Nuovo Dacia Bigster è pronto al debutto. Questi rendering di Kolesa.ru ci permettono di dare uno sguardo dettagliato e possiamo immaginare come sarà la novità.
Bigster sarà un nuovo modello, e tra l’altro il più grande, nella gamma del marchio rumeno, di proprietà di Renault. Per ora esiste solo sotto forma di concept, presentato all’inizio del 2021. Come sarà la versione di serie?
A giudicare dalle foto spia degli esemplari camuffati, il design del nuovo prodotto sarà già familiare alla già citata concept e al crossover Duster di terza generazione. Inoltre, la sovrapposizione delle foto dei prototipi della futura Bigster con la Duster mostra che in molti dettagli i crossover sono praticamente identici. Il passo, i contorni delle porte e dei passaruota e la posizione delle maniglie delle porte sono gli stessi. Molto probabilmente, il Dacia Bigster sarà una versione allungata del Duster. Anche il design del frontale e del posteriore sembra quasi identico, ad eccezione di piccoli dettagli del paraurti anteriore. È possibile che il vecchio crossover perda i massicci elementi decorativi sulle portiere anteriori.
DATI TECNICI E MOTORI
La differenza più significativa nell’aspetto del Dacia Bigster è lo sbalzo posteriore notevolmente aumentato, che consente di ospitare tre file di sedili. Inoltre, la Bigster potrà avere un tetto leggermente più alto, che influirà positivamente sul volume dell’abitacolo. Un altro dettaglio nuovo sono i dischi ruota dal design originale, come su uno dei prototipi di prova.
Il Dacia Bigster sarà costruito sulla stessa piattaforma CMF-B di altri nuovi modelli Dacia, tra cui la terza generazione di Duster. La gamma di motori sarà probabilmente mutuata in tutto o in parte da quest’ultima, ad eccezione del motore base da 100 CV.
Nel database elettronico del Ministero dell’Industria cinese sono emerse versioni di serie del crossover elettrico smart #5, in vendita nella seconda metà di quest’anno.
La Smart #5 ha debuttato in aprile al Salone dell’Auto di Pechino sotto forma di concept con ampi pneumatici “dentati” ed è stata generosamente dotata di munizioni offroad (frangivento, portapacchi da spedizione, “lampadario” a LED, protezione metallica del sottoscocca), ma il crossover di serie, come ci aspettavamo, è stato privato di tutto questo, cioè trasformato in un modello di serie.
Il crossover smart #5 è il terzo modello di smart Automobile, nata nel 2019 come joint venture tra Mercedes-Benz e Geely. Per lo sviluppo e la produzione di nuovi modelli smart è responsabile Geely holding, e Mercedes-Benz aiuta con il design, tutti i nuovi modelli smart – completamente elettrici e prodotti in Cina. Il primo modello del marchio smart dopo il rilancio sotto l’ala di Geely è diventato il debutto nell’aprile 2022 del crossover subcompatto smart #1, basato sulla piattaforma modulare SEA, ben nota per altri marchi e modelli della holding cinese. La stessa piattaforma è stata utilizzata dalla smart #3, un crossover leggermente più grande e simile a una coupé, che ha debuttato un anno dopo. Non ci sono ancora informazioni ufficiali sulla piattaforma della smart #5, ma in fase di concept è stato riferito che il crossover ha un’architettura elettrica da 800 volt e una batteria con una capacità di oltre 100 kWh, che può essere caricata dal 10% all’80% in soli 15 minuti. L’autonomia con una singola carica è di 700 chilometri nel ciclo CLTC o di 550 chilometri nel ciclo WLTP. Molto probabilmente, la piattaforma della smart #5 è la stessa SEA, ma in una versione più avanzata e costosa.
MOTORI E DATI TECNICI
La rivista cinese Autohome riporta che la smart #5 sarà offerta in versione monomotore e bimotore. La potenza delle versioni monomotore è di 250 kW (340 CV) o 267 kW (363 CV). Nella versione standard a due motori, il motore elettrico anteriore produce 165 kW (224 CV), quello posteriore 267 kW (363 CV); nella versione top a due motori Brabus, il motore anteriore è lo stesso, mentre la potenza del motore posteriore è aumentata a 310 kW (421,5 CV). La lunghezza complessiva della smart #5 è di 4705 mm, la larghezza di 1920 mm, l’altezza di 1705 mm e il passo di 2900 mm. Le dimensioni standard delle ruote vanno da 18 a 21 pollici. Finora, questo è il modello più grande nella storia di smart, ma potrebbero essercene altri ancora più grandi, come una famiglia unibody. Ulteriori dettagli tecnici e gli interni della smart #5 di serie saranno resi noti nei prossimi mesi.
LE VENDITE
Interni della concept car smart #5 Aggiungiamo che in Cina il marchio smart non se la passa bene: nei primi quattro mesi di quest’anno, secondo CAAM, ha venduto qui 5.589 auto, ovvero il 67,3% in meno rispetto alle vendite del periodo gennaio-aprile 2023. Per la Cina, le nuove “auto elettriche” smart si sono rivelate troppo costose: le analoghe dei marchi locali sono molto più economiche. In Europa da gennaio ad aprile di quest’anno, secondo JATO Dynamics, sono state vendute 9.977 nuove smart (+31,2% su base annua), ma il marchio potrebbe presto trovarsi ad affrontare dazi più elevati sulle auto elettriche di produzione cinese nell’UE, e la localizzazione dell’assemblaggio in Europa non era prevista nel piano aziendale originale di smart Automobile.
Il Sor Antonio, ottant’anni di arzillo vecchietto, era seduto come sempre accanto al coetaneo Peppe sulla panchina avanti a destra nel solito parco pubblico.
Ma appena Peppe cominciò la sua solita tiritera sulle mezze Stagioni Antonio sbotto’ urlando: “Ci manca solo che nei Cantieri mettano le pale meccaniche tutte elettriche. Sai che noia vedere tutto lo spettacolo senza quel loro bel rombo motorizzato?Quest’auto elettrica è un dramma !!!”
E Peppe giustamente notò: “Sai, a proposito, ho provato a cercare una Utilitaria per mia nipote e non se ne trova una nuova nemmeno se preghi in aramaico. Ormai se vuoi una “piccola” puoiscegliere al massimo tra quelle scatolette elettriche con lo Sherwood” “Quelle prese in Sharing, dici?” domandò sor Antonio,clemente verso il buon Peppe. Il piccolo dibattito tra i nostri due simpatici vecchietti ci aiuta a raccontare una parabola leggendaria: quella legata alla “epopea” delle piccole utilitarie alla europea, un simbolo che questa Unione incapace e devastante sotto l’aspetto Automotive ha ucciso con le sue stesse mani. Aggiungendo, come il mitologico Dio delle leggende, un altro metaforico “figlio” che l’Europa ha ucciso e mangiato dopo il destino che ha riservato al Diesel.
Il vento Subprime dagli USA spazza via le “piccole” dal mercato europeo
E’ il 2007, l’Unione Europea e l’EFTA insieme immatricolano 16 milioni di auto (dati ACEA, con il mercato italiano secondo per volumi dopo la Germania e prima di Gran Bretagna e Francia)superando di quasi mezzo milione il volume del lustro precedente e di un milione e mezzo il dato del 1997; si, chiaro: ci sono i distinguo, primo tra tutti che la UE del 1997 è ancora “a 15”. Ma quei “15” che nel 1993 vedevano poco più di dieci milioni di pezzi, da allora fino al 2008 erano scesi solo tre volte in 15 anni sotto la soglia simbolo dei 12 milioni: i volumi crescevano di anno in anno non solo per l’adesione progressiva di Stati che cominciavano a motorizzarsi ma anche e soprattutto per la marea di credito elargito per l’acquisto. Finanziare l’auto era un mantra importato dagli USA da fine anni Ottanta; ed un po’ come il cibo intubato alle povere oche francesi al fine di ricavarne il “foie gras” anche questa pratica indotta forzosamente avrebbe rivelato presto pesanti controindicazioni. Fino al 2007 garantisce un ciclo di sostituzione auto mai visto nel Vecchio Continente, aumenta il pubblico potenziale e riversa nel mercato usato sempre più modelli di massimo 3 anni. Cosa è dunque che non va? C’è che la leva finanziaria genera sempre più diffusamente una pratica concorrenziale degenerata, quella della proporzione inversa tra listini full optional ed aumento degli stessi. In pratica lo spostamento dei margini dal corpo vettura all’ammontare del contratto finanziario porta i Costruttori a falsare i listini con offerte “tuttocompreso/prontaconsegna” anticiclici: più passa il tempo, più i modelli si rinnovano e di arricchiscono, tanto meno è collegato l’aumento dei listini. Buone notizie per l’immatricolato nuovo, brutto segno per il rapporto tra volume finanziario erogato e controvalore di garanzia dello stock usato finanziato: in pratica più si gonfia la nuvola del credito in sospeso più si svaluta il soggetto passivo del credito. Con la conseguenza che il rischio bolla subprime negli USA si traduce in Europa nel rischio di un altro tipo di bolla legato ai fiumi crescenti di ferro in circolazione che vale sempre meno.
Protagonista in negativo di tutto questo scenario è il povero “Segmento B”. Fin quando è esistito…
C’erano una volta le “B”: le auto per tutti in Europa
Dove sono finite le “utilitarie” europee? Quelle che fino agli anni Sessanta hanno motorizzato i meno abbienti, dagli anni Settanta hanno accompagnato le principali auto di famiglia; quelle che negli anni Ottanta e Novanta sono diventate il simbolo delle generazioni giovani che pretendevano in piccolo tutto il meglio che le “grandi” avevano in dote; e quelle che dal 2000 sono diventate un vero microcosmo: benzina, Diesel, Gas; Monovolume, 2/3 Volumi, Station, Coupè e Spider, Van e Pick Up commerciale; da mezzo litro di cilindrata fino a quasi due litri per diverse Diesel. La stessa simbiosi virtuosa con il motore Diesel porta il comparto delle piccole (sempre meno tali) a rappresentarecostantemente la maggioranza relativa delle immatricolazioni annue nella UE. Fiesta, Clio, Polo, Punto, Panda, Ibiza e Corsa (per citare le famiglie storiche) insieme alle piccole di casa PSA ed a quelle uscite dagli stabilimenti europei dei Brand giapponesi guidano dunque per almeno un quarto di secolo i volumi di vendita garantendosi un target medio annuo di almeno il 45% di immatricolazioni di nuove auto nella UE. Contemporaneamente fungono da porta di accesso per la auspicata fidelizzazione tra marchio e Cliente, ma non solo: le piccole “finanziate” servono anche da gradino iniziale nella scala virtuale pensata per portare progressivamente il Cliente – acquisito tramite una “piccola” – alla Gamma superiore. Queste prerogative dovrebbero rendere il Segmento classico un valore aggiunto per i Costruttori, nel periodo preso in esame. E invece?Il problema è che, come per il Diesel, la lotta concorrenziale tra Marchi concorrenti non fa vincere più nessuno e rischia di far perdere tutti. Le quote di mercato UE riservate alle “Segmento B” canoniche (entro i 4 metri e da 750 a 1500 cc. di cilindrata) diventano un gravame per il conseguimento di margini e di fidelizzazione, in caso di crollo dei volumi finanziati. Cioè dopo il 2008.
Come per il Diesel: nel Segmento B non vince più nessuno. Dunque perdono tutti
Ci deve essere stata per forza una strategia predefinita, non può essere un caso. Per decenni il mondo auto europeo ha favorito la crescita dei volumi con modelli di Utilitaria ancora più innovativi dei precedenti. Le diverse leve utilizzate dai vari Costruttori nazionali si sono basate storicamente su strategie affini tra loro: negli anni ’60 la concessione ad un certo lusso e comfort; negli anni Settanta l’adesione piena alla migliore tecnologia di settore e di periodo; negli anni Ottanta l’allargamento di Gamma; negli anni Novanta le sinergie e piattaforme comuni e la nascita delle “Sub B”, ed infine fino al 2010 l’esplosione del Diesel e la prima presenza “seria” di B Premium.
Nello stesso modo per decenni l’Europa ha combattuto le crisi di vendita e di popolarità attraverso l’innesto in Gamma di modelli ultra popolari. La fase – seppure critica – del mercato europeo lungo gli ultimi 15 anni è la prima nella storia in cui la medicina contro i mali dell’auto costa di più di quando il paziente stava relativamente “bene”. Perchè l’assetto di mercato uscito fuori da quella crisi iniziata con il Crack Lehman e proseguita con pandemia ed esplosione dei costi energetici prevede tre effetti già attuali (aumento dei listini, innalzamento della soglia di prezzi base, riduzione delle disponibilità di mezzi nuovi) in attesa dell’ipotetica e ventilata rivoluzione elettrica mai però realmente compiuta sino ad oggi. Nonostante meno soldi, meno vendite ed anche meno potere di acquisto degli automobilisti in Europa, la risposta non è un rinforzo della leva “Low Cost”. I motivi sono pratici: vanno dalle considerazioni di marginalità negativa sui corpi vettura, alla guerra assassina sui ribassi di Listino, alla impossibilità di fronteggiare una guerra con il mondo IAM nell’Aftermarket ed Aftersales. Su tutto prevale però l’impossibilità di proseguire pratiche commerciali drogate dalle rate. Come e perché si è pervenuti a questo scenario così in controtendenza, e perché a fare le spese di questo “Automotive New Deal” è stato il Segmento “B” proviamo a spiegarlo.
Segmento “B” : l’auto Commodity vittima della “De vendita felice”
Il Crack Lehman del 2007 chiude i rubinetti del credito facile sulla maggioranza dei contratti di acquisto auto nell’Europa estesa dove – al contrario degli Stati Uniti e della Gran Bretagna dove l’acquisto a rate era un fenomeno di massa ormai radicato – era esploso per via delle strategie indotte dai Brand attraverso le proprie Captive Bank ed i propri Dealer: palestra elettiva di queste strategie è proprio il Segmento B che fino agli anni Novanta era per la gran parte segnato dai clienti “Cash” mentre le rate erano già abbastanza diffuse nei segmenti superiori. Il ciclo di sostituzione si accelera, i volumi crescono ma le conseguenze ricordate sopra (con la progressione negativa dei nuovi Listini finanziati aumenta la svalutazione del corrispondente parco usato) generano abitudini ed aspettative distorte da parte dei consumatori e instaurano pratiche di aftersales deleterie per i Costruttori: su questo aspetto in particolare è l’oceano crescente di Segmenti B in circolazione a gonfiare le tasche degli IAM a danno degli OEM allontanando il target di consumatori dalle Officine ufficiali. Di fronte ad un avvitamento così contorto la soluzione non poteva più essere quella di “gonfiare” ed arricchire le dotazioni; era arrivato il momento di “tagliare” del tutto le radici generative del Segmento “B” classico, popolare ed abituale:
prima con i modelli e le versioni (taglio delle motorizzazioni Diesel post Dieselgate, cessazione di linee produttive e preannuncio di eutanasia di famiglie storiche del segmento);
poi con i volumi (trasferimento degli Stock dal nuovo all’offerta di autoimmatricolazioni, fine del “pronta consegna”);
ed infine con i Listini consueti per il Segmento B classico: il taglio delle vendite finanziarie non solo impediva il ribasso dei Listini ma avrebbe proiettato questi ultimi su soglie così inconsuete per modelli usuali da rendere necessario avviare nuovi arrivi in grado di annullare i riferimenti di pricing e Benchmark adottati dal consumatore generico.
Era così alla fine morto il Segmento B canonico e popolare, dalle cui ceneri sarebbero nati quattro nuovi voci di Business:
-Noleggio per i Privati, noleggio a Breve di tipo “Second Life” ed usato dei mezzi ancora in giacenza Stock e “Km Zero”;
– Urban Sharing di piccoli modelli dedicati alla mobilità alternativa e condivisa, per spegnere il primo movente storicamente generativo della esigenza di classiche utilitarie, ovvero l’uso in città;
– Le “B SUV” dai nuovi listini maggiorati;
– L’arrivo nell’aftersales generalista dei Marchi costruttori in ottica di gestione Parco usato.
Niente low cost nel segmento B
I dati ACEA di nuove auto registrate nella UE – post allargamento ai nuovi membri – dal 2009 al 2014 vedono un crollo costante fino a meno un milione e settecentomila pezzi da un anno all’altro, ma le analisi di vendita “a valore” – come si dice in gergo tecnico – vedono una buona performance del costo medio delle vendite per unità.
Ecco perché la domanda legittima di molti automobilisti (perché i Costruttori europei non si sono affidati a Gamme di utilitarie “Low Cost” nel periodo “nero” 2010/2015 come accadeva nel passato?) trova la sua plausibile risposta anche nella ipotesi di una sorta di tacito cartello pensato per non portare alla deriva i Marchi europei: tuttavia, le Low Cost avrebbero ucciso i Costruttori portando alla ribalta i modelli dei produttori indo-asiatici? Non proprio, visto che i Brand europei avevano ottimi modelli di auto economiche prodotte per i mercati sudamericano, est europeo e medio orientale (come la Turchia, dalla quale proveniva la Tipo Low Cost di FCA, o come il tentativo fatto da Citroen) da poter portare in Europa. Ma sarebbe stato un palliativo temporaneo, come dimostra proprio la scelta di FCA sulla Tipo.
Meglio, molto meglio, “educare” gli automobilisti europei al “New Deal” che, certo, qualche sacrificio avrebbe comportato e comporta: ed infatti, cosa avrebbe potuto rassegnare milioni di automobilisti europei “cornuti e contenti” ad un destino di aumenti di listino, indisponibilità di nuovi modelli, credit crunch e vincoli limitativi (rimasti) sulle auto endotermiche, se non la promessa di un mondo migliore ad emissioni Zero? Chi non farebbe di tutto per l’ambiente ed il futuro dei figli? Ma il futuro non si improvvisa: ed ecco perché, quasi inspiegabilmente, quel “buco” generato dalla fine anticipata del Segmento “B Classic” è rimasto tale, sotto l’aspetto quantitativo. Quasi inspiegabile è, in questo senso, l’assenza di iniziativa su un possibile filone di LowCost Z.E. nel “Segmento B”. Eppure già quindici anni fa erano diversi i piccoli modelli BEV che in Asia, India o Cina costavano nel rango di massimo 2.000,00 Euro (su tutti il caso della “Tata Nano”) e che mediante Joint Ventures e comarketing potevano affiancare sul mercato europeo le sparute scommesse di Renault (Fluence), PSA e pochi altri. Se diversi Brand “generalisti” avessero tentato questo passo indolore ed a rischio zero cosa potevano rischiare? Di certo la curiosità, l’empatia e l’attenzione europea verso il mondo “BEV aLow Cost” erano altissime all’epoca: e parliamo di auto di cui i consumatori avrebbero accettato – come inizio – autonomie entro i 100 Km e prestazioni da piccola cittadina.
Ma proprio per la (consentiteci la battuta) “supercazzola” perfezionista: “o facciamo in casa da noi una piccola BEV da sogno, oppure meglio non provarci neppure”; anno dopo anno questo ha portato il pubblico a dissuadersi dall’attesa di una 100% elettrica a prezzi ragionevoli che, dobbiamo riconoscere, se ci fosse stata avrebbe avuto risultati di vendita eccellenti fino a pochi anni fa.
Muore l’Utilitaria europea, l’euroBEV popolare rimane un sogno. Perché?
Quando il Re esaudì il desiderio di Bertoldo di scegliere lui stesso l’albero destinato ad impiccarlo, il villico furbo lo trovò sulla Luna. Il problema era arrivarci. La favola di Bertoldo girò diversi mesi per gli uffici dei Costruttori europei, pronti anzi prontissimi a varare una BEV popolare e di massa purchè tutte le prerogative conseguite dalle più prestigiose cugine di lusso (in tema di autonomia, prestazioni, tecnologia e sicurezza) potessero essere trasferite nel mercato utilitarie in modalità Low Cost. Infatti, stiamo ancora in attesa che l’equazione diventi realtà. Oppure, più semplicemente, nessun Costruttore ha mai pensato neppure per scherzo di realizzare scommesse del genere. Molto più astuto, in termini di overpricing, implementare con dispositivi Ibridi le vecchie piattaforme endotermiche pure ed introdursi così nel mondo della ecomobilità. Perché una “Ibrida” (elettrico+motore) dovrebbe costare più della “solo motore”? La risposta è ovvia. Ma “QUANTO” di più deve e può costare? La risposta è meno automatica: dipende anche dalla unica possibilità riservata al consumatore europeo di acquistarla in luogo delle ormai introvabili e forse inservibili endotermiche pure.
Tra il 2018 e fino a pochi mesi fa essere Ibridi significava dimostrare il minimo di legge per dirsi ecologici. Chiaro che tutto questo, con la scomparsa delle offerte solo endotermiche ha generato soglie di accesso ai listini molto più alte. In attesa che, spenti gli auspici per le “BEV” popolari, potesse circolare uno strano ma incontestato messaggio dei Costruttori: “BEV Low Cost? A meno di 20.000,00 Euro, nulla”.
Ventimila Euro, Low Cost?? Solo7 anni fa bastavano per una principesca Ammiraglia Turbodiesel Euro VI, con tutto il lusso incluso.
Commissione o “Compromissione” Europea? Passi falsi e fuffa di Bruxelles su Zero Emission
Questo modo da “Bertoldo alla ricerca dell’albero dove impiccarsi” che i Costruttori europei hanno adottato dopo aver di fatto seppellito il concetto di “auto popolare senza però dare corpo a proclami, promesse, desiderata in alcun modo con un ricambio generazionale di BEV di massa ha portato alla attuale presenza di due Z.E. ogni centocinquanta auto circolanti in Europa. Sembrerebbe una presa in giro se non fosse corroborata dal nulla cosmico partorito in circa dieci anni da due Commissioni apparse essere capitate a Bruxelles per puro caso, in tema di regolamentazione Automotive. Con l’alibi, almeno per la “legislatura 2014/2019 di aver provato ad inquadrare la difficile architettura di ADAS e Guida autonoma prima che il Lockdownfacesse carta straccia di anni di programmazioni e progetti in questo senso. La Compromissione Europea guidata dalla Signorina Von Der Layern è stata conseguente a questo nomignolo: un quinquennio di silenzio propositivo, di produzione ed aggiornamento legislativo unito ad un processo di continuo rimando rispetto al calendario ambizioso che “Carbon Zero” promette da oggi fino al 2035. Il che attualmente ha generato tre condizioni oggettivamente fantascientifiche fino a cinque anni fa:
– Il ritorno di valore e prezzo in aumento per le vecchie endotermiche usate;
– Il possibile cambio di rotta riguardo allo stop perentorio all’endotermico al 2035;
– Un ripensamento deciso di tutto l’aftersales dopo la proroga al 2028 di una New BER”.
Se questo è oggi il frutto delle dichiarazioni e delle “battaglie” di principio di Bruxelles a favore di ecomobilità, di concorrenza e trasparenza nei servizi aftermarket, e di una sentenza capitale sul classico motore, o la Commissione vive una apparente schizofrenia oppure è apparente la crociata anti – endotermico e pro-elettrico. Anche su questo propendo per la seconda ipotesi. Dunque, Commissione, Governi nazionali e Costruttori europei, sotto sotto……………….?????
Addio “Mass Market”: i Brand UE vogliono Blockchain, Supply Km Zero ed aftersales
Sotto sotto è tutto il mondo Auto europeo ad aver virato su concetti che rimandano tutto alla prossima e prevedibile esplosione delle nuove forme di Business basate sulla interazione “Blockchain” che interesserà non solo i modelli industriali e le relazioni commerciali legati al mondo BEV, ma anche la Supply ed il comparto Usato.
Cos’è, in termini di mercato Auto, l’UE?
E’ un mondo da più di 150 milioni di auto in movimento, “rinnovate” al ritmo odierno medio del 8% annuo. Significa che è impensabile parlare di “svecchiamento del Parco circolanteeuropeo, poiché quando pure tra ipotetici venti anni le ultime vecchie auto esistenti ad oggi fossero sostituite, avremo comunque per strada modelli ultradecennali e si comincerebbe da capo.
Cosa sono Asia, Cina, India, Sudafrica, in termini di mercato auto per i Costruttori europei? Sono una piazza da potenziali 250 milioni di nuovi automobilisti entro 10 anni; se così fosse la capacità di assorbimento di nuovi modelli in questo emisfero corrisponderebbe in un anno a quel che la vecchia Europa può chiedere lungo un arco di tempo tre volte più lungo. Vi serve altro per capire che il mercato europeo ha senso per i Costruttori se e solo se diventa “easy”? Per esserlo, secondo l’occhio dei Brand, il mercato UE deve essere: più protetto dalla concorrenza estera, capace di animare una propria catena di subfornitura Automotive a “Km Zero”, esente da ideologie o dinamiche da Guerra Santa, ma soprattutto capace di sostenere le proprie eccellenze che sono sempre più richieste nel mondo. Insomma, il target popolare in Europa non avrà mai una BEV adatta alle sue tasche; avrà sempre più bisogno di strumenti di acquisto e gestione alternativi (Noleggio, Sharing, Pooling) per auto sempre più costose. E se vorrà difendere il caro vecchio motore termico usato (o se non vorrà convertire la sua auto con Kit Aftermarket) dovrà sborsare molto di più per quello che già ha in casa.
Benvenuto, New Deal europeo. Benvenuta rivoluzione elettrica. O supercazzola: quella dell’elettrica che non c’è e che non serve più, ma che ha cambiato per sempre il mercato auto europea. Fate Voi.
La nuova MG ZS si prepara ad un atteso cambio di generazione.
MG ha dimostrato di non essere solo un marchio di auto elettriche. Il marchio britannico è tornato sul mercato europeo con una gamma di modelli che attacca tutti i segmenti chiave e dove sta facendo enormi danni tra i marchi mainstream, ora ancora di più con l’arrivo della nuovissima MG3 Hybrid.
Tuttavia, la pipeline di Morris Garage è ricca di nuovi prodotti per i prossimi mesi, e uno dei nuovi lanci previsti non è altro che la nuovissima MG ZS 2025. Il rivale più diretto della Dacia Duster, che aspira a essere il leader della categoria, ma non per molto. Il SUV più piccolo del marchio britannico ha già dimostrato di essere un rivale più che degno, e lo sarà ancora di più con un design più moderno che potete vedere in questo rendering di Motor.ed, basato sui brevetti trapelati all’inizio di quest’anno.
I geni del nuovo SUV sono stati trasferiti a questo modello, che manterrà le sue proporzioni praticamente invariate, anche se crescerà di qualche millimetro per offrire più spazio, soprattutto nei sedili posteriori, insieme a un maggiore volume di bagagli nel bagagliaio. Infatti, si può notare che anche la silhouette cambia, con un nuovo vetro posteriore custodiale che aumenterà la sensazione di spazio. Il frontale è caratterizzato da fari più affilati e sottili che, insieme alla griglia del radiatore più grande, più ampia e più bassa, favoriscono uno stile più sofisticato e sportivo. MG modificherà anche la parte posteriore, introducendo una firma luminosa più moderna. Un look completamente nuovo per la MG ZS 2025, che avrà anche un interno più digitale, connesso ed elegante, che abbiamo già visto nelle foto spia, evidenziando un grande touchscreen nella console centrale e una telecamera a 360º.
LA NUOVA MG
L’avanzata tecnologia ibrida HEV, presentata sulla nuova MG3, sarà la punta di diamante per contrastare due importanti rivali. Un sistema di auto-ricarica che combina un motore a benzina da 1,5 litri e un motore elettrico, oltre a una batteria a bassa capacità e a un cambio automatico a tre velocità per una potenza massima di 195 CV. È allo studio anche la possibilità di due opzioni ibride, con una potenza di base di 175 CV.
La ciliegina sulla torta della nuova MG ZS 2025 sarà la trazione integrale. La nuova Dacia Duster sarà equipaggiata con un sistema elettronico nel 2025, già disponibile sulla Yaris Cross. Un dettaglio interessante a bordo del modello MG aggiungerebbe benzina al fuoco contro i suoi concorrenti con un altro cavallo di battaglia: il suo prezzo rimarrà nell’ordine dei 20.000 euro.
Questa settimana l’Europa metterà a punto i suoi piani per affrontare il problema dei veicoli elettrici cinesi a basso costo. Come gli Stati Uniti, l’UE ha espresso preoccupazione per il modo in cui la Cina è in grado di fissare i prezzi dei veicoli elettrici, suggerendo che sovvenzioni eccessive hanno portato a vetture che possono essere offerte a costi artificialmente bassi.
La mossa arriva dopo un’azione simile da parte degli Stati Uniti, con la Casa Bianca che il mese scorso ha quadruplicato i dazi applicati ai veicoli elettrici cinesi, portandoli dal 25 al 100%. Tuttavia, nonostante i leader europei abbiano espresso preoccupazione per l’impatto che l’afflusso di veicoli elettrici cinesi a basso costo potrebbe avere sull’industria locale, le case automobilistiche europee non hanno appoggiato le tariffe.
Le case automobilistiche europee dipendono fortemente dalla Cina per le vendite e rischiano di subire ritorsioni da parte di Pechino. La Camera di Commercio cinese con l’UE ha già avvertito che il Paese sta valutando la possibilità di aumentare le tariffe sulle auto importate se dovessero entrare in vigore i dazi dell’Europa. Inoltre, la Cina è un importante polo produttivo per molte case automobilistiche europee. Auto come la BMW iX3, la Citroen C5 X e la Dacia Sping sono tutti esempi di auto europee prodotte in Cina che potrebbero essere colpite dalle tariffe proposte.
Perché le case automobilistiche europee sono contrarie ai dazi UE sui veicoli elettrici cinesi. HSBC stima che le case automobilistiche tedesche ottengano il 20-23% dei loro profitti dalle vendite di veicoli cinesi, mentre i dirigenti di BMW, Mercedes e Volkswagen hanno tutti messo in guardia contro l’imposizione di dazi.
EUROPA CONTRO CINA
L’amministratore delegato di BMW, Oliver Zipse, ha dichiarato agli investitori di non ritenere che il settore abbia bisogno di protezionismo e che, impegnandosi in battaglie commerciali, “ci si potrebbe dare rapidamente la zappa sui piedi”. Il capo di Volkswagen Oliver Blume, si è mostrato altrettanto cauto nei confronti delle tariffe, affermando che il rischio di ritorsioni è “potenzialmente pericoloso”. Carlos Tavares, CEO di Stellantis, ha descritto i potenziali dazi sui veicoli elettrici cinesi come “una grande trappola per i Paesi che seguono questa strada”.
Tuttavia, è improbabile che le misure dell’UE siano così drastiche come quelle applicate dagli Stati Uniti. Attualmente, le tariffe sulle auto importate da Paesi extra UE sono pari al 10%. Gli analisti prevedono che i veicoli elettrici cinesi attireranno un ulteriore 10-25%.
Matthias Schmidt di Schmidt Automotive Research ha affermato che mentre l’aumento dei dazi statunitensi sui veicoli elettrici cinesi al 100% è “puro protezionismo”, la risposta dell’UE sarà più proporzionata. Parlando con BBC News, ha detto: “Se l’Europa imporrà dazi non superiori al 25%, si tratterà più che altro di livellare il campo di gioco e di livellare il vantaggio di costo del 30% di cui godono i produttori cinesi”.
Ecco la nuova Lynk & Co Z10 la berlina elettrica del futuro.
Dopo aver pubblicato foto di prototipi camuffati, bozzetti e teaser, Lynk & Co ha presentato in anteprima il suo nuovo modello di serie. E il debutto non si è tenuto in Cina, bensì in Svezia. Ma nel Celeste Impero, l’auto è stata oggetto di un’istantanea da parte dei media locali: tra questi c’era l’edizione Autohome.
In precedenza il modello era noto come Zero, ma sarà in vendita con il nome di Z10. Ricordiamo che Lynk & Co è un progetto congiunto di Geely e Volvo (l’azienda svedese, a sua volta, appartiene ai cinesi). Sarà il nono modello della gamma e la prima auto completamente elettrica (quasi tutte le altre Lynk hanno una versione ibrida).
ELETTRICA PREMIUM
La Lynk & Co Z10 è una grande berlina con porte senza telaio e uno spoiler retrattile sul cofano del bagagliaio. La quattro porte è basata sulla piattaforma SEA (Sustainable Experience Architecture) con un sistema elettrico a 800 volt, che è anche la base per la Zeekr 001, una liftback elettrica. La Z10 è dotata di sospensioni pneumatiche.
La lunghezza della novità è pari a 5028 mm, la larghezza a 1966 mm e l’altezza a 1468 mm. Così, la berlina elettrica ha superato la sorella a cinque porte (4977 mm) nel primo indicatore. Il passo della Lynk & Co Z10 è lo stesso di 3005 mm della Zeekr 001. Il coefficiente Cd è di 0,198. Ma il volume del bagagliaio non è ancora stato reso noto.
DATI TECNICI E MOTORI
L’esterno della Z10 è stato progettato secondo l’attuale stile del marchio, ispirato al concept Next Day di due anni fa. Questo stile è già stato sperimentato sui crossover Lynk & Co 08 e Lynk & Co 06, nonché sulla Lynk & Co 07 a quattro porte. Tuttavia, nel caso della berlina elettrica, è stato leggermente ripensato. Il modello è dotato di cerchi da 19 o 21 pollici. L’abitacolo è caratterizzato da un volante a due razze appiattito, uno schermo stretto sul cruscotto e, al contrario, un grande tablet del sistema multimediale, sopra il quale sono stati posizionati i deflettori d’aria centrali.
Nell’elenco delle dotazioni sono ancora annunciati display a proiezione, ricarica wireless, tetto in vetro, sistema di riconoscimento facciale, sedili con riscaldamento, ventilazione e massaggiatore. Naturalmente, la Z10 dispone di tutti i più moderni assistenti elettronici (ad esempio, sarà in vendita la versione con lidar).
Dei motori e delle batterie non abbiamo ancora detto nulla. Si sa solo che nelle versioni più ricche la Lynk & Co Z10 sarà offerta con trazione integrale a due motori: tale berlina sarà in grado di accelerare da un punto a “cento” in 3,5 secondi. Per fare un paragone: la Zeekr 001 restyling a trazione integrale, i cui motori producono insieme 789 CV e 810 Nm, compie questo esercizio in 3,3 secondi.
Tutte le specifiche della Lynk & Co Z10 saranno rivelate in seguito. In Cina, le vendite della berlina elettrica inizieranno quest’anno.
Mansory ha presentato un nuovo progetto in edizione limitata basato sulla Lamborghini Huracan Sterrato, la versione “all-terrain” della supercar italiana. Gli aggiornamenti includono un bodykit su misura realizzato interamente in fibra di carbonio forgiata, nuovi cerchi in lega e interni rielaborati, anche se Mansory afferma che “c’è molto di più in arrivo”.
La Lamborghini Huracan Sterrato di serie è dotata di una forte dose di rivestimenti in materiale composito, progettati per proteggere la carrozzeria da scheggiature e graffi quando si guida fuori dai sentieri battuti. Tuttavia, Mansory punta tutto sullo stile, ed è per questo che ha aggiunto un nuovo e più aggressivo bodykit, con il suo caratteristico trattamento al carbonio forgiato.
Le estensioni dei parafanghi sono state ridisegnate, così come il cofano e la copertura del motore sul retro. Il look in carbonio forgiato è stato applicato anche agli specchietti, al tetto, alla mascherina del paraurti, alle minigonne laterali, alle piastre di protezione e persino ai montanti della Huracan. La Lamborghini Huracan Sterrato ha guadagnato un alettone posteriore di dimensioni generose, seguendo l’esempio delle versioni Tecnica e STO. La supercar monta un nuovo set di cerchi forgiati FO.6, di diametro pari a quello delle unità di serie (19 pollici) e dotati di una gomma aderente.
DATI TECNICI
Gli interni combinano l’Alcantara verde con la pelle nera e i profili rossi a contrasto, oltre a una serie di elementi in fibra di carbonio. Mansory ha aggiunto il proprio logo sul volante, sui poggiatesta, sui tappetini e sui lati della console centrale. Infine, c’è un nuovo inserto per il cruscotto, mentre il pulsante start-stop è stato riposizionato sul tetto per un funzionamento in stile McLaren Senna.
Mansory sostiene che il V10 da 5,2 litri ha ricevuto un aumento delle prestazioni fino a 602 CV (449 kW / 610 PS), ma questo è in realtà il numero di serie che arriva dalla fabbrica.
Secondo il tuner, la supercar completa lo sprint da 0 a 100 km/h in 3,3 secondi invece dei 3,4 secondi di serie. La velocità massima rimane invece limitata a 260 km/h, probabilmente a causa dei pneumatici.
Non conosciamo il costo della conversione, ma il badge in edizione limitata sulla console centrale suggerisce che Mansory non ha intenzione di mettere a punto molte Sterrato. Tuttavia, la nota “much more to come” sul sito ufficiale suggerisce che in futuro potrebbero esserci aggiornamenti più estesi delle prestazioni.
Va ricordato che Lamborghini ha costruito 1.499 unità della Sterrato come una delle ultime versioni della Huracan.
MINI continua a completare la sua gamma di modelli con l’arrivo di una delle varianti di carrozzeria più pratiche. Senza alcun preavviso è stata presentata la nuova generazione della hatchback a cinque porte, un modello che l’azienda ha deciso di rieditare nonostante il vero successo sia concentrato nella variante a tre porte.
La “nuova” MINI Cooper 5 porte gode ora di uno stile più moderno, una profonda revisione del modello che si può ancora acquistare e che ha un decennio alle spalle, riproducendo lo stesso design introdotto con la MINI elettrica di nuova generazione. I suoi fari full-LED presentano un anello esterno per le luci diurne, insieme a una griglia del radiatore che ora presenta una forma ottagonale che occupa gran parte della superficie anteriore.
All’estremo opposto, sono i fari a catturare l’attenzione, con la loro forma triangolare e la tecnologia di illuminazione che punta a forma di freccia verso la striscia decorativa che attraversa il portellone posteriore e collega i gruppi ottici, oltre a integrare il nome del modello e della versione. La nuova MINI Cooper 5 porte è praticamente identica in termini di dimensioni al suo predecessore, con lo stesso passo, ma con sbalzi più corti. Questo non ha compromesso l’abitabilità dell’abitacolo, che è sufficientemente ampio per cinque passeggeri e per un sacco di spazio nel bagagliaio, come si può vedere dalle misure qui sotto.
Lunghezza 4.036 mm Larghezza 1.744 mm Altezza 1.464 mm Passo 2.570 mm Volume del bagagliaio 275 – 925 l Dimensioni e volumi omologati della nuova MINI Cooper 5 porte
All’interno, il layout della plancia è lo stesso, con il quadro strumenti concentrato nell’ampio display sferico della console centrale, insieme a un sistema multimediale più moderno che eredita l’interfaccia iDrive di nona generazione presente sulle compatte BMW. La piattaforma è completamente personalizzabile e l’attenzione ai dettagli è evidente nelle bocchette dell’aria disposte orizzontalmente e integrate nella plancia.
ALLESTIMENTI E DATI TECNICI
Il nuovo modello MINI è ora in vendita in Italia ed è disponibile nei livelli di allestimento “Essential”, “Favoured”, “Classic” e lo sportivo “John Cooper Works”, quest’ultimo solo con uno stile speciale ma senza un generoso aumento delle prestazioni. In realtà, il marchio non offrirà una versione sportiva di alto livello di questo modello, come non ha fatto finora.
MINI ha presentato il suo modello più piccolo e pratico con due motorizzazioni, entrambe con tecnologia Twin Power Turbo e cambio automatico a sette rapporti, battezzate C e S. La prima ha un motore a tre cilindri da 1,5 litri che sviluppa una potenza massima di 156 CV, mentre la seconda ha un blocco a quattro cilindri da 2,0 litri con prestazioni generose che potete vedere in dettaglio qui sotto.