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Nuove Mini Cooper e Aceman John Cooper Works: Anteprima

Ecco in anteprima senza veli le nuove Mini Cooper e Aceman John Cooper Works.

Il Ministero dell’Industria cinese ha appena rivelato, suo malgrado, due nuovi veicoli elettrici sotto-segreti. Si tratta della Mini Cooper e della Aceman John Cooper Works (JCW). Ecco le prime foto della city car sportiva, rivale dell’Alpine A290, e del piccolo SUV sportivo.
Si tratta delle versioni John Cooper Works (JCW) dell’Aceman e della Cooper, che abbiamo visto sotto camuffamento al Goodwood Festival of Speed di giugno.
I modelli Mini JCW presentano un paraurti dal design più sportivo, con una grande maschera nera su cui è impresso il badge JCW. Discreti elementi aerodinamici rossi sono aggiunti alle prese d’aria laterali. Il logo del produttore è stato trattato in modo più scuro. I pannelli della Cooper sono un po’ più filanti, con una piccola ala visibile davanti al passaruota posteriore. Anche i cerchi sono più sportivi (19″ sulla Aceman). Le pinze dei freni sono rosse.

IL FASCINO JCW

Sulla Mini Cooper, una copertura nera con una decorazione a bandiera a scacchi copre lo sportello del portellone posteriore. Presenta un logo Mini nero e le iniziali JCW, visibili anche sui montanti laterali posteriori. La Aceman ha un diffusore più elaborato. Nessuno dei due modelli ha uno spoiler più grande.
Nella parte posteriore, la Mini Cooper JCW adotta una mascherina nera con il motivo della bandiera a scacchi.
Le foto provenienti dalla Cina rivelano che saranno disponibili diverse opzioni di personalizzazione (tinta bitonale, adesivi, ecc.).

In termini di dimensioni, la Cooper JCW è un po’ più alta della Cooper SE classica, con una lunghezza di 3.863 mm rispetto ai 3.858 mm della versione tradizionale. Lo stesso vale per la Aceman, più lunga di 1,5 cm (4.094 mm contro 4.079 mm) grazie ai nuovi paraurti.
Quasi 260 CV per le Mini sportive
Secondo le autorità cinesi, la potenza della Mini Cooper e della Aceman JCW è di 190 kW, ovvero circa 258 CV. Si tratta di 40 CV in più rispetto alla potenza massima della Cooper e della Aceman SE (218 CV). L’Alpine A290, offerta con 220 CV al momento del lancio, e l’Abarth 600e dovranno fare attenzione.

La presenza della bomba francese al Salone di Parigi 2024 è stata confermata e, secondo le nostre informazioni, si affiancherà alla Mini Cooper JCW. Abarth non sarà presente al Salone francese. Tuttavia, non sono ancora stati rilasciati dettagli sulla potenza delle batterie, che dovrebbero essere identiche a quelle delle versioni SE, ovvero 54,2 kWh.

Nuova Ferrari Purosangue elettrica: anteprima Rendering

Ferrari sta per presentare il suo primo SUV elettrico.

La casa automobilistica italiana sta preparando la sua prima auto elettrica prodotta in serie e gli esemplari di prova sono già stati ripetutamente catturati dall’obiettivo dei fotografi spia. Grazie alle foto che ne sono scaturite, abbiamo l’opportunità di farci una prima idea di come sarà la novità. Questi rendering di Kolesa.ru ci permettono di dare uno sguardo in anteprima al modello.

L’anteprima della prima auto elettrica Ferrari è prevista per il 2025. L’azienda non ha ancora annunciato alcun dettaglio sul suo design, nemmeno il tipo di carrozzeria è noto. Tutto ciò che abbiamo ora sono le foto del prototipo, che in realtà è il cosiddetto “mulo” – stampato da diverse parti della carrozzeria di diversi modelli. Nella sua forma attuale, è una via di mezzo tra un crossover e una hatchback a cinque porte.
Questi rendering partono dalle foto spia e immaginano come potrebbe apparire questa carrozzeria nel look tipico del marchio italiano. Il modello più simile a questo tipo di carrozzeria nell’attuale gamma Ferrari è, ovviamente, il primo crossover del marchio con il nome di Purosangue.

Rendering Kolesa.ru

IL SUV FERRARI

L’aspetto stilistico principale è mutuato dalla Ferrari Purosangue, compreso il design della parte anteriore, mentre il paraurti è originale. In uno stile simile sono realizzati i passaruota, i vetri laterali e le maniglie delle portiere, solo che in questo caso sono presenti su ogni porta e le portiere sono tradizionali, non a battente. Il posteriore, a parte la Purosangue, è ispirato alla nuova 12Cilindri coupé.
Oltre alle caratteristiche dell’aspetto della futura auto elettrica, anche i suoi dati tecnici sono per ora tenuti segreti. Ci sono solo informazioni preliminari sul costo della novità, che potrebbe essere di circa 500.000 dollari. Per fare un confronto, il prezzo di partenza annunciato dell’ultima novità di produzione Ferrari 12Cilindri è di 395.000 euro (circa 438.000 dollari al cambio attuale).

Nuova Chrysler SUV: sarà la Peugeot 5008?

Chrysler potrebbe proporre un SUV basato sulla Peugeot 5008.

Da questa parte dell’Atlantico, il marchio Chrysler è spesso associato alla lucentezza esotica degli anni d’oro dell’industria automobilistica americana, ma dall’altra parte dell’Atlantico ha acquisito un’immagine moribonda a causa delle peregrinazioni del suo ex proprietario, FCA (Fiat-Chrysler). Il defunto Sergio Marchionne, all’epoca al comando, l’ha progressivamente abbandonata non rinnovando la sua gamma, tanto che oggi si riduce a un’unica monovolume chiamata Pacifica, già a otto anni di una carriera che potrebbe durarne altri cinque, come sembrano suggerire i colleghi del media americano Carscoops.com. Il rendering in copertina di Auto-moto.it ci permette di dare uno sguardo in anteprima al modello.
Il gruppo Stellantis, che ora detiene il marchio Chrysler, ha ereditato questa situazione onnipresente e sta cercando di rassicurare il pubblico sul fatto che continuerà, nonostante la crudele mancanza di visibilità sull’arrivo di un nuovo modello. Per il momento, le concept car Airflow e Halcyon, presentate rispettivamente nel 2021 e nel febbraio 2024, non hanno visto alcuna produzione di serie. Secondo Carscoops, la salvezza del marchio arriverà solo nel 2026, quando lancerà un crossover basato sulla piattaforma tecnica STLA Medium, inaugurata nel 2023 dalla Peugeot 3008.

SUV A 7 POSTI

Una piattaforma relativamente modesta per un’auto americana
Sebbene si apprenda che questo nuovo modello con marchio Chrysler avrà solo due file di sedili, si ha ragione di credere che le sue dimensioni lo avvicinino più alla cugina Peugeot 5008 (4,79 m di lunghezza) che alla 3008 (4,54 m), dati gli standard di abitabilità preferiti dai clienti americani, nonché il posizionamento relativamente familiare che la casa automobilistica ha assunto per diversi anni. Da qui l’utilizzo della base STLA Medium, relativamente modesta in termini di prestazioni, piuttosto che la “mostruosa” base tecnica STLA Large promessa da Jeep e Dodge per i suoi modelli più “muscolosi”. Tuttavia, nella sua configurazione 100% elettrica, la più modesta delle due promette di erogare fino a 390 CV.
Il futuro SUV di Chrysler, il cui nome non è ancora stato confermato, dovrebbe vantare un’autonomia fino a 660 km, grazie alla batteria da 98 kWh.

Sul fronte della combustione interna, difficilmente il pubblico americano si accontenterà della singola unità mild hybrid 48V da 136 CV disponibile sotto i cofani della 3008 e della 5008. Opteranno invece senza dubbio per il nuovo propulsore ibrido ricaricabile da 195 CV, in attesa di un ipotetico sviluppo dei motori a combustione.

Nuova MG Windsor 2024: arriva in India

La nuova MG Windsor sbarca in India.

SAIC porterà il marchio MG sul mercato indiano nel 2019. Per poter fissare prezzi competitivi, aveva bisogno di una produzione locale, così SAIC nel 2017 ha rilevato da General Motors Corporation lo stabilimento non necessario di Halol (Gujarat).

Gli indiani hanno accolto la MG cinese con un certo favore, e ora la MG è stabilmente tra i primi dieci marchi automobilistici più popolari in India: da gennaio ad agosto di quest’anno, ha venduto qui 36.046 auto (-5,7% rispetto all’APPG). Volkswagen, Renault, Skoda, Nissan e Citroen vendono oggi in India meno auto di MG.

L’attività di MG in India avrebbe potuto avere ancora più successo se non fosse stato per il peggioramento delle relazioni tra India e Cina, iniziato nel 2020 a causa di un altro conflitto sul confine conteso dell’Himalaya. Il governo indiano, dopo questo conflitto, ha iniziato a mettere i bastoni tra le ruote all’azienda locale SAIC e l’ha costretta a riformarla in una joint venture: dall’anno scorso l’azienda indiana SAIC si chiama JSW MG Motor India, di cui l’azienda automobilistica cinese possiede solo il 49%, mentre il resto è costituito da aziende indiane, la principale delle quali è diventata il conglomerato industriale indiano JSW Group (la sua quota è del 35%).

Questa settimana si è saputo che il governo cinese, da parte sua, ha raccomandato vivamente alle case automobilistiche cinesi di non costruire fabbriche in India: ciò significa che non ci saranno nuovi investimenti nella produzione indiana da parte di SAIC. Ciononostante, la MG continua a lavorare in India e amplia la sua gamma di modelli: questa settimana è stata integrata da un microvan elettrico MG Windsor, che sarà in vendita il 3 ottobre.

MG AVANZA IN INDIA

L’MG Windsor è una Baojun Cloud (nota anche come Baojun Yunduo) leggermente ridisegnata che ha debuttato in Cina lo scorso anno. Anche il marchio Baojun è di proprietà di SAIC, o meglio della joint venture SAIC-GM-Wuling. All’inizio di quest’anno, la Baojun Cloud aveva già subito un cambio di marchio, andando a conquistare l’Indonesia come Wuling Cloud. Dalla Baojun Cloud originale la nuova MG differisce, infatti, solo per gli emblemi e per le plastiche aggiuntive sulla carrozzeria: modanature laterali, griglia sul cofano, mascherina nera sul frontale con la scritta Morris Garages e altri orpelli. Il nome Windsor si riferisce ovviamente alla città inglese di Windsor, nel Berkshire, dove si trova il leggendario Castello di Windsor.
La lunghezza complessiva della MG Windsor è di 4295 mm, la larghezza di 1850 mm, l’altezza di 1677 mm e il passo di 2700 mm. Le sospensioni anteriori sono di tipo McPherson, quelle posteriori sono semidirette con una trave di torsione trasversale. L’unico motore elettrico si trova sull’asse anteriore e fa ruotare le ruote anteriori; la sua potenza massima è di 100 kW (136 CV) e 200 Nm. La capacità della batteria è di 38 kWh, l’autonomia con una singola carica è di 331 km secondo il ciclo ARAI indiano, la potenza massima di ricarica è di 45 kW.

La MG Windsor è dotata di serie di 6 airbag, ESP, cruise control, climatizzatore, sistema audio a 6 altoparlanti, schermo della strumentazione da 7 pollici, schermo multimediale da 10,1 pollici (c’è il supporto wireless per Apple Carplay e Android Auto) e cerchi in acciaio da 17 pollici nella Excite base.
La versione top di Essence è dotata di schermo della strumentazione da 8,8 pollici, schermo multimediale da 15,6 pollici con funzionalità estese, telecamere per la visione a 360°, ripiano con ricarica wireless per smartphone, interni in pelle, sedili anteriori ventilati, filtro dell’aria, sistema audio Infinity con nove altoparlanti, tetto panoramico in vetro e cerchi in lega da 18 pollici.

Marcello Gandini, la “Lectio Magistralis” che ci invita ad essere migliori

Ancora prima di nascere, l’ambiente intorno a noi – insieme alla contemporaneità ed agli effetti del passato – imprime dentro ogni persona una serie di sfumature, di accordi, ma anche di impercettibile prigionia in grado di condizionare e mutare l’orientamento del nostro vivere, e della nostra crescita. 

Questo concetto, seppure ovvio, implica un grado di “rischio” inversamente proporzionale alla consapevolezza personale che se ne può avere: pensiamo a quanti input ci attraversano ogni minuto della giornata, come li assimiliamo più o meno consapevolmente, e quali contromisure o processi deduttivi dovrebbe stimolarci – spesso a salvaguardia personale – ciascun input. Il che non esclude l’esistenza di input in grado di rendere la nostra essenza individuale migliore e più completa.

Anch’io, figlio della mia epoca e circondato dai suoi protagonisti, sono anche il prodotto di influenze specifiche: arrivato come sono, in un modo o in un altro, al mezzo secolo della mia vita lungo epoche e momenti storici e dentro ambienti e contesti che hanno fatto di me qualcosa che altri contesti e momenti avrebbero reso diverso. 

Sono nato, ad esempio, quando l’impronta del primo uomo sulla Luna fu accompagnata da quello del Lunar RovingVehicle (Rover) che con le sue quattro ruote tassellate sembrava sublimare la vittoria dell’auto nell’iperspazio.

E sono cresciuto, anche, camminando nell’Urbe che è culla mondiale di arte, cultura e tradizioni, respirando il senso del bello, delle proporzioni, dello stile, dell’armonia e della ricchezza trasmessa dal patrimonio architettonico, scultoreo e grafico che compone l’Italia: di questo senso del bello il mondo dell’Auto avrebbe avuto esempi didascalici per lungo tempo.

E mentre crescevo in questo contesto, gli anni Settanta della crisi energetica, del Kippur, di Kissinger e dell’America con la “Kappa”, ma anche gli anni della contestazione giovanile ed operaia, quelli di Giorgiana Masi e degli anni di piombo colpivano anche l’auto: le Diesel, le sassate proletarie ed operaie alle auto dei ricchi; eventi coperti piano piano da quello che i cronisti chiamarono anni dopo “l’Edonismo Reaganiano” con il progresso tecnologico dell’elettronica e del Computer, con le galoppate ed i crolli dei Titoli azionari in Borsa, con la finanza internazionale rampante dell’Occidente che veleggiava trionfante verso gli Imperi del Male e verso un continente asiatico di nuovo in cerca del suo prossimo Marco Polo. 

Ed anche l’auto diventò l’emblema dell’elettronica, della tecnologia miniaturizzata, dei cristalli liquidi e dei led, da quella fantomatica “Aston Martin Lagonda” la cui elettronica digitale fu una vera iattura alla piccola Renault “11” con la vocina assistente nell’abitacolo…

L’auto anche come laboratorio di tecnologia: Turbo, 4×4, i cristalli multistrato, le lamiere zincate, i metalli nobili; e poi i polimeri, i compositi, le fibre, l’iniziale boom della ceramica.

La frontiera ad Est – anche nel confronto automobilistico, era sempre più scricchiolante ed incapace di contenere il cosidetto decadente mondo capitalista; mentre tuttavia ad Oriente si imponeva un popolo giapponese che vendicavacon la guerra commerciale al mondo intero quella insanabile ferita della sconfitta bellica.

Il Pop-Rock inglese rimpiazzava con Duran Duran e Genesis le precedenti rivoluzioni dei Beatles, degli Stones, dei Led Zeppelin e dei Pink Floyd, i giovani non erano già più quella massa unita di Woodstock ma una galassia di diverse socialità messe insieme, anche perché il rampantismo galoppante dalla fine degli anni Ottanta – in risposta alle lotte operaie e studentesche – aveva insinuato in tanti l’imbarazzo per quei contestatori e “figli dei fiori” che stavano per essere seppelliti dalla new generation degli Yuppies.

E così anche “Kar-a-sutra” di Mario Bellini veniva messa in soffitta dal primo monovolume Renault, l’Espace.

Su tutto questo, l’ombrello onnivoro della Televisione e del satellite, che permetteva ad una parte del mondo di credere di poter capire e controllare tutto quel che accadeva dall’altra parte, esaltando da un lato la magnificenza del progresso democratico occidentale contro il medioevo socialista. Il decennio 1979/1989 si era aperto con la rivoluzione komeinista in Iran e si era chiuso con il ragazzino cinese davanti al carro armato di Piazza Tien an men.

In questo panorama le “strade” del mondo erano rappresentate e percorse anche e soprattutto da una protagonista indiscussa: l’automobile, che noi occidentali volevamo sempre più bella, diversa, estesa, tecnologica, comoda, opulenta, spaziosa, disponibile ed utilizzabile. Anche e soprattutto per distinguerci dal resto del mondo. E di quel mondo dell’auto, io come tanti, mi sono cibato per decenni lasciando che le sue vicende producessero in me effetti e cambiamenti.

 

L’automobile era diventata, nel ponte tra gli anni Settanta ed Ottanta, un complesso di simboli e significati in grado di rappresentare e surrogare contesti socio-economici, culturali e geo-territoriali tra loro diversissimi.

In America era lo specchio di un sogno al tramonto, in Giappone il grilletto di una pacifica pistola industriale puntata contro l’Occidente; in Europa l’automobile era invece, in quell’intervallo temporale, il teatro di battaglie industriali e di scontri dimensionali dove le bocche di fuoco provenivano dai consulenti di Marketing e di immagine e dove la posta in gioco era la conquista dei mercati nazionali e dei target di vendita. 

Benchè, nell’arco del ventennio tra inizio anni Settanta e fine anni Novanta, l’Europa fu capace di offrire una produzione ed un assortimento automobilistico capace di far impallidire il mondo: non vi era architettura motoristica, forma volumetrica, dotazione tecnologica ed informatica che il Vecchio Continente non riuscì a rendere possibile per gli automobilisti di tutti i giorni. Mancava solo un travaso, dal continente a Stelle e Strisce: la bulimia finanziaria, dalla quale è derivato il terremoto di cui ancora adesso paghiamo le conseguenze. Ma questa è un’altra storia.

L’auto, dagli anni Settanta, era così diventata per una fetta importante della Società – sia automobilistica che non – un simbolo di sviluppo e di simbiosi culturale tra le persone ed il loro ambiente. 

L’auto cominciava ad essere portatrice di significati e di input, dunque, che finivano per superare il suo stesso mercato per contaminare abbigliamento, cultura, industria e consumo nel suo complesso. 

Partiamo da questo, preliminarmente, per ragionare su quel che l’auto rappresentava nel mondo occidentale dagli anni Settanta in poi, proprio quel periodo nel quale la mia esistenza ha incrociato quella di nomi tra i più prestigiosi della storia.

L’auto era rimasta un simbolo di potenza industriale nazionale come lo era stata prima della Guerra, ma dagli anni Sessanta la crescita del mercato di massa aveva generato sentimenti di appartenenza crescenti dentro i quali si era radicato il vero e proprio tifo sportivo. 

Le Gare erano diventate per i Costruttori il fronte di guerra estremo e più ambito: vincere significava avere un battàgepubblicitario e mediatico sui concorrenti spendibile sulla produzione stradale, dove infatti le auto sportive erano diventate il fiore all’occhiello dei Marchi. 

Se gli anni Settanta dell’Auto europea erano stati per il “primo terzo” il teatro di crescita delle utilitarie, per il secondo il palcoscenico dell’avvento del motore a Gasolio, l’ultima parte degli anni Settanta recuperava un poco dell’Austherity energetica sviluppando le piccole serie sportive di cilindrata ridotta per le quali, da là a poco, l’avvento del turbocompressore avrebbe aperto confini di mercato inaspettato.

Lo stile delle auto, in questo, cominciava a dover rappresentare non solo le qualità e le aspettative che l’automobilista cercava di soddisfare con l’acquisto; ma anche quella “Corporate Image” che ogni Costruttore o Gruppo cercava in un mercato sempre più globale dove l’impatto della forza industriale e commerciale dei protagonisti diventava un elemento determinante di successo.

Quindi a partire da un certo momento degli anni Settanta le auto cominciavano a diventare testimoni di messaggi e di valori in grado di superare il loro contesto utilitaristico o territoriale di riferimento.

Su questo ci basta ricordare le Supercar in grado di simboleggiare la potenza e la sportività della pista sulle strade di ogni giorno, ma anche la nascente moda anni Ottanta delle fuoristrada capaci di evocare la magia dei paesaggi africani tra le vie cittadine.

Ma su tutto il contesto dello stile automobilistico e delle due ruote, a dominare la scena si era posto al vertice di tutto lui, l’Industrial Designer ovvero “la firma di stile”, chiamato ad integrare tra loro e sublimare linea, volumetria, ingombri, doti dinamiche, carattere e simbologia evocativa. 

Il tutto all’ombra di un contesto industriale e tecnologico nel quale CAD/CAE/CAM erano per la gran parte sinonimo di ambienti di sviluppo tutti ancora da costruire; dove la realizzazione dei bozzetti grafici era 100% manualità e matite su carta; dove le “maquette” in 3D erano ancora in clay o terracotta e dove i vari passaggi di rifinitura per arrivare al modello finale erano corredati di biblica pazienza e di infiniti tocchi di spatole.

In questa cornice, pazientemente e con grande impegno, le menti e le mani dei Designer esercitavano quella prerogativa unica che li differenziava dalla gente comune: la capacità di costruire un futuro esistente solo nel loro pensiero, riuscendo a scomporre, articolare e scansionare ogni linea e componente dell’auto nata dentro la loro dimensione immaginaria.

ITALIA CULLA DELL’AUTO

Il “Made in Italy” era tale davvero: la presenza di Centri Stile interni alle Case Auto si sommava all’azione di firme capaci di sconvolgere i sensi collettivi con le proprie creazioni. Pensando a questo, sembra incredibile che quella sovrabbondanza di protagonisti nazionali all’alba degli anni Settanta fosse semplicemente una porzione di quelli che anni prima avevano in qualche modo chiuso la propria parabola (fallimenti, cessazione attività, confluenza in altre realtà, trasformazioni aziendali) scomparendo dagli annali ma non certo da quel brodo di coltura che avrebbe dominato prime pagine e media TV dagli anni Ottanta.

E così, il sottoscritto fin dall’età della scuola media si trovò a riempire le pagine dei quaderni di bozzetti, piccoli particolari, tratti e scarabocchi che volevano emulare quei sogni a due e quattro ruote che popolavano i miei sogni di ragazzino. 

Ma il mio battesimo con le auto da sogno era avvenuto alcuni anni prima con due protagoniste ben precise, una sorta di imprinting con le quattro ruote: due auto, primogenite del sogno, che avevano fatto da apripista alla mia passione ed alla mia ammirazione; a quattro/cinque anni fu come un’onda in pieno viso, come colpi di vento, come bagliori di luce.

Vidi su una vecchia copia di Quattroruote la “IntermeccanicaIndra” e poi la concept “Lancia Stratos Zero” viste entrambe all’interno di una vecchia copia di “Quattroruote” che ho letteralmente consumato con gli occhi e che erano l’oggetto del desiderio dal momento in cui avendo raggiunto la prima età di una basica ragione (cinque anni) e di una capacità selettiva di preferenza. Ma più vedevo quelle due immagini e più sentivo il suono dei segni di matita nel vento, quei segni che avevano creato quelle bellezze straordinarie.

Lascio aperta la parentesi sulla Intermeccanica “Indra” di Franco Scaglione, una dea a quattro ruote da richiamare in uno spazio dedicato appositamente; ma l’altra, che da Concept “Zero” era diventata l’auto per la strada ed i Rallyes, per gli anni a venire per me diventerà solo e sempre la “Stratos”. Lei era allo stesso tempo Goldrake, era Moonraker di 007, era il pianeta sconosciuto ed il fondale marino inesplorato con tutti i suoi mostri nascosti. 

Era la distinzione e l’eleganza assoluta di una ragazzina vestita della ferocia di una mangiatrice di uomini e dello sbarazzino anticonformismo di una artista un poco naif. Era il diavolo e l’acquasanta, una violenza estatica alla quale era impossibile non assoggettarsi, una frustata alla immaginazione comune spinta da quella Lancia a correre più veloce per cercare di abbracciare tutto il senso di quella divina tempesta di simboli e sensazioni. 

Ma soprattutto per me era una entità che non credevo potesse essere uscita dalla mente umana: infatti solo da un momento successivo risaltò alla mia attenzione ed alla mia memoria il nome del suo solenne creatore, Marcello Gandini, senza che di lui conoscessi neppure il volto. 

Per anni sarà così: Gandini era il mio riferimento ed il mio mistero misterioso: senza Internet e Social, apparirà davanti a me solo con le sue creature fino – pensate – alla fine degli anni Novanta. Nulla a che vedere con alcuni colleghi Stilisti e Designer di auto che avevano il beneficio dei riflettori mediatici da tanti anni prima.

Da quella Stratos è passata sotto i ponti una infinità di acqua, di vita e di eventi diversi che hanno indirizzato e influenzato il sottoscritto spettatore di un arco temporale (tra metà anni Settanta e metà anni Novanta) in cui la fantasia dei Designer ha gratificato l’immaginazione e la passione di automobilisti e di appassionati. Anche per questo il profilo e la personalità dei disegnatori di auto era diventato di interesse mediatico. Eppure Gandini risultava, alla pari di colleghi connazionali (Fioravanti, Martin, Cressoni, Bruno Sacco) o stranieri (Opron, Deschamps, Tijarda) decisamente distante dal jet set mediatico oggettivamente inaugurato da Giorgetto Giugiaro e proseguito negli anni Novanta, ad esempio, da De Silva e Chris Bangle.

Nulla che, in questo mio descrivere, possa o debba essere percepito come critico o diminutivo di alcuni nomi rispetto agli altri in elenco; ma è evidente che la parsimonia comunicativa su Gandini, al di fuori dell’informazione specialistica e di dettaglio sulle sue creazioni, ha allo stesso tempo aumentato la mia naturale curiosità di bambino/adolescente/ragazzo su di lui mentre allo stesso tempo rendeva inesorabilmente Giorgetto Giugiaro una presenza sempre più radicata nella mia immaginazione unitamente al fatto, senza dubbio, che entrambi (Giugiaro e Gandini) rappresentavano forse i più efficaci e calzanti traduttori di trends, simboli e concetti vincenti in tema di Design auto.

 

E così, nel dualismo di cui sopra, dagli anni Settanta si succedevano nella mia coscienza automobilistica le emozioni sensitive e percettive a confronto di 308 GT4 contro Maserati Merak, di Mini 90 contro Fiat Panda, di Uno contro Supercinque, e così via. 

Un universo, una parure solo esemplificativa dei gioielli che entrambi i nostri due geni dello stile riuscivano ad inanellare. 

Perché astraendo dai frontismi che solo una propaganda in malafede poteva alimentare il mio parere è che entrambi siano geni del mondo dell’Auto.

Un vacillare continuo del sottoscritto tra – ad esempio – le forme arrembanti della “Isuzu Piazza” di Giugiaro contro la rivoluzione discreta e provocatoria di Citroen BX di Gandini, una delle sole quattro Citroen che adoro nella mia vita; e quel confronto biblico dentro me si è alternato fino ad un momento discriminante: quando ho visto per la prima volta – nell’evento del 12 Giugno 1991 – il punto di arrivo irreversibile e di non ritorno in quello che costituiva la “summa” del mio gradimento e delle mie aspirazioni in tema di automobili. 

Era scesa sulla terra la “Iso Grifo 90” di Gandini.

A quel punto non c’era e non ci sarebbe stato nulla, in seguito, di più coinvolgente di Lei, nella mia fantasia: Grifoper me ha rappresentato un capitolato di leggi ideali, un disciplinare incardinato sulla modalità canonica di riportare sugli scudi non tanto un’auto del passato quanto una identità automobilistica il cui passato viene proiettato e riconfigurato in linea con un nuovo futuro.

Marcello Gandini, poeta di un mondo in continuo cambiamento

 

Un Designer fa politica? Bella domanda. Di certo fa cultura, e nel caso Marcello Gandini ha creato e trasmesso davvero una traccia indelebile anche di cultura della bellezza. 

 

Cosa significa “politica”? Mentre dico questa parola il ricordo va alla cronologia fotografica del nostro tempo recente dagli anni Settanta ad oggi: le istantanee delle Domeniche a piedi per la crisi energetica, i contorni di foto gravide di fumo dei lacrimogeni e degli attentati negli anni di Piombo, i colori vivi e sgranati delle foto anni ’80 con le immagini di una Società in corsa verso il benessere: un Designer come Gandini non poteva essere distante o peggio incurante di tutto questo, ma doveva tradurre in linee e simboli effetti e vincoli di quelle trasformazioni sociali, e dunque a sua volta Marcello Gandini, in questo senso, è stato capace di tradurre nelle sue creazioni anche influssi culturali e politici. 

 

Mi ricordo benissimo il 7 Gennaio sera di quel 1978: era un Sabato, ed a otto anni fui praticamente sollevato e strattonato da mia madre davanti all’ingresso dell’oratorio; erano le 19,00 e due ragazzi erano da poco stati centrati da pallottole sparate davanti Via Acca Larenzia, nelle cui vicinanze abitavamo all’epoca.

 

Ricordo l’aria illuminata dalle luci stradali che immortalava la polvere alzata da lacrimogeni e molotov in risposta al tumulto giovanile, i rumori degli spari e le sgommate delle pantere della Polizia che segnarono per sempre la memoria di un bambino. 

 

Ho pensato a lungo quanto potesse, quel clima, pesare sul sentimento di Marcello Gandini mentre pensava a studenti e contestatori che spaccavano i vetri delle “sue” Maserati come di altre auto di prestigio perché considerate roba da “capitalisti”; penso ancora a Marcello che immette quasi come atto di forza, nelle Domeniche a piedi della crisi energetica, una belva onnivora come la “Countach” in grado tuttavia di restituire sogno ed emozione ad un pubblico automobilistico in depressione; anche se, per personalissimo contrappasso, Marcello ideò ai tempi della Countach anche quella che sino ai giorni nostri rimane una delle “pure sport” popolari più easy ed accessibili di sempre: la piccola e terribile Fiat “X1/9” 1300.

 

Penso anche alla “Garmisch” che ad inizio Settanta apriva alla BMW le porte per concepire la berlina media del suodestino e che avrebbe in parte cambiato la visione generale di quel Marchio, perchè dentro una linea dinamica e discreta celava l’indole di una ammiraglia sportiva; senza dimenticare quel “ponte tibetano” che fu la Maserati “Quattroporte II” che solo la endemica nevrosi e paranoia transalpina poteva cassare senza l’onere della prova. 

 

Peugeot, ormai proprietaria di un Tridente che i francesi avevano portato sull’orlo del baratro, negò alla Maserati il diritto di una sua Ammiraglia, e la piattaforma tecnica decisa a Parigi fu più un esercizio di autolesionismo che non una visione strategica alternativa alla classica ricchezza di quel segmento di mercato, in risposta alla crisi energetica del periodo.

 

Nonostante questo Marcello Gandini decise di rendere quella “Quattroporte II” un’auto in grado di parlare e di raccontare sé stessa: se fosse stata messa in commercio avrebbe comunque spiegato ai suoi clienti tutto quello che Gandini gli aveva trasmesso: distinzione, classe, e rassicurante dinamismo.

 

Penso al Marcello Gandini, poi, del 1994: che quasi epico prende la materia di quella sua vecchia “Quattroporte II” e sempre con l’indole di voler salvare il Marchio riesce a rivoluzionare non solo la sua originaria creatura ma anche la successiva “III” del 1979; offrendo una ammiraglia snella, agile ma allo stesso tempo comunque regale sul “vecchio” telaio – obbligato dalle politiche dell’austerità inevitabili per De Tomaso – della famiglia “Biturbo”.

 

Penso soprattutto all’indole di Gandini più vicina ed empatica con le masse e soprattutto con le esigenze di tutti i giorni, e mi viene in mente l’artista che sfida il pauperismo borghese tipico delle utilitarie di Corso Marconi di quel tempo e regala al ceto medio una piccola signora, la Innocenti Mini 90, pratica ed allo stesso tempo aristocratica, capace di regalare alla massaia il vezzo tipico di chi guidava auto di cosiddetta classe superiore: un miracolo del Designer alle prese con budget omeopatici di Leyland – Innocenti e con il vecchio Chassis inglese; ciononostante le agitazioni operaie alla Innocenti nel periodo buio renderanno difficili le consegne di una piccola subito richiestissima.

Senza la Mini 90 non sarebbero nate nel tempo City car come Rover Metro, Fiat Uno e Peugeot 205; e senza la Supercinque di Gandini forse non sarebbe cresciuto come è cresciuto il Segmento “B” da metà anni Ottanta sino a diventare il mercato europeo leader in Europa per volumi e presenza di modelli fino al 2010, per poi lasciare gradualmente spazio al Segmento “C” e crossover B/C.

 

E forse senza la Renault “5 Turbo” del 1979 non avremmo visto la serie di piccole supersportive salite alla ribalta dagli anni Ottanta ed offerte da quasi tutti i Marchi.

 

Sarebbe il caso di onorare il ricordo dei Designer e delle automobili anche per questo: perché ogni loro opera ha seguito, immortalato, onorato e trasformato l’epoca e la Società che ha avuto davanti. I Designer Auto hanno regalato cultura, senso, eleganza. E crescita.

 

La “Lectio Magistralis” di Marcello Gandini, manifesto per le generazioni future

 

“La funzione più importante del designer: provocare un sentimento, una seduzione, una reazione emotiva”.

 

Per decenni i tomi di Marketing, di Organizzazione Aziendale e di Advertising hanno provato a rendere un concetto didascalico del Design Industriale. Una definizione valida per tutto e per tutti. Senza tuttavia riuscirvi. 

 

Mai nessuno, a mia memoria, è stato in grado come Marcello Gandini di racchiudere in queste poche parole appena descritte la vera essenza del protagonista ed interprete del Design, cioè il Designer. 

 

Quello raffigurato dal Maestro tuttavia non contempla un profilo generico di Designer ma sembra quasi il suo Biglietto da visita, rappresentato durante il discorso per la Cerimonia di conferimento della Laurea Honoris Causa in Ingegneria meccanica al Politecnico di Torino il 12 Gennaio scorso.

 

La “Lectio Magistralis” che Marcello Gandini ha esposto al mondo, quell’intero mondo con il quale ha comunicato per oltre sessanta anni di opere universali ed immortali di bellezza automobilistica ed industriale, rivelando quel suo profilo vitale di ragazzo ribelle, di genio capace di ribaltare canoni così come fece a quel suo primo incontro con un modellista tanti anni fa, quando gli aveva presentato un suo disegno “rivoltando” l’orientamento canonico del muso dell’auto, che usualmente era rivolto alla sinistra di chi guardava.

 

In quella sua testimonianza di accompagnamento alla cerimonia della Laurea Marcello Gandini ha espresso il suo messaggio fondamentale per le generazioni future: 

 

 

Il coraggio di cambiare

Il mondo del Design è segnato più da tendenze che da idee, ecco un altro pensiero che Gandini ha trasmesso nella sua “Lectio Magistralis” insieme al monito di conoscere bene la storia e l’evoluzione di uno specifico settore di interesse, se si vuole davvero progettare qualcosa di nuovo:

 

“Lo stile insegue sé stesso cercando di ripetere all’infinito le auto che hanno avuto successo. Bisogna trovare il coraggio di cambiare”: la frase testuale che spero impegnerà i Designer di oggi e di domani ad onorare il ricordo del Maestro, che nel tempo recente aveva seguito un filone di ricerca e sperimentazione basato sulla semplificazione di processo e delle strutture dell’auto. Una ricerca che lui stesso ha esemplificato in modo azzeccato così: “Un metodo di progettazione e costruzione che consente una riduzione drastica delle otto operazioni industriali necessarie, e quindi degli spazi, della manodopera, dei robot, dei costi complessivi. sono riuscito a creare non più una nave costruita nella bottiglia, ma un tipo di bottiglia a cui la nave potesse unirsi già completa e pronta”. E quella nave, quella bottiglia, parte dalla Carrozzeria Marazzi a Milano, per meglio dire tra Saronno ed Arese. 

 

Era il 1963. Nel 1965, sessanta anni fa esatti il prossimo anno, Gandini era nominato Responsabile del Centro Stile della Bertone a Grugliasco. Neppure immaginate il paradiso amanuense ed artigianale di Carrozzerie, battilastra, modellisti ed esperti in grado, nel perimetro torinese, di dare vita ai sogni a quei tempi. Fa effetto pensare che è tutto scomparso da allora.

 

Fa effetto anche, Vi confesso, pensare che l’uomo che ben oltre mezzo secolo fa ci ha regalato Countach, Stratos, Espada, Mini 90, decine di concept da sogno; l’uomo che ha sfidato il crepuscolo degli anni Novanta con una pioggia di supercar a sua firma; l’uomo che è stato in grado di vestire l’unica sedici cilindri di quaranta anni fa senza farla apparire un carro armato (la Cizeta); l’uomo che ha regalato alla Renault una “dinastia” (la Supercinque) ed alla Citroen la continuità vitale dopo Robert Opron e mille altri colpi di genio, abbia avuto curiosità ed umiltà per continuare a sperimentare fino all’ultimo e senza sedersi sugli allori, e di farlo nella discrezione e lontano dai riflettori. 

 

Chi è capace di amare fa così, ed il senso di amore di Gandini per le auto doveva per forza accompagnarsi ad atti di forza e persino di ribellione: ai dogmi familiari di una carriera prefigurata ed obbligata cui Marcello sfuggi’dovendone pagare le conseguenze trovandosi per diversi anni giovanili a vivere fuori dalla sua casa con grandi sacrifici, ma anche verso i committenti ai quali Gandini offriva la sua concezione e la sua prospettiva rivoluzionaria. 

“Alla fine del Liceo Classico divenni definitivamente un ragazzo ribelle” – ha scritto il Maestro, rifiutando di iscriversi all’Università e rinunciando alla carriera prefigurata dalla famiglia. 

 

Il messaggio ai giovani: Osate !

“Battetevi per non fare mai ciò che qualcuno ha già fatto, non ripetete nemmeno Voi stessi, trovate soluzioni difficili ma nuove”; ed anche: “Ricavate dalle limitazioni e dalle imposizioni un forte, caparbio e costruttivo senso di ribellione”.

 

Le raccomandazioni di Marcello Gandini ai giovani, nella sua “Lectio Magistralis”, sono forti come le sferzate verso il mondo dei Costruttori, piegati verso la ripetizione di prodotti sempre più uguali e meno emozionali. “Repliche infinite del proprio passato”, definisce l’opera odierna dei Marchi auto.

“Rispettare il proprio passato significa non copiarlo mai, per non rovinarlo e per guardare avanti sostenendo il vero ingegno, l’innovazione, l’avanguardia. Vi auguro un’epoca dove cambiamento e coraggio siano una voce di Business obbligatoria. Io sono dalla vostra parte”.

 

Suggestivo, per un uomo che ha sempre avuto nella mano magica una matita sopra ad un foglio bianco, il passaggio della Lectio: “Usate la tecnologia come mezzo per mettere in pratica le idee, ma non smettete mai di scrivere, disegnare, tracciare con la matita sulla carta. Senza idee, nessuna innovazione tecnologica può essere utile”.

 

Marcello, il suo tappeto volante, la sua favola bella

“Non smettete mai di cercare l’ambiente adatto a Voi; le persone che vi valorizzano e vi mettono in condizione di esprimere il vostro talento e le vostre capacità”. La favola bella di Marcello Gandini, che è esortazione a tutti i ragazzi di domani a non rassegnarsi, è anche tributo e riconoscimento alla persone che forse più a lungo, più di tutti e con più amore ha creduto nel Maestro. La Signora Claudia. 

 

“Ha iniziato allora e continua ad essere la chiave del successo e dei grandi risultati che abbiamo raggiunto insieme. Io la mente creativa, lei la capacità di creare stabilità, solidità. Di sostenermi, organizzare, mantenere relazioni” 

 

La prima persona a cui Gandini dedica il pensiero è proprio lei. Ed insieme, senza dubbio, hanno il merito di aver lasciato un segno indelebile nella storia di quella che Gandini ha figurato con talento unico una dimensione “per metà tappeto volante, per metà casa”. 

 

L’Auto con la “A” maiuscola, alla quale Marcello Gandini – il Maestro – ha dato una bellissima voce.

 

Gandini, nelle pagine dei miei quaderni e nelle pieghe dell’anima

Scuola Media “T. Mommsen”, Roma. 1981, 1983. I famosi “Quadernoni” che si usavano per le Ricerche didattiche. Acquistati nuovi, di solito fin dai primi minuti nelle mie mani vedevano le due pagine di copertina bianche (la seconda e la penultima) scarabocchiati rigorosamente a penna “Bic”. Si trattava di musi, profili, ruote, fanali. Centinaia di “flash” del ricordo di auto viste e desiderate su strada, tra le pagine delle riviste. Pian piano quei quadernoni finivano per avere le prime e le ultime sei o sette pagine piene di segni, schizzi, figurini di auto e moto. Con buona pace dei Professori che se ne dovettero fare una ragione…….

All’epoca ero un buon disegnatore, i concorsi locali, scolastici e regionali di disegno erano vinti a ripetizione quasi con noia. 

 

Mi piaceva anche modellare, e con il Pongo – non chiedetemi perché e come – coinvolsi una intera classe di Scuola elementare nella realizzazione di un mini presepe che fece bella mostra di sé nell’atrio di ingresso. Inutile dire che sui fogli di carta e con le mani su quella pasta colorata cercavo istintivamente di replicare le linee e le sagome delle creature di Gandini.

 

 

Da allora, le vicende familiari e la ovvia (e del tutto giustificabile) limitazione economica mi portarono a seguire il filone familiare degli Studi classici. 

 

Non fu facile condurre cinque anni di Liceo con diversi libri vecchi di venti o trent’anni – persino – tra le mani, ma tra ricopiature e supercazzole sciorinate ai professori riuscivo acavare il minimo sindacale di votazioni e giudizi, per poiridurre all’osso i tempi di studio lasciando spazio a tre passioni cresciute individualmente: Batteria e percussioni musicali, le improvvisate presso i pazienti e premurosi venditori della “Cappelletti Roma “ (concessionaria Suzuki-Cagiva-Ducati dell’epoca) ed ovviamente il disegno di auto e moto: 

passavo le sere a disegnare con matite e pastelli su fogli “A2”, un poco più impegnativi dei quadernoni. 

 

Diventarono una serie, ed all’età di sedici anni ne avevo composto tre pacchi rigidi: uno la inviai a “Quattroruote” per segnalarmi come collaboratore anche estemporaneo nella realizzazione di disegni ed esplosi, ed uno alla “Bertone” di Grugliasco. Incrociai le dita.

 

Mesi dopo, a mezzo lettera su carta intestata entrambi mi indicarono una ipotesi: andare all’I.S.S.A.M. di Modena, all’epoca uno dei Templi europei della didattica Automotive. 

 

Mi colpì soprattutto la risposta della Bertone, dispiaciuta di non avere più possibilità e risorse per l’apprendistato di giovani disegnatori a Grugliasco, ma pronta a “raccomandare” la mia iscrizione in una Scuola che riceveva prenotazioni ogni anno da tutto il mondo.

 

Ancora oggi ricordo l’emozione di aprire quelle buste, spiegare quella carta, leggere quell’iniziale e di prammatica “Egr. Riccardo”…….Davvero altri tempi.

 

La terza busta di disegni, con tanto di fotocopia delle due lettere, fini’ appunto all’Istituto di Modena. Una paterna e simpatica “tirata di orecchie” del Magnifico Rettore (e leggendario, all’epoca) Doro Marotta in risposta: avevo osato definire l’I.S.S.A.M., nella mia presentazione, “uno dei più prestigiosi Centri di Formazione sull’auto”……. Quando al contrario, specificò il Rettore, l’I.S.S.A.M. era l’unico Istituto prestigioso!!!!

 

La nota, affettuosa ed attenta, con la quale lo stesso Istituto scrisse che teneva i miei disegni per buon auspicio, volendomeli riconsegnare “brevi manu” una volta mi fossi iscritto ai Corsi presso la Sede, fu per me sempre un piccolo orgoglio.

 

Purtroppo, ovviamente, la trasferta a Modena ed i costi delle rette annuali erano insormontabili per le finanze familiari: finì così, senza alternative, la mia parentesi passionale, anche perché dopo aver visto “Grifo 90” di Marcello Gandini mi sentii nella onestà morale ed emotiva per riconoscere che non sarei mai potuto essere a quel livello. 

 

Tradussi tutto in una poco consolatoria Borsa di Studio in Marketing Management all’Istituto Europeo di Design e Comunicazione di Roma: da buon originario ligure, tra l’altro, la totale gratuità dovuta a solo cinque Borse di Studio nazionali (in un Istituto di ancora ottima caratura) era una ulteriore gratificazione per una scelta – ahimè – comunque di risulta. Concepire o promuovere le auto attraverso il Marketing era altra cosa rispetto al disegnarle.

 

Un proletario di Largo Colli Albani vestito alla Upim, dunque, che divideva le aule della centralissima Piazza Colonna a Roma con figli e familiari di Industriali e Vip stra-ricchi provenienti da tutta Italia e dall’Europa: fu una bella esperienza, anche se il mondo degli anni Novanta perdeva un Designer in erba e guadagnava un supercazzolarocommerciale in più.

 

Mi accontentai così di far parlare sempre e solo me, nella vita: le auto poteva farle parlare solo il Maestro Marcello Gandini.

 

Diversi anni dopo, quella sua “Lectio Magistralis” è stata occasione anche per me di imparare ancora – da lui –qualcosa di nuovo e di straordinario da tenere nella mente e nel cuore anche per tentare di essere sempre un poco migliori. 

 

Spero davvero che i giovani, destinatari delle esortazioni e della sua premura, sappiano farne tesoro: tutto il comparto Automotive ne ha davvero grande bisogno.

 

Riccardo Bellumor

Nuova Denza Z9 GT 2025: Anteprima

La nuova BYD Denza Z9 GT è pronta al debutto.

Da quando è uscito da una joint venture con Mercedes-Benz, il marchio BYD Denza è diventato sempre più forte, riposizionandosi come marchio premium. Attualmente vende SUV e una monovolume di lusso in grado di competere con la Toyota Alphard, ma ora ha dimostrato quanto sia alto il suo livello di qualità rivelando la sua dichiarazione di intenti: la Z9 GT.

Si tratta di una grande hatchback/wagon sulla falsariga della Zeekr 001 e della Porsche Taycan Sport Turismo, con prestazioni e tecnologia tali da eguagliare o addirittura superare queste vetture. Sarà disponibile in versione ibrida plug-in e completamente elettrica.

Denza ha già prodotto PHEV ad alte prestazioni, utilizzando la già potente configurazione DM-p da 490 CV di BYD, ma la Z9 GT la porta a un livello completamente diverso. Ora c’è un motore turbo a quattro cilindri da 2,0 litri che funge da generatore per alimentare i tre motori elettrici, di cui due posteriori per un corretto torque vectoring, per un’impressionante potenza totale del sistema di 870 PS (640 kW). Secondo Car News China, la vettura accelera da 0 a 100 km/h in 3,6 secondi.

DATI TECNICI

Nonostante questo livello di prestazioni, l’azienda dichiara un’incredibile autonomia elettrica pura di 201 km, per un’autonomia totale di 1.100 km. E anche una volta esaurita la batteria, l’auto è in grado di garantire un consumo di carburante di 5,6 litri per 100 km.

Ma la versione elettrica è ancora più impressionante: gli stessi tre motori, senza il mulino a benzina, sono stati potenziati a ben 963 CV (710 Nm) – abbassando il tempo di scatto del secolo a 3,4 secondi – mentre la batteria da 100 kWh consente un’autonomia di 630 km. Questo dato si riferisce al ciclo CLTC, quindi ci si aspetta un’autonomia reale di circa 500 km, che è comunque piuttosto impressionante per questo tipo di auto.

Per mantenere tutte queste prestazioni sulla strada, la Denza Z9 GT è dotata di serie di sospensioni pneumatiche a doppia camera – che variano l’altezza da terra da 105 a 155 mm – e di uno sterzo posteriore con un’angolazione fino a 20 gradi, che riduce il raggio di sterzata a soli 4,62 m. L’auto può anche “camminare a granchio” fino a 15 gradi, come il GMC Hummer EV.

ARRIVA IN EUROPA

È un bene che la Denza Z9 GT abbia il livello di prestazioni che ha, perché è un’auto grande. Misura 5.180 mm di lunghezza e 1.990 mm di larghezza, il che la rende 217 mm più lunga e 24 mm più larga della già citata Taycan Sport Turismo, mentre il suo passo di 3.125 mm è più lungo di 225 mm.

Queste dimensioni conferiscono alla Denza un aspetto allungato e ribassato, così come l’ampia linea del tetto, la rapida inclinazione del parabrezza posteriore e la superficie laterale smerlata che si sviluppa dalle prese d’aria dei parafanghi anteriori. Nel frattempo, la notevole larghezza dell’auto è enfatizzata dagli ampi fari a due livelli e dai fanali posteriori quasi a tutta larghezza, questi ultimi dotati di una grafica a clessidra che ricorda il logo Denza.

All’interno, la Denza Z9 GT ha un aspetto lussuoso, con un cruscotto dal design ampio, una console centrale fluttuante e una massa di pelle Nappa dall’aspetto costoso. Trattandosi di un’auto cinese del 2024, l’abitacolo è ricco di schermi, tra cui i display widescreen della strumentazione e dei passeggeri anteriori e un enorme touchscreen centrale fluttuante, oltre ad altri due display per le telecamere laterali opzionali.

Sono inoltre disponibili un sedile anteriore del passeggero “a gravità zero”, un sistema audio Devialet con altoparlanti in aumento e non meno di due frigoriferi: uno sotto il bracciolo anteriore, l’altro tra gli schienali dei sedili posteriori. C’è anche un tetto panoramico in vetro, completo di parasole scorrevoli anteriori e posteriori separati.

Oltre alla GT, la Denza Z9 sarà disponibile anche come berlina, che verrà svelata a tempo debito. L’auto è destinata anche all’Europa, dove competerà non solo con la Taycan, ma anche con rivali premium affermate come la BMW i7 e la Mercedes-Benz EQS, e metterà alla prova l’appetito del continente per i veicoli elettrici di lusso ad alte prestazioni.

La Denza Z9 GT sarà mai venduta in Europa? Beh, la conferma dell’imminente arrivo della Denza sulle nostre coste significa che ci sono probabilità non nulle che ciò accada. Tuttavia, non tratterremo il fiato, dato che le rivali citate non sono andate esattamente a ruba e la mancanza di un marchio affermato renderà ancora più difficile la vendita dell’auto qui.

Un vantaggio che potrebbe far pendere la bilancia a favore della Z9 GT è il prezzo.

In Cina, le versioni elettriche dell’auto costano tra i 359.800 yuan e i 385.800 yuan, e anche un forte aumento consentirebbe comunque alla Denza di superare di gran lunga le i7 ed EQS, che costano circa 700.000 yuan.

Nuova Volvo EX90: il tuning Heico

La nuova Volvo EX90 è pronta per essere consegnato ai clienti e sta per ricevere anche le nuove caratteristiche di Heico Sportiv.
La nuova Volvo EX90 si rinnova completamente con un solo dettaglio. – Heico specializzato in modelli Volvo, che ha perfezionato con pacchetti speciali che rispettano l’essenza del design ma aggiungono ulteriore sportività. La seconda generazione della XC90 è passata per le sue mani quasi un decennio fa, ed è tornata, ma non con questo modello.

Ma con la più grande delle auto elettriche del produttore. La nuova Volvo EX90 è balzata agli onori della cronaca per la conferma del suo lancio sul mercato dopo un lungo anno trascorso invano, entrando in produzione poche settimane fa e con i clienti già in attesa di ricevere uno dei SUV più lussuosi e tecnologicamente avanzati.

Forse Heico ha pensato di cambiare il look della nuova EX90 troppo a lungo, o abbastanza a lungo da prendersi il tempo necessario per trovare la migliore ispirazione possibile per trasformare l’estetica del modello. Per ora, è un rendering quello che questo preparatore ha anticipato, ma il risultato è davvero riuscito raggiungendo il suo obiettivo.
Anche se i gusti sono tanti quanti i colori, lo scopo sembra essere stato raggiunto. È bastato un set di enormi cerchi in lega forgiati per cambiare completamente l’aspetto di questo grande SUV. Quando saranno disponibili, e non manca molto, potrete scegliere tra una gamma di diametri fino a un massimo di 23 pollici.

Heico sta preparando anche altri miglioramenti per la nuova Volvo EX90, come molle specifiche per le sospensioni pneumatiche che ridurranno l’altezza da terra, distanziali per le ruote e altre novità sia per gli esterni che per gli interni, che saranno svelate nei prossimi mesi.

La Fiat 500 Elettrica non vende: stop alla produzione

Secondo quanto riportato da Autocar, la produzione dell’utilitaria elettrica a batteria Fiat 500 sarà sospesa per un mese a partire dal 13 settembre a causa della scarsa domanda.

Il calo delle vendite è “legato alle profonde difficoltà incontrate da tutti i produttori nel mercato europeo [dei veicoli elettrici]”, ha dichiarato il gruppo madre Fiat Stellantis in un comunicato.

I dati di vendita forniti da Jato Dynamics indicano che tra gennaio e fine luglio sono state vendute in Europa 74.885 unità della Fiat 500, sia termiche che EV, ovvero il 24% in meno di quanto l’azienda aveva venduto nello stesso periodo dell’anno precedente. Nello stesso periodo, la quota di mercato dei veicoli elettrici in Europa è scesa al 13,5% dal 14,6% del luglio 2023, scrive la rivista.

“La mancanza di chiarezza sugli incentivi e sul futuro dei veicoli elettrici continua a rappresentare un ostacolo per i consumatori che prendono in considerazione un veicolo elettrico. Questi fattori, insieme al basso valore residuo dei veicoli elettrici, hanno contribuito al calo registrato a luglio”, ha dichiarato Felipe Munoz, analista di Jato Dynamics.

Lo sviluppo dell’imminente Fiat 500 Ibrida ibrida è stato determinato dalla lentezza delle vendite della 500e e dall’abbandono della 500 a benzina; la 500 Ibrida mira a sostenere il volume di vendite del marchio, dato che le vendite di veicoli elettrici sono state più deboli del previsto.

IL CROLLO DELLE VENDITE

“Ovviamente, come tutti gli altri, pensavamo che il mondo sarebbe diventato elettrico più velocemente e che il costo dell’elettrificazione sarebbe sceso più rapidamente. Ma non potevamo immaginare che sarebbe successo Covid, che ci sarebbe stata una carenza di materie prime [e] che la società europea – non tutta, non la parte più giovane – avrebbe voltato le spalle alle soluzioni sostenibili, ma questa è la realtà”, ha dichiarato ad Autocar l’amministratore delegato di Fiat Olivier François.

Oltre all’introduzione della 500 Ibrida a benzina, Fiat sta investendo 100 milioni di euro nello sviluppo di una nuova batteria per la Fiat 500e BEV, che aumenterà significativamente l’autonomia della 500e riducendone al contempo il costo”, ha dichiarato Carlos Tavares, CEO di Stellantis.