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Lamborghini Jarama e quell’incontro tra Giganti: Ferruccio, Giotto, Marcello e Paolo

Può una delle Supercar meno ricordate e rivalutate della storia essere il punto d’incontro progettuale ed onirico di tre Giganti dell’Automotive, al punto da celare intorno a se’ più aneddoti e simbologie rispetto ad altre reginette a quattro ruote della storia? 

Sembra una domanda fatta per un esame di filosofia, ma al contrario è il fermo immagine della storia straordinaria che lega la Lamborghini Jarama 400 GT al profilo leggendario e carismatico di tre veri Colossi elettivi della migliore storia dell’auto: Giotto Bizzarrini, Marcello Gandini e Paolo Stanzani. 

Ed ovviamente con il concerto di un altro gigante come Ferruccio Lamborghini. 

Qui elencati in rigoroso ordine alfabetico Bizzarrini, Gandini e Stanzani sono i protagonisti di una leggendaria triangolazione che ha dato vita, ripeto, ad una delle auto peggio recensite in generale della storia. Ma non basta, perché la stessa Lamborghini Jarama segna eventi, epoche ed anniversari particolari intorno a sé e a partire da sé stessa: l’ultima 2+2 stradale della Casa del Toro a motore anteriore (la “LM002” che nasce oltre quindici anni dopo è una quattro posti da Off road) che nasce in un periodo che in pochi sanno essere uno dei più travagliati della Lamborghini di Ferruccio che, alla fine del 1972, decide di cedere la sua quota azionaria due volte: una volta diventando socio di minoranza e la seconda volta uscendo totalmente e definitivamente dalla sua creatura.

Un contesto così è tipicamente terreno di battaglia per guerrieri leali, limpidi, valorosi e di cuore. Le qualità che non sono mai mancate a Paolo Stanzani, Marcello Gandini e Giotto Bizzarrini. Ed è per questo che non posso ammettere che le recensioni generiche sulla Jarama siano un concentrato di critiche e svalutazione dell’impresa industriale che è dietro a quest’auto.

Perché Voi lo sapete come sono fatti i Media di settore motoristico: pur di ridondare una notizia od una storia e dunque “timbrare il cartellino”, i Media non si fanno imbarazzo a fare la media ponderata degli articoli precedenti dedicati allo stesso argomento: se la “tara” che ne viene fuori è positiva tanto meglio, si accodano al senso comune trionfalistico; se invece, accidenti, la media dei commenti è pregiudizievole, “chi siamo noi per contrastare tale giudizio negativo?” e giù a menare ulteriori – e spesso infondate – legnate alla povera auto protagonista della recensione.

Pare essere questo in fondo il destino di Lamborghini Jarama, che scavando sotto traccia nel suo percorso progettuale ha però – forse – molti più elementi di pregio storico di quanto non ne abbiano equipollenti o paragonabili Gran Turismo dell’osannato Cavallino. 

Nel Marzo del 1970 debutta, al Salone di Ginevra, la Jarama (formalmente “Jarama 400 GT”) come ultima ed estrema evoluzione del percorso delle Gran Turismo in configurazione 2+2 posti, e con il caratteristico V12 cilindri da 3,9 litri (da qui la sigla “400”) messo davanti nel classico schema motore frontale longitudinale e trazione posteriore.

Jarama nata in un periodo difficile per Lamborghini

Ecco, partiamo proprio da qui: in quel Marzo del 1970 sono passati appena sei anni e mezzo dalla prima mondiale a Torino della Lamborghini “350 GTV” – concept car disegnata da Franco Scaglione come apripista della prossima produzione stradale del Toro; da allora dentro Sant’Agata Bolognese è un terremoto continuo di modelli, motori, piattaforme, e soprattutto un vero viatico di tecnici e manager. 

Le serie “350/400 GT” con telaio tubolare di passo a 255 centimetri; poi la “Islero” con telaio a 265 centimetri di passo; il 3500 cc. 12 cilindri originario che diventa 3900 cc, seguito dall’otto cilindri da 2500 cc. della Urraco; ed oltre a questa, fino a Marzo 1970, arriva la quattro posti “Espada” su telaio “Islero” e la leggendaria “Miura”. 

Ma a parte il boom di quest’ultima e i numeri commerciali lusinghieri di Espada (la più venduta tra le Lamborghini dopo la Countach) le vendite cumulative di “350/400 GT” ed “Islero” sono deludenti ed in più si affaccia nel 1968 la non conformità di questa alle nuove normative di omologazione negli Stati Uniti. 

Insomma, occorre Cash flow e l’unico bancomat a disposizione di Ferruccio è l’azienda dei trattori, mentre intanto il “nemico” Ferrari nel 1969 deve avvolgere parte delle briglie del cavallino al predellino di Corso Marconi (Fiat). Sono tempi duri per gli artigiani delle Supercar, con le normative di omologazione in rapida evoluzione, la concorrenza sempre più pesante e la crisi energetica all’orizzonte. Finche’ verso fine anni Sessanta le dinamiche sociali e di mercato si erano fatte problematiche anche per i trattori: da un lato la crisi socio economica frenava gli ordini e da un altro lato la concorrenza di Landini (passata alla Multinazionale Massey Ferguson), Fiat Agri e della bergamasca SAME si era fatta pesante; e da un ultimo lato anche Ferruccio, nel clima pesante delle contestazioni, iniziava ad essere raffigurato e divulgato anche dai suoi Clienti delle Cooperative e dai Consorzi delle sue parti come “el padrùn” ricco che vendeva le supercar ai ricchi. 

Insomma, per farla breve, la cassa valori della Trattori Lamborghini cominciava a languere.

Occorrevano nuove commesse, ed una in particolare nel 1969 era stata un colpo da maestro di uno dei Rappresentanti in Sudamericadella Lamborghini: la Bolivia, governata da un tranquillo dittatore di nome Renè Barrientos (despota vecchio stampo dalla carcerazione e dalla violenza facile e molto legato alle fasce ricce della popolazione) aveva concordato un maxi ordine di ben 5000 trattori Lamborghini; il contratto del secolo, voluto da Barrientosper ringraziare a spese dello Stato i suoi elettori latifondisti. 

Ma come a volte poteva capitare in un Sudamerica che in quegli anni era una polveriera, il povero Barrientos era morto per un misterioso e mai completamente spiegato incidente aereo; ed al suo posto era salito al potere tale Juan Josè Torres, colonnello semi-golpista del tutto contrario a Barrientos e per di più incazzatissimo verso i latifondisti che gli avevano negato il voto. 

Inutile dire che Torres, con il maxi contratto dei 5000 trattori, ci aveva acceso il fuoco del caminetto, ed i soldi erano finiti in una nuvola di fumo; ma il buco di bilancio anche di Trattori Lamborghini a quel punto era una anticamera del baratro. Ferruccio tampona vendendo il suo impero di trattori alla SAME di Treviglio nel 1972, e riceve una pioggia di milioni con cui finanzia la nascita di “Countach”.

E’ nel lasso temporale tra il buco di cashflow dell’investimento per “Miura” e la vendita della ditta di trattori che si affaccia la voragine finanziaria per il mancato appalto della Bolivia. 

Ed a farne le spese è la povera “Jarama” che ha la sola colpa di essere passata da quelle parti – a livello industriale – nel primo vero e proprio momento di crisi del Toro. Per questo mi è sempre stata simpatica; per questo sembra discepola non solo della grande genialità di Stanzani e di Gandini ma anche seguace di quella vocazione pauperistica che ha accompagnato sempre Giotto Bizzarrini nella sua opera.

Alle origini del “Toro”: V12 e telaio “350 GTV” by Giotto Bizzarrini

E cosa c’entra Bizzarrini? Ora Vi spiego: 1962, Giotto Bizzarrini è uno dei sette “capoccioni” (nel senso di genialità espressa in attività) che Enzo Ferrari ha praticamente messo alla porta fuori Maranello

In verità Giotto ed altri due Dirigenti non sono l’oggetto diretto della “purga” del Drake; ma non appena Giotto si fa davanti al Grande Vecchio dicendosi impossibilitato a proseguire il suo lavoro senza più la Squadra con cui nel bene e nel male aveva iniziato quattro anni prima, Enzo lo tempesta di bellissime parole e lo fa accomodare elegantemente sull’uscio; anche se, badate bene, probabilmente Giotto è il solo per il quale Enzo Ferrari mostri velatamente un moto di dispiacere e delusione nell’uscita da Maranello, poiché è il solo di quel gruppo di sette Dirigenti a cui il patron Ferrari “indirizza” un Cliente originario del Cavallino: si tratta dell’A.S.A. altrimenti detta “Ferrarina”. 

Uscito dalla Ferrari Giotto Bizzarrini avvia l’attività di libera professione e fonda a Livorno “Autostar” iniziando a cercare commesse; o meglio, scusate, ad accettarne visto che in quel taglio di anni tra il 1962 ed il 1963 Giotto è forse uno dei più acclamati e interessanti super tecnici dell’Automotive non solo italiano. Quelli del settore sanno bene che la “250 GTO” è fondamentalmente opera sua, anche se nasce dopo la sua uscita da Maranello; e chi vuole costruire auto di prestigio e sportive ha il suo nome in agenda. 

Succede così per la Iso Autoveicoli a Bresso, dove Renzo Rivolta chiama Giotto Bizzarrini per progettare  insieme a Pierluigi Raggi lo schema e le linee guida delle supercar a marchio Iso Rivolta; e succede così a Cento, in provincia di Ferrara. Lasciate da parte la manfrina della frizione dei trattori: così come Peter Monteverdi – che da concessionario Ferrari in Svizzera si mette a fare “insider trading” contro il Cavallino vedendo quanta pioggia di soldi è disposta a spendere la classe dei nuovi ricconi per comprare auto da sogno – e così come Renzo Rivolta a Bresso anche Ferruccio Lamborghini vede che nel business delle auto da sogno si fanno parecchi soldi; e lui in aggiunta è pure uno che di soldi già ne ha a vagonate, fino ad un certo punto. 

Dal dopoguerra ha costruito un impero basato sulla proiezione della domanda ideale di crescita dell’Italia: i trattori che danno ad un paese che ha fame le derrate agricole, e che Consorzi Agrari e banche di Credito cooperativo pagano sull’unghia milione per milione di Lire; i bruciatori a gasolio per riscaldare le fabbriche e i condizionatori per raffreddarle. 

Anche Ferruccio fonda la “Automobili Lamborghini” mentre le ruspe sono ancora al lavoro sugli impianti da far nascere da zero a Sant’Agata Bolognese

E manda i suoi cacciatori di teste a cercare tecnici puramente Automotive, visto che dal comparto Trattori ha già chiamato alla Direzione vendite auto il fidato e storico Sgarzi già direttore commerciale della produzione agricola; ma la professione di tecnico auto non la puoi derivare dai trattori, ed allora il Cavalier Corrado Carpegiani (braccio destro manageriale di Ferruccio) chiama alla Lamborghini quell’iniziale “Alfa ed Omega” di primo impatto: un talento praticamente appena uscito dalla facoltà di Ingegneria che è ancora sconosciuto nonostante si chiami Giampaolo Dallara; ma ben sapendo – Carpegiani – che il nome più blasonato è Giotto, lo va a cercare a Livorno, ma da buon braccio destro di un industriale con il pelo ritorto a triplo giro sullo stomaco (cioè Ferruccio) il Cavaliere si rende conto che la situazione finanziaria di Bizzarrini è disastrosa. 

La coda giudiziaria con Ferrari gli ha rallentato il recupero delle liquidità da Maranello, i rapporti professionali con A.S.A. si sono presto trasformati in missive non proprio lusinghiere e la “Autostar” appena nata è di già in bolletta. Carpegiani convince Giotto a progettare il suo primo motore con un compenso per l’epoca persino inferiore alle parcelle che giravano nel settore: 4 milioni e mezzo di Lire con un vincolo: Giotto a Cento (Sant’Agata ancora neppure esiste) deve progettare e testare al banco un motore da 100 cavalli litro per utilizzo stradale. 

A quei tempi, è una follia; ma in caso di insuccesso Lamborghini avrebbe tagliato l’assegno per quote proporzionali di centinaia di migliaia di Lire in funzione della mancanza di cavalli al tetto richiesto.

Giotto ha urgente bisogno di soldi ma non intende lasciare al ruspante Ferruccio neppure le briciole di quell’assegno: disegna un V12 a carburatori e carter secco da 3500 cc. in tempi record

A Luglio 1963 il motore viene provato al banco Prova di Cento: 358 cavalli, ben centodue cavalli per litro di potenza specifica. Ferruccio inizia a farsi rodere il chiccherone: pensa che il banco Prova di Cento non sia adeguato per un test di motore ad alte prestazioni ed ordina come prima sala operativa a Sant’Agata proprio il banco Prova. 

Settembre 1963, il V12 di Giotto viene testato a Sant’Agata dove Ferruccio (che comincia a sentire in lontananza il fruscio delle ali in volo dell’uccello patulo…..) ha chiamato a rinforzo anche i tecnici di Borgo Pistoni (fornitori di pistoni e camicie del motore) ed i tecnici Weber: spera che questi ammettano un suo pretestuoso timore, e che cioè da un lato con queste potenze il motore rischia di rompersi sotto il sedere dei facoltosi clienti; e dall’altra per verificare se il tono di miscela (cioè il rapporto aria/benzina) non renda troppo grassa la miscela di funzionamento. 

Il motore voluto da Ferruccio??? Troppo potente…

A fine test non solo il motore esprime ancora 355 cavalli (con una perdita di soli 3 cavalli che Bizzarrini imputa alla conformazione inadeguata del banco Prova che non riesce a smaltire l’eccesso di calore prodotto in fase di test) ma i tecnici della Borgo e della Weber escludono ogni potenziale criticità a causa di questa potenza. Il motore gira rotondo e con continuità.

A questo punto, quando Giotto per chiudere la manfrina impone per contratto il suo diritto a testare il motore al banco prova delle facoltà di Ingegneria dove ovviamente aveva diversi contatti disponibili, Ferruccio stacca l’assegno promesso.

E ad Ottobre 1963 in quella foto – trittico con Ferruccio che attrae con le braccia, al centro del V12 in primo piano fotografico, il giovane ed impacciato Dallara ed un imbronciato Bizzarrini, gli sguardi e le posture chiariscono subito che l’idillio tra il re dei trattori ed il genio dei motori è finito. 

Lamborghini a questo punto demanda sempre allo staff di Cento (con cui Giotto aveva iniziato il progetto) di “addolcire” la curva di erogazione del motore senza abbattere però la potenza massima. 

Ed a Cento, mesi dopo la presentazione di Sant’Agata, il V12 originario di Giotto resta tale nella V dei cilindri, nell’imbiellaggio e nei disegni determinanti; ma il nuovo Team di ritocco composto da Pedrazzani, Dallara e da un ancora ventiseienne Paolo Stanzani deciderà di alesare a 3900 cc. riducendo leggermente il regime di utilizzo ed aggiungendo solo il carter “umido” che per la gestione di un’auto stradale era decisamente più consono. 

Quando accade tutto questo? Dopo che, al Salone di Torino del 1963, il prototipo “350 GTV” di Scaglione adotta il perfetto 3 litri e mezzo di Giotto; mentre la versione commerciale “350 GT” proposta nel 1964 e rielaborata dalla Carrozzeria Touring (perché il disegno di Scaglione era ritenuto troppo azzardato) è un semplice “Downgrading” del motore di Giotto con 3500 cc, 270 cavalli e non 350 e appunto Carter umido di lubrificazione. 

Il 3900 cc. apparirà poco dopo sulla “400 GT” e sulla “Islero”, dove appunto si verifica il vero primo passaggio di consegne tra Giotto ed il giovane e già geniale Paolo Stanzani; ma sarebbe un errore ritenere che il lavoro di Bizzarrini sia stato cancellato dai ritocchi di alesatura e dal carter umido; sostanzialmente fino alla nuova cubatura oltre 4000 cc. e successive generazioni, ancora ad inizio anni Ottanta il 3900 cc. di Pedrazzani, Stanzani e Dallara è semplicemente un upgrade del motore di Giotto Bizzarrini. 

Upgrade che entra perfettamente in tema anche la Espada del 1968, che precede la “Jarama” di due anni; che è una delle auto più ricordate (nelle interviste) dall’Ingegner Stanzani; e che è stata disegnata da Marcello Gandini. 

Lambo “Jarama” più iconica per il triangolo del genio: Giotto, Marcello, Paolo

E allora perché non ho incentrato il mio pezzo “triangolare” su Espada? Solo perché, nella serie di attività svolte da Giotto Bizzarrini per la Casa del Toro tra il 1962 ed il 1964 entra anche un apporto non indifferente sul disegno del telaio della “350 GTV” al fine, inizialmente, di definire gli alvei dell’intreccio di tubi anteriori entro i quali alloggiare il V12; tuttavia era inevitabile che la giovane età di Dallara e la ridotta presenza di tecnici automotive al preludio della Lamborghini imponesse al genio livornese di “imbastire” anche buona parte dello scheletro complessivo. 

Tuttavia sebbene anche il telaio della Espada derivi da quello della “Islero”, mentre direttamente dalla serie “350/400 GT” arriva il telaio della Jarama, l’allungamento del passo di Islero ed Espada ha reso lo schema tubolare definitivo molto diverso dalle origini; mentre al contrario la riduzione del passo tra “350/400GT” e Jarama ha mantenuto il telaio di quest’ultima strettamente fedele allo schema condiviso da Giotto. Semplice spiegazione.

La “Jarama” come ho detto arriva in un momento della Lamborghini tremendamente ed inaspettatamente drammatico; ed anche di questo occorre tenere conto nella narrazione di quest’auto, rivalutando il genio di Paolo Stanzani e di Marcello Gandini che surroga i limiti evidenti di budget.

Stanzani che, intanto, è già un mito nel 1965 quando al Salone di Torino Lamborghini presenta lo chassis nudo e motorizzato di quella che sarà la “Miura”. La scocca completamente allestita con in primo piano il V12 montato trasversalmente è un colpo di genio: per settimane non si parla che di questa novità segreta, di cui tutti vogliono vedere il vestito. 

Sarà Nuccio Bertone, facendo visita allo stand Lamborghini, a promuovere il suo nuovo giovane talento Marcello Gandini. In quel momento pochissimi avrebbero saputo vestire una meccanica così diversa e innovativa, ed ancora meno avrebbero resistito alla paura di non esserne in grado. 

Ma “paura” per Gandini non era una parola consona. E’ da qui, e dalla perfetta comunione di intenti e collaborazione con Paolo Stanzani che arriva una pietra miliare di sessanta anni fa. 

Miura cambia i canoni ortodossi e classici della costruzione di supercar. E per mesi, anni, esiste solo Lei come benchmark. Ma, consentitemi, il blocco motore che Stanzani riesce in modo sovrumano a mettere “per traverso” invece che longitudinale è ancora fortemente il “400” di matrice Bizzarrini. 

E non è una rivendicazione, ma solo la conferma che genialità elette, anticonformismo e caratteri ostili ai compromessi si possono intrecciare come solo i grandi compositori ed artisti figurativi riescono sapendo comunicare con la sola voce del talento.

Il triangolo elettivo di tre geni anticonformisti e schietti, allergici ai compromessi e pronti ad affrontare limiti e problemi: un triangolo elettivo senza il quale forse Jarama – simbolo dell’oltranzismo e della resilienza individuale dei suoi padri putativi – non sarebbe neppure nata, visti gli handicap ai quali è stata vincolata. 

Il primo è strutturale: con i lavori di estensione e modifica del pianale Espada si era creata la perfetta Ammiraglia sportiva di Sant’Agata; con la “Miura” si era creata la regina di Gamma, mentre la nascita di Urraco voleva “traghettare” il prestigio ed il glamour del Toro anche in fasce di clientela meno straordinariamente esclusive di quelle che erano destinate a Miura. 

La Jarama che nel 1970 completa la Gamma Lamborghini

Cosa mancava? Secondo Ferruccio, che amava molto la conformazione “Gran Turismo Executive” con schema 2+2 di tipico stampo British, mancava una sostituta aggiornata della “Islero”, una sorta di ponte commerciale tra il tipico professionista rampante, la famiglia giovane abbastanza agiata, ed il gentleman Driver che ama guidare sportivo. 

Che questi fossero i desiderata di Ferruccio, è un conto; che con tutti i limiti, i corto circuiti gestionali e con i problemi montanti in casa Lamborghini tutto questo non fosse lavoro per veri Superman, è ovviamente la conclusione cui tutti possono facilmente arrivare. 

Il telaio della serie “350/400 GT” viene accorciato di 17 centimetri; per questo il passo da 255 arriva a 238 centimetri e le misure fuori tutto arrivano a 4,49 metri di lunghezza e 1,82 di larghezza con una altezza ridottissima ad 1,19 metri. “Jarama” rispetto a “350/400GT” appare molto più filante e moderna, e rispetto ad Islero ed Espada è decisamente più nervosa e contenuta pur regalando un buonissimo spazio abitabile dentro ed al vano bagagli. Gandini immagina così tanto la “Jarama” come una Gran Turismo “pret a portair” (spazio abitabile, linee tese e linea di cintura dritta, aspetto Executive offerto anche dal volume di coda posteriore (a sviluppo trapezoidale proprio per valorizzare capacità di carico ed apertura cofano) e un muso piatto, largo e spigoloso che si chiude sul frontale con il caratteristico gioco di palpebre e fanali. 

I meno attenti accumunano un po’ troppe coincidenze stilistiche tra la “Jarama” del 1970 e la di poco precedente “Iso Rivolta Lele” del 1969; ma di tutte queste coincidenze io non ne rilevo, a parte la “firma” per l’epoca del Maestro (tra l’altro straordinaria) di questo effetto ottico “palpebra/faro” che qualificherà anche Alfa Romeo Montreal e “Grifo II° Serie”. Ah, tra l’altro: la Iso“Lele” realizza quel secondo “incrocio” storico (e non proprio a distanza) tra Marcello Gandini e Giotto Bizzarrini: il primo viene chiamato da Piero Rivolta (che ha preso il posto del padre Renzo colpito da un infarto nel 1966) a disegnare la “Lele” utilizzando moltissimo della piattaforma che a partire da “Iso 300/340 GT” aveva dato vita a “Grifo” e “Fidia”; quella piattaforma (telaio in piastra di acciaio sagomato simil – monoscocca più motore Chevrolet 327 da 5300 cc) era nata dal lavoro congiunto di Giotto Bizzarrini e Pierluigi Raggi. E l’arrivo di Piero Rivolta aveva anche riacceso in piccola parte il contatto tra il genio livornese e la “Iso”.

Quel che è certo invece è la serie di limiti strutturali con cui Gandini deve fare i conti nella “Jarama”: fanaleria posteriore condivisa con la Urraco, telaio strettamente derivato dalla serie “350/400” ed ovviamente un gioco di volumi particolare dovuto al passo accorciato ed al volume di vano motore incombente insieme agli sbalzi anteriore e posteriore notevoli. Per “mitigare” l’effetto visivo degli sbalzi Gandini crea un gioco dolce e morbido dei paraurti che si legano ai nerboruti passaruota sagomati.

Tra lorsignori “criticoni” tuttavia non ho letto nessuno apprezzare, nelle linee tese e pulite di Marcello Gandini, l’attenzione all’utilizzatore professionale: la presenza discreta e ben raccordata di paracolpi in acciaio cromato, ed i montanti sottili a rendere la visibilità ancora più estesa grazie alla vetratura molto ampia in rapporto alla carrozzeria; tutto questo è un tributo di attenzione che altri Designer, forse distratti, nello stesso periodo non dedicavano spesso e volentieri. 

Ma la Jarama merita davvero tutte queste critiche?

Su richiesta, era possibile ordinare un sistema di apertura del tetto, una sorta di configurazione targa con due pannelli rimovibili e indipendenti fra loro. E sempre il tetto, dietro, mostra un “labbro” integrato nella superficie che si distacca a mo’ di spoiler anche per favorire la pulizia del lunotto molto esteso.

Nonostante tutti i limiti comunque Gandini riesce ad anticipare linee guida che saranno iconiche per tutto il decennio ’70, offrendo al mercato una Lamborghini degna di tale Marchio. Più accessibile e più sbarazzina della “Espada” ma di certo non approssimata. 

Il dialogo progettuale in questo senso è tutto tra questi due giovani geni: Gandini, responsabile del Design di Bertone, e Paolo Stanzani appena nominato Direttore Tecnico al posto di Dallara; ed anche Stanzani deve svolgere il suo viatico di sacrificio per aggiornare di contorno e perfezionare la piattaforma “350/400 GT” senza tuttavia disporre di grandi risorse; senza dimenticare che i nuovi parametri di omologazione per gli USA costringono Paolo ad un superlavoro.

Ed è qui che il genio risalta; ed è per questo che Lamborghini Jarama, con tutti i problemi ed i limiti industriali, rende giustizia a due personalità dirompenti. E rende onore alla memoria di un terzo carattere forte dal cui progetto è nato il bozzolo, o meglio la crisalide chiamata Lamborghini. Poche volte è stato ricordato il profilo ed il valore di Paolo Stanzani; poche volte si è fatta chiarezza nella scarsa informazione storica legata all’opera del Maestro Gandini. Io avevo un tributo, un “pedaggio” da pagare simbolicamente: ammetto di aver scritto solo recentemente di Marcello Gandini, e riconosco che questo pezzo è il secondo in cui ricordo l’opera di Paolo Stanzani con maggior dettaglio. 

Ma permettetemi anche di collegare – perché così storicamente è avvenuto – a questi due talenti della creatività del mondo auto anche il genio di Giotto Bizzarrini, e di farlo sicuramente in questo strano 2026: 100 anni dalla nascita di Giotto (6 Giugno del 1926), 90 dalla nascita di Paolo Stanzani (20 Luglio 1936, mentre il Maestro Gandini è nato nel 1938, cosicchè l’anniversario non è di quelli che si dicono “tondi”); ma tondi sono, per incrocio del destino, i 60 anni di Miura e della prima auto di Bizzarrini da Costruttore indipendente; i sessanta anni dalla scomparsa di Renzo Rivolta, così come se ne potrebbero scoprire a decine.

Chissà, credo che sarebbe davvero bello raccontare a tutti, in una sorta di percorso a bivi ma anche ad incroci leggendari, la storia così poco nota di questi tre cavalieri senza macchia e senza paura; tre geni al servizio della bellezza automobilistica, intesa come scelta di vita.

Riccardo Bellumori

Tesla Model Y Performance 2026: Prova su strada

La Tesla Model Y Performance costa oltre 60.000€. Una cifra importante. Ma quando premi l’acceleratore e senti 0-100 in 3,7 secondi, capisci subito che non stai guidando una normale SUV elettrica.
In questo video ti portiamo nella nostra prova su strada completa: autostrada, misto, città e qualche tratto sportivo per capire davvero cosa sa fare questo mezzo. Partiamo dal design aggiornato del restyling 2024, analizziamo interni e infotainment senza sconti sulla qualità dei materiali, poi entriamo nel vivo con la dinamica di guida nelle tre modalità disponibili — Comfort, Sport e Track.
Ma la vera domanda è un’altra: quanta autonomia fa realmente nel ciclo misto italiano? Niente cifre WLTP, solo quello che abbiamo misurato noi. Passiamo poi dalla ricarica al Supercharger con tempi e costi alla mano, fino al confronto diretto con la versione Long Range per capire se il sovrapprezzo della Performance ha senso o no.
Il verdetto finale potrebbe sorprenderti.

MG in Italia: una scommessa vinta con i Privati e con le Flotte

Quando ad Aprile di poco più di venti anni fa gli appassionati di auto inglesi di tutto il mondo lessero la notizia in primo piano nelle agenzie, desideravano non credervi: MG – Morris Garage – il marchio amatissimo dagli sportivi e dalla storia leggendaria, era fallito insieme alla Rover dentro cui costituiva parte del Gruppo.

La MG fallisce nel 2005 a causa di un mai troppo chiarito passaggio proprietario da BMW al fondo Alchemy, insediato alle Isole Cayman: è l’8 Aprile 2005, per Rover-MG, si apre il fallimento per una azione giudiziaria di creditori che avevano spinto alla chiusura e liquidazione forzata del Gruppo, del suo complesso industriale e dei Marchi. 

Questo portò alla cessione in toto di diritti industriali, marchio edattività commerciale di “MG”; al ritorno alla Ford del Marchio “Rover” (che in forza della acquisizione di Land Rover da parte della Casa di Dearborn era stato mantenuto in concessione alla struttura industriale preesistente inglese di “Rover/MG”); ed infine al trasferimento di tutta la catena di montaggio della Gamma Rover “25”, “45” e “75” in Cina con un nuovo Marchio“Roewe”, in assonanza di pronuncia con il precedente Marchio britannico.

Nel 2007 la SAIC acquisisce dunque tutto il Gruppo MG Rover e decide, con un lavoro paziente di conversione e ricostruzione, di rilanciare il Marchio MG; ma per farlo decide, in fondo, di trascurare (perlomeno inizialmente) i canoni istitutivi ed originari con cui Cecil Kimber nel 1924 creò la prima “MG” sportiva e sanguigna sulla base di parti e ricambi della “vecchia” MorrisOxford. 

Già, perché senza che in molti ce ne accorgessimo due anni fa MG ha compiuto un secolo fatto di alti e bassi: alti come le vittorie (tanto per capirci MG è il primo Marchio non italiano a vincere nella sua classe nella Mille Miglia) e le “milestones” di storia industriale fatta di modelli iconici e amatissimi dai collezionisti; bassi come i tanti momenti critici di questa fabbrica passata da Marchio indipendente dentro il Gruppo Austin Morris; a far parte del raggruppamento “British Motor Corporation – BMC” nel 1952; le vicende sindacali e politiche da quel momento in Gran Bretagna diventano un casino ingovernabile e così MG alterna eventi commerciali lusinghieri (come la MGB del 1962, la prima monoscocca, in versione roadster ed in versione chiusa nel 1965 con tetto disegnato da Pininfarina; forse la MG più venduta di sempre) a situazioni al limite del grottesco come la chiusura degli Stabilimenti di Abington per contrastare la violenza delle lotte sindacali.

La storia di MG sempre sulle montagne Russe

Dalla seconda metà degli anni Settanta praticamente MG non ha già più una sua linea di produzione autonoma e diventa una “griffe” per siglare i modelli sportivi della Austin (Metro, Maestro, Montego. 

Incredibile a dirsi, il Marchio MG torna a troneggiare su cofani di auto e su libretti di omologazione con una belva da rally del 1984: la MG Metro 6 4R, mentre torna l’ipotesi di produzione stradale autonoma con il prototipo “EXE Concept” – davvero straordinario – disegnato da un talento come Roy Axe.  Ma non se ne fece nulla, e con la soppressione del Marchio Austin  MG torna nel cassetto fino al 1992: prima un restyling poco apprezzabile della MGB (operazione nostalgia come la riedizione dell’Alfa Romeo Duetto) e 30 anni fa esce la MGF roadster a motore centrale.

Nel frattempo BMW rileva da British Aerospace – cui il Governo Thatcher aveva venduto Austin, Rover ed MG per privatizzarle – proprio Rover/MG con i diritti della Mini. Ma il disastro fatto nel concerto di strategie politiche da dementi e di acquisizioni di “amici degli amici” è ormai fatto: British Airways vende a BMW per 800 Milioni di Sterline l’80% del pacchetto azionario e lasciaa Honda un piccolo 20% di partecipazione, ma a Tokio sanno che il nuovo corso può solo pregiudicare anni di collaborazione e sviluppo condiviso. Si arriva alla richiesta esplicita di aiuti finanziari da parte di BMW al Governo, e con il rifiuto di questo BMW cede il Gruppo Rover prima ad Alchemy e poi alla Phoenix.

MG torna praticamente a rivestire il ruolo di Griffe con una “linea” di elaborate su base Rover 25, 45,75 (quest’ultima, ricorderete, diventa la “ZT”). E si arriva al momento più buio: MG Rover fallita nel 2005 con debiti per 1,3 miliardi di sterline e la perdita di 6.000 posti di lavoro.

 SAIC Motor ha acquisito il marchio MG nel 2007 attraverso l’acquisizione di Nanjing Automobile Corporation, iniziale acquirente del fallimento: da questo momento la strategia di SAIC ha combinato l’eredità della tradizione britannica del marchio con i trend commerciali più in voga sul mercato, ed ovviamente è questo il motivo per il quale la strategia di ritorno basata sulla tipologia berlina e Suv mass market, benchè criticata dai più conservatori ed appassionati seguaci di MG si è rivelata alla fine redditizia. 

MG entra nel Gruppo SAIC

La scelta di utilizzare in pieno la sinergia industriale e di gamma con il Gruppo SAIC si è rivelata nel medio termine azzeccata sia per le economie di scala attraverso le quali il Brand ha saputo rilanciarsi sfruttando la iconografia del Marchio storico agganciato ad una offerta di Gamma dai listini generalmente popolari; sia per la prerogativa di affidabilità e generale buona qualità e livello tecnologico della produzione industriale del Gruppo. Grazie a questo MG si è ripresentata al pubblico potenziale con un prodotto griffato, polivalente, attraente, affidabile e dal valido rapporto di Value for money: insieme a questo c’è però anche la prerogativa di una Gamma di offerta estesa sia in termini di classi e dimensioni sia in termini di architettura che ha rapidamente incluso sia l’Ibrido che il Full Electric. 

La progressione di MG sul mercato italiano è stata a sua volta fortissima a partire dall’esordio nel 2021 sotto la guida di Andrea Bartolomeo – Country Manager e Vice President di SAIC Motor Italy. 

E le annualità 2024 e 2025 sono state portatrici di risultati quasi a livello di record, grazie non solo alla progressione nel canale privato ma grazie al sempre maggiore favore che MG riscontra tra Flotte e Noleggi.

Un aspetto che ha certo contribuito alla progressione e diffusione sul mercato è infatti stata l’immagine di estrema concretezza e praticità di uso dei modelli di Gamma, essenziale nelle linee e nei volumi che non lasciano spazio a troppi “ghirigori” stilistici e che però in ogni modello offre buona dotazione ed un appeal sufficientemente Premium, merito anche dell’iconico simbolo posto in bella vista al centro di calandra e parte posteriore.

Ma un fattore determinante risalta anche nell’esatto ed efficace rapporto tra offerta commerciale e condizioni congiunturali del mercato. 

Perché questa è una dote non così automatica in molti brand e che tuttavia MG ha saputo costruirsi: proporsi come Marchio “sostitutivo” in diverse fasce di clientela potenziale che a fronte della irriconoscibilità di Brand consolidati e fidelizzati, o della escalation inarrivabile di Segmenti e prezzi di listino. 

Missione compiuta: in Italia ed Europa gli automobilisti premiano MG

Non è un limite ne’ un peccato per MG essere riuscita a intercettare quella domanda inevasa, tradita, cancellata da diversi Brand storici sul mercato offrendo in prima istanza una opzione alternativa che poi è diventata ripetuta con fasce di clienti che hanno iniziato a fidelizzare, perché hanno trovato in MG una risposta alle loro esigenze di mobilità personale e professionale.

Aver superato la prova “Fleet” è stata il colpo da maestro: dimostrare di saper rispondere alle esigenze degli operatori Partita Iva sottintende una gamma efficiente, affidabile e flessibile nell’utilizzo; significa costi di esercizio valori di remarketingsostenibili; significa anche eccellenza nel service, e su questo MG ha dimostrato una ottima organizzazione sia nella Rete di vendita ma soprattutto con il Network di post vendita e con la logistica dei Ricambi: massima garanzia, supporto territoriale al Cliente, customer care e riduzione dei tempi di evasione delle richieste di intervento.

Insomma: la missione di MG in Europa ed Italia era difficile, ma è stata compiuta egregiamente al primo colpo. Ottimo segnale per il prossimo futuro.

Riccardo Bellumori

Nuova Jaguar GT 2026: Rendering Totale

La nuova Jaguar GT è stata anticipata per quella che sembra un’eternità, ma finalmente si intravede il traguardo. Jaguar ha stupito il mondo con la presentazione della sua audace Type 00 Concept, creata per dare un’anteprima della sua futura ammiraglia elettrica. I recenti prototipi di questa vettura hanno mostrato che trarrà ispirazione stilistica dal concept, ma si trasformerà in una berlina a quattro porte leggermente più sobria.

Rendering Kolesa.ru

LUSSO E MENO ECCESSI

Con l’avvicinarsi della presentazione di settembre, una nuova serie di rendering cerca di offrire un assaggio di come potrebbe apparire la versione di serie. Detto questo, i prototipi pesantemente camuffati hanno tenuto ben nascosti i dettagli chiave, rendendo difficile stabilire con esattezza quanto Jaguar si allontanerà dal concept.

Questi nuovi rendering di Kolesa.ru, creati da Nikita Chuyko per Kolesa, suggeriscono un approccio più morbido nella parte anteriore. La drammatica firma luminosa lascia il posto a fari a LED più convenzionali, abbinati a un muso più pulito e familiare dove tipicamente si troverebbe una griglia tradizionale. C’è ancora un po’ di stile, compreso un badge Jaguar illuminato, anche se il paraurti scambia l’aggressività della concept car con curve più morbide e sobrie.
Il design più morbido e fluido prosegue lungo i fianchi, dove le superfici pulite delle portiere sostituiscono la linea spallare affilata della Type 00.

Come nella Porsche Taycan, sono state aggiunte delle alette di ricarica su entrambi i pannelli anteriori, e sono presenti anche maniglie delle portiere a scomparsa. Nella parte posteriore, una semplice barra luminosa a LED a tutta larghezza si estende lungo l’auto e, sebbene questi rendering mostrino un lunotto convenzionale, da quanto abbiamo sentito, il modello di serie potrebbe alla fine farne a meno.

I DATI TECNICI

Recentemente abbiamo anche dato una prima occhiata agli interni, che collocano il guidatore in una posizione avvolgente, incorniciata da una console centrale alta e da sedili ribassati. L’abitacolo presenta linee nette e spigoli definiti, ancorati da un volante completamente nuovo che sembra preso da una concept car degli anni ’70. Il cruscotto è essenziale, con uno schermo curvo e un quadro strumenti digitale che sostituiscono i tradizionali quadranti.

La potenza combinata dovrebbe superare i 986 CV e i 959 lb-ft (1.300Nm) di coppia. Niente di esotico per gli standard attuali dei veicoli elettrici, ma la Jaguar dovrebbe comunque risultare adeguatamente veloce, nonostante un peso che sfiora i 2.700 kg.

La stessa Jaguar punta a un tempo di accelerazione da 0 a 100 km/h di circa tre secondi, una velocità massima di 250 km/h e una potenza di ricarica di picco di 350 kW. Il prezzo dovrebbe partire da circa 160.000 dollari, con le vendite che inizieranno nel 2027.

Nuova Audi A5 2026: Rendering Coupé

Ad oggi l’Audi A5 è disponibile praticamente in tutte le varianti di carrozzeria, tranne quella originaria: la coupé. Abbiamo deciso di colmare questa lacuna e di immaginare come potrebbe apparire l’auto nella versione a due porte.

Il modello A5 è entrato a far parte della gamma della casa automobilistica tedesca nel 2007. È stata realizzata sulla piattaforma dell’Audi A4 e inizialmente era disponibile solo nella versione coupé a due porte. Solo due anni dopo si sono aggiunte la cabriolet e la versione Sportback a cinque porte, diventata la più popolare. Le stesse varianti di carrozzeria sono state adottate anche dalla seconda generazione dell’A5, il cui debutto è avvenuto nell’estate del 2016.

Con la terza generazione la situazione è diversa: a metà del 2024 la famiglia Audi A4, composta da berlina e station wagon, è passata all’indice A5, e poco dopo si è aggiunta la A5L Sportback, una liftback destinata esclusivamente al mercato cinese. Per ora non ci sono informazioni su un possibile ritorno del capostipite di questa serie, ma nulla ci impedisce di immaginarlo. L’auto raffigurata nei rendering è basata proprio sulla station wagon cinese, poiché con i suoi finestrini senza telaio è il modello che più si avvicina alle due generazioni precedenti di A5.

La forma dei finestrini laterali si differenzia da quella delle cinque porte ed è realizzata nello stile tradizionale delle coupé. Il lunotto posteriore ha un’inclinazione leggermente minore, grazie alla quale sul cofano del bagagliaio è apparso un «gradino» ben pronunciato, simile a quello delle precedenti A5 Coupé.

Rendering Kokesa.ru

MOTOTI E DATI TECNICI

La nuova famiglia Audi A5 è costruita sulla piattaforma PPC (Premium Platform Combustion), che è una versione modernizzata del telaio MLB Evo. Il motore di base è un quattro cilindri turbo TFSI a benzina da 2,0 litri con due varianti di potenza: 150 e 204 CV.

È disponibile anche un motore TDI turbo da 2,0 litri aggiornato da 204 CV, abbinato a un «motore elettrico ausiliario» da 48 volt (che fornisce 24 CV aggiuntivi) nell’ambito del sistema MHEV plus.

Le versioni S5 (disponibili solo sui modelli europei) sono equipaggiate con un motore V6 TFSI turbo da 3,0 litri aggiornato da 367 CV, parte di un sistema ibrido leggero. Infine, nel febbraio di quest’anno ha avuto luogo la presentazione dei modelli di punta RS5 con sistema ibrido plug-in, basato su un motore V6 biturbo da 2,9 litri e 510 CV in tandem con un motore elettrico da 177 CV (460 Nm), integrato nel cambio automatico a otto rapporti.

La potenza complessiva di questo sistema PHEV è pari a 639 CV e 825 Nm.

Nuovo Nissan Terrano 2026: il Ritorno

Dopo circa 20 anni ecco il ritorno sul mercato del Nissan Terrano.

Nissan ha presentato a Pechino due spettacolari concept di SUV, entrambi destinati a dare vita a nuovi modelli di serie che saranno svelati nel corso del prossimo anno. È importante sottolineare che almeno uno di essi sarà commercializzato in alcuni mercati internazionali selezionati.

Il più intrigante dei due concept è noto come Terrano PHEV. Nissan ha utilizzato il nome Terrano in passato per un SUV compatto venduto tra la metà degli anni ’90 e la metà degli anni 2000, ma questo nuovo modello è molto diverso. In alcuni mercati, si posizionerà tra il più grande Patrol e l’X-Trail, noto come Rogue negli Stati Uniti.

Nissan ha rivelato pochissimi dettagli sul Terrano PHEV, ma si prevede che condividerà il telaio body-on-frame con il Frontier Pro PHEV cinese di Nissan, costruito in collaborazione con il partner locale di joint venture Dongfeng. Pertanto, potrebbe avere lo stesso propulsore, composto da un quattro cilindri da 1,5 litri e un motore elettrico, per una potenza combinata di 429 CV (320 kW) e una coppia di 590 lb-ft (800 Nm).

Mentre il design di alcuni nuovi modelli Nissan è discutibile, come il nuovissimo Juke elettrico, il Terrano è azzeccato – almeno nella versione concept. Il SUV ha un assetto alto e un frontale imponente con fari a LED e logo illuminato.

LO STILE OFF ROAD

Il concept presenta anche una serie di altri componenti fuoristrada, tra cui protezioni laterali, barre sul tetto e passaruota neri squadrati. Nella parte posteriore si trova un portaruota di scorta posizionato dietro una grande barra di supporto.

Il secondo concept di Nissan è l’Urban SUV PHEV. Si ispira al Nissan NX8 ed è stato progettato per i giovani acquirenti cinesi. La parte anteriore include eleganti LED e una grande griglia inferiore nera. Altre caratteristiche interessanti includono specchietti retrovisori digitali, LED nella parte posteriore e maniglie delle portiere non visibili, che conferiscono al veicolo un profilo eccezionalmente elegante.
La casa automobilistica non ha rivelato quali siano i suoi piani a lungo termine per l’Urban SUV PHEV, ma ha confermato che la versione di produzione del Terrano PHEV sarà venduta in alcuni mercati globali, non solo in Cina.

Peugeot Concept 6 e 8: Anteprima a Pechino

Stellantis non ha voluto perdersi uno degli appuntamenti principali dell’industria automobilistica. Questo colosso, uno dei principali produttori di veicoli a livello globale, ha fatto la sua comparsa al Salone dell’Auto di Pechino 2026. Approfittando della «vetrina internazionale» che rappresenta l’evento, ha presentato novità molto importanti dei suoi marchi di punta. E Peugeot è tra questi marchi.

Peugeot torna al Salone di Pechino dopo un periodo difficile e lo fa riaffermando la sua ambizione globale e, soprattutto, il suo impegno nei confronti dell’importantissimo mercato cinese. Lo svolgimento di questo salone dell’auto simboleggia il via alla nuova strategia di Peugeot sul mercato cinese, che emula quella di altre grandi case automobilistiche europee. Automobili realizzate dalla Cina e per la Cina. Il tutto nell’ambito del processo di transizione verso la mobilità elettrica intrapreso anni fa.

LO SVILUPPO IN CINA

La Cina svolge, secondo Peugeot, un ruolo fondamentale per lo sviluppo mondiale del marchio, sia come mercato leader nella mobilità elettrica e connessa, sia come motore di innovazione che definisce la futura gamma di Peugeot. E proprio le novità più rilevanti del marchio francese vanno in questa direzione. Nel futuro della sua gamma.

Peugeot ha presentato al Salone di Pechino due modelli concept: le nuove Peugeot Concept 6 e Peugeot Concept 8. Sono molto più di un semplice studio di design, poiché queste concept car illustrano, secondo Peugeot, la sua capacità di anticipare le future aspettative dei clienti e dare forma a una nuova generazione di veicoli sia per la Cina che per altri mercati.

Alain Favey, CEO di Peugeot, sottolinea che entrambe le concept car riflettono la visione del futuro del marchio e, come vedremo più avanti, gettano le basi per i veicoli di serie che arriveranno sul mercato.

BERLINA E SUV

Il nuovo Concept 6 getta le basi per una nuova generazione di auto con carrozzeria di tipo berlina. Questo modello concettuale sfoggia una silhouette elegante e fluida, in cui si combinano la forma di una berlina con il dinamismo di uno shooting brake. Per quanto riguarda il Concept 8, siamo di fronte all’anteprima dei prossimi SUV di grandi dimensioni firmati Peugeot. Nonostante le dimensioni considerevoli, lascia intravedere un’aerodinamica molto curata.

Peugeot non ha fornito particolari dettagli sulla parte tecnica o meccanica, ma sottolinea che si tratta di veicoli elettrici a batteria. Entrambi i modelli concept anticipano veicoli prodotti da e per la Cina. Un processo di sviluppo, produzione e commercializzazione che Peugeot porterà avanti insieme a Dongfeng, il suo partner locale.

Nuovo Porsche Cayenne Elettrico Coupé 2026: Anteprima

Porsche presenta il Cayenne Coupé Electric al Salone di Pechino.
Porsche ha presentato al Salone di Pechino la versione coupé del crossover elettrico Cayenne. Pur avendo alcune particolarità di allestimento, condivide la stessa meccanica del Cayenne Electric. Gli ordini per il Porsche Cayenne Coupe Electric sono già aperti e le consegne ai clienti inizieranno in estate.
Il Porsche Cayenne Electric originale, basato sulla piattaforma PPE (Premium Platform Electric) con architettura a 800 volt, ha debuttato in anteprima mondiale lo scorso novembre con le versioni base Cayenne Electric e top di gamma Cayenne Turbo Electric. A marzo di quest’anno la gamma si è arricchita con il Cayenne S Electric, di livello intermedio per dotazione e potenza. Il Cayenne Coupe Electric ha esordito direttamente in tre versioni, identiche a quelle del Cayenne Electric.
La lunghezza (4.985 mm), la larghezza (1.980 mm), il passo (3.023 mm) e l’altezza da terra (190 mm) del Cayenne Coupe Electric sono gli stessi del Cayenne Electric, mentre l’altezza è ridotta da 1.674 a 1.650 mm. Questo, combinato con il tetto digradante, ha permesso di abbassare il Cx da 0,25 a 0,23. Gli elementi aerodinamici attivi di serie comprendono le valvole nelle prese d’aria anteriori e uno spoiler sul portellone, mentre la versione Turbo aggiunge pannelli laterali mobili ai lati del paraurti posteriore, che si estendono ad alta velocità per regolarizzare il flusso d’aria. Le migliori caratteristiche aerodinamiche della carrozzeria coupé hanno permesso di aumentare leggermente l’autonomia con una singola ricarica (i dati sono riportati di seguito). È curioso notare che, a parità di condizioni, il Cayenne Coupe Electric pesa 5 kg in più rispetto al Cayenne Electric: la massa a vuoto minima della versione coupé è di 2.530 kg.

LE TECNOLOGIE

A fronte di un tale peso, appare un po’ bizzarro il pacchetto opzionale Lightweight Sport, che comprende tetto in fibra di carbonio, elementi del body kit in carbonio, cerchi da 22 pollici speciali e pneumatici dedicati — il tutto consente di ridurre la massa di appena 17,6 kg. La dotazione di serie del Cayenne Coupe Electric include un tetto panoramico in vetro, per il quale è disponibile come optional un rivestimento in grado di modificare il grado di trasparenza per settori. Anche le porte con apertura elettrica sono disponibili come optional.
Dal posto di guida, il Cayenne Coupe Electric è identico al Cayenne Electric, ma il pacchetto Sport Chrono è incluso di serie. Il sedile posteriore è di default a due posti, ma è possibile scegliere un divano in formato 2+1 con un scomodo posto centrale. Lo spazio in altezza nella versione coupé è inferiore rispetto al Cayenne Electric, e i cuscini dei sedili posteriori non sono regolabili longitudinalmente — è possibile solo variare l’inclinazione degli schienali. Il volume del bagagliaio anteriore è invariato rispetto al Cayenne Electric (90 litri), mentre quello posteriore si riduce da 781 a 534 litri a causa della diversa forma della coda (nel Cayenne Turbo Coupe Electric da 747 a 500 litri).

MOTORE E DATI TECNICI

Tutte le versioni del Cayenne Coupe Electric sono a doppio motore e a trazione integrale, tutte sono dotate di batteria da 113 kWh (di cui 108 kWh disponibili per l’utente), con potenza di ricarica massima di 400 kW.
La potenza massima del sistema di trazione del Cayenne Coupe Electric base in modalità Launch Control è di 325 kW (442 CV) e 835 Nm; lo scatto da 0 a 100 km/h richiede 4,8 secondi, la velocità massima è di 230 km/h e l’autonomia massima con una singola ricarica è di 661 km secondo il ciclo WLTP (contro i 643 km del Cayenne Electric equivalente).
Sul Cayenne S Coupe Electric i due motori elettrici erogano complessivamente fino a 490 kW (666 CV) e 1.080 Nm; lo 0-100 km/h richiede 3,8 secondi, la velocità massima è di 250 km/h e l’autonomia massima è di 668 km WLTP (651 km per il Cayenne S Electric equivalente).
Il Cayenne Turbo Coupe Electric dispone di fino a 850 kW (1.156 CV) e 1.500 Nm; lo 0-100 km/h è coperto in 2,5 secondi, la velocità massima è di 260 km/h e l’autonomia massima è di 628 km WLTP (617 km per il Cayenne Turbo Electric equivalente).
Tutte le versioni sono dotate di serie delle sospensioni pneumatiche adattive PASM (Porsche Active Suspension Management), mentre per il Cayenne Turbo Coupe Electric è disponibile a pagamento la sospensione elettroidraulica attiva Porsche Active Ride. Il sistema di sterzo integrale è optional su tutte le versioni.
Il Porsche Cayenne Coupe Electric base parte da 109.000 euro in Germania (il Cayenne Electric equivalente da 105.200 euro), il Cayenne S Coupe Electric da 130.300 euro (il Cayenne S Electric da 126.400 euro), il Cayenne Turbo Coupe Electric da 168.500 euro (il Cayenne Turbo Electric da 165.500 euro).
Va aggiunto che la premiere del Cayenne Coupe Electric in Cina si è svolta sullo sfondo di un calo drammatico delle vendite Porsche nel Paese, in corso dal 2022: nel primo trimestre di quest’anno, secondo i dati della stessa casa, sono state vendute 7.519 vetture, con un calo del 21% rispetto al primo trimestre del 2025.

Porsche non ha stabilimenti in Cina, ma oggi nemmeno questo sarebbe d’aiuto — le auto tedesche sono irrimediabilmente in svantaggio su prezzo e velocità di aggiornamento rispetto ai migliori competitor cinesi.