Puma Automobili: quel sogno romano in Kit di montaggio

Nessuno fa caso ad un capannone, circondato da nuove case, nella zona che è vicina a “Casal Monastero”, alla periferia Nord Est della Capitale. Qui per un po’ di tempo i residenti di quella che era un’area di nuova espansione edilizia avranno pensato di trovarsi nel set di un film. 

Perché da qui – una delle tre sedi storiche della “Puma Automobili” – venivano assemblate, spedite o vendute delle piccole meraviglie che il mondo aveva però imparato a conoscere e che si erano fatte una ottima e brillante pubblicità attraverso i film. In verità mi ricordavo anche una Sede a Via Tiburtina chilometro 18,300 all’altezza di Settecamini, ma mi riprometto di scavare più a fondo nella mia memoria. 

Ma non è questo quello che conta: quello che a me fa ancora oggi davvero meraviglia è che a metà degli anni Ottanta praticamente tutti i Costruttori auto italiani avevano propri Agenti che contrattavano ogni giorno presso Cinecittà o presso le Case di Produzione (De Laurentis, Cecchi Gori, etc…) la possibilità di far apparire propri modelli di auto nei film in uscita. 

Era diventata una abitudine, e quando andavi al Cinema (le fiction TV erano ancora patrimonio del Sudamerica con le Telenovelas, in Italia era un fenomeno lontano ancora anni luce, per fortuna….) ormai sembrava naturale vedere Panda, Uno, Ritmo, Lancia Delta, Alfa 75, persino Maserati Biturbo e Ferrari Testarossa; ma negli anni ’70 solo un ancora ragazzo molto lungimirante e geniale aveva avuto l’intuizione di moltiplicare l’effetto promozionale del cinema anche sulle sue realizzazioni.

Un’altra delle intuizioni innovative e non convenzionali del papà della Puma: Adriano Gatto, il giovane esponente di una famiglia dedicata all’arredamento che un bel giorno, negli USA, arriva per una breve vacanza con amici e si innamora di una cosa mai vista prima in Europa. Si tratta del “Dune Buggy”, che Adriano porta con sé nel ritorno in Italia (dove abitava all’epoca nella bellissima Ronciglione) in……Scatola di montaggio. 

Solo che Adriano non è tipo da accontentarsi: ha occhio e ottima manualità per modificare alcune parti in vetroresina del suo Buggy, che diventa a tal punto attraente e particolare tra le strade di Roma da attirare l’attenzione anche di papabili acquirenti. 

Siamo in una Italia diversa, dentro una società diversa, e così come in Gran Bretagna e diversi Paesi dell’Europa Centrale anche nel nostro Paese chi vuole ed ha un pizzico di senso dell’avventura può finalmente ordinare una vettura artigianale in scatola di montaggio, farsela spedire – più spesso su convoglio ferroviario – fino al garage di casa e decidere di costruire pezzo per pezzo l’auto più personale che si possa immaginare: Puma Automobili è là anche per quello, nel primo Stabilimento che Adriano riesce ad organizzare nella zona di Montesacro/Conca d’Oro (Via Valseriana, ricordo bene???) non appena gli arrivano diversi, forse inaspettati ma benedetti ordini che lo convincono a diventare piccolo Imprenditore delle quattro ruote

Ma, a proposito: sapete perché sto raccontando questa storia?

L’incontro della vita: io ed Adriano Gatto, a Roma

Ho incontrato per la prima volta di persona Adriano Gatto una Domenica di fine Maggio dentro la cornice di una rievocazione storica automobilistica a Caracalla

Davanti a me ho trovato un giovanotto di ottanta anni sorridente, affabile e soprattutto premuroso vicino ad una delle sue creature, una delle ultime berlinette stradali – rossa, bassa e impertinente – da lui fatte con motore Boxer Alfa 33 e guidata dal figlio Gianluca. 

Per me quell’uomo (abiti leggeri e freschi di color chiaro ed un pullover piegato e poggiato sulle spalle a simbolo di quegli anni “70/80” dove questo particolare era di moda tra Vip che lo portavano nello stesso impeccabile modo) era ed è rimasto un eroe della più pura ed artigianale imprenditorialità Automotive; ed era quasi incredibile che io dopo anni potessi parlarci dentro una mattina in cui in mezzo al trambusto il grande Adriano Gatto ha per tutto il tempo chiacchierato amabilmente incontrando tantissimi che come me hanno sentito di potergli dire “Grazie” o per essere stati clienti o perché, come me, da giovani appassionati adolescenti sono cresciuti anche con le sue Puma.

Che sono state un fenomeno industriale, commerciale e sociale nello stesso tempo perché Adriano è stato pioniere e precursore – persino nel confronto con nomi celebri nella storia del nostro Paese – perlomeno di tre fenomeni: il fenomeno mediatico dello Schermo (o meglio del Grande Schermo) per aver scommesso sul ritorno pubblicitario che la grande macchina cinematografica di Cinecittà avrebbe consentito alle auto che Adriano affidava nelle scene dei più iconici film in produzione; poi perché ha capito che nel blocco granitico dei grandi marchi e delle multinazionali Auto c’era spazio per l’immaginazione ed il senso di libertà che le sue auto regalavano come simbolo; ed infine perché prima di tutti gli altri in Italia Adriano Gatto aveva importato il filone delle “Kit Cars”. 

Adriano Gatto, pioniere e precursore geniale: se solo avesse avuto il Web…

Ma qual è la carta di identità delle Puma di Adriano? Le caratteristiche chiave, secondo me, sono state per tanto tempo trascurate od addirittura travisate: in primis, Gatto ha creato una delle prime “Community” Automotive a sua insaputa; fosse avvenuto questo con il supporto del Web e dei Social odierni, sarebbe nato un caso multimediale. Così come se l’azione commerciale di Puma fosse stata corroborata da supporti di e-commerce e di delivery stile Amazon o DHL. 

Fa impressione notare che tanta della architettura commerciale e logistica pensata da Adriano Gatto è antesignana nei suoi passaggi a quella che oggi muove una quota pesantissima di transazioni e compravendite. Ed ecco l’altra peculiarità dell’imprenditore, l’essere antesignano: del Web, anche se non c’era neppure nell’immaginazione; delle potenzialità di schermo e grande schermo, ed infine di un modo di vivere l’auto che prima di lui l’Italia non conosceva. Un limite? Uno in particolare, lo dico da romano: non essere in Emilia Romagna, o a Milano, o a Torino. L’Italia dei consumatori e dei giornali ha da sempre il limite del Campanile. Guarda cosa accade alla Motor Valley anche quando si produce semplicemente una borchia copriruota e vai a vedere come vengono trattate altre aree “doc” del motorismo tricolore. 

Per quanto prestigioso il motorismo romano colleziona nella sua storia solo reliquie: Giannini, De Sanctis, Vaccari, Scuderia Campidoglio, Scuderia Centro Sud; persino un  mito eterno del motorsport universale come Piero Taruffi avrebbe campato di rendita se solo fosse nato sopra i confini della Toscana. Il primo handicap Adriano l’ha pagato con l’attaccamento alle sue radici territoriali. 

Ma chiaramente il “muro di gomma” l’ha poi messo la legislazione italiana: quella che a differenza di Gran Bretagna, Germania, Austria ed Olanda (solo per fare i nomi simbolici dell’Europa dei motori) vede come ancora come un sacrilegio persino l’innocente Tuning, figuriamoci le “Kit Car”. 

Memorabile, nel poco tempo di chiacchierata con Adriano nella cornice domenicale di Caracalla (ne parlavo prima) un passaggio in cui lui, per dimostrare ai funzionari della Motorizzazione la resistenza agli urti della Puma la mandò diretta contro un muro per dimostrarne la totale protezione di scocca e telaio agli sbigottiti funzionari ministeriali.

L’area di Roma, i media, la legislazione italiana: quanti ostacoli per la “Puma”

Quella stessa serie di regole – europee e nazionali – che quasi per miracolo divino permette oggi ad un vecchio Mitsubishi di licenza anni ’90, su una delle tante cinesi di importazione, di diventare magicamente Euro 6d grazie ad un impianto GPL, è stato il vero muro di gomma contro cui neppure la resistente scocca delle Puma si è salvata. 

Dagli anni Novanta le norme del Ministero dei Trasporti diventano punitive, sulle cosiddette “Kit Cars”; e visto che la platea delle microimprese italiane eventualmente interessate da questo mercato embrionale si contava ancora sulle dita di mezza mano, questo vuol dire che Mister Gatto era stato lungimirante un’altra volta. 

 

Quella dimensione di Kit Car che negli anni Settanta non poteva prescindere da massimo due o tre piattaforme tecnologiche (la più diffusa delle quali era ovviamente quella di Chassis e motore del Maggiolino), ma che negli anni Ottanta aveva cominciato ad interessare altre alternative tecniche, probabilmente negli anni Novanta avrebbe contribuito anche in Italia a diffondere, come avveniva in realtà già in Gran Bretagna, l’arcobaleno tecnologico delle giapponesi. 

Evento letale in un mercato nazionale che si avviava a diventare “monocolore” a marchio Fiat. 

E’ solo dietrologia, la mia? No, visto che guarda caso dove Kit Car e Tuning non sono visti come creature del demonio il mercato auto generalmente va meglio che in Italia.

25 anni di Puma, a schiena dritta. Un record che all’epoca non riuscì a molti

Eppure, in una serie di considerazioni che appaiono pessimistiche e recriminatorie c’è anche una riflessione positiva e lusinghiera: da perfetta “battistrada” ed antesignana, con le difficoltà che ho sintetizzato fin qui l’avventurosa “Puma” di Adriano Gatto ha resistito quasi un quarto di secolo. Un record sotto tutti i punti di vista, perché gli anni Settanta sono anche la mannaia sotto la quale finiscono decine di Marchi artigianali sportivi anche molto più grandi ed organizzati della Puma. 

A conferma che l’idea di impresa c’era tutta, e che le leggende metropolitane o le banalità digitali che alcuni si inventano e si sono inventati sul Web su criticità presunte delle auto di Adriano sono in gran parte escamotage per farsi notare: dopo 30 anni è lunga la lista di tanti che hanno continuato e continuano a chiedere ad Adriano Gatto: “Senti, ma perché non ritorni???”

Ma c’è un particolare che – oltre ai film ed alle apparizioni cinematografiche – mi è rimasto impresso nella memoria di adolescente, oltre quaranta anni fa: sulle riviste motoristiche (AutoSprint, Quattroruote) e persino su alcuni giornali della Capitale facevano capolino periodicamente quelle pubblicità “riquadrate” che attiravano subito l’attenzione, più spesso posizionate nello spazio editoriale degli annunci economici o dei redazionali. 

Un ragazzo come me non poteva non volare con la fantasia sulle didascalie volute da Adriano, semplici ma di sicuro effetto shock sui lettori: la foto di uno dei modelli di “Puma” (più spesso la Dune Buggy) con una serie di indicazioni tecniche e poi la dicitura dirompente che ha iconizzato il Marchio.

La mitica pubblicità “PUMA” degli anni Settanta ed Ottanta

Era quella parola “Kit di MONTAGGIO” contrapposta all’altra “Vettura Completa” che infiammava gli animi e la fantasia. Ma forse senza volerlo Adriano Gatto era stato precursore anche di una efficacissima leva commerciale che prenderà piede dappertutto anni dopo. Ricordiamola insieme: si partiva da un prezzo esposto di Lire 650.000 per il “Kit di Montaggio” da spedire a casa del Cliente; oppure – per la Puma GT Dune Buggy– l’entry level era di quasi due milioni di Lire per la vettura completa allestita e montata in fabbrica. 

Siamo a metà degli anni Settanta, e tanto per fare le corrispondenze in valuta attuale questo vuol dire che una Dune Buggy con le seguenti caratteristiche: 

misure 3,60 mt. x 1,90 mt. di larghezza e un metro e venticinque di altezza; 560 kg. a vuoto in ordine di marcia; motore (Maggiolino VW) da 1200 cc. e 41 cavalli; Autotelaio Maggiolino accorciato in fabbrica, ruote da 14” e 15”, quattro posti da non disprezzare; 

sarebbe costata ai Clienti dell’epoca un valore a partire da circa 4.500,00 Euro in scatola di montaggio oppure da quasi dodicimila Euro (IVA e messa su strada escluse, però, per la Puma GT completa uscita di fabbrica). Dai, a pensarci oggi faremmo tutti la fila per poter comprare a queste condizioni, e se fosse ancora consentito dalle leggi italiane una valanga di appassionati passerebbe i Weekend con il meccanico amico a montare il Kit anziché fracassarsi i maroni agli Outlet della moda. 

Chi blatera sul Web di strategia commerciale poco azzeccata non sa davvero quel che dice, o forse non ha di meglio da fare che spararle grosse dalla tastiera.

E persino per la prima serie della “GTV” un prezzo finito (berlinetta montata ed allestita in fabbrica e venduta completa) a partire da 45.000,00 Euro odierni non appare certo una mostruosità a confronto di piccole sportive artigianali che all’epoca erano in vendita tra marchi italiani ed europei. Ma se vogliamo il geniale Gatto aveva battezzato una tecnica di proposta commerciale molto più aggressiva della pubblicità generica di settore. 

Le Puma: meravigliosi giocattoli per adulti con una passione sfrenata

Questa, per le auto mass market, proponeva spesso un prezzo di base (esclusa messa su strada) simmetrico al listino e senza tante promozioni. Dovranno passare tutti gli anni Ottanta per arrivare in generale, in Italia, al famoso “prezzo rottamazione” che mostrava ai potenziali Clienti soglie di prezzo “falciate” rispetto al Listino commerciale.

Adriano Gatto, credo ne fosse cosciente, forniva in effetti due prezzi reali cui sommare poi costi fiscali ed amministrativi come prassi: ma partendo dal prezzo del Kit di montaggio – associato nella pubblicità all’immagine dell’auto completa e marciante – riusciva da un lato ad “ingolosire” e suscitare attenzione del pubblico sulla sua Gamma che in effetti nella soluzione “Kit” era alla portata di tutte le tasche; dall’altro stimolava il lettore della pubblicità a “fare un pensierino” nella valutazione tra due ipotetici modi di acquisto; e questo creava interesse verso un prodotto di nicchia che, fosse stato proposto solo ed esclusivamente con prezzo finito sugli esemplari montati in fabbrica, avrebbe avuto meno clamore mediatico e forse avrebbe snaturato il suo messaggio iniziale: quello di rendere delle auto speciali rispetto al mercato classico ancora più speciali grazie all’impegno personale di chi comprandole in Kit le costruiva come fossero stati giocattoli per adulti. 

Insomma, chi di noi non sognerebbe ancora oggi – nel giorno del compleanno – di sentirsi chiamare da familiari od amici con una frase del tipo: “Sorpresa!! Sei curioso di conoscere il tuo regalo? Affacciati e guarda quella grande cassa davanti a casa!!!”

Proprio per questa peculiarità di aver proposto “giocattoli” speciali per adulti contemporanei e futuri, Adriano Gatto oggi è molto di più che un imprenditore innovativo: è un simbolo dell’auto nella sua era avventurosa, genuina, popolare. 

E chiudo questo pezzo con la speranza, dalle pagine Web di Autoprove.it, di poterVi regalare un Video sulla storia straordinaria della “Puma. Che, per parafrasare il Dottor Cordero di Montezemolo sulla Ferrari Luce, è un’altra delle poche cose che i cinesi non potranno mai copiare. E nemmeno imitare. Grazie, Mister Gatto!

Riccardo Bellumori

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