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Nuova Hyundai Ioniq 3 2026: Rendering

La nuova Hyundai Ioniq 3 aprirà le porte ad un segmento nuovo.

Il costruttore sudcoreano intende democratizzare la sua gamma Ioniq attraverso questa versione 100% elettrica della i30. Cosa sappiamo già della Hyundai Ioniq 3 attesa per il prossimo anno?

Al Salone di Monaco 2025, lo scorso settembre, Hyundai ha fatto scalpore svelando la Concept Three, il cui nome non lascia dubbi sulla volontà del costruttore di preparare la prossima fase di espansione della famiglia Ioniq, 100% elettrica. Finora limitata al numero 5, con una generosa berlina lunga quanto una Citroën C5 Aircross, la gamma Ioniq dovrebbe finalmente scendere di gamma per rivolgersi a un pubblico più ampio, grazie a prezzi più accessibili. Ricordiamo che l’attuale Ioniq 5 ha un prezzo minimo di 44.800 €.
Hyundai propone già modelli 100% elettrici accessibili, tra cui la city car Inster (a partire da 25.000 €) e il SUV urbano Kona (a partire da 36.850 €). Due modelli che tuttavia non fanno parte della gamma Ioniq.
L’arrivo della futura Hyundai Ioniq 3, che avrà una lunghezza di circa 4,30 m, rischia di cannibalizzare la carriera della Kona Electric, più lunga di soli cinque centimetri. Di conseguenza, potrebbe essere presa in considerazione la soppressione della Kona elettrica dal catalogo, lasciando solo le versioni mild-hybrid 48 V e full-hybrid, nell’ambito della sua strategia multi-energia.

ELETTRICA PER TUTTI

La strada sarebbe quindi libera per la futura Hyundai Ioniq 3, che potrebbe competere con la Renault Mégane E-Tech e la MG4, la Volkswagen ID.3 o la Nissan Leaf, senza dimenticare la sua cugina Kia EV4, di cui potrebbe riprendere gran parte della base tecnica. Basata sulla stessa piattaforma E-GMP, la nuova arrivata dovrebbe adottare per la prima volta un’architettura a 400 V, contro gli 800 V dei modelli Ioniq attuali. Offrirà una scelta di batterie da 58,3 kWh e 81,4 kWh, che consentiranno una ricarica dal 10 all’80% in circa 30 minuti. L’autonomia dovrebbe quindi estendersi tra i 450 e i 640 km WLTP, a seconda delle versioni.
Una Ioniq 3 N in preparazione?
Nonostante il suo aspetto da coupé che Hyundai promette fedele al Concept Three, la futura Ioniq 3 dovrebbe debuttare con una potenza ragionevole di 204 CV, simile a quella della Kia EV4. Potrebbe poi vedere la luce una versione più sportiva, denominata “N”, con una potenza raddoppiata. Per quanto riguarda i prezzi, il prezzo di partenza dovrebbe aggirarsi intorno ai 36.850 €, ovvero il prezzo attuale della Kona Electric, dal quale dovrà essere detratto il bonus ecologico. La sua produzione in Turchia dovrebbe inoltre consentirle di essere ammissibile a tale bonus.

Nuova Range Rover Sport Manhart: unica

L’atelier di tuning Manhart Performance ha deciso di potenziare ancora una volta l’attuale fuoristrada britannico Range Rover Sport di terza generazione, ma questa volta gli specialisti tedeschi si sono cimentati con la sua versione top di gamma SV, che ha già una potenza molto buona di fabbrica.

Nel maggio 2023, l’atelier Manhart ha presentato la sua versione da 650 cavalli dell’attuale Range Rover Sport, denominata SV 650, e lo ha fatto due settimane prima del debutto della Range Rover Sport SV di fabbrica, che monta un motore V8 biturbo a benzina da 4,4 litri (BMW N63) che eroga 635 CV e 800 Nm. In altre parole, la Manhart SV 650 era già più potente della versione top di gamma della Range Rover Sport, ma, come si suol dire, non c’è limite alla perfezione, e ora gli specialisti di Manhart si sono dedicati direttamente alla versione SV.

MOTORE POTENZIATO

Il prototipo Manhart SV 800 presentato in foto è stato realizzato sulla base di un’auto che ha già ricevuto in fabbrica un generoso decoro in carbonio sia all’esterno che all’interno della carrozzeria, e in questo caso si tratta del cosiddetto carbonio forgiato con meravigliose venature, che si possono guardare all’infinito, come nello spazio. Da Manhart la carrozzeria di questa vettura ha ricevuto solo adesivi decorativi all’esterno e nuovi tappetini nell’abitacolo.

Il motore BMW N63 di Manhart è conosciuto come un motore collaudato e sanno come ricavarne facilmente potenza aggiuntiva: il proprio blocco di controllo Mhtronik Powerbox e il nuovo sistema di scarico in acciaio inossidabile con tubi di scarico da 115 millimetri hanno permesso di aumentare la potenza fino a 805 CV e 690 Nm.

Manhart non comunica come questo aumento abbia influito sulle prestazioni dinamiche, ma la Range Rover Sport SV standard raggiunge i 100 km/h in 3,9 secondi, con una velocità massima di 290 km/h.
Le sospensioni della Manhart SV 800 sono leggermente ribassate per un assetto più sportivo, le ruote standard sono state sostituite con cerchi forgiati Manhart Concave One da 24 pollici, equipaggiati con pneumatici a profilo ribassato Continental SportContact 6 nella misura 295/35 ZR 24. I freni in carbonio-ceramica sono di serie, ma su richiesta del cliente Manhart può installare freni ancora più potenti.

Il costo della SV 800 dell’atelier Manhart non è stato reso noto. A titolo indicativo, diciamo che la Range Rover Sport SV di serie costa in Germania a partire da 183.000 euro, mentre nella versione completamente in carbonio, ovvero la SV Carbon, a partire da 205.000 euro.

Addio Auto Elettriche: la svolta dell’ultimo piano quinquennale cinese

Per la prima volta in oltre un decennio, i Veicoli a Nuova Energia (NEV) – che comprendono auto 100% elettriche, ibride plug-in e a celle a combustibile – sono stati esclusi dall’elenco delle industrie strategiche del 15° piano quinquennale cinese (2026-2030).

La decisione riflette un contesto di sovraccapacità produttiva e di guerra dei prezzi che ha messo in crisi la sostenibilità economica di molti costruttori locali. Dopo anni di sussidi miliardari e crescita esplosiva, il mercato interno appare saturo, spingendo Pechino a riorientare le priorità verso settori come tecnologia quantistica, bio-produzione, fusione nucleare ed idrogeno. Questo cambio di rotta non significa un abbandono totale della mobilità elettrica, ma piuttosto un ridimensionamento del suo ruolo strategico nazionale.

L’espansione verso l’Europa

Con il mercato domestico in stallo, i costruttori cinesi guardano con decisione all’Europa come sbocco naturale per l’eccesso di produzione. Già oggi la Cina è diventata il primo esportatore mondiale di automobili, e secondo analisi di settore fino a 5 milioni di veicoli cinesi potrebbero invadere il mercato europeo entro il 2025.

Questo scenario rischia di accentuare il cosiddetto “secondo China shock”, con marchi europei sempre più dipendenti da filiere controllate da Pechino e con margini di profitto in forte calo. La combinazione di prezzi aggressivi, integrazione verticale e accesso privilegiato alle materie prime critiche rende i costruttori cinesi particolarmente competitivi rispetto a Volkswagen, Stellantis, Renault e altri player storici.

Le sfide per l’automotive europeo

Per l’industria europea, la mossa cinese rappresenta una minaccia ma anche un’opportunità. Da un lato, l’arrivo massiccio di veicoli elettrici a basso costo rischia di erodere ulteriormente la produzione locale, già in calo del 42% in Italia nel 2024, e di mettere sotto pressione l’occupazione e la filiera industriale.

Dall’altro, la ritirata strategica di Pechino potrebbe aprire spazi per un rafforzamento delle politiche industriali europee, con incentivi mirati, dazi selettivi e investimenti in tecnologie alternative come l’idrogeno o le batterie di nuova generazione. La vera sfida per Bruxelles e per i costruttori sarà evitare una dipendenza strutturale dalla Cina, costruendo un ecosistema competitivo e sostenibile che sappia reggere l’urto della nuova fase della globalizzazione automobilistica.

Opportunità per l’automotive europeo

La scelta cinese di ridimensionare il ruolo strategico dei veicoli elettrici potrebbe aprire spazi inattesi per l’Europa. Se da un lato l’arrivo massiccio di modelli cinesi a basso costo rappresenta una minaccia, dall’altro la ritirata di Pechino dal sostegno prioritario ai NEV offre ai costruttori europei l’occasione di rafforzare la propria autonomia industriale.

Bruxelles potrebbe sfruttare questo momento per consolidare politiche di sostegno alla filiera locale, incentivando la produzione di batterie in Europa, accelerando la ricerca su tecnologie alternative (idrogeno, batterie allo stato solido, carburanti sintetici) e favorendo partnership intraeuropee. Inoltre, la crescente attenzione alla sostenibilità e alla qualità percepita del prodotto europeo potrebbe diventare un vantaggio competitivo distintivo rispetto a un’offerta cinese spesso focalizzata sul prezzo.Un altro aspetto positivo riguarda la possibilità di ridefinire la catena del valore: la dipendenza dalle materie prime e dai componenti cinesi resta elevata, ma la nuova fase potrebbe spingere l’Europa a diversificare fornitori, investire in riciclo e sviluppare un ecosistema più resiliente.

In questo scenario, i costruttori europei hanno l’opportunità di posizionarsi come leader non solo nella tecnologia, ma anche nella narrazione di un’auto “made in Europe” che unisce innovazione, sicurezza e identità culturale.

A questo punto mi sorgono spontanee tre domande fondamentali sulle quali mi farebbe piacere confrontarmi.

Nuova Porsche 718 Cayman 2026: Rendering Totale

La nuova Porsche 718 Cayman porterà su strada una vera e propria rivoluzione.

Recentemente sono apparse in rete alcune foto spia della nuova generazione della Cayman, che consentono di osservarne tutte le caratteristiche principali dell’aspetto esteriore.

La coupé Cayman con motore centrale ha debuttato nel 2005 ed è stata realizzata sulla base della Porsche Boxster roadster di seconda generazione. Oggi è in produzione la terza generazione del modello, presentata per la prima volta nel 2016. Pertanto, molto presto la vettura sportiva compirà 10 anni ed è ormai da tempo che si avverte la necessità di un modello successivo. La casa automobilistica tedesca sta testando attivamente i prototipi della prossima generazione, che recentemente sono stati nuovamente immortalati dagli obiettivi dei fotografi spia.

Rendering Kolesa.ru

LO STILE UNICO

La nuova Porsche Cayman manterrà nel complesso le consuete proporzioni del motore centrale, ma il design sarà notevolmente diverso dal modello attuale. La parte anteriore del nuovo modello sarà facilmente riconoscibile grazie ai fari piuttosto stretti di forma trapezoidale, che ricordano il modello Taycan rinnovato lo scorso anno. Uno dei cambiamenti più evidenti nell’aspetto sarà la linea del tetto, che ora sarà inclinata come quella di una liftback. Il lunotto posteriore, che funge da copertura del bagagliaio, ora si estenderà fino ai fanali. I fanali stessi saranno realizzati nello stile attuale di Porsche e saranno costituiti da una striscia LED che si estende per tutta la larghezza della parte posteriore.
Inizialmente, la nuova generazione della Porsche Cayman (e con essa la sorella Boxster) era stata progettata solo come veicolo elettrico. Si prevede che le versioni base saranno dotate di un motore elettrico sull’asse posteriore e trazione posteriore, mentre le versioni più potenti saranno dotate di due motori elettrici e, di conseguenza, trazione integrale. Tuttavia, non molto tempo fa, sotto la pressione delle richieste dei potenziali acquirenti, Porsche ha annunciato lo sviluppo anche di una versione a benzina dell’auto sportiva, e per di più nelle versioni top di gamma.
Le prime a debuttare saranno le versioni elettriche della Cayman e della Boxster, la cui anteprima è prevista per il 2016. Nel frattempo, il mese scorso è stata presentata ufficialmente la Porsche 911 Turbo S aggiornata.

Fare amicizia con l’aria: i Costruttori anni 70/80 e la ricerca aerodinamica

A dire la verità, mentre mi congratulo con me stesso per aver circoscritto materiale per almeno due libri dentro due precedenti articoli (dedicati alla Lean Burn ed al funzionamento modulare o parzializzato dei motori) che ho provato a rendere il più sintetici possibile; da un altro lato non vorrei essere troppo didascalico e frainteso: il fatto che io abbia messo sotto capitoli aspetti tecnici quasi fossero distinti tra loro è una suggestione; ogni Costruttore cercava di ottimizzare consumi ed emissioni lavorando contemporaneamente su aerodinamica, combustione magra, parzializzazione, attriti. Ma credo che elencando così Vi renderete conto di quanto impegno sottobanco fosse messo in atto. 

Sul lato aerodinamico, tra anni Settanta ed Ottanta avete l’imbarazzo della scelta, ed ecco pochi esempi di prototipi aerodinamici. Sia chiaro: la rassegna che Vi porto in questo articolo è probabilmente un quindicesimo di quanto i Costruttori e le firme di Stile hanno proposto in due decenni.

 

Cercate ad esempio un prototipo di minicar capace nel 1982 di consumare 88,6 miglia per gallone e di avere un coefficiente di resistenza aerodinamica di 0,22 ? Allora pensate a Renault VESTA Concept I°

E prima del 1984 vengono realizzati due prototipi VESTA di prima generazione, cui segue nel 1985 il prototipo EVE (Economy Vehicle Elements) basato sulla Renault 18; ma l’azimut ed il perfezionamento del programma di ricerca si ha nel 1987 con il programma VESTA II: il 23 Giugno del 1987 ottiene il record mondiale per il minor consumo di carburante sulla lunga distanza percorrendo i quasi 600 chilometri autostradali da Bordeaux a Parigi con meno di 10 litri di benzina commerciale ad una media di 100 Km/ora.

Opel Tech 1: prototipo del 1981, che ha segnato lo stile del Marchio di Russelheim tra gli anni’80 ed i primi anni ’90: con le sue linee spigolose e razionali è riuscita ad anticipare modelli di grande successo come le Kadett del 1984 ed Omega del 1986, due vere e proprie colonne per la Opel negli anni ‘80. La Tech 1si basa sul telaio della Kadett di quarta generazione (in vendita dal 1979 al 1984) e ha forme aerodinamiche, tanto è vero che il coefficiente di resistenza all’avanzamento (0.235) non ha rivali fra le berline. 

Volvo Light Component Project (LCP) 2000 è stata costruita nel 1983 come progetto per testare diversi tipi di carburante. In questo progetto, la Volvo ha sperimentato materiali leggeri per costruire il motore, come alluminio, magnesio e plastica. Gli ingegneri iniziano a lavorare nel 1979 sulla piattaforma di progetto per un’auto pensata per il nuovo millennio

In particolare la sinergia temporanea con Norsk Hydro (produttore norvegese leader nella produzione di magnesio) prevedeva un iniziale uso massiccio di questo materiale per ridurre il peso a meno di 700 kg. LCP aveva due tipi di motori: un turbodiesel a 3 cilindri da 1,3 litri (1279 cc); seguiva a questo un motore ELKO multi-alimentazione in ghisa da 1,4 litri e 90 Cv turbocompresso Il Cx andava da 0,25 a 0,28.

Dal Giappone, solo come esempio didascalico, la Toyota presenta nel 1985 il prototipo aerodinamico – volumetrico FXV, una tre volumi molto armoniosa e contraddistinta da un padiglione centrale molto prominente. L’idea di Toyota era quella di una linea ancora gradevole e canonica per l’Occidente (strizza molto l’occhio alle Sedan americane) con però al suo interno il meglio della tecnica giapponese: trazione integrale, 4WS (ruote sterzanti anche al posteriore) sospensioni idropneumatiche, ABS, motore turbo e cambio automatico. E per l’epoca, pensate, strumentazione gestita con monitor Touch Screen e proiezione sul parabrezza dei dati del cruscotto digitale. Con un Cx di 0,24 non era tra le concept più aerodinamiche ma fu tra quelle potenzialmente più realizzabili in serie.

E “dalla Russia con amore” arriva quello che non  ti aspetti: LadaX1 nel 1981 e Lada X2 nel 1982 sono studi straordinariamente avanti nello stile per due monovolume spaziose e multi purposedisegnate da stilisti semisconosciuti come Patrushev, Chagin e Yartsev. Certo, linee e volumetria molto diverse dai canoni occidentali ed una certa ispirazione ad una “sommatoria” di scuole: da quella monovolume inglese e francese ai particolari in chiave Bertone e Pininfarina (mi viene da dire, ma ognuno qui ha una sua idea…) ma il risultato, per  chi pensa solo alle Lada 124 od alle Mosckvitch, è straordinario.

Nel caso di Volkswagen ARVV siamo di fronte ad un bel paradosso: in questa rassegna è uno dei prototipi più datati (nasce nel 1976 ma viene completata nel 1980) ma la sua impronta si ritrova persino in altri prototipi di Wolfsburg nati anche 40 anni dopo. Seguendo l’onda di Peugeot e Opel di contrasto alla crisi energetica anni ’70, Volkswagen crea un prototipo aerodinamico “funzionante” da Record di velocità “composto”: cioè massima velocità per un motore turbo nel contesto di consumi ridotti. Scommessa azzeccata, il “siluro” (in compositi, carbonio ed alluminio con Cx di appena 0,15 e motore enorme per le dimensioni della monoposto – alta meno di un metro – di 2400 cc e sei cilindri turbocompresso ma Diesel e dotato di intercooler) ottiene la massima velocità mai raggiunta da una Volkswagen alla data del 1980 e diversi Record mondiali. 

Pochi sanno che la ARVW fu la prima ad adottare anche un sistema di nebulizzazione di acqua nel Carter di aspirazione aria, per abbassare le temperature di esercizio tramite un serbatoio di acqua da 60 litri per evitare prese d’aria che potevano frenare il flusso di aria. Un piccolo mostro (anche foriero di qualche rischio, se si pensa solo alla trasmissione a catena per i suoi 177 cavalli) che solo uno tosto come Keke Rosberg poteva spingere a 362 Km orari a Nardò.

AUSTIN ECV2/3: Austin Rover non fa balenare alla memoria concept dall’estetica o dal Design estremo, ma è una impressione: perché negli archivi “segreti” del Gruppo britannico sono davvero tante le proposte di stile e di aerodinamica sconosciute al grande pubblico. 

Una di queste, la “ECV 2” disegnata da Spen King, si basava sulla piattaforma da cui prese le sue basi la “Metro” ma con il prototipo del motore a tre cilindri. A questa seguirà nel 1982 la ECV 3, un poco più grande ma co  Cx di 0,24 invece che 0,30: un telaio tubolare di alluminio con  pannelli di carrozzeria in compositi e fiberglass completavano la struttura.

Ford Probe, invece, è una vera e propria dinastia di prototipi da laboratorio e da produzione di serie che parte dalla Probe I° del 1979, disegnata dalla Ghia ed incentrata sul risparmio di carburante pur nella personalità sportiva con cui i vertici Ford pensavano di surrogare con Probe la Mustang.

Il Cx di 0,22 era davvero notevole se si pensa che il pianale di Probe I° era quello della Mustang di serie, cioè lo Chassis della serie “Fox”. E mentre la serie “Probe II” diventa una Coupè di serie ma con scarso successo, nel 1981 arriva al Salone di Francoforte “Probe III”, cioè il preannuncio della Sierra. Ed è evidentemente la serie Probe che rimane più iconica. Raramente un prototipo da studi aerodinamici diventava in poco tempo una vettura di serie. Ricordo che a disegnare Probe III è un certo Patrick Le Quement, passato poi in Renault: senza di lui la Probe e la Sierra non sarebbero state quel che erano. Sottoscocca liscio, frontale riportato poi su Sierra e Scorpio, spoiler posteriore riportato sulla XR4i, ed inoltre sottoscocca carenato completamente, coda con ruote rivestite per un CX di 0,25. 

Per inciso, con molte delle idee della Probe, la Audi 100 C3 presentata nel 1982 raggiunse un Cx di 0,30 (il Cx più basso della storia all’epoca per una vettura di serie).

Ma il salto di qualità arriva con la quarta serie del 1982/1983.

Probe IV è la vera pietra miliare dello sviluppo prototipale dei concetti chiave del programma evolutivo: Cx estremo (0,15), conformazione delle superfici della carrozzeria totalmente avvolgente, spoiler anteriore telescopico abbassabile in velocità, tergicristalli carenati in posizione di riposo, pneumatici a basso attrito, elettronica di bordo totale e posizionamento posteriore di radiatore e pompa del compressore per il climatizzatore.

La “Probe IV”,  con il suo 1.6 quattro cilindri ad iniezione, era comunque molto più di una concept, eppure aveva scritto le pagine sufficienti a segnare la storia della ricerca di Ford in tema di prestazioni ed efficienza energetica. Ed in effetti la versione ultima del programma Probe, la “V”, è la chiusura stessa del programma di ricerca. 

Perché a quel punto l’immagine commerciale di Ford riparte da Sierra e Scorpio per il mercato europeo e da Mustang e Thunderbird e, probabilmente, ai piani alti di Detroit comprendono che alla metà degli anni ’80 il tema premiante di un mercato che ritorna a “spendere” è la velocità e la simbologia agonistica; e dunque la Probe V è una sorta di rifinitura estrema dei concetti aerodinamici: una quasi monovolume con le linee dei cofani anteriore e posteriore appena accennate a definire la carrozzeria, e tutto questo porta il Cx al valore limite di 0,13.

Abbastanza affine stilisticamente alla Probe V di Ford anche un prototipo di Nissan, la CUE-X del 1985: sospensioni pneumatiche in grado di variare l’altezza da terra, ruote posteriori sterzanti,strumentazione digitale e il volante ad una sola razza con integrati diversi comandi, in modo da premerli senza distrazioni fanno parte della dotazione studiata per questa concept da cui deriva la Infiniti Q45 e che si differenzia dal resto delle concorrenti per la lunghezza vicina ai 4,90 metri e per il motorone V6 da 2,9 litri (quello della Maxima, per capirci) da 300 cavalli.

In casa PSA (Citroen la escludiamo a priori da questa rassegna per eccesso di meriti, visto che ha dedicato alla ricerca aerodinamica il massimo che un Costruttore globale avrebbe potuto dedicare fino al periodo oggetto del mio elenco) vorrei invece segnalare una sorta di “brutta copia” della Probe IV di Ford: la PEUGEOT Vera del 1985, una concept che metteva in mostra tecnologie innovative e un design futuristico, riflettendo le tendenze automobilistiche dell’epoca: si distingueva per il suo design audace e anticonformista, con una carrozzeria bassa e larga, linee aerodinamiche eleganti e caratteristiche distintive che la distinguevano dagli altri veicoli dell’epoca. L’auto presentava interni high-tech, con strumentazione avanzata e funzionalità volte a migliorare l’esperienza di guida.

BMW AVT infine è il prototipo che chiude la rassegna esemplificativa: un progetto che per anni è rimasto nei cassetti segreti degli “X Files” di Monaco, per una concept del 1981 nata per celebrare l’inaugurazione della Galleria del Vento ad Ascheim. Un pezzo unico bello ma infungibile perché realizzato in pezzo unico di compositi e altri materiali adatti ad una maquette. Il valore simbolico tuttavia risalta proprio dal momento in cui si è saputo, dopo anni, della sua esistenza.

Riccardo Bellumori

Auto dell’anno 2026: le finaliste

Quale modello succederà al duo Alpine A290/Renault 5 eletto auto dell’anno 2025? Se i membri che compongono la giuria di “The Car Of The Year” hanno ancora un po’ di tempo per decidere, hanno appena svelato la lista degli ultimi candidati a questo titolo sempre molto ambito. Dal 20 al 25 settembre scorso, i 60 giornalisti votanti, provenienti da 23 paesi europei, hanno potuto provare i 35 modelli preselezionati nella regione di Tannis (Danimarca). Al termine di questo confronto XL, hanno selezionato solo 7 modelli, di cui due francesi. E per di più, fabbricati in Francia…
Insieme alla Renault 4, la Citroën C5 Aircross è l’altro modello francese presente nella lista finale.
Dopo la vittoria della Scénic E-Tech nel 2024 e della R5 E-Tech quest’anno, Renault riuscirà a conquistare il terzo titolo consecutivo con la R4? La reinterpretazione moderna dell’iconica 4L degli anni ’60 ha colpito la giuria, che l’ha selezionata tra i 7 finalisti. Prodotta nello stabilimento Renault di Maubeuge (59), la francese dovrà vedersela con una connazionale, la Citroën C5 Aircross, assemblata nello stabilimento Stellantis di Rennes la Janais (35). Se la Renault ha scommesso sul 100% elettrico, la Citroën è invece multi-energia (termica elettrificata ed elettrica). Da notare che il Gruppo Renault può contare anche su Dacia che, dopo la Duster lo scorso anno, piazza la sua Bigster tra i finalisti. Per quanto riguarda Stellantis, oltre alla C5 Aircross, il gruppo schiera anche la Fiat Grande Panda.
Con la EV4, Kia piazza uno dei suoi modelli tra i finalisti per il quinto anno consecutivo.

LE AUTO FINALISTE

Tra gli altri modelli in lizza per il titolo di auto dell’anno, la giuria ha selezionato anche la Kia EV4, la Mercedes CLA e la Skoda Elroq. Grazie alla EV4, Kia partecipa alla competizione per il quinto anno consecutivo.

Il costruttore coreano spera che la sua nuova berlina 100% elettrica ottenga lo stesso successo della EV6, vincitrice nel 2022. Per quanto riguarda Mercedes, la sua ultima vittoria risale al 1974, anno in cui la 450S conquistò il titolo.
La giuria avrà ora diverse settimane di tempo per valutare con precisione le 7 candidate. L’esame finale si terrà per la prima volta in Spagna, nella regione di Barcellona. Ogni giurato avrà a disposizione 25 punti da assegnare, con un massimo di 10 punti per modello e l’obbligo di votare almeno 5 dei 7 finalisti. Il premio per l’auto dell’anno 2026 sarà annunciato il 9 gennaio, in occasione del Salone Internazionale dell’Automobile di Bruxelles che si terrà dal 9 al 18 gennaio.

Nuova Audi SQ5 ABT: mostro sportivo

In ABT Sportline si sono fatti prendere dall’impazienza e hanno deciso di anticipare la Casa dei quattro anelli. La nuova generazione dell’Audi RS Q5 si sta facendo attendere più del previsto, così hanno trasformato l’SQ5 in una vera bestia da asfalto. Con quasi 450 CV, è tutto ciò che si può desiderare da un SUV sportivo.
L’Audi RS Q5 non è ancora arrivata… ma ABT l’ha già costruita per conto suo (ed è brutale).

Audi ha troppi fronti aperti nello sviluppo di nuovi modelli. Così tanti che i vari reparti lavorano a pieno ritmo per rinnovare la gamma e proporre nuove soluzioni. Tuttavia, tra tutte queste novità manca una versione che si era intravista come prototipo durante i test del nuovo Audi Q5, ma che poi è sparita senza lasciare traccia.

Forse ciò è legato al fatto che l’inedita Audi RS 5 Avant è ancora in fase di collaudo e il costruttore attende la sua presentazione prima di mettersi al lavoro sull’atteso Audi RS Q5. Anzi, a pensar male, la Casa dei quattro anelli potrebbe aver scartato questa variante estrema del suo SUV più venduto, considerando che la BMW X3 M sarà completamente elettrica e che la Mercedes-AMG GLC 63 non solo non vende, ma è lontanissima dal successo. In ABT Sportline non comprendono questo ritardo e hanno deciso di prendersi la libertà di svilupparlo, dando più grinta a un Audi SQ5 già in commercio.

Il preparatore tedesco ha tirato fuori dal cilindro un pacchetto che porta questa versione sportiva del SUV tedesco a un livello nettamente superiore, mantenendo quasi intatta l’estetica. La discrezione non è mai stata una caratteristica della casa di Kempten, ma in questo caso non emerge nemmeno una grande aggressività. È chiaro che la priorità non è stata quella di distinguersi sul piano estetico: le uniche novità sono uno spoiler sul labbro anteriore, un nuovo paraurti posteriore con diffusore integrato e un impianto di scarico con quattro terminali in acciaio inox, rifiniti in nero opaco, da 102 millimetri di diametro.

La vera priorità è stata aumentare il dinamismo. Per questo hanno preferito ritoccare la sospensione sportiva di serie dell’Audi SQ5, installando nuove molle che abbassano l’altezza da terra di 45 millimetri, con un effetto evidente sia visivamente che alla guida, soprattutto in curva. Purtroppo, i proprietari di SQ5 con sospensioni pneumatiche non potranno usufruire di questo upgrade, anche se probabilmente sarà disponibile in futuro. In compenso, ABT propone nuovi cerchi in lega da 22 pollici, verniciati in nero lucido, abbinati a pneumatici 255/35 ZR22.

DATI TECNICI

ABT offre anche qualche dettaglio per l’abitacolo, limitato a tappetini e logo proiettato sul pavimento. Accessori superflui, perché il vero valore si nasconde sotto la carrozzeria, nel motore V6 3.0 TFSI. Una nuova centralina con mappe di iniezione specifiche ha permesso di incrementare notevolmente le prestazioni: dai 367 CV originali si passa a ben 440 CV. La coppia cresce fino a 600 Nm, un aumento contenuto rispetto al modello di serie, che non crea problemi al cambio automatico a doppia frizione a sette rapporti.

Il risultato è un’accelerazione più incisiva, con lo 0-100 km/h che scende di tre decimi, fermandosi a soli 4,2 secondi. Numeri da vera belva, degni di un Audi RS Q5. ABT avverte però che per ottenere queste prestazioni è obbligatorio rifornirsi con benzina a 98 ottani: con carburante di qualità inferiore la potenza cala e si può sfruttare solo il 75% della corsa dell’acceleratore.

C’è anche il problema del prezzo: il pacchetto costa ben 20.000 euro, tasse e verniciatura incluse. Per le versioni con sospensioni pneumatiche, ABT applica una piccola “riduzione” a 19.700 euro, e se non serve la verniciatura il prezzo scende a poco più di 13.300 euro.

Una cifra importante, ma giustificata: i soli cerchi in lega costano 6.200 euro, senza pneumatici e senza sistema TPMS. Con pneumatici e quattro sensori TPMS, il prezzo sale a 8.600 euro. A questo si aggiunge l’upgrade del motore – con cinque anni di garanzia – che costa 4.590 euro.

Cirelli Motor rilancia la corsa del Biometano

Sembrava che anche nel 2025, a tre anni di distanza dal primo Shock tariffario sul prezzo del Metano, il mondo delle auto a metano potesse dirsi praticamente archiviato: praticamente piu’nessuna casa automobilistica proponeva in listino nuovi modelli, e persino le Flotte Aziendali, che anni prima avevano rotto una storica reticenza, si erano ormai allontanate da un sistema di alimentazione che negli anni ha garantito il timbro ecologista, il diritto a circolare, ed insieme però anche costi di gestione contenuti ed una ottima rivendibilità.

Ma ovviamente, su un canale che in Italia negli ultimi anni ha contato mediamente il 2,5/4% delle vendite con un ultimo picco praticamente 15 anni fa (era l’epoca del Petrolio sopra i 100 Dollari al Barile…) che ha fatto registrare il 6% delle immatricolazioni, il problema lo ha generato anche il sistema degli ecoincentivi, totalmente discriminante in termini di calcolo delle emissioni di CO2.

Dunque esaurite le poche vetture ancora presenti negli stock residui, destinati per lo più ad autoimmatricolazioni, che hanno fornito la gran parte delle circa 1000 nuove targhe registrate lo scorso anno, da un lato il mercato attendeva il preannuncio sempre meno concreto da parte dei Costruttori sulla eventuale nuova immissione di “bifuel” a Metano dentro la Gamma del nuovo; dall’altro lasciateci dire che “Autoprove.it” è stata una delle poche piattaforme “generaliste” in tema di auto a discutere profondamente del tema del Metano. Andate a leggere anche sui motori di ricerca e troverete che a parte noi solo le piattaforme più specificatamente dedicate ai temi dell’ecologia hanno lasciato una finestra aperta sul tema. 

Ai nostri lettori è bastato andare a vedere il video completo dell’intervista (basata come sempre su domande non banali della nostra Redazione, oppure leggere dell’anniversario storico dei 30 anni dal celebre record di Velocità sull’anello di Nardò della Bugatti EB110 a Metano (Clicca QUI per il Record Bugatti a Nardò) e persino ascoltare il nostro Podcast Audio (Clicca QUI per il Podcast Spotify sul tema del Metano) per passare un 2024 accompagnati dal tema del profilo ecologico e socioeconomico del Metano. 

Che non è solo quello oggetto di polemiche ed allarmi sulle forniture dall’estero, anche se il problema in questo caso è determinante a causa dei conflitti e dei tagli alle importazioni.Rimane il tema straordinario, nobile e vantaggioso dell’industria del Biometano: 

Il Biometano protagonista indiscusso dell’economia circolare

un’industria che in Italia, secondo un recente studio dell’ENEA,  sarebbe capace potenzialmente di produrre fino a 5,6 miliardi di metri cubi all’anno sfruttando le biomasse da scarto di lavorazioni agricole (producendo biogas grezzo mediante digestione anaerobica) e la frazione organica dei Rifiuti Solidi Urbani (FORSU) da cui rimuovere la componente inidonea all’immissione in rete;  ma che lo scorso anno si è “fermata” a 0,6 miliardi di Metri cubi, cioè circa un decimo della capacità produttiva stimata da ENEA. L’economia ed il ciclo di produzione del Biometano può ridurre le emissioni del settore agricolo restituendo al terreno base organica. L’apoteosi del processo di circolarità.

L’industria automobilistica europea ha probabilmente conseguito il massimo dell’offerta possibile in tema di bifuel a metano fino a quasi vent’anni fa: oltre all’offerta “convinta” del gruppo Volkswagen, di Fiat / FCA, e di alcuni altri Costruttori europei, si affacciò sul mercato anche l’indiana TATA che, per esigenze di omologazione antiemissione ed anche per differenziare la sua proposta di mercato rispetto ad una concorrenza asiatica e “lowCost” più orientata verso il GPL, fu tra le poche Case non europee a presentare un sistema Bifuel originale e nativo con il Metano. 

Fiat e FCA, da sempre amica del Metano, fino all’ultima parte con Marchionne

Ma c’era anche e soprattutto la grande offerta degli Installatori Aftermarket; così come una forte influenza Senza dimenticare, in Italia, la pressione mediatica di Fiat/FCA che fino all’ultima parte della gestione Marchionne (2017/2018) continuava a promuovere il gas naturale ed a sperimentare quello “rinnovabile”. Un anno prima di lasciarci, Marchionne aveva presentato una Panda Natural Power alimentata con Biometano ricavato da lavorazione dei residui organici e vegetali provenienti dal sistema fognario di Bresso (Milano) come conferma che la molecola del biometano, perfettamente simmetrica a quella del metano fossile, è una risorsa reperibile su larga scala. Secondo Fiat, assolutamente nella ragione in questo, “L’analisi sull’intero ciclo di produzione e utilizzo dell’energia pone il vantaggio ecologico delle vetture a biometano paragonabile a quello dell’elettrico da fonti rinnovabili”. 

Purtroppo per questo tipo di alimentazione la scomparsa drammatica di Marchionne ha coinciso con un crollo della autorevolezza del Gruppo e dunque con la reticenza a proseguire nelle strade “eretiche” e razionali del Manager italocanadese: in parole povere da quel 2018 l’antagonismo elettrofilo si è annaquato e le scelte “controvento” sono state messe nel cassetto.In Italia, dopo allora, gli appassionati del tema come noi hanno potuto scorgere due sole notizie davvero significative fino a “ieri”.
La prima è che a Rapolano, vicino Siena, nel 2019 è stato inaugurato il primo distributore di Biometano aperto a pubblico (all’altezza del Raccordo Siena Bettolle) da parte della IP in collaborazione con Snam; dopodiche’ lo scorso anno, come recensito bene nel nostro giro di perlustrazione ad Ecomondo (Clicca QUI per il nostro Servizio su ECOMONDO) siamo stati piacevolmente coinvolti nell’iniziativa congiunta Federmetano/Ecomotive Solutions e Fiat Autostile di Reggio Emilia che ha visto allestita con Kit di Impianto a Biometano una Panda Hybrid nuova.

 

Poi più nulla, fino alla comunicazione di Cirelli Motor Company (CMC), che deriva a sua volta da una sinergia con Federmetano.In occasione di un evento promosso da quest’ultima, che Autoprove.it ha avuto piacere di intervistare nuovamente l’anno scorso nella persona del Presidente Dante Natali (Clicca QUI per l’Intervista a FEDERMETANO), il Gruppo Automobilistico italiano ha annunciato la prossima uscita di ben tre modelli “bifuel” con impianto “nativo” a metano e che, per natura e composizione stessa del Biometano (identica molecola), possono essere spinti senza problemi anche con questa particolare alimentazione. E davvero è una bella notizia, che dovrebbe concretizzarsi con la prima uscita prevista.

Cirelli 1 Mild Hybrid (MHEV) sarà la prima ad uscire sommando i vantaggi dell’ Ibrido a quelli della alimentazione con Gas naturale e Biometano.

Poi a seguire la Cirelli 6 e dopo ancora la Cirelli 3. Paolo Cirelli, presidente di CMC ha presentato il programma nel contesto dell’evento di Federmetano; seguito da Paolo Celletti, Responsabile di Business Development di CMC, che ha illustrato le caratteristiche vincenti della alimentazione alternativa: Maggiore autonomia, minori emissioni, risparmi di gestione. 

Cirelli Motor Company: tradizione con le multi alimentazioni

Chi è Cirelli Motor Company? E’ un’azienda italiana (sede legale a Milano) attiva nella importazione e commercializzazione, con il proprio brand CMC-Cirelli Motor Company ed attraverso una propria rete di vendita, di automobili la cui origine è cinese ma che nei mercati di interesse di CMC vengono personalizzate e targettizzate secondo una serie di modifiche e allestimenti esclusivi di Cirelli.

Inoltre, Cirelli Motor Company, insieme alla rete concessionarie, assicura ai clienti un servizio di assistenza qualificata e professionale. Infine, la collaborazione con un importante partner attivo nella mobilità permette a Cirelli Motor Company di fornire assistenza stradale ai propri clienti 24/7.

Le attività della famiglia Cirelli iniziano mezzo secolo fa con le installazioni a Gas sui motori, per poi proseguire con una rete di Concessionarie per la vendita di nuovo ed usato. Oggi CMC è una organizzazione presente con proprie sedi produttive di Bergamo, Alessandria, VeronaLandstuhl (Germania) presso le quali assembla e sviluppa piattaforme tecniche provenienti dalla Cina, personalizzando il prodotto finito con elementi di distinzione stilistica e con l’alimentazione Bifuel: che, ovviamente, si è già ben affermata con il GPL per poi, con questo annuncio, riproporsi nell’ambito del Gas Naturale o recuperato dal compostaggio.

La forza dell’offerta di CMC è il rapporto qualità/prezzo e l’affidabilità confermata anche dalla offerta di sistemi di garanzia per 7 anni o 150.000 km.

Cirelli Motor Company promuove una mobilità sostenibile e rispettosa dell’ambiente con la produzione di veicoli Bifuel (GPL o GNL) che rappresentano una scelta ideale per coloro che desiderano ridurre l’impatto ambientale dei loro spostamenti. In più, CMC cresce velocemente, e dal solo modello proposto nel 2023 siamo già a sette dopo solo due anni dall’inizio di questa straordinaria avventura commerciale ed industriale.

Ora, con questo annuncio recente, CMC torna a volersi esprimere nel mondo del GNL. Finalmente, direbbe qualcuno – e noi siamo tra questi – un Marchio torna a dare importanza al mondo del Gas Naturale ed a quello derivante dal recupero e dall’economia circolare. 

A questo punto il resto dello sforzo deve essere istituzionale e mediatico: nel profondo “buco” che si è creato tre anni fa con l’esplosione tariffaria improvvisa, non è solo entrato in crisi un settore di mercato; ma è crollato tutto un sistema di valori e di prassi che in decenni ha cristallizzato il Metano per autotrazione con dei “plus” che fino a pochi anni fa neppure il più talebano degli ambientalisti o il più arcaico dei cosiddetti “smanettoni” avrebbe messo in discussione, e che la stessa Organizzazione di settore – FEDERMETANO – ha sintetizzato in alcuni capoversi.

E’ ECOLOGICO : Il metano ha (come detto più sopra) la molecola CH4 interscambiabile con quella di origine bio e rinnovabile; è il carburante che produce la minore quantità di emissioni di particolato (PM10, PM2,5), rispetto agli altri combustibili per motori. Oggi in Italia tutto il metano usato nei trasporti è di origine bio, quindi abbatte le emissioni di gas serra (CO2) di oltre il100% nel ciclo di vita dalla produzione allo scarico;

E’ SICURO: Il gas naturale è più leggero dell’aria, e si volatilizza facilmente in caso di fuoriuscita accidentale o violenta. Ha un elevato punto di infiammabilità rispetto agli altri carburanti. I serbatoi del metano inoltre sono soggetti a rigide norme di omologazione e controlli periodici;

E’PRATICO: Gli autoveicoli a metano possono essere alimentati a biometano in modo diretto e reversibile; quelli ibridi a benzina possono essere trasformati con l’alimentazione bifuel a biometano, ed anche questo è un fattore che Autoprove.it ha potuto recensire alla scorsa edizione di Ecomondo;

L’estrema praticità di uso dei veicoli alimentati a GNL (o Biometano) anche nell’utilizzo professionale si evince sia sulla maggior capillarità della rete di distribuzione (con la fatidica apertura legislativa al Self Service  presso il Distributore), sia sulla rimozione dei vincoli al parcheggio nelle aree chiuse ed infine nella libertà di circolare durante il blocco del traffico.

Il problema? E’ che la congiunzione astrale perversa che si è venuta a creare in poco meno di un quinquennio (esclusione progressiva della alimentazione a metano dal sostegno degli ecoincentivi, concorrenza commerciale da parte del GPL, taglio dell’offerta di bifuel a metano dalla Gamma originale dei Costruttori) ha praticamente archiviato questo tipo di alimentazione nel mondo della preistoria. Mentre ha praticamente tolto dal dibattito pubblico e corrente il grande supporto che il Biometano e la filiera produttiva nazionale ha nel processo di autosufficienza energetica.

Speriamo dunque che il “sasso” lanciato nello stagno da Cirelli Motor Corporation riapra la giusta panoramica su una alimentazione e su una risorsa energetica che a noi di Autoprove.it piace per davvero tanti motivi e tante prerogative positive.

Riccardo Bellumori