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Nuova MG ZS 2025: Anteprima e Rendering

La MG ZS è già un modello storico. Infatti, è con questo modello che MG, l’ex gloria britannica caduta nelle mani del gigante cinese SAIC nel 2006, è tornata in Europa nel 2019.

Lanciato per la prima volta come veicolo 100% elettrico, il piccolo SUV MG ZS, sottoposto a restyling nel 2021, è disponibile anche come veicolo a combustione dal 2022. Dal lancio della ZS, il marchio ha ampliato la sua gamma europea e si è ritagliato un posto invidiabile nel Vecchio Continente, grazie soprattutto alla 4, una berlina compatta 100% elettrica che non ha nulla da invidiare alle rivali europee, a partire dai prezzi. Ma i tempi si stanno facendo duri per MG. I suoi modelli non hanno più diritto al bonus e, dal 4 luglio 2024, il marchio dovrà pagare una pesante tassa del 38,1% decisa dall’Europa, che vuole penalizzare i veicoli provenienti dalla Cina.

MG prosegue la sua tabella di marcia e, dopo il lancio della city car 3, è arrivato il momento di pensare alla sostituzione della ZS, il modello più vecchio della sua gamma. Ed è proprio una fuga di immagini necessarie per il deposito del brevetto del nuovo modello a darci un’idea abbastanza chiara dello stile della prossima ZS. Il piccolo crossover, che diventerà leggermente più lungo, avvicinandosi ai 4,40 m (attualmente 4,33 m), manterrà il suo look da rocker tascabile. Si opterà per una fiancata più scolpita, con due linee parallele sotto i finestrini e nella parte inferiore. Anche il profilo manterrà la linea di cintura piuttosto alta, ma la vetratura salirà meno verso la parte posteriore, con un lunotto più grande rispetto al modello attuale.

Nel frontale, la MG ZS adotterà il nuovo linguaggio stilistico di MG, introdotto per la prima volta sulla 4 e presente anche sulla 3. Il SUV guadagnerà quindi un paraurti piuttosto aggressivo, con fari affusolati, un cofano sporgente e scolpito e, soprattutto, una grande griglia a nido d’ape circondata da prese d’aria verticali. Al posteriore, la ZS avrà un portellone più morbido con luci raffinate ma sempre triangolari e un diffusore meno tortuoso di quello attuale.
Nella parte posteriore, MG ha ridisegnato il portellone, che è più liscio, ha perfezionato le luci e ha snellito il diffusore.

DATI TECNICI

Non si sa ancora nulla dell’abitacolo della nuova MG ZS, se non che il layout sarà seriamente aggiornato con un quadro strumenti digitale e un grande touchscreen centrale in stile tablet, che sostituirà il piccolo monitor da 10,1 pollici dell’attuale ZS. Il conducente cinese beneficerà di un’interfaccia più moderna, che speriamo sia intuitiva e reattiva. E se MG coglie l’occasione per ravvivare gli interni e migliorare la qualità delle plastiche, nessuno si lamenterà.
Rispetto all’attuale MG ZS, il nuovo modello avrà interni modernizzati con un quadro strumenti digitale e uno schermo centrale più grande (attualmente da 10,1 pollici).
Rispetto all’attuale MG ZS, il nuovo modello guadagnerà un abitacolo modernizzato con un quadro strumenti digitale e uno schermo centrale più grande (attualmente da 10,1 pollici).
Basata sulla stessa piattaforma della sorella minore, la 3, la ZS prenderà in prestito anche l’originale motore ibrido. Il nuovo gruppo propulsore sviluppato da MG comprende un motore a benzina a quattro cilindri da 102 CV, un motore elettrico da 136 CV e una batteria da 1,83 kWh. L’unità eroga 195 CV alle sole ruote anteriori, con un’enfasi sull’energia elettrica, poiché nell’uso convenzionale il motore a combustione, che entra in funzione solo a velocità superiori a 40 km/h, viene utilizzato esclusivamente come generatore. E tutto questo a una velocità massima di 80 km/h.
Naturalmente, come l’attuale ZS, anche la prossima generazione sarà offerta in versione 100% elettrica, senza dubbio con batterie più grandi di quelle attuali (51 e 69,9 kWh) per aumentare l’autonomia. E perché non quelli della 4, le cui batterie più capienti vantano una capacità di 77 kWh?
La nuova MG ZS sarà presentata quest’estate e il lancio commerciale è previsto per l’inizio del 2025.
La nuova MG ZS sarà presentata quest’estate prima di un lancio commerciale previsto per l’inizio del 2025.
MG
MG dovrebbe presentare la nuova generazione della ZS quest’estate, prima di aprire il portafoglio ordini in autunno, con le prime consegne previste per l’inizio del 2025. Attualmente il prezzo parte da 17.490 euro per il motore a combustione interna e da 33.990 euro per il motore elettrico, la futura ZS vedrà senza dubbio il suo prezzo rivisto al rialzo, in particolare con il nuovo powertrain ibrido. Ma c’è da scommettere che il marchio sarà in grado di mantenere i suoi prezzi ragionevoli e attraenti, soprattutto di fronte alla nuova Dacia Duster, la cui versione Hybrid 140 4 x 2 viene venduta a 28.100 euro. Sempre che Europa e Cina trovino un terreno comune sulle tariffe.

Nuova Audi Q2 e-Tron 2024: il Rendering

La futura Audi Q2 e-tron sarà un crossover spazioso quanto una A3.

Le auto elettriche hanno aperto una nuova strada che i marchi non avevano contemplato, almeno in alcuni segmenti. Lo sviluppo di nuovi modelli costa ai produttori molto denaro, un costo che viene trasferito ai clienti, che hanno anche un problema: le auto crescono a ogni generazione, ma non i parcheggi.

Le auto elettriche consentono di aumentare l’abitabilità interna con dimensioni più compatte, come la Volkswagen ID.3. È più piccola della Golf ma offre la stessa quantità di spazio del modello con motore a combustione. Questo è il principio che seguiranno in Audi, e più precisamente con lo sviluppo della futura Audi Q2 e-tron, che potete vedere in questa anteprima.

I funzionari Audi hanno già confermato l’arrivo di questo modello per la metà del decennio, quasi contemporaneamente a una variante elettrificata della A3, ma non ci sono né clienti per due modelli che praticamente si pestano i piedi a vicenda, né risorse sufficienti, quindi la Q2 e-tron assumerà inizialmente entrambi i ruoli.
Come si può vedere in questo rendering di Motor.es, la futura Audi Q2 e-tron sarà caratterizzata da un design accattivante e moderno, seguendo lo stile che caratterizza le elettriche del marchio con i fari divisi in due livelli, i fari principali anabbaglianti e abbaglianti ai lati della grande griglia single-frame. Anche nella parte posteriore i fari saranno collegati da una barra luminosa e da linee muscolose nel mezzo.

DATI TECNICI E MOTORI

Il marchio tedesco ha scelto di offrire un formato più da crossover che da SUV, con misure a metà strada tra quelle di una Q2 e quelle della A3, una delle principali chiavi per continuare a conquistare i clienti, lasciando aperta la porta a un’autovettura più convenzionale. L’abitacolo sarà all’avanguardia e avrà diverse opzioni di potenza fino a 500 CV, sia a propulsione posteriore che integrale, e un’autonomia fino a 700 km. E qui c’è un problema che riguarda la sua base meccanica.

Audi sta discutendo se utilizzare la piattaforma MEB+, anche se si è dimostrata molto limitata in termini di potenza di ricarica. Anche una simile autonomia è praticamente impossibile con l’attuale generazione di batterie per questa piattaforma, quindi l’altra opzione è quella di utilizzare il più sofisticato pianale PPE della Q6 e-tron, che almeno consente una maggiore potenza di ricarica. Audi non ha molto tempo per pensarci, visto che intende lanciare la nuova Q2 e-tron nel 2027.

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Ecco come va nella prova su strada completa la versione speciale che celebra i 90 anni del marchio.

Morte dell’Auto europea: come in 30 anni la UE ha ucciso un secolo di storia

C’era una volta l’Auto europea

Quella che, a metà di un ideale ponte tra l’esagerazione opulenta della produzione statunitense – nazione che aveva fatto della motorizzazione il manifesto di superiorità e differenza sociale rispetto al mondo in ricostruzione post-bellica – e la originaria frugalità del modello nipponico (che invece si poneva come testa di ponte per il dominio commerciale dei giapponesi sui mercati mondiali), si distingueva per biodiversità, equilibrio, tecnologia e utilità sociale, in quanto destinata a superare le distanze territoriali, nazionaliste ed ideologiche che avevano portato il Vecchio Continente agli orrori della Guerra. 

L’auto europea, in primo colpo d’occhio, capace di distinguersi per la fantasia degli Stilisti e la capacità artigianale dei Carrozzieri; quella che passando dall’evoluzione continua delle carrozze a cavallo aveva saputo vestire i cavalli d’acciaio dei grandi motoristi. 

Avete provato a mettere in fila TUTTI i modelli che l’Europa estesa (inclusi quei Paesi dell’Est come la Cecoslovacchia, mercato prestigioso prima di Yalta) ha prodotto dal Dopoguerra fino all’avvio di Maastricht in termini di prodotti di serie e Concept? 

Probabilmente ne ricaveremmo un anello continuo capace di “cintare” tutto l’Equatore.

Ovviamente c’è anche in questo l’Europa dei brevetti e della creatività intellettuale, una infinità di soluzioni attraverso i quali si è formata l’auto moderna; e senza dimenticare la spinta che al Vecchio Continente ha dato l’industria americana. 

Che, tuttavia, è nata per effetto dell’apporto dei costruttori francesi ed inglesi che per primi hanno insediato i loro Stabilimenti: simboli come la Corvette (Monsier Chevrolet, francese) o la Jeep (originata della inglese Overland acquisita dall’americano Wyllis; e derivata dal progetto dell’inglese Bantam) od altre icònestatunitense hanno un legame simbolico con la vecchia Europa. Persino in Giappone la prima auto prodotta secondo un protocollo industriale e non amanuense fu una Mitsubishi costruita su licenza della torinese Fiat.

Ed a conti fatti perlomeno il primo mezzo secolo di motorizzazione di massa globale post bellica è stato guidato dalla produzione europea sia in volumi (considerata la produzione continentale, quella dislocata dei Marchi europei e le produzioni su licenza).

L’Europa ha guidato la motorizzazione di massa post bellica

Tutto questo, ne sono consapevole, non è una nozione sconosciuta ai più: ma è stata “congelata” e relegata a simbolo devitalizzato di una fase storica destinata a lasciare strada al “nuovo che avanza”. 

Concetto abusato e abbastanza violentato in Europa per segnalare l’esigenza, sollevata da una sparuta rappresentanza di “nuovisti”, di cambiare i soliti vecchi schemi di qualcosa che per il solo fatto di essere pre-esistente deve per forza essere già superato, nocivo, inefficace.

A nulla vale, per questi fac simile degli arredatori di interni falliti stile anni Settanta, che al grido di “impiallicciato e monocottura è meglio” hanno svuotato gli appartamenti dal mobilio di legno massello arte povera e dalle mattonelle in cotto antico dei nostri antenati. Me ne facevo una ragione nella cultura americana, tutta plastica, nylon e riproduzione di manifattura europea per la mancanza di pedigree e di tradizione artigianale autoctona. Ma non in Europa che tuttavia, grazie soprattutto agli Inglesi ed agli italiani (un po’ meno ai francesi, troppo istrionici e discontinui) hanno tenuto nei binari della tradizione e dei canoni esclusivi continentali la produzione Automotive tra gli anni Sessanta e Ottanta.

Certo, non che la produzione classica endotermica non fosse esente da controindicazioni, valori negativi e problemi: nessuno mai ha ritenuto il motore a combustione un bene della società: ma all’alba del nuovo millennio l’Occidente l’endotermico non aveva mai ancora smesso di essere perfezionato ed aggiornato, grazie ad esperienze arrivate da oltreoceano: nel dibattito ecologista nessun esperto cosiddetto ha mai davvero analizzato i risultati straordinari che il Brasile, lungo mezzo secolo di programmazione ed indirizzo, ha ottenuto in tema di riduzione della CO2 grazie alle alimentazioni alternative (etanolo).

C’era una volta l’auto europea, dunque. 

Quella che Luis Renault pensò adatta solo ai ricchi, mentre Andrè Citroen voleva per il popolo esteso, cosicchè per farlo si dovette convertire allo chassis monoscocca di brevetto americano. L’auto europea che nel momento di massima maturità “positiva” esibì il suo repertorio leggendario di concetti: italiano, francese, inglese, tedesco, svedese, olandese che qualificavano il valore della biodiversità europea contro il modello a senso unico degli USA ed il modello eretico pensato dai giapponesi per prendere il meglio di ogni altro continente concorrente e condensarlo in un format adatto ad essere accolto nei mercati esteri.

Soichiro Honda negli anni Settanta ironizzò sull’organizzazione del mercato e della politica legislativa americana, sospettata di complicare le normative antiemissione solo quando la concorrenza estera si faceva pesante: erano gli anni in cui la politica europea sull’auto non aveva molto bisogno dei contingentamenti e dei dazi; la forza dell’immagine europea era tale da fare dell’industria continentale un “must” per chiunque cercasse il meglio su quattro ruote.

Non era in alcun modo possibile per l’auto europea fare brutta figura nel mondo, un rischio che sfiorò più volte l’auto americana colpevole suo malgrado di esaltare l’immagine imperialista denunciata dalle contestazioni da inizio anni Sessanta; e mentre i simboli del motore Made in Usa veniva linciato nelle piazze lo sport e la cultura rilanciavano sempre più il modello automobilistico europeo. 

Primo passo: l’Unione Europea abbatte la biodiversità

Una delle caratteristiche vincenti dell’Auto europea era diventata negli anni la capacità di rappresentare il meglio di ogni carattere nazionale dei Paesi Costruttori; resta inteso che l’immagine estera dell’auto europea era spesso sopravvalutata rispetto ad alcune circostanze e periodi nei quali vi furono nel Vecchio Continente situazioni spiacevoli: si va dalla crisi del mercato tedesco post bellico per le sanzioni alleate, alla crisi del modello nazionalizzato inglese, fino agli anni di piombo italiani; tuttavia ad esempio l’escamotage del motore Diesel (invenzione tutta europea anche sulle auto) per contrastare la crisi energetica dimostra come le strategie commerciali vincenti nel Vecchio Continente non mancavano, così come non mancava una rete di relazioni industriali che legava saldamente, nazione per nazione, l’Europa ai confini del Sudamerica, all’Africa, al Commonwealth, e persino in Unione Sovietica prima del 1990.

Fino a quando è durata l’auto europea? Fino a Maastricht, 1993

Dopo di che l’Unione Condominiale europea – a guida del proprietario di Attico e superattico tedesco – ha cominciato ad abbattere la biodiversità che aveva fatto del Vecchio Continente un campione industriale mondiale. 

Via l’artigianato, che costa e impiega troppa poca gente; via i brevetti, quelli sono roba per il mondo giapponese. 

Via la fantasia automobilistica italiana, la classe britannica, la lucida follia francese. Via, soprattutto, una classificazione di mercato che non parlasse tedesco: se nel 1990 era difficile catalogare in Segmenti rigorosi tutti i modelli europei, dalla metà degli anni Novanta non esiste nulla che non fosse posizionabile nelle fasce didascaliche del mercato: Sub B; B; C; D; E; F. 

Tutto il resto era eresia, e il faro guida di riferimento diventò a quel punto la qualità rigorosa, seppure frigida, della Germania di Kohl e del Marco forte, attraverso il quale i Brand ed i protagonisti dell’Aftermarket tedesco iniziarono a fare Shopping e ovviamente Lobbyng nella direzione politica comunitaria.

Come detto, il modello Automotive comunitario “carbon copy” di quello tedesco serve in primo luogo, nelle previsioni delle Istituzioni e del Management Auto europeo a fronteggiare il pericolo della concorrenza giapponese, da inizio anni Novanta. Concorrenza che è aggravata dal continuo insediamento in Gran Bretagna di stabilimenti e snodi logistici. La Gran Bretagna è per i primi anni Novanta ancora una potenza industriale Automotive, con i giapponesi che contrappongono le loro risorse in Yen allo shopping con Marco forte fatto dai Brand tedeschi.

Shopping, e modalità da operatore di mercato dominante, che Commissione ed Unione fanno finta di ignorare, finchè possono e finchè gli USA, come scritto in altro pezzo, non iniziano di per sé a fare un poco le pulci ad una situazione sempre più perniciosa per il mercato a stelle e strisce: la Germania fino ai primi del nuovo Millennio è una potenza automotive in casa, ma lo è anche nel mercato nordamericano e persino – in parte – nell’ex URSS. Ma mentre i tedeschi iniziano a consolidare la propria presenza in Cina, qualcosa lentamente comincia anche a scricchiolare. 

Il Marketing Auto inizia a parlare tedesco, l’Aftermarket inizia a parlare cinese

In tutto questo primo periodo (1993-2003) l’Unione gestisce un paradosso: da un lato favorisce, dietro la pressione politica dei Brand e dell’Aftermarket tedeschi, la diffusione del Diesel come simbolo motoristico emblematico dell’Europa (anche perché nella diffusione del motore a Gasolio all’europea si cela un importante valico contro la concorrenza giapponese, decisamente poco rinomata su questa architettura); dall’altra, più per isterismi francesi ed italiani, attua una bruttissima copia degli schemi legislativi antiemissione in uso presso gli USA: le soglie di riduzione delle emissioni sono standardizzate e calendarizzate all’origine, con le conseguenze disastrose sul valore dell’Usato continentale.

Quello che si sottovaluta, nel medio periodo, diventa però la transumanza dei fattori produttivi e degli insediamenti industriali Automotive dalle Nazioni “ricche” occidentali alle aree meno sviluppate che aprono confini commerciali e politici alle Imprese comunitarie: in pochi anni è già effetto desertificazione, con interi distretti che soprattutto da Italia e Francia traslocano in Est Europa, Nord Africa ma soprattutto Cina. E la libera circolazione progressiva di forze lavoro meno pretenziose all’interno dell’Unione genera una guerra intestina. Grave lacuna per l’Unione della parità e del benessere diffuso. 

L’effetto, in pochi anni, e’ misurabile in un numero considerevole di paradossi che si verificano solo – contemporaneamente – sul mercato europeo :

​-riduzione delle Gamme e dei modelli in commercio nonostante l’aumento di allestimenti e corpi vettura in offerta 

​-scomparsa di diversi Brand e Marchi nonostante la presunta maggiore solidità istituzionale e socioeconomica del mercato comune;

​-trasloco progressivo dei siti produttivi dalle Nazioni più evolute a quelle in via di sviluppo, con un disagio sociale in aumento nei Paesi con più alto benessere;

​-riduzione costante e progressiva dei volumi produttivi di auto e componentistica entro i confini dell’Unione nel mentre si verifica il suo allargamento.

Tutto questo, opera di un “Direttorio” Istituzionale che pur imbellettandosi di federalismo europeo e riempiendosi la bocca dei nomi illustri di Spinelli ed Hamilton, non è in grado altro che di moltiplicare nelle sedi del potere le poltrone a carico di rappresentanti incapaci di fornire un profilo governativo pragmatico e soprattutto stabile. E questo vale non solo per l’Automotive: sarà per questo che l’Europa del tessile diventa preda dei tessuti asiatici, che l’Europa enogastronomica viene invasa dalla contraffazione, che l’Europa agroalimentare occupa sempre meno quote di mercato mondiale.

Fine a Biodiversità ed Utilitaria europea: la UE vuole elettrodomestici su ruote?

La fine della “biodiversità” coincide paradossalmente, in una Unione che avrebbe dovuto difendere i valori dentro casa propria, con l’arrivo da fine anni Novanta dei Gruppi stranieri nel controllo dei Marchi europei e con la scomparsa di alcuni di essi. 

Dal 1993 al 2013, lungo venti anni l’Europa ha perso: Rover ed MG in Gran Bretagna, Innocenti ed Autobianchi in Italia, Saab in Svezia, ma soprattutto ha visto cedere all’estero i diritti di una serie di Marchi storici europei che hanno fatto la storia dell’auto.

Inoltre ha visto traslocare la titolarità di una decina di Brand fuori dei confini comunitari facendo sedere nella poltrona di comando gestori cinesi, indiani, asiatici, mediorientali. Ma non ha mai neppure tentato una strategia di protezione dei suoi Marchi in vita o la tutela dei diritti di quelli storici. Il fatto che buona parte di questi effetti si sia concretizzato dopo la crisi Subprimeamericana non basta a giustificare una gestione strategica imbarazzante dell’automotive da parte delle Istituzioni europee: ed infatti l’industria auto “comunitaria” soggetta a ben quattro “Tsunami” internazionali nel corso di 15 anni (Crack Lehman, bolla immobiliare in Cina, DieselGate, Lockdown e crisi materie prime) si è retta soprattutto sulla forza delle sinergie internazionali dei suoi nuovi proprietari. 

Mentre la produzione di auto nei confini comunitari è crollata progressivamente dai 13 milioni di dieci anni fa a una media da quasi 10 milioni per gli ultimi tre anni rilevabili.

Provvedimenti? Nel mondo ne abbiamo visti a iosa, per l’automotive: dai fondi governativi USA del 2008, all’Helycopter money giapponese nel 2011/2012, al supporto statale della Cina verso i suoi produttori. Ma l’Unione? Cosa ha fatto per sostenere seriamente i suoi sempre meno protagonisti casalinghi? 

Tolta la biodiversità, abbiamo ben spiegato recentemente come l’Europa abbia tolto di mezzo anche un simbolo della motorizzazione popolare: l’Utilitaria di matrice continentale, la “Segmento B” insomma. Il prossimo colpo? Beh, intanto pare che quello di cancellare dai confini dell’Unione il motore endotermico sia stato rinviato a data da definire. Sarà perché l’eco-evangelico Hans Tiemmerman si è dimesso dalle cariche istituzionali comunitarie per correre verso il premierato di casa sua in Olanda: fatto sta che senza di lui la Commissione si è improvvisamente congelata.

Gli Steps 2025 (Euro VII), 2026 (Revisione dei termini di “Fit for 55”) e soprattutto 2028 (New BER) sembrano rieditati apposta per dare un nuovo respiro al classivovecchio motore dandogli da indossare Ibrido, Kit di conversione e soprattutto alimentazioni alternative. Staremo a vedere. Ma per intanto, dal 1993, per quasi un secolo di storia leggendaria dell’auto europea Bruxelles ha scritto il De Profundis.

Riccardo Bellumori

Nuova Cupra Terramar 2025: le foto Rubate

La nuova Cupra Terramar è il fratello che non ti aspetti della Volkswagen Tiguan.
Doveva rimanere segreta ancora per qualche mese, ma ora, all’inizio dell’estate, l’ultima nata della gamma Cupra è talmente allegra da poter essere vista per le strade senza alcuna copertura. L’occasione era troppo ghiotta per i paparazzi, che hanno avuto il riflesso di fotografarlo da ogni angolazione mentre viaggiava in convoglio. Questi scatti rubati della Cupra Terramar sono stati rapidamente pubblicati sul forum spagnolo Cochespias.

Un design in parte familiare
Non sorprende che la versione finale rimanga fedele al mock-up presentato ai giornalisti nel 2022, anche se l’aspetto della plancia non è ancora stato svelato.

IL SUV CUPRA

Sapppiamo già che questa nuova Cupra Terramar sarà basata sulla piattaforma dell’ultima generazione di Volkswagen Tiguan, secondo la logica del gruppo, e che sarà lunga circa 4,50 metri. Un modello che avrebbe potuto benissimo sostituire l’Ateca di Seat, ma che la casa madre ha preferito attribuire esclusivamente alla sua etichetta ad alte prestazioni.
Infatti, questo è uno dei motivi per cui i suoi creatori hanno deciso di produrla insieme alla prossima generazione di Audi Q3 nello stabilimento di Győr in Ungheria. Se la Terramar erediterà in gran parte i propulsori della Volkswagen Tiguan, comprese le versioni ibride plug-in da 204 e 272 CV che promettono fino a 100 km di autonomia full-electric, beneficerà soprattutto dell’esperienza del costruttore con i quattro anelli per ospitare sotto il cofano alcune unità effervescenti. Ci riferiamo in particolare alla futura RS Q3, che avrà una potenza di almeno 400 CV.
Anche se la nuova Cupra Terramar sarà probabilmente presentata in autunno, non dovrebbe essere in vendita prima della fine dell’anno, con un prezzo base probabilmente superiore a 43.000 euro, una tacca sopra la Formentor (4,45 m di lunghezza) del catalogo catalano.

Nuova Audi RS3 2025: Rendering berlina

Il prototipo della berlina sportiva Audi RS3 aggiornata ha recentemente aggiornato il record del Nürburgring, e nel frattempo vi abbiamo presentato come apparirà senza camuffature.

Il modello RS3 è apparso nella gamma della casa automobilistica tedesca nel 2011. Inizialmente era offerta esclusivamente come hatchback a 5 porte, ma la generazione successiva (a partire dal 2016) ha aggiunto una berlina. Oggi la terza generazione di RS3 è in linea di montaggio, con entrambe le varianti di carrozzeria in anteprima nell’estate del 2021. Ora Audi si sta preparando alla presentazione della versione restyling, tanto più che la normale A3 ha già ricevuto un aggiornamento nel marzo di quest’anno.

Dall’ultima nuova Audi RS3 avrà fari e luci con una nuova grafica, oltre al logo situato sul bordo superiore della griglia. Naturalmente, l’auto manterrà i passaruota notevolmente allargati e i condotti dell’aria nei parafanghi anteriori, mentre completamente nuovi saranno i paraurti. Il frontale presenta una cornice della griglia più ampia e a contrasto, mentre la griglia stessa ha una finitura originale con barre trasversali a forma di diamante. Il paraurti posteriore è interessante con un massiccio inserto nella parte inferiore, lungo i cui bordi si trovano i tradizionali grandi tubi di scarico ovali dei modelli RS di Audi. Al di sopra di questo inserto verrà probabilmente realizzato un elemento decorativo a cornice di colore argento. Inoltre, la berlina sportiva viene mostrata con nuovi dischi come nel prototipo: più precisamente, i dischi sono gli stessi dell’attuale RS3, ma i segmenti triangolari intorno al capezzolo sono dipinti in rosso.

LA NUOVA RS3

In un comunicato stampa dedicato al nuovo record del Nürburgring, Audi ha dichiarato che la RS3 berlina aggiornata non diventerà più potente. Sarà equipaggiata con lo stesso “turbo-quattro” benzina in linea EA855 evo con un volume di lavoro di 2,5 litri, e la sua potenza sarà di 400 CV e 500 Nm di coppia. Nel frattempo, il telaio riconfigurato ha permesso alla vettura di diventare più veloce, il che, unito alla trazione integrale, ha aiutato l’Audi a battere il record di una delle sue principali rivali, la BMW M2.
L’anteprima dell’Audi RS3 aggiornata si terrà il 20 agosto e la vettura sarà in vendita a ottobre.

All’inizio di questa primavera, la Casa tedesca ha presentato il nuovo crossover Q6 e-tron e la sua versione sportiva SQ6 e-tron.

Nuova Bugatti Turbillon 2025: anteprima

Dopo otto anni, 500 esemplari prodotti e un record (non ufficiale) di velocità di produzione, la Bugatti Chiron ha passato il testimone al suo successore, un’auto completamente diversa chiamata Bugatti Tourbillon. Chiamata così in onore di un meccanismo rotante per migliorare la precisione di un costoso orologio – a sua volta derivato dalla parola francese per “turbine” – questa macchina feroce è la prima a essere prodotta dopo la fusione di Molsheim con Rimac.

Rimac, ovviamente, è un costruttore di hypercar completamente elettriche, il che dovrebbe darvi un’idea del tipo di auto che è la Bugatti Tourbillon. Non si tratta di un veicolo elettrico, ma del primo ibrido plug-in di Bugatti, e questa volta l’azienda ha abbandonato il W16 altamente sovralimentato che ha caratterizzato le sue auto del passato.

Al suo posto – ancora scoperto da un ponte posteriore – c’è un nuovissimo V16 da 8,3 litri ad aspirazione naturale, sviluppato in collaborazione con Cosworth. Con un peso di soli 252 kg, riesce comunque a erogare 1.000 CV e 900 Nm, con un regime di rotazione stratosferico di 9.000 giri/min. Il motore è un’auto a combustione interna, che aziona le ruote posteriori attraverso un nuovo cambio a doppia frizione a otto rapporti e un differenziale elettronico a slittamento limitato.
Al motore a combustione interna si aggiungono tre motori elettrici, tra cui un motore elettrico da 340 CV/240 Nm inserito tra il V16 e il cambio. Un’altra coppia di motori da 340 CV alimenta le ruote anteriori, garantendo la trazione integrale, il torque vectoring sull’asse anteriore e una sorprendente potenza totale del sistema di 1.800 CV.

MOTORE E DATI TECNICI

I dati sulle prestazioni sono da capogiro: la Toubillon accelera da zero a 100 km/h in soli due secondi netti e supera i 200 km/h in meno di cinque secondi. Supera i 300 km/h in meno di dieci secondi e i 400 km/h in meno di 25 secondi.
Nonostante i numeri da capogiro, il Tourbillon non è una vera e propria macchina da velocità, per questo è limitato a 380 km/h nella maggior parte delle situazioni. Anche con lo Speed Key, che abbassa l’ala posteriore alle alte velocità per ridurre la resistenza aerodinamica, l’auto è in grado di raggiungere solo 445 km/h, ben al di sotto dei 490 km/h della Chiron Super Sport 300+. Sicuramente Bugatti tenterà di battere il record di velocità con un’edizione speciale in futuro.
I motori elettrici sono alimentati da una batteria da 25 kWh che garantisce un’autonomia completamente elettrica di 60 km. Nonostante il propulsore PHEV, Bugatti dichiara che il Tourbillon pesa meno della Chiron, anche se questo non vuol dire molto quando quest’ultima pesa quasi due tonnellate.
Per frenare le grandi velocità che può raggiungere, Bugatti Tourbillon è dotato di freni in carboceramica, di una funzione di aerofreno sull’alettone posteriore e di un sistema di frenata-by-wire collegato alla catena cinematica attraverso un controller non lineare integrato nel veicolo. I massicci dischi si nascondono dietro a splendidi cerchi in lega (20 pollici di diametro all’anteriore, 21 pollici al posteriore), avvolti da pneumatici Michelin Pilot Cup Sport 2 su misura da 285/35 R20 all’anteriore e 345/30 R21 al posteriore.
Nel frontale, la griglia a ferro di cavallo è stata allargata e le prese d’aria che la affiancano sono più grandi, in modo da convogliare l’aria non solo verso i radiatori ma anche attraverso il frontale e il cofano per aumentare la deportanza (non preoccupatevi, c’è ancora spazio per un ampio bagagliaio anteriore e per i bagagli). Sotto i sottili fari c’è un’altra presa d’aria che convoglia l’aria attraverso i parafanghi anteriori “volanti” e le prese d’aria laterali.
Passando alla fiancata, il design della Tourbillon è definito da curve voluttuose, in particolare i fianchi sopra le ruote posteriori. L’occhio viene attirato dal posteriore sporgente, che ospita i fanali posteriori a tutta larghezza con la scritta “Bugatti” illuminata e il massiccio diffusore che parte da dietro l’abitacolo, integrando i sottili terminali di scarico quadrupli.

GLI INTERNI

Entrando all’interno (attraverso le porte elettriche a diedro, che riprendono quelle della EB110) si trova il tipico design a doppio abitacolo Bugatti. Come di consueto, l’abitacolo è diviso da una linea centrale, questa volta impreziosita dal tergicristallo montato al centro nella parte anteriore e da una striscia di luci illuminate nella parte posteriore.

In questo caso, tuttavia, la complessità dei dettagli è stata portata a 11. Davanti al guidatore si trova l’elemento centrale che definisce l’etica del Tourbillon ispirata agli orologi: un quadro strumenti analogico scheletrato, disegnato e progettato da orologiai svizzeri. Costituiti da 600 pezzi in titanio e pietre preziose come zaffiro e rubino, i quadranti sono incredibilmente movimentati, con tachimetro e contagiri concentrici al centro dell’attenzione.
Il Tourbillon sta entrando nella fase di collaudo in vista delle consegne ai clienti nel 2026. Questa volta saranno prodotti solo 250 esemplari, al prezzo di 3,8 milioni di euro.

Nuovo Xpeng G9 2024: arriva in Germania

A più di un anno e mezzo dall’annuncio della sua commercializzazione in Norvegia, il paradiso terrestre delle auto elettriche in Europa, la Xpeng G9 sbarca anche in Germania in vista dei dazi che l’Unione Europea imporrà ai marchi cinesi tra poche settimane.

Un lancio speciale che si presenta carico di nuove funzionalità e con un’edizione speciale con un numero limitato di unità, costringendo gli interessati a darsi una mossa.

L’Xpeng G9 è un SUV dalle proporzioni generose per viaggiare in famiglia – cinque passeggeri – con tutti i comfort di un modello premium e non manca praticamente nessun dettaglio. Oltre a un design all’avanguardia, come è tipico dei modelli Xpeng, le due versioni disponibili di quest’auto elettrica presentano una tecnologia di prim’ordine.

L’azienda non lesina su nessuna delle dotazioni di serie, come dimostra il fatto che ha un solo optional rispetto alla lunga lista della stragrande maggioranza dei suoi rivali. Tra queste, il gancio di traino ripiegabile elettricamente che, sul mercato tedesco, costa poco più di 1.200 euro. L’edizione speciale di lancio dell’Xpeng G9 presenta i seguenti componenti:

IL SUV ELETTRICO

L’Xpeng G9 è offerto in due versioni, a trazione anteriore e integrale, e con due livelli di capacità della batteria agli ioni di litio: 78,2 kWh e 98 kWh. L’opzione più semplice prevede un singolo motore elettrico con una potenza massima di 313 CV, mentre l’opzione a due motori elettrici eroga fino a 551 CV.

L’autonomia massima è di 570 chilometri con una singola carica, ricaricabile in quindici minuti dal 20 all’80%, il che significa un’autonomia di 100 chilometri per ogni cinque minuti di connessione grazie al potente caricatore di bordo da 300 kW.

La Xpeng G9 viene fornita con una garanzia di sette anni o 160.000 km, ma non ci vorrà molto prima che non sia più sola, poiché Xpeng ha confermato il lancio della G9 Coupé in Germania, a partire dal prossimo agosto.