Home Blog Pagina 3

Nuova Mazda CX-40: il modello che mancava

Se il progetto riceverà il «via libera», nella gamma del marchio questo SUV occuperà evidentemente una nicchia tra il CX-30 e il CX-50.

L’attuale gamma del marchio giapponese Mazda conta oggi numerosi crossover. Ad esempio, in uno dei mercati principali per l’azienda, gli Stati Uniti, sono in vendita il CX-30, il CX-5, il CX-50, il CX-70 e il modello di punta CX-90, mentre in altri paesi sono disponibili anche il CX-3, il CX-6e, il CX-60 e il CX-80. A quanto pare, per questo produttore globale non è ancora finita qui.
Come riporta Autoblog, recentemente è stata presentata all’Ufficio brevetti e marchi degli Stati Uniti una domanda di registrazione di una nuova denominazione: Mazda CX-40. È probabile che il nuovo nome venga assegnato a un SUV che, nella gerarchia del marchio, occuperà una nicchia tra il crossover subcompatto CX-30 e il compatto CX-50, entrambi già presentati.

Per ora non ci sono informazioni ufficiali sulla potenziale novità. Non si sa quale potrebbe essere la piattaforma del crossover, né quali saranno le sue caratteristiche tecniche. Non è da escludere che l’azienda abbia semplicemente deciso di riservarsi i diritti sul nome, sebbene al momento non abbia alcun progetto in corso. È anche possibile che il produttore avvii una campagna teaser in tempi relativamente brevi.

Noleggio auto in Italia!

localrent.com
PUBBLICITÀ

Nella foto: Mazda CX-50 (versione per il mercato americano)
Si ipotizza che la Mazda CX-40 possa avere una carrozzeria in stile coupé, analogamente alla CX-4, che è stata presentata nel 2016, aggiornata nel 2020 e ritirata dal mercato nel 2025. Ricordiamo che era destinata esclusivamente al mercato cinese e che la sua produzione era stata avviata in Cina presso le joint venture FAW Mazda e Changan Mazda.

LA GAMMA SI ALLARGA

Ricordiamo che Mazda ha presentato il crossover subcompatto, denominato CX-30, nel 2019, mentre l’aggiornamento sul mercato americano è avvenuto nel settembre 2025. Secondo i dati del sito gcbc.net, le vendite del modello negli Stati Uniti sono attualmente in calo. Infatti, nel primo trimestre del 2026 i concessionari sono riusciti a vendere 7.898 unità, il 62,4% in meno rispetto al periodo gennaio-marzo dello scorso anno.
A sua volta, il crossover compatto Mazda CX-50, presentato nel novembre 2021 e destinato agli Stati Uniti, ha ricevuto una serie di aggiornamenti nell’estate del 2024. Per questo modello le cose vanno decisamente meglio: nel primo trimestre dell’anno in corso il SUV ha registrato vendite pari a 29.034 unità, il 24,6% in più rispetto ai primi tre mesi del 2025.

Ricordiamo che a metà gennaio 2026 la filiale nordamericana di Mazda ha presentato il SUV “locale” CX-5 di nuova generazione. Qui la “terza” CX-5 è disponibile con un motore a benzina aspirato Skyactiv-G da 2,5 litri, con una potenza massima di 190 CV e una coppia di 252 Nm. È abbinata a un cambio automatico a sei rapporti e alla trazione integrale.

Alex Zanardi: quel messaggio che non ha imparato chi adesso lo celebra

intervista alex zanardi bmw coronavirus italia

Una curva a Monza? Tutto il tracciato brianzolo? Oppure una statua, una sala consiliare del Municipio di Bologna; e tra dieci anni, trascorso il periodo minimo di legge, chi sarà ancora inter vivos vedrà se e quanti appassionati e devoti si ricorderanno di intitolargli vie, vicoli, piazze, parchi cittadini.

Buona coscienza low cost, che arriva sempre a tirarci di impaccio con cerimoniali e coccarde obsoleti, vuoti, persino idioti quando – auspicabilmente – Istituzioni ed opinionisti applicassero anche solo briciole di buon senso per capire davvero come si potrebbe agire per onorare la memoria del ragazzo scomparso.

Non sono passati che pochi giorni dalla dipartita “fisica” di Alex Zanardi, dal saluto estremo che tutto il mondo – appassionati, tifosi, sportivi o meno – ha tributato allo straordinario ragazzo bolognese. 

Ed evito la dicitura sciocca ed abusata di “sfortunato”: quella dicitura dovremmo auto appiopparcela in tanti di noi “normali”, presi e avvinti dalle piccole sfighe e dalle depressioni che non sappiamo mandare via lungo ogni comune giorno che passa senza che ci accorgiamo – arrivati a sera – che quello stesso giorno e probabilmente il seguente lo passeremo con quattro arti, due occhi e due orecchie mediamente funzionanti. In una normalità alla quale siamo talmente abituati da non saperci più riconoscere come dei privilegiati.

Alex sfortunato? Ma che stupidaggine. Lui ci ha fatto capire il contrario: amando e rispettando quella sua nuova, imprevista ed oggettivamente drammatica situazione ha dimostrato al mondo di avere una fortunatissima dote sconosciuta ai più : entusiasmo, competitività e curiosità. 

Non occorre che io Vi recensisca i passaggi che da quell’orribile incidente negli USA del 2001 ad oggi hanno portato Zanardi a vincere la primissima di una serie di pesanti Gare con il destino: la primissima Gara è stata quella combattuta con una avversaria sottile e stronzissima: la depressione.

Come Alex ci ha spesso rivelato, la sua innata curiosità e l’indole competitiva lo hanno messo in grado di costruire dentro di sé il suo primo antagonista epocale: quel “se’ stesso” che se si fosse abbandonato alla frustrazione ed alla passività sarebbe finito per spegnersi prima ancora di morire. 

Quanti di Voi hanno pensato al dolore fisico e morale di Alex nei primi mesi dopo l’incidente? Quanti si sono immaginati la frana intima e corporale avvenuta in un ragazzo che a causa di quello che mancava dal bacino in giù avrebbe dovuto fare sforzi inauditi per “trasformare” il resto del proprio corpo dalla cintura in su? E quanti hanno provato a immaginare sulla propria pelle il peso di tutto quanto consapevolmente Alex sapeva fin da subito essergli diventato proibito?

Per far fronte a tutto questo non basta la spiegazione un po’ troppo dozzinale “Eh, beh! Zanardi era un Campione sportivo, un atleta professionista”. Certo che per dominare in Pista un mostro di monoposto da 700 e più cavalli occorrono preparazione, controllo psicofisico e disciplina; ma dall’incidente in poi Alex ha mostrato molto più del suo spessore atletico e mentale. E lo ha mostrato a se’ stesso ed a tutti noi. Che avendo visto quanto e come ha saputo spremere da quel suo “nuovo” corpo non riusciamo neppure a rispettare, valorizzare e ringraziare il nostro corpo” normale” dal quale riusciamo a ricavare ogni giorno il minimo sindacale.

Diceva un altro atleta famoso ai miei tempi di adolescente, Michele Magarotto, che il corpo non conosce limiti quando lo si allena ma è la mente a stancarsi prima: se è così allora il lavoro che Alex ha imposto alla sua mente per dimenticare limiti, angosce e timori è stato sovrumano come il lavoro cui il nostro campione bolognese ha sottoposto il suo corpo. 

Alex ha raccontato al mondo non la tragedia ma la forza di poterla combattere

E quando la mente ha risposto ad Alex “Tu non sei finito, sei solo cambiato: prova a ripartire” lui aveva già vinto la prima manche e forse neppure ancora se ne era accorto. E forse, soprattutto, non si era accorto che le sue successive vittorie non erano e non sarebbero state solo sue.

Molti hanno già creato iconografie e scontati parallelismi tra due “primi”: Primo Maggio 2026 – scomparsa di Alex – con quel primo Maggio 1994 che portò via Ayrton Senna. Ecco, questo è proprio il primo segnale che chi ha recensito in questo modo un ipotetico accostamento ha capito davvero poco della lezione di Alex. 

Simmetrie se ne potrebbero trovare ma con un altro evento legato al primo giorno di un mese: il primo Agosto di mezzo secolo fa esatto Niki Lauda rischiò di lasciare questa vita; e privato ancora delle condizioni “comuni” di cui godevano i suoi avversari (una vista ancora critica per i danni ad orbite e pupille per il contatto ravvicinato con fiamme e fumo, polmoni e funzionalità renali ancora compromesse per gli stessi motivi, pelle ancora bruciata e con ferite vistosamente sanguinanti addosso alle quali il sudore prodotto dal casco e dall’abbigliamento ignifugo risultavano brucianti come alcool buttato contro una ferita da taglio) tornò a sfidare il  mondo della F1 ed insieme a questa tutto il mondo intero e l’opinione comune che Lauda non ce l’avrebbe fatta. 

Oggi la storia ci insegna che è l’unico atleta al mondo ad aver vinto due mondiali dopo aver ricevuto l’estrema unzione. La lezione del Campione austriaco al mondo fu esemplare così come l’emblema di quella sua battaglia impressa nelle cicatrici e nei veri e propri sfregi disegnati per sempre sul suo volto. 

Sembra diversa ma in realtà è così simbiotica la sfida affrontata da Alex, quel suo corpo “ridisegnato” dall’incidente che mai più lo avrebbe abbandonato. Eppure, sembra incredibile: quel mezzo secolo passato dall’incidente di Niki ad oggi ha trasformato la F1 rendendola progressivamente, ma lentamente, più sicura. Dall’incidente di Alex in America è passato un quarto di secolo. Ma cosa è cambiato davvero intorno e dentro di noi?

Ecco la prima domanda che abbiamo il dovere di farci: dove eravamo e dove siamo rimasti, noi osservatori fisicamente “a norma” rispetto alla rivoluzione silenziosa che Alex ha fatto prestando il suo corpo dentro le decine di record, di chilometri percorsi, di discorsi fatti e di prove superate per non farsi prevaricare da quell’handicap regalatogli dall’incidente? 

Cosa abbiamo recepito delle sue pedalate a braccia, del suo ritorno – tramite BMW – alla guida di auto (ovviamente modificate) anche in pista? E soprattutto: dopo un quarto di secolo, in quante persone con disagio fisico o con limitazioni gravi nell’uso del proprio corpo (congenite od acquisite dopo un accadimento tragico) abbiamo riconosciuto una parte del nostro amato Alex?

O abbiamo preferito fare la inutile e finta manfrina dei compassionevoli spettatori ed osservatori intimamente consapevoli che, tutto sommato, quel che stava toccando ad Alex e che lui affrontava con gioia e sacrificio a noi era del tutto estraneo “ancora”?

Chi di noi, se avesse avuto la ventura di conoscere o frequentare Zanardi in questo suo ultimo quarto di secolo, avrebbe avuto la coscienza ed il riflesso di dire con sincerità:”Grazie Alex: mi hai fatto capire davvero qualcosa di cui mi sono sempre disinteressato, insegnandomi un modo nuovo per affrontare le differenze, le distanze, e persino le fobie e i luoghi comuni”.

Ad ogni metro di strada che Alex ha conquistato nella sua nuova condizione potete pensare che il nostro eroe era accompagnato idealmente da persone che per mille motivi hanno dovuto rassegnarsi a perdere parte del proprio corpo; ed ogni suo record è stato insieme uno stimolo per aumentare lo studio e la progettazione di supporti industriali (veicoli speciali, accessori, contest di Gara) ma allo stesso tempo una vittoria di tantissime persone in silenzio intorno a lui. In silenzio perché messi in ombra dalla cronaca spicciola e dai dibattiti generici in onda sui media. 

La lezione di Alex: chi l’ha davvero capita?

E così le imprese di Alex, ottenute in tempi nei quali molti fisici “a norma” permangono a bivaccare nelle proprie abitudini, le proprie debolezze, le proprie nevrosi, sono diventate semplicemente occasioni buone per una compassione vestita di ammirazione dove tuttavia il confine tra lui e noi diventava sempre più incolmabile. 

Alex si era trasformato, ai nostri occhi, da possibile esempio di rinascita utile come messaggio per tutti a portabandiera di una condizione e di una categoria che a sua volta viene celebrata a singhiozzo ed a calendario in base a Paralimpiadi, eventi, ricorrenze, premi e riconoscimenti.

Ecco: se abbiamo capito la lezione, o se vogliamo capire la lezione che Alex ci ha lasciato, non fermiamoci a quel corredo di cerimoniali e coccarde obsoleti, vuoti, persino idioti. Perché così facendo la nostra buona coscienza Low Cost avrebbe creato un’altra icona vuota, buona solo per gli anniversari. E questo è esattamente quello che Alex ha rifiutato categoricamente: essere “chiuso” in una dimensione a metà tra salotto buono e Casa di riposo. 

Niente Coccodrilli, ma ammirazione vera e gratitudine per essere stato un esempio

Alex ha combattuto un quarto di secolo e pochissimi coccodrilli redazionali, temo pronti da tempo dopo quel suo ultimo tragico incidente di sei anni fa (al quale purtuttavia il suo fisico d’acciaio e la tempra hanno resistito di nuovo) hanno rievocato la lista di record e di imprese sovrumane ottenute dal nostro campione evitando la solita didascalia. 

In pochi hanno scritto che quell’uomo dei record, terminata la possibilità fisica di sfidare le strade, era un poco caduto nell’oblio mediatico nel mentre stava combattendo una nuova gara con il destino maledetto: la gara per non rassegnarsi, quella che con sforzi ancora più sovrumani lo hanno messo davanti al Via dell’ultimo Gran Premio della sua esistenza. Lui ancora in Pole Position, Madama Morte dietro nella Sprint in cui voglio pensare – non avendolo purtroppo mai conosciuto – che il trofeo in lizza era quello di voler tornare alla situazione personale pre incidente a costo di rischiare davvero la pelle. E se le notizie arrivate dalla struttura di riabilitazione di Padova sono quelle che abbiamo letto, forse il malore e’ stato il prezzo pagato ad una sfida davvero sovrumana, l’ultima.

Ma io qui non sono chiamato a rinnovare quei coccodrilli o a celebrare le gesta del Campione fino in fondo. Sono qui a dire, certo, che nelle decine di drammi fisici ed interiori che nei decenni hanno pagato gli eroi dello sport automobilistico Alex ha dimostrato l’unicità di voler restare, dopo il suo dramma fisico, al centro dell’attenzione con un impegno straordinario ed unico. Sono qui a ringraziarlo, come ringrazio Clay, Wayne, e persino Filippo Preziosi, per avermi fatto compagnia fino ad oggi testimoniando che un corpo risponde alla volontà se questa sa essere forte. E sono qui a vergognarmi ed a chiedere scusa a tutti coloro che, per mille motivi, sono nella impossibilità di essere – come sono ora io mentre scrivo – degni delle due braccia con mani a dieci dita e delle due gambe che sono capace di usare per una condizione minimale rispetto a quello che ha saputo dimostrare Alex con il suo “nuovo” corpo. 

Sono a chiedere scusa per le volte in cui non ho dato un aiuto, una parola di conforto, per le volte in cui posso persino aver ignorato il dovere civico di lasciare accessibili gli spazi urbanistici per i quali sono costretti a passare coloro che hanno avuto un danno fisico.

Non ho pulito la mia coscienza, ma almeno dopo la scomparsa di Alex quel senso di sconfitta e di vergogna velata mi accompagnerà come spero accompagnerà tanti altri: la lezione di Alex, quella più universale, è doppia: ci ha descritto con prove concrete che le vere menomazioni le hanno dentro la propria coscienza tanti individui “a norma” come me; e ci ha lasciato come testamento ideale che una parte di lui è in ognuna delle persone che continua a conquistare il movimento anche senza le gambe, o che continua a voler guardare e sentire intorno il mondo pur senza la vista comune, o che cerca di rappresentare la realtà pur con l’impossibilità di creare con le mani. 

Ora, se la lezione di Alex l’hanno imparata i comuni mortali, la preghiera e il monito passa direttamente alle Istituzioni.

Ogni volta che in Italia o in Europa una carrozzina continuerà a non poter passare da un ascensore o ad avere limitazioni di accesso dentro un Condominio di Superbonus, di fotovoltaico e di wallbox di ricarica, quella volta la memoria di Alex sarà stata dimenticata;

ogni volta che una carrozzina dovrà attendere decine di minuti in più per poter salire su mezzi pubblici a gomma o ferro dotati di passerella, Alex sarà stato disatteso.

Ogni volta che la mobilità o la libertà di affrontare il mondo sarà limitata non dalla condizione fisica ma dagli ostacoli creati da individui fisicamente “a norma” la lezione di Alex sarà stata dimenticata. 

Ad Alex non dedichiamo curve od autodromi, soltanto: dedichiamo fondi alla ricerca medica, ai presidi sanitari necessari ai meno fortunati; dedichiamo città a misura di chi non è fortunato; dedichiamo strutture sanitarie accessibili senza doverle chiudere per limiti di bilancio. Ecco che così facendo Alex Zanardi continuerà a vincere attraverso noi stessi. E qui ed ora da parte mia, dico: grazie Alex. Lo sfortunato ero e sono io. Tu sei l’eroe buono.

Riccardo Bellumori

 

Nuova BMW M3 elettrica: ultime notizie

La futura BMW M3 a trazione completamente elettrica sarà affiancata da una versione a benzina, e secondo quanto riportato da Autocar, quando entrambi i modelli saranno in vendita, i prezzi di questa coppia ad alte prestazioni si aggireranno «più o meno sulla stessa fascia».

“Ovviamente non convinceremo il 100% del target degli appassionati di motori a benzina ad acquistare una BMW M3 completamente elettrica. Ma su 100 persone che la provano, riusciremo a convincerne alcune. E per tutti gli altri, continueremo a fornire motori a combustione. La buona notizia è che, dal punto di vista dei prezzi, si tratta di una fascia di prezzo simile”, ha affermato Sylvia Neubauer, vicepresidente vendite, clienti e marchio di BMW M.

Tra la versione elettrica a batteria e quella a benzina della prossima M3 ci saranno “differenze funzionali che porteranno a un design diverso in alcune aree dell’auto”, ma i due modelli appariranno come “gemelli”, ha detto Neubauer.

DATI TECNICI E MOTORI

Il marchio ad alte prestazioni non punterà specificamente a acquirenti diversi per le versioni a benzina e a batteria della prossima M3, ha affermato Neubauer. “Si tratta principalmente di un target ad alte prestazioni. Ma all’interno di quel target ad alte prestazioni, ci sono coloro che hanno una mentalità più progressista e orientata al tutto elettrico e quelli che sono irriducibili appassionati di motori a combustione interna che rimarranno per sempre su un veicolo a motore termico”, ha affermato.

I modelli M a batteria di BMW debutteranno “a partire dal 2027”, come già dichiarato in precedenza dal costruttore. Tutti i modelli BEV di BMW M avranno un’unità di trazione elettrica per ciascuna ruota, per un totale di quattro motori di trazione. Questi motori sono disposti in parallelo, ciascuno dei quali eroga potenza a un cambio per ruota.

Come per le attuali auto M con motore a combustione interna, l’asse anteriore può essere “completamente disaccoppiato” per ottenere di fatto una configurazione a trazione posteriore, secondo BMW M. Prima del debutto della BMW i3 del 2026, il costruttore aveva rivelato che la versione M avrebbe erogato un megawatt, ovvero 1.360 CV.

Anche Mercedes ci ripensa e torna ai tasti fisici

L’eccesso di schermi touch e pulsanti ha decisamente stancato molti clienti Mercedes-Benz. L’azienda promette di rimediare, ma a causa dei lunghi cicli di progettazione e sviluppo non ci si può aspettare un miglioramento rapido dell’ergonomia.

Già nel febbraio dello scorso anno il capo designer di Mercedes-Benz, Gorden Wagener, ha ammesso che i grandi schermi touchscreen sono diventati un luogo comune e non sono più un metro di misura della coolness, ma è decisamente impossibile liberarsene. A dicembre Gorden Wagener è stato licenziato, il posto di capo designer è stato occupato da Bastian Baudi, e ora è emerso che è comunque possibile fare marcia indietro sulla mania dei touchscreen — non subito, non completamente, ma comunque.

Il responsabile delle vendite di Mercedes-Benz, Matthias Geisen, in una recente intervista alla rivista britannica Autocar ha dichiarato che l’azienda continuerà a utilizzare schermi di grandi dimensioni nelle proprie auto, ma li integrerà con un maggior numero di pulsanti fisici, poiché i clienti lo richiedono con insistenza. La Volkswagen ha già intrapreso questa strada (nelle berline ID.3 Neo e ID. Polo i pulsanti fisici sono diventati notevolmente più numerosi), ma l’azienda Mercedes-Benz potrebbe aver bisogno di alcuni anni per il ritorno di massa dei pulsanti fisici negli abitacoli delle proprie auto, poiché attualmente è nel pieno dell’implementazione dell’ultima generazione di pannelli touchscreen (tra cui MBUX Hyperscreen e MBUX Superscreen) e dello sviluppo del sistema operativo MB. OS.

LA SCELTA

L’allontanamento di Gorden Wagener, a cui alla fine sono stati attribuiti tutti i peccati per il design fallimentare di tutti gli ultimi modelli Mercedes-Benz, ha aperto all’azienda una finestra di opportunità per i cambiamenti, ma bisogna capire che Mercedes-Benz non è Chery, né Geely, che possono rinnovare completamente ogni anno gli interni dei loro modelli chiave. Le aziende di tipo occidentale raramente impiegano meno di tre anni per lo sviluppo di novità; il prossimo ciclo evolutivo degli interni Mercedes è in fase iniziale di preparazione, quindi nei prossimi due o tre anni i clienti Mercedes-Benz dovranno pazientare e continuare a utilizzare l’eredità di Gorden Wagener. Oppure passare alla concorrenza, dove per molti la situazione in termini di design ed ergonomia non è migliore.
Un buon esempio da seguire in termini di ergonomia sono i modelli moderni di Hyundai e Genesis, ma è improbabile che i clienti Mercedes-Benz si riversino su di essi per una ventina di pulsanti in più.

La futura auto elettrica Ferrari Luce offrirà una visione ancora più interessante dell’equilibrio tra interfacce digitali e analogiche: i designer Mercedes-Benz dovrebbero prestare particolare attenzione a questa novità.

Mercedes-Benz Classe S
Aggiungiamo che il problema degli interni moderni delle Mercedes-Benz non risiede solo nei pulsanti touch, ma anche nella totale uniformità: le nuovissime Mercedes-Benz GLC e Mercedes-Benz Classe C elettriche non si differenziano praticamente in nulla l’una dall’altra dal posto di guida. Anche le differenze negli interni degli altri modelli Mercedes-Benz più recenti vanno cercate con la lente d’ingrandimento; l’effetto novità sta svanendo e questo, per usare un eufemismo, non favorisce le vendite. Pertanto, l’aggiunta di tasti fisici dovrebbe andare di pari passo con una chiara differenziazione visiva degli interni Mercedes-Benz, almeno in base ai confini delle classi. Ciò che c’è ora, in questo senso, non va bene, ovunque è in sostanza la stessa cosa.

Nuova Kia XCeed 2026: Restyling in Anteprima

Kia XCeed torna in campo con un nuovo look: foto ufficiali
Kia ha annunciato il restyling del SUV XCeed. Il modello è stato profondamente rinnovato sia all’esterno che all’interno. Il costruttore non ha ancora fornito informazioni sulle specifiche tecniche.
Prepariamo tutti i documenti “chiavi in mano”. Garanzie e costi sono fissati nel contratto.
Nella gamma Kia, la Ceed hatchback e station wagon è stata sostituita dalla famiglia globale K4. La produzione della «quattro porte» avviene nello stabilimento in Messico; nella maggior parte dei paesi sono disponibili la versione a quattro porte e la hatchback, mentre in Europa la Kia K4 è disponibile come hatchback e station wagon. Nel frattempo, la Kia Ceed, ormai quasi alla fine della sua carriera, è stata a suo tempo la base per un SUV chiamato XCeed: la versione crossover con carrozzeria originale è stata sviluppata principalmente per l’Europa, e la sua produzione è stata avviata nel 2019 in Slovacchia. Ebbene, ora è emerso che il SUV non ha alcuna intenzione di andare in pensione! Oggi la divisione “vecchia Europa” di Kia ha diffuso le immagini della XCeed restylizzata. Ricordiamo inoltre che si tratta del secondo restyling per il modello: il precedente è stato effettuato nel 2022. Ma questa volta l’aggiornamento è risultato molto più ampio.

LO STILE AFFILATO

L’estetica della Kia XCeed è stata adeguata all’attuale stile del marchio. La cinque porte ha ricevuto blocchi di fari verticali e fanali posteriori a forma di zanne; sono stati inoltre sostituiti i paraurti e la griglia del radiatore, mentre sono comparsi cerchi dal nuovo design.

Le dimensioni della Kia XCeed restyling non sono state rese note. La lunghezza del modello pre-restyling è di 4395 mm, la larghezza di 1826 mm, l’altezza, a seconda dell’allestimento, di 1483 o 1495 mm, il passo di 2650 mm.

Anche gli interni sono stati ridisegnati. All’interno ci sono un nuovo cruscotto e un nuovo pannello di controllo del climatizzatore. Al posto del quadro strumenti separato e del tablet del sistema multimediale è stato installato un display unico (ogni schermo ha una diagonale di 12,3 pollici). Per la Kia XCeed è stato promesso anche un equipaggiamento migliorato, ma per ora non ci sono dettagli.

DATI TECNICI E MOTORI

L’azienda non ha fornito dettagli nemmeno sulla tecnologia, limitandosi a sottolineare che, come il precedente SUV, la XCeed con il nuovo design sarà disponibile con motori a benzina e nella versione ibrida «mild». Il crossover pre-rinnovamento è attualmente disponibile con un motore turbo a tre cilindri 1.0 T-GDI (115 CV) e un motore turbo a quattro cilindri 1.6 T-GDI (150 o 180 CV). Il motore base è abbinato a un cambio manuale a sei marce, mentre il secondo è abbinato a un cambio automatico a sette marce. La XCeed con motore 1.0 T-GDI può avere un sistema ibrido leggero a 48 volt, in questo caso il SUV è equipaggiato anche con il cambio automatico. In precedenza esisteva anche una versione ibrida ricaricabile PHEV completa, basata sul motore aspirato 1.6 GDI, ma è stata eliminata dalla gamma da tempo. La trazione è in ogni caso esclusivamente anteriore.

Come il modello attuale la Kia XCeed rinnovata per l’Europa sarà prodotta in Slovacchia. Questo crossover dovrebbe arrivare sul mercato entro la fine dell’anno in corso.

Nuovo Nissan XTerra sfida Ford Bronco

Sono passati cinque anni da quando Ford ha riportato in auge il Bronco per sfidare la Jeep Wrangler, e solo due da quando Toyota ha rinnovato completamente la sesta generazione del 4Runner.

Nissan ha deciso di entrare in gioco. L’azienda sta preparando il proprio SUV robusto con telaio separato dalla carrozzeria e, per farlo, sta riportando in auge il nome Xterra. La versione di serie potrebbe assomigliare molto a quella che vedete qui.

Nelle ultime settimane Nissan ha pubblicato un paio di teaser che anticipano l’Xterra, e le cose sembrano promettenti. Il primo si concentrava sulla parte anteriore. Un cofano scolpito, la scritta Nissan sovradimensionata sulla griglia (il Bronco fa più o meno lo stesso), gruppi ottici separati e luci di guida a LED sotto di essi.

Quel primo teaser ha fornito a Nikita Chuyko di Kolesa.ru abbastanza spunti su cui lavorare, e il rendering risultante sembra azzeccato. L’artista ha vestito la Xterra con un paraurti inferiore oscurato con una piastra di protezione argentata sotto, conferendole un’autentica atmosfera fuoristrada.

Rendering Kolesa.ru

LO STILE BOXY

Con due teaser, Nissan ha già mostrato più di quanto riescano a fare la maggior parte delle anteprime.

Una seconda immagine, pubblicata su LinkedIn dalla stessa Nissan, mostra il SUV di profilo. Questi rendering lo mostrano con un’ampia altezza da terra, montanti e tetto neri, ruote e pneumatici fuoristrada e un look complessivamente molto accattivante. Sebbene non abbiamo ancora un’idea chiara di come sarà la parte posteriore della Xterra, queste illustrazioni la mostrano con un portellone posteriore ad apertura laterale, ganci di traino prominenti, luci a LED e un portaruota di scorta.

Il nuovo Nissan XTerra poggerà su una nuova piattaforma body-on-frame che Nissan intende estendere a diversi futuri modelli di SUV. Sono confermate due opzioni V6, una convenzionale e una ibrida, che dovrebbero fornirle la potenza necessaria per competere alla pari con un Bronco o un Wrangler. Il cambio manuale non sembra rientrare nei piani, il che è un peccato, ma non è certo una sorpresa vista la direzione presa dal segmento.

Senza dubbio, la chiave del fascino dell’Xterra sarà il prezzo. L’amministratore delegato di Nissan Americas, Christian Meunier, ha confermato che il prezzo di partenza sarà inferiore a 40.000 dollari. Questo colloca l’Xterra al fianco di un Bronco che parte da 40.495 dollari nella versione Base e di un Wrangler a cinque porte da 39.040 dollari, mentre è più economico del Toyota 4Runner, che parte da 41.870 dollari.

Titania Veltro, Fausto, Franco Scaglione e la pasta e fagioli: una favola moderna e reale

Questa storia potrebbe partire da qui: seconda metà di Ottobre del 2023 a Chivasso, una città bellissima che fino ad allora non avevo mai conosciuto: le sue strade acciottolate, i corsi pedonali, i portici a colonnate, le piazze a sampietrino ristrutturare finemente come le pareti dei palazzi, questa cittadina nel suo centro storico rinnova la fisionomia medievale ma “nasconde” la vocazione industriale che ancora dà segno di sé nell’impianto storico (ed in dismissione) della Lancia e nel perimetro industriale che reca intorno aree che hanno fatto la storia: Castagneto Po e San Raffaele Cimena, tanto per dirne alcune.

Ci ero arrivato – a Chivasso – non so neppure io come, ma sapevo perché: due mesi prima di quell’Ottobre una mia ricerca via Web sulla “Intermeccanica” (Marchio sconosciuto ai più, anche se parte della storia automobilistica più bella d’Italia) mi aveva portato a conoscere a distanza Fausto; la sua parentesi professionale e di amicizia personale con Frank Reisner mi aveva suggestionato, perché mai fino a quel momento avevo sentito parlare in quel modo così diretto della vicenda di quel Marchio artigianale e mai avevo avuto la fortuna di conoscere aneddoti anche personali sui suoi protagonisti.

Passai due settimane di Agosto, in quell’anno, a parlare via telefono tra Roma ed il profondo Nord come se Fausto mi conoscesse da anni e dandomi confidenza e disponibilità di tempo. 

Lui era così, un fiume di ricordi ed aneddoti: unica regola proposta da parte sua, le telefonate dalle 20/20,30 di sera quando il clima rinfrescava quel tanto per consentire una chiacchierata piacevole; ma il fiume di ricordi di cui si affollava la telefonata mi aveva abituato persino a tenere un’Agenda per poter approfondire la sera dopo quel che non ero riuscito ad assimilare la volta prima. 

A volte, lo confesso, nelle prime telefonate avevo un sorta di suggestione sul provare a ritenere molti racconti frutto della fantasia, ma poi mi sono dovuto ricredere: “Roberta Wood Spa”, “Eurostyle” ed Ivo Barison, le vecchie aree della “Intermeccanica” nella parentesi italiana del Marchio; persino la vecchia officina di Via Bologna a Torino divisa con il fratello con cui divideva anche un appartamento in affitto a Stupinigi.

E così avevo conosciuto molto più di un Signore poco più che ottantenne che aveva da svelarmi una storia; stavo dialogando con un Atlante imprenditoriale e di vita: Fausto partito da Terralba, imbarcato da Cagliari sulla “Eleonora d’Arborea” nel 1959 con una sacca piena di tre mutande, alcuni calzettoni, due camicie, un maglione e mille Lire in tasca per andare a lavorare in un Centro Porsche a Francoforte; 

Fausto “Steinkopf” (testa di pietra) tornato a Torino che incontra nientemeno che Lino Bosco, il re della plastica in Italia, affrontando una nuova vita professionale a San Raffaele Cimena (all’attuale numero 41 della Via di Chivasso); e che non si ferma certo la’.

Perchè l’auto per Fausto è più di un destino, è un vero e proprio Karma: e lui ci si tuffa senza salvagente nella impresa, folle e favolosa, di rivitalizzare e riportare a nuovi fasti una “Carrozzeria”; ma non una “Carrozzeria” convenzionale (di quelle che ti riparano il bozzo sulla Fiat “Punto” con la pezza di Sintofere spazzolata di carta abrasiva) ma una vera e propria factory di realizzazione carrozzerie speciali come tutte quelle che provenienti dalla cinta periferica di Torino hanno contribuito a rendere più bello il mondo auto collaborando fino alla seconda metà degli anni Settanta con le Firme di Stile iconiche (Pininfarina, Bertone, Zagato, Vignale, Scaglietti, Ghia, etc..) prima che CAD/CAM e progressione delle modalità industriali automatizzate (e prevalenza delle piattaforme a chassis monoscocca in luogo delle strutture tubolari saldate a mano) cancellassero dal panorama decine di piccole botteghe, di battilastra e di artigiani storici. 

Fausto inizia a collaborare con una Carrozzeria – situata nei pressi del Capolinea della storica Stazione “Sassi-Superga” – nata pochi anni prima nel novero delle attività di una famiglia di Costruttori ed Architetti di Torino (quella dei Goia), e comincia di nuovo ad occuparsi di Automotive ma davvero a grandissimi livelli.

Dalla terra al mare, il moderno Argonauta Fausto vive mille vite

Ma non finisce qui: dalla metà degli anni Settanta arrivano nuove sfide, con l’ingresso in una nuova realtà – la STAIN – con cui Fausto inizia dagli appalti di grandi opere (un treno monorotaia, una funicolare, tra gli altri) ma soprattutto inizia la leggenda di quel cantiere dove si realizzano scafi filanti e giganti che spuntano tra gli alberi e le colline di San Raffaele Cimena; un caso quasi unico che ancora oggi tanti residenti ricordano come una delle particolarità e delle attrazioni del luogo. E STAIN non è una storia marginale nel mondo della motonautica. Il Cantiere che ha riportato alla vittoria per la prima volta nelle traversate agonistiche internazionali i motori Diesel Isotta Fraschini e che ha duellato con i grandi armatori europei e statunitensi. Fausto ed i Trofei, Fausto ed Achilli Motors, e Americanino Jeans; e Ballabio, Panatta, Ickx. 

E quel Gp di Montecarlo seguito come ospite dello Yacht di Lee Iacocca insieme ad Alejandro De Tomaso. Di personaggi eccellenti, compreso Alberto di Monaco e Stefano Casiraghi, Fausto ne ha conosciuti a iosa.

Tutto merito della sua energia inesauribile, quella di un uomo definito scherzosamente da una giornalista di una rivista di nautica “un Pastore andato a male”, perché con la sua ostinazione di vivere avventure così lontane dalle sue radici territoriali aveva sfidato anche le convenzioni e un destino forse scontato.

Un amore per l’innovazione ma anche per la classicità: mai convinto dalle fibre composite, era rimasto fedele al caro vecchio pannello di alluminio rivettato ed al fiberglass, anche quando dovette stare tutta una notte in rada con la mano a tappare – con l’acqua di mare fino alle ginocchia – un improvviso distacco – a causa proprio dei rivetti ribelli – di un pannello di alluminio dalla parte di coda di un suo scafo in attesa dei meccanici arrivati per la riparazione.

Fausto e la notorietà: conoscere il “Jet Set” ma rimanere con i piedi per terra

E qui questa storia potrebbe – a questo punto – svelare il nuovo palcoscenico nel quale si è svolto il suo “secondo tempo”: un piccolo ma accogliente e ben tenuto ingresso/salone con una bella vista sul chiostrino interno di una palazzina storica, mentre una meravigliosa gatta bianchissima e a pelo folto, discreta ma curiosissima, fa la staffetta tra la casa del dirimpettaio e quel salone grattando caparbia alla porta di ingresso felice come non mai che intorno alla una di notte vi siano persone sveglie intorno a lei ; 

al centro della scena due tazze di camomilla giustamente fumante, mentre in quel fine Ottobre 2023 il clima a Chivasso è ancora tiepido ma tutto intorno non si sente volare una mosca. Una delle cose che rendono questa città un posto unico.

Scenario ideale, tra le 22 e l’una di notte passata per due persone in perfetto lavoro di squadra: Fausto seduto beatamente sul divanetto, a collezionare ed a ricostruire ricordi; il sottoscritto su un tavolo davanti al suo narratore, a prendere appunti e ricostruire un mondo di storie ben intrecciate tra loro. Un ricordo che non svanirà mai dalla mente. Perché mai nella vita mi era capitato e mai più si sarebbe ripetuto, di poter conoscere e registrare storie da favola raccontate da una delle persone più alla mano e cordiali del mondo, dote trasferita a tutta la sua famiglia, cioè alla figlia ed al nipotino.

La narrazione prende a tal punto Fausto da fargli dimenticare la TV, di cui è consumatore assiduo, tanto per lui sono importanti e suggestive le cose da riportare in luce nella sua memoria. 

E quella che tra le altre storie mi ha colpito tantissimo è l’unica con la quale, non potendo fare altro, vorrei ricordare Fausto e tentare di onorarne la memoria perché oggi non c’è più; per tutte le altre decine – forse centinaia – di storie ed avventure rocambolesche, invece, credo sia mio dovere rimanere in silenzio e cullare dentro di me finchè sarà possibile il racconto di un mondo che solo persone elette avrebbero potuto, come Fausto, vivere da protagonisti.

Ma la storia di “Titania Veltro” al Salone di Torino 1966 è troppo bella per non essere replicata come è stata raccontata da lui. E perché anche solo quella storia compie oggi 60 anni.

Dalla plastica ai battilastra, Fausto compie l’impossibile per la “Titania”

Siamo ormai nel 1965 / 1966: Franco Scaglione (che in questo anno celebra simbolicamente 110 anni) ha ormai chiuso il suo rapporto con Bertone ed ha iniziato a lavorare in forma autonoma, avvalendosi ovviamente della catena di supporto artigianale delle Officine e carrozzerie del perimetro forse più rinomato del mondo, cioè quello torinese; così facendo ha cominciato da tre anni prima a raccogliere commesse da parte di Marchi e Costruttori di taglio medio piccolo o da veri e propri Outsiders, e non a caso la sue prime commesse da libero professionista sono di rango: Abarth Carrera su base Porsche 356 e la giapponese “Prince Motor” per la quale, affiancato in Italia dall’Ingegner Inoue (inviato dal Reparto Tecnico della Capogruppo Nissan) Scaglione aveva realizzato la “Skyline 1900” coadiuvato dalla Carrozzeria “Giovanni Raniero” di Orbassano.

Poi, collaborando con il geniale Stanguellini aveva realizzato a Modena un prototipo da record di velocità motorizzato Guzzi; ma i tre nomi “pesanti” che avevano già incrociato il suo nuovo percorso professionale erano stati ovviamente quello della A.T.S., della Lamborghini e della “Intermeccanica”.

Ma proprio quel prototipo Stanguellini, insieme ai prototipi Abarth da record di velocità (a loro volta) avevano messo in luce una delle doti straordinarie di Scaglione: il saper “vestire” un’auto come se le sue estensioni (struttura motore, abitacolo interno, sospensioni, ruote, scarico) fossero arti e zone corporee umane da far “respirare” e muovere. E tutto questo nelle piccolissime taglie e cilindrate metteva Scaglione in risalto rispetto a tutti per la enorme cultura tecnica (studi in Ingegneria ed aerodinamici), per la variegata capacità manuale e creativa (era stato anche un abile designer di sartoria) e per la curiosità con cui cercava sempre di essere aggiornato sulle nuove tendenze.

Il suo genio creativo (seppur dalla carriera segnata da grandi addii, incomprensioni, e rapporti difficili con le Firme di Design per le quali ha prestato il suo talento) lo rendono decisamente versatile nella fase “pratica” di realizzazione e lavorazione / modellazione delle forme di auto che crea: addirittura nel corso della industrializzazione della Alfa Romeo “33 Stradale” nel 1967 sarà anche responsabile per conto del Marchio di Arese della formazione delle maestranze sulla sagomatura del “duralluminio” che compone la carrozzeria della berlinetta del Biscione; motivo per il quale la ricerca dei siti dove porre in opera le sue opere di stile viene gestita da Scaglione secondo parametri e criteri che mettono ai primi posti la capacità di interazione e la sinergia con il Carrozziere di turno, e la condivisione anche ideale dell’obbiettivo finale da conseguire; 

per questo, partendo la mattina presto dalla sua dimora torinese vicino a Via Osasco, il Maestro non si sottrae alla possibilità, piuttosto frequente, di permanere ore ed ore (quasi sino a fine giornata) dentro i Capannoni ad interagire con le maestranze per guidare e modificare in corso d’opera ogni sua realizzazione. E così accade anche nell’incrocio professionale della Carrozzeria in cui è entrato Fausto. Di fronte ad un Maestro interprete e precursore di linee e modelli che davvero lasciano ancora oggi a bocca aperta quale è appunto Scaglione, l’intraprendente ragazzo di Terralba non ha limiti né remore ad offrire tutta la sua capacità, flessibilità professionale e persino dedizione personale: c’è di sicuro una profonda alchimia tra l’artigiano ed il Maestro; e tra due persone all’inseguimento congiunto di un obbiettivo ambizioso deve crearsi proprio questa alchimia, devono insomma “piacersi”.

E di certo, in ogni racconto, il nostro simpatico ed anziano eroe non faceva mistero di ritenere Scaglione il più grande Disegnatore d’auto di tutti i tempi. Per Fausto si trattava di venerazione, superiore a qualunque sacrificio e impegno da offrire.

Fausto è sicuramente affascinato dalla visione quasi onirica di Scaglione, in fatto di stile e definizione formale, ed il Maestro di certo coglie ed apprezza nel suo appassionato collaboratore la grande capacità di saper tradurre in concreto ogni sua visione. Alchimia e – possiamo dire – amicizia.

Salone di Torino 1966, Scaglione e l’impresa impossibile

Di fatto nel racconto di Fausto la “paternità” realizzativa di Intermeccanica – che in molti hanno sbandierato e che a quanto pare è citata anche nel libro “The Prancing Bull – Intermeccanica” – viene molto mitigata: la fattura realizzativa di “Titania Veltro” non è neppure tutta di Fausto e della sua piccola Carrozzeria ma di una interazione tra abilità artigianali diffuse nel territorio torinese. 

In caso contrario il piccolo miracolo manifatturiero di Scaglione – leggero, filante, piccolo, onirico – avrebbe persino avuto difficoltà ad essere realizzato concretamente: parliamo di una “cellula” essenziale basilare in tubolare e piccole piastre in cui le “estensioni” sono una prova di magia artigianale di maestri battitori che per rendere tutto più rigido senza aggiungere peso utilizzano un metodo caro alla gloriosa “Carrozzeria Touring”; il lamierino – sia di acciaio che di alluminio – viene sagomato e “ripiegato” internamente su se stesso in modo da creare delle scatolature che simulano la rigidità dei tubolari senza però averne il peso legato al classico spessore tipico di tubi tondi e quadri per uso automobilistico. 

Pensate solo per un attimo allo sforzo umano e creativo necessario a moltiplicare per tutta la struttura finita di “Titania Veltro” un lavoro nel quale – se consentite – è presente un vero e proprio monoscocca…..”innervato” di traliccio tubolare e scatolature in cui anche la carrozzeria – di acciaio o di alluminio – diventa elemento stressato insieme al telaio 

Già: perché Titania Veltro GTT era prevista, nella idea di Scaglione, in due versioni: una versione “custom” con struttura e carrozzeria in acciaio – più pesante ma anche più “gestibile” nell’utilizzo stradale – ed una versione “Superleggera” ovvero “Racing” (probabilmente per derivate da usare in Pista) con struttura totale in duralluminio più leggera di circa settanta chili e motore potenziato a ben cento cavalli. Peccato davvero che di quell’unico prototipo si siano perse le tracce, e che neppure Fausto avesse la pur minima idea di dove si fosse cacciato in tutti questi anni.

Purtroppo la unicità del prototipo e la fine del programma “Titania” dopo questo ha impedito la realizzazione di tante ipotesi successive: e non si dica che l’idea di Scaglione di una piccola serie stradale e da competizione della “Titania” non aveva avuto favori ed interessamenti importanti.

Titania anticipava i tempi della crisi energetica

Si, perché ad esempio il motore previsto – il piccolo V4 da 1.500 cc. della Ford Cortina/Anglia con 95 Cv – era arrivato a Scaglione direttamente preparato dalla Ford UK: un motore leggendario a sua volta, quello che aveva causato il “Golpe bianco” dei tecnici Saab che nel 1966 volarono da Trollhattan a Desenzano del Garda con una “96” nella quale una volta espiantato il motore 2 Tempi fu testato sul lungolago quel motore. Ma anche un motore straordinariamente piccolo per le prestazioni promesse in 200 chilometri orari di velocità massima, scelto tra l’altro perché la “V” tra i cilindri consentiva di tratteggiare la quota del cofano motore a misure più basse di un “quattro” in linea; e considerando che l’unico Boxer posto anteriormente con il quale Scaglione aveva avuto ottima esperienza sino ad allora (il bicilidrico Panhard da 850 cc.) era evidentemente sottodimensionato: sia chiaro, non perché il sottoscritto voglia insinuare che il bicilindrico francese fosse una opzione, ma perché anche la meno famosa “Panhard Coupè Bertone” del 1954 richiama il criterio di massima leggerezza e massima efficienza dinamica legata a piccole motorizzazioni.

 

Ebbene, oggi possiamo dire che la capacità onirica di Scaglione anticipò di molto un trend di mercato che stava prendendo piede (il pubblico giovane che preferiva piccole sportive dalla cilindrata più europea) ingigantito da inizio anni Settanta a causa della crisi energetica: inutile dire che quella “Titania Veltro” in quel momento avrebbe potuto fare un vero “boom” nelle scelte del pubblico che sempre più si sarebbe rivolto a sportive con piccoli motori per far fronte alla crisi petrolifera.

Chi ha reso possibile la “Titania Veltro”?

Nel rapporto professionale tra Fausto e Scaglione si crea davvero una sinergia quasi unica e difficilmente ripetibile dato il carattereriservato, schivo e l’approccio comunicativo decisamente asciutto del Maestro; soprattutto il Designer è un vulcano in perenne attività magmatica e nell’apparente silenzio e contemplazione dell’opera “in fieri” si riserva continuamente mille piccole o grandi modifiche in corso d’opera alle quali il Carrozziere di turno deve rassegnarsi ad aderire per non accendere conflitti, ed in tutto questo Fausto è il partner ideale per il genio naturalizzato toscano: calmo, positivo, dinamico, intuitivo ed incoraggiante. 

Difficile ottenere di più da una collaborazione. Insieme a Scaglione il nostro giovane animatore della Carrozzeria rilevata in quel di Superga ritrova il piacere della manifattura d’arte e di prestigio esclusivo, e non di meno si compiace come un vero scultore della opera che sta nascendo, mettendoci “del suo” modellando come possibile le lamiere ed allestendo il prototipo. 

 

Tutto questo, in poche righe, è il terreno di coltura della celebre, affascinante e pur ancora misteriosa “Titania Veltro GTT” realizzata in esemplare unico che i nostri due partner professionali avviano dalla Primavera del 1966: già solo il suo nome rappresenta l’allegoria dell’ideale e del momento rivoluzionario nel quale è immerso in quel momento Franco Scaglione, e tuttavia rappresenta anche un esempio di innovazione estrema in ambito progettuale per quell’epoca. 

 

Partiamo dal nome: Titania è la protagonista di una opera teatrale di Shakespeare, “Sogno di una notte di mezza estate” ove rappresenta la moglie di Oberon e la Regina delle Fate, mentre il termine “Veltro” richiama la figura del veloce levriero cacciatore ma soprattutto la allegoria dantesca, che richiama virtù divine ed ultraterrene. 

 

E probabilmente questa berlinetta ha davvero doti soprannaturali, dato che è in grado di raggiungere i quasi 200 Km/h di punta velocistica: non è certo l’unica prerogativa di una “Concept” a tal punto significativa ed importante per Scaglione da implicare nelle prospettive l’ipotesi che il Maestro possa fondare un suo proprio Marchio artigianale di costruzione per lanciarne sul mercato una piccola serie, con due tipologie costruttive di carrozzeria previste per la commercializzazione: una pelle di acciaio per la serie stradale ed una in alluminio e manganese per una eventuale versione “Racing”. 

 

E probabilmente in un settore di nicchia tra le diverse berlinette italiane, inglesi e francesi non superiori ai 1.600 cc. il profilo prestigioso e la manifattura eccellente della filante nuova arrivata avrebbe avuto un buon successo. 

 

Ma nel racconto di Fausto trapela anche altro: è umanamente impossibile comprimere in pochi mesi di studio tutto il repertorio di genialità racchiuso dentro la Titania, e questo vuol dire che questo prototipo sarebbe potuto essere il manifesto culturale e sinottico del Maestro Scaglione: il suo paradigma per declinare in modo popolare l’elite tecnologica pensabile all’epoca per una sportiva stradale. Probabilmente il Maestro custodiva nel cuore e nell’intento da diversi anni quella creatura così straordinaria, la sua “Titania”, e a vederla dal vivo si restava davvero impressionati.

 

Titania Veltro protagonista al Salone di Torino 1966

Fausto copre ogni esigenza tecnica e manuale per conto del suo prestigioso committente, avventurandosi in un supporto artigianale a 360 gradi, affiancando Scaglione in tanti passaggi realizzativi della “Titania”, trattata davvero come la regina dell’opera di Shakespeare. 

Certo, data anche la novità ed originalità della creazione il workflow è tutt’altro che semplice e convenzionale, e dunque le settimane scorrono veloci in direzione del palcoscenico naturale scelto per la “prima” della Titania Veltro: il 48° Salone dell’Auto di Torino previsto in apertura dal 3 Novembre di quel 1966 e fino al 13 dello stesso mese.

 

In quello stesso periodo la neonata “Intermeccanica” è a sua volta in cerca di nuovi sbocchi di mercato e di liquidità perché l’esperienza con la “Apollo” è diventata un bagno di sangue; e Frank Reisner ha urgente bisogno di incassare e nel frattempo di smaltire decine di telai disegnati e realizzati da lui che tuttavia sono tornati indietro nella insolvenza dei produttori della “Apollo”; ecco perché è difficile ammettere che all’epoca della “Titania Veltro” la Intermeccanica fosse operativa al 100% con Scaglione anche per questo prototipo.

 

Da Reisner escono, tra la fine del 1965 ed il 1967 : la versione Shooting Brake della Ford Mustang, la sfortunatissima serie “Griffith GT 600” (disegnata in origine da John Crosthwaite e ritoccata da Scaglione) poi diventata “Omega” dopo che SteweWilder rileva il fallimento (ampiamente annunciato) di Griffith e sbologna senza molta cura il rapporto con Reisner lasciando il povero Ingegnere ungherese con quasi cento telai della Apollo doverosamente modificati per la “GT 600” e con un buco di bilancio persino peggiorato. 

Dopodichè arriva il momento di “Lynx” mentre Scaglione dopo Titania è “full” nell’impegno con Alfa Romeo 33 Stradale realizzata presso le strutture Autodelta. 

 

Ma questo è solo per spiegare l’intreccio nel quale il “trigono” simbolico tra Scaglione, Reisner/Intermeccanica, e Fausto si reinventa proprio in quel progetto di “Titania Veltro” dove quest’ultimo è di fatto la spalla di Scaglione per la preparazione del prototipo per il palcoscenico deciso dal Maestro di stile: Salone di Torino, 48° Edizione, 1966.

 

Una vetrina importante, un calendario che si avvicina settimana dopo settimana e giorno dopo giorno e che, dato anche il perfezionismo probabilmente persino eccessivo – sebbene necessario – di cui i due sono entrambi pervasi, porta ad un “rush finale” memorabile e faticosissimo per Fausto; anche perché la posizione espositiva scelta in un “mix” tra maggiore visibilità globale del prototipo e costi di esposizione più ridotti (in effetti Titania Veltro non ha un suo Stand ma è posizionata in quel Salone dentro una Sala attigua all’ingresso ufficiale all’Expo dove sono presenti alcuni altre auto) porta nella suggestione dei due protagonisti – Fausto e il maestro Scaglione – una certa ansia: 

 

poco prima dell’apertura ufficiale dell’evento fieristico i due vengono infatti a sapere che a pochissima distanza dalla “Titania Veltro” sarà tenuto il discorso di apertura del Presidente della Repubblica Saragat insiema al Sindaco di Torino ed a Rodolfo Biscaretti (Presidente del Salone) con una sovrapposizione di telecamere RAI e di riprese fotografiche nelle quali – è presumibile – la Concept di Scaglione sarebbe finita sotto i riflettori.

 

Nella sua vita e carriera trascorsa, durante i momenti difficili o durante impegni straordinari, Fausto non aveva avuto certo problemi a saltare spesso pasti e riposo: ma in occasione del debutto della “Titania Veltro GTT” a Torino il Maestro lo coinvolge in un extra sforzo che sfocia in una maratona lavorativa più unica che rara anche per quell’ambiente; dal 31 Ottobre sera, praticamente, fino alla apertura della kermesse torinese (alle ore 11,00 di mattina del 3 Novembre 1966) Fausto lavora senza sosta,e senza mangiare né dormire negli ultimi due giorni. 

 

 

L’impegno del titolare della Carrozzeria – nei pressi di Superga – verso Scaglione è totale ma prezioso, visto che come detto il Maestro in quel periodo è davvero autonomo e privo di ogni supporto organizzativo tipico delle “firme” per le quali lavorava di solito: ed in mancanza di un Marchio Costruttore committente che si sarebbe in caso fatto onere delle operazioni logistiche necessarie, è Fausto ad occuparsi di tutto.

 

Dal carico e trasporto del prototipo in Fiera, alla ultimazione dei particolari e delle lavorazioni necessarie, al posizionamento ed allestimento dell’auto passando persino per un supporto nel layout e configurazione dello spazio espositivo riservato alla creazione del Maestro in mezzo agli altri Marchi presenti nel Salone. 

Spazio che appunto viene riservato alla “Titania” praticamente all’ingresso del Salone, quasi ad accogliere i visitatori e dominare la scena, ed a voler apparire non certo una “Maquette” a dimensione reale ma una vera auto funzionante e completa in ogni dettaglio.

 

Non solo Titania, non solo Auto: le mille avventure di Fausto, “testa di pietra”

Fausto in fondo sente forse la “Titania” come una sua figlia, anche per il tempo passato a veder manipolare pazientemente quelle lastre di metallo che avvolgono una carrozzeria che pare uscita da un’altra dimensione, e tutta la cura spesa sui particolari di un prototipo dalla linea onirica ed impareggiabile: tutto questo impegno e sforzo viene ripagato in termini di apprezzamenti e di commenti autorevoli ed entusiastici rivolti da un lato al genio di Scaglione; ma dall’altro destinati, senza darlo a vedere e senza evidentemente pretendere di condividere il palcoscenico, anche al supporto di manodopera e di capacità artigianale di chi materialmente ha plasmato materiali e superfici per dar vita a quel gioiello a quattro ruote. 

 

Ma esiste davvero un premio speciale per lui, giunto al 3 Novembre 1966 (dove tutto è compiuto e sta per alzarsi il sipario sul 48° Salone di Torino in quel giovedì di un tardo autunno torinese) quando il nostro giovane Fausto intorno alle otto di mattina raggiunge rapidamente casa per cambiarsi prima di tornare nei saloni espositivi.

 

Nonostante la stanchezza infatti non vuole assolutamente mancare alla prima della anche sua creatura. In vista della apertura ufficiale prevista per le 10,30 Fausto guida di fretta verso casa ed abbraccia forte la sua Rita come se non la avesse vista da mesi; è stanco, un poco infreddolito e frastornato ma sempre, incrollabilmente, sorridente. Dalla sera prima lo attendeva un pentolone di profumata e croccante pasta e fagioli, ma saltata anche quella occasione di cena, il nostro eroe prende tutto il paiolo e seduto sul divano – ancora con gli abiti da lavoro – ne divora letteralmente metà contenuto per poi infilarsi subito sotto la doccia, cambiarsi e ripartire di nuovo – dopo un veloce caffèlatte – per stare vicino a quella “Titania Veltro GTT” che anche grazie a lui vivrà di luce riflessa in quel Salone.

Anche in questo, senza saperlo, Fausto è protagonista di un primato e di un evento storico straordinario: nella carriera autonoma, ed ultima, di Scaglione dopo essere uscito dalla “Bertone”, quella “Titania Veltro GTT” è l’unica realizzazione in proprio del Maestro, cioè l’unica che non gli sia stata commissionata da un terzo Costruttore. 

Artefice e coadiutore di quell’opera prima ed unica, dunque, e’ancora una volta il nostro “Argonauta” moderno, che certamente non si è ancora stancato di viaggiare ed esplorare.

 

Le sue narrazioni non finirono infatti davanti a quella camomilla fumante, nel saloncino di Chivasso: in pochi giorni Fausto mi ha regalato un repertorio da leggenda lungo 15 anni, ed altrettanti lo avrebbero atteso da metà anni Settanta ad inizio anni Novanta quando anche l’impresa di STAIN e “Victory” passano di mano chiudendo anche la parabola “nautica” di questo nostro eroe.

 

E gli unici due cenni di ringraziamento – da parte mia – per aver conosciuto così tanta storia unica e spesso sottotraccia sono in due piccoli gesti che ricordo con piacere di aver fatto di mia intenzione: aver fatto incontrare Fausto con Tommaso, l’Art Director di “Plastic Flowers” che ha mandato in scena a Teatro la vicenda di quell’impero della plastica a San Raffaele Cimena; e di aver ritrovato con un po’ di ricerca sul Web uno dei libri in originale a cui Fausto teneva di più: “L’Era dei Magnati”, del 1956. Glielo ho fatto arrivare in segreto, come sorpresa, via Corriere espresso da una piccola biblioteca che ancora lo conservava. Era il minimo che potessi fare all’epoca, per ringraziare lui e la scenografia di un gioiello cittadino come è Chivasso. 

 

Ma quello che Fausto ha saputo regalare a me ed a tutti coloro che lo hanno affiancato od incrociato, è stato invece straordinario ed impagabile. Compreso quello che ha potuto fare fin dall’inizio della carriera di un nipotino oggi diventato a sua volta leggenda: Francesco Pecco Bagnaia.

 

(In memoria e ricordo commosso di Fausto Atzori, una straordinaria leggenda in incognito)

 

Riccardo Bellumori

Non crederai al prezzo di questo tuning di Mercedes Classe G

Nel panorama automobilistico di Dubai, dove vige il motto «niente ha successo come l’eccesso», le auto di lusso sono ovunque e persino le modifiche in stile Mansory non sono una rarità, ci vuole qualcosa di veramente straordinario per distinguersi. Ma si può tranquillamente affermare che MetaGarage ci sia riuscita, e che nel frattempo potrebbe persino aver dato qualche spunto a Mercedes.
Abbiamo già visto molti SUV Classe G modificati, ma ciò che distingue davvero la M Monogram G 3.0 Iconic è la sua enorme griglia retrò.

Larga quanto alta, la griglia domina il muso della G e cambia completamente l’intero aspetto di questo veicolo utilitario altrimenti squadrato.

LO STILE ESTREMO

Il fondatore di MetaGarage, il russo Alexey Gashkov, afferma che la G 3.0 Iconic si ispira a una station wagon carrozzata in esemplare unico degli anni ’50, realizzata da Binz su base Mercedes 300 C per un ricco cliente americano. Ma è anche difficile non pensare alla concept car Vision Iconic coupé che Mercedes ha svelato nel 2025.

Se riuscite a distogliere lo sguardo da quel muso, potreste notare le luci diurne a forma di stella prese in prestito dalle ultime autovetture Mercedes, il paraurti inferiore dall’aspetto fantascientifico e le minigonne laterali in stile industriale.
Strisce cromate rifiniscono la parte inferiore dei paraurti anteriori e posteriori, ci sono i badge MetaGarage M Monogram – la cui somiglianza con il logo Maybach potrebbe far alzare qualche sopracciglio a Stoccarda – e il tutto poggia su larghi cerchi a sei razze.

Sui social di MetaGarage ci sono immagini di un paio di Iconic diverse, una delle quali è completamente nera, lasciando che l’enorme griglia cromata sia protagonista. L’altra, vestita di nero su bianco e con una griglia nera, è ancora più accattivante nel suo insieme, anche se la sua griglia nera è (leggermente) meno appariscente.

L’azienda dichiara di essere disposta a costruire 50 esemplari di queste G-Wagon senza freni, con prezzi a partire da 700.000 dollari, anche se non dubitiamo che le richieste di personalizzazione di alcuni acquirenti faranno lievitare il totale.