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Tutto quello che serve: Geely Starray EM-i PRO e CONTRO

Ho messo alla prova su strada la nuova Geely Starray EM-i, il SUV compatto con la nuovissima tecnologia Plug-in Hybrid EM-i che promette consumi da record e un’autonomia complessiva spaventosa. Ma è davvero tutto oro quel che luccica?

In questo video analizzo i veri PRO e CONTRO dopo averla guidata in città, in autostrada e nel misto, valutando l’efficienza reale del motore, la qualità dei materiali e lo spazio a bordo.
Vale la pena preferirla alle rivali europee e giapponesi? Scopriamolo insieme in questo test drive completo!

Motomondiale 1976 Classe Regina: il primo Titolo di una Immobiliare fu di HERON

Mezzo secolo fa, nel 1976, il mondo del Motorsport vive un intreccio di eventi di rara portata.

Sta infatti per scoccare il mezzo secolo esatto da un evento “a ventaglio”, visto che dallo scaturire dell’avvenimento più determinante – oggetto di questo Post a ricordo – ne derivano altri non meno importanti.

Nel 1976 il Motomondiale Velocità della cosiddetta Classe Regina (che all’epoca era nella cilindrata di 500 cc. ed a due Tempi) viene vinto per la prima volta dalla Suzuki, con Barry Sheene portabandiera ed a sua volta Campione mondiale Piloti in avvicendamento con il nostro mitico Giacomo Agostini che aveva vinto l’anno precedente. 

Caratteristica importante, la stagione 1976 è fino ad oggi l’ultima nella quale diventano Campioni mondiali – di F1 e di Classe Regina velocità a due ruote – due Piloti inglesi, provenienti insomma da una nobile culla del motorsport europeo.

Ma oltre a questo, si tratta del primo Titolo per una leggenda delle due ruote come Barry; tuttavia ad una scansione attenta di dati, diciture e sigle si comprende come la platea dei protagonisti sia molto più corposa: in effetti – recita l’Albo d’Oro – Sheene vince il Titolo Piloti Classe 500 in sella ad una Suzuki RG 500 “XR” gestita dal Team Inglese Heron. 

Dunque, non esattamente “Casamadre” Suzuki ma – verrebbe da dire – un Team satellite. Ma non è proprio così, in ottica di mezzo secolo fa: si può definire “Heron Motor Group.” come si chiamerebbe oggi in MotoGp una squadra associata al Marchio ufficiale?

Iniziamo dall’origine: dalla seconda metà degli anni Sessanta Suzuki aveva iniziato, come anche Kawasaki e Yamaha, un “lento” avvicinamento alla nuova normativa avviata dalla Federazione Internazionale: la limitazione dei frazionamenti (il numero massimo di cilindri in cui dividere la cubatura) risentiva delle statistiche tragiche (in numero di incidenti gravi) che le piccole cilindrate accusavano in un contesto nel quale i Marchi giapponesi avevano esasperato con quattro e sei cilindri le Classi da 50 fino a 350 cc. 

In pratica dunque, sdoganando l’architettura a 2 Tempi, la Federazione aveva limitato a un solo cilindro la Classe 50 cc.; a due cilindri la Classe fino a 250 e riservava i quattro cilindri di frazionamento massimo alle sole Classi 350 e 500 cc. Per protesta, soprattutto in contrasto con la decisione federale di non ammettere frazionamenti superiori a quattro cilindri nelle cilindrate massime, la Honda si era ritirata dalla fine degli anni Sessanta dalla presenza ufficiale nel Motomondiale, ed il motivo era straordinariamente semplice: Soichiro Honda, divino Boss, non digeriva l’ipotesi che il suo Marchio omonimo dirottasse la ricerca e la progettazione estrema di un motore agonistico verso l’architettura a due Tempi che giudicava troppo grezza e meno nobile della complicazione straordinaria ed artistica del quattro tempi che la Honda aveva declinato in frazionamenti fino a sei cilindri. 

Ad onore del vero anche Suzuki – all’epoca secondo colosso giapponese nel comparto moto dopo Honda – aveva deciso di ritirarsi dalle Gare mondiali, ma per protesta verso l’impossibilità di prorogare nelle piccole cilindrate la estrema complicazione dei suoi quattro e sei cilindri divenuti iconici. Ma l’assenza di Honda aveva aperto straordinari e insperati spiragli per le altre tre Case giapponesi – che avevano cominciato a sviluppare architetture a due tempi nella cilindrata di 500 cc. lasciando a MV Agusta la presenza unica con il classico quattro tempi di Cascina Costa – e Suzuki sarebbe stata semplicemente stupida a non approfittarne.

La danza dei Due Tempi: giapponesi contro MV Agusta

In questo scenario, ad aprire le danze vincenti in Classe Regina, per i due tempi, sono tre eventi scalari tra loro: ad Agosto 1971 a Dundrod (Gran Premio dell’Ulster) dove il “TT” britannico incrocia per la penultima volta il Motomondiale, la leggenda vivente del tempo Jack Findlay (detto “il Re dei Privati”) monta su un telaio Jada superalleggerito un motore Suzuki Titanelaborato al massimo. E così vince per la prima volta per un due tempi mezzo litro una Gara mondiale; due settimane dopo DaveSimmons vince sulla Kawasaki H1-R ufficiale; ed è la prima vittoria a Due Tempi come Squadra ufficiale di un Costruttore globale (moto + motore) nella Classe Regina. 

Dopo di che arriva il salto di qualità di Yamaha: mentre Suzuki e Kawasaki portano in Gara motori da mezzo litro fortemente originari della corrispondente produzione di serie (Suzuki “TR” deriva infatti dal bicilindrico “Titan” da mezzo litro, e idem per la Kawasaki con il micidiale 2 cilindri della “H1”) la Yamaha investe parecchio in un progetto ambizioso: manda in Pista, sotto lo sviluppo e la guida soprannaturale di Jarno Saarinen, un motore bicilindrico da 350 cc. per la “YZR 350” che dal 1973 fa davvero sfracelli nella sua Classe elettiva sostituendo la già valida famiglia “TR3” (350 cc.) iscritta in modo ufficiale e semi ufficiale dal Marchio dei tre Diapason tra il 1971 ed il 1972.

Ma “TR3 350” è a tal punto straripante ed evoluto (perché ha ben poco del motore di serie che comunque Iwata proponeva ai suoi clienti) da poter essere semplicemente rialesato da molti Team privati intorno ai 380 cc. per essere iscritto con velleità ed onore alla categoria massima; mentre più in là, con l’unione di due blocchi “YZR 350” in un unico motore, la satanica “TZ 700” diventerà un “cult” prima negli USA e poi nel “Trofeo FIM 750”.A queste date (1973) arriva in casa Yamaha ufficiale invece il debutto della “YZR OW20” da mezzo litro, una quattro cilindri in linea due tempi con alimentazione controllata dal pistone e 95 cavalli di base. 

Un “must” per le Stagioni 1973-1975 in cui Yamaha colleziona, prima della storia in Classe 500, il Mondiale Costruttori 1974 ed il Titolo Piloti 1975 con il nostro “Ago”. 

Nel 1976 arriva l’anno sabbatico per Iwata che esce dalla partecipazione ufficiale lasciando ai vari Team ed importatori la “YZR 500” MY 1975 e preparando il grande rientro del 1977 (parziale, visto che affiderà comunque la partecipazione a Team assistiti) dove rischia il colpo grosso con Steve Baker. Ma rimaniamo nel 1976, dove invece l’exploit arriva da casa Suzuki.Come detto sopra, Suzuki si ritira dal Mondiale nel 1967, ma vi ritorna “a mezzo servizio” (moto affidate a Team e/o motori affidati a telaisti esperti) dal 1969. 

La base è un vero crack di mercato: nel 1968 nasce “T500 Cobra”, la due tempi di serie più grande del mondo con 500 cc. e due cilindri. Inizia una causa con Carroll Shelby, all’epoca “griffe” della famosa AC Ford “Cobra” di cui aveva depositato il diritto internazionale per la denominazione di modelli a motore. 

Per cui la “Cobra” diventa “T500 Titan” mantenendo le particolarità tecniche di eccellenza (incluso l’iniettore di olio in ogni cilindro). Di “T500 Cobra” elaborate per le corse, soprattutto negli USA, se ne ricordano a decine prevalentemente in configurazione “stock” (cioè con telaio e serbatoio di serie).

Meno evidente e tracciabile è il lavoro dei preparatori privati su motore “T500” di serie per le Gare europee su pista fino al 1971 quando arriva da casa Suzuki la TR 500 “XR05”: iscritta da Hamamatsu in via ufficiale al Mondiale classe 500 di quell’anno soffre di un telaio particolarmente insufficiente. Ecco perché Findlay trapianta il motore ufficiale su un telaio “Jada” per vincere all’Ulster Grand Prix del ’71: contemporaneamente Rex White, Team manager dell’importatore inglese di Suzuki, si accorda con il mitico Colin Seeley (artigiano telaista di eccellenza in Gran Bretagna) per un telaio in grado di surrogare l’originale della XR05. Pilota prescelto: un certo Barry Sheene, alfiere Suzuki da oltre un lustro, quando spilungone e sempre capellone esordiva con le 125 di Hamamatsu nel mondiale. 

 

Nel 1973, quando Suzuki GB vince con Barry il Titolo del “Trofeo FIM 750” (più che un mondiale era un torneo internazionale di cinque/otto Gare affiancate al Motomondiale che si correvano con le diaboliche 750 a 2T giapponesi contro le “750” quattro tempi di Gran Bretagna ed Italia) grazie alla “TR 750 Water Buffalo”, il perno della presenza Suzuki al Motomondiale è in Italia con SAIAD. All’importatore torinese arrivano per Findlay e Guido Mandracci nuove “TR 500” sempre bicilindriche ma con raffreddamento ad acqua e ciclistica raffinata. 

Ottima base agonistica, ed 80 cavalli contro 65; ma purtroppo per Suzuki la YZR 500 OW 20 è da subito più competitiva. In parole povere, o quattro cilindri oppure semplice atto di presenza, al motomondiale.

Contro Yamaha YZR 500 Suzuki lancia la “RG”

Findlay infatti oltre il 5° posto iridato a fine 1973 non arriva, e Mandracci chiude persino 14° mentre il terzo meglio classificato dell’anno è un ottimo Gianfranco Bonera con Suzuki privata.

Ancora più sorprendente è il risultato della indipendentissima “Hi Tac Suzuki” con raffreddamento ad acqua artigianale (ante litteram” ottenuto dal 1972 dall’Ingegner Peter Inchley. E Barry Sheene, portabandiera di Suzuki GB? Beh…E’ ultimo in Classifica Iridata Piloti in quel 1973.

Questo mentre Suzuki crea l’Headquarter “Europa Racing Team” con Miyakawa come Boss al vertice affiancato da Mario Biaginidi SAIAD e Roberto Patrignani (mitico e mai dimenticato cronista ed esperto di moto) come Team Manager. Sede del Racing Team ovviamente l’Italia, di cui Miyakawa si innamora finendo per restare aprendo e gestendoVi aziende agricole di viticoltura.

E nel frattempo, la prima citata “Heron” cosa combina?? Fino al 1975 lavora molto sotto traccia: si tratta di una Società di Investimenti storica in Gran Bretagna che a partire dal 1966, dopo aver raggiunto un vero e proprio boom nel settore Immobiliare, decide di diversificare puntando sia al retail che ad altri settori industriali: acquisisce e cambia denominazione ad una catena di distributori di benzina, poi nel 1071 acquista l’Officina NewburyMotors e il Dealer Scottish Automobile Co. Per questo nel 1972 nasce “Heron Motor Group” da non confondere con la vecchia Casa automobilistica di Birmingham “Heron Motor Corp.”.

E’ nel 1975 però che il colosso del Real Estate tira il colpaccio acquisendo tutte le attività di “Suzuki GB”, cioè l’importatore ufficiale della Suzuki per l’Isola e per il mercato del Commonwealth. 

 

Ma ci dobbiamo ancora arrivare al 1975; l’unica cosa sicura è che all’Headquarter inglese del marchio giapponese non fanno più difetto i soldi, da quel momento.

Prima del 1975, l’anno prima ancora, la Suzuki GB è uno dei Team serviti da Suzuki “Casamadre” come lo è la SAIAD e come lo sono altri importatori europei: Svizzera, Olanda e Germania in primis, ma anche Francia e Lussemburgo. 

A metà del 1974 arriva da Hamamatsu una piccola rivoluzione: per fronteggiare Yamaha 4 cilindri due tempi e MV Agusta Suzuki lancia il programma “RG 500 XR 14”: frutto delle esperienze pregresse di Suzuki nelle cilindrate minori (abbandonate poi per quasi vent’anni a partire dalla fine degli anni Sessanta), la “RG 500” nasce da un foglio bianco in meno di un anno senza prendere molti spunti dalle provvisorie – anche se validissime – “TR 500”;lo Staff progettuale di 4 Ingegneri (capitanati dalle leggende Makoto Hase e Makoto Suzuki) parte invece dalla mappatura delle esperienze di Pista negli USA della tremenda XR11 “TR750” con la quale il povero Barry vince nel 1973 e rischiapersino la vita, con la caduta di Daytona 1975.

Ma se volete qualcosa che Vi avvicini alla poetica vera della passione motociclistica, dovete cercare in Rete una delle tante interviste rilasciate da Makoto Suzuki, che ricorda momenti incredibili ed avventurosi degli anni ’70, quando la registrazione dei dati non esisteva e l’attrezzatura più sofisticata era un cronometro e le nuove parti da collaudare sulle piste arrivavano con il bagaglio a mano dei membri del team.

Dopo ogni gara gli ingegneri e i piloti si sedevano e scrivevano a mano pagine e pagine di appunti sulle prestazioni della moto e su dove potevano essere migliorate e le inviavano via fax o telex in Giappone, e questo era il “Cloud” di una volta.

Ridimensionando telaio e ciclistica della “TR750”, e testando al banco prova per ore ed ore – con decine di condotti di scarico, batterie di carburazione e ottimizzazione dei dischi rotanti – Suzuki non si aspettava tuttavia di poter contare da subito con potenze di base già vicine ai 100 Cv per punte velocistiche prossime ai 310 Km/h nei test a Spa in Belgio nel 1974 !!!Situazioni al limite del dramma, con la ruota da 18” che si solleva in rettilineo e costringerà quasi da subito a sperimentare le caratteristiche “alette” ai lati della carena.

La tecnica della “valvola rotante” derivava dalla sperimentazione tedesca (MZ, NSU, etc.) che tra l’altro va alla grande con la Konig, unica altra delle protagoniste di livello del periodo “60/70” a proporre la Valvola nel motore 500 cc.

La “prima” di Suzuki con il “disco” è nel 1961 con la “250” quattro in quadrato: 55 Cv a quasi 13.000 giri/min, quasi 10 più delle Honda a 4 Tempi, per arrivare appunto alla “RG500” preceduta dalla sola Konig e seguita nel tempo da Kawasaki per 4, da Sanvenero per due, e da Yamaha per due: in tutti gli altri casi (Cagiva, Paton, etc…) le realizzazioni erano semplicemente delle rielaborazioni di monoblocchi proprietari derivanti dai suddetti cinque.

 

Negli oltre 30 anni di storia delle 500 cc a Due Tempi i Costruttori “a Podio” con motori propri a Disco Rotante sono stati solo quattro (Kawasaki, Sanvenero, Suzuki e Yamaha) e lungo solo 10 Stagioni Iridate (primo Podio nel 1974 e prima vittoria di sempre in un Gran Premio per la Suzuki “RG” di Sheene nel 1975 ed ultima nel 1983 con Roberts sulla Yamaha, ultimo Podio di sempre per Barry Sheene nel 1984): se queste sono le cifre limitatissime dell’era “Valvola rotante” nella storia del Due Tempi in Classe 500 è perché di fronte all’estremo vantaggio di gestione flussi di ammissione miscela (la fasatura asimmetrica, cioè possibilità di aspirazione prolungata alla massima escursione del pistone senza dover ritardare eccessivamente chiusura e scarico) si pagava sempre un tributo di “guidabilità” con la questione della famosa “curva piatta” e con un regime limitatissimo di fruibilità della potenza ottimale dopo il quale arrivava il classico “botto” di cavalli con la ruota posteriore impazzita.

 

E facciamo presto a dire “Americani” in Classe Regina: nell’epopea vincente degli Yankee, gli unici di loro in grado di vincere restando dritti su una moto sono solo tre (Hennen, Roberts e Mamola) mentre nessuno dei Titoli di Piloti statunitensi deriva da un “Valvola Rotante”, segno che guidare queste diavolerie offre un valore in più per gli unici Iridati di questa ristretta Categoria nella storia della Classe 500 (Sheene, Roberts, Lucchinelli, Uncini) visto che guidare al limite una Suzuki “RG/RGB” era davvero una impresa da superuomini.

Un motivo in più per ricordare con ammirazione (in questa Storia a puntate) Barry Sheene, di cui spesso si racconta la gloria in modo molto scenografico senza andare al dettaglio di un aspetto importante: “dare la vita” è un termine talmente fuori luogo e maldestro che non lo userò mai in un contesto di storie di moto; ma posso dire che Barry ha dato vita – in Pista – all “Alfa ed Omega” della “RG/RGB” regalando a questa dinastia a due ruote l’ultimo Podio di sempre nelle condizioni più impossibili per le moto e per la “Disco rotante”: siamo a Kyalami 1984, sotto un acquazzone dove la classe di Barry sciorina gli ultimi colpi d’autore prima che l’inglese si ritiri dalle competizioni a fine Stagione. 

Suzuki “RG”: ad immagine e somiglianza di Barry Sheene e di “HERON GB”

Suzuki deve totalmente a Barry l’abnegazione allo sviluppo di RG 500: l’inglese nel 1974 va a podio in Francia ed Austria, ma si frattura una gamba al Gran Premio delle Nazioni ad Imola e rimane fermo quattro mesi, nei quali nessuno sa guidare il nuovo mostro come lui, che chiude la Stagione al sesto posto, per rimanere in Giappone tra metà Ottobre e inizio Dicembre per intensificare lo sviluppo di “XR14” insieme alla Casa madre. 

Telaio, erogazione, sospensioni ed aerodinamica vengono perfezionate ed infatti i risultati si vedono: Suzuki per il 1975 si affida al roccioso Teuvo Lansivuori ed all’importatore finlandese in affiancamento a Barry ed alla filiale inglese. Con SAIAD si vede un beniamino del popolo motociclista, cioè Nico Cereghini, ma su “TR500”. Teuvo finisce quarto a solo cinque punti dal Podio iridato di Stagione, mentre Barry è costellato da ritiri ma segna ben due vittorie. Sesto posto finale, ma con il thrilling. Quello per cui dalla seconda metà Stagione 1975 Suzuki dichiara la volontà di interrompere la presenza ufficiale diretta al Motomondiale.

 

Non è la sola: l’addio di MV Agusta, che chiude per sempre la sua gloriosa storia agonistica per andare a morire tra le braccia della finanziaria di Stato EFIM, è sufficiente per far decidere a Yamaha (lo abbiamo scritto prima) l’anno sabbatico di uscita dal Motomondiale nel 1976 (con il mito vivente Giacomo Agostini, campione in carica, che deve arrangiarsi come un qualunque Pilota privato smezzando la Stagione con una MV ed una Suzuki); mentre Suzuki decide di fare esattamente come la Casa di Iwatal’anno dopo: dal 1976 (e fino, pensate, al 1987) Hamamatsu appoggerà direttamente gli Importatori ed i Team europei selezionati fornendo materiale di prima scelta ed aggiornamenti, ma lasciando agli assistiti l’organizzazione di Gara. Il motivo, o meglio un motivo fondamentale? Uno, quasi inconfessato, Ve lo ricordo io: nel 1976 troverete in Classifica mondiale piloti una venticinquina di Suzuki contro una manciata di Yamaha. 

Suzuki vuole il Business “Privati” ed HERON Suzuki GB diventa Leader in Europa

Sono un esercito di “RG” private contro ancora pochissime “TR 500” bicilindriche residue. Questo è lo sforzo industriale sovrumano di Suzuki: fare di “RG” ancora oggi la vera leader del mondo dei Privati nel Motomondiale Classe Regina. Senza le varie “Mark” presenti in Pista le Griglie di partenza di un decennio sarebbero state vuote per metà. Suzuki “fiuta” dentro al Motomondiale – improvvisamente ricchissimo grazie a TV e globalizzazione – il Business dei privati, ed è subito chiara con tutti alla fine del 1975: “Money at First”, e sentimenti e rapporti consolidati passano bene in cavalleria.

Primo: Team ed Importatori selezionati per le “XR” ufficiali aggiornate devono rendersi meritevoli della selezione, investendo fior di quattrini in organizzazioni sportive. Per Hamamatsu non ci sono figli e figliastri, ma parleranno solo i  numeri.

Secondo: dal 1976 i Teams privati sono importanti come le Squadre ufficiali: gli importatori che non saranno in grado di sostenere investimenti “Top” riceveranno comunque le serie “RG Mark” per svolgere le Stagioni.

Terzo: come detto, contano i soldi. Qualunque Privato od Importatore che con Suzuki sostanzialmente private sarà in grado di sostenere aggiornamenti e upgrade, semplicemente li avrà. 

E’ per questo che nella bacheca storica di Suzuki RG Vi capiterà di leggere gli Exploit dell’Importatore olandese, o le onorevoli prestazioni del Team privatissimo svizzero, o di altri sporadici protagonisti; ed è per questo che prima di Yamaha e poi di Honda, il problema degli “Ufficiali” Suzuki diventerà l’esercito di “RG” private in Pista. 

Soprattutto perché Suzuki RG diventerà famosa e caratteristica per una peculiarità: da metà a fine anni Ottanta vecchissime “Mark II, III, IV” o persino riesumate “RGA/RGB” – vendute e rivendute decine i volte – calcheranno gli scenari mondiali scendendo in Pista con metri di fil di ferro e nastro da tende, chilometri ed anni sulle spalle. Ma è proprio con uno di questi residuati bellici che si forma la leggenda di uno dei miei miti a due ruote, “Big Rob” Mc Elna (che leggete su altro Post su questi spazi).

Il discorso di fine Anno 1975 di Hamamatsu agli Importatori trova davanti almeno due importanti novità: 

SAIAD (che aveva iniziato ad importare Suzuki in Italia dal 1970) diventa “Suzuki Italia” e contemporaneamente cessa di esistere il “Suzuki Europa Racing Team”. 

Intanto, a La Spezia, un Team divenuto famoso con le Laverda – cioè il Team di Roberto Gallina – inizia la sua esperienza nel Motomondiale con Marco Lucchinelli, compaesano di Ceparana, adottando due nuove “RG XR” ufficiali e gestendo le poche “TR 500” rimaste in scena. Compagno di Marco è un altro ligure degno di nota: Armando Toracca, valido e talentuoso, così come taciturno e compassato in TV.

Mentre la situazione per l’Importatore inglese è un poco più agitata: come detto poco sopra “Heron Motor Group” acquisisce l’Importatore inglese di Suzuki appena in tempo per fornire liquidità e supporto manageriale anche al Reparto Corse. Per questo Suzuki GB assume direttamente ed in pieno l’assistenza a Barry Sheene e Jack Findlay per la fine Stagione 1975. 

Per l’anno successivo Heron mette in mostra davvero i muscoli: chiude un contratto di sponsoring e di partnership con Texaco, nuovo sponsor per le livree rosso-nero ed oro delle “XR14” in dotazione; apre un nuovo capannone per lavorazione, assistenza e magazzino Ricambi per il Team di Gara; ed è così che – “Money at First” – Hamamatsu deve implicitamente prendere atto che l’Importatore inglese è quello che mostra la ruota di pavone più estesa degli altri. 

 

Ha il Pilota simbolo, quello più iconico anche mediaticamente per il mercato commerciale; ha Staff, Know How, strutture e soldi. Per questo parte da subito avvantaggiato. Sheene, Williams e Newbold paiono da subito i predestinati anche al “povero” Roberto Gallina che però ha dalla sua il talento e la follia di Marco da Ceparana. Risultato: fin dall’inizio Barry è un Caterpillar con tre vittorie nelle prime tre Gare e cinque in totale di Stagione; mentre a seguire con grande abnegazione e intelligenza di Gara è il nostro “Lucky” che a furia di podi riesce a finire Terzo in Classifica Iridata. Da allora Roberto Gallina sarà l’unico contraltare antagonista dell’amata – odiata “Heron Suzuki GB”; che tuttavia, per motivi ovvi, monopolizza le strategie di Casamadre ad Hamamatsu fino a fine anni Settanta ed inizio Ottanta. 

In parte gli va bene, in parte no: Barry raddoppia il titolo mondiale nel 1977 ma perde per un soffio quello 1978 e, detto personalmente in tutta coscienza, rovina un probabile Titolo 1979 nelle mani di Virginio Ferrari e del Team “Gallina / Olio Fiat”. 

 

HERON, l’Immobiliare che Vince i Mondiali Velocità a Due ruote, fallisce

Altre storie che leggete sempre su Autoprove.it cliccando le giuste parole chiave. Nel 1980 la parabola discendente di Heron Suzuki eda allora quella di tutta la Corporate Heron. L’arrivo di RandyMamola – neo prodigio statunitense – illude con il vice Titolo del 1980 di Randy dietro a Kenny Roberts. Ma è nel 1981 e 1982 che Roberto Gallina si riprende quello che gli era dovuto con gli interessi: con il capriccioso Barry Sheene che emigra temporaneamente alla Yamaha al nostro Roberto arrivano i Titoli mondiali e la soddisfazione di essere l’ultimo a portare sul tetto del mondo la mitica dinastia “Suzuki RG/RGA/RGB XR”. Dal 1983 in poi l’obsolescenza e il disimpegno di Hamamatsu segnerà il declino di una moto leggendaria.

 

Ed “Heron Suzuki GB” che fine fa? Molto semplice: la Squadra Corse dalla fine del 1983 inizia un percorso evolutivo che, complice il raffreddamento delle attività sportive di casamadre, di fatto allontana progressivamente le realizzazioni del Team inglese dalle radici familiari di Hamamatsu: diverse forcelle ed elementi ammortizzanti, diversi sistemi di carburazione ed accensione fino ad arrivare alla famosa “Skoal Bandit” del 1985 con telaio in fibra di carbonio della Ciba Geygy; una realizzazione che in mano a Rob Mc Elnea ed a Paul Lewis rientra nella metà classifica iridata grazie in particolare alla caparbietà di Big Rob di strappare punti a furia di quarti e quinti posti. 

Ma dopo l’ultimo Podio di Barry Sheene in Sudafrica nel 1984 quei risultati di “Big Rob” sono i migliori che ci si potrà attendere, salvo l’ultima zampata più mediatica che sostanziale: NiallMcKenzie fa tornare una Suzuki in prima fila al via di un Gran Premio. Accade a Misano, a fine Agosto del 1986 e quella Suzuki Heron denominata “XR71” è al tal punto una specie di laboratorio da aver adottato l’alimentazione a lamelle. Ma questo è l’ultimo canto del cigno, di sempre, per “Heron Suzuki GB”

 

All’inizio degli anni ’80 Heron era una delle più grandi società private del Regno Unito, con un patrimonio di oltre 1,5 miliardi di sterline, inclusa una partecipazione significativa nell’industria americana dell’home video tramite Media Home Entertainment e le sue etichette sussidiarie, che Heron acquistò nel 1984. Oltre alla divisione Automotive, ne abbiamo detto compiutamente.

Ma diventa oggetto nel 1986 di una condanna penale per frode azionaria, ed esce in fretta da ogni partecipazione esterna per affrontare debiti per oltre 1 miliardo di sterline. Cede ogni asset e per far sopravvivere Heron si devono mobilitare investitori dai nomi di Bill Gates, Rupert Murdoch, Craig McCaw, il fondatore di Oracle Corporation, Larry Ellison e altri che hanno concesso prestiti di ristrutturazione; motivo per il quale dal 1987 il celebre nome “HERON Suzuki” sparisce dalle scene per lasciare il posto al Team Suzuki Pepsi dentro al quali germoglia il mito leggendario di Kevin Schwantz.

Fu, quello Suzuki, uno degli asset ceduti da Heron per continuare a sopravvivere (fino a metà anni ’90) poi la crisi dello SME e quella del mercato immobiliare inglese ne decretarono la fine, che – mai dire mai – smette di essere tale dal 2010: è quello l’anno in cui “Heron Investments Real Estate” torna nel mondo finanziario. 

 

Ma di corse, e di moto, nisba. Non se ne parlerà mai più. Eppure Heron è tuttora l’unica Finanziaria Immobiliare ad avere in Bacheca anche un Trofeo Iridato nel Motomondiale oltre ai “soliti” Awards dell’economia. Se non è un poco magico, tutto questo, fatemelo sapere. 

 

Così come spero che anche questo racconto Vi faccia dire quello che mi ha fatto piacere ascoltare da un giovane lettore: “Anche se all’epoca non c’ero, leggendo Te è come se ci fossi stato”. 

E’ questo, in fondo, il dovere delle storie raccontate. 

 

Diventare di chi le legge. Cari amici, un saluto a tutti.

 

Riccardo Bellumori

Nuova BYD Seal 08: la prima col Flash Charging

La nuova BYD Seal 08 è una berlina di grandi dimensioni a quattro porte. Come di consueto, il modello è disponibile con motorizzazione ibrida o completamente elettrica. La novità presenta un ricco equipaggiamento e prezzi interessanti.

La nuova berlina BYD era già stata presentata nel 2025 sotto forma di concept denominato Ocean-S. La versione di serie è stata presentata per la prima volta nel marzo di quest’anno: la berlina di serie ha ricevuto il nome di BYD Seal 08. Ora in Cina si è tenuta una presentazione completa, sono stati annunciati i prezzi e sono state avviate le vendite. La «8» è diventata la nuova ammiraglia della famiglia BYD Ocean.

La BYD Seal 08 è dotata di un gruppo ottico anteriore a due livelli: nella parte superiore si trovano le luci di marcia «a forma d’onda», sotto di esse i blocchi dei fari principali. Nella parte inferiore del paraurti anteriore sono presenti delle alette attive. La novità presenta inoltre maniglie delle portiere incassate e fanali posteriori realizzati con lo stesso motivo «ondulato». Il tetto è dotato di due sezioni in vetro.

La BYD Seal 08 misura 5150 mm di lunghezza, 1999 mm di larghezza, 1505 mm di altezza e ha un passo di 3030 mm. La quattro porte monta cerchi da 19 pollici. La berlina è disponibile nella versione ibrida ricaricabile o come auto elettrica. La capacità del bagagliaio della prima versione è di 533 litri, quella della seconda di 508 litri. Sotto il cofano della versione elettrica è presente un vano aggiuntivo da 160 litri.

INTERNI E TECNOLOGIE

Nell’abitacolo sono installati schermi separati per il quadro strumenti (12,3 pollici) e per il sistema multimediale (15,6 pollici), mentre nella parte superiore del tunnel centrale a due livelli è presente una piattaforma di ricarica wireless per smartphone. Tutte queste dotazioni sono già incluse nella versione base. L’elenco delle dotazioni di serie comprende anche la ventilazione e il riscaldamento di tutti i sedili, il massaggiatore per i sedili anteriori, il climatizzatore a tre zone e il sistema di guida autonoma «God’s Eye» di BYD (lidar, numerose telecamere e radar).

Le versioni top di gamma offrono inoltre un vano nascosto nel tunnel con funzioni di riscaldamento e raffreddamento, un display a proiezione, sedili posteriori con funzione massaggio e poggiapiedi, ricarica wireless e telecomando touch integrati nel bracciolo ribaltabile del divano posteriore.

Tutte le versioni della BYD Seal 08 sono dotate di sterzo assiale delle ruote posteriori. Tutte le varianti, ad eccezione di quella base, dispongono inoltre di sospensioni pneumatiche adattive.

Nuova Ferrari 12Cilindri Manuale: dati tecnici

Ferrari ha finalmente realizzato ciò che gli appassionati chiedevano da oltre un decennio. La nuova 12Cilindri Manuale riporta i tre pedali e il cambio a griglia su una Ferrari da strada per la prima volta da quando la 599 GTB è uscita di produzione nel 2012. Detto questo, non si tratta di un semplice ritorno al passato.

Anziché rispolverare un vecchio progetto di cambio, Maranello ha utilizzato la tecnologia moderna per ricreare l’esperienza di guida manuale, pur mantenendo le prestazioni che ci si aspetta da una Ferrari contemporanea.

A prima vista, sembra esattamente la Ferrari che molti collezionisti hanno sempre sognato. La console centrale presenta una leva del cambio a sei marce lucidata, sormontata da un classico pomello rotondo in alluminio. Ci sono tre pedali invece di due.

Anche la disposizione dell’abitacolo è stata riprogettata intorno all’esperienza di guida: la Ferrari ha aggiunto un’area dedicata al tunnel centrale e rivisto l’ergonomia per concentrare meglio l’attenzione sul cambio marcia. La realtà che si cela dietro la leva in alluminio è ben più complessa.
Dal punto di vista estetico, la Manuale si distingue dalla versione standard anche per gli esclusivi dettagli Tailor Made. Tra questi figurano un badge laterale inciso al laser, strisce sottili di ispirazione storica che richiamano la classica 365 GTB4 Daytona, colori dedicati, cerchi forgiati e livree opzionali. All’interno, gli acquirenti hanno a disposizione opzioni esclusive di pelle, Alcantara e finiture riservate specificatamente a questo modello.

Manuale By-Wire

La Ferrari 12Cilindri Manuale fa rivivere il cambio manuale a griglia con un tocco high-tech
Ferrari chiama il sistema “Manuale By-Wire” e, a differenza dei cambi manuali a griglia che hanno reso famoso il marchio, non esiste alcun collegamento meccanico tra la leva del cambio, il pedale della frizione e il cambio stesso. Al contrario, sia la frizione che la leva del cambio comunicano elettronicamente con il cambio tramite sensori e moduli di controllo dedicati.

Quando il conducente preme il pedale della frizione, il comando viene convertito in segnale digitale e trasmesso alla centralina del cambio. Allo stesso modo, lo spostamento della leva attraverso le guide invia comandi elettronici anziché selezionare fisicamente le marce. Il funzionamento non è molto diverso da quello dell’Engage Shift System di Koenigsegg.
La Ferrari afferma di aver dedicato notevoli sforzi per garantire che l’esperienza non risulti artificiale. L’azienda ha sviluppato un modulo dedicato con sensori e meccanismi cinematici avanzati, progettato per replicare i carichi associati alla sincronizzazione, all’innesto e al disinnesto durante ogni cambio di marcia.

La Ferrari sostiene che il sistema nel suo complesso offra un innesto sufficientemente deciso da consentire ai conducenti di sperimentare una partenza a scatti o addirittura uno spegnimento del motore se commettono un errore. Vale la pena tornare sull’Engage Shift System solo per sottolineare che anche Koenigsegg permette agli utenti di far spegnere il motore se commettono un errore. Inoltre, impedirà ai conducenti di scalare le marce oltre quanto sarebbe possibile in un vero cambio manuale (a parte coloro che lo forzano e compiono quella che chiamiamo una «moneyshift»).

Il sistema è in definitiva collegato a un cambio a doppia frizione, consentendo alla Ferrari di preservare i vantaggi prestazionali del suo cambio esistente, offrendo al contempo ai conducenti un’esperienza molto più coinvolgente. Questo spiega anche come l’azienda possa offrire una modalità automatica, permettendo di fatto all’auto di trasformarsi da gran turismo a tre pedali in un’auto automatica convenzionale quando lo si desidera.

DATI TECNICI E MOTORE

Le case automobilistiche sostengono spesso che un cambio manuale richieda di sacrificare parte della potenza a favore della longevità. La BMW lo ha fatto con la sua nuova M3 dotata di cambio manuale, ad esempio. La Ferrari non lo ha fatto, e per questo possiamo tutti essere grati al fatto che si tratti ancora, nella sua essenza, di un cambio automatico. Il V12 aspirato da 6,5 litri continua a erogare 830 CV (619 kW) e 678 Nm di coppia. Raggiunge ancora i notevoli 9.500 rpm, accelera da 0 a 100 km/h in 2,9 secondi, raggiunge i 200 km/h in meno di 7,9 secondi e supera i 340 km/h di velocità massima.

La Ferrari 12Cilindri Manuale riporta in auge il cambio con leva a gabbia con un tocco high-tech
Ferrari produrrà solo 1.499 esemplari di questa vettura, e tutti saranno realizzati tramite il sistema Taylor Made, in modo che non ce ne siano due uguali. Il prezzo parte da 590.000 € (675.000 $), e questo prima che i potenziali proprietari aggiungano anche una sola opzione.

Addio Land Rover Discovery con la versione Landmark

Land Rover Discovery saluta il mercato con la versione Landmark.

Il marchio britannico ha presentato il fuoristrada Land Rover Discovery già nel 1989; l’attuale modello ha debuttato nell’autunno del 2016, mentre l’aggiornamento è avvenuto nel novembre del 2020. Le prime informazioni sul successore sono emerse nel 2024: secondo quanto riportato, la Discovery di sesta generazione avrebbe avuto un design radicalmente diverso dai modelli precedenti e sarebbe stata più simile a un minivan che a un fuoristrada tradizionale. Si prevedeva che la novità sarebbe stata presentata nel 2026, tuttavia il costruttore mantiene per ora il riserbo al riguardo e i paparazzi non hanno ancora individuato nemmeno prototipi camuffati durante i test.
Per ora i britannici hanno presentato solo una nuova versione della Land Rover Discovery, alla cui denominazione è stato aggiunto il suffisso «Landmark». Vale la pena notare che la modello aveva già avuto in passato una variante con questo nome. Nella gamma del fuoristrada, questa versione si colloca tra l’allestimento base S e quello più ricco Tempest. Il prezzo della Discovery Landmark è già noto: nel Regno Unito questa vettura costa 75.860 sterline, pari a circa 7,8 milioni di rubli al cambio attuale.

La versione con il prefisso Landmark si distingue dalle altre per l’esclusiva colorazione della carrozzeria in blu scuro – Tasman Blue metallizzato. L’azienda ha sottolineato che è stata ispirata dalla tonalità Clearwater Blue, apparsa già nel 1989, anno di lancio della Land Rover Discovery. Il tutto è completato dalla calandra e dagli inserti con il nome del modello sui parafanghi anteriori, realizzati nel colore grigio scuro Graphite Atlas.
Si nota l’emblema a forma di rappresentazione schematica delle montagne, che si può vedere come targhetta sulla carrozzeria, sulle modanature in alluminio dei sottoporta (insieme al nome della versione), come immagine proiettata da un proiettore situato nella parte inferiore delle portiere anteriori, nonché sul cruscotto dal lato del conducente, ecc. Il profilo è impreziosito da cerchi in lega da 21 pollici neri lucidi.

All’interno della Land Rover Discovery Landmark è montato un volante a quattro razze rivestito in pelle con inserti in alluminio; elementi simili sono presenti anche sulla console centrale. Sul tetto è installato un tetto apribile panoramico scorrevole, mentre nel tunnel centrale è previsto un frigorifero.

MOTORE E DATI TECNICI

La dotazione tecnica del modello è standard, quindi la nuova versione della Discovery è disponibile con un propulsore ibrido leggero, basato sul motore diesel Ingenium D350 da 3,0 litri. La sua potenza è di 350 l.s., mentre la coppia massima è di 700 Нм. Il fuoristrada impiega 6,3 secondi per accelerare da fermo a «cento» ed è in grado di trainare un rimorchio con un peso fino a 3500kg.

Il modello è dotato di diverse modalità elettroniche di guida che consentono di muoversi su diversi tipi di strada, su vari rilievi del terreno e tenendo conto delle diverse condizioni meteorologiche. È presente anche il sistema All Terrain Progress Control, che permette di impostare e mantenere una velocità costante in condizioni fuoristrada. Da notare inoltre che la profondità massima di guado della Discovery è di 900 mm (corrispondente a quella della Land Rover Defender).

Alfa Romeo 155 rinasce nel tuning 55 SGT di SGT Automobili

La berlina 155 dall’aspetto squadrato dell’Alfa Romeo è ormai quasi dimenticata, tranne che dagli appassionati di sport motoristici che ricordano come abbia conquistato i campionati di auto da turismo in Italia, Spagna, Regno Unito e Germania. Oggi la sua configurazione DTM più estrema è stata presa a modello per una 155 rivisitata, realizzata attorno a componenti Quadrifoglio di ultima generazione.

L’auto in questione è la 55 SGT di SGT Automobili, che sottolinea come la propria vettura non sia un restomod. Sembra invece che l’azienda abbia realizzato qualcosa che assomiglia alla V6 TI dell’Alfa Romeo vincitrice del DTM nel 1993, ma che in realtà, sotto la carrozzeria in carbonio, nasconde una Giulia di ultima generazione.

DATI TECNICI E MOTORI

La potenza proviene da un V6 biturbo da 2,9 litri abbinato a un cambio automatico a otto rapporti. La versione Stradale eroga fino a 620 CV nella sua configurazione più potente, mentre la Trofeo alza la posta in gioco a 750 CV e 800 Nm. Come le 155 originali vincitrici di gare, la 55 SGT è a trazione integrale e i piloti possono anche regolare la distribuzione della coppia o persino passare a una modalità drift che convoglia tutta la potenza sul retro.

La Stradale pesa 1.590 kg, mentre la Trofeo, più estrema, perde altri 100 kg, arrivando a un peso a vuoto dichiarato di 1.490 kg. Altri motivi per scegliere la Trofeo includono i bracci trasversali in fibra di carbonio, il kit di sollevamento integrale a quattro ruote per rapidi cambi gomme durante le giornate in pista, freni potenziati e un pacchetto aerodinamico che eroga fino a 460 kg di carico aerodinamico e include un sistema DRS in stile F1.

L’abitacolo segue la stessa filosofia incentrata sul guidatore del telaio. I sedili posteriori scompaiono per lasciare spazio a un roll-bar, mentre i sedili avvolgenti e i comandi di ispirazione agonistica montati su una splendida console in carbonio conferiscono un’atmosfera da DTM, ma con un livello di lusso e raffinatezza di gran lunga superiore a quello che si trova in qualsiasi vera auto da corsa – o in una moderna Alfa Romeo.

Verranno costruite solo 55 vetture; i primi 10 esemplari costituiscono una “Opening Edition” riservata a clienti selezionati, mentre ogni vettura può essere personalizzata come un vero e proprio pezzo unico.

SGT Automobili non indica un prezzo, ma abbiamo appreso che la conversione costerà circa 500.000 € (570.000 $) oltre al costo della Giulia Quadrifoglio da cui attingere i componenti. L’azienda ci ha comunicato di aver già ricevuto quattro ordini, il che significa che rimangono disponibili solo sei posti per l’Opening Edition.

Nuova Xpeng L03: sfida Porsche Macan

Xpeng, in piena espansione in Europa, si appresta a svelare un nuovo modello perfettamente adatto al Vecchio Continente: la L03. Questo SUV coupé elettrico dovrebbe integrare un ricco pacchetto tecnologico pur mantenendo prezzi contenuti. Ecco cosa sappiamo già.

Fondata nel 2014 in Cina, Xpeng punta ora a una forte espansione in Europa. Il giovane marchio ha già lanciato tre modelli in Francia, ovvero i SUV G6 e G9 e la berlina P7+. Ma non si fermerà qui, poiché sono attese diverse novità al Salone dell’Automobile di Parigi, nell’ottobre 2026. Tra queste, un SUV coupé denominato Xpeng L03, derivato dalla famiglia Mona già lanciata in Cina.

Un SUV coupé più compatto
Previsto anche in Europa, questo nuovo modello della gamma Xpeng adotta lo stile di un SUV coupé sulla scia della Peugeot 3008, della Skoda Enyaq Coupé, della MG IM6, della BMW X2 o ancora dell’Audi Q6 e-tron Sportback. L’L03 sembra relativamente compatto, con dimensioni vicine ai 4,60 m rispetto ai 4,75 m del G6. Le linee sono fluide, con fianchi lisci e alcuni elementi più marcati come i passaruota incassati o i parafanghi posteriori bombati. La Xpeng L03 è dotata di telecamere posizionate sui parafanghi anteriori, specchietti retrovisori esterni senza cornice e finestrini senza telaio. Le maniglie delle portiere sono a filo con la carrozzeria, ma più tradizionali rispetto agli altri modelli Xpeng a causa dei nuovi divieti su questo tipo di maniglie in Cina a seguito di gravi incidenti.
Nella parte anteriore, il SUV di Xpeng presenta fari a boomerang con una firma luminosa a doppia L che ricorda un po’ lo stile Polestar. Nella parte posteriore, invece, è piuttosto Tesla o MG che ci viene in mente vedendo questa fascia luminosa che si estende su tutto il portellone. Intorno alla fascia sono integrate due piccole prese d’aria, mentre il diffusore nero laccato appare piuttosto voluminoso e ospita la targa.

INTERNI E TECNOLOGIE

Per il momento, Xpeng non ha diffuso foto ufficiali degli interni della L03. Tuttavia, le prime foto e i primi video delle versioni presentate in anteprima in Cina e in alcuni mercati come l’Australia (vedi video qui sotto) mostrano un cruscotto minimalista, con materiali di pregio e pochi pulsanti. Quasi tutto passa attraverso un grande schermo centrale, come ormai è consuetudine. A differenza della G6, non sembrano esserci nemmeno più i contatori digitali.

LO STILE AFFILATO

La console centrale, dal design arioso, funge al contempo da bracciolo, da doppio vano portaoggetti (in alto e in basso) e da divisorio tra i due passeggeri anteriori. Integra inoltre due punti di ricarica a induzione. Il volante a due razze, simile a quello delle G6 e G9, dispone di pulsanti fisici e rotelle per la selezione delle modalità di guida. Lo spazio a bordo sembra molto generoso a prima vista, cosa che non mancheremo di confermare in occasione della presentazione ufficiale del veicolo, prevista a Monaco il prossimo 16 luglio.
A quella data ne sapremo di più anche sulla scheda tecnica del veicolo. Progettato innanzitutto come modello elettrico, prevede anche una variante ibrida con range extender in alcuni mercati. Resta da vedere se Xpeng ricorrerà a una piattaforma avanzata a 800 V o utilizzerà una base tecnica meno moderna, con il rischio di una ricarica meno rapida… Considerando che il modello fungerà da entry-level più accessibile (alcune stime indicano un prezzo di partenza intorno ai 35.000 €!), è lecito immaginare che il marchio farà effettivamente alcune concessioni sul versante tecnico. La risposta tra due settimane

Nuova Lada Vesta 2026: berlina e station wagon

All’AVTOVAZ è iniziata la produzione di una versione della Lada Vesta con un elenco di dotazioni rivisto; il prezzo sarà reso noto in seguito.

La berlina Lada Vesta è stata lanciata nel 2015, mentre la station wagon è entrata a far parte della gamma nel 2017. Le versioni aggiornate a quattro e cinque porte hanno debuttato nel febbraio 2022; in quell’occasione, dalla catena di montaggio dello stabilimento di Izhevsk, di proprietà di AVTOVAZ, era già uscito il primo lotto di auto restylizzate. Successivamente la produzione è stata sospesa e poi trasferita allo stabilimento di Togliatti: la ripresa è avvenuta nel marzo del 2023. Le vendite della Lada Vesta dell’anno modello 2026 sono iniziate in Russia nel dicembre del 2025. Ora l’ufficio stampa di AVTOVAZ ha annunciato l’avvio della produzione della nuova versione del modello.

NUOTE TECNOLOGIE

La novità della nuova versione della Lada Vesta è l’elenco degli equipaggiamenti rivisto, che ora include nuovamente il climatizzatore (presente nelle Vesta pre-riforma prodotte nello stabilimento di Izhevsk). Come ha ricordato l’ufficio stampa del produttore russo, il sistema mantiene automaticamente la temperatura impostata: riceve segnali da tre sensori, regola la temperatura e distribuisce i flussi d’aria.

Nella foto: l’unità di controllo del climatizzatore nell’abitacolo della nuova versione della Lada Vesta
L’unità di controllo del climatizzatore comprende diverse manopole rotanti dotate di mini-display sui quali vengono visualizzate le informazioni relative alla temperatura, nonché alla direzione dei flussi d’aria e alla loro intensità (sotto forma di simboli). Inoltre, i valori delle impostazioni del climatizzatore sono visibili anche sul touchscreen da 10 pollici del sistema di infotainment.

Nella foto: la berlina Lada Vesta
La nuova versione della Vesta è stata inoltre dotata del sistema telematico Lada Connect Start. Si riferisce che, grazie a essa, i proprietari che hanno installato l’app «Mir Lada» possono monitorare a distanza lo stato e la posizione dell’auto, la temperatura del motore e il livello di carica della batteria, controllare il livello del carburante, verificare se le portiere e il bagagliaio sono chiusi e se il motore è in funzione. All’AVTOVAZ hanno aggiunto che il sistema telematico è stato inserito nell’elenco delle dotazioni di base della Vesta ed è ora previsto per tutte le versioni.

La data di lancio sul mercato russo e il prezzo della nuova versione della Lada Vesta, dotata di climatizzatore e sistema telematico, saranno resi noti in seguito. Attualmente il prezzo al dettaglio consigliato per la berlina varia da 1 581 000 a 2 020 000 rubli, mentre quello della station wagon va da 1 711 000 a 2 150 000 rubli. Per le versioni crossover, il prezzo richiesto è rispettivamente di 1 818 000 – 2 131 000 rubli per la Vesta Cross e di 1 938 000 – 2 251 000 rubli per la Vesta SW Cross.