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Nuova Suzuki Swift 2023: Rendering con Anticipazioni

Nuova Suzuki Swift 2023: Rendering e Anticipazioni

Suzuki Swift è pronta a tornare con una nuova e attesissima generazione.

Per quanto riguarda il design, Suzuki ha fatto il bello e il cattivo tempo con la sua gamma di auto. Quando la maggior parte dei suoi SUV fatica a sedurre (Vitara, S-Cross, Across), piccole pepite illuminano il quadro con stili ispirati, come la simpatica Ignis, l’iconica Jimny, ma soprattutto la Swift che, dalla generazione nata nel 2004, ha una silhouette riconoscibile a distanza di chilometri. Il prossimo modello, atteso per l’anno prossimo, non farà eccezione alla regola, anche se avrà un nuovo volto.

Come mostrano chiaramente i prototipi camuffati catturati nei test su strada, la Suzuki Swift 2023 sarà caratterizzata da un nuovo taglio del cofano, sia circolare che avvolgente, per evidenziare meglio i parafanghi anteriori. Il frontale della nuova generazione dovrebbe anche sfruttare l’opportunità di migliorare la griglia, a sua volta circondata da fari che si estendono fino alla base del cofano. Questo rendering di Auto-moto.com ci permette di dare un primo sguardo al design della prossima Suzuki Swift.

Il resto della silhouette della nuova Suzuki Swift continuerà i temi che le sono cari, come i montanti neri in contrasto con la carrozzeria, mentre il posteriore sarà più arrotondato rispetto al passato. Nel complesso, la city car non dovrebbe aumentare eccessivamente le sue dimensioni, per onorare il suo status di compatta, al di sotto dei 4 metri, a differenza delle auto urbane multiuso come la Peugeot 208 e la Renault Clio, che superano abbondantemente i 4,05 metri di lunghezza.

Resta da vedere quanto lavoro sia stato fatto sugli interni per rinnovare la plancia. Possiamo aspettarci un abitacolo orizzontale, simile a quello della Swift del 2004. In termini di multimedialità, farà parte del pacchetto un touch screen centrale più generoso, che integrerà il recente sistema SmartPlay Pro + con un potente assistente vocale e aggiornamenti in tempo reale.

La nuova Suzuki Swift si baserà ancora sull’attuale piattaforma Heartect, ma beneficerà di miglioramenti volti a ottimizzare la sicurezza. Tra questi, l’introduzione del cruise control adattivo, del sistema di mantenimento della corsia e del riconoscimento dei segnali stradali. Dal punto di vista passivo, dovrà anche introdurre un airbag centrale, alloggiato tra i passeggeri anteriori, per soddisfare le norme che entreranno in vigore nel 2024.

NUOVI MOTORI E PREZZO

Non è chiaro quali sviluppi siano previsti sotto il cofano. Per il momento, tutto sembra indicare che la futura Suzuki Swift si accontenterà di motori ibridi leggeri, sia sul 1,2 aspirato che sul 1,4 turbo per la variante Sport. Tuttavia, la logica suggerirebbe che la vettura giapponese si ispiri alla scuola di pensiero Toyota e includa un vero sistema ibrido in grado di offrire alcuni chilometri in solo elettrico come sulla Yaris. Infine, che dire di un’ipotetica Swift 100% elettrica? Per il momento, Suzuki non sembra propensa a convertire la sua bambina a questo tipo di motore, anche se è nell’aria in questo momento.

La nuova Suzuki Swift sarà in vendita nel 2023 e sarà inizialmente riservata al mercato giapponese, dove viene assemblata, prima di essere lanciata nel Vecchio Continente, che è molto affezionato alla famosa city car. Al momento del lancio, si prevede un aumento dei prezzi per seguire la curva dell’inflazione, che probabilmente si tradurrà in un prezzo d’ingresso di circa 17.000 euro.

Talbot: la storia di una illustre vittima del Marketing

Talbot: la storia di una illustre vittima del Marketing

Finito nel calderone delle trasformazioni aziendali del mondo Automotive della sua nascita fino alla sua fine negli anni ’80, il Marchio anglo-francese fu chiuso ufficialmente da PSA 25 anni fa. In realtà la produzione di auto fu chiusa dieci anni prima. Nonostante questo la Talbot segna alcune date importanti nel mondo dell’auto.Ripercorriamo la sua vicenda.

Talbot Storia – Questo Post è dedicato a Sandro & Mauro, due miei grandi amici (a loro insaputa) che regalano ai tanti che li seguono momenti unici e divertenti: un giorno ascoltai un loro simpatico siparietto sulla Talbot Tagora, e da questo parte un Post che raccolta quello che non si conosce del Marchio anglo-francese.

Perché già dalla nascita la “Casa della T” sfoggia subito bei quarti di nobiltà: la “Clement-Talbot Limited” viene costituita a Londra nel 1902 con Sede in una bellissima palazzina a Barlby Road tra la Great Western Railway e le terrazze del quartiere reale del North Kensington: la palazzina dirigenziale fu progettata da William Walker T. che tanto per capirci con l’Equitable Buildings nel 1872 creò uno dei primi palazzi con facciata in ghisa, ed ha tra le altre cose disegnato il Music Hall a Danielson nel Connecticut (sede della First National Bank).

Ben vegliata dalla Chiesa anglicana in stile romanico di “St. Michael and all Angels in the road” la Sede industriale della Talbot poteva accogliere uffici e Stabilimenti per quasi 2000 persone su tre piani. A tanta nobiltà si contrapponeva la sede parallela trasferita in Francia nel 1903 per mano di Monsier Clement. Perché il materiale tecnico era francese ma i capitali erano dell’Inglese Lord Talbot, tanto che il marchio di fabbrica della Talbot delle origini è l’antico stemma araldico della Casata, drappo rosso ed un leone in primo piano. E che razza di Lord il Maggiore Charles Henry Chetwynd-Talbot : altro che “prof,dott,cav, ing. lup .mann”.

Il ventesimo Conte di Shrewsbury e di Waterford, quinto figlio del capostipite che fu già Cavaliere dell’Illustrissimo Ordine di San Patrizio e luogotenente d’Irlanda nella metà dell’800 (“Eeee…..sceeertoooo !!!” direbbe uno dei due miei amici!) era soprattutto un capitano di industria che proveniva dal mondo dei taxi a cavallo “Shrewbury&Talbot”, oltre ad avere fabbriche di pneumatici (fu il primo importatore di Michelin nel Regno Unito), cabine per le prime auto del tempo, bici, etc. etc. E persino le sedi di vendita delle Clement-Talbot erano di proprietà del Lord, a Long Acre Street (strada commerciale di Westminster che nell’arco di un secolo passa da Via dove si insediano tutte le compagnie di Taxi a vetrina per le Concessionarie di Auto: qui nel 1908 lo Showroom di Talbot si trovò fianco a fianco quello di Austin Motors al numero 134, e a quelli di Mercedes, Daimler e Fiat tra i numeri 127 e 160).

Lord Talbot & Monsier Clement: Dio li fa (incasinati) e poi li accoppia?

Lord Talbot incrocia dunque Monsier Clement dal 1901 quando viene nominato presidente della Rotschild & Son Limited che fabbrica carrozze per conto del francese. Nel frattempo Adolphe Clement era già passato dalle bici alle auto con ben due Marchi : la Clement-Bayard e la Clement-Gladiator che costruiva su licenza le Darracq. Per dissidi con quest’ultima Clement lascia laGladiator ed apre appunto in Inghilterra una sede con Talbot. Per non farsi mancare ancora un po’ di complicazione le medesime auto della coppia franco-inglese sono marchiate Talbot in Gran Bretagna e Clement in Francia , ma la Gladiator ha appena fatto causa a Clement e lo obbliga a rimarchiare le sue auto con la sigla Bayard.

Per fare due conti, appena incontrati già Lord Talbot e Monsier Clement mettono insieme una decina di avventure imprenditoriali e di Marchi fondati, trasformati, abbandonati. Oltre a questo la coppia mette insieme due maxi cause giudiziarie: Clement citato dalla Gladiator e Lord Talbot dalla Dunlop contro l’importazione delle gomme Michelin…Insomma, davvero un buon inizio, vista la confusione che regnerà sotto il cielo della Talbot lungo la sua vita! 

1905-1978: in 73 anni, più passaggi e Carte bollate che auto, per la Talbot

Dopo la Prima Guerra mondiale arriva il primo crollo, Talbot viene comprata da Darracq insieme alla Sumbeam (la prima auto inglese a vincere una Gara internazionale): da qui riparte un nuovo impasto industriale, la “STD –Talbot/Sumbeam/Darracq” nel quale il primo azionista della Talbot ora è un ristoratore, tale Auguste Oddenino (proprietario dell’Imperial Restaurant presso Regent Street a Westminster oltre che tesoriere dell’Associazione “pro-Italia” a Londra).

Altra crisi nel 1930 ed altra ridenominazione: Talbot – Sumbeam viene rilevata dal Gruppo Rootes per la parte inglese e chiude temporaneamente la Talbot; mentre la parte francese viene rinominata Talbot-Lago dopo l’acquisto del ramo di Impresa da parte dell’Ingegner Antonio Franco Lago (tra i primi 50 membri fondatori del Partito Fascista, su ispirazione di Gabriele D’Annunzio va in Inghilterra a rappresentare l’Isotta Fraschini; nel 1932 entra nella STD Talbot che acquisisce nel 1936)

Altri passaggi di mano nel 1958, ma tanto ormai in fabbrica ci erano abituati: quell’anno la Simca compra la Talbot-Lago in Francia e la Chrysler USAcompra la Sumbeam-Rootes in Inghilterra e contemporaneamente la Simca in Francia: nasce così l’ennesimo gruppo, la Chrysler Europe con Simca/Rootes/Sumbeam/Talbot. Se non vi siete persi fino a qui e non avete mal di testa, Vi chiedo un ultimo sforzo: siamo all’ultimo passaggio.  Sino a qui la storia della Talbot ha prodotto più Fogli protocollo e marche bollate che auto, ve ne do atto.

Ma ormai ci siamo, abbiate un po’ di pazienza: nel 1978 Peugeot compra “tutto il cucuzzaro” di Chrysler Europe e fa rinascere il Marchio Talbot. Volete sapere come? Semplicemente rimarchiando con questo la produzione Sumbeam/ Simca/Chrysler già esistente.

Roba da far impallidire analoghe e successive operazioni di Fiat che con la Innocenti smaltì le “Duna” e le “Uno” rimarchiate, o della stessa Lancia che anni dopo si mise a vendere Chrysler rimarchiate………E anche in questo caso l’operazione fu geniale, visti i risultati: dal 1978 la Gamma Talbot è a tal punto espressione di un “minestrone automobilistico” unico al mondo, da poter vantare sotto lo stesso Stemma una serie di auto che non c’entravano nulla l’una con l’altra.

Infatti, tra il 1978 ed il 1983 dentro lo stesso autosalone – utilizzando un Atlante storico ed una Bussola – un povero compratore della rinata Talbot poteva trovare fianco a fianco tra loro le antidiluviane Simca 1100 e 1510; le assurde Matra Ranch e Murena, l’auto dell’Anno Chrysler Horizon, la strana sportiva Sumbeam, e le nuove Solara/Tagora/Samba.

Tutto quel che il Marketing a quel tempo insegnava a non fare venne sperimentato da qualche manager folle insediato dentro PSA Peugeot; le vendite si riducono così a cifre buone per un omeopata, e per questo le stesse leggi del Marketing chiudono nel 1987 la produzione di auto dopo le ultime Horizon vendute in Spagna e Finlandia: la “T” del Marchio Talbot finisce invece di esistere per sempre nel 1993 dopo la vendita dell’ultimo Furgone “Express” che era già stato un Talento appena rimarchiato da Fiat a Peugeot. 

Finisce la storia in Francia, finisce la storia nel Regno Unito

Contemporaneamente, ma quasi per coincidenza e non per eventi legati OltreManica la storica Sede di Talbot a Barlby Road, (ridenominata Ladbroke Grove ed oggi la strada del Carnevale di Notting Hill) era stata utilizzata e poi abbandonata dalla Concessionaria di auto Warwick Wright. Nel 1993 la struttura dei Capannoni industriali dietro la facciata della Palazzina è stata demolita. Oggi se volete respirare un po’ della storia Talbot potete prenotare un evento nel riqualificato “Sumbeam Studios”…E dell’Imperial Restaurant del mitico Oddenino che ne è stato? Beh, segno ancora una volta dei tempi. Da ristorante la storica location di Regent Street 60-62 si è trasformata in una Boutique di moda, la “Pringle of Scotland”. Consoliamoci, se ricordiamo che qui da noi in Italia i cinema storici sono diventati Sale Bingo…..

Talbot: una storia di record che non ti aspetti

Talbot: la prima auto della storia a toccare le 100 Miglia all’ora nel 1913 all’ippodromo di Brooklands. Talbot, il Marchio della  “BGH 23″, la prima auto usata sia per correre su pista, sui Rally in terra battuta, dopo essere stata usata la settimana per il lavoro. Così come Talbot è il primo marchio francese presente in F1 nelle due prime edizioni 1950/1951. Per poi apparire solo come Sponsor della Ligier nel 1981/1982. Sul versante sportivo, però, ricordiamo che la Talbot è l’ultimo Costruttore di sempre a vincere un Titolo nel vecchio Gruppo 4 dei Rally internazionali nel 1981 prima che la Federazione Internazionale – la FIA – cambi regolamenti e Classi di iscrizione agonistica. Questi i record internazionali, insieme a tutti quelli a livello locale.

Senza dimenticare l’ultima sportiva di sempre per questo Marchio, la “Samba RallyGruppo B del 1983: 1300 cc. con 136 Cavalli per poco più di 685 Kg. di peso a vuoto in assetto Gara: non poco, per l’epoca.

E con questa belvetta la Talbot vince per la sua ultima volta di sempre, nella “Hill Climb” delle Asturie nel 1985. Dunque, cari amici Sandro e Mauro, non solo Tagora, per la Talbot.

Ma come tante altre storie che si muovono sotto il cielo di Francia per il settore auto, anche per questo Marchio glorioso il prezzo da pagare fu una confusione assurda: ma in francese il termine “confusion” non significa solo “disorder” ma anche “comunanza”. E nel casino i francesi si riconoscono spesso meglio dei cugini italiani. Soprattutto, come noi italiani, i francesi non imparano mai nulla dalla loro stessa storia.

Riccardo Bellumori

Nuovo Volkswagen Amarok 2023: Tuning Delta 4X4

Il nuovo Volkswagen Amarok è una delle prossime novità degli specialisti delle trasformazioni di Delta4x4. Il pick-up del marchio tedesco è già allo studio per un potente kit che gli permetterà di superare i terreni più difficili. Ecco il primo assaggio di questo mostro senza limiti.

Lo sappiamo, gli specialisti di Delta4x4 non si accontentano di aggiornare semplicemente i modelli capaci di andare fuoristrada e di aumentarne le capacità off-road. Questo tuner è un vero amante delle sfide e le sue creazioni devono andare ben oltre ciò che gli altri esperti sono in grado di concepire.

L’ultimo modello a cui stanno già lavorando, ma che non è ancora stato aggiunto al catalogo, è la seconda generazione di Volkswagen Amarok, ma il design che si intravede è superbamente brutale, trasformando il pick-up di Volkswagen in una vera e propria macchina da guerra. La casa tedesca, e non solo quella di Wolfsburg, ha lavorato sull’immagine con un nuovo kit che presenta enormi protezioni per i passaruota che aumentano generosamente la larghezza.

IL PICK-UP IN RENDERING

Il design del Volkswagen Amarok in tuning è possente complici le nuove barre tubolari che fungono da paraurti nella parte anteriore, o lo speciale portapacchi sul tetto per trasportare la ruota di scorta e altri attrezzi necessari per superare le condizioni più difficili. Delta4x4 si preoccupa anche dell’illuminazione e prevede di installare due barre luminose, una sulla griglia e l’altra sul parabrezza.

Le sospensioni sono state riviste per offrire una maggiore capacità, con nuove molle e ammortizzatori che hanno permesso di aumentare la distanza tra la carrozzeria e il suolo di 150 millimetri, aumentando così notevolmente la capacità di guado di 800 millimetri del modello di serie, nonché gli angoli di attacco e di partenza. La ciliegina sulla torta è rappresentata dai grandi cerchi in lega da 18 pollici verniciati in nero e rivestiti con i consueti pneumatici all-terrain BFGoodrich.

Il design è completo, ma i dettagli meccanici devono ancora essere svelati, così come il prezzo. Non sarà certo a buon mercato, e non crediamo che il team Delta4x4 sarà soddisfatto delle prestazioni offerte dal suo top di gamma, il potente motore diesel V6 TDI da 3,0 litri con 250 CV, 600 Nm di coppia e cambio automatico a 10 rapporti. Quello che è certo è che la trazione integrale 4MOTION è stata rivista. Una vera e propria bestia che ci aspettiamo di vedere su strada entro la fine dell’anno.

Nuova Peugeot 5008 2023: cambia logo nel Restyling

Per celebrare il suo 20° anniversario in Cina, Peugeot 5008 arriva al restyling. Il modello si distingue dal modello europeo per l’apparizione del nuovo logo. Mentre il suo sostituto non sarà lanciato prima dell’estate del 2024, il SUV familiare potrebbe essere pronto nel 2023 come il resto della gamma.

In occasione del suo 20° anniversario in Cina, Peugeot ha presentato a fine ottobre la versione restyling della 5008. Il modello è in circolazione dall’inizio del 2021. La differenza è che la cugina cinese si distingue per la nuova identità visiva del marchio inaugurata dalla 308, poi declinata sulla 408.

5008: DESIGN AFFILATO

Nella parte posteriore, il logo Peugeot è ora in grandi dimensioni sulla fascia tra i due fari.
La Peugeot 5008 asiatica adotta il leone modernizzato sulla griglia, sui parafanghi anteriori e sul volante, oltre alla nuova serigrafia “5008” sopra la griglia e nella parte posteriore. Questa nuova identità visiva sarà utilizzata nel corso del 2023 su quasi tutta la gamma al momento del restyling dei modelli 208, 2008, 508, Rifter/Partner, ma anche degli altri veicoli commerciali nel 2024. Mentre la sostituzione della 3008 è prevista per la fine del 2023, la Peugeot 5008 III arriverà nelle concessionarie solo nell’estate del 2024. Di conseguenza, Peugeot potrebbe allineare il suo SUV familiare agli altri modelli del catalogo. Il lancio nel primo trimestre del 2023 del nuovo motore 1.2 mild hybrid da 136 CV potrebbe essere l’occasione per introdurre questa piccola evoluzione estetica.

Nuova Audi Q8 e-tron 2023: il SUV elettrico

Audi presenterà le versioni rinnovate della e-tron e della e-tron Sportback il 9 novembre e ha mostrato entrambi i modelli. Nel preparare il restyling di mezza età per i due modelli di SUV, Audi ha anche rinominato i due modelli in Q8 e-tron e Q8 Sportback e-tron.

Un’unica immagine dei due modelli è stata condivisa su Facebook e mostra entrambi i modelli dalla parte posteriore. Le differenze sono difficili da notare, ma possiamo notare che entrambi i modelli sfoggiano fanali a LED e una barra luminosa molto simili a quelli del modello pre-restyling. Sospettiamo che siano state apportate alcune modifiche alla grafica dei fanali posteriori, anche se la loro forma complessiva non è stata cambiata.

Non è la prima volta che vediamo le nuove Audi Q8 e-tron e Q8 Sportback e-tron. A settembre, Audi ha mostrato un prototipo, poco camuffato, del modello aggiornato. L’esemplare era dotato di una griglia anteriore rivista e di un paraurti anteriore modificato con nuove prese d’aria. Audi ha anche apportato alcune modifiche stilistiche alla parte posteriore.

DATI TECNICI E MOTORI

Le specifiche tecniche delle nuove Audi Q8 e-tron e Q8 Sportback e-tron non sono ancora note, ma secondo le indiscrezioni potrebbe essere disponibile di serie un motore aggiornato, completo di un pacco batterie aggiornato, motori elettrici più efficienti e un migliore sistema di recupero dell’energia. Questi miglioramenti potrebbero far balzare l’autonomia dalle attuali 440 km a ben 600 km nel ciclo WLTP, una notizia senza dubbio gradita a chi sta valutando l’addio al motore endotermico.

L’attuale Audi e-tron è alimentata da un pacco batterie da 95 kWh che aziona una coppia di motori elettrici con una potenza complessiva di 402 CV in modalità boost. Questo è sufficiente per far raggiungere i 100km/h in 5,5 secondi.

Volkswagen Golf Rallye: WRC in strada

Volkswagen Golf Rallye: WRC in strada

Volkswagen ha portato una serie di concept al SEMA 2022, ma quello che ha catturato la nostra attenzione è il più vecchio del gruppo. La Volkswagen Golf MK3 “Rallye” è un prototipo di hot hatch dimenticato, sviluppato nei primi anni ’90 come studio di fattibilità per il potenziale coinvolgimento della casa automobilistica nel WRC. Il progetto fu accantonato, ma il concetto di speciale da omologazione esiste ed è perfettamente funzionante.

La Golf speciale, nome in codice A59, fu costruita dalla Schmidt Motorsport (SMS) di Cadolzburg nel 1993. Il motivo per cui era necessario un modello da strada è che il regolamento della FIA per il Campionato del Mondo di Rally del 1994 prevedeva che ogni casa automobilistica producesse 2.500 special di omologazione delle vetture da rally partecipanti. Considerate questo progetto irrealizzato come l’equivalente della Lancia Delta HF Integrale, della Subaru Impreza WRX STI o della Mitsubishi Lancer Evolution.

Visivamente, il prototipo si distingue da qualsiasi altra Golf Mk3 grazie all’esclusivo bodykit leggero in fibra di carbonio e Kevlar. Nel complesso, sembra il bisnonno della Golf R e un degno predecessore di concetti folli come la Golf GTI W12.

Le prese d’aria aggiuntive e il paraurti anteriore dedicato, il cofano ventilato in vetroresina e i parafanghi significativamente più larghi sono un pacchetto di partenza per qualsiasi modello ispirato al WRC. Lo stesso vale per la coda, caratterizzata da uno spoiler di dimensioni adeguate e da un paraurti sportivo che offre spazio per quattro tubi di scarico, anche se la “Rallye” ne ha due.

La targa è stata spostata sul paraurti per lasciare spazio a un grande stemma VW sul portellone posteriore in plastica personalizzato. Anche i finestrini laterali e il parabrezza posteriore sono in plastica per risparmiare peso. All’interno, VW ha montato una coppia di sedili Recaro A8 pesantemente imbottiti, un volante a tre razze, un quadro strumenti digitale, comandi supplementari e una roll cage per la sicurezza.

Ciò che è più interessante dell’aspetto è l’esclusiva trasmissione. Sotto il cofano si nasconde un motore turbo da 2,0 litri a quattro cilindri interamente in alluminio che produce 275 CV (202 kW) e 370 Nm di coppia. Questo dato si colloca comodamente nel territorio delle hot hatch anche per gli standard odierni, quindi immaginate di sentire questi numeri in un’epoca in cui la VW Golf GTI partiva da appena 115 CV (85 kW) da un motore 2.0 litri ad aspirazione naturale. Anche l’ammiraglia ad alte prestazioni VW Golf VR6 erogava un umile 190 CV (140 kW) dal suo motore a sei cilindri da 2,9 litri.

UNA GOLF MOLTO SPECIALE

Nella Volkswagen Golf “Rallye” la potenza veniva trasmessa a tutte e quattro le ruote attraverso un cambio manuale a sei rapporti e un sistema AWD di tipo motorsport con un differenziale centrale variabile a controllo idraulico e un differenziale posteriore a slittamento limitato. Non abbiamo dati sull’accelerazione, ma con una velocità massima di 270 km/h, la A59 era più veloce di qualsiasi Golf di serie all’epoca e per gli anni a venire.

L’assetto del telaio era altrettanto impressionante, con ammortizzatori Bilstein all’anteriore con corsa più lunga e bracci di controllo più larghi, e un design multi-link con puntoni Bilstein al posteriore. I cerchi in lega Speedline SL817 da 16 pollici erano dotati di pneumatici 225/45R16 più larghi, e dietro di essi si nascondevano dischi freno Brembo a fori incrociati.

Purtroppo, la Volkswagen Golf Mk3 “Rallye” non ha ottenuto il via libera per la produzione in serie, poiché VW Motorsport ha deciso di non partecipare al WRC. Secondo la casa automobilistica, sono stati costruiti due prototipi del modello, di cui solo uno era guidabile. La Golf Mk3 più estrema e potente viene presentata quest’anno al SEMA in una delle sue rare apparizioni al di fuori degli stabilimenti Volkswagen in Germania.

Storia della Tyrrel 012: dal garage alla Formula 1

Storia della Tyrrel 012: dal garage alla Formula 1

L’epopea dell’ultimo “Garagista” inglese della F1 e della sua creatura più eretica, la Tyrrell 012 che ha avuto la grande occasione di essere l’ultima testimonial delle glorie del Ford Cosworth. Una storia di altri tempi, che proviamo a raccontarVi.

Tyrrell 012 – Breve storia del motore Turbocompresso in Formula Uno lungo quattro anni: fino al 1980 presente con una sola Squadra (la Renault) sul totale delle Iscritte al Mondiale, arrivò nel 1984 ad essere adottato da 14 sulle 15 iscritte. Riepilogando, infatti, furono iscritte da subito come turbocompresse :

Brabham, Williams, Mc Laren, RAM, Lotus, ATS, Renault, Toleman, Alfa Romeo, Ferrari e Ligier; mentre furono impegnate in una transizione di metà stagione Arrows, Spirit, Osella che passarono da unità aspirate a motori Turbo.

E all’opposto l’ unica Squadra rimasta a correre tutta la Stagione con un motore “aspirato” era rimasta la Tyrrell con il Cosworth DFV. Lo specchio di una situazione non solo finanziaria ma anche culturale del Team del vecchio “boscaiolo”, rimasto in effetti – insieme alla Toleman, all’ATS ed alla Ligier – uno degli ultimi Patron “garagisti” del Circus tra i Team storici e blasonati. Perché nel frattempo suoi antichi colleghi McLaren, Williams, Lotus, Brabham erano diventati una sorta di Corporate con il Partner motorista del tempo.

Breve storia dei “garagisti”

La Formula Uno, dal momento della sua nascita, ha quasi sempre parlato “inglese”: anche nel primo decennio dominato dai “latini” (con i primi 8 anni dominati da Italia ed Argentina) le regole del gioco erano culturalmente di stampo anglosassone. Perché dal Regno Unito la F1 aveva assorbito la grande capacità mediatica e di Marketing, ed a differenza di Italia e Germania, fin dagli esordi i colori inglesi più che dai Costruttori “istituzionali” erano stati rappresentati dalle squadre artigianali definite in gergo “Garagisti” perchè finivano più per assemblare prodotti di terzi che per produrre in proprio. All’epoca i Teams inglesi si distinguevano in due categorie: i Costruttori che facendo ampio uso di materiale “embedded” prodotto all’esterno realizzavano manufatti proprietari; ed all’opposto veri e propri “Trader” che finivano per produrre e vendere a terzi proprie realizzazioni oppure al contrario acquisivano intere monoposto da terzi e le assemblavano personalizzandole. A queste seconda categoria appartenne per diverso tempo Mister Ken Tyrrell. Certo, già all’epoca la Formula Uno costava, è una considerazione ovvia: e l’irrompere delle sponsorizzazioni e delle Televisioni dalla fine degli anni ’60 aveva mutato il ”DNA” dei classici “garagisti” spinti a trasformarsi da Teams artigianali a “Business Unit” sportive di grandi Gruppi industriali. Era il segno dei tempi al quale persino la Lotus dovette abdicare, nei primi anni ’80 anche per la scomparsa del suo Patriarca Colin Chapman.

Era rimasta la sola Tyrrell legata ai “vecchi tempi”. “Zio Ken” come veniva affettuosamente chiamato nell’ambiente era rimasto fedele a sé stesso: più “talent scout” che Businessman, più “padre padrone” che Team Manager, non era cambiato dal 1959 quando cominciò la sua avventura sportiva in Formula Junior con Jackie Stewart; passando per la Formula 3 sempre con lo scozzese.

Storia del Boscaiolo, subito vincente

Nel 1967 Ken costruisce la grande occasione: la francese Matra iscrive al Mondiale F1 nel biennio 1967/1968 due Team (ma non era la sola): la “Matra Sports”, cioè la Factory ufficiale, e la “Tyrrell Racing” di Ken; risultato, nel biennio la Tyrrell con i suoi Piloti conquista 43 Punti in due anni, le prime tre vittorie del Marchio, un posto di Vice-Campione del Mondo del 1968, e permette a Matra di arrivare terza nella Classifica Costruttori.

Matra Sports, cioè la struttura Casa madre, conquista invece solo miseri 11 punti in due anni. I numeri parlano talmente chiaro che è un passo automatico che nel 1969 la Tyrrell vinca per Matra (prima volta per i colori della Francia, grazie ad un inglese…..) sia il Titolo Costruttori che quello Piloti, e così Ken entra nell’Olimpo, e fiuta il Business.

Dall’anno successivo abbandona la Matra al suo destino (che fu quello di uscire nel 1972 dalla Formula 1 sempre nelle retrovie) e nel 1970 si iscrive in nome proprio e “materiale di terzi” grazie alla sua abilità nel “trading”. Certo, la prima Tyrrell “001″ è poco più di una “rimarchiatura” del della March 701, (monoposto nata da un Team “affine” alla Tyrrell, poiché March nasceva nel 1969 con l’obbiettivo di fare a sua volta “trading” con le realizzazioni di F1, grazie al concetto del progettista Robin Herd che concepì monoposto veloci, semplici e robuste da far gestire dai Clienti): secondo le cifre pubblicizzate e diffuse da March per quel tempo, in sintesi ed in cifre il buon Ken potrebbe aver acquistato a 9000 Sterline dell’epoca lo Chassis, aggiungendo il Motore Cosworth ed il cambio ZF con altre 10.000 Sterline: un “pret a porter” per il quale con 19.000 Sterline del tempo, cioè 250.000 Sterline odierne, la Tyrrell potrebbe aver potuto schierarsi in F1.

Ovviamente la “001” e la March “701” erano gemelle anche nei risultati mediocri in quel 1970, e non li potè neppure cambiare un talento come Stewart.

Motivo per il quale nel 1971 Tyrrell cambia spartito: affida alla GOMM Metal Developments, una Factory esistente tuttora a Woking, la realizzazione della prima vera Tyrrell autoctona (la 002) disegnata da Gartner, che inventa il musone a “conchiglia” in F1 e con cui Stewart vince di nuovo il Mondiale. Su quella base nascono le 003 e 004 delle stagioni successive, fino alla nuova top winner “005” del 1973, la prima con il periscopio. Ovviamente con i trionfi di quegli anni per la Tyrrell arrivano anche gli introiti di media e Sponsor, ma il problema è che Tyrrell è il miglior trader della Formula Uno ma è meno affarista e pragmatico dei colleghi inglesi.

A differenza di Colin Chapman (Lotus) non sviluppa attività di Consulting e Project management per conto terzi, né si sposa a grandi sponsor come Williams o McLaren, oppure al supporto dei motoristi industriali come Brabham. Risultato: dal 1974 al 1980 naviga dal 3° al sesto posto, e complici alcuni azzardi tecnici (come la P34) e la rarefazione delle sponsorizzazioni il Team comincia a raschiare il barile.

Dalle stelle di fine anni Sessanta allo “stallo”

Per capirci, nel periodo più estremo di sviluppo e innovazione tecnologica tra il 1978 ed il 1981, la Tyrrell corre ben quattro Stagioni con fondamentalmente due soli modelli: la “009” di cui la “010” è solo la versione più affinata per l’aspetto “Wing Car”. E la “011” che delle precedenti monoposto cambia solo il guscio anteriore e il disegno delle sospensioni, correndo nel 1981 e nel 1982.

La differenza vera, in quell’ultimo anno, è che alla guida della “011” c’è l’ennesimo talento scoperto da Zio Ken, cioè Michele Alboreto. Michele nel 1982 regala alla Tyrrell la prima vittoria dopo quattro anni (da Monaco 1978) ed il primo Podio dal 1979 (da Usa West 1979). Ovviamente sempre con il fidato Cosworth DFV “entry level” (cioè la versione meno potente da 480/490 Cv) dietro la schiena…….

Una guerra “Anglo – francese” di cuori: Tyrrell contro Ligier

Non si può avere intenzione di rappresentare un’epoca storica come quella che racconto senza confrontare quelli che, a mio avviso, sono i due “gemelli diversi” di tutta la storia della Formula Uno, e per di più mai lontani tra loro come possono essere un francese ed un inglese. Ken Tyrrell in Inghilterra e Guy Ligier in Francia tuttavia sono uno l’alter-ego dell’altro: “padri padroni” illuminati in Squadra,fianco a fianco a tutti e sempre nei Box, rappresentanti legali in ogni sede della loro creatura. Entrambi – Ligier e Tyrrell – avevano nella organizzazione artigianale del loro Team sia il segreto vincente iniziale che il motore del successivo fallimento. Entrambi che nascondevano dentro al cuore il segreto di una grande tragedia: Tyrrell sarà per sempre segnato dalla morte di Francois Cevert nel 1973; Guy Ligier in rispetto del suo amico fraterno Jo Schlesser denominerà ogni sua realizzazione con la sigla “JS”. Uomini di altri tempi, entrambi guarda caso abbandonano per sempre la loro creatura (il Team) in un soffio di tempo di distanza l’uno dall’altro. Guy cede la Ligier nel 1996, Tyrrell vende tutto alla BAR appunto sei mesi dopo.

Tyrrel 012: il nuovo rinascimento

Ma torniamo alla Tyrrell “012”: con la rinascita della Pattuglia azzurra nel 1982, i primi risultati anche mediatici, e soprattutto il divorzio di quattro Top Team inglesi dal motore Cosworth, per Tyrrell torna un piccolo rinascimento.

Ma soprattutto, finita l’era delle “Wing Cars” (e potendo finalmente ambire alla serie più aggiornata del Cosworth con 530 Cv, grazie al nuovo motore a corsa corta) finalmente per Zio Ken torna il momento di confronto “quasi” alla pari sulla base della capacità dei talenti alla guida e della caratteristiche dinamiche dell’auto, e su questo la Tyrrell aveva un database di expertise quasi unico nel Circus: finalmente si tornava a lavorare “ di cesello” anche in F1.

Ed i risultati furono subito visibili. Merito anche del ritorno di Sponsor “pesanti”: dalla fedelissima “Elf” del 1976 (che abbandonò Tyrrell per legarsi alla Renault tornando fugacemente nel 1978) passando per la “First National City” del 1977 (la originaria “Citybank” passata da March a Tyrrell), fino al Gran Premio di Spagna 1979 la Tyrrell si trovo’ senza sponsor, fin quando per miracolo la “Candy Domestic Appliances” scelse di finanziare le Stagioni 1979/1980.

il problema però di un rendimento da metà schieramento, con il proliferare di Squadre iscritte anno per anno portò di nuovo la Squadra di Ken a corto di Sponsor. Il 1981/1982 fu una alternanza triste tra la carenatura vuota e la presenza di Sponsor “itineranti” come Pastamatic, Imola Ceramiche ed il ritorno di Candy.

Ma come detto in quel 1982 lo “Sponsor” di Zio Ken fu uno dei Piloti che amò di più, proprio il nostro Michele. Vincendo in USA (dove partì anche in seconda fila) e piazzandosi benissimo in Stagione portò da solo il nuovo e positivo carico mediatico (soprattutto in terra americana) e spinse la Tyrrell al sesto Posto su 18 Squadre iscritte in Classifica Costruttori.

Tyrrell 012: l’ultima “freccia” nell’arco di Zio Ken

Ecco perchè nel 1983, complice anche la “furbata” di iscrivere come seconda guida lo statunitense Danny Sullivan, in Tyrrell entrò la Benetton (interessatissima agli Usa). Il matrimonio si celebra in Brasile 1983, e Benetton fornirà alla Tyrrell tutto il “money” di cui la Squadra ha bisogno. Michele ripagherà ancora una volta tuttavia le aspettative a modo suo, “facendo l’americano”: terza e quarta fila in qualifica nelle gare americane e vittoria a Detroit, l’ultima di sempre per il Ford Cosworth. E anche questa è una giustizia postuma più che giusta: Zio Ken aveva dovuto cedere il “battesimo mondiale” del Ford Cosworth alla rivale Lotus nel 1968, ma storicamente il suo Titolo del 1969 è il secondo di sempre per il motore inglese. Giusto che, simbolicamente, l’ultimo vincente di sempre con il DFV fosse il “boscaiolo”.

Per quanto riguarda lo sponsor Benetton, il passaggio di Michele alla Ferrari e l’impronta “made in Italy” del brand di abbigliamento spingerà quest’ultimo a sponsorizzare la più gloriosa ma meno efficace Alfa Romeo nel biennio 1984/1985.

La Tyrrell 012 viene circondata così di un’aurea quasi mitologica, ma non solo in questo Post.

Di fatto è l’ultima monoposto insieme alla Minardi a montare un Ford Cosworth nel 1985, ma questo non implica solo un temporaneo “passo indietro” di Ken davanti ai successivi motoristi fornitori di motori Turbo tra il 1985 ed il 1988: perchè, ricordiamolo, quando entrava in scena un motorista Turbo dell’epoca la progettazione si poteva fare solo in tandem. In verità cambiano davvero i tempi: pensate solo che la DG016 seppur con motore Cosworth 3,5 lt. segna un confine culturale: la prima Tyrrell progettata interamente con i server dello sponsor Data General e non più sui tecnigrafi della Factory; mentre le precedenti “014” e “015” sono rimaneggiamenti della povera “012” per inaugurare il turbo Renault. Invece nel guardare lo “stuzzicadenti” a quattro ruote, ti sembra davvero di vedere Ken Tyrrell che fa notte con il progettista Philippe per “cesellare” la forma ed il profilo di una piccola monoposto rivoluzionaria, la seconda di quella stagione presentata con forma marcatamente a “freccia”, dopo la Brabham BT 52. Certo, gli ingombri ridotti del Cosworth e le minori esigenze “idrauliche” (acqua e olio) dell’aspirato permisero al progettista di disegnare i trapezi laterali (non oso chiamarle “pance”) davvero minimi.

Sotto la “freccia” il terremoto del 1985

La “012” è anche l’ultima a vincere una Gara per Zio Ken, ed è quella che – purtroppo – cambierà involontariamente il destino della Tyrrell per due accadimenti: la famosa squalifica del 1984 e la tragedia di Stefan Bellof. Dalla scoperta dei “rabbocchi pirata” di acqua addizionata di piombo a fine Gara la Tyrrell ne uscì con il disonore ed il ludibrio pubblico, la cancellazione dalla FOCA con il conseguente rimborso dei premi di partecipazione e delle quote di agevolazione per viaggi, convenzioni e altro. Eppure…….volete una “indiscrezione” da “Spy-story”? In quello stesso periodo – o meglio poco prima della squalifica della Tyrrell – Zio Ken era stato l’unico membro della FOCA a votare contro l’ampliamento a 220 Litri della capacità dei serbatoi benzina: ovviamente alla Tyrrell il mantenimento a 195 litri avrebbe consentito un piccolo vantaggio ancora nell’uso del Cosworth aspirato, e perché la modifica potesse realizzarsi occorreva l’unanimità degli iscritti alla FOCA. Ed oplà!, con il ritiro dell’iscrizione alla Tyrrell l’unanimità fu di colpo raggiunta……

Ovviamente a causa dello scandalo e della squalifica il Team perse anche l’appoggio dello Sponsor De Longhi, ma rimase la fedeltà ed il sostegno a ken dei suoi “bambini terribili” Brundle e Bellof, quest’ultimo che aveva regalato alla Tyrrell l’ultimo vero clamore universale in F1, cioè la cavalcata trionfale sotto il diluvio (con annessi preziosi minuti di riprese TV) ed il Podio a Montecarlo 1984. Lo stesso Stefan, talento di razza pura, prima del maledetto Settembre di Spa 1985 aveva potuto regalare ad una desolata e decaduta Tyrrell una delle ultime rimonte di altri tempial Gran Premio degli Stati Uniti: partito diciannovesimo, finì quarto a soli tre secondi dal terzo Alboreto, e anche a Detroit stava per compiersi il miracolo di Monaco, e di sicuro Stefan ci stava credendo…..Dopo Spa 1985 persino sulla Tyrrell si stende un velo di tristezza, e quel numero “4” affidato ad altri Piloti segna l’emozione e la tristezza di tanti.

Dalla metà anni ’80 la Tyrrell cambia pelle

Per i cultori del “classico” Team Tyrrell comunque dalla metà degli anni ’80 si comincia ad intravedere un passaggio generazionale, da Zio Ken ad un nuovo “mr. Tyrrell”.

Certo il fattaccio della squalifica ha gettato ormai un velo di “emarginazione” sul Team, e di certo i risultati opachi che la Squadra raggiunge dal 1985 non aiutano dal lato mediatico. Aggiungiamo che la Tyrrell nel 1986 diventa il terzo Team equipaggiato da motori Renault, più per vecchi rapporti tra il boscaiolo e la “Regiè” (pochi sanno che il primo a vagliare la disponibilità della Renault a produrre un 3 litri aspirato “V6” per la F1 derivato dalla F2 fu proprio Tyrrell alla metà degli anni ’60) che non per motivi strategici: prima di Tyrrell nella scaletta del fornitore francese c’erano la Lotus di Senna e la connazionale Ligier, e peraltro Ken per motivi diplomatici aveva messo in squadra un pilota francese (Streiff). Altra piccola nota del destino: l’ultima Squadra storica del Circus ad abbandonare il Cosworth si era alla fine incontrata con la “pioniera” del motore Turbo in F1, mentre la stessa Renault – appena uscita dalla Formula uno come Team Globale – aveva ritrovato colui che si era proposto come mentore venti anni prima per il possibile debutto di un motore di Formula uno Renault che sarebbe potuto diventare un avversario del Cosworth. Che strano il destino.

Dopo lo scandalo del 1984 Zio Ken continua a scoprire talenti ma allarga il sistema di gestione a nuove figure manageriali necessarie, e soprattutto fa in tempo a chiamare in Squadra due tra i migliori tecnici dell’epoca (Postlethwaite e Migeot) che daranno vita alla prima monoposto a musetto rialzato. Dopo il 1983, in cui la Tyrrell si piazza settima tra le Squadre ma prima tra i motori aspirati, tra il 1984 ed il 1998 ci sarà solo un quinto posto Costruttori del 1989/1990 ed una serie di annate grigie. Fino ad alzare bandiera bianca cedendo la Squadra alla BAR nel 1997. Quella piccola, eversiva, indisciplinata “012” che Stefan Bellof intraversava e faceva saltare su ogni tratto di Pista sotto le sue mani rimane nella memoria e nel cuore degli appassionati. Aveva avuto il merito di fermare il tempo, e di ricordare tempi che non sarebbero mai più tornati. Grazie di esserci stata, “stuzzicadenti”.

Nuova Ford Mustang Raptor 2024: Rendering da Sogno

La Ford Mustang Raptor è il sogno nel cassetto di ogni appassionato del marchio americano. Il modello unisce lo stile della pony car a stelle e strisce a quello del pick-up Ranger.
Ford non sarà presente al SEMA di Las Vegas di quest’anno, ma un artista digitale indipendente ha immaginato qualcosa che molti fan vorrebbero vedere, almeno sotto forma di concept unico. La Ford Mustang Raptor è una versione preparata pronta a conquistare l’entroterra.

RAPTOR CHE NON TI ASPETTI

Il concept, realizzato solo in digitale, è stato creato da Oscar Vargas, che su Instagram si fa chiamare @wb.artist20. Per questo progetto ha collaborato con Stewart Webb, alias @the_xcalibur, utilizzando come base la nuovissima generazione S650 della Ford Mustang. Il loro obiettivo era creare una Mustang degna del distintivo Raptor.
Come prevedibile, la Ford Mustang Raptor si trova molto più in alto rispetto al modello di serie, grazie a sospensioni riviste e a un nuovo set di ruote con pneumatici A/T. Ampie estensioni dei parafanghi con luci di ingombro integrate coprono le carreggiate più larghe e si collegano ai brancardi laterali di protezione.

Nella parte anteriore, il Rendering aggiunge un paraurti su misura molto simile a quello del Ford Ranger Raptor, rifinito in plastica non verniciata con una piastra antisdrucciolo in stile alluminio e punti di recupero, mentre la griglia ha ricevuto la firma Ford e LED aggiuntivi. Il cofano bombato e verniciato in nero fa pensare a un potente V8, mentre una finitura nera opaca simile è stata aggiunta al tetto e al portellone posteriore. Infine, il posteriore presenta un nuovo alettone, una piastra di protezione tra i terminali di scarico quadrupli e la scritta Ford RaptoR sul bagagliaio.

La famiglia Raptor di Ford Performance comprende attualmente il Ranger, l’F-150 e il Bronco. Anche se l’azienda potrebbe ampliare l’offerta di fuoristrada in futuro, è altamente improbabile che la Ford Mustang riceva il trattamento Raptor. Non dobbiamo dimenticare, tuttavia, che la Lamborghini sta per presentare la Huracan Sterrato, che potrebbe portare a una nuova tendenza con le auto sportive e le supercar potenziate.