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Marco Lucchinelli: il lustro di un Campione diventato leggenda

Inizio Primavera di quaranta anni fa esatti.

Una macchina color arancione targata “Roma” si muove titubante tra le colline alberate di Ceparana: siamo quasi in bilico tra Liguria e Toscana, nell’entroterra boschivo un poco distinto dalla parte litoranea che qui, a La Spezia, significa soprattutto Cinque Terre.

E’ metà pomeriggio ma sulle vie che costeggiano un mondo rurale fatto di casupole, fienili, strade bianche e animali da allevamento si stanno per allungare le ombre del tramonto.

Chi non ha mai visitato questi posti, tuttavia, non può capire quanto tutto questo scenario sia suggestivo, con il sole che distende gli ultimi raggi tra gli olmi ed i castagni e tutto intorno profumo di camini accesi.

La piccola berlina gira un po’ a tentoni, perché i quattro occupanti stanno esplorando il territorio in cerca di qualcuno. Ogni tanto l’auto si ferma davanti al cortile di qualche vecchia casa rustica, di quelle con pietre grosse, muratura incerta, piccole finestre verandate e tetto in legno e tegole. 

Un saluto, una informazione o una “dritta” di riscontro, pochi dialoghi per capire che quella ricerca appena iniziata è già da accantonare: il personaggio che quell’auto sta cercando non è quasi mai, in quel periodo, a Ceparana. Inutile andare in caccia.

O meglio: il personaggio è nato a Bolano (di cui Ceparana è frazione), e dai ricordi dei conterranei il suo papà  (i nostri interlocutori in quel momento si confondono un po’ nel ricordarne il nome, poi inquadrato in quello di “Giglio”) dicono siacompletamente diverso da lui, che “formatosi” come leggenda contemporanea alla corte del conterraneo Roberto Gallina, va e viene nel suo paese dentro il territorio spezzino perché il suo lavoro si svolge praticamente, ancora, in tutto il mondo; perché “lui” è Marco Lucchinelli, diventato Campione del Mondo Classe 500 nel 1981, cinque anni prima; ma anche il primo italiano dopo Giacomo Agostini ad aver vinto il Titolo Iridato nella Classe Regina a due ruote. 

 

L’auto targata “Roma” è lì a Ceparana in vana ricerca del Campione perché buona parte dei suoi occupanti ha radici spezzine. Compreso me, che ancora quindicenne mi trovavo là- quarant’anni fa – insieme a mia madre e due miei fratelli per tentare quella sorta di buco nell’acqua: il tentativo impossibile di “scovare” a casa sua e senza alcuna programmazione preventiva un personaggio pubblico assurto a livello di “eroe nazionale” chiedendo qua e là ai passanti dove eventualmente si sarebbe potuto trovare.

Meglio, molto meglio sarebbe stato – con il senno di poi – tentare il contatto direttamente con l’altro eroe di questa saga epica: Roberto Gallina, il Team Manager già, all’epoca, bi-campione del mondo di Classe Regina di Velocità. 

La sua factory nel territorio spezzino era già una meta di pellegrinaggio continuo di tifosi e concittadini; ma in quel 1986 le fonti informative via Web e i motori di ricerca erano un miraggio per futuristi, e reperire indirizzi e costruire un database organico e di salvaguardia cercando sulle Riviste o tramite passaparola dei riferimenti e degli indirizzi era davvero una impresa titanica.

Ma, come detto, un motivo discriminante per i quattro turisti di trovarsi là a Ceparana era quello di essere a loro volta tutti molto legati e “radicati” a La Spezia; ed in particolare a Migliarina, una frazione periferica della municipalità che si raggiungeva prima del Centro cittadino, incrociando Via Aurelia e Pontremolese, passando sulla vecchia Via Sarzana

Oggi la toponomastica è in parte cambiata, ma per chi arriva da Roma o dal Centro Italia evitando l’Autostrada e affidandosi alle Vie consolari, Migliarina è ancora là a dare il benvenuto, dopo Massa Carrara, nel tratto di Italia che mette insieme Versilia e inizio della mezzaluna ligure. 

Superata la vecchia Via Sarzana ed immettendosi su Corso Italia, chi vuole può arrivare diretto davanti allo spettacolo del Porto di La Spezia e delle Cinque Terre, o incamminarsi nei vicoli del Centro Storico ristrutturato ed abbellito oggi come una bomboniera e proprio contiguo alla marina; là, giusto per risollevare dei ricordi, la tappa obbligata non potrebbe che essere “La Pia”, celebre e storica Pizzeria dove è un peccato mortale non gustare la farinata e la famosa pizza margherita soffice. 

Ma questa è un’altra storia, la nostra invece vuole raccontare un mito della velocità e degli appassionati di questi sport: Marco, alias “Cavallo Pazzo”, alias “Lucky”, Lucchinelli.

Marco Lucchinelli e le radici spezzine

Esattamente mezzo secolo fa, a fine Aprile, Marco imprime il suo nome all’attenzione del mondo: a Le Mans, nel Gran Premio di Francia, sfiora la pole position e senza problemi al motore avrebbe potuto persino vincere la Gara. A quella data, essendo nato il 26 Giugno del 1954, è ancora ventiduenne, praticamente un pupo; due anni prima inforca una Laverda SF 750 ed una Aermacchi 250 per correre le sue vere prime Gare da professionista.

Marco, come anche Virginio (Ferrari) e Franco Uncini, passa il suo proprio noviziato salendo – di prammatica – sulla Laverda, che nel suo caso è la poderosa e pesante 1000 tre cilindri del 1975 affidatagli appunto dal vicino di casa Roberto Gallina; si iscrive però anche al motomondiale Classe 350 del 1975, ed ecco nel 1976 il salto di qualità: il Team Gallina è tra quelli europei selezionati e scelti da Hamamatsu (Suzuki) per portare in gara in tutta la Stagione mondiale la micidiale e nuovissima “RG 500 XR14” nata e perfezionata sin dall’anno prima come arma mondiale per superare definitivamente l’epopea MV Agusta ma anche per rispondere alla Yamaha che aveva vinto con Ago il primo titolo mondiale Piloti con la “YZR 500”, prima Due Tempi a vincere due Titoli (Costruttori e Piloti) nella storia. 

Ma l’impegno maggiore per Roberto Gallina non è solo e tanto nel garantire alla Casamadre una organizzazione di qualità e capace di presenziare ad una intera Stagione; no, il problema più grande per Gallina è che Suzuki Great Britain, lo storico importatore nell’isola delle moto giapponesi, è nel frattempo stato comprato da un vero colosso finanziario: Heron, il fondo di investimento immobiliare all’epoca più ricco dell’Union Jack, ha da poco fondato una divisione Automotive facendo shopping di alcuni asset nel comparto auto e moto. In parole povere il team inglese di Suzuki, a differenza degli altri Importatori e team europei, finisce per diventare la vera e propria filiale europea del Marchio, detenendo diritti, prelazioni e soprattutto risorse di fronte alle quali il buon Roberto – pure supportato da buoni sponsor – non si può neppure immaginare. 

Nel frattempo infatti l’Headquarter europeo creato poco tempo prima in Italia tra SAIAD e Suzuki – Europa Racing Team, voluto anche per la grande passione del mitico Miyakawa per il nostro Paese e per i suoi vini – viene chiuso con SAIAD che si trasforma in SUZUKI Italia; e così il Team Gallina è una delle squadre che potranno usare le “RG” versione “factory”: una va a Marco ed una all’altro talento ligure del tempo, l’ottimo Armando Toracca. 

Heron come detto si affida al nuovo astro mediatico (e fortissimo pilota) Barry Sheene cui il glorioso Jack Findlay si adegua a fare da privilegiato scudiero; ma nel frattempo la Suzuki inglese mostra i muscoli: main Sponsor con Texaco, ed un nuovo capannone per le attività post gara ed il magazzino Ricambi della Squadra. 

Arriva Marco, inizia “Lucky” nel Motomondiale 1976

Suzuki Casamadre ha, ovviamente, le sue giuste paturnie in quel 1976: Yamaha si prende un anno sabbatico dopo il titolo di Agostini e rimanda la sua presenza ufficiale al 1977; Ago nel frattempo si deve organizzare con un suo proprio Team dove alterna la vecchia MV 500 (“donatagli” insieme a buona parte del Reparto Corse da Cascina Costa che si ritira definitivamente dalle competizioni) ad una Suzuki RG 500 “Mk1” Clienti.

Ovvio che Hamamatsu, con due concorrenti temibili fuori causa e con il mostro quattro cilindri in quadrato e valvola rotante, voglia passare subito all’incasso di un Titolo che infatti arriva con Barry ed Heron che in effetti “stracciano” tutti con cinque vittorie rotonde ed un passo gara che mette in secondo piano sia il meritevole secondo posto iridato del vecchio gladiatore TeuvoLansivuori con l’importatore tedesco; sia il boom di due giovani piccole pesti. 

Una è l’americano Pat Hennen, ma l’altra è il nostro Marco che con un solo quinto posto in più sarebbe salito sul Podio Iridato di Stagione in quel 1976, e con solo un quarto posto in più sarebbe stato ex aequo Vice Campione del Mondo insieme a Teuvo. Davvero, questione di briciole per un ventiduenne simpatico, un po’ matto ma perfetto in sella alla indiavolata RG XR14 soprattutto nel fondo stradale peggiore per lei, cioè il bagnato. 

In più Marco mostra subito una prerogativa impressionante: apprende traiettorie e punti fondamentali di attacco in ogni circuito con una facilità disarmante. 

Con un 1976 così sarebbe stato facile prefigurare per Marco una ascesa garantita all’Olimpo dei grandi vincenti in brevissimo tempo. Eppure, l’indole avventurosa e reattiva del nostro eroe spezzino decide per lui un volo carpiato verso uno stimolante “incerto” piuttosto che verso la conferma in un Team Gallina che ormai, insieme a lui, aveva fatto diventare Ceparana e La Spezia una piccola ma valida Cattedrale del Motorsport mondiale a due ruote. 

Alberto Pagani, ex Team Manager di MV Agusta, all’atto dell’abbandono del Marchio lombardo aveva seguito il campione Phil Read; era proprio il 1976, ed entrambi avevano dalla loro notorietà, conoscenze e ancora voglia di menare le mani. 

Certo, rimpiazzare l’organizzazione di MV Agusta attraverso una Squadra privata e materiale del tutto nuovo (Suzuki RG privata e Squadra “Read Life Racing Team”) non era impresa facile, ma il vero problema fu la programmazione strategica e finanziaria totalmente “bucata”; praticamente a metà Stagione il budget di Life Helmets era già esaurito, e Read ne dovette avere davvero abbastanza finendo così per correre ad intermittenza tre Gran Premi per poi abbandonare le competizioni definitivamente. 

Eppure il programma di “Team Life” non si chiude in quel 1976: l’anno dopo il produttore di caschi conferma la fiducia a Pagani e l’appoggio finanziario come main sponsor, affiancato però da una vera “primizia” come quella dei due fratelli Castiglioni – in odore a brevissimo di rilevare AMF Aermacchi e dare vita alla Cagiva –che fanno apparire sulle carene della Suzuki RG “Clienti” il classico elefantino della “Castiglioni Gianfranco Varese”. 

Alberto Pagani, a questo punto, forte di nuova liquidità e confermato nella disponibilità delle fortissime “RG” versione Clienti tenta il colpaccio: “sussurra” le giuste parole a TeuvoLansivuori, già uscito dalla squadra tedesca, ed a  Lucchinelli; evidentemente anche su Marco proposte e programmi del Team “Life Helmets” fanno ben presa (sarà mica per la piacevole abitudine di fare pubblicità su stampa e TV attraverso modelle bellissime vestite solo di “Body Painting”???) e la Squadra si presenta al Via delle Stagione 1977 con il Vice Campione del Mondo più il “quasi terzo” Iridato in sella alla moto in quel momento più performante anche in versione privata.  

 

Contemporaneamente Roberto Gallina, consumato lo “strappo” di Marco e l’uscita dal Team, conferma la partnership con Suzuki “Casamadre” e affida le rinnovate “XR14” ’77 a Gianfranco Bonera ed al giovane Virginio Ferrari; soltanto che mentre la Stagione di Roberto corre abbastanza “liscia”, a metà Stagione la Life Helmets affronta una crisi aziendale che porta il management a chiudere anticipatamente la sponsorizzazione. 

 

Di nuovo con budget dimezzato Alberto Pagani chiude la Stagione a singhiozzo, e di questo ne fanno le spese i due alfieri, con Marco che chiude all’undicesimo posto con 25 punticini in tutto. 

 

L’arrivo dei Castiglioni e la disavventura “LIFE Helmets”

L’anno successivo, il 1978, i due fratelli Castiglioni “tesaurizzano” l’esperienza dell’anno prima e rilevano da Alberto Pagani tutto il materiale, le risorse umane ed il Know How. Pagani esce del tutto dal mondo del Motorsport “diretto” ma rimane vicino a Schiranna in una sorta di “consulenza” molto velata; le Suzuki private in dotazione vengono prima riverniciate in grigio-rosso (tributo d’onore alla MV Agusta) e poi rusticamente riadattate per poter figurare negli annali di statistiche come “Suzuki Cagiva”. 

 

Ma queste sono cronache ed informazioni buone per i collezionisti di stats: quello che invece più mi appartiene di questo periodo è la curiosità – che ancora ricordo – di un bambino che sente parlare sempre più spesso di questo “quasi” suo illustre concittadino  diLa Spezia, evidentemente famoso e il cui nome inizia a diventare pubblico, al punto da diventarmi sempre più familiare. 

 

E detto questo ai tempi in cui il Web era nelle pagine e nelle foto dei giornali e di Motosprint, non era così facile. Ma al di là di tutto la Stagione ’78 di “Start Up” per Cagiva segue il trend poco esemplare di quella precedente, ed il buon Marco – tutto nuovo a sua volta, in livrea di pelle rossa e bianca con scritta gigante “Lucky” dietro la schiena e casco Jeb’s bianco/blu/rosso – non riesce a tornare ai piani alti.

 

Ed evidentemente la “ruggine” generata dal distacco con Gallina non si è ancora estinta se è vero che nel 1979, mentre il Team “Nava Olio Fiat” di Roberto contende a Kenny Roberts – con un grandissimo Virginio Ferrari – le velleità per il Titolo mondiale fino all’ultimo; al contrario Marco si deve “auto-organizzare”: crea ed iscrive un suo proprio Team privato, sempre con Suzuki “Clienti”. Di male in peggio, con il nostro moschettiere spezzino che raggranella undici punticini e finisce paurosamente nella galassia vicina al ventesimo posto di Stagione. 

 

Ma sta per accadere qualcosa, nel 1980. 

 

Perché la “sòla” (termine romano che qui ci sta bene, nell’oggetto del racconto) che tre anni prima aveva colpito Lucchinelli(promesse e premesse dorate, ma tragicomico flop in corso di Stagione) nel passaggio alla “Life” di Pagani, si sta per abbattere sul povero ed incolpevole vice campione 1979, cioè Virginio Ferrari. Lui ha appena litigato con Roberto Gallina per questioni contrattuali su cui forse pesano per entrambi i contraenti i postumi del drammatico incidente subito da Virginio a fine Stagione; e per il 1980 il milanese aderisce ad un progetto onirico ed in fondo mai chiarito davvero nel suo improvviso flop; il famigerato Team Manager Zago non solo buca tutte le promesse fatte al Top Driver italiano (mancanza di Yamaha YZR semi ufficiali, materiale vecchio e staff assolutamente impreparato) ma usa e vincola Virginio per puro interesse personale; in ogni caso il divorzio tra Virginio e Gallina riapre uno spiraglio per il ritorno di Marco al Team di casa: e così nel 1980 Lucchinelli si rifà sotto ai primi della lista. 

 

1981, e Lucky è sul tetto del mondo

Quattro podi (due volte secondo e altrettante terzo) lo mettono faccia a faccia con il temibile duo a stelle e strisce – Kenny Roberts e Randy Mamola – che chiude ai primi due posti iridati; ma, attenzione, Kenny è di fatto il vessillo Yamaha e il Marchio del Diapason gli riserva il meglio della Casa, e Randy è sulla “famosa” Suzuki Heron, team nel quale Barry Sheene comincia a diventare un po’ indigesto allo Staff per le sue modalità da primadonna, e dunque viene abbastanza “ridimensionato” nel suo ruolo di mammasantissima di Hamamatsu contro l’immagine rampante del piccolo vice Iridato texano (ed infatti l’anno successivo maturerà il distacco clamoroso da Suzuki e l’arrivo in Yamaha accanto a Roberts). 

 

Ma questa è un’altra storia: quella che conta in questo 1980 è il ritorno prepotente di Lucchinelli al vertice, tra l’altro guidando una batteria di assi tricolore (Franco Uncini, Graziano Rossi), e questo è il preludio alla Stagione d’oro. Il 1981 è una Stagione dove tutto quel che deve filare liscio semplicemente fila. 

 

Certo, compresa purtroppo la gastroenterite che colpisce “King” Kenny alla vigilia dell’appuntamento di Imola: complice una portata – pare – di pesce non proprio a norma di HCCP, servito la sera del Venerdì in un Ristorante nei pressi della costa Adriatica, diversi commensali e familiari di Kenny presenti accusano dalla notte problemi che per evidenti motivi di bon ton è meglio non specificare; tutto questo porta tuttavia il campione californiano a disertare la partenza della 200 Miglia, che Marco vince a mani basse. In ogni caso, non è che quella disavventura porti chissà quale scompiglio nella Classifica di quel periodo; Marco sta già dilagando alla vigilia di Imola: 73 punti (con tre vittorie e due podi) contro i 64 di Randy Mamola ed i 58 di Roberts. 

Curioso destino, nella seconda metà di Agosto di quel 1981 passo diversi giorni da mia nonna, nella sua casa di Via Sarzana a Migliarina, con tanto di pozzo dell’acqua ed orto sul retro con annesso gabbione delle galline ovaiole. Sono ancora un allievo di Prima Media, ma da Motosprint e Rombo cerco ogni settimana risposte alla mia curiosità.

 

E quel nome – Marco Lucchinelli – sembra ripetersi per le strade cittadine quasi come una eco tipica del territorio: lo sento nei Bar, sui filobus del centro cittadino, o nello “struscio” borghese tra Via Chiodo e Via del Prione, e i circa 14 chilometri che separano il Centro di La Spezia da Piazza Europa a Ceparana (dove ha sede il Team Gallina) sembrano non esistere. Soprattutto da Domenica 16 Agosto del 1981, il giorno dopo Ferragosto e nel pomeriggio dopo Andestorp: in quel momento Marco è Campione del Mondo con tutta la sua Spezia, ed essendo in Svezia (curiosa l’assonanza) oggi penso che avrà trovato fauna in abbondanza per festeggiare………..

 

Lo spezzino volante vola sul tetto del mondo insieme al suo concittadino Team Manager, ma è chiaro che dopo Imola solo Lucky avrebbe potuto fermare “Lucky”. Che dimostrava di essere irresistibile, ma non essendo irreprensibile si trascinava dietro pure parecchia invidia.

 

Eh, già: perché noi italiani – vado a memoria – se a presentarsi sul Podio è uno spilungone britannico scaramantico con Paperino disegnato sul casco, una delle quaranta Gitanes in bocca e una birretta appena scolata (che non fa male, in fondo) ci spelliamo le mani per l’ammirazione; 

se invece un nostro Pilota si dimostra contemporaneamente un talento speciale ma sale sul Podio con in testa il casco rovesciato calato fino alla fronte ed una sigaretta in mano….Apriti cielo!!!  Ma chi è, chi si crede di essere? Stai al posto tuo…….O sbaglio???? 

 

La verità è che Lucky “buca” sia in Pista che in TV e nei Media, e non solo di settore: in breve impone il suo “slang” e le sue battute, il suo modo scanzonato, persino la sua creatività che sfocia nella pubblicazione di alcuni dischi. 

 

Bravo, simpatico e fortunato Lucchinelli : insomma, detestabile?

Quanto basta, secondo me, perché nel Belpaese si finisca per non perdonargli, as usual, il successo: attenzione, non dico che Marco non sia seguito ed apprezzato nella sua impresa mondiale; assolutamente non è così: ma in fondo, molto in fondo, a tanti nasce una sorta di preventiva “accidia” per l’esplosione persino troppo repentina di un nuovo protagonista sulla scena del Motorsport. Per non parlare dell’altro aspetto che la mia memoria da adolescente pieno ricorda benissimo: il famoso passaggio di Marco alla Honda “HRC”, cioè alla massima espressione organizzativa, strategica ed industriale dell’agonismo a due ruote nel mondo. 

 

Il contratto faraonico e il fatto che Tokyo abbia subito potuto opzionare il neo Campione del Mondo genera scalpore non del tutto e non sempre genuino, e il “Marco nostro” per molti comincia a diventare un altolocato Campione che, salendo all’Olimpo, rischia di allontanarsi dalle folle. Senza contare che in Honda, attentissima al mercato statunitense, cresce sempre più prepotentemente la stella di “Fast” Freddie Spencer.

 

Per di più, nel 1982, la sua seconda Gara di Stagione finisce in una mezza tragedia: in piena bagarre con Uncini, all’ultimo Giro nei pressi del “Curvone” Lucky attacca il recanatese per la vittoria ma ad una velocità prossima ai 220 chilometri orari perde il controllo ed esce, come un proiettile, sull’erba in pericolosissima direzione di una collinetta invasa da spettatori. Marco “spancia” a terra ma con quella velocità inizia a ruzzolare e rimbalzare. Scafoide rotto, contusione grave ad un piede ma soprattutto un equilibrio sottile che forse si spezza, senza un necessario perché ma senza neppure riferimenti precisi per “riattaccare” i due fili spezzati. A fine Stagione meglio di cinque quinti posti non fa, il nostro Marco: ottavo posto finale, ultimo degli ufficiali HRC dietro persino a Katayama. Aggiungere di più sarebbe superfluo. 

 

In più, probabilmente, il suo feeling con la “RS 500” tre cilindri di casa Honda non è ottimale come quello con la Suzuki : HRC ha in fondo concepito la sua nuova Due Tempi  per lo stile “a pipistrello” di Freddie Spencer, e il modo ancora classico e lineare di Marco nel tagliare e costruire le traiettorie forse non è così pienamente assecondato.

 

La sua stella sportiva entra un poco in crisi, ma quella mediatica no di certo: pubblica “Stella fortuna”, la sua nuova canzone 45 Giri di fine 1982. Ancora irremovibile nella mia memoria la foto del suo improbabile giubbotto “NAVA” con la stellona gigante al centro del petto. 

 

E certo che nel cono di luce televisivo a paragone suo nessun altro Campione del Motomondiale in Classe Regina – a parte un Barry Sheene diventato tuttavia meno ricercato dai Media – può disturbarlo quanto a mondanità e telegenia: persino Franco Uncini – sempre più leader in Classifica Iridata – continua in quel 1982 a restare quasi anonimo e distaccato. Alla fine di Stagione, l’Italia e Roberto Gallina festeggiano un nuovo Iridato Tricolore – appunto Franco Uncini – ed il “caso Lucky” semplicemente non esiste. 

 

Dopo Uncini, arriva l’epopea a Stelle e Strisce: cala l’ombra su Lucky

Una sorta di tacita e rassegnata accettazione che quell’ottavo posto sia forse la risultante di una aritmetica perversa ma in fondo prevedibile. Come per molti (ma non per me) diventa quasi una logica conseguenza il quasi anonimo 1983: mentre il mondo ed HRC festeggiano il giovane uragano Freddie Spencer (atteso in quel fine anno a cenare a base di Cheeseburger a fianco del divino Soichiro Honda), Marco è praticamente in ombra mediatica a vedere in solitario un grigio settimo posto finale, con un solo Podio (3° posto) in Germania. 

 

Honda chiude i rapporti, e si riapre per Lucky la pista Cagiva, da dove nel frattempo è uscito Virginio Ferrari chiamato da Ago sulla Yamaha. E si apre il 1984: Schiranna ha visto con Jon Ekerold il primo piccolo bagliore mondiale con un arrivo a punti sotto la bandiera a scacchi nel 1983, e Marco è chiamato a proseguire lo sviluppo agonistico di un Marchio che sotto l’aspetto commerciale vive un vero e proprio “boom”: Aletta Rossa 125 è Best Seller in Italia e in diversi mercati europei, arriva la sinergia con Ducati prima per “Alazzurra” e poi per “Elefant”. 

 

Ma sportivamente parlando gli anni dal 1978 all’alba del 1984 sono un disastro, al punto che per due volte, in quell’anno e nel 1985, i Castiglioni sono sul punto di mollare. La nuova mezzo litro da Motomondiale, la 4C3/C7 è un progetto ambizioso: si abbandona il motore quattro in linea derivato Yamaha ed il telaio a tubi in acciaio; arriva un quattro in quadrato a dischi rotanti con fusione destinata a diventare parte stressata di un telaio in tubo quadro e piastre di alluminio: 120 chili e oltre 130 cavalli fanno – sulla carta – della “C7” una ottima debuttante, ma i risultati sono modesti ancor più a confronto della Stagione precedente. Marco inizia ad essere sempre più una appendice cronistica negli articoli e servizi di settore, e solo la presentazione della “C10” nel 1985 riporta un poco di attenzione sull’Elefantino: la nuova creatura da Gara pare davvero un’astronave per la cronistoria produttiva delle mezzo litro di Schiranna, con carenature studiate alla Pininfarina in Galleria del Vento, supporto consulenziale – pare – persino da parte del Cavallino rampante, telaio monoscocca in alluminio tipo “Deltabox” Yamaha e motore V4 lamellare. Minchia!!!! 

 

E soprattutto la nuova coppia terribile: Marco accoglie Virginio Ferrari, “scombussolato” da una Stagione 1984 disastrosa con Ago e la Yamaha Marlboro. 

 

Ma entrambi finiscono nel tritacarne delle critiche dopo fine Agosto 1985 quando Kenny Roberts con la “C10” frantuma il record della pista a Misano. Dimenticando, un po’ tutti, quanto Virginio e Marco siano stati fondamentali per il doppio binario di sviluppo sia della mezzo litro varesina che della nuova creatura “Cagiva-Ducati”, cioè la “750 F1”. Con quella, tra l’altro, Marco vincerà la 200 Miglia di Misano del 1986 e poco dopo la famosa “Battle of The Twin” a Daytona; mentre con la “C10” sarà alla fine del 1985 Campione Italiano di Velocità Classe 500. 

 

Il tutto condito dal simpatico “slang” Yankee dei commentatori che storpiano il suo cognome in “Luci-naelli” e lui stesso che si inventa un motivetto che anche a Daytona ripeteranno in molti: “E alla fine si sono sposati, lei si chiama Cagiva e lui si chiama Ducati”, ed a chiosa di tutto questo mi arriva l’altro, ultimo, ricordo adolescenziale.

 

Vallelunga 1986, con Oscar La Ferla: “Ma dove l’è ‘a Copa????”

Fine Ottobre 1986, ultimo appuntamento di Campionato Italiano Classe 500 e TT1/F1: si corre a Roma, a Vallelunga. Nella Garadella “F1” il Campione di casa è ovviamente Oscar La Ferla su Bimota db1, ma lo squadrone Cagiva e Ducati ufficiale schiera – ancora – Lucky in entrambe le Categorie. 

 

Alla fine della Gara di “F1” ovviamente Marco vince, sulla Ducati 750. In quel tardo pomeriggio preautunnale, sempre luminoso e soleggiato di quaranta anni fa, ricordo come ora la passeggiata dalla tribuna sopra i Box verso il viottolo di ghiaia e terra che porta – tra due file di recinzione – verso il rusticissimo Podio a terra posto di fronte al pubblico che applaude e chiama a pochi metri di distanza i campioni. Marco, foulard annodato al collo e tuta slacciata (quella “nuova” con la figura della penna indiana cucita sulla schiena) ed immancabile berrettino sale sul punto più alto del Podio. A confronto di altezza con il chilometrico Oscar arrivato terzo, sembra essere il romano il vincitore. Per qualche motivo gli Organizzatori tardano nella consegna dei trofei e dopo un attimo di troppo di attesa, Marco esordisce in perfetto spezzino: “Ma dove l’è ‘a copa????” 

 

In quel momento la concittadinanza si fa largo dentro di me e dentro la risata generale suscito un applauso.

Il mio quasi conterraneo, osservato e “simpatizzato” per un intero lustro dal suo Titolo Mondiale fino a quel Podio, non ha davvero smesso di essere sempre e comunque un mago nella simpatia, nella comunicazione e nella voglia di ridere. 

 

E nonostante errori, cadute (una, di dominio pubblico, proprio 35 anni fa) e drammi nella vita di tutti i giorni (tra poco saranno dieci anni da quello – probabilmente – più toccante nel sentimento di Marco), “Lucky” e la sua “Stella Fortuna” non hanno mai smesso di brillare. Ed infatti se cercate recensioni sui suoi momenti “no” qui avete sbagliato lettura. Di lui mi è piaciuto raccontare quel bellissimo “Lustro” tra 1981 e 1986, quello del “mio” Lucky, e mi piace ricordare i suoi Corsi di Guida Sicura al Circuito di Adria.

 

Grazie Marco. Ad una volta, forse mai, quando la sorte potesse per caso farci incontrare per un saluto davanti ad un cartoccio di farinata de “La Pia”, a La Spezia. 

 

In ogni caso, per me e per tanti, rimani sempre insuperabile. Altro che “Cavallo Pazzo”; come recitava il sommo filosofo e Poeta Orazio, parlando di Bolano (un originale e chiacchierone personaggio incontrato tra quei luoghi che poi sarebbero diventati terra del Comune spezzino) io stesso potrei mutuare per Te le sue parole: “Fortunato Te, Bolano, per la tua testa calda!”. 

 

Lo vedi? Era proprio destino, nel tuo caso…..

 

Riccardo Bellumori

ARS U1 Automobili Romane Sport: la piccola in pezzo unico

Questa è una di quelle storie che ti fanno venire voglia di chiedere scusa al mondo dell’auto: così presi dal leggere i numeri di immatricolazione delle Chilometri Zero, e le Ibride, ed i Kilowatt Ora, i protocolli di ricarica, e la CO2 e i noX ed i cazzi e i mazzi…ci dimentichiamo quanta parte della storia dell’auto è fatta di coraggio, passione ed un pizzico di sano azzardo. Eh, ma oggi? 

Oggi se non hai una enciclopedia di carte bollate ed omologazioni per apporre la targa di circolazione alla tua auto, hai in mano semplicemente un pezzo di ferro e plastica coperto da un mare di rate da pagare. 

Sessantacinque anni fa era diverso. Ed oggi Vi racconto di un’auto – sconosciuta anche al sottoscritto fino alla recente presa di contatto – che da esemplare unico frutto della passione di un genio della provincia laziale, è diventata un mito in tutto il mondo (anche se per una elite selezionata di estimatori) ed è anche un monito: un genio circondato da artigiani eccellenti ha tramandato fino ad oggi un gioiellino perfettamente funzionante anche nei suoi 65 anni. Senza tanti bolli, sbatti e pratiche burocratiche. 

Vogliamo provare ad immaginare quante auto attuali – che oggi possono circolare solo dopo la suddetta enciclopedia di bolli, autorizzazioni ed omologazioni – saranno in grado di rimanere giovane per 65 anni come la protagonista della nostra storia?

Io l’ho incontrata la prima volta alla rievocazione del Gran Premio storico di Caracalla, in una Domenica mattina di fine Maggio dentro un clima caldo che invitava a scampagnate e gite fuori Porta. Ma è stato meglio per me essere, con tanti appassionati, alla rievocazione anche per aver incontrato “Lei”.

Chi vuole, arrivato a questo punto del racconto può smettere qui. Perché non gli prometto schede tecniche o misure di passo e carreggiata, come tutti siete ormai viziati a voler sapere prima ancora di decidere se seguire un articolo od un servizio video. Tutti gli altri possono sedersi in file di poltrone simboliche e metaforicamente suddivise in settori: i curiosi da “spy story” – ovvero coloro che ancora si appassionano a scoprire l’esistenza di auto sino a poco prima sconosciute – saranno coinvolti, ed a maggior ragione saranno coinvolti tutti coloro che oltre che appassionati di auto lo sono anche del territorio romano e laziale. 

Perche’ Ars U1 è proprio un sogno nato e cresciuto tra il Centro e la provincia romana; anzi direi che ARS U1 è il ponte di collegamento simbolico tra la tradizione di eccellenza motoristica della Capitale ed il genio tipicamente campagnolo dell’Agro Romano. Carpineto Romano, ad esempio, non puoi die di conoscerlo solo dalla mappa stradale o dalle immagini sul Web. 

Devi poter attraversare i paesi circostanti, partendo dalla Capitale, superando Velletri, Artena, Colleferro, Valmontone, Montelanico affrontando le curve e controcurve della parete dei Lepini che ti porta fino a ridosso della Semprevisa con quella selva poco addomesticabile di Pian della Faggeta.

Io l’ho fatto….Conoscendo posti, persone, mangiando ai “Quattro Fratelli” (il santuario gastronomico del luogo) ed assaggiando gnocchi e ciambella carpinetana. Poi, la vita va un po’ per la sua strada. 

Giulio Pasquale Coluzzi, “Jo’ Ingegnere nostro”

Qui, nella vocazione alla pastorizia e montanara del luogo nasce Giulio Pasquali Coluzzi. Emigra in Sudamerica e diventa Ingegnere. Fa carriera nell’industria meccanica in un Continente in piena crescita tecnologica. In un certo senso fa fortuna, e poi a ridosso del mezzo secolo di vita torna in Italia, a Roma.

Per il suo cinquantesimo compleanno decide di regalarsi un’auto sportiva leggera costruita su misura, dandoci la prima chiave di lettura di questa storia: spazio alla creatività, mentre il branding e la globalità del mondo auto di oggi era all’epoca aria fritta, e chi cercava l’auto speciale poteva persino costruirsela da sé. Anzi, persino meglio: poteva immaginarsela e confezionarsela come regalo da dedicarsi o da dedicare.

E non  che all’epoca mancassero occasioni o possibilità di scegliere, soprattutto per chi era interessato ad una auto sportiva, magari di provenienza “Doc” italiana, entro una cilindrata intorno al litro : Fiat 1200 Coupè, Alfa Romeo Giulietta Sprint, Innocenti 950 Coupè, che anticipavano di poco la famosa “Ferrarina” ASA. Fuori dei confini italiani c’erano Alpine e Matra, persino la Simcaaveva da poco avviato la sua piccola gamma di sportive a firma Abarth. Ed infine se si voleva l’imbarazzo della scelta si poteva entrare nella galassia anglosassone: MG, Triumph, Hillman, Lotus, Marcos, ed altre.

Ma l’Ingegner Pasquali Coluzzi evidentemente desidera altro, vuole evidentemente in una unica macchina “frammenti” di eccellenza sparsi qua e là. 

E di certo ha assimilato bene dal Sudamerica la dimensione “Kit Car” con la quale Europa ed America stanno in quell’epoca popolando il mercato auto locale: con “cellule” automobilistiche provenienti dall’Europa e motorizzate in loco, auto su licenza e produzioni artigianali soprattutto su base VW Maggiolino, anche l’Ingegner Coluzzi si sarà appassionato a quella moda romantica e casareccia del “taglia e cuci”.

Certo, forse pensare che l’unica aspirazione dell’Ingegner Colussi fosse quella di realizzare per sé medesimo una piccola sportiva “tailor made” in pezzo unico potrebbe essere riduttivo: in verità in quel 1962 il distretto “laziale” era praticamente l’unico del Centro Nord (escludiamo Umbria ed Abruzzo settentrionale, all’epoca estranei ad una minima vocazione motoristica) a non avere una icona stradale di riferimento: la sola Toscana, confinante con il Lazio, aveva già ATS ed Ermini, e salendo ovviamente si entrava nel Gotha di Marche, Emilia Romagna, Piemonte e Lombardo-Veneto. 

ARS U1, dentro una Roma anni Sessanta protagonista nell’Automotive

In questo contesto Roma in realtà aveva quasi un ben di Dio nella elaborazione sportiva di auto: Giannini, De Sanctis, oltre alle Scuderie agonistiche di prestigio; per questo era perlomeno paradossale che una galassia di artigiani pronti a sfornare – pezzo per pezzo – una intera autovettura di pregio non avesse per contraltare una reale possibilità di mettere a segno una “stradale” sotto il cielo dell’Urbe. 

Ovviamente io parlo di questo particolare aspetto della idea di Pasquali Coluzzi alla luce del fatto che non l’ho mai conosciuto e che non ho avuto riscontri su una mia personalissima ipotesi: e se questo pezzo unico fosse stato idealmente il numero Zero di una possibile estensione di gamma da commercializzare

A dire il vero che il mercato delle piccole sportive fosse interessato da un vero boom commerciale lo certifica un vero riferimento iconico: persino Enzo Ferrari, infatti, nel presentare al mondo il piccolo motore “854” (850 cc. quattro cilindri e 75 cavalli spremuti da Maranello) nel 1959, dovette ammettere che rimanere fuori da un settore di piccole sportive tra 750 e 1500 cc. era una eresia in un momento di vera e propria esplosione.Possibile che Pasquali Coluzzi non avesse fiutato il possibile affare? 

E possibile poi che Attilio Giannini, uno dei primi riferimenti contattati dall’Ingegnere di Carpineto, non avesse idee ben chiare sulla questione? Guarda caso la Giannini storica era appena fallita nel 1961 e dunque Attilio, separatosi dal fratello Domenico, avrebbe aperto nel 1963 la “Giannini Costruzioni Meccaniche” con un nuovo impianto sulla Tiburtina. Dunque, chi può dire se per questo sogno di Pasquali Coluzzi non fosse ipotizzabile un futuro di piccola serie? Sarebbe stato suggestivo…..Ma tant’è, queste sono solo ipotesi. Addentriamoci meglio dentro l’idea che dalla mente di Pasquali Coluzzi darà vita alla “ARS U1”. Ovviamente l’Ingegnere ideatore si ritaglia un ruolo di coordinatore e di “appaltatore” della sua idea cominciando a cercare il meglio della fornitura e dell’artigianato automobilistico di supporto. 

Carlo Giannini, l’Ingegneria motoristica a Roma

Come “Project Manager” (si direbbe oggi) incarica un uomo di cui si potrebbe – e dovrebbe – scrivere un libro solo a partire da un unico record mondiale: insieme a Pietro Remor, è colui che ha creato negli anni Venti un motore motociclistico SPORTIVO, trasversale a cilindri in linea frontemarcia, dal quale senza timore di smentita sono nate le quattro cilindri giapponesi del primo boom commerciale. Quest’uomo è Carlo Gianini, ingegnere romano che dopo la vicenda della Gilera Rondine si era dato alla consulenza autonoma. La grande competenza avuta proprio sulla Rondine da record di velocità e la grande competenza strutturalepermette a Gianini di disegnare un telaio tubolare a traliccio in acciaio al Cromo – Molibdeno (molto diffuso all’epoca per telai tubolari) e di individuare subito i primi due riferimenti artigianali con cui lavorare: da un lato Rodolfo Patriarca, il “Mago di San Giovanni”, cui commissionare la realizzazione dello stesso telaio nella officina di Via Avezzano; mentre Gianini si affida ad Attilio Giannini per la “cura” del motore. 

Che, per intanto, viene prescelto nel miglior monoblocco possibile nella produzione italiana dell’epoca: è il motore della “Giulietta Sprint”, un quattro in linea da 1290 cc. “quasi quadro” (Alesaggio e corsa sono quasi identici) che di serie ha doppio albero a camme in testa, un carburatore doppio corpo ed arriva a sviluppare con le modifiche fatte al Portello ben 83 cavalli. 

Ma ad Attilio tutto questo non basta, e dunque porta la cilindrata a 1481 cc. lavorando su fasatura, pistoni e sistema di aspirazione e scarico. La potenza sale a quasi 130 cavalli, che per l’epoca sono tantissimi in relazione alla cilindrata. 

Il cambio viene preso dalla Giulietta SS (5 marce) associato ad un differenziale della Lancia Aprilia; ed anche questo è un tocco da intenditore: benchè uscita di produzione nel 1949 Aprilia era un concentrato di raffinatezza; e dunque solo un occhio sopraffino ed esperto poteva ritrovare da quella Lancia un gioiello tecnico come il differenziale, sottile e con guscio in alluminio; progettato per essere solidale alla scocca e per avere i freni entrobordo al fine di ridurre l’inerzia delle masse non sospese) era l’ideale per la creatura di Coluzzi. Su cui però arrivano dischi freni Dunlop, anch’essi una componente top e davvero d’elite. 

Persino lo sterzo viene centellinato e prescelto dalla MG A Twin Cam: di tratta di un sistema di sterzo a cremagliera a regolazione manuale, senza servosterzo. Il suo collegamento meccanico diretto offre una sensazione di guida incredibilmente precisa e comunicativa, sebbene richieda un po’ più di sforzo da parte del guidatore nelle manovre a bassa velocità rispetto ad altri sistemi. 

A chiudere, un volante Nardi removibile, a motivo del fatto che il Coluzzi era piuttosto voluminoso ed alto, il che ha comportato l’esigenza di creare una sorta di “loculo” nella zona pedaliera per avanzarla al massimo.

Una volta preso il motore elaborato da Attilio Giannini, Patriarca lo installa trasversalmente nel telaio a traliccio insieme alle sospensioni ed alle parti meccaniche elencate appena sopra. Questo scheletro deve essere solo “vestito” ed a questo punto arriva il talento dei fratelli Filacchione, Angelo ed Enzo: battilastra “veri” anche nel contesto laziale, erano specializzati nella realizzazione di scocche per piccole monoposto e Sport da Gara. A loro si rivolgono Gianini e Patriarca per ribattere su una maschera il lamierino che costituisce la carrozzeria e che riveste il telaio.

La linea di quella che diventa la “ARS U1” è abbastanza “ispirata”: in senso generale e laterale proprio dalla Giulietta Sprint; il taglio frontale sembra molto vicino alle linee della quasi contemporanea “MG B”, ma certamente l’idea di Coluzzi è di potersi in qualche modo avvicinare alla immagine della Ferrari 250, il must dell’epoca. Curiosi, al posteriore, i fanalini della piccola “Bianchina”.

Il 12 ottobre 1963, tre giorni prima del compleanno di Coluzzi, l’esemplare unico ARS-U1 viene immatricolato con la targa Roma673546. 

Nel corso degli anni, l’auto ha avuto diversi passaggi di mano fino all’attuale proprietario, l’appassionato Marchese Guglielmo Guglielmi delle Rocchette, che ha fatto revisionare e restaurare il motore da Attilio Giannini Jr. ed oggi presenta agli appassionati, nelle occasioni di raduno pubbliche, questo gioiello unico. 

Che ho particolarmente nel cuore, per tanti motivi.

Riccardo Bellumori

 

Nuova BMW iX3 2027: la versione passo lungo

Il Ministero dell’Industria e delle Tecnologie dell’Informazione (MIIT) ha pubblicato ufficialmente i dati relativi al consumo energetico della nuova BMW iX3 nella versione a passo lungo. Il veicolo vanta un’autonomia in modalità esclusivamente elettrica secondo il ciclo CLTC di 919 km, con un consumo energetico di 13,6 kWh/100 km.

La nuova iX3 Long-Wheelbase integra la tecnologia di propulsione elettrica «Neue Klasse» di BMW, basata su un’architettura ad alta tensione da 800 V. Grazie all’utilizzo di batterie cilindriche di grandi dimensioni e alla tecnologia Cell-to-Pack (CTP), il nuovo modello raggiunge un aumento del 20% della densità energetica, un incremento del 30% dell’autonomia e un miglioramento del 30% nell’efficienza di ricarica rispetto al modello precedente.
Il sistema eroga una potenza massima combinata di 351 kW (477 hp). Il veicolo è in grado di recuperare 400 km di autonomia in soli 10 minuti di ricarica rapida. Inoltre, il “Driving Control Super Brain” consente una sincronizzazione a livello di millisecondi tra potenza e telaio.
In termini di design, la iX3 a passo lungo adotta il linguaggio stilistico «New Generation». La parte anteriore presenta una calandra illuminata in 3D e gruppi ottici integrati che creano un effetto «Angel Eye» digitale. Il profilo laterale è stato appositamente studiato per i consumatori cinesi, sostituendo la classica piega di Hofmeister con un «Mirror-Light Corner» esclusivo per il mercato cinese. Il veicolo è dotato di maniglie delle portiere elettriche semi-nascoste con apertura a doppia modalità (elettrica e meccanica) e un meccanismo di ridondanza di sicurezza a triplo livello. Le dimensioni esterne sono 4.885 mm/1.895 mm/1.635 mm (lunghezza/larghezza/altezza), con un passo di 3.005 mm.
La parte posteriore è caratterizzata da fanali posteriori 3D “Feather” e da uno spoiler posteriore ottimizzato. I clienti possono scegliere tra nove colori della carrozzeria, tra cui Mineral White, Polar Day Grey e Flame Red.

INTERNI E TECNOLOGIE

All’interno, l’abitacolo offre quattro combinazioni cromatiche. L’aggiornamento principale è rappresentato dal sistema intelligente BMW Panoramic iDrive, che include un Panoramic Vision Bridge e un Head-Up Display 3D. Grazie alla tecnologia di proiezione a corsa ultracorta, proietta sul parabrezza un’immagine panoramica ad alta definizione 4K di quasi 40 pollici.
La console centrale ospita un touchscreen ad alta definizione da 17,9 pollici inclinato di 17,5 gradi verso il conducente per una migliore ergonomia. Il sistema di infotainment è integrato nell’ecosistema cinese, supporta Huawei HiCar e Apple CarPlay ed è alimentato dal modello linguistico di intelligenza artificiale di Alibaba e dalle capacità di ragionamento di DeepSeek per un controllo vocale e un’interazione potenziati.

Il sistema di guida intelligente è stato sviluppato congiuntamente da BMW e Momenta. Questo sistema di intelligenza artificiale end-to-end utilizza modelli di grandi dimensioni localizzati per coprire tutti gli scenari, comprese le strade urbane e le autostrade, fornendo un cruise control adattivo e un sistema di prevenzione dei pericoli su misura per le complesse condizioni stradali cinesi.
Il sedile del passeggero anteriore è ora dotato di un poggiapiedi regolabile elettricamente. I sedili posteriori sono stati rinforzati e allungati per un migliore supporto ergonomico, integrati da un tetto panoramico integrato con protezione solare. Per il carico, la combinazione dei bagagliai anteriore e posteriore offre un volume massimo espandibile di 1.900 litri.
La nuova BMW iX3 dovrebbe essere messa in prevendita al Salone dell’Auto di Chengdu, con le consegne ufficiali che inizieranno nel quarto trimestre di quest’anno.

Nuova Nissan Leaf Nismo 2026: anteprima

A un anno dal debutto della nuova Nissan Leaf di terza generazione, il marchio ha lanciato la versione Nismo sul proprio mercato di riferimento, il Giappone. Come per quasi tutte le varianti di questo tipo – ad eccezione delle Z e Patrol Nismo, effettivamente potenziate – questa versione non apporta maggiore potenza, ma aggiunge una messa a punto rivisitata del telaio e alcuni componenti estetici che conferiscono un aspetto più sportivo al veicolo elettrico rinnovato.

La configurazione con motore anteriore rimane invariata, così come le prestazioni di 177 CV (130 kW) e 345 Nm di coppia per la B5 Nismo base. La B7 porta questi valori a 218 CV (160 kW) e 355 Nm, anche in questo caso in linea con il modello non Nismo.

Non sono ancora stati resi noti i dati relativi all’autonomia, ma, per completezza, la B5 standard è dotata di una batteria da 55 kWh e può percorrere fino a 521 km secondo la versione giapponese del ciclo WLTP a velocità ridotta (Nissan dichiara fino a 436 km nel ciclo WLTP effettivo a livello mondiale). La B7, dal canto suo, raggiunge fino a 702 km (604 km WLTP) grazie al suo pacco batterie da 75 kWh. L’aggiunta di un kit carrozzeria e di pneumatici più aderenti probabilmente ridurrà tali valori.

Le modifiche sono state incentrate sull’offerta di un’esperienza di guida più agile e reattiva e, a tal fine, la Leaf Nismo è dotata di molle, barre antirollio e boccole selezionate esclusive per una guida più rigida e una risposta dello sterzo più precisa. Gli ammortizzatori a valvola oscillante provenienti dalla X-Trail Nismo, nel frattempo, riducono il rollio iniziale della carrozzeria consentendo al contempo alle sospensioni di rispondere in modo fluido alle variazioni del manto stradale, afferma Nissan.

IL MODELLO SPORTIVO

A queste modifiche si affiancano eleganti cerchi in alluminio Enkei da 19 pollici bicolore, calzati con pneumatici Michelin Pilot Sport 5 ad alta aderenza. Le modalità di guida Standard, Eco e Sport presentano una messa a punto Nismo su misura (la modalità Sport è ora la modalità Nismo, ovviamente), e per la prima volta lo stesso vale per la frenata rigenerativa: queste offrono una frenata più leggera al Livello 1 e una frenata più decisa dai Livelli 2 al 4, nel tentativo di aumentare il coinvolgimento del guidatore.

All’esterno, il nuovo design crossover della Leaf è stato arricchito con minigonne anteriori, laterali e posteriori aggiuntive, rifinite in nero con strisce sottili color Arterial Magma (ovvero rosso); una finitura simile si ritrova anche sugli specchietti retrovisori esterni. Anche i “finitori angolari” su entrambi i lati della presa d’aria presentano alette più grandi per fluidificare il flusso d’aria lungo i fianchi dell’auto, mentre lo spoiler posteriore a coda d’anatra riduce la portanza in combinazione con lo spoiler inferiore a forma di scafo di barca.

INTERNI E MOTORI

All’interno, ritroviamo la consueta combinazione di colori nero e dettagli rossi; questi ultimi includono l’indicatore delle ore 12 sul volante TailorFit rivestito in similpelle, le rifiniture del cruscotto, le cuciture e persino il selettore della modalità di guida. Il display della strumentazione da 12,3 o 14,3 pollici presenta inoltre un indicatore di potenza rosso.

Anche i sedili di serie sono stati rivestiti con pelle traforata rossa e loghi Nismo ricamati. La versione B7 può essere equipaggiata, come optional, con sedili avvolgenti Recaro riscaldati, dotati di regolazione manuale della posizione laterale e reclinabile elettricamente, rivestiti in pelle e pelle scamosciata.

I prezzi della Nissan Leaf Nismo partono da 6.601.100 yen per la versione B5, per arrivare fino a 6.952.000 yen per la B7. I sedili Recaro costano ben 275.000 yen in più, portando il prezzo della B7 a 7.227.000 yen.

Nuova Mercedes-AMG GT 63 Pro 4Matic+: Safety Car 2027

Mercedes-AMG festeggia i tre decenni di fornitura di auto di sicurezza alla Formula 1 con una nuovissima vettura da pista. Al suo debutto nel prossimo Gran Premio d’Ungheria, una Mercedes-AMG GT 63 Pro 4Matic+ modificata sostituirà la AMG GT Black Series di precedente generazione, che ha svolto il proprio ruolo in 51 gare tra il 2022 e il 2026.

Gli appassionati della stella a tre punte potrebbero obiettare che la prossima versione di serie della Concept AMG GT Track Sport sarebbe più adatta a succedere alla Black Series ormai ritirata. Tuttavia, il mostro alimentato da un V8 e dotato di un kit ad alto carico aerodinamico non è ancora stato presentato ufficialmente, lasciando la GT 63 Pro come la versione più performante dell’attuale gamma.

Il punto forte della 14ª safety car di Affalterbach è l’impianto di illuminazione. Anziché montare un ingombrante lightbar sul tetto, Mercedes-AMG ha integrato i LED direttamente in un alettone posteriore attivo personalizzato e in un gruppo di flap, insieme alle telecamere. Il modello è inoltre dotato di luci stroboscopiche a LED regolabili sul paraurti anteriore, nonché all’interno dei fari anteriori e dei fanali posteriori.

Oltre alle luci esclusive, la safety car vanta anche un pacchetto aerodinamico riprogettato rispetto alla Mercedes-AMG GT 63 Pro 4Matic+ da strada che ha debuttato a metà del 2024. Le modifiche includono uno splitter anteriore più pronunciato, canard aerodinamici, il già citato alettone posteriore attivo e pannelli sottoscocca ottimizzati per un miglior flusso d’aria.

LA SAFETY CAR

Per celebrare i 30 anni di partnership iniziata nel 1996, la safety car diretta in Ungheria sfoggia una livrea commemorativa caratterizzata da verniciatura nero intenso, grafiche in pellicola rossa, il marchio dello sponsor CrowdStrike ed emblemi commemorativi sul cofano, sul tetto e sull’alettone posteriore.

La nuova safety car della F1 ha abbandonato la barra luminosa sul tetto per qualcosa di più intelligente
All’interno, il pilota della safety car Bernd Maylander siede su un sedile da corsa Recaro con cintura di sicurezza a sei punti ed è protetto da un roll-bar. L’abitacolo è dotato di un ampio display davanti al passeggero, oltre ad apparecchiature radio e GPS specializzate. Infine, il serbatoio è rifornito con carburante Petronas Primax Pro-Race M2 a 100 ottani, formulato con il 40% di componenti sostenibili, tra cui il 10% di etanolo e il 30% di eFuel.

La safety car non presenta alcun potenziamento delle prestazioni. Sotto il cofano si trova il ben noto V8 biturbo da 4,0 litri, che eroga 604 hp (450 kW / 612 CV) e 850 Nm di coppia. La potenza viene trasmessa tramite un cambio AMG Speedshift MCT a 9 rapporti e il sistema variabile 4Matic+.

Ciò significa che l’AMG GT è la prima safety car a trazione integrale nella storia delle partnership con la FIA. Se vi state chiedendo cosa ne sia stato delle Aston Martin ormai ritirate, la DBX707, dotata di trazione integrale, era una Medical Car, mentre la Vantage Safety Car era a trazione posteriore – come tutti i modelli precedenti di Mercedes.

Come previsto, il modello è dotato di tutti gli optional AMG, tra cui il telaio Active Ride Control, gli imponenti freni in composito ceramico con pinze anteriori a sei pistoncini e i cerchi in lega forgiata con pneumatici Pirelli P Zero R ad alta aderenza.

Nuovo Range Rover GT 2026: Rendering Totale

Questa settimana sono stati pubblicati i primi teaser ufficiali del modello Range Rover più insolito di sempre, che consentono di ammirare tutte le principali caratteristiche del suo design esterno.
Solo pochi giorni fa hanno iniziato a circolare in rete le prime foto spia di prototipi insoliti con un’altezza del tetto insolitamente bassa per il marchio, e inizialmente tutti pensavano che sotto la mimetizzazione si nascondesse il crossover Velar di seconda generazione. Ora però è emerso che la prima generazione dell’elegante SUV con motore a combustione interna rimarrà in produzione ancora per qualche anno. La novità, invece, diventerà il quinto modello del marchio e prenderà il nome di GT.

Come già accennato, si tratta del modello più insolito per l’azienda, quello che più assomiglia a un’autovettura grazie alla sua silhouette tozza. Nel complesso, la forma della carrozzeria ricorda quella di una liftback a causa del tetto inclinato e del lunotto posteriore fortemente inclinato, che arriva fino al bordo del portellone. Per il resto, il design segue l’attuale stile Range Rover, caratterizzato da linee e superfici il più possibile pulite. Nella parte anteriore, il crossover presenta fari orizzontali stretti con una striscia di luci di posizione nella parte inferiore, mentre la calandra è per ora completamente nascosta da una mascheratura: abbiamo raffigurato una variante realizzata nello stile delle future Range Rover e Range Rover Sport elettriche.

Il massiccio paraurti anteriore presenta una coppia di prese d’aria verticali ai lati e una presa d’aria trapezoidale nella parte inferiore. Di profilo si notano le maniglie a scomparsa tradizionali del marchio, la linea del cofano che avvolge i passaruota (come nel modello più piccolo Evoque), le portiere senza telaio e, per la prima volta su una Range Rover, gli specchietti laterali su steli. La parte posteriore ricorda l’attuale Range Rover Sport, tranne per il fatto che il portellone del bagagliaio è ancora più piatto e le luci di posizione sono realizzate sotto forma di linee orizzontali.

Rendering Kolesa.ru

MOTORE E DATI TECNICI

La Range Rover GT è costruita sulla piattaforma EMA, annunciata già nel 2021, con un’architettura elettrica a 800 volt. Inizialmente è stata presentata come auto elettrica, ma in futuro saranno disponibili anche versioni ibride (molto probabilmente con il motore a combustione interna utilizzato esclusivamente come generatore). Il crossover avrà almeno un motore elettrico su ciascun asse, pertanto la trazione integrale sarà di serie già nella versione base. A proposito, gli interni del nuovo modello sono già stati svelati completamente.
La data di presentazione della nuova Range Rover GT non è ancora stata annunciata, tuttavia, considerando lo stato di avanzamento dei lavori, è lecito aspettarsela già nei prossimi mesi.

Il nuovo modello prodotto nello stabilimento JLR di Hale Wood (Inghilterra, contea di Merseyside) insieme ai modelli Evoque e Land Rover Discovery Sport. Nel frattempo, all’inizio di questo mese sono state rese pubbliche nuove foto e dettagli riguardanti il nuovo crossover di grandi dimensioni Freelander 8.

Asta per la prima Ferrari Luce

La Ferrari Luce con il telaio numero 0 sarà messa all’asta il 15 agosto da RM Sotheby’s nell’ambito della Settimana dell’Auto di Monterey (Stati Uniti, California), e il ricavato sarà devoluto in beneficenza.

La Ferrari Luce ha debuttato il 25 maggio: si tratta probabilmente della presentazione automobilistica più clamorosa e, al tempo stesso, più scandalosa del 2026. Il pubblico ha accolto con forte ostilità il design della Luce, molto atipico per una Ferrari, la cui progettazione è stata affidata allo studio californiano LoveFrom sotto la guida di Jony Ive, ideatore dello stile contemporaneo dei gadget Apple.

All’insoddisfazione per il design si aggiunge il prezzo molto elevato: in Europa la Luce costa a partire da 550.000 euro, mentre negli Stati Uniti il prezzo di partenza sarà di circa 645.000 dollari. Allo stesso tempo, le caratteristiche tecniche della Luce sono piuttosto mediocri rispetto alle migliori auto cinesi simili: il gruppo motopropulsore a quattro motori eroga 772 kW (1.050 CV) e 990 Nm, l’accelerazione da 0 a 100 km/h richiede 2,5 s, la velocità massima è di 310 km/h, la capacità della batteria è di 122 kW·h, l’autonomia con una singola ricarica è di 530 km secondo il ciclo WLTP.

Secondo fonti interne, l’accoglienza fredda riservata alla Luce sta influendo negativamente sulle vendite. La Ferrari è costretta a vendere la sua prima auto elettrica letteralmente come “omaggio”: i clienti che hanno ordinato la Luce ricevono in cambio la precedenza nella lista d’attesa per i modelli a benzina più richiesti e l’accesso a auto sportive in edizione limitata. Tuttavia, il vero potenziale di mercato della Luce sarà chiaro solo dopo il primo anno completo di vendite, ovvero nel 2027.

LA PRIMA LUCE

Gli esperti di RM Sotheby’s prevedono che il prezzo della Luce «numero zero» raggiungerà 1 100 000 dollari; l’auto elettrica è stata messa all’asta senza prezzo di riserva, il che significa che troverà comunque un acquirente.

L’esemplare «numero zero» è stato realizzato attraverso il programma di personalizzazione Ferrari Tailor Made. La carrozzeria è verniciata in un esclusivo bianco semilucido Madreperla, sviluppato appositamente per questa vettura, in grado di cambiare sfumature dal verde al viola a seconda dell’intensità e dell’angolo di incidenza della luce. Anche i cerchi, le pinze dei freni e i loghi Ferrari sulle portiere anteriori sono verniciati di bianco.

Gli interni sono rivestiti in pelle metallizzata svizzera Le Mans di colore bianco Perla, della collezione Ferrari Tailor Made. Questa pelle sembra diffondere la luce all’interno dell’abitacolo e amplifica la sensazione di spaziosità. Il bordo del volante e la parte superiore del cruscotto sono rivestiti in pelle di colore grigio Grigio Corvara, anziché nel nero standard. Una targhetta commemorativa ricorderà al proprietario l’unicità di questo esemplare.

I proventi della vendita della Ferrari Luce «zero» saranno destinati a finanziare il fondo di beneficenza The Ferrari Foundation, che sostiene diversi progetti e istituzioni nel campo dell’istruzione, oltre ad aiutare le persone affette da paralisi.

Nuove GWM Ora GT e Sport: Anteprima in Cina

Ora, marchio secondario di GWM, ha svelato in anteprima due nuove versioni dell’Ora 5: la Sport e la GT. L’aggiornamento prevede diverse modifiche estetiche per il crossover disponibile nelle versioni EV, HEV e ICE, tra cui nuove combinazioni di colori e un kit aerodinamico. Sebbene i prezzi non siano ancora stati annunciati, la gamma Ora 5 parte da 69.800 yuan (10.200 USD) in Cina.
L’Ora 5 Sport non presenta grandi cambiamenti all’esterno; la novità più rilevante è la verniciatura bicolore con tetto bianco. Le immagini di anteprima di GWM mostrano anche pinze dei freni rosse, cerchi più grandi e un’unità LiDAR montata sul tetto, una caratteristica attualmente esclusiva delle versioni EV.
L’allestimento GT va oltre con un kit carrozzeria completo, che include uno splitter anteriore, uno spoiler posteriore e minigonne laterali. I dettagli rossi sui cerchi, sui fari, sui freni e sugli elementi aerodinamici completano il look sportivo. Anche la GT nel teaser sembra essere un modello elettrico, come dimostra la presa di ricarica sul parafango anteriore.
GWM non ha fornito molti dettagli sulle modifiche tecniche, e al momento non è noto se le versioni Sport e GT saranno disponibili anche per le Ora 5 con motore a combustione interna (ICE) e ibride (HEV). Non è chiaro nemmeno se le nuove versioni vedranno un aumento di potenza o miglioramenti nella maneggevolezza, e potrebbero rimanere aggiornamenti puramente estetici.
Questo approccio puramente estetico si riscontra anche sulla Funky Cat di Ora, nota anche come Good Cat o semplicemente “Ora 3”. La Funky Cat GT presenta un kit carrozzeria simile, con splitter e spoiler che sporgono dalla carrozzeria, ma non offre alcun potenziamento in termini di potenza o telaio rispetto al modello standard nella versione top di gamma.

DATI TECNICI E MOTORI

L’Ora 5 è disponibile con motorizzazioni EV, HEV e ICE a benzina. Le versioni EV 5 montano un motore anteriore da 150 kW (201 hp). Questo è abbinato a pacchi batterie LFP da 45,3 e 58,3 kWh forniti da SVOLT di GWM, che garantiscono rispettivamente un’autonomia CLTC in modalità EV di 480 e 580 km.
Le versioni termiche della Ora 5 montano un motore da 1,5 litri da 135 kW (181 hp) con turbocompressore a geometria variabile (VGT). È abbinato a un cambio DCT a 7 rapporti. L’auto accelera da 0 a 100 km/h in 8,9 s. La velocità massima è di 190 km/h. Il consumo WLTC è stimato a 6,4 L/100 km.

Le versioni HEV utilizzano un motore turbo da 1,5 litri da 115 kW (154 CV) abbinato a un motore anteriore da 140 kW (188 CV). Sono abbinate a una trasmissione ibrida dedicata a 2 velocità (DHT) che eroga una potenza combinata di 166 kW (223 CV). L’accelerazione da 0 a 100 km/h è di 7,7 secondi e la velocità massima è di 185 km/h. Il consumo WLTC è stimato a 4,5 L/100 km.
L’Ora 5 è il primo veicolo di GWM dotato del sistema operativo Coffee Pilot 3, l’ultimo sistema di guida assistita di livello 2 dell’azienda. È ora in grado di navigare in modalità autopilota (NOA). GWM afferma che l’Ora 5 può percorrere fino a 3 km all’interno di un parcheggio multipiano.
L’azienda sostiene inoltre che l’Ora 5 sarà il veicolo dotato di LiDAR più economico sul mercato cinese.