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Fino al 2030 di resistenza per Seat Leon

L’attuale Seat Leon di quarta generazione continuerà ad essere prodotta anche dopo il 2030: nel 2028 sarà disponibile una versione ibrida senza presa di ricarica, mentre nel 2029 l’intera famiglia sarà nuovamente sottoposta a un restyling completo. Non è esclusa la comparsa di una Seat Leon completamente elettrica, ma quella “a idrocarburi” non scomparirà comunque nei prossimi anni.

L’anno scorso la Seat Leon ha celebrato il 25° anniversario dal debutto della prima generazione, quando non era ancora chiaro quale sarebbe stato il futuro di questo modello. L’attuale quarta generazione della Seat Leon sulla piattaforma MQB Evo è in produzione dal 2020 e nel 2024 è stata sottoposta a un primo restyling.

Ricordiamo che esiste anche la Cupra Leon, che è essenzialmente lo stesso modello, ma con un’immagine più sportiva. Il marchio Cupra si è separato da Seat già nel 2018, ma fino ad ora le gamme di modelli Seat e Cupra non sono chiaramente differenziate, entrambe le marche sono gestite da un unico amministratore delegato (ora Marcus Haupt), Seat e Cupra condividono lo stesso sito web, solo i siti web per i consumatori sono diversi.
Fino a quest’anno, quando il marchio Seat ha compiuto 75 anni, la direzione della casa madre Volkswagen non riusciva a decidere cosa fare con Seat. La decisione è maturata alla luce del rallentamento globale della domanda di veicoli elettrici: a marzo, l’ex amministratore delegato di Seat Wayne Griffiths ha annunciato che Seat continuerà a specializzarsi in modelli con motore a combustione interna, mentre Cupra continuerà a seguire la linea “verde”.

IL RILANCIO DI SEAT

Oggi il direttore dei prodotti Seat e Cupra Carlos Galindo ha confermato in un’intervista alla rivista britannica Autocar che, nonostante il recente cambio di amministratore delegato in Seat e Cupra, gli obiettivi primaverili relativi a Seat rimangono invariati. Seat intende continuare a offrire modelli relativamente accessibili con motore a combustione interna, che attraggono molto i clienti giovani, anche più di Skoda, perché il marchio ceco ha un pubblico già più maturo.

Nel 2026 saranno lanciati sul mercato la Seat Ibiza, una berlina subcompatta rinnovata, e il crossover Seat Arona. Non è ancora chiaro cosa ne sarà del crossover compatto Seat Ateca (in produzione dal 2016), ma l’attuale “quarta” Seat Leon ha davanti a sé un futuro piuttosto roseo.
Secondo quanto riferito dai colleghi britannici, nel 2028 la Leon sarà dotata di una versione ibrida senza presa di ricarica, oltre alle versioni ibride leggere e ibride plug-in: questa versione offre un ottimo equilibrio tra prezzo e emissioni. Nel 2029 l’intera famiglia Seat Leon sarà completamente rinnovata (design e tecnologia), dopodiché il modello avrà tutte le possibilità, insieme alla sorella VW Golf, di arrivare fino al 2035, quando in Europa entrerà in vigore il divieto di vendita di nuove autovetture e veicoli commerciali leggeri con motore a combustione interna.

Alla Cupra Leon “a idrocarburi” non è garantita una vita così lunga: si prevede che intorno al 2030 debutterà una nuova Cupra Leon completamente elettrica (clone tecnico della futura VW ID. Golf sulla piattaforma SSP), mentre le versioni a combustibile della Cupra Leon potrebbero scomparire entro quella data.
A sua volta, la Seat Leon potrebbe avere in futuro un omonimo elettrico, ma la decisione al riguardo non è ancora stata presa: dipenderà dalla situazione del mercato verso il 2030 e da come agiranno le autorità europee man mano che si accumuleranno i problemi nel settore automobilistico a causa dell’agenda ecologica sfrenata.

Nuovo Suzuki Jimny 5 porte: arriva in Italia

Suzuki era convinta che l’ultima versione della Jimny fosse pronta per trionfare in grande stile nel continente europeo, ma ciò non è stato possibile. Un errore nella sua progettazione ha mandato all’aria tutti i piani, poiché il fuoristrada giapponese non rispettava le severe norme sulle emissioni, costringendo il produttore ad apportare delle modifiche. La soluzione è stata quella di trasformare la Jimny in una biposto e omologarla come veicolo commerciale, il che ne ha ridotto le possibilità.

I giapponesi hanno anche sviluppato una Suzuki Jimny a 5 porte, che hanno deciso di vendere lontano dai nostri confini per evitare ulteriori problemi, mettendo fine alla Jimny alla fine dello scorso anno. Ora Suzuki si sta concentrando su altri progetti più legati all’elettrificazione, ma è comunque possibile godere della versatilità e della praticità offerte dalla Jimny a 5 porte. Gli italiani di Fioravanti Motors ve la propongono.

Perché, ovviamente, qui non lo vedrete più dalla casa giapponese. Quest’ultima, come è normale, non vuole pagare multe per eccesso di emissioni, quindi preferisce vendere la Jimny in quei paesi che non sono così esigenti in materia di emissioni, quelli asiatici, e naturalmente anche in Giappone, dove il tempo di attesa per una Jimny arriva a ben tre anni e mezzo. E noi che ci lamentavamo dell’anno di attesa quando c’è stata la crisi dei microchip…

Ma quelli di Fioravanti Motors, un importatore italiano rinomato e molto conosciuto per i modelli di alta gamma, hanno trovato una vera miniera d’oro potendo importare nella Unione Europea la Jimny a cinque porte dalla fabbrica indiana di Maruti Suzuki, dove è conosciuta come Jimny Alpha.

Tuttavia, una volta arrivata in Europa, Fioravanti, che si occupa dell’omologazione, si offre anche di installare tre componenti opzionali che considera fondamentali, come una sospensione per favorire una guida più fuoristrada, equipaggiando pneumatici più grandi che completano il sistema di trazione integrale «AllGrip Pro 4×4», un portapacchi e un verricello per il traino. E se lo desideri, la ciliegina sulla torta è un sistema di alimentazione a GPL con un serbatoio da 45 litri che consente di accedere alle zone a traffico limitato.

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Con tutti i comfort, ma non alla portata di tutte le tasche

Con una lunghezza di 3,98 metri e un bagagliaio che offre fino a 211 litri di spazio con i sedili posteriori ribaltati, la Suzuki Jimny a cinque porte è disponibile con un motore a benzina da 1,5 litri con una potenza massima di 105 CV, una versione che può essere richiesta sia con cambio manuale a cinque marce che automatico a quattro marce, e con prestazioni all’altezza delle sue dimensioni, quando viaggia sull’asfalto.

Motore
1,5 litri

Potenza / Coppia motrice
105 CV / 130 Nm

Cambio
Manuale 5 marce / Automatico 4 marce

0-100 Km/h
12 s

Velocità massima
145 km/h

Il problema, perché in questi casi ce n’è sempre uno, è che bisogna desiderarlo davvero tanto, e anche non avere alcun problema, rimorso o senso di colpa, per pagare il prezzo di questa Suzuki Jimny a cinque porte, che ammonta a 43.900 euro, tasse incluse, ma senza gli optional del sistema GLP, gli pneumatici speciali o le sospensioni fuoristrada. Questo è a parte, Fioravanti penserà che il capriccio costa già abbastanza…

Buon Compleanno Dea: 70 anni della Citroen DS

E’ Giovedì 6 Ottobre del 1955, ed a Parigi gli alberi che contornano i marciapiedi del “lungoSenna” iniziano a colorarsi del color ruggine che anticipa l’Autunno che si fa largo nel clima cittadino. 

Una mattina soleggiata, tiepida in una delle Città europee più sognate dai visitatori e turisti, ed amata dai suoi cittadini.

Il traffico è quello di un classico Giovedì mattina autunnale, e le strade sono ordinatamente percorse da auto, mentre i passanti si muovono di fretta per raggiungere i loro obbiettivi.

Ma c’è qualcosa che irrompe e scombina quel delicato ed abituale movimento stradale.

Da lontano, sulla strada, si sta muovendo flemmatico e silenzioso….”qualcosa” !?

Eh, davvero: una sagoma il cui corpo bianco perla, esploso dai raggi del sole, è sovrastato da una “torretta” color nero ebano; e tutto quest’insieme, quasi un monolite spaziale in movimento, procede lento e regale in mezzo alle altre auto, ai pullman, ai furgoncini del Droghiere in movimento verso i clienti. Tutto quel che circonda quella forma mai vista prima sembra di un secolo precedente, sembra opaco, soprattutto sembra improvvisamente invecchiato. 

Di fronte alla sua vista in movimento dolce ma deciso, chi incrocia la sua immagine interrompe ogni azione o stato. Occhi sgranati e suoni di esclamazione ammirata e curiosa. Cos’è? Da dove arriva? 

 

Si dice che da qualche negozio, attraverso il telefono pubblico, alcuni passanti abbiano avvertito le Gendarmerie locali, nel timore che possa essere qualcosa di alieno. I più compassati pensano ad una azione pubblicitaria, oppure ad uno scherzo molto ben confezionato.

 

Ma quella forma in verità è un gesto di amore e di identificazione. Di amore verso la cittadinanza parigina e francese, verso anche quella Rive Gauche” della Senna (che tradizionalmente è il lato del fiume che individua anche uno stile di vita artistico ed anticonformista contrapposto alla radice più aristocratica e conservatrice della “Rive Droite” del fiume) su cui dava la finestra dell’Ufficio dirigenziale di colui da cui tutto questo era nato. un uomo che iniziò la sua avventura commerciale ed imprenditoriale a quattro ruote consegnando – dalla Concessionaria “Fernand Charron” di Champs Elysees – a tal Signor Testemolle il 7 Lugliodel 1919 la prima auto a suo nome dopo aver iniziato tutto dalla Officina “Citroen, Hinstin & Co” nel 1905.

Sto parlando ovviamente di Andrè Citroen, che nonostante le radici olandesi era a tal punto naturalizzato francese da aver chiesto all’Architetto dello Stabilimento a Quai de Javel (Parigi), dove si era insediato dal 4 Giugno del 1919 di orientare il suo ufficio con finestrone panoramico sulla Senna. 

E proprio da Quai de Javel (oggi Quai Andrè Citroen), coprendo i quattro chilometri che dividevano la sede Citroen da cui “quella cosa” si era mossa, si percorreva proprio il lungoSenna dalla Rive Gauche, superando anche quella Tour Eiffel che lui, Andrè, era riuscito tra i pochissimi tra gli anni Venti ed i trenta a colorare con una ghirlanda di 200.000 lampadine a segnare la scritta “Citroen” che si vedeva da quasi ogni angolo notturno di Parigi.

Banca Lazard “uccide” il sogno di Andrè Citroen

Fu, quello, il sogno “minore” rispetto alla idea, che fece ovviamente inorridire la municipalità di Parigi, di fare della Torre Eiffel una fenomenale antenna per una “Radio Citroen” cui Andrèpensava da tempo: rassegnatosi, riuscì comunque, caso quasi isolato nella storia della Torre, a vestirla con quella pubblicità luminosa ideata dall’italiano Fernando Jacopozzi, colui che aveva disegnato l’illuminazione dell’Arco di Trionfo e di Notre Dame.

Se solo quel genio non fosse caduto nel dolore di aver perso la sua “creatura” (fondamentalmente la Citroen fu acquisita nel 1935 dal creditore principale, Michelin, dopo una istanza fallimentare mossa tra l’altro non dal Marchio di Pneumatici ma dalla Banca Lazard; ma Michelin stessa a quel punto, per far restare nel capitale gli altri investitori, chiese ad Andrè di cedere il posto lasciandolo praticamente per pietosa consolazione in un seggio nel Consiglio) e non fosse scomparso alla clinica George Bizet per un tumore fulminante al pancreas il 3 Luglio del 1935, avrebbe potuto ammirare 19 anni dopo la sua “Traction Avant” il suo popolo francese ammutolire di fronte alla regale bellezza e maestosa innovazione che la Citroen DS, apparsa in anteprima mondiale sulle strade della città, regalava agli sguardi raggiungendo in moto il Salone di Parigi 1955 di cui la Dea era madrina di eccezione.

 

Per fortuna, Andrè aveva fatto comunque in tempo a conoscere e ad ammirare uno dei papà di quella “DS” e forse il più iconico: Flaminio Bertoni, da Varese. 

A 15 anni era un apprendista alla Carrozzeria Macchi, ma è talmente straripante nel suo genio creativo che la sua fama varca le Alpi, e dunque è proprio Andrè Citroen ad affidare a lui dal 1931 la ricerca di stile per Citroen e per la Traction Avant

Sorprende il mondo perché per la prima volta consegna agli Ingegneri ed ai lattonieri – per la definizione delle forme del modello statico 1:1 – una realizzazione tridimensionale in scala, che con uno scheletro di legno e assi per ruote, basette per i fanali e tutto ricoperto e modellato nei minimi dettagli in plastilina costituisce il primo modello 3D in scala, propedeutico alla realizzazione industriale nel mondo Auto. Da quel momento l’intuizione di Flaminio diventerà la forma per il Project Management di ogni auto. 

Ma nel caso di Bertoni e del suo talento, la realizzazione del modello in scala dopo gli Sketches grafici assolve anche alla eventualità che il Maestro, definendo via via il corpo tridimensionale della vettura, si accorga di modifiche necessarie rispetto al disegno su carta. 

Nel 1938, all’atto di un possibile restyling della “Traction Avant” il make up ideato inizialmente da Bertoni riassume e anticipa già diverse delle opzioni e delle idee che diventeranno realtà nella “DS”. 

Ma a quel punto, soprattutto per decisione del nuovo corso della politica internazionale con il rischio guerra e per il profilo gestionale ben più oculato della nuova proprietà Citroen, si decide di non disperdere budget sul rinnovo “estremo” della Traction, e la Citroen si butta a capofitto nel progetto “2CV” fissando le linee guida del nuovo prossimo ma aleatorio progetto “Vettura a Grande Diffusione” da far uscire nel momento più opportuno. Capo progetto tecnico è ovviamente l’Ingegner Lefevbre. Che, terminata la guerra, ha idee chiare: Flaminio dovrà disegnare sulla base e sulla ispirazione di una “goccia d’acqua”, proprio.

Flaminio Bertoni e Andrè Citroen, incontro del destino

Ovviamente molti cultori del Design e della evoluzione stilistica del mondo dell’auto nel tempo hanno operato una sorta di revisione ragionata del mito di Flaminio Bertoni; nel senso, ad esempio, di una forte influenza nelle linee del varesino assorbita dalle diverse creazioni preguerra di Germania, Boemia ed Italia molto avanti nella ricerca aerodinamica rispetto alla piazza inglese e francese. Senza contare anche il filone stilistico di diverse scuole statunitensi. Già, senza dubbio: ma la peculiarità straordinaria di Bertoni è stata quella di tradurre dentro una dimensione generale della DS inferiore a tante Ammiraglie a tre volumi europee delle linee tese ed aerodinamiche senza penalizzare comodità, spazio e comfort. Ad esempio, nella prima stesura del progetto “Hippopotame” del 1948 le dimensioni generali erano quasi al livello di una americana, con lunghezza superiore ai cinque metri e mezzo. 

Ma “limando” e ridimensionando al millimetro ogni componente la stazza finale della DS è alla fine inferiore a colleghe pari grado nel lusso e nella capienza, ma molto più over size. 

Eppure dentro una volumetria non esagerata i tecnici Citroen sono riusciti a far entrare un 4 cilindri 1900 cc per la versione meno cubata, sospensioni idropneumatiche e frenata idem, con freni a disco anteriori; e seppure con la coda rastremata e gli angoli di attacco delle ruote e delle sospensioni che praticamente raggiungono le estremità del corpo vettura il bagagliaio della “Dea” non è di molto inferiore a veri transatlantici come CX ed XM.

Bertoni, Mages, Lefevbre: questo il terzetto geniale che sotto la guida del Presidente Boulanger danno vita alla “Dea”.

Purtroppo il destino che ha fatto incontrare Andrè Citroen e “l’Italiano” (come le maestranze parigine chiamavano Flaminio Bertoni) li ha fatti parlare tra loro davvero molto poco, solo due anni e mezzo. Dopo il subentro di Michelin a Parigi e il crollo fisico di Andrè, i due non si sono praticamente più visti. Eppure nemmeno la nuova Citroen ha smesso di cercare – come Andrè – i migliori geni  e talenti degni di lavorare per un Marchio davvero eretico e diverso dagli altri.

Nel 1962 ad affiancare Flaminio e Lefevbre arriva un giovane e geniale Robert Opron, ed è quasi un miracolo, perché solo un anno e mezzo dopo un ictus improvviso porta via Flaminio Bertoni proprio mentre con le sue mani sta modellando il nuovo cofano anteriore con fari panoramici ed integrati della seconda serie DS. A completare quel disegno con i fanali orientabili sarà proprio Opron che inizia a lavorare nel nuovo centro Stile di Velizy dove la Citroen si trasferisce lasciando il vecchio Atelier in Rue de Theatre.

Ovviamente tra la prima e seconda serie della DS arriva anche la dimensione “ID”: presentata nel 1956 è in parole povere un allestimento ovvero una “famiglia” delle DS più “entry level” e poi arrivano le “multispazio” (giardinetta o “Break”, familiare allungata e versione Veicolo commerciale) prima appunto del restyling con i fari integrati a filo e multifocali.

Un testimonial di eccezione: il Generalissimo De Gaulle

Un evento che, davvero incidentalmente, porta una improvvisa notorietà e leggenda alla “DS” nasce purtroppo da un fatto gravissimo: Charles de Gaulle, guida politica della Francia dal 1959 al 1969, fu l’obbiettivo di un attentato nell’agosto del 1962, a Petit Clamart: tornato a Parigi dalle vacanze estive per un consiglio dei ministri urgente. De Gaulle si avviò all’Eliseo dall’aeroporto militare di Villacoublay, su una DS19 scortata da poliziotti in motocicletta.

Ma di notte, nel ritorno a Villacoublay: una pattuglia di terroristi apre il fuoco contro la DS del Generale. Il convoglio passa senza feriti, ma con la DS che aveva due pneumatici a terra. Ciononostante, l’autista riuscì a seminare gli attentatori. La leggenda della “DS” che poteva muoversi anche su tre ruote grazie alle sue sospensioni idropneumatiche si somma alla leggenda delle due vittorie al Montecarlo nel 1959 e 1966. Prima ed unica auto da Rally a vincere con sospensioni idropneumatiche il “Monte” ed insieme un Rally internazionale; ultima “Oversize” a vincere il Monte grazie alla trazione anteriore, la “DS” fu regina del mercato per 19 anni prima della “CX”. E l’ultima Dea, la numero un milione e 456 mila 115 esce dall’impianto di Aulnaysous Bois il 24 Aprile del 1975. Era una DS 23, l’ultima Dea.

Riccardo Bellumori

Nuova Peugeot 408 2026: Rendering Totale

La Peugeot 408 si prepara al restyling previsto e pochi giorni fa sono apparse in rete le prime foto dei prototipi camuffati. Abbiamo immaginato come potrebbe essere il modello aggiornato.

La cross-liftback 408 ha debuttato nell’estate del 2022, basandosi sulla sorella Citroen C5 X con un tipo di carrozzeria simile, presentata un anno prima. Vale la pena ricordare che nella gamma Peugeot c’è un altro modello con l’indice 408: si tratta di una berlina modernizzata basata sulla Peugeot 308 della generazione precedente, destinata esclusivamente al mercato cinese, che non ha nulla a che vedere con la cross-liftback. Anche il protagonista di questo articolo è in vendita in Cina, dove si chiama 408 X. Nell’autunno del 2024 il modello ha ricevuto una versione completamente elettrica e ora si sta preparando per un aggiornamento programmato.

Rendering Kolesa.ru

LO STILE AFFILATO

Per ora abbiamo a disposizione solo un paio di foto con prototipi parzialmente camuffati. La parte anteriore è completamente nascosta, ma possiamo supporre che la 408 sarà aggiornata più o meno nello stesso stile della famiglia 308, che è stata sottoposta a restyling alla fine di questa estate. Pertanto, la cross-liftback potrebbe essere dotata di ottiche anteriori a due livelli con luci di posizione distintive a forma di tre tratti diagonali su ciascun lato, posizionate nella posizione tradizionale, mentre i blocchi delle luci principali saranno posizionati più in basso nel paraurti. Verranno rinnovati anche il paraurti stesso e la griglia, sopra la quale apparirà un’altra serie di elementi a LED. Nella parte posteriore ci si può aspettare la comparsa di fanali rinnovati con un disegno analogo delle luci di marcia a LED, mentre il paraurti nelle foto spia sembra rimasto invariato. Abbiamo raffigurato una variante con un elemento argentato aggiuntivo nella parte superiore del paraurti, simile a quello degli ultimi crossover del marchio, come il 3008 e il 5008. Da questi è stata presa anche la sigla del marchio al posto del logo.
La Peugeot 408 è costruita sulla piattaforma EMP2, come la già citata Citroen C5 X. In Cina l’auto è disponibile con un unico motore turbo a benzina da 1,6 litri con una potenza di 175 CV. Sul mercato europeo, invece, il modello è disponibile solo con propulsori ibridi, e non molto tempo fa è stata affiancata dalla versione completamente elettrica E-408. Quest’ultima ha un unico motore elettrico posizionato sull’asse anteriore che sviluppa una potenza di 157 kW (213,5 CV) e una coppia di 345 Nm in modalità di guida Sport. L’autonomia dichiarata è di 453 km secondo il ciclo WLTP.
Il debutto della Peugeot 408 aggiornata potrebbe avvenire nei prossimi mesi. Ricordiamo che all’inizio di quest’anno la cross-liftback è stata lanciata sul mercato russo.

Buon Compleanno Autobianchi: 70 anni da Nobile ed Eretica

La Storia di Autobianchi: chi ha ucciso la regina di Desio

Autobianchi ha compiuto 70 anni lo scorso 11 Gennaio. 

Quel giorno del 1955 Giuseppe Bianchi, Gianni Agnelli e Leopoldo Pirelli siglarono davanti ad un Notaio la nascita della Autobianchi secondo un progetto del geniale Ferruccio “Illo” Quintavalle; che tra l’altro già nel 1952 aveva fatto uscire il primo mezzo a motore della storia siglato Autobianchi, e si trattava di un Camion leggero, il “Visconteo”.

Strano ed ingiusto che mezzo mondo si sia scordato di questo anniversario: Autobianchi è stata molto più di una Casa Costruttrice di auto. 

E’ stata il laboratorio viaggiante per le innovazioni del Gruppo Fiat. Da lei sono passati il motore della “Nuova 500” montato per primo sulla Bianchina, oltre alla trazione anteriore della Primula, ma anche il primo modello italiano di utilitaria fatta per battersi ad armi pari con Mini Morris e Renault 5, cioè la A112.

Così come con Autobianchi la storia si è chiusa comunque con un piccolo primato: la prima Casa europea a concepire una sorta di termine di mezzo perfetto tra le K-Car giapponesi (di cui si parla tanto in Europa ultimamente) ed una Utilitaria Premium ante litteram per l’epoca. Era la “Y10” diventata famosa come “Città del Futuro” e “Piace alla gente che piace”.

Autobianchi che, per inciso, ha inaugurato anche il filone delle auto del Gruppo Fiat griffate da Abarth, proprio nuovamente con la A112 Abarth del 1971. 

Quello Stabilimento a due passi da una delle poche stazioni ferroviarie costruite su un ponte (perché la Stazione ferroviaria di Desio è sopraelevata rispetto alla strada circostante ma fondamentalmente è integrata nel cavalcavia che sovrasta il piano stradale, per cui è una delle poche Stazioni che possono essere raggiunte da questo solo tramite rampe e scale) oggi conserva il solo retaggio storico della presenza del simbolo cittadino dell’Auto: la Palazzina in stile Liberty che ho avuto il piacere, e il coraggio, di avvicinare direttamente per toccare i muri e girarla da vicino aprendo una facilissima via nella recinzione a maglia di ferro ridotta ormai ad un colabrodo. 

Della leggenda Autobianchi oggi rimane questa unica reliquia, la Palazzina Cremonini di Viale Lombardia 55, sede storica degli uffici amministrativi del Marchio: recintata dalla Pubblica Sicurezza dopo essere diventata sede di Rave party abusivi, dimora di senzatetto e luogo di spaccio e prostituzione, ha visto dopo decenni, credo, uno dei rari visitatori innamorati della sua storia e non uno dei tanti border line che l’hanno devastata nel tempo. Quella palazzina con finestre ed accessi murati rimane, fin quando qualcuno non la abbatterà, un Museo a cielo aperto; purtroppo non resterà invece un dito puntato contro la Fiat del tempo, quella che nel 1992 trasferisce ad Arese e Pomigliano d’Arco le linee di montaggio proprio della “Y10” seconda serie e, fondendo Autobianchi con Lancia, spegne gli interruttori di Desio. 

L’Impianto di Desio, città dentro alla città

Con l’imbarazzo, rispetto a Lambrate, di aver visto radere al suolo tutta l’area di quasi 250.000 metri quadri intorno alla quale era nata la “nuova” Desio: i quartieri residenziali per gli operai, il tessuto dei servizi, dei negozi e delle botteghe, e soprattutto il Bar dello Sport dove Coppi e Bartali prendevano il caffè ogni volta che andavano nello Stabilimento per provare nuove migliorie alle loro Bianchi.

A Lambrate almeno la Fabbrica di Cristallo è rimasta, monumento di acciaio che non ha nulla da invidiare alla Tour Eiffel come prodigio di ingegneria. Chi può vada a vederla, se non l’ha mai vista e finchè anche quella rimane in piedi. 

Stesso contesto, identico gioco: partendo dalla Stazione di Lambrate con il bus locale “924” in poche fermate tra Via Pitteri e Via Raffaele Rubattino, avete il tempo di vedere la Caserma con i rifugi antiaereo a tetto conico, che pare quasi un villaggio di elfi,sull’area del primo stabilimento storico della Innocenti che poi si sposta quasi a ridosso di Segrate su Via Rubattino. E se arrivate alla fermata 12688, a fianco di quella che oggi è l’area gigantesca della Cesi, la nuova industrializzazione “del terziario avanzato” di Lambrate, Vi attende davanti un gigante di 22.000 mq. di reticolato, capriate e putrelle di acciaio corroso dal tempo e dall’abbandono. 

Lo stabilimento Innocenti, il “Palazzo di Cristallo”, o meglio: la parte rimasta in piedi dell’area industriale, che nel frattempo ha perso l’area Maserati e la ex INNSA anche se al suo posto ha trovato un bellissimo e turistico “Parco dell’acqua”,alias parco della Lambretta alias appunto Parco Maserati. 

Il gigante è là fermo da 32 anni. Il 31 Marzo del 1993, alle ore 17,30, gli operai uscirono per l’ultima volta da quello stabilimento.

Oggi lo trovate umoristicamente “recintato”; ma Vi basta arrivare ad una intersezione con il contiguo parco alberato per trovare la classica “falla”, cioè almeno tre bei metri quadri di rete divelta. 

Io ho preso coraggio, e superata quella recinzione una fredda mattina di inizio Febbraio ho percorso in piena solitudine l’intorno e il cosiddetto “interno” della Fabbrica di Cristallo. Materassi abbandonati, cumuli di bottiglie di birra, resti di falò, poltrone rotte e persino uno stendipanni interno ad un colosso di edificio che ho percorso nel suo perimetro interno con un poco di imbarazzo, perché pensavo a cosa potesse nascondersi dietro una siepe o ad un monticello di spazzatura e calcinacci.

Desio, Laboratorio ambulante di tutta la Gamma Fiat

Ma ai cittadini di Lambrate è rimasto un ricordo fisico della epopea di Ferdinando e Luigi Innocenti. Nulla resta dentro Desio. Di sicuro l’erede naturale di Edoardo Bianchi, il figlio Giuseppeche divenne Presidente della “Fabbrica Automobili e Velocipedi Edoardo Bianchi”di Viale Abruzzi 16 a Milano, non era della stessa pasta del padre (morto in un incidente stradale nel 1946): Giuseppe non aveva alcun piano per l’impresa paterna che cominciava a proiettare una situazione di crisi: ecco perchèaccolse con piacere come Direttore Generale un altro vulcano, che si affacciò con idee rivoluzionarie. Era Ferruccio Quintavalle, cioè il discendente del leggendario San Bernardo di Assisi ed ex campione di tennis in Coppa Davis ed agli ottavi di finale Roland Garros del 1947.

Di Quintavalle l’idea di denominare dal 1952 con “Autobianchi” la gamma dei camioncini leggeri; e sua quella Autobianchi che nasce dunque nel 1955 ed è tutta nuova, tranne nel nome e nel Marchio già apparso sul “Visconteo” nel 1952 (scritta caratteristica in corsivo più quel logo triangolare che nel 1948 incorporava “A” e “B”); il Marchio nel 1957 era “pericolosamente”, data la simbologia affine a quella massonica, sovrastato da un compasso; e venne sostituito fugacemente dal 1965 al 1968 con un logo che univa il Toro di Piazza San Carlo ed il Biscione milanese; per poi diventare quel Logo leggendario creato nel 1967 da Ilio Negri (il papà dell’immagine di Lagostina, Pirelli, Innocenti, Boffi, etc…).

Tra il 1955 al 1970 la Fiat investe parecchio a Desio per renderlo uno dei siti più moderni d’Italia.

Concessionarie auto nelle vicinanze: Autobianchi utilizzava processi anticorrosione e lavorativi (cataforesi, zincatura, fondi ipossidici, oppure il processo Cryla-gard con la spruzzatura di olio ceroso negli scatolati, o la verniciatura a polvere automatizzata) prima ancora di Lancia e Fiat. Con la “Primula” il Gruppo Fiat consente a Dante Giacosa di dimostrare che il pur geniale Sir Alec Issigonis non era inarrivabile, a Torino; con la “A111” direi che – di più – Autobianchi crea dentro il Gruppo Fiat la media europea perfetta soprattutto per i paesi del Nord. 

La Francia “adotta” da subito e volentieri la nuova tre volumi lussuosa di Desio che però esce di scena solo due anni e mezzo dopo l’avvio della produzione: era troppo minacciosa per la Fiat 128, forse?

Ed a questo punto la portabandiera della Autobianchi dal 1969 fino al 1985 rimane praticamente solo la “A112”, declinata in diversi allestimenti e soprattutto esportata un po’ dovunque: pensate, solo per la cronaca, che è una delle poche italiane pervenute in Europa sino a ridosso delle steppe russe. 

 

Nel 1978 la Fiat e la Saab concordano una azione di “Comarketing” in base alla quale la Walmart finlandese (di cui Saab è proprietaria all’epoca)  ha facoltà di produrre su licenza la nuova Lancia Delta ridenominata per l’occasione Saab “600”, mentre a marchio Lancia viene importata così com’è la A112 in tutta la penisola scandinava.

Autobianchi “Y10”, canto del cigno prima del “NON” lieto fine della storia industriale

Cosa dire infine della “Y10”? Solo “Piace alla gente che piace”, come recita lo slogan storico.

La prima “Lancia” del nuovo corso Autobianchi (purtroppo, visto come finisce); ma anche la prima Autobianchi con “Turbo”, oppure la prima con Cambio automatico, la prima due volumi di taglio moderno, la prima Autobianchi con pianale comune alla Fiat (la Panda). 

La prima del Gruppo ad usare il “Fire”, tra l’altro. 

La prima di serie con Cx di 0,31, cioè molto basso, e la prima piccola europea con apertura elettrica dei cristalli a compasso posteriori e con tergi monospazzola anteriore. 

Decisamente fuori da ogni possibile confronto la ormai vecchia e particolare Mini Innocenti, nonostante restyling, passo allungato, nuove motorizzazioni anche Turbo e Diesel e persino un Cambio automatico. Impossibile raggiungere la più “trendy” Y10!

Via la “A112”, arriva la “Y10” Autobianchi, nonna di tutte le “ipsilon” di Chivasso: ultima vera prova di orgoglio, esattamente 40 anni fa, del Marchio. Stile come spesso accaduto fatto in casa, geniale (nonostante tutti si ingannino attribuendo il Design della “Y10” a firme celebri).

Ad Autobianchi si deve tra l’altro l’invenzione di un vero nuovo segmento commerciale, quello delle Utilitarie “Sub B” caratterizzate non tanto e non solo dalle dimensioni più ridotte nella fascia di mercato delle cittadine, ma da rapporti volumetrici ingombro/abitabilità ottimi per un utilizzo a metà tra prima e seconda auto.

 

Nello stesso periodo del 1985, infatti, la  Austin Metro” moltopiccola fuori lo era un po’ troppo anche dentro, e la “Citroen “Visa” non convinceva troppo fuori della Francia;

mentre “Panda” Fiat e “Marbella” Seat erano troppo spartane per passare come potenziali prime piccole auto: “Y10” invece, a spese del vano di carico effettivamente minimale, offriva spazio abitabile in altezza e superficie di buon livello ma soprattutto una fruibilità ottima favorita da finiture di classe, altezza interna evetratura da vettura di livello superiore.

La “Y10” svolge la seconda parte del suo ciclo di vita da “migrante”: tra il 1992 ed il 1996 passa da Arese a Pomigliano, e chiude la sua onorata carriera in chiave “Lancia” sostituita dalla “Lancia Y” del 1995: ancora una volta orgoglioso esempio di lavoro fatto in casa, la “Y” vive il periodo – forse l’ultimo – di vanto stilistico del Gruppo Fiat al cui Centro Stile dimoravano veri e propri nomi sacri tra i quali Enrico Fumia. Ma qui siamo dentro già ad un’ altra storia. 

Quella della Autobianchi di Desio si sta già spegnendo.

L’ennesima ed ultima Autobianchi disegnata dal Centro Stile Fiat“Y10” chiude un altro dei Record insoliti per un Marchio auto italiano dell’epoca: quello di essere stato il Costruttore dove, a parte la “Primula Coupè” della Carrozzeria Touring, le auto della Gamma sono state tutte disegnate da veri “mostri sacri” del Design internazionale, ma rigorosamente tutti interni alla Casa, cioè il Centro Stile del Gruppo: particolare curioso invece è che alcuni dettagli dei diversi modelli son stati disegnati da Stilisti esterni.

 

Durante la sua esistenza, Autobianchi ha fruito dei giganti della progettazione di Mirafiori: Dante Giacosa, Mario Maioli, Luigi Rapi, ma anche lo straordinario Pio Manzù, oltre a Tom Tijardaper la “Y10” quando questo fu nominato Supervisore dell’Advanced Design Department del Gruppo. 

Tra i Designer esterni che hanno curato aspetti e dettagli della Gamma, ricordo sulla “Y10” la plancia di Bonetto e gli interni di Coggiola. 

Come detto, però, anche la linea della “Y10” è opera del Centro Stile Fiat, visto che le concept di Italdesign e Pininfarina furono scartate !

 

Desio, l’antica Dexium: tranquillo paesino della Brianza poco noto per la sua tradizione industriale tessile e meccanica, è cresciuta insieme al suo Stabilimento Autobianchi come tutte le città in cui un Impianto industriale storico è dentro al complesso cittadino; lo Stabilimento perimetrato tra Viale Lombardia e Via Matteotti dove “Bianchi” si era insediata prima come “SAOM Officine Metallurgiche” nel 1920 – sostituendosi alla tedesca “Kronprinz” – e poi con la “Società Anonima fabbrica Automobili e Velocipedi di Edoardo Bianchi, Milano” dal 1937, quando la superficie operativa era passata dai 130.000 mq. ai 300.000 mq. del 1955. 

 

Ma è bastato un attimo lungo dieci anni dal 1992 al 2002 perché le ruspe, nell’estate di quell’ ultimo anno 2002, cancellassero per sempre l’ultimo segno della vecchia gloria industriale di Desio: un colpo secco, e la Torre idrica che troneggiava all’ingresso dell’area cadde giù, di botto. Come i sogni ed i ricordi degli abitanti di quel luogo.

Riccardo Bellumori

Nuova BMW Serie 3 2026: Anteprima Rendering

Inzia ad avvicinarsi la presentazione della futura BMW Serie 3, le cui caratteristiche tecniche potrebbero far arrossire la nuova Mercedes CLA.

È un lungo periodo di anticipazioni quello che ha caratterizzato la prossima generazione della BMW Serie 3 sin dalla presentazione, nel 2023, della primissima concept car Neue Klasse, dal nome della piattaforma 100% elettrica che la nuova BMW iX3 ha appena inaugurato al salone di Monaco. Come avrete capito, si tratterà piuttosto di una nuova BMW i3 in quanto veicolo che rinuncia alle energie fossili, mentre l’attuale Serie 3 termica dovrebbe beneficiare di un’ampia revisione stilistica per appropriarsi di codici stilistici simili, grazie a un secondo restyling.
La nuova BMW Serie 3 elettrica erediterà così il nome della defunta city car commercializzata dal 2013 al 2022, al posto dell’attuale i4 che assomiglia più a una berlina bassa poiché estrapolata dalla Serie 4 Gran Coupé. I nostri colleghi britannici di Autocar hanno appena rivelato alcune caratteristiche di questa futura BMW i3 che, secondo loro, avrà un’autonomia superiore a 800 km WLTP, in grado di far arrossire la sua diretta concorrente: la nuova Mercedes CLA (791 km WLTP). Mentre la berlina stellata limita la sua potenza di ricarica a “soli” 320 kW, si vocifera che la bavarese la porterà a 400 kW grazie alla sua architettura a 800 V. Potrebbero essere necessari ventuno minuti affinché la sua batteria NMC da 108 kWh recuperi dal 10 all’80% della capacità.

ELETTRICA E AFFILATA

Sotto il cofano della futura BMW Serie 3 elettrica, Autocar evoca il motore elettrico 50 xDrive inaugurato dalla sorella maggiore iX3, che le conferisce 470 CV e 645 Nm di coppia per passare da 0 a 100 km/h in meno di 5 secondi, in attesa dell’introduzione di varianti più modeste ed economiche.

Infine, per la prima volta sarà presente una versione M3 100% elettrica, sulla scia della concept car BMW Vision Driving Experience svelata lo scorso aprile al Salone di Shanghai. Probabilmente battezzata iM3, potrebbe avvicinarsi alla cifra record di 1000 CV grazie all’assegnazione di un motore a ciascuna ruota. Mercedes, in collaborazione con AMG, aumenterà il livello di prestazioni della sua futura CLA nella stessa misura? È probabile.

Nuovo Toyota Land Cruiser FJ: Anteprima esclusiva

Sembra che la Toyota Land Cruiser stia per diventare la più piccola degli ultimi anni, con un modello entry-level che dovrebbe chiamarsi Land Cruiser FJ e che potrebbe arrivare prima di quanto si pensi. La rivista giapponese Mag-X ha affermato che l’auto, nonostante non sia stata presentata nei teaser precedenti per il Japan Mobility Show (JMS) alla fine del mese, dovrebbe essere mostrata a una selezione di media locali il 20 ottobre.

La prima mondiale effettiva avverrà il giorno successivo alle 5 del mattino. Quest’ora estremamente mattiniera suggerisce che la presentazione della Toyota Land Cruiser FJ sia mirata ai suoi principali mercati di riferimento, come l’Australia (7 del mattino) o il Regno Unito (9 di sera). Ci sono notizie ancora più importanti per la regione ASEAN in particolare, perché a differenza delle altre Land Cruiser, la FJ non sarà costruita in Giappone, ma in Thailandia.

LO STILE UNICO

Proprio così: il nuovo Land Cruiser sarà costruito nel nord del Paese, probabilmente in coppia con il nuovo Hilux che sarà presentato al Thai Motor Expo il mese prossimo. Ciò significa che potremmo vedere il primo LC importato in Malesia attraverso canali ufficiali dopo decenni.

Toyota Land Cruiser FJ sarà presentato il 21 ottobre: il modello più piccolo costruito in Thailandia arriverà in Malesia?

Il Toyota Land Cruiser FJ presentato in anteprima (in alto a sinistra) nel 2023
Un brevetto recentemente depositato nelle Filippine mostra un piccolo fuoristrada dallo stile angolare e massiccio, con un tetto panoramico verticale, una mascherina nera che integra i fari e le luci diurne a forma di C, montanti posteriori spessi e una ruota di scorta esterna. Ciò corrisponde al teaser mostrato durante il lancio giapponese del Land Cruiser Prado nel 2023.

Ci si aspetta che la Toyota Land Cruiser FJ monti gli stessi motori della Hilux, compresi gli attuali motori turbodiesel a quattro cilindri 2GD-FTV da 2,4 litri e 1GD-FTV da 2,8 litri. Sono previsti anche un sistema ibrido leggero da 48 volt e un servosterzo elettrico per consentire la guida semi-autonoma di livello 2.

Il nome FJ, che fa riferimento all’iconica serie FJ40 Land Cruiser, è stato utilizzato per l’ultima volta sulla FJ Cruiser in stile retrò dal 2006 al 2022. Non abbiamo mai avuto ufficialmente questa vettura, anche se le importazioni parallele erano comuni.

I 60 anni di Italdesign che hanno cambiato lo stile del mondo

13 Febbraio 1968: due soci, forse più amici che Soci, fondano a Torino la “Società Italiana Realizzazione Prototipi – S.I.R.P.”; sono Giorgio Giugiaro detto Giorgetto di 29 anni e Aldo Mantovani di Torino, 41 anni. 

E se da Torino aguzzi bene l’occhio verso Ovest, leggermente declinando verso Sud, puoi provare ad immaginare che al di là dell’Oceano e dalla parte più occidentale del continente americano c’è Laguna Hills, Contea di Orange nello stato della California. 

La’ nel Febbraio del 1998, esattamente trenta anni dopo la S.I.R.P., viene fondata UST Global, sede attuale ad Aliso Viejo, dentro ad un Campus all’avanguardia : UST è un Gruppo multinazionale impegnato nei servizi digitali ad alta tecnologie con diverse sedi in Sudamerica, Cina, Australia e India. 

Fondatore mister Stephan J. Ross, vulcanico business man che nel 2004 cede tutto e fonda SpendPoint, un osservatorio ed insieme un immenso Database capace di intercettare, tracciare e contabilizzare gli acquisti al punto da poter determinare quanto spenderebbe ogni famiglia americana sulla base di un panel di oltre 1000 referenze commerciali in vendita.

E se da Laguna Hills ti affacci oltre la congiunzione dei diversi Oceani, e guardi di nuovo verso Ovest declinando leggermente l’occhio verso Sud, puoi immaginare di vedere Singapore.

Qui nel 1974 viene fondato Temasek, società di investimento globale ovvero detto “Fondo Sovrano”.

Cosa c’entra Temasek con UST Global? Semplicemente ne è l’investitore di riferimento che detiene del Gruppo la quota di controllo.

Cosa c’entra UST Global con l’Automotive? C’entra con lo studio e la configurazione di soluzioni di Cloud, di IA, passando per i servizi di assistenza alla guida, ai cruscotti di nuova generazione ed alle auto connesse. 

Cosa c’entra UST Global con la “S.I.R.P.”? Semplicemente la originaria “Società Italiana Realizzazione Prototipi” del 1968 viene quasi immediatamente ribattezzata con una sigla evocativa e destinata a rimanere nella storia “Italdesign”. 

Ed in base ad una serie di anticipazioni, articoli, e lanci di agenzia UST Global sarebbe il Gruppo destinato a rilevare da Volkswagen la storica firma di stile nata appunto da una intuizione di Giugiaro e Mantovani. Aspettiamo i tempi ed il “closing” finale, ma intanto prendo l’occasione di raccontarVi una delle eccellenze “sacre” dell’impronta del Made in Italy nel mondo.

Partiamo proprio da qui: quando ho incontrato di nuovo, nella mia vita, la Italdesign nella cornice del Salone di Torino 2025 “open”, ho sentito dentro di me il piacere e la suggestiva sensazione di salutare – quasi – un vecchio amico e compagno di giochi. 

Perché nella mia vita credo di aver avuto vicino, indosso, di aver guidato o di aver utilizzato decine di auto, accessori ed elettrodomestici elettronici, oggetti di arredo, accessori di abbigliamento, ed oggetti e persino servizi dedicati alla vita comune o professionale di ciascuno di noi; ed in questi – tutti – ci deve essere stato lo zampino di Italdesign.

E come me, lo stesso sarà capitato a decine di milioni di persone in Italia, centinaia di milioni di persone in Europa e multipli di centinaia di milioni di persone nel mondo.

Non può essere altrimenti visto che dalla sua nascita in poi Italdesign ha aperto cassetti dei sogni in ogni settore industriale, sociale, culturale in Italia e nel panorama internazionale.

Per questo, l’unica possibilità per la quale un comune mortale potrebbe non aver incrociato almeno una delle migliaia di realizzazioni di Italdesign lungo gli ultimi 55 anni si potrebbe spiegare in due soli modi: o questo fantomatico essere non è  mai nato, oppure ha vissuto la sua vita oltre la Via Lattea. 

E chiunque abbia l’onore di detenere, controllare o gestire Italdesign deve avere la cura di sapere che sta tenendo tra le mani un pezzo di storia dell’Industrial Design di eccellenza. 

Stile e realizzazione, la ricetta “Chiavi in Mano” rivoluzionaria

Perché Italdesign è la prima vera trasposizione, allo stesso tempo, della cultura e della esperienza – a suo modo eversiva ed innovativa – del concetto di Agenzia “Porsche Design”, una struttura parallela ed indipendente rispetto alla Casa Madre in grado di ricevere su commessa o gestire in Outsourcing fin dalla metà degli anni Sessanta progetti di Stile, Industrial Design e prototipazione per conto terzi. 

Una intuizione che sempre in Germania arriva anche ad un giovane e geniale Pio Manzu’ che dalla Università di Ulm aveva poi fondato “Autonova” (curioso che, nel caso di Pio nel 1960 come di Giugiaro cinque anni prima, la figura del mentore coincida con uno straordinario Dante Giacosa) insieme a Michael Conrad ed Bob Bush;

e come per “SIRP – Italdesign” anche per “Autonova” la grande conoscenza sulla lavorazione, modellazione plastica e genesi dei materiali unita a visione futuristica gettano le basi di una identica esigenza e pretesa fondamentale: affrancarsi dalla incombenza e dalla subordinazione derivante da vincoli e limiti imposti dai Costruttori committenti e rivendicare indipendenza creativa e progettuale.

E se per fare questo Pio Manzù convenziona per le creazioni di “Autonova” un pool del meglio che la subfornitura e della manifattura automobilistica ed industriale poteva offrire (Carrozzeria Sibona & Basano, componentisti e impiantisti di prim’ordine, etc..); invece Giorgetto Giugiaro costruisce e cesella pian piano la sua piattaforma ideale dando vita prima alla “Ital Styling” nel 1967 e poi coinvolgendo con sé come primo Socio della nuova “S.I.R.P.” un vecchio collega tecnico incontrato a metà anni Cinquanta in Fiat, Aldo Mantovani. 

 

Lui, è eroe silenzioso ma allo stesso tempo colonna portante del concetto fondamentale ed innovativo che Italdesign vuole trasmettere al Design Industriale : offrire ai costruttori un servizio a 360° basato sulla interpolazione tra creatività e comunicazione visiva supportate da pianificazioni di engineering e di traduzione nella produzione di serie che permettano di superare i limiti fisici della industrializzazione del tempo. Nessun’altra firma di stileall’epoca propone altrettanto, proponendo alle Case Costruttrici lo sviluppo completo del progetto fino alla industrializzazione in fabbrica. 

Una rivoluzione silenziosa che influisce sulla trasformazione dell’Industria dei beni di consumo mondiale, e non è uno slogan: una fetta importante di commesse di Italdesign provengono sin dall’inizio dal Giappone, dall’Asia, dagli Stati Uniti.

“Democratizzare” il bello e la ricerca di stile: e il Design diventa per tutti

Ecco perché alla coppia Mantovani – Giugiaro il concetto di “Realizzazione Prototipi” va un po’ stretta; perché accentuando una prerogativa che apparentemente è affine a quella degli altri Carrozzieri, viene meno l’impatto semantico e mediatico della vera mission di Italdesign: aiutare l’Industria che di volta in volta è committente a crescere ed innovare i suoi processi, perché all’inizio degli anni Settanta il vero limite alle esigenze aerodinamiche ed alla ricercatezza stilistica delle auto e di altre categorie industriali è semplicemente la realizzazione in serie. 

E così SIRP si trasforma in Italdesign, laboratorio multitasking per l’Industrial Design a tutto campo nel rispetto dell’arte formale italiana.

E per Italdesign la mission, come per Gandini dentro Bertone o Michelotti e molto più di Zagato e Pininfarina dell’epoca, è quella di allargare la platea dei beneficiari della bellezza industriale anche alle fasce più popolari di consumatori. Eccola la rivoluzione: quello che per molti stilisti era un dogma insuperabile (riservare l’emozione visiva ai ricchi) vincolato dal costo estremo della lavorazione manuale, dell’arte costosissima e rara dei battilastra e dei fabbri e saldatori di eccellenza per telai e carrozzerie, viene superato solo da pochi nuovi evangelizzatori come appunto Italdesign. 

E’ il supporto di nuovi sistemi di calcolo, di progettazione CAD/CAM, e di prototipazione virtuale che progressivamente porta Italdesign e Giugiaro a poter toccare ogni categoria merceologica estendendo a questa il modulo base che ha dato vita al nuovo Marchio di stile;

è il rapporto continuativo e proattivo tra chi crea lo stile (Giugiaro e il suo sempre più numeroso staff di Designer) e la componente più tecnica ed ingegneristica che opera in due modalità: “Top-Down”, per ricercare nel mercato tecnologico soluzioni, apparecchiature, filosofie costruttive e partners in grado di realizzare in catena di montaggio le soluzioni stilistiche previste nello studio di forma; e “Bottom – Up” nel saper imporre elegantemente ai Costruttori committenti nuovi processi produttivi per superare limiti proprio nella lavorazione in serie di nuovi modelli. 

Le pietre miliari di questa nuova filosofia progettuale sono non a caso il Concept numero “Zero” e la prima commessa prestigiosa di Italdesign: “Bizzarrini Manta” sorprende tutti con la architettura “piatta” di tutto il corpo vettura, il cofano anteriore di acciaio in unico guscio e il parabrezza orizzontale composto di lamelle interne per ridare visibilità di guida. Un prototipo rivoluzionario che mette dentro monovolume (abitabilità) , assenza di spigoli (aerodinamica) e prestazioni che rendono la Bizzarrini una proposta unica nel suo tempo. 

La prima commessa industriale che porta Italdesign sugli altari è evidentemente “Alfasud”, un progetto che mette insieme tre sfide: trasformare i processi produttivi a Pomigliano d’Arco, rendere ad Alfa Romeo una berlina “universale” (popolare, capiente, polivalente, ma sportiva secondo i canoni classici del Marchio) in grado di distinguere una linea specifica di auto “complementare” nella Gamma del Biscione. 

Da Giugiaro e Mantovani arriva qualcosa che più che un’auto è un benchmark di nuovi concetti per la modellazione e produzione automobilistica: grazie anche al nuovo motore quattro cilindri piatto arriva un’auto dove persino le superfici vetrate sono curvate ed interposte nella carrozzeria in modo speciale, dove la fanaleria anteriore fa quasi da calandra, dove le lamiere rinunciano alla moltiplicazione degli spigoli regalando una linea dolce ed una volumetria interna che fanno di una “quasi quattro metri” un nuovo riferimento di categoria per abitabilità e comfort aerodinamico. La coppia Giugiaro – Mantovani viene consacrata dal progetto Alfasud.

Bizzarrini Manta ed Alfasud, ma dietro l’angolo arrivano Giappone, Corea ed Asia

E’ Giorgetto a guidare i tratti della nuova Alfa Romeo dopo aver già concepito benissimo la coupè 2600 e la Giulia GT Junior; ed è Mantovani che si mette però sugli altari – a sua stessa insaputa, dato il carattere discreto del tecnico – costruendo in modo certosino le soluzioni ideali in catena di montaggio sia per la Casa madre che per i suppliers, esaltando in questo proprio l’idea di base dello stabilimento di Pomigliano d’Arco: rendere autosufficienti e pienamente operativi anche gli impianti della supply chain in una sorta di cittadella industriale nata per ridare occupazione e sviluppo nel mezzogiorno. Aldo Mantovani è venuto a mancare nel 2009 all’età di 82 anni. 

Poco prima aveva salutato tutte le maestranze della “sua” Italdesign cedendo il pacchetto azionario di socio ed entrando nella leggenda dell’Automotive mondiale, che lo ha ringraziato nel 2005 con la Laurea Honoris Causa in Ingegneria del Politecnico di Torino per aver saputo concepire dalla A alla Zeta una nuova ingegneria globale del veicolo.

 

Aldo Mantovani era l’uomo che con curiosità e meticolosità faceva il computo metrico delle strutture e delle linee di forma di un prototipo per organizzare i supporti informatici ed i macchinari per fondere, sagomare le lamiere, realizzare componenti e strutture. Era la persona che nel Backoffice teneva conferenze telefoniche per ore con subfornitori, componentisti, Direttori di Produzione. 

Ma non è stato l’unico genio dentro Italdesign che, caso raro nel periodo anni Sessanta/Settanta, annovera anche una Designer al femminile. 

La storia di Giulia Moselli è una storia legata alla evoluzione ed alla distinzione di Italdesign nel mondo.

Ma ripartiamo da quella “Alfasud”: dopo di lei e con la nascita di sempre nuove e più estese divisioni interne dedicate all’Industrial Design per ogni Categoria merceologica ed industriale, alla Italdesign hanno realizzato migliaia di progetti vincenti, hanno educato milioni di consumatori all’arte del “bello e utile”, ed hanno lasciato milioni di segni distintivi nell’evoluzione dell’Industria dei beni di consumo fino ad arrivare alle nuove frontiere dell’Architettura privata e pubblica ed al Transportation Design per grandi opere di mobilità. 

Da quella primissima struttura di Via Tepice a Torino (dove, se non ricordo male, prese vita la Ital Styling e la S.I.R.P.) alla consacrazione della storia dell’Industrial Design passano quasi sessanta anni. 

A discrezione della attuale Italdesign e di chi ne ha o avrà il controllo decidere se celebrarli nel 7 Febbraio del 2027 (nascita della Ital Styling), nel 13 Febbraio 2028 (fondazione della S.I.R.P.) o nel 1969 (trasformazione definitiva della S.I.R.P. in Italdesign). 

Di sicuro la celebrazione CI DEVE essere, e non sarà un semplice anniversario. A festeggiare saranno, proobabilmente, i milioni di oggetti che ognuno di noi nel mondo ha intorno a se’ e che, ne sono certo, hanno un’anima al loro interno. Ed in quell’anniversario, il “Buon Compleanno” verrà esclamato in tutte le lingue del mondo.

Buon proseguimento, cara Italdesign, compagna di giochi e di emozioni di tutti noi. Chi avrà onore ed onere di gestire la Tua agenda da qui al futuro, voglio credere che saprà farlo allargando a nuove latitudini il Tuo segno distintivo: la bellezza universale ed il “Made in Italy” vero.

Riccardo Bellumori