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Da Livorno a Le Mans: il Diario dell’impresa di Giotto Bizzarrini

Estate, forse tarda estate del 1963: magari è anche un Sabatomattina, giorno ideale perché “Giotto” si faccia trovare, dopo una settimana passata alla “Iso” a Bresso, dalle parti di casa sua, a Livorno.

Si distingue il classico rumore di saracinesca, in una sorta di “chiostrino” tra due palazzi in Via Ippolito Nievo, tra il civico 106 ed il 118, dove oggi si trova un carinissimo Bar d’angolo e poco distante un monumentale Iper del Lidl : a quel rumore di saracinesca i residenti che affacciano con i propri balconi e finestre in quel chiostrino sono ormai abituati, dopo mesi in cui la “Autostar” (così recita l’insegna in vetrofania in alto sull’ingresso) ha deciso di accompagnare la vita quotidiana con un concerto costante di rombo di scarichi potenti e di motori ben preparati da lui, il “Giotto” da Quercianella.

Da quella “Autostar” escono spesso dei veri e propri demoni a motore, quasi come fossero su una rampa di lancio verso il Viale. 

Ma quello che gli osservatori stanno per vedere quella mattina di tarda estate, lascerà un segno profondo e indelebile su di loro e sulla storia dell’auto. Ma facciamo un salto avanti…

20 Giugno del 1964, è un altro Sabato di sessanta anni fa: dallo Start numero 32 della celebre, popolarissima ed iconica “24 Ore di Le Mans” parte per la prima volta una vera e propria “belva”: è rossa, bassa, attraente e muscolosa. 

Ha un bel numero “1” in campo bianco e promette di dilaniare l’asfalto. 

E’ spinta da un V8 Chevy da 5,4 lt. per 400 cv; ma soprattutto è spinta dal vento marino che soffia molto più giù di Le Mans. Ha un nome un poco “criptico”, a primo contatto: Iso A3/C

Iso, perché nasce nell’ambito del rapporto tra Giotto e la “Iso” di Bresso; “A” come Autostar; “3” perché quella belva è in ordine di protocollo il terzo progetto avviato dal geniale livornese da Professionista autonomo; ed infine quella “C” finale che ne distingue il DNA “corsaiolo”.

Perché quella belva rosso corsa che morde l’asfalto a Le Mans è anche quella che ha fatto tremare i muri portanti delle due palazzine di Via Ippolito Nievo, dalla cui autorimessa “Autostar” nell’estate dell’anno prima quel mostro satanico ha fatto urlare a pieni polmoni gli otto cilindri del suo motore Chevy.

Il vento forte di Livorno, dunque, è il condimento base per quelmoderno Efesto, pronto a modellare – secondo le linee d’aria“amiche” – quelle forme; e lui (Efesto) è un vero genio leggendario: Giotto Bizzarrini.

La creatura ha cuore, muscoli e indole livornese anche se porta il marchio di Renzo Rivolta, un Industriale illuminato e coraggioso di Bresso (vicino Milano). 

Nel suo Staff ha voluto un vero “Guru” del settore, capace persino di rivoluzionare la tradizione a Maranello pochi anni prima, gettando le basi per la leggendaria “250 GTO”. 

Giotto è l’ideale, chiamato come Consulente a fianco di Pierluigi Raggi per delle Supercar che nell’ambizione di Rivolta devono sfidare le Ferrari sulla strada ed in Pista, dove quella pestifera IsoA3/C è curata dalla neonata “Scuderia Bizzarrini”.

Tutto parte da quella ex Autorimessa di Via Ippolito Nievo a Livorno: c’è ancora, se Vi affacciate all’altezza del civico 112, e se chiudete gli occhi sentirete ancora la eco di motori che urlano e gomme che stridono. 

Qui è nato quel mito rosso fuoco nella tarda estate del 1963.

Nessun macchinario speciale dentro quella prima sede marchiata “AUTOSTAR”: il genio, il talento e la creatività di Giotto e dai giovani avventurosi che iniziano con lui sono invece il vero segreto di quella impresa. 

La sua prima squadra porta i nomi di Paolo Niccolai, Prampolini,Sancasciani,                                                                                                                                                   Corradini e persino di uno sconosciuto Pietro Vanni, che con Giugiaro approfondirà alcuni particolari pur significativi e di rilievo di quelle linee straordinarie e spaziali).

Tutto dentro quella ex autorimessa, a metà tra il Porto e la Stazione Centrale di Livorno: e quando gli spazi diventano davvero angusti per le nuove sfide che seguono lo straordinario successo di Giotto al Salone di Torino 1963, la “AUTOSTAR” diventa ““Società Prototipi Bizzarrini S.rl.-Livorno” da Febbraio 1964 e trasloca in Via G.B. Lulli – zona Salviano – che diventa anche l’insolito parcheggio per i furgoni “Fiat 238” ed “Alfa F12” griffati dalla sigla della Scuderia, e che in procinto delle Gare seguono il convoglio destinato a girare l’Europa e gli USA.

Renzo Rivolta annuncia alla Stampa, ad Aprile 1964, la partecipazione alla “24 Ore di Le Mans” ed il drappello di avventurosi parte dopo metà Giugno da Livorno, in direzione Francia: ma non è un convoglio come gli altri, perché per una serie di motivi concreti ed ineludibili la “Iso A3/C” percorre quasi tutto sulle proprie ruote il percorso stradale dall’imbocco dell’Aurelia a Salviano fino alle porte del circuito francese. Un vero e proprio Tour de Force che tocca ad una sportiva da corsa che dovrà correre per oltre 4000

Il “Grifo” a Le Mans, il cuore livornese accende la 24 Ore

La rossa “Iso A3/C ha una coppia di piloti specialisti, Pierre Noblet ed Edgar Berney, che partono sedicesimi su 55 partecipanti. 

Ottimo inizio, ma è nel corso della Gara che sembra arrivare unvero miracolo: nella notte profonda la “A3/C” arriva fino al nono posto: forse neppure Giotto ci può credere, sebbene la sua “Iso” faccia segnare fin dalla partenza una punta velocistica da prima della classe e sembra averne ancora quando arrivano le luci dell’alba e rientra per cambi e rifornimenti; ma sarà la stanchezza, l’imperizia, o la tensione: fatto è che ai Box, nel cambio delle pasticche posteriori dei freni una pinza rimane inceppata

Quasi due ore di sosta spezzano il sogno, e la belva rossa chiude al 14° posto. Ma per un attimo Livorno arriva al centro del mondo dei motori. La leggenda di Giotto e delle sue creature è appena partita, e segnerà altre tappe fondamentali.

Giotto Bizzarrini, il ricordo di chi lo ha conosciuto davvero

Era un ragazzino, Paolo Niccolai, quando nell’estate del 1963 Giotto Bizzarrini lo chiamò a lavorare dentro Via Ippolito Nievo: primo incarico, ripassare a china i disegni tecnici. 

Da quel momento per Paolo inizia un rapporto professionale e di amicizia sincera con il genio livornese. Paolo è di fatto il dipendente numero due dentro Autostar dopo Mauro Prampolini, e da livornese “DOC” ci regala perle di memoria e di aneddoti che è un piacere sempre ascoltare.

Fondatore a sua volta – nel 1972 – di una Officina specializzata in elaborazione e preparazione di auto (che poi dal 2010 ha assunto la denominazione di NICAR in via Gino Capponi 11, attualmente gestita dal figlio Maurizio) Paolo ricorda il primo contatto con Giotto.

“Mio padre aveva una Officina di rettifiche vicina alla Autostar di Via Nievo” ricorda Paolo “ed io cercavo di sbirciare cosa si stava preparando in quella ex autorimessa con le sue supercar; un giorno Giotto mi chiede di lavorare con lui, e così ho iniziato. Ancora oggi mi chiedo come possa essere uscita tanta creativitàda un locale piccolo, scarno; tutto si faceva a mano direttamente, e quando Giotto arrivava nei Weekend si metteva di persona a piegare, saldare, modellare metalli e parti meccaniche. Cose davvero di un’altra epoca, ed oggi tutto questo sembra una leggenda, ma è semplicemente il diario di una impresa fatta con cuore, coraggio e passione.

Oggi alcuni ci dipingono come una specie di Dream Team della prima Autostar: ma eravamo solo uomini e ragazzi con un sogno dentro al cuore per noi e per Livorno; come dentro una famiglia. Ed è bello che queste storie vengano ricordate.”

Come dice bene Paolo Niccolai, è bello e giusto che queste storie di passione pura vengano raccontate e spiegate anche alle generazioni attuali.

Anche per questo mi fa piacere ricordare anche l’attenzione e l’impegno di Riccardo Della Ragione, un altro appassionato livornese, animatore negli ultimi anni di eventi, partecipazioni, spazi cittadini anche con il ricordo e l’opera di Giotto Bizzarrini. 

Un ricordo importante in questo è anche quello che riguarda l’ultimo evento pubblico al quale l’Ingegner Bizzarrini ha preso parte pubblicamente: eravamo a Livorno, ad Ottobre 2022, quando Giotto ha ricevuto un tributo d’onore e di affetto firmato “Livorno al Centro” nella cornice della magica Terrazza Mascagni. 

Ricordiamo che purtroppo Giotto ci ha lasciati il 13 Maggio dello scorso anno, e che da allora tutto il mondo ha espresso in qualche modo l’affetto e la commozione verso il genio scomparso.

E quello che attende Livorno, e tutti coloro che amano e ricordano Giotto Bizzarrini, è il centenario della sua nascita tra meno di due anni, il 6 Giugno del 2026

Quel giorno so già che tutto il mondo si adopererà per ricordarlo, ed è proprio per questo che quel giorno Livorno dovrà correre più veloce di tutti gli altri, come quella Iso A3/C nella notte di Le Mans 1964.

Riccardo Bellumori.

Nuova Voyah Zhiyin 2025: Anteprima

La muova Voyah Zhiyin è pronta ad arrivare in Europa.

La Cina ha aperto le sue frontiere. Il gigante asiatico ha sonnecchiato fino all’arrivo dell’auto elettrica. Dopo una rivoluzione mai vista prima nel settore, i marchi cinesi sono già in grado di dominare il mercato internazionale. Sempre più produttori fanno le valigie e si dirigono verso territori come gli Stati Uniti e l’Europa. Il Voyah Zhiyin è il primo modello progettato dal marchio per accontentare tutti. Un prodotto globale che sarà disponibile in Italia il prossimo anno.

Voyah non è ancora molto conosciuta alle nostre latitudini, ma la sua casa madre, Dongfeng, sì. Dopo alcuni flirt iniziali, non del tutto fruttuosi, l’azienda sta segmentando la sua gamma per poter attaccare diversi fronti. Qualche settimana fa abbiamo assistito al lancio non di uno, ma di tre marchi che si presentano sul nostro mercato con un’offerta molto varia. La casa madre principale, Dongfeng, si concentrerà su veicoli elettrici a prezzi ragionevoli. La Dongfeng Box sarà la lettera di presentazione. Un veicolo economico a meno di 22.000 euro.

MHero punta all’opposto. L’M-Hero I è un SUV dall’aspetto imponente e non meno straordinario. Offre 1.000 cavalli e fino a 450 chilometri di autonomia per un prezzo di oltre 150.000 euro. Voyah, invece, punta a una gamma intermedia. Il Voyah Dream, un monovolume, e il Voyah Free, un SUV, sono le sue prime scommesse.

Tra qualche mese si aggiungerà la Voyah Zhiyin, attesa nel 2025. È stata appena presentata e la proposta non potrebbe essere più interessante. Possiamo considerarla come una rivale, una in più, della potentissima Tesla Model Y.

DATI TECNICI E MOTORI

Le sue misure la collocano nel segmento dei D-SUV europei: 4,72 metri di lunghezza, 1,9 metri di larghezza e 1,64 metri di altezza per un passo di 2,9 metri.

IL CROSSOVER ELETTRICO

Il modello sarà alimentato esclusivamente da propulsori elettrici con diverse configurazioni, a uno o due motori. Le versioni a trazione posteriore avranno una potenza compresa tra 292 e 313 CV. Saranno abbinate a una batteria agli ioni di litio da 77 kWh che, nel migliore dei casi, raggiungerà un’autonomia certificata di 625 chilometri (ciclo CLTC). In opzione, Voyah offrirà ai clienti una batteria di grande capacità da 109 kWh per estendere l’autonomia ufficiale a 901 km (ciclo CLTC).
Le versioni a doppio motore saranno dotate di unità di propulsione gemelle su ciascun asse con una potenza individuale di 218 CV. Saranno abbinati alla batteria da 77 kWh di capacità, con la quale raggiungeranno un’autonomia certificata fino a 570 km (ciclo CTLC). Non meno importante è la piattaforma utilizzata dal Voyah Zhiyin. Si tratta di una struttura a 800 volt con sistemi di alimentazione a 5C. Ciò significa che sarà in grado di aggiungere 515 chilometri di autonomia in soli 15 minuti di collegamento. Cifre che sono presumibilmente associate ai pacchi batteria più grandi.

Il Voyah Zhiyin è progettato per soddisfare le omologazioni e i gusti di tutto il mondo. Voyah, Dongfeng, intende esportarlo in 60 Paesi diversi.

Le consegne inizieranno in Cina per poi espandere la gamma. Il marchio ha grandi speranze per questa vettura. Si aspetta di vendere mezzo milione di unità entro il 2030, cosa che solo il tempo potrà dire. Al momento non si sa quale sarà il prezzo di vendita, anche se immaginiamo, viste le caratteristiche, che non sarà particolarmente economico. Attualmente, il modello più economico dell’azienda, la Free, viene venduto in Europa a un prezzo minimo di 82.328 euro.

Nuova Porsche 718 2025: Rendering totale

La Porsche 718 di prossima generazione sarà elettrica e il suo design si evolverà per adattarsi a quello degli altri modelli a batteria del marchio. Le foto e i video dei prototipi danno un’idea sempre più chiara di come saranno le future Boxster e Cayman.
Porsche sta sviluppando attivamente la sua 718 di nuova generazione. Annunciata per “la metà di questo decennio” senza ulteriori dettagli, questa futura iterazione della Boxster e della Cayman sarà 100% elettrica. Prototipi sempre meno camuffati della roadster vengono regolarmente filmati e fotografati durante i test drive. Questo ci dà un’idea abbastanza precisa di come apparirà sotto le strisce di mascheramento.
Se questi rendering di Largus.fr sono speculativi, la prossima Porsche 718 Boxster manterrà la silhouette del modello attuale e rimarrà fedele alla capote in tessuto. Adotterà i nuovi codici estetici Porsche, tra cui i fari anteriori più piatti con quattro fonti luminose e gruppi ottici posteriori orizzontali perfezionati al massimo.

Oltre all’assenza di un terminale di scarico, la natura “a emissioni zero” del propulsore sarà evidenziata dalla scomparsa delle prese d’aria laterali che caratterizzano la Boxster fin dalla versione concept del 1993 e che alimentano il motore centrale posteriore.

LA SPORTIVA PORSCHE

La Porsche 718 Cayman dovrebbe seguire lo stesso sviluppo della cabrio. Non è ancora stato visto alcun prototipo del modello a tetto fisso, ma la concept car Mission R e il prototipo GT4 ePerformance lasciano presagire un futuro elettrico per la piccola coupé.
Il prototipo è dotato di un propulsore bimotore a trazione integrale in grado di sviluppare fino a 1.088 CV, limitati a 612 CV in modalità gara.

La batteria raffreddata a olio da 900 V può assorbire una carica di 340 kW. Il costruttore non ha fornito dati sull’autonomia. In attesa delle loro sostituzioni, le attuali Porsche 718 hanno già visto ridurre la loro gamma in alcuni mercati, come quello francese, dove gli unici modelli offerti sono le RS radicali.

La nuova Porsche 718 arriverà all’inizio del 2025.

Nuova Kia K8 2025: berlina Premium

Kia ha rilasciato le prime immagini della K8 2025, una berlina full-size che riprende l’attuale linguaggio stilistico del marchio. L’ultimo modello del marchio si ispira al suo grande SUV elettrico, l’EV9, con alcune somiglianze nel design, tra cui i fari a LED orientati verticalmente e le luci diurne.

Secondo il sito coreano Hankyung, gli sbalzi anteriori e posteriori sono aumentati rispettivamente di 10 e 25 mm, con una fascia anteriore che presenta una sezione più sottile in tinta con la carrozzeria tra le sezioni oscurate, mentre la presa d’aria inferiore è una sezione trapezoidale che si collega ai fari ad ogni angolo.

Vista di profilo, la Kia K8 continua a sfoggiare una linea del tetto spiovente che si assottiglia fino al cofano del bagagliaio, mentre nella parte posteriore continua a essere caratterizzata da linee angolari e conserva le sottili luci posteriori a LED a tutta larghezza.

L’illuminazione della K8 comprende una funzione di luce di benvenuto dinamica, con tre schemi che l’utente può scegliere. A questa si aggiunge una funzione di “luce di scorta dinamica”, secondo quanto riferito da Hankyung, che serve ad “accogliere e salutare” gli occupanti quando entrano ed escono dal veicolo.

I dati provenienti dal sistema di navigazione a bordo del veicolo vengono utilizzati per informare la configurazione predittiva delle sospensioni a controllo elettronico, che varia la forza di smorzamento quando il veicolo supera un dosso, ad esempio. Inoltre, le sospensioni vengono adattate quando si attiva il sistema di assistenza alla guida in autostrada o il cruise control intelligente, per limitare i movimenti di ondeggiamento e beccheggio.

TECN E ADAS

Per quanto riguarda i sistemi di assistenza, la Kia K8 offre di serie il rilevamento dell’aderenza del volante, mentre il Lane Keep Assist 2 è stato migliorato passando dall’attuale metodo di input della coppia dello sterzo a quello dell’angolo di sterzata. Lo Smart Cruise Control e l’Highway Driving Assist basati sulla navigazione sono di serie in tutti i livelli di allestimento, ha riferito Hankyung.

All’interno, la Kia K8 di nuova generazione presenta un doppio schermo flottante per la strumentazione del conducente e il display dell’infotainment, con un’architettura della plancia che sembra essere una variazione di quella della EV9. Secondo la pubblicazione, il sistema di infotainment di nuova generazione supporta gli aggiornamenti over-the-air (OTA).

Il bracciolo della console centrale è dotato di una funzione di riscaldamento, mentre più avanti c’è un doppio pad di ricarica wireless per gli smartphone, la sterilizzazione UV e l’autenticazione delle impronte digitali. L’abitacolo della K8 è dotato anche di sedili anteriori Ergo Motion, che dispongono di vesciche d’aria nella base del sedile e nello schienale.

I primi dettagli indicano che la Kia K8 del 2025 avrà tre motorizzazioni, di cui due a benzina – un 2,5 litri e un 3,5 litri ad aspirazione naturale – e una versione GPL da 3,5 litri, con un ibrido in arrivo. Secondo Hankyung, i prezzi della Kia K8 in Corea partono da 37,36 milioni di won coreani, fino a 51,67 milioni di won.

Addio HiPhi: fallimento in Cina

Human Horizons, una giovane azienda cinese che opera con il marchio HiPhi, ha presentato istanza di fallimento dopo sei mesi di agonia. Il management della startup ha cercato di trovare i soldi per salvarla, ma, ahimè, non ci è riuscito.

Human Horizons è stata fondata nel 2017 dall’imprenditore cinese Ding Lei (alias David Ding), che all’epoca vantava un’esperienza più che trentennale nell’industria automobilistica cinese, anche in posizioni di vertice (in particolare, è stato CEO di SAIC-GM). Human Horizons operava con il marchio HiPhi, che inizialmente si rivolgeva al segmento più alto del mercato automobilistico cinese; la sua gamma di modelli consisteva in auto elettriche altamente tecnologiche e potenti, dal design piuttosto eccentrico.
Il primo modello di produzione di Human Horizons è stato un grande crossover a tre file HiPhi X, che ha fatto il suo ingresso sul mercato cinese nel 2021, seguito da una grande fastback HiPhi Z nel 2022, la novità dello scorso anno è stata un crossover di medie dimensioni HiPhi Y, mentre l’inizio della produzione del modello sportivo di punta HiPhi A è previsto per il 2025.
Nel febbraio di quest’anno, Human Horizons ha chiuso il suo unico stabilimento nella città di Yancheng, nella provincia di Jiangsu, a causa di problemi finanziari. Questo impianto era stato costruito per produrre 150.000 macchine all’anno, mentre l’anno scorso l’azienda ha venduto meno di 5.000 macchine in Cina. La sede centrale dell’azienda si trova a Shanghai. Il marchio HiPhi è entrato nel mercato europeo solo alla fine dello scorso anno, dove, secondo l’agenzia di analisi JATO Dynamics, ha venduto finora solo sette auto, cioè il suo arrivo in Europa non è stato notato da nessuno.

CINA IN CRISI

Il motivo principale della debolezza delle vendite di HiPhi in Cina è il prezzo troppo alto rispetto alla concorrenza, che HiPhi non è riuscita a ridurre.

Il mercato automobilistico cinese è in guerra sui prezzi dall’anno scorso con l’aiuto dell’americana Tesla, molte giovani aziende cinesi stanno subendo perdite per questo motivo e Human Horizons si è rivelata troppo piccola, senza un adeguato margine di sicurezza e senza una chiara strategia di sviluppo in caso di crisi.
A febbraio si prevedeva che lo stabilimento di Yancheng sarebbe rimasto inattivo per sei mesi, durante i quali la direzione di Human Horizons avrebbe trovato una via d’uscita dalla crisi. Si vociferava che la startup che stava affondando sarebbe stata rilevata da Changan, ma non sono state confermate, o meglio, probabilmente si sono tenute delle trattative su questo argomento, ma non hanno portato a nulla. I media cinesi hanno anche riferito che una torbida startup americana, iAuto Group, è pronta a investire ben un miliardo di dollari in HiPhi, ma la transazione si è arenata, anche se i modelli HiPhi erano presentati sul sito web di iAuto Group al momento della nostra pubblicazione. Tra i potenziali salvatori di HiPhi erano stati citati anche l’azienda automobilistica statale cinese FAW e alcuni investitori dell’Arabia Saudita, ma alla fine Human Horizons non ha ricevuto denaro da nessuno e ieri ha avviato la procedura di fallimento.

La procedura fallimentare non significa un crollo automatico di Human Horizons con la vendita di tutti i beni: il tribunale che dirige questo caso vede il potenziale per la riorganizzazione dell’azienda e la ripresa del suo lavoro, se, naturalmente, si troverà un investitore o un gruppo di investitori adatto. Il periodo di incertezza durerà dai sei ai nove mesi, dopodiché le “auto elettriche” di HiPhi spariranno nel dimenticatoio o torneranno sul mercato, magari con un marchio diverso.

Nuova Volkswagen Tayron 2025: la Tiguan da 7

Tutto pronto per il lancio della futura Volkswagen Tayron: trapelano le prime immagini della sostituta della Tiguan a 7 posti.
Non ce l’aspettavamo così presto, è vero. Ma va detto che la diffusione sui social network delle foto dei suoi prototipi più o meno camuffati negli ultimi mesi ci aveva dato qualche serio indizio sul suo aspetto finale. Un aspetto relativamente distinto dalla Tiguan, anche se non è immediatamente evidente, per onorare il suo nuovo nome: Tayron, che al momento del lancio sostituirà definitivamente la denominazione Tiguan Allspace, finora riservata alla 7 posti a passo lungo.
Osservando le prime quattro immagini della Volkswagen Tayron condivise sui social network, ci si rende subito conto che non ci sono assolutamente parti della carrozzeria simili a quelle della nuova Tiguan, a eccezione degli specchietti retrovisori e delle maniglie delle porte. Si tratta di investimenti costosi, a differenza della coppia Peugeot 3008/5008, che condivide molti componenti per ridurre i costi di sviluppo e produzione. Sembrerebbe che Volkswagen sia piena di soldi da buttare nel cesso.
Comunque sia, il dado è tratto. E questa nuova Tayron avrà almeno il merito di uno stile più virile, rispetto alle linee relativamente morbide della sorella minore. Si distingue innanzitutto per i passaruota oblunghi, più tipicamente avventurosi di quelli che formano un semplice arco sulla Tiguan.

Il suo profilo è caratterizzato anche dalle porte ridisegnate, che dividono in due la linea di cintura e si estendono verso i nuovi parafanghi anteriore e posteriore. Nella parte anteriore, questa piega sottolinea il cofano appiattito, ora separato dai fari.

LA TIGIAN A 7 POSTI

Il design del frontale della Volkswagen Tayorn è stato completamente rinnovato, con linee più rettangolari che si uniscono al logo centrale attraverso una striscia di luce più sottile, che sovrasta diversi tipi di fascia, a seconda della finitura, con un design più incisivo.

Nella parte posteriore, il terzo finestrino laterale inizia a salire prima, all’altezza della porta posteriore, e nella parte superiore del montante C il tergicristallo si estende fino al bordo del finestrino del portellone.
Appena sotto, il cofano del bagagliaio presenta un nuovo design che definisce i contorni della fascia luminosa e del portatarga, esaltando il nome Tayron sotto il logo. Infine, la nuova arrivata beneficia di un paraurti completamente nuovo, il cui pseudo diffusore segue i contorni della soglia di carico. Il bordo è più basso rispetto alla Tiguan, per facilitare il carico. Sarebbe una buona notizia, se fosse vera.
Prezzo della Volkswagen Tayron
D’altra parte, è probabile che la futura Volkswagen Tayron erediti la plancia della Tiguan, così come tutti i suoi propulsori, compresi i nuovi ibridi plug-in da 204 e 272 CV che offrono fino a 100 km di guida 100% elettrica.

Questo nuovo modello familiare potrebbe essere presentato al Salone dell’Auto di Parigi il prossimo ottobre, prima di essere messo in vendita nella prima metà del 2025, a un prezzo base di ben oltre 45.000 euro, una tacca sopra il suo clone Skoda Kodiaq.

Nuova MG S5 2025: Anteprima

La nuova MG S5 è pronta al debutto ufficiale.

Dopo l’incorporazione nel gruppo cinese SAIC, l’azienda MG ha cambiato completamente rotta. Sotto la dominazione asiatica, Morris Garage si è lasciata alle spalle le classiche roadster inglesi. I nuovi modelli del marchio sono tra i più venduti nel nostro Paese grazie al loro buon rapporto qualità-prezzo. Auto accessibili con diverse configurazioni che presto vedranno aumentare la loro varietà con l’arrivo di nuovi modelli. La MG S5 sarà uno di questi, come confermato da alcune foto spia.

Sono passati alcuni giorni da quando abbiamo saputo dell’ultimo lavoro di MG.

Il MITT, il Ministero dell’Industria e della Tecnologia dell’Informazione cinese, è una fonte regolare di dettagli. L’agenzia governativa è tenuta a omologare ogni nuova auto in circolazione nel Paese. Come parte del suo protocollo, il MITT pubblica i primi dati prima che le auto vengano immesse sul mercato. Sebbene questa politica non sia gradita ai marchi, è molto pratica quando si tratta di sapere quali lanci sono in programma. Inizialmente l’S5 era stato annunciato solo per la Cina, ma i piani sono molto più ambiziosi.

Nuove foto spia intercettate nella Repubblica Ceca mostrano che MG la porterà nel Vecchio Continente, ma la MG S5 necessita di modifiche per conformarsi ai sistemi di omologazione europei. Le foto non mostrano un cambiamento radicale rispetto alla versione cinese, ma per la prima volta ci hanno permesso di dare un’occhiata agli interni. Grazie a ciò, possiamo riconoscere una struttura familiare. MG offrirà un abitacolo minimalista in cui gli schermi saranno al centro dell’attenzione. Strumentazione e sistema multimediale. Il volante non sarà completamente rotondo, come di consueto per il marchio.
Anche se la MG europea non sarà identica al 100% alla versione cinese, è logico pensare che non ci saranno grandi cambiamenti. MG vuole posizionarsi nel sempre più affollato segmento dei C-SUV elettrici per competere direttamente con altri modelli già annunciati, come la KIA EV3, che arriverà in Spagna nel corso dell’anno. La lunghezza di 4,47 metri e il passo di 2,73 metri la collocano perfettamente nella categoria più venduta in Europa. Un modello che si posizionerà tra la MG ZS e la MG HS. Il suo peso sarà compreso tra 1.615 e 1.740 chilogrammi. Un peso non indifferente, se si considerano le cifre attualmente in circolazione.

MOTORE E DATI TECNICI

La versione cinese della MG S5 è stata annunciata con due batterie LFP di CATL, anche se le capacità effettive non sono ancora state annunciate. Dal punto di vista meccanico, è stata annunciata solo una versione a motore posteriore con 125 kW di potenza, 170 CV, che permetterà alla S5 di raggiungere una velocità massima di 170 km/h (limitata elettronicamente). Per il momento, molti altri dettagli interessanti come la potenza di ricarica, la già citata autonomia e il prezzo non sono ancora stati resi noti. Fattore chiave.

La MG S5 sarà basata sulla piattaforma Mulan, la stessa utilizzata dall’attuale MG4. Un’auto elettrica che sta diventando sempre più popolare sulle nostre strade. Essendo una vettura nuova di zecca, non ci sono stime sul prezzo di vendita, ma conoscendo l’offerta aggressiva di MG è logico pensare che le unità italiane avranno prezzi di partenza vicini ai 32.000 euro con offerte e sconti. Questa cifra potrebbe variare significativamente a seconda di come MG sarà influenzata dalle nuove politiche tariffarie recentemente stabilite da Bruxelles. L’arrivo in Europa è previsto per l’inizio del prossimo anno.

Cisitalia D46: il piccolo genio di Piero Taruffi

Villa “Palazzina Federici” Corso Galileo Ferraris 73. Torino.
L’ultima volta che l’ho salutata, dal vivo, e’ stato esattamente un anno fa.
Dentro una cornice urbanistica già di suo aristocratica ed elegante, non risalta molto rispetto
al panorama del luogo.
Girando su Via Valeggio, dal muro di cinta puoi vedere un giardino sul retro, con una sorta
di “capanno” in legno e vetro, il tutto dominato dalle pareti della Villa dove, all’ultimo
piano sulla sinistra trovi in particolare due finestre.
Ottant’anni fa quelle due finestre, con le persiane in legno perennemente socchiuse per non
far vedere da fuori la vita che si svolgeva all’ interno, sono state l’ambiente di una piccola
storia leggendaria.
Quella che Vi racconto, amici di Autoprove, perché in tempo di film commemorativi
sull’auto, questa storia sarebbe un tema perfetto.
Questa villa è la dimora di un ricco Industriale di Scurzolengo, molto geniale ed
avventuroso, che non intende rimanere in disparte di fronte alla nuova era post bellica che
sta per arrivare. Guarda avanti, e l’unica cosa che sa fare oltre ai soldi è “immaginare”.
Si è fatto le ossa con l’attività tessile di famiglia, ad Alba, e pur essendo ancora
relativamente giovane è arrivato alla soglia del 1944 come: calciatore professionista alla
Juventus, Pilota automobilistico, Consigliere ed infine Presidente bianconero, e per effetto
del conflitto bellico ha concentrato le sue energie nelle forniture militari, facendo
letteralmente fortuna.
La sua “Holding” iniziale, la “Manifattura Bosco S.A.” confluisce nel “Consorzio
Industriale Sportivo Italia“ che viene insediato in una bella palazzina industriale del 1910
(di proprietà della Ansaldo) al civico 251 di Corso Peschiera che colpita dalle bombe il 28
Novembre 1942 è stata ristrutturata dal Comune: qui si inizia con la produzione delle
biciclette dell’amico Lino Beltramo (che, colpevole di antifascismo, i repubblichini di Salò
hanno appena sfrattato dalla sede storica di Via Lessona): ma già due anni dopo sulla
facciata della palazzina di Corso Peschiera appaiono le insegne della “Cisitalia S.p.A”
(Presidente Pietro Monateri, che nel 1930 era tra i fondatori della “Soc. An. Carrozzeria
Pinin Farina”) nata l’8 Marzo del 1946, e comincia così una delle storie automobilistiche
più leggendarie d’Italia e nel mondo.
Le bici sono un “incidente di percorso”, perché animato dalla esperienza e passione di Pilota
sportivo e interessato dal potenziale di crescita dei trasporti privati su ruote, Piero Dusio –
l’industriale di Scurzolengo – chiede i primi consigli ad un geniale Ingegnere/Pilota/filosofo
(ed a sua volta “marziano”) di Albano Laziale: Piero Taruffi.
Perché Dusio conosce benissimo il mondo degli affari, ma senza il genio pragmatico di
Piero Taruffi il suo sogno indefinito di automobile sarebbe rimasto solo un miraggio.

Dusio chiede a Taruffi come rimettere l’Italia in moto ma soprattutto in “Gara”.
Il mondo delle competizioni, non solo in Italia, è diviso tra i pochi fortunati che possono
pensare in grande e prepararsi alla riapertura dei santuari dello sport (Montecarlo, Targa
Florio, Mille Miglia, Le Mans, Nurburgring…) contro un esercito di piloti talentuosi ma
poveri che guardano alla “Topolino” Fiat come ad una meta agognata per correre su strada o in montagna (i circuiti chiusi sono ancora lontani dall’essere agibili);
manca in tutto questo una scelta interessante e completa di piccoli prototipi buoni per ogni
contesto ed in grado di far arrivare i piloti alle classi “minori” internazionali in breve.
L’idea iniziale? Una leggera monoposto da vendere in piccola serie, sufficientemente
economica ma prestante per permettere a tanti piloti di tornare a correre – su strada,
montagna, campagna, Pista – senza svenarsi; ed alla futura Cisitalia di diffondere il suo
Marchio in tutta Europa, anche se nelle cosiddette “Categorie minori” che i Regolamenti
FIA avrebbero istituito di là a pochi anni.
Le basi meccaniche e le dotazioni della piccola, ovviamente, sarebbero provenute da auto di produzione nazionale, di serie di taglio popolare: in una sola parola, dalla FIAT.
Per questo motivo, nella mezza mattina di un giorno di Ottobre del 1944 il Signor Casalis –
collaboratore personale di Piero Dusio – su consiglio dello stesso Taruffi varca la soglia
della Scuola Duca degli Abruzzi a Torino.
Qui la distruzione della guerra ed il bombardamento di Mirafiori dell’anno prima ha
spostato gli uffici Tecnici e parte degli uffici amministrativi della Casa torinese. Sembra
incredibile a raccontarlo ora.
Casalis cerca uno dei più brillanti geni di quel periodo in FIAT, Dante Giacosa, per
chiedergli la disponibilità a collaborare ai progetti automobilistici di Cisitalia; ottenuto il
permesso da Casamadre, quel genio di 39 anni svela una volta di più la sua personalità
leggendaria, e testimonia all’uomo di Dusio la serie di cataclismi ai quali pazientemente si è
rassegnato in pochi anni senza mai venire meno al dovere professionale verso la sua
Azienda: dopo aver perso i genitori tra il 1938 ed il ’39, la sua casa torinese di Via Cristoforo Colombo è stata bombardata nel 1942 e non può far altro che dimorare di fortuna presso le “Ville Roddolo” a Moncalieri e solo grazie alla Fiat (che acquisita la originaria clinica psichiatrica l’ha appena trasformata in un convalescenziario per i feriti di guerra); pensate solo che nella sua biografia Giacosa scrive che per poter arrivare puntuale alla Scuola- ufficio da Moncalieri si era trovato nella necessità di trasformare in elettrico una sorta di primordiale biciclo motorizzato che serviva per spostarsi intorno ai magazzini di Mirafiori; riuscendo poi ad adattare quasi mezza tonnellata di batterie per auto dentro una Topolino in cui aveva piazzato un motore elettrico da pompa di profondità collegato alla campana del cambio; con quel mezzo elettrico, e le necessarie ricariche la notte a Moncalieri ed il giorno alla Scuola, Giacosa aveva di già inventato una delle prime Fiat elettriche.

Casalis, ottenuto il favore dell’Ingegnere e della Casa Torinese, torna da Dusio riferendo
alla lettera. Basta poco a quel geniale Imprenditore per fornire l’asso nella manica, ai primi
di Gennaio 1945, sottoponendo a Giacosa due contratti: uno di collaborazione fino a tutto il
1946, ed uno contemporaneo di comodato d’uso gratuito, per lo stesso periodo, per questa
Villa con cui ho aperto questo racconto.
Palazzina Federici attendeva dunque Giacosa con una camera, cucina, bagno, giardino
bellissimo, due stanze uso ufficio e persino domestico e guardiano nella già detta lussuosa
residenza di Corso Ferraris 73 ad appena 3 chilometri dagli uffici della “Duca degli
Abruzzi”.
Qui, dunque, Dante può rincasare in dieci minuti dal lavoro presso la Fiat ed al calore di una vecchia stufa a legna, dopo il Thè amorevolmente preparatogli dal Custode, può lavorare fino alla mezzanotte passata per mettere su carta la futura monoposto.
Sia ben chiaro, da questo racconto potete serenamente cancellare ogni immagine evocativa
di “relax”, “benessere” e comodità: orrori e privazioni della Guerra sono ancora là a lasciare
il segno, e lo capirete leggendo poco più sotto…
Al Sabato ed alla Domenica ad aiutare Giacosa arriva poco dopo anche un collega di Fiat,
Edoardo Grosso: il tempo stringe e bisogna fare gli straordinari.
La vita e gli “uffici” dell’ingegnere romano al piano superiore della “Palazzina Federici” si
affacciano proprio là, su quel giardino del retro: là, con persiane socchiuse e senza farsi
troppo vedere prende forma un miracolo di vetturetta.
La poesia della creatività meccanica si sposa alla vergogna della guerra, con il coprifuoco
descritto con il buio desolato ed il silenzio allarmante, mentre alla luce di una piccola
lampada da tavolo ed il bagliore del fuoco dentro alla stufa di ghisa Giacosa sogna, per ora,
lo sfrecciare delle macchine da corsa sulle strade del Dopoguerra ormai in arrivo.
Purtroppo nel comodato, involontariamente, cade anche la vicinanza alla Villa della
ignobile “Militar kommandanturen” al Civico 29 dello stesso Viale Ferraris, con i nazisti
che uscendo ogni giorno per razziare da Torino ogni risorsa e genere alimentare fanno
spesso incursioni nelle case danneggiando o requisendo quello che trovano.
Rendendosi protagonisti di atti di vero vandalismo, non risparmiano neppure gli ambienti di
Giacosa: forzando gli ingressi, con la servitù ben nascosta e protetta nelle cantine sottoscala,
le canaglie teutoniche entrano nella Villa senza trovare refurtiva a sufficienza, e con il calcio
di un fucile spaccano il tecnigrafo sul quale l’Ingegnere lavora, sgretolano un modellino in
gesso in scala della monoposto e ne spargono dappertutto la polvere residua; un regalo di
commiato dei futuri condannati da Norimberga.
Nonostante questo, Giacosa finisce per lavorare a quella vetturetta – che sta ormai
dominando i suoi sogni – fino alla fine : c’è da reperire, contrattare ed adattare tutta la
fornitura della Casamadre alla piccola futura monoposto identificata ormai da una sigla
storica: “D46”.

Il programma della Cisitalia D46 ha dentro di sé tutto quello che serve per farne un film alla
stregua di quel che si vede oggi al cinema.
C’è l’aria della Guerra e la ripresa postbellica, ci sono le difficoltà e l’avventura, ci sono
però anche i grandi nomi che si riuniscono per dare vita ad una impresa: riportare l’Italia e
l’Europa a correre. C’è il genio distillato di veri profeti, come Taruffi e appunto Giacosa.
Per questo la “D46” cerca di nascere con la maggior parte di componenti di serie originaria,
anche se ovviamente elaborate in casa: e la “Casa” è la Cisitalia, cioè un Marchio che in
quel momento aveva avuto esperienze solo sulle biciclette Beltrame, e che però grazie al suo
Patron aveva messo dentro il meglio dell’umanità del tempo.
La “D46” prende dal magazzino della Fiat tantissime cose, per non gravare su costi di
acquisto e manutenzione/ricambi: doveva infatti essere la monoposto da corsa non
elementare, di buon livello agonistico, per riportare l’Italia a correre.
Scommessa azzeccata: la “D46” costa meno della concorrente Stanguellini (che tuttavia è
più elaborata, rifinita e potente), ma è un gioiello di meccanica e stile rispetto alle essenziali Simca Gordini od alle realizzazioni “low cost” inglesi su base Austin.
Il motore è della 1100 tipo S – elaborato con doppio carburatore, testata in lega leggera e
rapporto di compressione 9,5:1 – in cui la potenza di 32 CV di serie arriva a 55/60 intorno ai 5.500 giri/min.
E, beninteso, con le “benzine” italiane di primo dopoguerra del tempo, fatte
fondamentalmente di alcool ed olio di ricino…
Cambio e trasmissione sono invece a metà tra serie ed elaborazione: per abbassare il
retrotreno e favorire le modifiche ai rapporti del cambio (basta smontare il coperchietto
posteriore e si cambia la coppia di ingranaggi) Giacosa inventa e brevetta una serie di
accorgimenti sulle parti di serie, e presenta sulle prime serie della monoposto il famoso
cambio a pedale a “due+una marcia”.
Con questo cambio, una leva sotto il piantone dello sterzo seleziona la prima o la
retromarcia, mentre il pedale frizione premuto in sequenza attiva contemporaneamente il
distacco della frizione ad inizio corsa e poi gli innesti di “seconda/terza” o le scalate.
In teoria questo sistema serviva per tenere il volante sempre ben stretto tra le mani in una
vettura dal sovrasterzo “infame”, visto che intraversa fin quasi nelle manovre di parcheggio: nella realtà durerà molto poco visti gli impuntamenti e la innaturalità di uso per troppi Piloti, e si arriverà in serie successive ad un suggestivo e sicuramente difficilissimo cambio posto al centro del pavimento, davanti al piantone dello sterzo e poco dietro la classica pedaliera a tre leve.
Dalla 1100 arrivano anche i freni a tamburo, dalla Topolino arrivano invece gli
ammortizzatori, i bracci anteriori rovesciati ed il sistema di sterzo, il volante, la pedaliera, il
circuito elettrico e il circuito idraulico dei freni.

Il resto è puro artigianato, e concorso di grandi geni

Giacosa, Taruffi, il telaista Motto, le maestranze Cisitalia; nasce il primo telaio di
derivazione aeronautica al mondo applicato alla produzione auto di serie (piccola); a
Settembre del 1945, nonostante tutte le controversie e le difficoltà, i disegni tecnici e
costruttivi della Cisitalia “D46” sono completi e perfezionati.
In più, al fine di rendere l’impianto di Corso Peschiera un vero e proprio Stabilimento (visto
che oltre che piegatubi, saldatori e troncatrici per le biciclette non si trovava altro), Giacosa
convince Dusio ad assumere un collega in FIAT, l’Ing. Giovanni Savonuzzi, che con pochi
mesi rivoluziona l’organizzazione della Factory.
La firma d’autore è proprio quel telaio in tubo al Chromo/Molibdeno proveniente dai
magazzini della Divisione aeronautica di FIAT ed ovviamente sagomato, tagliato e saldato a
Corso Peschiera.
Per “vestirlo – anche se Giacosa e Taruffi in concorso avevano già tratteggiato la famosa
“fusoliera” di alluminio – partecipano anche Giovanni Savonuzzi (che in parallelo – vista la
sua provenienza aeronautica – si affianca nello studio aerodinamico della “D46”); ma c’è
anche il tocco di stile aristocratico di Mario Ravelli de Beaumont, ottimo Designer ed amico
di Giacosa: è lui a definire proporzioni, linee di giunzione a vista dei lamierati, ed a studiare
il set di personalizzazione (fanaleria, parabrezza, selleria) come se parlassimo di una vettura
Premium.
E da Ravelli di Beaumont arrivano le raffinatezze, come i meravigliosi cerchi in alluminio a
raggi “Borrani” (perché Giacosa, più essenziale, suggeriva i cerchi in lamiera della
“Topolino”) oltre a dei “copribracci” anteriori, quei gusci di alluminio sagomato che
servivano per migliorare l’aerodinamica e che carenavano i triangoli di sospensione
anteriore, benchè le prestazioni dell’auto non li rendessero proprio necessari (la piccola
arrivava a toccare al massimo i 180 Km/h, niente male per una 1100); ma quella “chicca” fa capire l’impegno e la classe di quel che in Cisitalia doveva essere una “Entry Level”: lunga 3 metri con passo di 2,01 mt., con quelle fattezze e quel motore doveva essere la base per partecipare dappertutto ed in qualunque classe minore.
Certo, la prima serie fu oggetto di diverse modifiche per superare alcune “grane” ma ci
stava anche questo in un progetto nuovo: ci sono repertori fotografici di “D46” impegnate in diversi circuiti europei (Francia, Germania, Olanda, Svizzera) e persino extraeuropei
(Australia); questo significa che il lavoro commerciale al solito straordinario di Piero Dusio
aveva fatto centro.
Corso Peschiera nel 1945/1946 doveva essere una sorta di cattedrale del deserto: appena
ristrutturato il capannone industriale (ma il nome “capannone” non è degno di un vero e
proprio gioiello architettonico del tempo) i dintorni dello stesso erano un intreccio di viuzze
e stradine dimesse in terra e basolato, contornate da giardini e siepi; un silenzio surreale
circondava forse quel quartiere poco distante dalle cioccolaterie e dai Bar frequentati dagli
scampoli di società nobile e ricca superstite dalla Guerra.

Nulla di tutto questo panorama si poteva vedere nella tarda mattina di un giorno di Sabato di Marzo del 1946: il sole tiepido e appena accennato nella avvolgente nebbia della capitale
sabauda faceva da palcoscenico per un quadretto piovuto su quelle strade da chissà quale
pianeta: dietro ed a lato dello stabilimento “Beltramo/Cisitalia” con file di biciclette
allineate per la vendita, un uomo distinto vestito con un lungo cappotto (Piero Dusio)
osserva in silenzio e trepidante curiosità il proprio Dream Team, un gruppo di persone che
all’epoca ogni Marchio di Costruttore di auto avrebbe voluto in casa.
E’ Sabato e Dante Giacosa può liberamente essere là, l’ufficio Scuola alla Duca degli
Abruzzi è chiusa nel fine settimana; lo immaginiamo distinto, con il camice di lavoro che
copre la giacca e la immancabile cravatta mentre con una tavoletta portablocco segna e
spunta tutto quello che si rende necessario controllare.
Forse c’è anche Rocco Motto, il mago della lavorazione dei metalli: la sua officina di Via
Bardonecchia ha dato non poco aiuto alla lavorazione ed alla consulenza di supporto per le
forme e le tecniche di saldatura e sagomatura di un curioso traliccio di tubi, parzialmente
svestito ma che si sviluppa a forma di curioso sigaro.
Davanti si vede un piccolo motore di base Fiat, sul retro una sorta di pancia di ape, una coda fatta apposta per terminare subito e denotare una caratteristica particolare, quella di avere il pilota seduto sulla verticale dell’asse posteriore; per questo il vano motore così lungo sembrerebbe appartenere ad una monoposto molto più lunga dei poco più di tre metri sviluppati dal prototipo.
E nella tarda mattina di quel giorno, a Corso Peschiera non può mancare lui: Piero Taruffi.
Partito da Via Crescenzio, da casa sua a Roma, l’Ingegnere assolve al compito di
collaudatore e consulente tecnico e sportivo di Cisitalia, nonostante tra le mille cose che lo
coinvolgono abbia in corso lo studio ed il deposito del brevetto del “Tarf”, il bisiluro dei
Record.
Indossa la sua fida tuta di cotone rinforzato, ha con sé gli occhiali studiati e realizzati da lui, ed il casco a sua volta realizzato secondo le specifiche personali di quel figlio del vento.
Piero ha circa quarant’anni ma lo attendono Stagioni di nuovi trionfi e nuova gloria in quel
Dopoguerra. Rimane e diventa sempre più efficace in veste congiunta di Pilota, Ingegnere,
Artigiano, e soprattutto perfetto visionario del mondo che verrà: la Cisitalia “D46” che in
quel momento a Corso Peschiera muove i primi passi è una creatura sua.
Piero si accomoda al volante, un consulto con Giacosa, un segnale ai meccanici presenti
intorno alla monoposto. Il motore si avvia e nonostante i soli 1100 cc. di quel quattro
cilindri di origine Fiat l’aria circostante viene riempita dal rombo prepotente e sanguigno e
dell’odore pungente dell’alcool e dell’olio di ricino.
La “D46” viene sapientemente riscaldata, e poi Piero abbassa gli occhiali da corsa. La
levetta del cambio sotto il volante va verso la “prima”. Fumando un poco, le sottili e grandi
ruote posteriori fanno da subito scodare la piccola Cisitalia.
Il sogno ha inizio: da Luglio 1946 arrivano ordini – e liquidità – per complessive 30 “D46”,
mentre si sta preparando l’esordio ufficiale della piccola, al Circuito del Valentino.

Siamo alla vigilia del 3 Settembre 1946, la “Coppa Brezzi” attende un vero e proprio
“vernissage” che passerà alla storia. Comunque sia, la piccola creatura di Taruffi e Dusio ha
già svolto il suo compito.
Quel giorno del Valentino il marchio Cisitalia entra nella epopea del Motorsport, ma da quel
giorno inizia un cambiamento che la porterà alla morte: per questo insisto a dire che l’unica
vera “Cisitalia” nel bene è stata la “D46”; che, se non lo sapete, è stata anche quella capace di esaudire il sogno di Dusio di arrivare in F.1.
Eh, già: l’unica iscrizione dei Dusio (Piero e Carlo) in una Gara di Formula Uno avviene a
Monza, nel 1952: i due portano in prova una “D46” particolarmente stravolta per poter
ospitare un motore da 2.000 cc. di derivazione marina.
Un piccolo Frankenstein che purtroppo non fa molta strada; rotture continue fanno desistere la improvvisata Squadra di famiglia dal partecipare alla Gara, e al Sabato pomeriggio il bilico anonimo contenente le “D46” e le parti di ricambio meccaniche si congeda dal parcheggio del circuito brianzolo.
Dopo aver dilapidato tutte le sue risorse finanziarie con quel satanasso della “360 Gran
Prix” Porsche Cisitalia, Dusio si era ritrovato a poter contare ancora una volta, come
sempre, sulla sua vecchia monoposto tuttofare. Ironia della sorte, maliziosa ironia: non mi
meraviglierei se nell’elenco partecipanti alla Gara di Monza la “D46” fosse tra le più
anziane o la più anziana iscritta, fatto sta che anagraficamente il progetto originario aveva a quella data quasi sette anni…Ma quello che conta è che forse (lascio il beneficio del
dubbio) la piccola e proletaria D46 è una delle poche, se non l’unica, monoposto ad aver
corso in più di un Continente, in più di una Nazione, e con pochi aggiornamenti aver corso
dalle Categorie minori di ogni disciplina (strada, montagna, pista) fino alla Formula Uno;
godendosi anche il primato di essere la prima monoposto del Dopoguerra ad aver corso una
Gara Monomarca fuori dall’Europa… Se Vi pare poco…
Ma torniamo al Luglio 1946, Corso Peschiera, Stabilimento Cisitalia: si lavora a ritmo
forzato per produrre le due serie di “D46” da completare, una serie per la ormai prossima
“Coppa Brezzi” ed una serie da commercializzare in Italia ed in Europa a Piloti Privati.
Dusio ha compiuto due capolavori: ha creato dal nulla uno Staff di tecnici da urlo, e con la
vendita curata personalmente di ben 22 “D46” su 30 totali previste ha un gruzzoletto di
ordinativi che si somma all’enorme patrimonio personale con cui il magnate torinese
sostiene benissimo le esigenze di cassa del Marchio.
O meglio, lo sosterrebbe se evitasse passi più lunghi della gamba. Invece….
“Ingegner Giacosa” – esclama Dusio incrociando il tecnico in Sede – “dalla D46
riuscirebbe a ricavare una biposto a motore 1100 per la Mille Miglia del prossimo anno?”
“Si, certo” – risponde Giacosa – “Suggerisco ovviamente una Barchetta, ma sarebbe più
logico attendere il 1948; siamo già affannati con gli ordini e lo sviluppo della monoposto
per affrontare la Mille Miglia in quasi dieci mesi”

“No, non se ne parla: la MM 1947 è la prima dalla fine della Guerra, ed io tra due anni
voglio già arrivare alla produzione di serie di quella Biposto”.
“Commendatore, ma sta scherzando? Sinora la Cisitalia è un gruppo di uomini che
lavorano a mano, con pezzi meccanici esterni e persino molte lavorazioni di finitura le
dobbiamo effettuare al di fuori: non vede la continua movimentazione del bilico con le
carcasse incomplete che entra ed esce? La produzione in serie è una mattanza, senza
organizzazione”.
“Giacosa, lasci a me i problemi commerciali e quelli dell’organizzazione: Le chiedo di
studiare la Biposto, aiutarmi a realizzarla in serie. Se accetta, Le chiedo anche di lasciare
Fiat ed entrare in esclusiva con me. Stipendio e trattamento superiore, e diventeremo un
Marchio concorrente della Lancia. E si ricordi, che entro tre anni voglio approntare la
Formula Uno”.
“Dusio, mi dispiace: per me Lei è un capo ed un amico; ma questa Sua idea è folle, se
crede di poterla concretizzare da solo, in poco tempo e con obbiettivi così impegnativi.
Senza un Socio forte e strutturato le probabilità di fallimento sono altissime, e glielo dico
dopo la mia esperienza con la SPA, che era molto più forte di noi ora.
Ma Le dico anche da subito che se rifiuta il mio monito dovrò mio malgrado separarmi da
Cisitalia. Non mi metta in condizione di farlo.”
Ecco, in rapida successione il botta e risposta che ovviamente durò due mesi, nella realtà.
Ma il senso è questo: Dusio aveva appena abbozzato il progetto – ottimo – della “D46” al
quale tutti erano partecipi entusiasti, perché davvero una piccola monoposto come la
Cisitalia non esisteva (e al punto che le successive Formula Junior prenderanno
praticamente spunto da Lei); ma nel frattempo il Patron aveva già alzato l’asticella con
l’idea della Biposto.
Ma stava accadendo qualcosa, dentro Cisitalia, che avrebbe cambiato per sempre il suo
destino: Dusio aveva preso contatto con un fotografo e cronista di Motorsport, Corrado
Millanta, a sua volta già ottimo amico di Tazio Nuvolari.
I due, sottilmente, stavano stuzzicando Dusio su un progetto faraonico, quello di
presentare una futura “F.1” (o meglio “Grand Prix”) a marchio Cisitalia per il nuovo
Campionato in partenza per il 1950.
Il senso logico? Lo sport avrebbe fatto da traino alla vendita di auto private, e dunque
nell’approccio sbrigativo del Patron questo significava velocizzare al massimo la vendita di
nuovi modelli anche per fare cassa per il progetto Grand Prix.
insomma, un cane che stava iniziando a mordersi la coda.

In quella estate 1946 di continui viaggi e contatti all’estero, a volte anche insieme a Taruffi
e Nuvolari nel ruolo di “Testimonial” per la vendita della “D46”, il contatto tra Dusio e
Millanta aveva scatenato dentro al Magnate una reazione a catena: ma quale “D46”, ma
quali categorie minori !!!!
La “ciccia” era tutta dentro due soli eventi: Mille Miglia e Grand Prix, il problema era
che conseguire entrambi i risultati richiedeva due approcci opposti, e che ovviamente la
Formula “Grand Prix” apriva a Dusio la suggestione di quei passati duelli epici tra Frecce
d’Argento e Bolidi Rossi.
Se a soffiare su questa suggestione erano però un sognatore come Millanta (abbacinato
forse dalla promessa di Dusio di diventare futuro D.S. dell’operazione “Grand Prix”) e il
povero Nivola (ormai al declino e ammaliato dal desiderio di sedere di nuovo su una
“Grand Prix” che nessun’altra Squadra gli avrebbe mai concesso); dall’altro lato resisteva
il pragmatismo di Taruffi, che al massimo proponeva un suo Ingegnere di fiducia per una
sorta di “Piano di fattibilità” prima di buttare al vento soldi ed impegno.
E proprio Taruffi insieme a Giacosa mostra il lato forte e giustamente orgoglioso del suo
carattere e della sua etica: si dimette da Consulente e supervisore sportivo e tecnico della
Cisitalia, mantenendo – più per umana solidarietà con Dusio che per interesse personale – la disponibilità a svolgere Collaudi, perizie ed eventualmente a correre con le auto del Marchio dello Stambecco.
Ma mentre Giacosa stava già preparando con Fiat la lettera di dimissioni dall’incarico in
Cisitalia – a partire da Novembre – lasciando il timone al solo Savonuzzi che rimase tuttavia
solo un altro anno (lasciò definitivamente agli inizi del 1948), dentro Cisitalia stava
scatenandosi la tempesta perfetta: un uomo lasciato progressivamente solo (Dusio) per
effetto della sua anarchica testardaggine ma del tutto digiuno di tecnica automobilistica,
stava per diventare preda di un manipolo – non saprei quanto consapevole o meno – di
forsennati: gli uomini della “Porsche”.
Tutto questo ovviamente non era neppure immaginabile alla mente di Giacosa, in quel
Luglio 1946: l’integerrimo Ingegnere sperava fino all’ultimo in un colpo di saggezza del
suo Patron, mentre preparava la sfida della “Coppa Brezzi”.
Ma già alla vigilia di quel mese di Settembre, Dante Giacosa e forse lo stesso Taruffi
avrebbero fatto una fugace conoscenza con un altro nome leggendario su quattro ruote:
Carlo Abarth.
Si sono accavallate diverse leggende su quel famoso “primo contatto” tra Ferry Porsche e
Piero Dusio: chi lo data prima del famoso “riscatto” pagato dal piemontese, chi dopo; chi
localizza l’incontro in Austria, chi invece racconta un poco probabile arrivo in treno di
Ferry e della sorella alla Stazione di Bolzano, dove Dusio avrebbe praticamente raccolto in
auto due moribondi poveri ed affamati.
La verità? Semplice: quando Dusio incontra Ferry Porsche quest’ultimo ha da poco scontato
i domiciliari per la sua collaborazione con i Nazisti; e dunque immaginare un profilo del genere superare il confine della Nazione di custodia per arrivare, da accusato
collaborazionista, solo soletto in treno dentro un Paese controllato da Partigiani ed
antifascisti mi pare poco veritiero.
Ma quello che colpisce di più l’attenzione è che quando Dusio incontra Porsche, il 20
Dicembre del 1946, è già privo dei suoi uomini più importanti: Dante Giacosa e Taruffi.
Ferry Porsche arriverà in Italia, sotto contratto con Cisitalia, solo a fine inverno del 1947 e
per sole due settimane, per poi far ritorno alla sua “Factory austriaca”.
Ma il punto non è questo, e non è neppure la famosa questione del “riscatto” per la
liberazione del patriarca Ferdinand dal carcere di Digione.
No, il punto è l’ossessione di Dusio per la F.1 affidata proprio allo Studio Porsche contro
l’opinione allineata della dirigenza tecnica ufficiale di Cisitalia: contrari Taruffi, Giacosa
(ormai ascoltato da “ex”) e Savonuzzi, favorevoli solo Millanta e Nuvolari.
Per questo la Cisitalia finisce per diventare, dalla fine del 1947, una filiale italiana della“Dr.
Ing. h. c. F. Porsche Gesellschaft mit beschränkter Haftung, Konstruktion und Beratung
für Motoren- und Fahrzeugbau” che dal 1944 non occupa più gli storici sette piani della
palazzina “Ulrichsbau” disegnata da Philipp Jakob Manz in Kronenstrasse 24 a Stoccarda.
Con la Germania bombardata dagli Alleati tutto era stato trasferito tra una ex segheria
acquistata nell’austriaca Gmund ed il distretto di Gries an der Lieder; a far triangolo con la
nuova residenza dei Porsche nel quartiere di Schuttgut a Zell am See.
Ma Ferdinand Porsche è in prigione a Digione dal 1945 (fino ad Agosto 1947) e lo stesso
figlio Ferry affronta carcere ed arresti domiciliari nell’Hotel Sommerberg a Bad
Rippoldsau,: così nel frattempo a gestire l’azienda sono Louise Piech (sorella di Ferry
Porsche) e Karl Rabe che ben prima della rinascita (il 24 Aprile del 1947) della “Porsche
Konstruktionen GmbH” a Gmund riescono ad ottenere già ad Agosto 1946 la loro prima
“maxi commessa”: un pre-ordine di diverse future Porsche “356” (vendute praticamente
“sulla carta”) da importare in Svizzera, committenti tali Signori Rupprecht von Senger e
Bernhard Blank di Zurigo che verseranno per questo circa 100.000 Franchi Svizzeri.
Nuvolari e Millanta favoriscono il contatto tra Dusio e la Porsche attraverso un dirigente
storico di questa: Rudolph Hruska.
Ma questi (Ingegnere, già collaboratore di Ferdinand Porsche, dal 1945 a Brescia per il
progetto di un trattore con la O.M. e rimasto in Italia per l’ingresso alleato in Germania) è
fondamentalmente un uomo piuttosto in difficoltà nel muoversi “liberamente” vista ancora
l’aria che tira, per cui decide di “nominare” come delegato e factotum un ragazzo
conosciuto a Bolzano ed ancora del tutto sconosciuto al mondo: Karl Abarth, ex dipendente
e corridore della “Motor Thun” di Traischkirchen, arrivato a Merano come rappresentante
di tessuti e biciclette, e per questo a conoscenza di Dusio e del suo potenziale economico.

Per questo, vedi il caso, Abarth diventa Rappresentante dello Studio Porsche dal 30
Settembre 1946, dopo che appunto già Karl frequentava e conosceva Dusio.
Comunque, il 20 Dicembre 1946 finalmente Dusio e Millanta incontrano a Kitzbuhel Ferry
Porsche ed il 2 Febbraio 1947 a Torino la Cisitalia e l’Ingegner Hruska firmano un
accordo formale di incarico con una serie di progetti che Vi elenco in base alla codificazione
sequenziale (Typ List) data dalla Porsche: un vecchio Trattore Diesel (Typ 323), una
“Water Turbine” per utilizzi industriali; la Formula Uno “Typ 360 Grand Prix” (che fin
troppo chiaramente deriva in modo inquietante dalla mai svelata Auto Union “Typ E” ed
alla “Sockol 650”) ed infine la “Sport Coupè Typ 370”.
Di sicuro tutto il lavoro commissionato alla Porsche impegna la Cisitalia per valori
economici mostruosi dell’epoca e con un travaso di manodopera che in qualche modo
distrae dalla produzione in corso: le “202” già di per sé complesse e lunghe da realizzare
obbligano a ritardi nelle consegne ed a preordini che rallentano anche il Cashflow della
Casa; per non parlare della “D46” che continua in qualche modo a fare da Bancomat grazie
al favore presso Piloti di campo internazionale benchè dalla prima serie in poi si manifesti il
vero tallone di Achille nella Gamma Cisitalia: la dotazione motoristica.
Il 1100 quattro cilindri Fiat è arrivato al capolinea dello sviluppo e delle prestazioni. E se 60
Cv sono ormai pochi per una monoposto da Categoria minore, figurarsi nella configurazione
della “202” che ha prezzi e aspirazioni da vettura del rango e della categoria delle Maserati,
delle Ferrari, delle più prestanti sportive inglesi da almeno 2.500 cc.
La totale incompetenza di Dusio in tema di cultura automobilistica e di capacità di leggere
anche il mercato auto stradale e non solo sportivo porta la Gamma della Cisitalia ad
impantanarsi e ad annullare ogni supporto in termini di liquidità da margini di vendita.
Dopo la Coppa Brezzi la “D46” è attesa da due soli eventi “vernissage” prima del
capitombolo Cisitalia quando Erwin Komenda scriverà in un Telex al Grande Capo, poco
prima della bancarotta di Dusio, un laconico e glaciale : “siamo in stallo, il Cliente ha
esaurito i fondi”.
Tutti tornarono alla Factory Porsche lasciando la Cisitalia in una procedura ingiuntiva
avviata dalle maestranze che volevano essere pagate e in un decreto di Amministrazione
controllata del Tribunale di Torino nel 1949.
Tutti i collaboratori Porsche lasciarono l’Italia tranne due: Hruska entrò nei favori di
Finmeccanica, ed Abarth iniziò la sua attività dal magazzino Cisitalia liquidato all’Asta.
In questo percorso Abarth stesso comincia a distinguere il suo segno inconfondibile sulla
“D46” portando prima una serie di piccoli ritocchi sulla serie evolutiva successiva
(denominata D47) per poi chiudere la famiglia con una ultima versione da 1200 cc, molto
muscolosa ed aggressiva, che si può chiamare in forma “semi-ufficiale” D48.

Così, con la fine del sogno Cisitalia, si consuma all’orizzonte l’esperienza del “piccolo
genio” che tuttavia, per anni a venire, resterà protagonista in tante parti del mondo. La
“D46”, il piccolo genio di Piero Taruffi.
Riccardo Bellumori