La nuova BMW X6 si prepara al debutto sul mercato e potrebbe avere un aspetto noto.
BMW ha appena svelato la quinta generazione della X5, offrendo a tutti un’idea di come potrebbe essere la prossima generazione della X6. L’artista digitale indipendente Theophilus Chin ha colto al volo l’occasione, realizzando una coppia di rendering che immaginano la versione “Neue Klasse” del SUV coupé che ha dato vita all’intero segmento.
Mentre la BMW X5 è in circolazione dal 1999, la X6 è apparsa solo nel 2008. La versione attuale è arrivata nel 2019 e ha subito un restyling all’inizio del 2023, il che la colloca quasi alla fine del suo ciclo di vita. BMW non si sbilancia molto, ma se approvata, una X6 della Neue Klasse potrebbe arrivare sulle strade entro il 2027.
Stessa carrozzeria, linea del tetto diversa
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La prossima X6 di BMW immaginata sulla base della Neue Klasse X5 La prossima X6 di BMW immaginata sulla base della Neue Klasse X5 La prossima X6 di BMW immaginata sulla base della Neue Klasse X5 La prossima X6 di BMW immaginata sulla base della Neue Klasse X5 La prossima X6 di BMW immaginata sulla base della Neue Klasse X5 1 / 3
La prossima X6 di BMW immaginata sulla base della X5 della Neue Klasse La prossima X6 di BMW immaginata sulla base della X5 della Neue Klasse La prossima X6 di BMW immaginata sulla base della X5 della Neue Klasse Illustrazioni di Theophilus Chin
Naturalmente, il modello riprende il design del frontale dalla sorella X5, sebbene con un assetto più sportivo. Infatti, i due modelli condividono tradizionalmente la stessa carrozzeria fino ai montanti centrali. Da quel punto in poi, la X6 prende una strada tutta sua, seguendo la linea del SUV coupé con una linea del tetto inclinata che termina in quello che sembra uno sbalzo posteriore leggermente più lungo.
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Altro: La nuova X5 di BMW avrà un V8 puro, batterie escluse
Per la parte posteriore, Theottle ha preso come punto di partenza le linee spigolose della X2, una scelta insolita considerando le numerose critiche che la X2 ha ricevuto proprio per la sua parte posteriore; tuttavia, ha rielaborato i fanali posteriori con una grafica a LED più moderna per attenuare il richiamo. Ciononostante, scommetteremmo che l’auto di serie finirà per avere gruppi ottici posteriori più allungati, più simili a quelli che si vedono sulla i3, sulla iX3 e sulla X5.
INTERNI E MOTORI
L’abitacolo e la parte meccanica dovrebbero essere ripresi dalla X5, il che significa che il SUV coupé sarebbe probabilmente disponibile con motorizzazioni mild-hybrid, ibride plug-in e completamente elettriche, oltre a un V8 biturbo tenuto di riserva per una variante ad alte prestazioni. C’è anche la possibilità che in futuro venga introdotta una configurazione a idrogeno fornita da Toyota, anche se BMW potrebbe riservarla esclusivamente alla X5. La casa automobilistica tedesca ha confermato che la BMW X4, il modello più piccolo della gamma, non tornerà in una nuova generazione a causa dei mutamenti del mercato, con la X2 che ne fungerà da sostituta indiretta. Il futuro della X6 è più difficile da prevedere, poiché non sono ancora stati avvistati prototipi camuffati durante i test. Fino a quando ciò non accadrà, il rendering di Theottle rappresenta la nostra migliore anteprima di ciò che Monaco potrebbe avere in serbo per la sua prossima coupé rialzata.
La Leapmotor B03X è ora disponibile per gli ordini in Europa. Stellantis, che detiene una partecipazione in Leapmotor e commercializza i prodotti della casa automobilistica al di fuori della Cina, afferma che questo veicolo elettrico è un modello strategico globale progettato fin dall’inizio per i mercati internazionali. In Cina, questo SUV del segmento B si chiama A10 ed è arrivato negli showroom a marzo.
A quanto ci risulta, il cambio di nome è stato deciso per evitare che il mercato confonda l’A10 con un SUV del segmento A: Leapmotor precisa infatti che l’A10 è in realtà un SUV del segmento B, proprio come il B10 appartiene al segmento C e il C10 al segmento D.
Le dimensioni del veicolo lo confermano. Il B03X («B zero tre X») è lungo 4.270 mm e largo 1.810 mm, con un passo di 2.605 mm. Per contestualizzare, la BYD Atto 2 – anch’essa un SUV elettrico del segmento B – è più lunga di 40 mm e più larga di 20 mm, e il suo passo è più lungo di 15 mm. Stessa fascia di riferimento.
La Leapmotor B03X è un’auto dalle linee più arrotondate rispetto alle più austere B10 e C10, e si discosta dalle barre luminose a tutta larghezza dei due SUV più grandi. C’è anche il tentativo di aggiungere un tocco di giocosità sia all’interno che all’esterno.
DATI TECNICI
Come in Cina con la A10, la B03X avrà in Europa due opzioni di batteria LFP: un’unità da 39,8 kWh che garantisce un’autonomia WLTP fino a 292 km e una da 53,0 kWh che arriva fino a 382 km (i dati CLTC sono rispettivamente 403 km e 505 km). Entrambe le batterie sono dotate di quella che Leapmotor definisce ricarica rapida «2.5C», che porta lo stato di carica (SoC) dal 30% all’80% in circa 16 minuti.
Il modello destinato al mercato europeo è dotato di un unico motore anteriore da 197 hp (145 kW) e 200 Nm di coppia, che consente un’accelerazione da 0 a 100 km/h in 8,6 secondi e una velocità massima di 160 km/h. Si tratta di una potenza notevolmente superiore rispetto alla A10 destinata al mercato cinese, il cui motore è disponibile in due versioni: da 94 hp (70 kW) e da 121 hp (90 kW), entrambe con una coppia di 150 Nm. La A10 accelera da 0 a 100 km/h rispettivamente in 10,5 e 12,0 secondi, mentre la velocità massima è anch’essa di 160 km/h.
INTERNI E DOTAZIONI
All’interno, la Leapmotor B03X è dotata del consueto quadro strumenti digitale (8,88 pollici) e di un ampio schermo centrale, che in questo caso misura 14,6 pollici di larghezza.
Quest’ultimo offre l’accesso a un sistema di infotainment che integra l’assistente AI Qwen, alimentato da un chip Qualcomm SA8295.
Sul lato passeggero del gruppo delle bocchette dell’aria condizionata centrale è presente un attacco per accessori quali illuminazione d’ambiente, diffusore di profumo o umidificatore, tra le altre cose. Spostandosi verso la parte posteriore, lo schienale del sedile del conducente è dotato di un tavolino ribaltabile e la base del sedile posteriore si solleva per rivelare uno spazio di stivaggio aggiuntivo. A proposito, il pianale del bagagliaio si apre su un vano sorprendentemente capiente, in grado di contenere 106 litri di bagagli.
Uno dei principali punti di forza dell’A10 in Cina è la presenza del LiDAR, una caratteristica insolita su un’auto compatta come questa. Oltre ai sensori LiDAR montati sul tetto, le luci blu alle due estremità dell’auto indicano chiaramente che l’A10 dispone di avanzate funzionalità di guida autonoma. Tuttavia, il LiDAR non sarà disponibile sul mercato di esportazione per il modello B03X.
La B03X – che sarà disponibile negli allestimenti Life e Design – parte da 24.900 euro in Europa, un prezzo leggermente superiore a quello praticato sul mercato interno per l’A10, che va da 65.800 a 86.800 yuan.
L’azienda svedese produttrice di auto elettriche Polestar è stata di fatto espulsa dagli Stati Uniti a causa dei suoi legami con la Cina, ma non si scoraggia e sta concentrando i propri sforzi sullo sviluppo del business in Europa. Il 2 settembre è previsto il lancio sul mercato della Polestar 4 SUV, una station wagon di medie dimensioni.
Alla fine di giugno l’ufficio stampa di Polestar ha comunicato che il Ministero del Commercio degli Stati Uniti non ha concesso all’azienda l’autorizzazione alla vendita delle auto dell’anno modello 2027, poiché Polestar non è conforme alle norme sui veicoli connessi approvate lo scorso anno. Tali norme mirano a proteggere gli Stati Uniti da potenziali software spia e componenti elettronici collegati alla Cina o alla Russia. Come è noto, Polestar appartiene alla holding cinese Geely; le autorità statunitensi hanno ritenuto che l’azienda fosse troppo strettamente legata alla Cina a livello di tecnologie informatiche e, pertanto, non le hanno rinnovato l’autorizzazione alla vendita di auto negli Stati Uniti. Polestar non ha contestato questa decisione, ma si è limitata ad annunciare il ritiro forzato dal mercato americano; attualmente i concessionari stanno svendendo le auto rimanenti.
LA GAMMA CRESCE
Il crossover di punta Polestar 3 viene addirittura prodotto negli Stati Uniti nello stabilimento Volvo di Ridgeville (Carolina del Sud), mentre la Polestar 4 arriva negli Stati Uniti dalla Corea del Sud; tuttavia, per le autorità statunitensi ciò che conta non è il luogo di assemblaggio, bensì l’ubicazione dei server che gestiscono le auto. Anche le società Volvo Cars e Lotus appartengono a Geely, ma dispongono di ecosistemi IT propri, protetti dal controllo diretto della Cina, motivo per cui per ora continuano a operare negli Stati Uniti. In teoria, Polestar potrebbe delocalizzare il proprio ecosistema IT dalla Cina, ma il mercato statunitense rappresenta solo il 6% delle sue vendite; per questo motivo si è deciso di non sprecare energie e tempo per adeguarsi alle nuove norme.
Ora Polestar lega il proprio futuro principalmente al mercato europeo, sul quale si concentra circa l’80% delle sue vendite. Le vendite di Polestar in Cina sono cessate lo scorso anno. Anche la prossima novità, il SUV Polestar 4 (raffigurato nella foto di copertina), è destinata principalmente agli acquirenti europei, che continuano ad apprezzare le auto con carrozzeria station wagon. Le vendite del SUV Polestar 4 inizieranno il 2 settembre, mentre la presentazione avrà luogo lo stesso giorno o poco prima. Attualmente la Polestar 4 è disponibile solo nella versione liftback con portellone posteriore cieco, a causa del quale i proprietari danneggiano in massa la parte posteriore durante le manovre di parcheggio. La station wagon avrà un portellone posteriore “normale” con finestrino, quindi non dovrebbero esserci problemi di parcheggio. La station wagon basata sulla Polestar 4 era stata annunciata già a febbraio di quest’anno insieme ad altre novità dell’azienda, ma solo oggi è stato reso noto che si chiamerà Polestar 4 SUV. La Polestar 4 Liftback è stata ribattezzata Polestar 4 Coupé nel maggio di quest’anno e ha ricevuto un’assetto aggiornato (con maneggevolezza e comfort di marcia migliorati), che verrà montato anche sulla station wagon. Per quanto riguarda i propulsori, la Polestar 4 Coupé e la Polestar 4 SUV saranno probabilmente completamente uniformate: è stato annunciato che la versione base a motore singolo potrà percorrere fino a 630 km con una singola ricarica secondo il ciclo WLTP, mentre la versione top di gamma a doppio motore avrà una potenza di 544 l.s. Ulteriori dettagli saranno resi noti il 2 settembre.
La Polestar 4 SUV verrà prodotta nello stesso stabilimento della versione liftback, a Busan, in Corea del Sud.
La nuova Renault Symbioz E-Tech 145 è davvero l’auto perfetta per la famiglia? In questa prova su strada analizziamo i consumi reali, lo spazio a bordo e come si comporta il motore full hybrid da 145 CV in città e in autostrada.
Con una lunghezza di 4,42 metri, si inserisce perfettamente tra la Captur e l’Austral, ma vale la pena acquistarla? Scopriamolo insieme nel mio test drive completo!
Probabilmente conoscete la Mitsubishi Pajero, venduta con il nome di Montero in Nord America. Quello che forse non sapete è che Mitsubishi ha prodotto anche una versione Kei-car in Giappone chiamata Pajero Mini, e un esemplare è appena apparso in vendita negli Stati Uniti. È molto più piccola dell’omonimo SUV, anche se si riconosce chiaramente la Pajero. Questo esemplare in particolare non è nemmeno una Pajero Mini qualsiasi. Messa all’asta a Cookeville, nel Tennessee, sfoggia l’allestimento “Snoopy Edition”, che può tranquillamente vantarsi di essere una delle Kei-car più carine della sua epoca. Le grafiche provengono direttamente da “Peanuts”, il fumetto americano che non ha bisogno di presentazioni, e il modello si presenta come un allegro ritorno al passato che sarebbe davvero divertente da guidare. La potenza è fornita da un motore turbo a tre cilindri da 659 cc che, quando questo modello del 2000 era nuovo, erogava 51 CV. Pur non avendo la potenza che ci si aspetterebbe da un SUV più grande, è dotato di trazione integrale, assale posteriore rigido, ripartitore di coppia a doppia gamma e cambio automatico a quattro velocità, quindi è pronto per il fuoristrada.
Ciao
LA PICCOLA ICONA
La verniciatura abbina il Soft White all’Silver Metallic sui paraurti e sui longheroni, mentre le grafiche di Snoopy compaiono sul cofano, sui montanti centrali e sui pannelli posteriori. Sono presenti anche uno speciale copriruota di scorta con Snoopy e paraspruzzi con il marchio Snoopy. I tocchi distintivi proseguono nell’abitacolo, dove si trovano sedili esclusivi con ricami di Snoopy e pannelli delle portiere caratteristici con decine di piccoli schizzi di Snoopy. Si potrebbe sostenere che le auto moderne siano fin troppo serie, e questa Pajero Mini è l’antidoto perfetto.
Secondo l’annuncio pubblicato su Bring a Trailer, la Mitsubishi è stata acquistata in Giappone dal concessionario venditore lo scorso anno e importata negli Stati Uniti solo di recente. Ha percorso appena 35.000 miglia (57.000 km) e recentemente le sono state sostituite la cinghia di distribuzione, la pompa dell’acqua e le cinghie di trasmissione. Chiunque sia alla ricerca di un’auto di cui difficilmente vedrà un secondo esemplare troverà difficile battere questa piccola Pajero.
La Mercedes Classe G Mini, la versione più piccola della Classe G prevista per il 2027, sarà prodotta nello stabilimento ungherese di Kecskemét. Una vera e propria battuta d’arresto per gli storici stabilimenti tedeschi del marchio, come quello di Rastatt, che era stato inizialmente preso in considerazione.
Nel 2027, Mercedes lancerà ufficialmente la versione più piccola della Classe G. Ancora denominata con il nome in codice “Baby G” in attesa di scoprire il suo nome definitivo, il progetto del SUV compatto sta prendendo forma. Lo dimostrano i recenti annunci riguardanti l’organizzazione industriale di Mercedes. In un articolo pubblicato dai nostri colleghi tedeschi di Automobilwoche, che cita fonti interne, si apprende che è lo stabilimento di Kecskemét (Ungheria) ad essersi aggiudicato il contratto per la produzione di questo atteso SUV. Inaugurato nel 2012, questo sito è diventato nel corso degli anni un polo produttivo fondamentale per Mercedes, in particolare per le sue auto compatte. La Classe A vi viene prodotta da alcuni anni, e vi vengono fabbricati anche i recenti modelli CLA, CLA Shooting Brake e GLB EQ. La nuova «Baby G», con un’architettura multi-energia MMA comune ai modelli CLA, GLB e al futuro GLA, entrerà a far parte delle linee di produzione ungheresi del costruttore a partire dal 2027.
IL MODELLO ICONICO
Una battuta d’arresto per gli stabilimenti tedeschi Si tratta di una vera e propria battuta d’arresto per gli stabilimenti tedeschi di Mercedes, come quello di Rastatt, che si era posizionato anche sulla produzione della piccola Classe G. Il marchio ha evidentemente valutato i pro e i contro e ha optato per questo stabilimento ungherese, più moderno e flessibile, dove il costo del lavoro potrebbe anche essere inferiore. Sono state avviate discussioni tra Ola Källenius (amministratore delegato di Mercedes) e i sindacati di questi stabilimenti, in particolare riguardo all’estensione dell’orario di lavoro o all’ottimizzazione dei costi di produzione. In questo modo, Mercedes spera di ridurre i propri costi di produzione del 10% tra il 2024 e il 2027. In questo periodo di crisi nel settore automobilistico, ogni risparmio è ben accetto… Mercedes Classe G Mercedes lancerà presto sul mercato una versione cabriolet della Classe G e una Mini G. Lo stabilimento ungherese ha recentemente beneficiato di ingenti investimenti (circa un miliardo di euro) per raddoppiare la propria capacità produttiva.
Questa sarebbe stimata tra le 300.000 e le 400.000 unità all’anno (pari a circa il 30% della produzione europea di Mercedes!) contro circa 200.000 unità annuali per i rispettivi stabilimenti di Brema, Rastatt e Sindelfingen, in Germania.
Ci sono tante “Storie” con la “S” maiuscola. Ci sono le Storie ufficiali, che riportano più o meno fedelmente quanto accaduto nei periodi di interesse. Ci sono le Storie popolari, spesso parallele a quelle ufficiali, che vivono di luce riflessa e di continuità come fossero baluardi di un credo o di una appartenenza sociale. Poi ci sono le Storie apocrife, quelle in cui personaggi eminenti riscoprono un personaggio od un evento riscrivendone in parte la Storia ufficiale. E in fatale intersezione con queste io metterei le Storie mai scritte. Sono le Storie di persone, ambienti, accadimenti nei quali l’avvento o l’assenza di una circostanza fondamentale generano un improvviso cambio in un destino che sarebbe potuto essere ineludibile. Secondo me queste sono le Storie più appassionanti, e forse sono quelle di numero maggiore rispetto alle prime che ho elencato. La Storia che sto per raccontarVi e’una di queste. E’ la storia di Pat Hennen, Campione destinato ad essere una forza del Motomondiale il cui percorso inarrestabile è invece stato stroncato da un accadimento. Anzi, sarebbe più esatto dire da una parete, quella di un edificio a lato del micidiale TouristTrophy.
Strano scrivere un ricordo di un Pilota, quando si parla da appassionati, poco dopo la sua scomparsa ancora recente poiché avvenuta ad Aprile di due anni fa.
Dato che non si tratta di un coccodrillo pagato da una Agenzia, sembra quasi che uno si sia erudito leggendo gli articoli commemorativi per colmare un vuoto.
Eppure su Pat Hennen io avevo già scritto, tanti anni fa quando collaboravo per un Blog sportivo ormai chiuso, un pezzo che non mi imbarazza riportare qui di nuovo. Perché onestamente non saprei scrivere di meglio.
Pat Hennen, come Steve Baker, appartiene ad una “guerra dei mondi” che ha portato in Europa il mito americano a sua insaputa.
Pat e Steve ne sono stati in fondo gli “Sherpa”, girando il Vecchio Continente nei loro Motorhome con famiglia, masserizie e canzoni “Folk” al seguito.
LA STORIA DI PAT HENNEN
In America aveva cominciato a correre a 15 anni nel Dirt- track(ovviamente), ma da allora sembra una figura mitologica, mezzo uomo e mezza motocicletta.
Ha una agenda agonistica soffocante:, nato il 27 Aprile del 1953 a Phoenix, a 16 anni corre negli “Juniores” AMA le Gare stradali della California settentrionale, a 17 sale su una Suzuki 250 stradale elaborata dai suoi fratelli nella Velocità in Pista; due anni e una dozzina di vittorie dopo (senza poter mai salire al livello Expert per non incontrare moto originarie da Competizione che non poteva permettersi e che lo avrebbero “sverniciato”), nel 1973 Ron Grant gli affida una Yamaha “TZ 350” sbattendolo a correre contro “ragazzini” dell’ordine di Wes Cooley, ed a Gennaio dello stesso anno sbarca per la prima volta fuori confine americano (in Nuova Zelanda ed Australia) dove, ancora ventenne, sale sulla terrificante “Water Buffalo”, cioè la Suzuki TR-750 per la “Marlboro Series” della Squadra di Rod Colman.
A 20 anni Pat sale dunque su un mostro elegantemente schivato da decine di pluricampionissimi dell’epoca……
Nel 1974 vince contemporaneamente la “Daytona 100 Miles”, la “Marlboro Series” neozelandese e il Titolo AMA Juniores.
Viene selezionato nella rappresentanza dei piloti americani che corrono in Inghilterra il “Transatlantic Trophy” del 1975 contro i britannici: è una kermesse pasquale che nell’Isola di Sua Maestà vale più di un titolo per il retaggio dei rapporti storici tra i due Paesi. E, guarda caso, in quella edizione con Pat in Squadra gli USA battono per la prima volta gli Inglesi.
Suzuki a questo punto lo mette sotto contratto nel Motomondiale tra i Piloti in sella alla devastante “RG XR14” 500 cc.
Esordio italiano, Gp delle Nazioni 1976, Pat perde all’ultima curva l’aggancio per il terzo posto nel pacchetto in lotta conTeuvo Lansivuori e Virginio Ferrari ma al primo GP mondiale è comunque quinto alla fine.
E’ secondo ad Assen e strappa la vittoria nel percorso di guerra di Imatra. E’ la prima volta in assoluto per un pilota statunitense in un Gran Premio di Campionato mondiale, ed è una Vittoria a tal punto inaspettata che l’Organizzazione non aveva predisposto il nastro registrato con l’inno nazionale americano per il Podio…… E così quel ragazzino tutto lentiggini e simpatia comincia a diventare una fisionomia familiare in TV…
Finisce la sua prima Stagione mondiale da terzo iridato, a soli due punti dal Vice Campione, l’espertissimo Teuvo Lansivuori; senza quel distacco il clamore per un secondo posto alle spalle dello schiacciasassi Barry Sheene avrebbe sollevato un clamore mediatico incredibile.
Pat diventa dunque il compagno di Sheene alla Heron Suzuki GBin un 1977 concluso ancora ottimamente di nuovo in terza posizione iridata; ma certo lui stesso avrebbe desiderato di meglio.
Tuttavia il ruolo di “secondo” dentro Heron e la nuova regolamentazione dei punteggi (senza più l’obbligo di scartare i risultati peggiori, come nella Stagione precedente) rendono il percorso irregolare di Stagione di Pat un piccolo Handicap.
Nel 1978, complice una Stagione poco brillante di Sheene, PatHennen è il vero rivale di Kenny Roberts per il Titolo: alla data del 14 Maggio, dopo il Mugello (Gran Premio delle Nazioni), la classifica è davvero incoraggiante per il giovane ancora venticinquenne di Phoenix.
Kenny Roberts, capoclassifica e Campione mondiale alla fine, ha 57 punti in quel momento. Barry Sheene – tenuto in palmo di mano ad Hamamatsu dove ha sede la Suzuki, ma divenuto tra l’altro piuttosto bisbetico ed altezzoso al punto da aver iniziato a stare sulle scatole a diversi manager e meccanici nel Team Heron– ne ha dieci in meno perché dopo la partenza al Top (vince il primo Gran Premio stagionale) si inceppa dietro almeno tre risultati modesti ed inaspettati.
Al secondo Posto iridato temporaneo invece, a solo sei punti da King Kenny, è il piccolo Pat a svettare in una posizione che dovrebbe mettere tutta Casamadre Suzuki nella condizione di cominciare a ragionare su chi davvero puntare, visto che nel frattempo anche un asso venezuelano come Johnny Alberto Cecotto, su Yamaha, sta rosicchiando posizioni contro le Suzuki. E’ evidente che the “Only Man Show” Barry in quella Stagione si è impantanato, mentre Pat – con materiale da seconda guida – non aspetta altro che qualcuno accenda la sua miccia, per poter esplodere. Il ragazzo infatti sta facendo miracoli, ma al minimo delle sue potenzialità effettive.
Potrebbe dunque realizzarsi una impresa a suo favore di se Patnon decidesse di imbarcarsi nel “TT” (da due anni fuori ormai dal calendario del Motomondiale) spinto dalla ambizione un poco incosciente di voler essere il primo statunitense a vincere all’Isola di Man.
Che l’ambizione fosse sua personale (come fu frettolosamente detto dalla Suzuki nei comunicati Stampa post incidente) o che invece – molto probabilmente – quella puntata al TT fosse una richiesta della Casa giapponese per esigenze pubblicitarie, non lo sapremo mai. Perché il dubbio viene.
O meglio: in una intervista – cosa rara per un ex Pilota ormai fuori da ogni kermesse – Pat dichiarò che Maurice Knight, il Direttore Suzuki per la Gran Bretagna aveva chiesto a Sheene ed a lui di correre il TT per fare “battage” pubblicitario nel mercato interno. A Sheene fu permesso di rinunciare, ma ad Hennen no…
Pat Hennen arriva al TT da secondo Iridato provvisorio mondiale a sei punticini da Roberts, roba di un quinto posto di differenza :nei cinque primi Gran Premi di Stagione Pat aveva conquistato una vittoria e tre Podi; una macchina da Guerra, ed una vera sorpresa per tutti, che doveva solo essere confermata.
Lo stesso Roberts è costretto a riunire gli altri due Team Yamaha in lizza e proporre – salvo parere di Iwata – una strategia di Squadra per appoggiare il Team Yamaha USA (primo provvisoriamente) ed evitare una guerra intestina deleteria.
Purtroppo per Kenny (che comunque vincerà il Titolo) la Casamadre fa spallucce e se ne frega altamente di appoggiare od imporre gerarchie in Pista.
Insomma, con Sheene in grave ritardo e con la Yamaha in affanno, sarebbe bastato poco per riscrivere l’Albo d’Oro del Motomondiale 1978.
Lunedì 5 Giugno 1978: Pat Hennen parte dalla prima posizione al TT, ma la sua Suzuki ha problemi di accensione, e si ritrova quinto.
Percorre il primo Giro con il motore singhiozzante, mentre John Williams è primo davanti ad Herron.
Al secondo giro Tom è il leader della corsa mentre l’attenzione di tutti si sposta sui ritiri prestigiosi di Mick Grant e di Joey Dunlop e su Mike Hailwood che non riesce a tenere in pista la sua Yamaha.
Al quarto Giro Kevin Wretton ha un brutto incidente e viene aviotrasportato al Nobles Hospital.
Al quinto John Williams ferma l’ultimo suo exploit sul Giro alla media di 115 Miglia all’ora, ma il suo radiatore esplode mettendolo fuori causa.
E all’ultimo Giro, dove per la prima volta nella storia del TT Hennen scende sotto i venti minuti e sopra la media di 120 Miglia orarie, è’ secondo e poco avanti vede Tom Herron: siamo al Ballaugh Bride, a Bishop Court, curvone velocissimo a sinistra da 180 Km/h prima del gomito di Kirk Michael. In pochi attimi il dramma.
La Suzuki o Pat stesso si scompone, lui viene disarcionato e finisce come un proiettile contro la parete di una Chiesa. PatHennen, entrato in coma, non ricorderà mai nulla di quell’incidente.
Nella spiegazione ufficiale degli Organizzatori si riporta l’impatto del casco del Pilota con un “corpo in volo”, quando lui si è sollevato con la testa fuori del cupolino per la staccata prima della curva. Un grande insetto spiaccicato? Un gabbiano?
Il fratello Chip, nel voler indagare le cause di un incidente così misterioso, rileva segni di gomma sul cordolo di cemento che perimetra la curva dopo la quale Pat aveva iniziato il suo volo; ma la traiettoria ideale di curva era a circa sessanta centimetri di distanza dal cordolo. Ovviamente inutile cercare riscontri nella moto incidentata.
Ma perché Pat avrebbe dovuto colpirla così grossolanamente come neppure uno sprovveduto? E perché, in caso, “avrebbe perso il controllo della sua Suzuki” come detto in via ufficiale?
Certo, quella Suzuki era partita non proprio a punto, ma per garantire il Giro più veloce della storia non aveva certo problemi di assetto.
Una coppia di spettatori appassionati, appollaiati dietro una delle siepi di Cronk-Y-Voddy avrebbe dichiarato ad un giornale locale di aver visto chiaramente Tom Herron e Pat percorrere appaiati quel curvone: inconfondibile la livrea delle due Suzuki, in particolare quella di Tom Herron, presa “a gettone” da Finlay.
Inconfondibile come lo era Tom, una specie di idolo locale per la sua origine irlandese e per la sua militanza nel TT. E per quel numero “8” ben stampato sulle carene.
Secondo la coppia, però, Tom – con una quindicina di centimetri di vantaggio della sua anteriore rispetto a Pat – avrebbe chiuso l’americano verso sinistra per impedire il sorpasso.
Si era ormai al sesto ed ultimo giro, ed Herron in modo molto scenografico già salutava il pubblico convinto della vittoria, non avvedendosi della furia di Pat arrivargli alle spalle.
Fosse dunque stata la gomma posteriore del pilota americano a colpire il cordolo, sarebbe dunque più plausibile una impennata anomala della Suzuki, e non un gabbiano, ad averne provocato il volo fuori pista.
Contemporaneamente, visto che Pat colpisce la parete della chiesa con il retro del casco ed il fianco del suo povero corpo, la visiera paradossalmente rimane fissata ed intonsa sull’elmetto.
Possibile che dopo un insetto così grande da aver oscurato la visiera oppure un impatto con un volatile pesante al punto da aver sbilanciato il povero Pat, la visiera non avesse riportato tracce?
Comincia così una carambola di risposte, illazioni, in qualche caso finite davanti agli avvocati.
Pat Hennen è in coma per la forza dell’impatto contro la parete della Chiesa di San Nicola. Un gruppetto di tifosi si raduna, si accalca e persino Takazumi Katayama si ferma e rinuncia ad ogni piazzamento pur di presidiare l’amico in questa tragedia.
Tom Herron? Va a vincere, da pilota Privato come è sempre stato, anche a causa del suo carattere, della sua violenza verbale, e della sua incostanza.
Ha 39 anni Tom, e da tempo è sulla lista nera di tanti Piloti per le modalità intimidatorie con cui presiede gli angoli di Pista che percorre. La dinamica raccontata dalla coppia di spettatori potrebbe coincidere con il comportamento tipico dell’irlandese, oppure rappresentare una illazione causata dalla insopportabilità del personaggio.
Tom Herron correva dal 1965, e per quindici anni era stato un privato: furgone, tenda, birra e libertà. Ma dopo un biennio notevole con la Yamaha in 350 voleva la sua ultima occasione.
Ironia del destino, sarà pilota ufficiale Suzuki Heron – al posto di Pat Hennen – proprio l’anno successivo (1979) prima del suo incidente mortale: e questo passaggio di ruolo tra un possibile “colpevole” e la possibile “vittima” non farà che aumentare i pettegolezzi.
Anni dopo, e solo recentemente, mi sono messo alla ricerca dell’ “altra campana”, cioè proprio della versione di Tom Herron. E l’ho trovata su un sito personale dedicatogli da due appassionati. Con parole virgolettate stile dichiarazione Tom rievoca quei momenti: la testa della corsa all’ultimo Giro, il saluto inopportuno al pubblico, il confronto con Pat. Ma non dice nulla sulla dinamica di un eventuale scontro. Anzi.
Tom Herron colloca Hennen dietro di lui, nel racconto: e dunque neppure sa (per come lo rievoca) dell’incidente. Per questo non si ferma e va a vincere il suo terzo “TT”, ed il primo Senior corso al Lunedì all’Isola.
E’ la versione “giusta”? O no? Poco importa.
Pat Hennen, a 25 anni e con un futuro stellare davanti deve abbandonare le corse. Ancora prima, si vociferava, di abbandonare Suzuki con un prevedibile “out out” se la Stagione 1978 fosse stata condotta sino alla fine: o lui e Barry gestiti da due Staff separati e con identico Budget e risorse da parte Suzuki; oppure……..Qualcuno si è spinto a pensare che senza quel maledetto “TT” forse Freddie Spencer non sarebbe mai arrivato in Europa con la Honda.
L’uscita dal coma gli lascia delle inabilità permanenti: non ha più la mobilità fisica necessaria, soffre di equilibrio, e articola male le parole. Dopo una convalescenza e riabilitazione durata tre anni entra alla Emmick Enterprice e si guadagna da vivere saldando telai per i Go-Kart.
Con una grande volontà riprende gli studi, e diventa un tecnico dentro il mega distributore di componentistica per motociclette “Motion Pro”.
Nel 2007, giustamente, entra nella “Hall of Fame” senza neppure saperlo: in quel periodo per la sua Comunità cristiana di San Francisco si attiva per le azioni di assistenza, recupero dei giovani, lotta alle dipendenze.
Ci ha lasciato l’Otto Aprile. Quell’”Otto” malevolo che, si dice, era stato causa del suo dramma al TT del 1978.
La sportiva Alpine di nuova generazione, l’Alpine A110 Future, farà il suo debutto pubblico in versione prototipo all’edizione di quest’anno del Goodwood Festival of Speed, come ha rivelato la casa automobilistica francese, pubblicando anche alcune immagini del modello elettrico a batteria camuffato.
Presentata come «la prima vera auto sportiva elettrica al mondo», l’Alpine A110 a trazione elettrica succede al modello di seconda generazione che ha fatto il suo debutto nel 2017, di cui l’ultimo esemplare è appena uscito dalla linea di produzione a Dieppe, in Francia.
Alpine conferma che la A110 di nuova generazione avrà i due pacchi batteria «posizionati in modo da rispettare la distribuzione del peso 40:60» tipica di una vera auto sportiva, mentre la tecnologia «cell-to-pack» a 800 volt con celle ad alta densità energetica contribuisce a ridurre il peso e i tempi di ricarica. A titolo di confronto, secondo Autocar, l’A110 di seconda generazione, alimentata a benzina, presenta una distribuzione del peso di 44:56 tra avantreno e retrotreno.
La sua trasmissione sarà costituita da un doppio motore posteriore, un asse elettrico “tre in uno” con inverter, mentre la configurazione delle sospensioni è interamente in alluminio; a ciò si aggiungono nuovi sistemi integrati di frenata e sterzo, afferma Alpine, suggerendo che l’A110 EV non utilizzerà la configurazione con motori nelle ruote della Renault 5 Turbo 3E, come precedentemente ipotizzato.
IL FUTURO ELETTRICO
Utilizzando l’Alpine Performance Platform (APP), per l’A110 a trazione completamente elettrica è stata scelta la disposizione a pacco batterie diviso, al fine di mantenere la linea ribassata del modello precedente a benzina, come aveva precedentemente dichiarato il CEO di Alpine, Philippe Krief.
Il posizionamento del pacco batterie posteriore nella A110 a trazione completamente elettrica, approssimativamente dove si trovava il motore a benzina della A110 di seconda generazione, rappresenta “un’opportunità” per convertirla alla trazione a benzina se necessario, ma questa possibilità non è stata inclusa a scapito del potenziale dell’auto come veicolo elettrico, ha aggiunto Krief.
L’Alpine A110 Future farà il suo debutto pubblico all’edizione di quest’anno del Goodwood Festival of Speed, dove un prototipo di questa auto sportiva a trazione completamente elettrica sarà in pista dal 9 al 12 luglio.