Home Blog Pagina 3

Mazda MX-5 Homura: Focus Tech e ADAS

Scopri il sistema di infotainment della Mazda MX-5 2026. Analizziamo nel dettaglio la tecnologia di bordo e l’ergonomia dei comandi interni.

In questo video esaminiamo l’abitacolo della nuova Mazda MX-5 2026 per capire come si è evoluta la dotazione tecnologica. Se stai valutando l’acquisto o sei un appassionato del modello, questa analisi ti offre una panoramica chiara su cosa aspettarsi dall’interfaccia multimediale e dal design della console centrale.

Attraverso un esame ravvicinato, esploriamo il volante, la disposizione della console centrale e la reattività del display multimediale.

Il nostro obiettivo è mostrarti concretamente come la tecnologia Mazda MX-5 2026 si integra nell’esperienza di guida quotidiana, evidenziando le scelte ergonomiche fatte dal produttore per migliorare l’uso dei comandi principali.

Tesla Model Y Performance 2026: prova su strada completa

C’è un momento, premendo a fondo l’acceleratore della Tesla Model Y Performance da fermo, in cui il cervello fatica a stare al passo con quello che sta succedendo al corpo: 3,5 secondi per arrivare a 100 km/h, in un SUV a cinque posti pensato per la spesa del weekend, non sono un dettaglio da poco. È con questa premessa che abbiamo affrontato la prova della variante più performante della Model Y, quella che Tesla ha aggiornato non solo nella potenza ma anche nel telaio, per capire se il salto prestazionale regge il confronto con l’intera esperienza di guida.

Dettagli estetici

La Model Y Performance eredita il linguaggio stilistico del restyling Juniper, con una barra luminosa a sviluppo orizzontale che unisce i gruppi ottici anteriori e posteriori, oggi a doppio strato di vetro per un isolamento acustico migliore rispetto alle prime serie. Rispetto alle varianti Long Range e Standard Range, la Performance si distingue per un assetto ribassato, uno spoiler posteriore a profilo sottile pensato per aumentare il carico aerodinamico e i cerchi da 21 pollici in stile Arachnid, mutuati dalla Model S Plaid: dettagli non vistosi, coerenti con la filosofia Tesla di non urlare le prestazioni ma di lasciarle emergere sulla strada.

Gli interni proseguono lo stesso discorso di sobrietà: plancia minimale dominata dal grande schermo centrale, finiture in legno sui pannelli porta introdotte con gli ultimi aggiornamenti e sedili ventilati con profilo più avvolgente rispetto al passato, pensati per trattenere meglio il corpo nelle percorrenze veloci. Il bagagliaio conserva la vocazione pratica del modello, con una capacità che va da 854 a 2.138 litri includendo il vano anteriore, mentre la lunghezza di 479 centimetri resta la stessa delle varianti meno sportive della gamma.

Motore e prova su strada

Il cuore della Performance è una doppia motorizzazione elettrica a trazione integrale da 460 CV complessivi, capace di spingere questo SUV di oltre due tonnellate da 0 a 100 km/h in 3,5 secondi, con velocità massima elettronicamente limitata a 250 km/h. Numeri che collocano la Model Y Performance in un territorio finora riservato a berline sportive di ben altro pedigree, e che su strada si traducono in un’accelerazione che schiaccia contro il sedile senza soluzione di continuità, senza il cambio marcia a interrompere la spinta.

Il vero salto in avanti rispetto alle Model Y precedenti riguarda però il comportamento su strada: Tesla ha rivisto molle, barre stabilizzatrici, boccole e geometria delle sospensioni, introducendo un sistema di sospensioni adattive a smorzamento variabile sviluppato internamente, che regola in tempo reale la risposta del veicolo in base al fondo stradale e allo stile di guida. Il risultato è un’auto che, pur restando un SUV rialzato, controlla il rollio nei cambi di direzione con una prontezza inedita per la categoria, senza rinunciare al comfort quando la guida si fa più tranquilla. Nonostante le prestazioni, l’efficienza resta un punto di forza: il consumo dichiarato è di 16,2 kWh/100 km, per un’autonomia WLTP fino a 580 km, un valore che si avvicina sorprendentemente a quello della meno potente Long Range.

Tecnologie interne e ADAS

L’abitacolo ruota interamente attorno al grande display centrale da 15,4 pollici, da cui si gestisce praticamente ogni funzione della vettura, climatizzazione inclusa. Tra le novità più interessanti introdotte con gli ultimi aggiornamenti hardware c’è il radar di cabina di quarta generazione, in grado non solo di rilevare la presenza di passeggeri sui sedili posteriori ai fini della gestione degli airbag, ma anche di monitorarne battito cardiaco e respirazione, attivando climatizzazione o allerta in caso di necessità. Il divano posteriore si ripiega elettricamente con un tocco, ampliando il vano di carico in pochi secondi.

Sul fronte della guida assistita, la Model Y Performance monta di serie in Europa il pacchetto Autopilot, con cruise control adattivo e mantenimento automatico di corsia, basato sull’hardware di quarta generazione con telecamere ad alta risoluzione. È inoltre disponibile, come optional a pagamento, il pacchetto Full Self-Driving in modalità supervisionata, che nelle versioni più recenti del software introduce manovre più fluide e naturali rispetto alle prime implementazioni. Vale la pena ricordare che, diversamente da quanto sta accadendo sul mercato statunitense dove Tesla ha reso a pagamento alcune funzioni avanzate di Autopilot, in Europa e in Italia la dotazione di base resta al momento inclusa nel prezzo.

Scheda in breve — Tesla Model Y Performance
– Motore: doppio motore elettrico, trazione integrale
– Potenza combinata: 460 CV
– 0-100 km/h: 3,5 secondi
– Velocità massima: 250 km/h
– Autonomia WLTP: fino a 580 km
– Bagagliaio: 854-2.138 litri
Prezzo di listino: da 61.990 euro

Pro e contro

Pro

  • Accelerazione da supercar, 0-100 in 3,5 secondi in un SUV a cinque posti
  • Sospensioni adattive che migliorano sensibilmente il controllo dinamico rispetto al passato
  • Efficienza sorprendente nonostante le prestazioni, 580 km di autonomia dichiarata
  • Autopilot incluso di serie in Europa, con hardware di ultima generazione
  • Praticità intatta, bagagliaio generoso e divano posteriore ripiegabile elettricamente

Contro

  • Plancia minimale che demanda tutto allo schermo, con una curva di apprendimento iniziale
  • Assetto ribassato e cerchi da 21″ penalizzano un po’ il comfort su fondi sconnessi
  • Full Self-Driving disponibile solo come optional a pagamento

La Tesla Model Y Performance dimostra che l’etichetta “Performance” in casa Tesla non è mai solo un badge: il salto prestazionale è reale, misurabile, e soprattutto accompagnato da un lavoro serio sul telaio che rende l’auto divertente da guidare senza sacrificare l’anima pratica del SUV. Resta da capire quanto, nella vita di tutti i giorni, servano davvero 3,5 secondi sullo 0-100. Voi la scegliereste per le prestazioni, o puntereste comunque sulla Long Range per risparmiare e guadagnare qualche chilometro di autonomia?

Nuova Lamborghini Revuelto SV 2026: tutti i segreti

Solo poche settimane fa Lamborghini ha presentato la Revuelto SV, la variante più radicale della sua supercar ibrida plug-in di punta e l’ultima arrivata in una saga iniziata 55 anni fa con la Miura SV. L’acronimo “Super Veloce” è sinonimo, in Lamborghini, di spingere al limite tre elementi chiave: potenza, peso e aerodinamica.

MOTORE E DATI TECNICI

La Revuelto SV deriva dalla Revuelto di serie, la prima supersportiva PHEV del marchio italiano portata a un nuovo livello in cui le prestazioni sono assolutamente straordinarie, con una potenza massima combinata di 1.065 CV e una coppia di 1.425 Nm. Un dato leader nella sua categoria grazie alla combinazione del motore a benzina V12 aspirato da 6,5 litri, che eroga 825 CV a 9.250 giri/min, con tre motori elettrici e una batteria agli ioni di litio da 7,3 kWh in grado di erogare 254 CV.

Si tratta di 50 CV in più rispetto alla Revuelto standard, un dato che sulla carta può sembrare modesto per una versione SV, ma che si spiega con il fatto che il motore a combustione aveva già sfiorato il proprio limite nel modello base. Ciononostante, le prestazioni parlano da sole, con un’accelerazione che è il marchio di fabbrica del marchio: da 0 a 100 km/h in 2,4 secondi, da 0 a 200 km/h in 6,7 secondi e una velocità massima che supera i 345 km/h.

Lamborghini assicura che il sistema di batterie riprogettato offre una costanza di prestazioni fino a quattro volte superiore rispetto a quella della Revuelto «normale», ovvero un minore calo di potenza nelle successive sessioni in pista. Ma non è l’unica novità, perché i tecnici Lamborghini hanno anche rivisto le sospensioni, con ammortizzatori regolabili manualmente ispirati alla tecnologia GT3, che garantiscono il 17% in più di agilità e il 10% in più di aderenza laterale.

Questa versione più radicale ha anche introdotto la modalità di guida «Pilota», attivabile tramite un comando specifico sul volante, che aggiunge un controllo della trazione a cinque livelli per gli pneumatici Bridgestone – a scelta tra i semi-slick Potenza Race R da pista o i Potenza Sport da strada con tecnologia run-flat – e nuovi freni ceramici «CCM-R Plus», che riducono lo spazio di frenata da 200 a 0 km/h a soli 110 metri.

L’aerodinamica fa il resto, come abbiamo visto nelle foto spia della Lamborghini Revuelto SV. Gli italiani hanno aumentato fino all’80% la deportanza rispetto alla Revuelto, solo grazie a uno spoiler posteriore a doppio profilo e al nuovo splitter anteriore.

Con queste misure, la nuova Lamborghini Revuelto SV è, secondo il marchio, l’auto di serie più veloce mai registrata sul circuito di Hockenheim, con un tempo di 1:41,6 segnato dal pilota ufficiale Marco Mapelli.

Nuova Hyundai Ioniq V 2026: via gli ordini in Cina

Hyundai ha aperto in Cina le prenotazioni per la spettacolare berlina elettrica a quattro porte Ioniq V. Il nuovo modello è disponibile con trazione anteriore; il motore elettrico è offerto in due varianti di potenza e anche la batteria è personalizzabile.

Hyundai ha annunciato ad aprile di quest’anno il lancio ufficiale del marchio secondario Ioniq nel Paese del Celeste. Questo nome sarà attribuito ai modelli prodotti localmente dalla joint venture Beijing Hyundai, realizzati tenendo conto delle preferenze del pubblico locale. È inoltre interessante notare che, a differenza di altre regioni, in Cina la gamma Ioniq comprenderà non solo auto elettriche, ma anche ibride. Tuttavia, il primo modello a vedere la luce è stato proprio un veicolo elettrico: la spettacolare berlina Hyundai Ioniq V, che ha preso forma dal concept Ioniq Venus. La versione di serie a quattro porte è stata presentata proprio ad aprile al Salone dell’Auto di Pechino. E nell’ambito della fiera in corso in questi giorni a Chengdu sono stati annunciati i prezzi indicativi della Ioniq V e sono state aperte le prenotazioni. La composizione completa di tutte le versioni non è ancora stata resa nota, ma le informazioni di base sono già disponibili.

Nonostante la Ioniq V sia stata presentata come un modello creato appositamente per il mercato cinese, alla sua base c’è la piattaforma globale E-GMP, su cui sono costruiti molti altri veicoli elettrici del gruppo Hyundai-Kia. Il design spigoloso degli esterni non è un’esclusiva cinese: lo stesso stile caratterizza la nuova berlina «globale» Hyundai Avante/Elantra e il crossover Hyundai Tucson. Tuttavia, le caratteristiche principali della Ioniq V non sono tanto l’abbondanza di spigoli «taglienti», quanto la silhouette a forma di cuneo e il profilo monoscocca. L’auto elettrica è dotata anche di tetto in vetro e porte senza telaio con maniglie semicoperte.

MOTORI E DATI TECNICI

La Hyundai Ioniq V misura 4900 mm di lunghezza, 1890 mm di larghezza, 1470 mm di altezza e ha un passo di 2900 mm. Il volume del bagagliaio è di 465 litri; non è presente un vano aggiuntivo sotto il cofano. Sono previsti cerchi da 17 o 19 pollici.

All’interno dell’abitacolo è presente un unico display multimediale da 27 pollici con risoluzione 4K, già di serie. Il sistema multimediale è basato sull’intelligenza artificiale. Davanti al conducente è installato uno schermo stretto per la strumentazione, poiché il ruolo del quadro strumenti principale è affidato al display a proiezione.

INTERNI E TECNOLOGIE

La berlina è inoltre dotata di un volante a tre razze e di un tunnel centrale a due livelli, nella cui parte superiore si trovano una piattaforma per la ricarica wireless e portabicchieri a vista. A un costo aggiuntivo è possibile ordinare un blocco rimovibile di tasti fisici che duplicano le impostazioni principali integrate nel cruscotto. Nell’elenco delle dotazioni è indicato anche il pacchetto di sistemi di assistenza alla guida di Momenta, ma non è presente alcun lidar sopra il parabrezza.

La Hyundai Ioniq V è disponibile con trazione anteriore e il motore elettrico è offerto in due varianti di potenza.

Le versioni «base» montano un motore da 190CV, mentre quello delle versioni più costose eroga 228 CV. La coppia massima è identica in entrambi i casi: 250 Nm. La berlina con il motore elettrico di base è dotata di una batteria da 53,5 kWh, mentre quella top di gamma monta una batteria da 66,8 kWh. A seconda della versione, l’autonomia varia da 520 a 650 km secondo il ciclo CLTC.

Attualmente il prezzo della Hyundai Ioniq V è compreso tra 119.900 e 139.900 yuan, che equivalgono approssimativamente a 17.000€ al tasso di cambio attuale. Non è da escludere che, dopo l’avvio delle vendite effettive, i prezzi reali risultino inferiori. A proposito, i media cinesi riportano che in seguito la Ioniq V arriverà anche in altri paesi, ma per ora non è ancora disponibile un elenco dei mercati di esportazione.

Nuovo Volkswagen Amarok 2027: Anteprima

Il Volkswagen Amarok di seconda generazione per il mercato latinoamericano sarà lanciato nel 2027; è basata sul modello cinese Maxus Terron 9.

La “seconda” Amarok sarà prodotta nello stesso stabilimento della prima, ovvero nello stabilimento Volkswagen della città argentina di General Pacheco (che fa parte dell’area metropolitana di Buenos Aires).

La Volkswagen Amarok di prima generazione ha debuttato nel 2010 come modello globale, subendo il primo restyling nel 2016. Il secondo restyling è avvenuto nel 2024, ma a quel punto lo status della «prima» Amarok era già stato ridimensionato a quello di modello regionale per i paesi dell’America Latina.

La Volkswagen Amarok globale di seconda generazione è stata presentata nel 2022; è costruita sulla piattaforma a telaio Ford T6 ed è, in sostanza, un clone dell’attuale pick-up di medie dimensioni Ford Ranger. La «seconda» Amarok globale viene prodotta esclusivamente in Sudafrica.
In Argentina entrerà presto in produzione una versione completamente diversa, quella latinoamericana, del Volkswagen Amarok di seconda generazione. È stato annunciato ufficialmente già nell’aprile dello scorso anno, mentre lo scorso fine settimana è stato presentato dal vivo, camuffato, in occasione della 71ª edizione del festival cowboy Festa do Peão de Boiadeiro nella città brasiliana di Barretos.

La livrea mimetica non riesce a nascondere il fatto evidente che il «secondo» Amarok latinoamericano sia un clone del pick-up cinese Maxus Terron 9 (il marchio Maxus appartiene al gruppo cinese SAIC), sebbene nel comunicato stampa ufficiale non venga menzionata in alcun modo la collaborazione con SAIC.

Il Maxus Terron 9 è un pick-up di medie dimensioni con telaio a longheroni, presentato nel 2024 con propulsione elettrica e sospensioni pneumatiche completamente indipendenti, ma in seguito nella gamma sono apparse versioni più tradizionali con un motore turbodiesel da 2,5 litri (224 CV) e un cambio automatico idromeccanico ZF a 8 rapporti — molto probabilmente, sarà proprio questa la motorizzazione che avrà il nuovo Volkswagen Amarok assemblato in Argentina.

LA SCELTA STRATEGICA

Il Maxus Terron 9 diesel in Cina si chiama Maxus Interstellar X, mentre negli altri mercati lo stesso modello è noto come nuovo Maxus T90, LDV Terron 9 e MG U9.

Il Maxus Terron 9 avrà anche versioni con propulsione ibrida plug-in, ma per ora non è dato sapere se il nuovo Volkswagen Amarok sarà equipaggiato con tale propulsione. Per il momento si può solo affermare che il nuovo Amarok avrà un frontale molto diverso da quello del Maxus originale.

La lunghezza fuori tutto del Maxus Interstellar X diesel base è di 5500 mm, la larghezza di 2005 mm, l’altezza di 1874 mm e il passo di 3300 mm. Tutte le versioni diesel dispongono di trazione integrale con frizione automatica di presa di forza sull’asse anteriore e di una marcia riduttrice nel ripartitore di coppia. Nella versione base il pick-up presenta un ponte posteriore rigido su molle, mentre le versioni di fascia alta sono dotate di sospensioni posteriori indipendenti e di bloccaggi dei differenziali interassiali.

Il Maxus Interstellar X cinese
Il lettore potrebbe chiedersi perché Volkswagen non abbia voluto sviluppare il nuovo Amarok in proprio. Perché non ne vede il senso, se esistono piattaforme di base adatte.

Il gruppo tedesco si trova attualmente in una fase di rigorosa austerità; in tali circostanze, le considerazioni relative al prestigio passano sempre in secondo piano.

Nuovo Range Rover GT 2026: Rendering Totale

Range Rover si appresta a superare i limiti con una novità assoluta nella gamma denominata GT. Si tratta di un’auto da turismo fuoristrada completamente elettrica che unisce la linea di una berlina alle caratteristiche di un SUV, diventando così il quinto modello della casa automobilistica dopo Evoque, Sport, Velar e Range Rover. Non susciterà lo stesso clamore che ha accolto la futura Jaguar Type 01 di JLR, ma nemmeno a Gaydon ci si aspetta un verdetto unanime su questo modello.
Il suo formato, a metà strada tra una berlina e una coupé, si avvicina al lato più lussuoso e orientato al soft-road del marchio, pur non essendo un sostituto diretto della Velar, come alcuni articoli avevano suggerito in precedenza.

Rendering Carscoops.com

LA SFIDA GLOBALE

Abbiamo visto le immagini ufficiali del prototipo camuffato di JLR e ora abbiamo tolto il velo per svelare qualcosa a metà strada tra un crossover e una berlina fastback. Nella parte anteriore sfoggia una versione ampia e poco profonda della familiare calandra Range Rover, affiancata da fari a LED ultrasottili, mentre le prese d’aria esterne verticali rafforzano un’immagine orientata alle prestazioni.

La nuova GT di Range Rover, raffigurata come un crossover simile a una berlina, che secondo Gaydon dividerà gli acquirenti
Di profilo, mantiene l’ingombro visivo ridotto degli altri modelli della gamma, ma ravviva il tutto con un’area vetrata inclinata all’indietro, finestrini senza telaio e un tetto a contrasto. Le superfici laterali sono pulite e semplici, con maniglie delle portiere a filo e poche pieghe superflue. Nella parte posteriore, i sottili fanali posteriori si fondono con un pannello nero lucido che presenta la scritta «Range Rover» distanziata, e il look dinamico è completato da un portellone posteriore fortemente inclinato.
Gaydon sa che dividerà gli acquirenti
Gli occupanti dei sedili anteriori sono accolti da un unico touchscreen OLED centrale e da un quadro strumenti sottile per il conducente. È interessante notare che il volante a due razze e l’architettura essenziale richiamano quelli della nuovissima Type 01 di Jaguar, anche se Range Rover adotta un approccio meno radicale. Ci si possono aspettare ampie funzionalità digitali con assistenza AI, sistemi fuoristrada Terrain Response e navigazione in realtà aumentata.
Basata sulla nuova piattaforma Electric Modular Architecture (EMA) della casa automobilistica, la GT sarà completamente elettrica fin dal lancio, anche se, curiosamente, in seguito potrebbe essere disponibile in versione ibrida.

Restano ancora alcuni interrogativi sulle specifiche del gruppo motopropulsore, ma abbiamo un’idea abbastanza chiara dell’autonomia di guida grazie alle immagini del prototipo condivise, con 288 miglia (463 km) all’80% di carica, il che si traduce approssimativamente in 360 miglia con una carica completa. Ci si aspetta un sistema a 800 volt con una batteria da 100-120 kWh e una potenza di ricarica in corrente continua fino a 350 kW.

La trazione integrale a doppio motore dovrebbe essere di serie. La Type 01 di Jaguar potrebbe fornire qualche indicazione sul potenziale prestazionale, ma non aspettatevi una configurazione a tre motori con ben 1.000 hp.
La nuova GT di Range Rover è stata raffigurata come un crossover simile a una berlina che, come Gaydon ben sa, dividerà gli acquirenti
Il posizionamento dovrebbe collocare la GT in un territorio inesplorato, in concorrenza con modelli come la Porsche Cayenne Electric, la Porsche Taycan Cross Turismo e la Lotus Eletre, fino a sovrapporsi potenzialmente alla Jaguar Type 01.

I test finali sono già in corso, con l’inizio della produzione previsto entro la fine dell’anno presso lo stabilimento JLR di Halewood nel Merseyside, in Inghilterra. La presentazione ufficiale avrà luogo nei prossimi mesi.

Ford Fiesta: Col cuore e poca testa Ford ha “buttato” via i suoi 50 Anni

“Col cuore e con la testa, Ford Fiesta” era il jingle simpatico ed inconfondibile che animava gli spot pubblicitari nei famosi “Consigli per gli acquisti” della TV privata anni ’80 Made by Berlusconi

Ed in effetti, dopo due ore di visione del film o dello spettacolo preferito, la ripetitività quasi ossessiva degli intermezzi pubblicitari ti faceva alzare dalla poltrona con in mente quel motivetto ormai martellante per ore ed ore “Col cuore e con la testa….”, “Col cuore e con la testa…..” “Ford Fiesta…..Ford Fiesta”…

Sarebbero stati 50 onoratissimi e gloriosi anni, a Giugno del 2026. Mezzo secolo esatto da quando, dopo la presentazione statica a Francoforte nel 1975, la Fiesta fu presentata in un happening mondiale con relativo test drive per i giornalisti di settore nella cornice di Le Mans. E sarebbe bastato attendere meno di tre anni dal momento in cui Colonia, sede dello stabilimento storico ed iconico di Ford, ha staccato la spina alla catena produttiva della Fiesta “Mk7” che tra l’altro si vendeva ancora decisamente bene. 

Pensare infine che lo stop alla produzione sia stato deciso per dare spazio alla cosiddetta “transizione elettrica” e dunque alle linee di montaggio di SUV elettrici rende tutto ancora più grottesco. 

47 anni, due mesi e ben sedici milioni di pezzi venduti in tutto il mondo, ecco su cosa ha calato il sipario la Ford, rinunciando appunto anche al lusso di poter scrivere a caratteri cubitali “Tanti auguri Fiesta, 50 anni” all’inizio di questa estate, epoca in cui invece le cronache portano echi dagli Stati Uniti e dall’avvio di una indagine federale sui motori Ecoboost a 3 cilindri e cinghia in bagno d’olio. 

E dico “lusso” perché nel panorama europeo dopo la Golf, alla data odierna, la prima dinastia motoristica a quattro ruote degna di menzione sarebbe stata proprio quella della piccola Ford e molto prima di: Polo, Panda, Corsa nel segmento delle “piccole”. E davvero di anniversari pieni e importanti da festeggiare in Europa ve ne sono sempre meno.

Non sarebbe stato un privilegio da poco soprattutto per un Marchio, la Ford, che detto simpaticamente ha sempre fatto due maroni così a tutti i suoi venditori, nei seminari di formazione, per sensibilizzare alla “fidelizzazione”, questa parolina magica sempre presente nei Corsi di Ford Academy.

Cosa sarebbe stato più “fidelizzante” di un evento – il cinquantenario – per esaltare identificazione e passione per la piccola più iconica dell’Ovale richiamando in tutta Europa milioni di persone che lungo cinque decenni l’hanno posseduta e guidata? Un gigantesco “Fiesta Day” degno della migliore tradizione ed immagine di Ford Italia e Ford Europa.

Ed invece, in piena “retrospettiva” il Fiesta Day sarà un evento collaterale in questa Domenica 23 Agosto a Silverstone, con il Raduno “Ford Fair 2026” dove per celebrare il 50° sarà organizzata una esposizione dedicata alla vita, alla evoluzione ed alla Gamma di Fiesta dalle origini fino alla fine della sua epopea; sempre che non abbia seguito un “bisbiglio” che vedrebbe Ford intenzionata e disposta a rilanciare tra il 2027 ed il 2028 una nuova linea di prodotto dedicata appunto alla nobile piccola di casa.

E pensare che Fiesta nella sua genesi richiama gran parte della argenteria nobile della storia di Ford, le sue icòne ed i suoi personaggi leggendari: il primo è ovviamente Lee Iacocca.

E’lui, salito agli altari della divinazione industriale dentro Ford dopo l’exploit di Mustang, ad avere da Henry Ford II° la benedizione per dialogare faccia a faccia con il Presidente dell’epoca in Ford Europa – Bill Bourke, di Ford of Europe Inc.fondata nel 1967 – al fine di costruire l’obbiettivo clou degli anni Settanta per il mercato europeo: creare la prima vera “piccola” di casa dentro un mercato che aveva già espresso Mini Morris come benchmark del nuovo segmento delle utilitarie, seguita dalla altrettanto stupenda Autobianchi A112 di Dante Giacosa e degli stilisti di Desio; ma con l’arrivo in preannuncio perlomeno di Renault e di Fiat con la 127 di Pio Manzù. 

Nomi da Albo d’Oro nel DNA di Fiesta: Iacocca, De Tomaso, Paolo Martin

Insomma, il mercato auto d’Europa stava facendo della “miniaturizzazione” un must per il futuro prossimo; e Ford Europa, che stava già affrontando dentro casa la “staffetta” tra la filiale britannica (storicamente quella “didascalica” e sovrana nelle politiche commerciali europee fino ad allora) e Ford of Colonia (la filiale tedesca che progressivamente, a partire dalla “Capri” e dalla “Escort” iniziava a crescere nel peso decisionale verso Detroit) non aveva avuto il tempo di festeggiare – appunto – l’arrivo trionfale sul mercato proprio della “Capri” che la realtà della concorrenza tornava a farsi sentire pesantemente. 

Siamo nel 1969, e la controffensiva di Fiat sulle trazioni anteriori piccole e medie (A112 e Fiat 128) spiazza un poco tutti gli avversari, lanciando in campo i nuovi protocolli europei canonici per Segmenti “B” e “C” all’europea: trazione anteriore, motore trasversale, dimensioni contenute e due Volumi per le “piccole”. 

Nel frattempo Corso Marconi ha appena messo un piede e mezzo dentro un altro colosso europeo, Citroen, rilevandone da Michelin il 49% del pacchetto azionario. Dunque era facile ipotizzare una evoluzione di Gamma del Double Chevron dalle elitarie e molto poco “mass Market” Ami “6” ed “8” a dei modelli più “edibili” per gli automobilisti europei.

Per contro Ford – come Opel e quasi tutti i Marchi britannici e tedeschi – deteneva ancora all’epoca una Gamma tipicamente “sassone”: tre volumi, robustezza e peso in abbondanza, trazione prevalentemente posteriore; ma soprattutto l’assenza di una protagonista, a parte il Gruppo BMC con la “Mini”, del mercato sempre più esplosivo delle “piccole” che alla fine degli anni Settanta porterà in Europa una scelta complessiva di oltre venti modelli in commercio tra tutti i Marchi continentali.

Ed ecco il primo Jolly, cioè Iacocca: nessuno come lui a Detroit poteva capirne, di piccole auto; e Iacocca, pragmatico e razionale, fa quello che un grande manager deve saper fare: studia attentamente le risorse a disposizione di Ford, seleziona, incarica, delega. Ed attende i risultati che, come stiamo per vedere, non mancano già nella fase di incubazione progettuale.

Ed il primo a raccogliere il sassolino lanciato da Lee è un suo – da poco – grande amico: Alejandro De Tomaso, che in realtà coglie al volo l’occasione presentandosi nel gioco previsto da Detroit come “ospite inatteso” risultando alla fine vincente. 

Siamo tra il 1966 e l’inizio del 1967 e l’esplosivo manager argentino ha appena acquisito la “Carrozzeria Ghia”, quel complesso in disfacimento tra Corso Dante e Via Agostino da Montefeltro – a Torino – che mi fa piangere il cuore ogni volta che lo vedo. Ma in quel momento Ghia non era ancora controllata da Ford; il Marchio di Detroit era semplicemente un committente di progetti di stile come altri. Una firma di stile importante, certamente, che dopo la morte di Giacinto Ghia prima e la scomparsa del mitico Luigi Segre nel 1963 era entrata in cavitazione irreversibile. 

Un uomo dal pedigree abbastanza suggestivo, il dominicano Ramfis Trujillo, aveva comprato davvero a prezzo di saldo la Carrozzeria poiché, da appassionato di auto, voleva trasformarla in un atelier per piccole serie da destinare a veri ricconi: peccato che i soldi per l’acquisizione il buon Ramfis li avesse “distratti” dalle casse del Tesoro Dominicano, che come tutto l’apparato statale era stato governato dal papà – Dittatore – Leonidas. Quei 200.000 Dollari, più o meno, erano soldi del popolo Dominicano.

Una volta “deposto” in modo molto sudamericano il Dittatore, la magagna finanziaria di Ramfis fu facilmente scoperta e l’avventuriero appassionato di auto fu messo in carcere dal quale, per uscire, dovette concordare con la Giustizia Dominicana la restituzione di gran parte dell’ammanco di soldi pubblici. 

Nel mentre avvenivano tutte queste compravendite, dentro Ghia era approdato dalla Bertone nientemeno che Giorgetto Giugiaro, che tra il 1965 ed il 1967 disegna la “Ghibli” per Maserati, la “Ghia 450 SS”, la Fiat 850 Vanessa e la Iso Rivolta Fidia. E non solo.

Nel 1967 – dunque – Trujillo incarica un procuratore di cercare acquirenti per la firma di stile torinese; la notizia arriva a De Tomaso quando questi è in visita alla Ghia per cercare un accordo per continuare la produzione della piccola sportiva “Vallelunga”; l’affare è troppo allettante perché il Gruppo dirigente della famiglia Heskell (di cui Alejandro ha sposato una esponente) possa rifiutarlo:

Business is Business” (e la Ghia veniva posta in vendita a valori davvero ribassati vista la situazione) e dunque Amory Heskell di “Rowan Automotive” acquisisce l’80% delle azioni di De Tomaso Automobili procurando ad Alejandro la liquidità sufficiente per rilevare la Ghia. E così avviene. 

Torniamo al progetto “Fiesta”: in pratica per dare il via ad una delle auto più di rottura – nella storia industriale dell’auto – tra se’ stessa e la sua Gamma di provenienza, la Ford mobilita tutti i suoi Quartier generali in Europa ma anche a Detroit; ecco uno dei motivi che hanno prolungato di parecchio la gestazione di una utilitaria che è stata messa in produzione ben sette anni dopo l’intenzione originaria di farla nascere: la istintività e la immediatezza di Lee Iacocca devono fare i conti con il pragmatismo ed il protocollo decisionale storicamente contorto di Deaborn, Detroit. 

E’ il prezzo da pagare per chi lavora dentro Ford, all’epoca; non c’è nulla da fare: ed infatti anche il povero Lee ne farà le spese, dalla seconda metà degli anni Settanta, con il caso “Mustang MKII”.

Da Detroit parte il “Bobcat Project”: tutti sono invitati a partecipare

Come molti sanno, il progetto didascalico da cui prende vita la Fiesta Mk1 definitiva è nel “Bobcat Project”: tra USA, Germania e Gran Bretagna vengono discusse e rilasciate le specifiche tecniche fondamentali con misure ed architettura tecnica fondamentale; un investimento da ben un miliardo di dollari dell’epoca, pari ad oltre otto nell’attualità. 

Nel 1972 la Dirigenza americana approva ed avalla il progetto “Bobcat” selezionando i progetti nel frattempo arrivati alla fase decisionale. E cosa c’entra allora la “Ghia”? Dobbiamo fare una leggera digressione, riprendendo un precedente articolo sulla Pantera De Tomaso: siamo nel 1970, e Ford è la fornitrice ufficiale del Boss argentino per i motori di Vallelunga e Mangusta; per questo Iacocca e De Tomaso si incontrano, per doppiare quel guanto di sfida lanciato alla Ferrari con la “GT40” e concretizzare il progetto “Pantera”. 

Ma durante la trattativa per una Joint Venture nella quale entreranno ovviamente anche Ghia e Vignale, accade il dramma: i maggiori finanziatori di De Tomaso dell’epoca, John Ellis ed Amory Haskell perdono la vita in un incidente aereo. Il nuovo management di Rowan Industries, proprietaria dell’80% di quote azionarie di De Tomaso, differentemente da quella che era la nuova famiglia di Alejandro non sa che farsene di quel pacchetto finanziario nel bilancio e intima a De Tomaso il riacquisto. 

Lui però i soldi non ce l’ha, e per questo ad accordo in pieno corso per la “Pantera” la Ford deve farsi carico della acquisizione della maggioranza di De Tomaso; quasi senza volerlo Detroit si trova così a controllare De Tomaso, Ghia e Vignale. 

A Giugno 1970 viene fondata “De Tomaso Incorporated”: con l’80% in mano a Ford e il 20% in mano ad Alejandro. Di fatto Ford non “incorpora” De Tomaso ma diventa titolare della Società di scopo che controlla anche Ghia e Vignale. Quindi Lee Iacocca, cogliendo la palla al balzo, impartisce al “Bobcat Project” lo spin vincente: siamo nel 1971, e Lee incarica De Tomaso e Ghia di partecipare al “Bobcat” ma come contributo esterno libero, senza i condizionamenti che il management Ford aveva impartito a Dunton ed a Colonia alle sue due filiali. 

E fa centro perchè mentre i primi bozzetti che “il circuito Ford” interno produce rimandano a linee ancora molto legate alla tradizionale immagine di Ford Europa, De Tomaso e Ghia lanciano i loro assi: si chiamano Tom Tjiaarda e Paolo Martin. Tom è già dentro Ghia, ed è un ritorno perché era già entrato nel 1958 ma lo scontro tra caratteri forti e poco trattabili come il suo e quello di Luigi Segre lo fece sloggiare nel 1960 verso Pininfarina. 

Nel 1968 De Tomaso lo richiama per sostituire Giorgetto Giugiaro e Tom non rimane mani in mano iniziando su “Bobcat” il lavoro di concetto che poi, con l’arrivo di Paolo Martin alla fine del 1972, porta alla creazione di “Blue Car” ovvero del bozzolo di Ford Fiesta. Che è di fatto un lavoro a sei mani di tre mostri sacri: il genio di De Tomaso che, libero dai vincoli progettuali di Ford (misure, interasse, etc.) si inventa il passaggio determinante di portare dentro Ghia una Fiat 127 che decapitata della carrozzeria superiore offre il suo pianale alle sapienti linee di matita ed ai colpi di spatola sull’argilla del prototipo di serie di stilisti e modellisti.

Ford Fiesta, campionessa di novità per tutto il mondo Ford

Poi arriva l’estro onirico di Martin a definire le linee chiave della carrozzeria a due volumi con “Blue Car”; ed infine arriva il pragmatismo provocatore e geometrico di Tijarda a definire, con la “Wolf” il concept quasi definitivo per il layout di stile di “Fiesta”.

Ma in questo countdown occorre mettere una data che, pensando a questo racconto, ci dà un po’ di tristezza: siamo nel 1972, di già la Joint tra De Tomaso e Ford sulla “Pantera” comincia a franare e Detroit diventa sempre più un ostacolo per il boss argentino, che non può far altro che cedere a Detroit il 20% in suo possesso di “De Tomaso Incorporated”. Alejandro incassa i soldi e li riversa nell’acquisto di Benelli, mentre Ford diventa propritaria in solitario di Ghia e Vignale.

Poi, limatura dopo ritocco, revisione dopo revisione, la “Ford Fiesta” diventa concreta. Ma non c’è solo la questione creativa e progettuale da definire fin da subito: Ford, pragmaticamente, inizia subito a sondare il luogo migliore dove produrre nel Vecchio Continente l’arma dell’Ovale per l’Europa. 

Si decide per la Spagna, da subito; Valencia per la precisione, e per motivi diversi: in primis Re Juan Carlos aveva caldeggiato presso i Governi dell’epoca l’avvio di programmi finanziari ed amministrativi per rendere la Spagna interessante per gli industriali esteri, e questo aveva portato al varo di politiche salariali molto favorevoli per abbassare il costo del lavoro, ed alla composizione di regole per autorizzazioni e licenze facili e veloci. 

C’è poi da dire che un vecchio “target” di Ford, cioè la Fiat, era di fatto il Costruttore monopolista con Seat; cosa di meglio che non insediarsi proprio in Spagna dove peraltro si stavano anche indirizzando altri Costruttori? 

Ad Almussafes dunque si decide la futura produzione di un modello che ancora non c’è; ed ancora non c’è, e ci mette parecchio ad arrivare, perché con Fiesta la Ford affronta per la prima volta tutto lo scibile industriale che lei ancora non aveva e che la concorrenza sciorinava da tempo: Trazione anteriore, motore trasversale, Due volumi, misure entro i tre metri e mezzo, prodotta in un Paese, sistema logistico e sito produttivo e di Supply Chain del tutto nuovi. 

Da allora ad oggi è passato appunto mezzo secolo, che il prossimo 23 Agosto – Domenica – verrà celebrato in un incontro a Silverstone. Forse per i sognatori come me pare un po’ poco, ma questo evento mi permette di essere quasi sincrono con questo pezzo che ho scritto con spirito di vera amicizia ed affetto verso la piccola grande Fiesta.

Riccardo Bellumori

Bugatti Veyron il restauro La Maison Pur Sang

Uno dei primi esemplari della Bugatti Veyron è stato completamente restaurato nell’ambito del programma ufficiale “La Maison Pur Sang” e ha ricevuto un restyling della carrozzeria e degli interni.

L’azienda Bugatti ha grande cura della propria storia, compresa quella relativamente recente. La supercar Veyron è stato il primo modello Bugatti realizzato sotto la guida del gruppo Volkswagen e del suo principale progettista, Ferdinand Piëch. Nel periodo dal 2005 al 2015 sono stati prodotti 450 esemplari di Veyron, molti dei quali si trovano in ottime condizioni e rappresentano un vero e proprio oggetto da collezione. È possibile accrescerne il valore affidando l’auto a un restauro completo nell’ambito del programma ufficiale La Maison Pur Sang. Allo stesso tempo, è possibile aggiungere all’auto alcune caratteristiche uniche.

MOTORE E DATI TECNICI

L’esemplare presentato nelle fotografie, dopo il restauro, ha ricevuto il nome di Bugatti La Maison Pur Sang Veyron 20 Years. La dotazione tecnica è quella standard delle prime versioni della Veyron: il motore a benzina W16 da 8,0 litri, grazie a quattro turbocompressori, eroga 1001 CV e 1250 Nm; il cambio è un «robot» a 7 rapporti con doppia frizione, la trazione è integrale, l’accelerazione da 0 a 100 km/h richiede 2,5 s, la velocità massima è di 407 km/h.
La carrozzeria della Bugatti La Maison Pur Sang Veyron 20 Years presenta una verniciatura bicolore: il rosso Rouge Rembrandt è tratto dalla palette della moderna supercar ibrida Bugatti Tourbillon, mentre il blu Petrol Blue proviene dalla Bugatti Chiron, ormai fuori produzione. Le griglie delle prese d’aria sul paraurti anteriore, sui fianchi e sul tetto presentano un nuovo disegno tridimensionale. Anche i cerchi (da 20 pollici sull’asse anteriore e da 21 pollici su quello posteriore) sono nuovi e hanno permesso di montare sulla Veyron pneumatici più moderni delle dimensioni di quelli della Chiron.

IL MODELLO ICONICO

Gli interni sono stati completamente rinnovati a livello di finiture; la combinazione di colori e materiali è stata sviluppata appositamente per questo progetto. La novità principale è l’esclusiva finitura metallica decorativa della console centrale, realizzata secondo le migliori tradizioni dell’arte orologiera svizzera.

All’inizio di quest’anno Bugatti ha presentato la supercar F.K.P. Hommage, dedicata a Ferdinand Piëch e simile nell’aspetto alla Veyron, sebbene sia basata su una piattaforma più moderna, quella della roadster Bugatti W16 Mistral.

Ricordiamo che nel corso di quest’anno il gruppo Volkswagen perderà completamente il controllo su Bugatti, mentre il marchio francese passerà sotto la gestione del Gruppo Rimac.