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Mazda 3 2025: la giapponese ibrida che sorprende! Prova su strada

Mazda 3 Skyactiv 186 CV è equipaggiata con un motore Skyactiv-G 2.0 da 186 CV e 240 Nm di coppia, abbinato a un cambio automatico a sei rapporti.
La tecnologia Mild Hybrid migliora l’efficienza del motore, riducendo i consumi senza compromettere le prestazioni.
Il sistema di infotainment Mazda Connect da 10,3 pollici è compatibile con Apple CarPlay e Android Auto, mentre la strumentazione digitale e l’head-up display garantiscono un controllo intuitivo. L’impianto audio Bose® con 12 altoparlanti offre una qualità sonora premium. I sistemi di assistenza alla guida i-Activsense includono cruise control adattivo, frenata automatica d’emergenza e mantenimento corsia.
Il monitoraggio degli angoli ciechi, il riconoscimento della segnaletica stradale e i sensori di parcheggio con telecamera posteriore aumentano la sicurezza durante la guida.
Nel test su strada vi racconto la dinamica di guida, consumi e prestazioni complessive di questa berlina tecnologica e sportiva.

GWM Ora Good Cat 2026: il restyling

Ora Good Cat 2026 si sta preparando per l’inizio delle vendite sul mercato cinese.

La cinque porte non è cambiata molto esternamente, ma all’interno, al posto del tabellone, sono stati installati due display separati. L’arrivo di questo modello in Russia è ancora in dubbio.

Le prime immagini del restyling dell’auto elettrica Ora Good Cat (alias Haomao, nome d’esportazione Ora 03) sono state diffuse un paio di giorni fa. Ora il marchio di proprietà di Great Wall ha condiviso alcune altre foto. Inoltre, l’azienda ha pubblicato un video che mostra gli interni dell’utilitaria. Ricordiamo che la compatta è in servizio dal 2020. In Cina, Good Cat è in testa alla classifica dei marchi personali, anche se le sue vendite sono crollate: secondo BestSellingCarsBlog, nel periodo gennaio-aprile di quest’anno in patria ha venduto solo 3.845 esemplari (-71%).

Esternamente, la hatchback non è cambiata molto. L’auto elettrica ha un nuovo paraurti anteriore con prese d’aria smussate sui lati, inoltre la griglia integrata nel paraurti ha ora un altro disegno. E anche sulla poppa, al posto del marchio, c’è la scritta GWM (Great Wall Motor). Anche le dimensioni, a quanto pare, sono le stesse: lunghezza – 4235 mm, passo – 2650 mm.

Gli interni sono stati ridisegnati un po’ di più. Al posto del tabellone, sono stati installati schermi separati del cruscotto e del sistema multimediale. Inoltre, Ora Good Cat ha un nuovo volante. Allo stesso tempo, la hatchback è stata lasciata senza interruttori sotto i deflettori centrali dell’aria, e sulla console tra i sedili c’è ancora una piattaforma di ricarica wireless di uno smartphone.

DATI TECNICI

Non ci sono ancora informazioni sulla tecnologia della GWM Ora Good Cat restyling. La compatta pre-riforma in Cina viene offerta con un motore elettrico posizionato sull’asse anteriore, che ha tre opzioni di potenza: 143, 171 o 184 CV. La Ora Good Cat ha una batteria con capacità di 45,9 kWh, 47,8 kWh o 57,7 kWh. L’autonomia è di 401 o 501 chilometri nel ciclo CLTC.

L’anteprima completa dell’auto elettrica modernizzata si terrà in Cina nel prossimo futuro. La Hatchback Ora 03 è disponibile in Russia. Tuttavia, a giudicare dal sito web russo del marchio, si vendono ancora le auto del primo lotto, importate nel 2023. Non si sa ancora se la nuova hatchback farà la sua comparsa nella Federazione Russa.

A scuola di sales: come vendere un’auto

A sales representative waits for customers in a luxury car showroom in Beijing on January 22, 2019. - China's economy grew at its slowest pace in almost three decades in 2018, losing more steam in the last quarter as it battles a massive debt pile and a US trade war, official data showed on January 21. (Photo by GREG BAKER / AFP) (Photo credit should read GREG BAKER/AFP/Getty Images)

C’è uno slogan straordinario, che gira in Rete da alcuni anni, in particolare dal periodo in cui un grappolo di sfighe internazionali, esoteriche, antropologiche, epidemiologiche, finanziarie ha deciso di investire sistematicamente il quadrante Ovest del mondo per motivazioni puramente bibliche: gli ultimi saranno i primi, ed infatti nel giro di un quarto di secolo i Continenti industrialmente ultimi sono diventati primi rispetto ad Europa ed Occidente esteso; e per contro, dal lato Automotive gli ultimi a capire che stavamo andando a rotoli – cioè noi Occidentali – siamo stati i primi ad andare in crisi e ruzzolare in una palude di stagnazione ed incertezza strategica.

Ma poi è arrivato il vaccino, e grazie a Dio ci ha dato i complottisti secondo i quali siamo spacciati e destinati all’estinzione per fare posto ai rettiliani. Così dicono…..

Lo slogan straordinario che gira in Rete dice pressappoco una cosa, con riferimento alla pioggia di libri, saggi, tomi ed approfondimenti multimediali dedicati alla risoluzione ed uscita dalle crisi: “C’è un solo modo per riuscire a guadagnare in tempo di crisi: è scrivere libri su come si può guadagnare in tempo di crisi”.

Immagino che vorrete sapere chi, materialmente, ha declarato questa affermazione azzeccatissima; ma prima di questo, fermiamoci a fare una analisi legata all’andamento del mercato auto europeo.

E per compiere questa analisi mi fermo a riepilogare quello che con molta modestia ho scritto tempo fa a corredo dei tanti articoli che ho voluto condividere con gli amici di Autoprove.

La questione che Vi pongo è fondamentalmente questa: di fronte ad un mercato Auto  che sembra non riprendersi dalle performances “pre-Covid” e che è ormai un lontanissimo parente del mercato fino al 2007, la responsabilità del panorama grigio e plumbeo deve ricadere sui “venditori”come elemento debole del sistema, o c’è molto di altro e molto di peggio?

Andiamo per gradi con una considerazione esattamente opposta : quale era l’apporto ed il merito dei cosiddetti “Venditori” nelle Stagioni “buone” del mercato Auto italiano? Ecco, iniziamo la disamina da qui : cosa si intende per mercato “buono”? Certo il Benchmark è il periodo che va dalla fine degli anni Novanta fino al fatidico 2007 in cui Dealer e Costruttori “dovrebbero” aver targato oltre 2 milioni e mezzo di auto. (dico “dovrebbero” per motivi che ungiorno spiegherò materialmente): Comunque, la statistica ci dice che la soglia dei due milioni in media di immatricolato annuo si è raggiunta più volte complessivamente in questo quasi decennio di cui ho detto sopra. Andando a sviluppare medie per decenni antecedenti o successivi non si registrano periodi analogamente altrettanto “rosei”.

Tutto questo fino al 2008/2010 quando il Crack Lehman comincia in tutta Europa a far crescere il “Credit Crunch”: tuttavia non ho forse dimenticato qualcosa in questi miei ricordi? Si, ho dimenticato di dire che secondo ricerche di settore svolte in tutta Europa, i Dealer di Italia, Portogallo e Grecia erano fino al 2008 i peggiori venditori di servizi Aftersales nell’Europa storicamente “a Dodici”: in sintesi, questa classe di Dealer faceva dipendere tutto il loro rendimento operativo dalla vendita di auto nuove/usate marginando una miseria da vendita Ricambi, Aftersalesdiretto sui propri clienti e/o servizi di officina a Clienti del territorio.

Sempre che Vi basti ritenere “Benchmark” il dato quantitativo: eh si, perché il periodo suddetto ha un rapporto di marginalità su ogni “pezzo” venduto tra i più bassi della storia del mercato auto in Italia, e per marginalità intendo la quota di soldi che entrano nelle casse dei Dealer e da qui nelle tasche degli Agenti. Per intenderci, Vi parlo del periodo in cui la provvigione “Lorda” per i Venditori sul corpo vettura di una Segmento SubB con optional ordinariamente presenti nello Stock viaggiava tra i 70,00 ed i 90,00 Euro; su una Segmento “C” si oscillava a seconda del Target tra i 120,00 ed i 180,00 Euro, e così via. 

Non immaginavate che auto oscillanti tra i 9.000,00 ed i 18.000,00 Euro di prezzo di Acquisto rendessero così poco in termini provvigionali, vero? Non siete convinti? Beh, aggiungiamo che il “grosso” del guadagno di vendita per Dealer e venditori derivava dai sistemi finanziari associati al “Pezzo di ferro” in un frangente di epoca in cui i contratti erano finanziati al 60% in media ogni anno. 

Dealer Italiani, senza vendita del “Nuovo” sono morti

Non bastasse, i Dealer italiani sono stati per anni i peggiori venditori professionali in Europa per il settore dell’Usato, dove l’Italia vantava (oggi un po’ meno) la leadership assoluta in termini di maggioranza schiacciante di passaggi di proprietà svolti tra Privati. Dunque da anni e per anni i Dealer sono rimasti ancorati alla risorsa provvigionale del nuovo, supportati per circa un decennio dal sistema finanziario retail. Ok, ma come si svolgeva la vendita retailin Italia tra la fine degli anni Novanta e la vigilia del Crack Lehman? Ve lo dico io, migliore e legittimo testimone delle politiche e delle strategie di vendita. Ve lo rappresento secondo un riferimento a due assi cartesiani con cinque linee di evoluzione: Asse ascisse data dal valore medio del venduto ed asse delle ordinate cronologico; una linea “X” in lenta crescita, è il valore medio del corpo vettura venduto; una linea “Y” più piccata verso l’alto, è la quota media del finanziato e del valore dei servizi inclusi anno per anno; una linea “V” data dall’aumento costante di optional inclusi nella vendita del corpo vettura; una linea “W” che mostra la crescita “NEGATIVA” anno per anno del prezzo di vendita (al netto di incentivi, loyalty e bonus governativi) per il corpo vettura dell’auto e contemporaneamente il margine netto sul corpo vettura venduto escluso il finanziamento; ed una ultima linea “Z” che Vi svelerebbe quanta parte del Margine operativo di vendita fosse compreso lungo dieci anni nei sistemi finanziari ed assicurativi. Insomma, avete capito bene: a vendere non è quasi mai stata la forza vendita umana in Salone, lungo dieci anni, ma sono stati:

A) I sistemi finanziari ed il Marketing promozionale dei Marchi e dei Dealer che hanno cominciato a “limare” il prezzo di listino compensando la riduzione margini sul corpo vettura con i margini finanziari;

B) Il divario “artificiale” tra Listino ufficiale delle auto e prezzo promozionale ed incentivato di acquisto, full Optional, incluso un piano finanziario;

C) Il protocollo, o meglio il sistema di vendita, imparato a pappagallo dai singoli venditori evangelizzati formati a vendere secondo il paradigma ed il piano comunicativo dei vari “Guru” di supporto;

D) Nei casi sempre più diffusi, fino al 2010 circa, di sistemi di acquisto con ciclo di sostituzione programmata, la vendita è stata agevolata dal Valore di Buy Back garantito per il mezzo in permuta.

Ed al Venditore di quegli anni, però, che meriti vogliamo dare? Non Ve ne parlerò io ma per me farò parlare quello che, in trentacinque anni di vendita che ho conosciuto e conosco nel campo Automotive, è il miglior venditore in assoluto e l’unico da cui acquisterei un’auto. Si chiama Giancarlo M. ed è meritoriamente un Capo Salone dalle parti di Roma Sud Ovest tra Pisana e Bravetta…..Sapete quali sono gli Skills che lui ha adottato per quasi trent’anni di mestiere? Lo vedremo più avanti….

Fermiamoci un attimo alla panoramica (non esaltante) descritta prima: “Cos’era” il Venditore Auto “DOC” tra la fine degli anni Novanta ed il Crack Lehman?

1) Un Evangelizzato spinto a recitare un preciso canovaccio insegnato in ore ed ore di formazione impartita da Tutor e Coach in sessioni periodiche di aggiornamento

2) Un ottimo cantastorie, poiché la comunicazione è e rimane un requisito essenziale per le vendite;

3) Un empatico, poiché quei dodici secondi iniziali nei quali si crea l’impressione sono fondamentali;

4) Un presidiatore di Saloni, perché fino al Ctrack Lehman le vendite si svolgevano solo in Salone;

5) Un telemarketer ed un Professionista del Direct Marketing, perché con Saloni aperti 12 ore per sette giorni un modo proficuo per non dare di matto chiuso nello Showroom era telefonare e mandare mail;

Venditori troppo “evangelizzati” e Clienti un po’ “Alienati” dietro le Academy?

Su questi 5 aspetti la formazione dei GURU e specialisti Trainer (comunemente definita “Academy”) era perfetta, andando a toccare le corde giuste; e meno un venditore aveva spirito critico e più era idoneo all’indottrinamento delle regole auree: ma, per contro, il “venditore” di quell’epoca era stimolato professionalmente ad essere soprattutto un divulgatore finanziario ed un promoter del “nuovo”. Da un lato la situazione del mercato era tale da favorire stock giganteschi di auto nuove, creati per assecondare l’onda lunga del momento positivo; dall’altra i quantitativi, i volumi ed i market target minimi concordati tra CasaMadre mandante e Dealers erano all’epoca elevati e costringevano questi ultimi ad approvvigionamenti di auto nuove (e di componentistica e servizi aftersales) soprattutto nei casi di “Runout” piuttosto frequente in quel periodo.

Ma in tutto questo meccanismo formalmente perfetto si nascondevano le premesse di una vera e propria frana. 

Aumentando, dalla seconda metà degli anni Novanta, la ingerenza delle Case Madri sulla gestione strategica e territoriale degli Autosaloni; sostituendo sempre più i format paradigmatici di comunicazione e vendita rispetto al tradizionale rapporto diretto e lineare tra Dealer e Cliente; accentuando per questo la unidirezionalità “Top-Down” del rapporto di interazione rispetto ad una storica “simmetria” tra Cliente e Dealer; ed infine, formando eserciti di soldatini indottrinati sulle “nuove” formule di acquisto a ciclo di sostituzione programmata (monte ore di formazione impartita dai “Coach” mediamente quadruplo, nel periodo, rispetto alla formazione spesa per le caratteristiche e peculiarità di prodotto, e lo dico per esperienza diretta……); insomma, per effetto di tutto questo ed asserviti ad una unica Fede (quella del Valore garantito di Buy Back e quella, di complemento, per Eurotax Blu e Giallo…..) le Concessionarie si sono riempite di decerebrati automi e meri “Benchmarker” alla mercè di un target sempre più vasto di potenziali Clienti in cerca assidua e frenetica di “preventivi”.

Il “PreventHunter”, la nuova fauna in giro per Concessionarie: e il venditore…..muto….

Eh, già: di fronte ad un canovaccio comunicativo di trattativa spoglio di riferimenti forti su qualità del prodotto, caratteristiche, confronto di mercato con la concorrenza, gli elementi che restavano impressi nella memoria del Cliente erano solo quattro: prezzo finale di vendita, piano rateale, elenco servizi inclusi, valore stimato dell’auto eventualmente in permuta ovvero ulteriore promesso sconto a chiusura contratto.

Con questa semplice matrice elementare di dati Vi giuro di aver incontrato personalmente – nella mia esperienza di Showroom – singoli, coppie, famiglie o convogli di potenziali acquirenti e visitatori di Salone svolgere per interi Weekend un vero e proprio giro delle sette chiese solo per poter conseguire il miglioramento puramente contabile di anche solo uno dei termini dell’espressione algebrica che avevano in mente (Prezzo Vendita/Rate mensili con servizi inclusi )– (stima della eventuale permuta+ulteriore sconto promesso) e che li faceva esulare totalmente dalla analisi dei valori e dei requisiti qualitativi dell’auto rispetto ad un’altra. Conseguenza ferale di questa nuova linea di rapporto commerciale tra venditore e potenziale Cliente è stata una delle concause di un crescente pregiudizio negativo sulla immagine percepita dai consumatori del classico Dealer

– In linea “orizzontale” la concorrenza feroce tra Dealer di uno stesso Marchio si è tramutata in concorrenza deleteria ed intestina tra Showrooms di uno stesso Dealer;

– In linea verticale, invece, tra Dealer di diversi Marchi Costruttori in potenziale concorrenza (addirittura a volte presenti presso lo stesso Dealer nei casi dei plurimandatari) si era presto pervenuti ad un capolavoro; progressivamente, nel diffondersi dei sistemi di acquisto con ciclo di sostituzione programmata (offerti indistintamente dalle diverse “Captive Bank” di ogni Costruttore) il potenziale acquirente di un’auto è stato via via fornito di un’esca formidabile nella propria “tasca”: quel valore di buyback legato all’importo residuo finanziario da saldare (c.d. “Maxi rata finale) che, fondamentalmente è diventato un punto di forza e non di “studiata” debolezza del Consumatore che, girando in lungo ed in largo – attraverso Showrooms, Dealer e Marchi Auto – finiva inesorabilmente per cristallizzare il centro della sua attenzione di acquisto sull’unico punto di sua forza a lui noto: il pegno di scambio rappresentato dalla “sua” stessa auto.

Potrei fare un elenco lungo come le Pagine Gialle delle tante auto oggetto passivo di decine di valutazioni, perizie, prove pratiche al solo scopo – per il potenziale Cliente – di centrare il valore massimo di vendita e di permuta: “qualcuno” ai piani alti del mondo patinato ed un poco “farlocco” di tante Academy dei miei tempi avrebbe dovuto esercitare davvero i pochi neuroni che lo accompagnavano per prevedere che questo semplicemente sarebbe accaduto. Ecco allora che con i sistemi di acquisto con ciclo di sostituzione programmata – i tanto agognati sistemi che avrebbero dovuto aumentare la “fidelizzazione“ e la programmazione dei Dealer in riferimento al comportamento di acquisto del Cliente – l’angolo stretto del Ring si è materializzato proprio per le Concessionarie e non per il Cliente. 

Pensateci: con la diffusione, l’ampliamento e l’antagonismo dei sistemi di acquisto con ciclo di sostituzione programmata si è consentito al Cliente di codificare perfettamente a suo favore la “stringa di Codice” commerciale inequivocabilmente riconoscibile dal Cliente (Valore di Permuta – Maxi Rata finale) e di “velocizzare” persino il codice di apertura o chiusura della trattativa (Valore Quattroruote, Eurotax Giallo o Blu???) dandogli non più TRE ma bensì Quattro Opzioni: A) Saldare il Debito Residuo/B) Riconsegnare l’auto/C) Cambiare l’auto con il “proprio” Dealer/D) ”Vendere” la propria auto al miglior Compratore presso altri Dealer e sfruttare il margine positivo di differenza con la maxirata per comprare altrove la nuova auto.

A fronte di questo al semplice Dealer e Venditore rimaneva una sola opzione, una sola mossa: “comprare” al prezzo più alto percepibile dal Cliente quella permuta. Il resto (fornire una immagine di Brand vincente, proporre un modello di auto accattivante, accompagnare il tutto con un piano rateale accattivante) era nelle disponibilità del Costruttore. Insomma, bel panorama strategico per i Dealer, no???? 

Il colpo di genio della “Maxirata”, la grande intelligenza delle Academy e delle “Captive Bank”

Ripeto: mai gradito, io, il “sentito dire”; Vi parlo di vita vissuta, della degenerazione e dell’instupidimento dei Dealer a contatto con l’unica entità con la quale non sono mai riusciti – storicamente – ad andare di “comune accordo”: i Costruttori mandanti. 

Quando gran parte di questi è entrata con entrambi i piedi nella gestione strategica e di immagine dei Dealer cercando di farli crescere e passare da realtà familiari e di provincia ad “Hub” multitasking e pluriorganizzati nel corso di un periodo (per fortuna irripetibile) che va dalla metà degli anni ’90 a circa dieci anni fa: ahimè, entrambi i piedi dei Costruttori o sono riusciti a “spappolare” le reticenze e i buchi gestionali di Dealer davvero poco propensi alla gestione “smart” proposti dai nuovi Paradigmi gestionali; oppure si sono impantanati nelle varie paludi della contabilità “dark”, della gestione assurda di Stock e di ordini, o delle inefficienze e/o insufficienze derivanti dal repentino passaggio da una gestione “familiare” o quasi individuale al modello organizzativo “Corporate”.

Questo, molto semplicemente, quel che è accaduto. Un castello di carte e di “carta” pronto a crollare al primo spiffero di finestra aperta; e nel 2007 dalla finestra non è arrivato uno spiffero, ma uno tsunami finanziario che arrivato anche in Italia ha portato quattro conseguenze: Credit Crunch, promessa di Valori Futuri Garantiti di auto da riacquistare “per contratto” secondo le volontà del Cliente, fine del margine “traslato” garantito dai piani finanziari sulla vendita del corpo vettura, ed infine il rischio per molti Valori di Buy Back – elevati al massimo per facilitare l’avvio dei contratti in essere – di diventare più alti dei valori di mercato delle permute sulla piazza dell’Usato. Un effetto tangibile? Contate gli Showrooms ed i Dealer presenti sul territorio nazionale prima del 2007 e dopo il 2012. Certo, la crisi, certo l’Austerity. Ma in fondo c’entrava anche l’ossessione finanziaria con la quale si era tentato di rivoluzionare il sistema generale di acquisto di auto radicato negli italiani.

Arriviamo al dunque: le “pallottole spuntate” di tutto questo panorama di alte strategie e di filosofie commerciali di alto respiro, secondo Voi a chi dovremmo attribuirle? Alle Academy, Voi mi dite? Eh, beh…..Anche alle famigerate “Captive Bank”, non credete????

Beh, Voi mi domanderete a cosa voglio arrivare con tutto questo panorama non troppo esaltante. Provo a spiegare, finalmente: da tempo leggo, ascolto, riscontro una “controinformazione” che tende ad insinuare che, in fondo, la categoria dei “venditori” va innovata nei processi, nei modelli di contrattazione e di relazione con i clienti. E il fine ultimo di questi ragionamenti non può che essere “l’efficientamento” delle prestazioni professionali e dei risultati operativi delle vendite. Non potrebbe essere e non avrebbe senso che fosse il contrario. Dunque, Venditori sotto la lente: sono da riformare, da innovare, da superare? Ok, proviamo a fare la considerazione opposta: con un mercato auto che negli ultimi anni ha affrontato DieselGate, Lockdown, crisi microchip, incertezza del futuro, credit crunch e recessioni varie, ammettiamo che una media di circa 1,3 milioni di auto nuove immatricolate in media ogni anno da dieci anni a questa parte sia in parte responsabilità dell’approccio di vendita di Agenti e promotori; e dunque ho voluto confrontare con Voi il paradosso opposto:

“Quanto contavano i Venditori quando le cose per il mercato auto andavano bene?”

Et voilà: ho rappresentato un mondo indottrinato, lungo 10 anni almeno tra fine anni 90 e pre-Crack Lehman, dove il sistema della formazione e del tutoring, oltre al benevolo “stalking” delle Case Mandanti verso i Dealer, aveva complessivamente generato un sistema univoco “Top-Down” in cui le forze vendita erano diventate “monocoltura” per auto vendute con sistemi di acquisto a ciclo di sostituzione programmata, il grande business formativo di quel periodo; ho ben spiegato le lacune che per questo si sono accumulate. 

Tuttavia il responso è arrivato dopo la crisi dei mutui subprime: con il credit crunch le vendite sono crollate, la fidelizzazione tanto agognata è finita nel cesso e fondamentalmente si è capito che a vendere non era il sistema di vendita, ma il sistema finanziario di supporto. C’è poco da contestare.

E se questo è accaduto, possiamo farne una colpa ai soli Agenti di vendita, o va coinvolto tutto il sistema delle “Academy” (a decine, e decine di decine, in questi anni) che ha lavorato a fianco di Dealer e Case Mandanti. Quel che è giusto è giusto.

Ed ora, la domanda che mi pongo è: in condizioni creditizie invariate e lontanissime dai periodi pre crisi, dove il mercato auto ha perso numeri lordi ma ha guadagnato in margini e fatturato “raffinando” il target clienti verso soglie sociali economicamente più generose, quali sistemi “innovativi” e miracolosi possono essere prodotti e studiati al fine di formare i venditori a……..Fare cosa? 

A) Fidelizzare? Ma se i ruoli e la Gamma dei Costruttori “abituali” nel frattempo si è rivoluzionata con la benedetta “rivoluzione elettrica” per effetto della quale, in compenso, oggi si faticano a trovare disponibili sia BEV che endotermiche;

B) Allargare la fascia di potenziali acquirenti? Ma se a mancare è ormai proprio quella fascia di mercato su cui si basava il 25% almeno di tutto il volume di vendita annuo…

E  allora…..A che serve e che obbiettivi si pone “la nuova ventata” di formazione, di tutoring e di innovazione propagandata dalla nuova “classe” di Guru dell’Automotive Academy oggi sbandierata da social e piattaforme professionali? 

Processo ai “Guru”delle Academy: Chi insegna a “vendere” saprebbe davvero vendere Auto?

C’è uno slogan straordinario, che gira in Rete da alcuni anni, avevo detto: dice pressappoco una cosa, con riferimento alla pioggia di libri, saggi, tomi ed approfondimenti multimediali dedicati alla risoluzione ed uscita dalle crisi: “C’è un solo modo per riuscire a guadagnare in tempo di crisi: è scrivere libri su come si può guadagnare in tempo di crisi”.

Ecco. Ecco il punto: coloro che vorrebbero traghettare il sistema di vendita auto fuori dalla palude, come hanno evitato che il sistema finisse nella palude provenendo da periodi dorati? E se l’aria di crisi è piuttosto simile a quella dei periodi più neri, cosa dovremmo aspettarci da tanti rivoluzionari “Guru”? Ma soprattutto, quanto dovrebbe e potrebbe guadagnare un Agente a Partita Iva e con quali numeri mensili? Oppure questo è un argomento marginale? Via, siamo sinceri: le guerre non si vincono con tutti Colonnelli, diceva il mio amico Rocco, valido venditore ai miei tempi. Occorre secondo me che molti sedicenti “Guru” si tolgano la toga da Accademici per indossare di nuovo abito e cravatta e tornare dietro una scrivania di un venditore. Farà davvero una bella differenza. Ma questa è la mia rispettabile opinione. 

Ah, Vi devo due risposte: il venditore DOC di cui parlavo prima si chiama Giancarlo M. e si esercita in Direct Marketing, SMS di auguri ed informazioni, inviti ad eventi ed altro (verso i suoi Clienti) da almeno 30 anni. Lui sa davvero cosa è la fidelizzazione anche senza Guru.

Invece il filosofo che ha detto: “C’è un solo modo per riuscire a guadagnare in tempo di crisi: è scrivere libri su come si può guadagnare in tempo di crisi”, ovviamente sono io.

Riccardo Bellumori

Suzuki Jimny 5 porte vende troppo e si fermano gli ordini

La Suzuki Jimny 5 porte ha un successo enorme in Giappone. Lì, il marchio è stato addirittura costretto a interrompere le ordinazioni a pochi giorni dal lancio. Tuttavia, l’azienda sta facendo del suo meglio per risolvere il problema.

In forma di serie, la Suzuki Jimny a cinque porte ha debuttato nel 2023. La produzione di questa modifica avviene esclusivamente in India, ma la versione allungata è globale. In Giappone, paese d’origine del marchio, le richieste per il SUV allungato hanno iniziato a essere accettate il 30 gennaio di quest’anno. Lì, il SUV a cinque porte porta il “cognome” Nomade. Inizialmente, l’azienda prevedeva di vendere 1.200 vetture al mese sul mercato giapponese. Tuttavia, a soli quattro giorni dal lancio, la Suzuki Jimny Nomade ha raccolto 50.000 ordini! Così, il 3 febbraio, le richieste sono state chiuse e il marchio ha persino cancellato la sua campagna pubblicitaria.

Suzuki ha annunciato che il sito indiano aumenterà la produzione del Jimny a 5 porte per il Giappone “fino a circa 3.300 unità al mese” a partire da luglio. L’azienda ha inoltre dichiarato che “continuerà a impegnarsi” per riprendere le richieste di acquisto il prima possibile.

DIMENSIONI XXL

In termini di design, il Jimny Nomade segue a grandi linee la versione globale. Il SUV a cinque porte destinato al Giappone misura 3.890 mm di lunghezza e ha un passo di 2.590 mm. L’altezza da terra è di 210 mm.

Suzuki Jimny Nomade è equipaggiato con un motore atmosferico KB15 1.5 a benzina con una potenza di 102 CV, senza aggiunta ibrida. Il motore è abbinato a un manuale a cinque marce o a un automatico a quattro rapporti. Il SUV è dotato di trazione integrale con cambio a catena e di un riduttore.

In Giappone, la cinque porte è presentata in configurazione FC singola. Le caratteristiche del modello per il mercato giapponese sono la funzione di prevenzione dell’impigliamento dei pedali e il cruise control adattivo per le auto con cambio automatico (in India, ad esempio, il “cruise” adattivo non è disponibile nemmeno con un sovrapprezzo).

La supercar Alpine a 3 motori arriva nel 2028

Alpine prevede di lanciare una supercar a motore centrale nel 2028, con un propulsore ibrido V6 turbocompresso in grado di erogare oltre 1.000 CV (1.013 PS), secondo quanto riportato da Autocar. Secondo il rapporto, la vettura sarà dotata di due motori gemelli sull’asse anteriore per realizzare un layout a trazione integrale.

Mentre il marchio francese sta rendendo la sua linea di prodotti sempre più elettrica a batteria, ha deciso di utilizzare un gruppo propulsore a combustione interna per la sua prossima supercar, senza escludere futuri modelli ibridi. “Non vendiamo auto elettriche. Vendiamo auto sportive, auto passionali, auto esclusive”, ha dichiarato il CEO di Alpine Philippe Krief al debutto della Alpine A390.

Secondo Autocar, la prossima supercar Alpine sarà alimentata da un motore V6 e da motori elettrici, entrambi sviluppati dalla divisione di ricerca e sviluppo Hypertech Alpine del Gruppo Renault, situata presso l’impianto di propulsione di Formula 1 del marchio a Viry-Châtillon, in Francia.

IL MOSTRO IBRIDO

La Ferrari SF90 Stradale sarà probabilmente un punto di riferimento fondamentale per la prossima supercar Alpine, dato che Krief ha lavorato in precedenza nella ricerca e sviluppo del marchio italiano quando la SF90 era in fase di sviluppo. Al posto del sottile motore ibrido a flusso assiale di Yasa, utilizzato sulla SF90, la Alpine avrà motori a flusso radiale progettati da Hypertech Alpine.

“Il flusso assiale è perfetto tra il motore e il cambio. Ma sull’asse anteriore, se il diametro è grande, non ha importanza”, ha detto Krief a proposito del progetto del motore elettrico.

La concept car Alpenglow Hy6, presentata in precedenza da Alpine, era dotata di un motore V6 da 3,5 litri, anche se presentato come concept alimentato a idrogeno. Il propulsore della concept car Alpenglow era in grado di erogare 740 CV e di raggiungere i 9.000 giri al minuto.

Quando entrerà in produzione, la supercar Alpine avrà un prezzo superiore a 200.000 euro. “Se siamo in grado di vendere una Renault 5 Turbo da 155.000 euro (RM741.907), pensate che ci possa essere spazio per la Alpine al di sopra di questa cifra”, ha detto Krief.

Nuova Mercedes-AMG GT 4 2026: Rendering

L’altro giorno sono state pubblicate sul web nuove foto spia della prima super berlina di AMG, che ci danno un’idea del suo aspetto.

L’attuale Mercedes-AMG GT 4 Coupé ha debuttato nel 2018, diventando il primo modello a quattro porte della divisione sportiva (anche se tecnicamente può essere considerata una liftback, dato che il cofano del bagagliaio si solleva insieme al lunotto). Nella primavera del 2023, il modello ha ricevuto un leggero restyling e ora si sta preparando una berlina completamente nuova per la prima volta, e recentemente la Casa tedesca ha pubblicato diversi teaser della novità.

Come previsto, la nuova berlina sarà una sorta di versione di serie della spettacolare concept Vision AMG, presentata nel maggio 2022. Allo stesso tempo, sarà comunque sensibilmente diversa da quest’ultima sia nelle proporzioni che nei dettagli. Il frontale manterrà le luci di parcheggio a LED, stilizzate sotto il logo del marchio, ma le loro dimensioni saranno significativamente più piccole e saranno incorporate nei soliti blocchi dei fari. I fari stessi saranno uniti da una striscia a LED, più o meno come sulla CLA di terza generazione recentemente presentata. La carrozzeria di serie avrà proporzioni leggermente più tradizionali, con una linea del tetto posteriore molto meno spiovente rispetto alla concept. La vettura manterrà le porte senza cornice e le maniglie saranno a scomparsa, esattamente come su molte altre novità della Casa.

Rendering Kolesa.ru

IL MOSTRO SU STRADA

La parte più misteriosa è quella posteriore, dove sono chiaramente visibili solo piccole luci rotonde con stelle a tre raggi incastonate. La berlina, nei teaser e nelle foto spia, ha una luce di questo tipo su ciascun lato (che sembra insufficiente), ma è possibile che un’altra coppia di luci sia nascosta sotto le camuffature.
La super berlina AMG GT sarà costruita sulla nuova piattaforma ad alte prestazioni AMG.EA, progettata per i futuri veicoli elettrici della divisione. Il gruppo propulsore comprenderà tre motori elettrici con una potenza totale che potrebbe superare i 1.000 CV. Per fare un confronto, la più potente Mercedes-AMG GT 63 S 4MATIC+ E Performance ibrida produce 843 CV.
La novità dovrebbe essere presentata in anteprima nei prossimi mesi. Nel frattempo, il mese scorso abbiamo scoperto perché la Mercedes-Benz Classe R, unica nel suo genere, è fallita.

MV Agusta: la Contessa della Velocità a mezzo secolo dalla sua ultima stella

Solo due o tre anni prima, se qualche preveggente avesseosato vaticinarlo sarebbe stato preso per sacrilego: sarebbe mai potuto accadere alla gloriosa ed irresistibile MV Agusta di vedere al più vicino orizzonte la sua fine, l’interruzione del ciclo vincente e virtuoso che aveva messo il Marchio di Cascina Costa al vertice del mondiale Velocità a due ruoteper una sequenza impressionante di Stagioni ?

“Quella” MV Agusta, portabandiera di rango, accompagnata o preceduta fin dagli albori del Campionato mondiale Velocità dalle esperienze importanti di Gilera e Mondial, e pronta difendere come pioniere l’onore e soprattutto la dignità sportiva e tecnologica di un’ Italia ammessa con una certa e malcelata “puzza sotto il naso” nel Torneo motociclistico mondiale fatto ad immagine e somiglianza abbastanza discriminante di Gran Bretagna e Francia (le vincenti europee della Seconda Guerra) in termini di regolamenti e calendario organizzativo; lo stesso torneo che, per includere in qualche modo la ancora più disastrata ed emarginata Germania, aveva inventato di sana pianta la categoria dei “sidecar” al fine di rimettere in circolazione lotti interi di bicilindrici Boxer di BMW, Zundapp, MZ, etc che trovavano il loro sito ideale dentro la struttura rudimentale dei “Side” delle prime Stagioni mondiali. 

Insomma, in quel Campionato Iridato Velocità che sembrava un tributo globale a Tourist Trophy e Bol d’Or, l’Italia aveva fatto la sua fatica a rimettere in sesto le sue due ruote nel primo Dopoguerra e incentivare i suoi Marchi Costruttori a prendere parte al Mondiale sin dalla prima edizione del 1949

Da quel momento tuttavia per BSA, Triumph, Matchless e Velocette le cose si sono fatte più difficili: dal 1949 al 1959 – solo per considerare la Classe Regina 500 cc. – Geoff Duke, Leslie Graham e John Surtees sono i tre mattatori inglesi al vertice del decennio contro Masetti e Liberati; ma dal lato “Marche” le Case italiane MV e Gilera sono da subito mattatrici aggiudicandosi 8 Titoli Costruttori su undici e lasciando le briciole ad AJS e Norton.

E sul versante “Piloti” (che è sempre ed ancora il termine di riferimento più significativo) la Classe Regina vede MV Agusta accompagnare i suoi Piloti per 18 dei 26 Titoli in palio tra il 1949 ed il 1974.

Aggiungiamo, se nel caso fosse sfuggito, che nessun altro Marchio, oltre alla nostra “MV Agusta” è mai riuscito a vincere un decennio intero DI FILA di Titoli Mondiali Piloti nella Classe Regina; dal 1960 al 1969 tutti e quattro i Titoli ciascuno di Ago ed Hailwood, come i due di Surtees ed Hocking sono della Agusta, che di un soffio evita il “Bis” nei Costruttori solo perchè nel 1966 vince la Honda interrompendo il monopolio seriale. In nessuna altra Classe del Motomondiale ed in nessuna altra epoca questo Record è stato ripetibile, a dispetto di risorse ed investimenti da piccolo Stato nazionale che nella loro storia diversi Costruttori hanno speso. 

E la MV rimane tuttora, ad oggi, il secondo Marchio per Titoli Mondiali vinti come Costruttore dopo la Honda. In tutta la storia del Motomondiale Classe Regina. Onore al merito.

Italia protagonista nelle due ruote da sempre

Torniamo al 1974. Ultimo anno Iridato per Cascina Costa, in quel contesto in cui, come ho detto, se al brindisi di Capodanno per il 1975 e gli anni a venire qualcuno avesse predetto la fine di quella epopea gloriosa per MV sarebbe stato preso per matto.

Si, certo: le due Tempi e le giapponesi, con soprattutto la Yamaha a fare da spartiacque tra vecchio e nuovo mondo. Ma in generale fin da quel primo Gran Premio vinto da un semplice motore bicilindrico Due Tempi Suzuki, o dopo la più ridondante prima vittoria di una 2T ufficiale in ogni sua parte (la Kawasaki) si era capito che al massimo della evoluzione possibile in cui la quattro Tempi più vincente per decenni era arrivata, da là poteva partire il minimo sindacale per i motori a miscela, che “frullavano” a regimi maggiori e soprattutto pesavano meno. 

LE TAPPE DEL MARCHIO

Dunque nonostante l’orgoglio e la vanità emanata da quei portanumero “1” e “2” sulle carene rosso-argento di Phil Read e Gianfranco Bonera, il pericolo “Jap” era più di una ipotesi a partire dal 1975 in cui la “MV” schierava la evoluzione estrema della St84 500 4 cilindri su cui persino si era affacciato un rudimentale ma furbo monoammortizzatore che poi però per il resto di Stagione lascerà posto ai tradizionali due ammortizzatori al forcellone. Molto curiosaera la soluzione ibrida, con gli ammortizzatori telescopici sul forcellone e la sola molla operata sotto la sella dal rinvio.

Il motore quattro cilindri 500 da Gran Premio della MV Agusta 1975 era a sua volta evoluto a livelli stratosferici: 99Cavalli a 14.000 Giri/min. per un peso moto di “solo” 120 Kg. erano la soglia più elevata e sublime della tecnica a quattro tempi per quei tempi. Oltre era impossibile andare.

Tra l’ultima vittoria della MV Agusta al Gran Premio di Germania il 29 Agosto del 1976, e la prima della Cagiva C592 al Gran premio di Ungheria il 12 Luglio del 1992, passa un piccolo leggendario intermezzo italiano : la Sanvenero 500 vince a Nogaro il Gran Premio di Francia il 9 Maggio del 1982, ma questo è il panorama. Dopo MV Agusta il dominio tricolore diventa un ricordo fino al 2007 e poi negli anni buoni per la Ducati.

MV Agusta, dopo mezzo secolo non la batte nessuno

Uno non ci pensa mai, ma questa Contessa da Pista (guai a Voi se la chiamate Milfona!!) dopo oltre mezzo secolo dal suo ultimo Titolo Costruttori (battendo, badate bene, Yamaha-Suzuki-Konig-Husqvarna-Kawasaki-H.M.-Matchless-Rotax) si permette ancora il lusso al giorno d’oggi di rimanere seconda dopo la Honda e prima della Yamaha ferma con 14 Titoli Mondiali vinti. 

Resta il fatto, e in un tempo in cui tutti cercano di ricavare “allori” dal proprio passato non è cosa da poco, che la MV Agusta rimane e rimarrà per Sempre la “Regina” della Classe Regina 500 cc. prima dell’avvento della MotoGp: ma soprattutto con l’uscita di scena di MV si chiude l’esperienza industriale nel mondo sportivo di uno degli ultimi “Patron” dell’era moderna nelle Gare iridate. 

Di fronte alle invincibili armate giapponesi nelle quali a comandare è sempre e soprattutto la gloria del Sol Levante; e di fronte ad un futuro successivo fatto dai Castiglioni, dagli Ivano Beggio e pochi altri, la figura straordinaria e fiabesca del Conte Agusta è e rimane inegiagliata anche in certi incredibili eccessi di rango e di pedigree di cui sono pieni alcuni aneddoti. Un esempio?

Un camioncino telonato si muove coil suo rombo soffuso nella mattina ssßdd de aristocratica e sonnolenta del Lido di Venezia. Sono da poco passate le sette. Quel camioncino, verniciato in rosso corsa con inserti in bianco e blu, è un “1100 D2” MV Agusta. E tanto per non tradire l’appartenenza riporta in disegno elegantissimo la dicitura “Squadra Corse MV”. Nonostante l’età (1959) è ancora arzillo ed abbastanza agile ed elegante per muoversi bene e non sfigurare. E nonostante la destinazione d’uso “battagliera” conserva quel tocco di nobiltà dei suoi interni in pelle color Cognac e per quel cassone pavimentato e lastrato con legno di pino e di noce.

Arrivato da Cascina Costa alle quattro di notte a ridosso del Lido, il suo equipaggio ha trascorso circa due ore per un riposino nell’approdo del Cavallino a Murano. Poi con una chiatta il vettore è arrivato sul Lido, destinazione l’Hotel più esclusivo di quel lembo di isola all’epoca rinomato in tutta Europa e meta di soggiorno della elìte nobiliare: l’Hotel des Bains al numero 17 del Lungomare Guglielmo Marconi. Ancora non sa, quell’Hotel, della piena di acqua e sabbia che lo inonderà nell’autunno del 1966, ma si sta preparando ad un altro piccolo “terremoto” di natura mondana.

Conte Domenico Agusta, Mecenate e padrone

Tra i camerieri già in movimento per l’organizzazione del buffet mattutino, i fattorini dei giornali e degli approvvigionamenti, quel “1100 D2” arriva tra il cortile di ingresso e la spiaggia. Tre uomini scendono, sollevano i teloni mossi dalla leggera brezza, e posizionano le rampe per far scendere una creatura mai vista: la “MV” 350 tre cilindri. 

Se il camion di ordinanza della MV Agusta è là a quell’ora, è perché il suo legittimo titolare, il Conte Domenico Agusta, non avrebbe mai voluto che in realtà vi dovesse arrivare. Tuttavia, per i tempi allungati eccezionalmente per la gestazione e la messa in opera di un progetto innovativo e rivoluzionario sia per il settore che per la stessa MV, lo Staff di sviluppo aveva preannunciato, a fine Luglio, lo stop programmato feriale delle attività in previsione della pausa ferragostana. Salvo poi riprendere l’attività da Settembre.

Il roccioso ed imperioso Conte Domenico, a quel punto, armeggiò con il Telex usando l’autorità che gli era naturale: “Portate la moto al Lido di Venezia entro l’inizio delle mie Ferie. Cioè entro la prima settimana di Agosto. Voglio vederla con i miei occhi e sentirla in moto con le mie orecchie! Finita e pronta per correre!”. 

Beh, argomento convincente, senza dubbio. Il padrone era Lui, e a Cascina Costa leggendo quel Telex in molti dovettero cambiare programma estivo…

Sabato sera Primo Agosto 1964, tanto per far capire che a quel punto in fabbrica non esistevano più neppure i Weekend, Arturo Magni aveva contattato il Conte Domenico, all’Hotel. “Conte, entro sera avremo allestito tutto e messo il camion su strada direzione Venezia. In suo onore, perché domani è Domenica”.

E così fu.

Prima del suono della campana del Santuario del Lido, quell’isola patinata ed aristocratica fu svegliata alle otto e mezza circa dal rombo infernale di una moto da Competizione. Tre minuti circa di sinfonia, e l’applauso coinvolto degli altrettanto nobili villeggianti. Sessanta anni fa, il palcoscenico più esclusivo per il debutto mondano di una regina. Molto più degli altri “Titolari” della Casa Costruttrice, Domenico Agusta considerava MV come suo Feudo e sua figlia, alla quale non faceva mancare iniezioni di soldi oltre ogni ragionevole prudenza gestionale e commerciale. 

Ed ecco perché il passaggio alla gestione pubblica dell’EFIM spegne per sempre questa stella. Ovvio, nessuno si aspettava che lo Stato rimettesse in Pista la “MV”, sarebbero stati soldi buttati. Ma interrompere l’evoluzione commerciale dell’ultima regina, la “750 America” senza voler tentare una programmazione pluriennale di consolidamento commerciale di fronte alla crescita esponenziale (grazie proprio ai giappones) delle Maximoto, fu forse un gesto miope; anche perché la decimazione della produzione motociclistica nazionale “pesante” ha sullo stesso versante tagliato un poco le gambe alla subfornitura ed alla componentistica.

Senza dimenticare che oltreoceano ed in alcuni Paesi europei, Germania in testa, il Marchio e la gloria MV aveva mantenuto tutto il suo fascino. Al punto che, come spesso capitato in tema di Automotive italiano, la rinuncia di MV ad un futuro plausibile ha finito per cambiare la sorte ad una potenziale concorrente. Vi racconto per sommi capi.

Quella MV che diventò…Katana

Se pensavamo che solo Fiat aveva avuto i paraocchi rifiutando nel 1995 la proposta di Giorgetto Giugiaro per una “Nuova Cinquecento” basata sulla concept che poi darà vita alla Best Seller “Matiz”……Allora questa storia fa il paio con una “storiella” a due ruote di fine anni ’70. 

La Concept Design, un Centro di Disegno industriale già attivo e famoso per lo studio di particolari, si era rivolto al mondo dei Costruttori per avviare collaborazioni in tema di “vestizione” di moto da Gran Turismo e sportive nelle quali la forma e la linea diventavano prerogative importanti quanto la potenza o le prestazioni. 

In particolare, anche in ottica di rilancio del Marchio, Concept Design decise di dedicare una una opera prima “Concept” elaborando una “vecchia” MV Agusta 750. 

La caratteristica del freno ancora a tamburo sull’anteriore non lascia dubbi in proposito, così come i Carter motore. 

Insomma, Concept avvia i primi contatti con MV alla fine del 1977, poco prima che la Casa di Cascina Costa diserti clamorosamente il Salone di Milano per poi dedicarsi alla produzione aeronautica cedendo il 51% dell’Azienda all’EFIM; in verità l’interesse forse ci sarebbe anche da parte del Management, visto che lo Studio di Design riceve un prototipo già piuttosto innovativo sviluppato nella Factory con serbatoio e fiancatine molto avveniristici. 

A fronte del quale invece i Manager abbastanza incapaci susseguiti a Domenico Agusta morto nel 1971 si dedicarono alla impresa nata fallimentare della “750 America” del 1973.

Concept insomma dopo un periodo di “stasi” – legato anche alla ibernazione del comparto moto voluto da EFIM – lavora con impegno su una linea ed una struttura che volutamente cerca di non stravolgere il telaio e la ciclistica di serie, per non gravare su costi di produzione e margini previsti.

L’impegno in termini di “mission Impossible” è dunque notevole, e per essere un prototipo del 1980 dobbiamo ammettere che la proposta della Concept era straordinaria: nulla di simile era mai balenato nelle proposte neppure più oniriche, ed a disporne in esclusiva era un Marchio italiano di cui ancora risuonava l’eco della leggenda sportiva. 

Eppure, evidentemente, MV Agusta/EFIM non se la sente di tornare sui suoi passi. Nel decennio forse tra i più ricchi e favorevoli per le moto d’elite, con uno spazio pur occupato dai “Jap” dove però l’ingombro di almeno quattro Marchi inglesi di peso (Norton, BSA, Triumph, AJS) è ormai scomparso o sta per esserlo.

L’occasione persa per questa Concept non lo è però proprio per chi ha saputo interpretare per il verso giusto i mutamenti ed i gusti del mercato. 

L’originaria proposta Concept Design per la MV Agusta, diventerà la leggendaria, iconica e vendutissima Suzuki Katana. E non so se mi spiego…

Riccardo Bellumori

I Segreti dell’Infotainment Ford Capri 2025

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