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Intervista a Sébastien Guigues Direttore Generale Renault Italia

Quando un costruttore scala tre posizioni nella classifica delle vendite in appena un anno, la prima domanda che viene da fare non è quanto ha venduto, ma perché lo ha fatto proprio adesso.

Renault Italia chiude il primo semestre 2026 con 51.248 tra autovetture e veicoli commerciali immatricolati, il 3,9% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, e passa dal settimo al quarto posto nella classifica generale del mercato italiano.

Ne abbiamo parlato con Sébastien Guigues, Amministratore Delegato di Renault Italia, per capire cosa c’è dietro questi numeri e cosa aspettarsi dalla seconda parte dell’anno.

Guigues, partiamo dal dato che salta più all’occhio: il salto dal settimo al quarto posto in classifica.

È un risultato che vi aspettavate o una sorpresa anche per voi?

Chiudiamo il primo semestre con risultati solidi che confermano la validità della nostra strategia. Cresciamo nei volumi e, soprattutto, nel canale a privati, dove registriamo performance superiori al mercato,a testimonianza della forte attrattività della nostra gamma. Non è un episodio isolato, è la conseguenza di scelte precise che abbiamo fatto negli ultimi mesi sul prodotto e sul posizionamento commerciale.

Il canale privati cresce del 15,4% nelle immatricolazioni, ma è la presa ordini a colpire di più, con un +35% nel primo semestre. Come si spiega un divario così ampio tra ordini e immatricolazioni?

L’eccellente dinamica degli ordini, in particolare tra i clienti privati, ci rende fiduciosi per i prossimi mesi e riflette la capacità di Renault di intercettare le nuove esigenze di mobilità.

Quel divario racconta una cosa molto semplice: la domanda oggi corre più veloce di quanto la classifica attuale delle immatricolazioni lasci intendere. Il portafoglio ordini che ci portiamo dietro è la vera fotografia di dove sta andando il marchio nei prossimi mesi.

Nel segmento B, che resta il cuore del mercato italiano, Clio ha raccolto circa 20.000 ordini e ha riportato Renault sul podio delle hatch a canale privato. Cosa ha reso possibile questo risultato in unsegmento dove la concorrenza è durissima?

Clio è un brand più che un modello… questa sesta generazione è totalmente diversa dalla precedente, con un design completamente rinnovato, dimensioni maggiorate, tantatecnologia a bordo tra cui tutto l’universo Google e un’offerta completa di motorizzazioni, dal benzina al full hybrid al gpl appunto.  

In un segmento dove il cliente privato guardacon attenzione al rapporto tra prezzo, consumi e usabilità quotidiana, avere un’offerta così ampia ci permette di intercettare profili di acquirenti molto diversi tra loro (clienti privati ma anche aziendee flotte) senza disperdere energie commerciali.

Passiamo all’elettrificazione. Renault si conferma seconda marca in Italia per le vetture full hybrid E-Tech, con immatricolazioni in crescita del 19%. Perché l’ibrido pieno sta funzionando così bene nel mercato italiano rispetto ad altre motorizzazioni elettrificate?

L’elettrificazione resta un pilastro strategico e i risultati del primo semestre premiano il nostro approccio pragmatico. 

Le full hybrid E-Tech rappresentano per molti automobilisti italiani il punto di equilibrio perfetto tra efficienza dei consumi e piaceredi guida, senza richiedere un cambio radicale delle abitudini di utilizzo né dipendere dalla disponibilità di infrastrutture di ricarica. È una tecnologia che accompagna la transizione invece di imporla.

Twingo E-Tech Electric ha superato i 1.000 ordini a due mesi dal lancio. Che lettura date a questo debutto, anche alla luce delle incertezze che continuano a pesare sul mercato dell’elettrico puro in Italia?

È un segnale che conferma quanto avevamo previsto: quando un’elettrica ha un prezzo di accesso credibile e un posizionamento chiaro, il mercato italiano risponde, anche in un contesto dove l’incertezza sugliincentivi frena ancora molti acquirenti. Twingo E-Tech Electric si inserisce esattamente in quello spazio.

Infine i veicoli commerciali: il mercato italiano ha chiuso il semestre in calo del 4,4%, mentre voi siete cresciuti del 9,6%, guadagnando quasi un punto di quota e salendo al quarto posto tra i costruttori.

Come si cresce controcorrente in un mercato che si contrae?

Cresciamo perché continuiamo a investire su una gamma di veicoli da lavoro pensata sulle esigenze reali delle flotte e delle piccole imprese italiane, in un momento in cui molti operatori stanno rimandandole decisioni di acquisto. Chi decide di investire oggi lo fa perché trova in Renault un prodotto affidabile e un servizio coerente, e questo per noi vale più della singola immatricolazione.

Per chiudere: guardando alla seconda metà dell’anno, qual è la sfida più delicata da gestire?

Proseguiremo su questa traiettoria, consolidando la nostra presenza nei segmenti chiave e accelerando sull’elettrificazione, con l’obiettivo di offrire soluzioni sempre più accessibili, efficienti e in lineacon le aspettative dei nostri clienti. 

Nuovo Chery iCaur V25: Anteprima

Chery ha ampliato la propria gamma di veicoli fuoristrada con la presentazione di una domanda di omologazione per l’iCaur V25, commercializzato in Cina con il nome di iCar per evitare problemi di marchio a livello internazionale con Apple. Il Ministero dell’Industria e delle Tecnologie dell’Informazione (MIIT) ha pubblicato il 10 luglio 2026 la scheda tecnica ufficiale, che illustra in dettaglio le specifiche principali del nuovo veicolo ibrido plug-in a autonomia estesa (EREV). Questa registrazione fa seguito a precedenti avvistamenti del modello durante i test come SUV di dimensioni maggiori, posizionato al di sopra degli attuali modelli della gamma.

Il veicolo di medie dimensioni presenta un caratteristico aspetto squadrato, con una lunghezza di 4.636 mm, una larghezza di 1.920 mm e un’altezza di 1.855 mm, con un passo di 2.820 mm. Il SUV monoscocca presenta una configurazione a cinque posti, con una carreggiata anteriore di 1.635 mm e una posteriore di 1.642 mm. Il design è caratterizzato da sbalzi ridotti, pari a 736 mm nella parte anteriore e 1.080 mm in quella posteriore, per ottimizzare l’altezza da terra.

DATI TECNICI E MOTORI

Il sistema EREV utilizza un range extender 1.5T che eroga una potenza del motore di 115 kW e una potenza netta massima di 105 kW. L’alimentazione è fornita da un pacco batterie al litio-ferro-fosfato da 33,679 kWh fornito da Gotion High-Tech (Hefei Guoxuan). Questa configurazione garantisce un’autonomia in modalità esclusivamente elettrica di 145 km o 150 km (WLTC), a seconda dell’allestimento scelto.

Il consumo di carburante secondo lo standard WLTC varia tra 1,52 L/100 km e 1,54 L/100 km. Il SUV raggiunge una velocità massima di 180 km/h e ha un peso lordo del veicolo di 2.720 kg. Il gruppo motopropulsore è progettato per erogare una potenza elettrica costante in diverse condizioni ambientali.
Hardware e telaio
Il veicolo offre un pacchetto di traino opzionale che riduce l’angolo di uscita standard da 24° a 15°, mentre l’angolo di approccio rimane fisso a 28°. L’aggiunta del gancio di traino aumenta il peso a vuoto da 2.221 kg a 2.240 kg, consentendo una capacità massima di traino certificata di 1.800 kg.

Le opzioni per le ruote includono cerchi da 19 o 21 pollici con pneumatici 255/55R19 o 265/45R21, oltre a un portellone posteriore ad apertura laterale con vano portaoggetti esterno. Lo stile si caratterizza per una moderna calandra chiusa abbinata a esclusivi pannelli che simulano i finestrini lungo i fianchi. Gli acquirenti possono inoltre personalizzare l’aspetto modificando la posizione dei loghi o rimuovendo completamente il sistema di prese d’aria attive.
Tecnologia di guida intelligente
Un modulo LiDAR montato sul tetto, disponibile come optional, aggiunge sistemi avanzati di assistenza alla guida (ADAS) a questa piattaforma robusta. Si prevede che il veicolo utilizzi un sistema ad alta potenza di calcolo alimentato da chip Horizon Journey 6, in grado di fornire fino a 560 TOPS di potenza di elaborazione con un’architettura software end-to-end. Questa configurazione aggiunge alla lista delle funzionalità il parcheggio automatizzato, la navigazione in autostrada e la guida assistita in città.

Questo nuovo modello amplia la strategia avviata dal più piccolo iCar V23 EV. Dati recenti di China EV DataTracker mostrano che le vendite al dettaglio nazionali di iCar sono scese del 16,8% su base mensile, attestandosi a 5.032 unità nel giugno 2026, in calo rispetto alle 6.045 unità di maggio. L’introduzione della V25 mira a stabilizzare la quota di mercato del marchio, che nel giugno 2026 si attestava allo 0,3%.

Nuova BMW X2 2026: Anteprima Rendering

La nuova BMW X2 porterà su strada uno stile affilato con il restyling di metà carriera.

Una settimana fa sono state pubblicate online nuove foto spia del SUV tedesco rinnovato, che mostrano differenze piuttosto significative rispetto al modello attuale.

Il crossover compatto BMW X2 è stato presentato per la prima volta nell’autunno del 2017, mentre nel 2020 è stato lanciato un modello sottoposto a restyling. Il modello di seconda generazione, che ha fatto il suo debutto nell’autunno del 2023, sta ora uscendo dalla linea di produzione. È giunto il momento di un aggiornamento programmato e i veicoli di prova sono già stati avvistati dai fotografi spia.

Le modifiche principali riguarderanno la parte anteriore: il crossover in stile coupé avrà un “volto” completamente nuovo, in linea con l’attuale stile Neue Klasse, caratterizzato da “narici” strette sulla griglia del radiatore (o da una loro imitazione). È già chiaro che, come per la X1 con cui condivide la piattaforma, i fari sono notevolmente più stretti verso il centro. Possiamo inoltre aspettarci luci diurne a LED con un design distinto da quelle della nuova iX3 e della X5.

Per quanto riguarda la parte posteriore, è visibile la nuova disposizione dei fanali, sebbene questi manterranno la loro forma. Una sottile striscia orizzontale a LED sarà posizionata nella parte superiore, mentre sotto ci sarà una coppia di quadrilateri inclinati.

Rendering Kolesa.ru

DATI TECNICI

Come la sua sorella, la BMW X1, la X2 in stile coupé è costruita sulla piattaforma a trazione anteriore UKL2, utilizzata anche dalle berline della Serie 1 e dalla Mini Countryman.

Il SUV dovrebbe mantenere la maggior parte delle attuali motorizzazioni, che comprendono motori a benzina e diesel da 1,5 e 2,0 litri (la versione più potente, la M35i xDrive, eroga 300 CV e 400 Nm di coppia). Sono previste anche un paio di varianti completamente elettriche con potenze di 204 (247 Nm) e 494 Nm.
La BMW X2 aggiornata dovrebbe essere presentata entro la fine di quest’anno. Nel frattempo, la scorsa settimana abbiamo raccontato la nostra esperienza di possesso di una BMW M5 F90

Nuova Xiaomi SkyNomad 2026: Anteprima

Xiaomi presenterà presto il primo modello della nuova gamma SkyNomad: il grande crossover N90. I suoi punti di forza saranno un prezzo aggressivo (più basso rispetto ai concorrenti) e un abitacolo molto spazioso, con ampie possibilità di trasformazione. La versione accorciata del crossover SkyNomad N90 ha ricevuto l’indice N70.

Si è chiarito il destino del sub-brand SkyNomad, presentato all’inizio della settimana: non sarà completamente indipendente, ma indicherà una nuova linea di modelli all’interno del marchio Xiaomi. Il fondatore dell’azienda, Lei Jun, sulla sua pagina Weibo ha spiegato perché è stato necessario creare un nuovo sub-brand. Secondo lui, gli attuali modelli elettrici Xiaomi SU7 e YU7, costruiti sulla stessa piattaforma, sono orientati al guidatore, mentre i modelli della linea SkyNomad saranno più versatili, con un accento sul comfort dei passeggeri e sulla trasformabilità dello spazio interno.

Il modello di debutto della linea SkyNomad sarà il grande crossover con indice N90. Oggi sono state pubblicate le prime immagini ufficiali, che in larga misura coincidono.

SPAZIO XXL

Non ci sono ancora dettagli tecnici ufficiali sulla novità in arrivo. Secondo dati preliminari non ufficiali diffusi dai media cinesi, lo SkyNomad N90 sarà dotato di un sistema ibrido plug-in di tipo seriale: il motore benzina anteriore, posizionato sotto il cofano, non è collegato meccanicamente alle ruote, funziona come generatore e ricarica la batteria di trazione.

Sul mercato cinese lo Xiaomi SkyNomad N90 si troverà di fronte a una concorrenza durissima, perché il segmento dei grandi crossover elettrici e plug-in è oggi sovraffollato, con novità che arrivano ogni mese. Tuttavia Xiaomi è sicura del successo, perché il marchio ha un pubblico molto fedele, e la forza finanziaria della casa madre — che produce smartphone e altri dispositivi elettronici — permetterà di fissare prezzi bassi, forse persino di dumping, per lo SkyNomad N90. In altre parole, Xiaomi è pronta a vendere il nuovo modello in perdita per un certo periodo, al fine di aumentare la propria quota di mercato.

Lei Jun promette inoltre che lo Xiaomi SkyNomad N90 avrà caratteristiche molto attraenti per i consumatori. Il nuovo crossover è pensato come uno spazio mobile universale, configurabile dal proprietario in base alle esigenze del momento. L’abitacolo ha di serie una configurazione 2+2+3, ma può essere trasformato in pochi minuti in una sala riunioni, una mini-studio o una camera da letto. Così, lo Xiaomi SkyNomad N90 è più di un grande crossover familiare: la sua funzione è definita dal cliente. Nei giorni feriali può essere un ufficio mobile o uno spazio per il relax, mentre nel weekend può diventare il veicolo ideale per viaggiare con tutta la famiglia. Per chi desidera il massimo spazio per dormire durante le uscite all’aria aperta, sarà disponibile una versione camper con tetto sollevabile.

Il debutto imminente dello SkyNomad N90 dovrebbe aiutare Xiaomi a raggiungere l’obiettivo fissato per il 2026: vendere 550.000 auto. Al momento l’azienda è in ritardo rispetto al piano, nonostante le vendite continuino a crescere. Nella prima metà dell’anno, secondo CnEVPost, Xiaomi ha venduto 185.055 auto (+17,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), mentre nel 2025 le vendite totali sono state 411.837 unità.

Per ora le auto Xiaomi sono vendute ufficialmente solo in Cina, ma nel 2027 inizieranno le esportazioni verso i mercati esteri, con priorità all’Europa.

Aggiornamento

Dopo la pubblicazione della nostra nota, il crossover Xiaomi SkyNomad N90 è apparso nel database elettronico del Ministero dell’Industria cinese, e insieme a lui è stato svelato il “fratello minore”, lo SkyNomad N70 — di fatto una versione accorciata dello SkyNomad N90.

La lunghezza del Xiaomi SkyNomad N90 è di 5285 mm, la larghezza 1998 mm, l’altezza 1825 mm, il passo 3080 mm.

La lunghezza del Xiaomi SkyNomad N70 è di 4960 mm, la larghezza 1998 mm, l’altezza 1765–1785 mm, il passo 2950 mm.

La versione camper sarà realizzata sulla base dello SkyNomad N90: la sua altezza è aumentata a 1925 mm e, con il tetto sollevato, si forma una tenda con posto letto per due persone.

Lo Xiaomi SkyNomad N90 sarà disponibile in versioni a 5 e 7 posti, mentre lo SkyNomad N70 sarà esclusivamente a 5 posti. Il camper ha anch’esso 5 posti.

Il motore benzina turbo da 1,5 litri, che lavora come generatore, eroga 152 CV. Lo SkyNomad N90 ha due motori elettrici di trazione: quello anteriore da 210 kW, quello posteriore da 100 kW, per una potenza totale di 310 kW (422 CV). L’accelerazione 0–100 km/h richiede 6,3 secondi, la velocità massima è 190 km/h. La batteria ha una capacità di 76 kWh, con un’autonomia di 370 km in ciclo WLTP (363 km per il camper).

La versione base dello Xiaomi SkyNomad N70 ha solo il motore elettrico anteriore da 210 kW (286 CV) e una batteria da 52 kWh, sufficiente per 270 km WLTP. La versione a due motori da 310 kW (422 CV) monta la batteria da 76 kWh, con autonomia di 380 km WLTP.

De Tomaso Pantera: 55 anni di una Supercar sulle montagne russe

Credo che in ognuna delle innumerevoli fiction dedicate ad Enzo Ferrari (a cui ne seguiranno, statene certi, decine di altre) manchi un pochino un illustre assente. Si tratta di Alejandro De Tomaso che, nel destino di Maranello, ha spesso incrociato o perlomeno sfiorato vie e percorsi industriali e sportivi. 

Anche se, in realtà, una letteratura ed un giornalettismo spesso molto prono verso Gianni Agnelli soprattutto nel ventennio tra 1970 e primi anni Novanta ironizzava spesso sulla attitudine “replicante” di De Tomaso circa l’apparenza (vestiario, immagine pubblica, bella vita) priva però di quella “allure” nobilitata che aleggiava sull’Avvocato in virtù del sangue vagamente blu.

Ironia della sorte, il 2003 si è portato via entrambi: l’Avvocato a Gennaio, e Don Alejandro in tarda primavera. Originario di una famiglia di italiani (i De Tommaso) emigrati in Argentina alla fine dell’Ottocento, Don Alejandro ha vissuto il suo rinascimento automobilistico (in tutti i sensi) in Italia.

Ed in Italia prende forma una icona mondiale del concetto “Gran Turismo Stradale” (GTS, come una delle sigle che accompagneranno la nostra protagonista) di tutti i tempi, la “Pantera” De Tomaso. Di cui però non voglio raccontarVi dati tecnici e storia sportiva perché quella la leggete dappertutto. Invece voglio dimostrare come il tempo sia illusorio, portando la novellistica recente su Pantera a dipingerla come un paradiso in terra senza più ricordare le controversie e i muri contro cui il progetto si è trovato a passare forse perché, per strano destino, la “Pantera” è proprio la rappresentazione a quattro ruote del karma del suo primo creatore. Alejandro De Tomaso, appunto: che arriva a metà anni Cinquanta in Italia e stabilitosi nei dintorni di Modena diventa un pilota per la O.S.C.A. e per altre scuderie tra le quali la “Centro Sud “ di Mimmo Dei. 

Alejandro e Isabelle: una storia d’amore a tutto gas

Nell’ambiente delle Gare adocchia una bella ragazzona americana che si fa chiamare “Isabelle”, classico pseudonimo per coprire il vero nome della famiglia contrarissima alla passione sportiva della giovane. E quando accade questo, stai sicuro che la famiglia deve essere ricchissima. 

E’ così, ed infatti nel 1957 Alejandro sposa negli Stati Uniti Elizabeth “Isabella” Haskell, che nell’albero genealogico è sorella di Amory Haskell Jr.e cognata di John Ellis: entrambi boss di Rowan Industries, importante fornitore di componenti auto per General Motors e Ford.

Inizialmente tutto questo non tange molto la vita della coppia innamoratissima Alejandro-Isabella. I due – ricchissimi per origini familiari – convivono dentro un mare di sacrifici nella piccola attività che l’argentino apre ad Albareto, vicino Modena. Quella che dal 1959 si chiamerà “De Tomaso” e che dopo una serie di piccole monoposto e prototipi Sport fa debuttare la “Vallelunga” nel 1964: telaio monotrave centrale in alluminio, motore posteriore centrale Ford Cortina V4 di soli 1500 cc. è venduta in piccola serie ma è apprezzatissima. 

Frutto dello studio fondamentale di Rayton Fissore (presumibilmente ispirato dalla ATS GT di Franco Scaglione, a vedere le linee guida) nella carrozzeria in fiberglass, è la seconda auto di serie al mondo ad adottare il motore posteriore centrale. 

E comincia a richiamare l’attenzione di Amory verso le attività automobilistiche del cognato che, a piccoli passi, crea quel link fondamentale tra la De Tomaso e la Ford. Il colosso di Detroit infatti non ha mai digerito la ancora recente porta sbattuta in faccia dal Drake alla proposta di acquisto, ed apprezza in primo luogo l’ubicazione a Modena della factory De Tomaso; ma deve passare ancora del tempo prima che Ford “metta le mani” su De Tomaso mentre intanto a Via Vitali 55 (Modena) la factory inaugura nuovi Stabilimenti più ampi. 

Si apre l’era dell’auto senza la quale, forse, la “Pantera” non sarebbe mai nata: l’era di “Mangusta”; siamo tra il 1966 e l’inizio del 1967, ma anche la “Mangusta” probabilmente non sarebbe nata senza un passaggio preliminare importante, l’acquisizione di Ghia, quel complesso in disfacimento tra Corso Dante e Via Agostino da Montefeltro – a Torino – che mi fa piangere il cuore ogni volta che lo vedo.

Prima di “Pantera” arriva la GHIA

Una firma di stile importante, che dopo la morte di Giacinto Ghia prima e la scomparsa del mitico Luigi Segre nel 1963 era entrata in cavitazione irreversibile. Un uomo dal pedigree abbastanza suggestivo, il dominicano Ramfis Trujillo, aveva comprato davvero a prezzo di saldo la Carrozzeria poiché, da appassionato di auto, voleva trasformarla in un atelier per piccole serie da destinare a veri ricconi: peccato che i soldi per l’acquisizione il buon Ramfis li avesse “distratti” dalle casse del Tesoro Dominicano, che come tutto l’apparato statale era stato governato dal papà – Dittatore – Leonidas. Quei 200.000 Dollari, più o meno, erano soldi del popolo Dominicano.

Una volta “deposto” in modo molto sudamericano il Dittatore, la magagna finanziaria di Ramfis fu facilmente scoperta e l’avventuriero appassionato di auto fu messo in carcere dal quale, per uscire, dovette concordare con la Giustizia Dominicana la restituzione di gran parte dell’ammanco di soldi pubblici. 

Nel mentre avvenivano tutte queste compravendite, dentro Ghia era approdato dalla Bertone nientemeno che Giorgetto Giugiaro, che tra il 1965 ed il 1967 disegna la “Ghibli” per Maserati, la “Ghia 450 SS”, la Fiat 850 Vanessa e la Iso Rivolta Fidia. E non solo.

Nel 1967 – dunque – Trujillo incarica un procuratore di cercare acquirenti per la firma di stile torinese; la notizia arriva alla coppia Alejandro/Isabelle quando De Tomaso cerca un accordo con Ghia per continuare la produzione della “Vallelunga”; l’affare è troppo allettante perché il Gruppo dirigente di Rowan possa rifiutarlo:“Business is Business” (e la Ghia veniva posta in vendita a valori davvero ribassati vista la situazione) e dunque Amory Heskell acquisisce l’80% delle azioni di De Tomaso Automobili procurando ad Alejandro la liquidità sufficiente per rilevare la Ghia. 

Con lo Stabilimento di Via Vitali e le risorse di Know How e prototipazione di Ghia, per De Tomaso si apre davvero una prateria. Alejandro trova tra i progetti del Direttore Giugiaro quelli per un prototipo Iso Rivolta a motore posteriore, che idealmente avrebbe dovuto seguire la commessa per la “Fidia” ma che era rimasto lettera morta per la scomparsa improvvisa di Patron Renzo e per il disorientamento che ne era conseguito a Bresso.

Senza GHIA e la Mangusta, la Pantera non sarebbe mai nata

Ecco qui: quel prototipo presentato nel 1966 al Salone di Torino da Giugiaro per la Ghia diventa la De Tomaso Mangusta. Quel prototipo di stile, con telaio a trave – ma in acciaio – derivato dalla Vallelunga e motorizzato in posizione posteriore centrale con un V8 Ford da 289 pollici (4700 cc.) era di fatto una concorrente di Ferrari e Lamborghini così come lo era la “GT40 Mark I” che Ford aveva appena messo in commercio. 

Ma a differenza della trionfatrice di Le Mans, la Mangusta aveva in più un grado di appeal derivante dall’essere “Made in Modena”. E Ford sapeva bene, in realtà, che l’effetto Le Mans sulla GT40 sarebbe durato poco sulle vendite. Nulla da fare, serviva di nuovo la caccia all’Italian Sounding, per Detroit.

Ma nel 1969 si affaccia, alla porta di De Tomaso, un nuovo affare: la Carrozzeria Vignale di Torino aveva lasciato i capannoni di Via Cigliano per trasferirsi dal 1961 a Grugliasco; i 40.000 Mq (tre volte e mezza il sito di Torino) si rivelano però un passo troppo più lungo della gamba imprenditoriale di Alfredo Vignale. Nel frattempo a Grugliasco si affaccia De Tomaso in cerca di un sito dove spostare lotti di produzione; detto fatto, Vignale e il boss argentino si accordano per il passaggio di consegne. Ed anche questa volta le risorse finanziarie rilevanti provengono dai budget della “Rowan”.

Curioso, e poco noto, il fatto che De Tomaso acquisisca lo Stabilimento con il vincolo di commessa, in questo caso legato alla produzione delle scocche per la Jensen Intercerceptor: Alfredo Vignale lo aveva concordato con il committente inglese e fino al 1976 (quando in realtà la Jensen fallisce) sotto la gestione di De Tomaso (e poi di Ford, come vedremo) la Interceptor continuerà ad uscire sotto forma di scocca dai cancelli di Grugliasco.

A questo punto il boss argentino di Canalgrande (dove si trova un albergo che ha da poco acquisito, insieme ad altre piccole e diversificate attività estranee all’Automotive) ha davvero creato una mini Holding, di fatto. Beh, e a questo punto la Ford che fa? Ma è ovvio: in quel periodo sta concludendo diversi contratti di fornitura motoristica a molti piccoli Costruttori artigianali europei e soprattutto italiani; ed in Europa sta portando a compimento il progetto “Capri”, la prima Coupè nativa per il mercato continentale. 

Ma scatta a Detroit anche l’ora della scelta campale: dare fiducia a quel matto di De Tomaso nella produzione di una supercar a marchio italiano, tecnicamente concorrenziale con Ferrari e Lamborghini, ma riferibile al mondo dell’Ovale; e, soprattutto a prezzi competitivi persino con la Corvette di General Motors: insomma, Ford utilizza la “T” della tradizione dei maniscalchi celebrata dal Marchio di Don Alejandro come l’arma (il ferro a forma appunto di “T” per ferrare o schiodare zoccoli ai cavalli) per “azzoppare” il Cavallino Rampante.

L’accordo tra De Tomaso e Lee Iacocca supervisore per conto di Ford diventa operativo, limatura dopo limatura e clausola dopo clausola, all’inizio del 1970. Da sei mesi prima i Consulenti inviati da Detroit avevano ispezionato, visitato, analizzato, rendicontato e collaudato sedi, macchinari, personale, libri contabili e strategie di mercato. Ma proprio mentre Ford è pronta ad iniziare la collaborazione in veste prioritaria di “committente” verso De Tomaso, accade l’incredibile.

John Ellis ed Amory Haskell perdono la vita in un disastro aereo nella Primavera del 1970. Rowan Industries a quel punto vuole cedere quell’ottanta per cento di quota di controllo di De Tomaso Automobili Spa; Alejandro non ha però i capitali per il “Buy Back”, e chiede a Ford di intervenire.

A Giugno dello stesso anno Ford e De Tomaso danno vita a “De Tomaso Incorporate, società partecipata di indirizzo e controllo della Joint Venture in cui entrano l’Ovale, il Marchio di Modena, la Ghia e la Vignale. Queste ultime tre Società erano partecipate appunto dalla Rowan, e Ford USA acquistandone le rispettive quote diventa Socia all’80% di De Tomaso Incorporated lasciando ad Alejandro il 20%.
Alla base dell’accordo di collaborazione ci sono delle triangolazioni ben definite e strategiche: De Tomaso si occuperà di creare – attraverso la Ghia – auto sportive estreme; Ford contribuirà con il proprio Engineering, con la fornitura delle architetture meccaniche necessarie, e con il supporto di Aftersales e Garanzia; la “Vignale” sarà impegnata a produrre la gamma De Tomaso ma anche eventuali serie speciali richieste o di interesse della Ford; e la Ghia supporterà la fase creativa e di prototipazione della De Tomaso ma allo stesso tempo tenderà a fornire idee di stile anche per la produzione del Gruppo Ford. In semplice sviluppo teorico, è la quadratura del cerchio. 

Ma, purtroppo, è solo teoria, soprattutto perché ad inizio 1970 Ford sarebbe stata “semplicemente” una Capo-committente pretenziosa; ma da questa proposta di accordo l’Ovale diventa Socio di De Tomaso, e le conseguenze di questo non tarderanno. 

Questa architettura organizzativa, ovviamente, sarebbe convissuta con la presenza anche dei siti produttivi di De Tomaso in Via Jacopo Peri 68, appena acquisiti dal Marchio modenese e da dove uscivano le poche Mangusta dalla catena di montaggio una volta arrivate le carrozzerie prodotte alla Ghia a Torino.

Di fatto Ford entra nel capitale della nuova Holding “di scopo” creata da De Tomaso per questa partnership: e dunque da semplice fornitore di blocchi motore per le De Tomaso, diventa Partner di sistema con un accordo multipiano e scalare: partnership tecnica e progettuale con Ghia, con cui Ford sostituisce del tutto e definitivamente la vecchia committente Chrysler, e dove entra come nuovo Responsabile del Centro Stile Tom Tijarda ; e sinergia industriale e commerciale con De Tomaso per una nuova linea sportiva motorizzata dall’Ovale e distribuita in America tramite la Rete del Gruppo. 

Da qui nasce la base per la nuova e rivoluzionaria “Pantera”. Alla Ghia, grazie alle commesse Ford, arrivano fonti finanziarie, personale da formare e programmi di lavoro che sembrano una benedizione; alla Vignale di Grugliasco invece si predispone la linea di montaggio di un progetto davvero ambizioso. A definirlo “sulla carta” sono i due geni più brillanti sulla scena motoristica al di qua ed al di là dell’Oceano: Alejandro De Tomaso e Lee Iacocca per la Ford. Se io avessi parlato della “Pantera” come tutti gli altri, a questo punto della storia sapreste pure quanti punti di saldatura servivano per la scocca. 

Ma la vera storia di Pantera è nel “Karma” tipico di De Tomaso: le montagne russe; l’icona caratteristica del Marchio modenese ha vissuto su una altalena che le recensioni ed i ricordi poetici e scintillanti non ricordano mai, facendo passare la storia di questa GT come di un successo straordinario. 

 

Fu così solo per un breve intenso inizio: quello che si dovrebbe sempre dire della “Pantera” è quanto la sua genesi e la sua concezione implicassero invece una visione strategica e politica straordinaria; era la prima vera risposta di Detroit su strada, dopo quella in Pista con la GT40, allo sgarbo del Drake contro Henry Ford Secondo; e se posso aggiungere, era la prima risposta di Ford “versus” Ferrari in cui il mitico Carroll Shelby era tenuto fuori. 

Ma la ultima cosa che occorre far presente di “Pantera” è soprattutto per un requisito – purtroppo – fondamentale: il telaio monoscocca. La vera rivoluzione di Pantera a quei tempi è soprattutto là.

 

Se infatti De Tomaso definisce, sulla base dei suoi Skill e della sua mission, i punti salienti di una Berlinetta GT alla pari con Maranello e Sant’Agata (motore cavernoso posteriore centrale, cambio ZF, sospensioni sportive a triangoli sovrapposti, linee tese e basse, due posti secchi), Detroit si concentra su un punto: un costo inferiore a quello di qualunque Ferrari, Lamborghini e persino Corvette siano presenti sul mercato contemporaneo. Perché questo aspetto riguarda la parte più difficile del programma, ma anche l’aspetto sul quale la potenza industriale di Ford può finalmente rendere l’ultimo schiaffone in faccia ad Enzo da Maranello: per far costare meno di tutte una GT anti – Ferrari serve tutta la forza economica e produttiva del colosso di Deaborn. 

 

Lo studio progettuale al quale partecipa l’Ingegner Dallara (storico progettista delle De Tomaso da Gara, ivi compresa la sfortunata F1 in magnesio in cui perse la vita Piers Courage) ha un compito pesante per l’epoca, nella quale un po’ in tutta Italia l’eccellenza manifatturiera di una Gran Turismo si esprime canonicamente con Sua Maestà il telaio a traliccio, od a travi scatolate: la partecipazione di investimenti in R&D progettuale di Ford è impegnativa proprio perché si vuole invece ottenere un monoscocca in acciaio stampato, per ridurre i costi fissi di produzione. Ma dietro questo, le “magagne” appariranno presto: se da un lato telaio artigianale con carrozzeria “applicata” sopra significava realizzazione esclusivamente a mano, tempi lunghissimi, costi fissi enormi e non di rado pecche costruttive madornali, dall’altro significava possibilità di personalizzazione ed evoluzione successiva straordinarie e quasi infinite. 

 

Il monoscocca al contrario, soprattutto se “Made in Ford” significava qualità “in teoria” ottima, zero falle costruttive, costi ridotti e velocità di produzione estrema: e, non dimentichiamolo, una best seller Supercar dell’epoca in Europa era l’italiana Iso Rivolta, con Bresso che sfornava le scocche di Grifo e le altre a ritmi che a Maranello e Sant’Agata si sognavano. 

Anche Corvette di GM aveva il monoscocca. Qui sulla Pantera però il concetto industriale doveva essere “travasato” dentro una architettura in cui alternativamente il traliccio manufatto consentiva mille piccole ma fondamentali varianti. Un esempio? Di Pantera rimane proverbiale una caratteristica: con il pannello divisorio tra abitacolo e motore posteriore fisso e strutturale al monoscocca, i piloti solo un po’ più alti della norma guidavano con le ginocchia in bocca. Ma per un attimo superiamo la questione e andiamo avanti nella storia. “Quality at first”, dicono alla Ford: forse la capacità affabulatoria di Alejandro aveva allentato le corde della diffidenza a Detroit. 

Two Pantera is megl’che Uan: i due Stabilimenti De Tomaso a Modena

Fatto sta che lo staff dell’Ovale delegato al progetto “Pantera” riscontra il sito della Vignale inadatto a volumi ed a qualità produttiva davvero in linea con i requisiti americani. La soluzione tipicamente Yankee? No problem, se a Torino l’impianto non è sufficiente, ne costruiamo un altro a Modena, di proprietà Ford, per produrre più e meglio le Pantera per il mercato a Stelle e strisce. 

 

Ed ecco qua: De Tomaso Spa a Via Jacopo Peri 68, a Modena; e De Tomaso of Ford a Via Virgilio 9, a Modena. E non solo: Pantera made in Torino alla Vignale per l’Europa, e Pantera made in Modena alla Ford per gli USA. Geniale. Infatti, alla fine, lo stabilimento di Modena by Ford diventa il polo unico di fabbricazione della berlinetta GT d’assalto. Davvero? No, non proprio. Ma è chiaro che “quel matrimonio” tra Ford e De Tomaso è già ai titoli di coda neppure un anno dopo. Immaginare, mezzo secolo dopo, che Pantera per il Nord America e Pantera europee fossero prodotte in due siti diversi intestati a soggetti formalmente distinti seppure distanti poche decine di chilometri nello stesso perimetro cittadino, non è una condizione molto diffusa nella storia. In particolare De Tomaso – Via Peri differenziò la sua linea produttiva, dal 1971, in tre allestimenti di Pantera: GTS, GT Gruppo 4 e Gruppo 3 che sostanzialmente era una GTS alleggerita. A questo punto arriva la fine del 1972 e l’inizio del 1973, l’Annus Terribilis della crisi energetica. Da parte Ford ormai la sopportazione della esuberanza e della mancanza di disciplina di De Tomaso è arrivata alla fine. Il primo provvedimento è verso la Ghia/Vignale: Ford non accetta più la gestione indipendente che l’argentino fa del Centro Stile e della factory di produzione carrozzerie e telai, ora che i due Marchi di stile sono di fatto proprietà di Detroit, mentre Don Alejandro come Amministratore conduce la Ghia verso progetti di stile e prototipazione che c’entrano poco o nulla con il family feeling dell’Ovale. A fine Dicembre 1972 De Tomaso esce da Ghia. 

A quel punto Ford inizia a sentire anche i “morsi” della crisi energetica e finanziaria internazionale che si sposa molto male con la concezione sportiva e “sprecona” della mission De Tomaso; peraltro anche l’immagine di Lee Iacocca dentro il Gruppo americano inizia a vacillare, con le scelte “Pony Car” del manager che non decollano a livello commerciale. 

In pratica Alejandro subisce contemporaneamente, da parte Ford, un velato “mobbing” dirigenziale, una perdita di interesse sul settore “Supercar” e persino la crisi di immagine del suo “sponsor” personale come era diventato Lee Iacocca; e fatalmente arriva il divorzio: Alejandro esce totalmente da De Tomaso Inc., lasciando la direzione di Ghia e Vignale e cedendo l’Impianto di Via Peri 68 alla Ford aprendo un nuovo sito in Via Emilia Ovest 1250 – sempre a Modena – mentre De Tomaso Inc. (per diritto d’autore) viene ridenominata “Ghia Operation”. 

Di lì a poco Ford chiude definitivamente la “sua” catena di montaggio e l’azione commerciale per Pantera nel Nord America. La crisi energetica morde anche Detroit, mentre Don Alejandro “non “lascia e raddoppia: arrivano Deauville e Longchamp, ma soprattutto in cassa arrivano 4 milioni e mezzo di Dollari dell’epoca  da Ford per il 100% di De Tomaso Inc.: forte di una nuova liquidità, De Tomaso può così iniziare quella fase di Shopping che, da Benelli e Guzzi per passare a Innocenti e Maserati, impegnerà per buona parte i soldi pubblici della GEPI. Ma soprattutto dal divorzio con Ford la vita della Pantera diventa una vera altalena: listini che lievitano, produzione decimata; la vera forza della GT modenese diventa in questo periodo la preparazione post vendita per le competizioni di Gr.3 e Gr.4, mentre intanto Ford chiude nel 1974 Via Jacopo Peri e la Carrozzeria Vignale a Torino cedendo a De Tomaso alcune centinaia di scocche “grezze” non ultimate.

 

Infine, con la crisi del ’73 lentamente e progressivamente l’Ovale attua un “de-listing” sia delle forniture del suo leggendario “Cleveland” verso i Costruttori artigianali (dopo che Chevrolet ha fatto lo stesso con il suo V8 da 5300 cc.) sia delle velleità sportive direttamente antagoniste al mercato tradizionale di Cavallino e Toro. 

Gli effetti per De Tomaso sono in prima battuta sulle forniture dei “V8”: dal 1974 Ford interrompe la produzione del Cleveland 351 e Modena deve importarlo dall’Australia (dove la filiale li produrrà fino a metà anni Ottanta) per poi passare ai Windsor 351 dal 1986 e poi “ridursi” al V8 da 4900 cc. della linea di produzione della Mustang. Questo ha significato finire per mettere, dietro la “Pantera” stradale, una potenza di base di 310 cavalli al massimo contro i 390 di Testarossa e 450 di Countach.

Ma durante il quasi quarto di secolo in cui si è svolta la vita di Pantera il periodo d’oro si limita davvero al primo lustro, praticamente: prezzo vincente, distribuzione negli USA, supervisione Ford, linea bellissima di Tijarda e monoscocca di Dallara. Il cocktail inizialmente perfetto. Dopo, non più.

Per quei tempi, ad esempio, il monoscocca per una “GT” a motore posteriore e due posti secchi era una cosa a metà tra follia e innovazione anche perché, rispetto alla classica carrozzeria in  Fiberglass o alluminio battuto incastonata intorno ad un traliccio, il “guscio” superiore del monoscocca ha funzione di elemento stressato così come il guscio inferiore: e non è un piccolo problema, su una Supercar ad alte prestazioni. 

De Tomaso Pantera: sotto il vestito…..tante incognite produttive

Ma qui viene fuori la genialità e la raffinatezza di Tom Tijarda nel disegnare una linea pulita ed aerodinamica – diremmo quasi essenziale – che esalta la Pantera sia nella versione “Custom” distribuita a partire dal 1971 sia nelle versioni elaborate (come la “L” per i mercati americani con paraurti maggiorato, oppure le serie GTS e GT5 con parafanghi sporgenti ed appendici aerodinamiche) fino ad arrivare alle Gruppo 4 e 5 che fanno la gloria sportiva di Pantera. 

 

Pochi lo ricordano, ma un merito che mette Tijarda nella storia è di aver saputo disegnare una carrozzeria che, per ovvi motivi, è rimasta immutata nella sua cellula per venti anni esatti fino al 1990: un record battuto solo dalla Lamborghini “Countach” che però adottava una pelle in fiberglass (e successivamente compositi) incastonata nel telaio tubolare della Carrozzeria Marchesi, registrando nel suo layout estetico diverse evoluzioni dalla prima versione di Stile del 1971 fino all’ultimo aggiornamento di fine anni “80”; fino ad allora le variazioni estetiche per serie e per annualità si concentrano sulle diverse “appendici” estetiche possibili: passaruota, paraurti, spoiler.

 

Invece nel 1991 è proprio il Maestro Gandini a confermare la sua classe rinnovando per De Tomaso – con pochi e sapienti tratti – l’upgrade stilistico fondamentale dell’ultima serie “Pantera”: nuova e totalmente diversa, con telaio tubolare e carrozzeria in lega leggera e compositi.

 

La difficoltà di aggiornare la “GT” più iconica di De Tomasolungo ventitre anni è stata mitigata dalla linea originale azzeccatissima di Tom. Carrozzeria che però ha fatto penare anche Ford: benchè le linee di produzione fossero alla Vignale di Torino, fin dall’inizio gli ingegneri di produzione a Detroit si sono messi al lavoro per migliorare i sistemi di pressatura dei pannelli di carrozzeria per i quali i Clienti lamentavano sconnessioni, vibrazioni e persino piccoli distacchi nelle congiunzioni frutto anche – proprio – della funzione stressata del guscio superiore di carrozzeria. Ed anche questo, oltre alla crisi energetica, i disordini nelle fabbriche italiane ed un certo “raffreddamento” nei rapporti tra la dogmatica ed ortodossa Ford e l’imprevedibile (ed a volte inaffidabile….) Alejandro De Tomaso porta l’Ovale a chiudere l’esperienza di Pantera senza troppi rimpianti.

 

In verità tra gli appassionati di Alejandro De Tomaso (io tra questi) esistono però anche alcuni incalliti complottisti che legano il distacco di Ford dall’argentino a chissà quali oscure trame di Detroit con il suo detrattore numero uno, cioè Gianni Agnelli. Il quale non gli avrebbe mai perdonato la “finta” velina su un interessamento di Iacocca alla Lancia nel 1969, che avrebbe accelerato l’ingresso di Fiat a Chivasso, ed avrebbe lavorato “nell’ombra” per far naufragare il progetto di una temibile concorrente delle Ferrari. 

 

E certo il disimpegno americano ha avuto effetti disastrosi all’inizio del divorzio: perdere la linea di montaggio Vignale a Grugliasco e trasferirla a Modena, perdere anche il supporto creativo dentro casa di Ghia portarono ad una esplosione in alto dei listini ed al crollo dei volumi prodotti e venduti da centinaia al mese a poche decine durante un anno. Per fortuna di De Tomaso l’impegno sportivo diretto della Factory e dei Team forniti portò Pantera a diventare una icona dei Gruppi 4 e 5.

 

Tuttavia la “Pantera” aveva limiti progettuali e commerciali incompatibili con la visione “mondialista” di Detroit; e con l’acquisizione del 49% di Ferrari da parte di Fiat nel 1969 anche in casa Ford si saranno permessi qualche ironia, in fondo: o era il Drake ad aver dato la “sòla” ad un pesante concorrente Mass Market come il marchio torinese, oppure poteva essere la stessa Fiat a far rimpiangere al Drake l’offerta della Ford.

Poi…Beh, poi arriva il catalizzatore anche in Europa, e Pantera chiude il suo ciclo: le ultime serie dal 1991 hanno un catalizzatore realizzato con vero sudore della fronte e cura artigianale dalla ANSA Marmitte, ma è un costo ed un impegno produttivo enorme perché Ford è totalmente disinteressata a sviluppi congiunti, ed a differenza di Chevrolet Corvette (da cui molti Carrozzieri e piccoli artigiani asportano il motore per le loro realizzazioni) la Mustang anni ’90 non è importata ufficialmente in Europa. E così la Pantera chiude il suo ciclo produttivo e la sua storia nel 1994.

Don Alejandro, purtroppo, aveva già chiuso il proprio l’anno prima con l’ictus che lo relega su una carrozzina per dieci anni prima di spegnersi, ironia della sorte, nello stesso anno in cui scompare Gianni Agnelli. 

Questa è la storia, snocciolata in un numero complessivo non meglio definito tra i 7.000 ed i 9.000 pezzi della “Pantera” venduti in 23 anni, del simbolo di De Tomaso nelle GT. Che compie 55 anni dall’avvio della produzione in questo 2026.

Riccardo Bellumori

Nuova GWM Ballet Cat: Maggiolino sei tu?

Anni fa, GWM fece scalpore lanciando sul mercato cinese un’auto piuttosto insolita… dal design immediatamente riconoscibile agli europei. Nel 2021, l’azienda svelò le prime immagini di un’auto che era praticamente una copia esatta del Maggiolino Volkswagen – il classico “Maggiolino”, il Tipo 1, risalente agli anni ’40.

Quell’auto finì per essere conosciuta come ORA Punk Cat, una sorta di Maggiolino elettrico in grado di erogare fino a circa 544 CV. Contemporaneamente, fu lanciata una versione “da donna”, chiamata ORA Ballet Cat, con circa 169 CV, che arrivò sul mercato cinese a metà del 2022. Ebbene, questa auto è tornata sotto i riflettori per diversi motivi.

La carrozzeria presenta molte somiglianze con il Maggiolino originale, dai passaruota arrotondati e dalla silhouette complessiva ai numerosi elementi cromati che ricordano i modelli Tipo 1 prodotti a metà degli anni ’60. L’auto misura circa 4.401 mm di lunghezza, 1.853 mm di larghezza e 1.681 mm di altezza, con un passo di 2.750 mm e cerchi da 18 pollici. È quindi significativamente più grande del “vero” Maggiolino… e anche notevolmente più pesante, con un peso a vuoto di circa 1.750 kg.

Secondo il MIIT (Ministero dell’Industria e delle Tecnologie dell’Informazione) cinese, questa vettura è stata aggiornata rispetto alla versione lanciata nel 2022. La potenza è aumentata da 169 CV a circa 201 CV, potenziando la resa del motore elettrico e portando la velocità massima da circa 155 a circa 180 km/h, con batterie LFP prodotte da Svolt, una controllata di GWM.

IL GRANDE RITORNO

GWM è la stessa azienda che ha fatto il suo debutto ufficiale in Italia e in altri paesi europei proprio di recente, dopo aver operato nel Regno Unito per alcuni anni: il suo modello “di punta” qui sarà il crossover ORA 5, che a sua volta è una versione “più grande” dell’ORA 3; al momento non ci sono indicazioni che quest’ultima arriverà in Italia.
Sembra che ORA stia abbandonando la pratica di dare ai propri modelli nomi ispirati a gatti danzanti, e questa vettura sarà proposta come variante denominata ORA 6, con un design leggermente simile, caratterizzato da modifiche alla forma dei paraurti e ad altri dettagli della carrozzeria, oltre che da cerchi in lega a razze multiple al posto di quelli in stile retrò.

Nuova BYD Dolphin Surf 2026: Anteprima totale

La BYD Dolphin Surf crescerà molto con l’arrivo della seconda generazione.

Il Ministero cinese dell’Industria e delle Tecnologie dell’Informazione (MIIT) ha pubblicato i documenti di omologazione relativi a una versione completamente nuova, di seconda generazione, della piccola auto elettrica di BYD, e il cambiamento più evidente riguarda le dimensioni: la nuova vettura è infatti ben 425 mm più lunga del modello che sostituisce.

La nuova BYD Dolphin Surf misura 4.205 mm di lunghezza, 1.810 mm di larghezza e 1.570 mm di altezza, con un passo di 2.650 mm: un aumento rispettivamente di 425 mm, 95 mm e 30 mm rispetto al modello uscente, mentre il passo è stato allungato di ben 150 mm. Questo la pone a un passo dalla sua sorella maggiore, la Dolphin, che misura 4.290 mm di lunghezza con un passo di 2.700 mm.

Il motivo di questo improvviso aumento delle dimensioni diventa più chiaro se si mette a confronto la nuova auto con la Geely Xingyuan (venduta all’estero come EX2 e in Malesia come Proton eMas 5), che nel 2025 ha detronizzato la Seagull diventando l’auto più venduta in assoluto in Cina con oltre 465.000 unità consegnate.


La BYD Dolphin Surf (Seagull in Cina) uscente cedeva ben 355 mm in lunghezza e 150 mm di passo alla sua acerrima rivale. La nuova vettura eguaglia al millimetro il passo della Xingyuan ed è ora più lunga di 70 mm in totale: BYD non si limita a colmare il divario, ma lo supera.

IL MODELLO DI SUCCESSO

Sotto la carrozzeria, la documentazione indica un unico motore elettrico da 95 kW (129 PS) – un enorme balzo in avanti rispetto ai 55 kW (75 PS) del modello uscente – insieme a una velocità massima di 150 km/h. L’energia proviene da una batteria Blade al litio-ferro-fosfato (LFP) fornita da FinDreams, sebbene i dati relativi alla capacità e all’autonomia non siano stati resi noti.

Il peso a vuoto è indicato a 1.180 kg nella versione base e a 1.255 kg per le varianti di fascia superiore.

La tempistica del lancio del nuovo modello è significativa. La Seagull è stata una delle auto elettriche più vendute al mondo nel 2025, con oltre 500.000 unità consegnate nella sola Cina, ma da allora è stata superata dalla Geely Xingyuan (nota anche come EX2), che a giugno l’ha superata in termini di vendite con un rapporto di oltre tre a uno. Una Seagull più grande, più potente e più sofisticata è la risposta di BYD, e il lancio sul mercato cinese è previsto per la fine del terzo trimestre di quest’anno.

La BYD Seagull è venduta a livello globale con diversi nomi: Dolphin Mini in America Latina, Dolphin Surf in Europa e Atto 1 nei mercati dell’Asia-Pacifico.

Al momento non è chiaro quando la nuova BYD Dolphin Surf arriverà in Italia.

Nuovo Land Rover Defender: il tuning Widetrack Avontur

Il Land Rover Defender Widetrack Avontur porta su strada uno stile assolutamente unico e distintivo.

Il nuovo progetto dell’atelier di tuning britannico Urban Automotive è stato battezzato Widetrack Avontur e ha debuttato in occasione del Festival della Velocità di Goodwood.

L’anno scorso l’atelier Heritage Customs, parte del gruppo AM Group, aveva annunciato un pick-up con cabina a due file basato sul fuoristrada Land Rover Defender 130 e aveva promesso di presentarlo al Festival della Velocità di Goodwood, ma alla fine, al suo posto, è stato presentato un progetto leggermente diverso, ovvero un pick-up con cabina a fila singola basato sulla versione commerciale del Land Rover Defender 110.

Il Widetrack Avontur si posiziona come una lussuosa conversione per i modelli originali, non come un «cavallo di battaglia»: difficilmente qualcuno vorrà caricare letame o mattoni nel cassone rifinito in fibra di carbonio. Per trasformare la Land Rover Defender 110 in un pick-up, gli ingegneri di Urban Automotive hanno dovuto apportare modifiche significative alla struttura portante della carrozzeria e aggiungere ulteriori rinforzi, al fine di garantire una rigidità sufficiente dopo la rimozione di parte dei montanti e del tetto.

La maggior parte dei dettagli visibili delle finiture esterne del Widetrack Avontur è realizzata in carbonio, compresi i parafanghi allargati, il nuovo cofano sagomato, la parete posteriore dell’abitacolo e lo spoiler sopra di essa. La parete posteriore dell’abitacolo è dotata di un ampio finestrino che garantisce un’ottima visibilità. Nel vano di carico è presente un portabottiglie in fibra di carbonio e portabicchieri integrati per il picnic. I cerchi di serie sono stati sostituiti con nuovi e lussuosi cerchi da 24 pollici color bronzo.

LO STILE UNICO

Gli interni del modello sono stati rivestiti ex novo in pelle e pelle scamosciata, mentre i sedili di serie sono stati sostituiti con sedili sportivi avvolgenti con schienali sottili. Ogni cliente può richiedere una personalizzazione degli interni in base ai propri gusti e al proprio budget.

Urban Automotive non rivela quali siano le specifiche tecniche del pick-up, ma in linea di massima è chiaro che possono essere qualsiasi tra quelle disponibili per il Land Rover Defender di serie, che, tra l’altro, ha appena subito l’ennesimo aggiornamento.

Il prezzo del Widetrack Avontur non è indicato nel comunicato stampa, tuttavia chiunque lo desideri può già effettuare un preordine per questa spettacolare novità sul sito web dell’azienda.