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L’Auto Occidentale rinascerà quando fallire non sarà più una colpa

Forse mai, durante i miei interventi su Autoprove.it, ho fatto ricorso fin dall’inizio a metafore destabilizzanti, ma qui è proprio il caso di fare una eccezione. 

Se mai potessi rinascere in Occidente e mediare con me stesso una professione di Fede cristiana, probabilmente sceglierei di diventare calvinista. Ma si, ammettiamolo: cosa c’è di più coerente e di più ragionevole nel nostro vivere di ogni giorno della filosofia teologia di Calvino

L’uomo fortunato, meritevole nella vita terrena di successo e di benessere è in fondo l’uomo benedetto, è l’animo in pace con il Creatore, è allo stesso tempo l’uomo in armonia con se’ stesso. E dunque, per sillogismo, vale anche il contrario. Un uomo che fallisce è in fondo un uomo in contrasto, in lite con una dimensione armonica tra lui ed il Creato. 

Ed un uomo che fallisce è un uomo che sperimenta non solo su se’ stesso la condizione personale ed individuale del fallimento, ma anche gli effetti della diffidenza, della superstizione, del giudizio e persino della discriminazione economica e sociale.

Sintesi molto semplicistica, mi rendo conto, per rispetto degli spazi del Web. Ma teorema non troppo lontano dalla realtà delle cose. 

In effetti, a pensarci bene, per essere io vissuto oltre mezzo secolo nella parte di mondo più assortita di ispirazione democratica, libera, egualitaria, solidaristica, emancipata, pluralista, e tra l’altro più compassionevole e caritatevole per gli effetti della fede ancora più diffusa in Occidente; per tutto questo, purtuttavia, mi fermo a pensare quale sia la parola forse più rimbalzata alla mia attenzione di decenni.

E’ la parola “Fallimento”: credo che nessuna parola alternativa collezioni messi insieme più sinonimi e condizioni relative non solo al soggetto interessato, ma anche al contesto che lo circonda. Eppure…..

Eppure, Vi giuro dal “basso” dei miei non eccelsi studi classici, che nei testi latini e greci antichi non mi ero mai imbattuto nel concetto simmetrico di fallimento in quella società ed in quella cultura. 

In verità mi trovavo a comprendere più spesso la differenza tra una sconfitta onorevole – perché subìta pur opponendo un animo pugnante fiero, valoroso e senza vigliaccheria – contro una sconfitta disonorevole perché macchiata da modi e sentimenti non nobili. E la società che era espressione dello sconfitto onorevole si stringeva comunque nel dolore e nell’affetto verso il suo soldato. Mentre all’indirizzo del disonorevole non vi era altro che disprezzo ed emarginazione.

Devo dire che il “fallimento” è diventato un termine comune e ridondato alla mia attenzione, sin dalla adolescenza, per effetto di altri “testi sacri”: le riviste di Auto, moto e motorsport: dove, guarda caso, la cultura dominante è stata per decenni quella “sassone” canonica; in sostanza la cultura britannica e statunitense.

Mi asterrò qui in questa sede di esporre, decenni dopo, il mio sincero pensiero verso la cultura, l’influenza e l’incombenza del paradigma americano ha avuto su parte dell’Occidente e dell’Europa. Ma chiamarlo “paradigma” e non “modello” già di per sé fa capire come la penso.

Di certo la storia di stampo “british” (USA e Regno Unito) dal Dopoguerra in tema di disavventure industriali ha inserito nel dibattito e nella concezione del “fallimento” il riferimento della “fiducia”. Fallito è colui che nel mancare un obbiettivo non è più degno della “fiducia” di Investitori e Società perché fallendo mette a repentaglio proiezioni ed esiti futuri che sarebbero dovuti essere raggiunti in caso di continuità aziendale. 

Ecco perché, nell’influenza anglosassone, il fallito è per prima cosa uno che ha “tradito”: aspettative, investimenti, sogni, sforzi dei risparmiatori. Nulla da dire, se non per una differenza: la mancanza totale, come nel colesterolo, di una parte “buona” del fallimento e di una “cattiva”. 

Cioè appunto del primo diritto di un fallito con onore : non essere paragonato a chi l’onore non lo merita. Ma quello che più mi ha sempre colpito, fin da bambino, è la differenza culturale, semantica, emotiva ed etica persino tra la concezione del fallimento da parte di due esponenti leggendari dell’Auto mondiale: Soichiro Honda ed Anselmo Enzo Ferrari.

Il primo, emanazione didascalica dei principi filosofici orientali, seppe dire: “Il successo è al massimo l’uno per cento del lavoro di ciascuno di noi; lavoro che al 99% comprende fallimenti”. E per dirlo lui, che anche nel concetto occidentale rappresenta il successo…

Enzo Ferrari invece rimane storico per una frase lapidaria, la cui differenza contrastante con la prima è fin troppo evidente: “ Non esiste altra possibilità che la vittoria. Chi arriva secondo è solo il primo dei perdenti”.

Ecco in sintesi, espresso da due pilastri storici di due universi opposti, il pensiero sul fallimento inteso anche come sconfitta.

Fallimento:  in Occidente male che emargina, in Oriente ferita da sanare insieme?

Fine anni Venti, Stati Uniti : si narra che un tale Signor Willys, Capo dei Concessionari statunitensi del Marchio inglese Overland ed a sua volta azionista per una piccola quota, avrebbe riunito in gran segreto tutti gli altri Dealer della Nazione, per condividere un piano doloso: ritardare e bloccare tutti insieme i pagamenti alla Casa Mandante, per provocarne il fallimento e portare così lo stesso intraprendente personaggio a rilevarne la proprietà

Leggenda o no, la “scalata” di Willys sulla Overlandappartiene alle pagine di storia “importante” dell’auto: è infatti da questi passaggi che sarebbe nato il mito della Jeep. 

Anni Trenta, Francia : la Citroen è in una situazione finanziaria a tal punto tragica da spingere un Parlamentare socialista a lanciare l’allarme in un discorso parlando – in caso – di una ipotesi di fallimento come della tragedia finanziaria più grave della storia della Repubblica. A quel punto nasce un espediente che farà davvero storia a sé, con la SADIF (Finanziaria a controllo pubblico) che pur di inventarsi i capitali per salvare il “Double Chevron” si inventa un sistema di pegno in cui in sostanza il Governo ipoteca le decine di migliaia di auto invendute come garanzia dei soldi prestati…….Espediente che tuttavia durò molto poco: il continuo salasso legato alla gestione azzardata di Monsieur Citroen porterà alla fine al passaggio di proprietà dal grande Capo Andrè alle mani della Michelin.

Fine anni Quaranta, Italia: la “Cisitalia” di Piero Dusio è stata capace in solo sei anni dalla sua nascita di gettare le basi dell’automobilismo moderno: “D46”, “202”, e una serie di progetti interessanti; ma l’esasperazione degli obbiettivi del grande Capo e le spese folli portano ad una crisi irreversibile che, secondo i maligni, i concorrenti diretti del Marchio avrebbero cavalcato. Arriva a Dusio un Decreto Ingiuntivo per stipendi non pagati e solo grazie alle sue conoscenze al Palazzo di Giustizia, il Patron evita di un soffio il fallimento subendo tuttavia l’Amministrazione controllata. Di fatto il patrimonio tecnico, creativo e simbolico di Cisitalia muore tuttavia con questo passaggio dal quale, per ironia della sorte, deriveranno storie di successo come quelle delle Porsche stradali e delle Abarth.

Fine anni Cinquanta, Baviera (Germania): per l’ennesima volta la BMW rischia la bancarotta, tanto che l’Assemblea degli Azionisti si trova a dover valutare l’ipotesi di acquisizione da parte di Mercedes. DI fronte alla protesta di un gruppo di minoranza, il salvataggio del Marchio dell’elica porterà il nome del potente e facoltoso “mecenate”; curioso che pochi anni dopo la Corte bavarese non avrà alcun dubbio nel veicolare il fallimento di Borgward e l’acquisizione di Glas da parte della stessa BMW.

Fine anni Sessanta, Italia: Maserati rischia un serio default causato dalla situazione passiva pesantissima, a fronte di un valore simbolico ed evocativo del Marchio fortissimo per tutta l’Opinione pubblica, e dunque anche per l’Italia. Nonostante questo nessun Marchio o Ente finanziario pubblico nazionale si muove, e l’unico acquirente che salva il Tridente temporaneamente dal fallimento è la Citroen il cui pacchetto di minoranza tuttavia, ironia della sorte, è appena passato dalla Michelin alla Fiat. Pochi anni dopo saranno le strategie commerciali del Marchio francese a creare il rischio di un nuovo pesante salto in aria.

Fine anni Settanta, Stati Uniti: la Harley Davidson è in bilico sul filo del rasoio del fallimento, generato non solo dalla perdita di appeal sul prodotto interno ma anche dalla micidiale concorrenza delle moto giapponesi. I cui manager, di fronte al rischio di un default del Marchio di Milwakee, agiscono in modo quasi opposto a quanto, plausibilmente, avrebbero fatto Manager Automotive occidentali: mentre questi ultimi avrebbero valutato l’opportunità di seppellire un concorrente scomodo e di dividersi in regime di monopolio il mercato liberato dall’ingombrante protagonista, i Manager giapponesi tennero una riunione “quasi” segreta per definire un protocollo di non concorrenza con la Casa americana; in sostanza i quattro Costruttori giapponesi si impegnarono ad evitare di proporre nel mercato americano – per alcuni anni – modelli e Gamme direttamente concorrenti di H.D. permettendo a questa, in pratica, di riprendere fiato e rilanciarsi. 

I motivi di questa decisione? Un errore metrico e culturale in perfetta buona fede dei manager orientali che, confondendo la cultura e l’indole americana ed occidentale con la propria, temevano che generare il fallimento del Marchio motociclistico simbolo a Stelle e Strisce avrebbe portato il potenziale Cliente americano a rivalse o disaffezione verso i quattro Marchi nipponici. 

Nulla di più lontano dalla realtà, come in altri casi storici del mercato occidentale: proprio su questo aspetto ho deciso di costruire un pensiero ed una riflessione che mi auguro troverete interessante.

Il rapporto della coscienza occidentale con il fallimento nel comparto Automotive è evoluto dal Dopoguerra ad oggi secondo una unica matrice: veder fallire un Marchio costruttore significa da sempre togliere un concorrente dalla panoramica dei “Player” di settore, trasferire a prezzi di saldo a terzi il patrimonio di tecnologia, brevetti, Know How, oppure la forza simbolica ed evocativa di un Marchio; ed infine suddividere a carico della collettività il problema concreto del debito e del salvataggio sociale di maestranze e situazioni territoriali.

Ci sono esempi storici che possono rendere un panorama diverso da quanto descritto? No, se non che la globalizzazione ha trasferito le dinamiche culturali occidentali dentro macrosistemi sociopolitici allargati (l’Unione Europea è il caso più esemplare, ma anche le aree di libero scambio) che hanno volutamente aumentato il rapporto di alienazione tra un popolo e le proprie radici industriali. 

Prendete le crisi industriali nel Vecchio Continente da inizio anni Novanta ad oggi, e confrontatele con quelle fino alla fine degli anni Ottanta. Sembra che le dinamiche e gli effetti siano i medesimi, ma quello che è cambiato è l’approccio sentimentale popolare verso il patrimonio che si veniva a perdere con il fallimento.

Unione Europea, metafora di un Continente che sta perdendo l’identita’ con sé stesso

Ricordate la “crisi” Philips in Olanda? Dopo un boom industriale di metà anni Ottanta, fu anche proprio il nuovo modello comunitario europeo ad amplificare una crisi risolta in parte con 50.000 licenziamenti e con la fine del fallimentare standard V2000 promosso proprio dall’Unione Europea; ma soprattutto la nascita della nuova dimensione comunitaria e l’apertura delle frontiere in Est Europa, in Sudamerica ed Estremo Oriente portò il colosso olandese ad esercitare una sindrome che divenne allo stesso tempo diffusa e letale. 

La delocalizzazione industriale nel nuovo mondo Low Cost periferico. Il concetto di fallimento, che negli anni Ottanta discriminava in Occidente le sole Imprese incapaci di avere un piano industriale degno di fiducia finanziaria ed istituzionale, divenne il concetto di fallimento anni Novanta.

Non sei “Global”? Allora devi fallire. Tutte balle, un modo buono solo a dissociare un territorio ed un popolo dai suoi gioielli storici. I più fessi in Europa siamo stati noi italiani e gli inglesi. 

Entrambi popoli “beoti” drogati di finanza facile, di abbandono della manifattura che faceva tanto secolo precedente, ed in balia già ancora prima che gli anni Novanta finissero di una crisi di identità sconosciuta a Spagna, Francia e Germania; e troppo spesso “scimmiottata” da inutili parvenze e sciorinate patriottistiche intrise – non a caso – di patriottismo e di inutile ricerca del “Made in”, quando già una fetta importante di beni di consumo erano prodotti fuori dall’Europa Unita.

Oggi questa boria del “Made in” appartiene solo ai Distretti produttivi ed ai Paesi quasi totalmente privi della proprietà o del controllo maggioritario delle Imprese presenti sul proprio suolo. 

Ed infatti il termine stesso “Made in” in certi contesti è un termine privo di senso. 

Come fai a definire “Made in Italy” un bene prodotto su licenza? 

Al massimo è di tipo “Built in”; ma “Made” include in modo implicito una estensione di filiera tale da includere nel processo realizzativo anche buona parte dell’Engineering, del Design, degli studi preliminari. 

 

Insomma, come eredità del “globalismo” abbiamo ricavato un totale scollamento tra quello che un tempo era un patrimonio industriale locale e la popolazione dello stesso luogo.

 

Ci sono alcune eccezioni, evidentemente: basta vedere – dentro lo stesso raggruppamento Stellantis – l’approccio popolare e governativo francese sui Marchi della Galassia PSA e quello italico sui Marchi di fonte FCA. 

 

Basta vedere ancora l’approccio che i consumatori tedeschi hanno con il proprio patrimonio industriale e confrontarlo, tanto per fare un esempio, con la neutralità e la quasi rassegnazione con cui modenesi e circostanti vivono in silenzio e in modo passivo la crisi e la minaccia di chiusura che viene lanciata all’indirizzo del proprio “Tempio” industriale Maserati.

 

Su cui i commenti più competenti ed approfonditi oggi sono genericamente svuotati di ogni semantica legata alle origini storiche, ai legami territoriali, al valore simbolico ed emotivo di ogni cittadino con il Marchio di casa.

 

Evidentemente, se la questione “globale” è elevata al rango fondamentale e determinante nella valutazione di un fallimento industriale, e se la componente simbolica ed emotiva dell’appartenenza e dei valori territoriali viene ormai sepolta sotto il segno del mercato senza frontiere, chiaro che il giudizio popolare su un fallimento viene artificialmente circoscritto solo sull’aspetto “esteriore” finanziario e commerciale. 

 

Motivo per il quale oggi fallire viene percepito, dal mercato occidentale, come una incapacità di poter “governare” la conquista della parte di mondo che illusoriamente ci siamo creduti di poter conquistare con perline e sveglie per collo; mentre al contrario sono sempre più le realtà di quelle dimensioni “emergenti” a guidare i giochi, a imporre un comando, a dettare le regole.

Come in un contropiede, sono le regole del modello economico ed industriale emergente a diventare la nuova base della globalizzazione tecnologica. 

 

Tutto questo però al netto di alcune peculiarità che differenziano in modo inesorabile il percorso ed il destino dell’industria emergente da quella vetero occidentale.

 

Avete presente la diatriba tra UE e Cina sui superdazi, comminati dall’Unione verso i prodotti cinesi suscettibili di sostegno alla fonte, cioè di contributi all’Industria da parte del Governo di Pechino? Siamo riusciti, nel vecchio ed ormai rincoglionito Occidente, a far passare come condotta passibile di condanna l’attenzione data dal governo cinese verso i suoi Produttori mediante i contributi pubblici. 

 

Scusate, cosa è da condannare, al contrario? Il fatto che la Cina è libera tuttora di non costruire una dimensione evoluta da “economia di mercato” negando il complesso di diritti, tutele, articolato normativo di garanzia sociale che in Occidente, senza dubbio, è di gran lunga più evoluto e democratico; così facendo, lo squilibrio tra Imprese Occidentali e cinesi non è nella contribuzione che Pechino concede ai suoi Produttori, ma l’onere aggiuntivo che in termini di autorizzazioni, obblighi, vincoli e costi deve sostenere sin da subito una comune impresa occidentale rispetto ad una orientale. 

 

Il classico approccio di complicazione e Know How articolato e multidimensionale tipico della cultura occidentale diventa un problema, un orpello scomodo. 

 

Tutto quello che riguarda la massa deve orientarsi alla semplicità ed al Low Profile, riservando alla nuova segmentazione socioeconomica del Post pandemia il privilegio dei ricchi emergenti di godere di quello che una volta era il “Must” in Occidente: il Valore Aggiunto.

 

Guardate oggi: tutto quello che rappresenta il lusso, il “premium”, il benessere è stato dislocato là dove nascono centinaia di migliaia di nuovi miliardari ogni anno. In questo l’Estremo Oriente, l’Asia, l’India non sono piu’ neppure subordinati all’imprinting occidentale in quanto a simbologia e semantica del lusso. 

 

Oggi al contrario il mondo emergente sta costruendo un modello di lusso e di percezione dello stesso che si differenzia da quello Occidentale. Allo stesso tempo la globalizzazione sta rovesciando la polarità in tema di “fruizione” del patrimonio industriale: l’Estremo Oriente, dopo decenni di recupero, importazione e provenienza occidentale dei simboli del consumerismo sta prendendo la via del consumo del prodotto autoctono, cioè fabbricato in loco; al contrario il mondo occidentale ha drasticamente tagliato il consumo di massa di “nuovo” e si sta focalizzando sul concetto di recupero e salvaguardia dell’esistente. 

Se il must del mondo emergente è quello di cominciare a mandare a regime il sistema produttivo in forma entropica, il futuro del nostro povero Occidente in tema di “prestigio e lusso” potrà provenire solo dal recupero e dalla salvaguardia storica. Okey, ammettiamo che Voi tutti siate d’accordo con questo. E allora cosa c’entra il concetto di fallimento?

 

C’entra: perché finchè la tagliola del “Fallimento disonorevole” sarà un gravame disincentivante sulla testa di giovani e piccoli imprenditori “autoctoni” di cui l’Occidente ha estremo bisogno soprattutto per riprendere e rimettere in moto gli skills e i riferimenti culturali tipici di casa nostra senza per forza catalogarli in chissà quale categoria industriale inarrivabile per la suggestione che tutto quel che ha un profumo di “andato” deve per forza essere pagato a peso d’oro dal mercato. 

E il fallimento c’entra anche perché fino a quando le sorti di una impresa localizzata nel proprio territorio non torneranno ad essere il perno emotivo e percettivo di una comunità, un fallimento continuerà ad essere un fenomeno quasi evangelico di purificazione del mercato globale in stile “savana feroce”, dove solo i più forti e affamati possono sopravvivere. Competitività e risultati sono concetti fondamentali ma non rigidi; per cui in un sistema che ancora abbia a cuore la società, la giustizia e gli equilibri, il mercato deve essere un sistema di riferimento basato anche su fenomeni di tipo sociale, solidaristico, mutualistico

Fenomeni che ci crediate o no sono ad oggi più frequenti nel mondo avanzato piuttosto che nella “culla della civiltà” libera, democratica, cattolica, progressista, civile che è questo Occidente.

Ma soprattutto, oggi più di ieri, in Occidente occorre un miracolo: uno “tsunami” che spazzi via migliaia di Istituzioni e di personaggi politici e governativi che – scorrettamente ed a danno della propria platea elettorale – impongono, alimentano e propagandano un modello culturale ed un approccio che ancora non distingue il “fallimento disonorevole” dalla “sconfitta onorevole” che animava la narrativa e la poetica Classica greca e latina. 

Il fallimento non è mai uguale per tutti. Può essere un mezzo artificioso e scorretto di gestire la propria impresa, ed in questo caso è una colpa. 

Può essere tuttavia anche un esito legato a variabili del tutto estranee alla personalità ed alla condotta dell’Imprenditore, ed allora perché fargliene una colpa? Può anche essere l’effetto di una ricerca di obbiettivi impossibili, di sapore quasi romantico e di altri tempi.

E per fallimenti del genere, si può parlare almeno di sconfitta con onore. Ma il problema è che il nostro decaduto Occidente ormai fa una netta distinzione non tra i diversi tipi di fallimento, ma solo tra le due tipologie opposte di soggetto fallito: quello che “ha amici” e dunque in qualche modo potrà riabilitarsi e ripartire; da quello “senza rete” e dunque lasciato solo al rigore non solo del pregiudizio ma anche della estraneità da una casta o da un ambiente di salvaguardia. 

Insomma, colui privo di “santi in Paradiso”. 

Molti di questi personaggi sono stati condannati non dalla ipotetica incapacità ma dalla personalità antagonista, da uno spiccato odio verso le gerarchie e la subordinazione culturale. Gente così viene vista come un pericolo per l’ordine costituito e per le organizzazioni industriali schematiche e piramidali; ed in quanto pericolosa, una volta sepolta da palate di sabbia od altro viene accuratamente tenuta fuori da un contesto decisionale. 

Si preferisce bollarli come appunto “falliti”. 

Non rieducabili, non meritevoli di riabilitazione e soprattutto causa del loro stesso fallimento. Ne ho visti di uomini così, e francamente nulla mi ha terrorizzato di più del vedere come questi personaggi fuori dagli schemi venissero sempre rimpiazzati da schiere di robotici e deprimenti subordinati nativi, capaci sempre e solo di obbedire e compiacere l’ordine costituito.

Beh, Vi assicuro che di soggetti “falliti” così, magari abili e competenti ma tagliati fuori dal pregiudizio e dalla buona Società, in Occidente siamo pieni. 

E Dio solo sa come e quanto oggi questo tipo di “falliti” sarebbe molto più utile di schiere di perfetti e rampanti “Yes man” dal trascorso impeccabile…

Per questo nell’Automotive come in altri settori industriali la scelta da fare è di natura discriminante e irreversibile: o si continua nell’approccio corrente dei rapporti e dei pregiudizi tra chi ancora cerca di fare Impresa locale in Occidente sapendo che le possibilità di fallimento aumentano di anno inanno contro il muro di gomma di uno status quo che per la maggior parte delle proprie esigenze sfrutta non più il risultato operativo ma la rendita garantita; oppure Società, legislatore e ambiente finanziario e mediatico occidentale decidano per una volta di smentire il proprio socio finanziatore occulto cambiando approccio e paradigma; esercitando così un atto di consapevolezza e forza per evitare che tra pochi anni quest’Occidente si trasformi esclusivamente in un esercito di braccia guidate dalle teste pensanti cresciute in Estremo Oriente ed India

Non c’è più tempo, e tra poco non ci sarà più neppure il futuro. Ma forse, a vederla bene, quello che già non c’è più è proprio l’Occidente.

 

Riccardo Bellumori.

Il last mile di Brightdrop diventa Chevrolet

General Motors non è nuova ad avere troppi marchi: non molto tempo fa, infatti, l’azienda aveva Pontiac, Saturn, Saab, Hummer, Oldsmobile, Holden, Geo, Opel e Vauxhall. Da quando sono stati abbandonati, l’azienda si è concentrata su Buick, Cadillac, Chevrolet e GMC.

Questo ha reso sorprendente il lancio di BrightDrop come marchio nel 2021. Non aveva molto senso, e GM se ne sta finalmente accorgendo, visto che sta per trasferire il marchio all’interno di Chevrolet.

La mossa non è affatto scontata e Chevrolet ha dichiarato che “i clienti avranno accesso a una delle reti di vendita e assistenza commerciale più ampie e capillari del settore e migliorerà le opportunità di crescita del marchio”. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, tutti i concessionari Chevrolet avranno la possibilità di vendere i furgoni BrightDrop a condizione che soddisfino determinati requisiti. Questi concessionari possono anche lavorare sui veicoli BrightDrop, il che dovrebbe renderli molto più attraenti grazie alla presenza di una rete di vendita e assistenza più ampia .

LA SFIDA DEL LAST MILE

Si tratta di uno sviluppo enorme, dato che BrightDrop aveva individuato solo sette concessionari per il 2024. Si trovavano in California, Florida, Texas, Georgia, Ohio, Michigan e New Jersey.

Nell’ambito del cambiamento, il BrightDrop Zevo 400 diventa Chevrolet BrightDrop 400, mentre il BrightDrop Zevo 600 diventa Chevrolet BrightDrop 600. I furgoni adottano anche il marchio Chevrolet: si nota infatti una griglia leggermente rivista con un nuovo emblema a forma di papillon.

Oltre a sfoggiare nuovi nomi e stemmi, i furgoni beneficiano di aggiornamenti per l’anno di produzione. Questi sembrano includere la frenata automatica d’emergenza all’incrocio e la frenata anteriore per pedoni e ciclisti, poiché queste caratteristiche sono elencate come “Novità per il 2025”.

Scott Bell, vicepresidente di Chevrolet, ha dichiarato: “Con l’aggiunta di BrightDrop alla gamma Chevrolet, combiniamo una tecnologia elettrica avanzata con l’affidabilità e l’accessibilità diffusa che solo Chevrolet può offrire. Questa mossa rafforza la nostra offerta di veicoli elettrici e riafferma il nostro ruolo di marchio commerciale leader che consente alle aziende grandi e piccole di portare a termine il lavoro”.

Polestar 2 2024: Focus Tech e ADAS [VIDEO]

Dopo la prova su strada ecco il focus dedicato al sistema di infotainment e alle tecnologie presenti a bordo della nuova Polestar 2 Long Range Single Motor 2024.

Nuovo Mercedes GLS 2025: Render 63 AMG

Il nuovo Mercedes GLS è pronto al secondo restyling.

Questa settimana sono state pubblicate delle foto spia della versione più potente del SUV ammiraglia di Mercedes-Benz, che riceverà un altro restyling, dandoci un primo assaggio del suo aspetto.

Il Mercedes GLS è in circolazione dal 2015 e ha sostituito il crossover GL con il restyling della seconda generazione. Oggi, la terza generazione del modello a tre file è in linea di montaggio, debutterà nella primavera del 2019 e la scorsa primavera ha ricevuto il suo primo restyling. Come già sappiamo, la casa automobilistica tedesca ha deciso di prolungare il ciclo di vita dei suoi crossover più grandi, la GLE, la GLE Coupé e la GLS, con un altro aggiornamento. All’inizio del mese abbiamo pubblicato i rendering dell’ammiraglia del parco nella sua forma abituale, e ora vi presentiamo come apparirà la sua modifica più potente con l’indice 63 AMG.

Finora, gli esemplari catturati nelle foto spia non differiscono molto dall’attuale crossover: sono visibili solo fari più grandi di forma modificata. Tuttavia, ci aspettiamo che il frontale sia completamente nuovo dopo il restyling. Potrebbe esserci una griglia più ampia (naturalmente, nella versione AMG avrà delle barre verticali) con finiture a contrasto, simile a quella delle auto elettriche del marchio e della nuova Classe E. Anche il paraurti cambierà, mentre la forma dei fari sarà più grande e modificata. Anche il paraurti cambierà e, molto probabilmente, manterrà gli stilemi delle attuali modifiche di punta dell’azienda. Per quanto riguarda la parte posteriore, su alcuni esemplari di prova della GLS normale abbiamo già visto una nuova grafica di elementi a LED con logo nei fari, così come sulla nuova Classe E. L’unica differenza è che quest’ultima ha due “stelle” su ciascun lato, mentre la prossima GLS ne ha tre.

Rendering Kolesa.ru

IL MAXI SUV

L’attuale Mercedes AMG GLS 63 è alimentata da un motore turbo benzina M 177 da 4,0 litri che eroga 612 CV e 850 Nm di coppia. Non ci sono informazioni affidabili sulla tecnica della futura novità, ma è molto probabile che il crossover più potente riceva un propulsore ibrido ancora più potente. In questo caso, la GLS normale durante il secondo restyling potrebbe perdere il motore V8, come è successo in precedenza con la Gelendwagen aggiornata.

Il Mercedes GLS AMG restyling è atteso alla fine del 2025.

Nuova Subaru Legacy 2025: il sogno

La recente notizia del ritiro della Subaru Legacy dopo il model year 2025 induce a riflettere su ciò che sarebbe potuto accadere se la casa automobilistica giapponese avesse investito nel modello sul mercato dal 1989.

È fondamentale capire che le attuali condizioni di mercato non sono favorevoli alle berline di medie dimensioni.

Questi fattori, uniti allo spostamento delle preferenze dei consumatori verso i SUV e i crossover, contribuiscono al contesto della scomparsa della Subaru Legacy.
Per gli appassionati di Subaru, la notizia è un colpo amaro (anche se atteso). Dopotutto, si potrebbe affermare che la Legacy ha imboccato una traiettoria discendente a partire dalla tanto venerata quarta generazione che ha prestato servizio tra il 2003 e il 2009 (in quanto precedente possessore di una GT 2.0 litri in versione JDM, potrei essere un po’ di parte).

La successiva Subaru Legacy di quinta generazione ha subito una trasformazione, e non in meglio. In forma di berlina, era uno studio di proporzioni sgraziate e la wagon, disponibile nei mercati giapponese, europeo e neozelandese, era, per usare un eufemismo, poco attraente.

La Legacy berlina di sesta generazione ha cercato di recuperare l’essenza dei suoi predecessori, ma la Outback, più alta, ha sostituito la wagon di formato standard.
Sebbene l’auto attuale sia abbastanza lodevole, le mancano il flat-six e il manuale a sei marce per cui erano noti i suoi predecessori e il pedigree da rally che ha aiutato Subaru e Colin McRae a vincere il Rally di Nuova Zelanda nel 1993. Queste caratteristiche uniche, che un tempo contraddistinguevano la Legacy, sarebbero fondamentali per un eventuale rilancio.

Anche i concorrenti hanno intaccato il DNA della trazione integrale che rendeva unica la Legacy. Per esempio, Toyota vi venderà una Camry ibrida da 232 CV (173 kW) e 50 mpg AWD, e la Kia K5 e la Hyundai Sonata offrono la trazione a quattro zampe. A meno che non siate dei fedelissimi della Subaru, gli acquirenti si sono comprensibilmente rivolti altrove in un clima in cui il risparmio di carburante è ormai fondamentale.

Il rendering in copertina di Caracoops.com immagina la vettura in veste Spec-B STI. Ha finestrini senza cornice, proporzioni aderenti al suolo e una grafica frontale simile a quella dell’attuale WRX. Una barra DRL a tutta larghezza, una presa d’aria sul cofano e uno splitter anteriore enfatizzano l’aspetto sportivo, mentre il posteriore presenta un vetro avvolgente, scarichi quadrupli e fanali posteriori a LED fumé.

LA WAGON PREMIUM

All’interno, l’accento dovrebbe essere posto su un abitacolo incentrato sul guidatore, con materiali pregiati, sedili sportivi in Alcantara e funzioni di infotainment e connettività ai vertici della categoria.

Per quanto riguarda la motorizzazione, l’ideale sarebbe utilizzare un nuovissimo quattro cilindri turbo da 2,4 litri da 340 CV e un sei cilindri piatto da 3,8 litri di grande capacità, utilizzando la tecnologia ibrida in serie-parallela annunciata di recente da Subaru in combinazione con un cambio automatico a 8 rapporti di origine ZF o un cambio manuale a sei rapporti.

Lo smorzamento adattivo Bilstein, i freni con pinze a sei pistoni, il torque vectoring attivo, l’aerodinamica del sottoscocca e i pneumatici Michelin Pilot Sport 5 migliorerebbero l’equazione della maneggevolezza, così come i rinforzi trasversali della torre del montante anteriore e posteriore per migliorare la rigidità torsionale.

Nuova Volkswagen Passat Pro 2025: Anteprima

La Volkswagen Passat Pro a quattro porte è destinata al mercato cinese. Per il modello dichiarato due motori turbo a benzina tra cui scegliere – le versioni ibride non sono ancora disponibili.

In Europa, la Volkswagen Passat di nuova generazione con l’indice di fabbrica B9 ha debuttato esattamente un anno fa, lì il modello è ora disponibile esclusivamente sotto forma di station wagon. Tuttavia, per la Cina ha deciso di rilasciare una quattro porte: la sua anteprima ufficiale ha avuto luogo oggi, 30 agosto, al Motor Show di Chengdu. La “rimessa” sul mercato cinese non ci sarà. Ma la nuova Passat berlina ha un fratello in Cina: la Magotan. Anch’essa ha già cambiato generazione, le vendite sono iniziate a luglio. Il fatto è che diverse JV sono impegnate nella produzione delle auto: SAIC Volkswagen è responsabile della produzione della Passat a quattro porte, mentre la Magotan viene assemblata nello stabilimento FAW Volkswagen. Tra l’altro, la Passat-sedan precedente è ancora in servizio e, per evitare di confondere i modelli, alla nuova versione è stato assegnato il prefisso Pro.

Nella generazione precedente, la Volkswagen Magotan era una gemella della Passat europea serie B8, mentre la vecchia Passat cinese ha un design originale, inoltre è più grande della vettura del “Vecchio Mondo”. Ma ora è tutto diverso: la Magotan ha un aspetto proprio, più “affilato”, e la VW Passat Pro nella parte anteriore ha generalmente copiato quella “europea”. Come nel Vecchio Mondo, nella Repubblica Popolare Cinese il modello prevede un pacchetto sportivo con un dodger più imponente, inoltre questa berlina ha un arredamento esterno nero invece che cromato.

DATI TECNICI

La lunghezza della Volkswagen Passat Pro è di 5006 mm, ovvero 58 mm in più rispetto al suo predecessore locale. In larghezza, la berlina ha aggiunto 14 mm (ora 1850 mm), mentre l’altezza è aumentata di 20 mm a 1489 mm. Il passo è rimasto invariato a 2871 mm. A titolo di confronto, la lunghezza della station wagon europea di nuova generazione è di 4917 mm, la distanza tra gli assi di 2841 mm.

Gli interni sono simili a quelli della cinque porte. Il cruscotto e il sistema multimediale sono dotati di schermi separati. Non c’è la solita scatola selettrice, ma una leva a paletta. Allo stesso tempo, c’è ancora un’importante differenza rispetto alle “europee”: dopo le nuove VW Magotan e VW Tiguan L Pro, la berlina VW Passat Pro ha ricevuto un terzo display, situato di fronte al passeggero anteriore. L’elenco delle dotazioni è ancora riscaldato e ventilato sedili (per tutti i sedili prevede anche una funzione di massaggio, inoltre, possono avere poggiatesta con altoparlanti integrati), display di proiezione, ricarica wireless e numerosi assistenti elettronici.

La Volkswagen Passat Pro berlina sarà offerta con una scelta di due motori a benzina: il 1.5 e il 2.0 turbo da 160 CV e 220 CV rispettivamente. Entrambi i motori sono abbinati a un cambio robotizzato a doppia frizione a sette rapporti. La trazione è solo anteriore. Non sono previste versioni ibride della novità, ma non è escluso che compaiano in seguito.

La nuova Passat-sedan sarà in vendita a settembre, i prezzi non sono ancora stati annunciati. La precedente quattro porte è ora disponibile con i benzina 1.4T (150 CV) e 2.0T (186 o 220 CV) con prezzi a partire da 181.900 yuan. La nuova Magotan di FAW Volkswagen ha la stessa tecnologia della Passat Pro, con un prezzo a partire da 179.900 yuan.

Nuova Fiat Giga Panda 2025: Anteprima Rendering

La gamma di modelli FIAT sta per subire una delle rivoluzioni più ambiziose della sua storia.

Il marchio torinese ha già presentato uno dei modelli più importanti del suo catalogo, una nuova generazione compatta per eccellenza, ora chiamata FIAT Grande Panda, che ha fatto del design del modello originale una vera e propria ammiraglia.

La nuovissima Panda sarà sulle strade d’Europa a partire dal prossimo autunno, quando è previsto l’inizio delle consegne di un modello trasformato in un attraente SUV, anche se non sarà l’unica proposta del costruttore. FIAT è pronta a dare tutta la guerra che non ha dato finora, e lo farà con una seconda variante di carrozzeria che, da oggi, è nota come FIAT Giga Panda, e che potete vedere in questa anteprima rendering di Motor.es.

Non lasciatevi ingannare dall’aspetto futuristico di questa riproduzione perché, salvo piccole modifiche, ciò che vedete sarà presentato a metà del 2025. La Giga Panda riprende lo stile laterale della nuova Citroën C3 Aircross o della Opel Frontera, ma emana una personalità più all’avanguardia sia davanti che dietro, attirando l’attenzione sui moderni fari integrati in una griglia completamente chiusa.

LA PANDA XXL

La Fiat Panda più grande nei 40 anni di storia di questo modello sarà poco meno di 4,20 metri, ma all’interno ci sarà spazio per cinque e sette posti rendendola l’opzione più adatta alle famiglie o con un ampio bagagliaio che supererà i 500 litri. E, soprattutto, con una gamma completa di equipaggiamenti in cui la digitalizzazione e la connettività saranno protagoniste.

La Fiat Giga Panda sarà presentata nel corso del 2025, intorno alla prossima primavera, quando ci aspettiamo di conoscere il suo vero nome. Il marchio italiano potrebbe sorprendere con Multipla, un nome profondamente radicato e legato all’ampio spazio interno che la vecchia monovolume vantava, anche se potrebbe essere usato come cognome e mantenere la Panda in quanto modello della stessa categoria e non più grande.

La prossima grande novità del marchio torinese, che sarà costruita anche in Serbia, avrà opzioni di combustione elettrica, con il motore da 1,2 litri dotato di tecnologia MHEV a 48 volt e una potenza massima di 100 CV, oltre a un’opzione elettrica con 113 CV e un’autonomia di poco più di 400 chilometri con una singola carica.

Nuova Zeekr 7X 2025: Anteprima e Dati Tecnici

La Zeekr 7X ha fatto il suo debutto in Cina al Salone dell’Auto di Chengdu di quest’anno e le consegne in Cina inizieranno entro la fine di settembre. Secondo CarNewsChina, la 7X sarà venduta anche nei mercati esteri entro un anno dal suo debutto locale.

Costruita sulla piattaforma PMA2+ (derivata dalla Sustainable Experience Architecture di Geely) che è anche alla base della berlina 007, la 7X è dotata di un’architettura elettrica a 800 V e sarà offerta con due opzioni di batterie.

La prima è la batteria al litio ferro fosfato (LFP) “Golden Brick”, sviluppata da Zeekr, con una capacità energetica di 75 kWh che consente di percorrere fino a 605 km in base allo standard cinese CLTC, estremamente generoso. Questa batteria supporta una ricarica di 5,5 C – la “C” indica quante volte una batteria può essere caricata in un’ora – e può passare da uno stato di carica del 10-80% (SoC) in 10,5 minuti tramite la ricarica rapida DC.

L’alternativa è la batteria al nichel manganese cobalto (NMC) “Qilin” da 100 kWh di CATL, che offre un’autonomia maggiore, fino a 780 km, ma con una ricarica a 5C. Queste opzioni di batteria rispecchiano quelle offerte dall’ultimo 007, che ha fatto il suo debutto quest’anno.

La Zeekr 7X è disponibile con configurazioni a uno o due motori, il primo a trazione posteriore e con una potenza di 421 PS (416 CV o 310 kW). La seconda è a trazione integrale e aggiunge un motore elettrico anteriore da 224 CV (165 kW) per un totale di 646 CV (637 CV o 475 kW) e un tempo di 0-100 km/h di 3,8 secondi.

Come già visto sulla 007, la 7X presenta una striscia luminosa interattiva appena sopra i fari principali anteriori. È presente anche un sensore LiDAR montato sul tetto, sensori montati sui parafanghi, luci posteriori “Super Red” a tutta larghezza e maniglie delle porte a scomparsa.

Con una lunghezza di 4.825 mm, una larghezza di 1.930 mm, un’altezza di 1.666 mm e un passo di 2.925 mm, la 7X a cinque posti ha dimensioni maggiori rispetto alla sua diretta rivale, la Tesla Model Y. Tra le altre rivali degne di nota figurano la Xpeng G6, la Li Auto L6 e l’imminente Xiaomi MX11.

DOTAZIONI HIGH TECH

All’interno, la Zeekr 7X presenta un cruscotto dal design semplice con un quadro strumenti digitale e un touchscreen centrale da 16 pollici con tecnologia mini-LED e risoluzione da 3,5K, quest’ultimo accompagnato da alcuni comandi fisici sotto di esso. Ad alimentare il sistema di infotainment e le sue numerose funzioni è un chip Qualcomm Snapdragon 8295.

Sembra che Zeekr abbia preso spunto dal suo lussuoso MPV 009 per progettare lo spazio passeggeri posteriore del 7X, che è dotato di caratteristiche premium. Per cominciare, ci sono sedili motorizzati con poggiagambe estensibile, a cui si aggiungono le tendine parasole elettriche per i finestrini delle portiere e i tavolini in stile aereo che si ripiegano dallo schienale dei sedili anteriori.

Per un’esperienza da “boss”, le varianti di livello superiore sono dotate di un touchscreen OLED 2K da 13 pollici integrato nello schienale del sedile del passeggero anteriore e di un piano d’appoggio motorizzato con una capacità di carico di 20 kg.

Come se non bastasse, c’è una tendina elettrica per il tetto panoramico in vetro non apribile, funzioni di riscaldamento e ventilazione per i sedili e un touchscreen integrato nel bracciolo per accedere a varie funzioni dalla parte posteriore.

Non mancano nemmeno i sistemi avanzati di assistenza alla guida (ADAS), con doppi chip Nvidia Orin X che forniscono 508 TOPS di potenza di calcolo per abilitare funzioni come la frenata autonoma di emergenza e un certo livello di guida autonoma. I dettagli non sono ancora disponibili, ma la 7X dovrebbe avere la stessa suite di sistemi della nuova 007.

Il prezzo del Zeekr 7X in Cina non è ancora disponibile, anche se si stima che il prezzo sarà compreso tra 240.000 e 350.000 yuan. Con il 7X già confermato come modello globale, c’è la possibilità che arrivi in Malesia, anche se stiamo ancora aspettando che Zeekr lanci qui lo 009 e l’X.