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Nuova DS N°7 2026: Anteprima Rendering

La nuova DS N°7 è ad un passo dal lancio commerciale sul mercato.

Dal punto di vista stilistico, il SUV si ispira ampiamente alla DS N°8, in particolare nella parte anteriore, dove ritroviamo l’ampia calandra illuminata e la stessa firma luminosa un po’ intimidatoria. Integra fari triangolari e affusolati con grandi e sottili barre LED verticali che fungono da luci diurne. Come ci si aspetta da DS, il profilo è teso e mescola spigoli quasi sporgenti con grandi superfici piatte e lisce. Un mix di generi che rende originali i modelli DS e che piace a Thierry Métroz, il designer della casa.

Da notare, tuttavia, che la N°7 punta su un look più consensuale e meno barocco rispetto alla N°8, dal fisico diciamo più… atipico. È risaputo che gli acquirenti del segmento premium amano la raffinatezza, ma rimangono piuttosto classici in fatto di design.

Sul retro, si notano gruppi ottici disegnati a specchio rispetto ai fari anteriori, anch’essi assottigliati e allungati sia in altezza che in larghezza. Il portellone, molto liscio, è sormontato da un lunotto inclinato, a sua volta sovrastato da uno spoiler piuttosto avvolgente. Come per la DS N°8, è stato fatto un grande lavoro sull’aerodinamica. La N°7 dovrebbe infatti riprendere le alette attive poste sotto la calandra, utili per regolare al meglio il flusso d’aria e il raffreddamento. Infine, per un tocco di eleganza, addio alle cromature (Thierry Métroz non le vuole più sui “suoi” modelli), spazio invece a una verniciatura bicolore che ingloba il tetto e il cofano. Come sulla N°8, la tinta nera sul cofano sarà applicata tramite un nuovo procedimento chiamato “Paint Jet”, che funziona come una stampante con un ugello ultra-preciso. Questa tecnica consente di evitare solventi e cottura.


Interni chic e tecnologici

All’interno, anche se non sono ancora trapelate immagini dell’abitacolo della DS N°7, si sa che riprenderà l’architettura della N°8. Il SUV punterà quindi su una presentazione raffinata, sobria e tecnologica. Rispetto alle precedenti DS, l’atmosfera sarà meno barocca. Tuttavia, tra il volante a X, l’integrazione delle bocchette d’aria e degli altoparlanti, si capirà subito di essere a bordo di una DS. Naturalmente, la scelta dei materiali e la cura delle finiture dovrebbero essere all’altezza delle ambizioni premium del SUV. Attenzione però a migliorare ulteriormente rispetto alla N°8, per non deludere i più esigenti con plastiche poco pregiate o assemblaggi imprecisi.

Rendering Largus.fr

INTERNI E TECNOLOGIE

Dotata di un quadro strumenti digitale da 10,25”, uno schermo centrale da 16” e un head-up display esteso, la DS N°7 farà felici gli appassionati di tecnologia. Al contrario, chi ama i comandi fisici potrebbe storcere il naso per la scelta del tutto touch. Con un passo aumentato, l’abitabilità dovrebbe migliorare, offrendo spazio sufficiente ai passeggeri posteriori e un bagagliaio capiente per una famiglia.

Il comfort resterà uno dei punti forti, grazie al sistema DS Active Scan Suspension, una telecamera sul parabrezza che “legge” la strada per adattare l’ammortizzazione. Già presente sulla DS7 attuale, è stato ulteriormente migliorato sulla N°8.

DATI TECNICI E MOTORI

Grazie alla piattaforma STLA Medium, la DS N°7 potrà offrire versioni 100% elettriche e ibride. Dovrebbe adottare le motorizzazioni del Citroën C5 Aircross e del Peugeot 3008: in versione a trazione anteriore, due varianti da 210 e 230 CV con batterie da 73 e 97 kWh; in versione 4×4, una variante da 325 CV con batteria da 73 kWh. Tuttavia, essendo un modello premium, potrebbe proporre potenze superiori, come la N°8 che offre fino a 375 CV. A differenza della N°8, la N°7 disporrà fin da subito di motori termici elettrificati: un 3 cilindri 1.2 micro-ibrido da 145 CV con cambio automatico e-DCS6, e un 1.6 PHEV da 195 CV con trasmissione e-DCS7. Non sarà invece disponibile il diesel 1.5 BlueHDi da 130 CV.

Pur essendo il fiore all’occhiello del marchio francese DS Automobiles, la N°7 non sarà assemblata in Francia. Se l’attuale DS7 è prodotta a Mulhouse, la nuova N°7 sarà “made in Italy”, nello stabilimento di Melfi, accanto alla N°8 e alla futura Lancia Gamma. Una scelta strategica di Stellantis per ottimizzare i costi di produzione, dato che i tre modelli condividono la stessa piattaforma e molti componenti.

La DS N°7 sarà presentata al pubblico al Salone di Bruxelles dal 9 al 18 gennaio 2026, con commercializzazione prevista per la primavera dello stesso anno. I prezzi non sono ancora ufficiali, ma si stima che partiranno da almeno 50.000 € per la versione base, considerando che la DS7 attuale parte da 51.850 €.

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Peter Monteverdi: la storia del nobile piazzista di sogni a quattro ruote

Ci sono secondo me storie “didascaliche” che partono, molto banalmente, dalla morale insita nel termine “Nomen Omen”. 

Cioè, est modus in nomen” oserei dire. Insomma, così come il successo ed il destino di tanti eroi della Tv derivano dalla trasformazione del famoso nome dei tanti Cesare Cuticchiain Manuel Fantoni, così secondo me il cognome assonante ed allegorico segna il successo o meno di tantissime avventure automobilistiche che il tempo ci regala. 

Prendete la “Chiribiri” o la “Temperino”: nonostante il loro indubbio successo contemporaneo all’alba del Novecento, che percorso mediatico avrebbero avuto nel mercato auto dal secondo Dopoguerra ad oggi? 

E se Nikola Tesla, al contrario, si fosse buttato al suo tempo nella realizzazione di auto, sarebbe pervenuto al successo odierno di Mr. Elon

Ma potete metterla come volete: se un chiromante avesse letto la mano ad un adolescente Peter Monteverdi, anche qualora il giovane non avesse mai ancora deciso del suo futuro, quel chiromante avrebbe detto con sicurezza: “il tuo futuro è costruire auto da sogno”.

 

Peter nasce in Svizzera nel 1994 dal papà Rosolino che sposata Louise Hurnimann si trasferisce a Basilea per avviare un Garage di autoriparazione.

Peter, il predestinato. Fantasia, coraggio ma tanto affarismo

Una famiglia umile e dignitosa che viene apprezzata ed accolta nella comunità in cui Rosolino si applica alla riparazione di auto (ancora poche), mezzi a due ruote, camion e trattori. E piano piano cresce. Sarebbe automatico e immediato il legame tra l’attività paterna ed il futuro di Peter, ma al contrario non è un eventuale apprendistato in Officina ad avviare il ragazzo nel mondo dell’auto. Ma è la passione per le Corse a spingere la sera e nei weekend di sedicenne ad avviare la realizzazione in proprio di una piccola monoposto fatta in casa con rottami e componenti di Fiat 508 e 1100.Nel frattempo, frequentando un Istituto Tecnico Peter incontra Erst Bertschi che lo perfeziona nella formazione di alta meccanica. Inizia anche una buona esperienza agonistica per Peter che però trova la sua prima occupazione presso il Costruttore Vevey di trattori e quello di camion Adolph Saurer AG ad Arbon

Nel 1957 Peter sta già per compiere svolte importanti nella sua carriera e vita ma gli affetti lo richiamano ad un brutto risveglio. Suo padre Rosolino muore e al figlio tocca rilevare e riorganizzare l’officina paterna; è il tempo in cui Peter decide di cambiare decisamente strada e si rivolge al mercato delle auto sportive e di lusso, ai cui clienti Peter inizia a proporre il montaggio di Kit sportivi e la personalizzazione con accessori e tinteggiature speciali. Decisamente frenato dalla perplessità della madre, a sua volta contitolare della azienda di famiglia, il giovane intraprendente dopo un periodo davvero duro in cui crolla il pur esiguo cashflow dei trattori e non decolla quello delle auto, riesce con il suo ottimo carattere e la comunicativa ad ottenere convenzioni per l’assistenza di alcuni Marchi inglesi, e inizia gradatamente ad avvicinarsi all’idea di poter vendere prima o poi auto. Ed infatti riuscirà nel tempo ad eccellere nellacompravendita e nei mandati di vendita nel settore del prestigio a quattro ruote. Grazie alla sua capacità dialettica e strategica, alla passione ed alla ottima visione commerciale, gli è facile collezionare nel tempo mandati delle più prestigiose Case Costruttrici. 

Ma il suo obbiettivo è la Ferrari di cui ottiene il mandato nel 1957 proprio poco prima della morte del padre. Diventa il più giovane concessionario del Cavallino nella storia ma soprattutto affronta un primo breve periodo come costruttore in proprio (con il suo marchio “MBM”) di piccole monoposto da Pista per Formula Junior.

Alcune linee del destino sembrano davvero associare il buon Peter ad un altro avventuroso imprenditore artigianale dell’Auto sportiva: Henry Reisner di Intermeccanica. Nessuno sa davvero come e con chi sia riuscito Henry a creare quasi dal nulla nel 1961 quelle sue pestifere IMP 500 capaci di mettere in crisi le Abarth. 

E nessuno sa davvero con che mezzi e quale ispirazione ed obbiettivo Peter Monteverdi abbia rivolto il suo nuovo Marchio MBM a costruire le sua prime auto stradali (tra il 1960 ed il 1961) basate su carrozzerie o in scatola di montaggio ( vedi la “Tourismo” del 1961 su carrozzeria realizzata e distribuita da Heron Plastics di Greenwich/South East London e da cui aveva preso forma anche la “Diva GT”) oppure su struttura ben più articolata: è il caso della “misteriosa” MBM 1000 SP Osca. Realizzata interamente in alluminio battuto, è una opera talmente ben fatta e ad opera d’arte che non può essere stata realizzata senza l’opera di battilastra e lattonieri esperti. Segno dunque che o la factorydi papà Rosolino era attrezzata di tutto punto oppure che già all’epoca un pur giovanissimo Peter (ancora ventisettenne) aveva già instaurato una ottima rete di professionisti ed artigiani in Svizzera o, più probabile, in Italia. In effetti la motorizzazione OSCA 1100 – non facilissima da reperire sul mercato – potrebbe far pensare a questa ultima ipotesi.

Inizia la strada di Monteverdi nella creazione di sogni a quattro ruote

Quello che è certo, al giovane Peter è facile pensare in grande. Elaborando all’estremo un telaio di una sua Formula Junior, ed approfittando del nuovo regolamento di F1 che consente l’uso di motori da 1500 cc come per la F2, prende un motore Porsche Typ 547/3 – RSK a quattro cilindri sviluppato da Ernst Fruhrmann, iscrive la sua “MBM” FJ Porsche al Gran Premio di Germania al Nurburgring del 1961. Poco prima, aveva preso parte ad una Gara in Salita sul circuito di Solitude dove la FJ si ritira; Peter Monteverdi però il Gran Premio di Germania neppure lo vede: in attesa del Gran Premio del 6 Agosto, allettato dal montepremi e desideroso di fare esperienza per il Ring”, passa al Gran Premio “open” intitolato al Castello di Solitude (Stoccarda) del 23 Luglio 1961, sul circuito di Solitudering. Una sorta di Gara Open dove si erano iscritti fior fiore di campioni e dove Peter partì ultimo e rimase in gara pochi giri. Poi, di nuovo ad Hockenheim, stavolta in una Gara di F2, dove però Peter si infortuna di brutto e lascia per sempre le corse, lanciandosi alla grande nel lavoro della sua prestigiosa Concessionaria a Binningen.

Rappresentante Ferrari: il sogno di Peter per rilanciare la carriera sportiva

Però, pur prosperando con i nuovi mandati di Lancia, Jensen, Bentley-Rolls Royce e BMW, Peter Monteverdi riceve la classica porta in faccia proprio da Enzo Ferrari.

Siamo all’inizio degli anni Sessanta e forse pochi sanno, persino dentro Ferrari, di che crisi epocale e finanziaria sta affrontando il Cavallino Rampante; Enzo in persona è dunque deciso a chiedere ad alcuni Concessionari un nuovo tipo di rapporto commerciale per poter continuare a distribuire in maniera esclusiva le Ferrari: l’acquisto ogni anno di almeno 100 modelli di auto nuove e il loro pagamento in anticipo più un ulteriore impegno economico per il magazzino ricambi. 

Ovviamente la risposta di Peter è simmetrica, ed è un bel..:Ciao !! che arriva via Telex alla fine del 1964 Da quel momento il sogno Ferrari di Monteverdi ad Oberwilerstrasse14-20 di Binningen si chiude.

Ed è a questo punto che alla fine del 1965 matura in Monteverdi l’ispirazione di diventare un Costruttore auto, benchè alcune malelingue all’epoca ed anche dopo insinuino che alla base della decisione di Peter vi sia molto di più di un semplice confronto o scontro commerciale. In fondo nella posizione imprenditoriale del manager Svizzero il successo commerciale nella vendita delle Ferrari era perfettamente in linea con le rinnovate richieste della Ferrari, e dunque nonostante l’impegno economico l’appeal delle auto del Cavallino era tale da garantire un ottimi ROI nel medio periodo. 

Anzi, la presenza nello Showroom del Cavallino aumentava costantemente l’afflusso e la presenza di visitatori ed acquirenti anche verso gli altri Marchi rappresentati da Monteverdi.

Così, non mancano le malelingue che pensano qualcosa di profondamente diverso avvenuto tra Peter ed Enzo: dopo la fuga dei Dirigenti del 1961/1962, dopo il mistero “ASA” del 1963 e 1964, l’arrivo della pur iconica e leggendaria “GTO” non garantiva Ferrari né dalle “voci” di difficoltà finanziaria sempre più ricorrenti né da una sempre più arrembante concorrenza europea ed americana rappresentata da IsoRivolta, Bizzarrini, Intermeccanica, Jensen, ed altre. E guarda caso, il debutto della nuova “Monteverdi”parte subito dopo la iconica vittoria della Ford GT 40 sulla Ferrari a Le Mans del 1966, con la celebrazione dei V8 americani come simboli rappresentativi anche della migliore sportività in senso europeo. Dunque, possono trovare ragione le “veline” e le malizie sulla reale evidenza che avrebbe portato Peter Monteverdi a tentare la via della costruzione in proprio? Cioè il mare di soldi che il mercato del lusso a quattro ruote richiamava? Autoprove, si sa, lascia spazio a tutte le ipotesi.

Fatto sta che nel 1967 prende corpo la opera prima di Monteverdi Automobili: la “375 S High Speed”: socio d’affari Paul Berger, Designer Pietro Frua, Telaio a geometria tubolare in quadrello di acciaio realizzato in Germania, sospensioni con bracci triangolari davanti e ponte De Dion posteriore, ed il “cameo” del colossale motore V8 Chrysler da 7,2 litri e 375 Cv con cambio automatico Torqueflite. Un corpo vettura tutto sommato snello da 4,62 metri di lunghezza e 1,80 mt. di larghezza ma un peso colossale di 1805 Kg. 

Ciononostante le prestazioni dichiarate sono lusinghiere, all’altezza delle Supercar che intende sfidare. Il prototipo “opera prima” della 375 S è firmato da Pietro Frua e viene presentato al Salone di Francoforte del 1967 nello Stand di Auto Becker con una accoglienza davvero calorosa.

Tuttavia qualcosa si incrina nel rapporto tra Frua e Monteverdi: chi parla di divergenze gestionali (Pietro Fruaavrebbe suggerito a Peter di affidare la realizzazione delle 375 alla Carrozzeria Maggiora mentre Monteverdi stava decisamente orientandosi verso Rayton Fissore); chi di meri problemi contabili e di pagamento fatture; e chi infine vede più nascosta una guerra di Copyright tra Frua che realizza il taglio discriminante della “375 S” e tuttavia – effettivamente – una sorta di “rimaneggiamento operato successivamente da Fissore sul taglio del grande Pietro sia sulle versioni “L” che “4” della 375 originaria; ma quello che suggestiona davvero a distanza di anni è la coincidenza stilistica tra la versione ulteriore della “375 S High Speed” nominalmente di Fissore e la “AC 428” di Pietro Frua. E a quanto ne sappiamo e ricordiamo le diverse questioni hanno anche incontrato le scrivanie dei Giudici chiamati evidentemente a chiarire e dirimere questioni di Copyright. Il procedimento realizzativo, come schema fondante, era peraltro abbastanza complicato: il concetto tecnico e l’architettura generale delle Monteverdi fino alle “Safari” e “Sahara” contempla il vecchio benchèonorevole concetto del “Battilastra” applicato alle carrozzerie, dello chassis portante tubolare (e non monoscocca) su cui la “pelle” una volta stampata viene applicata sul telaio completo delle componenti. Un sistema romantico e certo speciale, dove l’opera manuale e la capacità artigianale erano alla base dell’attività di maestranze attive proprio presso i Carrozzieri di maggior storia e prestigio italiani. Su questo nulla da dire. Ma pensare che ancora alla fine degli anni Sessanta vi fosse un movimento continuo e totale di parti costitutive di ogni modello, tale che generalmente:

​-Il telaio poteva essere lavorato dalla Factory di Binningen ma più spesso si commissionava a officine specializzate in lavorazione metalli da cui l’opera saldata perveniva alla Monteverdi;

​-qui il telaio si assemblava con le componenti meccaniche fondamentali (motore Chrysler, cambio/differenziale/trasmissione, sospensioni, impianti);

​-Da qui il complesso telaio/componenti partiva per la carrozzeria destinataria della “pelle” e delle componenti esterne da applicare sullo Chassis;

-infine il “semilavorato” tornava alla base per il montaggio delle sellerie e degli interni curatissimi sempre che questa operazione non fosse stata compiuta dal Carrozziere.

Ebbene, insomma, procedure del genere all’alba di un processo di sempre più rapida industrializzazione e standardizzazione dei processi produttivi non giova certo alla Monteverdi, ma non dal lato della qualità. Ci mancherebbe, le fasi di lavorazione ed i controlli sulle Monteverdi realizzate sono di primo livello. Ma sono di altissimo livello anche i prezzi che investono, nel proseguio della Gamma Monteverdi, la “375/4 (Limousine davvero presidenziale spalla a spalla con Aston Martin Lagonda, Iso Rivolta Fidia e Mercedes “600”), la “375 S High Speed” mentre purtroppo, in una crisi energetica che si affaccia dai primi anni Settanta, i motori supercubati di Chrysler non si sposano ad una efficienza di consumi propriamente detta. 

Vero che i mercati elettivi delle Monteverdi sono il Medio Oriente, gli USA e i piani altissimi del Jet Set europeo che si può ancora permettere anche se in pochi fortunati il possesso di auto che bevono come idrovore.

Il problema però per Monteverdi è, prima della crisi energetica, il benchmark con concorrenti di settore e di profilo commerciale comparabile:

​-di fronte ad Iso Rivolta, ad Aston Martin ed alla neonata Lamborghini, la Monteverdi soffre di una minore “identità” e personalità generale del “Brand”;

​- rispetto alla concorrenza motoristica di Chevrolet con il mitico “Chevy 327” (il preferito senza appello dalla comunità degli automobilisti sportivi) o di Ford con il “Cleveland” le motorizzazioni Chrysler sono decisamente di profilo meno pregiato ed apprezzato (chiedere a Bristol e Jensen);

​-questo comporta, senza dover scomodare la concorrenza impossibile verso Ferrari, Maserati, Chevrolet, Jaguar, una certa “sudditanza” elettiva verso Marchi sportivi artigianali anche nati da poco come Bizzarrini o De Tomaso, rispetto ai quali Monteverdi neppure osa l’exploit sportivo

Ecco perché anche l’operazione “Hai 450” (la famosa Berlinetta a motore posteriore centrale) rimane un bel sogno nel cassetto: la mancanza di pedigree sportivo “applicato” e la nomea pregiudiziale del motore Chrysler portano rapidamente Peter a rimanere ancorato seppure con qualche difficoltà al settore del lusso sportivo. In parole povere, fosse sopravvissuta la “Facel Vega”, la Monteverdi avrebbe avuto una  concorrenza elettiva con Lei e basta.

Ed ecco anche perché, con la miglior benevolenza, si può ben dire che un pregio formale ed oggettivo di Monteverdi è di essere sopravvissuta, a differenza ad esempio di Iso Rivolta, Bizzarrini ed altri, alla tagliola della crisi petrolifera e socio economica. Ma il prezzo pagato è stato, da dopo il 1975, forse ancora più duro di un fallimento: è stato il rinnegamento di seè stesso da parte dello stesso Peter Monteverdi

A parte forse una vera e propria fesseria come la mancata produzione del vero e proprio coniglio dal cilindro di Peter, cioè quella straordinaria ed azzeccatissima “2000 GTI” sempre disegnata da Frua nel 1968 e realizzata in conceptunica che sarebbe stata davvero il Jolly vincente in un periodo in cui da inizio anni 70 avrebbe dato filo da torcere a diverse Coupè di taglio “Light”, la piega recessiva del mercato porta prima Monteverdi ad azzeccare una nuova intuizione con la proposta di un corpo vettura della RangeRover a quattro porte invece che a due (con coda polemica e giudiziaria tuttavia quasi comica tra Peter e Land Rover quando quest’ultima dopo la proposta di Monteverdi si trova ad inaugurare una vera e propria linea di 4 porte alla originaria versione a due.

Peter Monteverdi, fu vera gloria??? O la leggenda ha gonfiato troppo la storia?

Prima di continuare, una parentesi che spero condividerete: su Peter Monteverdi si è creata quel filone di curioso e poco sano fideismo che ha già abbracciato altri personaggi storici come Preston Tucker e John De Lorean, per intenderci.

Il concetto che ripeto è sempre lo stesso: va bene l’ammirazione per il Costruttore di Auto, ma alla fine il valore vero dell’opera di Monteverdi si deve valutare nel confronto con competitor del suo tempo.

Con risorse meno importanti di Peter, un genio come Reisnerha creato con Scaglione auto straordinarie come le Intermeccanica Italia ed Indra.

Con risorse ancora inferiori Giotto Bizzarrini da’ vita alla 5300 GT.

Con un supporto industriale di primo piano e capitali probabilmente superiori in disponibilità rispetto a Monteverdi il Commendatore di Desio Renzo Rivolta crea la leggenda delle Iso Rivolta e Lamborghini quella del Toro di Sant’Agata.

Per non parlare di De Tomaso, ma anche dei fratelli Jensen.

Se di fronte a questi esempi le Monteverdi Vi appaiono come bellissime auto degne di rappresentare il loro periodo perlomeno fino a metà anni Settanta, sono d’accordo.

Se però dovessi elencare dove il programma di Peter ha fatto acqua, impiegherei ore.

 

Di certo la distorsione dimensionale che Peter Monteverdi ha operato sul suo stesso Marchio durante solo quindici anni di vita è stata destabilizzante sia per la cristallizzazione di un “Branding” e di una identità chiarificatrice di una vera e propria Mission: dalla prima fase in cui Monteverdi si è proposta con una Gamma fondamentalmente concorrente di Iso Rivolta, Jensen, Aston Martin fino a (passando a realtà più industriali ed organizzate) Jaguar e Maserati; per poi immettere, nella fase acuta della crisi energetica, un profilo di “allestitore” di rango ma dalla visione un poco controversa: proporre versioni speciali di Range Rover a quattro porte poteva essere già di per sé un aristocratico azzardo, sebbene il filone delle personalizzazioni speciali sulle Range fosse all’epoca ben avviato ma di scarso volume produttivo.

Ma l’evoluzione commerciale della Monteverdi con la serie “Safari” e “Sahara” non fu un limite strategico legato alla immagine dei “Luxury SUV” ancora non diffusi (perché in numero assoluto la “Safari” è stata la Monteverdi più prodotta nella storia del Marchio) ma fu una distorsione dell’immagine pubblica del Brand Monteverdi rispetto al mercato. E non solo perché un “SUV” ante litteram cozzava con la produzione di Gran Turismo ed Ammiraglie classicamente “Luxury”; ma anche perché nella proposizione di “Safari” e “Sahara” (quest’ultima la cosiddetta pezza peggiore del buco, visto che nella offerta commerciale di Monteverdi costituiva la versione “Entry Level” della Safari rispetto a cui proponeva il corpo vettura della popolarissima International Scout praticamente invariato) il Marchio svizzero aveva praticamente trascurato di aggiornare ed implementare la Gamma di sportive e GT “originarie”.

Dunque, direi che il grande errore strategico di Peter Monteverdi fu quello di seguire più un ottimo fiuto commerciale senza però accompagnarlo dalla tutela di quello straordinario intuito creativo che lo aveva inizialmente spinto ad “azzeccare” la originaria Gamma di vetture Monteverdi: questo ha significato limitarsi, alla soglia degli anni Ottanta, a schemi produttivi quasi anacronistici (lavorazioni totalmente a mano, assemblaggio di parti, componenti e semilavorati secondo una catena arzigogolata e dispendiosa); a catene di subfornitura e lavorazioni praticamente monopolistiche ed imprescindibili (vedi ad esempio il ruolo di Rayton Fissore); ha significato snaturare, alla ricerca di soluzioni commerciali di breve respiro e di brevissimo periodo, la natura e l’ispirazione originaria della Gamma di sportive Monteverdi contro una visione sempre più di “Assembler” ed infine “Tuner” del Marchio.

 

L’esempio? Monteverdi “Sierra” basata sulla “Dodge Aspen” (una media berlina americana che Peter aveva trasformato pesantemente su fronte e retro per farla assomigliare alla parente povera della “375/4”) e “Tiara” (esperimento ancora peggiore di “Tuning” della classicissima ed azzeccata Classe S Mercedes di Bruno Sacco, in specifico la serie W126) come anche il restyling della Ford Granada: tutte proposte che lo stesso Peter – forse per salvare il salvabile – decide di astrarre dalla produzione propriamente Monteverdi per assegnarle ad una nuova e sporadica linea “Monteverdi Design” dalla scarsissima fortuna commerciale. Anche per questo, nonostante l’avventura brevissima in F1 del Team Onyx-Monteverdi degli anni ’90 e il tentativo di rilancio della concept “Hai 650”, la Monteverdi chiude i battenti 40 anni fa, nel 1985.

Dopo alcuni anni ci lascia anche Peter Monteverdi. Un genio controverso e assolutamente unico. Un eroe moderno e crepuscolare del paradiso dell’Auto. Per questo, Autoprove vuole ricordarlo come il più nobile piazzista di sogni a quattro ruote. 

Riccardo Bellumori

Nuova Volvo XC70 2025: le foto rubate

Ecco le foto rubate che mostrano in anteprima esclusiva lo stile della nuova Volvo XC70. Il prezzo preliminare dovrebbe essere annunciato già il mese prossimo.

La prima presentazione del crossover Volvo con il nome XC70 è stata fatta in Cina all’inizio di maggio. Ricordiamo che in precedenza tale denominazione apparteneva alla versione “fuoristrada” della station wagon Volvo V70. Il nuovo Volvo XC70 è stato invece annunciato come un SUV a tutti gli effetti. Come è facile intuire, il SUV è destinato principalmente al mercato cinese, anche se l’azienda non esclude che in seguito il modello possa essere lanciato anche su altri mercati. A maggio, il certificato del nuovo modello è stato inserito nella banca dati del Ministero dell’Industria della Repubblica Popolare Cinese. Nel frattempo, il marchio stesso ha avviato la fase successiva della promozione della XC70: sono state pubblicate ulteriori immagini ufficiali. Inoltre, la filiale locale ha annunciato che le prenotazioni saranno aperte ad agosto.

Il crossover Volvo XC70 è stato il primo modello del marchio basato sulla piattaforma SMA (Scalable Modular Architecture). È anche il primo ibrido ricaricabile con un “prolungamento della corsa” a benzina, ovvero il motore a combustione interna funziona solo in modalità generatore per la batteria.

DATI TECNICI

Secondo i primi dati, la lunghezza della XC70 è pari a 4815 mm, la larghezza a 1890 mm, l’altezza a 1650 mm e il passo a 2895 mm. Pertanto, in termini di dimensioni, il nuovo SUV si colloca tra la Volvo XC60 (lunghezza 4708 mm, interasse 2865 mm) e l’ammiraglia Volvo XC90 (4953 e 2984 mm). Per la Volvo XC70 sono previsti cerchi da 19 o 20 pollici.

Tra le caratteristiche estetiche spiccano il pannello frontale liscio, le maniglie delle portiere a scomparsa, le luci diurne “martello di Thor”, i blocchi verticali dei fari e i fanali posteriori verticali. Gli interni sono ancora segreti. Tuttavia, dalle immagini disponibili si può vedere che all’interno è installato un tablet verticale con sistema multimediale.

Il “prolungamento della corsa” è un motore turbo a benzina 1.5 (163 CV). Si sa per certo che la Volvo XC70 sarà disponibile con trazione integrale: sul portellone posteriore è presente il simbolo 4WD. Tuttavia, non ci sono ancora informazioni sui motori elettrici. Alcuni media cinesi scrivono che il SUV avrà due opzioni di batteria, con una capacità di circa 21 o 39 kWh. Durante la presentazione, l’azienda stessa ha promesso un’autonomia in modalità elettrica di 200 km secondo il ciclo CLTC.

IL PREZZO

Anche il prezzo della Volvo XC70 dovrebbe collocarsi tra quello delle ibride XC60 e XC90. Per il SUV con l’indice più basso nella versione PHEV in Cina oggi chiedono almeno 523.900 yuan (circa 5,8 milioni di rubli al tasso di cambio attuale), mentre il modello di punta analogo costa da 795.900 yuan (8,8 milioni di rubli).

Nuova iCar V27 2025: le foto spia

Le foto spia della iCar V27 senza camuffamento sono state rivelate da Inside China Auto su X/Twitter, offrendo una visione più chiara dei dettagli esterni del SUV che era stato anticipato a maggio, in vista del suo debutto previsto per il quarto trimestre di quest’anno.

Qui, le foto spia mostrano una serie di dettagli precedentemente nascosti dalla pellicola mimetica, come quello che sembra essere l’alloggiamento dell’indicatore separato dal gruppo ottico principale. Nel frattempo, i cerchi a cinque razze sembrano simili a quelli dell’unità mimetizzata mostrata in precedenza e in queste nuove immagini sono presentati con una finitura nera opaca.

Il modello giallo fotografato qui sfoggia anche una coppia di pedane laterali, che non erano presenti sul precedente modello camuffato. Verso la parte posteriore della V27, il retro del finestrino posteriore presenta un montante D spesso, con una striscia sottile appena davanti al bordo del portellone.

DATI TECNICI E MOTORE

Gli elementi stilistici esterni già rivelati in precedenza includono grandi specchietti laterali, un portellone posteriore incernierato lateralmente (con vano portaoggetti integrato), luci posteriori verticali e gruppi ottici anteriori rettangolari con luci diurne a LED circolari integrate.

La iCar V27 sarà il terzo modello della gamma del marchio dopo la 03/03T e la V23, entrambe caratterizzate da uno stile fuoristrada robusto, proprio come la V27.

Secondo le informazioni fornite in precedenza dal Ministero dell’Industria e dell’Information Technology cinese (MIIT), il V27 sarà il più grande del trio iCar/iCaur, poiché si dice che avrà una lunghezza complessiva di circa 4,9 metri, mentre il 03 misura circa 4,4 metri di lunghezza e il V23 circa 4,2 metri.

Il motore della iCar V27 dovrebbe essere un turbo benzina da 1,5 litri che funge da generatore nell’ambito di una configurazione EREV e dovrebbe offrire varianti a trazione posteriore e a trazione integrale con un’autonomia elettrica pura di circa 200 km secondo il protocollo di prova CLTC.

Record di ordini mette in crisi Xiaomi

Il record di ordini della gamma Xiaomi mette in crisi la produzione.

Non è insolito che i concessionari e i primi proprietari di auto molto richieste le ritirino e poi cerchino rapidamente di rivenderle per ottenere un buon profitto. Tuttavia, i veicoli in questione sono solitamente modelli ad alte prestazioni in edizione limitata o auto che saranno prodotte solo per un breve periodo. La Xiaomi YU7 non rientra in nessuna di queste categorie, eppure c’è già chi sta cercando di rivenderla.

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Leggi: Il prezzo competitivo del SUV Xiaomi rispetto a Tesla scatena la frenesia con 289.000 ordini in un’ora

Poco dopo che è stato rivelato che Xiaomi aveva ricevuto 289.000 ordini per la YU7 un’ora dopo l’apertura dei registri degli ordini, molte delle prime auto sono già state messe in vendita. Attualmente ci sono circa 80 YU7 in vendita in Cina, alcune delle quali con forti ricarichi. Evidentemente, non sono solo gli americani a dover fare i conti con i ricarichi esorbitanti dei concessionari.

I NUMERI INCREDIBILI

Come riportato da CarNewsChina, i prezzi delle Xiaomi YU7 sul mercato dell’usato vanno da circa 350.000 yuan a 390.000 yuan (circa 48.300-53.800 dollari al tasso di cambio attuale). Sebbene il SUV completamente elettrico di Xiaomi sembri ancora un ottimo affare a questi prezzi, i prezzi per una YU7 nuova partono da 279.900 yuan (38.600 dollari) e arrivano fino a 329.900 yuan (45.600 dollari).

Una lista d’attesa di 60 settimane ha reso il SUV di Xiaomi una miniera d’oro per i rivenditori
Sebbene la YU7 sia posizionata come un veicolo elettrico di massa, la straordinaria domanda significa che gli acquirenti dovranno attendere molto tempo prima di riceverla. Infatti, i tempi di attesa per il modello base sono attualmente di 57-60 settimane, mentre gli acquirenti della versione Pro devono attendere 49-52 settimane. Il modello di punta Max ha tempi di attesa compresi tra 41 e 44 settimane.

Non appena i modelli YU7 inizieranno ad arrivare nei garage degli acquirenti, i prezzi degli esemplari usati inizieranno inevitabilmente a scendere. Tuttavia, data la predilezione dei consumatori cinesi per il marchio Xiaomi, il deprezzamento potrebbe essere minimo. I dati locali rivelano che la berlina Xiaomi SU7 si è classificata al primo posto tra tutte le auto cinesi per quanto riguarda il valore di rivendita, mantenendo l’88,91% del suo valore dopo il primo anno.

Suzuki Jimny diventa 3 modelli iconici

La Suzuki Jimny è da tempo una delle preferite per trasformazioni eccentriche, e pochi lo fanno meglio del preparatore giapponese DAMD. Famoso per aver reinterpretato la Jimny come una mini Mercedes G-Class o una versione ridotta della Land Rover Defender, DAMD ha costruito un vero e proprio culto attorno al piccolo fuoristrada Suzuki.

Qualche anno fa, l’hanno persino trasformata in una Lancia Delta Integrale. Ora, DAMD torna alla ribalta con versioni aggiornate dei suoi kit ispirati alla G-Class e alla Defender, questa volta pensati per la versione a cinque porte della Jimny.

LA MINI DEFENDER

L’ultima versione del bodykit stile Defender, soprannominato affettuosamente Little D, è stata migliorata con alcune modifiche sottili. È progettato specificamente per la variante a passo lungo con cinque porte, presentato in una vernice verde scuro che si adatta perfettamente al carattere fuoristradistico del veicolo.

Il kit include nuovi fari e indicatori in stile Defender classico, insieme a una griglia frontale nera con badge ovale verde, che richiama il linguaggio stilistico Land Rover.

Per completare il look, DAMD ha realizzato una piastra sottoscocca personalizzata, nuovi paraurti anteriori e posteriori, e passaruota pronunciati. Il Little D è dotato anche di paraspruzzi e può essere configurato con vari design di cerchi.

LA MINI CLASSE G

Passando al Little G, anche questo si basa sulla Suzuki Jimny a cinque porte e presenta paraurti anteriori e posteriori ispirati a Mercedes, cerchi personalizzati, parafanghi distintivi, pedane laterali e pannelli porta ridisegnati.

La novità è il Little G Traditional, che include di serie un paraurti anteriore in acciaio semplificato con fendinebbia gialli quadrati. I fanali posteriori richiamano le vecchie G-Class, e il kit include anche un set di paraspruzzi.

Ma la novità più sorprendente e, forse, la più affascinante del 2025 è il bodykit Saudade, ispirato alla Renault 5. Potrebbe essere il nostro preferito, con fari quadrati in stile retrò, una piccola griglia nera e un paraurti in acciaio nero con una vistosa piastra sottoscocca.

Il preparatore giapponese ha aggiunto nuovi specchietti laterali, archi ruota allargati e un set sorprendente di cerchi OZ Racing per completare il look.

La vera sorpresa è il prezzo: nonostante l’effetto trasformativo, il kit Saudade risulta piuttosto economico. Il bodykit completo, non verniciato, costa 382.800 yen, circa 2.600 dollari. Aggiungendo un set di cinque cerchi OZ Racing, il totale arriva a 520.000 yen (~3.500 dollari), che sembra comunque un vero affare.

Nuovo BYD Sealion 06: la prima in Cina

Ecco il nuovo BYD Sealion 06. L’esterno della cinque porte presenta una soluzione atipica rispetto agli altri modelli del marchio, mentre gli interni sono stati progettati secondo lo stile attuale dell’azienda. Come di consueto, per il nuovo modello è stata annunciata una lista impressionante di dotazioni.

La presentazione del crossover BYD Sealion 06 (o Sea Leon 06) è avvenuta ad aprile durante il Salone dell’Auto di Shanghai, ma allora il nuovo modello era stato presentato senza caratteristiche tecniche. Oggi in Cina sono stati resi noti tutti i dati e sono stati annunciati i prezzi preliminari, mentre i concessionari locali hanno iniziato a prendere ordini. I clienti possono scegliere tra l’ibrido ricaricabile Sealion 06 DM-i e l’auto elettrica Sealion 06 EV. Ciascuna delle due versioni è disponibile in diverse configurazioni, ma torneremo più tardi sulle caratteristiche tecniche.

In termini di design, l’ibrido e l’elettrico sono praticamente identici. La caratteristica principale dell’esterno è il doppio faro anteriore, come nei modelli del marchio premium coreano Genesis. A proposito, BYD ha applicato questa soluzione per la prima volta (non prendiamo in considerazione la nuova BYD Tang L con luci a due livelli, poiché ha comunque un design diverso). Per il resto, l’aspetto della Sealion 06 è tipico dei modelli BYD moderni: il SUV ha un “muso” liscio e maniglie delle portiere semi-nascoste, mentre i fanali posteriori sono realizzati sotto forma di un unico stampo arrotondato. Il crossover “poggia” su ruote da 19 pollici.

Anche le dimensioni della BYD Sealion 06 DM-i e della Sealion 06 EV sono identiche. Lunghezza: 4810 mm, larghezza: 1920 mm, altezza: 1675 mm, passo: 2820 mm. Il volume del bagagliaio dell’ibrido è di 695 litri, quello dell’elettrico è di 757 litri. Indipendentemente dalla versione, con la seconda fila di sedili ripiegata, il volume del vano è di 1630 litri. L’elettrico BYD Sealion 06 EV ha un bagagliaio aggiuntivo da 142 litri nella parte anteriore.

All’interno: schermo integrato nel pannello frontale e tablet separato “incollato” al sistema multimediale. Nella parte superiore del tunnel a due piani si trovano una piattaforma per la ricarica wireless, una serie di pulsanti fisici, un paio di portabicchieri scoperti e una manopola (che apparentemente duplica il controllo multimediale). Nel bracciolo tra i sedili anteriori può essere integrato un vano con funzioni di riscaldamento e raffreddamento.

A seconda dell’allestimento, nell’elenco delle dotazioni della Sealion 06 DM-i/Sealion 06 EV sono indicati anche: tetto panoramico, portellone posteriore elettrico, display proiettato, riscaldamento e ventilazione dei sedili, sette airbag. Inoltre, è presente il sistema di pilota automatico God’s Eye C: questo complesso comprende diverse telecamere, sensori e radar, nonché cruise control adattivo, sistemi di frenata automatica e mantenimento della corsia.

DATI TECNICI E MOTORI

Sotto il cofano dell’ibrido BYD Sealion 06 DM-i è installato un motore a benzina aspirato da 1,5 litri (101 CV), mentre sull’asse anteriore è posizionato un motore elettrico da 218 CV. Il crossover ibrido è disponibile in tre versioni. La versione base è dotata di una batteria con una capacità di 18,3 kWh, che consente al SUV di percorrere 121 km in modalità elettrica secondo il ciclo cinese CLTC, con un’autonomia totale di 1621 km. Le altre due versioni hanno una batteria da 26,6 kWh, un’autonomia in modalità elettrica di 170 km e un’autonomia totale di 1670 km.

Anche BYD Sealion 06 è disponibile in tre versioni, tutte con trazione posteriore. Il crossover elettrico più economico ha un motore da 231 CV e una batteria da 65,28 kWh, con un’autonomia di 520 km. Le altre due versioni sono dotate di un motore elettrico da 245 CV e una batteria da 78,72 kWh, con un’autonomia di 605 km. Inoltre, secondo quanto riportato dai media cinesi, in seguito dovrebbe essere disponibile anche una versione a trazione integrale con doppio motore (150/245 CV – motori anteriore/posteriore).

L’ibrido ricaricabile BYD Sealion 06 DM-i costa attualmente 139.800-156.800 yuan, mentre per l’auto elettrica BYD Sealion 06 EV il prezzo richiesto è di 143.800-163.800 yuan.