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Nuova Lotus Eletre X: Dati Tecnici

Lotus ha reso noti ulteriori dettagli sulla sua nuova Eletre X ibrida plug-in in occasione dell’avvio delle vendite nell’Europa continentale.

Il super-SUV, precedentemente disponibile solo in versione elettrica, sarà offerto sia nell’allestimento top di gamma H1000 che in una nuova variante più economica, la H550.

Le sigle corrispondono approssimativamente alla potenza erogata. Entrambe le versioni montano il propulsore X-Hybrid con trazione integrale a doppio motore e un motore turbo a quattro cilindri da 2,0 litri che funge essenzialmente da generatore. Quest’ultimo ha un’efficienza termica dichiarata del 46% ed è accoppiato a un motore elettrico starter-generatore da 204 CV (150 kW) – il più potente della sua categoria, secondo Lotus.

Le potenze dichiarate sono di 550 CV (405 kW) e 935 Nm per la H550, che le consentono di passare da 0 a 100 km/h in 4,9 secondi, raggiungendo una velocità massima di 210 km/h. L’H1000, d’altra parte, eroga una potenza francamente assurda di 952 CV (700 kW) – anche se la coppia rimane stranamente la stessa – e completa lo sprint da 0 a 100 km/h in soli 3,3 secondi, raggiungendo i 200 km/h in 11 secondi. La velocità massima è di poco superiore, a 230 km/h.

MOTORE E DATI TECNICI

Come riportato in precedenza, la Lotus Eletre X è dotata di una batteria NMC da 70 kWh, più grande di quella di molte auto elettriche dedicate, che porta a un’autonomia WLTP stimata fino a 350 km; presumiamo che questa cifra si riferisca alla H550, mentre la H1000 è ovviamente meno efficiente. Con un serbatoio da 52 litri e un consumo combinato inferiore a 7,0 litri per 100 km, l’auto ha un’autonomia totale dichiarata fino a 1.200 km.

La ricarica è un altro ambito in cui la X eccelle. Costruita su un’architettura elettrica a 900 volt, supporta una ricarica rapida in corrente continua fino a 436 kW. Con un caricatore da 350 kW, sarà in grado di ricaricarsi dal 20 all’80% (un benchmark strano, lo so) in soli nove minuti; tuttavia, accetta solo fino a 11 kW di ricarica in corrente alternata, impiegando 7,2 ore per una ricarica completa.

Come per l’Eletre elettrica, la X è dotata di una suite di tecnologie del telaio per mantenere un minimo di maneggevolezza tipica di Lotus, nonostante i pesi a vuoto molto poco Lotus (2.550 kg per la H550, 2.615 kg per la H1000). Si ha a disposizione una sospensione pneumatica a doppia camera supportata da ammortizzatori adattivi a doppia valvola e stabilizzazione attiva del rollio a 48 volt, insieme a pneumatici Pirelli P Zero 5 LTS su misura e freni Brembo con pinze anteriori a sei pistoncini.

E sebbene la X sia certamente pesante, Lotus afferma di aver lavorato per alleggerire il telaio, il sistema di trazione elettrica e la piastra di base della batteria. Ciò compensa il gruppo motopropulsore più pesante e rende l’auto fino a 120 kg più leggera della Eletre elettrica più potente, la 900.

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La Fiat Panda firmata Seat diventava Papamobile

Dal 6 al 9 giugno prossimi, Papa Leone XIV visiterà la Spagna in occasione del suo viaggio apostolico: sarà la prima volta che il Sommo Pontefice di origine nordamericana (e, sebbene non sia di madrelingua spagnola, parla lo spagnolo grazie ai suoi decenni di servizio in Perù) metterà piede nel nostro Paese. E, anche se non ci credi, il Vaticano e il mondo dei motori in Spagna hanno scritto una pagina curiosa tempo fa.

Per questo torniamo indietro al 1982, un anno ricordato tra le altre cose per i mondiali di calcio… e proprio di stadi di calcio parla questa storia. Tra il 31 ottobre e il 9 novembre 1982 arrivò nientemeno che Giovanni Paolo II, uno dei papi più longevi e che continua a essere molto ricordato nella mente e nella fede di molti cattolici in Spagna.

Tuttavia, a due settimane dall’inizio del viaggio si trovarono di fronte a un “piccolo problema” logistico. L’idea era quella di entrare sia al Santiago Bernabéu che al Camp Nou affinché Giovanni Paolo II potesse salutare i suoi fedeli. Il problema era che la Papamobile abituale, basata su una Range Rover, non entrava dai cancelli e dai corridoi degli stadi e avevano 15 giorni per trovare un’alternativa, altrimenti si sarebbe dovuto modificare un momento chiave dell’itinerario della visita del Papa dove si sarebbero radunate più di 120.000 persone.

La soluzione sarebbe arrivata grazie a SEAT. In quel momento SEAT si stava preparando alla battaglia legale con FIAT (a seguito dell’accusa degli italiani secondo cui la Ronda era un plagio della Ritmo), un momento cruciale che segnò la storia dell’azienda di Martorell. Proprio nel suo centro tecnico stava prendendo forma la prima Ibiza, quindi a occuparsi di questa urgenza fu lo stabilimento di Zona Franca, dove già da alcuni anni si produceva la Panda.

La Panda si adattava perfettamente alle esigenze, trasformando un modello in modo artigianale: divenne un pick-up, furono eliminati i finestrini laterali, il parabrezza divenne ribaltabile (allo stile delle Jeep 4×4) e fu dotata di una piattaforma posteriore affinché Giovanni Paolo II potesse salutare in piedi i suoi fedeli – oltre che di alcune barre imbottite a cui aggrapparsi durante il viaggio. Il Papa saliva da dietro, salendo su una piattaforma come quelle che vediamo su alcuni autobus.

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SEAT Panda Papamobile
Molti componenti provenivano dalla Panda Marbella lanciata quello stesso anno.
C’erano diversi aspetti curiosi, dato che i passaruota allargati, la calandra, il volante, la console centrale e le maniglie provenivano dalla Panda Marbella, l’edizione lanciata quell’anno e che già anticipava la futura SEAT Marbella, come fu conosciuta dal 1986 in poi. I sedili anteriori erano privi di poggiatesta e i copricerchi delle ruote provenivano da una SEAT Ronda Crono 1600, a dimostrazione di come, grazie al proprio ingegno, SEAT sia stata in grado di improvvisare una Papamobile compatta, comoda e funzionale per le folle nei due principali stadi di calcio della Spagna.

IL MODELLO ICONA

Né il motore, né il cambio, né il resto della meccanica furono modificati e non c’era alcuna differenza in termini di prestazioni rispetto alla SEAT Panda convenzionale che si poteva acquistare per «quattro soldi» a metà del 1982. Di fatto, non era nemmeno blindata, un aspetto importante dato che Giovanni Paolo II aveva subito un attentato nel maggio dell’anno precedente da parte di Mehmet Ali Ağca che, per fortuna, fallì nel suo intento.
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Grazie a quanto realizzato in appena due settimane nella Zona Franca, il 3 novembre Giovanni Paolo II poté avvicinarsi ai suoi fedeli al Santiago Bernabéu e quattro giorni dopo, il 7 novembre, al Camp Nou, per una messa affollatissima. In un’occasione o nell’altra, da allora tutti i Papi tranne Francesco hanno visitato la Spagna almeno una volta, essendo quella di Leone XIV la prima da quando Benedetto XVI ha riunito una moltitudine di giovani alla Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid nell’estate del 2011 – ma solo uno lo ha fatto con una Papamobile ‘Made in Spain’.

La Panda Papamobile è ancora in vita e in perfetto stato di conservazione. Si trova nella collezione SEAT Históricos, situata proprio nella Zona Franca, dove sono conservate 375 auto, di cui 240 custodite nel capannone A-122. La verniciatura bianca originale è rimasta quella di allora, e gli pneumatici sono l’unica cosa che è stata sostituita dopo quasi 43 anni.

Puma Automobili: quel sogno romano in Kit di montaggio

Nessuno fa caso ad un capannone, circondato da nuove case, nella zona che è vicina a “Casal Monastero”, alla periferia Nord Est della Capitale. Qui per un po’ di tempo i residenti di quella che era un’area di nuova espansione edilizia avranno pensato di trovarsi nel set di un film. 

Perché da qui – una delle tre sedi storiche della “Puma Automobili” – venivano assemblate, spedite o vendute delle piccole meraviglie che il mondo aveva però imparato a conoscere e che si erano fatte una ottima e brillante pubblicità attraverso i film. In verità mi ricordavo anche una Sede a Via Tiburtina chilometro 18,300 all’altezza di Settecamini, ma mi riprometto di scavare più a fondo nella mia memoria. 

Ma non è questo quello che conta: quello che a me fa ancora oggi davvero meraviglia è che a metà degli anni Ottanta praticamente tutti i Costruttori auto italiani avevano propri Agenti che contrattavano ogni giorno presso Cinecittà o presso le Case di Produzione (De Laurentis, Cecchi Gori, etc…) la possibilità di far apparire propri modelli di auto nei film in uscita. 

Era diventata una abitudine, e quando andavi al Cinema (le fiction TV erano ancora patrimonio del Sudamerica con le Telenovelas, in Italia era un fenomeno lontano ancora anni luce, per fortuna….) ormai sembrava naturale vedere Panda, Uno, Ritmo, Lancia Delta, Alfa 75, persino Maserati Biturbo e Ferrari Testarossa; ma negli anni ’70 solo un ancora ragazzo molto lungimirante e geniale aveva avuto l’intuizione di moltiplicare l’effetto promozionale del cinema anche sulle sue realizzazioni.

Un’altra delle intuizioni innovative e non convenzionali del papà della Puma: Adriano Gatto, il giovane esponente di una famiglia dedicata all’arredamento che un bel giorno, negli USA, arriva per una breve vacanza con amici e si innamora di una cosa mai vista prima in Europa. Si tratta del “Dune Buggy”, che Adriano porta con sé nel ritorno in Italia (dove abitava all’epoca nella bellissima Ronciglione) in……Scatola di montaggio. 

Solo che Adriano non è tipo da accontentarsi: ha occhio e ottima manualità per modificare alcune parti in vetroresina del suo Buggy, che diventa a tal punto attraente e particolare tra le strade di Roma da attirare l’attenzione anche di papabili acquirenti. 

Siamo in una Italia diversa, dentro una società diversa, e così come in Gran Bretagna e diversi Paesi dell’Europa Centrale anche nel nostro Paese chi vuole ed ha un pizzico di senso dell’avventura può finalmente ordinare una vettura artigianale in scatola di montaggio, farsela spedire – più spesso su convoglio ferroviario – fino al garage di casa e decidere di costruire pezzo per pezzo l’auto più personale che si possa immaginare: Puma Automobili è là anche per quello, nel primo Stabilimento che Adriano riesce ad organizzare nella zona di Montesacro/Conca d’Oro (Via Valseriana, ricordo bene???) non appena gli arrivano diversi, forse inaspettati ma benedetti ordini che lo convincono a diventare piccolo Imprenditore delle quattro ruote

Ma, a proposito: sapete perché sto raccontando questa storia?

L’incontro della vita: io ed Adriano Gatto, a Roma

Ho incontrato per la prima volta di persona Adriano Gatto una Domenica di fine Maggio dentro la cornice di una rievocazione storica automobilistica a Caracalla

Davanti a me ho trovato un giovanotto di ottanta anni sorridente, affabile e soprattutto premuroso vicino ad una delle sue creature, una delle ultime berlinette stradali – rossa, bassa e impertinente – da lui fatte con motore Boxer Alfa 33 e guidata dal figlio Gianluca. 

Per me quell’uomo (abiti leggeri e freschi di color chiaro ed un pullover piegato e poggiato sulle spalle a simbolo di quegli anni “70/80” dove questo particolare era di moda tra Vip che lo portavano nello stesso impeccabile modo) era ed è rimasto un eroe della più pura ed artigianale imprenditorialità Automotive; ed era quasi incredibile che io dopo anni potessi parlarci dentro una mattina in cui in mezzo al trambusto il grande Adriano Gatto ha per tutto il tempo chiacchierato amabilmente incontrando tantissimi che come me hanno sentito di potergli dire “Grazie” o per essere stati clienti o perché, come me, da giovani appassionati adolescenti sono cresciuti anche con le sue Puma.

Che sono state un fenomeno industriale, commerciale e sociale nello stesso tempo perché Adriano è stato pioniere e precursore – persino nel confronto con nomi celebri nella storia del nostro Paese – perlomeno di tre fenomeni: il fenomeno mediatico dello Schermo (o meglio del Grande Schermo) per aver scommesso sul ritorno pubblicitario che la grande macchina cinematografica di Cinecittà avrebbe consentito alle auto che Adriano affidava nelle scene dei più iconici film in produzione; poi perché ha capito che nel blocco granitico dei grandi marchi e delle multinazionali Auto c’era spazio per l’immaginazione ed il senso di libertà che le sue auto regalavano come simbolo; ed infine perché prima di tutti gli altri in Italia Adriano Gatto aveva importato il filone delle “Kit Cars”. 

Adriano Gatto, pioniere e precursore geniale: se solo avesse avuto il Web…

Ma qual è la carta di identità delle Puma di Adriano? Le caratteristiche chiave, secondo me, sono state per tanto tempo trascurate od addirittura travisate: in primis, Gatto ha creato una delle prime “Community” Automotive a sua insaputa; fosse avvenuto questo con il supporto del Web e dei Social odierni, sarebbe nato un caso multimediale. Così come se l’azione commerciale di Puma fosse stata corroborata da supporti di e-commerce e di delivery stile Amazon o DHL. 

Fa impressione notare che tanta della architettura commerciale e logistica pensata da Adriano Gatto è antesignana nei suoi passaggi a quella che oggi muove una quota pesantissima di transazioni e compravendite. Ed ecco l’altra peculiarità dell’imprenditore, l’essere antesignano: del Web, anche se non c’era neppure nell’immaginazione; delle potenzialità di schermo e grande schermo, ed infine di un modo di vivere l’auto che prima di lui l’Italia non conosceva. Un limite? Uno in particolare, lo dico da romano: non essere in Emilia Romagna, o a Milano, o a Torino. L’Italia dei consumatori e dei giornali ha da sempre il limite del Campanile. Guarda cosa accade alla Motor Valley anche quando si produce semplicemente una borchia copriruota e vai a vedere come vengono trattate altre aree “doc” del motorismo tricolore. 

Per quanto prestigioso il motorismo romano colleziona nella sua storia solo reliquie: Giannini, De Sanctis, Vaccari, Scuderia Campidoglio, Scuderia Centro Sud; persino un  mito eterno del motorsport universale come Piero Taruffi avrebbe campato di rendita se solo fosse nato sopra i confini della Toscana. Il primo handicap Adriano l’ha pagato con l’attaccamento alle sue radici territoriali. 

Ma chiaramente il “muro di gomma” l’ha poi messo la legislazione italiana: quella che a differenza di Gran Bretagna, Germania, Austria ed Olanda (solo per fare i nomi simbolici dell’Europa dei motori) vede come ancora come un sacrilegio persino l’innocente Tuning, figuriamoci le “Kit Car”. 

Memorabile, nel poco tempo di chiacchierata con Adriano nella cornice domenicale di Caracalla (ne parlavo prima) un passaggio in cui lui, per dimostrare ai funzionari della Motorizzazione la resistenza agli urti della Puma la mandò diretta contro un muro per dimostrarne la totale protezione di scocca e telaio agli sbigottiti funzionari ministeriali.

L’area di Roma, i media, la legislazione italiana: quanti ostacoli per la “Puma”

Quella stessa serie di regole – europee e nazionali – che quasi per miracolo divino permette oggi ad un vecchio Mitsubishi di licenza anni ’90, su una delle tante cinesi di importazione, di diventare magicamente Euro 6d grazie ad un impianto GPL, è stato il vero muro di gomma contro cui neppure la resistente scocca delle Puma si è salvata. 

Dagli anni Novanta le norme del Ministero dei Trasporti diventano punitive, sulle cosiddette “Kit Cars”; e visto che la platea delle microimprese italiane eventualmente interessate da questo mercato embrionale si contava ancora sulle dita di mezza mano, questo vuol dire che Mister Gatto era stato lungimirante un’altra volta. 

 

Quella dimensione di Kit Car che negli anni Settanta non poteva prescindere da massimo due o tre piattaforme tecnologiche (la più diffusa delle quali era ovviamente quella di Chassis e motore del Maggiolino), ma che negli anni Ottanta aveva cominciato ad interessare altre alternative tecniche, probabilmente negli anni Novanta avrebbe contribuito anche in Italia a diffondere, come avveniva in realtà già in Gran Bretagna, l’arcobaleno tecnologico delle giapponesi. 

Evento letale in un mercato nazionale che si avviava a diventare “monocolore” a marchio Fiat. 

E’ solo dietrologia, la mia? No, visto che guarda caso dove Kit Car e Tuning non sono visti come creature del demonio il mercato auto generalmente va meglio che in Italia.

25 anni di Puma, a schiena dritta. Un record che all’epoca non riuscì a molti

Eppure, in una serie di considerazioni che appaiono pessimistiche e recriminatorie c’è anche una riflessione positiva e lusinghiera: da perfetta “battistrada” ed antesignana, con le difficoltà che ho sintetizzato fin qui l’avventurosa “Puma” di Adriano Gatto ha resistito quasi un quarto di secolo. Un record sotto tutti i punti di vista, perché gli anni Settanta sono anche la mannaia sotto la quale finiscono decine di Marchi artigianali sportivi anche molto più grandi ed organizzati della Puma. 

A conferma che l’idea di impresa c’era tutta, e che le leggende metropolitane o le banalità digitali che alcuni si inventano e si sono inventati sul Web su criticità presunte delle auto di Adriano sono in gran parte escamotage per farsi notare: dopo 30 anni è lunga la lista di tanti che hanno continuato e continuano a chiedere ad Adriano Gatto: “Senti, ma perché non ritorni???”

Ma c’è un particolare che – oltre ai film ed alle apparizioni cinematografiche – mi è rimasto impresso nella memoria di adolescente, oltre quaranta anni fa: sulle riviste motoristiche (AutoSprint, Quattroruote) e persino su alcuni giornali della Capitale facevano capolino periodicamente quelle pubblicità “riquadrate” che attiravano subito l’attenzione, più spesso posizionate nello spazio editoriale degli annunci economici o dei redazionali. 

Un ragazzo come me non poteva non volare con la fantasia sulle didascalie volute da Adriano, semplici ma di sicuro effetto shock sui lettori: la foto di uno dei modelli di “Puma” (più spesso la Dune Buggy) con una serie di indicazioni tecniche e poi la dicitura dirompente che ha iconizzato il Marchio.

La mitica pubblicità “PUMA” degli anni Settanta ed Ottanta

Era quella parola “Kit di MONTAGGIO” contrapposta all’altra “Vettura Completa” che infiammava gli animi e la fantasia. Ma forse senza volerlo Adriano Gatto era stato precursore anche di una efficacissima leva commerciale che prenderà piede dappertutto anni dopo. Ricordiamola insieme: si partiva da un prezzo esposto di Lire 650.000 per il “Kit di Montaggio” da spedire a casa del Cliente; oppure – per la Puma GT Dune Buggy– l’entry level era di quasi due milioni di Lire per la vettura completa allestita e montata in fabbrica. 

Siamo a metà degli anni Settanta, e tanto per fare le corrispondenze in valuta attuale questo vuol dire che una Dune Buggy con le seguenti caratteristiche: 

misure 3,60 mt. x 1,90 mt. di larghezza e un metro e venticinque di altezza; 560 kg. a vuoto in ordine di marcia; motore (Maggiolino VW) da 1200 cc. e 41 cavalli; Autotelaio Maggiolino accorciato in fabbrica, ruote da 14” e 15”, quattro posti da non disprezzare; 

sarebbe costata ai Clienti dell’epoca un valore a partire da circa 4.500,00 Euro in scatola di montaggio oppure da quasi dodicimila Euro (IVA e messa su strada escluse, però, per la Puma GT completa uscita di fabbrica). Dai, a pensarci oggi faremmo tutti la fila per poter comprare a queste condizioni, e se fosse ancora consentito dalle leggi italiane una valanga di appassionati passerebbe i Weekend con il meccanico amico a montare il Kit anziché fracassarsi i maroni agli Outlet della moda. 

Chi blatera sul Web di strategia commerciale poco azzeccata non sa davvero quel che dice, o forse non ha di meglio da fare che spararle grosse dalla tastiera.

E persino per la prima serie della “GTV” un prezzo finito (berlinetta montata ed allestita in fabbrica e venduta completa) a partire da 45.000,00 Euro odierni non appare certo una mostruosità a confronto di piccole sportive artigianali che all’epoca erano in vendita tra marchi italiani ed europei. Ma se vogliamo il geniale Gatto aveva battezzato una tecnica di proposta commerciale molto più aggressiva della pubblicità generica di settore. 

Le Puma: meravigliosi giocattoli per adulti con una passione sfrenata

Questa, per le auto mass market, proponeva spesso un prezzo di base (esclusa messa su strada) simmetrico al listino e senza tante promozioni. Dovranno passare tutti gli anni Ottanta per arrivare in generale, in Italia, al famoso “prezzo rottamazione” che mostrava ai potenziali Clienti soglie di prezzo “falciate” rispetto al Listino commerciale.

Adriano Gatto, credo ne fosse cosciente, forniva in effetti due prezzi reali cui sommare poi costi fiscali ed amministrativi come prassi: ma partendo dal prezzo del Kit di montaggio – associato nella pubblicità all’immagine dell’auto completa e marciante – riusciva da un lato ad “ingolosire” e suscitare attenzione del pubblico sulla sua Gamma che in effetti nella soluzione “Kit” era alla portata di tutte le tasche; dall’altro stimolava il lettore della pubblicità a “fare un pensierino” nella valutazione tra due ipotetici modi di acquisto; e questo creava interesse verso un prodotto di nicchia che, fosse stato proposto solo ed esclusivamente con prezzo finito sugli esemplari montati in fabbrica, avrebbe avuto meno clamore mediatico e forse avrebbe snaturato il suo messaggio iniziale: quello di rendere delle auto speciali rispetto al mercato classico ancora più speciali grazie all’impegno personale di chi comprandole in Kit le costruiva come fossero stati giocattoli per adulti. 

Insomma, chi di noi non sognerebbe ancora oggi – nel giorno del compleanno – di sentirsi chiamare da familiari od amici con una frase del tipo: “Sorpresa!! Sei curioso di conoscere il tuo regalo? Affacciati e guarda quella grande cassa davanti a casa!!!”

Proprio per questa peculiarità di aver proposto “giocattoli” speciali per adulti contemporanei e futuri, Adriano Gatto oggi è molto di più che un imprenditore innovativo: è un simbolo dell’auto nella sua era avventurosa, genuina, popolare. 

E chiudo questo pezzo con la speranza, dalle pagine Web di Autoprove.it, di poterVi regalare un Video sulla storia straordinaria della “Puma. Che, per parafrasare il Dottor Cordero di Montezemolo sulla Ferrari Luce, è un’altra delle poche cose che i cinesi non potranno mai copiare. E nemmeno imitare. Grazie, Mister Gatto!

Riccardo Bellumori

Nuova Fiat Grizzly: anche coupé Fastback

I nuovi SUV Fiat saranno disponibili sia con motore a combustione interna che con propulsione elettrica. La gamma arriverà sul mercato nel corso di quest’anno.

Il marchio Fiat sta testando da tempo i nuovi crossover: prototipi camuffati sono stati avvistati più volte dai paparazzi del settore. In precedenza si pensava che ai SUV sarebbe stato assegnato il nome Panda seguito da un «soprannome». In altre parole, i crossover avrebbero potuto formare un’unica famiglia insieme alla Grande Panda hatchback. Tuttavia, a maggio i nuovi SUV sono apparsi nella presentazione di Stellantis dedicata alla strategia quinquennale di sviluppo del colosso automobilistico con tutti i suoi marchi. È stato allora che si è scoperto che i SUV formano una famiglia a sé stante, anche se con un nome “da orso”: Grizzly. Ora i crossover hanno diritto a un annuncio a parte: vi presentiamo la Fiat Grizzly con carrozzeria tradizionale e la Fiat Grizzly Fastback in stile coupé.

LA MUOVA GAMMA SUV

L’estetica dei SUV Fiat Grizzly è realizzata nello stesso stile spigoloso del già citato hatchback Grande Panda.

I gruppi ottici anteriori e i fanali posteriori sono realizzati sotto forma di ampie lastre con sezioni a LED. Stellantis ha inoltre sottolineato che la «semplice» Fiat Grizzly «è ideale per la vita familiare», mentre la crossover coupé Grizzly Fastback «esprime uno spirito più dinamico e raffinato». Insomma, per un pubblico più esigente.
Il produttore classifica questi SUV nel segmento C, con una lunghezza inferiore ai 4,5 metri per entrambi. E se la Fiat Grande Panda è, in sostanza, una variante della Citroën C3 europea, la Fiat Grizzly è l’analogo della Citroën C3 Aircross e dell’Opel Frontera. Tutti i modelli citati sono costruiti sulla piattaforma Smart Car.
Gli interni della Fiat Grizzly non sono ancora stati svelati, ma molto probabilmente saranno in linea con quelli della Grande Panda hatchback. In questo caso, all’interno sono presenti un cruscotto piuttosto massiccio, un quadro strumenti digitale visivamente integrato (in realtà incassato) e lo schermo del sistema multimediale.

Come i modelli affini, i crossover Fiat Grizzly e Fiat Grizzly Fastback saranno disponibili con diverse motorizzazioni: la gamma comprenderà versioni solo con motore a combustione interna, ibride ed elettriche. La presentazione ufficiale deve ancora avvenire.

La nuova famiglia di SUV diventerà globale. Nella seconda metà di quest’anno, i SUV Grizzly saranno in vendita in Europa, nei paesi del Medio Oriente e in Africa.

E nel 2027 le novità sono attese anche in America Latina.

Nuova Rolls-Royce Spectre 2026: il Restyling

Rolls-Royce ha aggiornato le versioni standard e Black Badge della Spectre: entrambe, nella loro versione Serie II, offrono maggiore potenza e autonomia. Per un breve riassunto, la Spectre è stata presentata per la prima volta nell’ottobre 2022, mentre il modello Black Badge è arrivato successivamente, nel febbraio 2025.

In origine, la Spectre della Serie I era dotata di una batteria con una capacità energetica netta di 102 kWh. Per la Serie II, la nuova tecnologia delle celle della batteria ha portato la capacità a 112,4 kWh, con un aumento dell’autonomia fino al 18%.

I dati di autonomia secondo il ciclo WLTP sono compresi tra 582 e 628 km per la Spectre standard, mentre la Black Badge offre tra 578 e 629 km. Per contestualizzare, le auto della Serie I offrivano fino a 530 km di autonomia.
Secondo Autocar, le nuove celle della Spectre sono state fornite dalla casa madre BMW, che ha applicato le sue celle cilindriche Gen6 alla i7 restylata per aumentarne l’autonomia. Un altro vantaggio è rappresentato dai tempi di ricarica migliorati, con Rolls-Royce che dichiara un miglioramento del 14% per la Spectre, che continua a utilizzare un’architettura elettrica a 400 volt.

DATI TECNICI E MOTORI

Oltre alla batteria potenziata le Spectre sono ora più potenti. Il modello standard eroga 601 CV (593 hp o 442 kW), in aumento rispetto ai precedenti 585 CV (577 hp o 430 kW).

Nel frattempo, l’edizione Black Badge è ancora una volta l’offerta più potente di Rolls-Royce, erogando 680 CV (671 hp o 500 kW), in aumento rispetto ai 659 CV (650 hp o 485 kW). Allo stesso modo, la coppia massima è ora di 1.015 Nm (+115 Nm) per la Serie II, mentre la Black Badge è in grado di erogare 1.100 Nm (in precedenza 1.075 Nm) nella modalità Spirited.

Per quanto riguarda le modifiche estetiche, non ce ne sono. Come afferma l’azienda nel suo comunicato, «il celebre profilo fastback della super-coupé, le superfici pulite e la firma dei fari divisi sono stati mantenuti per la Spectre Serie II, a sottolineare la fiducia del marchio in questo design iniziale, ampiamente acclamato».

Tuttavia, gli acquirenti avranno a disposizione un catalogo più ampio di opzioni di personalizzazione su cui spendere i propri soldi. Queste includono una nuova finitura esterna opaca chiamata Ethereal Blue, nonché un nuovo design dei cerchi in lega forgiati da 23 pollici. La Spectre Black Badge può ora essere equipaggiata con un nuovo pacchetto Iced Black Exterior Detailing che sostituisce quasi tutte le finiture cromate con una finitura opaca. È stata inoltre introdotta una gamma “significativamente ampliata” di finiture interne.

Nuova Kia Niro 2027: Dati Tecnici e Foto

KIA è pronta a lanciare sul mercato europeo la nuova Niro. Un vero e proprio best-seller che ha subito un importante aggiornamento, senza preavviso, e che introduce novità significative. La principale è che la sua efficiente gamma di motorizzazioni è stata ottimizzata, con l’eliminazione di due versioni a basse emissioni. L’ibrido plug-in (PHEV) e l’e-Niro sono scomparsi dall’offerta e sappiamo già perché.

Il produttore coreano ha preso questa importante decisione in seguito al notevole successo riscosso dall’EV3, che ha recentemente ampliato l’offerta con una versione a trazione integrale. L’elevato numero di ordini di questo crossover, grazie al quale le emissioni dell’intera gamma si riducono notevolmente, non rende più necessario offrire queste opzioni. Ma non è l’unica ragione, poiché ha avuto un peso importante anche il fatto di sapere che una grande percentuale delle vendite corrisponde all’opzione ibrida.

La Kia Niro, con oltre 620.000 unità vendute dal lancio della prima generazione, è un leader di vendite nato, e il marchio si aspetta che lo diventi ancora di più grazie alle importanti novità ricevute. Ad esempio, i nuovi fari anteriori verticali, ereditati dai modelli elettrici, e uno stile che si sta diffondendo nella gamma a combustione, o lo stile più sofisticato della parte posteriore, completamente ridisegnata.

ARRIVO IN EUROPA

La sua popolarità è dovuta a una dotazione molto completa, che include efficienti sistemi di propulsione elettrificati, sistemi di sicurezza intelligenti, una posizione di guida rialzata e un abitacolo lussuoso e spazioso che offre grande comfort e facilità d’uso.

Ma la Niro è ora anche un crossover compatto più tecnologico, con interni più raffinati e moderni, sempre al passo con i tempi grazie agli aggiornamenti wireless che mantengono aggiornati il sistema di navigazione e il software del veicolo.
Nei Paesi Bassi, dove sono stati annunciati i prezzi e il lancio quasi imminente, la Niro 2027 è disponibile in quattro allestimenti e con una dotazione di serie completa, come puoi vedere nell’elenco dei punti salienti qui sotto, in cui non mancano caratteristiche come la connettività wireless con Apple CarPlay e Android Auto o il sistema di rilevamento delle mani sul volante.

Le novità presentate nella rivisitata KIA Niro 2027 si sono fatte sentire anche sui prezzi annunciati nel paese dei tulipani, con aumenti compresi tra 800 e 2.400 euro a seconda del livello di allestimento scelto.

MOTORE E DATI TECNICI

Ciò che non è cambiato nella KIA Niro è la sua configurazione meccanica ibrida, che combina un motore a benzina 1.6 GDI da 102 CV con un motore elettrico da 44 CV. Nel complesso, il sistema fornisce una potenza massima totale di 138 CV, che vengono trasferiti direttamente all’asse anteriore tramite un cambio automatico a doppia frizione a 6 rapporti.

La divisione KIA nei Paesi Bassi ha confermato che prevede di iniziare la consegna delle unità a partire dalla fine di giugno. Un lancio che avviene in questo Paese, essendo uno di quelli che più punta sui modelli a basse emissioni, e che arriverà anche in Italia nei prossimi mesi.

Intervista a Pierangelo Andreani: le critiche alla Ferrari Luce? Se vi raccontassi la mia Mondial 

Da una foto originale di Alfredo Muscatello

Ci sono stati, e ci sono, Designer auto sempre sulla ribalta. 

Uno in particolare è diventato un poco il Portavoce storico di Categoria, bontà sua. 

Alcuni sono diventati dei Guru a loro insaputa, altri secondo me per errore (senza offesa, Chris Bangle su tutti), ma ci sono nomi che hanno fatto grande lo stile dell’auto e la sua storia anche senza salire mai agli onori o al centro della cronaca. 

Uomini straordinari, pacati, discreti che hanno rifiutato l’abito delle superstar. Come Ermanno Cressoni, come Marcello Gandini, come Giovanni Michelotti prima di loro, e persino come Franco Scaglione (di cui ricorre nel 2026 il centodecimo anno dalla nascita). Ecco: Pierangelo Andreani fa parte di questa schiera.

Parlare con lui, in generale, è sempre una esperienza toccante: papà di auto e moto che hanno segnato come un imprinting la mia adolescenza (Maserati serie Biturbo a due e quattro porte, Ferrari Mondial, oppure tutte le Cagiva del boom del marchio di Varese, inclusa la best seller “Aletta Rossa”) già per questo merita tutta la mia ammirazione eterna. 

Tra l’altro ricorre il quarantesimo della sua divina “Maserati 228 i” proprio nel 1986 (vai al Link per leggere l’articolo) e in più Pierangelo ha un record difficile da battere: tra tutti i top Designer legati a modelli iconici a quattro ruote, lui è uno dei pochissimi che ha bissato il successo personale anche con le moto, disegnando i modelli Cagiva grazie ai quali il Marchio di Schiranna è diventato un fenomeno commerciale; se Vi dico “Aletta Rossa” – tanto per esempio – capite tutti cosa intendo.

Ma oggi che è anche testimone di un periodo avventuroso e glorioso dell’auto fatta per emozionare, oltre ad aver spostato il suo interesse progettuale nel settore nautico, mi regala chicche di ricordi che non trovereste mai sui media patinati o sul Web di massa. 

E come potevo non coinvolgere – allora – il mitico Pierluigi Andreani nella vera e propria questione di Stato che ha riguardato fin qui la presentazione di Ferrari “Luce”, visto che nessuno meglio di lui è stato protagonista di una situazione perlomeno vicina al caso della nuova “rossa” elettrica?

Sono storie, le sue, che per essere capite vanno descritte anche negli antefatti e nelle pieghe dei particolari. E dentro una informazione di settore che ormai propina notizie e aneddoti come fossero precotti da mandare giù veloce per una altrettanto veloce evacuazione, siamo rimasti in pochi a cercare, apprezzare e condividere dei “cameo” che hanno fatto la storia nobile dell’auto. 

Come ci entra, Pierangelo, nell’ambito mondo dei Disegnatori di auto? Nel modo classico di oltre mezzo secolo fa: giovane di ottimo talento e buona volontà, rotolo di disegni e bozzetti sotto braccio, lettere di presentazione, colloquii nelle Sedi nobili dell’automobilismo da sogno. 

Pierangelo Andreani, il dialogo a distanza con uno straordinario protagonista del Design

“Allora?? Hai visto la Luce???” mi domanda scherzoso all’esordio di una chiacchierata telefonica che ci ha permesso di ricordare tante cose, compreso il celebre cameo de “Blues Brothers” con John Belushi.

Lui, affezionato alle sue zone, si trova al fresco delle montagne vicino Sondrio, è un Sabato pomeriggio di torrido fine Maggio ed io che sono a Roma lo invidio non poco; ma la passione per l’auto non conosce settimana corta e dunque il mio amico Designer mi concede davvero tanto tempo al telefono.

Nasce a Sondrio, Pierangelo, e divide l’adolescenza tra l’Istituto Geometri ed una mano al papà nella impresa di manufatti in cemento e in ceramica. Pininfarina risponde alla sua richiesta, ed il primo colloquio di Pierangelo a Torino gli fa battere forte il cuore temprato da giovane montanaro. 

Resta là due giorni in cui il Responsabile dello Stile Franco Martinengo lo fa esprimere in tutta la sua creatività e senso personale dello Stile, ma l’assunzione deve attendere ancora un po’ di tempo; e così Pierangelo approda a Mirafiori, ad inizio anni Settanta. Lavora spalla a spalla con Sergio Sartorelli e Paul Breuer, ex OSI, e si merita stima e impegni professionali crescenti. 

Poi, Pininfarina torna ad interessarsi a Pierangelo al punto da “forzare” una sorta di Gentlemen Agreement con Fiat che fino ad allora impediva il passaggio diretto delle menti impegnate nel Marchio di Torino presso la concorrenza elettiva (come appunto, in questo caso, era Pininfarina) delle firme di stile. 

Giampaolo Boano, Head of Design di Fiat, “libera” il giovane Pierangelo non senza rammarico.

Arriva la fine degli anni Settanta, che per Ferrari segna la fine di un periodaccio: crisi energetica dal 1973 con razionamenti ed aumento della benzina; crisi sindacale con gli anni di piombo anche in fabbrica a Maranello; impasse sportiva con il Cavallino che resta al palo nel Mondiale Marche – dopo l’ultimo titolo nel 1972 – ma che segna con pantone nero a lutto la perdita assurda di un Titolo di F1 nel 1976 e l’addio del fenomeno Niki Lauda l’anno dopo. 

Si riaffaccia il nuovo mondiale di F1 con la “T4” di Scheckter e quella sorta di rustico “Ufficio Marketing” che in verità è tutto nella testa del Drake comincia a pensare ad una nuova strategia commerciale per la sua Gamma stradale. 

Opppss…Parlare di “Gamma” stradale dentro Ferrari fino ai primi anni Ottanta è un azzardo, se pensiamo alla parola “Gamma” come articolazione razionale ed armonica dell’immagine del Marchio: a metà del decennio precedente a Maranello si vendevano la “365 GT” a motore anteriore, la “365 BB” a motore posteriore centrale, la “400” a motore davanti che sostituisce la “365 GT”, la serie “GTB/GTS” con motori da 2 e tre litri da otto cilindri posteriore centrale ma a soli due posti; ed infine la serie “Dino GT4” a sua volta ” con motori da 2 e tre litri da otto cilindri posteriore centrale ma con 2+2 posti.

Dire quale fosse il trait d’union tra tutte le vetture elencate – a parte il Marchio sul cofano ed il prezzo – era impresa non facile.

Ma chi se lo ricorda che “Dino GT4” e “Mondial ” furono lapidate ieri come “Luce” oggi?

Di certo le due vittime sacrificali che il management del Cavallino (nell’ordine:……….Enzo, Adelmo, l’Ingegner Ferrari ed il Drake eventualmente supportati dallo Staff gestionale) mandò in pensione all’alba degli anni Ottanta furono due: la “365 GT” oggettivamente vecchia; e la sfortunata ma rivoluzionaria Dino GT4 di Marcello Gandini: spaziosa in misure ridottissime con 2+2 posti, destinata a fronteggiare la concorrenza montante delle tedesche (Porsche, BMW) anche nel mercato dove all’epoca la fiscalità permetteva l’IVA al 19% (entro i 2000 cc.) e non al 38%; e soprattutto pensata per affrontare crisi energetica e socio economica dando una risposta a chi iniziava a rifuggire dalle supercar, la “Dino GT4” fu bersaglio facile dalla Stampa (che ne stigmatizzava lo scarso trasporto emotivo a favore di una attenzione maggiore all’utilitarismo) ma davvero poco “difeso” dal management Ferrari

Certo: i due posti dietro erano davvero “mini” e nei vani bagagli stavano si e no due valigette ed un paio di infradito; ma il target elettivo di manager dinamici e giovani famiglie aveva almeno il vantaggio di costi di gestione più umani – soprattutto con il motore da due litri – sotto la luce del prestigio Ferrari.

E in più era un esperimento commerciale: Ferrari riesce con GT4 a “traghettare” la Gamma Dino (che il pubblico non aveva capito come Brand parallelo al Cavallino) dentro il Marchio senza però impegnarne direttamente l’immagine perché con il suffisso “Dino” si sarebbero venduti – auspicabilmente – i modelli entry level.

Morale della favola, la serie GT4 esce di scena dopo solo sei anni con 3800 pezzi prodotti tra 2 e 3 litri, dentro una produzione del Cavallino che nel decennio 1970 oscillava da un minimo di 1.200 ed un massimo di 3.000 pezzi all’anno: pessima recensione di stampa, pessima difesa d’ufficio di Enzo Ferrari che semplicemente mal digeriva, lui in persona, questo modello oggi sold out tra i collezionisti. Ed in generale i rapporti e i programmi industriali tra Ferrari e Bertone rimasero una sorta di mosca bianca nel curriculum di Maranello.

Si, esatto: per i millenials tutti Smartphone e “pago con la carta” sembra incredibile che prima della Luce anche altre Ferrari siano state stalkerizzate in modo negativo: ma la decisione era presa, il motore 2 litri sarebbe finito solo sulla serie “GTB/GTS” a due posti, per poi essere potenziato dal turbocompressore; mentre per una nuova berlinetta “2+2” di taglio “medio” in grado di incontrare una nicchia non proprio indifferente di estimatori e di andare nel mercato internazionale (la vera mecca per Cavallino & co.) la Ferrari decide di cambiare tavolo da gioco: da Bertone si passa a Pininfarina, e Leonardo Fioravanti inizia a “unire i puntini” delle assunzioni chiave del committente di prestigio cui non si può certo dire “No, grazie, non possiamo essere di aiuto”. 

Ferrari vuole una nuova berlinetta comoda per la classe rampante dei Manager e dei giovani (facoltosi) pratici e viaggiatori, e per celebrare il neo Titolo mondiale di F1 il nome della nuova creatura sarà “Mondial” che implica sia l’alloro mondiale sia la vocazione “World Car” dedicata soprattutto al mercato importantissimo degli Usa.

Ma le “consegne” di incarico da Maranello a Pininfarina sono “toste”: i posti da “2+2” devono diventare “quasi quattro” con poltroncine avvolgenti ma comode e maggiore spazio rispetto alla GT4 anche in tema di volume per i bagagli; significa aumentare di oltre 10 cm. il passo della “GT4” ma anche raddoppiare il volume di carico tutto sul posteriore. Il risultato interno è di maggiore spazio longitudinale ed in larghezza per gli occupanti e volume bagagli da piccola famiglia in viaggio per il Week end (quasi 300 litri).

Fuori, però, significa una vera sfida per i creativi: con 4,52 metri di lunghezza e 1,25 mt. di altezza Mondial diventerà la seconda Ferrari più lunga e più alta del periodo dopo la Ammiraglia “400”che però ha il motore davanti. 

Gli sbalzi e soprattutto le sproporzioni tra volumi devono diventare non un difetto ma un tratto distintivo, che tra l’altro mitiga la prima caratteristica imprescindibile per il mercato USA: paraurti “veri” e belli spessi. In una telefonata piacevole Pierangelo ci ricorda quelle fasi concitate di progetto, e per me è una poesia ascoltarlo.

“Pierangelo, insomma: come è nata Mondial nei tavoli da disegno di Pininfarina?”

“È stata una storia curiosa, figlia di un tempo in cui il Computer ed i programmi di grafica e programmi 3D erano fantascienza” – inizia a raccontare Pierangelo – “Il workflow passava dagli stilisti con bozzetti creativi al disegno scelto in scala 1:1; poi la palla passava ai modellisti per l’esecuzione del modello in legno, polistirolo ed epowood”.

“Per carità (continua) il concetto di “modularità” o di condivisione di piattaforme, soprattutto in Ferrari ed all’epoca, era pura filosofia; a Maranello hanno preso il telaio a tubi e piastre della “GT4”, allungando il passo di 10 centimetri; collegato la cellula abitacolo ad un telaietto removibile posteriore che supportava motore trasversale, cambio e sospensioni, e Pininfarina avrebbe avuto il compito di fare l’abito su misura”.

“4 posti comodi con motore centrale era una vera scommessa” – ricorda Pierangelo – “e la Spider Mondial Cabrio è forse anche più bella della versione chiusa; tra l’altro Mondial è rimasta sul mercato anche tanto, con più cavalli ed elettronica; ma che posso dirti? Le critiche partirono (come per la Luce) dalla idea del “Ferrarista DOC” per cui le Rosse sono solo 2 posti e da corsa; certo con motore anteriore sarebbe stato più facile fare la Mondial, e purtroppo passo lungo, sbalzo assurdo davanti e feritorie grandi per dissimulare il corpo vettura grande, etc…hanno reso tutto molto difficile. 

“ Guarda, dietro Ti dico che ha sin troppo, con un risultato estetico e formale davvero discutibile ed incomprensibile. Per il resto ha troppo poco di identificabile con la Ferrari. E questo devo ancora capire se sia voluto, e se sia giusto o meno. Ora non so cosa pensare”.

“A Leonardo (Fioravanti) viene assegnato in prima battuta il compito di occuparsi del layout stilistico, ma i problemi si affacciano da subito: lunghezza importante del corpo vettura, “sproporzioni” tra Volumi e sbalzo anteriore notevole. In breve Fioravanti, nonostante giorni di impegno, “apre” finalmente la porta dell’Ufficio condiviso tra me ed altri stilisti per “sbolognarci” una bella gatta da pelare”.

“Dal contest interno tra vari Designer, alla fine Pininfarina decidedi eleggere e far proseguire la mia (di Pierangelo, n.d.r.) proposta di stile, forse perché era la meno brutta – scherzo!! – ma davvero fu una missione quasi impossibile per le assunzioni e gli input di Ferrari. Che tuttavia, essendo il Cliente che era, non poteva essere rifiutato”.

“E pur essendo in effetti il mio ultimo lavoro dentro Pininfarina (entro breve infatti sarei passato dentro De Tomaso per il progetto “Biturbo”) ricordo l’impegno intenso per superare non solo i problemi “volumetrici” di Mondial (sbalzi, sproporzioni, misure interne) ma anche le questioni tecniche di omologazione: ad esempio per il mercato USA erano necessari paracolpi fronte e retro fatti in un certo modo, ma anche su feritorie e diversi particolari il lavoro per i mercati esteri fu notevole per far stare l’auto dentro gli obblighi di omologazione dei diversi Stati”.

“Ciò nonostante sento di essere riuscito ad impostare la linea di Mondial diluendo sproporzioni tra volumi, e minimizzando le misure che per le Ferrari del tempo erano notevoli, e tutto – come si dice – a mano e senza nessuna interfaccia di grafica digitale”.

“Orgoglioso del mio lavoro con la Mondial, ma all’epoca fu tempestata di critiche”

“Certo negli anni ’80 le nuove auto erano già molto frutto del Marketing manager; ma anche all’epoca Enzo Ferrari (e poi Alejandro De Tomaso) erano committenti particolari, perché il marketing loro non lo affidavano agli specialisti, ma lo avevano in testa e dunque gli input impegnativi erano sempre quelli del “Boss” dell’Azienda. 

E dunque, altro che foglio bianco: per realizzare un’auto occorreva corrispondere alle visioni spesso non dichiarate di due caratteri forti come il Drake e l’argentino. Oggi è diverso, ma dico questo pensando alla nuova Ferrari Luce”.

A questo punto Pierangelo ricorda un aneddoto curioso e per certi versi romantico: 

“Oggi Computer, 3D e automazione sembrano la regola, e questo influenza tutta la catena creativa dello stile di auto e moto. Io parlo di tempi in cui, tanto per farti un esempio, l’intuizione vincente poteva ribaltarti una situazione. Mi ricordo il mio inizio in Cagiva, dove arrivai dopo De Tomaso”.

 

Un intermezzo divertente, la prima Cagiva di Pierangelo a 10 giorni dal Salone di Milano

“Subito Claudio Castiglioni mi chiese se sarei stato disponibile a creare la nuova estetica per una moto monocilindrica da 350 cc :peccato che il Salone di Milano sarebbe partito da lì a dieci giorni (!), per cui mi tuffai in una serie di bozzetti basandomi su telaio e misure di base ricavate dal vero.

Poi andai di corsa da un modellista amico a Torino e là, con schizzi a mano “ripuliti” e con un lavoro frenetico riuscimmo a realizzare le sagome finite di serbatoio, sella e fiancatine. 

Poi mi ripetei con la “Elefant 125”: presi una Aletta Rossa e rielaborai il serbatoio e le alette di convogliamento aria lavorando con chili di “Pongo” direttamente sul serbatoio originale di “Aletta”. Erano altri tempi ma anche un altro tipo di mercato auto e moto: oggi la parola “improvvisazione” non esiste più neppure per scherzo, e si comunica tra reparti aziendali esclusivamente tramite file elettronici e modelli in 3D. Non so se sia un bene o meno…..”

Le critiche? Una volta erano su carta e busta affrancata. E erano più ragionevoli

“Eppure, con tutti i limiti tecnici, di budget (sai quanto è più facile per i Designer oggi lavorare su qualunque forma possibile anche di cristalli e di fanaleria? Io avevo solo vetro e lampade a bulbo, e spesso la fanaleria era ricavata dalla grande serie) e di tecnologie i Designer del mio tempo hanno fatto delle leggende a quattro ruote. E forse le critiche, anche se dure, erano più rispettose e azzeccate”.

A questo punto mi sovviene di ricordare a Pierangelo che fino a venti anni fa per criticare si dovevano spendere mille lire di carta/busta/francobollo dal Tabaccaio, scrivere in italiano corretto e spedire. E molti ci pensavano due volte invece di sparare a zero su tastiere correttive (T9) e soprattutto gratuite.

A proposito, Pierangelo: perché fu bersagliata la Mondial ? e la Ferrari non fu forse disattenta?

Sul fatto che Ferrari sia stata “distratta” nell’eventuale difesa di ufficio di Mondial, Ti dico che a Maranello hanno sempre fatto parlare i numeri. Dopo la prima serie effettivamente poco prestazionale, la tecnica è stata molto modificata. Ed alla fine i numeri dicono la verità: con più di 6000 unità fatte credo che Mondial si sia difesa bene nell’albo d’oro del Cavallino, ed anch’io penso di aver fatto un buon lavoro” (riflette Pierangelo ad alta voce).

 

“Ma ero obbligato dalla meccanica a fare quasi una sorta di monovolume schiacciato, non so se rendo l’idea. Io però sono orgoglioso di quello che ho fatto con la Mondial proprio in relazione ai limiti del tempo ed ai vincoli del Costruttore”. 

“Certo, oggi con la nuova Luce – dai, fammi fare una battuta per stemperare – qualcuno mi ha battuto nelle critiche rivolte di solito alla mia Mondial. 

Ma parliamo di Ferrari, e le novità saranno sempre giudicate con freddezza o con reazione da tanta parte dei commentatori, ed è in fondo è tutto legato al fatto che Ferrari rimane molto di più di un Marchio. E’ una sorta di fede. Bello, non trovi, che sia ancora così?”

 

Ma insomma, Pierangelo, cosa Ti ispira la nuova “Luce”??

“La Luce voglio vederla dal vivo, cercando di capire se l’intento primario dei Designer sia stato quello di dissimulare i volumi e gli ingombri o di fare una Ferrari “diversa”; dovrei anche conoscere i fondamentali delle assunzioni assegnate da Ferrari allo Staff di Design, perché non dimentico che siamo di fronte alla più ingombrante Ferrari mai costruita per cinque persone nella storiadel Cavallino.

Non è un limite da poco. Vorrei sapere quali e quanti input dati dal Marchio sono stati di vincolo ai due designer e quanto spazio libero invece hanno avuto per definire la loro linea. Anche sulle porte, che certo danno spazio all’ingresso e uscita ma influenzano molto la cintura laterale, vorrei capire chi ha deciso per questa soluzione”.

Poi, da Pierangelo, il ricordo o la rivelazione che non ti aspetti: “ Icommentatori si sorprendono sul fatto che Luce sia la prima elettrica di Ferrari, ma questo per me è la novità meno sorprendente: pensa che – se non ricordo male – Fioravanti aveva progettato e credo brevettato quattro motori elettrici su una auto. Come è strano il mondo auto, vero?”

Ok, Pierangelo, vederla dal vivo: è stato difficile pure per noi. Ma dalle foto cosa pensi?

“Giudico dalle foto, e Luce appare davvero diversa vista in primo piano senza nulla intorno oppure con le persone vicino, quando riesci a capire davvero le dimensioni importanti ed il gioco diproporzioni: ad esempio nota le ruote, così grandi, proprio per dissimulare misure mai tentate nella Gamma Ferrari”. 

“Facile commentare, quando esce una nuova Ferrari, che “non sembra Ferrari”; è anche perchè chissà quale meraviglia ti aspettio immagini; a me però sono sembrate eccessive le critiche dispregiative del tipo “i cinesi le fanno meglio” e parentela varia, perché dietro alle scelte sulla Luce c’è sempre la Ferrari e tutto il background che si è costruita nel tempo. E poi, ironia della sorte, i migliori Designer europei lavorano nei Gruppi cinesi, dunque…..”

“Non era un compito facile per nessun  designer lavorare su quel taglio dimensionale, e soprattutto c’è da capire se l’idea di fondo non fosse esattamente quella di disegnare una Ferrari “di rottura” con la Gamma tradizionale, esattamente quello che istintivamente il pubblico contesta; poi, certo, alcune cose proprio non me le spiego”

Parli per caso del posteriore a quattro fanaloni tondi e della maniglia del Display centrale??

(Pierangelo ride, di gusto, e questo per me rappresenta più della metà di ogni plausibile risposta…)

“ A me quella maniglia ricorda i macchinari industriali per la lavorazione del legno, che pure ho progettato, con una maniglia simile adatta all’esatto posizionamento nello spazio a favore dell’operatore della consolle. Fai Tu, Riccardo” (E ride di nuovo, sornione: beh, a me la manigliona centrale ricordava in effetti il visore del radiografico del dentista….).

La domanda “perfida”: Pierangelo, avessi Tu dovuto disegnare Luce, come avresti agito?

“Se Ferrari – per pura chiacchierata accademica, sia chiaro – avesse chiesto a me, per assurdo: Andreani, per lei foglio bianco; vogliamo una elettrica spaziosa 5 posti 4 porte 5 metri, faccia Lei; io avrei puntato a richiamare pochi e chiarissimi elementi iconici della tradizione Ferrari ma avrei ovviamente puntato ad un modello di rottura per far capire proprio che è elettrica,“sfruttando” quella sorta di dicotomia che ancora oggi corre tra BEV ed endotermiche. Avrei cercato certo di fare una Ferrari diversa, dunque, ma la responsabilità l’avrei sentita pesante e capisco la pressione su quei due Designer ex Apple”.

Pierangelo, risposta secca: la nuova Ferrari Luce mostra di sé troppo o troppo poco?

 Pierangelo, ultima domanda e poi Ti restituisco alla Tua stupenda montagna, ringraziandoTi per la cortesia e l’amicizia; Ti do’ quattro aggettivi qualificativi per definire in due parole la nuova Ferrari Luce: Tu la trovi più dadaista, non sense, minimalista, new age….o ritieni che sia meglio aggiungere da parte Tua altri aggettivi qualificativi?

(Pierangelo ride tra se’ evidentemente divertito del mio improvviso Quiz, ci pensa e risponde)

“Per me, se devo usare due dei Tuoi aggettivi, Ti dico che definirei la nuova Luce come “Non sense….New Age”!

E così, con questa battuta finale, saluto uno dei miei beniamini dello stile di rango nella storia dell’auto, ma soprattutto una persona sempre straordinaria. 

Riccardo Bellumori