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Nuovo Ram 1500 SRT TRX 2026: Anteprima

La divisione nordamericana di Stellantis inizia il 2026 con slancio: il 1° gennaio è stato presentato il rinnovato pick-up sportivo Ram 1500 SRT TRX.

Sarà in vendita nella seconda metà dell’anno a un prezzo di partenza di 102.590 dollari, inclusa la consegna. Il pick-up è equipaggiato con un V8 HEMI sovralimentato da 6,2 litri e 788 CV, capace di accelerare da 0 a 100 km/h in 3,5 secondi.

Il Ram 1500 SRT TRX è diventato la prima e una delle novità più attese del 2026. Ricordiamo che il Ram 1500 TRX originale debuttò nel 2020, diventando subito un modello di culto grazie al suo carisma, all’elevata potenza (712 CV) e alla predisposizione alla guida veloce in off-road. Già nel 2023 Stellantis presentò la serie d’addio Ram 1500 TRX Final Edition, poiché allora l’azienda prevedeva di eliminare completamente i motori V8 HEMI per ragioni legate alle politiche ambientali. Nel 2024 il TRX fu sostituito dal meno potente Ram 1500 RHO, dotato del sei cilindri in linea biturbo Hurricane da 3,0 litri (548 CV).

Alla fine del 2024, con il cambio di management, Stellantis ha iniziato un lento ma deciso ritorno ai valori automobilistici tradizionali: negli Stati Uniti, in particolare, è stata annullata la dismissione dei motori V8 HEMI ed è stato rilanciato il reparto sportivo SRT Performance. Ora le versioni più potenti dei modelli Chrysler, Dodge, Jeep e Ram portano la sigla SRT, e per questo il nome completo del rinnovato pick-up non è più Ram 1500 TRX, ma Ram 1500 SRT TRX.

Per quanto riguarda la sigla TRX, inizialmente non aveva un significato preciso: il nome della versione top del Ram 1500 fu scelto durante un brainstorming in tempi molto ristretti. In passato TRX indicava un pacchetto off-road per i pick-up Ram, e la combinazione di lettere fu semplicemente ripescata dagli archivi per evitare costi e tempi di registrazione di un nuovo nome. L’interpretazione secondo cui TRX significherebbe Tyrannosaurus Rex (considerato il più pericoloso dinosauro predatore) non è ufficiale, ma piacque molto agli sviluppatori, che ora definiscono il TRX “il predatore supremo” e, in occasione del suo ritorno sul mercato, hanno persino aggiornato l’emblema: davanti alle lettere TRX ora campeggia la testa del celebre dinosauro.

LO STILE AGGRESSIVO

Esteticamente, il Ram 1500 SRT TRX differisce poco dal precedente TRX: tutte le pannellature esterne e i paraurti in acciaio sono gli stessi, ma compaiono nuovi badge SRT, gruppi ottici LED aggiornati e la versione di lancio Bloodshot Night Edition introduce una nuova livrea bicolore rosso-nera con decorazioni laterali in vinile. Il design dei cerchi da 18 pollici è invariato, con possibilità di montare beadlock come nei modelli mostrati nelle foto. Gli pneumatici standard sono i massicci Goodyear Wrangler Territory AT da 35 pollici, misura 325/65 R18. L’altezza da terra è di 300 mm.

Anche l’abitacolo del Ram 1500 SRT TRX mantiene l’impostazione nota, ma migliora nei materiali (pelle, Alcantara, alluminio, fibra di carbonio) e negli assistenti elettronici alla guida: ora il pick-up dispone di un autopilot di livello 2 SAE, che consente al conducente di togliere le mani dal volante in determinate condizioni. Il quadro strumenti da 12,3 pollici è affiancato da un head-up display da 10 pollici. Il touchscreen da 14,5 pollici del sistema Uconnect 5 è circondato da tasti fisici per le funzioni principali, e sotto di esso sono presenti due slot per la ricarica wireless degli smartphone. L’impianto audio Harman Kardon da 900 watt include 19 altoparlanti e un subwoofer da 10 pollici. I sedili anteriori, già di serie, offrono riscaldamento, ventilazione e massaggio, mentre il divano posteriore è dotato di riscaldamento e ventilazione.

Il Ram 1500 SRT TRX mantiene il telaio rinforzato e le sospensioni sportive progettate per resistere agli impatti dei salti, ma ora adotta ammortizzatori adattivi Bilstein Black Hawk e2 di seconda generazione, con raffreddamento migliorato e serbatoi esterni montati sul telaio. Il ponte posteriore Dana 60 con semiassi rinforzati è dotato di differenziale bloccabile a controllo elettronico. Sensori dedicati rilevano quando il veicolo è in aria e regolano in tempo reale motore, trasmissione e sospensioni per garantire atterraggi più morbidi e preservare la meccanica.

Il V8 HEMI da 6,2 litri con compressore da 2,4 litri è ora più potente: la potenza massima passa da 712 CV e 881 Nm a 788 CV e 922 Nm, rendendo il Ram 1500 SRT TRX il pick-up di serie più potente degli Stati Uniti (il Ford F-150 Raptor R attualmente eroga 730 CV e 868 Nm). Il motore mantiene il complesso sistema di filtrazione dell’aria con serbatoio intermedio per polvere, umidità e detriti. Di serie anche lo scarico in acciaio inox con un sound studiato per evocare il ruggito di un vero predatore.

La trasmissione automatica idromeccanica TorqueFlite 8HP95 di ZF è la stessa, ma ritarata per gestire la maggiore potenza. È abbinata a una scatola di rinvio BorgWarner 48-13 con frizione automatica per l’asse anteriore e riduttore (2,64). L’accelerazione da 0 a 100km/h scende da 4,5 a 3,5 secondi, mentre la velocità massima resta limitata a 190 km/h.

Il prezzo minimo di 102.590 dollari per il Ram 1500 SRT TRX model year 2027 appare piuttosto ragionevole considerando la dotazione e il prezzo del suo principale rivale: il Ford F-150 Raptor R parte attualmente da 113.525 dollari.

Nuova DS N°7 2026: Rendering

La nuova DS N°7, attesa per il 2026, viene presentata attraverso immagini del veicolo ancora camuffato prima del suo lancio. Sono i team del marchio a svelare le linee del SUV sui loro social network, grazie alla realtà virtuale.
Lanciata nel 2018, la DS7 (nata DS7 Crossback e poi rinominata in occasione del restyling) lascerà il posto a una nuova generazione nel 2026. Chiamata DS N°7 come il resto della gamma dall’arrivo della N°8 alcuni mesi prima, la SUV svela già le sue linee definitive in occasione degli auguri di buon anno di alcuni dirigenti di DS Automobiles.
Infatti, sul social network LinkedIn e su Instagram, alcuni membri di DS hanno pubblicato il 1° gennaio un tradizionale messaggio di auguri per il nuovo anno, accompagnato tuttavia da un video inedito riguardante la novità attesa nel corso del 2026: la N°7. Il SUV francese viene mostrato in un breve video grazie alla realtà virtuale. Infatti, mentre la sua presentazione sembra imminente, DS lo fa posare virtualmente davanti ad alcuni luoghi legati al marchio, da vicino o da lontano: il Green Campus di Poissy (vicino allo stabilimento Stellantis), il villaggio olimpico delle Olimpiadi 2024 a Saint-Denis… Xavier Peugeot (direttore del marchio), Audrey Amar (direttrice di prodotto) e Thierry Metroz (responsabile dello stile) hanno partecipato al gioco.
Non sorprende che il veicolo sia ancora camuffato, dato che la sua presentazione ufficiale non ha ancora avuto luogo. Ma sotto questo leggero strato dorato, si possono già scoprire alcune linee definitive, alcune delle quali non avevano più segreti dopo la fuga di brevetti negli ultimi mesi. Così, ora conosciamo il taglio del cofano, del tetto e delle porte posteriori, le cui maniglie sono nascoste nei montanti.

Il portellone sembra abbastanza dritto, con linee ancora più rettilinee rispetto alla vecchia DS7 e in linea con la N°8. Logico, dato che i due modelli condividono la base STLA Medium, utilizzata anche dai cugini Peugeot 3008 e 5008, Citroën C5 Aircross, Opel Grandland e Jeep Compass.

Il rendering in copertina di auto-moto.com ci permette di dare uno sguardo in anteprima al modello.

IL DESIGN AFFILATO

Il frontale è abbastanza simile alla recente N°8, con una firma luminosa che ricorda uno sguardo penetrante prolungato da zanne luminose sul paraurti e una grande calandra (potenzialmente illuminata) al centro della quale si trova il logo DS. Il profilo presenta una silhouette più convenzionale rispetto a quella della N°8, che ricorda la discendenza dalla vecchia DS7 con un tetto leggermente inclinato e un portellone più arrotondato, meno tipico di un SUV coupé. Nella parte posteriore, i fianchi sembrano scolpiti con fianchi marcati su cui dovrebbero estendersi lunghi fanali a LED con la tipica firma DS.
Grazie a questa piattaforma modulare, la DS N°7 potrà beneficiare di motorizzazioni termiche ed elettriche. A differenza della N°8, che per il momento è esclusivamente elettrica, la N°7 vuole essere più versatile e dovrebbe quindi ricorrere a varianti micro-ibride e ibride ricaricabili come le sue cugine. Ciò è necessario per la sopravvivenza del modello e di DS, dato che la DS7 è da anni uno dei modelli più venduti del marchio e che il mercato desidera ancora motori termici in attesa del vero passaggio al tutto elettrico, rinviato a dopo il 2035.

Audi RS6 Mansory punta sul turchese

L’attuale Audi RS6 è ormai giunta al tramonto della sua carriera, con una nuova generazione all’orizzonte che dovrebbe essere offerta sia nella versione Avant che Sedan. Ma prima che il modello uscente esca di scena, Mansory ha dato un ultimo tocco di stravaganza con un nuovo pacchetto di tuning che amplifica sia le prestazioni che l’impatto visivo.

Questa RS6 modificata è apparsa sui social media di Mansory e sembra basarsi sui precedenti lavori di tuning dell’azienda, disponibili dal 2020. Dal punto di vista estetico, presenta un kit carrozzeria rifinito in carbonio forgiato, sovrapposto a una verniciatura nero intenso con vivaci dettagli turchesi.

Gli aggiornamenti aerodinamici includono uno splitter pronunciato con alette e canard, una modanatura della griglia, un cofano ventilato, minigonne laterali più affilate, coprispecchietti e un diffusore posteriore con luci dei freni in stile F1 e quattro tubi di scarico.

Come per le altre creazioni Mansory, le modifiche aerodinamiche sono notevoli. Nella parte anteriore, uno splitter profondo attraversa il muso, affiancato da alette e pinne dal taglio netto. La griglia presenta dettagli aggiuntivi e il cofano è dotato di prese d’aria aggressive.

Lungo i lati, ci sono minigonne rielaborate e coprispecchi in fibra di carbonio, mentre la parte posteriore è caratterizzata da un diffusore audace, luci dei freni in stile Formula 1 e quattro grandi terminali di scarico.

LO STILE MANSORY

Ciò che distingue questa versione dalle precedenti Mansory RS6 è una serie di nuovi dettagli estetici. I fari anteriori e posteriori ora hanno le loro finiture in carbonio e c’è un alettone posteriore più grande montato sul tetto, appoggiato sullo spoiler esistente. Le prese d’aria laterali sovradimensionate aggiungono un tocco di aggressività, mentre i cerchi forgiati YN.5 da 22 pollici con cinque doppie razze completano il look.

Entrando all’interno, l’intensità aumenta. Gli interni sono saturi di turchese, che ricopre quasi ogni superficie. Dai sedili in pelle trapuntata ai pannelli delle portiere, ai tappeti, al cruscotto, alle cinture di sicurezza e persino al rivestimento del tetto in stile starlight, il trattamento cromatico è implacabile.
Gli emblemi illuminati Mansory brillano in vari punti dell’abitacolo, mentre i rivestimenti in fibra di carbonio completano il tutto. L’atmosfera generale è meno Audi e più un capolavoro su misura, non lontano da ciò che Brabus ha fatto con alcuni modelli Mercedes di fascia alta.

Sotto il cofano si nasconde un V8 biturbo da 4,0 litri elaborato che genera una potenza mostruosa di 1.085 CV (809 kW / 1.100 PS) e una coppia di 922 lb-ft (1.250 Nm). Ciò rappresenta un aumento di 464 CV e 400 Nm rispetto alla RS6 più potente di Audi, avvicinandosi molto alla RS6 Pangaea GT di produzione limitata di MTM. È anche più potente dell’attuale aggiornamento Stage 3 di Mansory, il che suggerisce ulteriori modifiche.

Per quanto riguarda i prezzi o i numeri di produzione, Mansory non ha rivelato alcuna cifra. L’azienda ha tuttavia lasciato intendere che questo non sarà l’ultimo modello RS6 su cui lavorerà. Un teaser sul suo sito web suggerisce un prossimo modello basato sull’Audi RS6 GT, il che significa probabilmente più carbonio, più potenza e ancora meno restrizioni.

Da Parallele a Clandestine: perchè le auto di importazione spaventano l’Europa?

E’ arrivata discreta ma tagliente, come molte notizie che nel tempo il prestigioso Quotidiano “La Stampa” (per decenni oracolo giornalistico della Famiglia Agnelli ma recentemente interessato da un passaggio di consegne avviato dagli Elkann) ha dispensato in tema di mercato Auto: ovviamente l’influenza proprietaria dellafamiglia simbolo in Fiat ha fatto per diverso tempo della testata torinese un osservatore speciale delle quattro ruote anche in virtù del fatto che fino ad almeno un quarto di secolo fa il territorio sabaudo comprendeva ancora un triangolo industriale già piuttosto appannato ma sempre iconico (Abarth, Fiat, Lancia) oltre alla apparente rappresentanza di firme di stile e di Carrozzieri leggendari che tuttavia iniziavano un crepuscolo fatto di cessioni, trasformazioni e chiusure.

Eppure, poche settimane fa, quasi fosse un simbolico ultimo lancio dentro ancora alla galassia familiare “Agnelli/Elkann” prima del passaggio di mano, proprio dalle pagine de “La Stampa” è arrivato un titolo ed un argomento che è stato, e continuerà ad essere nei giorni a venire, quasi un finale botto dell’anno che sta per andare via : sotto il Titolone che parla persino di “auto clandestine”, il giornale mette in evidenza un tema che si può ritenere rimasto finora in ombra per colpa della poca avvedutezza e senso critico dei cronisti in genere, soprattutto visto l’elenco didascalico e dettagliato del panorama di norme e di sviste su cui si inquadra questo “scoop”: in estrema sintesi, la questione si incentra sulla procedura denominata “I.V.A.”; questa, da non confondere con la famigerata Imposta sul Valore Aggiunto (Acronimo internazionale “V.A.T” cioè Value added Taxation) sta invece per “Individual Vehicle Approvation” e contempla le procedure e le deroghe relative alla omologazione che conferisce ed attesta per ogni autoveicolo estero le discriminanti per essere immatricolato e circolare all’interno dell’Unione Europea. 

O meglio, rispetto a questo aspetto le procedure contemplate dall’I.V.A. circoscrivono le specifiche deroghe alla serie di obblighi canonici; deroghe che, chiariamo subito, non possono però essere estese a quelle tipologie di auto che nei certificati di importazione dal paese di provenienza (ovvero C.O.C., Certificato di Conformità) risultino gravemente danneggiate. 

Si, lo so: stiamo per addentrarci in un percorso cifrato fatto di codici e sigle, argomento meno facile ed “acchiappa click” di tanti altri contenuti più leggeri e minchioni; per cui se Tu, che leggi, hai voglia di capire oggi quello che domani potrebbe proteggere il tuo eventuale acquisto e il portafogli che tieni ben protetto dalla tasca copri-natica del Tuo pantalone, Ti consiglio di arrivare in fondo alla lettura di questo articolo per essere un poco meno sprovveduto di fronte ad un mercato che sta lentamente abbassandosi al livello di “Jungla globale informatizzata”. 

Se invece, per mera ipotesi, Tu fossi il classico bimbominkia con pollicione perennemente in bocca, fai una cosa che Ti propongo con rassegnato affetto: vai sui siti di quei fenomeni che Ti mostrano le meraviglie di Ford Escort scovate in immaginifici fienili e bucate dalla ruggine per poi essere riportate allo splendore di supercar “ipervitaminizzate”. Quelli sono i siti che fanno per Te, qui rompi solo i maroni; per cui, smamma.

COC, VIN, SVA, IVA: un dedalo di norme e cavilli comunitari che sta per affogare l’Europa?

Il COC (Certificate of Conformity) è un Attestato del Costruttore circa la conformità di un veicolo alle norme UE, al fine di immatricolazione in Europa; il “COC” identifica univocamente ed incontrovertibilmente il “VIN” (Vehicle Identification Number, da non confondere con il semplice numero di Telaio che in realtà è parzialmente incluso nel VIN di riferimento) dove viene elencata in specifici Codici oggettivi marca e dati del Costruttore, modello, specifiche tecniche, emissioni e il codice specifico di omologazione europea. Questi dati sono quelli fondamentali per la “nazionalizzazione” ed immatricolazione di ogni singolo modello in ciascuno degli Stati Membri dell’Unione. 

Ed ovviamente il “COC” – in quanto Documento univoco definito ed utilizzato da ogni Costruttore autorizzato dentro l’UE – è il riferimento di raccolta di tutti questi dati all’interno dell’Unione; mentre “IVA” e “SVA” sono format di attestazione riguardante chiaramente i veicoli provenienti dall’estero ed importati dentro il Continente europeo per la prima immatricolazione o per re-immatricolazione. 

Per tutta la produzione europea successiva al 1981, tanto per riepilogare, il numero VIN è composto da 17 caratteri riportati sulla Carta di Circolazione ed anche stampati – preferibilmente – nel vano motore; oppure da ricercare su cruscotto, o nel fondello sotto la eventuale ruota di scorta, oppure infine nella cornice di telaio intorno ad una delle portiere di accesso all’abitacolo. Come detto il VIN è ovviamente contenuto nelle diciture dei “COC” mentre “IVA” (Individual Vehicle Approval) oppure “SVA” (Singol Vehicle Approval) sono all’opposto una medesima categoria di Certificazioni – comunque diverse dai “COC” standard – che accompagna serie e categorie di veicoli specifici prodotti nella stessa Unione o provenienti da Paesi e Continenti esterni a questa: ma anche una Attestazione IVA deve esporre un numero univoco.

Si, adesso immagino le prime istintive obiezioni dei più “attempati” di Voi: “Ma non somiglia tutto questo discorso alla questione annosa – e sempre presente – nell’Unione adesso (e nella CEE prima di Maastricht) delle Importazioni Parallele?” Beh……Si…..e NO! Intanto, nel sistema comunitario pre – Maastricht il fenomeno dell’importazione parallela di auto “affliggeva” tutte le barriere doganali dei Paesi Membri nella Comunità, tra i quali esisteva una differenza legale e fiscale di regole nazionali e di contingentamento che si manifestava nella differenza copernicana di assortimento commerciale tra mercati confinanti. Insomma, il tecnicismo per il quale in uno o più Stati membri della CEE potevano arrivare auto americane, sovietiche, rumene, cecoslovacche, giapponesi oppure persino australiane derivava dalla semplice condizione che le stesse auto assenti in quello od in quegli Stati erano invece regolarmente importate in altri Stati dentro la CEE

Oggi la questione dell’Importazione parallela di auto all’interno della UE si lega a questioni “sussidiarie” a quelle dell’omologazione individuale di auto provenienti da Continenti esterni all’Europa, ma il tema rimane a sua volta una sorta di spada di Damocle auto-imposta – parrebbe – dalla stessa farraginosità delle norme e dalla “permeabilità” congenita dei confini canonici dell’Unione, facilmente “bucabili” dal vantaggio economico di chi offre e di chi compra rispetto all’ordinamento commerciale ufficiale. Senza dubbio, come nell’importazione parallela intra – CEE il problema della Garanzia rimane, con la differenza sostanziale che ove la Garanzia commerciale del Costruttore sia assente o negata, da tempo è prevista la surroga con la Garanzia legale del soggetto professionale venditore. 

Ma la differenza più sostanziale entro i confini della UE tra la classica importazione parallela di auto nuove e l’espediente della “Individual Vehicle Approval” è che la prima coinvolge solo le auto diffuse già in alcuni Stati membri e che – avvalendosi di requisiti già validi nell’Unione – possono entrare in mercati nazionali da cui sono escluse per logiche commerciali dei Costruttori; mentre ovviamente della dimensione di “IVA/SVA” possono beneficiare, secondo l’allarme anticipato da “La Stampa”, tutti i modelli importati da mercati “extra/UE”. 

Come tutti abbiamo imparato nel corso degli anni, le questioni relative al service ed alle garanzie postvendita sono a carico della rete di importazione – nel caso delle importazioni parallele – se eventualmente se ne dissoci il Costruttore (“OEM”) originario; mentre il senso del richiamo fatto da “La Stampa”, nel caso di importazione di Marchi e modelli attraverso le procedure “individuali”, punta l’attenzione proprio su eventuali incognite legate a Garanzie e servizi post vendita. 

E dunque: esiste un rischio al riguardo? Dovrete attendere ancora un poco per chiarire l’arcano, perché dobbiamo approfondire gli aspetti relativi alle cosiddette “omologazioni individuali”.

Omologazione individuale del veicolo: Cosa significa, a chi compete?

È possibile utilizzare il programma di approvazione individuale del veicolo ( IVA o SVA) se si produce – o si importa – un singolo veicolo o un numero molto limitato di autovetture ovvero veicoli per scopi speciali: tanto per fare un elenco sommario, sono suscettibili di “SVA/IVA” ad esempio i veicoli convertiti con guida da sinistra a destra per il mercato britannico, ma anche “One Off” in pezzo unico, Kit Car, Veicoli contemporanei e soprattutto d’epoca largamente ricostruiti in seguito a recupero o restauro; ovviamente la categoria comprende tutti i “mini Costruttori” – oppure i di questi importatori dentro la UE – usualmente impegnati nella produzione in piccola o piccolissima serie di propri modelli nativi, oppure di personalizzazioni e trasformazioni radicali di auto di Costruttori terzi. 

Ma non dimentichiamo che tra i veicoli soggetti a SVA ci sono anche – oltre alle auto per uso e trasporto privato – anche mezzi per attività collettive o sociali specifiche come Carri Funebri, Ambulanze, Veicoli per trasporti speciali, Camper, Mezzi speciali antincendio, per soccorso alpino o forestale, etc…

Ovviamente non tutte le auto ed i veicoli suscettibili di “IVA/SVA” sono di fatto sprovviste totalmente di un eventuale “Link” con modelli già titolari di conformità e di requisiti validanti per l’omologazione. Ed ovviamente mi riferisco alla produzione “Tuning” oppure alla costruzione di veicoli speciali su base di chassis e piattaforme provenienti da veicoli già omologati.

Certo, stride un poco la assimilazione tra “costruttori” ed importatori, nelle deroghe contemplate per le procedure “IVA/SVA”; perché questo secondo il sottoscritto fa un mare di differenza non tanto a livello “pre” rispetto alle attestazioni necessarie alla omologazione; ma rispetto al “post” in particolare al “post-vendita”. E questo è davvero strano per un sistema normativo come quello – a dire la verità ampiamente tacciabile di vera o paracula schizofrenia – che insiste a Bruxelles. 

Un sistema dove Customer Care, Codice del Consumo e Garanzie per gli acquirenti sono dichiaratamente al centro della produzione normativa è davvero strano che le istituzioni comunitarie trascurino che nella differenza essenziale tra Costruttore ed Importatore c’è anche la concezione, definizione ed applicazione della serie di servizi “postvendita” e di Garanzie che un Costruttore può scegliere se condividere con un eventuale importatore o fornire attraverso la sua struttura ed organizzazione proprietaria od affiliata; mentre un “Importatore” in virtù del suo profilo imprenditoriale potrebbe a buon diritto offrire in totale estraneità dal Costruttore originario e tramite strutture surrogate ed eventualmente, dunque, “precarie”. Ma andiamo avanti.

Test, non Test, Autocertificazioni, “mondo di carta”. Facciamo chiarezza

Quale è, complessivamente, il sistema normativo di riferimento per il tema delle omologazioni dentro la UE anche per i veicoli singoli o in piccola serie? Il Testo è quello del Regolamento UE 2018/858, modificato nel 2024 relativamente agli articoli dei capitoli VIII e IX: per la “Validità dell’omologazione nazionale dei veicoli prodotti in piccola serie” (veicoli prodotti entro i limiti quantitativi annui stabiliti al punto 2 della parte A dell’allegato V) gli articoli 42 e 43 restringono la “validità di un’omologazione nazionale di veicoli prodotti in piccole serie” al territorio dello Stato membro dell’autorità di omologazione che l’ha rilasciata; e “su richiesta del costruttore, l’autorità di omologazione invia alle autorità di omologazione degli Stati membri scelti dal costruttore una copia del certificato di omologazione nazionale, comprese le parti pertinenti del fascicolo informativo di cui all’articolo 26, paragrafo 4, tramite posta raccomandata o posta elettronica”. Dunque in pratica il Costruttore, selezionando i mercati nei quali intende sviluppare il suo Business, beneficia dell’articolato della legge che estende agli Stati membri selezionati il beneficio della omologazione rilasciata dallo Stato di origine, salvo fondati elementi per non riconoscerla.

Ed arriviamo alla famigerata “Omologazione Individuale” dei Veicoli all’interno dell’Unione: a trattarne nel Capitolo IX agli articoli dal 44 al 46 dai quali sintetizzo i passaggi chiave. Gli Stati membri dell’Unione possono rilasciare omologazione individuale per un veicolo (che risponda ai requisiti stabiliti nell’appendice 2 della parte I dell’allegato II o, per i veicoli per uso speciale, nella parte III dell’allegato II) attraverso una istanza presentata allo Stato membro da:

Proprietario del veicolo;

Costruttore; 

Rappresentante del costruttore;

Importatore del veicolo.

La Conformità del veicolo può essere attestata dal Paese Membro anche senza “prove distruttive” svolte per stabilire se il veicolo è conforme ai requisiti di cui al paragrafo 1, ma utilizzando invece qualsiasi informazione pertinente fornita dal richiedente ai fini dell’omologazione; ottenuta la quale lo Stato (ovvero gli Stati) dell’Unione consente (consentono) l’immissione sul mercato, l’immatricolazione o l’entrata in servizio di veicoli muniti della Attestazione IVA/SVA.

 

Ma non finisce qui: in eventualità che uno specifico Stato Membro abbia stabilito un perimetro di requisiti di omologazione specifico ed eventualmente alternativo a quello vigente nell’Unione, anche in questo caso il richiedente potrà perseguire una attestazione individuale con validità circoscritta al proprio mercato nazionale. Ed anche in questo caso può essere omesso qualunque eventuale test pratico distruttivo. Certo, anch’io ammetto che prendere conoscenza di un criterio del genere mi ha suggestionato e non poco.

Anche perché, anche solo sul lato delle omologazioni individuali nazionali, basta che un soggetto interessato richieda allo Stato membro – che ha emesso la omologazione individuale – di rilasciare ad altri Stati membri interessati tutta la documentazione relativa alla omologazione per consentire ad un veicolo di poter essere immatricolato o messo in circolazione anche fuori del territorio che ha emesso la originaria attestazione. Secondo fonti ricavate da ricerche in rete, dopo la approvazione del Regolamento 858/2018 in soli tre anni – nel perimetro dell’Unione Europea – si è passati da 2900 attestazioni individuali di altrettanti modelli di veicoli extra UE alla cifra imponente di 6800 attestazioni nel 2022: probabilmente per molti di questi modelli fatti entrare nell’Unione attraverso attestazioni I.V.A. potrebbe essersi trattato, e presumibilmente si tratterebbe in futuro, di procedimenti persino alternativi e più remunerativi rispetto alla classica importazione parallela di un Usato da acquisire anticipatamente da parte di un Importatore, su cui versare l’Imposta “IVA” canonica (cioè sul Valore aggiunto) e comunque da reimmatricolare una volta giunto nel Continente. 

In verità rimango perplesso su una delle questioni sollevate dall’articolo de “La Stampa” per come recensito in varie forme sul Web: la eventualità cioè di attestare individualmente veicoli non conformi rispetto ai limiti di emissione. Se questo allarme fosse fondato saremmo davvero ad una situazione da Repubblica delle Banane, e dunque al riguardo mi riprometto di approfondire. 

Lo scoop de “La Stampa” su omologazioni individuali: rischio concreto o eccesso di clamore?

Vero è però che la lettura attenta del Regolamento 858/2018 si limita ad ammettere come esonerabili i soli test “distruttivi” di esemplari fisici del modello da omologare: dunque nella considerazione del requisito di “Piccola Impresa Automobilistica” (per i modelli pezzo unico o per le piccole serie) presunta dalle Istituzioni di Bruxelles si riterrebbe – al massimo – ragionevole risparmiare al soggetto richiedente l’impegno economico di opportune “preserie” destinate fondamentalmente all’autoscontro per i Test EuroNcap; mentre d’altro canto il ruolo delle “autocertificazioni” in tema di dichiarazioni o standard relativi ad auto da immatricolare è importante anche in questo contesto, salvo ogni derivazione ben più aggravata dei concetti sopra detti che porterebbe persino alla eventualità di incorrere in reati pesanti, uno dei quali ad esempio è il contrabbando.

In sintesi, insomma, per capire elementi di criticità eventuale sul tema dobbiamo saltare dal Regolamento 858/2018 e passare a norme nazionali specifiche. Ed in effetti qualche “indizio” arriva per l’Italia, ad esempio, da una Circolare del 2023 del Ministero delle Infrastrutture, attuativa del Regolamento medesimo per come aggiornato. Qui si legge, ad esempio (provo davvero a sintetizzare):

Riguardo alle indicazioni generali “viene introdotto l’obbligo di una verifica temporale da parte dell’Autorità di omologazione, consistente nel verificare che il veicolo coperto da omologazione globale risponda a tutte le prescrizioni pertinenti per il tipo in questione, obbligatorie per l’immatricolazione alla data della verifica dell’omologazione. Tale verifica deve essere attuata 7 (sette) anni dopo l’ultimo aggiornamento del fascicolo di omologazione per i veicoli di categoria M1 e N1, e dopo 10 (dieci) anni per tutte le altre categorie” ed anche “Al fine di accelerare le procedure immatricolative in modalità telematica è programmato, inizialmente per i veicoli di categoria M e successivamente per i veicoli di categoria N, l’utilizzo del Nuovo Processo Immatricolativo direttamente dai costruttori con controlli ex post da parte dell’autorità di omologazione”.

Con riguardo alla produzione di veicoli in piccola serie, questi “possono ottenere l’omologazione UE solamente se appartenenti alle categorie M1/N1 nei limiti quantitativi di 1500 veicoli (da immatricolare, mettere a disposizione sul mercato o fatti entrare in circolazione annualmente nell’Unione europea)”; 

 

Ed infine, per le “Omologazioni individuali” (con due tipologie di omologazioni disciplinate dal Regolamento (UE) 2018/858, cioè quelle valide nella UE” e quelle valide a livello nazionale) si ribadisce sostanzialmente il titolo del Regolamento 858/2018.

Anche nelle specifiche delle circolari italiane, dunque, trapela una certa delega ai controlli “ex post” ma questo non certifica la conseguenza ineludibile del mancato rispetto, all’atto della omologazione, delle norme più stringenti a livello UE come ad esempio i limiti di emissione. 

Al contrario, occorre capire come Bruxelles deciderà la attivazione di eventuali deroghe al rispetto di Euro 7 per le piccole serie o per le omologazioni individuali. Ma in questo caso, per tornare al titolo de “La Stampa” non parlerei di “falle” ma di vero e proprio spirito autolesionista da parte istituzionale. Ed anche la presunta mancanza di Garanzia post vendita e di Rete di service ed assistenza territoriale è senza il  minimo dubbio una sorta di forzata eventualità, perché si scontra con tutti i Codici di regolamentazione del Consumo applicati e vigenti nella UE.

Insomma, dunque, io proverei ad astrarre l’allarme dei Cronisti de “La Stampa” dalla specifica analisi delle omologazioni individuali legate a presunte immissioni di auto cinesi in Italia da Stati Membri, ma porrei una domanda esistenziale: come mai, dopo decenni, le importazioni di qualunque genere e classificazione negli USA, in Giappone ed oggi in Cina trovano sempre robusti muri legislativi contro le derive preoccupanti, mentre da decenni l’Europa non ha ancora trovato un antidoto serio alle sue paranoie in tema di auto importate da aree extra continentali?

Riccardo Bellumori

Nuovo Volkswagen Transporter 2026: Anteprima

Non è passato nemmeno un anno e mezzo dalla presentazione della nuova generazione di uno dei modelli commerciali e industriali più importanti della gamma Volkswagen.

La trasformazione del Multivan da furgone a monovolume ha causato un danno significativo a uno dei modelli commerciali più importanti del costruttore tedesco, aggravato dalla decisione di affidare tutta la responsabilità a un ID. Buzz che ha ampiamente dimostrato di non soddisfare le aspettative, anche nei mercati che offrono incentivi.

Il Volkswagen Transporter è stato presentato come il vero furgone tedesco al servizio dei professionisti, con molteplici varianti di carrozzeria, in grado di adattarsi a tutte le esigenze. I veicoli commerciali non seguono gli stessi cicli di vita delle autovetture, ma l’enorme competitività nella categoria impone mosse strategiche, e il Transporter e le sue varianti non ne sono esenti, come potrete vedere più in dettaglio di seguito.

I marchi hanno un sistema di produzione basato sulle settimane dell’anno, che utilizzano anche per apportare le modifiche di fine anno ai modelli. Lo stesso che ti assegna la fabbrica quando acquisti un’auto nuova e aspetti che entri nella catena di produzione, essendo quella del nuovo Transporter 2026 la quinta settimana del 2026. Questa va da lunedì 26 gennaio a domenica 1 febbraio 2026, quindi in quella settimana entreranno nelle linee di montaggio i nuovi Transporter.

Volkswagen ha già aperto i registri degli ordini per un modello che presenta un equipaggiamento di serie più completo, una gamma ampliata di opzioni di personalizzazione e anche una gamma di carrozzerie che introduce tre varianti completamente nuove che completano davvero la gamma. Si tratta del nuovo Transporter Box, il cui passo supera quello allungato, già disponibile con 3.100 millimetri, raggiungendo i 3.500 millimetri. Questo modello ha due porte posteriori verticali e una scorrevole sul lato destro.

LA GAMMA COMPLETA

Le altre due varianti di carrozzeria che si aggiungono alla gamma sono il pick-up a doppia cabina, unico nella categoria e ora con una piattaforma posteriore che misura 2.203 millimetri di lunghezza, 1.930 millimetri di larghezza e 300 millimetri di profondità. In realtà, le dimensioni del cassone di carico sono le stesse della generazione precedente, ma con un abitacolo che può ospitare sei passeggeri. Questa opzione è disponibile anche con motore diesel, elettrico da 136 CV e persino con trazione integrale.

La gamma di motori del Volkswagen Transporter si arricchisce anche di un motore ibrido plug-in PHEV, composto da un motore a quattro cilindri da 2,5 litri in ciclo Atkinson che, con trazione anteriore, sviluppa una potenza massima di 230 CV. Una versione che dispone di un cambio automatico a variazione continua e di una batteria agli ioni di litio che, con una capacità di 11,8 kWh, è sufficiente per offrire un’autonomia elettrica fino a 54 chilometri. La stessa opzione meccanica è disponibile nella Caravelle eHybrid con fino a nove posti.

Anche il Transporter e il Caravelle si sentono elettrici, ora equipaggiati con una nuova batteria agli ioni di litio con una capacità netta utilizzabile di 70 kWh, che rappresenta un aumento di soli 6 kWh con il cambio di anno del modello. L’aumento da 64 kWh a 70 kWh significa che anche l’autonomia massima aumenta, passando da 328 chilometri a 370 chilometri, e alimentando un motore elettrico posteriore con potenze massime di 136 CV, 218 CV e 286 CV.

Le due opzioni più potenti sono ora disponibili anche con trazione integrale 4MOTION, come optional ma con la stessa potenza delle versioni a trazione posteriore.

Il 2026 anno della verità per l’automotive Made in Cina

I veicoli elettrici cinesi si stanno diffondendo rapidamente nei mercati globali, alimentati dalla domanda in forte espansione e dal forte sostegno di Pechino. Solo nel mese di novembre, le esportazioni cinesi di veicoli elettrici sono aumentate dell’87% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Tuttavia, nonostante questa rapida crescita, stanno iniziando a emergere alcune crepe.

Il 2026 si preannuncia come un importante punto di svolta per il settore dei veicoli elettrici in Cina, con una imminente riorganizzazione che dovrebbe colpire decine di produttori in difficoltà.

Le consegne di veicoli nuovi in Cina dovrebbero diminuire fino al 5% il prossimo anno, la contrazione più significativa dal 2020, in parte a causa della riduzione del sostegno governativo e della storica sovraccapacità produttiva del settore.

E non si tratta di speculazioni di estranei, ma di notizie riportate dal South China Morning Post (SCMP), un quotidiano in lingua inglese con sede a Hong Kong di proprietà del gruppo Alibaba. Il SCMP riferisce che circa 50 produttori cinesi di veicoli elettrici in perdita potrebbero essere costretti a ridimensionarsi o a chiudere completamente nel 2026.

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LA GAMMA AMPIA

“Il tempo gioca a sfavore di quei produttori le cui auto non riescono a impressionare i giovani conducenti”, ha affermato Qian Kang, che gestisce una fabbrica che produce circuiti stampati per automobili. “Per la maggior parte dei produttori di veicoli elettrici in perdita, i risultati del prossimo anno saranno fondamentali”.

Molto dipenderà da una decisione politica imminente. A gennaio, Pechino dovrebbe decidere se prorogare il sussidio di 20.000 yuan (circa 2.900 dollari USA) per la permuta di veicoli elettrici. Nel frattempo, l’attuale esenzione dall’imposta sugli acquisti del 10% scadrà alla fine di quest’anno. A partire da gennaio si applicherà un’aliquota ridotta del 5%, che rimarrà in vigore fino al ritorno dell’imposta piena nel 2028.

Sebbene la guerra dei prezzi tra le aziende cinesi abbia reso accessibili a milioni di acquirenti veicoli elettrici a prezzi convenienti, ha anche eroso la capacità di molte aziende di realizzare profitti. Se a ciò si aggiungono i significativi investimenti in ricerca e sviluppo e l’urgenza dei marchi di creare ampi portafogli di modelli, non sorprende che pochissime case automobilistiche siano diventate redditizie.

“La bonanza di raccolta fondi che ha circondato i produttori cinesi di veicoli elettrici e i principali fornitori di componenti automobilistici è ormai storia”, ha affermato l’investitore angelo Yin Ran. “Sarà quindi una questione di sopravvivenza, con le case automobilistiche redditizie che diventeranno le vincitrici, mentre gli attori non redditizi rischieranno di esaurire presto i fondi”.

Poche aziende sono riuscite a superare la tempesta. I grandi attori redditizi come BYD, Seres e Li Auto si distinguono come rare eccezioni. Si prevede che queste aziende intensificheranno i loro sforzi all’estero alla ricerca di nuove opportunità di crescita. Una ricerca di AlixPartners suggerisce che solo il 10% circa dei marchi cinesi di veicoli elettrici sarà redditizio nei prossimi anni.

Tra le poche aziende che si sono assicurate un nuovo sostegno, Leapmotor, sostenuta da Stellantis, ha ottenuto un importante investimento. Il gruppo statale FAW ha annunciato che acquisirà una quota del 5% della casa automobilistica cinese per 3,74 miliardi di yuan, pari a 534 milioni di dollari. Questo rende Leapmotor la prima casa automobilistica nazionale a ricevere investimenti da un gruppo statale e contribuirà alla sua espansione pianificata.

Leapmotor punta a consegnare 1 milione di veicoli nel 2026. Se raggiungerà questo traguardo, diventerà il terzo produttore di veicoli elettrici della Cina, dietro solo a BYD e Geely. Nei primi 11 mesi del 2025, Leapmotor ha consegnato 536.132 veicoli.

“Leapmotor punta a raggiungere 4 milioni di consegne all’anno entro 10 anni”, ha rivelato Zhu Jiangming, fondatore e amministratore delegato di Leapmotor, in un’intervista. “Leapmotor rafforzerà il proprio valore attraverso la messa a punto della produzione, offrendo al contempo ai clienti le migliori esperienze [di guida]”.

Nuova Xpeng P7+: Anteprima dalla Cina

La Xpeng P7+ ha fatto il suo debutto in Cina e ha avuto un ottimo inizio, con 31.528 ordini ricevuti in un solo giorno, l’8 novembre 2024. La P7+, che sarà presentata anche al prossimo Salone dell’Auto di Parigi tra pochi giorni, è pubblicizzata come una versione più grande ed economica della P7i, quest’ultima rivale della Tesla Model 3 e della BYD Seal.

In termini di dimensioni, la P7+ misura 5.056 mm di lunghezza, 1.937 mm di larghezza, 1.512 mm di altezza e ha un passo di 3.000 mm. In confronto, la P7i è lunga 4.888 mm, larga 1.896 mm, alta 1.450 mm e ha un passo di 2.998 mm.

La P7+ è disponibile in tre varianti, a partire dalla Long Range Max, in vendita a 186.800 yuan (circa 114.000 RM), seguita dalla Ultra Long Range Max a 198.800 yuan (122.000 RM) e dalla Limited Edition Max a 218.800 yuan (134.000 RM). Per contestualizzare, la P7i parte da 249.900 yuan (153.000 RM).

Tutte le versioni della P7+ sono a trazione posteriore e dotate di una batteria al litio ferro fosfato (LFP), con la variante più economica che monta un’unità da 60,7 kWh che consente un’autonomia di 602 km secondo lo standard CLTC. Questa alimenta un motore elettrico da 245 CV (241 hp o 180 kW) e 450 Nm di coppia, che consente un’accelerazione da 0 a 100 km/h in 6,9 secondi.

Le altre varianti sono dotate di una batteria da 76,3 kWh per una maggiore autonomia, con l’azienda automobilistica che dichiara 710 km per la Ultra Long Range Max e 685 km per la Limited Edition Max. Queste opzioni hanno un motore elettrico più potente che eroga 313 CV (308 hp o 230 kW), ma la coppia massima rimane la stessa a 450 Nm – l’accelerazione da 0 a 100 km/h è inferiore a 5,9 secondi.

CONCETRATO TECH

Secondo Xpeng, la gamma P7+ supporta la ricarica rapida 3C e può passare dal 10 all’80% di carica in 20 minuti. Tutte le varianti condividono anche la stessa velocità massima di 200 km/h e dispongono di un sistema vehicle-to-load (V2L) da 3,3 kW.

Si tenga presente che questi dati sull’autonomia saranno rivisti nel dicembre di quest’anno, quando l’azienda rilascerà un aggiornamento over-the-air (OTA). Ciò porterà i dati sull’autonomia rispettivamente a 602 km, 725 km e 700 km.

Visivamente, la P7+ è molto simile alla più piccola P7i, anche se non ha l’opzione del sensore lidar montato sul tetto. Invece, il veicolo elettrico (EV) è il primo del marchio a utilizzare il sistema AI Hawk che si basa su telecamere. Anche le porte a forbice della P7i sono assenti qui, probabilmente per contenere i costi (e il prezzo).

All’interno, il cruscotto minimalista ospita un quadro strumenti digitale da 10,25 pollici e un sistema di infotainment con touchscreen centrale da 15,6 pollici. I sistemi sono alimentati da un Qualcomm Snapdragon 8295P, che secondo quanto dichiarato è più performante del 50% rispetto al chip 8155. Tra gli schermi aggiuntivi figurano uno per lo specchietto retrovisore e uno da 8 pollici per i passeggeri posteriori.

Altre caratteristiche degne di nota includono rivestimenti in pelle Nappa, sedili anteriori elettrici, riscaldamento e ventilazione di tutti i sedili, un tavolino ribaltabile dietro il sedile del passeggero anteriore, un impianto audio a 20 altoparlanti, due pad di ricarica wireless raffreddati ad aria da 50 W e climatizzatore a doppia zona con bocchette posteriori.

Due chip Nvidia Orin X con una potenza di calcolo di 508 TOPS, insieme a una suite di telecamere e radar a onde millimetriche e ultrasuoni, alimentano i sistemi di assistenza di serie su tutta la gamma. Questi includono la frenata di emergenza autonoma, l’avviso di collisione anteriore e posteriore, l’avviso di traffico trasversale posteriore, l’avviso di deviazione dalla corsia, l’avviso di apertura delle porte, l’assistenza al mantenimento della corsia, il mantenimento della corsia di emergenza, il riconoscimento dei segnali stradali, gli abbaglianti automatici, il monitoraggio del conducente e l’assistenza al limite di velocità.

Una breve nota sulla Limited Edition Max, che sarà offerta solo in 500 unità per la Cina e sarà dotata di tocchi esclusivi come un esterno verde specifico per questa variante, rivestimenti in Alcantara, cerchi neri da 20 pollici e una speciale protezione per il battitacco.

Nuovo Audi E7X 2026: Anteprima e Motori

AUDI, marchio gemello di Audi esclusivo per il mercato cinese, ha presentato il suo secondo modello di serie denominato E7X, il primo era stato l’E5 Sportback. Essenzialmente la versione di serie del concept SUV E presentato quest’anno all’Auto Guangzhou, l’E7X farà il suo debutto pubblico nell’aprile del prossimo anno all’Auto China di Pechino.

Mantenendo gran parte del design del concept, l’E7X è un SUV di grandi dimensioni che misura 5.049 mm di lunghezza, 2.002 mm di larghezza, 1.708 mm di altezza e ha un passo di 3.060 mm. Elementi distintivi come l’espressiva illuminazione ad anello nella parte anteriore e posteriore, la scritta “AUDI” illuminata e i fari angolari nella parte anteriore erano tutti presenti sul concept.

Altre caratteristiche che saranno presenti nella versione di serie includono le telecamere laterali che sostituiscono gli specchietti tradizionali, un sensore LiDAR montato sul tetto, il motivo triangolare per la griglia anteriore attiva, le maniglie delle porte a scomparsa e i cerchi in lega a otto razze.

DATI TECNICI E MOTORI

Secondo Audi, la E7X sarà disponibile con due opzioni di propulsione che offrono potenze di sistema rispettivamente di 408 CV (402 hp o 300 kW) e 680 CV (671 hp o 500 kW). Per ora non ci sono dettagli relativi all’autonomia, ma si dice che il concept sia dotato di una batteria da 109 kWh per un massimo di 700 km secondo lo standard CLTC.

Altri dettagli tecnici del concept includono un’architettura elettrica da 800 volt (denominata “Advanced Digitised Platform”) che consente la ricarica rapida in corrente continua, con 320 km recuperabili in soli 10 minuti. C’è anche il sistema di assistenza alla guida AUDI 360, che probabilmente utilizza LiDAR, telecamere e altri sensori per consentire un grado relativamente elevato di guida assistita/automatizzata.

Dopo il suo debutto al prossimo Auto China, che si terrà dal 24 aprile al 3 maggio, l’E7X dovrebbe essere messo in vendita in Cina nella prima metà del 2026.