Ecco la nuova Subaru BRZ STI Sport Purple Edition.
Subaru ha annunciato la sua line-up per il Tokyo Auto Salon (2025) del prossimo anno, che si terrà al Makuhari Messe di Chiba dal 10 al 12 gennaio.
Il primo modello presentato è la BRZ STI Sport Purple Edition, un’edizione speciale che sarà venduta in numero limitato in Giappone. Basata sulla versione STI Sport già in vendita in Giappone, questa vettura si distingue per la vernice Galaxy Purple Pearl, accompagnata da accenti neri, da una serie di componenti STI ad alte prestazioni e da interni decorati con accenti argentati e grigi.
LA GAMMA 2025
Sarà presente anche la WRX S4 STI Sport R-Black Limited, anch’essa dotata di una buona quantità di accessori STI e di interni neri. Un’altra show car a tema dark è la Levorg Layback Black Selection, che riprende la wagon con motore e la trasforma in un’offerta nera (all’esterno) su nero (all’interno), anch’essa con componenti STI ad alte prestazioni. Proseguendo, si arriva alla Crosstrek Strong Hybrid, dal nome curioso, che non è altro che una versione Premium S:HEV EX con allestimento STI.
Subaru presenterà anche alcune delle sue auto da corsa, tra cui l’ultima BRZ GT300 che parteciperà al campionato Super GT 2025, la WRX NBR Challenge (classe SP4T dell’NBR Challenge 2025) e la High Performance X Future Concept, l’ultima delle quali è una WRX preparata per la classe ST-Q della serie Super Taikyu.
Sì temeva la fine del Dodge Durango V8 il 31 dicembre di quest’anno, ma ora è stato promesso che la loro produzione continuerà fino al 2025.
Il marchio americano Dodge fa ora parte del colosso automobilistico Stellantis. La storia del crossover di medie dimensioni Durango prodotto con questo marchio è iniziata nel 1997 e l’attuale terza generazione ha debuttato nel 2011. Questo SUV è stato aggiornato nel 2020, e il 2024 sarebbe stato il suo ultimo: nell’ambito del prolungato addio ai motori a combustione interna è stato previsto il pensionamento del modello HEMI. E l’azienda ha subito dichiarato che i fan del modello non possono aspettare un successore diretto. Alla luce dell’attuale situazione di mercato (si parla di una domanda non sufficientemente elevata di auto elettriche), nonché dei recenti avvenimenti in Stellantis (e qui – l’abbandono della carica di CEO da parte di Carlos Tavares), i piani di sviluppo dei marchi del colosso automobilistico hanno iniziato a cambiare poco a poco. In particolare, la scorsa settimana è stato rivelato che i motori V8 HEMI potrebbero tornare sui modelli statunitensi di Stellantis. A quanto pare, il produttore ha deciso di prolungare la vita di questa famiglia di motori per il momento: Stellantis ha annunciato ufficialmente che la produzione di Dodge Durango con motori a benzina HEMI V8 continuerà nel 2025. Il messaggio del colosso automobilistico riguarda le modifiche R/T e SRT Hellcat, che dovrebbero cadere nel dimenticatoio il 31 dicembre, ma che ora hanno ricevuto un’altra “boccata d’aria”. L’azienda ha lasciato intendere che si tratta di un “regalo di Natale” e ha fatto notare che le modifiche sono state in parte influenzate dalla “domanda del mercato e dal feedback dei clienti”.
L’anno prossimo, Dodge continuerà a produrre Durango con un V8 HEMI atmosferico con un volume di 5,7 litri, la cui potenza è di 365 CV e la coppia massima di 530 Nm. E anche con compressore V8 HEMI, il cui volume è pari a 6,2 litri (720 CV e 875 Nm). Tuttavia, non aspettatevi versioni con un V8 HEMI atmosferico da 6,4 litri (482 CV e 637 Nm): tale “imbottitura” è assegnata a una versione speciale SRT 392 AlcHEMI, che il produttore ha declassificato nell’agosto di quest’anno.
DATI TECNICI E MOTORI
Sappiamo che il prezzo di partenza della Dodge Durango 2025 model year sul mercato americano è di 41.995 dollari. Per la versione R/T chiede non meno di 54.495 dollari, mentre il prezzo delle versioni speciali SRT Hellcat parte da 113.720 dollari.
Vale la pena notare che il motore V8 HEMI potrebbe tornare sotto il cofano di un’auto di un altro marchio, anch’esso di proprietà di Stellantis. Si tratta del Ram 1500, che nella versione precedente era equipaggiato con il corrispondente motore da 5,7 litri. Durante il restyling è stato sostituito da un sei biturbo in linea Hurricane da 3,0 litri in due varianti di potenza – 426 CV (623 Nm) e 548 CV (706 Nm).
Per gran parte dell’anno, le tensioni tra Stellantis e il governo italiano si sono stemperate sugli impegni a lungo termine della casa automobilistica nei confronti del Paese. Ora, a sole due settimane dalle dimissioni dell’ex amministratore delegato Carlos Tavares, Stellantis ha messo a tacere queste controversie annunciando un investimento multimiliardario nella produzione italiana e presentando una serie di nuovi modelli.
I dirigenti di Stellantis, tra cui il presidente John Elkann, hanno incontrato il ministro Adolfo Urso e i rappresentanti dei sindacati all’inizio della settimana. Durante i colloqui, Stellantis ha confermato che tutti i suoi stabilimenti italiani rimarranno operativi e si è impegnata a investire 2 miliardi di euro (2,1 miliardi di dollari) nel mercato locale il prossimo anno. Lo stabilimento di Cassino si occuperà della produzione di tre modelli di grandi dimensioni. A partire dal prossimo anno, produrrà l’Alfa Romeo Stelvio di nuova generazione e il sostituto della berlina sportiva Giulia nel 2026. Entrambi i modelli saranno disponibili come veicoli elettrici, con opzioni ibride. Inoltre, secondo Reuters, nello stesso sito verrà prodotto un modello di punta Alfa non meglio specificato.
I NUOVI MODELLI
Stellantis ha annunciato che almeno due modelli compatti saranno costruiti nello stabilimento di Pomigliano D’Arco, nel sud Italia, utilizzando la piattaforma STLA Small a partire dal 2028. L’attuale Panda continuerà a essere prodotta in questo stabilimento fino al 2030, dopodiché sarà sostituita da un modello di nuova generazione. Dal prossimo anno, lo stabilimento di Melfi produrrà le versioni elettriche e ibride della Jeep Compass, della Lancia Gamma fastback e della DS 7, seguite dalla DS 8 completamente elettrica. Nello stabilimento di Mirafiori, Stellantis prevede di iniziare a costruire una versione ibrida della 500 alla fine del 2025 e si è impegnata a produrre la city car fino al 2032 o 2033. Il sito vedrà anche un aumento della produzione di trasmissioni elettrificate a doppia frizione, passando da 600.000 a 900.000 unità all’anno. Nel frattempo, il capo europeo di Stellantis, Jean-Philippe Imparato, ha annunciato che lo stabilimento Maserati di Modena diventerà il nuovo polo del gruppo per i veicoli di alta gamma.
Stellantis si sta tenendo impegnata anche con il suo stabilimento di Atessa, dove continuerà il lancio di grandi furgoni elettrici, tra cui una versione di nuova generazione nel 2027.
Imparato ha inoltre rassicurato i funzionari governativi sul fatto che gli stabilimenti torinesi del gruppo continueranno a ospitare le sedi dei marchi Fiat, anche se la base fiscale di Stellantis rimarrà nei Paesi Bassi. Ha aggiunto che il gruppo non avrà bisogno di fondi pubblici per gli investimenti previsti.
Siamo alla quinta puntata di un approfondimento davvero alternativo, per effetto del quale Autoprove.it si è già attirato diverse critiche e proteste che, ad onor del vero, potevano assumere una ragion d’essere non più tardi delle prime due puntate introduttive, ma che via via hanno dimostrato che cifre e trend di quello che ancora per poco – e per decenza – si può chiamare “mercato auto” in Europa e che Autoprove.it può dimostrare essere invece il vero e proprio ponte di passaggio dell’Automotive “dominante” (in scaletta quello cinese, tedesco e francese) verso la nuova terra promessa dell’Africa.
Ma questa ossessione africana da cosa nasce, per noi di Autoprove.it? Dalla semplice osservazione di alcuni “epifenomeni” che a partire dal mercato europeo compiono una ideale sponda con il continente africano o meglio con la prospettiva futuribile di un mercato in via di costruzione (1,3 miliardi di potenziali consumatori, 55 Stati dentro un’area di libero scambio prevista a regime per il 2035, data non casuale anche per il Vecchio Continente) che renderà l’Europa un sereno e simpatico ospizio caldo e temperato per i ricchi del mondo. Triste dirlo, ma è ridicolo negarlo e propagandare slogan, simbologie e tradizioni che agli occhi delle aree del mondo in pieno galoppo fanno solo sorridere.
L’Europa Unita è un Condominio di periferia, gli Stati Membri dei coinquilini in rotta tra di loro, e l’Automotive europeo un vecchio Album di figurine buone per gli eventi commemorativi; non forzatemi a dare giudizi su quel dopolavoro di Bruxelles chiamato Commissione Europea, perché impegnerei Autoprove.it in una querelle giudiziaria, in un contesto in cui il 40% degli elettori comunitari già di per sé manifesta il suo disgusto verso le istituzioni disertando le urne.
Bruxelles è colpevole della sua stessa inettitudine infedele nel programmare percorsi di evoluzione del settore Auto che hanno portato il mercato europeo a diventare periferico dentro un sistema industriale dove l’Unione a 27 ha perso milioni di pezzi prodotti all’anno anche se i numeri mondiali parlano di un vero e proprio raddoppio delle auto costruite da quando Maastricht è partita fino ad oggi. La colpa di tutto questo cimitero industriale è colpa dell’elettrico?
L’Auto europea è morta non per colpa dell’elettrico ma perché “era” europea
No. Le colpe sono quattro:
1) La bolla del credito Auto interrotta dal Crack Lehman del 2007 – prima che un default dei finanziamenti auto (con i famigerati ABS sottostanti in crescita esponenziale) portasse il mondo bancario ad un nuovo medioevo – che ha gonfiato volumi e rendimenti di un mercato auto dove la guerra stupida dei Brand in conflitto tra loro portava i listini a ridursi progressivamente nel mentre i valori di Remarketing contrattualmente obbligato dell’usato crescevano; dunque la colpa è di Eustace Wolfington?
No, è degli svampiti che hanno pensato bene di generalizzare il Valore Futuro Garantito del mercato auto in un sistema in cui Bruxelles – da un quarto di secolo – ha continuamente predefinito il bollino di scadenza sui cofani delle auto in vendita con gli “Steps antiemissione” progressivi. E dove è finito in maggioranza quell’usato con data di scadenza, da un quarto di secolo ad oggi? Ma in Africa, ovviamente;
2) La soggezione “germanocentrica” di Bruxelles assecondata da Governi nazionali o affini (Francia, Olanda, Austria, Belgio) o acquisiti (Stati dell’area ex U.R.S.S.) oppure passivi (Italia, Spagna, Portogallo) ha portato il mondo dell’auto comunitario ad avere come unici Stati contraltare quelli Scandinavi e la Gran Bretagna; per contro da inizio anni ’90 le politiche di evoluzione e sviluppo del settore Auto sono iniziate con l’apologia del simbolismo tecnologico e commerciale tedesco: Premium Brand, Qualità totale e piattaforme Turbodiesel sono diventate il mantra del manifesto dell’auto europea per eccellenza attraverso il quale l’auto “comunitaria” spazzava via la vera ricchezza del suo mercato auto (la biodiversità) per affrontare con una piattaforma schematica la concorrenza iconica di Stati Uniti e Giappone per la conquista dei nuovi mercati in Cina ed Est Europa.
3) Curioso che, tanto per essere polemici, la Bruxelles dell’Antitrust non abbia mai eccepito verso il vero e proprio shopping che i Brand tedeschi – attraverso il “Marco forte” – hanno fatto guarda caso negli Stati a valuta debole (Spagna, Italia, Gran Bretagna) monopolizzando e cancellando quella “biodiversità” che aveva fatto la fortuna dell’automotive europeo in tutto il mondo: uno degli effetti collegati? Dal 1992 ad oggi l’Europa ha perso quasi una decina di Marchi storici, e quattro erano proprio tra Gran Bretagna (Rover, MG) ed Italia (Innocenti, De Tomaso, Autobianchi), ma non si contano i passaggi di proprietà di Brand verso i Gruppi tedeschi;
3) Proprio per promuovere una nuova linea Maginot di sopravvivenza dopo il Crack Lehman, l’Europa ha deciso – novella e mitologica Urano – di uccidere il proprio figlio “Turbodiesel” (con cui nessun Costruttore riusciva più a vincere sugli altri) per votarsi all’evangelizzazione elettrica.
Tuttavia aver messo al rogo il Diesel, simbolo motoristico dell’Europa, senza costruire un declino non violento e guidato, ha danneggiato non poco l’industria ed il mercato Auto.
4) Così facendo, e dando risalto alla transizione elettrica, i Brand hanno sorprendentemente recuperato parte del loro scivolone nel fatturato dell’Aftermarket soprattutto dopo il Lockdown e la ridefinizione della Supply Chain Automotive organizzata a partire dalla Cina. Ma la soggezione degli OEM verso l’ascesa degli IAM è come detto la conseguenza dell’arzigogolo normativo creato intorno alle Block Excemption Rules di Montiana memoria e ad onore del vero oggi totalmente inutili, desuete e fuorvianti.
Effetto negativo della parabola elettrica europea rimane tuttavia la svalutazione di tutto il comparto della componentistica e dell’aftermarket “classico” che ha avuto negli ultimi due anni un crollo non indifferente: valori dei Brand di componentistica, brevetti e Know How sono stati svalutati più dalla incertezza nel definire un futuro del motore endotermico che non nell’imporre una transizione elettrica molto farlocca.
I percorsi didascalici e i risultati di tutto questo sono noti, ma al centro della evangelizzazione di Bruxelles c’è ben poco di ecologico.
C’è altro, e per poterlo elencare occorrerebbero coraggio, dignità e intelligenza: doti che di solito nei giornalisti di settore Auto il sottoscritto non ne ha riscontrate.
Eppure, a rischio di essere preso di mira, Vi lancio io un decalogo di motivi molto “extra-ecologisti” che hanno promosso l’auto elettrica sul palcoscenico globale; e temo che tra il sentirsi fessi e il temere che si scopra il loro lato nascosto della medaglia, i primi a lanciare strali contro di me saranno diversi miei ex affini e conoscenti di Media ed Opinione che da tempo sono pubblicamente contrari alla evangelizzazione elettrica di Bruxelles ma che purtuttavia hanno finora dato corda ad un frontismo che è servito solo ed essenzialmente a prenderci un po’ tutti per il naso.
5) 2007: il “Green Bond” nasce un attimo prima del Crack Lehman per salvare la finanza
Era la fine degli anni Sessanta ed Eustace Wolfington lanciò il suo innovativo schema di accordo commerciale con i suoi Clienti; da allora in tutta l’America, e poi in Europa, il ciclo di sostituzione programmata a valore minimo predefinito è diventato maggioritario mettendo insieme tutti i contratti conclusi con finanziamento retail, Leasing e Noleggio.
Tutto bene, tutto interessante anche di fronte agli insoluti, se il mercato fosse sempre cresciuto in volumi e margini. Cosa che negli USA ed in Europa ha cominciato a non essere più garantito soprattutto quando la concorrenza aperta con l’Asia, la Corea, il Giappone in termini di produzione auto si è sommata la frenata del sistema OEM su componentistica e manutenzione contro gli IAM favoriti dal modello “Monti” e dalla delocalizzazione produttiva nei Paesi a minor impatto di costi.
A questo punto il mercato è entrato in cavitazione: la guerra tecnologica continua tra Costruttori sulla innovazione di prodotto ha significato sempre meno ammortamento e superamento necessario dei B.E.P. utili alla marginalità; la fuga dei consumatori verso il mondo IAM nell’aftersales ha generato un buco nei risultati operativi del sistema postvendita, tamponato dalla loyalty obbligata dall’allungamento dei tempi di Garanzia ufficiale e dalla accelerazione nel ciclo di rinnovamento di Gamma; l’aumento dei costi produttivi e logistici è stato assorbito dall’incremento della erogazione di credito; questo circolo da virtuoso è tuttavia diventato vizioso quando la guerra tra Brand si è arrampicata sull’incremento dei piani di sconto sul listino, che ha trasferito sul contratto finanziario oltre l’80% del margine complessivo di vendita.
Il giocattolo rotto ha innescato un processo a catena dove il nuovo dogma elettrico è servito soprattutto per placare il mercato e ridurre la guerra al ribasso dei listini ed insieme la competizione tecnologica; da questo si è innescato un sistema finanziario innovativo basato sul superamento dei vecchi asset sottostanti gli strumenti di investimento “classici”; i “Green Bond” che sono stati lanciati con il miglioramento climatico come asset e con il nuovo “oro” delle materie rare a fare da nuovo sottostante. Chi si ricorda un valore nominale di Litio, Cobalto, Manganese, Nichel e a seguire di rame/alluminio ed altri nel mercato Commodities di circa 15 anni fa?
Oggi i Green Bond hanno raggiunto i 2,2 trilioni di USD di valore investito sui mercati in tutto il mondo; guarda caso l’Africa, uno dei Continenti con maggiore disponibilità di risorse legate alla elettromobilità partecipa al valore globale di Green Bond con una quota inferiore all’1%, pari cioè a 220 milioni di miliardi. Chi sarebbe così folle da affossare la corsa di un cavallo finanziario che in tutto il mondo ha raccolto in circa quindici anni 2,2 trilioni di USD?
E se il problema è che l’Europa e l’Occidente non riusciranno ad assorbire volumi interessanti di immatricolazioni di elettriche entro il 2035, ci pensaranno India, Cina, Asia ed Africa (soprattutto l’Africa unita nell’area di libero scambio) a garantire i volumi necessari. Come ho detto, ormai questa Europa è un epifenomeno nel quale pochi investitori internazionali si attendono la continuità istituzionale. Nel frattempo l’Europa che interessa al flusso commerciale, cioè l’Europa dei transiti commerciali, è opportunamente sotto il controllo dei gruppi di controllo ed investimento privati e sempre meno soggetti al controllo “pubblico”.
Green Bond e Commodity ridisegnano la nuova finanza Auto con Blockchain e Crypto?
Con un ammontare di 11 bilioni di USD nel 2024, il settore mondiale degli ABS sta tornando a crescere anche e soprattutto nel mercato auto, con una forte espansione di Cina, Asia e Stati Uniti.
Con la crescita degli Automotive ABS cresce tradizionalmente l’allerta del mondo finanziario sul rischio di eventuali default della qualità del credito, ma stavolta – rispetto a dieci anni fa – la quota di credito “junk” (cioè spazzatura) è decisamente più ridottoe nello stesso tempo il “titolo a garanzia” canonico – cioè il parco circolante oggetto del credito sospeso – ha smesso di svalutarsi a ritmi impressionanti, mostrando anzi una ripresa delle quotazioni medie e dei trasferimenti di proprietà.
Autoprove è tra le poche piattaforme ad aver impacchettato alcuni articoli sul sistema ABS, cioè sullo schema con il quale per finanziarmi metto a garanzia di un debito mio – legato ad una dilazione di pagamento concessa ad un terzo – quello stesso impegno del debitore a saldare il conto con me: in parole povere l’ABS pone come garanzia sottostante ad un debito un altro debito…
Il primo ABS rivolto al mondo auto è di 45 anni fa e fu acceso dalla General Motors – GMAC negli Stati Uniti; nei primi anni 2000 gli Automotive ABS arrivarono anche in Europa e servirono in parte a finanziare lo sviluppo dei Brand sia nel Vecchio Continente che in Est Europa, ma ebbero una tale vampata socioeconomica (una espansione vertiginosa in nemmeno dieci anni) al punto da far pensare oggi che senza il Crack Lehman probabilmente il sistema sarebbe andato in rapido default.
Le statistiche e le analisi finanziarie dei Credit Trend del settore Auto dal 2007 fino ad oggi hanno sollevato di nuovo l’allarme – in Europa – almeno due volte quando il volume di credito erogato si è incrociato con periodi negativi socioeconomici e di insolvenza; il problema nel mercato auto europeo è che l’equazione “Listini + auto di Brand originari+margini di Aftersales OEM+Valori di Remarketing” hanno all’altro termine il solo valore delle “Captive Bank” che riescono a coprire con i rendimenti e l’operatività dei piani Retail, Leasing e Noleggio le vendite e il Service Management solo nella nuova cornice in cui Listini, Valori di Remarketing e Brand originari sono le voci del primo termine in risalita, contro margini di Aftersales OEM che ancora soffrono della concorrenza IAM.
Ovviamente Autoprove non si avventura in giudizi tecnici o di merito sullo strumento dell’ABS anche in chiave Green: ma è un dato di fatto che di questi 11 bilioni di ABS generali almeno 3,5 sono rappresentati dai “Green Auto ABS” cioè Asset Backed su leve di investimento finalizzate su obbiettivi ecologici ed ambientali e che la quota di Green ABS è destinata a crescere, seppure secondo criteri di controllo e sicurezza che in un mercato del tutto nuovo come l’Africa potrebbero attuarsi in forma integrata con l’avvio di altre prerogative tecnologiche necessarie per lo sviluppo del territorio.
Dunque, la possibilità che l’Africa possa finanziare “da zero” la sua crescita Automotive con una piattaforma di Green ABS e con altri strumenti – Debt for Nature Swap, Blue Bond, orange bond fino a prevedere con lo sviluppo del mercato auto BEV in Africa una intermediazione di carbon credits – basata su progetti ecologici.
Da non trascurare il peso crescente che il continente africano sta maturando anche sul mercato dei.
Ma soprattutto c’è da capire il vero rebus del futuro industriale e commerciale di un’area di libero scambio panafricana, soggetta a processi di unificazione e centralizzazione dei processi di scambio: quale sarà il ruolo ed il profilo dentro l’area di libero scambio di una presunta Cryptovaluta unitaria e di una dimensione blockchain di natura monetaria, energetica, industriale e commerciale?
Come un ritmo R&B : “..Back on The Block..Chain” in Africa?
Come detto, l’Africa è un poco come un cubetto di ghiaccio fatto rotolare giù da un pendio innevato: il discrimine è solo nella inclinazione del pendio, mentre le variabili in grado di influire sulla massa di neve che avvolgerà il cubetto a fine corsa sono il periodo (la condizione socioeconomica intorno all’Africa), il manto di neve (la situzione territoriale dell’Industry automobilistico in Africa e le sue previsioni di settore) e l’accelerazione gravitazionale che subirà il cubetto oltre alla traiettoria. Insomma, a guardare dall’esterno la prospettiva di sviluppo dell’automotive africano in volume e qualità tale da superarne la dimensione continentale – e farne un fenomeno in grado di riportare in equilibrio l’asse del mercato auto globale – ci si rende facilmente conto che la prima prerogativa è la flemma, che nel caso del continente africano non è mai mancata. All’orizzonte c’è un’area comune di libero scambio per 1,3 mld. di africani su 55 Stati; c’è la condizione favorevole di poter disegnare tutto un nuovo sistema economico che sia “nativo” dentro alla dimensione Web e Cloud, dentro la dimensione della Blockchain al punto da ipotizzare una valuta “Crypto” che – precisiamo – non è assolutamente un dato oggettivo ed espresso, sebbene le transazioni elettroniche e l’e-payment in Africa sia percentualmente diffuso nel valore di compravendite a livelli sconosciuti nei continenti sviluppati.
Blockchain che, come vedremo, ha la sua importanza sia sul controllo del carbon footprint sia sul livello delle relazioni verticali da Costruttore a Cliente finale.
Cosa Vi richiama questo concetto? Esatto: che l’Africa potrebbe essere la prima dimensione automotive continentale a non doversi impelagare in conflitti legati alle Block Excemption Rules. Insomma, nascendo “Blockchain” le relazioni industriali e commerciali tra Costruttori OEM e Clienti finali potrebbero essere proficuamente essere estranee a restrizioni e provvedimenti di controllo come quelli che – ammettiamolo – hanno tagliato parecchio le gambe agli OEM europei.
Un mercato auto africano “vergine”, regolato dall’origine secondo le nuove dimensioni transazionali, e soprattutto organizzato alla luce delle esperienze passate e future del mercato europeo. E nel futuro del mercato europeo ci sono senza dubbio i ricambi rigenerati in ottica di carbon footprint.
Ricambi Rigenerati UE: la via per la decarbonizzazione passa per la manodopera africana?
Abbiamo visto già come, nella prossima Africa unita in una stessa area di libero scambio, esistono ed esisteranno per lungo tempo Stati (Soprattutto nel Centro Africa) con reddito medio e condizioni di sviluppo limitati rispetto ai livelli del Nord e del Sud del Continente: situazione socialmente negativa ma al contrario proficua per lo sviluppo industriale da parte delle Imprese estere o provenienti dagli Stati continentali confinanti.
Dall’altro lato il mondo Automotive alla ricerca di “Carbon Zero” riporta in auge una serie di “best practices” che se da un lato privilegiano il recupero e la rigenerazione, dall’altro ricostruiscono parzialmente il divario tra OEM e IAM che sul ricambio Aftermarket corrispondente hanno creato un vero “tesoretto” lungo quasi venti anni.
Stati come il Ghana, ad esempio, hanno avviato da tempo un’industria del recupero su elettrodomestici per poi virare su ricambi auto e macchinari industriali. Il panorama dei Costruttori europei passa per la costruzione di una catena di rigenerazione (strano che finora, anzi, la UE non abbia generalizzato il provvedimento francese di Segolene Royale sull’obbligo minimo del 4% di ricambi rigenerati nel volume di fatturato annuo dell’autoriparazione nazionale) in grado di recuperare le parti non usurate e riciclabili della componentistica auto. Il problema del “rigenerato” è di cinque ordini: disponibilità di un parco usato assortito e recuperabile, costo ridotto di manodopera e di struttura logistica, ed una disponibilità importante energetica e di materia prima. Su questi quattro fattori il continente africano è al Top, mentre manca ancora il quinto pilastro della formazione e del Know How, ma su questo basta davvero solo poco tempo ancora per portare la manodopera africana a livelli ottimali. Basta contare le iniziative locali, transnazionali e persino comunitarie (EEAS) per capire quanto l’Occidente e l’Europa stia investendo nella crescita culturale degli operai africani.
Insomma, per i vincoli europei che diventeranno più vincolanti a partire dalla adozione della nuova normativa “Euro VII” e per la tracciabilità e riduzione della “Carbon Footprint” l’Africa è davvero la terra promessa.
Ovviamente questo non trascura l’opportunità offerta da tutto il panorama socio-industriale africano di poter accogliere la progressiva e sempre più incisiva transumanza dei Costruttori di componentistica OEM verso il Continente.
2026, Carburanti alternativi ed Africa: dove la biodiversità è un tesoro inestimabile
Etanolo, Gas Naturale, Biogas, Idrogeno; ovviamente senza dimenticare la disponibilità delle fonti fossili, ma con una risorsa in più data dai programmi per le energie rigenerabili che possono ridurre l’impatto dei consumi necessari al processo di trasformazione ed erogazione.
L’Africa dunque, e su questo apriremo un capitolo a parte, sta portando avanti protocolli di intesa con Francia, Germania, Italia, Cina, e persino Giappone per sviluppare produzione e industrializzazione di alimentazioni alternative che tra meno di due anni saranno l’ago della bilancia per una possibile revisione da parte UE del termine del 2035 sulla fine delle alimentazioni endotermiche.
Logistica: il “Chilometro Zero” è quello a guida autonoma?
L’Africa, aggiungerei, è il continente dove i “Big” della logistica e del Delivery innovativo stanno sperimentando soluzioni di efficientamento e di riorganizzazione della fase di movimentazione della Supply Chain, in una dimensione particolarmente “allenante” per i protocolli informatici e telematici legati ai vettori intermodali ed ai veicoli e droni a guida da remoto ed autonoma.
Infatti il territorio africano – come diverse aree di Australia, Nuova Zelanda, Asia e perimetro caucasico – consente la migliore espressione della potenzialità della guida autonoma; per contro la tensione sociopolitica ricorrente impegna i Player della logistica a programmare e collaudare piattaforme sempre più sicure.
E in tutto questo l’auto elettrica africana?
Abbiamo cominciato, noi di Autoprove, questo speciale a puntare sull’Africa dell’Automotive ipotizzando una evoluzione potenziale della questione “Superdazi” alla Cina verso una prospettiva che si focalizzerebbe pefettamente sul continente a Sud dell’Europa: la via cinese verso l’aggiramento dei Dazi sulle BEV suscettibili di contributi pubblici statali era sembrata – ed ancora appare – la quadratura del cerchio ideale tra dismissione di impianti da parte dei brand UE, esigenza di ripopolazione industriale da parte di Bruxelles, ed un provvidenziale reindirizzamento di linee di produzione di BEV popolari dalla Cina verso uno dei mercati (l’Europa) dove il contesto industriale di contorno (supply, logistica, etc..) consente un avvio di produzione probabilmente più vantaggioso e celere di quanto comporterebbe la costruzione di impianti dedicati in Africa del Nord o del Sud (attualmente i mercati più promettenti per l’Automotive di quel continente), motivo per il quale questo motiverebbe anche una scelta logistica “pro tempore” che salverebbe – secondo le ipotesi che lancio da questo speciali – l’emissione di multe milionarie per superamento dei limiti di CO2.
Castelletto perfetto, dal lato industriale ed induttivo, se non fosse per una incognita: che strada dovrebbero prendere le innumerevoli autoimmatricolazioni che sarebbero necessari per ridurre il quoziente di emissioni nel 2025, e che dunque sarebbero vendute come auto usate?
Semplice, secondo noi: la via dell’Africa e del Medio Oriente proprio dall’Africa (secondo un percorso inverso rispetto a quello che fanno milioni di componenti usate che dal Medio Oriente provengono proprio in Africa); e per dimostrare che questo transito corrisponde ad una ennesima quadratura del cerchio ci soffermeremo su due prerogative che accentuano il vantaggio potenziale: Blockchain e accordo di Trading tra UE e Africa.
Suzuki mette il punto finale su una delle sue auto preferite con la presentazione della Swift Sport (generazione ZC33S) Final Edition. Questo modello a produzione limitata, caratterizzato da alcuni tocchi speciali, è riservato esclusivamente al mercato giapponese. Nonostante le indiscrezioni, la casa automobilistica non ha rivelato l’intenzione di lanciare una versione calda della Swift di nuova generazione, suggerendo che la Final Edition potrebbe essere davvero l’ultima del suo genere.
La Suzuki Swift Sport ZC33S Final Edition si distingue dal modello standard per la griglia nera lucida, gli esclusivi cerchi in lega da 17 pollici con finitura nera, le pinze dei freni rosse, l’emblema Sport rosso e nero sul portellone posteriore e le decalcomanie speciali sui montanti C. Al di là di queste migliorie, mantiene l’aspetto familiare della hot hatch che è in circolazione dal 2017. All’interno, gli inserti in alluminio sul cruscotto, sulle portiere e sul tunnel centrale presentano un effetto di “gradazione di calore”. Ulteriori tocchi includono la scritta “Sport” sul lato passeggero e la scritta “ZC33S powered by Suzuki” vicino al cambio. La Final Edition mantiene i sedili in pelle della Swift Sport standard, i pedali in alluminio e le cuciture rosse per un tocco più sportivo. Per chi vuole rendere le cose ancora più piccanti, Suzuki offre una serie di accessori opzionali per la Swift Sport ZC33S Final Edition. Questi includono elementi aerodinamici più pronunciati, decalcomanie aggiuntive, guarnizioni per i fari, una copertura per il coperchio del carburante e altro ancora, consentendo ai proprietari di personalizzare il veicolo in base ai propri gusti.
DATI TECNICI
La versione speciale di addio non introduce alcun aggiornamento alle prestazioni o al telaio. Sotto il cofano si trova il noto motore turbo da 1,4 litri, che eroga 140 CV (103 kW) e 230 Nm di coppia. Questa configurazione è più che adeguata per una city car leggera che pesa appena 970 kg. La potenza viene trasmessa alle ruote anteriori tramite un cambio manuale a sei rapporti o un cambio automatico a sei rapporti.
Il propulsore a quattro cilindri della Swift Sport giapponese non è elettrificato, a differenza della sua controparte europea, che dal 2020 monta una versione mild-hybrid dello stesso motore per rispettare le normative sulle emissioni.
La Suzuki Swift Sport ZC33S Final Edition sarà prodotta da marzo a novembre 2025. Il prezzo parte da 2.329.800 ¥ (15.200 $) per la versione manuale e da 2.401.300 ¥ (15.600 $) per quella automatica. Suzuki ha annunciato che la Swift Sport standard cesserà la produzione nel febbraio 2025, anche se rimarrà disponibile insieme alla Final Edition fino all’esaurimento delle scorte esistenti.
L’attuale Mercedes GLE Coupé ha debuttato nell’estate del 2019, un anno dopo la GLE normale. Entrambi i crossover hanno ricevuto un primo restyling all’inizio del 2023, di natura molto leggera. Ora i prototipi del secondo restyling, che dovrebbe essere più sostanzioso, vengono testati sulle strade pubbliche.
Il dettaglio più evidente dell’aspetto della novità, così come nel caso della maggior parte degli altri futuri modelli aggiornati della Casa (per esempio, la Classe C restyling, di cui abbiamo fatto dei rendering solo pochi giorni fa), saranno le stelle a tre raggi, che fungono da luci di parcheggio. Nella parte anteriore, come già visto nelle foto spia, ci saranno due stelle per ogni faro, mentre l’ottica stessa potrebbe essere modificata.
La griglia dovrebbe diventare più grande e potrebbe essere realizzata nello stile della nuova Classe E con inserti neri a contrasto. Anche i gruppi ottici posteriori saranno dotati di stelle, una soluzione simile già applicata sulla stessa Classe E della scorsa generazione, presentata in anteprima lo scorso anno. Inoltre, il paraurti posteriore potrebbe ricevere modifiche estetiche.
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DATI TECNICI E MOTORI
L’attuale Mercedes-Benz GLE Coupé è realizzata sulla piattaforma MHA (Modular High Architecture). Il crossover aggiornato dovrebbe mantenere i propulsori, che durante il primo restyling sono diventati esclusivamente ibridi: tutti i motori a benzina e diesel della famiglia, come parte dell’installazione MHEV, lavorano in tandem con un generatore di avviamento a 48 volt di nuova generazione, integrato nel cambio. Per quanto riguarda le modifiche, per ora si sa solo della versione GLE 53, che al posto dell’impianto soft-hybrid da 429 cavalli riceverà un ibrido ricaricabile con una potenza di 536 CV.
Il fatto che ogni settimana si parli della Cina e dei suoi ultimi sviluppi elettrici, nonché dell’arrivo di tecnologie sempre più ambiziose nel mercato delle auto elettriche e ibride plug-in, non fa che ribadire l’attuale potere dei costruttori del gigante asiatico nel settore.
A questo proposito, la tecnologia ibrida plug-in sta guadagnando terreno a passi da gigante. Praticamente tutti i marchi hanno raffreddato i loro piani per diventare 100% elettrici nei prossimi anni, e a tal fine i loro PHEV diventeranno sempre più importanti.
In Cina, il più grande mercato automobilistico del mondo, i numeri sono in continua crescita. La somma delle auto elettriche e ibride plug-in supera già il 50%, mentre le sole PHEV hanno visto crescere le vendite del 70% nella prima metà di quest’anno. La lotta per vendere più auto ibride plug-in è accanita tra i grandi costruttori, che ora sembrano concentrarsi sul vanto di nuovi record di autonomia.
Secondo Chery, ha raggiunto questa spettacolare autonomia con una carica completa e un pieno. Un altro record per un’ibrida plug-in
Da quando BYD ha annunciato all’inizio di quest’anno l’arrivo di una nuova generazione di veicoli ibridi plug-in, con oltre 2.000 chilometri di autonomia combinata, sembra che i suoi rivali si siano fatti avanti.
Geely, SAIC e Chery, tre colossi automobilistici cinesi e rivali di Build Your Dreams, si sono mossi. L’obiettivo sembra essere quello di conquistare i titoli dei giornali con dati di autonomia sempre più elevati, combinando la parte elettrica e quella a combustione.
Chery, presente in Spagna per l’assemblaggio e la futura produzione delle sue auto OMODA e JAECOO, ha annunciato l’ultimo Guinness World Record in questo settore. La sua nuova PHEV, la Fulwin A8L, è riuscita a percorrere 2.369,91 chilometri senza fermarsi per fare rifornimento o caricare la batteria.
Tuttavia, tutti questi record devono essere trattati con cautela, soprattutto quando le condizioni del test non sono state rese note. La stessa Chery si è vantata qualche mese fa di aver superato i 2.100 km con il Fulwin T10, mentre SAIC, con il Roewe D7 DMH, si è spinta fino a 2.208 km.
Meccanica da record per il Chery Fulwin A8L in Cina. Chery Fulwin A8L, un PHEV da record
E non sarà l’ultimo annuncio che vedremo nei prossimi mesi e anni. I marchi cinesi si stanno già abituando a dichiarare autonomie elettriche superiori a 150 chilometri. Ma per raggiungere questi record sono necessari anche elevati valori di efficienza meccanica e aerodinamica.
PRESTAZIONI DA RECORD
Nel caso della Fulwin A8L, la berlina è disponibile in Cina a un prezzo irrisorio che parte da 14.378 euro.
La vettura è lunga 4,79 metri e ha una gamma meccanica variegata. Le versioni base hanno un motore a benzina da 1,5 litri ad aspirazione naturale, con una batteria più piccola.
L’auto da record di Chery, con tecnologia CDM 5.0, ha una batteria da 18,6 kWh, con 145 chilometri di autonomia elettrica. Sviluppa 360 CV di potenza e 530 Nm di coppia, con un consumo medio di carburante di 4,2 l/100 km secondo i criteri di omologazione cinesi. Non aspettatevi di vedere questo veicolo a breve termine in Europa, ma il fatto che questi traguardi siano stati raggiunti dall’altra parte del mondo, e il crescente impegno dei marchi cinesi per i veicoli PHEV nel nostro continente, ci incoraggiano a pensare che prima o poi avremo nel nostro Paese auto in grado di percorrere più di 2.000 chilometri senza fermarsi per fare rifornimento o caricare le batterie.