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Nuova Mercedes Classe G Mini 2027: il Rendering

La Mercedes Classe G Mini, la versione più piccola della Classe G prevista per il 2027, sarà prodotta nello stabilimento ungherese di Kecskemét. Una vera e propria battuta d’arresto per gli storici stabilimenti tedeschi del marchio, come quello di Rastatt, che era stato inizialmente preso in considerazione.

Nel 2027, Mercedes lancerà ufficialmente la versione più piccola della Classe G. Ancora denominata con il nome in codice “Baby G” in attesa di scoprire il suo nome definitivo, il progetto del SUV compatto sta prendendo forma. Lo dimostrano i recenti annunci riguardanti l’organizzazione industriale di Mercedes.
In un articolo pubblicato dai nostri colleghi tedeschi di Automobilwoche, che cita fonti interne, si apprende che è lo stabilimento di Kecskemét (Ungheria) ad essersi aggiudicato il contratto per la produzione di questo atteso SUV. Inaugurato nel 2012, questo sito è diventato nel corso degli anni un polo produttivo fondamentale per Mercedes, in particolare per le sue auto compatte. La Classe A vi viene prodotta da alcuni anni, e vi vengono fabbricati anche i recenti modelli CLA, CLA Shooting Brake e GLB EQ. La nuova «Baby G», con un’architettura multi-energia MMA comune ai modelli CLA, GLB e al futuro GLA, entrerà a far parte delle linee di produzione ungheresi del costruttore a partire dal 2027.

IL MODELLO ICONICO

Una battuta d’arresto per gli stabilimenti tedeschi
Si tratta di una vera e propria battuta d’arresto per gli stabilimenti tedeschi di Mercedes, come quello di Rastatt, che si era posizionato anche sulla produzione della piccola Classe G. Il marchio ha evidentemente valutato i pro e i contro e ha optato per questo stabilimento ungherese, più moderno e flessibile, dove il costo del lavoro potrebbe anche essere inferiore. Sono state avviate discussioni tra Ola Källenius (amministratore delegato di Mercedes) e i sindacati di questi stabilimenti, in particolare riguardo all’estensione dell’orario di lavoro o all’ottimizzazione dei costi di produzione. In questo modo, Mercedes spera di ridurre i propri costi di produzione del 10% tra il 2024 e il 2027. In questo periodo di crisi nel settore automobilistico, ogni risparmio è ben accetto…
Mercedes Classe G Mercedes lancerà presto sul mercato una versione cabriolet della Classe G e una Mini G.
Lo stabilimento ungherese ha recentemente beneficiato di ingenti investimenti (circa un miliardo di euro) per raddoppiare la propria capacità produttiva.

Questa sarebbe stimata tra le 300.000 e le 400.000 unità all’anno (pari a circa il 30% della produzione europea di Mercedes!) contro circa 200.000 unità annuali per i rispettivi stabilimenti di Brema, Rastatt e Sindelfingen, in Germania.

Pat Hennen e quella pagina di storia mai scritta

Ci sono tante “Storie” con la “S” maiuscola. Ci sono le Storie ufficiali, che riportano più o meno fedelmente quanto accaduto nei periodi di interesse. Ci sono le Storie popolari, spesso parallele a quelle ufficiali, che vivono di luce riflessa e di continuità come fossero baluardi di un credo o di una appartenenza sociale. Poi ci sono le Storie apocrife, quelle in cui personaggi eminenti riscoprono un personaggio od un evento riscrivendone in parte la Storia ufficiale. E in fatale intersezione con queste io metterei le Storie mai scritte. Sono le Storie di persone, ambienti, accadimenti nei quali l’avvento o l’assenza di una circostanza fondamentale generano un improvviso cambio in un destino che sarebbe potuto essere ineludibile. Secondo me queste sono le Storie più appassionanti, e forse sono quelle di numero maggiore rispetto alle prime che ho elencato. La Storia che sto per raccontarVi e’una di queste. E’ la storia di Pat Hennen, Campione destinato ad essere una forza del Motomondiale il cui percorso inarrestabile è invece stato stroncato da un accadimento. Anzi, sarebbe più esatto dire da una parete, quella di un edificio a lato del micidiale TouristTrophy.

Strano scrivere un ricordo di un Pilota, quando si parla da appassionati, poco dopo la sua scomparsa ancora recente poiché avvenuta ad Aprile di due anni fa.

Dato che non si tratta di un coccodrillo pagato da una Agenzia, sembra quasi che uno si sia erudito leggendo gli articoli commemorativi per colmare un vuoto.

Eppure su Pat Hennen io avevo già scritto, tanti anni fa quando collaboravo per un Blog sportivo ormai chiuso, un pezzo che non mi imbarazza riportare qui di nuovo. Perché onestamente non saprei scrivere di meglio.

Pat Hennen, come Steve Baker, appartiene ad una “guerra dei mondi” che ha portato in Europa il mito americano a sua insaputa. 

Pat e Steve ne sono stati in fondo gli “Sherpa”, girando il Vecchio Continente nei loro Motorhome con famiglia, masserizie e canzoni “Folk” al seguito.

LA STORIA DI PAT HENNEN

In America aveva cominciato a correre a 15 anni nel Dirt- track(ovviamente), ma da allora sembra una figura mitologica, mezzo uomo e mezza motocicletta.

Ha una agenda agonistica soffocante:, nato il 27 Aprile del 1953 a Phoenix, a 16 anni corre negli “Juniores” AMA le Gare stradali della California settentrionale, a 17 sale su una Suzuki 250 stradale elaborata dai suoi fratelli nella Velocità in Pista; due anni e una dozzina di vittorie dopo (senza poter mai salire al livello Expert per non incontrare moto originarie da Competizione che non poteva permettersi e che lo avrebbero “sverniciato”), nel 1973 Ron Grant gli affida una Yamaha “TZ 350” sbattendolo a correre contro “ragazzini” dell’ordine di Wes Cooley, ed a Gennaio dello stesso anno sbarca per la prima volta fuori confine americano (in Nuova Zelanda ed Australia) dove, ancora ventenne, sale sulla terrificante “Water Buffalo”, cioè la Suzuki TR-750 per la “Marlboro Series” della Squadra di Rod Colman.

A 20 anni Pat sale dunque su un mostro elegantemente schivato da decine di pluricampionissimi dell’epoca……

Nel 1974 vince contemporaneamente la “Daytona 100 Miles”, la “Marlboro Series” neozelandese e il Titolo AMA Juniores.

Viene selezionato nella rappresentanza dei piloti americani che corrono in Inghilterra il “Transatlantic Trophy” del 1975 contro i britannici: è una kermesse pasquale che nell’Isola di Sua Maestà vale più di un titolo per il retaggio dei rapporti storici tra i due Paesi. E, guarda caso, in quella edizione con Pat in Squadra gli USA battono per la prima volta gli Inglesi.

Suzuki a questo punto lo mette sotto contratto nel Motomondiale tra i Piloti in sella alla devastante “RG XR14” 500 cc. 

Esordio italiano, Gp delle Nazioni 1976, Pat perde all’ultima curva l’aggancio per il terzo posto nel pacchetto in lotta conTeuvo Lansivuori e Virginio Ferrari ma al primo GP mondiale è comunque quinto alla fine.

E’ secondo ad Assen e strappa la vittoria nel percorso di guerra di Imatra. E’ la prima volta in assoluto per un pilota statunitense in un Gran Premio di Campionato mondiale, ed è una Vittoria a tal punto inaspettata che l’Organizzazione non aveva predisposto il nastro registrato con l’inno nazionale americano per il Podio…… E così quel ragazzino tutto lentiggini e simpatia comincia a diventare una fisionomia familiare in TV…

Finisce la sua prima Stagione mondiale da terzo iridato, a soli due punti dal Vice Campione, l’espertissimo Teuvo Lansivuori; senza quel distacco il clamore per un secondo posto alle spalle dello schiacciasassi Barry Sheene avrebbe sollevato un clamore mediatico incredibile.

 

Pat diventa dunque il compagno di Sheene alla Heron Suzuki GBin un 1977 concluso ancora ottimamente di nuovo in terza posizione iridata; ma certo lui stesso avrebbe desiderato di meglio.  

Tuttavia il ruolo di “secondo” dentro Heron e la nuova regolamentazione dei punteggi (senza più l’obbligo di scartare i risultati peggiori, come nella Stagione precedente) rendono il percorso irregolare di Stagione di Pat un piccolo Handicap. 

 

Nel 1978, complice una Stagione poco brillante di Sheene, PatHennen è il vero rivale di Kenny Roberts per il Titolo: alla data del 14 Maggio, dopo il Mugello (Gran Premio delle Nazioni), la classifica è davvero incoraggiante per il giovane ancora venticinquenne di Phoenix.

Kenny Roberts, capoclassifica e Campione mondiale alla fine, ha 57 punti in quel momento. Barry Sheene – tenuto in palmo di mano ad Hamamatsu dove ha sede la Suzuki, ma divenuto tra l’altro piuttosto bisbetico ed altezzoso al punto da aver iniziato a stare sulle scatole a diversi manager e meccanici nel Team Heron– ne ha dieci in meno perché dopo la partenza al Top (vince il primo Gran Premio stagionale) si inceppa dietro almeno tre risultati modesti ed inaspettati. 

Al secondo Posto iridato temporaneo invece, a solo sei punti da King Kenny, è il piccolo Pat a svettare in una posizione che dovrebbe mettere tutta Casamadre Suzuki nella condizione di cominciare a ragionare su chi davvero puntare, visto che nel frattempo anche un asso venezuelano come Johnny Alberto Cecotto, su Yamaha, sta rosicchiando posizioni contro le Suzuki. E’ evidente che the “Only Man Show” Barry in quella Stagione si è impantanato, mentre Pat – con materiale da seconda guida – non aspetta altro che qualcuno accenda la sua miccia, per poter esplodere. Il ragazzo infatti sta facendo miracoli, ma al minimo delle sue potenzialità effettive.

Potrebbe dunque realizzarsi una impresa a suo favore di se Patnon decidesse di imbarcarsi nel “TT” (da due anni fuori ormai dal calendario del Motomondiale) spinto dalla ambizione un poco incosciente di voler essere il primo statunitense a vincere all’Isola di Man.

Che l’ambizione fosse sua personale (come fu frettolosamente detto dalla Suzuki nei comunicati Stampa post incidente) o che invece – molto probabilmente – quella puntata al TT fosse una richiesta della Casa giapponese per esigenze pubblicitarie, non lo sapremo mai. Perché il dubbio viene.

O meglio: in una intervista – cosa rara per un ex Pilota ormai fuori da ogni kermesse – Pat dichiarò che Maurice Knight, il Direttore Suzuki per la Gran Bretagna aveva chiesto a Sheene ed a lui di correre il TT per fare “battage” pubblicitario nel mercato interno. A Sheene fu permesso di rinunciare, ma ad Hennen no…

Pat Hennen arriva al TT da secondo Iridato provvisorio mondiale a sei punticini da Roberts, roba di un quinto posto di differenza :nei cinque primi Gran Premi di Stagione Pat aveva conquistato una vittoria e tre Podi; una macchina da Guerra, ed una vera sorpresa per tutti, che doveva solo essere confermata.

Lo stesso Roberts è costretto a riunire gli altri due Team Yamaha in lizza e proporre – salvo parere di Iwata – una strategia di Squadra per appoggiare il Team Yamaha USA (primo provvisoriamente) ed evitare una guerra intestina deleteria. 

Purtroppo per Kenny (che comunque vincerà il Titolo) la Casamadre fa spallucce e se ne frega altamente di appoggiare od imporre gerarchie in Pista.

Insomma, con Sheene in grave ritardo e con la Yamaha in affanno, sarebbe bastato poco per riscrivere l’Albo d’Oro del Motomondiale 1978.

Lunedì 5 Giugno 1978: Pat Hennen parte dalla prima posizione al TT, ma la sua Suzuki ha problemi di accensione, e si ritrova quinto.

Percorre il primo Giro con il motore singhiozzante, mentre John Williams è primo davanti ad Herron.

Al secondo giro Tom è il leader della corsa mentre l’attenzione di tutti si sposta sui ritiri prestigiosi di Mick Grant e di Joey Dunlop e su Mike Hailwood che non riesce a tenere in pista la sua Yamaha.

Al quarto Giro Kevin Wretton ha un brutto incidente e viene aviotrasportato al Nobles Hospital.

Al quinto John Williams ferma l’ultimo suo exploit sul Giro alla media di 115 Miglia all’ora, ma il suo radiatore esplode mettendolo fuori causa.

E all’ultimo Giro, dove per la prima volta nella storia del TT Hennen scende sotto i venti minuti e sopra la media di 120 Miglia orarie, è’ secondo e poco avanti vede Tom Herron: siamo al Ballaugh Bride, a Bishop Court, curvone velocissimo a sinistra da 180 Km/h prima del gomito di Kirk Michael. In pochi attimi il dramma.

La Suzuki o Pat stesso si scompone, lui viene disarcionato e finisce come un proiettile contro la parete di una Chiesa. PatHennen, entrato in coma, non ricorderà mai nulla di quell’incidente.

Nella spiegazione ufficiale degli Organizzatori si riporta l’impatto del casco del Pilota con un “corpo in volo”, quando lui si è sollevato con la testa fuori del cupolino per la staccata prima della curva. Un grande insetto spiaccicato? Un gabbiano?

Il fratello Chip, nel voler indagare le cause di un incidente così misterioso, rileva segni di gomma sul cordolo di cemento che perimetra la curva dopo la quale Pat aveva iniziato il suo volo; ma la traiettoria ideale di curva era a circa sessanta centimetri di distanza dal cordolo. Ovviamente inutile cercare riscontri nella moto incidentata.

Ma perché Pat avrebbe dovuto colpirla così grossolanamente come neppure uno sprovveduto? E perché, in caso, “avrebbe perso il controllo della sua Suzuki” come detto in via ufficiale?

Certo, quella Suzuki era partita non proprio a punto, ma per garantire il Giro più veloce della storia non aveva certo problemi di assetto.

Una coppia di spettatori appassionati, appollaiati dietro una delle siepi di Cronk-Y-Voddy avrebbe dichiarato ad un giornale locale di aver visto chiaramente Tom Herron e Pat percorrere appaiati quel curvone: inconfondibile la livrea delle due Suzuki, in particolare quella di Tom Herron, presa “a gettone” da Finlay.

Inconfondibile come lo era Tom, una specie di idolo locale per la sua origine irlandese e per la sua militanza nel TT. E per quel numero “8” ben stampato sulle carene.

Secondo la coppia, però, Tom – con una quindicina di centimetri di vantaggio della sua anteriore rispetto a Pat – avrebbe chiuso l’americano verso sinistra per impedire il sorpasso.

Si era ormai al sesto ed ultimo giro, ed Herron in modo molto scenografico già salutava il pubblico convinto della vittoria, non avvedendosi della furia di Pat arrivargli alle spalle. 

Fosse dunque stata la gomma posteriore del pilota americano a colpire il cordolo, sarebbe dunque più plausibile una impennata anomala della Suzuki, e non un gabbiano, ad averne provocato il volo fuori pista.

Contemporaneamente, visto che Pat colpisce la parete della chiesa con il retro del casco ed il fianco del suo povero corpo, la visiera paradossalmente rimane fissata ed intonsa sull’elmetto.

Possibile che dopo un insetto così grande da aver oscurato la visiera oppure un impatto con un volatile pesante al punto da aver sbilanciato il povero Pat, la visiera non avesse riportato tracce?

Comincia così una carambola di risposte, illazioni, in qualche caso finite davanti agli avvocati.

Pat Hennen è in coma per la forza dell’impatto contro la parete della Chiesa di San Nicola. Un gruppetto di tifosi si raduna, si accalca e persino Takazumi Katayama si ferma e rinuncia ad ogni piazzamento pur di presidiare l’amico in questa tragedia.

Tom Herron? Va a vincere, da pilota Privato come è sempre stato, anche a causa del suo carattere, della sua violenza verbale, e della sua incostanza.

Ha 39 anni Tom, e da tempo è sulla lista nera di tanti Piloti per le modalità intimidatorie con cui presiede gli angoli di Pista che percorre. La dinamica raccontata dalla coppia di spettatori potrebbe coincidere con il comportamento tipico dell’irlandese, oppure rappresentare una illazione causata dalla insopportabilità del personaggio.

Tom Herron correva dal 1965, e per quindici anni era stato un privato: furgone, tenda, birra e libertà. Ma dopo un biennio notevole con la Yamaha in 350 voleva la sua ultima occasione.

Ironia del destino, sarà pilota ufficiale Suzuki Heron – al posto di Pat Hennen – proprio l’anno successivo (1979) prima del suo incidente mortale: e questo passaggio di ruolo tra un possibile “colpevole” e la possibile “vittima” non farà che aumentare i pettegolezzi.

Anni dopo, e solo recentemente, mi sono messo alla ricerca dell’ “altra campana”, cioè proprio della versione di Tom Herron. E l’ho trovata su un sito personale dedicatogli da due appassionati. Con parole virgolettate stile dichiarazione Tom rievoca quei momenti: la testa della corsa all’ultimo Giro, il saluto inopportuno al pubblico, il confronto con Pat. Ma non dice nulla sulla dinamica di un eventuale scontro. Anzi.

Tom Herron colloca Hennen dietro di lui, nel racconto: e dunque neppure sa (per come lo rievoca) dell’incidente. Per questo non si ferma e va a vincere il suo terzo “TT”, ed il primo Senior corso al Lunedì all’Isola.

E’ la versione “giusta”? O no? Poco importa.

Pat Hennen, a 25 anni e con un futuro stellare davanti deve abbandonare le corse. Ancora prima, si vociferava, di abbandonare Suzuki con un prevedibile “out out” se la Stagione 1978 fosse stata condotta sino alla fine: o lui e Barry gestiti da due Staff separati e con identico Budget e risorse da parte Suzuki; oppure……..Qualcuno si è spinto a pensare che senza quel maledetto “TT” forse Freddie Spencer non sarebbe mai arrivato in Europa con la Honda.

L’uscita dal coma gli lascia delle inabilità permanenti: non ha più la mobilità fisica necessaria, soffre di equilibrio, e articola male le parole. Dopo una convalescenza e riabilitazione durata tre anni entra alla Emmick Enterprice e si guadagna da vivere saldando telai per i Go-Kart.

Con una grande volontà riprende gli studi, e diventa un tecnico dentro il mega distributore di componentistica per motociclette “Motion Pro”.

Nel 2007, giustamente, entra nella “Hall of Fame” senza neppure saperlo: in quel periodo per la sua Comunità cristiana di San Francisco si attiva per le azioni di assistenza, recupero dei giovani, lotta alle dipendenze.

Ci ha lasciato l’Otto Aprile. Quell’”Otto” malevolo che, si dice, era stato causa del suo dramma al TT del 1978.

Nuova Alpine A110 Future: Anteprima

La sportiva Alpine di nuova generazione, l’Alpine A110 Future, farà il suo debutto pubblico in versione prototipo all’edizione di quest’anno del Goodwood Festival of Speed, come ha rivelato la casa automobilistica francese, pubblicando anche alcune immagini del modello elettrico a batteria camuffato.

Presentata come «la prima vera auto sportiva elettrica al mondo», l’Alpine A110 a trazione elettrica succede al modello di seconda generazione che ha fatto il suo debutto nel 2017, di cui l’ultimo esemplare è appena uscito dalla linea di produzione a Dieppe, in Francia.

Alpine conferma che la A110 di nuova generazione avrà i due pacchi batteria «posizionati in modo da rispettare la distribuzione del peso 40:60» tipica di una vera auto sportiva, mentre la tecnologia «cell-to-pack» a 800 volt con celle ad alta densità energetica contribuisce a ridurre il peso e i tempi di ricarica. A titolo di confronto, secondo Autocar, l’A110 di seconda generazione, alimentata a benzina, presenta una distribuzione del peso di 44:56 tra avantreno e retrotreno.

La sua trasmissione sarà costituita da un doppio motore posteriore, un asse elettrico “tre in uno” con inverter, mentre la configurazione delle sospensioni è interamente in alluminio; a ciò si aggiungono nuovi sistemi integrati di frenata e sterzo, afferma Alpine, suggerendo che l’A110 EV non utilizzerà la configurazione con motori nelle ruote della Renault 5 Turbo 3E, come precedentemente ipotizzato.

IL FUTURO ELETTRICO

Utilizzando l’Alpine Performance Platform (APP), per l’A110 a trazione completamente elettrica è stata scelta la disposizione a pacco batterie diviso, al fine di mantenere la linea ribassata del modello precedente a benzina, come aveva precedentemente dichiarato il CEO di Alpine, Philippe Krief.

Il posizionamento del pacco batterie posteriore nella A110 a trazione completamente elettrica, approssimativamente dove si trovava il motore a benzina della A110 di seconda generazione, rappresenta “un’opportunità” per convertirla alla trazione a benzina se necessario, ma questa possibilità non è stata inclusa a scapito del potenziale dell’auto come veicolo elettrico, ha aggiunto Krief.

L’Alpine A110 Future farà il suo debutto pubblico all’edizione di quest’anno del Goodwood Festival of Speed, dove un prototipo di questa auto sportiva a trazione completamente elettrica sarà in pista dal 9 al 12 luglio.

Nuovo Ford Explorer 2026: Anteprima in Cina

Il nuovo Ford Explorer appare sul mercato in Cina.

Il prezzo di partenza del crossover rinnovato, destinato al mercato automobilistico cinese, è di 309.800 yuan.

Attualmente Ford produce tre diversi modelli denominati Explorer. Uno di essi è destinato principalmente al mercato statunitense, un altro è un veicolo elettrico basato sulla piattaforma MEB di Volkswagen e destinato al mercato europeo, mentre la terza versione del crossover viene prodotta e venduta in Cina. L’ultimo dei SUV citati ha debuttato nel 2020, il primo restyling di questo Explorer è avvenuto nel 2022, mentre alla fine del 2025 sono emersi i dettagli sulle modifiche apportate al modello nel corso del secondo restyling.

Va sottolineato che attualmente le vendite del modello continuano a registrare un calo significativo: nei primi cinque mesi del 2026, il Ford Explorer ha registrato in Cina un volume di vendite pari a sole 3.583 unità, il 32,2% in meno rispetto al periodo gennaio-maggio del 2025. L’azienda si aspetta che il secondo restyling contribuisca a rilanciare l’interesse per questo SUV. Le vendite del crossover rinnovato sul mercato cinese sono iniziate oggi, 6 luglio 2026.

Nel corso dell’aggiornamento, la Ford Explorer ha subito alcune modifiche estetiche: è stata dotata di gruppi ottici a LED dalla forma più stretta, collegati tra loro da una striscia luminosa, mentre nella parte inferiore si trova una calandra dalla forma leggermente modificata, con una linea inferiore più diritta. Inoltre, la parte inferiore del paraurti anteriore è stata ridisegnata con prese d’aria integrate.
La parte posteriore del Ford Explorer ha subito meno modifiche: i modelli hanno mantenuto il «faretto singolo» del modello del 2022; al centro dell’elemento, come in precedenza, si trova il riconoscibile logo blu del marchio, ma la parte inferiore del paraurti posteriore è ora leggermente diversa.

Auto elettriche: vantaggi e modelli da prendere in considerazione

Qualcosa è cambiato nel mondo automotive. La vendita di auto elettriche non è più trainata soltanto da incentivi o spinte economiche, bensì dal sempre più ampio consenso che stanno riscuotendo nel pubblico. In Italia il 2025 ha segnato un record storico per le immatricolazioni di vetture full electric, e l’inizio del nuovo anno ha suggerito come il trend sia in grado di accelerare ulteriormente. 

D’altronde, il confronto economico tra auto elettriche e veicoli tradizionali è sempre più sbilanciato a favore dell’elettrico. Con consumi medi di 15-17 kWh ogni 100 km e ricarica domestica in fascia conveniente, il costo per percorrere 100 km si colloca tra 3,5 e 5 euro, contro gli 11-13 euro di un’auto a benzina con 6-7 litri di consumo per 100 km. Un risparmio sul carburante che, su base annua, si traduce in centinaia di euro in meno da spendere.

Per chi percorre 15.000 km annui, il risparmio economico rispetto alla benzina raggiunge i 732 euro l’anno. A questo si aggiunge il capitolo manutenzione: le auto elettriche hanno costi di gestione ordinaria inferiori del 40-50% rispetto a un’auto a combustione interna, grazie all’assenza di olio motore, cinghie, frizione e impianto di scarico. E per chi ricarica di notte o con impianto fotovoltaico, il risparmio rispetto alla benzina in scenari di uso urbano con ricarica domestica può superare il 50%.

Gamma Audi e-tron: macchine elettriche capaci di adattarsi a diversi stili di guida

Audi ha costruito attorno alle auto elettriche una gamma tra le più complete e ambiziose del mercato odierno.

Ogni modello della famiglia e-tron risponde a esigenze specifiche (autonomia, sportività, spazio, prestazioni) senza mai scendere a compromessi sul piano della qualità e del piacere di guida. Scopriamo insieme tutta l’offerta Audi:

Q4 e-tron un’auto elettrica versatile e adatta all’uso quotidiano, con un equilibrio riuscito tra autonomia, design e praticità. Questo modello è proposto anche in versione Sportback. 

A6 Avant e-tron e A6 Sportback e-tron: macchine elettriche di grande classe disponibili anche per neopatentati, con autonomia elevata e comfort di viaggio sopra la media.

S6 Avant e-tron: 3,9 secondi nello scatto 0-100 km/h per un’auto elettrica dal carattere sportivo.

S6 Sportback e-tron: autonomia WLTP fino a 675 km e 275 km recuperabili in soli 10 minuti di ricarica, per chi non vuole mai fermarsi più del necessario. 

Q6 e-tron: il primo modello full electric Audi sviluppato sulla piattaforma PPE (Premium Platform Electric), nata dalla collaborazione con Porsche per stabilire un nuovo riferimento tecnologico nel segmento. 

Q6 Sportback e-tron: equipaggiata con una batteria agli ioni di litio da 800 volt, garantisce prestazioni eccellenti tanto in fase di guida quanto durante la ricarica rapida. 

SQ6 e-tron: la declinazione sportiva della Q6 e-tron, pensata per chi ama il carattere di una S car senza rinunciare alla praticità di un SUV

SQ6 Sportback e-tron: autonomia WLTP fino a 607 km e fino a 255 km recuperabili in appena 10 minuti, per chi non accetta limitidi percorrenza. 

e-tron GT quattro: un’auto elettrica con autonomia fino a 622 km in cui la potenza incontra un design da gran turismo che conquista chiunque. 

S e-tron GT: le emozioni tipiche di una Gran Turismo ad alte prestazioni, amplificate dalla risposta immediata di una motorizzazione 100% elettrica e da un’autonomia superiore. 

RS e-tron GT: 630 kW di potenza e accelerazione da 0 a 100 km/h in 2,8 secondi; numeri che ne fanno una delle auto elettriche più entusiasmanti mai prodotte. 

RS e-tron GT performance: il vertice assoluto della gamma, la vettura Audi di serie più potente di sempre e la prima RS performance interamente elettrica. 

Capolavori motoristici, quelli appena citati, che ben dimostrano come le auto elettriche siano oggi una scelta razionale oltre che emotiva: più economiche da gestire, più sostenibili, maggior comfort di guida ed ampia infrastruttura per la ricarica. I dati di mercato confermano che la transizione è già in atto, e la gamma e-tron di Audi dimostra che le macchine elettriche possono essere, allo stesso tempo, quotidiane e straordinarie.

La ricarica rappresenta ancora un problema?

Audi distingue due principali modalità di ricarica per i veicoli elettrici della gamma e-tron: i possessori di queste auto potranno facilmente optare per una ricarica domestica o per una ricarica pubblica. Quella domestica permette il rifornimento del veicolo comodamente da casa, anche durante le ore notturne, grazie a soluzioni dedicate che rendono estremamente semplice la procedura. La ricarica pubblica, diversamente, garantisce una rete capillare di infrastrutture agli automobilisti impegnati nei viaggi più lunghi, tanto in Italia quanto a livello europeo. Grazieall’apposito servizio Audi charging, infatti, gli utenti possono accedere a migliaia di punti di ricarica pubblici.

 

Aurelio Lampredi e il suo Bialbero e quel tetto sfondato a Maranello

Scena Prima: Ottobre 1955, poco più di settanta anni fa; un uomo longilineo e distinto, profondamente stempiato sulla nuca, indossa il suo trench chiaro, e cammina cadenzato con lo sguardo basso e pensieroso verso l’uscita di un luogo iconico del Motorsportmondiale. Raggiunge i cancelli che danno sua Via Abetone Inferiore in provincia di Modena, e che separano gli Stabilimenti Ferrari di Maranello dalla via pubblica. 

Da quello Stabilimento sta uscendo per sempre, praticamente solo e senza quasi nessuno che lo saluti per l’ultima volta. 

Né colleghi tecnici o manager, ne’ meccanici od inpiegati che con lui hanno condiviso fino ad allora quasi nove anni di lavoro. E’l’anatema non scritto ed implicito che tocca ai proscritti dal Drake, quello di uscire nell’ombra dal regno del Cavallino. 

Questo è il fermo immagine iconico e praticamente reso ufficiale dalla novellistica “di rango” impegnata a recensire la storia della fabbrica di auto più “rossa” del mondo. E se questa che ho descritto fosse davvero una istantanea stampata su un rullino fotografico, forse un reporter particolarmente abile o fortunato avrebbe persino colto, sullo sfondo alle spalle di quest’uomo, una scala e due o tre uomini su un tetto della fabbrica intenti a riparare un leggendario buco. 

Quell’uomo è l’Ingegnere Aurelio Lampredi, e secondo la narrativa “gradita” a Maranello il buco sul tetto sarebbe stato generato dallo scoppio di un suo motore in funzione presso il Banco Prova.

Scena seconda, 1966; sta per festeggiare i sessanta anni un motore che, sotto traccia, ha condizionato e “marchiato” la dinastia motoristica nazionale: il celebre “Bialbero Lampredi”. 

Un simbolo, che in due parole identifica  contemporaneamenteuna architettura meccanica, una storia industriale, una avventura professionale, oltre ad una storia unica di un personaggio iconico dell’Automotive internazionale. 

Ma chi era Aurelio Lampredi? Nato ad Ardenza (Livorno) nel 1917 – saranno 110 anni dalla sua nascita tra pochi mesi, evento non secondario al centenario di Giotto Bizzarrini celebrato in qualche modo lo scorso sei giugno nel territorio liburneo – si forma ai Cantieri navali Luigi Orlandi ancora presenti al Porto di Livorno. 

Poi la famiglia si trasferisce a Freiburg dove Aurelio si diploma come tecnico. Torna a Livorno, approda poi alla Piaggio di Pontedera ed infine arriva a 29 anni alla Ferrari. All’inizio è un “mordi e fuggi” dentro un Marchio appena rifondato da Enzo a suo proprio nome e che elegge a simbolo della “bella meccanica” il dodici cilindri di Gioacchino Colombo. 

Ed è proprio con Gioacchino Colombo che, a quanto si racconta, Lampredi consuma i primi “attriti” sulle reciproche filosofie motoristiche: plurifrazionate per Colombo, ma non per il livornese. 

Esce da Maranello, si ferma meno di un anno alla Isotta Fraschinia Milano, che però ha i giorni contati per le decisioni del nuovo governo post bellico che decide di chiudere l’esperienza della “divina” nel campo automobilistico. 

Ed ecco il rientro sotto il Cavallino, nella contemporanea uscita di scena di Giocchino Colombo che, aperto uno studio di consulenza autonoma, rimane immeritatamente coinvolto nella storiacciadella “Alca Volpe”.

Lampredi si dedica allo sviluppo del V12 Ferrari nella versione da 4500 cc. poi ridotto fino a 3000cc. che, montato sulla Tipo 375F1 regala a Ferrari il primo successo in Formula 1 a Silverstone. 

E a seguire arriva la Tipo 500 F2 con cui Maranello vinse i due titoli mondiali del 1952 e 1953 con Alberto Ascari.

Ma l’aspirazione “segreta” di parte dello Staff Ferrari e di “Ciccio” Ascari in quegli anni è la conquista degli States, o meglio di Indianapolis. Ascari ci prova nel 1952, in piena conquista del Titolo di F1. Lampredi pensa ad un motore leggero, capace di tenere regimi elevati, senza essere complicato da gestire o da produrre.

Per capire, o per farVi indovinare lo schema del motore rivoluzionario ideato da Lampredi, dobbiamo prima costruire un rapido “Outlook” sulla lista dei motori progettati dall’Ingegnere livornese negli anni alla Ferrari, perché molti spesso ne restano meravigliati. A differenza di quanto si ricorda nelle vulgate popolari Lampredi in Ferrari non è un profeta di “poco frazionato è bello”. Tutt’altro.

Lampredi progetta ben quattro motori dodici cilindri a V: oltre al Tipo 375 da 4500 cc. con cui Froilan Gonzales vince per Ferrari il primo Gran Premio di F1 di sempre nel 1951 – con la maggiorazione a 4900 cc. (Tipo 375 Plus) per Carrera Panamericana e 24 Ore di Le Mans – ci sono il Tipo 275 da 3,3 litri ed il Tipo 340 da 4100 cc. Ma ci sono anche tre motori a quattro cilindri di cui un 2000 cc. per la Formula Due, un monoblocco da 2,5 litri con relativa evoluzione per la F1; ed infine un 4 cilindri da 3 litri per vetture Sport. C’è poi il sei cilindri in linea da 3700 cc. portato p.oi a 4.400 cc. del 1955, il penultimo di Lampredi in Ferrari (prima dell’arrivo di Vittorio Jano) sempre per la Categoria Sport.

Dunque, la domanda campale dovrebbe essere: perché cavolo Lampredi dovette sfidare Enzo Ferrari con un onirico due cilindri in linea da 2500 cc. per Formula Uno e soprattutto per Indy????Partiamo dall’inizio di questa storia: facendo parte temporaneamente del calendario del mondiale F1, l’appuntamento di Indianapolis era tuttavia “discrezionale” per molti Team europei. Nel 1952 Ferrari, si dice spinto più dalla ambizione di Ascari che non da convinzioni proprie, predispone quattro “375” V12 per il catino americano. La trasferta in realtà è una disfatta fin dalle prove, dove il migliore in griglia è Ascari ma preceduto da ben 18 monoposto motorizzate Offy quattro cilindri. 

Il Drake e l’America, ma Indianapolis 1952 chi l’ha voluta?

Il periodo 1950-1959 era stato un decennio di vittorie straordinarie per Maranello: due “Carrera panamericana”, tre Le Mans, quattro Mondiali F1, ed otto Mille Miglia con un solo “flop” ad Indianapolis nel 1952: meglio di Mercedes e Porsche, Ferrari vinceva su tutto a mani basse e soleva dire “chi vince la Domenica ha tanta pubblicità”. Ma a cosa fu dovuto il flop di Indy? Ascari si ritira per la rottura di un mozzo ruota, ma è palese il ritardo e la inefficienza della raffinata e complicatissima Ferrari sul catino contro le più rozze, robuste ed essenziali monoposto americane. In più gli Offenhauser quattro cilindri hanno meno potenza specifica del V12 di Maranello, ma pur con una cubatura unitaria di circa un litro per cilindro sembrano quasi più performanti ed efficienti. Chiaro: parliamo di architetture tecniche che a Monaco, o a Monza, farebbero la figura dei camion messi a girare nelle viuzze di un Centro storico. 

Ma se vuoi vincere ad Indianapolis devi per forza cambiare paradigma e Lampredi ci si mette di impegno. 

Solo che, vuoi per la naturale tendenza della Stampa dell’epoca (sempre pronta a bersi ogni frottola maranelliana pur di affrancare il Drake da eventuali figuracce) a dipingere ogni evento riguardante le Rosse con Enzo dalla parte costante del bene; vuoi per la scarsa reperibilità di documentazione storica ufficiale ed inequivocabile; vuoi perché tendenzialmente chiunque uscisse dai cancelli sulla Via Emilia per rottura dei rapporti con la Ferrari evitava sempre accuratamente di ripercorrere e raccontare ricordi ed eventi, la vicenda del famigerato “bicilindrico 252 F1” di Aurelio Lampredi si ferma sempre e comunque ad un aneddoto ormai ufficializzato e ridondato da centinaia di racconti: a massimo regime di utilizzo al Banco Prova, il blocco motore sarebbe letteralmente esploso bucando parte del tetto dell’Officina del Cavallino. 

 

Strano, mi verrebbe da dire, che nella inevitabile e molto prevedibile prassi di licenziamento in tronco spesso usuale nella storia del Cavallino, il Drake non abbia emesso nei confronti del povero defenestrato Lampredi una nota spese di rifacimento di solai e tegole del tetto. Conoscendo un poco di storia del Grande Vecchio, la sua ironica perfidia avrebbe dovuto spingerlo anche a questo. E però……:Beh, amici di Autoprove.it: Vi ricordate dei miei vecchi articoli su Preston Tucker, o sulla Ferrarina 854, od altri nei quali, buttandoci sopra notti passate a ricercare e leggere testi, mi sono a volte imbattuto in retroscena inattesi? Ecco, questa è una di quelle (forse ultime) volte. 

Ragioniamo con calma: cos’è, dove doveva correre ed a cosa serviva quello strano bicilindrico in linea da 2500 cc.??? Le caratteristiche di questo motore erano infatti una cilindrata di 2493 cc (1244 cc. per cilindro), un rapporto di Alesaggio e Corsa di tipo “superquadro” (118×114 mm.); 4 valvole per cilindro e Condotti aspirazione singoli alimentati da 2 carburatori doppio corpo Weber 42 DCOD; una alimentazione a miscela prevista di benzina più metanolo, in vigore nelle competizioni americane da alcuni anni. 

In più, a conferma di una forte ricercatezza tecnica abbiamo 2 candele per cilindro con 2 magneti e le canne dei cilindri avvitate – come le sedi valvole – a caldo nella testata, forse una raffinatezza discreta verso il rischio di erosione e cavitazione dei metalli di attrito a contatto con una miscela particolarmente “secca” rispetto alla benzina fossile usata in Europa, decisamente più “grassa”.

Tutto bello, tutto lodevole, se non fosse che la Potenza espressa all’albero pare si limitasse a soli 174 cv a soli 4800 g/min.Praticamente 70 cavalli per litro di potenza specifica, persino meno di un motore Ferrari destinato alla produzione stradale dell’epoca.

Possibile che la montagna Lampredi avesse partorito un topolino del genere? O c’era, nella ricerca dell’Ingegnere livornese, l’attenzione ad altri obbiettivi il cui perseguimento fu però tagliato proprio dal licenziamento di Lampredi? E poi perché quel frazionamento e quella cubatura, quando le regole di Indyconsentivano comunque motori grandi almeno una volta e mezza il famigerato “252 F1”?

Ricordiamo una cosa, ma con un “senno di poi” grande come una casa: ridicolo ma indiscutibile che il pessimo film di Mann su Ferrari abbia chiarito un cosa: verso il 1956, quando muore Dino Ferrari e quando Lampredi se ne va, il Cavallino è alla canna del Gas. Enzo ha persino “dovuto” accettare da Fiat – per tramite di Gianni Agnelli – un prestito quinquennale da 50 milioni di Lire dell’epoca per acquisire il materiale della Squadra Corse Lancia, incluso l’arrivo di Vittorio Jano come Ingegnere e nuovo D.T. a Maranello. Inutile dire che il concetto di “nuovi investimenti” per tecnologie diverse dal “repertorio” dell’epoca fosse visto non particolarmente bene. 

Perché un “Lampredi” a due cilindri? Follia, azzardo o pragmatismo sempre taciuto?

Ok, ammettiamo questo punto, come ammettiamo che l’arrivo di Jano abbia offerto al Drake una nuova visione che legittimamente il Vecchio poteva ritenere privilegiata rispetto a quella di Lampredi. 

Ma lasciatemi andare per ipotesi, tante volte alla fine ci ho preso. Nella mia ipotesi il Drake, avvalendosi del supporto di un genio come Jano, avrebbe potuto trovare qualunque pretesto per scaricare Lampredi (uno a caso, lo sviluppo del bicilindrico) ed a questo punto avrebbe interrotto le sperimentazioni non su un motore ma su un “modulo” di esso (ipotesi che da anni mi affascina al riguardo); al contrario, per sillogismo, c’è da chiedersi se Ferrari avrebbe rinunciato a Lampredi senza la sicurezza dell’automatico subentro di Jano. 

Punto quasi perdente, a mio carico, questo: un Boss che nel 1961 perde sette dirigenti senza accusarne minimamente il colpo avrebbe certo potuto fare a meno di Lampredi anche senza nessun subentro all’orizzonte. 

Torniamo però a noi: cosa mi fa pensare al fatto che Lampredi stesse lavorando non su un motore “finito” a livello di architettura bicilindrica ma su un semplice modulo? Almeno quattro aspetti, di cui uno salito alla ribalta da solo pochi anni: il misterioso “Offy” bicilindrico !!!!

Lo chiamiamo “Offenhauser” ma in realtà dovremmo chiamare “Miller” il quattro cilindri più vincente nella storia di Indianapolis. Fu quest’ultimo, geniale Ingegnere ma pessimo Imprenditore, a dover cedere al suo ex collaboratore Offenhauser i brevetti in cambio delle fidejussioni bancarie necessarie ad evitare la bancarotta del suo Studio Tecnico. 

Da quel momento Offenhauser vendette schiere di quei motori ai team americani ma non si limitò ad Indianapolis. Nella fine degli anni ’30 creò un bicilindrico semplicemente tagliando in due un quattro cilindri per le gare su sterrato delle “Midget”. Un motore del genere aveva la grande dote di saper scaricare la potenza più dolcemente sulle ruote posteriori senza pattinamenti. Che questa prerogativa fosse anche interesse di Lampredi, visto che la cubatura unitaria di ognuno dei “Twin Cylinders” della “252” aveva la cilindrata simile agli Offenhauser, è quasi certo. 

Ma quello che distingue davvero l’Offy bicilindrico per le Midgetdal “252 F1” di Lampredi è che l’Offy ha perni di banco sfalsati tra loro a 180° (cosa che nella letteratura tecnica di riferimento distingue non solo il bicilindrico frontemarcia alternato da quello parallelo con perni a 360°, ma distingue un motore con vibrazioni altissime ma gestibili dal motore parallelo le cui vibrazioni canoniche sono note storicamente) proprio perché si tratta di un bicilindrico pronto corsa.

Ed allora, continuando nella mia personale ipotesi che il “252” non fosse un motore definito ma un modulo per test, cosa avrebbe dovuto testare Lampredi? Beh, in ottica di partecipazione alla “Indy 500” diverse cose: la tenuta del motore per 500 miglia a regime massimo quasi costante (tipico dei catini USA), la continuità in presenza di miscele benzina/metanolo diverse dal carburante previsto in Europa, ed infine – forse – i flussi gassosi sopra pistoni dal manto di diametro pari a quelli di una focaccia……Plausibile? Per me si. Ed è il motivo – incidentalmente – per il quale lavorare su un due cilindri con perni di banco a ben 360 gradi con vibrazioni al limite del terremoto. 

Per raffinare i flussi gassosi su cubature unitarie per cilindro praticamente triple rispetto al classico schema motoristico non solo a casa Ferrari ma in tutta Europa. Queste ipotesi potrebbero stonare dette da me, ma forse un Ingegnere meccanico con i controcavoli apprezzerebbe. 

Quello che è certo, perdonate l’ubi Major, è che nel dialogo o nello scontro tra Enzo Ferrari ed Aurelio Lampredi l’Ingegnere “vero” era il secondo. E non è una prerogativa secondaria in questo contesto.

Altrimenti, nel salvare la narrativa sempre conciliante con il Drake, questa storia finisce per rendere Lampredi un inconcludente sperimentatore folle dall’estrema idea bislacca ed utopica. Cosa che invece secondo me cozza con una ultima ipotesi, ignota ufficialmente ma non per questo impossibile oscarsa di motivazioni concrete: Lampredi sapeva, ovviamente, della situazione difficile in casa Ferrari sotto l’aspetto finanziario; ma sapeva anche del grande appeal che gli USA avevano su Ferrari e viceversa. 

Per contro quella “Indy 500” del 1952 era stata una guerra di un solitario V12 Ferrari contro un esercito di “Offy”. E se…Lampredi stesse studiando un “4 in linea” Ferrari con cubatura affine a quella per le Gare USA (intorno ai 4500 cc.) da produrre per la vendita a Team affascinati dall’idea di avere il Cavallino dietro al sedile del pilota ma in architettura affine al motore all’epoca più vincente ad Indy? 

E c’è una ultima mia ipotesi legata ad un aspetto umano che inevitabilmente all’epoca influì su tutta Maranello: la vicenda di Dino, e quella promessa paterna su un motore per la Formula Due. Guarda caso, il 2 cilindri di Lampredi ha la cubatura che il Drake voleva sul motore dedicato al figlio, da cui però si distaccava per un principio chiave: il motore pensato da Dino doveva essere un V6 stretto, non un bicilindrico…

Mai nessuno, lo so, ha pensato a queste mie personalissimeipotesi. Ma io me ne fotto, e la lancio anche se ai fini della storia ufficiale non conta nulla. 

La storia scritta dai parrucconi dice dunque che alla fine del 1955un uomo distinto con impermeabile e valigia lascia desolato e senza alcun codazzo i cancelli di Maranello, mentre due o tre operai risistemano un tetto bucato da un motore andato in orbita. 

E’ questa l’immagine ufficiale ereditata dalla novellistica del tempo, una fotografia allegorica autografata dal Drake in persona. Beato chi ci crede.

Aurelio Lampredi a questo punto sbarca alla Fiat, quasi settanta anni fa, e nel 1966 si rivela di nuovo al mondo per una piattaforma motoristica che il Gruppo di Corso Marconi sfrutterà per quasi sette lustri, facendo del “bialbero” (così come prima aveva ed avrebbe fatto per il quattro cilindri originario della serie “600/750/850/903” di Dante Giacosa e successivamente farà con il “F.I.R.E.”) l’architettura forse più longeva dentro l’originario Gruppo Fiat. 

Direi anche che al bialbero Lampredi spetta in casa Fiat il primato della maggiore estensione in Gamma di offerta sia a livello di adozione sui diversi modelli del Gruppo sia in termini di molteplicità di versioni proposte nel corso degli anni.

Bialbero Lampredi, alta tecnologia per il popolo

Il confusionario, pressapochista, sconclusionato “mago della pioggia” che dieci anni prima aveva mandato in orbita un improbabile motore Ferrari a due cilindri buono al massimo per azionare dei ventilatori, improvvisamente in Fiat aveva ritrovato il lume della ragione. Strana, la vita, eh?

L’Ingegnere al quale, noblesse oblige, il grande Vecchio aveva impartito la solita lezione di vita (perché nessuno come il Drake sapeva farlo, secondo la narrativa alla Franco Lini del caso) sarebbe diventato un emblema della storia motoristica europea a partire da un semplice primo atto (perché il “bialbero” è in realtà nel repertorio di Lampredi un progetto successivo a tanti altri precedenti) datato 1959: il sei cilindri in linea della Ammiraglia di Corso Marconi, la “1800/2100” (Progetto 112) che Lamprediprogetta in tandem con il leggendario Dante Giacosa. Di Giacosa è lo schema a sei cilindri, mentre di Lampredi è la camera di combustione “polisferica” (più usualmente definita “a tetto”). A seguire l’Ingegnere livornese progetta il primo quattro cilindri per la 124. 

Si tratta del 1200 cc. con albero a camme laterale ed aste e bilancieri ed il particolare di ben cinque cuscinetti di banco per l’albero motore, sinonimo di robustezza e longevità che poi sarà ripetuto sulle serie successive, mentre la serie “1300/1500” precedente aveva ancora tre cuscinetti. 

Ed arriviamo ad autunno di sessanta anni fa, quando sulla “124 Sport Spider” appare un motore innovativo di circa 1400 cc.: sul blocco motore della serie “124” viene montata una testata a camere emisferiche con doppio albero a camme in testa alloggiato non nella testata in fusione ma in una sovrastruttura in lega leggera superiore. Le pulegge degli alberi a cammes erano calettati al pignone dell’albero motore non con catena ma con una insolita cinghia in gomma dentellata rinforzata da una anima di sottile filo di acciaio. Il motore bialbero di Lampredi, montato inizialmente sulla 124 Sport Spider, è stato il capostipite di una serie di quadricilindrici di straordinario successo, con cilindrate comprese tra 1,4 e 2,0 litri, che sono stati prodotti per almeno tre decenni in svariate versioni successive, a dimostrazione della grande validità del progetto iniziale. Certo, in mezzo alla produzione globale di Lampredi nel Gruppo Fiat ci sono anche delle note stonate: ad esempio il sei cilindri della “130” non brillava per particolare efficienza termodinamica, ma era a sua volta una proposta tesa a rendere quanto più popolare possibile il lusso e la tecnologia in casa Fiat. 

Il suo “segno” tecnico in casa Fiat rimane eterno, e come sempre nel suo pedigree, il segno sportivo dei suoi bialbero in pista e nei rally ha riempito pagine di Albi d’Oro. 

E per un Ingegnere perseguitato dalla leggenda di aver bucato un tetto a Maranello con un suo “esplosivo” bicilindrico, non è un merito da poco. 

Riccardo Bellumori

Nuova Geely EX2 2026: arriva in Europa

È raro che riusciamo a battere l’Europa sul tempo, ma la Geely EX2 – nota a voi e a me come Proton eMas 5 – verrà lanciata nel Regno Unito solo alla fine di agosto, circa dieci mesi dopo che noi abbiamo ricevuto la nostra. Tuttavia, gli inglesi saranno ricompensati per la loro pazienza con una versione aggiornata che è stata presentata solo di recente in Cina.

Le modifiche sono lievi, ma includono una griglia anteriore a chiusura attiva e nuovi cerchi in lega da 16 pollici in stile turbina. Il design a sei razze è diverso da quello a cinque razze offerto nel Regno di Mezzo, il che è un bene perché quest’ultimo sembra uscito direttamente da una Perodua Myvi di prima generazione. Anche la minigonna posteriore è stata ridisegnata con un design leggermente più sportivo e, gioia delle gioie, finalmente c’è un tergicristallo posteriore.

All’interno, la Geely EX2 destinata al mercato britannico guadagna un selettore del cambio montato sul piantone dello sterzo, rivestimenti in similpelle rivisitati e nuovi interruttori per i finestrini a levetta simili a quelli della EX5/Proton eMas 7. Il display della strumentazione da 8,8 pollici e il touchscreen del sistema di infotainment da 14,6 pollici sembrano rimanere invariati, ma il Regno Unito riceve in esclusiva le luci di lettura aggiornate dalla sua sorella maggiore e una fotocamera per selfie interna.

DATI TECNICI E MOTORI

Le specifiche non sono ancora state rese note, ma in Cina l’auto – commercializzata con il nome di Xingyuan – è dotata di una nuova batteria LFP da 47,14 kWh, leggermente più capiente rispetto alla precedente opzione più potente da 40,16 kWh. Ciò garantisce un’autonomia dichiarata di 480 km secondo il ciclo ottimistico CLTC, con un aumento di 70 km.

Geely UK, d’altra parte, dichiara solo un aumento di 20 km, fino a 345 km nel ciclo WLTP, per le versioni EX2 Max e Ultra, il che può essere spiegato tanto dal miglioramento dell’aerodinamica quanto dall’aumento della capacità della batteria. Pertanto, resta da vedere se la batteria più capiente arriverà effettivamente sui mercati globali.

Per quanto riguarda la ricarica, secondo quanto dichiarato, la EX2 britannica supporta una ricarica rapida in corrente continua fino a 60 kW per la versione base Pro e fino a 80 kW per le versioni Max e Ultra; tutte e tre impiegano 25 minuti per passare dal 10 all’80% di carica. A titolo di confronto, la eMas 5 supporta fino a 53 kW per la versione Prime con batteria da 30,12 kWh (autonomia WLTP di 225 km) e 71 kW per la Premium (325 km WLTP); entrambe impiegano 21 minuti per ricaricarsi allo stesso livello.

Nel frattempo, la Xingyuan aggiornata con la batteria più capiente impiega solo 19 minuti, il che suggerisce una maggiore capacità di ricarica.

Da Toyota il maxi drone per la mobilità del futuro

Dal 2020 Toyota ha investito centinaia di milioni di dollari in Joby Aviation, quindi non sorprende che le due società abbiano annunciato una “alleanza strategica nella produzione”. L’accordo prevede che le due aziende costituiscano una joint venture denominata Joby Toyota Aero Manufacturing Preparation Company.

Sebbene il nome non sia proprio facile da pronunciare, la joint venture avrà sede in California e Toyota deterrà una quota di controllo del 51% nella nuova società. L’obiettivo finale è quello di unire «il lavoro pionieristico di Joby nel settore dell’aviazione elettrica con l’esperienza di Toyota, riconosciuta a livello mondiale, nei sistemi di produzione e nell’eccellenza operativa».

Le aziende non hanno fornito dettagli specifici, ma hanno affermato che la joint venture si concentrerà inizialmente sulla creazione delle basi per la produzione commerciale. Punteranno inoltre all’«eccellenza produttiva, con particolare attenzione al miglioramento della produttività, della qualità e dei costi». Ancora più importante, la joint venture aumenterà la capacità produttiva di Joby e le consentirà di soddisfare meglio la domanda prevista per i suoi velivoli elettrici a decollo e atterraggio verticale.

LA SVOLTA STRATEGICA

Il presidente di Toyota, Akio Toyoda, ha commentato: «Sin dalla nostra fondazione, siamo stati guidati dalla filosofia di garantire mobilità a tutti. Consideriamo la mobilità aerea come una naturale estensione di tale filosofia – dalla terra al cielo – e come un modo per apportare nuovo valore alla vita delle persone e alla società. Per noi è davvero significativo affrontare questa sfida insieme a Joby, un partner che condivide la nostra stessa visione. Riteniamo che questo rafforzamento del rapporto rappresenti un importante passo avanti verso la realizzazione della società della mobilità del futuro».

Ricordiamo che Joby è specializzata nella realizzazione di aerotaxi e punta a offrire «un’esperienza senza soluzione di continuità, dall’inizio alla fine, che colleghi il trasporto terrestre e quello aereo in un unico viaggio» grazie a partnership con aziende quali Delta e Uber.

Il loro velivolo a sei rotori può trasportare quattro passeggeri e un pilota, raggiungendo velocità fino a 322 km/h.

Il modello è inoltre dotato di quattro batterie, eliche rotanti e molteplici sistemi di ridondanza per garantire una maggiore sicurezza.