Home Blog Pagina 3

Nuove BYD FangChengBao Formula S e Formula S GT: Dati Tecnici

Al Salone dell’Auto di Chengdu, il marchio premium FangChengBao, di proprietà dell’azienda cinese BYD, ha presentato, oltre al suo crossover di punta Tai 9, due novità della famiglia Formula: la liftback Formula S e la station wagon Formula S GT. In seguito si aggiungeranno a queste la berlina FangChengBao Formula SL e la roadster Formula X.

Il marchio FangChengBao ha presentato per la prima volta la gamma di autovetture Formula nell’aprile di quest’anno al Salone dell’Auto di Pechino, mentre a Chengdu sono state avviate le prevendite della liftback Formula S e della station wagon Formula S GT; il lancio ufficiale è previsto già per settembre.

Va ricordato che il marchio FangChengBao è stato lanciato nel 2023 e, all’interno della gerarchia di BYD, si colloca tra il marchio di lusso Yangwang e il marchio premium Denza. Attualmente, FangChengBao offre solo SUV e crossover ibridi plug-in ed elettrici, ma molto presto a questi si aggiungeranno le autovetture dall’aspetto più tradizionale della famiglia Formula, che dovrebbero ampliare il pubblico del marchio e garantirgli una maggiore crescita delle vendite. Secondo i dati della CAAM, nei primi sette mesi del 2026 le vendite di FangChengBao in Cina sono aumentate del 114,1%, raggiungendo le 160.365 unità.

La famiglia Formula ha un carattere marcatamente sportivo e condivide molte caratteristiche con la sportiva Denza Z, di cui va particolarmente fiero Wolfgang Egger, direttore del design dell’azienda BYD.

DATI TECNICI

La lunghezza totale della Formula S hatchback è di 5.060 mm, la larghezza di 1.967 mm, l’altezza di 1.483 mm e il passo di 2.960 mm. La lunghezza totale della station wagon Formula S GT (nota anche come «shooting brake», poiché la sua parte posteriore è molto corta) è di 5025 mm; le altre dimensioni sono le stesse della liftback.

L’abitacolo a cinque posti della Formula S e della Formula S GT è dotato di sedili anteriori sportivi con poggiatesta integrati e di una console centrale a due livelli con un vano portaoggetti nella parte inferiore. Sul sobrio cruscotto si trovano gli schermi del quadro strumenti e del sistema multimediale. Il volante è leggermente appiattito nella parte superiore e inferiore. Per i passeggeri posteriori sono previsti schermi di intrattenimento individuali e un pannello touch indipendente per le regolazioni del climatizzatore.

Nella fase di prevendita, la liftback Formula S è disponibile in tre versioni: una versione monomotore a trazione posteriore da 245 kW (333 CV), una versione monomotore a trazione posteriore da 300 kW (408 CV) e una versione bimotore a trazione integrale da 490 kW (666 CV). La versione station wagon Formula S GT è disponibile in due versioni: con trazione posteriore e una potenza di 300 kW (408 CV) e con trazione integrale e una potenza di 490 kW (666 CV). La velocità massima di tutte le versioni è limitata a 240 km/h. La capacità della batteria è di 76,7 o 92,1 kWh, e l’autonomia con una singola ricarica varia tra i 730 e i 900 km secondo il ciclo CLTC, a seconda della versione.

La fascia di prezzo della hatchback e della station wagon nella fase di prevendita è la stessa: da 230.000 a 280.000 yuan; i prezzi effettivi al pubblico, come di consueto in Cina, saranno leggermente inferiori. Il principale concorrente della FangChengBao Formula S e della Formula S GT sul mercato sarà la berlina Xiaomi SU7, il cui prezzo di partenza è attualmente di 219.900 yuan.

Hyundai Ioniq 9 Calligraphy 428 CV AWD: prova su strada dell’ammiraglia SUV

Hyundai Ioniq 9 è l’ammiraglia SUV a batteria della casa coreana costruita sulla piattaforma E-GMP a 800 Volt. Abbiamo provato la variante Calligraphy AWD Performance da 428 CV, quella che chiude il listino verso l’alto, per valutare se le dimensioni fuori scala si traducono in un’esperienza di guida altrettanto convincente.

Dettagli estetici

La Hyundai Ioniq 9 non passa inosservata: 506 centimetri di lunghezza, 198 di larghezza e 179 di altezza ne fanno uno dei SUV elettrici più ingombranti oggi in vendita in Europa.

Il frontale alto è attraversato dai caratteristici “Parametric Pixel”, i piccoli LED quadrati che Hyundai utilizza ormai come firma distintiva delle proprie elettriche, integrati in un disegno orizzontale che prosegue ai bordi del paraurti. Il parabrezza molto inclinato si raccorda a un tetto arcuato che scende fino a un posteriore verticale, con un portellone piatto e fanali a sviluppo verticale collegati da una sottile linea LED: una scelta stilistica che richiama, nelle intenzioni dei designer, la poppa di un’imbarcazione.

La versione Calligraphy porta in dote cerchi in lega da 21 pollici, tetto panoramico elettrico e specchietti digitali con schermi OLED al posto degli specchietti tradizionali. All’interno, la pelle Nappa riveste sedili che nella configurazione Calligraphy possono essere ordinati anche a sei posti, con due sedute singole indipendenti in seconda fila al posto del divano continuo. La consolle centrale scorrevole, chiamata Universal Island, consente l’accesso agli oggetti riposti anche ai passeggeri posteriori, mentre il bagagliaio offre 338 litri con tutte le file di sedili in uso, che diventano oltre 2.400 con la seconda e terza fila abbattute.

Motore e prova su strada

La configurazione Performance AWD abbina due motori elettrici, uno per asse, per una potenza combinata di 428 CV (315 kW) e una coppia massima di 610 Nm, alimentati da una batteria da 110,3 kWh che garantisce un’autonomia dichiarata fino a 600 km nel ciclo WLTP.

Le prestazioni sono nettamente sopra la media per un’auto di quasi 2.700 kg a vuoto: lo 0-100 km/h si copre in 5,2 secondi, un dato che sorprende su un SUV a sette posti di questa mole, con velocità massima limitata elettronicamente a 200 km/h.

Su strada la Ioniq 9 conferma la propria natura di ammiraglia orientata al comfort più che alla dinamica di guida: lo sterzo è leggero e poco comunicativo, coerente con un baricentro alto e un peso che si fa sentire nei cambi di direzione più rapidi. In città l’ingombro richiede attenzione nelle manovre e nei parcheggi stretti, mentre in autostrada e sulle lunghe percorrenze la vettura restituisce la sensazione di comfort per cui è stata progettata, con un’insonorizzazione efficace anche alle velocità sostenute.

Grazie all’architettura a 800 Volt, la ricarica rapida in corrente continua a 350 kW porta la batteria dal 10 all’80% in circa 24 minuti; meno brillante la ricarica in corrente alternata, limitata a 11 kW, che allunga sensibilmente i tempi di una ricarica domestica completa.

Tecnologie interne e ADAS

La plancia ospita due display affiancati da 12,3 pollici ciascuno, uno per la strumentazione digitale e uno per l’infotainment, aggiornabile via OTA e compatibile con Apple CarPlay e Android Auto wireless. La versione Calligraphy aggiunge schermi da 15 pollici montati sugli schienali dei sedili anteriori per l’intrattenimento dei passeggeri posteriori, oltre ai sedili Relaxation Seat con reclinazione completa, poggiagambe estensibili, riscaldamento, ventilazione e funzione massaggio, disponibili sia in prima sia in seconda fila.

Non manca la tecnologia Vehicle-to-Load, che trasforma la vettura in un generatore per alimentare dispositivi esterni.

Sul fronte della guida assistita, la Ioniq 9 monta un pacchetto ADAS di Livello 2 tra i più completi della categoria: il cruise control adattivo con funzione Stop&Go (SCC 2.0), l’Highway Driving Assist 2.0 per il mantenimento automatico al centro della corsia in autostrada, e il sistema di prevenzione delle collisioni frontali con riconoscimento di veicoli, pedoni e ciclisti (FCA 2.0). Nell’uso quotidiano il sistema di guida assistita si è dimostrato preciso nel seguire la carreggiata anche nei tratti con segnaletica orizzontale poco definita, con un’gestione della distanza di sicurezza fluida e priva di interventi bruschi.

Scheda in breve — Hyundai Ioniq 9 Calligraphy AWD Performance 428 CV
– Motore: doppio motore elettrico, uno per asse
– Potenza combinata: 428 CV (315 kW)
– Coppia massima: 610 Nm
Batteria: 110,3 kWh (piattaforma E-GMP 800V)
– Autonomia dichiarata: fino a 600 km WLTP
Ricarica DC 10-80%: circa 24 minuti (350 kW)
– Ricarica AC massima: 11 kW
– 0-100 km/h: 5,2 secondi
Bagagliaio: 338-2.419 litri
Prezzo di listino: da 85.500 euro (allestimento Calligraphy AWD Performance 428 CV)

Pro e contro

Pro

  • Prestazioni sorprendenti per una vettura di quasi 2.700 kg, 0-100 in 5,2 secondi
  • Spazio interno reale, con configurazione a sei o sette posti veri
  • Ricarica rapida in DC molto competitiva grazie all’architettura a 800 Volt
  • Dotazioni di comfort al vertice della categoria, dai sedili massaggianti agli schermi posteriori
  • Pacchetto ADAS di Livello 2 completo e ben calibrato

Contro

  • Ricarica in corrente alternata limitata a 11 kW, un limite per chi ricarica spesso a casa
  • Dinamica di guida penalizzata da peso e ingombro, sterzo poco comunicativo
  • Manovre e parcheggi in città complicati dalle dimensioni fuori scala
  • Listino da 85.500 euro che la colloca in diretta concorrenza con SUV premium tedeschi

La Hyundai Ioniq 9 Calligraphy 428 CV AWD centra l’obiettivo che si è posta: essere un’ammiraglia elettrica a sette posti orientata al comfort, con prestazioni di rilievo e una ricarica rapida tra le più competitive del mercato.

Il conto arriva sul fronte dell’agilità e del prezzo, che la spingono in un terreno dove le rivali premium tedesche non mancano. 

Il Venditore di Salone e la favoletta dei Giovani che non amano più l’automobile

Ci sono ricerche, sondaggi, analisi legati al mondo auto che mi lasciano molto perplesso, soprattutto nel cercare di capire il nesso di causa logico che ha motivato la ricerca medesima. La perplessità purtroppo non si riduce quando scopro che talune ricerche sono promosse da nomi importanti. Anzi.

Come l’ACI, che alcuni anni fa (quattro o cinque, persino) ha dato fondo ad una ricerca che mi è stata del tutto ignota finche’ sui Social diversi link non ne hanno riportato alla luce il particolare studio: il concetto guida di questa ricerca si trova nel confronto tra la percentuale di auto intestate agli under 25 in rapporto al totale delle patenti rilasciate e ancora attive per lo stesso target di età: e secondo ACI le auto intestate ai giovani entro i 25 anni sono crollate del 30% rispetto al decennio precedente (cioè il periodo che va dal 2011 al 2015 circa). 

Questo ovviamente in controtendenza con altre fasce di età più mature dove il trend è esattamente opposto. 

Bene, verrebbe da dire, abbiamo trovato il movente del calo delle immatricolazioni e dei bassi numeri di vendita: tutta colpa delle nuove generazioni, perchè – come hanno titolato molti commentatori i giovani – non considerano più l’auto uno status Symbol. 

Ok, dico io: e allora? In realtà questa ricerca ed i suoi risultati non mi hanno sorpreso più di tanto, ma casomai mi ha sorpreso l’importanza che la ricerca ha dato alla scoperta di questo scarso feeling tra ragazzi e proprietà di un’auto. Perché secondo me ci sono alcune considerazioni che nelle diverse recensioni su questa ricerca sono state omesse oppure evitate nella composizione della ricerca stessa.

Intanto, partiamo con il riaccendere i ricordi: Quale è stato l’apporto del target giovanile nel mercato auto nel corso degli anni di mercato italiano? Ed ecco cosa mi sono ricordato, in una scansione temporale “esatta”, di come sono andate le cose per il mercato italiano da mezzo secolo ad oggi.

Partiamo proprio da cinquanta anni fa: 1976, Italia.

Ford presenta “Fiesta”, ennesima protagonista del mercato che sempre più sposta la sfida tra i Costruttori nel settore delle utilitarie globali: non più soltanto – ma anche – auto da città, le Utilitarie iniziano a battere il tempo ed i ritmi del mercato, perché a dominare la scena culturale, mediatica e sociale ci sono loro: i giovani o cosiddetti tali. 

La politica, la cultura, il sistema scolastico e quello universitario subiscono l’onda d’urto della generazione nata nel pieno del boom economico tra la fine degli anni Cinquanta ed il decennio successivo. 

La contestazione giovanile affianca quella operaia dentro un periodo che odora già fortemente della polvere da sparo del terrorismo

Ma la crisi sociale vede come un’ombra a seguire la crisi energetica che nel 1973 ha lasciato a piedi mezzo mondo. Per questo non sono solo i ragazzi a tirare sassi contro i vetri delle supercar ma anche i proprietari: da un lato bersaglio della propaganda proletaria che li dipinge come “padroni”, dall’altro esasperati per l’impossibilità di gestire i loro bestioni dal lato dei consumi e dell’IVA pesante che il Governo ha pensato di scaricargli addosso. 

1976, esplode il fenomeno “piccole”, ma non per i giovani

Le auto che dunque diventano il perno del mercato e dell’attività mediatica e pubblicitaria sono quasi tutte le appartenenti al segmento che poi impareremo a definire “B” e al massimo “Crossover B/C” e che in quel 1976 sono davvero tante a disposizione: Alfasud, la sportiva operaia; Audi 50, persino, in tandem con la Volkswagen “Polo”; Austin “Mini” ed Innocenti “Mini 90”; Autobianchi “A112”, piccola di sangue Blu; Fiat “126” e “127”; come detto, Ford Fiesta new entry; e poi Citroen “LN” basata su telaio “Peugeot 104” ma anche la canonica “2 CV”; NSU “Prinz”, la piccola operaia tedesca; Simca “1000” e Renault “4”, “5” e persino “6” ; ed anche gli ultimi sprazzi di Olanda con la DAF “46” a chiudere un panel davvero assortito nel quale gli assenti di questo elenco, che come sempre hanno la colpa, si sveglieranno ben presto per essere presenti dentro un segmento in continua crescita. 

Dire che questo segmento era fatto ad immagine e somiglianza della popolazione giovane è un modo di dire che ci può anche stare; ma pensare che questo ben di Dio – 18 modelliselezionabili per l’acquisto, quando mai prima di allora?? – quasi tutto entro i 3 metri e mezzo se lo potessero compraresoprattutto ventenni e trentenni, tuttavia, sarebbe pensare una frescaccia. 

I giovani contestatori di piazza andavano in giro con le vecchie “500”, “600”, “850” piene di adesivi e scritte anti – sistema; oppure i “fighetti” della rivoluzione proletaria si buttavano sull’altro mercato in pieno boom, quello dei motocicli e ciclomotori. Che infatti fu un vero boom commerciale degli anni Settanta.

Per un ragazzo di quel periodo, al contrario, possedere una nuova “126”, o una “Alfasud” od una “Mini 90” significava per quel periodo appartenere alla razza padrona, e dunque essere soggetto a provocazioni, ad emarginazione sociale, o peggio alla vandalizzazione della povera auto parcheggiata in strada. 

Non che non ce ne fossero, di ventenni e trentenni con questi modelli nuovi di pacca sotto il sedere; ma a quel punto lo scalino sociale veniva doverosamente rappresentato, per chi davvero poteva, magari con Fiat “X1/9”, “Alfa GT Junior”, “Matra Bagheera”, MG “Spitfire” o semplicemente con le versioni sportive e coupè delle vetture di grande serie. Altro che utilitarie popolari.

Dunque, chi acquistava in maggioranza le 18 auto elencate sopra? Ma è chiaro: i “Workers”, i lavoratori eventualmente anche genitori di famiglia e con un apporto per la prima volta molto importante del mondo femminile. 

Le donne avevano iniziato il processo di emancipazione sociale partecipando alla vita lavorativa della neonata economia dei servizi, e dunque potevano spendere e scegliere. Non è sbagliato dire infatti che il segmento due volumi da città cresceva in quel periodo fondamentalmente proprio per la partecipazione del pubblico automobilista femminile. 

Che poi la Stampa specializzata o la pubblicità facesse riferimento per la iconografia al pubblico giovane, questo era un altro paio di maniche. Pura patina di copertina, anche perché “contro” l’acquisto diretto da parte dei giovani c’è da considerare la mancanza di strumenti finanziari diffusi: le auto si compravano ancora, all’epoca, con le cambiali e di certo non si noleggiavano come è d’uso oggi.

Come era il mercato auto 50 e 40 anni fa? E i giovani come si comportavano?

Trovate qualcuno che, all’epoca come oggi, accettava cambiali firmate da un ventenne e vi spiccio casa per un mese. Risposta secca dunque: il mercato di quell’anno e di quel periodo cresceva – non proprio a cifre intere, ma a decimali costanti – ma protagonisti di questa crescita NON erano i giovani (tra l’altro percentualmente rilevanti nella composizione anagrafica del Paese con una quota del 46% sul totale degli italiani residenti).

1986, Italia: Quarant’anni fa. Il mercato auto è davvero in piena rivoluzione: l’arrivo di Fiat Uno Turbo i.e. e di Supercinque GT Turbo ha scosso un mercato in cui le utilitarie cittadine sono diventate un fenomeno cult legato alla corrispondenza tra questo segmento di mercato e lo sport. Eppure, proprio le utilitarie sono dentro un panel di offerta persino maggiore dei 18 modelli elencati prima.

L’exploit nel mondo dei Rally di Renault 5 Turbo e di Pegeot 205 T16 ha fatto però da detonatore per due filoni commerciali trainanti: da un lato le versioni stradali delle piccole belve omologate per le competizioni (Fiesta XR2, Talbot Samba Rally, le prime giapponesi pepate da competizione, etc..) e dall’altro le cosiddette “Griffe” (Abarth per Fiat, De Tomaso per Innocenti, “GTI” per Volkswagen, MG per le Austin, ad esempio) hanno sviluppato un mercato floridissimo. 

Ma in verità il segmento delle utilitarie e delle medie raggruppa ormai una nutrita selezione di allestimenti e di versioni che farebbero concorrenza a diverse Ammiraglie quanto a classe e ricchezza: ci sono le Coupè, e persino le berlinette derivate dagli chassis delle piccole, ci sono le Cabriolet ed appunto ci sono le versioni spinte ed ipertecnologiche. 

Direste che i giovani erano protagonisti diretti di quel mercato?…Eh si, è una definizione plausibile. 

Se però consideriamo in una valutazione estesa anche coloro che avevano tra venti e trent’anni due lustri prima e che dunque nel 1986 hanno comunque ancora un’età giovanile. Anche perché in quella quota entro i 25 anni c’ero anch’io nel 1986 (eh, si: avevo tra sedici e diciassette anni e poco dopo mi sarei parentato) e posso dire di ricordare bene quel periodo.

Beh, sapete come funzionavano prezzi e listini? Ve lo dico io: una Skoda 105 L proveniente dalla Cecoslovacchia socialista, motore posteriore a sbalzo e quattro porte, costava 5.800.000 Lire (che oggi sono quasi 9.500,00 Euro: magari a trovarla, direte Voi solo perché chiaramente non ce l’avete presente); ma se andiamo sulle più vendute del periodo troverete che una Panda “45” tutto escluso la si pagava l’equivalente di 13.000,00 Euro odierni, una Ford Escort partiva dagli odierni 18.000,00 Euro; mentre la più desiderata dai giovani, penso, come la Fiat Uno Turbo i.e. la si portava a casa per non meno di 23.000,00 Euro odierni. Chidunque dice che le auto oggi costano troppo ha poca memoria o è scarso in matematica.

Siamo negli anni Ottanta, dunque : le attività finanziarie, l’elettronica e la vendita di servizi hanno attratto nel mondo del lavoro tanti giovani, che possono spendere. A fare da detonatore è sicuramente lo sport  ed il tam tam televisivo che rispetto al decennio precedente ha portato F1, Rally e quant’altro dentro le case praticamente quasi ogni fine settimana. 

Siamo nel decennio in cui elettronica, sedici valvole, turbo, trazione integrale, e compagnia bella si diffondono con una velocità sconosciuta fino ad allora. 

Ma le auto costano anche di più, e parecchio. Ed arriva la prima parolina magica del lessico commerciale che sta evolvendo: Supervalutazione, intesa come iniziativa di supporto delle Filiali e degli importatori verso i Dealer nella valutazione e remunerazione delle permute. 

Un aiuto importante insieme alla progressiva diffusione del credito al consumo; ma una mano insostituibile per la motorizzazione giovanile rimane anche il mondo “Low Cost”:sono tali, ad esempio, la riedizione di “126” Made in Polonia dalla FSO e la gamma “Unica” di Fiat per 127 e 128, come lo sono le Skoda, le Citroen Axel, una versione “base” della neonata Seat Ibiza (persino con gli alzacristalli a mano…..) oltre alla Marbella; ma lo sono anche l’usato “fresco” che proviene dalle Flotte e persino una semisconosciuta Hyundai Pony coreana che a prezzo di saldo ti dà all’epoca l’ebbrezza di stare sopra un’auto di Giugiaro. E come dimenticare l’iniziativa del monoprezzo che Ford Italia ha da poco lanciato in quegli anni su Ford Fiesta?

Arrivano gli anni Novanta: iperfinanziamento e rottamazione, utili o dannosi?

Dunque, si: il 1986 e decennio di riferimento vedono i giovani quali attori importanti nella crescita del mercato auto, ma in una fascia in cui il target “25/30 anni” è facilitato soprattutto per il supporto creditizio in espansione e per la ancora forte quota percentuale di incidenza della popolazione under 30 nel totale anagrafico.

E gli anni Novanta, cioè il 1996? Fate Voi: il mercato auto italiano è mosso da cinque direttrici simmetriche e parallele: la catalizzazione con Benzina e gasolio verde sono il primo traino commerciale per incentivare la sostituzione vecchio/nuovo tra modelli usati con carburatore e marmitta classica o retrofit, e la gamma “fresca” con marmitta ecologica, iniezione e per i Turbodiesel “green” arriva la novità dell’abolizione del Superbollo. 

Poi c’è la presenza ancora più significativa del supporto finanziario: arrivano le prime “Captive Bank” che finanziano l’acquisto del prodotto di casa a fianco delle Finanziarie classiche. In più Leasing e Noleggio iniziano a diffondersi tra le flotte Aziendali.

Inoltre, da non dimenticare, negli anni Novanta l’assortimento di scelta porta nella disponibilità degli automobilisti quasi tutta l’argenteria giapponese di rango, sublimata dalle prime vittorie iridate nei rally.

Infine, contrariamente a quel che si pensa, il concetto “Low Cost” è molto più diffuso di quel che sembra: non solo grazie a sconti promozionali ed ecoincentivi rottamazione (che in verità agiscono come un detonatore ma alla fine del decennio) ma anche grazie alle nuove compagini industriali presenti sul mercato da Corea, Paesi dell’ ex Est europeo, Asia.

Dire che questo decennio è animato dagli acquisti dei giovani è abbastanza fuori luogo, visto che:

​-la normativa fiscale italiana inizia a penalizzare nel rapporto cavalli per cubatura i piccoli motori molto potenti, cioè quelli preferiti dai giovani; 

​-l’esigenza di cambiare auto per le nuove regole ecologiche è una esigenza collettiva;

-la fine del Superbollo spinge in alto le vendite dei motori a gasolio, che con i giovani ancora non c’entravano molto.

Direi anche che la nuova Stagione politica del dopo Tangentopoli porta alla ribalta una classe di politici ed amministratori abbastanza “fricchettoni”, con in testa i famosi “Sindaci con lo Scooter”. In fondo è una balla, ma serve per fare propaganda e modellare opinioni e tendenze di acquisto.

E così anche nel 1996 – e periodi limitrofi – dire che la crescita del mercato dipenda dai giovani è una bella favola: questo anche se, a guardare bene la gamma di offerta, le sportive (elaborate di grande serie o piccole coupè come la Opel Tigra, la Fiat Coupè, la Ford Puma, persino la prima serie della Miata Mazda) e le cabrio sono davvero omnipresenti nella Gamma di ogni Gruppo e Marchio.

Ma sono sempre loro, le “auto per i giovani” a tenere banco: Alfa 33 e 145, Autobianchi Lancia “Y10”, Innocenti “Mille” ed “Elba” in Italia; Citroen “AX”, Peugeot “106” e “206”, Renault “Twingo” e “Clio” dalla Francia; Rover “200” dalla Gran Bretagna; Ford “Ka” e “Fiesta”, Opel “Corsa”, VW “Polo” dalla Germania, più Daewoo, Hyundai e Kia dalla Corea e Suzuki, Honda, Mitsubishi e Nissan dal Giappone, Skoda dalla Cecoslovacchia e Seat dalla Spagna. Dimentico qualcosa? Eppure il 1996 non è un anno “solo” per giovani.

Insomma, sarà una mia mera opinione ma non mi pare che il 1996 sia stato particolarmente animato dai cosiddetti “giovani”. Eppure è stato un anno molto buono dal punto di vista delle vendite in generale.

Le Captive Bank dominano il mercato, ma si vedono le prime crepe nel sistema

Nuovo millennio, 2006: le vendite di auto sono ai massimi storici di sempre, e dodici mesi dopo sarà superata la soglia dei due milioni e mezzo di targhe nuove immatricolate in un anno, record mai raggiunto prima e ineguagliato dopo. 

I venticinquenni del 1976 e del 1986 sono in quell’anno paludati e distinti professionisti ultracinquantenni od ultraquarantenni che ammirano sulle cronache sportive la vittoria dell’Audi Turbodiesel alla 24 Ore di Le Mans, e per questo rivolgono la loro preferenza al mondo tedesco possibilmente Premium; invece i venticinquenni del 1996 sono coloro che hanno comprato, fino a quel momento del 2006, comunque e solo un’auto nuova catalizzata. 

E se non vogliono una Turbodiesel possono rivolgersi al mercato delle alimentazioni alternative, in quel periodo: Chevrolet e Seat con GPL, Audi con Fiat e Tata a Metano, persino da Ford esce una linea di 1600 cc. per l’alimentazione mista benzina- etanolo e non mancano neppure le Ibride per i 25enni di dieci anni prima e per quelli contemporanei la scelta è vastissima, super scontata (ecoincentivi Statali che si alternano e persino sommano con incentivi e loyalty dei Costruttori e dei Dealer verso i clienti) e soprattutto iperfinanziata. 

Se dunque vogliamo dire che quella quota ormai in calo al 35% di giovani under 30 rispetto alla popolazione anagrafica italiana è protagonista dinamica del mercato auto più voluminoso della storia, possiamo dirlo; e magari possiamo pure tirare in ballo la fatidica passione per l’auto. Si, possiamo dirlo: perché siamo a metà tra una balla colossale ed una affermazione quasi realistica. Diciamo che, in fondo, il mercato auto del 2006 tira dentro tutto e tutti senza tante distinzioni. Peccato che al crack Lehman manchino, da quel 2006, solo pochi mesi dopo i quali il mercato auto non sarà più lo stesso nemmeno in Italia. 

Dunque anche i ragazzi per questo approfittano nel vero senso della parola della frenesia finanziaria che coinvolge in quel periodo tutto il mondo del consumo in Europa grazie ai rendimenti ed alla forza dell’Euro sui mercati internazionali: non a caso, per frenare una escalation creditizia che stava superano persino le abitudini dei consumatori a Stelle e strisce, il mondo della finanza americano si “inventa” la crisi subprime. Per mettere un cappio intorno a questa escalation e frenare l’Europa.

Prima del 2008, tornando a venti anni fa esatti, la facilità di erogazione del credito verso i privati era quasi paradossale: un ventenne residente con i genitori poteva presentarsi accompagnato dal nonno ottuagenario: bastava che questi avesse un modello 101 dignitoso e che respirasse abbastanza correttamente e veniva subito attratto come garante. Ed il ragazzino, magari studente al primo anno di Università  se ne tornava a casa nella sua “Segmento B” o “Sub B”. 

Si, accadeva questo nelle Concessionarie, ed io ne sono stato testimone. Che tutto questo, nel lungo termine, sia stato un comportamento o un protocollo sensato, lo vediamo nelle conseguenze che il mercato auto vive tuttora. E dunque evito di pronunciarmi.

I ragazzi entro i venticinque anni e il mercato auto. Come interagiscono?

Andiamo a solo dieci anni fa, 2016: cerchiamo di capire e leggere di nuovo i dati di vendita: 1.824.968 auto nuove vendute. Più 15% sull’anno prima. Ottimo, bene bravi Bis. 

Ma ci sono alcune differenze e diversi punti da chiarire rispetto a questo periodo e rispetto a dieci anni prima. Intanto il Superammortamento del 140% ha certo ingolosito gli acquisti da parte del settore Flotte e da parte del Cliente aziendale; ma ha in più dato vita ad un fenomeno che fino a dieci anni prima era sconosciuto: quello delle autoimmatricolazioni che pesano per quote % a due cifre sull’immatricolato annuo. 

Ma non è il solo filone nuovo delle statistiche del nuovo: perché per la prima volta la quota di vendite a privati fa testa a testa con la quota riservata alle immatricolazioni di flotte, Noleggiatori e partite Iva. E questa è davvero la novità più rilevante in Italia da decenni a questa parte. 

Ed ora, analizziamo la classifica delle più vendute di quell’anno, elencando la Top Ten: FCA sugli scudi con Fiat che porta Panda, 500L, 500X, 500 e Punto nelle prime otto posizioni; seconda la Lancia Ypsilon grazie soprattutto alle autoimmatricolazioni e poi in classifica c’è posto per Renault Clio, VW Golf e Polo, e Ford Fiesta. Insomma, in tutto questo Voi i giovani entro i 25 anni ce li vedete? Io ce li vedo e non ce li vedo: perché indietro con la memoria vedo la crisi economica e socio politica che tra il 2011 ed il 2013 ha messo in ginocchio l’Italia, con la scritta “Chiuso” su tante attività imprenditoriali, i licenziamenti e – parola bruttissima di cui mi scuso – le tragedie personali come i suicidi, al punto che i Governi dell’epoca dovranno varare leggi salvadebiti e di tutela dalle aggressioni al patrimonio. Come ho detto, a movimentare il mercato auto dell’epoca sono stati il superammortamento che ha aumentato gli acquisti ed i noleggi del settore Flotte ed auto aziendali, dando vita però anche al fenomeno delle autoimmatricolazioni di massa; ed infine aggiungiamo i primi ecoincentivi che hanno anticipato in molti l’idea di cambiare auto. 

Senza iperammortamento ed ecoincentivo fatico a credere che il mercato del 2016 avrebbe chiuso a più di un milione e mezzo di nuove targhe, ma la mia opinione vale solo perché suggerisce una riflessione: dopo il Crack Lehman i Costruttori e i Dealer non hanno più offerto in Italia una Gamma che fosse la conseguenza del desiderio del potenziale cliente, ma era la risultante primariamente di nuovi obbiettivi di un marketing “di sopravvivenza”: taglio dei costi, uniformità delle piattaforme comuni, superamento delle motorizzazioni Diesel, ricerca di nuove aggregazioni, sponda ad Est nei mercati di Asia e Cina.  

Ma allora mi state per domandare: cosa c’entrano in tutto questoragazzi entro i 25 anni nell’analisi del mercato post Pandemia? 

Ebbene, non ce li ho fatti entrare io in questa vicenda, ma appuntouna fonte prestigiosa come l’ACI. Ed allora, provo ad incanalare un inizio della mia riflessione sul format individuato dall’ACI. Ci provo: ebbene, i ragazzi non considerano più la proprietà dell’Auto uno Status, e non considerano più l’auto stessa un simbolo ma una commodity per spostarsi da “A” a “B”.

La “Gen Z” non ama più le auto? No, semplicemente non le sa più capire

Ok, ci sono buone ragioni per ritenere congrua questa prima indicazione. Nel 2026 l’auto per i giovani non è più:

A) Luogo di socializzazione? Vero, perché la tecnologia del “sempre connesso” permette ai giovani di svolgere vita sociale anche da remoto ed a costi ridotti, dunque i classici luoghi di aggregazione (dal “muretto” all’auto fino al Bar, che nel tempo recente ha perso la caratteristica di aggregazione favorendo l’uso individuale e singolo per consumare in pace qualcosa). Però, allora, perché si continuano ad infarcire le auto di accessori di infotainment e di connessione perpetua se i ragazzi non comprano? Per permettere ai più maturi di fruirne? Chiaro che si, basta vedere le pubblicità dove i cosiddetti gruppi di giovani sono ormai perennemente sostituiti da figuranti che mimano attempati professionisti, genitori, mentre sempre più spesso i giovani – quando sono ripresi alla guida – sono soli dentro all’abitacolo. E passiamo al secondo punto:

B) I giovani che ACI ha recensito tra il 2021 e periodo successivo sono venticinquenni nati all’alba del nuovo millennio: Voi, che leggete, ricordate le ultime volte in cui calciatori, cantanti, atleti di Sport diversi, Campioni a due e quattro ruote, od Opinion Makers sono stati protagonisti di Spot pubblicitari in TV o sulla Stampa? Io ricordo sprazzi del genere fino al 2005/2007. Poi, la grande gelata del Crack Lehman ha non solo ridimensionato il peso dei Costruttori nelle sponsorizzazioni, ma anche nelle partecipazioni agonistiche e nella cosiddetta “vita di piazza” (Saloni, Fiere a contatto diretto con il pubblico). Dunque da almeno venti anni circa la canalizzazione commerciale del settore auto ristretta tra Dealer e potenziale cliente ha oscurato il detonatore classico della promozione e dell’interazione anche empatica tra Cliente e Marchio: la fase pubblicitaria dove ormai persino i Social rimandano slogan e spot quasi “asettici” e molto simili a quelli della TV.

C) Questo, unito al fatto che modelli iconici per il mondo dei giovani se ne contano sulle dita di mezza mano, ed unito al fatto che i Costruttori hanno fatto eutanasia delle proprie famiglie di auto simboliche per la classe giovanile (Ford Fiesta è l’ultimo esempio di dinastie auto tagliate via dal mercato) porta certamente ad un allontanamento identitario. Ma non è solo questo: 

D) C’è anche da considerare una involontaria topica della ricerca ACI: i Costruttori occidentali evidentemente non porgono più la mano ai venticinquenni italiani (e probabilmente la stessa cosa accade in Europa) perché da anni l’oggetto dell’interesse è tutt’altra clientela giovane, quella asiatica che, una volta acquisita, potrebbe garantire centinaia di milioni di clienti da fidelizzare negli anni a venire.

E) Al contrario in Italia, a me pare, per lisciare il pelo alla generazione adulta, più “sicura” finanziariamente, il messaggio pubblicitario odierno tende generalmente a solleticare la “Bimbominchiaggine” delle generazioni mature piuttosto che riavvicinare i giovani. Ci sono motivi fondati per questo? Solo tre, a mio avviso: il fatto che il comparto moto sta offrendo modelli in grado di surrogare ottimamente un’auto nel traffico cittadino ad esempio coinvolge sempre più i “Drivers” che si trasformano in “Riders” e fanno del mezzo a due ruote la prima auto in alternativa a quella tradizionale: meno RCA, meno problemi a parcheggiare, più piacere di guida.

 

Da quindici anni Dealer e Costruttori non vendono più, ma compilano liste

Sicuramente poi c’è che i giovani, tra App/Cards/Smart e così via sono maggiormente facilitati a trascurare la proprietà di un’auto: Sharing, Renting, Pooling sono l’alternativa disponibile praticamente ad ogni angolo di strada. Qualcuno avrebbe dovuto pensarci, a tempo debito. Gli step che ho narrato dal 1976 al 2006 compresi mostrano chiaramente una cosa: se nel 1976 fosse stato possibile noleggiare comodamente una A112 Abarth, o nel 1986 una Fiat Uno Turbo i.e. o nel 1996 una Fiat Barchetta, state certi che questi modelli sarebbero divenuti proprietà in maggioranza di Società di Noleggio. Delle volte basterebbe solo un minimo di ragionamento preventivo, invece che agire sempre per il brevissimo termine e con l’acqua alla gola: con l’esigenza di fare numeri e quantità – invece che qualità – ogni fine mese i Costruttori ed i Dealer, per anni, hanno articolato carlines ed obbiettivi di vendita alimentando sempre meno il filone “empatico” della vendita (il privato) e finendo per diventare fornitori di commodities a Compagnie di Renting e Sharing e Flotte. 

Non che la cosa sia rimarchevole, ma così facendo hanno “disinvestito” sulla parte emozionale della vendita, che ovviamente alla fine si è “dispersa”: Sharing, Noleggio ai privati ed Autoimmatricolazioni ieri erano soluzioni di sopravvivenza, oggi sono le ghigliottine che stanno tagliando le palle prima ai Dealer e poi ai Costruttori. Perché si è persa l’attitudine e la capacità da parte dei professionisti della Vendita di far innamorare un potenziale Cliente non solo dell’auto ma del suo investimento. E se il cliente, giovane o meno giovane, non capisce l’investimento non vede più neppure l’auto. E dunque non se la intesta. 

Ok, ma allora perché questa attenzione ai giovani entro i 25 anni? Sono sempre meno, non si intestano le auto e vanno in Sharing; e allora perché non mandarli a quel paese? Eh no: il Dealer sull’orlo di una nuova crisi di sovrabbondanza di stock e di eccesso di mandati, ha bisogno dei giovani, per almeno quattro motivi:

​-Per promuovere i nuovi Marchi ottenuti dalle nuove concessioni con Importatori e Costruttori asiatici, visto che (come ho ben descritto in precedente articolo) si sta già prefigurando all’orizzonte un surplus di marchi che ogni Dealer deve prima o poi finalizzare nella vendita;

​-Per garantirsi un target di clienti che può, in linea di concetto, offrire la opportunità di fidelizzare per anni a venire;

​-Per stabilire rapporti commerciali con un target più affine al mondo di Internet e delle attività da remoto, traguardo (o sogno, a seconda dei punti di vista) iconico del Dealer del futuro;

-Infine, last but not least, qualcuno ai piani alti della contabilità si deve essere accorto che aumentare i listini delle auto nuove al solo fine di poter offrire una valutazione migliore alle permute da ritirare si sta ovviamente trasformando nel guadagno di Maria Calzetta: i margini tornano progressivamente a ridursi e l’infedeltà del cliente causa valutazione anche solo minimamente svantaggiosa sono tra i nuovi problemi della Dealership post Covid.

Dunque cosa c’è di meglio che attrarre a sé di nuovo una generazione senza permute, sempre connessa, potenzialmente autosufficiente ed in età di lunga occupazione, e magari libera da radici e convenzioni al punto da poter scegliere “il nuovo che avanza”? 

Eh, ok. Ma, campa cavallo, come fa il “povero” Venditore ad eliminare le troppe barriere all’acquisto di un’auto da parte del target più bramato dai Dealer e dai Costruttori italiani? Bella domanda, ed in parte so le plausibili risposte. Ma oggi non Ve le do, questo articolo è durato sin troppo.

Riccardo Bellumori

Nuova Alfa Romeo Giulietta 2028: Rendering Totale

Alfa Romeo si sta preparando per una nuova era che avrà inizio tra poco più di un anno con l’erede della mitica Giulietta. La casa automobilistica ha visto i propri piani andare in fumo quando ha trasformato due modelli di punta in auto elettriche praticamente destinate al fallimento, motivo per cui ha deciso di fare marcia indietro, riportando sul tavolo da disegno sia la Stelvio che la Giulia. I due modelli subiranno un notevole ritardo, ma si sta lavorando anche a un’altra coppia di modelli completamente nuova.

Uno è l’atteso successore della Giulietta, l’altro la seconda generazione della Tonale, anche se l’arrivo di quest’ultima è previsto per il prossimo decennio. La Tonale è uno dei modelli più venduti del marchio italiano e, avendo recentemente subito un restyling, ha ancora alcuni anni di vita commerciale davanti a sé prima che inizi la consegna dei nuovi modelli. Tuttavia, c’è un vuoto importante da colmare e il marchio intende farlo il prima possibile con un nuovo modello: il successore della Giulietta.

E c’è un motivo fondamentale che giustifica il ritorno della compatta: non solo perché la concorrenza più diretta mantiene questa tipica carrozzeria, ma anche perché la futura Tonale crescerà di qualche millimetro, posizionandosi nella fascia dell’attuale Stelvio, il che renderà il divario con la fortunata Junior ancora più ampio di quanto non sia già.

Il nuovo modello di Alfa Romeo, annunciato tramite un’anteprima che suggerisce una parte posteriore molto sportiva, ha ispirato queste ricostruzioni. Il futuro modello non sarà una compatta tradizionale, ma adotterà un approccio da crossover, come abbiamo visto nella fuga di notizie sul piano di prodotto del marchio, con linee sensuali ma rispettose dei tratti caratteristici della storia del marchio, pur essendo dotato di una dose extra di modernità.

I fari anteriori affilati accompagneranno lo Scudetto e le maniglie delle portiere posteriori continueranno a essere incassate nel telaio dei finestrini, offrendo un design più pulito. Un’immagine che sarà interrotta solo dai grandi cerchi in lega con diametro fino a 20 pollici. L’anteprima ufficiale della nuova Alfa Romeo in arrivo nel 2027 suggerisce anche una grafica luminosa completamente nuova per i fanali posteriori.

Gli interni sono un mistero assoluto e, sebbene dovremo attendere la presentazione della nuova Stelvio, è chiaro che anche Alfa Romeo rimarrà fedele al proprio stile. La sportività continuerà a prevalere, ma non si cederà alle grandi schermate digitali né alla scomparsa dei pulsanti tradizionali, conservando quelli del climatizzatore e delle funzioni di uso più frequente. Un punto chiave sarà l’ergonomia: tutto a portata di mano del conducente, il protagonista principale.

Rendering Motor.es

IL RITORNO DEL BESTSELLER

La gamma di motori è un altro degli aspetti che suscitano maggiore interesse: un’offerta che continuerà a comprendere opzioni sia a combustione che elettriche, con il motore a benzina 1.5 turbo che raggiunge i 200 CV e una serie di modelli ibridi con diversi livelli di elettrificazione. Stellantis ha già chiarito la propria preferenza per i modelli MHEV, che sta trasformando in ibridi, anche se questo nuovo modello Alfa disporrà anche di una versione PHEV da circa 400 CV e trazione integrale per il trionfale ritorno del Quadrifoglio.

Alfa Romeo ha confermato che il nuovo crossover sarà presentato alla fine del 2027, quindi c’è ancora molto tempo prima di poterlo vedere. È possibile che il marchio stesso mostri anche i primi prototipi camuffati, ma in ogni caso non lo vedremo sulle strade prima dell’inizio del 2028.

DAF: quasi un secolo dell’Olandesina Volante a quattro ruote variabili

Sono davvero anni di Cinghie, questi ultimi, per il settore Automotive. 

In tutti i sensi, il tema della “Cinghia” ha davvero dominato i palinsesti: dal “tirare la cinghia” in un mercato dove le vendite non ci pensano lontanamente a tornare ai livelli pre crisi Lehman Brothers, accontentandosi invece di oscillare in zona positiva solo rispetto al crollo del Lockdown; poi c’è una altrettanto metaforica “cinghia” di trascinamento del comparto elettrico, che nessuno a Bruxelles ha però mai capito finora come avviare per generare una crescita virtuosa e sensibile del tasso di penetrazione delle BEV nelle immatricolazioni annue e soprattutto nelle percentuali del parco circolante. 

E ci sono altre cinghie problematiche, come quelle in bagno d’olio. Sebbene non siano le uniche a dare pensiero: se la consideriamo come componente per il funzionamento dell’auto, la cinghia simboleggia almeno tre fotografie di un settore in sofferenza pesante, quello della Supply Chain: aumento dei costi di materia prima e dei costi logistici, riduzione progressiva dei volumi provenienti dalla filiera asiatica, e soprattutto crisi dei Player continentali alle prese tra ristrutturazioni, necessità di aumentare la produttività e rischio shopping dall’estero.

Insomma, dici “cinghia” e ti precipitano addosso quasi esclusivamente immagini e simboli allarmanti. Allora, consoliamoci con un’altra Cinghia, che però arriva direttamente dal passato, e che a ripensarci fa venire anche un po’ di nostalgia. 

Perché a questo ricordo si associa il nome di un Costruttore storico ed importante, che nel 2028 compie un secolo ma che, per scelte industriali perlomeno opinabili e forse per una buona dose di superficialità decisionale, non può festeggiare il suo primo secolo di vita accendendo la fatidica candelina su una torta appoggiata sopra il cofano di un’auto. Forse potrà farlo sul tetto di un Truck, ma non su un’auto.

Perché questo marchio ha smesso di fare auto da circa mezzo secolo: ed è un peccato, perché la sua storia industriale è stata il simbolo automobilistico di un intero Paese e perché lungo il suo percorso ha regalato al mercato automobilistico non solo una produzione di eccellenza in termini di mezzi pesanti ma anche vere e proprie innovazioni e invenzioni geniali per il funzionamento delle sue auto. E perlomeno una di queste innovazione si è diffusa molto più di quanto molti di Voi immaginano nel mondo auto anche presso altri Costruttori.

Van Doorne’ Dinasty, un sogno diventato impero industriale

Ma per non farVi rosolare troppo nella giusta curiosità di sapere di chi parlo, dico la semplice e inconfondibile sigla – acronimo che rappresenta questo Costruttore: la D.A.F. di Eindhoven, Olanda.

In esteso, con una sorta di autoironia del tutto involontaria da parte dei fondatori olandesi, la sigla significa “(Van) DoorneAutomobiel Fabriek” e l’ironia sta tutta nel fatto che la più olandese delle Case Costruttrici della storia europea, nel definire il proprio acronimo ha deciso di oscurare quel prefisso nominale che da sempre contraddistingue i cognomi olandesi: “Van” appunto.

Ma a pensarci bene, anche qualora si fosse denominata più letteralmente “V.A.F.” probabilmente qui in Italia i doppi sensi si sarebbero sprecati. Van Doorne infatti è il cognome dei due fratelli che nel 1928 fondano la propria Casa Costruttrice…..di Camion!! 

 

Perché il primo passo della nuova firma in Olanda è legato al mercato dei rimorchi e del trasporto pesante e per una ragione fondamentale: in quel periodo a cavallo tra le due Guerre la motorizzazione di massa popolare era un miraggio mentre la centralità logistica e commerciale dell’Olanda nel mondo iniziava a imporsi. Tuttavia il boom del trasporto privato dopo la Seconda Guerra mondiale non può più essere trascurato anche perché pure in Olanda si moltiplicano filiali e punti vendita di Marchi Auto europei. E così nel 1959 D.A.F. inizia a produrre “automobiline”….. 

E no: non è così. Non fidateVi troppo della Rete.

Perché già verso la fine della seconda Guerra mondiale Hub Van Doorne, uno dei due fondatori, aveva realizzato il prototipo di una automobilina: per gli affezionati ai miei racconti dico che non è un caso che io abbia poco sopra paragonato DAF a Saab ed all’esperienza svedese; perché quando ho visto l’immagine del prototipo “DAF Raincoat”, ricostruito e perfettamente restaurato per essere esposto al Museo DAF di Eindhoven, mi è venuto in mente il “concept” che Sixten Sason (il mitico disegnatore di Saab) aveva ai suoi inizi di carriera disegnato per l’Husqvarnaquando i titolari del Marchio avevano pensato – progetto mai messo in pratica – di affacciarsi alla produzione automobilistica. 

DAF come SAAB? Per saperlo dovete leggere Autoprove.it

Il prototipo di Huub Van Dorne ha tre ruote come l’Husqvarna di Sixten Sason, ma a triangolo rovesciato (ruota singola davanti per la archeo DAF e dietro per il prototipo di Sason) e però a parte questo il layout è davvero simmetrico tra i due “concept”.

Ma da quel prototipo di Hub Van Doorne si capisce l’affinità della dirigenza DAF verso le “automobiline”. Termine davvero ad hoc per definire la gamma auto “diversamente popolare” con cui i fratelli Van Doorne immaginano la loro impronta di mercato: forse un po’ troppo autarchica ma coraggiosa e dignitosissima.

Perché l’utilitarietà del concetto D.A.F. è molto diverso da quello “mediterraneo” (basato su microcar a due e quattro tempi appena sufficienti però a rendere abitabilità e prestazioni per una – anche piccola – famiglia; ma allo stesso tempo la gamma olandese è sufficientemente “autoctona” per non somigliare troppo al filone più compatibile, quello della produzione inglese e tedesca. E non solo: perché il cuore dell’offerta di DAF, fin da subito, non è tanto e solo estetica, ma tecnologica; e i fratelli Van Doorne lo dimostrano fin dall’esordio – all’Expo automobilistico di Amsterdam del 1958 – della primogenita DAF 600.

Nessun “solito” tre cilindri DKW a due tempi, come persino nella più velleitaria Gamma Saab ancora si vedeva all’epoca pur essendo una architettura obsoleta (ma a buon mercato nel campo delle licenze costruttive); e neppure – appunto – accordo su licenza, come in tanti casi i Marchi preferivano per presentarsi la prima volta sul mercato. No, in DAF autarchia significa attenzione tecnologica, e non solo per il mercato interno ma anche – e soprattutto – per l’export sui mercati esteri dove il Marchio era ben conosciuto per il mondo Trucks.

E infatti Vi stoppo subito se cercate di mettermi in difficoltà: perché, NO, il Boxer da 599 cc. della “600” non è né una licenza BMW né Citroen. Troppo facile! Quel Boxer è assolutamente Homemade DAF, ovviamente basato su un certo benchmark che presumibilmente i Van Doorne avranno recepito dalla esperienza di “Isetta” BMW (a motore posteriore ma spintasi fino alla adozione del boxer bavarese da 600 cc.) e di Citroen “2Cv”; ma con una differenza sostanziale e filosofica: il boxer DAF nasce per l’accoppiamento con la piccola rivoluzione olandese, essere la prima auto di serie al mondo con cambio a variazione continua a cinghia; il “Variomatic” appunto.

La gamma DAF auto inizia subito a farsi notare, con la “600”

Ed infatti è per questo che lo sviluppo di “600” dal progetto alla presentazione ed al commercio al pubblico dura diversi anni. I primi bozzetti di Stile curati da un poco conosciuto Designer, Willem Van Den Brink, sono infatti del 1955 e il primo modellino in creta ed in scala è del 1957

Davvero tanto tempo di “start up” per un modello definibile una utilitaria. Da importante costruttore di camion e gamma correlata DAF non aveva certo grandi problemi per industrializzare un’auto, per giunta utilitaria: ma il “Jolly” di DAF 600 era “sottopelle”. Chicca tipicamente immancabile in ogni Costruttore che si possa definire senza timore di smentita “Autarchico”.

Parlo del brevetto “Variomatic” per la trasmissione a variazione continua, attraverso cinghie trapeizoidali e pulegge subordinate a due principali effetti fisici: la forza centrifuga delle masse in base al regime di rotazione del motore; e l’effetto della depressione del collettore di aspirazione connesso appositamente e regolato da una “farfalla” che agisce sullo scorrimento laterale di una delle due facce delle pulegge.

Il cambio di rapporto avveniva così automaticamente, ma non mediante selezione ed inserimento di alberini e/o gruppi di ingranaggi bensì con la variazione continua del diametro della superficie di scorrimento della cinghia che variava a seconda della distanza delle due facce “mobili” lungo l’asse di rotazione delle stesse pulegge. 

Il sistema di ciclomotori e scooter, alla fine: solo che una peculiarità unica dell’applicazione CVT sulle quattro ruote era che sulla DAF la velocità massima a marcia “avanti” era teoricamente identica a quella raggiungibile in retromarcia, e nel caso della DAF 600 parliamo di circa 95 chilometri orari, ritenuti più che sufficienti dal management per un’auto popolare con un boxer bicilindrico da 22 cavalli, studiata in effetti con una aerodinamica decente ma pensata con tetto molto alto per consentire a quattro occupanti di sedere comodi anche con il cappello calcato sulla testa.

Ed in effetti per il rapporto peso/potenza le prestazioni promesse dal tranquillissimo bicilindrico di DAF 600 sono rese possibili anche grazie al ridottissimo attrito ed alla bassa perdita di potenza di trasmissione del moto alle ruote. 

Niente frizione, niente leva del cambio e due cinghie a svolgere tutto il lavoro dal motore anteriore alle ruote posteriori. 

Ed a proposito, il motore anteriore consentiva a DAF 600 di essere allestita anche in versione furgoncino aperto (pick Up, insomma) e chiuso (furgonato). La naturale evoluzione fu l’aumento di cilindrata a 750 cc. Oltre 30.000 unità vendute dal 1959 al 1963 prima di passare al rimpiazzo commerciale della “33”. 

Ma, per entrare un poco nel tema tecnico, come funzionava il Variomatic? Come detto la variabilità dipendeva dalla combinazione di tre fattori: forza centrifuga, depressione e trazione della cinghia. Ci sono due variatori a pulegge e cinghie dietro ed ai lati opposti del corto albero che parte dal motore, ciascuna struttura a servire una delle due ruote posteriori.

Il Variomatic, opera di ingegno senza tempo

Curiosità da aggiungere: la coppia di variatori con pulegge e cinghie, insieme ai semiassi (ed al differenziale a partire dalle serie dopo la “600”) più i molloni e i mozzi con i tamburi sono integrati in una sorta di telaietto ausiliario dove sono imperniate le due posteriori delle quattro sospensioni indipendenti. 

Ovviamente questo schema serve per facilitare la manutenzione delle cinghie e dei variatori ma, insieme a questo, “impreziosisce” il concetto tecnico di quella che in fondo è una utilitaria.

Ogni variatore ha due pulegge – una davanti (primaria) e l’altra (secondaria) connessa al semiasse della ruota motrice – collegate tra loro da una cinghia trapezoidale. A far muovere in senso assiale e trasversale (rispetto al moto dell’auto) il piattello lato interno di ciascuna puleggia sono due azioni: l’influenza delle masse centrifughe al variare del regime di rotazione; e l’azionamento di “polmoni” a depressione attraverso la posizione della valvola a farfalla comandata dal pedale dell’acceleratore.

La parte esterna di ogni puleggia primaria ha una sorta di “bussolotto” che contiene e gestisce il sistema a depressione: con acceleratore in rilascio o ad angolo costante la valvola a farfallariduce la luce di sezione del condotto ed il motore generaprogressivi stati di “vuoto” atmosferico che “arrivano” attraverso un tubo che collega l’aspirazione a ciascuno dei due bussolotti posti alla parte esterna della puleggia; in funzione della forza della depressione un “polmone” posto dentro a ciascuno dei bussolotti muove appositi eccentrici che ruotando più o meno in senso angolare avvicinano il piattello esterno della puleggia primaria al piattello opposto; ed aumentando il diametro orbitale dentro la puleggia della cinghia la stessa ovviamente tende ad accorciarsi; e dunque per effetto combinato, non potendosi muovere in senso longitudinale le pulegge avvicinandosi tra loro, si crea questo effetto anche scenico contrapposto: si restringe lo spazio tra i due piattelli della puleggia primaria, la cinghia si solleva lungo la sede della puleggia e si “accorcia”; per compensare l’accorciamento la puleggia secondaria distanzia i suoi piattelli e dunque riduce la sua velocità radiale ed il diametro orbitale della cinghia. 

Ma anche qui la finezza: nella puleggia primaria è il piattello esterno che si muove in senso orizzontale e trasversale; per mantenere la perfetta assialità tra cinghia e pulegge, invece, è il piattello interno di ogni puleggia secondaria ad essere mobile.

Al contempo l’avvicinamento dei due piattelli di puleggia “stringe” con forza la cinghia impedendo alla forza inerziale dell’auto di farla scorrere sulla puleggia primaria; questo porta la cinghia ad aumentare la sua velocità radiale a parità di rotazione del motore o addirittura in rilascio e dunque ad aumentare i giri della puleggia secondaria, ed a seconda della violenza di rilascio del pedale o dell’angolazione la depressione aumenta o mantiene stabile la prossimità tra i due piattelli. 

Il residuo nesso di causa che porta ad un rapporto quasi sempre ottimale tra regime di rotazione motore, dinamica di accelerazione o crociera, e regime di rotazione delle pulegge collegate ad una stessa cinghia deriva dalla potenza del motore selezionata in base alla resistenza alla trazione presente momento per momento.Infatti, e questo è un comportamento atipico ma dagli effetti ambivalenti, si è dimostrato che in caso di rilascio totale e violento del pedale dell’acceleratore la DAF 600 anziché rallentare tende persino ad accentuare la velocità fin quando la coppia motrice – calando i giri – si riduce al punto da essere superata dall’inerzia dinamica e ponderale dell’auto stessa. Insomma, il cosiddetto freno motore nella DAF è molto relativo, ma l’efficienza energetica è al contrario migliore rispetto a quella di altre tecnologie.

E cosa accade quando invece si accelera? In questo caso la depressione si riduce, il polmone riporta in fuori l’asse del piattello flottante che si distanzia dall’altro; il diametro della puleggia si riduce e la velocità radiale scende riducendo anche i giri delle ruote posteriori. Questo implica ovviamente una condizione di guida in cui è necessario riportare in alto il numero di giri accelerando (per affrontare una salita, fare un sorpasso, viaggiare sovraccarichi, etc..) il motore a parità di velocità: l’effetto ovviamente prefigura una fase di accelerazione e dunque di coppia, in cui il numero di giri motore è surmoltiplicato rispetto a quello delle ruote motrici. 

Ed in frenata? Beh, a parte come detto l’abituarsi ad un effetto “freno motore” molto ridotto, la combinazione tra rilascio acceleratore, iniziale ed immediato aumento dei giri della cinghia (effetto depressivo, come detto sopra) e la frenata affidata ai robusti tamburi della “600” portano le ruote posteriori a ridurre violentemente il loro numero di giri “frenando” attraverso i semiassi anche le due pulegge secondarie che, viste in dettaglio, sono come enormi cinghie di distribuzione con sezione trapezoidale ma con faccia interna percorsa da opportuni e robusti “denti” trasversali ben scanalati. 

L’energia cinetica “negativa” della frenata prevale sull’energia di trascinamento indotta dalla puleggia primaria sulla cinghia che finisce, molto semplicemente, per “scorrere” tra le facce dei due piattelli della puleggia primaria che gradualmente riduce la velocità ma torna a distanziare i due piattelli tra loro per la progressiva riduzione della depressione nel collettore di aspirazione. 

Insomma, la fase immediatamente iniziale della frenata è persino contrastata – per un istante – dall’effetto motore, ma subito dopo la 600 con il freno azionato si comporta come tutte le altre auto.


Ma la frizione c’è o non c’è? Ecco un’altra particolarità di eccellenza tecnica e progettuale del Variomatic: la frizione non c’è al pedale, che infatti è assente. Ma tra il famoso “millerighe” della campana (che prende forza motrice dall’albero motore) e l’albero che trasmette rotazione alle due pulegge primarie vi è un sistema di frizione che – oltre che a tenere l’auto ferma al minimo – “addolcisce” il comportamento del sistema Variomatic e, soprattutto, evita traumi cinetici alle cinghie in gomma per evitarne lo strappo improvviso.

 

Dunque, a parte l’assenza di frizione e di leva selettrice delle marce (che implica soprattutto una comodità supplementare per il guidatore), quello che in un cambio convenzionale è il passaggio da un rapporto all’altro basato su ingranaggi di diametro diverso viene surrogato nel Variomatic dalla continuità di variazione del diametro delle pulegge entro cui gira la cinghia: per salire di regime in accelerazione il funzionamento della puleggia prevede la riduzione progressiva del suo diametro di scorrimento della cinghia, per effetto della quale il numero di giri del motore è progressivamente superiore a quello delle ruote motrici. 

Cambio automatico ante litteram, il “CVT” diventa un jolly per tanti Costruttori

In velocità e gas costante, o persino nelle fasi iniziali di rilascio acceleratore, le pulegge aumentano il diametro entro cui scorre la cinghia, ed alla riduzione del numero di giri del motore corrisponde un aumento del numero di giri delle ruote. Insomma, la genialità allo stato puro, con un sistema semplice, intuitivo anche da gestire in manutenzione e costruzione (pensate che la “600” non aveva bisogno di differenziale) e quasi eterno: addirittura in caso di rottura di una cinghia l’auto poteva, a velocità ridotta e ovviamente guidata con prudenza, muoversi grazie alla trazione di una sola delle due ruote posteriori.

Limiti? Dal lato del posizionamento, uno solo ma discriminante anche per il proseguo automobilistico del costruttore olandeseall’atto della vendita a Volvo: la geniale ma voluminosa invenzione del Variomatic (Ve la siete letta poco sopra, la sua struttura) ha bisogno di spazio, e questo viene trovato sotto la panchetta/divano posteriore. Questo significa l’obbligo di alloggiare il serbatoio della benzina nel vecchio – e allarmante vista l’esposizione agli urti – alloggiamento sotto la coda. 

Il che comporta l’obbligo di uno sbalzo posteriore dietro le ruote motrici molto importante. Il che precludeva a DAF l’approdo nel mondo sempre più articolato e variegato delle “Urban Car” a due volumi che dalla fine degli anni Sessanta seguivano la scia della Mini Morris; infatti se andate a cercare nella storia di Gamma DAF troverete sempre e solo “sedan” o “saloon” tre volumi con “estensione” a Station Wagon, ma mai una due volumi di misure vicine e di poco superiori ai tre metri come le protagoniste indiscusse del mercato dagli anni Settanta. 

Certo, non è semplicissimo rappresentare nello spazio di un Post il funzionamento geniale e tuttavia molto articolato del Variomatic, che tuttavia mi spinge ad una domanda davvero retorica: avendo visto fin dal 1960 in circolazione il sistema a cinghie, chissà se l’Ingegner Aurelio Lampredi avrà tratto ispirazione per il sistema di distribuzione del suo famoso “bialbero”?

 

Ma riprendiamo a parlare di DAF, il cui problema è – a mio avviso – commercialmente siamese: da un lato la corrispondenza quasi indissolubile tra il Marchio ed il sistema Variomatic che ha reso DAF una sorta di sineddoche (parte per il tutto): se dicevi DAF dicevi Variomatic e nel tempo l’unica caratteristica qualificante fu quella, nel bene e nel male: in molti, giuro, quando ero piccolo e parlavano di DAF la definivano l’auto per antonomasia votata ai guidatori con disabilità, prescindendo dalle qualità di un singolo modello o dalle peculiarità costruttive.

 

E lasciando perdere forse il pure eccessivo puritanesimo attuale che condanna l’uso e l’abuso di temi e termini sensibili, devo dire che all’epoca era – tale giudizio sulle DAF – praticamente plebiscitario.

Dopo la “600/750” esce la DAF 31, con stesso Boxer e struttura meccanica ma con linea ritoccata ed infine, dal 1963, impreziosita dalla mano magica di Michelotti nella seconda serie (la 32) che vede – finalmente –ben 36 cavalli spremuti dal motore boxer.

La cura dei particolari, gli spigoli e le intersezioni sono la traccia della classe stilistica inarrivabile del nostro Designer, che collaborerà in altri modelli del marchio olandese. Ed ecco che arrivano in successione dalla seconda metà anni Sessanta prima la “33” e poi la “44”. Che, possiamo dire, battezza la piena “maturità” di DAF sul mercato anche internazionale. Mentre “600”, “31”/”32”/”33” sono modelli dal look e dalla caratura tipicamente “domestica” e dunque pensate soprattutto per il mercato interno, la “44” fa capire che DAF vuole fare sul serio anche nell’export. Per essere una “Sedan” tre volumi ha linee e proporzioni che – grazie come sempre a Giovanni Michelotti – non temono confronti con la migliore concorrenza europea. “44” viene presentata nel 1966 e per il suo assemblaggio DAF affronta l’investimento di un nuovo sito produttivo a Born, nel Limburgo. 

Boxer portato ad 850 cc. con 35 cavalli – soglia di potenza autolimitata, specifica DAF, per poter usare la benzina “normale” – e tre allestimenti (berlina, Coupè Wagon e Furgonato) sono i numeri di riferimento per la prima vera auto globale di DAF che chiude la sua carriera nel 1974 con 170.000 pezzi prodotti più un veicolo speciale per Poste svedesi e Corrieri espressi (il Tjorven) basato sullo chassis di “44”. Tra la DAF 33 e la 44 inizia anche l’insediamento delle filiali dei diversi mercati europei, ma salta purtroppo l’ingresso dei modelli olandesi nel mercato forse più desiderato dai costruttori del vecchio continente, l’America: a parte piccoli lotti procurati da Importatori e clienti singoli, l’inasprimento delle norme antiemissione e soprattutto sui crash test mettono subito in crisi l’alloggiamento posteriore del serbatoio. E dal 1968 l’America diventa  off limit.

DAF “31”/”33”/”44”/55” ma poi inizia il declino

Subito dopo la presentazione della “44” arriva una nuova piccola rivoluzione: il motore anteriore Renault di base sulla “R8” con un accordo tra il Costruttore francese e DAF. Nasce nel 1968 la “55” che viene affiancata in basso dalla 44 con il Boxer. 

E qui io, da vetero-commerciale legato al Marketing occidentale canonico, comincio a perdere il contatto con il criterio di mercato, qualunque fosse, di DAF. 

Cioè in un mercato europeo in cui i Costruttori iniziavano a moltiplicare da un lato le motorizzazioni disponibili per ogni modello e dall’altro i modelli ottenibili da uno stesso chassis ma estendendo verso segmenti diversi le nuove realizzazioni, DAF sceglie la via “orientale” di presentare modelli tra loro molto affini ma differenziati solo per particolari e dettagli difficili da individuare per la grande massa.

Per intenderci: anche se parliamo di un mercato di quasi sessanta anni fa, chi avrebbe compreso le differenze (a parte il motore) tra due modelli-gamme di auto (DAF 44 e DAF 55) entrambi di lunghezza tra i 3, 85 metri ed i 3,88 metri; di larghezza, larghezza e passo quasi identici e differenziati solo per componentistica ed accessoristica interna oltre che, già detto, per i due motori davvero differenti? Senza contare che evidentemente in Olanda il concetto di auto non sapevano proprio declinarlo all’Italiana. 

Volete un esempio? Sempre grazie al genio di Michelotti la DAF si trovò in casa il Jolly per sfondare davvero nel mercato Premium: per la famiglia reale olandese in vacanza a Porto Ercole il Designer torinese realizzò la “Kini”, unico esemplare con motore della “44”. Guardatela bene e immaginate che crack di mercato sarebbe potuto essere…E che dire della proposta “DAF 500” per una berlina 4 porte sempre su disegno Michelotti? 

Invece alla fine l’ottusità dei tulipani ebbe la peggio.

Infatti alla fine “44” e “55” si sono prese a sassate dentro casa l’un l’altra rovinandosi il mercato e costringendo DAF a fare urgentemente due cose, molto costose e di breve respiro: 

da un lato implementare per la prima volta in Gamma una vera e propria Coupè nella famiglia “55” (tra l’altro, sempre grazie alla mano di Michelotti, una delle più belle “piccole” coupè europee di sempre) anche e soprattutto per distinguere e qualificare la natura “premium” della 55 rispetto alla 44; 

dall’altro lato DAF ha varato il progetto “66”– l’ammiraglia vera e propria, prima ed ultima di DAF in questo segmento – per poi “rimaneggiare” la 44 attraverso il downgrading di “46”. 

E qui si chiude il sipario sull’avventura automobilistica di DAF, che contrariamente a quello che si pensa non è stata comprata da Volvo per problemi economici ma semplicemente perché DAF riteneva la divisione auto un business minore, visti i numeri ed i margini. 

Auto DAF scompare. Di chi la colpa?

Da un lato la topica degli olandesi fu clamorosa: vendere a Volvo la divisione produttiva di auto tutto sommato popolari, economiche e polivalenti poco prima della grande crisi energetica del 1973 in Europa fu come vendere una fabbrica di climatizzatori poco prima dell’arrivo de “El Niño” nel clima globale; 

dall’altro la scelta di Volvo di assorbire DAF solo rimarchiandoneun solo modello (la “66”) per poi adottare la trasmissione Variomatic sulla “343” per poi infine applicare una stupida eutanasia al marchio olandese sottintende la miopia presuntuosa ed evangelica di una Marchio, quello svedese, che dopo una iniziale prosperità sul mercato fino a metà anni Ottanta ha pagato salatissimo (come Saab) la strategia commerciale incardinata sull’export e sul vantaggio commerciale della Corona Svedese sul Dollaro e dunque sul mercato più importante degli Stati Uniti. 

Per sgonfiare Volvo come un sacchetto di polietilene pieno di aria e bucato, è bastato l’accordo valutario del Plaza. 

 

E Volvo, da compratore, è diventato un Marchio comprato da Ford e poi ceduto da questo ai cinesi. 

 

E si è perso per sempre. È la teoria dei corsi e ricorsi, anche se capisco che questa mia analisi è particolarmente feroce per il disappunto che la scomparsa così becera di DAF mi ha sempre generato. Il marchio olandese, nel decennio d’oro anni Ottanta per le utilitarie cittadine e per le piccole motorizzazioni anche sui mercati internazionali, avrebbe potuto denominare sotto l’ala protettiva di Volvo una gamma di piccole auto in cui il Variomaticpoteva essere il denominatore vincente per la guida in città e dove alcune modifiche necessarie (serbatoio da spostare da dietro l’asse ruote in posizione più sicura, ed altro) avrebbe avuto come patrocinatore la “77” che è un prototipo Volvo del 1967 basato sulla rivisitazione della “343”, ma con un piccolo particolare che pochi conoscono: la Volvo “345” in effetti è un progetto che nasce dentro DAF…. 

Ovviamente disegnata da Michelotti.

Senza parlare del progetto di “Monovolume” (DAF Volvo PX, 1975) che la stessa DAF iniziò a mettere in piedi prima della cessione. 

Pensando alla rivoluzione di Espace Renault, viene da mordersi le mani per l’occasione persa. E così, come per la storia di SAAB con cui quattro anni fa aprii simbolicamente il mio filone di racconti stralunati sul mondo delle auto, chissà: questo post sulla DAF potrebbe persino chiudere il filone. 

Perché storie così’ non sono tante nel mondo auto, e raccontarle costa. In termini di sentimenti spezzati e di tanta amarezza per aver sperso veri patrimoni. Quello DAF, ad esempio, con il brevetto “CVT” si è prolungato decenni dopo la scomparsa del marchio automobilistico. Forse, tanto tempo fa, sarebbe solo bastato più buon senso.

Riccardo Bellumori

Nuova Luxeed RX 2027: Purosangue sei tu?

Il crossover elettrico sportivo Luxeed RX, frutto della collaborazione tra Chery e Huawei, è stato messo in prevendita in Cina al prezzo di 299.800 yuan (44.550 USD). Il suo design è stato ideato da Werner Gruber, ex designer della Ferrari. L’RX competerà con la Xiaomi YU7 e la Voyah Passion S, offrendo un’autonomia di 852 km.

Luxeed è un marchio congiunto tra Chery e Huawei. La sua attuale gamma di modelli comprende tre vetture: la berlina S7, il SUV coupé R7 e il minivan V9. Huawei è responsabile delle vendite al dettaglio del marchio Luxeed, commercializzando le sue auto attraverso la propria rete HIMA insieme a Aito, Stelato, Maextro e Saic (Shangjie). Secondo China EV DataTracker, nel luglio 2026 Luxeed ha consegnato 9.906 veicoli ai clienti sul mercato interno.
La Luxeed RX è l’ultima arrivata nella gamma. È anche il primo veicolo a marchio Luxeed progettato da Werner Gruber, che ha lavorato presso Pininfarina, Ferrari e Saleen. La RX adotta un linguaggio stilistico completamente nuovo, diventando una sorta di pecora nera della gamma. Anche la sua denominazione è piuttosto sorprendente, dato che in precedenza Luxeed chiamava le proprie auto con una lettera seguita da un numero. Ma forse il carattere “X” in questo caso simboleggia il “10”.

LO STILE CONTESO

La Luxeed RX era stata precedentemente definita “un altro clone della Purosangue”. Tale soprannome era dovuto al profilo generale della carrozzeria, piuttosto insolito per un veicolo elettrico. La Luxeed RX presenta una linea del cofano lunga con uno spazio generoso tra il passaruota e la portiera anteriore. Presenta inoltre parafanghi posteriori pronunciati, maniglie delle portiere semi-nascoste e una parte posteriore corta. La RX vanta 10 elementi aerodinamici distribuiti lungo la carrozzeria. Sono disponibili tre opzioni di cerchi: R20, R21 e R22.
La RX è un SUV a cinque posti con dimensioni di 5020/2007/1585 mm. Gli interni presentano una caratteristica curiosa, ovvero la combinazione di specchietti laterali convenzionali con telecamere laterali. I pannelli delle portiere dell’auto sono dotati di schermi che mostrano informazioni sull’ambiente circostante. Il conducente può controllare tutto ciò che desidera. L’RX dispone inoltre di uno specchietto retrovisore con funzione di streaming, un ampio schermo flottante da 16,1 pollici, un display per il passeggero da 8,88 pollici, un quadro strumenti LCD e un HUD da 26 pollici.

La Luxeed RX offre un totale di 38 sensori e quattro LiDAR. Uno di essi offre 896 linee. Di conseguenza, l’RX è in grado di guidare automaticamente da un indirizzo all’altro. Il conducente deve solo monitorare costantemente la situazione ed essere pronto a subentrare, poiché si tratta semplicemente di un sistema avanzato di guida assistita di livello 2. La Luxeed RX è dotata di sospensioni attive e di un’impressionante rigidità della carrozzeria di oltre 50.000 Nm/grado.

Un unico motore elettrico alimenta la Luxeed RX entry-level. È posizionato sull’asse posteriore e vanta una potenza di 277 kW (371 hp). La variante AWD a doppio motore offre una potenza massima di 437 kW (586 hp). Sono disponibili tre opzioni di batteria da 81,1 kWh, 100,25 kWh e 100,42 kWh, che garantiscono un’autonomia compresa tra 700 e 852 km.

La Luxeed RX è stata messa in prevendita in Cina con una fascia di prezzo compresa tra 229.800 e 359.800 yuan (34.150 – 53.465 USD). Per chiarezza, la Xiaomi YU7 costa in Cina da 233.500 a 389.900 yuan (da 34.995 a 57.940 USD).

Alfa Romeo Stelvio Intensa: prova del 2.2 Turbodiesel 210 CV

Alfa Romeo continua a proporre lo Stelvio 2.2 Turbodiesel Q4 come cuore pulsante della gamma, e lo fa vestendolo con la serie speciale Intensa.

Ho provato la versione da 210 CV, quella che affianca alla trazione integrale un carattere ancora marcatamente sportivo, per capire se il compromesso tra tradizione e attualità regge ancora.

Dettagli estetici

La serie Intensa interviene sullo Stelvio con un pacchetto di personalizzazioni pensato per accentuarne il carattere sportivo senza stravolgerne le proporzioni, già di per sé equilibrate: 469 centimetri di lunghezza, 190 di larghezza e un passo di 282 centimetri che garantiscono una silhouette slanciata, coerente con il DNA Alfa Romeo. I cerchi in lega da 20 pollici opachi con finiture oro chiaro sono l’elemento distintivo più immediato, abbinati alle pinze freno nere con dettagli sempre in oro chiaro e al tricolore applicato sulle calotte degli specchietti retrovisori, un dettaglio che richiama l’heritage del marchio senza risultare eccessivo.

I fari Full-LED Matrix adattivi arricchiscono il frontale con una firma luminosa moderna, mentre l’abitacolo prosegue il discorso di esclusività con dettagli specifici della serie speciale: volante in pelle riscaldato, parabrezza riscaldato e un impianto audio premium Harman Kardon che completa un ambiente dai materiali percepiti come premium.

Il quadro strumenti a cannocchiale, tratto distintivo di ogni Alfa Romeo moderna, resta uno degli elementi più identitari dell’abitacolo.

Motore e prova su strada

Il 2.2 Turbodiesel a quattro cilindri di 2.143 cc eroga 210 CV (154 kW) a 3.750 giri, con una coppia massima di 470 Nm disponibile già a 1.750 giri: numeri che, abbinati alla trazione integrale Q4 e al cambio automatico ZF a 8 rapporti, si traducono in uno 0-100 km/h coperto in 6,6 secondi e una velocità massima di 215 km/h. Sono valori che collocano lo Stelvio Intensa 210 CV tra i SUV diesel più pronti della categoria, con un’erogazione piena già ai medi regimi che rende superflue le scalate frequenti in condizioni di guida normale.

Su strada il carattere sportivo di casa Alfa Romeo si fa sentire: lo sterzo resta diretto e comunicativo anche rispetto a rivali tedesche più filtrate, mentre le sospensioni attive SDC (Synaptic Dynamic Control) di serie sulla Intensa bilanciano bene comfort e controllo del rollio nei cambi di direzione. La trazione integrale interviene in modo trasparente, privilegiando la ripartizione posteriore tipica della filosofia Alfa fino a quando le condizioni di aderenza non richiedono il contributo dell’anteriore.

I consumi dichiarati si attestano intorno ai 6,0-6,1 l/100 km nel ciclo combinato, con emissioni di CO2 attorno ai 158-159 g/km: valori onesti per una vettura di quasi 1.750 kg a vuoto, che restano coerenti anche in un utilizzo extraurbano prolungato grazie all’autonomia garantita dal serbatoio da 58 litri.

Tecnologie interne e ADAS

L’abitacolo integra il sistema Alfa Connect Navi su schermo centrale da 8,8 pollici, affiancato dal quadro strumenti digitale da 12,3 pollici con più modalità di visualizzazione selezionabili. La connettività comprende Apple CarPlay e Android Auto in modalità wireless, mentre l’hot-spot Wi-Fi di bordo consente di collegare più dispositivi contemporaneamente durante il viaggio. È un impianto tecnologico maturo, che privilegia la leggibilità e la reattività rispetto agli effetti scenografici di alcune concorrenti.

Sul fronte della sicurezza attiva, la serie Intensa porta di serie il pacchetto ADAS di Livello 2 completo: cruise control adattivo con funzione Stop&Go, mantenimento attivo di corsia, riconoscimento della segnaletica stradale con Intelligent Speed Advisor, monitoraggio dell’angolo cieco, frenata automatica d’emergenza con riconoscimento di pedoni e ciclisti e il Driver Attention Alert per il monitoraggio dei livelli di attenzione alla guida. Completano la dotazione i sensori di parcheggio a 360 gradi con telecamera posteriore, utili nelle manovre vista la mole non trascurabile della vettura. Nell’uso quotidiano il sistema di mantenimento corsia risulta ben calibrato, con interventi progressivi che non entrano mai in conflitto con lo sterzo diretto tipico del marchio.

Scheda in breve — Alfa Romeo Stelvio Intensa 2.2 Turbodiesel 210 CV Q4
– Motore: 2.2 Turbodiesel 4 cilindri, 2.143 cc
– Potenza: 210 CV (154 kW) a 3.750 giri/min
– Coppia massima: 470 Nm a 1.750 giri/min
– Trazione: integrale Q4
– Cambio: automatico ZF a 8 rapporti
– 0-100 km/h: 6,6 secondi
– Velocità massima: 215 km/h
– Bagagliaio: 525-1.600 litri

Pro e contro

Pro

  • Erogazione piena e pronta del Diesel già ai medi regimi, coppia da 470 Nm disponibile presto
  • Sterzo diretto e comunicativo, carattere sportivo ancora tangibile
  • Sospensioni attive SDC che bilanciano bene comfort e controllo del rollio
  • Pacchetto ADAS di Livello 2 completo di serie sulla Intensa
  • Dotazioni distintive (Harman Kardon, fari Matrix, volante riscaldato) coerenti col posizionamento

Bocciata

  • Sistema di infotainment con diagonale abbastanza contenuta per gli standard attuali
  • Visibilità posteriore limitata da lunotto stretto e montanti generosi
  • Motore diesel ormai fuori dal trend del segmento, con futuro incerto in gamma

Alfa Romeo Stelvio Intensa 2.2 Turbodiesel 210 CV resta uno dei pochi SUV del segmento a offrire ancora un piacere di guida riconoscibile, con uno sterzo diretto e un motore pronto che compensano un listino non proprio accessibile. Resta da capire quanto ancora durerà questa combinazione, in un mercato che spinge sempre più verso l’elettrificazione.

Voi lo prendereste ancora in diesel, o aspettereste la prossima generazione elettrificata dello Stelvio?

Fiat 600 Hybrid 1.2 110 CV: prova del BSUV che convince senza spina

Segmento B, l’arena più competitiva del mercato italiano: nel 2026 la battaglia si combina su prezzo, efficienza e contenuti tecnologici, non più soltanto su design. In questo scenario Fiat gioca la carta della 600 Hybrid, erede indiretta della 500X ma costruita sul linguaggio stilistico della 500 elettrica. La versione che abbiamo guidato monta il 1.2 turbo a tre cilindri abbinato al mild hybrid a 48 Volt, per una potenza combinata di 110 CV, abbinato al cambio automatico a doppia frizione a sei rapporti e-DCS6. Il listino di questa configurazione parte da circa 25.750 euro nell’allestimento base, per salire oltre i 31.000 euro nella declinazione La Prima.

Dettagli estetici

La Fiat 600 non nasconde la propria parentela con la 500 elettrica: il frontale riprende la stessa firma luminosa a forma di baffo, la calandra chiusa e i gruppi ottici arrotondati, ma tutto è scalato su una carrozzeria lunga 417 centimetri, oltre mezzo metro in più della citycar torinese. Il risultato è una crossover compatta a cinque porte che rinuncia al carattere scattante della 500 in favore di proporzioni più rassicuranti, pensate per famiglie e uso quotidiano. Le linee laterali sono pulite, senza fronzoli, con un passaruota marcato che accompagna la vettura verso un posteriore squadrato e un portellone di ampie dimensioni.

Gli interni proseguono lo stesso discorso di continuità stilistica con la gamma 500: plancia in plastica rigida ma ben assemblata, inserto bianco a contrasto che alleggerisce visivamente l’abitacolo, e una fascia comandi ordinata sotto le bocchette centrali del climatizzatore. Non è un abitacolo che punta su materiali pregiati, ma la qualità percepita è coerente con il posizionamento di prezzo. A bordo si viaggia comodi in quattro, con qualche compromesso in cinque, mentre il bagagliaio si attesta tra i 360 e i 385 litri a seconda della fonte, comunque generoso per la categoria.

Motore e prova su strada

Il cuore della vettura è il 1.2 turbo a tre cilindri di 1.199 cc, assistito da un motore elettrico a 48 Volt integrato nel cambio e-DCS6: la potenza combinata dichiarata è di 110 CV, sufficiente per uno 0-100 km/h in circa 11 secondi.

Non sono numeri che raccontano di un’auto sportiva, ma su strada la sensazione è diversa da quanto i dati lascerebbero pensare. Il propulsore risponde con prontezza ai bassi regimi grazie al contributo elettrico, il turbo entra in gioco senza strappi e il cambio a doppia frizione gestisce i rapporti con fluidità, specialmente nella guida cittadina dove l’ibrido leggero permette anche brevi tratti a motore termico spento durante le manovre.

Su percorso extraurbano la 600 Hybrid mantiene un comportamento equilibrato: lo sterzo è leggero e preciso a bassa velocità, un po’ meno comunicativo quando si alza il ritmo, ma l’assetto assorbe bene le asperità dell’asfalto senza rinunciare a una tenuta di marcia rassicurante nelle curve veloci. In autostrada l’insonorizzazione regge bene fino ai 130 km/h, con qualche fruscio aerodinamico percepibile oltre questa soglia. I consumi dichiarati si attestano intorno ai 20,8 km/l nel ciclo misto, equivalenti a circa 4,8 litri per 100 chilometri, con emissioni di CO2 pari a 109 g/km: valori che nell’uso reale restano coerenti soprattutto in contesto urbano, dove il contributo del motore elettrico si fa sentire di più.

Tecnologie interne e ADAS

Il quadro strumenti digitale da 7 pollici privilegia la leggibilità delle informazioni essenziali, anche se i caratteri risultano piccoli rispetto agli standard più recenti del segmento. Il vero punto di forza è il display centrale da 10,3 pollici, personalizzabile con otto temi cromatici e organizzato tramite widget riposizionabili: un’impostazione che consente di richiamare rapidamente navigatore, climatizzatore o musica senza affondare in menu multipli. La compatibilità con Apple CarPlay e Android Auto è di serie, così come la connettività attraverso l’app Fiat per il monitoraggio da remoto del veicolo.

Sul fronte della sicurezza attiva, la Fiat 600 Hybrid adotta un pacchetto di guida assistita di Livello 2 che comprende cruise control adattivo con funzione Stop&Go, frenata automatica d’emergenza con riconoscimento di pedoni e ciclisti, mantenimento attivo di corsia, riconoscimento della segnaletica stradale con Intelligent Speed Assist e monitoraggio dell’angolo cieco. Non manca il sistema di sensori di parcheggio a 360 gradi con telecamera posteriore, utile data la scarsa visibilità posteriore imposta dal design del portellone. Il pacchetto ADAS si è dimostrato equilibrato nell’uso quotidiano: gli interventi del mantenimento corsia sono dosati e non invasivi, mentre il riconoscimento dei limiti di velocità risulta generalmente affidabile, con rare letture imprecise in ambito urbano.

Scheda in breve — Fiat 600 Hybrid 1.2 110 CV
– Motore: 1.2 turbo 3 cilindri, mild hybrid 48V, 1.199 cc
– Potenza combinata: 110 CV
– Cambio: automatico doppia frizione a 6 rapporti (e-DCS6)
0-100 km/h: 11,0 secondi
– Consumo combinato dichiarato: 20,8 km/l (circa 4,8 l/100 km)
– Emissioni CO2: 109 g/km
– Bagagliaio: 360-385 litri
Prezzo di listino: da 23.900 euro (allestimento base), da 25.750 euro nella versione 110 CV testata

Pro e contro

Pro

  • Guida fluida in città grazie al contributo del mild hybrid a bassa velocità
  • Cambio a doppia frizione ben calibrato, senza strappi nei cambi marcia
  • Schermo centrale da 10,3″ ricco di personalizzazioni e reattivo
  • Pacchetto ADAS di Livello 2 completo e non invasivo nell’uso quotidiano
  • Bagagliaio generoso per la categoria

Contro

  • Prestazioni pure modeste, 0-100 in 11 secondi non entusiasma
  • Materiali della plancia onesti ma non entusiasmanti
  • Visibilità posteriore penalizzata dal disegno del portellone