Home Blog Pagina 3

Nuova Voyah Passion S: Rendering Totale

Il marchio Voyah sta preparando il lancio di un nuovo crossover e, grazie alle foto pubblicate dal Ministero dell’Industria cinese, abbiamo la possibilità di farci un’idea quasi completa del suo aspetto.

Richiedi una consulenza
Il marchio Voyah è stato fondato nel 2020 ed è una divisione premium dell’azienda cinese Dongfeng. Il primo modello del marchio è stato il crossover Free, piuttosto popolare in Russia, seguito poco dopo dal minivan Dream e dalla berlina Passion. A breve si aggiungerà a quest’ultimo un SUV con lo stesso nome, ma con il prefisso S. Come sarà?

La novità avrà un design nuovo per il marchio, mentre per la forma della carrozzeria e le proporzioni il crossover è abbastanza simile a un altro SUV cinese: lo Xiaomi YU7. Nella parte anteriore, la Passion S ricorda vagamente la berlina Passion, con un gruppo ottico anteriore “a due piani” con luci di posizione nella parte superiore, unite da una striscia a LED, mentre i gruppi ottici principali sono integrati nel paraurti. Le maniglie delle portiere sono incassate, mentre le portiere stesse sono senza telaio. Nella parte posteriore, il fanale si estende per tutta la larghezza della poppa, ai lati del quale sono presenti inserti decorativi praticamente verticali. Tra gli elementi interessanti, lo spoiler dalla forma originale sopra il lunotto.

Rendering Kolesa.ru

LA GAMMA VOYAH

Le dimensioni sono già note: la lunghezza sarà di 5050 mm, la larghezza di 1998 mm, l’altezza di 1656 mm, il passo esattamente di 3 metri. A titolo di confronto, le dimensioni della Xiaomi YU7, visivamente simile, sono 4999x1996x1608 mm con lo stesso identico passo. Come quest’ultimo, la Passion S sarà disponibile con un propulsore completamente elettrico. La versione base con un unico motore elettrico sull’asse posteriore eroga 408 CV, mentre la versione a due motori eroga 646 CV. L’autonomia prevista sarà di 640 km secondo il ciclo di omologazione CLTC.

Europa e Automotive: perché i cinesi fanno gli europei meglio di noi?

Cina da Record: 1,3 milioni di veicoli elettrici venduti nel 2020
Wuling Hong Guang Mini EV, l'elettrica preferita dai cinesi

La regola è una sola: negare l’evidenza, ammettere che le mezze stagioni non ci sono più. E la colpa, sia ben chiaro, è sempre del Governo ladro. E in un certo senso l’ultimo adagio è abbastanza azzeccato. Cosa c’è dietro l’avanzata quasi irresistibile dell’industria cinese nel mercato auto europeo

Cosa ha portato una presenza quasi omeopatica a diventare sempre più incombente popolando il Vecchio Continente di Marchi appartenenti ad almeno sei dei diversi Gruppi più incombenti sul mercato cinese?

E perché oggi è quasi cancellato il pregiudizio che fino a pochi anni fa era l’unica salvaguardia mediatica per mettere un argine alla potenziale progressione delle cosiddette cinesi sul mercato europeo? Come mai non è più così consueto dire “Ehhh, ma so’ cinesi…” come se questa qualifica implicasse un peccato originale non emendabile. 

Facciamo solo un attimo mente locale? Prendiamo noi italiani: cosa ci ricorda quello che chiamiamo “auto cinese”? Ve lo ricordo io: le prime Great Wall di inizio millennio, seguite dalle GAC Gonow: repliche su licenza di fuoristrada giapponesi oppure PickUp a vocazione commerciale e sempre in ogni caso basati su piattaforme Mitsubishi od europee. 

All’epoca persino le esotiche Mahindra e Tata (indiane) e la outsider coreana SsangYong erano più familiari in Italia rispetto alla galassia industriale cinese. Poi GAC Gonow uscì di scena e, per chi è cultore della materia, Great Wall fu messa sotto inchiesta per presenza di amianto negli elementi diaframmatici della scocca. Nel frattempo i media europei ripetevano ossessivamente un nome: Qoros. Fu un flop clamorosamente silenzioso rispetto al battage mediatico che per almeno due anni ha accompagnato l’ipotesi di uno sbarco di questo Gruppo in Europa. 

Ma anno dopo anno improvvisamente arriva la svolta, tra il 2013 ed il 2016: tra progressione mediatica del concetto di mobilità elettrica e bomba pregiudizievole sul motore a gasolio con il Dieselgate il mondo dell’informazione inizia a fare capolino tra i diversi Saloni dell’Auto del continente asiatico iniziando ad inanellare Marchi, Gruppi, modelli e protocolli tecnologici. SAIC, GAC, Great Wall, Geely, Chery, BYD iniziano ad essere citati sempre più spesso nella comunicazione di settore. 

Quindici anni di pressione dei Gruppi Cinesi alle frontiere. Ma non ce ne siamo accorti

E scopriamo che l’Europa che di elettrico sa parlare e basta – salvo la euro americana Tesla – si trova in un confronto metaforico e dimensionale con il mondo cinese che sull’elettrico comprende organismi governativi, Università e Centri di Ricerca, Consorzi e Gruppi di Costruttori in sinergia impegnati sulla intera catena di produzione e valore: Auto, motori, batterie, sistemi di ricarica. 

Scopriamo poi che una buona fetta di nuovi protagonisti provenienti da fuori Europa è stata a suo tempo una Start Up – od un Marchio già affermato – comunque legato ad una partnership o ad un precedente rapporto di licenza con Marchi europei od occidentali nella terra del Dragone.

Scopriamo anche che, a dispetto della facile nomea di copioni, i cinesi hanno messo in primo piano nella priorità degli investimenti la estensione e diffusione territoriale dei propri centri di Know How insieme alla “contaminazione” del proprio management con professionisti e tecnici provenienti proprio da Marchi e Gruppi europei ed americani, costruendo mattone per mattone 

Ora, proviamo a declinare tutto questo percorso in termini cronologici: la Cina dei primi anni Ottanta produceva ogni anno circa due milioni di automobili per uso privato, cifra che i sette maggiori Paesi produttori dell’Europa occidentale (Svezia, Olanda, Gran Bretagna, Germania, Francia, Austria, Italia) raggiunsero ad inizio anni Cinquanta e che gli Stati Uniti toccarono già a ridosso della Seconda Guerra mondiale. 

Quando la Cina del 1980 raggiunse quel volume di due milioni Europa e Stati Uniti messi insieme valevano all’incirca il 65% del volume di auto prodotte a livello mondiale in quello stesso periodo di primi anni ’80. Parliamo di quasi quaranta milioni di auto prodotte globalmente. 

Quaranta anni dopo la Cina produce ogni anno – da sola – almeno un quarto dei circa 80/85 milioni di auto sfornate nel mondo. 

Ma se è vero questo è profondamente sbagliato presumere che USA ed Europa detengano il residuo 75%, visto che questo va diviso per gli emergenti e capaci mercati produttivi di Messico, Sudamerica, Africa del Nord e del Sud, Asia, Giappone, Corea ed India, Turchia. 

Questo significa che USA ed Europa possono dirsi miracolati quando riescono ad arrivare ad una quota del 25% di tutta la produzione mondiale di auto creata nei propri confini. Ecco lo sviluppo quantitativo di quaranta anni di evoluzione del mercato.

E in questo sviluppo l’Unione Europea fa la figura più assurda: unico Continente che a fronte di una costante crescita ed ingresso di nuovi Paesi Membri (dai 12 di Maastricht ai 27 odierni) e dunque di forza produttiva, è stato capace di ridurre progressivamente i volumi di auto prodotte sul proprio suolo. Era difficile compiere questa impresa, a Bruxelles ci sono riusciti. 

Come? Prima di tutto affidando ai tedeschi, gente che oggi sta piangendo lacrime di coccodrillo per aver fallito praticamente su tutti i campi commerciali (Premium, Diesel, presenza nel mercato cinese, appeal presso gli europei), la rappresentanza ufficiale dell’auto europea affossando tradizioni e produttività di Player di rango come gli inglesi e gli italiani; poi agevolando la migrazione dei processi produttivi dal Continente all’Asia low cost; poi ancora rendendo praticamente terra bruciata i distretti di eccellenza senza mai promuovere un rilancio dell’idea europea di auto; ed infine tenendo con la testa sott’acqua per un decennio la tradizione europea endotermica per vedere se crescevano le branchie, mentre la super pompata ideologia elettrica rimaneva al palo con immatricolazioni omeopatiche e super agevolate da bonus e diritti di mobilità agevolata. 

Per poi coprire i costruttori europei con la foglia di fico dei super dazi alle importazioni che si sono rivelate un boomerang ancora più pesante per l’accesso degli europei in Asia. 

La mossa da maestro di Pechino: valorizzare e innovare quello che l’Europa ha abbandonato

Nel frattempo, mentre da noi nel Vecchio Continente scalavano le vette del successo i tappi di plastica con la cintura di castità solidale alla bottiglia, crollavano i brevetti di comparto Automotive, crollava il valore delle imprese aftermarket e di Supply Chain, continuava la demolizione del patrimonio endotermico e diesel e il massimo dell’ecomobilità accessibile e farlocca era nei mild Hybrid per effetto dei quali la stessa auto di due anni prima con motore di vecchia concezione ed un motore elettrico da lavatrice finiva per costare il 30% in più della corrispondente versione solo endotermica. 

Nel frattempo le immatricolazioni diventavano per un terzo legate al profilo “Ghost” delle autoimmatricolazioni mentre, inesorabilmente, i gruppi cinesi hanno cominciato a colmare i vuoti lasciati dalle Case europee. Non “Low Cost” né precarie, le cinesi si sono presentate contro ogni previsione vendendo più di tre quarti delle loro importazioni attraverso……..Endotermiche a dual fuel e Ibride – più spesso Full e Plug In che Mild Hybrid – basate in molti casi ancora su monoblocchi motore discendenti da vecchie architetture giapponesi o persino europee, le stesse che Bruxelles ha imposto ai suoi Costruttori di buttare a mare. 

La particolarità? Che queste piattaforme anche un poco vetuste sono rese efficienti da schemi di supporto elettrici studiati e realizzati con il diretto appoggio finanziario del governo di Pechino che, fino allo scorso anno, ha impiegato ben cinque piani pluriennali per supportare finanziariamente e fiscalmente R&D, sinergie e collaborazioni per industrializzare un intero comparto che fa oggi della Cina il Paese leader dell’elettrico anche per lo schema Ibrido. Senza contare il fiume continuo di brevetti nell’Extended Range anche endotermico. Ed oggi Pechino alza il tiro: i supporti e gli appoggi finanziari pubblici virano profondamente verso biocarburanti e “tornano” un poco di più sull’endotermico. Insomma, in Cina fanno quello che noi abbiamo voluto perdere voglia ed impegno a fare. E quando questo accade, ad avere le corna non è la Squadra avversaria che espugna il campo di casa. Ad avere le corna è l’arbitro. Che in questo caso è a Bruxelles. Da “ieri” all’industria cinese non occorre più neppure impegnarsi in nuove architetture o proposte commerciali per l’Europa. Un po’ come i giapponesi per le moto di mezzo secolo fa dietro la Grande Muraglia, facendo auditing presso i Centri Progettazione sparsi nel mondo i cinesi riescono a pensare e realizzare auto che vanno bene un po’ a tutti. 

Senza tante pippe mentali su Branding o presunti valori del mondo Premium, una supercazzola nata vecchia persino in Europa e sostenuta solo dal credito a pioggia che ha giustificato per anni listini fuori dalla grazia di Dio. Oggi molto di quel Know How che qualificava la produzione europea (Tecnici, Designer, Manager) ha fatto le valigie ed è andato a collaborare con i Gruppi cinesi. Che non hanno copiato, hanno solo valorizzato quello che noi abbiamo messo dentro un cassetto. Tutto questo non può essere casuale. Vi invito a riascoltare i discorsi ed a rileggere i pensieri di uno di casa nostra che aveva visto giusto quindici anni fa: Sergio Marchionne. Al mondo, diceva, frega niente quanto siamo belli. Il mondo vuole numeri, e noi abbiamo semplicemente regalato numeri e posizioni ai nostri concorrenti. 

E l’unico modo per ripartire, senza dover cedere anche il patrimonio industriale e produttivo all’Asia (come sta facendo la Spagna, nuova prossima Grecia mediterranea che a dispetto degli sbrodolamenti sul mitico Sanchez continua a perdere indipendenza industriale) è quello di fare due cose: incentivare i Costruttori europei a impiantare situazioni produttive e commerciali dove il futuro è fatto da boom di domanda (Africa, India); di ricostruire una catena produttiva di prestigio e di valore (i Distretti europei) dove insediare e far crescere una nuova generazione di artigiani 4.0 capaci di personalizzare e qualificare subfornitura e servizi tecnologici e progettuali; ed infine l’ultima azione possibile è un contratto Automotive completo per il rilancio: contratti di impiego ad hoc, nuovo impulso alla piccola impresa Automotive, incentivo al M&A ed alle Reti di Imprese, nuovo patto tra Industria, Ricerca (Università, Centri Studi) e fiscalità europea. 

Se a Pechino hanno imparato meglio di noi a fare gli europei, a Bruxelles devono darci la possibilità di essere per un po’ i migliori cinesi che la piazza del Vecchio Continente abbia mai avuto nel comparto Auto. E come sempre, più bravi degli italiani a fare i cinesi non c’è altri in Europa.

Riccardo Bellumori

BMW XM diventa una console da DJ

Il primo aprile è passato da un mese, ma questo non ha impedito a BMW di presentare la XM Label Soundmachine. Si tratta di un costoso crossover con una console da DJ montata sul tetto.

Realizzato dagli apprendisti dello stabilimento BMW di Dingolfing, questo modello unico nel suo genere presenta una finitura cromata e una grafica speciale che lo definisce “The Ultimate Sound Machine”. A questi si aggiunge una piattaforma montata sul tetto, dove a quanto pare gli artisti possono esibirsi.

Questa è solo la punta di un iceberg molto strano, poiché il veicolo è stato dotato di quattro pilastri strutturali che sostengono una tettoia e uno schermo LED bifacciale che misura oltre 64 piedi quadrati (6 metri quadrati). A questi si aggiungono luci da palco fisse e mobili, oltre a quattro altoparlanti e quattro subwoofer di dBTechnologies.

Il modello è dotato di un setup Pioneer DJ, composto da un mixer DJM V10 e due lettori CDJ 3000X. Come se non bastasse, la XM ha quattro macchine del fumo integrate nei passaruota.

BMW ha sottolineato che il crossover è “pienamente funzionante” e ha una velocità massima omologata dal TÜV di 15 km/h. Ha aggiunto che la sovrastruttura pesa circa 1.400 kg, il che porta il peso complessivo a circa 2.800 kg.

LO STILE UNICO

Si tratta di un peso ben lontano dai 1.742 kg della M3, ma la Soundmachine è dotata di un propulsore ibrido plug-in ad alte prestazioni composto da un motore V8 biturbo da 4,4 litri, un pacco batterie da 19,2 kWh e un motore elettrico integrato in un cambio automatico a otto rapporti. Questo conferisce al crossover una potenza combinata di 738 CV (550 kW) e una coppia di 1.000 Nm.
Oltre ad essere potente, il sistema ibrido plug-in offre un altro vantaggio. Grazie alla batteria capiente, l’impianto audio, lo schermo e le luci possono funzionare fino a un’ora senza alimentazione esterna.

La BMW XM Label Soundmachine ha debuttato in sordina all’Electric Mountain Festival di Sölden il mese scorso e recentemente ha fatto la sua comparsa alla 24 Ore del Nürburgring. Farà la sua comparsa anche alla 24 Ore di Le Mans quest’estate.

Geely Starray EM-i prova su strada

La Geely Starray EM-i sbarca sul mercato con un obiettivo chiarissimo: ridefinire il concetto di SUV ibrido plug-in (PHEV) accessibile, sfidando direttamente i marchi europei e le rivali asiatiche più blasonate.

In questa prova su strada completa mettiamo alla frusta la nuova creatura del colosso Geely (gruppo proprietario anche di Volvo, Polestar e Lotus). Sotto la carrozzeria dal design futuristico ed affilato si nasconde la tecnologia EM-i Super Hybrid, che abbina un motore 1.5 benzina a un’unità elettrica avanzata per un’autonomia a zero emissioni che supera gli 80 km (WLTP) e consumi complessivi decisamente interessanti.

Salite a bordo con me per scoprire la qualità degli interni premium, il maxi display dell’infotainment da 15,4″, l’abitabilità per la famiglia e, soprattutto, come si comporta la dinamica di guida tra curve, città e autostrada.
I consumi reali mantengono le promesse? Scoprilo nel video!

Nuova Kimera K39: il motore Koenigsegg

A più di due anni dal primo teaser, la K39 di Kimera Automobili è stata presentata in anteprima sulle rive del Lago di Como. Erano presenti sia la versione omologata per la circolazione su strada che quella da gara per la Pikes Peak.

La K39 porta avanti la tradizione Lancia che ha caratterizzato le EVO37 ed EVO38 di Kimera, ma il livello delle prestazioni è stato notevolmente innalzato.

È nel motore che il progetto cambia forma. Mentre la EVO37 e la EVO38 si accontentavano di un quattro cilindri da 2,1 litri con turbocompressore e compressore, la K39 è spinta da un V8 biturbo su misura fornito da Koenigsegg.

Questo motore è simile a quello montato su diversi modelli del costruttore svedese di hypercar, ma i turbocompressori sono più piccoli per migliorare la risposta. Complessivamente, la K39 eroga 1.000 CV a 7.350 giri/min e 885 lb-ft (1.200 Nm) di coppia a 5.500 giri/min. Proprio come una Koenigsegg, anche questo motore ama girare alto, raggiungendo un regime massimo di 8.250 giri/min.
Oltre al motore, sono stati apportati sviluppi significativi al design della K39. Mantiene un aspetto generale simile agli altri modelli di Kimera e alla Lancia 037 da rally che li ha ispirati, ma è stata rivista. L’auto da strada include nuovi fari e un frontale più sofisticato per migliorare l’aerodinamica. In definitiva sembra più moderna rispetto alla EVO37 e alla EVO38, il che non è affatto male.

Uno dei cambiamenti più significativi si trova sui lati, dove Kimera ha allargato la carreggiata posteriore e montato una coppia di enormi prese d’aria per raffreddare il nuovo motore. Anche la parte posteriore sembra più in linea con una vera supercar, con un caratteristico cofano motore, un diffusore posteriore e un alettone posteriore.

IL MITO LANCIA

La versione Pikes Peak porta le cose a un livello completamente diverso. La parte anteriore è ora dotata di un enorme splitter, mentre ai lati sono state aggiunte nuove minigonne. Ci sono anche specchietti retrovisori su misura, una presa d’aria sul tetto e un enorme alettone posteriore abbinato a un gigantesco diffusore posteriore. Chiaramente, questa vettura fa sul serio, e ha persino una livrea Martini Racing.

Kimera afferma che la produzione della K39 sarà estremamente limitata e, sebbene non abbia rivelato quanti esemplari saranno costruiti, sostiene che più di venti auto siano già state assegnate agli acquirenti. Di queste, alle prime dieci verrà offerta una versione speciale della vettura da corsa ispirata a Pikes Peak con un pacchetto aerodinamico su misura. I prezzi non sono stati annunciati, ma se dovete chiederlo, allora non potete permettervela.

Crisi Mercato Auto in Europa: è nata prima la colpa o i colpevoli?

Ho vissuto il mondo auto, si può dire, da quando portavo i pantaloni corti.

All’epoca in cui Internet era la radio e l’informazione specifica di settore era nella Stampa con una valanga di Riviste settimanali o mensili piene di recensioni e foto a colori, consumavo con gli occhi le pagine di quei rotocalchi che faticosamente, liretta dopo liretta, compravo evitando o selezionando tra pizza, gelato o informazione. E di solito vinceva l’informazione. 

Ma io sono soprattutto un viaggiatore interdimensionale tra almeno quattro periodi distinti del mercato automotive (italiano ed europeo) da quando questo ha cominciato a diventare di massa dal Dopoguerra in poi.

Il primo periodo, quando andavo ancora all’asilo: tra crisi energetica e contestazione, il mondo auto percorreva una rinnovata vocazione alla città e le “piccole” – che solo dieci anni prima erano il segno della ristrettezza economica dei ceti popolari rispetto ai ricchi e facoltosi clienti delle ammiraglie e delle sportive – erano diventate improvvisamente il fenomeno alla moda, che esaltava la mobilità e il divertimento nel pieno rispetto di ambiente e portafogli. 

Mentre dall’altro lato il motore a Gasolio (fino ad allora simbolo della fascia più operaia e travagliata del lavoro su un mezzo meccanico) cominciava a costruirsi una nobiltà ed un pedigree che dagli anni Ottanta avrebbe dato il via alla esplosione esponenziale delle vendite.

Il secondo periodo è da metà anni Ottanta in poi: il mondo si apre, crollano le barriere ed i muri e vince in Automotive chi più degli altri fornisce di sé una immagine da “Brand Globale”. In parole povere in Europa vincono i Costruttori tedeschi. E Bruxelles applaude a scena aperta perché il Made in Europe vestito dai Brand teutonici sembra cosa buona e giusta. Invece, in pochi se ne accorsero subito, quella smania incrollabile e ossessiva di un popolo perennemente frustrato sin dai tempi degli Unni da quell’insana tendenza alla superiorità assoluta avrebbe fatto da scenografia perfetta per il film al quale assistiamo ora. Ma non è solo questo il motivo per il quale l’Automotive Titanic occidentale è finito contro l’Iceberg.

Il terzo periodo della mia vita è più vicino: è dopo il Crack Lehman Brothers, quando tutto il mare di finanza di massa scopre la bolla del credito pronta a scoppiare e si deve correre ai ripari sconfessando quel ciclo di sostituzione programmata portato a livelli parossistici e sostenuto esclusivamente dal credito a pioggia. 

A questo punto il sistema di mercato “No CASH” costruito in tutta Europa in meno di tre lustri per emulare i cugini statunitensi entra in crisi insieme al più classico del paradigma industriale: il motore endotermico e poi – con il DieselGate – il motore a Gasolio. 

Non si capisce perché o forse non si vuole analizzare come mai dalla crisi finanziaria il metaforico cappello a cilindro del settore auto abbia tirato fuori il coniglio BEV insieme all’iconico incantatore di serpenti Elon Musk: ma da allora e per più di un decennio questa chimera tuttoelettrica ha condizionato ogni aspetto del mondo auto.

Ed ecco infine il quarto periodo, che definirei di disorientatasconfessione dell’ossessione elettrica di cui ho parlato appena sopra: siamo nei pressi del Lockdown ed il mondo Automotive passa da “tutto e subito” (Mobility providing, Guida autonoma e universo ADAS, Zero Emission, mobilità alternativa che apre a Sharing e Pooling, fine dell’acquisto in proprietà) al “si stava meglio quando si stava peggio” attraverso una parabola di demolizione graduale delle ossessioni evangeliche ed integraliste che nel corso degli ultimi venti anni. 

Questa demolizione progressiva di santuari sconsacrati della ex New Age dell’Automotive globale si può riassumere, sperando che il sottoscritto ne sia capace, in alcuni passaggi chiave che lasciano gli osservatori (in maggior parte potenziali Clienti del mercato auto) nel dubbio perpetuo sul comprendere se tutto questo sottintenda o meno una crisi del settore; e se vi siano colpevoli individuabili a monte di una eventuale crisi. Il primo santuario sconsacrato è quello del cosiddetto “Mercato Globale”

Il mondo è un po’ troppo aperto: e se chiudessimo qualche porta?

Dal Lockdown del 2020 ad oggi vengono abbattuti gradualmente i mattoncini di una Torre di Babele automobilistica che stava per implodere su se’ stessa. 

Crolla per primo il modello globale di logistica: la supply chain da Oriente diventa un modello da superare con guerra dei dazi, controffensiva cinese su terre rare e sul taglio pesante delle Joint ventures con Costruttori occidentali; se la Cina finisce inesorabilmente di essere la terra promessa di una conquista che i Costruttori occidentali speravano di compiere da un giorno dopo piazza Tien an men, a questo punto occorre ribaltare anche quel processo di domanda e risorsa generato dalla catena di approvvigionamento talmente squilibrata verso Oriente da aver trasformato l’apparente ed iniziale vantaggio economico (bassi costi e volumi straordinari) nel boomerang del predominio del mondo IAM su quello OEM/OES in tema di aftermarket e sufornitura; e la conseguente voglia di nuove chiusure doganali sta semolicemente peggiorando la situazione per i consumatori dal punto di vista delle disponibilità e dei costi. Ecco dunque il primo indiziato di colpa grave:

La Concorrenza di Monti: tutela del consumatore europeo o condanna degli OEM europei?

La famosa Direttiva Monti del 2002, quella sulla “BlockException Rules”, doveva portare un vantaggio economico nelle tasche degli europei in tema di abbattimento del ruolo dominante degli OEM rispetto al mondo IAM nell’aftersales ma anche nella scelta del canale di vendita preferito. Il prossimo anno questa disciplina normativa compie un quarto di secolo, ma è praticamente fallita da tempo al punto che nonostante un upgrade nel 2010 e l’attesa di una nuova “BER” nel 2028 la situazione è perlomeno paradossale: i costi di aftersales per i consumatori sono raddoppiati da inizio millennio, il mondo IAM è diventato costoso quasi come il mondo OEM perdendo tuttavia di efficacia e diritti di parità nei confronti di questi ultimi (lo testimonia l’oceano di controversie legali alla Corte di Giustizia ed i provvedimenti di infrazione sentenziati); il livello di presunta “difesa” del consumatore, seppure toppata alla grande, rimane tuttora ancorata alle dinamiche sempre meno discriminanti della manutenzione “fisica” ovvero in loco (in pratica il consumatore ha “quasi” garantito il diritto di scelta del pezzo di ricambio e della Officina IAM contro quella Captive) mentre c’è ancora nebbia sulla tutela dei procedimenti virtuali e da remoto (accesso a Server e DB, protocolli e codici di comunicazione). Insomma, pare che dal 2002 le norme di tutela della concorrenza a Bruxelles si limitino a chiave inglese e cacciavite ma siano spuntate contro le chiavi digitali e telematiche di manutenzione. Nel frattempo i Costruttori OEM stanno faticosamente e lentamente recuperando terreno sulla esclusività delle operazioni di manutenzione. Non ve ne siete accorti?

Elettrico ed IBRIDO, nuovo muro di protezione degli OEM dall’arrembaggio IAM?

Accade semplicemente che la marea di chiavi di accesso, di protocolli di comunicazione, di middleware proprietari e di funzioni telematiche gestite da algoritmi in codice sorgente è tornata ad essere preponderante patrimonio degli OEM su sempre più diffuse auto Ibride o Full electric, lasciando proprio per questo al palo la classica produzione endotermica bersaglio delle norme di lotta agli accordi verticali (“Block Exception Rules”); e tutto questo non è colpa di Bruxelles, ma della miopia dei Costruttori – che hanno scelto di buttarsi nel nuovo Eldorado del guadagno postvendita gettando alle ortiche la propria tradizione meccanica – ai quali Commissione ed Istituzioni europee hanno fatto da maggiordomo da almeno un decennio. Per questo all’inizio l’evangelizzazione elettrica faceva comodo a tutti, fino a quando i presunti vasi comunicanti tra Occidente ed Oriente non sono stati tagliati di netto dalla marcia indietro di Pechino su accordi, Joint Ventures ed ingresso europeo nel mercato interno. 

A quel punto la diga di metaforica acqua di compensazione (produzione cinese di auto BEV ed Ibride a basso costo) avrebbe inesorabilmente allagato il mercato continentale uccidendolo come mezzo secolo prima avevano fatto i giapponesi nel mercato moto. Dunque, neppure più la nuova frontiera dell’elettrico sembrava la via di salvezza del mondo europeo contro l’Asia. Eppure nessuno fino a ieri aveva fatto la domanda peregrina:” Ma cos’è che fino a ieri ha salvato le chiappe dell’Automotive europeo dalle invasioni degli sciami di vespe orientali”???

Il Diesel, da baluardo dell’Automotive europeo a condannato a morte, è risorto. Troppo tardi

La politica europea sempre più eunuca e infantile ha fatto tutto l’opposto di quel che avrebbe dovuto fare da Ottobre 2015: invece che difendere e controbattere a quella “strana” inchiesta dell’EPA (ne ho parlato più volte su Autoprove.it svelando poco a poco le strane coincidenze e casualità) chiamata Dieselgate opponendo un giusto processo di “moralizzazione” e revisione dei processi produttivi in tema di motori Diesel europei, l’Unione ha cominciato a scrivere la sua lista di proscrizione contro il motore a gasolio con date perentorie di fine vita, esclusione dalla circolazione, eutanasia. 

Eppure solo venti anni prima quel Diesel era stato immaginato a Bruxelles come possibile argine commerciale contro il rischio invasione giapponese con quella sua produzione di motoretti a benzina pestiferi e ipertecnologici; ed era anche il biglietto da visita dell’Automotive europeo nei nuovi mercati di Cina ed ex URSS. In meno di quaranta anni il motore Diesel passava dai 25 cavalli litro del 1975 ai 75 cavalli litro del 2015 su quella Volkswagen Golf TDI pietra dello scandalo in USA. 

Siamo stati noi consumatori europei a credere alle favole di un motore a Gasolio sempre più potente, ecologico e parsimonioso? O sono stati i Costruttori europei a prenderci per il naso? O è stato tutto il corredo di istituzioni e media di settore a reggere il gioco? No, la risposta è semplicemente nella unione del dieselgate con un altro tsunami avvenuto solo sette anni prima.

 

Fine dell’auto tutta finanziata, fine del miraggio dei listini in continua diminuzione

Sapete in quanto tempo gli europei hanno fatto propria una consuetudine del “tutto a rate” tipicamente americano passando da una vocazione tipicamente contantista ad un acquisto dell’auto finanziato e full services inclused? Vado a spanne: meno di tre lustri. 

Praticamente lo stesso arco temporale in cui si è sviluppato in Europa il ciclo di sostituzione programmato di Mister EustaceWolfington; e contemporaneamente nel periodo di massimo sviluppo commerciale del Diesel in tutta Europa. 

Già, perché il combinato disposto da fine del vecchio millennio, ovvero il pacchetto di offerta combinata, era praticamente preconfezionato: auto a gasolio, su tutta la gamma, per rispondere a privati ed al mondo “minifleet” ed aziendale (anche con il Noleggio in lenta ma costante ascesa) e per puntellare il valore di remarketing; piani programmati di sostituzione biennale o triennale con garanzia sul valore di riacquisto; piani finanziari allservices per includere nel prezzo di acquisto servizi assicurativi, tagliandi, servizi accessori in grado di trattenere il Cliente del nuovo nella Rete aftersales ufficiale senza disperderlo nelle mani degli IAM (indipendenti).

Risultato: immatricolazioni in maggioranza di auto a Gasolio quasi esclusivamente turbodiesiel common rail sulla base di un numero finito di piattaforme e monoblocchi nati dalla sinergia multi-Costruttore e multi-Gruppo; una selezione di auto in offerta solo apparentemente variegata ma in fondo basata sulla predominanza in ogni Marchio di una manciata di modelli ed allestimenti motorizzati su un ventaglio di cilindrate tra i 1300 cc. ed i 2200 cc. con tre tipologie prevalenti di corpo vettura: Due Volumi, Station Wagon, monovolume. 

Tutto bene fin qui, ma il problema “surretizio” si è venuto a creare in corso d’opera: con piattaforme, modelli, segmenti di mercato tutti perfettamente comparabili e confrontabili tra loro, si era iniziata una guerra dei listini che sistematicamente traslava i margini e gli aumenti dei listini sugli interessi dei contratti finanziari, al punto che non era più l’auto ad essere il perno della vendita finanziata ma era diventato il finanziamento l’obbiettivo di vendita dell’auto con le “Captive” finanziarie dei Costruttori a farla da padrone. Ma poi arriva lo tsunami Mutui Subprime negli Usa, la crisi dei prodotti derivati, e il credit crunch. 

In un attimo i tre anni di ciclo di vita dell’auto e i venticinque milioni di nuove immatricolazioni diventano un paradosso. 

I numeri diventano quelli che si conoscono nella vendita del nuovo mentre sull’aftersales la maggiore complicazione continuata e progressiva del Diesel Common Rail diventa terreno di conquista sempre più del mondo IAM. 

Un tuffo dove l’acqua è più blu, niente di più: ma l’elettrico ha fatto naufragare i Costruttori

In questa campagna di Russia dove gli OEM si sarebbero trovatineve e terra bruciata andando avanti (continuando nella guerra al ribasso dei Listini e morire di fame) e però sarebbero caduti in mano nemica ritirandosi (crollo delle quote di mercato) la soluzione è stata una sola: tuffarsi nel mare incerto ma in quel momento salvifico dell’elettrico. E la servizievole Bruxelles a disposizione per creare un bisogno che al momento non c’era. Il problema, subito dopo il crack lehman, era solo quello di smobilitare dal monopolio autodistruttivo del Diesel senza darne l’impressione. “Dovrà sembrare un incidente” disse più di uno per non dover ammettere l’assurdità di aver convinto milioni di automobilisti che passando il tempo ogni nuova vettura media turbodiesel sarebbe costata inesorabilmente meno di una utilitaria a benzina della generazione precedente. 

E l’incidente, per fortuna, è arrivato dove un manipolo di auto Diesel vendute (negli USA le incriminate del Dieselgate erano una percentuale minimale dello stuolo di immatricolazioni annue in Europa) erano fuorilegge rispetto a parametri continentali ancora nei limiti della regola. 

A quel punto, dal 2016, la politica europea – come sempre – ha cominciato a prendere la tangente (pardon: per la tangente) esagerando il suo mandato e moltiplicando anatemi, no fly zone e deadline perentorie alla circolazione delle auto a gasolio. La storia recente ha poi evidenziato che la guerra all’endotermico ha avuto il proprio culmine ad Ottobre 2022: Tavares (Stellantis) quasi alle mani contro la Von der Layen sulla sovrapposizione contemporanee di tagliole anti – endotermiche: Fit for 55, Carbon Zero ed Euro 7

Da quel momento, in effetti, qualche dinamica esoterica ha cominciato a far regredire l’evangelizzazione elettrofila fino all’ultimo atto tragicomico: quei Brand e Costruttori che pochi anni prima avevano rinnegato e cancellato le strategie con il Diesel lo hanno riabilitato, dandogli un futuro ed una nuova immagine ecofriendly. Ma sarà poi vera?? Ecco, come ho anticipato all’inizio di tutta questa narrazione, quel “si stava meglio quando si stava peggio”. O per meglio dire: tanto rumore per nulla. O no? In effetti, qualcosa è accaduto, in tutti questi anni, ma non tutto secondo me è servito a sanare i problemi di un mercato schizofrenico nel quale gli europei hanno pagato il prezzo peggiore. 

Un esempio? Provate a leggere con cognizione di causa questo mio vecchio articolo sulla vera ragion d’essere di una vera e propria puttanata ideologica come quella delle Mild Hybrid (vai sul Link).

Ed è un solo esempio. Ma davvero credete che tutto questo che state vivendo del mondo auto sia frutto della emergenza e degli imprevisti?

Ma di questo, per non tediarvi troppo, parleremo nella seconda parte di una serie di considerazioni che ci porteranno a capire: se, e ripeto “SE”, il mondo auto europeo è in crisi, hanno fatto più danni le “colpe” o i “colpevoli” ? Come dite? Non avete chiaro cosa intendo con questa domanda? Beh, allora non perdeteVi la prossima puntata…

Riccardo Bellumori

Nuova Volkswagen ID. Polo GTI: la sportiva elettrica

Volkswagen ID. Polo GTI porta su strada una ricetta nuova in formato sportivo.

La nuova versione «elettrica» del marchio tedesco è la gemella tecnica della berlina Cupra Raval VZ, presentata nella prima decade di aprile 2026.

Volkswagen ha presentato la berlina, a cui è stato dato il nome di ID. Polo alla fine del mese scorso. Alla base della novità c’è il concept ID.2all, presentato nel marzo 2023. Inizialmente si pensava che alla cinque porte di serie sarebbe stato assegnato l’indice ID.2, ma il produttore ha deciso di tornare a nomi familiari e ha optato per «Polo». È quindi logico che la versione “sportiva” della hatchback, svelata oggi, abbia ricevuto il nome di Volkswagen ID. Polo GTI.

LA SPORTIVA ELETTRICA

Il prototipo camuffato della hot hatch è stato presentato dal marchio tedesco all’inizio di settembre 2025, e ora la novità si è completamente liberata della mimetizzazione. La prima mondiale si è svolta nell’ambito della gara «24 Ore del Nürburgring». L’ID. Polo GTI si distingue dalla versione standard per la diversa configurazione luminosa dei fari a LED a matrice, la presenza dell’emblema GTI accanto al logo illuminato, i fendinebbia verticali e una presa d’aria diversa nella parte inferiore del paraurti anteriore – con motivo a rete e inserti rossi, simili a ganci di traino.

Gli emblemi con il nome della versione sono presenti anche sulle minigonne laterali e sui cerchi delle ruote. I modelli montano cerchi originali da 19 pollici, per i quali sono disponibili come optional gli pneumatici sportivi premium Bridgestone Potenza Sport. La parte posteriore si distingue per il massiccio diffusore nella parte inferiore del paraurti posteriore, i catarifrangenti orizzontali e la scritta GTI al posto del nome completo del modello sul portellone.

La lunghezza fuori tutto della Volkswagen ID. Polo GTI è pari a 4096 mm (22 mm in più rispetto all’attuale Polo GTI con motore a combustione interna), la larghezza è di 1816 mm (65 mm in più), l’altezza è di 1513 mm (82 mm in più) e l’interasse è di 2599 mm (50 mm in più). Il volume del bagagliaio è pari a 441 litri (90 litri in più), mentre con i sedili posteriori ribaltati lo spazio di carico può essere aumentato fino a 1240 litri (115 litri in più rispetto al modello sulla piattaforma MQB).

Toyota RAV4 avrà una versione Pick-up?

Toyota RAV4 diventerà anche pick-up?

Sul mercato americano, questa potenziale novità del marchio giapponese farà concorrenza alla Ford Maverick.
Il debutto del Ford Maverick, un pick-up compatto per gli standard americani, è avvenuto nel 2021; alla base del modello c’è la piattaforma C2 per autovetture della Focus europea di ultima generazione. Questo pick-up è stato rinnovato alla fine di luglio 2024, all’inizio di agosto è stata lanciata la versione sportiva Lobo e nel novembre 2025 una versione potente con l’aggiunta di 300T al nome. Tuttavia, le vendite del Ford Maverick negli Stati Uniti continuano a diminuire gradualmente. Così, nel 2025 i concessionari americani ne hanno vendute 155.051 unità (l’1,5% in meno rispetto all’anno precedente), mentre nel primo trimestre del 2026 il modello ha registrato vendite pari a 48.157 unità, il 17,3% in meno rispetto al periodo gennaio-aprile dello scorso anno.

LA SCELTA STRATEGICA

Ora la Ford Maverick deve affrontare ulteriori problemi: come riporta Automotive News, il capo della filiale nordamericana di Toyota, Tetsuo Ogawa, ha lasciato intendere che l’azienda sta valutando il lancio di un piccolo pick-up basato sull’attuale crossover RAV4. Va notato che l’attuale “RAV4” di sesta generazione ha debuttato circa un anno fa, nel maggio 2025, e uno dei primi mercati per la novità sono stati gli Stati Uniti. Vale la pena notare che, alla fine dello scorso anno, le vendite sono aumentate dello 0,9% a 479.288 unità, ma nel primo trimestre di quest’anno il dato è crollato del 44% a 88.081 unità.
Tetsuo Ogawa ha osservato che «il pick-up basato sul RAV4 rappresenta un’opportunità per Toyota» e che «i concessionari attendono» questa novità. Tuttavia, nell’immediato futuro non sembra che ci si possa aspettare nulla: secondo il capo dell’ufficio nordamericano di Toyota, lo sviluppo e la produzione di un veicolo del genere «richiederanno tempo».

Al momento non è stato dato il «via libera» a questo progetto, ma è evidente che l’azienda ne sta valutando il potenziale.