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Nuova Porsche 911 Carrera S 2027: torna il cambio manuale

Il cambio manuale torna sulla Porsche 911 Carrera S, che aveva perso questa opzione quando il modello era passato alla generazione 992.2 nel gennaio dello scorso anno. Il problema è che questa opzione sarà disponibile solo in Nord America a partire dall’anno modello 2027; l’azienda afferma che a spingere questa decisione è stata la forte richiesta da parte dei clienti in quella regione.

La nuova proposta di Porsche si chiama 911 Carrera S con pacchetto MT, che va ad aggiungersi a un elenco di sette varianti dell’auto sportiva che saranno offerte con cambio manuale in Nord America. Anziché riprendere il cambio a sette marce della generazione 992.1, viene invece utilizzato quello a sei marce della Carrera T.

Per chi fosse curioso di conoscere le sette varianti, queste includono la già citata Carrera T e la Carrera S con pacchetto MT, entrambe disponibili in versione coupé o cabriolet, insieme alla GT3, alla GT3 con pacchetto Touring e alla GT3 S/C.

RITORNO MANUALE

Il cambio manuale a sei marce è abbinato a un motore a benzina boxer a sei cilindri biturbo da 3,0 litri che eroga 480 PS (473 hp o 353 kW) e 530 Nm di coppia, tutti trasmessi alle ruote posteriori. Questa configurazione consente una velocità massima di 308 km/h e un’accelerazione da 0 a 100 km/h in 3,9 secondi, quest’ultima più lenta rispetto alla versione equipaggiata con il cambio PDK a otto rapporti, che impiega solo 3,3 secondi (4,1 secondi contro i 3,5 secondi delle cabriolet).

Porsche afferma che la scelta del pacchetto MT comporta una dotazione di serie più ricca rispetto a una Carrera S standard, a giustificazione del sovrapprezzo rispetto a quest’ultima. Tra le dotazioni figurano lo sterzo sull’asse posteriore, il Porsche Active Suspension Management (PASM) con un’altezza da terra ridotta di 10 mm, un pomello del cambio in noce, il pacchetto Sport Chrono e una messa a punto esclusiva dello scarico.

Per la prima volta, la Carrera S è dotata anche di cerchi con chiusura centrale in finitura Ceramica, che consentono un risparmio di peso di circa 7,7 kg rispetto ai cerchi standard. Sono inclusi anche sedili sportivi Plus regolabili in quattro direzioni e terminali di scarico in titanio con finiture nere, oltre a un paraurti anteriore SportDesign e un badge «S» rosso sul retro. Con un sovrapprezzo è possibile ottenere sedili sportivi a 14 regolazioni o sedili sportivi Plus a 18 regolazioni e sedili avvolgenti ribaltabili in fibra di carbonio.

Altre opzioni a pagamento includono i freni Porsche Ceramic Composite Brakes (PCCB), che rappresentano un upgrade rispetto ai dischi standard in ghisa e che distinguono il nuovo modello dalla Carrera T. L’offerta è molto ampia, con vernici personalizzabili e oltre 70 configurazioni degli interni in pelle per invogliare i clienti a spendere ancora di più.

Il prezzo della Carrera S con pacchetto MT parte da 167.100 USD per la coupé e da 181.000 USD per la cabriolet, con consegne previste a partire dalla fine del 2026. Rispetto alla Carrera S equipaggiata con cambio PDK, si tratta di un sovrapprezzo di 10.900 USD; la precedente 992.1 Carrera S poteva essere acquistata con cambio manuale anziché PDK senza costi aggiuntivi.

Nuovo Jetour T2 2027: restyling di Ich-X K3?

Jetour presenterà anche la versione restyling del T2 al Salone dell’Auto di Chengdu la prossima settimana. Alcune foto ufficiali dell’auto sono trapelate sui social media, come Weibo, e mostrano un look più raffinato per il popolare SUV dalle linee squadrate.

Il T2 è conosciuto in Cina come Traveller, e questa ultima versione si chiamerà Traveller 7. Nonostante il nuovo suffisso numerico, si tratta sempre della versione standard a cinque posti e non di quella più lunga a sette posti (il Traveller Plus). Il numero 7 sembra invece essere stato aggiunto per distinguerlo da un modello completamente nuovo e di fascia più alta chiamato Traveller 8, che debutterà anch’esso a Chengdu.

Il cambiamento più evidente riguarda la parte anteriore, dove i fari quadrati sono stati sostituiti da quelli circolari, rendendo il T2 ancora più simile a una versione economica del Defender. Questi sono uniti da una striscia luminosa che attraversa la calandra, spingendo la scritta Jetour verso l’alto sul cofano.

MOTORI E DATI TECNICI

Il paraurti del Jetour T2 – che in precedenza sporgeva notevolmente ed era realizzato in plastica nera non rifinita – è stato ora reso a filo e verniciato in tinta con la carrozzeria, con una presa d’aria più ampia e l’eliminazione delle luci pseudo-fuoristrada e dei ganci di traino. Anche le “maniglie di presa” sul cofano, i parafanghi allargati e il paraurti posteriore sono ora in tinta con la carrozzeria, con quest’ultimo che presenta un design più semplice e nuove luci ausiliarie.

Secondo Autohome, la T2 manterrà il suo sistema ibrido plug-in Chery Dual Mode (C-DM, noto in altri mercati come i-DM), che utilizza un motore elettrico da 224 PS/390 Nm, un motore turbo a quattro cilindri da 1,5 litri da 156 PS/220 Nm e un cambio ibrido dedicato a tre velocità (DHT) per una potenza totale di 360 PS e una coppia di 610 Nm. È disponibile anche una versione a trazione integrale con doppio motore da 462 PS e 700 Nm.

Con una batteria LFP da 27,2 kWh, la T2 C-DM ha un’autonomia in modalità elettrica (EV) secondo il ciclo WLTP di 100 km, che sale a 160 km con un pacco da 43,24 kWh. Si prevede inoltre il mantenimento dei modelli a benzina puri, che utilizzano motori turbo a quattro cilindri da 1,5 litri (184 CV e 290 Nm) e da 2,0 litri (254 CV e 390 Nm), abbinati a un cambio a doppia frizione a sette rapporti.

Nuova BYD Dolphin Surf 2027: interni in Anteprima

In Cina sono trapelate le immagini degli interni della prossima versione aggiornata della Dolphin Surf. Le foto spia mostrano interni completamente rinnovati con un’ampia console centrale a doppio livello, mentre un unico display di infotainment montato centralmente ha sostituito quello sul cruscotto del conducente.

La Seagull è un modello entry-level della gamma Ocean Network di BYD. È nota anche come Dolphin Mini, Dolphin Surf e Atto 1 in alcuni mercati specifici, e si posiziona al di sotto della BYD Dolphin.
La BYD Seagull rinnovata era già stata avvistata all’inizio di luglio negli elenchi pubblicati dal Ministero cinese dell’Industria e delle Tecnologie dell’Informazione (MIIT). Sebbene gli elenchi forniscano informazioni sulle dimensioni e sul gruppo motopropulsore, questa è la prima anteprima degli interni della futura hatchback elettrica.
BYD ha rivisto la console centrale della Dolphin Surf adottando un design inclinato a doppio strato. Questa modifica aumenta lo spazio verticale disponibile nella parte inferiore, offrendo ai conducenti un comodo spazio dove riporre oggetti ingombranti come scatole di fazzoletti e pasti da asporto.

LO STILE AGGIORNATO

Un ampio touchscreen del sistema di infotainment è posizionato sulla parte superiore della console centrale, mentre gli interni rinnovati mantengono ancora una fila di pulsanti fisici sotto le bocchette di ventilazione centrali. Non è chiaro se lo schermo del sistema di infotainment riceverà aggiornamenti in termini di risoluzione o potenza di elaborazione.

Il display sul cruscotto del conducente non è visibile, mentre il volante è stato ridisegnato con pulsanti angolari di forma “squircle”. La Seagull nelle foto spia mantiene la tematica blu marino presente sulle auto attuali, con una novità: dettagli rossi sui fianchi dei cuscini dei sedili.
Altre informazioni sulla Seagull
La Seagull rinnovata ha guadagnato qualche kg, con le dimensioni esterne che sono aumentate a 4.205 mm di lunghezza, 1.810 mm di larghezza e 1.570 mm di altezza. Anche il passo è cresciuto di 150 mm, raggiungendo i 2.650 mm.

A causa delle dimensioni maggiori, il peso a vuoto della nuova Seagull è compreso tra 1.180 e 1.255 kg. Tutti i nuovi allestimenti presenti negli elenchi del MIIT montano pneumatici 205/60R16, un cambiamento più sostanziale rispetto agli pneumatici con sezione 165 e 175 dell’attuale modello.

La BYD Seagull rinnovata. Crediti: MIIT
Il restyling introduce anche un motore più potente: il motore anteriore singolo eroga ora 95 kW (127 hp), con un aumento di 40 kW (54 hp) rispetto all’allestimento top di gamma dell’attuale modello in Cina. Anche la velocità massima ha ricevuto un leggero aumento, attestandosi ora a 150 km/h.
La batteria LFP della nuova hatchback sarà fornita da Shaoxing FinDreams Battery, una controllata di FinDreams di BYD, sebbene la scheda tecnica del MIIT non abbia pubblicato i dati relativi alla capacità o all’autonomia. È costruita su una piattaforma a bassa tensione da 400 V e non supporterà gli standard di ricarica rapida Flash Charging di BYD.
L’attuale BYD Dolphin Surf offre solo batterie raffreddate ad aria nelle versioni base da 305 km, il che potrebbe influire sulle velocità di ricarica e sulla durata del pacco batterie nei climi caldi. Non è chiaro se BYD continuerà a offrire opzioni raffreddate ad aria per abbassare il prezzo di partenza della nuova Seagull.

Nuova Smart #2 2027: gli interni in Anteprima

Gli interni della city car elettrica Smart #2 sono stati svelati in un’immagine di un brevetto in Cina, che mostra un ampio touchscreen, bocchette di ventilazione circolari e due caricabatterie wireless per telefoni. La #2 entrerà nel mercato cinese poco prima del debutto mondiale con una carrozzeria lunga 2,75 metri, 60 kW (80 hp) e un’autonomia WLTP di 300 km.

L’immagine del brevetto della Smart #2 è stata condivisa dall’Amministrazione Nazionale Cinese per la Proprietà Intellettuale (CNIPA). Il cruscotto presenta un quadro strumenti LCD e un touchscreen sospeso. Altre caratteristiche includono una serie di pulsanti fisici sotto lo schermo e bocchette di ventilazione circolari. Dispone inoltre di due pad di ricarica wireless per smartphone e di una presa da 12 V. Sul coperchio del vano portaoggetti è presente un gancio. Il cruscotto integra anche un grande altoparlante circolare.
La Smart #2 è una due posti progettata da Mercedes-Benz. È posizionata come successore della Smart ForTwo. Il telaio e le tecnologie di base della #2 provengono da Geely.

MOTORI E DATI TECNICI

Questa piccola auto elettrica si basa sull’Electric Compact Architecture (ECA). Le sue dimensioni sono 2.764/1.669/1.555 mm con un passo di 1.875 mm. Per maggiore chiarezza, è più corta di 31 mm e più stretta di 6 mm rispetto alla citata ForTwo. È interessante notare che presenta pneumatici sfalsati: 165/65 R15 e 185/60 R15 oppure 185/50 R16 e 205/45 R16.
La Smart #2 ha un peso a vuoto di 1.130 kg e un peso lordo di 1.315 kg. Adotta un motore elettrico a magneti permanenti TZ160XS00A con una potenza massima di 60 kW (80 hp). L’auto può raggiungere una velocità massima di 140 km/h. È alimentata da una batteria LFP con celle fornite da CATL e l’assemblaggio complessivo gestito da Geely. Secondo quanto riportato in precedenza, la #2 adotta una batteria da 35,7 kWh che garantisce un’autonomia di 300 km secondo il ciclo WLTP.
Ulteriori informazioni sulla Smart #2 di serie saranno rese note al Salone dell’Auto di Parigi nell’ottobre 2026.

Nel frattempo, il marchio ha dato il via a un’insolita campagna di marketing per questo modello: murales raffiguranti la #2 sono apparsi in sei città in tutto il mondo, tra cui Shanghai, Hong Kong, Melbourne, Buenos Aires, Berlino e Parigi.

Dacia Sandero Streetway 2026: Focus Tech e ADAS

La Dacia Sandero Streetway 2026 continua a essere una delle vetture più interessanti per chi cerca concretezza, ma il vero salto avanti lo si percepisce nelle tecnologie di bordo, oggi molto più mature, intuitive e finalmente allineate alle esigenze della guida quotidiana. In questo video ci concentriamo proprio su questo: capire come la Sandero interpreta la tecnologia in modo semplice, funzionale e senza fronzoli, mantenendo la filosofia Dacia ma con un livello di modernità che sorprende.

Raccontiamo nel dettaglio il nuovo infotainment con schermo centrale, la gestione dello smartphone tramite mirroring, la navigazione integrata e l’interfaccia che punta tutto sulla facilità d’uso. Approfondiamo i sistemi di assistenza alla guida, dalla frenata automatica d’emergenza al mantenimento di corsia, analizzando come intervengono nella pratica e quanto contribuiscono alla sicurezza nelle situazioni reali.

Non manca un focus sulla tecnologia “smart” che Dacia ha introdotto negli ultimi anni: soluzioni semplici ma intelligenti, pensate per migliorare la vita a bordo senza complicarla.

Parliamo anche della strumentazione digitale, della connettività, dei nuovi sensori, dell’illuminazione a LED e di tutte quelle scelte tecniche che rendono la Sandero 2026 più moderna, più completa e più vicina alle esigenze di chi guida ogni giorno. Il video offre una panoramica chiara e concreta, utile sia a chi sta valutando l’acquisto sia a chi vuole capire come Dacia stia evolvendo la propria idea di tecnologia.

Walter Villa: il Reverendo che ha battezzato l’Harley con il Mondiale

Questa è proprio una storia di Ferragosto. Ma non solo perché il suo protagonista è nato il 13 di questo mese.

Questa è una di quelle storie di Agosto che profumano di pasta fatta in casa per la festa della Assunzione, quando la buona gente di provincia esce dalla Messa in piazza centrale e si infila nelle pasticcerie per accompagnare il pranzo della festa con i bignè alla crema. Ma non c’è solo “quella” provincia, in certe province. Al profumo della carne alla brace, al pesce di fiume fatto al forno, insieme all’aroma del lambrusco con gli affettati ci sono altri profumi ed altri scenari.

Ci sono ragazzi e uomini attempati che escono dai fienili o dai campi seminati con le loro moto, elaborate ed amate. C’è odore di olio di ricino, di benzina super, c’è rumore di scarichi modificati. Si corre con tutto e dappertutto soprattutto in certe province della Romagna. Anche di Ferragosto. Ecco una di queste storie.

Walter Villa, Francesco Villa, Moto Villa: Modena e dintorni, con quel sapore di leggenda motoristica in cui l’odore forte dell’olio motore si confonde con il profumo del ragù cotto ore ed ore rigorosamente a casa.

Parte del Dizionario tematico delle due ruote è scritto da questi tre nomi, che in realtà sono una saga familiare degna di una serie Tv, oltre ad una dinastia di Provincia nobile della storia del motociclismo su Pista. 

Castelnuovo Rangone, in provincia di Modena, è abbastanza affine come rango ad un’altra leggendaria provincia motoristica piccola ma determinante per lo sport e lo spettacolo del motociclismo su pista: Lugo di Romagna; qui è nata la famosa “Diemme” Lugo, mentre a Castelnuovo Rangone il nome magico è uno solo: Villa. Francesco e Walter sono fratelli di estrazione familiare popolare, ma sono ragazzi sani e laboriosi oltre che appassionati di moto e di meccanica.

Villa’ Dinasty: una storia di nobile provincia “mondiale” sulle due ruote

Walter ci nasce il 13 agosto del 1943 a Castelnuovo Rangone, che ancora non sa di appartenere alla Motor Valley.  

Inizia fin da giovanissimo a lavorare in un’officina meccanica di Modena seguendo le orme del fratello maggiore Francesco; e siccome la letteratura tende a trascurare la sua storia “oscurata” da quella più iconica del fratello, direi che per par condicio sia il caso di iniziare proprio da lui.

Francesco Villa ha dieci anni più di Walter e arriva ancora ragazzo alla corte di Fabio Taglioni in Ducati: prima come meccanico e poi come pilota, rivelando vera stoffa e classe. Vince diversi Titoli nazionali e si muove su diverse esperienze e Squadre fino alla prima mondiale, al Gran Premio delle Nazioni del 1958 quando il più piccolo Walter ha ancora solo 15 anni. Francesco evolve la sua professione e specializzazione di Pilota sempre più costruttore elaborando moto di altri Marchi ed addirittura costruendo propri prototipi. E lo scrivo per rendere nota una genialità davvero speciale.

Il passo che ovviamente lo consacra alla “storia” con S maiuscola e grassetto è la fondazione di Moto Villa, nel 1968, nell’officina di Via Pistoia a Modena dove si prolunga l’esperienza dell’opera prima di Francesco (il famoso “Beccaccino” 125 originato dalla elaborazione di una Mondial). La prima Villa nata in casa è già un mostro: una 125 2T per la pista con 25/30 cv. All’epoca, uno sproposito.

Dopo la serie da pista, ed una volta che la Villa si trasferisce a Crespellano, nasce la fortunata ed iconica serie da Cross: con Franco Picco il 1973 porta il titolo italiano Classe 500. Fare l’elenco dei nomi sacri che Moto Villa e Picco riescono a mettersi dietro le spalle, da solo, farebbe paura. E ovviamente la fama di Moto Villa esplode. Ma è pur sempre una piccola casa artigianale, dal destino quasi prescritto: la crisi e la chiusura dopo la seconda metà degli anni ’80.

Walter Villa, “il piccolo” di casa Villa, è anche il più iconico

Ma è l’ora di ritornare su Walter: il “Reverendo” è il nomignolo che gli viene affibbiato nel paddock: piccolo, con un viso ed una espressione bonaria, una voce calma ed un modo cordiale di parlare con tutti, Walter si conquista dunque il “nickname” che più rispecchia questa apparenza. Che resta assolutamente nei modi cortesi e disponibili di Walter verso chiunque, ma che si trasforma sotto tuta e casco in sella ad una moto in un carattere da sanguigno combattente.

E anche se la narrativa e il faro mediatico del ricordo sono molto ingrati con lui, il campione modenese è nelle posizioni di testa della classifica degli italiani più titolati nel Motomondiale ed in generale nella velocità su pista: quattro titoli mondiali e nove titoli nazionali; ma Walter ha soprattutto un record tuttora, e credo per sempre (mai dire mai, ma le probabilità sono al lumicino), unico ed imbattibile: è l’unico pilota nella storia di Harley Davidson ad aver regalato all’aquila di Milwakee l’iscrizione in Albo d’Oro mondiale. E con il fratello Francesco, che lo affianca più come tecnico che come spalla in Pista, Walter costruisce progressivamente la sua carriera onorata.

E’ ancora diciannovenne quando corre la sua prima Gara all’Aerautodromo di Modena su una Morini 175 Settebello: la moto all’epoca è forse la più vincente nella sua classe di cilindrata, ma non per questo il quinto posto di Walter, al debutto e contro piloti più esperti, è meno dignitoso. Forse beneficiando del proselitismo del fratello verso Taglioni Walter entra in Ducati nel 1963 per correre l’Italiano Juniores. Arriva poi la MV Agusta, per la quale svolge il compito di collaudatore, e nel 1966 (a 23 anni) vince l’Italiano Seniores classe 125 con la Mondial, risultato bissato nel 1968 con la Montesa

Per conto di questa, l’anno prima, Walter aveva completamente realizzato e messo a punto una bicilidrica 250 per partecipare al Campionato italiano, ma anche per tentare l’approccio con il mondiale che corre anche nella 125 sempre con il Marchio spagnolo. 

 

Tra il 1969 ed il 1972 è una girandola di Squadre e selle, ma soprattutto è il periodo che Walter sacrifica con il fratello Francesco a far crescere “Moto Villa” guidando la 125 e vincendo alcune Gare. 

Il 1973 potrebbe essere l’anno della consacrazione: Walter ha 30 anni e le sue doti di pilota, di collaudatore e di manager e perno decisionale ai Box attirano un Marchio Top come Yamaha che gli affida la TZ 250 per il Campionato Italiano (che vince di nuovo) e per il Mondiale che tuttavia gli riserva un appuntamento con la tragedia: rimane coivolto nella partenza tragica di Monza, dove muoiono Saarinen e Pasolini; Walter riceve un forte trauma cranico ed entra in coma. Trasportato in ospedale si riprende ma ormai la Stagione finisce là. 

Quella stessa Harley Davidson Aermacchi che però, purtroppo, è protagonista in negativo della tragedia di “Paso” a Monza (come molti ricordano fu avviata una inchiesta, e l’analisi del motore smontato sulla moto di Renzo rivelò profondi solchi sulla superficie del cilindro, segno abbastanza plausibile di un grippaggio violento, che ancora oggi divide commentatori e ricercatori sulle cause di quella tragica ammucchiata subito dopo la partenza a Monza) diventa casa sua dal 1974, e Walter non delude: Campione Italiano e Campione Mondiale 250, e primo titolo mondiale in assoluto e di sempre per l’Aquila di Milwakee. In realtà l’aquila non è proprio, o per meglio dire, “solo” a Milwakee. Perché la storia della Aermacchi – HF – Harley Davidson l’ho spesso raccontata ma qui è utile fare un richiamo.

Siamo nel 1952: in Italia la “Aermacchi”, gloriosa Casa aeronautica, fa i conti con la riconversione post bellica: le commesse militari sono finite e bisogna inventarsi un modo per far lavorare Stabilimenti ed operai. Arrivano un motocarro a tre ruote ed il “Macchi 125 N” – una due ruote a metà tra una moto ed uno scooter a ruote alte – che ha la sua raffinatezza nella “componibilità” di un serbatoio centrale supplementare che permette di raddoppiare la percorrenza in caso di uso turistico, permettendo in caso di rimozione di avere la pedana centrale libera per il trasporto di volumi.

In quello stesso anno 1952 la Harley Davidson negli USA vive il colpo di coda della sua immagine gloriosa costruita nell’immediato Dopoguerra, nel quale sommava il ruolo di “liberatrice” dagli oppressori con quello di “icona” a Stelle e Strisce in un mondo che puntava alla ricostruzione. 

In particolare insieme ad una Gamma completissima che va dalla 165 cc a 2 tempi di origine DKW fino alla cubatura di 1200 per la Serie “Glide”, appare la novità per quel tempo della “K” da 750 cc, destinata ad aprire nuovi spazi commerciali.

Ma cosa c’entra lo Stivale con Harley Davidson? C’entra ricostruendo il percorso dal mito di Aermacchi. Quando nel 1960 la Casamadre aeronautica decide di rendere la Divisione motociclistica un Marchio autonomo (mantenendone il 50% di controllo azionario), costituisce una J.V. con Harley Davidson, finalizzata alla realizzazione di una Gamma di prodotto che, forte del feeling con la produzione europea, fosse accattivante anche per il Cliente americano interessato alle piccole e medie cilindrate, consentendo anche negli States di proporre una Gamma interna e strutturata in luogo dell’uso del vecchio motore due tempi di DKW. Per questo nasce HD-Aermacchi, o se volete Aermacchi Harley Davidson.

La sede è a Milano e lo stabilimento è quello storico di Varese; imotori della produzione di serie rimangono temporaneamente il classico 4 tempi mono orizzontale, ma arriva anche il mono 2T da 125 cc. e un nuovo motore per la 350 GTS. Ma arriva anche la fine degli anni Sessanta. In Italia, lo sappiamo, la legge “De Tomaso” è appena entrata in vigore: le cilindrate nazionali sotto i 380 cc. sono protette per decreto dalla concorrenza estera “super tassata” ma per contro inizia la crisi socioeconomica interna. 

Chi non ha una organizzazione industriale ed un prodotto appetibile è tagliato fuori, a meno che non abbia spazio nelle esportazioni. Aermacchi non eccelle in nessuna delle due condizioni. E così il Marchio di Varese cede nel 1972 diritti commerciali e attrezzature alla Controllante americana ed esce del tutto dal settore motociclistico.

E nel frattempo anche l’Harley Davidson, la proprietaria totale, non se la passa benissimo in America: la contestazione giovanile e pacifista fa delle moto dell’Aquila un simbolo imperialista come la Willys Jeep; e sul versante delle vendite la Kawasaki Z900 e la Honda Four arrivano e fanno da subito male contro una gamma di Milwakee vecchia e pacchiana.

Le risorse europee iniziano a ridursi, sebbene la produzione di mercato 125/250/350 sia sostenuta dall’arrivo di nuovi modelli stradali e scrambler. La strada che HD ritiene immediatamente spendibile per il rilancio commerciale, e da un certo punto di vista non sbaglia, è quella delle competizioni.

Ma dimenticateVi le “Bagger” della improbabile “World Cup” o le “Lucifer’ Hammer” di Daytona tipiche della dimensione Yankee: nel 1960 era già stata affrontata la partecipazione con la serie “Ala d’Oro” di Aermacchi nella categoria 250 cc. al motomondiale, ed il grande Alberto Pagani aveva già fatto i primi punticini mondiali seguito da Gilberto Milani, Kel Carruthers, Jack Findlay addirittura.

Da Aermacchi ad Harley Davidson la strada in salita finisce in tragedia

Ma c’era un nome che a metà anni Sessanta inizia a far risaltare l’Aermacchi: è quello di Renzo Pasolini, “Il Paso”. Il riminese approda alla Casa varesina nel 1962 e dopo poco e fino al 1966 con “Paso” arrivano i primi importanti centri internazionali; dopodiche Renzo va alla Benelli ed Aermacchi ricostruisce tutte le strategie con l’acquisizione di Harley Davidson.

Che appunto dal 1973 diventa ufficialmente l’unica denominazione della ex Aermacchi-HD e che ritrova il rapporto iconico con Pasolini. Renzo torna pilota di punta del Marchio – ancora – italo americano che mantiene la factory ed i magazzini a Schiranna.

Harley, alla maniera tipicamente americana, decide persino di rendere colui che con Saarinen viene raccontato – a livello mondiale – come uno dei due principali avversari del grande Agostini un vero frontman promozionale dell’Aquila, che a sua volta (come ho scritto sopra) inizia a vacillare anche in Patria. 

 

Renzo Pasolini è il volto pulito, onesto, accattivante della più pura passione sportiva e del richiamo “esotico” del sounding italico (anche se per pronunciare un nome impossibile nello slang Yankee come “Renzo”, il riminese viene ribattezzato “Rey”) e la Harley ne approfitta per farsi pubblicità. Chiama “Il Paso” a correre a Daytona e in Ontario con la Harley “XR 750” sviluppata appositamente per la categoria “AMA”.

La tragedia di Monza 1973 spezza di colpo ogni sogno e miraggio iniziato in quella Stagione 1972 dove in classifica iridata 350 Renzo porta per la prima volta – insieme ancora al logo Aermacchi – l’Harley a sfiorare il colpaccio. Perché senza il gioco stupido e cervellotico degli “scarti” la matematica avrebbe visto Renzo secondo a 102 punti (e solo otto di distacco) dal Campione del Mondo Giacomo Agostini. Invece il Regolamento lo mette terzo dietro anche a Saarinen con la Yamaha. Monza 1973 come detto esplode in un campo di battaglia in cui anche il povero Walter Villa fa le spese alla prima curva dopo la partenza della Classe 250.

Il suo incidente è così l’epilogo di una delle Stagioni mondiali – quella del 1973 – peggiori nella storia del Reverendo: undicesimo alla fine in Classe 350, ventiseiesimo nella quarto di litro. E ovviamente rapporto ufficiale con Yamaha che si chiude.

In quella stagione ovviamente, per non sembrare uno che si risparmia, Walter corre persino (ed anche in questo è un rarissimo recordman) tre Classi con tre moto e squadre diverse: la Yamaha lo appoggia ufficialmente in Classe 250; ma con il fratello Francesco ed alcuni amici come factotum e meccanici Walter gestisce con una propria squadra fatta in casa anche la partecipazione alla Classe 350 con la  Benelli ex Saarinen che da Pesaro gli recapitano a Modena; ed infine MV Agusta, in veste di assistito poiché è di fatto un pilota sotto contratto Yamaha, lo chiama a Misano per una prova con la 500.

Poi, ad Aprile, lo schianto a Monza; il coma, e la ripresa. Nell’autunno di quello stesso anno Walter torna in sella per i test della Harley Davidson e mentre lui copre il posto che era stato di Pasolini, per ironia del destino anche il campionissimo Agostini passa a quella che l’anno prima era stata la Squadra di Villa, la Yamaha; e Walter e Giacomo si sfidano faccia a faccia nel mondiale e nell’Italiano Classe 350 anche se non c’è confronto. Mino vince il Titolo iridato di Classe e il modenese finisce sedicesimo. Ma vince, ed è la prima volta in assoluto per Harley Davidson, il Titolo Piloti di Classe 250. 

Walter Villa, collezionista da Guinness dei Primati

Ma prima di elencare i primati ed il palmares onorevole di Villa con Harley, soffermiamoci su un particolare: un aneddoto, anzi una piccola situazione reale, che senza la genialità ed il taglio sperimentatore del Reverendo non sarebbe avvenuta. 

Con Walter arriva in Harley Davidson una particolare innovazione, che oggettivamente dura poco ma alla quale Walter rende persino l’onore di due Titoli mondiali nel 1975 e 1976. 

Di cosa parliamo? Quando nel 1972 la Campagnolo brevetta il celebre “freno idroconico” (da non confondere con la storiella de “l’Idro-ponico”……) ad affiancare il celebre produttore di cerchi e ceppi freno c’è proprio Villa: ma come funzionava l’idroconico? 

 

Bene, si trattava di un “ceppo” conico solidale al gambale diforcella ma non flottante, e convesso con tre pastiglie di attrito poste ciascuna a 120° dalle altre; queste, azionate dal circuito idraulico, si sollevavano dalla propria sede andando a premere contro il tamburo opposto ricavato e sagomato internamente nel mozzo ruota. E’la rotazione del mozzo – opportunamente forgiato con aperture laterali – che raffredda la superficie frenata; è il perno ruota che impedisce traslazioni o dilatazioni trasversali tra ceppo e superficie frenata; ed è infine l’integrazione tra elementi strutturali tipici della ruota classica e l’azione frenante, senza aggiunta di altre componenti, a ridurre il peso. 

Insomma, un mix concettuale della robustezza, potenza e durata dei freni a tamburo con la modularità e la semplicità dei freni a disco. Walter fu il tester “casalingo” che sviluppo’ e caldeggiò questa soluzione per la Yamaha 250 a metà del 1973. Una fatica iniziale inutile: uscito Villa dalla sella dei tre Diapason la soluzione è stata cestinata; ma la caparbietà di Walter con Harley è stata tale che la Squadra varesina non pote’ dire di no. Certo: come tutti sapete, alla fine Campagnolo perse attenzione per questo brevetto, per poi avvitarsi dentro ad una crisi aziendale iniziata negli anni Ottanta.

Ma detto questo, la spinta agonistica e manageriale di Walter è stata fondamentale per Harley Davidson. Tre Titoli Piloti consecutivi ‘74/’75/’76 in Classe 250; un titolo Piloti in Classe 350 nel 1976; più due titoli Costruttori per Harley nel 1975 e nel 1976 nella classe 250 cc. 

 

E, ultima chicca, il fugace sogno della Classe 500, che è proprio bello da raccontare anche se in effetti si trattò di una bellissima occasione sprecata: nel 1972, arrivato in Aermacchi il mitico “Paso” e toccato il cielo con un dito per il 3° posto iridato (l’ho scritto sopra) la casa americana, una volta subentrata del tutto alla dirigenza varesina, tentò il colpo grosso; “Paso” era un pilota perfetto per la massima categoria, e nel 1973 era persino più maturo e tecnico, doti ideali per restare in pista in modo efficace guidando una mezzo litro a due tempi. 

Ed ecco che a Schiranna arriva da Milwakee il via libera ed un discreto budget per il progetto della mezzo litro: che però, pur partendo da un blocco motore totalmente nuovo, viene deciso – incredibilmente – nella architettura bicilindrica come per la “vecchia” Suzuki TR e per la Yamaha TZ ugualmente superata.Che questo sia purtroppo l’aggettivo più adatto lo dice il fatto che sia la famiglia “YZR” di Yamaha che quella della nuova Suzuki RG adottano il quattro cilindri. Risultato: la bicilindrica Harley da mezzo litro diventa subito moto da – al massimo – onesti piazzamenti.

 

Per cui nel 1975 la Harley da motomondiale forse più “didascalisca” per l’immagine simbolica di Milwakee finisce nel cassetto. Ma nel frattempo il Reverendo conquista una onorificenza importante: il 2 giugno 1975 il Capo dello Stato conferisce a Walter Willa l’Onorificenza di “Grande Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana”. 

Da Harley a Cagiva, l’arma di Milwakee si bagna e Walter se ne va

E da lì a poco, come forse molti di Voi già ricordano, arriva lo storico passaggio ai fratelli Castiglioni. Siamo nel 1978, l’ultima di cinque Stagioni che il Reverendo onora per l’Aquila americana: quest’ultima è praticamente sull’orlo del baratro negli USA a tal punto che le quattro giapponesi si accordano per evitare tutte insieme di importare e vendere negli States le moto direttamente concorrenti alle Harley classiche: le Custom e le “Tourer”. Honda ottiene una deroga per la Gold Wing 1000 – precisamente una concorrente direttissima delle moto americane – solo perché nel frattempo ha investito troppo nella realizzazione degli Stabilimenti produttivi in America, ma accetta di vendere la sua ammiraglia senza cupolino paravento e senza valigie laterali di serie. AMF-Harley Davidson a Varese viene rilevata dai Castiglioni e trasformata prima in HD Cagiva e poi solo in Cagiva. Cambiano i programmi, perché nel 1978 e nel 1979 Cagiva compie un’operazione di semplice “rebranding”: in Classe 500 i Castiglioni rilevano le Suzuki RG del Team “Life” di Alberto Pagani e cambiano praticamente solo colori e loghi delle carenature; ma fino al 1979 è così anche per le 250. Poi dal 1980, con Virginio Ferrari in Squadra, iniziano a vedersi le “vere” Cagiva.

Ma questa è un’altra storia. Quella di Walter Villa, il Reverendo, passa di nuovo a Yamaha e poi ad altre Squadre; ma si tratta di un lento crepuscolo: Walter naviga intorno alla decima posizione nelle due Classi (250 e 350) per tre anni mentre in Classe 500 appare solo una volta su una Suzuki, ma è una apparizione fugace. Walter continua a correre in Endurance e nel Campionato TT1-F1 fino alla seconda metà degli anni Ottanta. Io stesso ricordo di averlo visto all’ultima Gara di Campionato Italiano TT1 nell’Ottobre 1985 a Vallelunga. Ormai quarantaduenne, ma sempre pronto a dare il fritto per il suo spirito agonistico. 

Perché in Provincia è così: il motore non è mai solo e sempre Business. E’ amore che consuma, è un fuoco che non si spegne mai. Ma purtroppo il destino chiama Walter troppo presto. A 58 anni, nel Giugno del 2002,  un arresto cardiaco ce lo porta via. Incrocio perfido e bizzarro del destino, ad Ottobre del 2002 scompare anche Carlo Talamo. I due più iconici profeti e campioni del mito Harley in Europa – uno nello sport e l’altro nel mercato stradale – scompaiono a distanza di pochi anni nello stesso anno 2002. Fa riflettere. 

Riccardo Bellumori

Nuovo iCaur V25 2026: Anteprima totale

Il nuovo iCaur V25 EREV è stato presentato in Cina in anteprima rispetto al lancio ufficiale. L’auto entrerà nel mercato nazionale nel quarto trimestre del 2025 per poi approdare negli Emirati Arabi Uniti e in altri paesi esteri. Questo modello si posizionerà esattamente a metà strada tra il SUV compatto V23 e quello di grandi dimensioni V27.

Chery aveva inizialmente lanciato il marchio iCaur sul mercato interno con il nome di iCar. Il nome globale è stato successivamente modificato in iCaur, probabilmente per evitare reclami da parte di Apple.

Il SUV V25 appena presentato mirerà a rilanciare le vendite di iCaur, attualmente in fase di stallo.
Il nuovo iCaur V25 è in linea con gli altri modelli iCaur in termini di design esterno. Si tratta di un crossover dalle forme squadrate con fari circolari, linea del tetto piatta, portellone posteriore a battente e grandi specchietti retrovisori laterali. Altre caratteristiche degne di nota del V25 includono maniglie delle portiere semi-nascoste, pedane laterali fisse in grado di sostenere 130 kg e un sensore LiDAR sul tetto. Le dimensioni di questo SUV sono 4.636/1.920/1.855 mm, con un passo di 2.820 mm.

INTERNI E TECNOLOGIE

Il V25 monta cerchi da 21 pollici e vanta un’altezza da terra di 197 mm. I suoi angoli di attacco e di uscita sono rispettivamente di 30 e 28 gradi. L’auto adotta una presa d’aria attiva in grado di ridurre la resistenza aerodinamica del 15%. Ogni possibilità di ridurre questo valore è fondamentale per la V25, poiché, data la sua caratteristica forma della carrozzeria, presenta naturalmente l’aerodinamica di un mattone.
Vista da dietro, la iCaur V25 fa del suo meglio per assomigliare a un mix tra la Classe G e il Defender. Presenta piccoli gruppi ottici posteriori allineati orizzontalmente e parafanghi pronunciati. Sul portellone è presente un vano portaoggetti da 22,7 litri. I rappresentanti di Chery hanno affermato che i proprietari possono riporvi gli ombrelli.

Come accennato, il nuovo SUV a marchio iCaur è dotato di un LiDAR sul tetto. Fa parte del sistema di guida assistita Falcon Pilot 700+, sviluppato da Chery, insieme ad altri 26 sensori. Questi inviano le informazioni a un chip ADAS Horizon Journey 6P con una potenza di calcolo massima di 560 TOPS (trilioni di operazioni al secondo). Questo sistema è in grado di guidare in autonomia da un indirizzo all’altro su strade urbane e autostrade. Il conducente deve solo monitorare attentamente il processo.

MOTORE E DATI TECNICI

È interessante notare che Chery non ha rivelato alcuna informazione sul gruppo motore e sugli interni dell’auto, poiché tutti i dettagli saranno resi noti in occasione della cerimonia di lancio nel quarto trimestre di quest’anno. Tuttavia, il Ministero cinese dell’Industria e delle Tecnologie dell’Informazione (MIIT) aveva precedentemente rivelato che la V25 adotta un motore da 1,5 litri con una potenza massima di 115 kW (154 hp) che funge da generatore.

L’auto è dotata di una batteria LFP da 33,679 kWh. Il modello base con trazione posteriore (RWD) offrirà un’autonomia in modalità elettrica di 150 km e un consumo di carburante di 6,9 litri ogni 100 km a batteria scarica. La variante a trazione integrale (AWD) avrà un’autonomia di 145 km e un consumo di 7,15 litri ogni 100 km. Sarà in grado di trainare 1.800 kg. Ulteriori informazioni su questo modello dalle linee squadrate saranno rese note in prossimità del lancio sul mercato.

Nuova Aston Martin Valen 2026: Dati Tecnici e Foto

Aston Martin presenta la Valen, l’auto con motore anteriore più potente attualmente in produzione, grazie al suo V12 biturbo da 850 ch. Questa super-GT sfoggia uno stile spigoloso che si distingue dal resto della gamma Aston Martin. Ne saranno prodotti solo 150 esemplari.
Dopo le Victor, Valour e Valiant, Aston Martin presenta in occasione dell’inaugurazione della Monterey Car Week 2026 la Valen, un nuovo modello in piccola serie basato sulla piattaforma con motore V12 anteriore delle DB12 e Vanquish. Il suo nome deriva dal latino valens, che significa forte o potente.

MOTORE E DATI TECNICI

Con gli 850 CV del suo motore 5,2 biturbo, l’ultima nata di Gaydon si impone come l’Aston Martin a motore anteriore più potente della storia e persino come il modello di serie a motore anteriore più potente dell’attuale produzione. Si tratta di 2 ch in più rispetto alla Victor, 15 ch in più rispetto alla Vanquish, ma anche, e soprattutto, 20 ch in più rispetto alla Ferrari 12Cilindri.
La nuova Aston Martin Valen misura 4,83 m di lunghezza, di cui 2,89 m di interasse, per 2,04 m di larghezza e 1,29 m di altezza. Questa imponente biposto con cerchi da 21 pollici dispone di un portellone posteriore che dà accesso a un piccolo bagagliaio da 170 l. Alle linee sensuali del resto dell’attuale gamma Aston Martin, la nuova arrivata contrappone un design spigoloso, affilato, aggressivo.

Sotto la prua inclinata del cofano, sottolineata da una fascia nera, i piccoli fari incassati presentano una firma luminosa composta da due piccoli rettangoli affiancati. Lo «sguardo» della Valen ricorda così quello dell’attuale Ford Mustang. Quasi tutta la parte anteriore del paraurti è occupata da una grande presa d’aria attraversata da lamelle verticali che sovrastano uno spoiler molto prominente. Non da meno sono le minigonne laterali. Prolungando le prese d’aria dei parafanghi anteriori, esse stesse includono tripli estrattori situati davanti alle ruote posteriori.
Il profilo fastback e la forma della fascia luminosa posteriore creano un legame con gli altri modelli della gamma Aston Martin. Lo stesso vale per la curvatura muscolosa dei parafanghi posteriori, tuttavia sottolineata da una spigolo superiore sporgente. Si notano angoli marcati nella parte posteriore, in particolare nel disegno degli estrattori integrati nel paraurti. Si nota una disposizione originale dei terminali di scarico: due spuntano dalla parte superiore del paraurti, mentre altri due occupano la parte inferiore del diffusore.
Il motore eroga tutta la sua potenza a 6.500 giri/min. Sviluppa una coppia massima di 1.000 Nm, disponibile da 2.500 a 5.000 giri/min e trasmessa alle ruote posteriori tramite un nuovo cambio automatico ZF a otto rapporti, che promette di essere più veloce rispetto a quello degli altri modelli V12 del marchio.