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Nuova Ferrari F76 2026: stile Cyberpunk

La futuristica e radicale Ferrari F76 spinge oltre il linguaggio stilistico della supercar F80 per immaginare il futuro dello stile del marchio. Riservata a una manciata di clienti selezionati con cura, è virtuale al 100% poiché si tratta di un NFT.
A poco più di un mese dalla 849 Testarossa e appena una settimana dopo la SC40, Ferrari svela una nuova vettura battezzata F76. Questa supercar rende omaggio alla prima vittoria di una vettura del marchio alla 24 Ore di Le Mans, nel 1949, durante la prima edizione della gara dopo una lunga interruzione dovuta alla seconda guerra mondiale. La Ferrari produceva auto da strada solo da due anni, e fu una 166MM della scuderia di Lord Selsdon a imporsi a Le Mans con Selsdon e Chinetti al volante. A differenza della sua illustre antenata, la F76 non è pronta a calcare l’asfalto di un circuito. E per una buona ragione: è virtuale al 100%. L’auto non può nemmeno essere guidata online in un videogioco, a differenza della Ferrari Vision Gran Turismo, ad esempio, poiché si tratta di un NFT (non-fungible token), ovvero un oggetto o “gettone” digitale autenticato grazie alla blockchain.
Come evolverà lo stile Ferrari
“La F76 è un manifesto di design che mira a prefigurare le forme delle Ferrari del futuro”, annuncia il costruttore. L’auto presenta infatti un’interpretazione ancora più radicale del design affilato delle F80 e 849 Testarossa, in uno stile cuneiforme che ricorda il wedge design degli anni ’70. La prua a due livelli integra luci retrattili che si aprono sotto il bordo superiore del paraurti. Essi “rappresentano il legame tra l’eredità dei fari a scomparsa delle Ferrari degli anni ’70 e ’80 e il carattere futuristico della F76”, si dice a Maranello.
Gli estrattori tagliati verticalmente sui parafanghi anteriori ricordano quelli della F80, “sottolineando quanto il linguaggio tecnico e stilistico introdotto dalla nuova supercar sia destinato a influenzare i futuri modelli di serie”, ribadisce l’azienda. La parte posteriore è occupata da un ampio spoiler a “coda di papero” sopra quattro segmenti di LED che assicurano un’illuminazione posteriore centrata. I montanti verticali del diffusore strutturano la carrozzeria.
Sotto un grande tetto apribile anteriormente, l’abitacolo è diviso in due. Questa separazione consente di aprire la parte centrale della coupé per utilizzarla come diffusore che contribuisce all’effetto suolo. Dotata di comandi elettrici by-wire, la F76 dispone di controlli sdoppiati. Volante, pedali e altri comandi sono quindi presenti di fronte a ciascun sedile, “permettendo ai due occupanti di vivere e condividere sensazioni in tempo reale, il che rafforza sia la partecipazione emotiva che tecnica all’esperienza di guida”, promette il marchio italiano riguardo a questa insolita disposizione. La scuola guida in versione Ferrari? Alla fine, forse non è poi così male che l’auto non sia destinata a circolare nel mondo reale.

LA CONCEPT UNICA

Non si sa nulla riguardo alla motorizzazione, nemmeno teorica, della Ferrari F76. Il video ufficiale di presentazione del modello lascia immaginare la presenza di un motore termico. Questo modello virtuale è riservato ai clienti privilegiati del programma Hyperclub di Ferrari. Ognuno possiede un esemplare personalizzato di questa supercar digitale, frutto di tre anni di lavoro secondo il costruttore che nel 2025 ha firmato la terza vittoria consecutiva alla 24 Ore di Le Mans, la dodicesima della sua storia.

La vera storia della Bugatti EB110: il Libro da non perdere

Questo davvero gli amici di Autoprove.it non l’hanno davvero mai visto, e già immagino le salve di messaggi contrari e critici che verranno. Ma la recensione di un libro “speciale” non volevo farla mancare, magari per suggerire un regalo alternativo agli appassionati in questo prossimo Natale.

Perché speciale è certamente la persona che me lo ha donato; perché speciale è la relazione che si è creata, ovvero in qualche caso confermata, tra persone altrettanto speciali dentro una impresa straordinaria. E perché è anche speciale l’imprinting che su di me questo libro ha generato rispetto ad un nome sacro protagonista di tante delle auto che hanno fatto sognare: l’Ingegner Paolo Stanzani.

E il libro descrive perfettamente, come fosse la registrazione dei primi battiti di un cuore fino al concepimento della creatura, “timing”, nessi di causa/effetto e rapporti interpersonali maturati dentro il progetto industriale di un’auto divenuta subito iconica: la “Bugatti EB110” dentro la “Fabbrica Blu” di Campogalliano. O meglio: della “035” divenuta successivamente Bugatti EB110 dall’inizio a Via Don Milani 102 (Modena) fino a Campogalliano.

“L’ultimo progetto insieme”, recita un passaggio a firma del Maestro Marcello Gandini riferito proprio a Paolo Stanzani in un contributo che anticipa, in esordio del libro, una traccia di amarezza racchiusa nella frase “a distanza di anni è rimasto un vuoto, un senso di incompiuto che la nostra collaborazione non aveva mai conosciuto in cinquant’anni.

E’ straordinaria la struttura narrativa ideata da Dario Trucco e Chiara Stanzani, figlia dell’Ingegner Paolo. Straordinaria perché costruisce la cronologia e la fisionomia del progetto Bugatti come la perfetta trama di un bellissimo film: le persone, le relazioni tra loro, l’analisi del contesto in cui operano, la contestualizzazione e la composizione delle diverse fasi progettuali: creativa, organizzativa, programmatoria. 

Tutto in un ordine perfettamente narrativo anche se non mancano immagini e schede tecniche, griglie esplicative, riproduzioni di progetti cartacei e moduli CAD; insomma, la base tecnica e didascalica del libro è notevole ma per arricchire conoscenza e giudizio del lettore appassionato, non per fare sfoggio di inutile nozionismi.

 

Per questo, a differenza di altri libri persino meno corposi e molto più tascabili ma noiosi perché troppo didascalici, il libro sulla vera storia della EB110 è emozionante come nello scorrere i capitoli di un romanzo di altri tempi, riuscendo a legare i diversi momenti della storia senza bruschi scalini o salti temporali. 

Questo libro è un film, non un documentario; e il lettore è invitato speciale a sedere non “dietro” l’obbiettivo ma accanto ai diversi protagonisti di questa impresa. 

La cui tracciatura è stata resa più ardua dall’ impedimento opposto alla straordinaria Chiara Stanzani di accedere, come riporta testuale il libro – agli archivi storici della Bugatti per taluni opportuni approfondimenti. 

E questo libro è anche un bellissimo gesto di affetto da una figlia ad un papà per ristabilire verità, ruoli, e aprire il sipario su tante vicende che io stesso ignoravo.

A Paolo Stanzani, dalla figlia Chiara: come un gesto d’amore ci rivela un vero geni

La prima parte di questo libro tra l’altro, come rivela lo stesso Dario Trucco, è opera prettamente di Chiara grazie al patrimonio di ricordi e tracce storiche reperite nel prezioso archivio personale dell’Ingegner Paolo; da cui – purtroppo, dico, perché prima di questo libro non conoscevo i rapporti di causa ed effetto – sono venuto anche a conoscenza dei retroscena di quella che io stesso per anni ho letto sulle riviste descritta come una “mera uscita” di Stanzani e che invece, in forza della traccia che si legge sul libro, può essere definita (come il libro si sente di definire) una “estromissione compiuta dai primi mesi del 1990. 

 

Verità cruda, nel racconto che non è solo di una figlia affezionata ad un padre straordinario. Contate sulle dita delle mani le creazioni di Stanzani dentro Lamborghini, per parlare del ruolo professionale più conosciuto dell’Ingegnere; non è “aria fritta” ma sono sogni diventati realtà e mito solo e soprattutto grazie all’opera di uomini straordinari. E credo che se Stanzani non fosse stato visto per le sue qualità straordinarie non sarebbe diventato da subito Amministratore Unico di Bugatti.

L’arte narrativa, questo anche è straordinario, non nasce da costruzioni o virtuosismi letterari ma dal racconto ben scalare e scandito degli esordi (con il preliminare nucleo promotore Stanzani/Bertone/Lamborghini, l’incontro con Artioli di AutoExpò; il distacco iniziale progressivo di Bertone e Lamborghini; l’apporto fondamentale e costruttivo di Stanzani che certamente rispetto ad un “rookie” come Artioli relativamente alla conduzione e programmazione industriale di una vera e propria Start Up automotive aveva basi e cultura per dominare la situazione.

Importante e didascalico il passaggio anche di aspetti che, nella narrazione generale estranea al libro, rappresentano però benissimo il perfezionismo concettuale e pragmatico di Stanzani. Tra i tanti momenti e spunti che leggete nel libro, mi ha colpito quello più trascurato davvero dalla più pubblica esposizione narrativa e redazionale della storia Bugatti. Il fatto che Stanzani per primo (e forse solo) avesse fin da subito opposto la perplessità forte sul conflitto potenziale tra Romano Artioli promotore di una iniziativa direttamente concorrente di Ferrari, ed il mandato di distribuzione commerciale che AutoExpo’ (di cui Artioli era titolare) aveva proprio con il Cavallino.

Perché spesso il genio più cristallino mette insieme sogni azzardati che diventano idee geniali dentro un contesto dove i piccoli particolari fanno la differenza. 

Il sogno Bugatti è la somma del genio dei suoi creatori e dell’eccellenza italiana

Capire da questo libro l’impegno umano e professionale di Paolo Stanzani è stato un po’ come partecipare ad una rassegna “controcronologica”, che a partire dal progetto Bugatti mi ha descritto e presentato in retrospettiva “quel” nome che ha attraversato con il suo talento le opere più significative di Sant’Agata Bolognese offrendo sempre quella dote rara e poco usata in Italia della discrezione, dell’undertstatement

Non l’ho mai conosciuto ma sono sicuro che Paolo Stanzani in vita sua ha utilizzato più il pronome “Noi” che non la parola “Io”. 

Dal libro di Trucco e di Chiara viene fuori il profilo di un uomo che ha sempre ben chiaro come procedere ma capace di radunare, coinvolgere, animare persone; di condividere gli elementi forti di un progetto scegliendo con grande capacità ogni persona da dedicarVi, in modo che la catena di professionalità e valore dia vita ad un prodotto finale eccellente e quasi “vivo”.

Insomma, questo libro è anche un simbolo di “vedemecum” della programmazione di una eccellenza italiana in tema di Automotive, descritta nella sua genesi grazie proprio all’apporto che – ai tempi della vicenda Bugatti – il nostro territorio tecnologico riusciva ad offrire anche in termini di commesse esterne di progettazione e lavorazione e di subfornitura. Concetti oggi che sembrano scomparsi, in un contesto territoriale che va via via svuotandosi.

Per questo il libro racconta bene la vicenda Bugatti dentro Campogalliano, con l’incrocio virtuoso delle eccellenze alle quali Bugatti si è via via rivolta per la definizione del suo progetto industriale, supervisionato magistralmente da Stanzani fino alla primavera del 1990. Eccellenze tra le quali ricordo Marcello Gandini che, a sua volta, non ha certo bisogno di presentazioni. Amico di Stanzani oltre che straordinario Designer, è proprio Gandini con due testi a sua firma a puntualizzare aspetti e retroscena importanti, ma voglio lasciarVi la sorpresa di scoprire da voi stessi l’oggetto del contendere leggendolo direttamente dal Libro.

Che infine (per chi ama la ricerca storica approfondita, le panoramiche globali e la rappresentazione del “dietro le quinte” di un progetto innovativo) offre a tutti (eruditi od appassionati generici) tutto lo spaccato di quel che è stato articolato, proposto, confrontato, per arrivare alla definizione della “Bugatti EB110” così come tutto il mondo l’ha conosciuta.

Davvero straordinario, peraltro in una impaginazione che non vedevo da tempo (carta patinata bella da toccare, che fa quel suono di fruscio meraviglioso e non il suono da Pagine Gialle; e che da’ una resa alle immagini ottima) è quindi il corredo di tutte le immagini e le informazioni del “Backstage” (uso questo termine per essere capito più largamente) basato su:

​-immagini delle proposte di concept messe al tempo a confronto;

​-Foto dei bozzetti, dei progetti tecnici esecutivi, dei piani di forma, delle immagini digitalizzate (dai supporti informatici del tempo);

-Repertorio fotografico dettagliato delle componenti “sottopelle” della Bugatti EB110 nelle diverse evoluzioni per arrivare alle realise finale idonea; 

In questo, per veri amatori del tema, direi che ciliegina sulla torta è il giornale fotografico che passo dopo passo illustra la concezione e modellazione di sagome, figurini, prototipi; un lavoro infinito e minuzioso che spiega didascalicamente come si è arrivati alla “EB110” e come si arriva(va) fino a poco tempo fa a concepire un gioiello “Made in Italy”.

Motivo in più, se non avete già investito tutto nell’AIFO’NN” ennesima versione aggiornata, o se volete qualcosa che per anni avrete curiosità di rileggere e sfogliare di nuovo, magari in compagnia dei Vostri figli o nipotini, provate ad assicurarViquesto libro (che continuo a definire “speciale) per regalare a Voi stessi il piacere di leggerlo durante le prossime Feste natalizie. 

E da parte mia, come doveroso, un grazie alla memoria di Paolo Stanzani, genio silenzioso.

Riccardo Bellumori

Nuova Hyundai Tucson 2026: il Rendering

Dopo aver condiviso alcune foto spia della Hyundai Tucson di nuova generazione, nota internamente come NX5, il design definitivo sembra molto chiaro ma anche controverso. Ora, i nostri colleghi di NYMammoth hanno creato un nuovo rendering che riproduce ciò che si nasconde sotto la camuffatura del modello di produzione finale. Cosa ne pensate?
Nonostante l’idea iniziale fosse quella di un design che fondesse un aspetto forte e scolpito con elementi di ispirazione retrò, prendendo spunto dall’iconico concept Hyundai N Vision 74 e, più recentemente, dalla Hyundai NEXO, alla fine non sarà così e la nuova Tucson presenterà un design completamente nuovo.
Interni futuristici con Pleos OS e integrazione AI

LA NUOVA GENERAZIONE

All’interno, la Hyundai Tucson 2026 stabilirà nuovi standard per le esperienze digitali con il debutto del nuovo Pleos OS di Hyundai. Questo sistema operativo avanzato sarà presentato su un ampio display 16:9 e sarà dotato di un’interfaccia utente pulita, simile a quella di uno smartphone. Il negozio Pleos Playground fornirà l’accesso a un’ampia varietà di app, offrendo a conducenti e passeggeri un’esperienza di guida completamente connessa.
Un importante salto tecnologico è rappresentato dall’integrazione delle funzionalità di guida autonoma di livello 2.5, che rendono la Tucson più intelligente e sicura. Hyundai integrerà anche il suo nuovo assistente AI, “Gleo”, che offre un’interfaccia conversazionale simile a ChatGPT per supportare comandi vocali, navigazione e attività di infotainment con interazioni naturali.

Solo ibridi e ibridi plug-in: niente più diesel

In linea con l’impegno di Hyundai per la sostenibilità, la nuova Tucson eliminerà completamente le opzioni diesel. Il SUV si concentrerà invece su propulsori ibridi e ibridi plug-in (PHEV). La variante PHEV è particolarmente degna di nota, con un’autonomia di 100 km in modalità completamente elettrica, che la rende ideale per gli spostamenti urbani e i viaggi brevi a emissioni zero.
Data di uscita e prezzo stimato

La nuova Hyundai Tucson arriverà intorno al terzo trimestre del 2026, possibilmente insieme alla nuova Avante. Con il passaggio ai motori elettrificati, il prezzo di partenza dovrebbe aggirarsi intorno ai 35.000€, ipotizzando una gamma composta esclusivamente da modelli ibridi.

Nuova Toyota Camry GT-S: sportiva estrema

Al prossimo salone del tuning SEMA di Las Vegas (USA), che si terrà dal 4 al 7 novembre, la casa giapponese presenterà al pubblico oltre due dozzine di modelli diversi, tra cui la sportiva Toyota Camry GT-S. Quest’ultima sarà mostrata come concept, ma non è escluso che in futuro possa arrivare anche una versione di serie.

L’attuale Toyota Camry di ottava generazione (XV80) ha debuttato negli Stati Uniti nel 2023 ed è prodotta nello stabilimento Toyota di Georgetown, Kentucky. In questa generazione, la Camry è proposta sul mercato americano esclusivamente con un sistema ibrido, composto da un motore a benzina 2.5 aspirato da 187 CV e due motori elettrici: anteriore da 136 CV e posteriore da 41 CV. La trazione integrale è quindi di serie, con una potenza complessiva di 235 CV. Rinunciando al motore elettrico posteriore si risparmiano 1.525 dollari, ma la potenza scende a 228 CV.

L’assenza del tradizionale V6 non ha frenato le vendite: nei primi tre trimestri dell’anno la Camry ha raggiunto 234.426 unità vendute negli USA, con un incremento del 3% rispetto allo stesso periodo del 2024. I rivali diretti sono ormai pochi: il migliore, la Honda Accord, ha totalizzato 109.677 unità (-12%). In altre parole, Toyota non ha particolare bisogno di “scaldare” il pubblico per vendere la Camry, ma in vista del SEMA il reparto nordamericano e il centro stile Toyota Calty Design Research di Ann Arbor (Michigan) hanno preparato una versione speciale siglata GT-S.

LA VERSIONE SPORTIVA

La Toyota Camry GT-S prende come base la versione top di gamma XSE a trazione integrale. La carrozzeria è stata arricchita con un kit aerodinamico in plastica nera lucida: ampio splitter anteriore, inserti sulle prese d’aria del paraurti, minigonne, paraurti posteriore ridisegnato con terminale trapezoidale al posto dei due tondi e un vistoso spoiler sul baule. La tinta principale è l’arancione brillante Inferno Flare, con cofano centrale, tetto e parte superiore del baule in nero.

Grazie agli ammortizzatori regolabili, l’assetto è ribassato di 38 mm. Dietro ai cerchi da 20 pollici con design a razze sottili, gommati Michelin Pilot Sport Cup 2, spiccano i freni potenziati: dischi anteriori da 365 mm con pinze a 8 pistoncini e posteriori da 356 mm con pinze a 6 pistoncini. La dinamica di guida dovrebbe risultare più precisa e sicura rispetto alle versioni standard, ma la potenza resta invariata: 235 CV ibridi per una massa di 1.670 kg, quindi le prestazioni rimangono più orientate a una progressione fluida che a un’accelerazione bruciante.

Se al SEMA la Toyota Camry GT-S riceverà un’accoglienza calorosa e il pubblico inizierà a chiedere con insistenza quando sarà possibile acquistarla, non c’è dubbio che Toyota sarà pronta a trasformare rapidamente il concept in un’offerta commerciale concreta.

Nuova Dacia C-Neo 2027: la wagon in Rendering

La futura Dacia C-Neo potrebbe soddisfare i nostalgici della Mégane termica, scomparsa dal catalogo dallo scorso anno.

Con lo sviluppo dei modelli elettrici da parte di Renault, i loro omologhi termici sono in declino da alcuni anni. La Mégane è stata la prima a subire le conseguenze di questa riorganizzazione strategica, a partire dal 2022. Se il nome rimane, è solo sotto la copertura della propulsione elettrica, come la Scenic che si è convertita completamente due anni dopo. Un’ulteriore scomparsa in un segmento di berline compatte in declino di fronte all’ondata dei SUV. Renault ha fatto bene? Sembrerebbe di sì, visto il successo riscosso dalla Renault Symbioz, questa Captur allungata incaricata, in parte, di sostituire il duo di berline e station wagon Mégane termiche. Con 48.940 esemplari venduti nei primi otto mesi dell’anno in Europa, supera la Peugeot 308, ex rivale n. 1 della Mégane, di oltre 2.500 unità nello stesso periodo.
Se Renault non prevede, a priori, alcun passo indietro, Dacia potrebbe colmare questo vuoto nella gamma del marchio del rombo. Questo è in ogni caso uno dei ruoli che potrebbero essere affidati alla C-Neo (nome in codice interno), la prima berlina compatta del costruttore rumeno, che in seguito sarà disponibile anche in versione station wagon. Basata sulla piattaforma RGMP delle recenti Duster, Bigster e Renault Boreal, a sua volta estrapolata dal sottoscocca CMF-B che ospita Clio, Sandero e altre Captur e Symbioz, questa C-Neo si affiderebbe quindi a componenti relativamente più arcaici rispetto a quelli all’avanguardia utilizzati dalla maggior parte delle compatte generaliste (Peugeot 308, Opel Astra, Volkswagen).
Un approccio economico simile a quello adottato dall’attuale compatta Citroën C4 che, dal 2020, si basa sulla piattaforma più economica della city car Peugeot 208, piuttosto che su quella della 308, sua omologa in termini di dimensioni. Stesse cause, stessi effetti all’interno del gruppo Volkswagen, dove la Scala di Skoda ha preferito affidarsi alla base tecnologica più rudimentale della Volkswagen Polo, piuttosto che a quella della Golf e della Seat Leon. Applicando questa ricetta, la futura Dacia C-Neo garantirà prezzi molto più accessibili in questa categoria sempre molto popolare in Europa, nonostante le quote di mercato invariabilmente rosicchiate dai SUV negli ultimi quindici anni.

DATI TECNICI

Tuttavia, la futura Dacia C-Neo, che dovrebbe allungarsi di circa 4,40 metri nella versione hatchback, si affiderà alle più recenti tecnologie di ibridazione sviluppate dal gruppo Renault. Come la Duster, la Bigster e la Sandero Stepway, più recentemente, la nuova arrivata monterà nel suo vano motore il blocco 1,8 l full-ibrido da 155 CV, oltre a motori a benzina e GPL più modesti. Una volta declinata in versione station wagon, potrebbe sfiorare i 4,60 m di lunghezza e competere con la Skoda Octavia Combi, best-seller del genere in Europa.

Prezzo della futura Dacia C-Neo
A metà strada tra la Duster (a partire da 19.990 €) e la Bigster (a partire da 24.990 €) in termini di dimensioni, la futura berlina Dacia C-Neo potrebbe legittimamente pretendere un prezzo base compreso tra 21.000 e 22.000 €, contro gli oltre 30.000 € della più accessibile Peugeot 308. Da parte sua, la sua versione station wagon si avvicinerà al prezzo di ingresso della Bigster per offrire un’alternativa più lussuosa alla station wagon Jogger (a partire da 18.500 €).

La presentazione di questa famiglia Dacia C-Neo è prevista nel corso del 2026.

Lean Burn: quando i motori evitavano i grassi

Il “Green” è tutto uguale ma alcuni “Green” sono più uguali degli altri, avrebbe detto George Orwell.

La bibliografia sembra non voler riconoscere il requisito di “ecologismo” per tutto quello che appartiene all’era “A.B” (Ante BEV), che gli Evangeli di Watt fanno partire da due eventi apocalittici e didascalici che hanno cambiato il mondo.

Una è stata la prima apparizione della cometa “Roadster” proveniente dal Pianeta Elon nel 2007, e l’altro evento epocale è stato il buco nero di EPA che ha inghiottito tutta la costellazione sotto i cieli di Diesel.

 

Invece per i cattedratici di maniera, occorre ricordare che anche il settore Auto “pre” elettrificazione ha affrontato le sue belle questioni con consumo ed inquinamento. 

 

E, con le armi che progressivamente la tecnologia ha messo a disposizione volta per volta, ogni Costruttore ha cercato di dare la sua soluzione lavorando con le sole variabili su cui era opportuno agire: aerodinamica, attriti volventi, materiali e tecniche costruttive “intorno” all’auto; e fluidodinamica, pressioni, temperature e rendimento termodinamico “dentro” l’auto. Cioè nel motore.

La base concettuale di tutto questo portava ad effetti diretti su tre fronti: riduzione delle masse in movimento, ottimizzazione dei flussi fluidodinamici, gestione affidata progressivamente all’elettronica, ed infine ricerca continua su nuovi materiali e nuove tecniche costruttive.

Un doveroso ricordo preliminare spetta però alla Volvo, prima casa al mondo ad adottare nel 1976 la “Sonda Lambda”.

E chi come me ha il suo bravo mezzo secolo ne ha sentite tante: ecco perché mi consentirete di articolare il mio più rapido possibile “Vademecum” storico e sinottico sulle evoluzioni e suidispositivi più significativi che ci ricordano come i Costruttori erano attenti a consumi ed ambiente anche nell’era preistorica dell’Endotermico. 

Come primo Amarcord eccoVi in rassegna le principali soluzioni che da mezzo secolo o quaranta anni fa Burn, cioè i motori con miscela aria benzina “magra”. Un modo per rendere il ciclo di combustione più povero possibile di benzina. Un’impresa che può apparire semplice solo per chi è digiuno di meccanica. 

Vi risveglio un ricordo di parole perdute: Rapporto Stechiometrico. Si tratta del rapporto ideale tra componenti di una miscela designata a compiere una reazione, che grazie a questo rapporto ideale avviene nel modo migliore raggiungendo perfettamente l’effetto desiderato. 

Nel caso della miscela aria benzina l’obbiettivo di trasformare in energia motrice quella termica deriva dalla ottimale e più completa combustione della miscela stessa che, per conseguire l’effetto desiderato deve avere una proporzione ideale di una parte di benzina su 15 parti di aria. 1:15 appunto. 

Sopra questa soglia, cioè con una minore presenza di aria rispetto alla benzina, la miscela “grassa” comporta effetti negativi che vanno da un consumo maggiore ed inutile di benzina, (fino alla fuoriuscita di carburante gassificato dalla marmitta con l’incendio e lo scoppio al contatto con l’aria esterna) alla emulsione con l’olio lubrificante fino al rischio di ingolfamento del motore; mentre con parti maggiori di aria, la miscela “magra” può comportare effetti di detonazione (preaccensione spontanea), di erosione delle pareti della camera di scoppio, di surriscaldamento, ma anche la riduzione del potere energetico a causa di “scoppi” meno vigorosi.

SUZUKI TSCC e lo “Swirl”: come darsi le arie …facendole girare

Ed ecco un filone di ricerca a cui sono particolarmente affezionato perché mostra davvero il genio ingegneristico alle prese con un mondo “oscuro” del funzionamento del motore: la fluidodinamica dentro la camera di scoppio. Perché alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80, il “must” per i costruttori di motori – anche ad alte prestazioni – sembrò essere diventato non più il massimo riempimento volumetrico delle camere di combustione, ma il “come” riempirle.

La seconda crisi energetica di fine anni Settanta, unita al maggior rigore delle norme anti emissione USA, spostava l’interesse del pubblico e dunque dei Costruttori su due parole decisamente fuori rango per tutti: rendimento termodinamico e rapporto stechiometrico.

Nasce poi l’esigenza anche di rendere le moto più “di massa” nonostante le grandi prestazioni, per consentire loro un utilizzo più utilitaristico e professionale : questo significa dunque adattarle a modalità di funzionamento “friendly” su regimi di utilizzazione estesi, e di certo con i sistemi di carburazione doppio corpo ed accensione elettronica (struttura adottata dalla totalità delle maxi stradali del tempo) senza altro dispositivo, per rendere il motore omogeneo e “lungo” nella utilizzabilità non era così facile avere il motore “piatto” da almeno 3.000 fino a plausibili 9.000 Giri/min.

 

Si comincia perciò a lavorare sui “flussi” dell’aria, in ingresso ed in uscita: AirBox che cominciano ad avere sistemi di volumetria variabile a seconda del regime di funzionamento; ghigliottine e farfalle adattate su condotti di carburazione a sezione “ellittica” anziché circolare, e tutto per aumentare quello che potremmo chiamare “swirl”, cioè un moto elicoidale e non solo rettilineo e parallelo delle particelle di aria, in grado di “abbracciare” il più possibile il pulviscolo di benzina spruzzato dal carburatore senza pericolose disomogenie ed inevitabili “dislocamenti” di massa gassosa troppo agli estremi della camera di scoppio. 

Si creava infatti, nella massa d’aria lineare, una naturale tendenza delle gocce di benzina a non emulsionarsi con il centro gassoso della colonna d’aria, ma una disposizione areolare che tendeva a condensare sulle pareti dei condotti o a generare accumulo di miscela infiammabile “lontano” dalla candela.

Quando non si lavorava a livello di “aria” in ingresso, per l’aria invece in “uscita” la ricerca costante lavorava su piegature, sezioni, e volumetrie dei condotti di scarico, prima ovviamente che le “valvole” parzializzatrici prendessero piede dalla seconda metà del decennio 1980.

Siamo alla fine degli anni Settanta, come detto: e pare che suscitare questo cosiddetto “vortice” di aria/carburante nella camera di combustione sia diventato di gran moda e come per ogni altro accorgimento ogni Costruttore aveva la sua brava sigla casalinga.

Suzuki aveva la sua nel “T.S.C.C.” (Twin Swirl Combustion Chamber), un brevetto appunto del 1979: anche per Lei Swirl, turbolenza, squish, quench, camere di combustione più piccole e rapporti di compressione più elevati con angoli delle valvole più stretti erano il nuovo “must” costruttivo.

Il “cuore” del concetto? Nessuna rischiosa “tasca” o “isola” nel cielo del Pistone né nella camera superiore di combustione; i dislivelli e gli spigoli presenti diventano in realtà gli “scivoli” da cui richiamare pericolose risacche di miscela incombusta e gli “svincoli” per dirigerla dove serve, cioè intorno alla candela e più vicino possibile alla valvola di scarico per accentuare la fuoriuscita dei Gas e non surriscaldare la zona di aspirazione aria, visto che tra l’altro la riduzione di volume e superficie della camera di scoppio evita la dispersione di calore per contatto.

In particolare il nuovo design motoristico della serie GSX 1979 dotata del T.S.C.C. non rielabora il cielo del pistone che rimane sostanzialmente “piatto”: ma modifica l’originaria camera di combustione a tetto spiovente con una “cresta” o colmo tra le sedi valvole. Il senso è quello di provocare non un incrocio tra i due flussi ma un moto circolare sia in senso orizzontale che verticale.

Cosa accade in ogni regime di rotazione del motore, ed in particolare agli alti ? Lo “Swirl” generato nella colonna gassosa comporta la maggiore vicinanza possibile alla candela di tutta la massa di miscela, senza dislocamenti di benzina in punti lontani. 

Idealmente è come ognuno dei due flussi in uscita da ciascuna valvola di aspirazione si immettesse nella camera di scoppio secondo “spin” opposti andandola ad occupare in modo perfettamente omogeneo.

Questo permette di evitare preaccensioni malaugurate anche in caso di miscela “quasi” magra (indice stechiometrico < 1:15); mentre ai bassi regimi l’accelerazione imposta alla massa di aria propaga e diffonde la scintilla sulla quasi totalità della miscela presente nella camera di combustione: cosa che a basso regime, in presenza di poca massa d’aria e a rischio di scarsa mobilità e densità della carica, diventa impossibile.

Risultato immediato ottenuto da Suzuki?Il rispetto dei nuovi limiti anti-emissioni USA per la sua GSX-1100, la turistica da crociera perfetta per quel pubblico. Piccola nota a margine: vediamo adesso di seguito una serie diversa di applicazioni ed effetti voluti dallo “Swirl” specificatamente per ridurre la percentuale di benzina nella miscela con l’aria; ma nel caso della Suzuki il fine ultimo non era quello di avere miscele magre ma di miscelare meglio la benzina nebulizzata con l’aria dentro cilindri il più delle volte superquadri, con alesaggio (diametro dei cilindri) notevole.

Dato tuttavia ugualmente straordinario è che la sola modifica della testa con il disegno T.S.C.C. porta la serie GSX ad avere più potenza e coppia della serie GS che adotta identico motore ma vecchia testata!!

Sadao Shirasagi, l’Ingegnere capo cui fu affidato il compito di migliorare i motori GS750 e GS1000 per una nuova gamma di moto compatibile con i limiti USA e con minori consumi, aveva fatto centro. Lo stesso Shirasagi non mancò di ammettere una forte ispirazione avuta dal DFV Cosworth: quella sagomatura della testa del V8 Ford gli aveva trafitto la immaginazione, e fatto visualizzare il modus operandi.

Quelle due piccole camere a cupola incanalavano il flusso in due vortici circolari controllati, perché l’aria in compressione acquisisce proprio lo “Swirl” desiderato comprimendosi nella zona di squish (a forma di V) situata tra ciascuna serie di valvole.

Inutile dire che il TSCC aprì la strada ad un vero filone progettuale e costruttivo un po’ dappertutto, sia nelle due che nelle quattro ruote; ma con l’adozione degli iniettori orientati o della doppia accensione, diversi anni dopo, la sagoma a “doppia mezzaluna” (per dirla sbrigativamente) ha assunto più un canone industriale che non una continuata esigenza per le originarie motivazioni di Suzuki.

Ma rimane un grande progetto, che come tutti i colpi di genio mette insieme la assoluta semplicità di concetto e fase produttiva con il massimo risultato sperabile.

E poi, un plauso alla potenza creativa di Sadao Shirasagi: Lui, all’epoca, quel flusso e quel moto dell’aria se li è davvero potuti solo immaginare. Ma partendo dalla sua immaginazione ha creato uno dei motori più “puliti” ed efficienti. Con una idea geniale e semplicissima: quel “T.S.C.C.” che ha aperto la strada decine di brevetti similari su due e quattro ruote. Molto vicino alla Suzuki era il sistema brevettato da Ford per la motorizzazione 1400 cc di Escort ed Orion, ma in questo caso lo “Swirl” aveva il compito di supportate una vera “lean Combustion” di cui parlo di seguito.

CHT di Fiat Croma: e lo “Swirl” diventa un “mondo a parte” nel motore

Uno dei sistemi più impensabili? Il C.H.T. di Fiat montato sulla Croma “2.0” 90 Cv, dove creatività e pragmatismo danno vita ad un brevetto geniale: il CHT (Control High Turbolence) che consiste fondamentalmente in un sistema a due fasi differenziate attuate attraverso la posizione angolare di valvole a farfalla supplementari a valle di quelle “ordinarie” poste nei doppi corpi del carburatore.

Queste farfalle supplementari, poste ciascuna all’attacco di ciascun collettore di aspirazione con la testata attraverso un distanziale in specifica fusione (attraversata per la larghezza da un alberino cui sono collegate farfalle singole per ciascun condotto) “parzializzano” a seconda dell’inclinazione l’afflusso della miscela aria/benzina dentro il condotto opportunamente “sdoppiato” in due vie a sezione diffenziata: il condotto “convenzionale” o diretto – a diametro ordinario – è quello in cui la miscela aria/benzina passa classicamente quando il funzionamento del motore è a regime di utilizzazione previsto per le condizioni di marcia; ed in questo caso la farfalla supplementare è in posizione da parzialmente a totalmente aperta.

Quando invece il regime del motore oscilla tra minimo e regime sottocoppia la farfalla supplementare tende ad essere serrata chiudendo il condotto diretto verso la valvola di aspirazione; a questo punto la miscela si muove secondo il momento di depressione generata dal movimento lineare del pistone (come sempre) ma affluisce sopra la valvola di aspirazione attraverso un condotto ausiliario a sezione notevolmente ridotta che parte dal famoso distanziale sopradetto che si collega ad un “buchino” effettuato opportunamente sulla faccia laterale della testata fino alla parte superiore della sede valvola.

 

Il funzionamento come avete letto è facile da spiegare ma è abbastanza articolato, ed ovviamente si basa su un intelligente incrocio tra rotazione comandata meccanicamente (attraverso rinvii e bilancieri collegati alle farfalle del doppio corpo di cui è dotata la Croma CHT) ed anche depressori in ausilio alla “misurazione” angolare della posizione del pedale dell’acceleratore.

La riduzione dei consumi di carburante e delle emissioni nocivenei motori endotermici passa anche attraverso l’utilizzo di ulterioritecniche: 

emissione parzializzata del carburante escludendo l’afflusso ad alcuni iniettori nei sistemi multipoint e la parzializzazione – temporanea – della cubatura complessiva dei motori (preferibilmente con organizzazione dei cilindri a due bancate) con il taglio della alimentazione ad una delle due linee di cilindri. 

Abolire i grassi…dalla carburazione: la “Lean Burn”

Come abbiamo anticipato ad inizio articolo, la miscela troppo “magra” sortisce a lungo termine effetti termodinamici e meccanici peggiori dei benefici registrabili su consumi ed inquinamento.

Tuttavia, se si tengono a bada questi aspetti negativi, il tenore quanto più possibile magro della miscela ha effetti positivi certi su consumi ed emissioni, ed in più sortisce un rendimento migliore del motore a regimi medio bassi

Ebbene, come si sono mossi i principali Costruttori per gestire e sviluppare questa questione? Alcuni esempi, di diverse decine di anni fa:

Ford negli anni ’80 sviluppo’ una versione “Lean Burn” del CVH (a camera emisferica) da 1400 cc e 75 cavalli, dove la conformazione emisferica viene in questo caso interrotta da uno “scalino” che trasforma la sagoma emisferica in una pianta a forma di cuore, cioè a dire che la stessa camera di scoppio proietta ortogonalmente su almeno un terzo del cielo del pistone non un ambiente concavo ma un “soffitto” piatto complanare allo stesso cielo del pistone.

Il principio è in effetti identico a quello descritto prima per la Suzuki, ma in questo caso lo “Swirl” serve per aumentare la turbolenza non tanto per migliorare la combustione a regimi bassi e con minor volume di aria nel cilindro (come per la Casa giapponese) ma più che altro per aiutare la miscelazione della benzina in un rapporto che a seconda del regime di utilizzazione può arrivare anche a soglie di 1:18.

Chrysler dal 1976 al 1989 ha equipaggiato diversi motori con il suo sistema computerizzato ELB –Electronic Lean Burn, con cui si regolava “Just in time” la fasatura dell’accensione in base ai diversi sensori, sia nell’ambiente di aspirazione aria (per la depressione rilevata nel collettore di aspirazione, quello di rotazione dell’albero motore, quello della temperatura dell’aria in ingresso e del liquido di refrigerazione, e infine in base alla posizione angolare del pedale acceleratore); sia per l’ambiente di scarico dove, per ottemperare alle norme antiemissione molto severe negli USA, con il convertitore catalitico il sistema si completava con un sensore di ossigeno ed un carburatore a retroazione.

Toyota nel 1984 propone il suo motore 4A – ELU per il controllo del ciclo di combustione magra con apposito sensore di misurazione della miscela presente nel collettore di scarico per rilevare il tasso di miscela incombusta ed agire di conseguenza, secondo un sistema di iniezione parzializzato persino per ogni cilindro in base ad ulteriori sensori di temperatura localizzati in prossimità di ogni camera di scoppio.

 

Mitsubishi, infine (nel senso di ultimo esempio di questa rassegna)presenta nel 1991 il suo sistema “Mitsubishi Vertical Vortex” sul motore 4G15 (1500 cc, 4 cilindri in linea, 12 valvole con doppia valvola di aspirazione, di cui una sola invia miscela aria benzina che per l’effetto Venturi si miscela in modo perfetto prima di arrivare in camera di scoppio) che grazie alla colonna gassosa eccitata da un movimento vorticoso verticale ed alla candela posta vicino alla valvola di aspirazione che carica la miscela di aria e benzina può estremizzare il rapporto stechiometrico fino alla soglia incredibile di 1:25 con un regime di minimo che parte da solo 600 giri/min.

Ma l’elenco delle meraviglie che persino quaranta anni fa i Costruttori erano capaci di mettere in produzione non si ferma qui: e lo vedremo insieme nelle prossime occasioni. 

Riccardo Bellumori

Nuovo Toyota Hilux 2026: ultimo Render

È questo l’aspetto che avrà la Toyota Hilux di nona generazione, che dovrebbe chiamarsi Hilux Travo, quando verrà presentata alla fine dell’anno?

Basandosi su alcune foto spia scattate in Thailandia, il mago del rendering Theophilus Chin ha agitato la sua bacchetta magica e il risultato è un veicolo elegante e maturo, almeno ai nostri occhi.

IL CAMBIO DI PASSO

Nelle foto spia thailandesi erano camuffati il frontale e il pianale, il che suggerisce cambiamenti in quelle zone. Theo ha inserito fari stretti con sopracciglia DRL, una sottile barra di collegamento con la scritta “TOYOTA” (molto più discreta rispetto al passato), una griglia a nido d’ape, alloggiamenti triangolari per i fendinebbia e un paraurti inferiore e una piastra di protezione dall’aspetto molto robusto. Il paraurti posteriore più integrato conferisce un aspetto più semplice e meno ingombrante.
Si tratta della nona generazione, ma la cabina e la piattaforma dell’ottava generazione Revo dovrebbero essere mantenute, proprio come ha fatto Toyota con la Camry (la XV80 è una XV70 profondamente rinnovata). Tuttavia, potrebbe esserci un cruscotto ridisegnato che incorpora un touchscreen più grande e forse un quadro strumenti digitale.

Secondo Headlight Magazine, i motori turbodiesel a quattro cilindri 2GD-FTV da 2,4 litri e 1GD-FTV da 2,8 litri continueranno a essere utilizzati, con alcune modifiche per soddisfare le più recenti normative sulle emissioni. Anche il sistema ibrido leggero a 48 volt dovrebbe essere mantenuto, mentre il nuovo servosterzo elettrico dovrebbe rendere possibili sistemi di assistenza alla guida più avanzati, tra cui la guida semi-autonoma di livello 2.

Nuovo BMW X9 2026: Anteprima Rendering

BMW ha impiegato diversi anni per mettere a punto un modello in grado di competere con Mercedes GLS (precedentemente nota come GL), ma finalmente ci è riuscita. Si chiama X7 e alla fine dell’anno spegnerà sette candeline sulla sua torta di compleanno.
Basato sulla piattaforma CLAR, condivide gli stessi componenti con i modelli più piccoli X5 e X6, nonché con l’XM della divisione M e la Serie 7. Nel nostro mercato, la casa automobilistica tedesca offre tre versioni del suo crossover di punta. La gamma parte dalla X7 xDrive40i, con un prezzo a partire da 86.700 dollari, mentre la X7 M60i si colloca al di sopra del modello base, con un prezzo di listino di 113.900 dollari. L’Alpina XB7 è il modello di punta della famiglia e parte da 156.000 dollari per l’anno modello 2026.
Se pensate che BMW abbia impiegato un po’ troppo tempo per rivaleggiare finalmente con la Mercedes GLS, la Cadillac Escalade e altri SUV premium di grandi dimensioni, sappiate che Audi non è ancora riuscita a farlo. Non ancora, almeno, dato che il marchio dei quattro anelli sta mettendo gli ultimi ritocchi alla prima Q9 in assoluto proprio mentre parliamo. Il modello sarà il top di gamma dell’azienda in termini di dimensioni e prezzo e avrà anche una versione sportiva SQ9, presumibilmente con un motore V8 elettrificato sotto il cofano.
Chiunque abbia una minima familiarità con la gamma di nuova generazione di casa BMW sa che non esiste alcuna X8 in produzione o in programma. Questo è praticamente il compito della XM, e la casa automobilistica non vuole cannibalizzarla lanciando una X8. Ma che dire di un SUV ancora più grande? Un veicolo del genere si chiamerebbe chiaramente BMW X9 e negli anni se ne è parlato molto, oltre a essere stati realizzati diversi rendering non ufficiali che cercano di immaginare come sarebbe se ottenesse il via libera per la produzione.

BMW X9 @tedoradze.giorgi su Instagram

IL SUV FULL SIZE

Il veicolo in questione condivide alcuni elementi estetici con la X7, anche se rinuncia ai caratteristici fari sdoppiati. La griglia reniforme ha dimensioni regolari, la linea del tetto è leggermente arcuata verso la parte posteriore e i fanali posteriori ricordano quelli della precedente generazione di BMW, il che è sicuramente un punto a favore secondo noi.
Questa BMW X9 in rendering è nella configurazione M, il che significa che avrebbe una grande potenza, con un potente motore V8 sotto il cofano, probabilmente assistito dall’elettrificazione. Ha anche terminali di scarico sovrapposti verticalmente nella parte posteriore, ruote di dimensioni normali, una finitura rossa, elementi neri e finiture cromate.

Inutile dire che BMW non ha in programma nulla di simile, ed è un peccato, perché pensiamo che il design sia perfetto.