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Venti anni di Flexy Fuel la strategie UE per i Biocarburanti: cosa è rimasto?

Febbraio 2006, Bruxelles: l’epoca in cui la Commissione Europea introdusse un piano finanziato di ricerca, sviluppo e sperimentazione rivolto ai Costruttori europei e teso a tradurre la loro attenzione in R&D sul tema dei biocarburanti, e nello specifico sulla integrazione nei motori a benzina di etanolo ed altri propellenti di origine agricola.

Ricordiamo quel periodo: le immatricolazioni dentro l’Unione veleggiavano – da inizio millennio – su una soglia media tra i 13 ed i 15 milioni di nuove targhe all’anno, di cui circa il 40% acquisite dal canale aziendale e dai Noleggi ma con una maggioranza sempre progressivamente crescente di immatricolazioni di motori Diesel. Questione non indifferente, perché a fronte di una espansione di architetture fortemente europee si stava ingenerando anche una serie di criticità legate alla diffusione di una alimentazione quasi monopolista nel mercato retail. 

Le criticità furono evidenti nello shock dei prezzi del petrolio che si verificò l’anno prima, nel 2005, quando per effetto della prima grande domanda da Cina e India, e dai danni causati dall’uragano Katrina negli USA, il Brent aumentò in poche settimane di oltre il 60% su base annua, con il Gasolio che per la prima volta arriva ad una media europea di 1,20 Euro al litro. 

Reduci dall’impatto della grande crisi energetica di 30 anni prima, e consapevoli che ormai sempre più il rincaro del greggio avrebbe pesato sulle casse dell’Unione Europea più che sulle altre economie, era più che prevedibile che le Istituzioni europee avrebbero posto in agenda la valutazione di ogni possibile alternativa “preventiva”.                      

Ma c’era anche dell’altro: la costante crescita del monopolio dei motori Diesel sul mercato europeo aveva relegato il motore a benzina a scelta di ripiego per la clientela retail, e proprio l’aumento anche del prezzo della benzina aveva generato il fenomeno del successo commerciale delle trasformazioni a Gas; non a caso una delle novità best seller del 2005 fu la rinnovata “Matiz” – del debuttante Brand Chevrolet (surrogava Daewoo dentro GM) – con doppia alimentazione benzina e GPL

Dunque l’interesse ad una nuova definizione di un concetto di maggiore e più estesa utilizzazione del motore a benzina anche nell’ottica di mantenere una pluralità di scelte di alimentazione da parte del potenziale cliente si sposava alla opportunità di valutare additivi per il motore a benzina che fossero non solo potenzialmente economici e di facile reperibilità (aiutando l’autosufficienza energetica) ma anche capaci di ridurre le emissioni di CO2.

In quello stesso anno i dati della produzione agricola europea rilevarono una produzione di biocarburanti nella UE (etanolo e olii per biodiesel) pari allo 0,8% del consumo totale di benzina e gasolio nel territorio comunitario con, tuttavia, il 75% pari ad una produzione di biodiesel e solo il 25% di etanolo che corrisponde, in quel periodo al 10% della produzione mondiale dominata ovviamente da Brasile (canna, mais) e Stati Uniti (mais, cereali), con l’Unione che al contrario dimostra un surplus di produzione di biodiesel

2006: il BRENT cresce del 60% e la UE si scopre in surplus di biodiesel

Dunque la considerazione dirimente delle analisi della Commissione Europea è in primo luogo avviare un circuito di scambio commerciale per il quale “bilanciare” il surplus di biodiesel con l’import di bioetanolo dai maggiori Paesi produttori, in una fase politica in cui in Europa stava aumentando l’import di bioetanolo “codice 3824” (che corrisponde alla componente agricola già miscelata con benzina). Facciamo un passo indietro: all’epoca la “Direttiva sui biocarburanti” stabiliva di arrivare ad una quota di distribuzione di biocarburanti pari al 5,75% del consumo di carburante fossile. 

Letto oggi, venti anni dopo, il tema è ancora di attualità, in effetti: anche perché il criterio guida per incrementare l’approvvigionamento di materiale organico da biomassa necessario per il biocarburante è, già all’epoca, definito in termini attualissimi: scarti legnosi e forestali, residui agricoli e rifiuti organici entrano nel focus di attenzione normativa e programmatoria per la produzione dei biocarburanti idonei per la mobilità privata: Etanolo, ETBE (etere composto da etanolo e combustibili fossili), biodiesel e biogas. Per la cronaca bisogna ricordare che a fronte di questo focus “attenzionale” della Commissione, con la opportuna sensibilizzazione sui biocarburanti, non seguì tuttavia un grande interesse dai principali Gruppi e Marchi europei. 

Bruxelles lancia il tema “Biofuels” ma i Gruppi europei non rispondono come sperato

O meglio: l’unico Marchio/Gruppo che avviò, in forza di questo focus europeo, una produzione di motorizzazioni adatte all’alimentazione “flex-fuel” fu la Ford con la gamma Focus e C-Max spinta da motori rivisti e ottimizzati per il funzionamento con biofuel (revisione della centralina, variazione del rapporto di compressione, modifica del sistema di raffreddamento) soprattutto alla luce del programma di sviluppo che Ford USA già aveva intrapreso per proporre linee di motori in grado di funzionare con benzine addizionate, in alcuni Stati, fino al 25% di etanolo da mais; mentre il Gruppo Volkswagen – ed Audi in particolare –proseguì lo sviluppo e la commercializzazione di motori alimentati a metano e biogas

Curiosamente il Gruppo Fiat, non ancora FCA, decise di non impegnare sul mercato europeo le motorizzazioni che già in Brasile funzionavano ottimamente con etanolo da canna da zucchero al 25% nelle benzine commerciali; ma continuò sullo sviluppo del “Dual power” benzina-metano.

Questo accadeva 20 anni fa: quanto è tornato attuale, oggi, il tema dei biofuel? Ma la domanda calzante è: come mai nell’arco di venti anni il tema dei biofuel sembra ancora all’anno zero?

Riccardo Bellumori

Nuova Mazda CX-3 2026: Rendering Totale

L’altro ieri Mazda ha annunciato l’arrivo del SUV CX-3 di nuova generazione e noi abbiamo deciso di mostrarvi come sarà.

Il crossover più compatto di Mazda, di prima e per ora unica generazione, ha debuttato alla fine del 2014. Nel 2018 il modello è stato sottoposto a un restyling e, già tre anni dopo, è uscito dal mercato nordamericano, seguito poi da quello europeo. Nella maggior parte dei paesi, l’CX-3 è stato sostituito dal crossover più grande CX-30. Ciononostante, il SUV compatto è stato offerto fino a poco tempo fa sul mercato interno giapponese e in alcuni altri paesi, ma già quest’anno dovrebbe uscire definitivamente dalla linea di produzione.

Inizialmente si pensava che il modello non avrebbe avuto un erede diretto, ma ora è stato annunciato ufficialmente. È stato persino diffuso un primo teaser, anche se, per qualche motivo, vi è raffigurato il crossover SX-5 della generazione precedente. Pertanto, per quanto riguarda l’estetica, possiamo orientarci piuttosto verso gli ultimi concept del marchio, tra cui, ad esempio, la hatchback Vision-X Compact. È molto probabile che la parte anteriore del crossover venga realizzata in questo stile, con luci di marcia originali. Allo stesso tempo, la parte posteriore dovrà chiaramente essere più voluminosa rispetto a quella della concept hatchback, e abbiamo raffigurato una delle possibili varianti di design.

Rendering Kolesa.ru

MOTORI E DATI TECNICI

A differenza delle nuove Mazda 6e e CX-6e, sviluppate in collaborazione con il produttore cinese Changan, la CX-3 di nuova generazione sarà un progetto proprio del marchio giapponese.

Il crossover sarà dotato di motori a benzina e di motori ibridi (sia mild hybrid che plug-in). La versione esclusivamente a benzina manterrà il cambio manuale a 6 marce, mentre per tutte le versioni è prevista esclusivamente la trazione anteriore.
Il debutto e l’avvio della produzione della nuova Mazda CX-3 sono previsti per il prossimo anno. Nel frattempo, alla fine del mese scorso, il crossover Mazda CX-25 è tornato nella classifica dei modelli più venduti in Russia.

Nuova Mitsubishi ASX VR-e: Anteprima

Mitsubishi sta aggiungendo alla sua gamma un nuovo e intrigante veicolo elettrico, anche se non sarà commercializzato negli Stati Uniti. Presentata in Australia con il nome di ASX VR-e, questa hatchback dal profilo ribassato è una Foxtron Bria rimarchiata e arriverà presso i concessionari locali nel quarto trimestre. Il ritorno di questo nome su una hatchback elettrica è di per sé una piccola sorpresa, vista la storia che il marchio ASX porta con sé in quel mercato.

Presentata finora solo con due immagini, l’ASX VR-e sembra praticamente identica alla Bria, fatta eccezione per il marchio Mitsubishi, che include lo stemma aziendale e una grande scritta al posto di quella che normalmente reciterebbe «Foxtron». Si potrebbe obiettare che l’azienda giapponese abbia peccato di pigrizia lasciando inalterato lo stile, ma la Bria è stata disegnata da Pininfarina, quindi il risultato è piacevole alla vista.

La parte anteriore presenta una barra luminosa a LED a tutta larghezza, mentre i gruppi ottici principali sono posizionati appena sotto di essa. C’è anche una grande griglia nera integrata nel paraurti. Un po’ come nella Dodge Charger Daytona elettrica, sotto la barra luminosa sospesa e lungo il cofano corre un grande condotto che contribuisce all’aerodinamica. Non sono state fornite immagini della parte posteriore dell’auto, ma anche questa dovrebbe essere sostanzialmente identica a quella della Bria.
La situazione è simile nell’abitacolo, anche se la Bria è stata finora presentata solo con guida a sinistra, mentre l’ASX VR-e è a guida a destra. L’abitacolo include un ampio display di infotainment “sospeso” al centro del cruscotto, oltre a una fila di pulsanti di scelta rapida posizionati proprio sotto di esso. Si notano inoltre un quadro strumenti digitale, un volante a quattro razze e un cruscotto dalle linee sinuose, identico a quello della Bria e ben diverso da qualsiasi altro modello Mitsubishi.

MOTORE E DATI TECNICI

Mitsubishi Australia afferma che commercializzerà l’ASX VR-e nelle versioni LS, Aspire, Exceed e GSR, sebbene non abbia ancora rivelato le specifiche tecniche di questi modelli. Tutte le versioni della Bria utilizzano una batteria al litio-ferro-fosfato da 57,5 kWh, disponibile nella configurazione con motore posteriore da 229 hp e nella versione a trazione integrale con doppio motore da 400 CV. L’ASX VR-e utilizzerà lo stesso gruppo motopropulsore e le potenze rimarranno probabilmente invariate.
«L’ASX VR-e segna una tappa fondamentale nella nostra gamma Mitsubishi rinnovata, in quanto primo veicolo elettrico a batteria (BEV) dopo l’i-MiEV – il primo veicolo elettrico prodotto in serie in Australia», ha dichiarato Shunichi Kihara, amministratore delegato di Mitsubishi Motors Australia. «La nuova Mitsubishi ASX VR-e prosegue questo percorso di innovazione con un sistema di infotainment coinvolgente, un design audace ed eccellenti prestazioni di guida elettrica».

L’Auto cinese segue i suoi Dirigenti quella occidentale solo gli azionisti e va in crisi.

L’auto è un frutto della cultura occidentale. Non ci sono dubbi. E anche la simbiosi tra il Marketing più aggressivo – derivato nel dopoguerra da lessico, procedure e persino taluni “Guru” originati nel campo militare – e lo sviluppo dell’auto di massa non poteva che essere manifestazione del modello culturale e socialedell’Occidente. Ma chi crede che l’auto di massa nell’Europa del Dopoguerra sia un evento guidato dal capitale privato conosce davvero poco della storia di questo mondo.

Nel secondo Dopoguerra la mobilità privata era l’obbiettivo imprescindibile soprattutto dell’Europa uscita dalla seconda guerra con l’esigenza di ricucire distanze e cancellare trincee tramite mezzi a due o a quattro ruote da cui dipendeva sempre più anche il destino lavorativo di milioni di persone impegnate a ricominciare una vita normale. E’ stato il periodo “americano” quello, il periodo in cui tra il 1945 ed i primi del decennio successivo dagli USA arrivano gli ingredienti chiave per la motorizzazione di massa, oltre ai fondi Marshall per la ricostruzione:

– l’industrializzazione dello chassis monoscocca, brevetto tipicamente americano che ovviamente fu fornito in primis alla “Pressed Steel” di Longbridge nella amica Gran Bretagna e che superò la vecchia struttura dell’autotelaio a longheroni;

– la distribuzione commerciale della benzina con piombo tetraetile, quella che come “Normale” e “Super” alimenta la motorizzazione di massa in Europa.

Ma soprattutto dall’America proviene quel profilo di auto come status, con il corollario di repertori pubblicitari e strategie commerciali che costruiscono, sopra l’esigenza di mobilità, la sovrastruttura del desiderio e della dimensione emotiva. 

Ma negli USA degli anni Cinquanta il mondo Auto è già da tempo proprietà degli azionisti e dei Capitali privati, che ovviamente favoriscono l’input culturale americano ad inculcare nell’Occidente la persuasione dell’auto “mass market”, ribaltando il concetto dell’auto elitaria e nobiliare conosciuta nel primo dopoguerra. Perché il Business, negli anni Cinquanta, si fa con i grandi numeri.

Il Marketing all’epoca influisce arricchendo con cromature, fregi e borchie le utilitarie più popolari e “clonando” le forme delle ammiraglie sulle “small size” per impiegati ed operai.

Anni ‘50/’60 e motorizzazione di massa in Occidente: questione di Stato

In Francia però assortimento e posizionamento di ciascun Marchio viene stabilito per decreto ministeriale (il Piano Pons) dal decennio precedente; in Gran Bretagna i Governi laburisti iniziano le prime mosse di nazionalizzazione dell’Industria, in Germania la ricostruzione faticosissima anche del mondo auto è sostenuta da ciascuno dei Laender che ospitano i diversi Marchi o i relativi Stabilimenti; in Italia Alfa Romeo è in mano ai capitali pubblici dell’IRI, ed in Spagna l’operazione SEAT è a capitale quasi interamente statale: il capitale pubblico, insomma, domina nell’auto europea degli anni Cinquanta anche se le scelte strategiche discriminanti vengono lasciate ai manager.

Si arriva agli anni Sessanta, in cui la tendenza che si aggiunge è quella di estendere la cubatura e le potenze specifiche delle motorizzazioni adottate in ogni modello di auto, sul quale a sua volta si moltiplicano allestimenti e livelli scalari di dotazioni al fine di targetizzare in crescendo le gamme commerciali al fine di spingere il potenziale cliente a scegliere quella con più accessori e motore più corposo.

Quanto è presente lo Stato nei diversi territori continentali dell’Auto? Facile dirlo: in Francia il famoso “Piano Pons” scompare; ma Renault è totalmente pubblica e Citroen è di Michelin, che se non è pubblica riceve tuttavia dallo Stato diverse coperture finanziarie per il suo particolare settore industriale. In Germania il peso politico e gestionale dei diversi Lander (Bassa Sassonia, Baviera, etc…) si fa sentire anche in confronto ai capitali privati; in Italia Alfa continua ad essere pubblica, in Spagna SEAT pure, ed in Gran Bretagna si nazionalizza a mani basse. Ma comincia anche uno strano, particolare, fenomeno: la differenza valutaria tra i diversi Paesi europei. Ci sono paesi europei, all’epoca, che vivono di esportazioni in base al parametro valutario con altre divise (Corona svedese, Lira italiana, peseta spagnola, etc.) 

Anni Settanta/Ottanta: Lo Stato si affianca ai grandi Gruppi multibrand e globali

Gli anni Settanta sono il palcoscenico di quattro diversi fenomeni che si sovrappongono: la crisi energetica lascia in vita solo i Gruppi auto più potenti, obbligando i più piccoli ad essere assorbiti per non scomparire; l’internazionalizzazione espande e rinforza i Costruttori occidentali in SudAmerica, Asia, Africa, Est Europa; gli ammortizzatori sociali pubblici (Cassa Integrazione in Italia, nazionalizzazione in Gran Bretagna, partecipazione Statale in Francia e Spagna e regionale in Germania) supportano il capitale azionario privato; il differente peso tra valute e divise occidentali cristallizza il primato di alcuni Paesi Costruttori esportatori (Svezia, Italia) potenziandone l’industria manifatturiera; ed infine il Giappone lancia i suoi “warning” in Europa – dove falcidia l’industria motociclistica – e negli Stati Uniti dove è di fatto il primo Continente per presenza nel mercato auto a stelle e strisce; ma l’Europa rimane il mercato più protezionistico con norme doganali assurde. 

I fenomeni commerciali in corso sono quattro : si affaccia prepotentemente il Diesel sulla scena commerciale, ma il Brasile finisce sotto l’occhio della Comunità internazionale per il programma di diffusione del biofuel da canna da zucchero; l’America appesantisce le norme antiemissione per proteggere il mercato interno ed inizia a “contagiare” l’Europa, ed infine esplode la differenziazione di gamma (2/2 e mezzo/ Station Wagon/3 Volumi, Coupè, Cabriolet, berlinetta). 

Il Marketing attira il pubblico con l’esplosione del comparto delle “Utilitarie” che nel Vecchio Continente si eleva a ruolo di prima auto polivalente per le famiglie, mentre il Design inizia a diventare il perno della scelta di acquisto con linee sempre più aerodinamiche e “family feeling” sempre più accentuati.

Gli anni Ottanta sono la consacrazione del modello industriale europeo come leader del mondo auto occidentale che è ancora di fatto il mondo auto globale. In Cina si vedono le prime JV di Volkswagen e dei giapponesi, ma è la Corea a lanciare messaggi forti all’Occidente. Hyundai detiene il modello estero più venduto negli Stati Uniti rispetto persino ai giapponesi, mentre la politica Low Cost proprio dei Coreani trova emuli in Europa con Citroen e Renault che importano le proprie licenziatarie rumene e con gli Importatori che attingono pesantemente dal mercato oltre Cortina: Skoda, Lada, Uaz, Zaz si vedono sempre più spesso perché i listini iniziano a diventare un po’ troppo impegnativi per tutti. 

Lo Stato si ritira dal sostegno all’Industria privata in maniera pesante in Gran Bretagna (dove la Thatcher smantella le nazionalizzazioni laburiste) ed in Italia dove IRI e GEPI convogliano Alfa Romeo ed Innocenti dentro la Fiat che però fa largo uso della Cassa Integrazione e degli investimenti del governo a guida DC per nuovi insediamenti nel Sud Italia. 

Ma inizia a cambiare sorte anche la SEAT in Spagna: cessa l’accordo con Fiat che il governo liquida per preparare il passaggio di consegne a Volkswagen

Solo la Francia si dimostra furbamente arcaica: mantiene – nel silenzio assenso generale – un modello legislativo protezionista che la rende impermeabile alle importazioni, e rinforza il sostegno pubblico con Renault ma anche con i prestiti a babbo morto del decennio precedente verso Michelin per il riacquisto di Citroen da Fiat e verso PSA per l’acquisto di tutto il Double Chevron e l’eutanasia del gruppo Talbot Chrysler. Inizia a scivolare nella palude la Svezia: con l’accordo del Plaza di primavera 1985 il Dollaro Usa si svaluta contro la Corona svedese e Saab e Volvo perdono il mercato statunitense, l’unico che assorbiva oltre il 70% della loro produzione, e lentamente si spegne il faro nordico del mondo auto. La fine della Cortina di Ferro, ormai prossima, riduce infine del tutto la posizione strategica di “vedetta” Occidentale degli eredi dei Vichinghi. 

Chi subentra nel capitale dei Costruttori con il parziale disarmo dello Stato? L’indebitamento bancario, il ricorso all’azionariato diffuso con le quotazioni in Borsa ed il trading, ed infine con l’esplosione delle “Captive Bank” destinate a creare strumenti finanziari per la raccolta di risparmio.

Il Marketing ed il trascinamento della disponibilità del Cliente a comprare vengono solleticati dalla simmetria tra Sport motoristico ed evoluzione ipertecnologica di Gamma: Turbo, Trazione Integrale, elettronica e crescita generalizzata delle prestazioni accentua, insieme al Design innovativo, l’obsolescenza dei modelli anni Settanta e stimola il ricambio. Ma su tutto questo incombe un pericolo sempre più forte per l’Europa, quello giapponese dove Industria e Governo continuano la loro luna di miele: la forza dello Yen offre risorse illimitate per i Costruttori e questi ripagano l’Imperatore con una struttura industriale e lavorativa votata religiosamente al primato del Sol Levante nel mondo dei consumi. 

Anni Novanta: inizia l’Impero delle “Captive Bank” e l’auto di massa va finanziata

Ed eccoci agli anni Novanta: gli USA sono in piena crisi di identità motoristica, e la fallimentare GM “EV1” rimpalla in tutto il mondo l’imbarazzato tentativo dell’industria Yankee di tentare di fare da battistrada in qualche possibile nuova rivoluzione motoristica. Per contro, il simbolo imperialista per eccellenza – l’HUMMER- fa sold out presso i Vip di Hollywood.

Il vecchio nemico d’Occidente, il Socialismo reale, secondo i guru di rango, non vede l’ora di accogliere fiumi di auto usate e di Stabilimenti su licenza per avviare in Cina ed ex URSS quel ciclo (secondo noi) virtuoso di motorizzazione di massa a mo’ di fotocopia del modello occidentale. Ma qualcosa non torna in questo disegno: la Cina inizia a promuovere e far crescere il proprio background industriale e si dimostra un pessimo clienteper le proposte di sinergie e “trapianto” industriale da parte dell’Occidente. In Europa invece la bandiera della corazzata tedesca supportata dal Marco Forte fa shopping di Marchi e tecnologia europei e la politica di Bruxelles aiuta ad affossare automotive inglese ed italiano, creando di fatto un monoprodottoetnico che fronteggerà la concorrenza giapponese fino all’alba del nuovo millennio, per poi iniziare a “sdrucciolare” successivamente. 

Ma nel frattempo non ha più senso parlare di Automotive “etnico”: i grandi Gruppi americani e Volkswagen iniziano a comprare qua e là nel mondo; in General Motors entrano i giapponesi di Isuzu e Suzuki, la Corea di Daewoo e la Svezia di Saab. In Ford entrano Svezia (Volvo), Giappone (Mazda), Gran Bretagna, ed in Volkswagen ci sono spagnoli, cecoslovacchi, italiani; e per un po’ Daimler Chrysler parla yankee e tedesco. 

La “Corporate Identity” supera ogni parametro territoriale e rende Bilanci, Azionariato e finanza la piattaforma di sviluppo delle nuove multinazionali, anche perché nel frattempo i Fondi di Investimento di Medio Oriente, Asia e Paradisi fiscali diventano una presenza forte nei Consigli di Amministrazione. Insomma, facile capire chi comanda nell’Automotive globale da fine anni Novanta: la globalizzazione dei Gruppi internazionali, delle World Car; ed il deficit spending governativo dei decenni precedenti lascia il posto alla raccolta di credito e di liquidità da parte delle “Captive Bank” per finanziare sia il consumo ed il ricambio di auto sui mercati presidiati sia per conquistare mercati nuovi. Chiaro che in questo panorama mi fa ridere pensare che ancora oggi ci sia chi chiama “nazionali” determinati Marchi. La nazionalità dei Marchi Auto a questa data è già un concetto filosofico. 

Casomai parliamo di “nazionalità progettuale” o “produttiva”, ma c’è un Paese in cui l’aiuto economico e normativo pubblico per il settore Auto è fondamentale per non creare una frana di dimensioni epocali: il governo della Bassa Sassonia è il principale attore della salvezza di Volkswagen.

Nuovo Millennio: la pacchia monetaria sta per franare. E continua a fare male ancora oggi

Finalmente, dopo il Giubileo e l’ultima apertura della Porta Santa ad opera di Giovanni Paolo II, si deve allargare la “telecamera metaforica” di questo film che Vi racconto: la Cina e l’India si affacciano non solo sul mercato europeo ed occidentale con una discreta rappresentanza di marchi e modelli di importazione nelle diverse piazze  nazionali; ma cominciano anche a sollevare l’attenzione di Stakeholders e di strateghi per la forza di programmare e consolidare un proprio percorso di motorizzazione di massa. Che – numeri alla mano – in Cina rivela l’attenzione e l’interesse di Governo e Costruttori ad avviare Joint Ventures con europei, americani e giapponesi. Business is Business ed il Dragone gli affari li sa fare sul serio. Ma non è l’Europa a costruire e concertare Joint Ventures in Cina: è la Germania, che diventa il primo Paese per numero di JV attive, fino a pochi semestri fa. Pechino e Berlino, al tavolo degli accordi. 

 

Ma la pandemia finanziaria dei mutui subprime americani del 2007 stravolge per la prima volta la bilancia dei pesi simbolici: la Cina diventa da un lato la terra promessa per risollevare vendite e prospettive commerciali, dall’altra diventa l’alleata industriale del mondo IAM (Indipendente) che comincia a martellare alle gambe la salute finanziaria degli OEM nell’aftersales. E i Gruppi cinesi piano piano cominciano a guardare negli occhi i Big Player occidentali. Ma mentre quei Gruppi, pur nella estrema competizione che fa vittime anche nella Grande Muraglia, hanno il governo di Pechino come Socio Azionista, in Occidente accade un fatto – a guardarlo oggi – assurdo: il Governo Obama concede fondi straordinari in prestito a due delle Big Three per salvarle dalla bancarotta. Mentre sempre in America un ancora giovanotto sudafricano (Elon Musk) viene a sua volta finanziato dalla Casa Bianca ma usa quei soldi per una delle scalate più eclatanti della storia del mondo auto. Tesla passa da Start Up a messaggera del nuovo mondo elettrico. 

L’assurdo è che mentre il Governo Merkel nel 2010 decide un investimento straordinario e miliardario a favore della elettrificazione dell’industria auto tedesca, l’Unione Europea non è in grado di produrre uno straccio di programma a tappe per uniformare in tutto il Continente le politiche e le strategie dei diversi Paesi e Costruttori. E questo nonostante Bruxelles e la BCE si inventino dal 2007 i “Green Bond”. 

La crisi che investe l’industria dell’auto europea tra il 2008 ed il 2014 (onda d’urto della crisi del debito greco e dell’austerithyvoluta da Berlino) trova per la prima volta la mano pubblica assolutamente girata da un’altra parte. Persino il Bazooka di Mario Draghi dentro la BCE non sembra tangere per nulla i bilanci ed i Bond dei Gruppi Auto europei

I Costruttori europei non vedono praticamente una lira pubblica bucata da parte delle proprie istituzioni per uscire da uno tsunami epocale; la Germania continua a fare affari (che gli si ritorceranno contro in breve) con i cinesi. E mentre Marchi e Gruppi del Dragone continuano ad avere il governo di Pechino dalla loro, nei Gruppi e Marchi auto europei banche creditrici ed azionisti iniziano a fare il loro lavoro istituzionale: ad essere ostili ad un vero percorso di rinascita e di rilancio. Costa troppo e non è garanzia di vero ritorno all’utile. Ecco cosa è successo da quasi vent’anni a questa parte: in Asia i Costruttori auto sono diventati leader sulla base del rispetto di “roadmap” concertate con la mano affidabile dello Stato che ne ha finanziato crescita, sviluppo e consolidamento. L’Occidente da un quindicennio offre esattamente il contrario: i Costruttori di auto attendono senza speranza che Creditori ed Azionisti dettino la roadmap sulla base dei dividendi. Ma non è possibile a meno di non riportare Istituzioni e Governi pubblici nei CDA dei Marchi Auto. Il che ovviamente è possibile solo se questa pseudo Unione Europea si dissolverà quanto prima. Un sogno, un miraggio irrealizzabile.

Riccardo Bellumori

Nuova BMW M4 Coupé 2027: il pick-up

Il produttore americano di kit carrozzeria in carbonio Dinmann aveva trasformato una BMW M4 Coupé (G82) in un pick-up per il SEMA Show. Ha appena messo in vendita questa insolita auto sportiva trasformata in veicolo utilitario, non senza averne migliorato le prestazioni.

Dinmann è un produttore californiano di componenti per carrozzeria e abitacolo in fibra di carbonio, specializzato in BMW. Alla fine del 2022, la piccola azienda aveva fatto parlare di sé presentando al SEMA Show di Las Vegas una M4 tipo G82 trasformata in pick-up, rivestita da una pellicola blu brillante. Qualche mese dopo, l’auto è tornata a mostrarsi nella sua tonalità originale grigio Brooklyn. Dopo quasi quattro anni passati a fungere da vetrina su ruote per Dinmann, la sportiva trasformata in veicolo utilitario ha appena cambiato proprietario.

Soprannominata M4Maloo da Dinmann, la BMW era in origine una M4 Competition xDrive Coupé. Il tetto è stato tagliato a partire dai montanti B, mentre i sedili posteriori e il bagagliaio hanno lasciato spazio a un cassone. La trasformazione ha comportato, tra l’altro, la sostituzione dei finestrini posteriori e il taglio di un lunotto nella parete che separa l’abitacolo dal vano di carico. A bordo sono stati installati sedili avvolgenti BMW in carbonio rivestiti in pelle rossa.

IL MODELLO UNICO

È stato realizzato un kit carrozzeria su misura in fibra di carbonio e fibra di vetro comprendente calandra, minigonna anteriore, minigonne laterali, diffusore e parafanghi anteriori con estrattori. Anche l’abitacolo e il vano motore sono stati rivestiti in carbonio. Le modifiche al veicolo non si sono limitate a ciò che è visibile. È stata effettuata una messa a punto del motore (aspirazione, turbocompressori, scarico, centralina…) e sono state installate molle degli ammortizzatori più corte.

Cannan Dinmann, fondatore e titolare dell’azienda che porta il suo nome, si è quindi finalmente separato dalla sua M4 pick-up immatricolata in Texas e con circa 13.000 km all’attivo. Messa all’asta sul sito Bring A Trailer, ha suscitato l’interesse di tre offerenti, con offerte provenienti principalmente da due società specializzate nell’acquisto e nella rivendita di auto sportive. È stata una di queste, la Carrio Motor Cars con sede in Florida, ad aggiudicarsi infine l’auto per 93.000 $, ovvero poco meno di 81.000 €.

Nuova BMW X6 2026: Rendering Totale

La nuova BMW X6 è uno dei SUV coupe più attesi del mercato.

Non molto tempo fa è stata presentata la nuova generazione del popolare crossover BMW X5, e ora abbiamo deciso di mostrarvi come sarà la sua versione coupé, denominata X6.

Il modello X6, che ha dato vita a un intero segmento di crossover premium in stile coupé, è stato presentato per la prima volta nel 2007 come concept, mentre già nel 2008 è stata lanciata sul mercato la versione di serie con l’indice di fabbrica E71. Oggi è in produzione già la terza generazione di questo SUV, che ha debuttato nell’estate del 2019 e che all’inizio del 2023, insieme al modello X5, ha ricevuto il restyling previsto.

Non sono ancora state diffuse immagini dei prototipi della prossima generazione, ma possiamo prendere come riferimento l’X5 di ultima generazione, presentato alla fine di giugno di quest’anno. È probabile che l’X6 adotti un design originale delle «narici», analogamente all’attuale crossover. Come in tutte le generazioni precedenti del modello, il tetto nei rendering appare più basso e la sua silhouette fluida e inclinata verso il basso costituirà la principale caratteristica visiva della nuova versione. Rimane da chiarire la forma dei finestrini laterali posteriori: abbiamo raffigurato una variante in linea con lo stile della nuova X5. Molto probabilmente, i fanali e il design del paraurti posteriore saranno simili a quelli del crossover tradizionale (una situazione analoga a quella del crossover coupé BMW iX4, i cui prototipi sono già stati avvistati più volte durante i test).

Rendering Kolesa.ru

LO STILE AFFILATO

Per quanto riguarda le caratteristiche tecniche, ci si può orientare anche alla nuova BMW X5, che è costruita su una versione aggiornata della piattaforma CLAR. In termini di dimensioni è diventato più grande sotto tutti i punti di vista, tranne che in larghezza; sono aumentate soprattutto la lunghezza (di 72 mm, fino a 4994 mm) e il passo (di 60 mm, fino a 3035 mm). Probabilmente la X6 riprenderà le motorizzazioni dal crossover affine, che viene offerto con ben cinque varianti di motorizzazione: motori a benzina e diesel, ibridi plug-in, completamente elettrici e anche a idrogeno.
Il debutto della nuova BMW X6 potrebbe avvenire il prossimo anno. Nel frattempo, alla fine del mese scorso ha debuttato la versione allungata X5 L destinata al mercato cinese.

Icona su ruote: prova su strada Mazda MX-5 Homura

La Mazda MX‑5 Homura 1.5 è una di quelle auto che non hanno bisogno di gridare per farsi notare: basta mettersi al volante per capire che qui tutto ruota attorno alla purezza di guida. In questo video raccontiamo la versione Homura, l’allestimento più ricercato e sportivo della gamma, che porta con sé dettagli esclusivi e un carattere ancora più definito. Il motore 1.5 aspirato da 132 CV rimane fedele alla filosofia originale della MX‑5: leggero, reattivo, capace di trasformare ogni curva in un dialogo diretto tra pilota e telaio.

Approfondiamo le differenze estetiche della Homura, dai cerchi dedicati ai sedili Recaro, e analizziamo come queste scelte influenzano la percezione dell’auto su strada. Parliamo di dinamica, di feeling dello sterzo, di equilibrio meccanico e di quella sensazione unica che solo una MX‑5 sa dare. Senza dimenticare consumi, comfort, tecnologia e tutto ciò che serve per capire se questa versione è davvero quella giusta per chi cerca un’esperienza di guida autentica.

Se ami le auto leggere, sincere e costruite per emozionare, la Homura 1.5 è una storia che vale la pena ascoltare fino in fondo.

Nuove Cupra Leon e Formentor 2026: le versioni ABT

CUPRA continua a muovere passi decisi per diventare un giorno leader del mercato europeo. Il marchio spagnolo, che non ha trascurato le auto elettriche, ma ha fatto il suo esordio nel mercato delle utilitarie con la Raval, continua inoltre a potenziare le vendite di due dei suoi modelli a combustione più importanti: sia la León – compresa la sua variante station wagon – che il Formentor sono le vere stelle del catalogo.

L’azienda spagnola ha ricevuto un importante sostegno da uno dei principali preparatori del continente europeo, uno specialista del tuning come ABT. L’azienda di Kempten ha siglato un accordo di collaborazione un anno e mezzo fa, presentandosi al grande pubblico la scorsa primavera. E ora arriva la notizia definitiva che più interessa ai clienti, dopo che questi hanno già potuto vedere come si presenta il nuovo pacchetto aerodinamico sulla compatta, sulla station wagon e sul SUV.

Custom CUPRA by ABT
La CUPRA León e il Formentor sono già disponibili con il pacchetto ABT.
ABT rafforza il carattere delle León e dei Formentor più sportivi

Il nuovo pacchetto di personalizzazione, noto come «Custom CUPRA by ABT», comprende uno spoiler sul tetto con il logo dell’azienda tedesca specializzata in elaborazioni, mentre i loghi del costruttore spagnolo sono rifiniti in cromo scuro. Sono inclusi anche uno spoiler anteriore, minigonne laterali con il nome del marchio spagnolo, un diffusore posteriore e cerchi in lega verniciati in nero opaco, diversi a seconda del modello.

LA GAMMA SPORTIVA

Più precisamente, CUPRA ha sottolineato che i cerchi in lega per la gamma León montano pneumatici di misura 235/35 R19 e che è prevista l’offerta di un secondo design per questo modello in un secondo momento, mentre quelli della CUPRA Formentor montano pneumatici 245/40 R19. Il pacchetto è disponibile anche per la versione top di gamma VZ5, con cerchi da 20 pollici e pneumatici 255/35 R20.

CUPRA ha già lanciato questo pacchetto come equipaggiamento opzionale, ma, per ora, è disponibile solo in alcuni paesi europei, non in tutti. La Spagna non è tra i paesi fortunati e, sebbene si preveda che sarà disponibile nei prossimi mesi, vale la pena sottolineare un paio di dettagli non trascurabili: il pacchetto sarà di serie solo sulle versioni motoristiche abbinate all’allestimento «VZ».

Può addirittura sostituire la precedente versione top di gamma, la cosiddetta «Tribe Edition», che, nel configuratore del marchio in Spagna, è disponibile con un sovrapprezzo di 1.340 euro.
In Germania, il sovrapprezzo del pacchetto aerodinamico di ABT ammonta a 2.355 euro in più per le versioni VZ, che comprendono un motore a benzina da 2,0 litri TSI con una potenza massima di 300 CV e l’ibrido plug-in «eHybrid» da 272 CV, oltre alla VZ Extreme da 325 CV che consuma benzina senza alcun supporto elettrico. Nel Formentor VZ5, il costo del pacchetto è di 2.255 euro.

A proposito, all’interno sono inclusi solo dei tappetini, quindi sta a te giudicare se valga la pena sostenere la spesa aggiuntiva per tre modelli che non acquisiscono maggiore potenza né modifiche al telaio e che costano già più di 50.000 euro…