credo entro e dentro un biennio) sui Veicoli Commerciali sono forse a tal punto banali da non doverli neppure elencare. La sovrabbodanza di SUV immatricolabili come “N1” e la mantenuta posizione “ancora” dei Brand europei nel mercato dei Veicoli Commerciali (dove la concorrenza asiatica pur aggressiva in termini di prezzi non riesce ancora a scalare la reputazione, la storia e dunque la maggior preferenza riversata a Costruttori europei e giapponesi ) DEVE spingere l’Europa a conservare per i suoi Costruttori un ambito di “agevolazione” alla sostituzione di LCV europei con europei (o assimilabili) puntando sui margini e sui fatturati monstre in termini di vendita di soluzioni e supporti accessori e di assistenza post vendita. In secondo luogo l’Europa “DEVE” agire prima che l’Asia superi anche negli LCV la suggestione (o la superstizione) degli occidentali in tema di affidabilità e qualità nel tempo, soprattutto in un panorama in cui le aree urbane dedicate alla logistica di Ultimo Miglio diventeranno oggetto di azioni mirate della Unione. Insomma, sempre motivi commerciali dietro all’allerta ambientale in tema di auto? Sempre. L’allerta serve per riposizionare nella Vostra Scaletta di Maslow l’esigenza di cambiare auto ai posti alti della piramide. Anche nel blocco delle Euro 5 da Ottobre ci sono esclusivamente finalità commerciali, spiace evidenziare che Comuni, Regioni e persino Istituzioni politiche nazionali potrebbero diventare facilmente una compagine di piazzisti al soccorso di Dealer, Distributori e Costruttori travolti da una crisi interminabile.

Euro 5? Nemiche dell’Ambiente, amiche delle trattative di vendita.

Abbiamo ricordato poco sopra le statistiche preziose ed indubbiamente affidabili di Dataforce sulle Euro “5” che dal 2009 al 2015 sono state immatricolate in un numero complessivo di 12.463.371 unità tra Passenger Cars e Light Commercial Vehicles, con una media di immatricolato pari ad un milione e 780 mila pezzi all’anno sulla base di un crollo del mercato e dei volumi proprio tra il 2009 ed il 2014, con un recupero nel 2015. Parliamo di vetture e veicoli che spaziano dai dieci ai sedici anni di anzianità e che per effetto di questo avranno avuto almeno (ipotizzo io) un 40% di alienazioni dal Parco circolante nazionale. Dunque ammettendo una presenza di circa sette milioni e mezzo di Euro 5 in circolazione in un Parco Usato nazionale fatto ormai di oltre 40 milioni di modelli, viene fin troppo ovvio pensare che il miglioramento climatico non possa avvenire togliendo dalle strade circa un quarto del Parco auto globale censito, poiché in questo caso la già straordinaria efficacia ambientale dei livelli di emissione dell’Euro 5 rispetto ad una sostituzione effettuabile in maggioranza solo con Euro 6 e con Ibride non potrebbe migliorare in termini apprezzabili l’aria che respiriamo. Questa banalità è talmente ovvia che il solo tacerla, da parte di quasi tutti i media, è di per sé un atto vergognoso.

Per contro, sarebbe più giustificabile il polso duro nei confronti di quell’altro 25% di auto che secondo UNRAE partono da Euro 3 in giù: come è possibile che sulle nostre strade siano ancora potenzialmente circolanti oltre sette milioni di auto e veicoli che per le più giovani superano il quarto di secolo? Chiaro che anche in questo caso l’operazione di sostituzione forzata sarebbe climaticamente indifferente, come lo è impedire alle Euro 5 (dai limiti di emissione fin troppo siamesi con Euro 6) l’accesso alle ZTL o il blocco dal traffico. Ed allora cosa potrebbe spingere Enti Locali, Media e Governo ad affrontare questo gioco a rimpiattino reciproco?

Beh, semplice: per il Governo stabilire una ulteriore proroga di fronte ad una azione climaticamente indifferente equivale ad avere la coscienza a posto ed un favore elettorale maggiore. Per i Comuni dell’area Padana mantenere il punto sul blocco significa potenziare comunque una linea legislativa e commerciale che vede il NordEst impegnato più di altre aree italiane nella erogazione di contributi per la sostituzione ed il rinnovo del Parco circolante e soprattutto un ramo di economia (la Distribuzione auto) che al Nord è comunque un asse trainante del PIL.

Per i Dealer l’aquisizione “benedetta” di Euro 5 nello Stock dell’Usato da rivendere è la garanzia di nuova operatività per l’anno prossimo. Le Euro 5 sono auto usate desideratissime e carissime, e il blocco decretato dalle Istituzioni assolve anche all’ottica di abbassare un poco le pretese dei Clienti all’atto della permuta, così da consentire ai Dealer una quotazione più interessante per loro (per i Dealer, ovvio). Insomma, tutti contenti. Per ora. Vedremo gli sviluppi

Riccardo Bellumori

Il nuovo Nissan Murano non vende

Il crossover di medie dimensioni Nissan Murano di quarta generazione, che ha fatto il suo ingresso sul mercato americano alla fine dello scorso anno, non è stato all’altezza delle aspettative del produttore e dei concessionari.

I magazzini hanno accumulato uno stock di cinque mesi di queste vetture, e la nuova Murano deve essere venduta con sconti.

Progettata appositamente per gli Stati Uniti, la Nissan Murano è ben nota in Russia: i crossover di seconda e terza generazione sono stati prodotti nel nostro Paese presso l’azienda, ora chiamata “Avtozavod St. Negli Stati Uniti, il picco delle vendite della Murano è stato raggiunto con la terza generazione e con il 2016: sono stati venduti 86.953 esemplari di questo modello, mentre l’anno peggiore per la Murano negli Stati Uniti è stato il 2024, quando sono state vendute solo 19.316 unità. Il rapido calo della domanda è dovuto all’obsolescenza del crossover di terza generazione e al cambiamento dei gusti dei clienti.

La “quarta” Murano è stata presentata in anteprima nell’ottobre dello scorso anno, all’inizio di dicembre è iniziata la produzione della nuova Murano nello stabilimento Nissan di Smyrna, nel Tennessee, e il crossover è stato messo in vendita alla fine dello stesso mese. Nel primo trimestre di quest’anno le vendite di Murano negli Stati Uniti sono state pari a 8702 unità, ovvero l’84,1% in più rispetto al risultato del primo trimestre del 2024, ma, in primo luogo, questo numero comprendeva anche i crossover ancora in stock della scorsa generazione e, in secondo luogo, il management di Nissan contava su cifre molto migliori.

Secondo Automotive News, l’impianto di Smyrna avrebbe dovuto produrre 60.000 esemplari della nuova Murano quest’anno, ma dall’attuale dinamica della domanda è emerso chiaramente che non ne servono così tanti (anche tenendo conto del fatto che alcune auto vanno in Canada), quindi il piano di produzione per quest’anno è stato ridotto del 21% a 47.400 auto. Inoltre, Nissan sta già offrendo sconti sulla nuova Murano tra i 1.000 e i 2.000 dollari, in modo che i concessionari possano prendere più auto in vendita, mentre le scorte di Murano hanno già raggiunto i cinque mesi, ovvero il 15% in più rispetto alle scorte di altri modelli.

IL RILANCIO DEL MODELLO

Cosa è andato storto? Secondo i concessionari, molti clienti tradizionali della Nissan Murano hanno semplicemente voltato le spalle al modello perché Nissan ha impiegato troppo tempo per cambiare generazione: la “terza” Murano è durata più di un decennio. In parole povere, quando per i proprietari della “terza” Murano è arrivato il momento di cambiare l’auto, non l’hanno comprata esattamente uguale e si sono rivolti alla concorrenza. Inoltre, nel segmento dei SUV di medie dimensioni ora non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo c’è un aumento della domanda di auto dal design brutale; in questo senso, la nuova Murano “liscia e dolce” ha superato le tendenze del mercato.

Alcuni clienti lamentano anche la mancanza di un motore V6 nella nuova Murano: d’ora in poi tutte le versioni sono equipaggiate con un quattro cilindri turbo a benzina da 2,0 litri (244 CV, 353 Nm) abbinato a un “automatico” idromeccanico a 9 rapporti. Trazione – anteriore o integrale, ma l’anteriore è offerta solo in combinazione con la configurazione base SV, che costa 40.470 dollari senza considerare la consegna. La nuova Murano non ha una versione ibrida, anche se nella scorsa generazione c’era questa versione, e la domanda di ibridi negli Stati Uniti sta ora crescendo sullo sfondo della delusione per le auto elettriche, cioè, e qui la nuova Murano ha dormito la sua felicità.

Nel complesso, le vendite di Nissan negli Stati Uniti nel primo trimestre di quest’anno sono aumentate del 6,3%, raggiungendo 253.920 veicoli. La Rogue (alias X-Trail in altri mercati), un crossover compatto per gli standard americani, è la più richiesta: ha venduto 62.102 unità, ma è il 31,6% in meno rispetto alle vendite del periodo gennaio-marzo 2024.

Nuova Volkswagen Golf GTI Edition 50

La versione speciale della hot-hatch del marchio tedesco ha ancora diritto a sospensioni ribassate di 15 mm e agli interni rivestiti con un materiale in gabbia.

La prima Volkswagen Golf GTI è apparsa nel 1976, quindi l’anno prossimo questa utilitaria “carica” festeggerà il mezzo secolo di vita. L’azienda tedesca ha iniziato a prepararsi in anticipo per questo evento e oggi ha dichiarato completamente una versione speciale della Golf GTI 50. Si sa che la produzione inizierà alla fine di quest’anno e che i primi esemplari arriveranno ai clienti nel primo trimestre del 2026; il prezzo sarà noto in seguito.

L’anteprima mondiale della variante Edition 50 si è tenuta in Germania in una gara di 24 ore sul circuito del Nurburgring. La differenza più importante tra la Volkswagen Golf GTI Edition 50 e la versione “non anniversario” è un motore modernizzato. Sotto il cofano della speciale hot-hatch si trova il quattro cilindri turbo da 2,0 litri, la cui potenza massima è aumentata a 325 CV e la coppia a 420 Nm.

Per fare un confronto, l’attuale Golf GTI “normale” ha 265 CV e 370 Nm, mentre la Golf GTI Clubsport ha 300 CV e 400 Nm. Quindi la variante con Edition 50 è inferiore solo alla Golf R con 333 “cavalli” (la coppia è la stessa – 420 Nm). In coppia con il motore formato viene offerto il cambio robotizzato a sette rapporti con doppia frizione.

La hot hatch dell’anniversario impiega 5,5 secondi per accelerare da 0 a 100 km/h. La Volkswagen Golf GTI “normale” esegue questo esercizio in 5,9 secondi, la versione con l’aggiunta del Clubsport richiede 5,6 secondi. Allo stesso tempo, la Golf R a trazione integrale “carica” raggiunge i primi “cento” in 4,6 secondi (l’analoga station wagon Golf R Variant in 4,8 secondi).

La Golf GTI Edition 50 ha ricevuto una targhetta con il nome della versione speciale, tetto e alloggiamenti degli specchietti retrovisori esterni neri, strisce nere sulle fiancate e cerchi in lega da 19 pollici bicolore nero e rosso. La variante anniversario è disponibile in cinque colori di carrozzeria: bianco, grigio e nero standard, oltre a due tonalità esclusive non disponibili su altri modelli GTI: verde Dark Moss e rosso Tornado.

Gli interni della hatchback festiva si differenziano per vari decori con il nome della versione speciale (anche sul volante e sulle soglie), rifiniture in materiale plaid e sedili sportivi in velluto sintetico, pedali con sovrapposizioni rosse, nonché tappetini con finiture dello stesso colore.

LA GTI DEFINITIVA

Nella Volkswagen Golf GTI Edition 50 le sospensioni anteriori sono di tipo MacPherson, mentre quelle posteriori sono a quattro bracci. Questa versione è più bassa di 15 mm rispetto alla versione base. E con il pacchetto opzionale GTI-Performance le sospensioni possono essere abbassate di altri 5 mm (alla fine, la differenza sarà di 20 mm). Questa vettura è dotata di molle più rigide e di ammortizzatori adattivi riconfigurati. Il pacchetto comprende anche un sistema di scarico in titanio Akrapovič (11 kg in meno rispetto a quello di serie), cerchi forgiati Warmenau da 19 pollici (ognuno è più leggero di 3 kg), calzati con semi-slick Bridgestone Potenza Race (ogni pneumatico è più leggero di 1,1 kg).

La hot hatch GTI-Performance, guidata dal pilota Benjamin Leuchter, è stata la Golf GTI di serie più veloce sul Nürburgring. Ha impiegato 7 minuti e 46,13 secondi per completare il giro di 20,8 chilometri. L’auto dell’anniversario è riuscita a battere la Golf R a trazione integrale: tre anni fa, il suo risultato era stato di 7 minuti e 47,31 secondi. Tuttavia, il modello a trazione anteriore più veloce su questo tracciato è ancora la Honda Civic Type R: nel 2023, l’utilitaria ha completato un giro in 7 minuti e 44,88 secondi.