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Nuova Volkswagen Polo GTI: elettrica ID.Polo

La nuova Volkswagen Polo sarà 100% elettrica e rinascerà ID.Polo.

È una delle auto elettriche più attese, soprattutto dal marchio di Wolfsburg, che non ha esitato a presentarla in due occasioni precedenti. L’azienda tedesca sogna da tempo di realizzare un’utilitaria elettrica nello spirito della prima Golf GTi lanciata nel 1976, e questo sogno sta per diventare realtà.

Non solo, ma avrà anche una versione ad alte prestazioni, come abbiamo già visto nei test sulle Alpi. Una Volkswagen ID.2 GTI che, ora in occasione del Salone dell’Automobile di Monaco, abbiamo anche avuto modo di conoscere il suo vero nome, oltre a dare una prima occhiata a questa piccola sportiva che aspira a realizzare i sogni di molti. Davanti a voi, la nuova Volkswagen ID. Polo GTI.

Volkswagen ID. Polo GTI Concept
La sportività della nuova Volkswagen ID. Polo GTI Concept è indiscutibile.
L’anteprima della prima Polo GTI elettrica della storia

Volkswagen l’ha presentata camuffata con una pellicola rossa, perché non è ancora pronta, ma si può vedere che le principali caratteristiche stilistiche sono più che fedeli alla ID. GTI Concept presentata allo stesso evento tedesco di due anni fa. I fari a forma di lacrima sono stati mantenuti, così come la sottile modanatura che ha spostato la griglia sul paraurti.

LA SPORTIVA COMPATTA

Una barra decorativa che non solo si illumina, ma integra anche l’emblema del produttore illuminato in bianco e le mitiche tre lettere in rosso all’estrema destra. Ci sono anche i sottili fanali posteriori, con i tipici angoli più spigolosi, anche se non visibili, e dettagli caratteristici di tutte le Golf come il montante posteriore a forma di “L”.

La nuova ID. Polo più sportiva vanta proporzioni contenute, monta grandi cerchi in lega da 19 pollici di diametro e pneumatici più che importanti: le quattro ruote sono di misura 235/40 ZR 19. Posizionata agli estremi degli assi, la prima GTi elettrica di Volkswagen presenta passaruota pronunciati e misure molto equilibrate, come potete vedere più in dettaglio qui di seguito:

Dimensioni della Volkswagen ID. Polo GTI Concept
Lunghezza 4.053 mm
Larghezza 1.816 mm
Altezza 1.530 mm
Interasse 2.600 mm
Dimensioni ufficialmente omologate della Volkswagen ID. Polo GTI Concept

Volkswagen non ha mostrato gli interni definitivi di questa nuova ID. Polo GTi, ma è chiaro che il design non si discosterà molto da quello mostrato due anni fa. Il volante sarà dotato di comandi multifunzione e tre razze, oltre a un sottile schermo da 10 pollici dietro. Questo è separato da quello rettangolare per il sistema di infotainment, ma offrirà informazioni perfettamente leggibili grazie ai suoi 12 pollici.

Ma la cosa più interessante è il pulsante “GTI experience” nella console centrale, dal quale il conducente potrà selezionare la modalità di guida e godere di regolazioni specifiche nella trasmissione di potenza, nel telaio, nello sterzo e persino nel suono dei punti di cambio.

I sedili, ovviamente, avranno il tipico motivo a quadri delle GTi. Ma non è tutto, perché il marchio tedesco ha condiviso i primi dettagli di questa sportiva tascabile.

I tedeschi non rinunceranno a offrire una dinamica di guida più incisiva, quindi le sospensioni avranno una taratura più sportiva, i freni una maggiore mordente, lo sterzo sarà progressivo e avrà anche un differenziale anteriore con bloccaggio elettronico.

Gli ingredienti essenziali per questa Polo GTi elettrica, che avrà un motore elettrico posizionato sull’asse anteriore. Lo stesso AP550 montato sulla ID.3 GTX sull’asse posteriore, ma ridotto a una potenza massima di 226 CV. La stessa unità di propulsione che sarà utilizzata anche per una futura Polo R elettrica.

La Volkswagen Polo elettrica più sportiva arriverà nei concessionari nel 2027, dopo la presentazione nell’estate del 2026. Un bolide tascabile che sarà equipaggiato con una batteria agli ioni di litio, con una capacità di 56 kWh, speriamo netta e utilizzabile, e con un’autonomia massima di poco superiore ai 400 chilometri.

Nuova BMW iX3 2025: Anteprima Teaser

La BMW iX3 di seconda generazione celebrerà la sua anteprima mondiale il 5 settembre 2025, come annunciato dalla casa automobilistica tedesca sui propri canali social. Presentata quest’anno al salone IAA Mobility di Monaco (noto anche come Salone dell’Auto di Monaco), la iX3 è il primo modello a dare il via all’era Neue Klasse di BMW, in vista della nuovissima i3.

Una delle varianti che farà parte della gamma iX3 è la 50 xDrive, che dovrebbe avere un consumo energetico compreso tra 17,9 e 15,1 kWh per 100 km. Maggiori dettagli sul sistema di propulsione elettrica eDrive Gen6 che debutterà nella prossima iX3 (nome in codice NA5) saranno forniti nel corso della settimana, ma l’azienda promette miglioramenti significativi rispetto alla precedente iX3 alimentata dalla Gen5 (nome in codice G08).

Questi includono una riduzione della perdita di energia del 40%, dei costi del 20% e del peso del 10%. Viene anche pubblicizzata un’autonomia fino a 800 km secondo lo standard WLTP, il che suggerisce una capacità stimata della batteria di oltre 100 kWh se facciamo qualche calcolo che coinvolge il consumo energetico e l’autonomia.

MOTORI E DATI TECNICI

La BMW iX3 è costruita su un’architettura elettrica da 800 volt e supporta la ricarica rapida in corrente continua fino a 400 kW, con oltre 350 km di autonomia recuperabile quando collegata a un caricatore appropriato per 10 minuti. Le nuove celle cilindriche con una densità energetica superiore del 20% sono integrate direttamente (cell-to-pack) nell’alloggiamento del pacco batterie ad alta tensione, consentendo una ricarica più veloce del 30% e un’autonomia maggiore del 30%. Il pacco batterie fungerà anche da componente strutturale (pack-to-open-body).

L’unità di potenza Gen6 sarà dotata di un motore sincrono eccitato elettricamente (EESM) per l’asse posteriore, mentre i modelli xDrive aggiungono un motore asincrono (ASM) sull’asse anteriore che si dice sia più compatto ed economico.

Anche i supercomputer fanno parte delle caratteristiche dell’iX3, con quattro computer ad alte prestazioni che formano un sistema nervoso digitale per varie funzioni del veicolo. Questi includono l’Heart of Joy che fa parte del BMW Dynamic Performance Control per la trasmissione, i freni, la ricarica, il recupero e le funzioni di sterzo del veicolo.

INTERNI E TECNOLOGIE

Gli altri Superbrains gestiscono le funzioni di guida automatizzata, le funzioni più basilari del veicolo (accesso al veicolo, climatizzazione e comfort, illuminazione interna ed esterna, flusso e elaborazione dei dati, aggiornamenti software remoti) e l’infotainment, quest’ultimo rappresentato dal Panoramic iDrive. Un’architettura di cablaggio a zone collega questi sistemi tra loro con un numero inferiore di cavi e utilizza “Smart eFuses”.

Sulla base del teaser fornito, la iX3 sembra rimanere fedele al concept Vision Neue Klasse X che l’ha anticipata un anno fa. L’espressiva illuminazione esterna nella parte anteriore di quest’ultima è stata mantenuta per il modello di produzione, anche se con luci diurne leggermente riviste e sottili strisce luminose sugli inserti accanto alla griglia dei reni illuminata. Al posto delle telecamere vengono utilizzati anche specchietti laterali convenzionali.

Non ci sono immagini degli interni, ma seguendo il concept, la configurazione Panoramic iDrive dell’iX3 dovrebbe presentare un nuovo touchscreen di infotainment mini-LED a forma di rombo, un display Panoramic Vision a tutta larghezza che si estende da un montante anteriore all’altro e un display head-up 3D opzionale.

Nuovo Suzuki Victoris: la Vitara XXL

Suzuki ha presentato il suo nuovo SUV compatto, il modello sarà disponibile con motore a benzina e versione bi-fuel, oltre che in versione ibrida.

Oggi in India ha avuto luogo la prima mondiale del nuovo crossover Suzuki denominato Victoris. La produzione sarà avviata proprio in questo Paese: il modello sarà realizzato nello stabilimento della Maruti Suzuki (filiale dell’azienda giapponese). L’India sarà il mercato di debutto per Victoris. Tuttavia, il SUV non sarà un’esclusiva locale: è stato annunciato che in seguito le auto prodotte in India saranno disponibili in più di 100 paesi. Probabilmente l’elenco includerà i mercati dell’Asia, dell’America Latina e del Medio Oriente. Ma è improbabile che il crossover arrivi in Europa.

A quanto pare, il parente più prossimo della Suzuki Victoris è l’attuale SUV Suzuki Grand Vitara, che sarà prodotto in India a partire dal 2022. Tuttavia, la Grand Vitara è considerata un modello “premium” e viene venduta attraverso una rete di concessionari separata, Nexa. La Victoris, invece, è un SUV “popolare”, anche se di punta: le sue vendite saranno gestite dalla divisione Arena.

In ogni caso, la Suzuki Victoris ha un proprio design esterno, e gli stilisti si sono chiaramente ispirati al più compatto elettrico Suzuki e Vitara. Anche il SUV presentato oggi ha un pannello frontale liscio, sotto il quale sono posizionate delle fessure. Inoltre, la Victoris ha luci posteriori simili, realizzate a forma di “arco”. Altre caratteristiche estetiche includono luci diurne a LED, paraurti piuttosto imponenti e passaruota squadrati.

DATI TECNICI

La lunghezza della Suzuki Victoris (nelle specifiche per l’India) è di 4360 mm, ovvero 15 mm in più rispetto alla Grand Vitara indiana. L’altezza è di 1655 mm contro i 1645 mm della sua parente. La larghezza e il passo delle auto sono identici: rispettivamente 1795 e 2600 mm.

Gli interni a cinque posti sono stati progettati nello stile della Suzuki Grand Vitara, anche se l’allestimento interno del SUV Victoris non riproduce letteralmente quello del modello gemello. In particolare, presenta un cruscotto e un pannello di controllo del climatizzatore diversi. Il climatizzatore è già di serie. L’elenco delle dotazioni della Suzuki Victoris più economica comprende anche strumenti analogici con schermo da 4,2 pollici, sistema multimediale con schermo da 7 pollici e sei airbag.

La versione top di gamma è dotata di tetto panoramico, portellone elettrico, quadro strumenti virtuale (10,25 pollici), multimediale con tablet da 10,1 pollici, ventilazione dei sedili anteriori, ricarica wireless per smartphone, telecamere a visione panoramica, cruise control adattivo, sistemi di mantenimento della corsia e monitoraggio degli angoli ciechi.

TECNOLOGIE

La tecnologia è la stessa del crossover Suzuki Grand Vitara. Ciò significa che in India la Suzuki Victoris è disponibile in tre versioni. Il modello sarà offerto con un motore a benzina K15C 1.5 (103 CV e 138 Nm), che ha un motorino di avviamento-generatore (questa modifica è chiamata dall’azienda “ibrido leggero”) e può essere abbinato a un cambio manuale a cinque marce o a un classico cambio automatico a sei marce. Sarà anche possibile scegliere un SUV con una versione bi-fuel dello stesso motore: a benzina eroga 101 CV e 137 Nm, a metano 88 CV e 121 Nm. Questo crossover è equipaggiato esclusivamente con cambio manuale a 5 marce. Al vertice della gamma si trova l’ibrido HEV (senza possibilità di ricarica dalla rete elettrica) con un impianto del partner di lunga data di Suzuki, la Toyota. L’ibrido Suzuki Victoris è un motore a benzina 1.5 (92 CV, 122 Nm) che funziona secondo il ciclo economico Atkinson, un motore elettrico (80 CV, 141 Nm) e un variatore elettromeccanico.

Per le auto con motore 1.5, starter-generatore e cambio automatico è prevista la trazione integrale, mentre tutte le altre versioni sono a trazione anteriore.

La Suzuki Victoris sarà in vendita a breve, i prezzi non sono ancora stati annunciati. La Suzuki Grand Vitara in India costa oggi da 1.142.000 rupie.

Probabilmente, in seguito anche la Victoris diventerà un nuovo modello Toyota per i mercati emergenti.

L’Auto Europea? Non può essere in crisi perchè non è mai esistita

L’Italia è fatta. Ora facciamo gli italiani”.

Esistesse un Conte di Cavour anche nel settore Automotive, alla solenne data di oggi 2025 e in proiezione delle famose Colonne di Ercole del 2035, forse si soffermerebbe a dire: “L’Europa Unita non si è mai fatta, come avremmo potuto fare l’Auto europea?”

Che strano, a pensarci oggi: non esiste più l’auto americana. Ma è esistita: era quella opulenta, roca, cromata, con il possente V8 di grande cubatura. 

Era quella l’auto americana per gli americani, che decretarono così flop e fallimenti anche celebri (la prima Corvette, C1, con il povero sei cilindri da 3900 cc, cortesemente respinto in attesa del V8 da almeno cinque litri; la Ford Mustang Mk II voluta da Iacocca con dimensioni e motori troppo “downsized”, ed altri casi).

Non fu la crisi petrolifera a far morire quel simbolo, ma fu un altro simbolo contrapposto: l’odio atavico dei giapponesi (giustissimo peraltro) verso gli Stati Uniti. 

L’allora sistema industriale e politico giapponese del primo Dopoguerra decise davvero sottotraccia e senza darne sentore a Mc Arthur di impartire alle Imprese ed alla Società una sola parola: ricostruire per riconquistare con il commercio ed i mercati quel che la Guerra aveva negato al popolo di un Imperatore non più divino per decreto degli americani.

Il Giappone impose sé stesso con l’export diventando in meno di dodici anni il primo Paese estero per commercio ed importazione negli States: dapprima falciatrici, tagliaerba, generatori e minuteria metallica; poi la prima rudimentale elettronica; poi le bici, i ciclomotori, le motoleggere. Ed infine le auto. E l’auto giapponese furono gli americani i primi a scoprirla, a loro spese: piccola, compatta, emozionale perché ben fatta e di prestigio, economica ma soprattutto ottima per qualità e tecnologia.

Quello che gli americani faticavano a garantire su bestioni di cinque metri di lunghezza almeno, era fornito ancora meglio da prodotti giapponesi grandi la metà e con un quinto della cilindrata.

E così gli americani non conobbero la Honda Civic, la Toyota Corolla, la Mazda, la Subaru Leone o le Datsun Silvia, ma conobbero la fisionomia vincente dell’auto secondo i giapponesi.

Un  protocollo di qualità, cura di particolari, ricerca, buon gusto ed una irripetibile dose di fascino orientale fusa dentro la voluta ed attentissima “clonazione” dei simboli estetici e tecnici delle più desiderate auto americane.

E quando i Costruttori americani tentarono in modo ridicolo di fare muro, dapprima con le “Pony Cars” e poi con un Downsizingda fine anni Settanta anche proprio per la crisi energetica, i risultati furono drammatici: non era possibile nel confronto diretto di una gamma di auto, compatibile per motori e dimensioni con quella dei giapponesi, fornire livelli paragonabili di qualità costruttiva, espressione tecnologica, cura dei particolari e persino neppure il prestigio che quelle vetturette sapevano mostrare.

Dove si trovava l’auto europea in quel frangente, e come era percepita dagli americani? Beh,  differenza dell’auto giapponese, i clienti USA non facevano i conti con l’auto europea, ma più che altro con i costi della provenienza europea dell’auto: a seconda della valuta del paese di origine dell’auto e della svalutazione che la stessa moneta aveva con il Dollaro; a seconda dei diversi contingentamenti commerciali o delle tasse doganali; ed infine a seconda del simbolismo che ogni auto proveniente da uno Stato del Continente europeo sapeva emanare al Cliente USA.

Non esisteva, e forse non è mai stata percepita un’auto “Made in Europe” in America: è sempre esistito il fascino aristocratico e classico delle inglesi, il profilo perfetto e razionale ma di qualità delle tedesche, l’immagine eccentrica delle francesi, l’emozione delle italiane, la perfezione lussuosa delle svedesi. 

Nessuna di loro poteva essere il simbolo unitario dell’auto europea. Ma erano prodotti vincenti provenienti dall’Europa, senza che però il consumatore americano li potesse percepire come simbolo di un protocollo continentale unitario. 

Neppure l’America, ossessionata dall’Auto JAP, ha mai conosciuto l’Auto Europea

Detto così, mi pare già di ascoltarVi, sono certo che penserete dentro di Voi: “Ma che concetti banali: ovvio che il consumatore americano del tempo scegliesse (tanto per fare esempi distinti) la Saab Turbo Cabriolet, la Volvo 740, l’Alfa Romeo GTV, la BMW Serie 5/7, la Volkswagen Golf ed altro perché avevano un fascino “estero”, una linea diversa dallo schema barocco del Made in USA e soprattutto perché le caratteristiche dinamiche e di guida – questo si – delle auto prodotte in un contesto stradale e territoriale europeo erano sempre, nel rispetto delle specifiche caratteristiche di ogni marchio e di ogni “scuola”, più emozionali ed energiche rispetto alle americane.

Eppure gli americani sapevano bene cosa scegliere e guidare trovandosi di fronte le tedesche, le italiane, le francesi, le (sempre meno) inglesi e le svedesi. 

Cinque scuole, ciascuna scuola rappresentata da più di un protocollo industriale e commerciale.

Ciascuna scuola succeduta all’altra in specifiche “ere” dello sviluppo commerciale ed industriale dell’Europa postbellica, in una staffetta silenziosa ma didascalica: l’Automotive inglese guida il mercato europeo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino alla prima parte degli anni Sessanta; la crisi sociaoeconomica delle nazionalizzazioni, la modalità lavativa e teppista dei sindacati ed un protocollo industriale rivolto solo a pochi eletti fanno presto precipitare il modello britannico nella palude.

Arriva il momento dell’automotive italiano e di quello francese, sia per numeri, sia per gamma che per prestigio. 

Un periodo che dura in fondo fino alla metà degli anni Ottanta, quando da ben sedici Costruttori nazionali di grande serie degli anni Sessanta la Gran Bretagna della Thatcher decide di chiudere l’era delle nazionalizzazioni e rilancia sul mercato privato i soli sei Marchi industriali residui (Austin, Rover, Jaguar, Bentley/Rolls, Aston Martin). Sei Marchi residui di ben sedici presenti venti anni prima. 

Cosa contraddistingueva il modello industriale dell’Automotive inglese? Il prestigio, la cura sartoriale delle rifiniture, degli interni, il pedigree derivante dalla nobile esperienza dei maestri artigiani di signorili carrozze a cavalli (Vanden Plas è l’esempio lampante di questa origine).

Cosa distingueva l’Automotive italiano? Il richiamo delle prestazioni e della sportività, la dinamicità di guida, la creatività stilistica. A questo si aggiunse ben presto la cura artigianale e signorile tipica dell’Automotive inglese.

Il protocollo industriale francese era invece delineato da una capacità eretica e soggettiva, fuori dagli schemi “canonici” di proporre un modello di mobilità assolutamente personalizzato in base alla cultura transalpina.

Ma in mezzo a questi filoni ebbe il tempo di esplodere per circa quindici anni un modello davvero alternativo: quello svedese del lusso “concreto” e di ottima qualità, dell’aerodinamica e della sicurezza attiva e passiva; un “Mix” perfetto tra sportività italiana, lusso inglese, qualità giapponese ed eresia francese.

 

C’è qualcosa in questi modelli industriali così diversi tra loro che può essere un “trait d’union”in grado di distinguere tra tutti questi protocolli un format distintivo dell’Automotive “Made in Europe”? Provate a cercarlo, ma se non lo trovate non è per colpa della eterogeneità dei Marchi Costruttori. 

Perché, ad esempio, la “riconoscibilità” del Made in Japan non è ostacolata dalla concorrenza di sette Brand pronti ad invadere il mondo, ma è esaltata dal mandato che politica e cultura sociale hanno impresso nella mission di tutti questi Costruttori: mostrare la grandezza e la potenza industriale giapponese a tutto il globo terrestre.

Esiste, tra diversi Costruttori e diverse Nazioni partecipanti alla allora C.E.E. un mandato comune?

Nemmeno per sogno. Anzi, ogni Nazione europea vive il confronto con gli altri in maniera conflittuale e beneficiando per il proprio successo della altrui sfortuna. Un mercato conflittuale nel quale i diversi Paesi si autoregolano per quanto attiene a dazi e contingentamenti all’Import, che si regolano secondo il potere di svalutazione competitiva della propria valuta e nel quale, ovviamente, le norme di armonizzazione ed omologazione sono in primis fondamentalmente quelle internazionali UNI-EN-SAE-DIN e così via. 

Ed è così che ad esempio negli stessi Stati Uniti la svalutazione del Dollaro (voluta nell’accordo del Plaza del 1985) porta la Corona Svedese a rivalutarsi del 20% sulla valuta americana. Risultato: Volvo e Saab su del 25% nei listini e crollo delle importazioni a tutto vantaggio delle tedesche e delle italiane, mentre nel frattempo la Renault acquisendo la AMC si può dire che praticamente le auto le costruisce direttamente “in House” negli States.

Ma, direte Voi: e se l’Europa non ha un protocollo comune, che dire del filone del “Diesel”? Quella rivoluzione silenziosa per la quale il mondo industriale automotive europeo affrontò la crisi energetica con una architettura della quale siamo stati noi europei, in fondo, i primi “guru” nel panorama mondiale; ma se questo è avvenuto nella sola Europa è semplicemente perché l’America al confronto con noi aveva (ed ha mantenuto) un rapporto sempre marginale con il Gasolio per auto da trasporto privato, mentre il Giappone rispondeva alla crisi con la maggiore miniaturizzazione delle cubature. In parole povere, l’Europa ha fatto del motore a Gasolio per trasporto privato un modello di autoconsumo che altrove nell’Occidente e nell’Oriente dell’epoca non ha mai attecchito.

 

Però, gli Anni Ottanta finiscono. Ed arriva il primo terremoto, con Piazza Tien an Men e con il Muro di Berlino preso a picconate, ma da questo deriva l’apertura di due mercati di grande prospettiva dove la domanda è assolutamente ingestibile dalla produzione locale, due piazze in cui poter presentare l’Europa Unita non più come cruogiolo di identità e scuole automobilistiche eterogenee ma con un vessillo unitario e ben distinguibile. 

Soprattutto dopo la seconda metà degli anni Ottanta (che vede sostanzialmente la “scuola svedese” navigare a vista, la scuola inglese di nuovo esposta alle mareggiate del mercato privato, la scuola italiana costretta a rinunciare al protezionismo ed infine la scuola francese in rapida e poco comprensibile rivoluzione interna) il nuovo modello che dalla caduta dei Blocchi all’esordio della UE di Maastricht prende il sopravvento è quello tedesco: un Paese riunificato che “raddoppia” solo formalmente la potenza industriale e finanziaria ma che in realtà diventa il fulcro dominante ed incombente su tutta l’Unione; un comparto Automotive che da solo viene delegato da Bruxelles per – contemporaneamente – combattere l’insidia giapponese nell’Import continentale, scalare i mercati emergenti in ex URSS ed in Cina ed in qualche modo aprire la strada ad un modello iconico e simbolico di Auto “comunitaria” in Europa.

 

Il profilo di questa “Auto comunitaria”? Turbodiesel, Premium, Total Quality e prestigio storico e sportivo (guarda caso con l’esplosione del fenomeno Schumacher in F1).

Danni collaterali? Tra il 1992 ed il 1999 il Marco forte consente ai Costruttori tedeschi di colonizzare l’Automotive britannico, sia comprando che cedendo Brand dell’Isola; l’Automotive italiano perde del tutto quel simbolismo che l’aveva reso celebre nel mondo e, seppure con la Lira conveniente per il commercio con l’estero, le quote di mercato e l’identità del “Made in Italy” si diluisce, così come in fondo l’autonomia, l’eccentricità e la eresia tipica dei francesi. Volvo e Saab diventano a loro volta colonie americane per Ford e per GM; ed infine ad esplodere davvero nei confini dell’Unione è la Spagna che, forte di vantaggi fiscali e di costo del lavoro, diventa un Distretto industriale fortissimo come Polonia e poi altri Stati dell’Est Europa.

Di fatto la biodiversità che aveva portato l’industria europea dell’auto ad esportare almeno il 30% del proprio volume produttivo globale finisce, e si impoverisce non solo la gamma ma anche il fascino del prodotto che proviene in senso differito dal Continente esteso.

Tuttavia questo è anche l’effetto di un dispositivo e di un concetto che l’Unione Europea a Bruxelles aveva assunto da subito fin dalla sua fondazione: la decarbonizzazione e il controllo delle emissioni; il problema di tutto questo dispositivo è però in due strumenti che alla lunga contribuiscono a generare la slavina degli ultimi anni.

Da un lato la scansione calendarizzata dei famigerati stepAntiemissione: una Agenda consacrata dove evidentemente la componente “CO” deve essere quella al centro delle politiche riduttive. 

Peccato però che con il DieselGate vengano “sbugiardati” circa venti anni di percorso antiemissione: i valori taroccati delle auto Diesel testate dall’EPA per effetto del Software Pirata sono valori ancora ammissibili per la UE in termini di CO effettivamente rilevata ma sono fuori legge negli USA per il valore dei “NoX” e cioè dell’ammoniaca emessa; solo che anche questo valore falsato negli USA rispetto ai NoX rientrerebbe nella norma nella UE solo per effetto di politiche e regole meno stringenti.

Dall’altro versante il pregiudizio mediatico caduto sull’architettura Diesel a causa dell’inchiesta dell’EPA porta l’opinione pubblica (ragionevolmente) a mettere sotto accusa una dimensione di pochi milioni di modelli a Gasolio circolanti in tutto il continente americano; la cosa assurda, qui in Europa, è che la politica e i Mass media non mettono eventualmente sotto accusa la scorrettezza dei singoli Costruttori (cosa buona e giusta, visto che al di là dello sforamento o no dei valori chimici, quello che era stato violato era un valore etico di rapporto e di coscienza commerciale tra Costruttore e Società civile); no, l’assurdo è che Politica e Media Europei dopo Ottobre di dieci anni fa decidono di abbattere tutto il castelletto di expertise, di tecnologia e di qualità generale tuttavia conquistata dal Diesel (questo si, davvero europeo) mettendosi a ruota come caproni in fila dietro alla macchina massmediatica americana nella sacra inquisizione al motore a Gasolio prima ed a tutto il genere endotermico poi. 

Così, dal 2015, il mondo assiste alla distruzione reale di qualcosa che ancora non era mai davvero nata; l’Auto europea che in terra Americana era stata messa alla gogna era l’unica potenziale rappresentante a quell’epoca mai ufficialmente dichiarata del modello Automotive comunitario: la Turbodiesel iconica tedesca classicamente Premium, e questo avveniva guarda caso alla vigilia del Salone di Francoforte. Più teorema di così, cos’altro poteva accadere?

E qual’era il mondo che assisteva alla debacle del paradigma europeo “unofficial” dell’Automobile in quel 2015? Era il mondo fatto dal paradigma americano ancora con le ossa rotte dopo il Crack Lehman; era il paradigma giapponese che dopo Fukushima aveva tentato una lentissima ripresa grazie soprattutto alla pioggia di Yen del Presidente Abe; erano però anche due nuovi paradigmi nascenti ed in piena evoluzione.

Il modello “indiano” di Tata e Mahindra; e il modello che cominciava a diventare vincente, quello cinese, dal quale derivava in tutta Europa la chiara visione di una domanda crescente di mobilità elettrica alla quale le industrie europee approcciavano in ordine sparso senza un protocollo unitario da Bruxelles che non fosse solo quello ridicolo e scolastico dell’indurimento delle norme antiemissione, dei divieti, e al massimo della spinta alla diffusione delle colonnine elettriche. Nessun “Green Deal” fatto di norme di settore organiche e proattive, nessun piano di agevolazione alle industrie; solo molta prosopopea per facilitare l’unico impegno che davvero stava a cuore nei tanti amici della Germania in Commissione e Parlamento: lo sviluppo delle sinergie e delle Joint Ventures tra Costruttori tedeschi e cinesi nel Paese del Dragone.

Questo fino al Lockdown, dopo il quale tra Germania e Cina si è rotto un “gentlement Agreement” che ha portato entrambi i sistemi industriali e politici a farsi amabilmente le scarpe.

La Cina chiudendo un numero impressionante di Joint Ventures con i Costruttori tedeschi e tagliando loro progressivamente mercato e sussidi; dalla Germania invece è partita l’idea coloniale verso un continente africano ormai quasi provincia elettiva dell’industria e della finanza cinese.

Guarda caso, se il DieselGate ha provato a smontare da dieci anni un percorso virtuoso del Gasolio europeo iniziato mezzo secolo fa, il post Lockdown ha lentamente messo in un frullatore e disgregato le tante e variegate fisime che Bruxelles ha cominciato a imporre da dopo lo stesso Dieselgate apparendo insensata, frettolosa ed anacronistica. 

Ed oggi che il mondo Automotive europeo torna a scoprire il Gasolio, difende una linea pseudo ambientalista con le architetture Hybrid, che il mondo BEV rimane una piccola dimensione nonostante la propaganda favorevole di almeno un quindicennio di politica comunitaria, resta da capire una cosa: a quando un patto di intesa tra Costruttori europei e Bruxelles per costruire le regole e lo Statuto vero e proprio di un’Auto “Made in Europe” in grado di essere allo stesso tempo eco-friendly, popolare, affermata e riconoscibile nel mondo e soprattutto capace di essere migliore laddove americani, giapponesi e cinesi non riescono ad esserlo? 

Eh, già: ma dove?

Semplice, nella dimensione Hybrid accompagnata a motori Diesel ed a GAS. Su questo l’Industria europea residuale ed ancora non scomparsa può dire ancora tanto, se Bruxelles fosse occupata nelle sue poltrone da politici più seri e preparati di quelli che – se io fossi un Governo cinese o americano – pagherei per restare al loro posto altri venti anni, per il favore che mi renderebbero…Ma parlo pe la mia percezione, eh? Sia chiaro…

Riccardo Bellumori

BMW Motorrad Vision CE: ritorna la gabbia

Il concetto di sicurezza è incarnato dalla BMW Motorrad Vision CE, che avvolge il pilota in una gabbia composita e lo protegge con una cintura di sicurezza. Un’ulteriore caratteristica di sicurezza è la funzione di autobilanciamento della Vision CE, che mantiene questo scooter elettrico in posizione verticale quando è fermo.

Presentata al salone e alla conferenza IAA Mobility 2025 di Monaco di Baviera, in Germania, BMW Motorrad definisce la Vision CE “una nuova interpretazione con un linguaggio di design emozionale per creare un veicolo unico e all’avanguardia”. Il design della gabbia esclude l’uso del casco da parte del pilota e presenta un design aperto e arioso, con un passo lungo, che conferisce alla Vision CE un aspetto slanciato, dinamico e visivamente leggero.

Disponibile in bianco opaco e nero a contrasto, completato da una panca opaca con scritte integrate e accenti rosso neon, il Vision CE riprende il linguaggio stilistico visto per la prima volta nello scooter elettrico BMW Motorrad CE 04. Le barre sul tetto, o “gabbia” come la chiama BMW Motorrad, consentono al Vision CE di essere equipaggiato con una varietà di accessori come faretti o portapacchi.

LO SCOOTER ELETTRICO

Basato sullo scooter elettrico CE 04, il Vision CE rappresenta la visione di BMW Motorrad del futuro della mobilità su due ruote nel settore elettrico, dove lo stile e la praticità sono preferiti alle prestazioni assolute. Ciò è evidente nella gamma di opzioni e colori disponibili per il Vision CE, anche se non è stato indicato se e quando il Vision CE potrebbe essere immesso sul mercato.

Il CE 04 produce l’equivalente elettrico di 42 CV a 4.900 giri/min e 62 Nm di coppia a 1.500 giri/min, l’equivalente di un motore da 500 cc nel mondo delle motociclette con motore a combustione. Progettato per l’uso urbano, il CE04 ha un’autonomia dichiarata di 130 km grazie alla sua batteria agli ioni di litio da 8,9 kWh.

BMW Motorrad afferma che il CE 04 passa da zero a 50 km/h in 2,6 secondi nei semafori, con una velocità massima di 120 km/h. La ricarica avviene tramite il caricatore integrato del CE04 utilizzando la corrente domestica, una wallbox di tipo 2 o una stazione di ricarica pubblica.

Il tempo di ricarica del CE 04 con un tipico caricatore da 2,3 kW è di quattro ore e 20 minuti da zero, mentre la ricarica rapida, ipotizzando un’uscita del caricatore di tipo 2 di 6,9 kW, richiede un’ora e 40 minuti, ovvero dallo 0 all’80% in 65 minuti. Con un peso di 231 kg, il CE 04 ha un’altezza della sella di 780 mm.

Nuova BYD Seal 6 DM-i: ibrido per l’Europa

La società BYD amplia la propria gamma di modelli in Europa: molto presto saranno disponibili per gli acquirenti una quattro porte e una station wagon con il sistema ibrido DM-i dell’azienda. In alcuni paesi sono già stati annunciati i prezzi.

L’azienda cinese BYD vende già da tempo i propri veicoli elettrici e ibridi praticamente in tutte le regioni del mondo, compresa l’Europa. E oggi la divisione “vecchio mondo” ha annunciato l’ampliamento della gamma di modelli: sono state rivelate le caratteristiche della berlina ibrida ricaricabile BYD Seal 6 DM-i e della station wagon BYD Seal 6 DM-i Touring. Ricordiamo che nella Cina natale le auto di questa famiglia sono presentate con l’indice 06: la quattro porte benzina-elettrica è stata lanciata lo scorso anno, mentre la “station wagon” con il doppio “cognome” Travel Edition è entrata nel mercato interno nell’estate del 2025. A proposito, in Cina la berlina ha anche una versione completamente elettrica, ma per l’Europa l’auto elettrica non è stata annunciata, almeno per ora.

In termini di design, le auto destinate all’esportazione non differiscono in alcun modo dalle versioni per la Cina. E se non si tiene conto del tipo di carrozzeria, esternamente la BYD Seal 6 DM-i e la Seal 6 DM-i Touring sono sostanzialmente identiche. Tra le caratteristiche dell’esterno vi sono i fari con luci di marcia a forma di L a diodi, le maniglie delle portiere semi-nascoste e la mascherina unica dei fanali posteriori. Nell’abitacolo sono installati schermi separati per la strumentazione (8,8 pollici) e il sistema multimediale (12,8 o 15,6 pollici).

BERLINA E WAGON IBRIDE

È curioso che, nonostante il design identico, la station wagon destinata al mercato europeo sia per qualche motivo leggermente più compatta della versione per la Cina: la sua lunghezza è di 4840 mm, la stessa della berlina, mentre quella della cinque porte per la Cina è di 4850 mm. Il passo è lo stesso per tutte le versioni: 2790 mm. Il volume del bagagliaio della berlina BYD Seal 6 DM-i destinata al Vecchio Continente va da 491 a 1370 litri, mentre quello della station wagon BYD Seal 6 Touring DM-i va da 500 a 1535 litri. In Europa, i modelli base hanno ruote da 17 pollici, mentre quelli più costosi hanno ruote da 18 pollici.

Il motore DM-i delle versioni europee comprende un motore atmosferico a benzina da 1,5 litri (98 CV) e un motore elettrico da 197 CV (i motori delle auto destinate al mercato cinese hanno impostazioni diverse).

Le versioni di ingresso gamma sono dotate di una batteria con una capacità di 10,1 kWh, mentre le altre versioni hanno una batteria da 19 kWh. Solo con la trazione elettrica, la berlina con la batteria più piccola percorrerà circa 55 km secondo il ciclo WLTP, mentre la station wagon 50 km. Con la batteria più grande, rispettivamente 105 e 100 km.

L’elenco delle dotazioni delle versioni più economiche include telecamera posteriore, cruise control adattivo, sistemi di monitoraggio degli angoli ciechi, mantenimento della corsia e riconoscimento dei segnali stradali. Le versioni più costose includono il riscaldamento del volante e dei sedili anteriori (i sedili sono anche ventilati), un tetto panoramico, due piattaforme per la ricarica wireless dei gadget e telecamere a visione panoramica.

Il debutto pubblico della BYD Seal 6 DM-i e della BYD Seal 6 DM-i Touring avverrà al salone IAA Mobility di Monaco, che aprirà i battenti tra pochi giorni. In alcuni paesi sono già aperte le prenotazioni per i nuovi modelli. Ad esempio, in Francia la berlina ibrida BYD costa 38.490-43.080 euro (circa 3,6-4 milioni di rubli al tasso di cambio attuale), mentre per la station wagon chiedono 39.990-44.180 euro.

A titolo di confronto, la Skoda Superb ibrida ricaricabile costerà ai francesi almeno 53.360 euro, e quasi lo stesso prezzo viene chiesto in Francia per la Skoda Superb Combi ibrida benzina-elettrica.

Dopo i SUV Smart ritorna davvero con la #2

Dopo aver introdotto un trio di auto elettriche dalle dimensioni sempre maggiori, smart Automobile (una joint venture tra Geely Auto Group e Mercedes-Benz AG) torna alle origini del marchio annunciando una nuova city car elettrica che celebrerà il suo debutto alla fine del 2026.

Chiamato #2, il nuovissimo modello sarà una due posti molto simile alla fortwo fuori produzione, che è stata in produzione dal 1998 al 2024. La fortwo era allora il fiore all’occhiello della gamma smart ed è durata per tre generazioni, con versioni cabriolet, Crossblade (senza tetto, porte o parabrezza) e varie versioni in edizione limitata. Sono state introdotte anche varianti completamente elettriche.

In un comunicato ufficiale, l’azienda ha dichiarato che la #2 è stata approvata dopo il successo della verifica di fattibilità del progetto interno “project:two“. Ha aggiunto che il modello sarà disegnato da Mercedes-Benz e costruito su una nuova architettura proprietaria sviluppata dal team di ricerca e sviluppo interno di smart. In questa fase, la #2 è nella fase finale di progettazione e sviluppo, con la produzione prevista in Cina. L’auto elettrica da città sarà lanciata in Cina, Europa e altri mercati globali.

LA COMPATTA DEL FUTURO

I teaser della #2 mostrano un veicolo con un ingombro ridotto e un design che sembra meno sinuoso rispetto ai modelli fortwo precedenti. La silhouette suggerisce anche un piccolo spoiler sul tetto e uno stile della carrozzeria Kammback. Va da sé che la #2 si posizionerà al di sotto della #1 nella gamma smart. La sua conferma apre anche la possibilità di una #4, che sarebbe un riferimento alla forfour, anche se la #1 è considerata la successora indiretta di quel modello.

“Sono entusiasta di confermare una nuova smart a due posti: la smart #2. Sviluppare un veicolo ultracompatto su un’architettura completamente nuova e interamente elettrica è molto più complesso che creare un’auto più grande. Ma ora siamo pronti. Grazie al sostegno incondizionato dei nostri azionisti, abbiamo rafforzato le nostre capacità di produzione e sviluppo e rinnovato con successo il nostro marchio e la nostra gamma di prodotti. È il momento perfetto per reinventare la nostra iconica city car”, ha dichiarato Tong Xiangbei, CEO globale di smart.

“Ventisette anni fa, la prima smart fortwo ha conquistato il mondo, diventando un’icona sia per il marchio che per il settore. Amata da oltre due milioni di clienti in tutto il mondo, la nostra city car originale rappresentava una soluzione per la mobilità urbana e un simbolo della cultura urbana. Con la nostra nuova smart #2, rispondiamo all’entusiasmo del mercato con una due posti completamente elettrica che fonde la tecnologia all’avanguardia e la più recente filosofia di design di smart nel nostro iconico concept. La smart a due posti è rinata”, ha commentato Mandy Zhang, CMO globale di smart.

Nuova Volkswagen ID.2 X 2025: Rendering totale

Volkswagen sta per entrare in una nuova era. Tra pochi giorni conosceremo i dettagli dell’attesissima ID.2, che dovrebbe assumere la denominazione Polo, ma anche di questa ID.2 X in versione SUV, di cui sono state appena rivelate queste immagini ufficiali.

Il prossimo 7 settembre, alle 14:00, il marchio svelerà i dettagli di quello che dovrebbe essere il SUV elettrico più piccolo della gamma Volkswagen. Si tratterà, ovviamente, di un prototipo, ma «vicino alla produzione», come confessa Mindt. Il conto alla rovescia è iniziato.
Volkswagen sorride già con le sue auto elettriche: il gruppo tedesco ha visto aumentare le vendite nel primo semestre del 2025 del 47%, raggiungendo le 465.500 unità.

LA NUOVA GAMMA ELETTRICA

Non dimentichiamolo, sia la Volkswagen ID.2 in versione elettrica urbana (che dovrebbe essere svelata tra pochi giorni nella città tedesca) che questa ID.2 X in versione SUV saranno prodotte in Spagna. Nel caso di quest’ultima, a Landaben (Navarra), insieme alla Skoda Epiq.

Gli schizzi mostrati dal capo del design di VW ci danno un’idea di come sarà il futuro SUV elettrico di accesso alla gamma, un modello che seguirà la scia della T-Cross (in versione elettrica, ovviamente) e che si baserà sulla variante a trazione anteriore della piattaforma MEB+.

Molte delle caratteristiche che vedremo in questa concept car saranno riprese nel futuro modello di produzione. Non i grandi cerchi o le maniglie delle porte a filo della carrozzeria, ma sì quell’aspetto robusto e più “quadrato” che spicca negli schizzi.

Ci saranno paraurti prominenti con grandi protezioni e passaruota marcati. L’illuminazione sarà protagonista, anche nei loghi, con una parte posteriore di grande personalità e un cofano molto orizzontale nella parte anteriore.

Come potete immaginare, non ci sono ancora dettagli specifici né sulla ID.2, che prenderà il nome di Polo, né su questa ID.2 X, che sicuramente seguirà la linea T-Cross. Ci si aspetta molto, ad esempio che entrambe, con una lunghezza di circa 4,10 metri, siano molto più economiche delle già note ID.3 o ID.4.

Nel caso della prima, dovrebbe superare la barriera dei 25.000 euro, anche se il suo modello SUV sarà più costoso, presumibilmente senza superare i 30.000 euro, sempre prima degli aiuti. Un’altra cosa sarà una futura ID.1, erede naturale della e-Up!, con la quale Volkswagen vuole prendersi un po’ più di tempo.
Per la nuova famiglia di elettriche accessibili di Volkswagen possiamo aspettarci diverse versioni con batterie di diverse dimensioni: è prevista una LFP da 38 kWh e un’altra NCM da 56 kWh per un’autonomia massima fino a 450 chilometri WLTP e per ricariche rapide fino a 125 kW.