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Crisi Mercato Auto in Europa: è nata prima la colpa o i colpevoli?

Ho vissuto il mondo auto, si può dire, da quando portavo i pantaloni corti.

All’epoca in cui Internet era la radio e l’informazione specifica di settore era nella Stampa con una valanga di Riviste settimanali o mensili piene di recensioni e foto a colori, consumavo con gli occhi le pagine di quei rotocalchi che faticosamente, liretta dopo liretta, compravo evitando o selezionando tra pizza, gelato o informazione. E di solito vinceva l’informazione. 

Ma io sono soprattutto un viaggiatore interdimensionale tra almeno quattro periodi distinti del mercato automotive (italiano ed europeo) da quando questo ha cominciato a diventare di massa dal Dopoguerra in poi.

Il primo periodo, quando andavo ancora all’asilo: tra crisi energetica e contestazione, il mondo auto percorreva una rinnovata vocazione alla città e le “piccole” – che solo dieci anni prima erano il segno della ristrettezza economica dei ceti popolari rispetto ai ricchi e facoltosi clienti delle ammiraglie e delle sportive – erano diventate improvvisamente il fenomeno alla moda, che esaltava la mobilità e il divertimento nel pieno rispetto di ambiente e portafogli. 

Mentre dall’altro lato il motore a Gasolio (fino ad allora simbolo della fascia più operaia e travagliata del lavoro su un mezzo meccanico) cominciava a costruirsi una nobiltà ed un pedigree che dagli anni Ottanta avrebbe dato il via alla esplosione esponenziale delle vendite.

Il secondo periodo è da metà anni Ottanta in poi: il mondo si apre, crollano le barriere ed i muri e vince in Automotive chi più degli altri fornisce di sé una immagine da “Brand Globale”. In parole povere in Europa vincono i Costruttori tedeschi. E Bruxelles applaude a scena aperta perché il Made in Europe vestito dai Brand teutonici sembra cosa buona e giusta. Invece, in pochi se ne accorsero subito, quella smania incrollabile e ossessiva di un popolo perennemente frustrato sin dai tempi degli Unni da quell’insana tendenza alla superiorità assoluta avrebbe fatto da scenografia perfetta per il film al quale assistiamo ora. Ma non è solo questo il motivo per il quale l’Automotive Titanic occidentale è finito contro l’Iceberg.

Il terzo periodo della mia vita è più vicino: è dopo il Crack Lehman Brothers, quando tutto il mare di finanza di massa scopre la bolla del credito pronta a scoppiare e si deve correre ai ripari sconfessando quel ciclo di sostituzione programmata portato a livelli parossistici e sostenuto esclusivamente dal credito a pioggia. 

A questo punto il sistema di mercato “No CASH” costruito in tutta Europa in meno di tre lustri per emulare i cugini statunitensi entra in crisi insieme al più classico del paradigma industriale: il motore endotermico e poi – con il DieselGate – il motore a Gasolio. 

Non si capisce perché o forse non si vuole analizzare come mai dalla crisi finanziaria il metaforico cappello a cilindro del settore auto abbia tirato fuori il coniglio BEV insieme all’iconico incantatore di serpenti Elon Musk: ma da allora e per più di un decennio questa chimera tuttoelettrica ha condizionato ogni aspetto del mondo auto.

Ed ecco infine il quarto periodo, che definirei di disorientatasconfessione dell’ossessione elettrica di cui ho parlato appena sopra: siamo nei pressi del Lockdown ed il mondo Automotive passa da “tutto e subito” (Mobility providing, Guida autonoma e universo ADAS, Zero Emission, mobilità alternativa che apre a Sharing e Pooling, fine dell’acquisto in proprietà) al “si stava meglio quando si stava peggio” attraverso una parabola di demolizione graduale delle ossessioni evangeliche ed integraliste che nel corso degli ultimi venti anni. 

Questa demolizione progressiva di santuari sconsacrati della ex New Age dell’Automotive globale si può riassumere, sperando che il sottoscritto ne sia capace, in alcuni passaggi chiave che lasciano gli osservatori (in maggior parte potenziali Clienti del mercato auto) nel dubbio perpetuo sul comprendere se tutto questo sottintenda o meno una crisi del settore; e se vi siano colpevoli individuabili a monte di una eventuale crisi. Il primo santuario sconsacrato è quello del cosiddetto “Mercato Globale”

Il mondo è un po’ troppo aperto: e se chiudessimo qualche porta?

Dal Lockdown del 2020 ad oggi vengono abbattuti gradualmente i mattoncini di una Torre di Babele automobilistica che stava per implodere su se’ stessa. 

Crolla per primo il modello globale di logistica: la supply chain da Oriente diventa un modello da superare con guerra dei dazi, controffensiva cinese su terre rare e sul taglio pesante delle Joint ventures con Costruttori occidentali; se la Cina finisce inesorabilmente di essere la terra promessa di una conquista che i Costruttori occidentali speravano di compiere da un giorno dopo piazza Tien an men, a questo punto occorre ribaltare anche quel processo di domanda e risorsa generato dalla catena di approvvigionamento talmente squilibrata verso Oriente da aver trasformato l’apparente ed iniziale vantaggio economico (bassi costi e volumi straordinari) nel boomerang del predominio del mondo IAM su quello OEM/OES in tema di aftermarket e sufornitura; e la conseguente voglia di nuove chiusure doganali sta semolicemente peggiorando la situazione per i consumatori dal punto di vista delle disponibilità e dei costi. Ecco dunque il primo indiziato di colpa grave:

La Concorrenza di Monti: tutela del consumatore europeo o condanna degli OEM europei?

La famosa Direttiva Monti del 2002, quella sulla “BlockException Rules”, doveva portare un vantaggio economico nelle tasche degli europei in tema di abbattimento del ruolo dominante degli OEM rispetto al mondo IAM nell’aftersales ma anche nella scelta del canale di vendita preferito. Il prossimo anno questa disciplina normativa compie un quarto di secolo, ma è praticamente fallita da tempo al punto che nonostante un upgrade nel 2010 e l’attesa di una nuova “BER” nel 2028 la situazione è perlomeno paradossale: i costi di aftersales per i consumatori sono raddoppiati da inizio millennio, il mondo IAM è diventato costoso quasi come il mondo OEM perdendo tuttavia di efficacia e diritti di parità nei confronti di questi ultimi (lo testimonia l’oceano di controversie legali alla Corte di Giustizia ed i provvedimenti di infrazione sentenziati); il livello di presunta “difesa” del consumatore, seppure toppata alla grande, rimane tuttora ancorata alle dinamiche sempre meno discriminanti della manutenzione “fisica” ovvero in loco (in pratica il consumatore ha “quasi” garantito il diritto di scelta del pezzo di ricambio e della Officina IAM contro quella Captive) mentre c’è ancora nebbia sulla tutela dei procedimenti virtuali e da remoto (accesso a Server e DB, protocolli e codici di comunicazione). Insomma, pare che dal 2002 le norme di tutela della concorrenza a Bruxelles si limitino a chiave inglese e cacciavite ma siano spuntate contro le chiavi digitali e telematiche di manutenzione. Nel frattempo i Costruttori OEM stanno faticosamente e lentamente recuperando terreno sulla esclusività delle operazioni di manutenzione. Non ve ne siete accorti?

Elettrico ed IBRIDO, nuovo muro di protezione degli OEM dall’arrembaggio IAM?

Accade semplicemente che la marea di chiavi di accesso, di protocolli di comunicazione, di middleware proprietari e di funzioni telematiche gestite da algoritmi in codice sorgente è tornata ad essere preponderante patrimonio degli OEM su sempre più diffuse auto Ibride o Full electric, lasciando proprio per questo al palo la classica produzione endotermica bersaglio delle norme di lotta agli accordi verticali (“Block Exception Rules”); e tutto questo non è colpa di Bruxelles, ma della miopia dei Costruttori – che hanno scelto di buttarsi nel nuovo Eldorado del guadagno postvendita gettando alle ortiche la propria tradizione meccanica – ai quali Commissione ed Istituzioni europee hanno fatto da maggiordomo da almeno un decennio. Per questo all’inizio l’evangelizzazione elettrica faceva comodo a tutti, fino a quando i presunti vasi comunicanti tra Occidente ed Oriente non sono stati tagliati di netto dalla marcia indietro di Pechino su accordi, Joint Ventures ed ingresso europeo nel mercato interno. 

A quel punto la diga di metaforica acqua di compensazione (produzione cinese di auto BEV ed Ibride a basso costo) avrebbe inesorabilmente allagato il mercato continentale uccidendolo come mezzo secolo prima avevano fatto i giapponesi nel mercato moto. Dunque, neppure più la nuova frontiera dell’elettrico sembrava la via di salvezza del mondo europeo contro l’Asia. Eppure nessuno fino a ieri aveva fatto la domanda peregrina:” Ma cos’è che fino a ieri ha salvato le chiappe dell’Automotive europeo dalle invasioni degli sciami di vespe orientali”???

Il Diesel, da baluardo dell’Automotive europeo a condannato a morte, è risorto. Troppo tardi

La politica europea sempre più eunuca e infantile ha fatto tutto l’opposto di quel che avrebbe dovuto fare da Ottobre 2015: invece che difendere e controbattere a quella “strana” inchiesta dell’EPA (ne ho parlato più volte su Autoprove.it svelando poco a poco le strane coincidenze e casualità) chiamata Dieselgate opponendo un giusto processo di “moralizzazione” e revisione dei processi produttivi in tema di motori Diesel europei, l’Unione ha cominciato a scrivere la sua lista di proscrizione contro il motore a gasolio con date perentorie di fine vita, esclusione dalla circolazione, eutanasia. 

Eppure solo venti anni prima quel Diesel era stato immaginato a Bruxelles come possibile argine commerciale contro il rischio invasione giapponese con quella sua produzione di motoretti a benzina pestiferi e ipertecnologici; ed era anche il biglietto da visita dell’Automotive europeo nei nuovi mercati di Cina ed ex URSS. In meno di quaranta anni il motore Diesel passava dai 25 cavalli litro del 1975 ai 75 cavalli litro del 2015 su quella Volkswagen Golf TDI pietra dello scandalo in USA. 

Siamo stati noi consumatori europei a credere alle favole di un motore a Gasolio sempre più potente, ecologico e parsimonioso? O sono stati i Costruttori europei a prenderci per il naso? O è stato tutto il corredo di istituzioni e media di settore a reggere il gioco? No, la risposta è semplicemente nella unione del dieselgate con un altro tsunami avvenuto solo sette anni prima.

 

Fine dell’auto tutta finanziata, fine del miraggio dei listini in continua diminuzione

Sapete in quanto tempo gli europei hanno fatto propria una consuetudine del “tutto a rate” tipicamente americano passando da una vocazione tipicamente contantista ad un acquisto dell’auto finanziato e full services inclused? Vado a spanne: meno di tre lustri. 

Praticamente lo stesso arco temporale in cui si è sviluppato in Europa il ciclo di sostituzione programmato di Mister EustaceWolfington; e contemporaneamente nel periodo di massimo sviluppo commerciale del Diesel in tutta Europa. 

Già, perché il combinato disposto da fine del vecchio millennio, ovvero il pacchetto di offerta combinata, era praticamente preconfezionato: auto a gasolio, su tutta la gamma, per rispondere a privati ed al mondo “minifleet” ed aziendale (anche con il Noleggio in lenta ma costante ascesa) e per puntellare il valore di remarketing; piani programmati di sostituzione biennale o triennale con garanzia sul valore di riacquisto; piani finanziari allservices per includere nel prezzo di acquisto servizi assicurativi, tagliandi, servizi accessori in grado di trattenere il Cliente del nuovo nella Rete aftersales ufficiale senza disperderlo nelle mani degli IAM (indipendenti).

Risultato: immatricolazioni in maggioranza di auto a Gasolio quasi esclusivamente turbodiesiel common rail sulla base di un numero finito di piattaforme e monoblocchi nati dalla sinergia multi-Costruttore e multi-Gruppo; una selezione di auto in offerta solo apparentemente variegata ma in fondo basata sulla predominanza in ogni Marchio di una manciata di modelli ed allestimenti motorizzati su un ventaglio di cilindrate tra i 1300 cc. ed i 2200 cc. con tre tipologie prevalenti di corpo vettura: Due Volumi, Station Wagon, monovolume. 

Tutto bene fin qui, ma il problema “surretizio” si è venuto a creare in corso d’opera: con piattaforme, modelli, segmenti di mercato tutti perfettamente comparabili e confrontabili tra loro, si era iniziata una guerra dei listini che sistematicamente traslava i margini e gli aumenti dei listini sugli interessi dei contratti finanziari, al punto che non era più l’auto ad essere il perno della vendita finanziata ma era diventato il finanziamento l’obbiettivo di vendita dell’auto con le “Captive” finanziarie dei Costruttori a farla da padrone. Ma poi arriva lo tsunami Mutui Subprime negli Usa, la crisi dei prodotti derivati, e il credit crunch. 

In un attimo i tre anni di ciclo di vita dell’auto e i venticinque milioni di nuove immatricolazioni diventano un paradosso. 

I numeri diventano quelli che si conoscono nella vendita del nuovo mentre sull’aftersales la maggiore complicazione continuata e progressiva del Diesel Common Rail diventa terreno di conquista sempre più del mondo IAM. 

Un tuffo dove l’acqua è più blu, niente di più: ma l’elettrico ha fatto naufragare i Costruttori

In questa campagna di Russia dove gli OEM si sarebbero trovatineve e terra bruciata andando avanti (continuando nella guerra al ribasso dei Listini e morire di fame) e però sarebbero caduti in mano nemica ritirandosi (crollo delle quote di mercato) la soluzione è stata una sola: tuffarsi nel mare incerto ma in quel momento salvifico dell’elettrico. E la servizievole Bruxelles a disposizione per creare un bisogno che al momento non c’era. Il problema, subito dopo il crack lehman, era solo quello di smobilitare dal monopolio autodistruttivo del Diesel senza darne l’impressione. “Dovrà sembrare un incidente” disse più di uno per non dover ammettere l’assurdità di aver convinto milioni di automobilisti che passando il tempo ogni nuova vettura media turbodiesel sarebbe costata inesorabilmente meno di una utilitaria a benzina della generazione precedente. 

E l’incidente, per fortuna, è arrivato dove un manipolo di auto Diesel vendute (negli USA le incriminate del Dieselgate erano una percentuale minimale dello stuolo di immatricolazioni annue in Europa) erano fuorilegge rispetto a parametri continentali ancora nei limiti della regola. 

A quel punto, dal 2016, la politica europea – come sempre – ha cominciato a prendere la tangente (pardon: per la tangente) esagerando il suo mandato e moltiplicando anatemi, no fly zone e deadline perentorie alla circolazione delle auto a gasolio. La storia recente ha poi evidenziato che la guerra all’endotermico ha avuto il proprio culmine ad Ottobre 2022: Tavares (Stellantis) quasi alle mani contro la Von der Layen sulla sovrapposizione contemporanee di tagliole anti – endotermiche: Fit for 55, Carbon Zero ed Euro 7

Da quel momento, in effetti, qualche dinamica esoterica ha cominciato a far regredire l’evangelizzazione elettrofila fino all’ultimo atto tragicomico: quei Brand e Costruttori che pochi anni prima avevano rinnegato e cancellato le strategie con il Diesel lo hanno riabilitato, dandogli un futuro ed una nuova immagine ecofriendly. Ma sarà poi vera?? Ecco, come ho anticipato all’inizio di tutta questa narrazione, quel “si stava meglio quando si stava peggio”. O per meglio dire: tanto rumore per nulla. O no? In effetti, qualcosa è accaduto, in tutti questi anni, ma non tutto secondo me è servito a sanare i problemi di un mercato schizofrenico nel quale gli europei hanno pagato il prezzo peggiore. 

Un esempio? Provate a leggere con cognizione di causa questo mio vecchio articolo sulla vera ragion d’essere di una vera e propria puttanata ideologica come quella delle Mild Hybrid (vai sul Link).

Ed è un solo esempio. Ma davvero credete che tutto questo che state vivendo del mondo auto sia frutto della emergenza e degli imprevisti?

Ma di questo, per non tediarvi troppo, parleremo nella seconda parte di una serie di considerazioni che ci porteranno a capire: se, e ripeto “SE”, il mondo auto europeo è in crisi, hanno fatto più danni le “colpe” o i “colpevoli” ? Come dite? Non avete chiaro cosa intendo con questa domanda? Beh, allora non perdeteVi la prossima puntata…

Riccardo Bellumori

Nuova Volkswagen ID. Polo GTI: la sportiva elettrica

Volkswagen ID. Polo GTI porta su strada una ricetta nuova in formato sportivo.

La nuova versione «elettrica» del marchio tedesco è la gemella tecnica della berlina Cupra Raval VZ, presentata nella prima decade di aprile 2026.

Volkswagen ha presentato la berlina, a cui è stato dato il nome di ID. Polo alla fine del mese scorso. Alla base della novità c’è il concept ID.2all, presentato nel marzo 2023. Inizialmente si pensava che alla cinque porte di serie sarebbe stato assegnato l’indice ID.2, ma il produttore ha deciso di tornare a nomi familiari e ha optato per «Polo». È quindi logico che la versione “sportiva” della hatchback, svelata oggi, abbia ricevuto il nome di Volkswagen ID. Polo GTI.

LA SPORTIVA ELETTRICA

Il prototipo camuffato della hot hatch è stato presentato dal marchio tedesco all’inizio di settembre 2025, e ora la novità si è completamente liberata della mimetizzazione. La prima mondiale si è svolta nell’ambito della gara «24 Ore del Nürburgring». L’ID. Polo GTI si distingue dalla versione standard per la diversa configurazione luminosa dei fari a LED a matrice, la presenza dell’emblema GTI accanto al logo illuminato, i fendinebbia verticali e una presa d’aria diversa nella parte inferiore del paraurti anteriore – con motivo a rete e inserti rossi, simili a ganci di traino.

Gli emblemi con il nome della versione sono presenti anche sulle minigonne laterali e sui cerchi delle ruote. I modelli montano cerchi originali da 19 pollici, per i quali sono disponibili come optional gli pneumatici sportivi premium Bridgestone Potenza Sport. La parte posteriore si distingue per il massiccio diffusore nella parte inferiore del paraurti posteriore, i catarifrangenti orizzontali e la scritta GTI al posto del nome completo del modello sul portellone.

La lunghezza fuori tutto della Volkswagen ID. Polo GTI è pari a 4096 mm (22 mm in più rispetto all’attuale Polo GTI con motore a combustione interna), la larghezza è di 1816 mm (65 mm in più), l’altezza è di 1513 mm (82 mm in più) e l’interasse è di 2599 mm (50 mm in più). Il volume del bagagliaio è pari a 441 litri (90 litri in più), mentre con i sedili posteriori ribaltati lo spazio di carico può essere aumentato fino a 1240 litri (115 litri in più rispetto al modello sulla piattaforma MQB).

Toyota RAV4 avrà una versione Pick-up?

Toyota RAV4 diventerà anche pick-up?

Sul mercato americano, questa potenziale novità del marchio giapponese farà concorrenza alla Ford Maverick.
Il debutto del Ford Maverick, un pick-up compatto per gli standard americani, è avvenuto nel 2021; alla base del modello c’è la piattaforma C2 per autovetture della Focus europea di ultima generazione. Questo pick-up è stato rinnovato alla fine di luglio 2024, all’inizio di agosto è stata lanciata la versione sportiva Lobo e nel novembre 2025 una versione potente con l’aggiunta di 300T al nome. Tuttavia, le vendite del Ford Maverick negli Stati Uniti continuano a diminuire gradualmente. Così, nel 2025 i concessionari americani ne hanno vendute 155.051 unità (l’1,5% in meno rispetto all’anno precedente), mentre nel primo trimestre del 2026 il modello ha registrato vendite pari a 48.157 unità, il 17,3% in meno rispetto al periodo gennaio-aprile dello scorso anno.

LA SCELTA STRATEGICA

Ora la Ford Maverick deve affrontare ulteriori problemi: come riporta Automotive News, il capo della filiale nordamericana di Toyota, Tetsuo Ogawa, ha lasciato intendere che l’azienda sta valutando il lancio di un piccolo pick-up basato sull’attuale crossover RAV4. Va notato che l’attuale “RAV4” di sesta generazione ha debuttato circa un anno fa, nel maggio 2025, e uno dei primi mercati per la novità sono stati gli Stati Uniti. Vale la pena notare che, alla fine dello scorso anno, le vendite sono aumentate dello 0,9% a 479.288 unità, ma nel primo trimestre di quest’anno il dato è crollato del 44% a 88.081 unità.
Tetsuo Ogawa ha osservato che «il pick-up basato sul RAV4 rappresenta un’opportunità per Toyota» e che «i concessionari attendono» questa novità. Tuttavia, nell’immediato futuro non sembra che ci si possa aspettare nulla: secondo il capo dell’ufficio nordamericano di Toyota, lo sviluppo e la produzione di un veicolo del genere «richiederanno tempo».

Al momento non è stato dato il «via libera» a questo progetto, ma è evidente che l’azienda ne sta valutando il potenziale.

Nuove MG4 e MG4 Urban: la prova in Anteprima

Nel Segmento C MG non lascia ma raddoppia. A fianco della iconica e conosciuta MG4 EV – rinnovata nell’estetica, nelle dotazioni di bordo e nella piattaforma tecnologica – posiziona la cugina “Urban” a motore e trazione anteriore. Una berlina quasi “crossover” nella fisionomia sportiva la prima, con una indole sportivissima e Premium; ed una tuttofare tra Segmento B e C la seconda, che si rivolge ad un pubblico Mainstream.
Ai nostri comandi, in un viaggio tra Milano e Varese, le più ricche di versione tra entrambe per confrontare i 245 cavalli di MG4 EV dentro una anima sportiva con i 160 cavalli tuttofare di Urban.
Un Test Drive doppio molto divertente e diverso dal solito.

Nuova MG4 Urban: prova su strada tra comfort e tecnologia

La stella ottagonale di MG in Italia brilla sempre più luminosa sul cielo nazionale da cinque anni, quando superato il suo debutto sul mercato ha cominciato ad inanellare risultati positivi ogni anno fino ad arrivare nella soglia dei “Top TenBrand” per immatricolato e nel Podio delle preferenze nel mercato delle Full Hybrid. 

Ottimi risultati per MG ZS e per la piccola “3” che Andrea Bartolomeo, l’intraprendente Country Manager di MG in Italia, ha desiderato diventasse una sorta di nuova “Grande Punto” per gli italiani. Ed in parte è stato così.

Ma ottimi dati di mercato derivano un po’ da tutta quella Gamma di prodotto che i soliti leoni da tastiera, sempre pronti a criticare e demolire chi affronta nuove sfide, hanno fin dall’inizio provveduto a bersagliare di critiche per il reato di alto tradimento delle origini sportive di MG.

E, se permettete, proprio perché Voi siete seguaci di Autoprove.it e dunque meno sensibili alle fregnacce lanciate in Rete (oltre che mediamente più intelligenti e informati della media dei bimbiminkia adatti solo ai siti di Restomod e Tuning molto casareccio) sapete bene come la penso.

Ho scritto pagine su questa piattaforma che chiariscono le mie origini, le mie preferenze ed il dispiacere per l’imputata momento becero e progressivo del dibattito intorno al mondo auto. E solo su Autoprove avete potuto leggere la vera storia che l’otto Aprile del 2005 ha portato al fallimento del Gruppo MG Rover. 

Inglesi, tedeschi e faccendieri alle Isole Cayman hanno forzato questo esito, radicato tuttavia nel crollo esponenziale delle vendite che soprattutto MG ha subito da fine anni Novanta in tutta Europa. Per cui i pochissimi, tra i detrattori e gli Haters dell’attuale corso commerciale della nuova MG, che hanno o hanno avuto uno dei modelli tipicamente sportivi di “Morris Garage” potrebbero al limite essere compresi nelle loro lamentele.

“Ehhhhh……Le radici sportive…….” Ma piantatela!!!!

Ma con un distinguo: Michael Edwardes nel 1977 spense le luci e abbasso’ le tapparelle a tutto il marchio e prodotto MG per strapparlo dalle mani degli operai e dei sindacati inglesi che stavano devastando le fabbriche con gli scioperi e i saccheggi. Da allora e fino ai primi anni Novanta MG è stata una semplice “Griffe” dentro Gamma Austin; la nuova “MGF” – la berlinetta due posti a motore posteriore centrale trasversale – avrebbe avuto vantaggio dall’affiancamento con almeno un altro modello in Gamma. Ma nulla di fatto, quando British Aerospace (che aveva rilevato MG e Rover dallo Stato Britannico) ha venduto tutto a BMW saltando a piè pari la collaborazione con Honda si è iniziato a materializzare il disastro. 

Punto. Tutto il resto sono fesserie digitali. Quando SAIC rileva MG nel 2007 impiega quasi dieci anni per comporre, con calma e visione globale, un rilancio che diventa reale e concreto in Europa ed in Italia da pochissimi anni. Ma se i numeri, quando parlano, danno ragione ad MG allora sono gli altri, anche chi critica a tempo perso, ad avere torto.

Quel Marchio ottagonale posto nelle carrozzerie dei modelli di Gamma quasi come punto di fuga architettonico delle linee di design delle carrozzerie non è solo retaggio di una storia illustre: è comunque segno distintivo di una nuova Community sempre più grande e popolata, di sicuro in Italia. Ed è per questo che nello sviluppo dell’offerta commerciale, così come nella diffusione territoriale della Rete di vendita e Service, sta prendendo corpo nel Marchio MG l’obbiettivo di attrarre il cosidetto pubblico “Mainstream”: ovvero, per quelli del secolo scorso come me, il pubblico “generalista” fatto da privati ma anche – e forse soprattutto – di Partite Iva. 

Su questo obbiettivo non poteva, il Management di MG in Italia, non chiedere una esponente di Segmento “C” elettrico (in forte crescita anche per effetto del generale downsizing della clientela media oltre che per il progresso tecnologico delle piattaforme) più popolare della iconica ed un poco “elitaria” MG4 EV che tutti ben conosciamo. 

IL MODELLO CHE MANCAVA

Ed ecco la nuova MG4 URBAN – che io definisco “Crossover inter segmento B e C – che di MG4 EV ha quasi nulla: piattaforma e powertrain sono diversi dalla 4EV, e lo stile semplice ma personale rendono la Urban più attrattiva per un pubblico più ampio desideroso però di quel glorioso logo ottagonale che risalta nella visione dei modelli di Gamma.

Le misure salienti? lunga 4 metri e 39, larga senza specchietti un metro e 84, alta ben un metro e 55, ha passo di 2 metri e 75 mentre fa un giro su se stessa in solo 10 metri e 40 di diametro: dato ottimo per la città, che nella strategia del Marchio è uno dei campi di battaglia ideali di Urban (e certo, direte Voi: con un nome del genere….) ma non solo.

Chi ha la mia età ricorda forse una sigla, concepita in modo innovativo dalla Ford nel 2002: “UAV”. Cioè Urban Activity Vehicle. Vi sto parlando di Fusion, chiaro, che con Urban di MG c’entra nulla. Ma è solo per darVi la più concreta definizione di questa nuova protagonista dentro MV. Urban non è un SUV propriamente definibile in questo senso, ha più spazio volumetrico di una berlina ed è in fondo un ponte tra diverse esigenze di una clientela che – è vero – trova oggi sul mercato italiano almeno sei full electric che esprimono più o meno le seguenti quote: lunghezza tra 4 metri e 30 e 4 metri e 36; altezza da un minimo di un metro e 53 ad un massimo di un metro e 68; larghezza (al netto degli specchietti) da un metro e 80 fino ad un metro e 83, e bagagliaio che a schienali posteriori dritti ha almeno 450 litri di capienza. 

URBAN LA NUOVA UAV

I nomi li conoscete, e credo che tra le sei protagoniste (BYD, Citroen, Cupra, GAC, Hyundai, Nissan) nessuna sia davvero al sicuro – forse eccettuata la Born di Cupra che potrebbe però vedersela con la cugina MG4 EV in casa MG – dal richiamo interessante davvero della URBAN che tuttavia, a livello di prezzi, riesce ad infastidire tante concorrenti di segmento e misure direttamente inferiori. Insomma, Urban va ad irrompere in un vivaio di quasi venti modelli BEV confrontabili in arrivo o già presenti. Ma provate a cercare quante altre plausibili concorrenti di Urban possono essere definite propriamente “UAV”…..

Nella mix di offerta commerciale di MG4 URBAN prevale il concetto “Value for Money” e non certo quello di “Low Cost”, perché propone una gamma strutturata su due livelli di equipaggiamento e due differenti capacità di batteria:

COMFORT e PREMIUM sono i due allestimenti chiave, con il primo concepito per garantire una dotazione di serie estremamente ricca e completa, capace di superare gli standard del segmento in termini di comfort e tecnologia. 

Urban Comfort 43 Kilowatt Ora offre 150 cv, l’MG Pilot, i fari full Led, camera posteriore, navigatore, Apple Car Play e AndroidAuto Wireless, V2L e pompa di calore, cerchi da 16 Pollici; la Comfort 54 Kilowatt Ora offre 160 cavalli e una autonomia di 416 chilometri WLTP contro 325. 

Infine la PREMIUM 54 Kilowatt Ora offre cerchi da 17, vetri posteriori oscurati, sedili e volante riscaldati, telecamera a 360 gradi e molto altro.

Mentre sotto l’aspetto “abitabilità” la URBAN offre un vano bagagli record, con 577 litri che diventano oltre 1300 con sedili abbattuti. Spazio ottimo davanti e dietro e ben 30 vani portaoggetti nell’abitacolo. 

Volante multifunzione, cambio al volante e due display (7 e 12 virgola otto pollici) completano la plancia di comando dove le ricerche di mercato, hanno evidenziato che il cliente ideale vuole ancora i diversi tasti “fisici” presenti. 

LA TECNOLOGIA

La batteria Litio-Ferro-Fosfato con architettura CELL To Body di tipo “blade” posta al centro del pianale minimizza le dispersioni di energia nelle fasi di carica e scarica. 

Il compatto motore elettrico “6-in-1” integra in uno stesso modulo il motore di trazione, OBC e centraline, riduttore e convertitore DC – DC. 

Tutte le componenti volventi sono a basso attrito (cuscinetti, ingranaggi, pinze freno, pneumatici a basso coefficiente di rotolamento) 

Risultato? Aerodinamica ottima (CX di solo 0,26 e una resa straordinaria di 7,88 chilometri per KILOWATT ORA, un valore di efficienza energetica che posiziona URBAN ai vertici assoluti della sua categoria). La sicurezza è al centro anche nella valutazione 5 Stelle Euro NCAP (grazie al telaio ad alta resistenza) e nei sette airbag di serie. 

Ed ora un cenno ai Listini (Iva inclusa) anche in considerazione delle iniziative promozionali temporaneamente in corso: Urban Comfort 43 kWh parte da 25.490 Euro, Comfort 54 kWh passa a 27.990 Euro e Premium 54 kWh arriva a 30.990 Euro. Ma non sprecate l’occasione della promo ufficiale MG basata sul finanziamento TCM MG Boost, con uno sconto importante che permette l’acquisto –ad esempio – di una BEV tuttofare come Urban Comfort 43 kWh ad un prezzo psicologicamente accattivante di poco meno di ventimila Euro. Se non è una offerta popolare questa…

E non perdeteVi lo speciale in tre puntate Video che Autoprove.it ha realizzato sull’evento di MG tra Milano e Varese nei giorni scorsi: Vi portiamo con noi su Urban ed MG4 Ev, e Vi facciamo essere spettatori della Conferenza Stampa con l’intervista in esclusiva con Andrea Bartolomeo – Country Manager MG in Italia – e di tutta la giornata di evento tra Mocauto Group a Milano fino a Villa Panza a Varese.

Riccardo Bellumori

Vision BMW ALPINA: Concept a Villa d’Este

Per decenni, il marchio M ha rappresentato qualcosa di veramente speciale sul retro di una BMW.

Il marchio Alpina ha portato questo concetto a un livello superiore. Oggi, invece, BMW appone il marchio M praticamente su qualsiasi modello, nella ricerca di un aumento delle vendite. Ecco perché molti si chiedono come gestirà il marchio Alpina ora che ne ha acquisito la piena proprietà. Il nuovissimo concept Vision BMW Alpina ci offre un assaggio di ciò che possiamo aspettarci.
Prevista per essere svelata al Concorso d’Eleganza Villa d’Este del 2026, la Vision BMW Alpina è uno studio di design unico nel suo genere che anticipa il futuro del marchio appena integrato. BMW afferma che la concept punta ancora di più sui tre pilastri che hanno definito Alpina per decenni: velocità, comfort e raffinatezza. Questo inquadramento è importante, perché Alpina non è mai stata semplicemente una M con un portafoglio più gonfio.
La M rappresentava il vantaggio prestazionale speciale di BMW in termini di tenuta in curva. Alpina ha preso quell’essenza e l’ha resa più lussuosa e su misura. A tal fine, è facile vedere come BMW si ispiri al patrimonio di Alpina con questo studio di design. Per prima cosa, non si tratta di un’arma da pista compatta, piccola e agile. Con una lunghezza di 204,7 pollici (5.199 mm), questa vettura è enorme.

IL RITORNO DELL’ICONA

La linea del tetto simile a quella di una coupé si estende su un abitacolo progettato per quattro adulti, mentre l’assetto ribassato e il cofano lungo la fanno sembrare meno una moderna auto di lusso derivata da un crossover e più una gran turismo vecchio stile.

La griglia a doppio rene chiusa e reinterpretata sul frontale a muso di squalo potrebbe suggerire un propulsore elettrico sotto il cofano, ma in realtà Alpina vi ha inserito un V8. Questo da solo è un segnale che non si tratta di un uso superficiale dell’immagine del marchio.
Sebbene non siano stati forniti altri dettagli sul motore oltre al numero di cilindri, Alpina ha storicamente preso i propulsori esistenti di BMW e li ha rielaborati per ottenere prestazioni più brillanti. Se il concept dovesse arrivare in produzione, il V8 sottostante arriverebbe quasi certamente come una versione pesantemente modificata di un motore già presente nel catalogo BMW, possibilmente l’unità biturbo da 4,4 litri che attualmente equipaggia la M5, piuttosto che qualcosa costruito da zero.
I designer BMW parlano ripetutamente di raffinatezza “a seconda vista”, intendendo che l’auto evita di gridare per attirare l’attenzione. Al contrario, ciò che vediamo qui dovrebbe richiamare i modelli Alpina del passato e persino incorporare elementi di auto come la BMW 507. Ci sono linee decorative modernizzate, un muso da squalo e cerchi a 20 razze a completare il look. Dal punto di vista del design, soprattutto per la BMW, è sobrio, raffinato e, oseremmo dire, bello?

“Alpina ha sempre rappresentato un’idea molto specifica di prestazioni e raffinatezza, in cui velocità e comfort sono ambizioni complementari. Il nostro ruolo come nuovi custodi di questo marchio è quello di preservare questa distintività e modellarla per un contesto contemporaneo”, afferma Adrian van Hooydonk, responsabile del BMW Group Design.

“Vision BMW ALPINA mostra come queste qualità possano essere espresse con disciplina e modernità, suggerendo quale sia la nostra direzione per questo marchio mentre lo portiamo verso il futuro.”
L’abitacolo riflette la stessa linea generale. Certo, ogni comando sembra integrato in un touchscreen di qualche tipo, ma l’aspetto complessivo è indubbiamente pulito. Qualcuno potrebbe dire che è quasi eccessivamente asettico. Ci sono comandi in cristallo, grafica specifica Alpina, pelle proveniente da fornitori della regione alpina e forse la caratteristica di lusso più meravigliosamente superflua che si possa immaginare: bicchieri di cristallo a scomparsa che si sollevano dalla console centrale posteriore accanto a una bottiglia d’acqua di vetro.

Nuova Ferrari HC25: la Supercar da sogno

La Ferrari F8 Spider è stata tolta dalla produzione già nel 2023, ma uno degli esemplari è stato utilizzato come base per l’ultimo progetto del programma esclusivo One-Off della casa automobilistica. Il design degli esterni della Ferrari HC25 è assolutamente unico.

La Ferrari F8 Spider era già stata la base per una delle auto del programma One-Off, ovvero la Ferrari SP-8, e oggi viene presentata un’altra supercar unica con una visione del design completamente diversa. La Ferrari HC25 è stata realizzata con un occhio di riguardo alle moderne supercar ibride della Scuderia, la Ferrari F80 e la Ferrari 849 Testarossa — in questo modo si crea una sorta di ponte tra queste e la famiglia F8, che non disponeva di una versione ibrida.

LA SPORTIVA AFFILATA

Allo stesso tempo, nel progetto HC25, il reparto design della Ferrari guidato da Flavio Manzoni ha sperimentato diverse nuove idee, la principale delle quali è una carrozzeria visivamente divisa in due parti, anteriore e posteriore. Queste due metà sono verniciate in grigio opaco Moonlight Grey e sono separate da una sezione nera lucida, nella quale sono integrati le prese d’aria e il vetro del vano motore. Le lunghe maniglie delle portiere argentate, realizzate su misura, fungono da particolari elementi di fissaggio che uniscono la metà anteriore e quella posteriore.

Tutti i pannelli esterni della carrozzeria della Ferrari HC25 sono nuovi, mentre l’impianto di illuminazione è stato realizzato appositamente per questo modello. I fari principali, di forma stretta, sono completati da boomerang verticali che fungono da luci diurne. Il tema del boomerang è ripreso dalla forma della sezione nera che divide la carrozzeria in due metà. I cerchi bicolori a cinque razze con doppio bordo sono un altro elemento di design esclusivo della Ferrari HC25.

Gli interni della Ferrari HC25 sono gli stessi della Ferrari F8 Spider di base, ma con un rivestimento dei sedili unico, realizzato nella stessa gamma di colori dell’esterno, mentre per creare un contrasto sono state aggiunte strisce gialle e cuciture gialle.

La dotazione tecnica è standard: il motore V8 biturbo da 3,9 litri eroga 720 CV e 770 Nm, tutta la potenza viene trasmessa alle ruote posteriori tramite un cambio automatico a 7 rapporti a doppia frizione e un differenziale autobloccante a controllo elettronico. L’accelerazione da 0 a 100 km/h richiede 2,9 secondi, la velocità massima è di 340 km/h.

L’ufficio stampa della Ferrari non rivela mai il costo delle auto del programma One-Off, né i nomi dei clienti. In totale, nell’ambito di questo programma sono già state realizzate decine di auto uniche, e non tutte sono state disponibili per l’esposizione al pubblico. Nello specifico, la Ferrari HC25 partecipa al festival Ferrari Racing Days, in corso dal 15 al 17 maggio presso l’autodromo Circuit of the Americas ad Austin (Stati Uniti, Texas), dopodiché tornerà nel garage del suo ricchissimo proprietario.

Nuova Lada Niva 2027: Anteprima Rendering

Qualche giorno fa sono apparse in rete alcune immagini di brevetto della nuova Lada Niva, che consentono di osservarne tutte le caratteristiche estetiche.

La Niva è il modello più antico dell’attuale gamma AVTOVAZ, poiché la sua produzione è iniziata nell’aprile del 1977. Dal 2021 il fuoristrada viene prodotto con il nome di Lada Niva Legend, mentre l’aggiornamento più recente è rappresentato dalla versione Niva Sport, lanciata sul mercato nell’aprile dello scorso anno. Da tempo si attende l’arrivo di un modello completamente nuovo e lo scorso anno abbiamo realizzato i primi rendering del modello sulla base delle foto dei prototipi dei modelli futuri della casa automobilistica di Togliatti.

Ora abbiamo la possibilità di riprodurre con maggiore precisione l’aspetto del modello grazie alle immagini del crossover contenute nel brevetto.

Nel complesso, è molto simile a quanto ci aspettavamo lo scorso anno, ma la Niva brevettata presenta un design originale della griglia del radiatore con le lettere stilizzate NIVA al posto del logo.

Rendering Kolesa.ru

DATI TECNICI

La Lada Niva avrà un design più rigoroso del paraurti anteriore. La carrozzeria ha mantenuto la profonda sagomatura orizzontale, che è un richiamo al fuoristrada originale, e presenta tre rientranze decorative nei montanti posteriori nello stesso stile.

Le maniglie delle portiere anteriori sono realizzate per una “presa naturale”, mentre quelle posteriori sono integrate nei montanti delle portiere, come nella Dacia/Renault Duster di ultima generazione, con cui la nuova Niva ha molto in comune in termini di proporzioni della carrozzeria e di alcuni dettagli. Ciò non sorprende, dato che lo sviluppo del progetto è iniziato ai tempi della collaborazione con la Renault. Per quanto riguarda la parte posteriore, qui si trovano luci orizzontali relativamente compatte, chiaramente ispirate alla Niva della prima serie, prodotta fino al 1995.
Non ci sono ancora informazioni confermate sulle caratteristiche tecniche della novità, tuttavia si prevede che alla base ci sarà la stessa piattaforma globale su cui è realizzata la Lada Iskra e che rappresenta la “carrozzeria” CMF-B massimamente localizzata (c’è però una versione secondo cui il crossover prenderà in prestito la piattaforma dalla Vesta).

Sotto il cofano potrebbero trovare posto gli stessi motori da 1,6 e 1,8 litri utilizzati su altri modelli dell’azienda.