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Omoda 4 Ultra: incredibile ma elettrica

Il 20 ottobre, durante l’evento Omoda Dream Day, tenutosi nell’ambito del Summit internazionale degli utenti Omoda e Jaecoo, ha avuto luogo la prima mondiale di Omoda 4 Ultra. Si tratta di una versione speciale tuning, creata in stile “cybermeccanico”.

Il modello ha subito modifiche complesse sia nel design che nell’aerodinamica.

L’arrivo di Omoda 4 Ultra ha rappresentato un passo importante per il marchio nel campo delle modifiche personalizzate disponibili direttamente dal produttore automobilistico. Il modello è stato creato in stretta collaborazione con gli utenti della giovane generazione.

Il kit aerodinamico dell’Omoda 4 Ultra con spoiler posteriore e splitter anteriore non solo crea una silhouette slanciata, ma aumenta anche la stabilità alla velocità. Gli specchietti in stile carbonio e le vivaci coperture dei freni sottolineano il carattere sportivo del modello e l’individualità del suo proprietario.

DOTAZIONI TECNICHE

L’equipaggiamento tecnico dell’Omoda 4 Ultra è in linea con il suo esterno dinamico. L’auto sarà dotata di un sistema di assistenza alla guida ADAS di livello L2+, mentre al centro dell’abitacolo è posizionato un grande schermo verticale che crea uno spazio digitale moderno.
Il modello ha occupato un posto centrale alla fiera Omoda, dedicata all’integrazione delle tecnologie nella vita quotidiana. Ultra riflette la strategia del marchio: non solo creare il futuro della mobilità, ma anche portare più individualità ed energia nell’industria automobilistica.

La Smart più grande e potente di sempre: Pro e Contro di #5 Brabus

Vi racconto Pro e Contro della smart #5 Brabus: la smart pou grande e potente di sempre.

Questo SUV elettrico che promette di rivoluzionare la mobilità con grinta, stile e tecnologia. Linee muscolose, dettagli sportivi e un’anima Brabus che non passa inosservata: scopriamo insieme come si comporta su strada, tra accelerazioni fulminee, assetto rigido e comfort sorprendente.

646 CV di potenza elettrica, trazione integrale e modalità di guida personalizzabili.

Dalla città all’extraurbano, la Smart #5 Brabus dimostra che il futuro è già qui. Non perderti il nostro test completo: accelerazioni, comfort, consumi e impressioni a caldo.
È davvero la Smart più audace di sempre?

Addio senza eredi alla Fiat Tipo

Nuova Fiat Tipo Cross 2022: la Station Wagon è Red

La storica gamma della Fiat Tipo uscirà di scena a metà del 2026, senza un successore diretto all’orizzonte.

Stellantis ha recentemente confermato che la produzione dell’Alfa Romeo Giulia e dello Stelvio proseguirà fino al 2027, ma non tutti i modelli del gruppo condivideranno lo stesso destino.

Inizialmente Fiat aveva previsto di interrompere la produzione della Tipo il 31 dicembre 2025. Tuttavia, la joint venture turca Tofas, che gestisce lo stabilimento, ha accettato di prorogare di sei mesi il contratto con Stellantis, concedendo al modello una breve proroga fino al 30 giugno 2026.

Altro: Fiat sorprende con la nuova Grande Panda che mantiene in vita il cambio manuale.

Come riportato da Quattroruote, questa proroga manterrà in vita un po’ più a lungo la compatta di Fiat, anche se il risultato finale rimane invariato.

L’attuale Tipo, venduta come Egea in Turchia, è sul mercato dal 2015. Ha iniziato la sua vita nelle versioni berlina, hatchback e station wagon (SW), prima che un aggiornamento di metà ciclo nel 2020 aggiungesse una hatchback in stile crossover per ampliarne il fascino.

Due anni dopo, Fiat ha dato alla station wagon lo stesso trattamento robusto e ha introdotto un’opzione ibrida leggera, una mossa volta a mantenere la gamma rilevante in un contesto di norme sulle emissioni sempre più severe e di cambiamento delle abitudini degli acquirenti.

Negli ultimi dieci anni, Tofas ha costruito circa 700.000 unità della Tipo in Turchia, esportandole in diverse regioni. Nonostante questi numeri, Stellantis ha deciso di non finanziare una nuova generazione, segnando la fine della presenza di Fiat in questo particolare segmento.

LA GAMMA SI RESTRINGE

Anziché sviluppare un’altra Tipo, Fiat sta reindirizzando i propri sforzi verso la famiglia Panda in crescita. Accanto alla familiare Pandina e alla più recente Grande Panda, la gamma si amplierà fino a includere un crossover fastback e un SUV più convenzionale entro il 2027.

Quest’ultimo potrebbe occupare una posizione di mercato simile all’attuale Tipo Cross, attirando i clienti che preferiscono un’altezza da terra leggermente superiore senza rinunciare alle proporzioni compatte.

Il nuovo SUV ispirato alla Panda manterrà probabilmente il carattere economico della Tipo, in modo simile alla Citroen C3 Aircross e alla Opel Frontera che montano la stessa architettura Smart Car. Come le altre vetture della scuderia Stellantis, la nuova Fiat dovrebbe essere disponibile nelle versioni a benzina, ibrida leggera e completamente elettrica.

Con la produzione della Fiat Tipo che terminerà a metà del 2026, le scorte esistenti dovrebbero rimanere negli showroom ancora per un po’. Una volta esaurite, la sudamericana Cronos rimarrà l’unica berlina Fiat disponibile in tutto il mondo.

Nuova BMW Serie 3 2026: Rendering Totale

La nuova BMW Serie 3 è apparsa in nuove foto spia con motori a combustione interna.

La BMW Serie 3 è stata presentata per la prima volta nel 1975 (la prima generazione aveva l’indice E21) ed è il modello di maggior successo dell’azienda. Oggi è già alla settima generazione, la cui anteprima ha avuto luogo nell’autunno 2018, e nel 2022 il modello ha subito un restyling programmato. È giunto il momento di cambiare generazione e sulle strade sono già stati avvistati più volte i prototipi della nuova “tre”. All’inizio si trattava di modelli completamente elettrici, di cui abbiamo realizzato i rendering il mese scorso, mentre ora abbiamo la possibilità di vedere anche la berlina tradizionale.

I prototipi elettrici della Serie 3 hanno leggermente sconcertato per le proporzioni dell’assetto anteriore, insolite per questo modello. Fortunatamente, il modello con motore a combustione interna avrà una carrozzeria originale, le cui proporzioni saranno quelle classiche delle berline BMW: cofano lungo, sbalzo anteriore corto e ampia distanza tra l’asse anteriore e le portiere (il cosiddetto “distanza di prestigio”). Per il resto, il design sarà simile alla versione elettrica, realizzata nello stile Neue Klasse. Nella parte anteriore appariranno ampie “narici” della griglia (in questo caso dovrebbero essere reali, mentre nella versione elettrica ci sarà un tappo decorativo), visivamente unite ai fari. Si intravede già la grafica delle luci di posizione a LED, che consistono in una coppia di strisce inclinate, come nel crossover iX3. Da esso saranno riprese anche le maniglie delle porte a scomparsa e lo stile generale dei fanali, che avranno però una grafica originale. Per la prima volta nella storia del modello, la nicchia della targa non sarà posizionata tra i fanali, ma nella parte inferiore del cofano del bagagliaio (ad eccezione della primissima generazione, in cui la targa posteriore era fissata sul paraurti).

Rendering Kolesa.ru

DATI TECNICI

La nuova BMW Serie 3 sarà costruita su una versione modernizzata dell’attuale piattaforma CLAR. Si può contare su un’ampia scelta di motori a benzina e diesel, mentre la versione “civile” top di gamma sarà la M350, che avrà un motore turbo da 3,0 litri con una potenza di circa 420 CV e sostituirà la versione da 382 CV M340i. Una caratteristica esterna di questa versione saranno i quattro tubi di scarico rotondi, come mostrato nel nostro rendering.

L’anteprima della nuova BMW Serie 3 è attesa per metà 2026.

Ursula attenta all’Alcool: incognita Biofuel nello Step di revisione 2026

L'Unione europea blocca Diesel e Benzina dal 2035

Bruxelles, come tutte le altre realtà del mondo, si avvicina alla fine di questo 2025. Sarà tra una decina di settimane, certo, ma mai come di questi tempi è meglio essere tempestivi e preventivi.

Dopo l’ultimo crollo in Borsa incrociato con un preannuncio “elettrizzante” (quello della Ferrari che, data alla Stampa la notizia della prossima Full electric del Cavallino ha visto in 12 ore bruciata una quantità di denaro in Borsa che non si vedeva dal Crack Lehman) la dura realtà europea del rapporto tra Automotive e decarbonizzazione ci richiama all’allerta e deve per forza ritrovare un filo conduttore dentro una agenda davvero articolata e complessa.

Quando al Salone di Parigi di Ottobre 2022 Tavares e Luca De Meo (ancora in Renault) denunciavano l’aggravamento di costi in ricerca ed industrializzazione per adeguare motorizzazioni e piattaforme ai nuovi limiti dell’Euro 7 mentre la Commissione Europea su “Fit for 55” prefigurava la fine della produzione e commercializzazione dei motori endotermici alla data del 2035, si faceva spazio da una Germania – non ancora allo sbando come (pare) si vuole mostrare oggi – la proposta che sembra incardinare la svolta sulle politiche “green” dei prossimi anni dentro all’Unione: 

la prerogativa di uno “step di revisione”, cristallizzato dal dispositivo del Regolamento 2023/851; secondo questo, nel corso del 2026 la Commissione, dovrà valutare sulla base delle relazioni biennali, un eventuale riesame dell’efficacia e dell’impatto in termini di sostenibilità sociale ed industriale, anche, gli obbiettivi del regolamento; e sulla base del riesame dovrà presentare al Parlamento europeo e al Consiglio una relazione contenente i risultati del riesame. Temi fondanti del riesame saranno in particolare i progressi compiuti nel conseguire gli obiettivi di riduzione contemplati all’articolo 1, paragrafo 5bis, (cioè l’obbiettivo di ridurre del 100% le emissioni dal 1° gennaio 2035) tenendo conto degli sviluppi tecnologici, anche per quanto riguarda le tecnologie ibride ricaricabili, e dell’importanza di una transizione economicamente sostenibile ed equa dal punto di vista sociale verso l’azzeramento delle emissioni.

Parola d’Ordine: Rivedere. Si, speriamo di non rivedere gli obbrobri politici degli anni scorsi

Prima di continuare la sintesi dei passaggi chiave della questione, cerchiamo di rendere chiaro il mutamento di panorama che soprattutto alle poltrone di Bruxelles si è appalesato in pieno contrasto tra la dimensione sociopolitica attuale e quella di solo tre anni fa.

All’epoca un rimbamBiden di ex Presidente degli Stati Uniti aveva semplicemente reso più ridicola e perniciosa la macchina da guerra elettrofila negli Stati Uniti, con effetti che l’Automotive statunitense continua a pagare; questo appoggio politico di una amministrazione che gli americani oggi fanno fatica persino a pensare di aver portato alla Casa Bianca quattro anni fa è evidentemente finito, o meglio è stato contraddetto da una figura guida ben diversa – quanto a opinione sulle auto elettriche – da Donald Trump. Che, calcando la mano, si è letteralmente espresso contro la politica Green dell’Europa (la decarbonizzazione è una truffa, sue testuali parole) ed ha questa estate letteralmente “schienato” la dolce e inerme Ursula sul campo da gioco della politica estera verso l’Ucraina e la politica di riarmo europea; e sul campo del commercio mondiale con i Dazi e l’asse di accordo commerciale USA/UE. 

Dobbiamo ammettere che la Ursula Von der Layen che si è presentata da allora nel palcoscenico mediatico e pubblico come rappresentante primaria dell’Unione è una donna e una Presidente molto meno incisiva, bisbetica, e permetteteci di dire anche molto meno spocchiosa. 

 

Una donna ed una politica che anche nella recente assise sullo stato dell’Unione ha proposto in modo molto più timido e amichevole decisioni e progetti anche legati all’Automotive (vedi la proposta di minicar BEV paneuropea); e forse una Leader davvero azzoppata dalla perdita di carisma internazionale.

E’ probabilmente più che un caso il fatto che da almeno un semestre l’Automotive europeo sia stretto da un quadrilatero di problemi pronti ad esplodere: la nuova panoramica del commercio mondiale dopo la stretta dei Dazi di Washington; la crisi di due modelli europei in economia e nell’Automotive (Germania e Francia); la nuova posizione dominante degli Stati Uniti che sta opponendo alla Unione una serie di “Contro-programmi” su Ucraina, decarbonizzazione, politiche energetiche, flussi commerciali mondiali; ed infine l’effetto “sponda” che il nuovo peso politico internazionale americano genera sui rapporti tra UE e mercati e continenti per noi commercialmente e finanziariamente fondamentali: Cina ed Asia, Sudamerica, Medio Oriente, Africa.

 

E questo cosa c’entra con lo Step di revisione voluto dai tedeschi nel 2026? Provo a spiegarlo

In primo luogo l’esercizio del “dubbio cosciente” da parte della Commissione di Bruxelles è anche l’effetto della serie di critiche e di opposizioni da parte di media, Stakeholder e Costruttori su una strategia “punitiva” della decarbonizzazione contro i motori endotermici, di fronte all’evidenza che a pagare lo scotto maggiore sono proprio i Costruttori europei ed il mondo dell’aftersales e della componentistica

E sul punto è stato proprio il Paese più critico ed euroscettico, la Gran Bretagna, a menare le mani in forma più libera rispetto ad altre platee: il Financial Times lo scorso inverno ha documentato una ricerca della Associazione dei Suppliers Automotive europei (CLEPA) dove si lamenta la perdita nel Continente di oltre 30.000 posti di lavoro nella componentistica nell’anno 2024, con un saldo quinquennale di meno 60.000 posti dal 2020. E se non bastasse questo, è arrivata l’America a prenderci a sberle. 

Dunque un cambio di paradigma che fa i conti non solo con la linea di opinione di Washington sull’elettrico ma anche con due ulteriori fattori: la dimensione endogena dell’Unione rispetto alle risorse necessarie alla rivoluzione elettrica; e poi del cambio di assetto nei rapporti tra Cina ed Europa, in particolare tra Cina e Germania.

Erano i primi anni post Crack Lehman, Vi ricordate? La Germania era salita tempestivamente fin dalla fine degli anni Novanta sul treno che portava alla Camera di Commercio di Pechino per avviare decine e decine di JV e partnership industriali. Ed alla data del 2018, crescendo progressivamente e con percentuali molto superiori alla media degli altri paesi europei, l’import tedesco in Cina era pari al 44% del valore di tutti i beni e servizi esportati verso il Paese del Dragone dalla intera UE. Ci siamo capiti? 

 

Ed ovviamente per la Germania la parte del Leone la facevano l’Automotive, l’elettronica e ovviamente la meccanica in generale.Ma se dai 95 miliardi di Euro esportati dalla Germania verso la Cina siamo passati lo scorso anno a meno di 60, e’ evidente che tra Aquila e Dragone i rapporti si sono davvero congelati. 

 

Sarà mica perché, rimasti buggerati soprattutto dallo Shadowbanking cinese – peggiorato dal Crack Lehman – e dalla bolla di veri e propri colossi come Evergrande, i tedeschi hanno ripiegato sulla più affidabile – nel lungo termine – area africana dove tuttavia la Cina aveva investito fior di miliardi di Dollari non certo per mera filantropia? 

Boh, il tempo ce lo dirà: ma se nell’ultimo anno la Germania “Deutsch Elektrik Uber Alles” si è sentita in dovere di dichiarare: “Scusate, siamo stati dei fessi: ci siamo sbagliati, evviva evvival’endotermico, e quasi quasi ci rimettiamo di nuovo in tiro con il Diesel”, è evidente che la resa e il dietrofront non è solo quello tedesco sull’elettrico ma quello di Bruxelles sul profilo della Germania come Brand Ambassador dell’Unione in giro per il mondo.

La Germania, molto semplicemente, ha toppato. 

La decarbonizzazione europea che non è più la Germania a dettare agli altri

E l’Europa tutta con lei. Ed ora il fronte di tensione “sottotraccia” la politica di Bruxelles comincia ad intravederlo con gli USA: per effetto dei dazi americani e della politica protezionista avviata dalla stessa Unione contro gli aiuti di Stato alle imprese esportatrici nel Continente, il “rosso” commerciale nei confronti della Cina si è acuito, ed è il momento di tornare a proteggere il mercato interno dal lato della concorrenza estera ma anche lavorando per risanare Società ed Industria in piena crisi.

Su questo ogni Paese, ogni Associazione di Costruttori, Assemblatori, Suppliers e Stakeholders diversi parlano a Bruxelles con la stessa lingua: “SI” alla neutralità tecnologica, “SI” a maggiori spiragli a favore delle alimentazioni alternative, “SI” alla revisione della marcia forzata e “NO” alla tagliola endotermica al 2035; anche perché, ai ritmi con cui fino ad oggi si è diffusa la presenza delle BEV da dieci anni di propaganda favorevole anche nei periodi in cui per contro contro l’endotermico sono partite le contraeree mediatiche e politiche, è chiaro che la fine dell’endotermico al 2035 porterebbe a due sole conseguenze opposte: o alla fine dei consumi sul mercato Automotive; oppure alla esigenza di approvvigionarsi presso l’unico mercato in grado di coprire ogni tipo di domanda. 

Cioè la Cina. E mi pare inutile approfondire ulteriormente il pericolo di ciascuno di questi due scenari opposti, così come mi pare sensato fin qui spiegare le questioni in ballo senza la prosa buonista o pleonastica di buona parte dei mass media e dei commentatori “filogovernativi” verso Bruxelles. 

La questione, dal Primo Gennaio 2026, sarà quella dunque di riprogrammare e rimodulare la corsa alla decarbonizzazioneeuropea secondo un quadro di mercato interno che proietta questi scenari:

​-Una impercorribilità della abolizione totale dell’endotermico dal 2035;

​-Un potenziale ritorno al vantaggio dell’approvvigionamento fossile per il plausibile calo dei prezzi di Gas e Petrolio anche e soprattutto per la previsione di un alleggerimento dei fronti di guerra in MedioOriente e sul fronte russo-ucraino;

​-Un effetto shock della guerra dei dazi sul commercio mondiale con un ritorno all’approvvigionamento autarchico;

​-Una stagnazione economica ed industriale del Vecchio Continente ancora per diverso tempo;

-La reale esigenza che la riduzione del Footprint generale deve essere su tutta la filiera produttiva dell’industria dell’Auto europea: produzione, end of life, postvendita, logistica.

Con prospettive del genere è difficile che la Commissione possa ritenere che il percorso verso la decarbonizzazione declinato fino perlomeno a tre anni fa sia socialmente sostenibile e sopportabile economicamente per la massa degli europei. Motivi sufficienti dunque per rivedere gli obbiettivi dell’Art.1, paragrafo 5 bis del Regolamento 2023/851; e per stabilire una nuova Road map in cui la composizione del Parco circolante europeo nel medio termine non vedrà quote preponderanti di BEV, in cui la presenza di Hybrid crescerà progressivamente ma da cui azzerare il motore endotermico puro è un sogno e basta.

Ed ecco perché, dalla Revisione del 2026 potrebbe uscire dal mazzo la serie di carte al momento in mano all’industria europea per un processo di decarbonizzazione decisamente “Low Profil” ma anche più concreto e meno campato in aria: tra processo di controllo della “end of life” e da recupero e rigenerazione si può ricavare parecchio in termini di decarbonizzazione, così come dalla revisione dei processi industriali; e così come si può imparare parecchio dalla lezione brasiliana in tema di carburanti alternativi. Che, senza più la pressione velleitaria e inconcludente della Germania, non possono più essere solo gli attualmente inarrivabili “e-fuels” a base di Idrogeno ma devono per forza ricomprendere nella loro azione – su Hybrid ed endotermici – anche i famigerati Biocarburanti, per diverso tempo rimasti in ombra coperti dal miraggio degli e-fuels – fatti di carburante fossile con addizione di componenti vegetali.

2026: dall’onirico “Efuel” all’ambizioso “Biofuel”? Quali limiti per l’Europa?

E se tutto questo è nei programmi della Commissione e ad un orizzonte di solo un anno e mezzo dalla fine del 2026, due cose sono evidenti ed in contrapposizione tra loro a meno che lo step di revisione non sia rimandato al futuro: o si arriverà al superamento della sola opzione “efuel” per inefficacia del provvedimento (visto che al momento non esiste alcuna via – esente dal contributo pubblico europeo per ridurre il prezzo alla pompa – che possa far immaginare un prezzo alla portata della massa; e che anche la potenziale quantità producibile al momento nelle strutture che hanno iniziato a lavorare su questo è omeopatica rispetto al consumo richiesto oggi nel mondo con i combustibili fossili); oppure la revisione prevista per il 2026 porterà ad un ennesimo stallo normativo a Bruxelles con rimando a tempi indefiniti.Insomma, per farla breve: un altro miraggio o delirio di (im)potenza dell’Automotive tedesco che solo fino a tre anni fa declinava le sue meravigliose e inesorabili sorti con l’E-fuelmagnificando gli impianti promossi da Porsche in Cile (a Punta Arenas) che alla data odierna ci è sconosciuto nei risultati e nei volumi produttivi; a meno di non voler considerare tuono una mera puzzetta post prandiale, i numeri a noi noti rilanciati dal Web parlano ad oggi di 130.000 litri di e-fuel all’anno (e 350 tonnellate di e-metanolo, secondo noi più interessante come tema…) con previsione (o ipotesi??) di medie pari a 55 milioni di litri entro la fine del decennio in corso e proiezione di 550 milioni di litri dal prossimo decennio. 

Già, ma si diceva anche dieci anni fa che la Germania sarebbe diventata un colosso dell’Industria elettrica mondiale. Invece, nisba. In fondo, il problema storico dei tedeschi da Weimar in poi è la corrispondenza tra proclami e conquiste reali. Sempre là il problema. Peccato che sui proclami più impegnativi la Nazione dell’Aquila finisca spesso per portare rogna soprattutto ai vicini di Continente.

E piu’ in generale la questione dell’approvvigionamento e della piena distribuzione degli e-fuel al momento rimane davvero sulla carta: andate a vedere la lista degli impianti censiti dalla Associazione di categoria “efuel alliance nella loro webpage(Link) per intuire quanta poca parte di domanda potenziale (in termini di benzina fossile ordinaria) potrebbe intercettare la produzione mondiale attuale di e-fuel.

Di cui solo si conosce la proiezione di prezzo più favorevole “sparata” in varie piattaforme fino ad almeno lo scorso anno, con una quotazione variabile da 4 a 10 Euro al litro, ma come ripeto parliamo di mere proiezioni, ed al momento stime plausibili e correttive al ribasso non se ne conoscono.

Dunque, in attesa che il candidato efuel si ripresenti per gli esami di riparazione più “attrezzato” la soluzione dei carburanti sintetici a base di Idrogeno resta oggi sicuramente la più efficace e radicale in tema di emissioni; ma resta anche talmente relegata su numeri ridotti da essere alla fine ben poco influente nel breve termine sul processo di decarbonizzazione necessario a conseguire risultati tangibili.

Dunque, rimando a tempi migliori in attesa che BEV da un lato e opzione Hybrid con endotermico alimentato ad efuel diano come somma grandi numeri degni di essere presi in considerazione?

Se nel 2026 la soluzione della Commissione Europea e della politica di Bruxelles fosse un ennesimo giro da gioco dell’oca (si riparte dal via) noi riteniamo che il Vecchio continente sarebbe oggetto di satira e frecciate politiche ben peggiori di quelle che lo attraversano oggi 

Se al contrario l’azione di decarbonizzazione deve essere più concreta, tempestiva, per quanto vista al ribasso e con una road map europea molto più lunga di quella perentoria e velleitaria che porta ancora oggi alle tre date canoniche del 2030, 2035, e 2055;beh, allora il listino del Pret a porter energetico della vecchia Europa può parlare da subito con tre voci distinte: GNL e Biogas, Biodiesel, Etanolo e Metanolo per benzine fossili commerciali.

Come ben sanno i nostri fedelissimi, Autoprove non è una piattaforma evangelizzata o “corruttibile”: descriviamo il mondo commerciale e tecnologico del comparto Auto senza seguire correnti, e cercando di spiegare ai pochi fortunati che ci seguono che questo mondo non funziona a correnti o mode, semplicemente. 

Purtroppo il nostro modulo informativo e divulgativo non è così diffuso come spereremmo. Detto questo, da tempo affermiamo che l’Europa governata dalla politica “New Age” di Bruxelles fa un poco la figura imbarazzante della trattoria romana tipica a Porta Capena (Roma) che improvvisamente si dà al Tofu ed alle alghe per motivi universalmente salutistici. Ottiene ovviamente una hola di ammirazione sui Social ma fondamentalmente finirà per fallire, perché ha intrapreso un percorso estraneo alle sue radici e ha contemporaneamente sputtanato la sua tradizione.

 

La assenza di difesa da parte di Bruxelles del suo prodotto alternativo “didascalico” alla benzina (il Gas naturale) ha affossato anche il comparto di eccellenza del Biogas ottenuto da scarti organici e RSU, e non ha solo portato i Costruttori europei ad azzerare la disponibilità in Gamma di prodotto originariamente predisposto a Gas

Per questo un anno fa eravamo ad Ecomondo ad intervistare i player di settore del Biometano e del GNL.

Per quanto riguarda un nostro vecchio pallino, cioè il biocarburante (benzine e Gasolio addizionati di componente etilica ed agricola) abbiamo più volte in questi anni tenuto alto il livello di attenzione, e per spiegare meglio questo ultimo Post conviene solo che io Vi ricordi il Link del pezzo che denuncia anzitempo un rischio per gli automobilisti europei: 

 

e che cioè per amplificare e valutare il risultato di massa della eventuale adozione di Benzina “E” con percentuale superiore al 25% di componente etilica e di Gasolio “B” con componente superiore al 10% si possa arrivare ad una stretta nel breve termine dei combustibili fossili commerciali per sperimentare quote maggiori di componenti agricole. 

Il problema? Secondo studi diversi e tutti di un certo spessore, a seconda dell’incremento percentuale di quota vegetale di benzina e Gasolio la percentuale di parco auto circolante condannato a problemi certi e anche molto seri rischia, soprattutto per la parte più vecchia, di diventare molto ampia. E questo porterà una larga fetta di automobilisti europei a dover adottare soluzioni tecniche di backup (centraline di middleware, sensori, nuovi impianti di iniezione, etc..) che oggi, scelte liberamente, hanno un costo popolare; e che una volta imposti da nuove normative diventeranno irragiungibili. Insomma, liberare l’Europa dal Carbon Footprint continuerà, anche con l’allungamento di vita dell’endotermico, a costare parecchio agli europei. E su questo punto la cosa, a noi di Autoprove, comincia un poco a puzzare di fregatura.

Ma su questo Vi lasciamo ad un pezzo che abbiamo per tempo pubblicato ( Link) per confermare – se ve ne fosse ancora bisogno – che forse Autoprove ha di nuovo visto lungo ( Link).

Anche sull’alcool che il sottoscritto, a differenza di chi siede a Bruxelles, apprezza per tutt’altri motivi.

Riccardo Bellumori

Nuova Porsche Cayenne elettrica: i dati Tecnici

Ecco i dati tecnici della nuova Porsche Cayenne elettrica, che secondo quanto dichiarato sarà presentata tra poche settimane. Dopo averci mostrato in anteprima gli interni del SUV completamente elettrico, la casa automobilistica tedesca si concentra ora sulla tecnologia ad alta tensione presente nel gruppo motopropulsore.

Secondo l’azienda, la Cayenne Electric è costruita su una versione aggiornata della Premium Platform Electric (PPE) con un’architettura elettrica a 800 volt, simile alla Macan Electric. La batteria agli ioni di litio è integrata nella struttura del veicolo nel pavimento ed è composta da sei moduli intercambiabili e 192 celle a sacchetto di grande formato.

Rispetto alla batteria Taycan di seconda generazione, il rapporto tra le celle e l’alloggiamento della batteria è migliorato del 12%, con conseguenti vantaggi in termini di peso e ingombro. Una struttura in alluminio appositamente sviluppata protegge le celle assorbendo l’energia in modo mirato in caso di impatto.

Le celle sono dotate di un anodo in grafite-silicio e di un catodo in nichel-manganese-cobalto-alluminio (NMCA). Porsche afferma che l’elevato contenuto di nichel dell’86% garantisce la massima densità energetica, mentre il silicio nell’anodo migliora la ricarica rapida e l’alluminio aumenta la rigidità della struttura della cella. Il risultato di tutto questo lavoro di chimica è una densità energetica superiore del 7% rispetto all’attuale batteria Taycan, con la batteria della Cayenne Electric che ha un contenuto energetico lordo di 113 kWh.

Questo dato sembra incoraggiante, soprattutto se si considera che Porsche dichiara un’autonomia WLTP combinata di “oltre 600 km”. Prima di questo annuncio, i giornalisti negli Stati Uniti hanno guidato i prototipi per oltre 563 km con una singola carica della batteria alla velocità massima consentita di 113 km/h.

IL MODELLO SPARTIACQUE

Con un sistema a 800 volt, la Cayenne Electric è in grado di ricaricarsi rapidamente in corrente continua fino a 400 kW. Si dice che questo permetta di ricaricare la batteria dal 10 all’80% in meno di 16 minuti, con un’autonomia di 300 km aggiuntiva dopo soli 10 minuti di ricarica.

Porsche sottolinea che la velocità di ricarica rimane costantemente tra 350 e 400 kW fino a circa il 50% dello stato di carica. In parole povere, la Cayenne Electric è in grado di mantenere un elevato livello di potenza di ricarica per un periodo di tempo considerevole, cosa che non sempre avviene con i veicoli elettrici (EV).

Ancora più impressionante è il fatto che questa curva di ricarica rapida ottimale è ottenibile a partire da una temperatura della batteria di soli 15 gradi Celsius, apparentemente inferiore rispetto al passato e più robusta in condizioni reali, dove il clima cambia durante l’anno. Nei mercati in cui sono presenti solo stazioni di ricarica a 400 volt, il SUV può ricaricarsi fino a 200 kW senza bisogno di un booster aggiuntivo

A gestire la termica della batteria e a garantire che funzioni in un intervallo ottimale è un sistema di raffreddamento che regola la temperatura della batteria sia dall’alto che dal basso. Porsche afferma che la capacità di raffreddamento corrisponde a circa 100 grandi frigoriferi domestici e che per la prima volta utilizza ventilatori a pressione ad alta efficienza energetica che consumano il 15% di energia in meno rispetto ai ventilatori a aspirazione convenzionali.

Un altro sistema termico è il nuovo Predictive Thermal Management, che collega i circuiti di raffreddamento e riscaldamento del veicolo e li gestisce continuamente in relazione all’ambiente e al profilo di guida. La sua missione è quella di mantenere la batteria a una temperatura ottimale in ogni momento, lavorando anche in stretta collaborazione con il Charging Planner potenziato.

Porsche ricorda inoltre che la Cayenne Electric sarà offerta per la prima volta con un sistema di ricarica wireless.

Da Chery la batteria allo stato solido da record

Chery è l’ultima casa automobilistica ad aver aderito alla corsa alle batterie allo stato solido, presentando un prototipo di pacco batterie in grado di portare l’autonomia reale di un veicolo elettrico a 1.300 km (808 miglia). Non dovremo aspettare molto per vedere questa tecnologia in azione, poiché la produzione pilota è prevista per il prossimo anno, seguita dal lancio nel 2027.

Sviluppato dal Chery Solid-State Battery Research Institute, il nuovo pacco batterie utilizza un sistema di elettroliti solidi polimerizzati in situ combinato con un catodo al litio ricco di manganese.

L’azienda cita una densità energetica notevole di 600 Wh/kg, che è circa il doppio di quella che possono fornire le celle non allo stato solido di fascia più alta provenienti dalla Cina.

Si dice anche che il pacco allo stato solido di Chery sia molto più sicuro delle batterie più tradizionali, continuando a funzionare normalmente anche dopo essere stato perforato da chiodi e trapani.
La composizione chimica elimina completamente il rischio di surriscaldamento, il che significa che il pacco può essere immerso in acqua e continuare a funzionare.

LO SVILUPPO

Chery non ha fornito alcuna indicazione sulla velocità di ricarica della sua batteria all’avanguardia, ma dovrebbe essere più veloce dei tradizionali pacchi LFP e NMC più comunemente utilizzati negli attuali modelli di veicoli elettrici.

I dettagli della nuova batteria sono stati resi noti durante un summit in cui Chery ha anche rivelato di aver venduto più di 2 milioni di auto, con vendite in Europa più che raddoppiate a 145.000 unità.

Il Gruppo Chery ha inoltre mantenuto la sua posizione di marchio cinese più venduto all’estero per il 22° anno consecutivo.

Anche il principale rivale BYD sta lavorando alacremente alle proprie batterie allo stato solido. All’inizio di quest’anno, ha annunciato che i suoi pacchi allo stato solido saranno pronti per i suoi veicoli elettrici di fascia media e alta nel 2027, prima di essere introdotti su modelli più accessibili tra il 2030 e il 2032.

BYD ha fornito poche specifiche tecniche sulle sue celle, ma senza dubbio sarà desiderosa di eguagliare Chery.

Nuova BYD Atto 2: la plug-in DM-i

La domanda di veicoli elettrici è talmente bassa che persino BYD, leader di mercato, ha dovuto inserire un motore a benzina in uno dei suoi SUV elettrici più popolari per rilanciare le vendite.

Quella che vedete è la prima foto ufficiale dell’Atto 2 DM-i, una versione ibrida plug-in del crossover del segmento B che sarà presto in vendita in Europa.

I dettagli sono ancora scarsi, ma la casa automobilistica cinese ha confermato due varianti, ciascuna con potenze, dimensioni delle batterie e autonomie diverse. Nella versione top di gamma, la DM-i offrirà fino a 90 km di autonomia elettrica secondo il ciclo WLTP, che si traduce in un’autonomia totale di 1.020 km.

In confronto, l’Atto 2 elettrica ha un’autonomia totale media di 345 km nel ciclo WLTP grazie alla sua batteria Blade al litio ferro fosfato (LFP) da 51,13 kWh. Il Regno Unito, tuttavia, offre un’opzione più grande da 64,8 kWh che può percorrere 430 km con una singola ricarica.

DATI TECNICI E MOTORI

Ci si aspetta che l’auto condivida il suo propulsore Dual Mode-Intelligent, orientato all’efficienza, con la Seal 6 DM-i (da non confondere con la Seal 6 EV venduta qui, che non ha alcuna relazione con essa), composto da un motore a quattro cilindri da 1,5 litri ad aspirazione naturale con ciclo Atkinson e da un motore elettrico anteriore. Nella berlina/station wagon, il modello base produce fino a 184 CV (135 kW) ed è abbinato a una batteria LFP da 10,08 kWh, mentre il modello di punta abbina un motore più potente da 212 CV (156 kW) a un pacco LFP da 19 kWh.

A giudicare dall’unica immagine fornita, non è cambiato molto rispetto alla versione puramente elettrica, fatta eccezione per l’ovvio tappo del serbatoio della benzina sul parafango posteriore sinistro. L’aggiunta di un motore a combustione ha reso necessario l’installazione di una presa d’aria centrale più grande che elimina la striscia di colore della carrozzeria a forma di U rovesciata dell’EV, e c’è un design diverso per i cerchi in lega grigi da 17 pollici.
La BYD Atto 2 DM-i farà il suo debutto mondiale in Lussemburgo all’evento Fleet Europe Days questa settimana, mentre la stampa europea potrà vedere da vicino l’auto a novembre. Gli ordini saranno aperti subito dopo, con le consegne che inizieranno nel primo trimestre del 2026.