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Sotto l’olio la Cinghia crepa: il caso Puretech e l’Europa che non si sveglia

Oltre 135 mila auto costruite tra il 2014 ed il 2021sotto ispezione. 

Un maxi richiamo? No, peggio: un provvedimento di indagine da parte del temibile Ente NHTSA (quello che sovrintende la sicurezza stradale negli USA, per intenderci: e che ha fatto davvero vedere le stelle alla Maserati con l’indagine sugli incendi spontanei sulle Biturbo oppure sulla questione dell’acceleratore elettronico sulla Audi “5000” ed altro). 

 

Ma è anche l’ennesima puntata dell’euro-dramma del decennio, e proprio perché è un euro-dramma per Autoprove.it ho deciso di “intitolarlo”: che ne dite di “CinghiaGate”? Oppure di “Oil BeltGate”?

 

La protagonista in negativo è ancora una volta “LEI”: la cinghia in umido, ovvero in bagno d’olio; ma sarebbe meglio dire “in salamoia” che è quella che più spesso avete letto recensita nelle cronache come ambiente liquido di rischio per la cinghia a seguito delle analisi dei periti in Officina o nelle cause giudiziarie : quello formato da emulsione di benzina (o gasolio) nel lubrificante. La salamoia appunto. Solo che stavolta non si tratta di Stellantis ma di Ford. 

 

Ad essere messo sotto inchiesta negli Stati Uniti è il motore 1.0 Ecoboost tre cilindri Ford che pur essendo nato prima del PuretechStellantis, si era finora abbastanza affrancato dallo scandalo anche mediatico del Gruppo italofrancese (pur avendo a sua volta la cinghia in bagno d’olio come elemento distintivo): di fatto l’Ecoboost Ford è il primo motore di serie al mondo con questa architettura.

 

E il fatto che l’inchiesta coinvolga un mercato lontano da noi come gli USA stavolta non è un motivo sufficiente per emendare la piazza europea dalle eventuali conseguenze pregiudizievoli verso l’Ovale a seguito delle risultanze dell’indagine: se si decretasse un nesso causale tra inconvenienti oggetto dell’indagine e struttura tecnica della distribuzione a bagno d’olio l’eco si materializzerebbe anche nel Vecchio Continente, visto che la dose di rischio meccanico per gli automobilisti europei sarebbe statisticamente paragonabile a quello degli americani.

 

Ma a proposito, quanti di Voi sanno come e perché è nata la cinghia in bagno d’olio? Ebbene, nel bene e nel male l’origine di tutto è in Italia.

 

La Cinghia in umido è Made in Italy

A Chieti, per la precisione: siamo alla Dayco Europe Srl, la struttura della multinazionale che ha scelto il nostro Paese per ben sei sedi tra Ivrea (Ufficio Executive), Burolo (Distribution Center), Chieti (Technical Center), Pescara (Centro Distribuzione e Stabilimento di produzione), Teramo (Stabilimento di produzione). Bene: la cinghia in bagno d’olio nasce al Technical Center Dayco di Chieti.

Dayco nasce nel 1905 nel Michigan, e progressivamente si impone e si consolida come fornitore Tier 1 per il mondo OEM; nel 2022 Dayco Incorporated è stata acquisita da Hidden Harbor Capital Partners, un Private Equity americano.

Come tutti i fornitori di primo equipaggiamento, Dayco svolge ovviamente anche attività di engineering sia in JV con gli OEM sia in forma autonoma per sviluppare nuove soluzioni che non solo innovano e migliorano funzionalità e prestazioni ma che, cosa che al Business non guasta, per accentuare ed implementare la fidelizzazione e consolidare il rapporto professionale con la rete dell’aftersales (Officine e ricambisti) ed evitare la dispersione dei clienti finali dopo la vendita. 

E probabilmente l’idea della cinghia in bagno d’olio è fondamentalmente l’uovo di Colombo: pensata come dispositivo per ridurre la laboriosità di manutenzione della cinghia classica (sostituzione programmata e preventiva ad intervalli relativamente brevi, tensione ottimale da garantire, danni da rottura improvvisa) senza incorrere nelle criticità della catena (rumorosità, perdite da attrito e influenza inerziale sulla variazione di regime del motore, ed un pur minimo rischio da usura e dunque da rottura), la cinghia a bagno d’olio avrebbe anche – in un certo modo – canalizzato la clientela verso il Service Management OEM riducendo in qualche modo l’arrembanza del mondo IAM soprattutto dopo la mini rivoluzione del Commissario Mario Monti sulla regolamentazione degli accordi verticali e delle esclusive di servizio tra Costruttori OEM e Rete territoriale

Dunque, intanto il brevetto (o meglio: i brevetti) avrebbe creato la prima barriera, seguita dalla necessaria esclusività della componentistica speciale da adottare nei motori e dalla inevitabile specializzazione del personale di officina. 

 

A seguire, visto che la durata della cinghia – a differenza della catena – non può prescindere da una puntualità e da un rigore della manutenzione quasi maniacale, i tagliandi per cambio lubrificanti e check secondo le prescrizioni del Costruttore sarebbero stati l’aggancio per tenere il Cliente nella Rete Ufficiale anche dopo la soglia fatidica dei 100.000 chilometri.

 

Perché chi vuole pensare che quella di Dayco fosse una iniziativa tesa solo a migliorare rendimenti, prestazioni e fruibilità è un po’ un romantico. Gli anni dalla seconda metà del decennio 1990 fino ai primi del nuovo millennio sono stati lo scenario di un vero e proprio arrembaggio commerciale del mondo IAM verso gli OEM: motivo più che sufficiente per sdoganare progetti come quello della cinghia in bagno d’olio al fine di fare accountingpresso i Costruttori per partnership industriali con un intento: fidelizzare il post vendita e per molto tempo.

E non è un caso se poco dopo il brevetto di Dayco, la partnership sia arrivata con Ford. Poi, chiaro, prevale l’oggetto dell’innovazione: il sistema a cinghia in olio brevettato da Daycopesa meno, si allunga meno, riduce gli attriti ed è più silenzioso dei tradizionali sistemi a catena; inoltre il dispositivo contribuisce a ridurre il numero di componenti del motore e dunque anche alla riduzione del peso e delle dimensioni del motore. Nella dottrina teorica è stato e doveva essere così ma la cronaca ci racconta anche altro.

Ma ripartiamo dall’inizio: dal Technical Center Dayco di Chieti esce la richiesta di deposito di un brevetto, il numero 7749118 del 23 Febbraio 2004; si tratta di una speciale cinghia dentata per uso a contatto con olio; a questo segue il brevetto 8623514 depositato nel Settembre dello stesso anno per “un sistema di azionamento per motore endotermico comprendente una puleggia motrice, una puleggia condotta, una ganascia e la cinghia dentata a bagno d’olio che coopera a contatto con una superficie di guida della ganascia (….)”.

Il Brevetto Dayco: innovazione, certo, ma anche arma contro il dilagare del mondo IAM?

Poi ovviamente ci saranno altri brevetti, ma elencarli tutti sarebbe un problema.

Nel 2007 Dayco “battezza” il sistema e lo istituzionalizza nella sua gamma di prodotto, ma manca ancora il Costruttore; che tuttavia non può che essere uno dei Marchi più votati a fare da apripista in Europa dal decennio precedente: la Ford, che adotta la tecnologia “BIO” (Belt in Oil) dal 2010 per il suo “Ecoboost” 3 cilindri da 1000 cc. 

Dopo Ford anche PSA e VAG (Volkswagen) diventeranno buoni clienti del sistema BIO, mentre Fiat intensifica la sua collaborazione con il Supplier per la classica Poli-V (cinghia distribuzione esterna) con tenditore, puleggia e galoppino.

Ford avvia dunque la produzione del suo 1.0 Ecoboost 3 cilindri: premiato come “Engine of the Year 2012 e 2013, è equipaggiato con cinghia e tenditore “BIO” fornito in esclusiva da Dayco.

 

In realtà l’operazione è un “upgrade” di un sistema embrionale già testato sull’architettura Common Rail “TDCi” iconica di Ford dove dall’inizio della produzione di gamma Duratorq la cinghia di distribuzione interna a bagno d’olio – secondaria e quindi di diametro inferiore a quella principale – viene posizionata nella parte bassa del motore e sincronizzata con quella classica esterna. In realtà, ma questa potrebbe essere una malignità dei soliti sensazionalisti, si dice vi sia stata una corsa al brevetto parallela tra Dayco e Ford

La seconda avrebbe tratto ispirazione dal sistema secondario del Duratorq per progettare una cinghia primaria, la prima – sempre secondo i pettegolezzi – avrebbe in effetti depositato il brevetto originario per una cinghia secondaria; ma a quel punto avrebbe esteso la ricerca e l’Industry per un sistema primario integrato di distribuzione a bagno d’olio. 

Ma come ho detto qui siamo nel campo della cronaca scandalistica e non ci interessa il gossip industriale. In ogni caso, dopo l’accordo tra Ford e Dayco, il motore Ecoboost 1.0 è il primo al mondo della storia “BIO Designed” nella produzione di serie.

Cioè è nativo per la distribuzione a bagno d’olio, ma come detto non è l’unico nel tempo con questa architettura, e gradualmente anche Volkswagen e PSA si interessano al sistema “BIO”: il trecilindri 1.0 EA189 di Volkswagen (cinghia a bagno d’olio per il comando della pompa di lubrificazione), la successiva generazione EA288 (che adotta cinghia e tendicinghia di primo equipaggiamento forniti da Dayco); e la gamma a tre cilindri 1.0 di PSA (EB0) ed EB2 da 1200 cc. confermano la preferenza per questo nuovo sistema. 

Il vantaggio? Viene calcolato in una riduzione di CO2 emessa pari a 0,5 grammi per chilometro, grazie al miglioramento dell’efficienza energetica. Ma questa, in effetti, è la panoramica “bella” del sistema, prima che accada lo tsunami mediatico che all’inizio colpisce – come è noto – i Puretech di PSA – Stellantis.Il problema della cinghia che inizia a sbriciolarsi.

 

Come sapete il problema si è manifestato con fenomeni di deterioramento della cinghia, dando origine a detriti solidi millimetrici (frammenti, pulviscolo) peggiorati dal fatto che – proprio per essere maggiormente resistente – la composizione particolare della gomma rende questi frammenti particolarmente invasivi. 

 

La “morchia” di gomma in parte fusa ed in gran parte solida e frammentata finisce per murare il cosiddetto “pescante” nella coppa che, per fortuna e sfortuna, essendo munito di fitta griglia – proprio per evitare che eventuale e classico pulviscolo di metallo usurato o granuli di olio “incatramatosi” per degenerazione si infilino dentro i micrometrici canali di passaggio del lubrificante –smette di aspirare e far circolare l’olio motore. In parole povere si “attappa”.

La salamoia, il nemico della cinghia presenta il suo conto

Il circuito non va in pressione regolarmente, il motore accentua usura e riscaldamento, l’olio che permane nei meandri del blocco e della testata si cuoce e oltre che deteriorarsi va in evaporazione. 

Questo scenario varia a seconda della “muratura” del pescante: più si riduce la luce di passaggio dell’olio, e dunque peggiora la sua circolazione, e più o meno gravi sono i fenomeni di portata ridotta, scarsa lubrificazione, evaporazione dell’olio, solidificazione, surriscaldamento ed usura delle parti rotanti e mobili. E spesso quando si accende la spia della pressione – appena sotto 1,0 bar – la frittata è già fatta. 

Gli effetti sulla circolazione e sulla pressione ottimale dell’olio in questi casi sono devastanti, con conseguenze che vanno dal semplice “alert” del check e del sistema di spie del cruscotto, al ritardo di entrata in pressione dell’olio allo Start, ai ticchettii ed ai rumori metallici irregolari, fino ai cali di potenza. 

Attenzione però: l’ambiente più degradante e pernicioso per la cinghia sarebbe risultato finora quello in cui l’olio presenta, alle analisi, una traccia rilevante di benzina o gasolio emulsionati (quel che io chiamo “salamoia”) che risulta pesantemente degradante per l’integrità del materiale della cinghia.

Tutti i preavvisi elencati prima diventano il segnale di potenziali inconvenienti di gravità crescente che vanno da problemi alle bronzine ed alle superfici di attrito fino ai danni alle valvole, all’imbiellaggio ed alle rotture determinanti (oltre che alla ovvia possibilità che lo sfaldamento della cinghia ne causi allungamenti e strappi).

Sempre restando su Stellantis, la catena di problemi della cinghia (sembra un gioco di parole, ammetto) si è cominciato a verificare su motorizzazioni prodotte indicativamente dal 2014 ma sulla base di percorrenze raggiunte di circa 130.000/140.000 chilometri. Cioè, per gli stradisti più accaniti, non prima del 2017. 

A questo punto PSA adotta una cinghia di fattura diversa (lo farà per ben tre volte), ma arriva un nuovo problema: il turbocompressore che aumenta le prestazioni ma anche il regime di utilizzazione, le temperature, e dunque le sollecitazioni meccaniche ed il rischio di degrado della cinghia, senza contare che con i problemi di lubrificazione la turbina ha una probabilità di rottura che eguaglia quello di uno stuzzicadenti usato come leva per sollevare un frigorifero. 

Ma non è solo il motore a rischiare: la composizione strutturale dei motori comporta, con questa serie di inconvenienti e/o rischi gravi, anche il coinvolgimento del sistema frenante per il processo di mantenimento del vuoto nel servofreno.

Nel 2018 PSA prescrive – al fine di garantire il motore 7 anni o 150.000 Chilometri – la sostituzione programmata della cinghia a 100.000 chilometri, praticamente il 20% in più di percorrenza media che un automobilista azzarda con la sua cinta tradizionale prima di sostituirla.

PSA/Stellantis ed il Puretech: il bersaglio più eclatante del problema alla cinghia

Le contromisure progressive messe in campo da PSA/Stellantis oltre alla sperimentazione di cinghie dalla composizione e dalla conformazione superficiale diversa (schiena esterna della cinghia striata, a pelle di serpente, etc..) sono state la adozione di misure di check preventivo (registrazione dei segnali della ECU, verifica dello status dell’olio per la presenza di detriti, adozione di gradazione e di qualità di lubrificanti diversi.

Seguendo un elenco presentato da “Altroconsumo” la lista dei modelli del Gruppo – oggi – individuato da Stellantis è davvero enorme: sono ben 40 modelli prodotti tra gli anni di inizio catena di montaggio 2012 fino al 2022, quando evidentemente la condizione di criticità è uscita dallo status di potenzialità per diventare un reale inconveniente tecnico e commerciale. 

L’elenco presentato (e reperibile in Rete) da Altroconsumo prende in esame la motorizzazione “Pure-tech” 1200 cc. individuata dal codice EB2; e parte dalle più anziane per inizio produzione (Citroen C3, Peugeot 208 e DS3) fino alla più recente, la Peugeot 408 prodotta dal 2022 fino al 2024. La data del 2012 non è causale, poiche’ segna il momento in cui PSA sostituisce in Gamma la famiglia storica “TU” adottata dal 1987 sulla “AX” con i quattro cilindri da 995 cc. fino a 1400 cc. che equipaggiavano anche la Peugeot 106. 

Eppure, come detto, PSA – Stellantis non è il solo Costruttore a proporre l’architettura “BIO” : anche Ford, e non solo con l’Ecoboost ma anche – negli Stati Uniti – con le motorizzazioni V6 da 2700 cc. e persino con motori più cubati. 

Ed anche Toyota, nell’ambito di una JV con PSA ha adottato il sistema BIO; e come detto anche Volkswagen per poche motorizzazioni ha fatto altrettanto. Il livello di criticità riscontrato da Stellantis (appena subentrata in PSA, quando si dice culo….) porta tuttavia nel 2020 ad un richiamo – reso problematico dal Lockdown – di 500.000 modelli prodotti tra il 2013 ed il 2017; e di un altro richiamo del 2022 per i modelli post 2017. 

E chiaramente sia in Francia che in altri Paesi europei scattano i provvedimenti ufficiali degli Enti di controllo Istituzionali, delle Associazioni di Consumatori, o le cause individuali. 

Ma mentre sembra chiudersi molto lentamente il dramma in casa Stellantis (dove recentemente Antonio Filosa ha ridondato la notizia che il Puretech sarà sostituito largamente dalla più affidabile architettura FCA), se non sbaglio la nuova famiglia EB3 adotta di nuovo la catena di distribuzione interna e quindi a bagno d’olio; ma la sezione di “solo” 8 mm. – pare adottata per non cambiare o ridisegnare monoblocco ed alloggiamenti del vecchio EB2 con la cinghia – non sarà un ennesimo rischio? 

Cala il sipario su Puretech in Europa, si apre il caso Ecoboostnegli USA

Ma non si fa in tempo a rubricare il caso “Puretech” che la cinghia in bagno d’olio appare nelle notizie in Rete come un caso negli Stati Uniti il caso del Ford Ecoboost 1.0, con cui ho aperto la mia retrospettiva.

Oltre 130 mila modelli con questo motore, venduto negli USA sotto il cofano di Focus ed EcoSport prodotte tra il 2014 ed il 2021,  sono lo scaglione interessato da poco più di 350segnalazioni accumulate pazientemente dall’Ente Federale dietro relazioni di automobilisti ed avvocati americani. 

E la serie di segnalazioni, come motivato nell’oggetto di indagine, ha spinto le Autorità a verificare appunto un lotto enorme, al fine di verificare l’esistenza non di eventi casuali succeduti nel tempo ma di una matrice comune derivata da un vizio progettuale o costruttivo. 

Ovvio, direte Voi, che il caso Stellantis – Puretech abbia fatto da miccia per il detonatore, ma come detto la filosofia operativa dell’Ente NHTSA è sempre quella usuale e nota dai tempi di Maserati ed Audi: per questo il “pacchetto” numericamente contenuto di segnalazioni ha compreso un lotto omologo complessivo di oltre 130 mila modelli Ford compatibili per architettura tecnica e modalità costruttive. 

 

Un altro faro decisamente negativo si apre su una tecnologia che, come detto, sta per essere superata dal ritorno alla catena a bagno d’olio. Soluzione che però, in tempo di decarbonizzazione, ci riporta all’attrito eccessivo ed al vincolo inerziale, al maggior peso ed eventualmente ad un maggior ingombro. 

 

Insomma, un passo indietro: perché dal lato delle cose sicuramente positive dell’architettura “Belt in Oil” c’è che il dispositivo riduce pesi e dimensioni, ed è dunque perfetto sia per l’abbinamento dentro lo stesso vano motore con motori elettrici per l’Ibrido in parallelo, sia per fungere da Range Extenderendotermico nel caso di Ibridazione in serie; minimizza anche di sicuro attriti e perdite per carico dinamico od inerziale, e permette dunque di avere motori più efficienti e minore emissione di CO2 oltre ad una minore dissipazione di energia cinematica.

 

Sul versante della dottrina teorica, invece, rimane da dimostrare che la durata e dunque la periodicità degli interventi di sostituzione siano maggiori apprezzabilmente rispetto agli standard della cinghia esterna a secco. 

Ad esempio, la stessa Dayco sul suo Website riporta allo stato attuale una serie di prescrizioni che si possono leggere su diverse pagine: alcuni esempi come quello che si può leggere sulla pagina cliccando QUI :“è necessario sottoporre i sistemi BIO a manutenzione regolare e rispettare rigorosamente gli intervalli di manutenzione programmata” e “è buona norma controllare in officina sia l’olio che la cinghia di distribuzione ogni volta che un veicolo  (in questo caso il Transit) entra in officina”.

Ma il problema che resta da capire è fondamentalmente: qual è la durata massima prevista per il sistema BIO oltre il quale è inderogabile sostituire il “Kit Cinghia”?

Cinghia a bagno d’olio: la soluzione è solo il passo indietro?

Perché su questo punto si intersecano due questioni fondamentali: garantire l’integrità del sistema e dunque la funzionalità prolungata del motore; e tuttavia evitare che per garantire l’integrità l’automobilista debba adeguarsi a piani di manutenzione dal costo complessivo fuori misura. 

 

Detto ora, questo decalogo, come accennavo sopra sembrerebbe superfluo; Peugeot ed anche Ford sembrano aver cambiato strada, mentre tuttavia un dato pare controcorrente e riguarda un’altra motorizzazione Ford: si tratta del 2700 cc. EcoBoost con architettura BIO ma con cinghia in Kevlar

Nonostante una produzione continuativa dal 2015 non sembra avere la serie di inconvenienti e problemi lamentati dall’Ecoboost1.0. E se partissimo – o ripartissimo – proprio da qui? 

Perché ripartire, senza dubbio, è molto meglio della immagine da elegante coda in mezzo alle gambe che sicuramente Stellantis, e forse nel prossimo futuro Ford, hanno mostrato buttando nel WC l’architettura BIO tornando, ironia della sorte, a quella catena cinematica che volevano superare con la cinghia a bagno d’olio. E superare il problema con una soluzione e non con un fugone sarebbe di supporto anche all’immagine. Facciamo alcuni passi indietro: che immagine avrebbe prodotto di sé la Mercedes se 30 anni fa avesse superato il fallimento del test dell’Alce sulla Classe A cestinando la nuova arrivata per riproporre la 190 come modello di base? 

Che cosa sarebbe stato del rilancio Maserati se dopo l’inchiesta sugli incendi spontanei delle Biturbo in America il Boss De Tomaso fosse tornato alla Merak? E potrei fare esempi all’infinito. Quanto costa ad un’Impresa, per non pagare ulteriormente andando avanti, il tornare indietro?

 

E allora, che fare? 

Una soluzione ci sarebbe: mettere insieme le eccellenze industriali europee che nel frattempo, per effetto del caso Puretech e del nuovo filone di inchiesta americano sul Ford Ecoboost, hanno subito un pregiudizio di immagine e di visibilità presso il pubblico automobilistico mondiale; e dunque la filiale europea di Dayco(titolare del brevetto “BIO”), Ford, Stellantis e chiunque altro Costruttore e Supplier abbia avuto, abbia od avesse interesse a sviluppare architetture di distribuzione alternative alle due sole in contrapposizione storica: cinghia esterna o catena a bagno d’olio. 

Potrebbe, perché no, nascere addirittura costituirsi una sorta di “ATI” paneuropea finalizzata a sviluppare, collaudare e garantire una gamma di motori con qualità e prerogative comuni e unitarie; a questa “ATI” potrebbero affiancarsi un settore di eccellenza in Europa come quello della chimica e dell’aerospaziale, ed infine mancherebbe solo il patrocinio ed il sostegno concreto di Bruxelles. 

 

 

Un Consorzio europeo sulla tecnologia “BIO” del futuro, prima che la Cina ci superi di nuovo

La finalità? Proporre, a tempo di pochi semestri da oggi, una piattaforma modulare di blocchi motore 2,3,4,6 cilindri con materiali innovativi e disegno nativo per una architettura “similBIO” di Dayco, con il plus di oli lubrificanti appositamente studiati e di materiali per le cinghie davvero alternativi. 

 

Il tutto non solo per raggiungere gli obbiettivi positivi ed ecofriedly del sistema “BIO” in tema di decarbonizzazione, ma anche per rilanciare l’immagine dell’Europa come territorio compatto e correlato di R&D; oltre ovviamente alla opportunità per i Marchi ed i Gruppi poco o molto discrimitati a livello mediatico da questa vicenda, di ricostruirsi una reputazione ed un consenso. E servirebbe…

Insomma: e se la famosa “Auto Made in Europe” fosse come primo passo una rinnovata ed ottimizzata architettura meccanicadestinata a diventare il futuro? Europa, svegliati.

Riccardo Bellumori

Nuova Ferrari CZ26: il sogno unico

La Ferrari ha presentato l’ennesima supercar in esemplare unico, realizzata nell’ambito dell’esclusivo programma One-Off. La Ferrari CZ26 riprende la base tecnica della supercar ibrida di serie Ferrari SF90 Stradale.

Il programma One-Off è rivolto ai clienti Ferrari più fedeli e facoltosi e consente di creare una carrozzeria unica per qualsiasi piattaforma tecnica Ferrari esistente. Lo sviluppo di ogni modello nell’ambito del programma One-Off richiede circa due anni, dai primi bozzetti all’auto finita. Nell’ambito di questo programma sono già state realizzate decine di supercar uniche, ma non tutte hanno avuto diritto a un debutto pubblico. Il committente della Ferrari CZ26, proveniente dagli Stati Uniti, ha accettato di mostrare il suo costoso acquisto al grande pubblico: la prima si è tenuta nell’ambito della Settimana dell’Auto di Monterey (Stati Uniti, California).

MOTORE E DATI TECNICI

Dal punto di vista tecnico, la Ferrari CZ26 è in gran parte identica alla supercar ibrida Ferrari SF90 Stradale, ormai fuori produzione, ma il motore V8 biturbo a benzina da 4,0 litri con una potenza di 797 l.s. è stato preso in prestito dalla più recente SF90 XX Stradale, in produzione dal 2024. Oltre al motore V8, il gruppo motore comprende un cambio automatico a 8 rapporti a doppia frizione, una batteria di trazione da 7,9 kWh (ricaricabile da una fonte esterna) e tre motori elettrici: uno è posizionato tra il motore a benzina e il cambio, mentre gli altri due azionano le ruote anteriori. La potenza massima complessiva dei motori elettrici è di 162 kW (220 CV). La Ferrari CZ26 accelera da 0 a 100 km/h in 2,5 s, da 0 a 200 km/h in 6,7 s, con una velocità massima di 325 km/h.

L’autonomia con una singola ricarica, senza l’attivazione del motore a combustione interna, è di 25 km secondo il ciclo WLTP.

Nella carrozzeria della Ferrari CZ26, solo i montanti anteriori e gli specchietti richiamano la Ferrari SF90 originale; gli altri elementi esterni sono stati progettati ex novo e accuratamente testati nella galleria del vento per garantire il necessario equilibrio della deportanza. Rispetto alla Ferrari SF90, la CZ26, prodotta in esemplari unici, presenta un aspetto più austero e conciso con elementi del design industriale italiano degli anni ’70: da qui la cornice nera dei gruppi ottici anteriori, la forma caratteristica delle griglie e le numerose superfici piane.

Il colore principale della carrozzeria è l’Argento Veloce con effetto metallo liquido, sviluppato appositamente per la Ferrari CZ26. Le cornici delle prese d’aria sono verniciate in Rosso Lampante. Anche i cerchi bicolori da 20 pollici dalla forma complessa sono stati sviluppati appositamente per la Ferrari CZ26 e costano una fortuna. I fanali posteriori stretti con fissaggio a mensola sembrano quasi sospesi nell’aria, mentre nella parte posteriore della carrozzeria, sotto di essi, sono incassati due terminali di scarico circolari in titanio.

Nuova Mercedes-AMG GT SUV 2027: Teaser

Mercedes-AMG ha adottato una strategia insolita per svelare una delle sue novità più radicali, ma non così attesa come crede il marchio sportivo. Il team di Affalterbach continua a rilasciare anticipazioni sul suo nuovo SUV elettrico, ma non nel modo che vorremmo. Pochi giorni fa Mercedes ha confermato il debutto mondiale del primo SUV della gamma AMG GT con una serie di anticipazioni, ma ciò che si intravedeva sotto il telo era un prototipo camuffato.

Ciò che molti si aspettavano era il modello di serie e, ovviamente, senza una pellicola di vinile a coprirne la carrozzeria. I nuovi teaser presentati da Mercedes e AMG seguono la stessa linea, svelando progressivamente la parte anteriore, dove si possono notare dettagli più definiti. È il caso dei fari anteriori, che non sono così affilati, ma presentano un’estensione verso i parafanghi, conferendo uno stile diverso al modello con la stella.

Infatti, questa nuova Mercedes-AMG GT SUV è l’unico modello che ha osato cambiare completamente la forma di questo emblema del marchio di lusso, al punto che quasi non si può affermare che si tratti di una stella. Anche il cofano è ben visibile, più orizzontale, e si può vedere chiaramente il contorno della griglia di quello che dovrebbe essere il radiatore.

IL SUV AD ALTE PRESTAZIONI

Questa calandra occupa una superficie ampia ed è molto diversa da quella di altri SUV sportivi del marchio tedesco. Mercedes ha evitato di mostrarne l’intera forma, nascondendo la sezione inferiore con alcuni elementi aggiunti sotto la pellicola che ne alterano la forma reale, ma si prevede che la decorazione sia un pannello chiuso su cui è stato stampato il tradizionale stile Panamericana, simulando le barre cromate.

Nella parte posteriore, si insiste nel mettere in evidenza la stella su uno dei fanali rotondi posizionati sulle spalle; questi ultimi sono pienamente riconoscibili grazie a quello stile più lussuoso che caratterizza la nuova berlina AMG GT, che ha appena lanciato una versione più economica.

Il profilo laterale dovrebbe essere il prossimo passo, a dimostrazione del fatto che questo nuovo SUV elettrico AMG GT sarà più aerodinamico di quanto abbiamo visto nelle foto spia scattate durante la sua fase di sviluppo. Le proporzioni indicano una lunghezza di poco superiore ai cinque metri e una silhouette dallo stile più familiare, anche se ciò non impedirà ai designer Mercedes di riuscire a inserire una parte posteriore dall’aspetto più sportivo, pur non essendo una coupé.

Ciò che quelli della stella potrebbero evitare di mostrare è l’interno, perché sappiamo già che sarà lo stesso della berlina elettrica. Il cruscotto con i tre grandi schermi digitali, in particolare quello della strumentazione e quello della console centrale che può essere orientato maggiormente verso il conducente, è una caratteristica distintiva di questo SUV sportivo firmato AMG. Un sistema di visualizzazione che non condivide con altri modelli della gamma del costruttore di lusso.

DATI TECNICI

L’AMG GT SUV sarà commercializzato esclusivamente in versioni elettriche con due o tre motori. Mercedes lancerà, in primo luogo, le versioni a tre motori con potenze massime di 816 CV e 1.169 CV. Potrebbe essere prevista un’opzione più accessibile, come quella presentata per la berlina, così come quella da 1.360 CV attualmente in fase di sviluppo per la berlina.

La piattaforma «AMG.EA» è predisposta a questo, quindi non sarebbe strano vedere in futuro una variante ancora più potente, anche se questa AMG GT SUV si distinguerà dalla berlina per un dettaglio non di secondaria importanza: la batteria agli ioni di litio offrirà una capacità maggiore rispetto a quella della berlina elettrica, grazie alla maggiore altezza da terra della carrozzeria.

Ipotizzando una capacità energetica lorda di circa 130 kWh – una cifra non irrealistica se si considera che la nuova BMW iX5 supera i 140 kWh – si parla di diverse decine di chilometri in più di autonomia; si parla di circa 800 chilometri, guidando con moderazione… Una batteria che potrà essere ricaricata dal 10 all’80% in appena 11 minuti.

Dettagli molto interessanti per questo SUV elettrico che potrebbe diventare non solo uno dei più veloci nell’accelerazione da 0 a 100 km/h, ma anche uno dei più veloci al mondo in termini di ricarica, ben al di sopra della media attuale con una potenza di ricarica che raggiunge i 600 kW. Ma, come minimo, dovremo aspettare fino all’autunno, quando verranno svelati tutti i dettagli.

Nuova Changan Nevo A06 2026: Anteprima

Ecco la nuova Changan Nevo A06, con un prezzo compreso tra 109.900 e 149.900 yuan (16.300 – 22.230 USD), sta per lanciare una nuova versione a lungo raggio con un’autonomia in modalità elettrica di 800 km. Potrebbe potenzialmente diventare l’auto cinese più economica con tale autonomia.

Changan Nevo è un marchio di veicoli ibridi ed elettrici del gruppo Changan China rivolto ai giovani acquirenti. Secondo China EV DataTracker, nel luglio 2026 ha consegnato 35.585 auto ai clienti, con un aumento del 33,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La berlina Nevo A06 a lungo raggio amplierà presto la gamma del marchio.
La Changan Nevo A06 è stata lanciata in Cina nel novembre 2025. La nuova versione della Changan Nevo A06 sarà dotata di una batteria LFP da 80,02 kWh con celle fornite dalla joint venture CATL-Changan. Questo pacco batterie pesa 566 kg, il che è piuttosto leggero. Per mettere le cose in prospettiva, la batteria LFP da 81,8 kWh di BYD è più pesante di 145 kg.

Con la batteria completamente carica, la variante a lunga autonomia della Changan Nevo A06 offre un’autonomia compresa tra 770 e 800 km secondo i criteri CLTC, a seconda delle specifiche. Questo modello è dotato di un unico motore elettrico a magneti permanenti TZ190XY008 da 245 kW (329 hp) che aziona l’asse posteriore. La sua velocità massima è di 188 km/h. Un altro punto di forza è il sensore LiDAR montato sul tetto.

La Changan Nevo A06 è una berlina di medie dimensioni con dimensioni di 4.885 × 1.916 × 1.496 mm e un passo di 2.922 mm. Il modello aggiornato ha un peso a vuoto di 1.908 kg.
Come accennato, la nuova A06 ha il potenziale per diventare la berlina più economica con un’autonomia elettrica di 800 km. Ciò contribuirà ad alleviare ulteriormente l’ansia da autonomia nel segmento del mercato di massa. CarNewsChina prevede che il prezzo della A06 a lunga autonomia partirà da 160.000 yuan (23.730 USD).

Voyah Passion S sfida lo stunt di Schumacher

Voyah, il marchio premium di Dongfeng, ha annunciato ufficialmente oggi che la Voyah Passion S ha completato con successo una manovra a 360° all’interno di un tunnel di prova chiuso a Wuhan. Secondo quanto riportato da Voyah sui social media, il video è stato girato interamente con un veicolo reale; l’acrobazia è stata eseguita da una versione di serie disponibile sul mercato, senza alcuna modifica o effetto speciale, rendendola la prima auto di serie al mondo a realizzare questa manovra estrema.

La sfida vuole essere un omaggio all’iconico spot pubblicitario girato 16 anni fa in un tunnel, con protagonista la leggenda dell’automobilismo Michael Schumacher e la Mercedes-Benz SLS AMG. Mentre quello storico spot rimane controverso a causa delle affermazioni secondo cui l’impresa sarebbe stata compiuta da uno stuntman professionista anziché da Schumacher, il risultato raggiunto da Voyah viene presentato come una dimostrazione autentica delle capacità del veicolo di serie.
Eseguire una rotazione a circuito chiuso con un FUV (Functional Utility Vehicle) di dimensioni medio-grandi presenta una difficoltà oggettiva significativamente maggiore rispetto a una supercar leggera come la SLS AMG, date le dimensioni più grandi e il peso a vuoto più elevato della Passion S. Inoltre, il veicolo ha mantenuto il pacco batterie completo e l’intera suite di hardware per la guida intelligente, senza alcuna modifica volta alla riduzione del peso.

Il video dell’acrobazia della Voyah Passion S.
Il veicolo ha dovuto accelerare fino a una velocità critica di circa 130 km/h e imboccare la parete curva del tunnel con un angolo di sterzata preciso di 16°. Sfruttando la forza centrifuga per contrastare la gravità, l’auto ha completato una rotazione completa di 360 gradi. Mantenere la velocità era fondamentale; un calo di soli 3-5 km al di sotto della soglia avrebbe causato la perdita di trazione del veicolo e la sua caduta dal soffitto del tunnel.

LO STUNT INCREDIBILE

A rendere possibile la manovra è un sistema a trazione integrale con doppio motore in grado di erogare una potenza combinata di 475 kW (637 hp) e una coppia massima di 765 N·m, consentendo un’accelerazione rapida e senza ritardi fino alla velocità di ingresso richiesta. Inoltre, la piattaforma globale ad alta tensione da 800 V con carburo di silicio raggiunge un’efficienza complessiva della trazione elettrica del 93,8%. In combinazione con una griglia attiva per il controllo intelligente della temperatura, il sistema ha garantito un’attenuazione di potenza pari a zero durante le fasi di ingresso, salita e inversione del loop.

La Voyah Passion S è entrata in prevendita il mese scorso, con il modello top di gamma al prezzo di 309.900 yuan (45.600 USD). Il lancio ufficiale è previsto per il 15 agosto, quando verrà annunciato il prezzo al dettaglio definitivo.

Waymo molla Jaguar importa 3.200 robotaxy Zeekr

Waymo, società controllata da Alphabet (la casa madre di Google), ha importato negli Stati Uniti, in totale, oltre 3.200 robotaxi Ojai basati su Zeekr, nonostante i dazi del 102,5%, secondo quanto riportato da Forbes. Un recente video condiviso da David Moss mostra centinaia di veicoli parcheggiati in una struttura in Arizona. Perché Waymo utilizza veicoli di fabbricazione cinese per la sua ultima piattaforma di robotaxi?

Più di 2.600 di queste spedizioni sono state registrate nel 2026, mentre ad agosto sono stati avvistati più di 500 veicoli Ojai riuniti in una struttura di integrazione di Waymo a Mesa, in Arizona.
L’Ojai è prodotto da Zeekr, il marchio di veicoli elettrici del Gruppo Geely, a Ningbo, in Cina. Il veicolo è identificato anche con il nome in codice CM1e nei registri doganali e di settore. I registri doganali non indicano Waymo come destinatario. L’Ojai è entrato a far parte della flotta Waymo e ha iniziato a effettuare corse pubbliche a San Francisco, Phoenix e Los Angeles nel 2026.

Veicolo costruito in Cina, sistema autonomo installato negli Stati Uniti
L’Ojai si basa sull’architettura SEA-M di Geely, che ha avuto origine dal concept Zeekr M-Vision sviluppato per il programma di ride-hailing autonomo di Waymo.

LA SCELTA STRATEGICA

Il veicolo utilizza un impianto elettrico a 800 V, una batteria da 93 kWh e un unico motore elettrico posteriore da 200 kW (268 hp). La carrozzeria è dotata di due porte scorrevoli senza montante centrale, mentre i sistemi di sterzo e frenata utilizzano hardware ridondante di tipo «drive-by-wire» e «brake-by-wire».

I veicoli forniti per il programma Waymo vengono importati prima che il sistema di guida autonoma sia completamente integrato. La parte costruita in Cina comprende la carrozzeria, la batteria e la trasmissione elettrica, mentre l’hardware e il software di guida autonoma di Waymo vengono aggiunti negli Stati Uniti.
L’Ojai utilizza il Driver di sesta generazione di Waymo, introdotto da Waymo nel 2026. Il sistema dispone di quattro sensori LiDAR, sei unità radar e 13 telecamere. Waymo ha affermato che la configurazione hardware semplificata è stata sviluppata per ridurre i costi ampliando al contempo le capacità operative del sistema.
Le dichiarazioni di importazione statunitensi stimano il valore franco fabbrica del telaio CM1e dell’Ojai a circa 38.000-38.500 USD per veicolo. Applicando un dazio del 102,5% al valore massimo di tale intervallo, il costo calcolato del telaio allo sbarco risulta pari a circa 78.000 USD.
Waymo ha reso noto un costo dell’hardware di sesta generazione pari a circa 25.000 USD. Sommando tale cifra al costo calcolato del telaio, si ottiene una stima di 103.000 USD per il veicolo e l’hardware di guida autonoma prima dell’integrazione finale negli Stati Uniti.
Il costo dell’integrazione finale non è di dominio pubblico, pertanto i 103.000 USD non devono essere considerati come il costo complessivo dell’Ojai completato.
I precedenti veicoli Waymo di quinta generazione, basati sulla Jaguar I-Pace, erano stimati a 200.000 USD per unità, di cui circa 75.000 USD per il veicolo e 125.000 USD per l’hardware di guida autonoma. Rispetto a tali cifre, la stima di 103.000 USD risulta inferiore di circa il 48,5%.
Il confronto si basa quindi sui dati resi noti relativi al veicolo e all’hardware, piuttosto che su un calcolo completo dei costi di produzione, integrazione, logistica e di esercizio.
Contesto di mercato e politico
La stessa piattaforma è utilizzata anche dal modello di serie Zeekr Mix, entrato nel mercato cinese nel 2024 al prezzo di 41.200 USD.

Lincoln saluta la Cina e ritorna negli USA

L’amministratore delegato di Ford, Jim Farley, ha dichiarato a Reuters che la casa automobilistica intende trasferire la produzione di alcuni modelli Lincoln dalla Cina agli Stati Uniti a partire dal 2030. Ad esempio, poiché viene prodotta in Cina, la Nautilus è soggetta a un dazio del 52,5% negli Stati Uniti.

«Abbiamo preso questa decisione non appena la politica dell’amministrazione è stata definita. Sapevamo esattamente cosa volessero fare e sapevamo esattamente cosa ciò significasse per Ford», ha affermato Farley in un’intervista congiunta con il segretario al Commercio degli Stati Uniti Howard Lutnick, aggiungendo che la «Connected Vehicle Rule» – che vieta l’uso di determinate tecnologie e componenti hardware cinesi nei modelli destinati al mercato statunitense – è stata una motivazione secondaria alla base della decisione.

Ford era tra le diverse aziende che avevano richiesto l’autorizzazione al Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti per continuare a vendere veicoli potenzialmente soggetti a restrizioni ai sensi della norma, ma un portavoce di Ford ha recentemente dichiarato a Reuters che, a seguito di discussioni con il Dipartimento del Commercio, la casa automobilistica si è resa conto che la Nautilus non necessitava più di autorizzazione per essere venduta negli Stati Uniti.

LA SCELTA STRATEGICA

Ford aveva precedentemente dichiarato che il software della Nautilus, sebbene sviluppato negli Stati Uniti, veniva installato nel veicolo in Cina e che, pertanto, era necessaria l’approvazione del governo affinché potesse continuare a essere venduto negli Stati Uniti. Lo scorso anno negli Stati Uniti sono state vendute circa 34.000 unità di questo SUV.

I legislatori statunitensi stanno cercando di inasprire ulteriormente le restrizioni rispetto a quelle introdotte nella «Connected Vehicle Rule». Una di queste proposte, approvata il mese scorso dalla Commissione per il Commercio del Senato degli Stati Uniti, vieterebbe l’accesso alle case automobilistiche in cui la quota di proprietà cinese superi il 15 per cento – e oltre il 19 per cento di Mercedes-Benz è di proprietà di entità cinesi.

Attualmente, i SUV Navigator e Aviator vengono prodotti negli Stati Uniti, mentre i SUV Nautilus e Corsair, così come la berlina Z, vengono prodotti dalla joint venture Changan-Ford in Cina. Nel frattempo, General Motors ha annunciato che la produzione della Buick Envision verrà trasferita dalla Cina agli Stati Uniti a partire dal 2028.

Chevrolet dice addio al mercato cinese

General Motors ha confermato che il marchio Chevrolet cesserà la vendita di auto nuove sul mercato cinese. Questo marchio centenario, che un tempo registrava vendite annuali superiori a 760.000 unità e vantava oltre 7,5 milioni di proprietari cinesi, ha ufficialmente concluso le proprie attività di vendita al dettaglio in Cina dopo quasi 21 anni.

Nel contempo, GM precisa che il marchio continuerà la produzione all’interno del Paese, ma sposterà la propria attenzione strategica verso l’esportazione di veicoli verso mercati internazionali al di fuori degli Stati Uniti.
In una dichiarazione rilasciata al National Business Daily il 10 agosto, GM China ha confermato che la propria joint venture manterrà la produzione dei prodotti Chevrolet in Cina. L’azienda ha affermato che la linea di prodotti Chevrolet è ora quella più adatta a soddisfare le esigenze dei mercati di esportazione.
Secondo i dati della China Passenger Car Association (CPCA), le esportazioni di Chevrolet dalla Cina hanno raggiunto le 6.930 unità nella prima metà di quest’anno, con un aumento del 6,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
La decisione è in linea con un più ampio impegno a lungo termine tra GM e SAIC Motor. Le due società hanno recentemente firmato un accordo di rinnovo strategico, prorogando la joint venture SAIC-GM per altri 20 anni, fino al 2047. Si tratta di uno dei periodi di rinnovo più lunghi tra le principali joint venture della regione. Inoltre, i partner hanno annunciato l’intenzione di lanciare almeno 30 modelli di veicoli a energia nuova (NEV) entro il 2030, concentrandosi principalmente sull’elettrificazione dei marchi Cadillac e Buick.

LA SCELTA OBBLIGATA

John Roth, vicepresidente esecutivo di GM Global e presidente di GM China, ha sottolineato i punti di forza dell’operatività locale. «Vediamo enormi opportunità per andare oltre la Cina e affacciarci al mondo», ha affermato Roth. Ha sottolineato che le solide competenze locali di SAIC-GM nei settori dell’ingegneria, della produzione e della qualità possono essere sfruttate per entrare nei mercati del Medio Oriente, dell’Africa, del Sud America, del Messico e della regione Asia-Pacifico, con il supporto delle estese reti globali di vendita e assistenza post-vendita di GM.
Rispondendo alle preoccupazioni dei clienti esistenti, GM ha sottolineato che continuerà a fornire un servizio post-vendita completo agli oltre 7,5 milioni di proprietari di Chevrolet in Cina. L’azienda ha assicurato ai proprietari che la rete di concessionari rimarrà operativa e che la fornitura di ricambi e i servizi di manutenzione non subiranno alcuna interruzione.

Il percorso di Chevrolet in Cina ha subito cambiamenti radicali dalla sua introduzione ufficiale nel 2005. Il marchio ha raggiunto un picco storico nel 2014 con vendite al dettaglio annuali di circa 767.000 unità, trainate da modelli popolari come la Cruze. Tuttavia, il marchio ha subito un forte calo a partire dal 2018 circa, attribuito alla controversa adozione dei motori a tre cilindri, alla rapida ascesa dei marchi cinesi nazionali e all’accelerazione della diffusione dei veicoli elettrici (NEV).

Nel 2025, le vendite annuali erano scese a meno di 9.000 unità.