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Il Record Bugatti a Nardò nel Blu dipinto di Blu Metano

Giorno d’estate del 1994, con il sole della Puglia che non perdona e regala il classico riverbero infuocato con il suo accecante riflesso sulle superfici di strade e mura; e l’aria che si incendia creando un invisibile schermo tremolante e sgranato tra l’occhio di chi guarda e lo spazio osservato. La piana tipica di questi posti lancia messaggi forti di vacanze, mare e relax in una giornata come questa. Ma nell’apparente quiete da ambiente balneare irrompe un frenetico movimento di uomini e mezzi.

Siamo a Nardò, la famosa Pista di Prova anulare che si è meritata nel tempo la fama di pista da record. E se siamo là, chi si muove quasi fosse impazzito da e fuori la carovana di auto e camion che si è data appuntamento per sfidare afa e storia ha in mente un solo obbiettivo, appunto: i record. Per lasciare ai posteri una traccia davvero indelebile, a partire dalla protagonista dell’avventura.Pochi mesi dopo questa giornata Nardò stessa festeggerà i venti anni di vita “automobilistica” di massa, essendo stata aperta da Luglio1975 per questo tipo di test con la denominazione SASN per poi diventare “Fiat Centro Test”: quattro corsie per una carreggiata totale di 16 metri per i test di auto e moto.

Qui nel 1979 c’era stato un precedente illustre con il Prototipo Mercedes lanciato a quasi 400 Chilometri ora, ed altri: ma la Bugatti è una auto omologata per la strada che praticamente soffia sul collo dei prototipi per velocità, non propriamente uno scherzo.

 

Il circuito di Nardò si trova nell’incrocio di Provincie tra Lecce, Brindisi, Taranto, e pochi ricordano che sta per compiere venti anni dopo che la Fiat, originaria costruttrice, l’ha inaugurata; il1994 anticipa di pochi anni il passaggio della gestione da Fiat a Prototipo SpA. 

Nel 2012 la stessa Pista sarà ceduta a Porsche Engineering ma questo è un futuro che in questo giorno di estate del 1994 non interessa a nessuno. Oggi su quell’anello di quasi 13 chilometri deve esplodere una supernova a quattro ruote dal colore inconfondibile e dalla storia breve ma di già unica ed irripetibile.

 Si svela, nel nugolo di avventurosi eroi del gruppetto animato, una livrea blu, o meglio: Bleu Bugatti/Avio Blu, come recitano le indicazioni sacre del Registro storico consultabile in Rete; bassa e suadente, questa è una Supercar che da diversi anni ha conquistato implicitamente il ruolo di regina stradale di inizio decade (anni ’90) perché di Lei e del progetto complessivo che l’ha fatta nascere si sono cominciate a riempire le pagine dei giornali da almeno un lustro prima.

Il motivo? Il nome, le premesse, gli obbiettivi e la stessa fisionomia tecnica e stilistica di questa bellissima berlinetta azzurra che si muove, come fosse una diva dell’Opera, sul palcoscenico dell’Anello sono il filo conduttore di questa improvvisa nuova leggenda il cui nome torna alla ribalta creando un anello storico magico come quello di Nardò che attende, solido ed impassibile, il passaggio delle ruote di quel sogno chiamato Bugatti EB110.

La principessa Blu, a Nardò ancora più Blu

Tutto è iconico in Lei, a partire dai nomi di vere e proprie leggende umane che accompagnano con il loro genio la start up di questo gioiello, il cui “castone” come proprio una gemma si ritrova al centro basso del profilo anteriore: è il simbolo che evoca il suggestivo copriradiatore a ferro di cavallo che richiama le opere di Sir Ettore, ma soprattutto la Type 251 di F1 pensata da Gioacchino Colombo che rappresenta l’ultima realizzazione iconica nel Dopoguerra del Marchio in ambito auto, prima che venga venduta alla ormai precaria Hispano Suiza e da questa alla “Snecma” – gigante francese dell’aerospaziale partecipato dallo Stato transalpino. 

Da questa il Marchio Bugatti viene rilevato per la nuova avventura marchiata Artioli, Stanzani e altri protagonisti di rilievo nell’avventura, senza omettere l’iniziale interessamento del Cavaliere Ferruccio Lamborghini che, anni dopo aver ceduto la sua creatura di Sant’Agata, aveva rimesso il naso in faccende di auto, senza tuttavia entrare concretamente nella avventura della rinascita di Bugatti.

Dunque il percorso natale di EB110 parte dal 1987 quando la nuova Società viene fondata, passando prima per la costruzione certosina della mitica “Fabbrica Blu” di Campogalliano e poi per la vera e propria quattro ruote: una linea unica, frutto del lavoro magistrale e determinante di Marcello Gandini e caratterizzata infine dai particolari di complemento di Giampaolo Benedini, la collaborazione di Tecnostile, un telaio – lavorato dalla Aerospatiale – mai osato in precedenza ed una piattaforma tecnologica che in una Supercar stradale non era mai stata concepita in contemporanea e così articolata e completa: trazione integrale, motore posteriore centrale, 12 cilindri a V di 60°, quattro turbine IHI, monoblocco in magnesio ed alluminio, testate in alluminio e titanio, senza farsi mancare nulla del meglio che la tecnologia universale in quel momento sa esprimere, incluso il prodigio Yamaha sulle 5 valvole per cilindro. 

Risultato, 560 CV espressi da “solo” si fa per dire 3500 cc. ma che nella versione “SS” (alternativa alla GT) arrivano a 610. No davvero, nulla può somigliare a quel gioiello di Bugatti EB110 nella sua epoca.

Dire cosa sia nel 1991 quella belva aristocratica a confronto delle principali concorrenti è difficile perché Bugatti EB110 sembra creare una categoria di mercato a parte dove paradossalmente la concorrente ideale è una sintesi tra Lambo Diablo, Jaguar XJ220 e Ferrari F40. Bugatti EB110 ha nel suo carattere tante prerogative che difficilmente si ritrovano in altre auto singole. 

Una gestazione ed un percorso industriale che tuttavia, e forse ne segna uno degli aspetti più sanguigni e drammatici, sono caratterizzati molto spesso da scontri tra Titani veri e propri, da uscite di scena, addii, discussioni e ripensamenti. 

Una vicenda unica, senza dubbio, che presenta come cornice discreta e insieme fondamentale il ruolino di marcia di ore, giorni, settimane di test su asfalto che vengono compiuti in condizioni estreme da coraggiosi tester per regolare e collaudare ogni prodigio tecnico nuovo ed inusitato della rivoluzionaria Bugatti; e tra questi coraggiosi e solerti tester spicca un nome, quello di Loris Bicocchi già collaudatore per Lamborghini.

Lui e pochi altri limano gli assetti, definiscono la ripartizione ideale della trazione tra i due assi, sollecitano fino all’inverosimile le nuove architetture e i nuovi materiali che mai erano stati tentati in misura così estesa e complessa dentro una stradale.

Ma in questa prova di Nardò sotto il sole estivo del 1994 la Bugatti EB110 GT blu ha in più una caratteristica unica. Che è a sua volta colorata di un bellissimo blu, anzi azzurro: l’alimentazione a metano. Segnalata dalla iconica “M” stilizzata e dal logo “Green Gas” presenti sulle fiancate della GT.

E sembra un accenno di magia, quel record: nel Blu Bugatti dipinto di Blu Metano, nella terra di Mimmo Modugno che scompare proprio in questa estate del 1994.

Quella GT che già sin dalla sua presentazione si fregiava del requisito di auto di serie più veloce al mondo (la sua omologazione per 336 Km/h in versione GT viene abbattuta nella realtà con la soglia registrata già in pista di 342 Km/h. mentre il collega di Bicocchi, Jean Philippe Vittecoq, si fregia poco dopo  Nardò anche del record assoluto per l’epoca per una auto di serie, fermando i crono a 351 Kmh. con una “SS”) è appena riuscita a girare al Ring nel 1991 in soli 7 minuti e 44 secondi, un tempo stratosferico; ma la voglia degli uomini Bugatti di sorprendere e di sostenere ancora quella principessa blu/azzurra in nuove imprese porta qui a Nardò la nuova sfida: rendere una alimentazione – fino a quel momento dipinta da tutti come la soluzione dell’impiegato statale contro i rincari della benzina – un asso nella manica anche dei supersportivi che però hanno a cuore l’aria che respirano.

E a tutti coloro che amano questo approccio eco-sportivo, la Bugatti sta per regalare una emozione unica: guidata da Loris Bicocchi sta per diventare la più veloce auto omologata per la circolazione stradale; e tra pochi mesi, quando appunto la EB110 SS con Vittecoq al volante volerà a 351 km/h la blu/azzurra “GT” con telaio #39049 rimarrà per un bel po’ di tempo ancora la più veloce del mondo a metano. 

Non c’è ancora, in questo soleggiato 1994, l’oceano internettiano che diffonde in pochi clic ogni notizia dai quattro angoli del globo. Ci fosse stato, forse intorno alla banda di scalmanati che armeggia intorno a Sua Beltà EB100 GT si unirebbe una folla di curiosi nata spontaneamente dal passaparola via Web e Social, mentre invece la notizia del record filtrerà dalle Tv e dai giornali abbastanza sottotono, salvo gli approfondimenti delle riviste di settore.

E forse una nuova piccola occasione per Artioli di collezionare pubblicità e riscontri per la sua avventura al capolinea si è persa nel vuoto. Forse lui stesso ha creduto che quella piccola impresa avrebbe impressionato di più tutta la platea degli appassionati. Ma molto semplicemente forse Artioli aveva finito per ascoltare sempre e soprattutto sé stesso. Ed in effetti stona davvero parecchio in questo record l’antinomia tra la caratura popolare e di massa di questo record a metano e l’immagine sempre più evanescente e lontana della EB110. 

Che nell’esemplare allestito per il Record corrisponderebbe, nelle sacre memorie aziendali, ad un mezzo per le prove demo. E pare che abbia un altro particolare unico oltre all’impianto a metano, cioè una modanatura posteriore tra i due fari diversa da quello di foggia convenzionale usata nella EB110. Ma gira voce che questa particolare GT sia servita anche per testare l’allestimento tecnologico per rispettare le normative statunitensi. Per questo avrebbe una caratterizzazione ancora più esclusiva e personalizzata, vista la potenziale destinazione al mercato USA.

Bugatti EB110 GT a metano, la chiave per aprire a Bugatti le porte degli USA?

Quel mercato che avrebbe accolto a braccia aperte la principessa di Campogalliano; ma come amava dire Soichiro Honda, quando un’industria tecnologica (lui parlava della sua, ma la Bugatti non era certo da meno) assume cento nuovi Ingegneri per portare le sue auto in America, la General Motors assume cento nuovi Avvocati. Il mercato statunitense avrebbe davvero portato ossigeno alla Bugatti…

Parte fondamentale nello studio della tecnologia fondamentale di doppia alimentazione per il motore Bugatti è la “Bugatti Electronics” condotta alla data del Record dall’Ingegner Giovanni Barbanti, vero e proprio figlio d’arte poiché il padre era stato a sua volta un vero Guru in tema di alimentazione a Gas per autotrazione con diversi accorgimenti e dispositivi tra i quali l’Ecogaz 2000. 

Il sistema di alimentazione a Gas per il Record ha previsto diverse modifiche,la più vistosa delle quali è costituita dalle bombole per il pieno di metano poste nell’abitacolo oltre ad una serie di manometri, display e indicatori supplementari rispetto alla dotazione del cruscotto di “serie”, ma anche all’esterno la modifica più vistosa è il parziale e temporaneo abbandono dei cerchi “Royale” per adottarne di idonei (e più leggeri?) per la prova in pista. Pista che, per quanto riguarda Nardò, prevede una inclinazione che definisce la soglia di c.d. velocità neutra ai 240 Km/h; cosa significa? 

Che l’inclinazione del manto stradale, rispetto all’orizzonte, destinata a controbilanciare la forza centrifuga tipica dell’anello di Nardò è tale da consentire la neutralizzazione dello stesso vettore centrifugo (che spingerebbe l’auto all’esterno della curva) nell’intervallo di velocità prossimo e dentro i 240 Km/h. Oltre tale velocità, per contrastare la spinta verso l’esterno occorre girare opportunamente lo sterzo. La EB110 dovrebbe pertanto aver percorso il giro in velocità piena a Nardò con un angolo di sterzo raffigurabile in un valore entro i 30°. Chi sa di tecnica ammette che questa dinamica porta effettivamente a “frenare” un po’ l’auto lanciata in pieno rispetto ad un lancio su fettuccia dritta. Cioè, penserete Voi, la EB110GT in rettilineo avrebbe espresso, a Metano, poco di più dei quasi 345 Km/h? Forse si, chi può dirlo?

Dominare le strade senza offendere l’ambiente. Una scommessa, vinta da Bugatti

In questo periodo dove l’Europa comincia a tributare al suo motore reso simbolo del Continente – il Turbodiesel – un successo commerciale mai visto prima, i più furbi, i più razionali, i più smart viaggiano a Gasolio, in questa nuova Europa del tempo: contraddizioni della moda……Ma il metano non era una moda in Europa ed in Italia: persino Francia e Germania, nonostante gli esordi e le prime sperimentazioni storiche di auto a Gas naturale parlassero italiano (tra l’altro alla fine del 1700 fu Alessandro Volta a scoprire e definire il metano raccogliendolo dai fanghi del lago di Garda) furono sensibili alla doppia alimentazione anche nel prodotto captive cioè nativo in Casa. Ma appunto il Diesel era diventato di “moda”.

Moda che, nell’Italia divenuta sempre più “etta” dopo il crollo della Lira nello SME e la nuova Unione di Maastricht che ha abolito del tutto le dogane e le sue barriere protezionistiche, porta ormai il Made in Italy a soffrire il nuovo modello vincente tedesco; e complice anche una gestione fin troppo azzardata da parte del vertice aziendale assoluto – e tuttavia segnalata e inutilmente contrastata da pochi uomini di buon senso in Bugatti – la casa di Campogalliano sta davvero precipitando finanziariamente. Insomma, questo test di velocità di Nardò con il metano, come l’avventura di Le Mans sono le ultime frecce di una avventura che sta progressivamente naufragando, ma la passione non ci pensa e questo giorno di estate 1994 la principessa EB110 torna ad irretire tutti con la sua bellezza. Si lascia toccare,smontare, regolare per poi, a breve, divorare la pista.

Sulle fiancate una scritta iconica e chiarificatrice in bella vista fa capolino su tutto: la “M” di SNAM, il marchio della Società potentissima a livello energetico del Gruppo ENI. L’occasione di Nardò, che ai più potrebbe apparire come una parentesi aristocratica ma episodica e di nicchia per le sorti commerciali conseguenti, viene invece dipinta come un evento mondiale da almeno due dei quattro promotori del Record a Metano di Nardò.

Uno è senza dubbio l’A.D. Snam Alberto Meomartini che celebra il metano come la risorsa adatta a mantenere altissime prestazioni e rispettare l’ambiente, in una operazione prestigiosa cui seguirà, forse casualmente e forse no, la decisione dello stesso Gruppo Fiat dal 1997 di commercializzare una gamma “captive” e nativa di motori con alimentazione a Gas. Operazione che con chiaroscuri il Gruppo di Torino svolgerà quasi come capostipite di altre iniziative da parte di Brand concorrenti.

L’altro è ovviamente Romano Artioli che non perde occasione per indorare come un momento storico quel test, per stigmatizzare la superiorità tecnica di una EB110 che con punte di 650 CV. ad 8200 giri/min. del V12 quadriturbo fa davvero paura.

Ma nel cuore e nella testa di Romano Artioli c’è forse anche la speranza di riuscire, con questa nuova creatura eco-compatibile, a sfondare le porte del mercato USA che fino a questo Record sono rimaste praticamente sprangate verso la Bugatti. 

Che, nella versione “super Green” trova subito l’etichetta del prezzo che lo stesso Boss Romano gli affibbia: 300 milioni tondi tondi di questo 1994 per portare a casa un simbolo di sportività e di coscienza ambientale dentro ad un contesto tuttavia che per il Metano è ancora da sviluppare pienamente. 

Un concentrato di vincoli e divieti, di norme tecniche pesanti contro una rete di distribuzione che ad estate 1994 contempla ancora solo 250 Punti di distribuzione in Italia…

Snam, Bugatti Electronics, Florgas: un Team eccezionale per un record

Il terzo protagonista dell’avventura Bugatti a metano è proprio una costola del Marchio: si tratta come detto di “Bugatti Electronics – di cui Artioli nelle interviste ai giornali presenti in quel frangente fornisce un vero encomio verso la sua grande capacità di sviluppare sistemi e software di iniezione elettronica per combustibili gassosi con soluzioni d’avanguardia protette a questa data da più di 20 brevetti internazionali.

Ma se Snam è l’ottimo e potente spirito patrocinatore dell’impresa in questo giorno di estate del 1994, la mente ed il braccio creativo e di officina sono dentro una realtà tutta italiana che a dispetto della dimensione artigianale e familiare (la famiglia Dall’Aglio e il suo riferimento elettivo, Loris) ha competenze e volontà che non sfigurano rispetto a qualunque competitor ben più corposo dell’azienda di Rovigo. 

L’azienda è la Florgas, scelta da Bugatti e Snam come partner ufficiale e più adatto per trasformare i delicati e complessi sistemi della EB110. E da Loris (Dall’Oglio) a Loris (Bicocchi) quell’impianto – denominato GreenGas e poi E-Gas – si dimostrerà per anni il più veloce del mondo con quasi 345 Km/h raggiunti a Nardò.

Florgas, una eccellenza tecnologica nazionale in tema di alimentazione a Gas

Chissà cosa è passato per la mente ai concittadini di Rovigo vicini alla Florgas di Loris quando per qualche tempo è apparsa Lei, forse la supercar di Campogalliano entrata nei capannoni Florgasper le prove fisiche, le misurazioni e la definizione dell’impianto.

E la principessa passa da 560 a 650 Cv grazie anche al maggior numero di ottani espresso da metano a confronto con la benzina commerciale. A Rovigo si toccava con mano la gioia e l’orgoglio. Ed a ragione, visto che nel 1994 di Nardò non si ricorda altro Costruttore ufficiale impegnato a conquistare un record con la doppia alimentazione. 

Il che, nell’Europa dei catalizzatori e dell’addio drastico ai carburatori fa capire quanta superstizione vi fosse sull’argomento. Ed eccoci qui, davanti alla pista, foto di rito del Gruppetto di avventurosi, cappellini per proteggersi dal sole, occhiali scuri e fazzoletti al collo. Un caldo infernale, ma a ben pensare questo sembra essere un guanto di sfida ulteriore alle superstizioni del tempo: il Metano esplode? Il metano prende fuoco più facilmente?

Bene, con un motore “supercharged” a temperature modello altoforno durante i giri percorsi a tutto gas, e nonostante le giornate canicolari, qui a Nardò nessuno si fa il segno di croce. 

Qui tra questi scalmananti il metano non è un problema o un pericolo, è un compagno di battaglie. 

E la EB110GT, piena zeppa nell’abitacolo di strumentazione tra cui un acquisitore telemetria esteso come una pianola che occupa lo spazio del vetro laterale passeggero, sta per lanciarsi nell’Impresa. 

Se l’abitacolo pare una stanza server di un centro di calcolo, l’immagine del vano motore appare come una sorta di reticolato di guerra, con le implementazioni dovute al nuovo impianto a metano con le centraline e le nuove connessioni elettriche ed elettroniche, i quattro riduttori di pressione, e persino il simbolo iconico di tubazioni siliconiche per il gas metano che si articolano in bella vista con un colore blu Bugatti perentorio. 

Quella pista di Nardò sta per regalare il tris a Campogalliano: EB110 GT di serie a 342 Km/h, Loris Bicocchi e la EB110 GT a metano e poco dopo la EB110 SS a 351 Km/h con Vittecoq. 

Ripeto, in epoca social un altro Costruttore ci avrebbe fatturato le vendite dell’anno successivo…

Ma ecco l’ora della verità: senza la classica benzina commerciale “Premium” europea che esprime nel 1994 98 RON e con le bombole del metano che aumentano il peso dell’auto di circa 265 libbre la EB110 GT è pronta a sfidare la storia. La sfida è vinta, la telemetria non mente e fissa la velocità record di 344,77 Km/h. L’estate si illumina di Blu, il gruppetto di scalmanati esulta, e qualcuno non trattiene le lacrime di gioia.

I nipoti di questa avventura del 1994 potranno ammirare la Bugatti dei record a metano, a quanto si dice, in un Museo della Pennsylvania dove pare l’abbia posta un acquirente americano… Il museo Louis Mascaro. Chissà se ci si trova ancora adesso…

Riccardo Bellumori

Dacia Spring 65CV Extreme: Prova su strada [VIDEO]

La nuova Dacia Spring è una vera rivoluzione nel panorama della mobilità urbana e non solo.

Motore elettrico da 65CV e 113Nm di coppia, grazie alla batteria da 26,8 kWh facciamo senza problemi (VERI) 200km.
Ecco come si comporta nella prova su strada approfondita!

Trasforma una Toyota Celica in una Ferrari F12

Quando il tuning diventa estremo si finisce per trasformare una Toyota Celica in una Ferrari F12.

Se avete sempre sognato di possedere una Ferrari V12 gran turismo ma il vostro portafoglio vi ricorda crudelmente che fate la spesa nella corsia dei “noodles istantanei e cereali di marca”, non preoccupatevi, c’è ancora speranza. Per circa il costo di un semestre di università, potete accaparrarvi questa Toyota Celica modificata in modo selvaggio proveniente dalla Thailandia, un’auto che cerca in tutti i modi (forse troppo) di vivere la sua fantasia Ferrari.

Come alcuni di voi potranno intuire dalla serra, la vettura in questione è nata come Toyota Celica di sesta generazione, venduta tra il 1993 e il 1999. Sebbene la trasformazione in una Ferrari 550 Maranello avrebbe consentito di ottenere una replica d’epoca, la carrozzeria locale ha optato per un modello più recente.
La musa ispiratrice di questa trasformazione è stata la Ferrari F12 Berlinetta, una gran turismo che ha debuttato nel 2012. Il frontale è la parte più convincente della replica, con fari personalizzati, parafanghi sporgenti e un cofano ventilato che cerca di catturare l’essenza della Ferrari F12. Tuttavia, le prese d’aria del paraurti potrebbero essere perfezionate per imitare meglio il caratteristico “sorriso maligno” dell’originale. E se potessimo dire la nostra, sposteremmo sicuramente l’emblema Ferrari molto più in basso sul muso, perché attualmente si trova troppo in alto per sembrare naturale.

Il profilo laterale è il punto in cui le cose iniziano a complicarsi. Le linee graziosamente scolpite della F12 Berlinetta si sono rivelate un’impresa ardua da replicare, anche con l’aiuto di adesivi neri strategicamente posizionati. Purtroppo, gli adesivi servono solo a evidenziare ciò che manca. I cerchi aftermarket, avvolti in pneumatici allungati, chiedono praticamente dei distanziali, mentre gli specchietti retrovisori in stile BMW M sono ridicolmente sottodimensionati per il lavoro da svolgere e sembrano più fuori luogo delle crocs a un evento in smoking.

La Toyota Celica insegue i sogni della Ferrari con un budget limitato
La Toyota Celica insegue i sogni della Ferrari con un budget limitato
Il posteriore abbandona del tutto il copione Ferrari, optando invece per quello che può essere descritto solo come un omaggio a basso costo alla Lykan HyperSport. I fanali posteriori sovradimensionati incorniciati da spesse finiture nere hanno un aspetto sgradevole, l’alettone posteriore fisso sembra appiccicato e i finti terminali di scarico centrali con un diffusore mal realizzato non fanno che aumentare la confusione.

Entrando, si viene colpiti da una travolgente ondata di rosso. I sedili rivestiti in pelle, gli accenti in plastica rossa sul cruscotto, i pannelli delle porte in tinta e il volante a tre razze che sacrifica l’airbag per “sportività” creano un mare monocromatico che sembra un raduno di fan di Fast and Furious.

DA TOYOTA A FERRARI

Nonostante le modifiche visive, l’annuncio non menziona alcun aggiornamento delle prestazioni. Un’unica foto del vano motore suggerisce che questa Celica monta il motore a quattro cilindri da 2,2 litri aspirato, che negli anni ’90 la Toyota Celica aveva una potenza di 135 CV (101 kW / 137 PS). È abbinato a un cambio manuale a cinque rapporti, che invia la potenza alle ruote anteriori.

Questa Toyota Celica trasformata in Faux-rari i è stata inserita in un gruppo Facebook chiamato Toyota Celica Club Thailand.

Il prezzo richiesto è di 235.000 baht (circa 6.800 dollari), il che la rende significativamente più economica di qualsiasi Ferrari usata in un unico esemplare.

Xiaomi punta al record nel 2025 con SU7 e YU7

In soli tre anni e mezzo, il gigante tecnologico cinese Xiaomi è passato dall’elettronica di consumo alla costruzione di una delle berline elettriche più pubblicizzate sul mercato.

L’azienda ha ora grandi ambizioni, puntando a un aumento delle vendite di oltre due volte e il recente lancio del suo primo SUV è un tassello importante del suo piano strategico. Sta inoltre lavorando a un terzo intrigante modello.

Durante una recente trasmissione di Capodanno, il fondatore e amministratore delegato di Xiaomi Lei Jun ha rivelato che il marchio consegnerà oltre 135.000 esemplari della berlina elettrica SU7 nel 2024. Si tratta di una cifra particolarmente impressionante se si considera che l’auto è stata lanciata solo a marzo e Xiaomi aveva inizialmente sperato di vendere 100.000 unità fino al 2024.

Le vendite del SU7 sono aumentate costantemente nel corso dell’anno. A giugno sono stati venduti 14.296 esemplari e, mentre le vendite hanno subito un leggero rallentamento a luglio, agosto e settembre, hanno registrato una forte ripresa a ottobre con 20.726 consegne. A novembre, le vendite sono nuovamente aumentate a 23.156 unità.
Per celebrare il 15° anniversario di Xiaomi, l’azienda ha presentato una speciale versione rosa acceso dell’SU7. Disponibile in esclusiva attraverso l’app Xiaomi EV dal 1° gennaio, è dotata anche di esclusivi cerchi rosa e argento.

I NUMERI DI XIAOMI

Il secondo modello di Xiaomi è stato recentemente presentato sotto forma di SUV YU7. Anche se le specifiche tecniche sono rimaste segrete, probabilmente avrà caratteristiche molto simili a quelle della berlina SU7. Tra queste, le opzioni per le batterie da 73,6 kWh, 94,3 kWh e 101 kWh. Tutte le versioni della YU7 saranno vendute con trazione integrale a doppio motore, con un motore anteriore da 295 CV e uno posteriore da 386 CV, per una potenza complessiva di 681 CV.

La Xiaomi YU7 costerà un po’ di più della SU7, ma avrà comunque un buon prezzo, almeno secondo i media cinesi che sostengono che i prezzi si aggireranno intorno ai 250.000-300.000 ¥ (~34.200-41.000 $). Le consegne inizieranno a giugno o luglio.

In Messico le auto cinesi battono le tedesche Premium

Le auto tedesche premium continuano a perdere terreno. Un tempo, non molto lontano, le auto giapponesi erano considerate inferiori alle loro controparti europee. Tuttavia, con il passare del tempo, questi marchi hanno iniziato a essere più riconosciuti, con Lexus che è l’esempio più brillante di un marchio premium giapponese di successo. La stessa transizione potrebbe avvenire oggi con le auto cinesi?

Le auto cinesi sono già fuori mercato negli Stati Uniti e la promessa del presidente entrante Donald Trump di imporre tariffe ancora più alte significa che l’ingresso in America diventerà praticamente proibitivo, a meno che non si creino fabbriche locali. Tuttavia, i dati provenienti dall’altra parte del confine, in Messico, possono essere una prova a sostegno di questa teoria. Il segmento premium del Paese è stato a lungo dominato da marchi di fascia alta come Mercedes-Benz e BMW. Ma l’ascesa dei marchi cinesi riflette un cambiamento nelle preferenze dei consumatori, guidati da un mix di convenienza, tecnologia e comfort.

Secondo l’Associazione messicana dei distributori automobilistici (AMDA), le vendite di auto di lusso sono calate dell’8,1% da gennaio a novembre, con Audi e Mercedes-Benz che hanno subito un calo rispettivamente del 21,9% e del 9,8%. Nel frattempo, le vendite di BMW hanno ristagnato in una delle maggiori economie dell’America Latina.

Mentre questi attori affermati hanno lottato, i marchi cinesi sono andati a rubata. Motornation, che rappresenta nomi come BAIC, JMC e Changan, ha registrato un aumento delle vendite dell’8,8% nello stesso periodo. Jetour, un concorrente relativamente nuovo, è salito alle stelle con uno sbalorditivo aumento del 131%. Ora i marchi cinesi controllano il 9,3% del mercato automobilistico messicano, un risultato notevole se si considera la loro reputazione tutt’altro che brillante nella regione solo pochi anni fa.

LE CINESI AL TOP

Parlando con Fortune, Miguel Reyes, un pensionato di 71 anni, incarna questa tendenza crescente. Scegliendo un modello cinese che gli è costato circa 27.000 dollari, Reyes ha detto che la decisione è stata “semplice aritmetica”. Per un comfort e una tecnologia simili, come l’assistenza allo sterzo, un marchio di lusso tradizionale gli avrebbe fatto spendere dai 40.000 ai 50.000 dollari.

I produttori cinesi hanno anche sfruttato l’esenzione tariffaria di breve durata prevista dal Messico per i veicoli elettrici, che è durata dal 2020 all’ottobre 2023. Marchi come BYD e Zeekr offrono ora una gamma di modelli elettrici, dalle auto compatte con un prezzo di 17.000 dollari ai veicoli di lusso che raggiungono i 50.000 dollari.

Mezzo secolo senza Iso: storia di un sogno (quasi) tutto italiano

Milano: fermata della Metro Sesto Rondò, in direzione Bresso (la ideale prosecuzione del quartiere Niguarda). Partire di mattina presto, talmente presto che le vie di quel Quartiere/città le attraversi come trovandoti in un gioco di corridoi urbani, dove la presenza umana è tra una serie di negozi di lavoratori stranieri, in un clima buonista dove già dire questo sostantivo ti fa subito sentire colpevole di chissà cosa. 

Sesto Rondò (che in effetti ha l’uscita della metro proprio davanti ad un Rondò, cioè una rotatoria…..) è senza dubbio Milano. Se ci fossimo trovati a Roma forse non avremmo visto neppure la palina della fermata Autobus. Invece qui c’è tutto, dalla palina al piccolo Box di cortesia e persino, pensate, un autobus sempre puntualissimo. 

Lo prendiamo guardando per un ultimo attimo il contesto verde ed un poco brutale della Piazza; e quel Bus ci lascia davanti ad uno dei supermercati Discount di Bresso a Via Vittorio Veneto , e non per nostra volontà. 

Ma per colpa veniale dell’Autista (che è marchigiano e non conosce la storia industriale della Brianza) che ci lascia un poco lontano dal Parco”Renzo Rivolta”. E così ci toccano 5 minuti a piedi per raggiungere il Parco, ma è una mattina senza tempo e passeggiare fa solo piacere. 

Mi sorprendono tre pensieri: il primo è che ogni famiglia italiana, che ami e voglia difendere il suo passato e la storia del mondo auto italiano, con circa 35 Euro a cranio (promozione Trenitalia Regionali permettendo su ragazzi ed “Over”) potrebbe regalarsi ancora tre giorni interi di “Autologia” alla ricerca dei paradisi perduti che ci hanno fatto grandi nel mondo. 

Il secondo pensiero è che da Sesto Rondò a qui è stato – come detto – un continuo di negozi “etnici” (uso questo termine perchè è Correct; dire “cinesi”, “bangladesh” ed “africani” disturberebbe i manovratori………) 

Non so se sia un buon segno. Il terzo pensiero è che a Lambrate Ferdinando Innocenti fece fortuna dopo una mega commessa di lavoro avuta dal nipote dell’unico Papa nativo di Desio; mentre l’Industriale simbolo di Desio, Edoardo Bianchi, proveniva come orfano dal Collegio Martinit che si trova ora a Lambrate.

E che alla fine il Cavalier Renzo Rivolta sembra il trait d’union di questa figura geometrica. Nasce a Desio, porta da Bolzaneto (Genova, città natale di Enrico Piaggio) un Marchio che inizialmente darà fastidio alla Piaggio Vespa, appunto, ed alla Lambretta Innocenti; per questo porta nel simbolo iconografico del Marchio la figura del Grifone. 

E per fare la leggenda che ha creato nelle quattro ruote arriva qui a quello che oggi si chiama Parco Renzo Rivolta, che protegge tre caratteristici Hangar con la volta a semi circonferenza che sono là davanti, coccolati inconsapevolmente dai frequentatori dei giardini intorno. 

Purtroppo i capannoni dei magazzini, gli alloggi e la mensa dei Dipendenti, la Pista Prova e (forse) la splendida Villa Rivolta non ci sono più, ma non ho tempo di girare il Parco. Tuttavia mi capita di pensare a cosa avrebbe potuto regalare di molto peggio il paesaggio se non vi fosse stata quasi un quarto di secolo fa la opposizione anche dura ed estrema degli appassionati del Marchio Iso alle ruspe che avrebbero dovuto abbattere e cancellare un pezzo di storia,

Ho invece la possibilità di entrare un attimo nell’Ufficio Postale che si trova dentro uno degli Hangar e vivere da dentro un pezzo di storia, quello si. 

Mi fermo a guardare la bellezza dei murales dedicati a una storia unica, e penso che senza l’impegno e la resistenza persino fisica alle ruspe di questi Hangar sarebbe rimasto nulla come al Portello, a Desio, ed altrove. E se c’è un milanese “DOC” (nonostante sia nato a Desio, in Brianza) per me quest’uomo è il Cavalier Renzo Rivolta.

Proprio lui e la sua linea di leggendarie e prestigiose GT sono stati il tema centrale di una Rassegna al Mauto nel 2023, frutto della disponibilità della mai troppo rimpianta Direttrice dell’epoca e dell’impegno generoso degli appassionati del Marchio Iso che hanno articolato la struttura e la cornice della Mostra, hanno reperito le auto e le moto regalando al mondo una esposizione straordinaria.

Con l’evento “The Iso Adventure” basata sulle straordinarie leggende a quattro ruote che da Bresso, presso l’attuale “Parco Renzo Rivolta” hanno reso celebre il Marchio del Grifone in tutto il mondo, si è diapanata la mostra al Mauto. Perchè appunto c’eraanche il cuore di Bresso dentro al cuore di Torino, in questi giorni. E c’era un pezzo di mare, quello di Genova dove Renzo Rivolta a soli 31 anni andò a rilevare la Isothermos di Bolzaneto.

E c’è persino un incrocio di destini speciali dentro questo semplice passaggio, poiché Renzo Rivolta nasce in quella Desio (Brianza) che fu la meta scelta dal Cavalier Edoardo Bianchi, il “Re delle Biciclette” che diventa guarda caso il Fornitore della Reale Casa Sabauda, insegnando alla Regina Margherita di Savoia a pedalare con nobiltà i suoi capolavori a due ruote.

Renzo Rivolta rileva dunque la Società genovese “Isothermos” per iniziare un percorso industriale da quella città che, purtroppo oggetto di bombardamenti, viene molto presto lasciata per trasferire tutto alla Villa Patellari di Bresso, intorno e vicino alla quale l’Ingegnere crea un impianto industriale che i tedeschi ed americani all’epoca neppure si sarebbero sognati, perchè mette a fianco di una ambientazione cinquecentesca il meglio della tecnologia possibile a quei tempi: Stabilimento produttivo, Capannoni per Logistica ed approvvigionamenti; Strutture di ricovero e di ospitalità per Operai, tecnici ed impiegati. 10.000 Metri quadri di sito produttivo, presse industriali per scocche e carrozzerie capaci, a pieno regime, di stampare 300 unità in una giornata lavorativa, roba da 10.000 pezzi all’anno.

E nella sua visione di Imprenditore modello Renzo Rivolta fa realizzare nel Settembre del 1954 persino una Pista di prova dentro quella tenuta di Bresso: quasi un chilometro con tre curve sopraelevate ed un tratto sconnesso per testare le sospensioni, con una forma a “Boomerang” in grado di presentare quattro curve di diametro differente di cui tre persino sopraelevate.

A Bresso un gioiello di Impresa

La mitica “Isetta” aveva appena soppiantato dal 1952 la gamma di due ruote “Isomoto” ed aveva svelato un aspetto del pubblico di consumatori italiani che si appaleserà più compiutamente in ambito di produzione auto: nemo profeta in patriae  a meno di non chiamarsi Fiat. 

Fiat che anche proprio per arginare la proliferazione di concorrenza nazionale intorno a Torino nel settore delle utilitarie (Alfa Dauphine, appunto Isetta e nel breve la Innocenti di Lambrate) favorisce la nascita di “Autobianchi” a Desio; e la “Bianchina” in fondo ha molto più in comune con i concetti della Isetta che non con la di poco successiva “Nuova 500” del 1957. 

Fiat che tributò indirettamente un titolo ufficiale di concorrente temibile alla Iso dell’Ingegner Renzo: quando nel 1961 il prototipo di una “multipurpose” che avrebbe fatto di sicuro en plein nel mercato partì da Bresso verso Torino-Fiat (perché nella sua innata voglia di perfezione anche quella “Centomila” – nome tecnico e convenzionale rimasto alla storia – Renzo Rivolta ipotizzò di adottare un motore più idoneo del bicilindrico Iso da 400/500 cc. e la scelta andò sul motore Fiat 500 ovvero SteyrPuch affine come filosofia e cilindrata), da Corso Marconi arrivò la proposta indecente di costruire in Joint Venture la “Centomila” a patto di cedere alla Fiat la maggioranza di controllo della Iso. Se solo si fosse capita fin da subito la natura e la profonda natura umana di Rivolta, quella proposta non sarebbe mai stata neppure concepita. Ed infatti la “Centomila” saltò…….. Ma torniamo a Bresso, lo Stabilimento e la Pista Prova: immaginate la sorpresa e la curiosità dei residenti nei palazzi circostanti che, affacciandosi alla finestra che dava su quel parco dentro ad un Centro abitato, si trovavano periodicamente quei sogni a quattro ruote che provavano lungo la Pista…Ma Renzo Rivolta era davvero un perfezionista e in poco tempo regalò a Bresso uno Stabilmentodegno del maggior Gruppo auto nazionale, europeo o persino americano.

Ma tra quella meraviglia tipicamente meneghina i simboli della “Lanterna” (come il Grifone, appunto) rimangono.

La Iso di Renzo Rivolta è stata ufficialmente la prima Casa produttrice tricolore a dotarsi di un motore americano per la produzione stradale, aprendo la strada alle successive avventure imprenditoriali nostrane della De Tomaso, o della Intermeccanica ad esempio, ma persino della Bizzarrini di Giotto: la sempre più diffusa proliferazione di motori americani 8 cilindri a V nelle Gran Turismo anglosassoni sembrava un sacrilegio solo in Italia, dove ovviamente la tradizione motoristica sportiva (con la sola Lamborghini ancora ai nastri di partenza) era tale da rendere quasi oltraggioso il ricorso ai grandi motori Made in Usa. Eppure la leggenda della Chevrolet Corvette cominciava a superare le coste dell’Atlantico; eppure la fama di Carroll Shelby, il famoso Pilota Collaudatore Usa e della sua AC Cobra era ormai arrivata persino in Europa.

Ecco allora che, tornando alla rassegna dedicata alla Isopresso il Mauto del 2023, fa capolino un’altra caratteristica “cosmopolita” dell’avventura delle Supercar di Bresso: la Gordon Keeble GK-1 pubblicizzata dal suo Costruttore artigianale inglese con il claim “Quattro passeggeri della nazionalità che desideri” che evidenzia di già, nel 1960, un concetto internazionale rinforzato dalle linee di Bertone.

Insomma, l’avventura industriale di Renzo Rivolta non è assolutamente paragonabile alle esperienze molto più rudimentali, caserecce ed artigianali che hanno segnato alcune pagine di storia tuttavia ormai perdute nel tempo. 

A partire proprio dalle origini: Renzo Rivolta è un perfezionista, e mentre la Gordon Keeble (ottimo livello tecnico, lusso quanto basta e carrozzeria in vetroresina) già da sola potrebbe essere un punto di arrivo per tanti altri imprenditori all’inizio, per il Commendatore brianzolo non è neppure il punto di partenza.

Giotto, Raggi, lo Chevy: si parte alla grande

Con il supporto del genio di Pierluigi Raggi arriva quella che provvisoriamente viene denominata “Iso Gordon GT” : una berlina equipaggiata da un ottimo ma non superlativo Chevrolet Small Block 283 (4,6 litri e “solo” 283 Cv appunto, mentre invece quello che sarà montata sotto il chilometrico cofano delle Iso sarà il famigerato “327” del 1962) ed un telaio tubolare di rinforzo suppletivo allo chassis Gordon. Insomma qualcosa che pur essendo di buon livello per i compassati canoni inglesi non è certo al livello delle “battistrada” Ferrari e Maserati, a cui Rivolta vuole gettare il guanto di sfida. 

Ecco il perché anche del telaio “stampato” anziche’ tubolare a traliccio benchè questa strada fosse ancora poco diffusa per le GT estreme: con il tubolare Rivolta avrebbe finito per subappaltare lavorazioni che invece voleva controllare in casa, oltre al fatto che lo chassis monoscocca offriva migliore qualità di bordo. Dunque una prerogativa che associa Renzo Rivolta ai più illuminati Imprenditori auto del tempo è anche quella di cercare il meglio del Know How esterno e assoldarlo:

di Maserati peraltro il Cavalier Renzo è da tempo ottimo Cliente (e di certo conosce personalmente il Maestro Giulio Alfieri, il nume tutelare del Tridente all’epoca) ed essendo un buon pilota stradale intuisce che qualcosa nel prototipo non va, che si può migliorare sebbene la GT inglese monti un motore GM, piazzato sotto le Chevrolet, di ottima potenza a soli 5.000 giri/min, ed una coppia da escavatrice in grado di esaltare, su corpi vettura all’europea (buon assetto, dimensioni compatte e peso limitato) anche prestazioni da GT sportiva; e forse Rivolta non cerca solo una nuova architettura per la sua prima sportiva, ma anche un interlocutore adatto al tema delle supercar, forse addirittura una immagine iconica in grado di superare, nell’immaginario collettivo, quella che la “Isetta”- opera prima della Iso Autoveicoli S.p.A. – aveva creato nell’opinione pubblica relegando la Casa di Bresso ad una autorevole ed innovativa produttrice di utilitarie. 

E forse anche per questo, per garantirsi da subito un livello paritario con le enormi risorse tecniche ed intellettuali di Ferrari, il Cavaliere entra in contatto con il Genio di Giotto Bizzarrini.

Siamo ai primi mesi del 1962, Bizzarrini appena uscito da Maranello è in procinto di coordinare e condurre in un fazzoletto di tempo non solo la fondazione della ATS (insieme ai “ribelli” usciti dalla Ferrari) ma anche la realizzazione della “250 Breadvan Drogo” su base Ferrari GTO; l’incarico di progetto per la Lamborghini del 12 Cilindri da 357 Cv. ed in tutto questo troverà il tempo anche di arrivare a Bresso, alla pista di Prova ISO, invitato dal Cavaliere per saggiare le qualità sportive e dinamiche della “Iso Gordon GT”.

Il suo responso, rivolto direttamente ad un trepidante Patron Renzo, sarà lapidario e romanzesco come tutto quello che corrisponde alla vita di Giotto: “Cavaliere” – esclama – “questa macchina ha davvero un gran bel motore! Butti via tutto e si tenga solo quello”.

Beh…..Certo che come esordio di rapporti tecnico professionali, c’è davvero da pensare che erano altri tempi. 

Rivolta è chiaramente convinto delle qualità del tecnico livorneseper dare il via alla nuova avventura delle Gran Turismo di Bresso.

Conclude un contratto di fornitura con General Motors ed a Giugno del 1962, nel cortile della sua Villa presenta al mondo la “ISO 300 GT” (motore Chevy giusto e telaio monoscocca creato dal team di eccezione con Pierluigi Raggi e appunto Giulio Alfieri), ripetendo la prima mondiale ufficiale al 44° Salone di Torino dal 31 Ottobre all’11 Novembre 1962.

Il lavoro svolto da Giotto Bizzarrini già fin dalla “IR 300 GT” è decisamente rivoluzionario: l’unità Chevrolet 327 che di “base” fornisce già 290 Hp alla uscita del Cambio, viene cesellato sia al Banco Prova Iso che all’Istituto Macchine della Facoltà di Ingegneria di Pisa, e con le modifiche di Giotto restituisce senza il benchè minimo problema di affidabilità quasi 350 Cv. Più 20% di potenza supplementare: se non è maestria questa, è capacità fuori del comune!! 

Però va detto che il primo mercato di interesse di Renzo Rivolta si indirizza agli Stati Uniti ed all’importatore ufficiale con cui ci si accorda per lotti di spedizione che dovevano arrivare a 2000 unità all’anno. Poiché tuttavia le cose, alla fine, non andarono come si sperava le strade per smaltire una giacenza davvero pesante di IR GT diventa quella di trasformare le scocche motorizzate in nuove vetture: per questo accorciando il pianale nascono Iso A3/C ed IsoA3/L – Grifo.

Iso “IR 300/340 GT”, opera prima

Fondamentalmente Bizzarrini con la “340 GT” riuscirà un attimo prima di General Motors a conquistare picchi di potenza di questa portata, in grado anche di portare Iso Rivolta a vincere nella sua Categoria a Le Mans solo due anni dopo, con la “A3/C”.

Ed anche l’impresa sportiva e l’impegno diretto di Giotto nelle Competizioni sportive con Iso Rivolta sono una dimensione senza la quale le Supercar di Bresso non sarebbero state quelle che possiamo sognare e ricordare nella storia. 

Senza dimenticare, infine, che il protocollo strutturale di Giotto (al quale persino Enzo Ferrari dovette lasciare riverente spazio nel prototipo preliminare della superlativa “GTO” con la “papera”) era diventato la base tecnica di tutte le Iso a motore anteriore. Giotto fu a tal punto significativo a Bresso che persino dopo il suo “divorzio” nel 1965 fu Piero Rivolta (il figlio di Renzo) a richiamarlo per la ultima “Varedo” (concept rimasto tale del 1972) unica GT a motore posteriore centrale del Marchio del Grifone.

Giotto Bizzarrini fu anche il protagonista della esperienza agonistica di Iso Rivolta nelle corse di Durata e nelle Sport Prototipi come in modo del tutto differente lo fu Frank Williams con il Team Iso Marlboro: tutto parte per Bizzarrini da una ex Autorimessa di Via Ippolito Nievo a Livorno; c’è ancora, se Vi affacciate all’altezza del civico 112, e se chiudete gli occhi sentirete ancora la eco di motori che urlano e gomme che stridono. 

Qui è nato un mito rosso fuoco nella tarda estate del 1963. Nessun macchinario speciale dentro quella prima sede marchiata “AUTOSTAR”: il genio, il talento e la creatività di Giotto e dei giovani avventurosi che iniziano con lui sono invece il vero segreto di quella impresa. 

La sua prima squadra porta i nomi di Prampolini, Paolo Niccolai, Sancasciani, Corradini e persino di uno sconosciuto Pietro Vanni, che con Giotto compone su una lavagna la linea avveniristica e coinvolgente della “Iso A3/C” (sulla quale Giugiaro approfondirà solo alcuni particolari pur significativi e di rilievo ma avvalorando, a quanto sembra, il lavoro di Pietro Vanni).

Si parte allora nel 1963 dall’accorciamento di un telaio della “300 GT”, (originariamente una “2+2 posti”) per passare ad una “due posti secchi”;  il rimaneggiamento del telaio comprende il riposizionamento del gruppo motore/cambio, indietreggiato più al centro dell’auto seppur sempre in proiezione sull’asse anteriore. 

Da questo prende il via in Factory “Iso” un progetto alquanto alternativo ed impegnativo : lo sviluppo in parallelo di due personalità ben distinte sulla base di uno stesso progetto. Stessi padri, genetiche diverse: “Iso A3/C” ed “Iso A3/L”

Un concetto – quello della “A3/C” – di una  carrozzeria le cui forme erano decisamente più da auto da corsa che non da Gran Turismo secondo i dettami di Renzo Rivolta. 

E parallelamente una seconda via, quella alla quale la “IsoRivolta” destinò alla fine tutta la sua attenzione e le risorse industriali, denominata “A3/L” dalla quale uscì la definitiva e conosciuta “Grifo”.

Il progetto sportivo, denominato “Iso A3/ C” (dove “C” sta per “Competizione”) con cui lo stesso Commendatore era interessato a promuovere il suo Marchio prevedeva come detto un percorso “a termine”. 

E tuttavia Bizzarrini, da “Deus ex Machina” di tutto questo progetto, ben presto entrò in conflitto con Rivolta, poiché nell’animo del mago livornese c’era il proposito, forse, di mantenere nelle competizioni la sua creatura per dare il classico “schiaffo morale” ad Enzo Ferrari con cui aveva incrociato le spade anni prima.

E nello stesso anno 1965, “Iso Rivolta Grifo” stradale cominciò ad essere consegnata ai Clienti. Quei Clienti facoltosi, sportivi ed eleganti, che erano soliti entrare in auto “con il cappello in testa” così come disposto da Renzo che con questo slogan intendeva proporre Gran Turismo performanti ma non sacrificate. 

Ovviamente fino alla “Lele” solo la 300 GT” e la “Fidia/S4” saranno in grado di fornire il requisito essenziale richiesto da Rivolta. Perché Iso A3/C ed A3/L saranno decisamente “bassine” rispetto ai desiderata del Commendatore.

 

La “Grifo” è ovviamente la patrona delle Iso supercar, prodotta dal 1965 alla fine del 1974 con i motori 327 Chevy e persino con il poderoso V8 da sette litri (L71 con 435 cavalli, riconoscibile dal volume rialzato al centro del cofano).

Chevrolet ribalta il tavolo, arriva Ford

Tra l’altro dal 1972 Iso passa alla adozione del monoblocco Ford Boss 351, il famigerato “Cleveland” da 5700 cc. che nelle fantasie e nel gradimento degli intenditori sportivi surroga abbastanza “ma non troppo” il prestigio e la leggenda del motore Corvette, in assoluto il più iconico motore americano per piede pesante dell’epoca. 

Il passaggio non indolore alla fornitura di Ford deriva dalla serie di “grattacapi” costruiti da Chevrolet che aveva ritirato non solo a Iso (andate a vedere cosa ha combinato a Intermeccanica) la collaborazione attraverso pretese capestro come il pagamento anticipato delle forniture. 

 

Chissà che dietro queste dinamiche non si nascondesse la giustificabile paura di GM e Chevrolet di alimentare una concorrenza contro la Corvette….

Fatto sta che il passaggio ai Ford, dopo la scomparsa di Renzo Rivolta, e nel pieno di una crisi energetica che porta tutto quello che corrisponde al sinonimo di sportività ad essere archiviato rapidamente. 

Nel 1973 la famiglia Rivolta deve lasciare dunque il passo al cambio proprietario, arriva Ivo Pera e Iso cambia ragione sociale (nasce “Iso Motor” ) e arriva ai listini di Borsa di New York

Parte anche l’esperienza in F1 con il Team Iso Marlboro gestito da Frank Williams, ed arriva la “vittoria per venti minuti” di HowdenGanley. 

Ma nel 1974 si chiude il sipario, unico ed irripetibile, della IsoRivolta con le sue cinque realizzazioni “Factory” (IR 300/340 GT, A3/C, Grifo, S4/Fidia, Lele) ed una “spuria” – la famigerata Daytona del 1966 – di cui si potrebbe scrivere un intero libro per tutte le interpretazioni e le ricostruzioni storiche che si porta dietro da anni; dire quali tra queste creature in elenco siano le più iconiche non è mai un compito facile, ma certamente una cosa è concretamente misurabile: così come la “Grifo” ha tracciato da sempre la continuità simbolica della leggenda di Iso Rivolta diventandone ambasciatrice del tempo, da un altro punto di vista è stata la “Lele” la supercar di gamma ad aver recuperato tutto il pregiudizio, il disappunto e il cono d’ombra patito durante i primi anni e fino ad un certo punto, diventando da diversi anni una delle predilette e ricercate figlie della leggenda di Bresso.

Scompare Renzo, uomo perbene: arriva il più giovane Manager alla guida di un Marchio auto

Certo: Iso “Grifo” ha segnato un’epoca e soprattutto è nella Top Class delle supercar di rango di tutta la storia dell’auto. Renzo Rivolta fa appena in tempo a vederla, prima della scomparsa improvvisa del Commendatore stesso, che lascia il posto al più giovane – tuttora nella storia – Dirigente e Presidente di un Marchio automobilistico industriale al mondo. Arriva Piero Rivolta, solo 25 anni nel 1966 e l’orgoglio di voler proseguire sulle orme paterne: quelle di un uomo di principio, signorile ma autorevole e soprattutto onesto e di sani principi. Nulla nel tempo ha svelato di Renzo Rivolta alcunchè in grado di adombrare una storia di rigore e di principi integerrimi che si chiude il 20 Agosto del 1966

Sotto la gestione di Piero arriva la “S4/Fidia” – cioè la ammiraglia a quattro porte di assoluta rappresentanza in chiave sportiva ed unica all’epoca di produzione italiana a poter ambire a erede delle “Flaminia” e “Quattroporte I°” visto che la De Tomaso “Deauville” prima e la “Quattroporte III” arriveranno molto dopo e visto che il Gruppo Fiat aveva nella “130” una ammiraglia di rango decisamente inferiore.

E tuttavia il mercato non aspetta e non fa sconti : la “IR GT” segna il passo nelle prenotazioni dei Clienti e nel confronto con le concorrenti di settore e segmento. 

Occorre una sostituzione che, a ben vedere la Gamma, non disturbi la presenza della “S4/Fidia” nel segmento Ammiraglie e completi tuttavia una presenza a fianco della “Grifo”. Siamo nel 1967/1968 e Piero Rivolta si affida al Centro Stile Bertone, dove la stella polare è ormai Marcello Gandini, che nel frattempo crea per Lamborghini delle opere d’arte, ma che probabilmente tra la fine degli anni Sessanta e metà anni Settanta è Deus ex Machina del destino vero e proprio di tanti Marchi Auto di prestigio alle prese con il fantasma della crisi energetica e delle prime avvisaglie della contestazione sociale, degli scioperi, delle lotte sindacali ed operaie : crea per Lamborghini non a caso delle Gran Turismo che sanno descrivere una morigeratezza ed una essenzialità che raccontano rispetto e razionalità contro l’opulenza e gli eccessi di ancora tanta della produzione inglese ed americana; per Maserati finita dentro Citroen addirittura si inventa la “Quattroporte II” più essenziale e discreta che chiedeva PSA divenuta proprietaria del Marchio; e per Maranello è il papà della celebre serie “GT4”, mentre per BMW finisce per segnare la rotta con il prototipo “Garmish”.

In questo è evidente che la confluenza di tanti significanti determinanti per la linea della nuova Iso porta Gandini a concepire un corpo vettura non a tre volumi (classico fin troppo per il periodo) ma a due volumi: spazio in ogni angolazione per quattro persone – o meglio 2+2 molto comodo – dentro all’abitacolo lussuoso, superficie vetrata davvero superiore per una GT dell’epoca, ampio portabagagli e linee tese e seppur angolate ma con una estrema gentilezza e razionalità delle superfici. Non è minimalista, è essenzialità personalizzata e resa regale. 125 con motore Chevy, circa 180 con il Cleveland, Iso Lele è prodotta mediamente in sessanta pezzi all’anno per un listino di circa 6,5 milioni di Lire. Quanto fa? Oggi, su base Istat fanno 75.000 Euro, ma vale quello che vale un tale parametro. Perché in gioco nel 1969 c’era l’inizio della crisi petrolifera, il confronto con Ferrari e la concorrenza blasonata. Per cui la forza di Gandini è stata quella di rendere la “Lele” una “G.T.E” cioè Gran Turismo Executive: Lusso e concretezza, pubblico giovane e manageriale oppure classico e compassato: Lele era per tutti coloro che oltre al conto in banca avevano credenziali di cultura e anticonformismo, e davvero colpisce oggi quella linea essenziale e maestosa che l’ha resa un caso unico nel mercato dell’epoca. Molti che si divertono a cercare un “caso” nella vicinanza stilistica tra Lele e la Lamborghini “Jarama”, posto che la seconda lo è anche nella vita, essendo nata un anno dopo la Iso. Che parte, come narrano le voci rappresentative della storia ufficiale Iso, dalla richiesta entusiastica di un Cliente spagnolo che chiedendo una personalizzazione per la sua IR GT, si trova nello Stand Iso al Salone di New York ad imbattersi nel figurino in scala tridimensionale di Gandini ancora in fase di studio della concept. 

Alla data di quel Salone l’idea di partire subito con la produzione non è ancora arrivata ma non tarderà a diventare una linea di gamma del tutto innovativa capace però di influenzare il resto della produzione Iso, basti pensare ai fanali a scomparsa parziale di una speciale Serie della Grifo. 

Nel frattempo è proprio la Lele che “traghetta” su decisione di Piero la struttura Iso da Bresso – dove i capannoni vengono ceduti alla Olivetti – a uno Stabilimento molto più economico a Varedo.

Da questo nasce la “Varedo” concept del 1972 di Ercole Spada, pensata per un motore posteriore centrale e strutturata sul telaio in tubi che Giotto aveva pensato per la “AMX” del 1970. Tornando alla “Lele” il suo nome nasce in onore alla moglie di Piero, Rachele “Lele” Rivolta, dopo che il prototipo era stato mostrato senza nome al Salone di New York 1969. 

Come detto, arriva la crisi irreversibile di Iso Motor Company di Ivo Pera, e a Dicembre 1974 la Iso chiude anche i capannoni di Varedo. Si chiude la storia che lascia a noi solo una scelta: decidere se il mezzo secolo parte da quella chiusura del 1974, o se il 2025 segna il mezzo secolo dalla prima volta in cui dopo 35 anni la “Iso” non c’è più.

 

Riccardo Bellumori.

Lunga vita alla Volkswagen Golf e futuro in Messico

Dopo il restyling, la Volkswagen Golf 8 dovrà rimanere in catalogo ancora per qualche anno, insieme alla futura Golf 9 elettrica, a seconda dell’andamento del mercato. A tal fine, il colosso tedesco trasferirà la produzione dalla Germania al Messico.

Volkswagen sta attraversando un periodo difficile, in particolare con i recenti annunci di tagli ai posti di lavoro e di una riduzione del 10% degli stipendi per i dipendenti, ma ha recentemente dichiarato che non ci saranno chiusure di stabilimenti. D’altra parte, ci saranno inevitabilmente degli aggiustamenti nelle modalità di produzione. Questo è già avvenuto da diversi mesi con il trasferimento della produzione della Polo, che da 40 anni viene prodotta a Pamplona (Spagna), allo stabilimento di Kariega in Sudafrica. L’obiettivo è fare spazio alle future city car elettriche: VW ID.2, Skoda Epiq, Cupra Raval, ecc.
Volkswagen ha confermato pochi giorni fa che la sorella maggiore, la Golf, subirà lo stesso processo nei prossimi anni.

Secondo il costruttore, la produzione della Golf e della Golf Wagon sarà spostata da Wolfsburg (lo storico sito produttivo vicino alla sede centrale del marchio in Germania) allo stabilimento di Puebla in Messico a partire dal 2027.

Mentre la carriera della Golf di ottava generazione avrebbe potuto concludersi già nel 2026, secondo il consueto ciclo di vita di VW, essa rimarrà in catalogo accanto alla sua sostituta elettrica, come sempre più spesso accade. La Golf 8 sarà quindi prodotta in Messico fino al 2030, mentre una Golf 9 100% elettrica la affiancherà.

IL FUTURO DELLA GOLF

Le auto elettriche continuano a essere prodotte in Germania
Questa decisione consentirà al produttore di concentrarsi sui suoi modelli elettrici in Germania. Inizialmente, gli attuali modelli come le compatte VW ID.3 e Cupra Born arriveranno a Wolfsburg dalle linee di produzione di Zwickau e Dresda (Germania), che cesseranno la produzione di veicoli alla fine del 2025. A Wolfsburg arriverà poi la sostituta elettrica della Golf, che nel documento pubblicato dal marchio è attualmente denominata “Golf elettrica”. Questa apparirà alla fine del decennio (intorno al 2030, senza una data precisa) insieme a un altro modello basato sulla futura piattaforma SSP dedicata ai veicoli elettrici.
Naturalmente, questa data sembra ancora lontana e nel frattempo potrebbero essere prese altre decisioni in base alla domanda e al mercato.

Ma questo è già successo con altri produttori: Volvo con la XC90 recentemente ristilizzata, Porsche con la Macan in alcuni mercati extraeuropei, Peugeot con la 208 già nel 2027…

Nuova Mercedes CLA 2025: Rendering Totale

La nuova Mercedes CLA si avvicina al debutto ufficiale. Questi rendering di Kolesa.ru ci permettono di immaginare il design definitivo sulla base delle ultime foto spia e dei teaser.

La storia della Mercedes CLA risale al 2013, anno in cui fu presentata la prima generazione della berlina, che divenne anche la versione di serie del concept Style Coupé presentato un anno prima. All’epoca della sua presentazione, Mourcedes-Benz affermò che la CLA aveva le migliori prestazioni aerodinamiche tra le auto di serie, con un coefficiente di resistenza aerodinamica di 0,23. Nel 2014 è nata la modifica universale Shooting Brake. La seconda generazione ha una variante cargo-passeggeri, presentata in anteprima nel 2019. Ora la terza generazione è in fase di finalizzazione e abbiamo a disposizione molte foto di prototipi camuffati, oltre a diversi teaser.

La berlina manterrà le proporzioni che sono già diventate un marchio di fabbrica per questo modello, mentre il design cambierà in modo significativo. Così, la Mercedes CLA riceverà un frontale originale, realizzato nello stile dell’omonima concept, presentata nel settembre 2023. Nei fari compariranno luci di marcia a LED nello stile del logo del marchio, come quasi tutte le novità Mercedes-Benz di prossima uscita, mentre saranno privati degli archi semicircolari nella parte inferiore, che erano presenti nel concept. A giudicare dal teaser disponibile, rimarrà la stretta striscia di LED che si trova sopra la griglia e che unisce visivamente i fari. La forma dei vetri laterali è praticamente identica a quella dell’attuale generazione, ma la nuova berlina avrà finestre aggiuntive dietro le portiere posteriori. Le porte stesse, come nelle prime due generazioni, rimarranno senza cornice. Nello stile della concept saranno realizzati degli intagli orizzontali sui parafanghi anteriori e posteriori, che passano nelle portiere e “scompaiono” nella zona dei montanti centrali.

Le maniglie delle porte saranno a scomparsa. Per quanto riguarda la parte posteriore, qui l’interesse maggiore è rappresentato dai fari con le stesse stelle a tre raggi delle luci di parcheggio (intorno a queste stelle rimarranno elementi semicircolari), uniti da una stretta striscia a LED.

Rendering Kolesa.ru

DATI TECNICI E MOTORI

La Mercedes-Benz CLA di terza generazione sarà il primo modello costruito sulla piattaforma MMA (Mercedes-Benz Modular Architecture) di nuova generazione, sviluppata per le vetture compatte del segmento Entry Luxury. La berlina sarà offerta sia con motori a combustione interna (in versione ibrida) sia con propulsori completamente elettrici. Esternamente, si differenzieranno solo per alcuni dettagli, come le finiture della griglia e la presenza o meno dei terminali di scarico (i nostri rendering mostrano la versione con motore a combustione interna). Le versioni ibride saranno alimentate da un motore a benzina da 1,5 litri abbinato a un cambio robotizzato a doppia frizione a 8 rapporti.

La versione base sarà a trazione anteriore, mentre con un sovrapprezzo sarà possibile ottenere una trasmissione a quattro ruote motrici. Per quanto riguarda le modifiche elettriche, si sa che avranno un’architettura a 800 volt e motori elettrici ad alta efficienza energetica, abbinati a un nuovo cambio a due velocità. Allo stesso modo, la trazione di base sarà posteriore, poiché l’unico motore elettrico sarà collocato sull’asse posteriore.