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Hongqi EHS7 2027: il pannello solare nel tetto

FAW Hongqi ha realizzato il primo prototipo di tetto apribile solare del settore, integrando una tecnologia fotovoltaica (PV) a perovskite. Il prototipo è stato installato sul SUV elettrico Hongqi EHS7, raggiungendo una produzione di energia in tempo reale pari a 300 W. Questa tecnologia è in grado di produrre 400 kWh di energia all’anno. In futuro, garantirà ai veicoli elettrici Hongqi un’autonomia giornaliera di 80 km con energia pulita (BEV).

L’idea di collocare pannelli solari sui tetti dei veicoli risale al XX secolo. Tali elementi vengono già integrati in alcuni veicoli di serie, nonostante la loro efficacia sia discutibile. Il 27 agosto, Hongqi, il più antico marchio cinese di autovetture, ha annunciato di aver realizzato con successo il nuovo prototipo di tetto apribile fotovoltaico.
Hongqi è riuscita a integrare elementi fotovoltaici nel tetto panoramico dell’auto. Il team di ricerca e sviluppo ha abbandonato l’uso del tradizionale silicio cristallino, poiché fragile e a bassa efficienza. Al suo posto, Hongqi ha utilizzato uno specifico minerale a base di ossido di calcio e titanio chiamato perovskite. Gli elementi fotovoltaici realizzati in perovskite sono leggeri, sottili e flessibili. Secondo quanto riferito, presentano un’elevata efficienza di conversione fotoelettrica, sono disponibili in vari colori e hanno un costo contenuto.

Il primo prototipo di tetto fotovoltaico in perovskite. Crediti: Hongqi
I responsabili di Hongqi hanno sottolineato che il centro di ricerca e sviluppo ha dovuto affrontare alcune sfide nell’adattare i materiali in perovskite al tetto apribile di un’auto, poiché sono sensibili all’acqua, all’ossigeno e ai raggi ultravioletti. Un’altra difficoltà è rappresentata dalla superficie curva del vetro. Il prototipo di tetto apribile fotovoltaico è stato integrato nel crossover Hongqi EHS7, commercializzato sul mercato interno con il nome di Hongqi Tiangong 08. Si tratta di un’auto di grandi dimensioni a cinque posti con dimensioni di 4925/1950/1680 mm, una potenza massima di 253 kW (339 hp) e un’autonomia WLTP di 475 km.

LA RICARICA DURANTE LA GUIDA

Da FAW Hongqi dicono che il tetto apribile fotovoltaico in perovskite a grandezza naturale raggiunge una produzione di energia in tempo reale di 300 W in presenza di «luce solare sufficiente». È in grado di produrre circa 400 kWh di energia pulita all’anno, sufficienti a soddisfare il fabbisogno di carichi a bassa tensione, tra cui climatizzazione, frigoriferi e modalità di sorveglianza.

La Hongqi EHS7 (Tiangong 08)
In futuro, Hongqi prevede di integrare elementi fotovoltaici in perovskite in altre parti della carrozzeria dell’auto, compreso il cofano. Ciò consentirà all’auto di generare 10 kWh di elettricità al giorno, sufficienti per un’autonomia giornaliera fino a 80 km. Secondo i dati di Hongqi, ciò copre oltre l’85% delle esigenze di spostamento quotidiane degli automobilisti cinesi. Tuttavia, Hongqi non ha fornito alcuna tempistica per l’integrazione di questa tecnologia.

Nuova Nissan Z 2027: restyling in Giappone

Nissan ha lanciato in Giappone la Fairlady Z rinnovata e la sua variante Nismo, pochi mesi dopo il debutto della versione aggiornata di questa auto sportiva negli Stati Uniti (dove è conosciuta semplicemente come “Z”) lo scorso marzo; il modello rivisitato era stato presentato al Gaikindo Indonesia International Auto Show (GIIAS) ad agosto.

Partendo dagli aggiornamenti esterni, Nissan afferma di aver attinto alle generazioni precedenti per conferire alla Fairlady Z il suo nuovo volto, che aveva suscitato pareri contrastanti quando era stato svelato oltre quattro anni fa. Il cambiamento più evidente è il nuovo paraurti, che non presenta più una grande griglia rettangolare con inserti oblunghi.

Al suo posto, gli angoli inferiori del muso sono stati allungati verso l’esterno per ottenere una forma più trapezoidale, mentre una striscia nera attraversa la griglia rettangolare. Si dice che questo accorgimento serva a sottolineare ulteriormente le proporzioni dell’auto, caratterizzate da cofano lungo e parte posteriore corta, creando al contempo un assetto più basso e più largo.

Il nuovo paraurti è accompagnato da omaggi alle generazioni passate, tra cui il ritorno dell’emblema Z al posto di quello Nissan utilizzato in precedenza. L’iconico emblema ha caratterizzato la parte anteriore dei modelli successivi, dalla S30 introdotta nel 1969 alla Z32 introdotta nel 1989, e fa qui il suo ritorno, anche sulla variante Nismo che per il resto appare identica a prima.

IL DESIGN AFFILATO

Anche i cerchi leggeri con design aerodinamico a disco delle versioni standard, realizzati in alluminio forgiato, rendono omaggio alla Z31 con il loro motivo geometrico lavorato a macchina attorno al bordo. Nissan ha inoltre ampliato la gamma di colori per includere una nuova livrea bicolore Unryu Green/Super Black ispirata al Grand Prix Green, il colore distintivo della S30 che, secondo l’azienda, rimane ancora oggi popolare tra gli appassionati della Z.

TANTA TECNOLOGIA

Se questa combinazione di colori non fa al caso vostro, sono disponibili altre quattro opzioni bicolori e cinque monocolore, per un totale di 10 combinazioni cromatiche tra cui scegliere. Per quanto riguarda gli interni, la classica combinazione di colori beige della S30 è stata aggiunta al catalogo per chi cerca un’«atmosfera raffinata e sofisticata nell’abitacolo». Nel frattempo, il quadro strumenti digitale da 12,3 pollici all’interno dell’abitacolo presenta una nuova animazione di avvio che mostra le sagome di ogni generazione di Z, dalla S30 all’attuale RZ34.

Al di là delle modifiche estetiche, le sospensioni della Fairlady Z sono dotate di ammortizzatori monotubo di maggiore diametro, progettati per rispondere rapidamente alle variazioni del manto stradale. Nissan afferma che l’area di pressione degli ammortizzatori è aumentata del 26,6%, il che consente di controllare in modo più efficace i cambiamenti di assetto del veicolo in risposta alle condizioni della strada, garantendo una guida fluida e stabile anche alle alte velocità.

La versione Nismo con cambio manuale a sei marce è ora dotata di una leva del cambio a corsa ridotta, mentre la risposta dell’acceleratore e la fasatura dell’accensione sono state ottimizzate. Le modalità di guida Standard e Sport continuano ad essere a disposizione del conducente, mentre il sistema Vehicle Dynamics Control dell’auto si arricchisce di una modalità Traction esclusiva per la versione Nismo.
La versione top di gamma della Nissan Z è inoltre dotata di dischi freno anteriori forati in due pezzi, precedentemente utilizzati sulla GT-R, che garantiscono una migliore dissipazione del calore e una riduzione della massa non sospesa. Questi continuano ad essere abbinati a pinze freno verniciate di rosso, mentre il modello Nismo presenta sospensioni rimesse a punto e uno sterzo a basso attrito.

BYD da Record: 10.000 Flash Charging in 6 mesi

BYD ha raggiunto quota 10.000 stazioni di ricarica rapida Flash Charging in tutta la Cina in meno di sei mesi dal lancio della sua strategia di ricarica rapida a marzo. L’azienda terrà una cerimonia il 28 agosto presso la stazione di ricarica rapida di punta di Shenzhen Longhua, secondo quanto riporta Ifeng.

Li Yunfei, direttore generale del marchio BYD e delle relazioni pubbliche, insieme ai responsabili delle cinque divisioni automobilistiche dell’azienda, ha pubblicato un video teaser dell’evento. I teaser provengono dai marchi BYD Dynasty, Ocean, Denza, Fang Cheng Bao e Yangwang.
Le nuove stazioni di ricarica Flash Charging sono in grado di erogare fino a 1.500 kW tramite un unico connettore, ricaricando un veicolo dal 10% al 70% in cinque minuti e dal 10% al 97% in nove minuti, secondo quanto dichiarato da BYD.

BYD raggiunge la metà dell’obiettivo fissato per il 2026
A marzo BYD ha annunciato un piano per l’installazione di 20.000 stazioni di ricarica Flash in Cina entro la fine del 2026. L’obiettivo prevede 18.000 stazioni urbane e 2.000 stazioni autostradali.
L’azienda ha segnalato circa 5.000 stazioni al 1° aprile e 7.018 a fine giugno. A luglio, BYD ha dichiarato che la sua rete di ricarica Flash copriva 325 città. La cifra riportata di 10.000 stazioni rappresenta la metà dell’obiettivo di fine anno.

Raggiungere le 20.000 entro il 31 dicembre richiederebbe altre 10.000 stazioni dopo il traguardo del 28 agosto, ovvero circa 80 stazioni aggiuntive al giorno fino alla fine dell’anno. Questo è il ritmo di installazione necessario per raggiungere l’obiettivo dichiarato, non l’attuale ritmo di installazione riportato.

LA RICARICA ULTRARAPIDA

L’accordo con Sinopec porta la ricarica nelle stazioni di servizio.
L’implementazione di BYD si avvale anche della rete di stazioni di servizio di Sinopec in Cina, in base a un accordo siglato dalle due società il 3 giugno a Pechino. L’accordo prevede l’aggiunta di impianti di ricarica Flash in siti Sinopec selezionati, affiancandoli alle attuali attività di rifornimento di carburante, anziché convertire l’intera rete.

Sinopec gestisce oltre 30.000 stazioni di servizio in tutta la Cina.
Un esempio a Shanghai è entrato in funzione il 6 agosto presso la stazione di punta di Hongqiao sull’autostrada Huqingping. Il sito ha sostituito le pompe di carburante con postazioni di ricarica e utilizza apparecchiature di ricarica raffreddate a liquido con una potenza nominale fino a 1.500 kW da una singola pistola.
Il 5 marzo BYD ha presentato il suo sistema di ricarica rapida da 1.500 kW, con una potenza di picco per singola pistola fino a 1.500 kW. Il cavo di ricarica è raffreddato a liquido e montato su un sistema di scorrimento a binario a T sopraelevato, mentre secondo BYD la pistola di ricarica pesa circa 2 kg.
L’infrastruttura di ricarica utilizza inoltre un sistema locale di accumulo di energia in batteria per far fronte alla domanda istantanea di potenza. L’apparecchiatura utilizza l’interfaccia di ricarica CC GB/T e supporta la ricarica CC a doppia pistola, ove applicabile.
Il valore di 1.500 kW si riferisce alla potenza massima dell’hardware di ricarica. Ciò non significa che un veicolo riceva 1.500 kW in modo continuo durante tutta la sessione di ricarica. La potenza effettiva sul lato veicolo varia in base a fattori quali lo stato di carica della batteria, l’architettura del pacco batterie e le condizioni termiche.
Non è stata resa pubblica alcuna curva di ricarica standardizzata di terze parti che mostri la potenza assorbita dal veicolo nell’intervallo di ricarica dichiarato da BYD, compreso tra il 10% e il 97%. La potenza nominale della stazione di 1.500 kW non dovrebbe quindi essere confrontata direttamente con i valori del C-rate della batteria.
A titolo di riferimento, le famiglie di batterie Shenxing e Qilin di CATL sono state associate a valori di ricarica pari a 4C e 5C. Tali valori descrivono le caratteristiche di ricarica della batteria piuttosto che la potenza erogata dalla stazione di ricarica.
Batteria Blade di seconda generazione collegata alla piattaforma Hongqi
La batteria Blade di seconda generazione di BYD utilizza una composizione chimica a base di litio ferro fosfato. L’azienda sostiene che, nelle condizioni di prova dichiarate, sia in grado di ricaricarsi dal 10% al 70% di stato di carica in 5 minuti e dal 10% al 97% in 9 minuti.
BYD afferma inoltre che la ricarica dal 20% al 97% a -30 °C richiede circa 12 minuti, circa tre minuti in più rispetto alle condizioni standard citate dall’azienda.
Separatamente, FAW-FinDreams è stata designata per fornire la tecnologia della batteria Blade di seconda generazione e l’architettura di ricarica rapida per la piattaforma EV di nuova generazione di FAW Hongqi.
Tale nomina rende Hongqi il primo marchio esterno confermato pubblicamente collegato a questa tecnologia, secondo le informazioni disponibili. Hongqi non ha reso noti i modelli specifici, le capacità delle batterie né le date di inizio della produzione.
Lancio in Europa e test in pista
BYD prevede di installare 6.000 stazioni di ricarica Flash all’estero, di cui 3.000 in Europa. Abbiamo già riferito in precedenza sul lancio europeo.
È stata inoltre fotografata una Denza Z9 GT modificata durante i test in Europa (circuito del Nürburgring) con roll-bar e aerodinamica rivisitata. Secondo stime del settore, la potenza sarebbe di circa 1.500 kW (2.000 hp), ma BYD non ha pubblicato dati ufficiali sulla potenza del prototipo.

Contro il Brandismo UE la Cina punta al Mobility as a Business: quali soluzioni?

E se la traccia di tutto questo confronto dimensionale ed epocale tra l’industria cinese e quella europea fosse nella contrapposizionenon tra due modelli industriali ma tra due diversi “protocolli”, cioè identità da un lato contro mobilità dall’altro? 

Dal versante europeo c’è la professione di appartenenza storica e tradizionale al Marchio che, attraverso il Branding, i Costruttori europei hanno tentato di consolidare intorno alla propria immagine – lungo quarant’anni di percorso commerciale dal Dopoguerra ad oggi – per superare l’onere della prova del “Value for Money” (dove da fine anni 80 l’industria giapponese avrebbe vinto a mani basse contro la produzione italiana, francese, spagnola, inglese) rivestendolo di un valore simbolico assiomatico: “Sono un Brand? Allora per assioma propongo al pubblico il miglior Value for Money; che io sia un Brand Premium o un Brand generalista, non importa. Se sono un Brand ci sarà un perchè”.

Parola d’ordine del Brand: proporre auto con cui, mediante la nuova dimensione della “appartenenza”, il cliente potesse conquistare l’esperienza di mobilità “nobilitata” ed arricchita da qualità immateriali e materiali di ordine superiore. 

Superiore rispetto a chi? A chi, non avendo il titolo nobiliare di “Brand” – assegnato insindacabilmente con un processo assiomatico dai Media di settore, diciamola tutta la verità – poteva al massimo offrire sul mercato auto “Commodity”. Come a dire: Caro Cliente, hai comprato fuori dai confini che Ti erano stati suggeriti? Bravo, con quell’auto adesso Tu ti muovi e basta. Friggiti.”.

Maronn’!!!  Che tristezza, a pensarci ancora adesso:

perché a creare la dogana simbolica tra comprare Brand ecomprare Commodity  è stata soprattutto una attività mediatica straordinaria ed artificiale dei Media europei pronti a tirare la volata all’esplosione dell’Auto tedesca, con il silenzio assenso della “prima” UE post Maastricht: il benchmark dell’industria automobilistica continentale di 30 anni fa era il prototipo di auto tedesca Premium, High Quality, EcoDiesel e parecchio figa.

Sotto questa soglia c’erano tutti gli altri, a partire dai Brand cosiddetti generalisti, anche se Opel a Russelheim e Ford a Colonia si sentivano un po’ come nella famosa Fattoria di Orwell: loro, Brand “generalisti” tedeschi potevano sentirsi in fondo uguali agli altri connazionali, anche se gli altri connazionali erano più uguali di loro. Per cui, assiomaticamente, una Focus non poteva mai essere al livello di una Golf e una Opel Omega non poteva confrontarsi alla pari con una “Passat”. Sarebbe stato un sacrilegio solo pensarlo.

E al di fuori del Paradiso dei Brand, chi avrebbe venduto auto “Commodity” in Europa quasi 40 anni fa ? Ma è ovvio: i Coreani, oppure i produttori indipendenti dell’Est Europa che si apriva all’Occidente; ma anche una certa rappresentanza di Marchi giapponesi ed infine tutti coloro che tra i Marchi europei avessero provato a buttare sul mercato la buccia di banana delle auto lowcost. E dunque anche asiatici ed indiani.

Perché e come nasce il nuovo concetto di Brand Automotive

Dunque, chi erano i Brand in Europa? Erano quei Marchi e Gruppi che a partire dai primi anni ’90 avevano messo in campo azioni proattive e beneficiato di immagine riflessa mediatica.

Quali azioni proattive

1) Aver saputo costruire una “Corporate Image” globale – per rappresentare al meglio il proprio essere “Made in Europe” – ottenuta mettendo insieme non solo una integrità di prodotto e di mission, ma ampliando la forza mediatica della propria “Captive Bank”: banale infatti ricordare che prima della metà degli anni Novanta le organizzazioni finanziarie dei Marchi o Gruppi costruttori erano semplicemente strutture collaterali nel sostegno creditizio: chi prima degli anni Novanta ha memoria di Ford Bank(nata nel 1932 a Berlino), di Volkswagen Bank GmbH (nata nel 1949), di BMW Bank GmbH (nata nel 1973), di RCI Banque(nata a Parigi nel 1974), fino alle ultime arrivate in ordine di autorizzazione allo svolgimento di attività affini a quelle bancarie come Banque PSA Finance del 1995 o DaimlerChrysler Bank che addirittura ottiene licenza bancaria nel 2001? 

Eppure proprio dalla fine degli anni Novanta una prerogativa dei Brand è stata quella di diffondere non supporti creditizi, ma un vero e proprio protocollo di contratti finanziari basati essenzialmente sul patto di sostituzione programmata dell’auto sia con piani retail che con i Noleggi, circondando il potenziale Cliente di una sola certezza: poter scegliere qualunque auto purchè restasse nella sua disponibilità non meno di due e non più di quattro anni prima di essere sostituita. 

Una bella nuvola di sogni risucchiata dalla slavina che ha buttato nel cesso Lehman Brothers: passata infatti la sbornia creditizia, fatta di ABS (Asset Backed Security) come se piovesse, quella “uniforme finanziaria” si è improvvisamente ristretta come un maglione di lana merinos lavata a 90° in lavatrice, scoprendo un po’ troppo ed in troppe parti il corpaccione di Gruppi Automotive occidentali ed europei cresciuti a forza di debito e fortemente precari senza la leva finanziaria;

2) Aver saputo salire sul carro temporaneamente vincente del Diesel, fatto di condivisione di monoblocchi ed architetture così come composto di Joint Ventures talmente ramificate tra Ford, PSA, Renault, Daimler, Volkswagen, Fiat, Toyota che da fine anni ’90 al Dieselgate lo stesso 1400 TDCI equipaggiava 5 Marchi diversi, il 1900 TDI altrettanti, il 2.2 non ne parliamo. E così via, a comporre per un decennio immatricolazioni in Europa pari o superiori al 60% anno per anno.

Volete che Vi ricordi dove l’onda di piena del Dieselgate ha sbattuto tutto questo e, conseguentemente, il profilo mediatico di Brand costruiti strutturalmente sulla base del Diesel ecologico e tecnologico europeo?

3) Aver operato una massiccia operazione di facelifting ai propri Dealer e Centri sul territorio: rinnovamento di immagine, potenziamento strutturale, capillarizzazione territoriale, evangelizzazione commerciale (l’auto si vende se e solo finanziata, chi buca l’obbiettivo non è un venditore ma un coglione), a spese tuttavia della riduzione dei margini per corpo vettura venduto, a spese dell’allungamento degli stock giacenti, a spese degli interessi passivi per il finanziamento dei suddetti stock, a spese di obbiettivi onirici. 

 

E con un unico risultato: anche qui, crack Lehman e crisi Dieselgate hanno falciato la presenza territoriale dei cosiddetti Brand. E così il cammino del “Branding” si è rotto improvvisamente tutti e due i menischi e qualcos’altro.

Dal “Branding” al “Brandismo”, la ricerca della gloria dei tempi andati

Ed è diventato “Brandismo”, cioè una stanca rincorsa claudicante del fantasma di un prestigio costruito, peraltro, abbastanza sulla sabbia: l’elenco fatto di sopra è abbastanza didascalico. Ripeto, perdonatemi, ma sulla esaltazione del “Branding” da fine anni Ottanta si è consumato il sacrificio di tanti Costruttori europei. 

Ed oggi il “Brandismo” è un po’ come la guerra giapponese: chi si è accorto – bontà sua –  che il “Branding” è finito da tempo, è nelle condizioni di potersi inventare eventualmente una nuova vita. 

Chi esce dalla foresta ancora con l’elmetto convinto che la guerra tra Brand, così come quella nel Pacifico, non è mai finita rischia la propria salute mentale. 

Ecco perché dal Dieselgate in poi la terza azione proattiva dei Costruttori e dei Gruppi è stata quella di traghettare la simbologia del Brand nella dimensione universale del “Mobility Provider”: in pratica si è cercato di passare dall’obbiettivo detto sopra (“proporre auto con cui, mediante la nuova dimensione della “appartenenza”, il cliente potesse esplicare l’esperienza di mobilità “nobilitata” ed arricchita da qualità immateriali e materiali di ordine superiore”) ad una nuova mission: proporre alla community dei propri fruitori Clienti una dimensione articolata di mobilità globale, connessa, ecologica, autonoma, condivisa e fruibile “ANCHE” attraverso l’auto.

Ed è per questo che nel corso di un lustro tra l’inizio del Dieselgate e l’esplosione pandemica i Gruppi Auto sono diventati in poco tempo una bacheca ambulante di servizi di mobilità e connessione: Sinergie operative con Internet Companies, sviluppo di protocolli proprietari di guida autonoma, acquisizione di produttori ADAS, ingresso e partecipazione in organizzazioni di Renting e Sharing; la maggior parte di queste operazioni e configurazioni aziendali, in meno di un decennio, si è persa per strada: dismissione di partecipazioni nelle società di Noleggio e Car Sharing, abbandono di sperimentazioni su guida autonoma avanzata e rallentamento della convergenza verso la connettività totale. 

La corsa alla mobilità totale si è spenta lungo la strada, e la “fusion” tra classica e tradizionale semantica del Brand ed approccio innovativo del Mobility Providing è avvenuto felicemente in pochissimi e sparuti casi.

La via verso il Mobility Providing, dismessa forse troppo presto?

Certo, a far disarmare tutto il panorama dei Costruttori verso il nuovo profilo di “Mobility Providers” è stata una sovrapposizione di fattori: crisi dei semiconduttori, guerra russo-ucraina ed aumento dei costi energetici, ed infine la paranoia decarbonizzantedella Commissione (che in una botta sola ha teorizzato: Euro 7, Fitfor 55 – 2035, Multe CAFE) hanno spostato il mirino dei Costruttori verso il travaglio ecologico dell’eutanasia endotermica poi, presumibilmente, abortita verso il 2035.

Fermiamoci un attimo qua, perché insieme alle azioni “proattive” in parti fallite ed in parte fallimentari messe in campo dai Costruttori europei non possiamo dimenticare quelle aprioristicamente suicide manifestate più pesantemente nel nuovo Millennio : eutanasia del mercato dell’Usato “captive” con decine di migliaia di “buy back” svalutati e svenduti attraverso le piattaforme di acquisto all’ingrosso; e bandiera bianca sventolata in faccia al mondo IAM, al quale i Brand “OEM” hanno regalato nel tempo il 70% dell’aftersales e della distribuzione ricambi.

 

Guarda caso, Marchi e Gruppi “OEM” hanno ricominciato proprio da qui a risalire la slavina; ed in condizioni “ordinarie” la progressione avrebbe persino portato a percorsi virtuosi. 

Ma nel frattempo stava piovendo al di qua della Grande Muragliaqualcosa di più di una concorrenza industriale di importazione: la Cina stava facendo piovere un nuovo paradigma identificativo dell’esistenza stessa del settore Automotive globale: in parole povere, dentro alla partita in corso la Cina ha iniziato a spostare il gioco di tutti su un altro terreno.

Ma non è il caso di confondere la piattaforma di scontro in atto: non è, come fin troppo si è narrato nei media di settore, uno scontro ripetuto tra la nobiltà tradizionale di Brand europei in disgrazia e la nuova generazione “volgare” in grado di vendere auto che al massimo si possono ritenere Low Cost; e non è neppure il confronto tra una produzione di “firma” ed una produzione di auto “Commodity”.

No, questo è un lessico davvero vecchio, dispersivo e fuorviante: intanto, chi prefigurava di infulcrare il confronto tra UE e Cina come uno scontro tra Brand patinati europei e Marchi Low Costcinesi è rimasto buggerato. Contro ogni aspettativa, solo una minoranza dei Marchi e Gruppi ha ritenuto di proporsi al mercato europeo in veste canonicamente Low Cost; ed allo stesso tempo si regge ancora più su tante figure retoriche che non sulla realtà dei fatti l’accostamento simbolico troppo rigido tra offerta di Gamma auto cinesi e natura di Commodity senza alcun prestigio o pedigree spendibile.

La maggioranza dei Player ha invece diffuso di sé medesimo due immagini: una legata alla dimensione critica di Corporate attrezzata per diventare leader di ogni mercato continentale attenzionato, ed una legata al Know How ed inaugurata da BYD che Stella Li ha definito “Tech Company”.

Cina contro UE, non confondiamola con Commodity contro prestigio dei Brand

L’attitudine Hi-tech e la capacità interna di poter industrializzare tutto quanto necessario per conseguire l’obbiettivo aziendale fa il paio con cinque prerogative qualificanti, di cui tre sono proprie del territorio di origine dei Costruttori che hanno attraversato la Muraglia: 

1) la diversificazione industriale che mette sotto lo stesso tetto di molti Gruppi Marchi produttori di diverse tipologie di mezzi di trasporto o di lavoro: a due, quattro o più ruote, dalla moto al quadriciclo fino a Truck & Bus;

2) la diversificazione tecnologica che lascia aperta in diversi Gruppi la sperimentazione allargata su diversi filoni di ricerca: elettrico, Ibrido, Idrogeno, alimentazioni alternative;

3) La diversificazione territoriale, sempre più marcata e discriminante per quasi tutti i Gruppi, dei siti produttivi: caratteristica questa che fa percepire i Costruttori cinesi come vere e proprie Corporate.

Mentre invece due sono le prerogative determinanti “ereditate” dal Continente di provenienza:

4) La ploriferazione di Brevetti tecnologici che fa della Cina il Paese più attivo e ricco di Know How multisettore ed attività di R&D;

5) La ricchezza del territorio in termini di energie e materie prime disponibili, che offre al mercato la percezione di una autosufficienza industriale maggiore delle industrie collocate in Europa.

Dunque, per confrontarsi con i player europei quasi ogni qualunque Gruppo proveniente dalla Cina non mostra nessuna vocazione a proporre Commodity e neppure offre condizioni LowCost; ma in maggioranza offre un profilo di multinazionale, è gigantesco, ha Management e tecnici internazionali, è multisede, ha Centri di R&D come se piovesse, e soprattutto in Cina si occupa di attività Hi Tech o ad alto Valore aggiunto: dunque trasmette al potenziale Cliente la serenità di essere dovunque, operativo in ogni aspetto che condiziona la sua auto dentro ed intorno ad essa.

Ma soprattutto l’iconografia immediata dei Gruppi cinesi punta tutto sulla funzione e sulla mission di offrire mobilità al Cliente: che questo avvenga ancora per molti Costruttori esportando in Europa il surplus produttivo interno, e che ancora diversi Costruttori si affidino in molti mercati europei alla forza degli importatori piuttosto che ad una Rete proprietaria, per il Consumatore non sembra contare molto al momento. 

 

E che, nonostante la narrativa e le premesse, oltre tre quarti dell’immatricolato proveniente dalla Cina monti ancora un endotermico (solo o associato ad un Ibrido) conta ancora meno. 

La mission di offrire mobilità da parte di una Corporate cinese oggi si ottiene con auto, ma domani forse con moto o quadricicli;e dopodomani magari con il Pooling di mezzi monovolume multiposto e Uffici Mobili, oppure addirittura con un taxi a guida autonoma o con auto volanti; se così fosse sarebbe una questione che per ora non affanna i Costruttori cinesi e non impegna le riflessioni dei potenziali clienti.

 

Questi anzi cominciano a sentirsi in qualche modo “protetti” dall’altra prerogativa che per i Costruttori cinesi è – effettivamente – più facile rappresentare rispetto a quelli europei: la quasi totalità di essi ha rami di Azienda, Divisioni, Marchi oppure provenienza ed origine dai settori dell’elettronica, dell’informatica, delle trasmissioni satellitari; e diverse di loro detengono Know How e risorse persino per garantirsi un ottimo spazio nel settore delle Utilities, dell’energia, dell’accumulo e dunque delle batterie. 

Senza contare la forza delle infrastrutture logistiche data – per alcuni Gruppi – dal possesso addirittura di Flotte navali, di cargo ferroviari, o per altri dalla presenza diretta nel trasporto merci, o nella costruzione di Truck, o nella titolarità di veri e propri Hub di movimentazione merci in tutto il mondo.

I Gruppi cinesi: Corporate con dentro servizi e prodotti diversi

Questo vuol dire che in estrema estensione del mio ragionamento nulla toglie spazio alla ipotesi che in un prossimo futuro i Costruttori possano offrire, ciascuno per la propria Community di Clienti e fruitori europei, una dimensione di mobilità fatta con l’integrazione di mezzi di trasporto individuale (da quelli per la micromobilità ad auto e monovolume, fino all’auto volante) con quelli collettivi (dal Bus al taxi a guida autonoma fino al treno ed altro).

Dunque una offerta multiservizio, e magari con il ritorno e l’approfondimento di modalità del tipo “on demand” oppure “Payper use” oppure, perché no, fruizione sia singola che in stile “Pooling”.

Insomma: la Cina non si propone all’Europa con l’esaltazione del“Brand”; non si fa avanti con una offerta Low Cost né però può essere circoscritta nella categoria di paese Costruttore di Commodity. 

 

A mio avviso la Cina sta facendo scendere nella vecchia Europa qualcosa che chiamerei “Mobility as a Business”, cioè un paradigma che rivede, corregge e potenzia il vecchio concetto dei “Mobility Providers” tentato con scarso successo da pochi Costruttori e fallito soprattutto per il suo peccato originale: aver spinto i Costruttori ad architetture di sinergia industriale solo verticale con altri Partners e non anche “concentrica” con altri Gruppi.

 

Per questo il progetto preliminare di mobilità globale dei Brand europei, benchè non avrebbe messo più al centro della nuova mission l’auto, eppure non avrebbe mai potuto prescindere da essa in nessuna delle piattaforme di “mobility providing” avviate eventualmente in Europa: perché il providing non si sarebbe potuto discostare troppo, a rischio di essere irriconoscibile, dal simbolo chiave dell’originario Brand, cioè l’auto.

 

I Costruttori cinesi non hanno questo problema, evidentemente: e non credo di sbagliare molto se dico che il loro “core”, a differenza dei Costruttori europei, non è l’auto oppure il microcosmo finanziario su cui reggere l’auto. 

 

No: se così fosse la Cina avrebbe ovviamente già pacificamente invaso l’Europa con la categoria di auto che più di ogni altra manca colpevolmente nel Vecchio Continente: l’utilitaria, cosicchè attraverso di essa in pochi step temporali – ciascuno di una manciata di anni – ogni Automobilista europeo avrebbepotuto avvicinarsi progressivamente alla produzione Top e sicuramente più redditizia per i diversi Costruttori. No, così non è stato e così non è da troppo tempo per pensare si tratti di una svista.

 

All’anno 2026 il mio pensiero è quello che l’interesse dei diversi Gruppi Costruttori cinesi, in Europa, è quello di evitare uno scontro frontale “classico” tra Titani con conseguenze letali per alcuni rispetto agli altri: scontrarsi su specifici Segmenti di mercato, ognuno con il proprio modello o la propria famiglia, affinchè un modello o una famiglia prevalga sugli altri. Ripetere questo dentro un mercato esclusivamente auto che in Europa è e resterà in contrazione per lungo tempo, sarebbe una strategia anticipatamente perdente: ed accontentarsi con la valutazione che il mercato europeo in questo caso fungerebbe da centro di smaltimento dei surplus produttivi del mercato interno cinese sarebbe una prerogativa di breve respiro.

Perché la Cina dovrebbe approcciare al mercato europeo nel solito vecchio modo dei Brand?

Dunque l’ottica di approccio all’Europa da parte dei Costruttori cinesi non percorrerà, secondo me, la classica scaletta merceologica percorsa da quelli europei in precedenza (selezionare l’offerta di prodotto in base al target potenziale individuato nel periodo di tempo delimitato) ma percorre una scaletta inversa, a mio avviso: selezionare gruppi specifici di clientela potenziale dentro una Community da canalizzare in un panel esteso di servizi di mobilità, e l’auto in questo senso non è il prodotto più immediato da offrire, ma al contrario è il prodotto più  immediatamente riconoscibile per il target potenziale al fine di iniziare a familiarizzare con i Gruppi cinesi. 

 

Ecco perché questi ultimi non vengono percepiti come esportatori in Europa di “Commodity” né come fornitori Low Cost, ma esponenti di un approccio commerciale che vede l’auto come supporto di mobilità fatto prioritariamente di valori materiali capaci oggi di trasmettere “Value for Money”, e molto meno dei simboli immateriali che tradizionalmente esprimerebbe un “Brand. 

 

Non per questo, tuttavia, i modelli di auto offerti dai Costruttori cinesi sono privi di elementi empatici o qualitativi in grado di attrarre anche la parte irrazionale ed emotiva del Cliente potenziale : ecco un’altra “storiella” sgangherata che i Brand europei e certi media dovrebbero smettere di propinare all’opinione pubblica.

 

Ma siamo ancora all’oggi, dove l’auto è la chiave di volta nell’inizio di un rapporto commerciale interattivo tra Cliente e Costruttore : perché in prospettiva futura i Gruppi cinesi potrebbero essere “fidelizzati” dal target potenziale europeo come partners e fornitori di mobilità estesa fatta di prodotti e servizi dedicati al singolo o ad una pluralità di fruitori, magari erogati in modalità “Pay per Use” ed “on Demand” e comprensivi di mezzi individuali o collettivi, operativi anche in modalità combinata ed intermodale su aree nazionali o trasnazionali d’Europa. Ed a questo punto, proiettando a domani la fotografia dell’oggi, avremmo un confronto impossibile e squilibrato tra “Brand” europei alla ricerca di se’ stessi, in grado di fornire ai propri Clienti “solo” auto; e “Corporate” cinesi selezionate da comunità di clienti e fruitori percepite come fornitrici di mobilità globale, per mezzo della quale percepire e scegliere un protocollo di mobilità specifico diverso, da Costruttore a Costruttore, non solo per effetto delle tariffe o dei costi ma anche dell’assortimento e del livello di mobilità offerta nel rapporto con i propri clienti.

 

Questo segnerebbe il progressivo crepuscolo dei Brand europei, inesorabilmente condannati ad essere inglobati dentro altre realtà controllanti; ma anche la fine di quell’iniziale trend avviato di “Mobility Providing” costituito dalla sinergia tra Brand e fornitori di servizi a valore aggiunto per la mobilità globale e connessa.

 

E se mi ribattete che una visione del genere è del tutto onirica oggi e difficile da prevedere nel medio periodo in Europa, mi spingo ad una previsione: provate ad immaginare Nazioni europee come Spagna, Gran Bretagna, magari Grecia ed Italia in proiezione prossima futura del confronto tra il livello di servizio di mobilità che queste potranno garantire alla collettività, collegato alla capacità di reddito delle specifiche popolazioni residenti; e la forza – anche futura – di specifici Gruppi in grado di detenere ed offrire più tipologie e servizi di mobilità individuale e collettiva. 

 

La possibile soluzione per i Brand contro i Gruppi esteri: Alleanze

Una possibile soluzione per i cosiddetti Brand europei e per i relativi Gruppi intestatari, per affrontare con un certo grado di resilienza la sfida così sintetizzata dei Costruttori cinesi? Certo: abbandonare il Brandismo e costruire le Alleanze: o meglio, il risiko e la forma delle possibili alleanze e sinergie tese a riprendere e perseguire – un po’ più seriamente – quel percorso virtuoso dei Brand verso il profilo di Mobility Providers.

Il che significa: in senso concentrico un quadro di sinergie con fornitori di connettività, energia, telematica, Internet security messi tra loro in relazione rispetto a specifici protocolli di servizio e di obbiettivi; 

in senso orizzontale una rete territoriale trasnazionale in grado di assistere e monitorare la mobilità estesa delle diverse community di Clienti e fruitori;

in senso verticale un vero e proprio patto di collaborazione ed eventualmente raggruppamento con esponenti europei “Top” delle altre diverse espressioni individuali e collettive di mobilità, dai fornitori di servizi Sharing/Pooling/Renting, ai Costruttori di mezzi diversi dalle quattro ruote, ai fornitori di servizi di mobilità collettiva, passando ovviamente per i fornitori di sistemi di pagamento diverso e per le piattaforme di Blockchain e di IA.

 

Cosa ne verrebbe fuori, da questo tipo di “rassemblement” dedicato alla mobilità totale, connessa e condivisa? Non più un mercato auto dove a confrontarsi e ad impallinarsi sono i Brand tra di loro e loro contro i Gruppi asiatici ed esteri; ma un sistema industriale e di servizi dove l’auto è uno dei supporti di mobilità costruita tutta intorno al cliente potenziale, magari a vita. 

Assurdo? No, è il futuro. Più che Prossimo.

In questo la possibile sinergia tra Brand europei e Gruppi cinesi (ma perché non anche indiani o malesi??), magari nell’utilizzo di piattaforme asiatiche con cui realizzare modelli “marchiati” da Brand europei; oppure la produzione su licenza di modelli di auto esteri da parte di Brand europei; oppure, infine, l’utilizzo da parte di Gruppi esteri di Stabilimenti europei detenuti da Brand continentali; tutto questo, Vi chiedete, ci potrebbe stare o sarebbe controindicato? 

La mia risposta spero non Vi sembrerà salomonica: prima i Brand europei si configureranno – adeguatamente – come MobilityProviders mostrando all’Opinione pubblica un profilo ed una massa critica conseguente, e più equilibrato sarà il terreno delle sinergie e delle alleanze con Costruttori e Gruppi esteri. Perché nelle condizioni di forza e di immagine dei Brand attuali ogni sinergia od interazione tra Brand e Gruppi esteri apparirebbe a priori, anche pur non essendola realmente, l’immagine della balena di Pinocchio che inghiotte la barchina di Geppetto e se la porta a spasso in pancia. Se possibile, evitiamo immagini del genere finchè siamo in tempo.

Riccardo Bellumori

In vendita all’asta la Honda NSX di Ayrton Senna

Ecco una notizia per i fan di Ayrton Senna. RM Sotheby’s ha annunciato che una Honda NSX appartenuta personalmente al leggendario pilota di Formula 1 sarà uno dei lotti in vendita alla sua prossima asta “The London Auction”, in programma il 31 ottobre 2026.

Alla fine del 1990, Senna era già due volte campione del mondo di Formula 1 con il team Honda Marlboro McLaren e stava per intraprendere una stagione che gli avrebbe fruttato il terzo titolo nel 1991. Nell’ambito di un accordo con la Honda, a Senna sarebbe stata fornita una NSX per uso personale, e questo esemplare in Formula Red con tetto nero a contrasto e interni in pelle nera era una delle auto che ricevette insieme a due vetture nere.

Secondo la scheda d’asta, l’auto con numero di targa «SX-25-59» e numero di telaio «T000233» fu importata dalla Honda Automobil de Portugal e immatricolata il 22 marzo 1991.
Questa NSX rossa si distingue perché è apparsa nel documentario del 1992 Ayrton Senna: Racing Is in My Blood, in cui lo si vedeva far fumare le ruote posteriori davanti alla telecamera. È stata anche l’auto che lo ha immortalato mentre la lavava con un tubo flessibile, in jeans e camicia abbottonata.

Durante la tappa europea della stagione 1991, Senna acquistò una proprietà nel resort Quinta do Lago, nella regione dell’Algarve, nel sud del Portogallo, e si recava al Gran Premio del Portogallo a Estoril proprio con quella stessa auto.

IL MITO SENNA

Gli appassionati della NSX sapranno che Senna ha avuto un ruolo nell’evoluzione della «New Sportscar Experimental» della Honda, descrivendo un prototipo che aveva provato come «troppo fragile», il che spinse gli ingegneri a irrigidire il telaio del 50% e a perfezionare la messa a punto delle sospensioni prima del lancio della versione di serie.
Dieci mesi dopo la sua tragica morte al Gran Premio di San Marino del 1994 a Imola, in Italia, la NSX rossa è passata di mano in mano tra vari proprietari, tra cui uno nel Regno Unito, prima di tornare in Portogallo dopo essere stata acquistata nel 2024 dal proprietario che ora la mette all’asta a Nagoya, in Giappone. Ora è tornata nel Regno Unito per essere messa in vendita. Nel corso dei suoi viaggi, la NSX ha compiuto una visita commovente a Imola nel 2019, in occasione del 25° anniversario dell’incidente mortale di Senna.

RM Sotheby’s sottolinea che l’auto è corredata dal libretto di garanzia, dalla documentazione portoghese relativa alla storia della proprietà e da una copia del fax della Honda che conferma la provenienza dell’auto da Senna. La casa d’aste prevede che l’auto venga venduta a un prezzo compreso tra 500.000 e 800.000 sterline. Data la sua storia, questa NSX sarà probabilmente uno dei modelli Honda più ambiti mai messi all’asta.

Nuova Lynk & Co 02 2027: Anteprima Restyling

Il crossover fastback Lynk & Co 02 aggiornato, dotato di un sistema di trazione elettrica 16-in-1 sviluppato da Geely, ha svelato i suoi interni in vista del lancio in Cina. Gli interni sono rifiniti in viola, con finiture color oro. Il nuovo modello entrerà nel mercato nazionale con il nome di Lynk & Co 20.

La Lynk & Co 02 aggiornata sfoggia interni nei toni del bianco e del viola. Il volante e il touchscreen sono rimasti invariati. Il cruscotto presenta bocchette di ventilazione più grandi. Il tunnel centrale integra un caricabatterie wireless da 50 W con funzione di raffreddamento per lo smartphone, una serie di comandi fisici e un paio di portabicchieri. I pulsanti di apertura delle portiere sui pannelli laterali sono stati sostituiti con maniglie tradizionali per soddisfare i più recenti standard cinesi.
Un altro punto di forza della Lynk & Co 02 è il sistema audio Lynk Sound. Gli altoparlanti nei pannelli delle portiere presentano coperture dorate e illuminazione d’ambiente. Gli altoparlanti sono presenti anche nel poggiatesta del sedile del conducente. L’auto presenta cinture di sicurezza viola, un ampio tetto apribile panoramico e un avatar dell’assistente vocale posizionato sopra il touchscreen. Quest’ultimo elemento è stato probabilmente ispirato da Nomi di Nio. Altre caratteristiche includono un pulsante per le luci di emergenza montato sul tetto, un quadro strumenti LCD sottile, un head-up display e una telecamera di monitoraggio del conducente nel montante anteriore.

MOTORE E DATI TECNICI

Era già stato rivelato che la versione aggiornata della Lynk & Co 02 arriverà in Cina con la trazione elettrica 16-in-1 che alimenta le ruote posteriori. La nuova vettura sarà dotata di un motore elettrico da 245 kW (329 CV) con un’efficienza del 93%.

Grazie a un’architettura ad alta tensione da 800 V, la Lynk & Co 02 supporterà la tecnologia di ricarica rapida 6C, che consente di passare dal 10% all’80% in 12 minuti. L’autonomia della vettura è compresa tra 545 e 630 km.
Le dimensioni della Lynk & Co 02 sono 4.495/1.845/1.573 mm con un passo di 2.755 mm. Il suo coefficiente di resistenza aerodinamica è pari a 0,25 Cd. L’auto può essere equipaggiata, come optional, con un alettone sportivo montato sul tetto. Tuttavia, si tratta per lo più di un elemento decorativo, poiché la Lynk & Co 02 accelera da 0 a 100 km/h in 6,4 secondi. Non è quindi un’auto sportiva orientata alle prestazioni.

In Cina la sua fascia di prezzo va da 104.900 a 142.900 yuan (da 15.610 a 21.260 USD).

Nuovo Volkswagen Amarok 2027: Rendering Totale

L’altro ieri la Volkswagen ha diffuso alcune immagini teaser del suo nuovo pick-up, destinato ai mercati dell’America Latina, che ci consentono di farci una prima idea del suo aspetto esteriore.

Il pick-up di medie dimensioni Amarok, il cui nome tradotto dalla lingua inuit significa «lupo», ha debuttato per la prima volta nel 2008 come concept car, mentre la versione di serie è stata presentata alla fine del 2009. Oggi è in produzione la seconda generazione del modello, la cui anteprima ha avuto luogo nell’estate del 2022: si tratta di un pick-up globale, che di fatto è un clone dell’ultima generazione del Ford Ranger. Ora, però, Volkswagen sta preparando il lancio di un pick-up completamente diverso, che sarà commercializzato sul mercato latinoamericano.

Questo Amarok non ha nulla a che vedere con l’attuale modello globale, poiché si basa sul pick-up cinese Maxus Terron 9 (il marchio Maxus appartiene al gruppo cinese SAIC), presentato per la prima volta nel 2024.

La versione Volkswagen avrà una parte anteriore completamente originale, che si distinguerà anche dagli altri modelli del marchio tedesco: lungo il bordo del cofano saranno disposte due strisce a LED, poco più in basso si estenderà una fascia che coprirà praticamente tutta la larghezza della parte anteriore, mentre sotto di essa si troveranno i gruppi ottici principali (non visibili nei teaser di due giorni fa, ma possiamo fare riferimento anche allo schizzo dello scorso anno) e la calandra con traverse orizzontali. La parte posteriore non è ancora stata svelata da nessuna parte; possiamo supporre che il pick-up Volkswagen avrà fanali originali e un design specifico per il portellone posteriore.

Rendering Kolesa.ru

MOTORI E DATI TECNICI

Come già accennato, alla base del nuovo Amarok c’è il pick-up di medie dimensioni Maxus Terron 9, che inizialmente ha debuttato con un propulsore completamente elettrico e sospensioni pneumatiche completamente indipendenti, mentre in seguito nella gamma sono state introdotte versioni con motore turbodiesel da 2,5 litri (224 CV) e un cambio automatico idromeccanico ZF a 8 rapporti. Quest’ultimo, molto probabilmente, sarà montato anche sul nuovo Amarok come versione base. Inoltre, è previsto l’arrivo di una versione ibrida plug-in, la cui potenza (secondo i media di settore locali) potrebbe superare i 470 CV e gli 800 Nm di coppia. Per quanto riguarda le dimensioni, si può prendere come riferimento il pick-up cinese: la lunghezza del Maxus Interstellar X base (questo è il nome della versione diesel in Cina) è di 5500 mm, la larghezza di 2005 mm, l’altezza di 1874 mm e il passo di 3300 mm.

La Volkswagen Amarok destinata al mercato latinoamericano sarà lanciata nel 2027 e verrà prodotta nello stabilimento Volkswagen della città argentina di General Pacheco. Nel frattempo, la scorsa settimana è stato svelato l’interno del nuovo crossover Volkswagen ID.Era 8X.

Nuova Renault 5 2027: gli aggiornamenti Tecnici

La Renault 5 è arrivata al suo terzo anno di vita ha ricevuto un leggero restyling che ne migliora le prestazioni. La presentazione ufficiale della Renault 5 E-Tech electric rinnovata avrà luogo a ottobre al Salone dell’Auto di Parigi.

La Renault 5 E-Tech electric ha debuttato nel febbraio 2024; si basa sulla piattaforma modulare RGEV small (ex AmpR Small) con trazione anteriore e sospensioni completamente indipendenti. Il design neoclassico della hatchback ha riscosso grande successo tra i clienti: le vendite della Renault 5 E -Tech electric sta registrando vendite piuttosto vivaci: nella prima metà di quest’anno in Europa, secondo i dati del costruttore, sono stati venduti 46.107 esemplari di questo modello, il 35% in più rispetto al periodo gennaio-giugno 2025, e questa cifra non include le versioni commerciali della hatchback e la hot hatch sportiva Alpine A290. La Renault 5 E-Tech electric ha anche un’analoga nella nuova Nissan Micra.

AGGIORNAMENTI TECNICI

Al momento la Renault 5 E-Tech electric è disponibile con tre motorizzazioni a scelta: motori elettrici da 70 kW (95 l.s.) e 90 kW (122 l.s.), abbinati a una batteria al litio-nichel-manganese-cobalto da 40 kW·h; l’autonomia con una singola ricarica è di 312 km secondo il ciclo WLTP. La versione top di gamma, con un motore elettrico da 110 kW (150 CV), è dotata di una batteria al litio-nichel-manganese-cobalto da 52 kWh, con un’autonomia di 410 km con una sola ricarica.

Le motorizzazioni sopra elencate rimangono nella gamma Renault 5 E -Tech electric, tuttavia i nuovi specchietti, i nuovi elementi aerodinamici nella parte inferiore della carrozzeria e la nuova centralina di gestione della batteria hanno permesso di aumentare leggermente l’autonomia con una singola ricarica: nella versione con batteria da 40 kW·h è ora di 315 km, mentre nella versione con batteria da 52 kW·h è di 430 km.

La versione base Five, attualmente equipaggiata con un motore elettrico da 70 kW e una batteria da 40 kWh, nelle prossime settimane riceverà un altro, «ottimizzata», ovvero un motore elettrico da 80 kW (109 CV) abbinato a una batteria al litio-ferro-fosfato da 36,5 kWh, con un’autonomia di 305 km con una singola ricarica.

Altre novità includono una gamma più ampia di colori della carrozzeria, ulteriori opzioni per i cerchi, una palette di colori degli interni rivisitata e una ricarica wireless più potente per lo smartphone.