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Nuova Jeep Cherokee 2026: il Teaser

Il crossover Jeep di sesta generazione debutterà alla fine di quest’anno. È noto che il modello sarà offerto con un allestimento ibrido. Inoltre, il marchio ha promesso un “prezzo competitivo”.

La precedente Jeep Cherokee con indice di fabbrica KL ha debuttato nel 2013. Questo crossover ha colpito i fan del marchio per il design del frontale, che presentava un’ottica a due livelli. L’immagine del modello è stata criticata senza pietà, così dopo il restyling, effettuato proprio alla fine del 2017, la Cherokee ha ricevuto fari ordinari. E questo nonostante il fatto che in seguito i fari a due piani siano diventati la norma: persino la nuova Audi Q3 li avrà. Comunque sia, la produzione della Jeep Cherokee di quinta generazione è stata cancellata nel 2023. Già prima della cessazione della produzione, si sapeva che il modello avrebbe avuto un successore.

Oggi la divisione nordamericana di Stellantis ha pubblicato le prime immagini e il video teaser del crossover di sesta generazione. E sì, il modello ha mantenuto il nome Cherokee: in precedenza c’erano state informazioni, come se Jeep potesse rifiutare questo nome in segno di rispetto per il popolo indiano Cherokee.

IL CAMBIO DI PASSO

Questa volta il marchio non ha sperimentato con il design: la prossima Jeep Cherokee ha ricevuto un look piuttosto tradizionale. Il crossover di nuova generazione si è rivelato più brutale del suo predecessore: ha una carrozzeria “squadrata”, un paraurti anteriore imponente e fari dalla forma più rigorosa. Naturalmente, la griglia del radiatore della Cherokee presenta delle fessure caratteristiche. La poppa e gli interni non sono ancora stati svelati.

Stellantis ha dichiarato che il crossover sarà offerto con un powertrain ibrido “nuovo, efficiente e potente”. Ma non ci sono ancora dettagli sulla tecnologia. Non si sa nulla nemmeno della piattaforma. Alcuni media esteri ritengono che la Jeep Cherokee sia basata sul “carrello” STLA Large, su cui si basa la Jeep Wagoneer S elettrica. Secondo un’altra versione, come la nuova Jeep Compass appena presentata, la “sesta” Cherokee è costruita sulla piattaforma STLA Medium.

Da Livorno a Le Mans 1965: Bizzarrini sul tetto del mondo

Lo scorso anno, sessanta anni fa, Giugno 1964

Avevamo salutato un gruppo di avventurosi scalmanati partiti sulla Via Aurelia per andare a cercare gloria a Le Mans accompagnando una belva rosso corsa pronta a mordere l’asfalto della pista come anche, mesi prima, aveva fatto tremare i muri portanti delle due palazzine affacciate su Via Ippolito Nievo a Livorno, dalla cui autorimessa “Autostar” nell’estate del 1963 quel mostro satanico aveva fatto urlare a pieni polmoni gli otto cilindri del suo motore Chevy 5,3 litri al centro di una sorta di “chiostrino” tra i palazzi in Via Ippolito Nievo tra il civico 106 ed il 118 (dove oggi si trova un carinissimo Bar d’angolo e poco distante un monumentale Iper del Lidl) 

Il 20 Giugno del 1964, in un altro Sabato che già resta alla storia, dallo Start numero 32 della “24 Ore di Le Mans” parte per la prima volta una vera e propria “belva” rossa, bassa, attraente e muscolosa con un bel numero “1” in campo bianco.

Pochi mesi prima, ad Aprile 1964, Renzo Rivolta (brillante, flemmatico, elegante e davvero stimabile Capitano di Industria con la sua “Iso” a Bresso) aveva annunciato, forse con sua stessa sorpresa, la partecipazione alla “24 Ore di Le Mans” per un Marchio che pur destinato a “rompere le scatole” a Ferrari, Aston Martin, AC Cobra, Jaguar o Chevrolet nel campo delle Super Gran Turismo era comunque interessato al mercato delle auto sportive ma di grande prestigio, quelle insomma che a Maranello corrispondevano ad una parte limitata della Gamma del Cavallino idealmente nato per andare a correre in Pista; mentre per Rivolta la sportiva ideale – seppur potentissima e veloce – era quella entro cui si doveva poter entrare “con il cappello sulla testa” (come con una formula verbale furba e popolare lui stesso aveva saputo definire le sue auto) tanto per inquadrare come Cliente tipo delle creature di Bresso il Manager ed il ricco industriale che cercava nella sua “DreamCar” non solo la sportività ma anche il comfort ed il prestigio.

 

Cosa aveva dunque spinto il ricco Industriale di Bresso (pur nativo di Desio) a cedere al fascino delle Gare con un mostro spinto da un V8 Chevy da 5,3 lt. per 400 cv chiamato “IsoA3/C”?

Renzo Rivolta e Giotto Bizzarrini: sinonimi e “contrari” sul futuro della Iso

Il Commendator Renzo aveva ceduto alla amabile autorevolezza, all’entusiasmo ed all’indubbio pedigree tecnico del suo Consulente Giotto Bizzarrini che, a fianco di Pierluigi Raggi aveva da poco partecipato alla nascita della “GT 300/340” come prima Gran Turismo della Iso: una pietra miliare sia a Bresso che nel mercato delle sportive di alto rango uscita fuori dalla revisione totale e copernicana operata sulle ceneri della Gordon Keeble cui Renzo Rivolta si avvicinò superandone i concetti chiave tenendo tuttavia per sé tre degli elementi discriminanti che caratterizzeranno la “GT” Iso: linea tre volumi classica e sportiva, motore Chevrolet, identità allo stesso tempo sportiva e signorile.

 

Ma forte dello slogan maranelliano “Chi vince la Domenicaha tanta pubblicità gratis” coniato da Enzo Ferrari e, soprattutto, ossessionato dalla ambizione di battere le Ferrari nel loro stesso campo di battaglia, Giotto Bizzarrini vedeva l’impegno sportivo di Iso quasi come un “mantra”: 

e per questo, finanziato parzialmente da Renzo Rivolta, aveva avuto in concessione lo sviluppo e la gestione del suo Team sportivo, la “Scuderia Bizzarrini”, che derivava a sua volta dalla evoluzione della “Autostar” trasformata dal 1964 in “Società Prototipi Bizzarrini 

S.rl. – Livorno” traslocata in Via G.B. Lulli – zona Salviano – in un locale più ampio della ex Autorimessa di Via Nievo.

Oggi questa Officina, un edificio a parallelepipedo circondato da un giardino perimetrale, esiste ancora attiguo ad una Palestra, un Supermercato ed altro; ma tra il 1964 ed il 1966 era qualcosa a metà tra un palcoscenico di eccellenza visitato da ragazzi ed abitanti del luogo che si ponevano in religioso silenzio intorno alla struttura per vedere e sentire quei diavoli a quattro ruote; dall’altra – come sede anche della “Scuderia Bizzarrini”- Via G.B. Lulli era l’area di parcheggio, movimentazione e carico/scarico anche dei mezzi di servizio di Giotto: un furgone Fiat 238, un furgone “Alfa Romeo F12” e sporadicamente un bilico.

E la “Prototipi Bizzarrini” comincia anche a muoversi come una vera “Factory”: elabora  motori ed assetti per Clienti esterni (continuando a collaborare anche con la “Campagnolo Amadori” per la quale aveva mantenuto un mandato di rappresentanza insieme all’amico e collega Ingegner Maltinti) ma soprattutto Giotto – pur continuando a collaborare con la Iso a Bresso, come Consulente Tecnico esterno – si dedica allo sviluppo ed evoluzione delle “sue” specifiche e indiavolate creature motorizzate.

Certo, la settimana lavorativa di Giotto è abbastanza “sofferta”, ancora in rapporto professionale con Renzo Rivolta e, è bene ricordare, in un’epoca in cui Internet, posta elettronica e teleconferenze non esistevano: il Lunedì mattina presto partenza per Bresso, e ritorno a Livorno il Venerdì sera per supervisionare il lavoro dei suoi collaboratori in Officina e – se occorre – darci giù di martello e fiamma ossidrica per finire o perfezionare un lavoro.

Inizia la programmazione della famosa “Barchetta” P538, pensata per mettere in posizione posteriore centrale il V8 Chevy della A3/C e disegnata – come sempre dalla sinergia di Giotto con Pietro Vanni – in forma “aperta” e molto più muscolosa della stessa Iso A3/C; 

Tempi avventurosi, in cui Giotto rendeva frullini, presse e trapani concorrenti poveri ma dignitosi dei macchinari da sogno di cui potevano disporre i suoi avversari a Maranello, a Coventry, a Newport Pagnell, a Stoccarda. 

Giotto Bizzarrini, la Factory “avventurosa” e il miracolo livornese

Tempi in cui per le parti di vetroresina le factory preferite da Giotto erano i cantieri navali di Livorno e Cecina, e i “Suppliers” erano rettificatori e meccanici artigianali “assoldati” di volta in volta secondo bisogno.


Tempi in cui il Circuito “ufficiale” di Bizzarrini era il Mugello solo in casi estremi e necessari, ma la vera “Fiorano” di Giotto era il famoso ed epico “Circuito delle Spianate” tra Castiglioncello e Rosignano, in provincia di Livorno.

Spianate” era un circuito per modo di dire: intorno e vicino all’omonimo “Laghetto delle Spianate” – oggi oggetto di riqualificazione da parte delle Amministrazioni territoriali competenti – era stato avviato ed attrezzato (limitandolo al traffico circostante) un Cantiere comprensivo di una zona edificabile immaginata ai tempi come Centro residenziale di alto rango, vicino alle zone balneari della famosa e rinomata “Riva degli Etruschi”.  

Oggi il cosiddetto circuito è facile da localizzare: se percorrete Castiglioncello diretti al Laghetto, potete approfittare delle evoluzioni curvilinee di Via delle Spianate che si incrocia ai due estremi con Via del Solferino. Un Circuito impegnativo di circa due chilometri a forma di “boomerang molto sofferto.

La via di accesso al Cantiere, in quel periodo vicino al 1965,immetteva in un tragitto perfettamente asfaltato che perimetrava lo stesso laghetto nella sua circonferenza; in certi giorni in cui il traffico era quasi inesistente, i giovani appassionati di auto e moto si radunavano chiudendo l’accesso al circuito. 

Piccolo palcoscenico di un mondo perduto fatto di passione ed avventura, e dove passione ed avventura si uniscono c’era e non poteva mancare Giotto, che alle “Spianate” a costo zero testava le sue Concept, le auto dei Clienti e valutava giovani talenti cui affidare potenzialmente un volante.

Qui si tenne anche qualche edizione del “Gran Premio Riva degli Etruschi”, per promuovere proprio la zona residenziale: si tenevano Gare di Formula “4” definita anche Formula “K250”, con piccole monoposto. In una di queste Gare, tra un trofeo, un pranzo veloce al Ristorante storico “Le Spianate” di Nello Sartori, Giotto Bizzarrini adocchia Giuseppe Nieri, un giovane talento di solo 25 anni che proviene da una famiglia di ottimi Pasticcieri di Cecina, e che diventerà il Tester di fiducia di Giotto ed episodicamente Pilota ufficiale della “Scuderia”.

Tutto molto avventuroso e coraggioso, senza praticamente nulla della dotazione strumentale e dei macchinari con cui la concorrenza ambita da Bizzarrini costruiva le proprie Supercar: Giotto aveva come macchinario speciale il suo genio, il talento e la creatività sua e dei giovani avventurosi che lo seguivano: Paolo Niccolai,  Prampolini, Vanni, Sancasciani, Corradini. Siamo ancora tra Via Nievo e Via Lulli, e la squadra di Giotto ha ancora pochi ma preziosi adepti

Le Mans, si replica: Giotto sul tetto del mondo (a modo suo)

Tra quel gruppetto si trovano gli eroi che tentano la prima Le Mans del 1964 e rischiano persino di segnare davvero la storia: la Iso A3/C numero “1” durante la notte si mette al nono posto, e sembra averne ancora, con una dote di velocità che imbarazza persino la Ford GT40, la più veloce del lotto. 

Insomma, ad un passo dal miracolo (se si fosse posizionata un poco più su e vi fosse stato qualche prezioso abbandono ai primi posti, Giotto e la sua squadra avrebbero potuto persino chiudere la 24 Ore sfiorando il Podio) durante una ultima sosta al Box all’alba si incastra una pasticca nel freno posteriore all’atto della sostituzione. Quasi un’ora persa per chiudere, comunque, in modo dignitoso ed eroico quella prima edizione da debuttanti alla Le Mans.

Solo che la “Le Mans” del 1965 non inizia sotto i migliori auspici: la “Iso” da un lato deve affrontare il problema commerciale delle nuove norme anti emissione statunitensi, per potersi adeguare alle quali servono un sacco di soldi; dall’altra parte il confronto tra diverse visioni strategiche di Renzo Rivolta da un lato e da Giotto dall’altro porta alla rottura definitiva: a Rivolta le Gare non interessano, mentre Giotto al contrario sembra non poterne fare a meno. 

La rottura tuttavia deriva dalla incompatibilità ormai tra un concetto di lusso sportivo che Rivolta continua a voler ricercare, e la dissacrante concezione sportiva estrema che anima Giotto nelle sue realizzazioni: forse mai Bizzarriniavrebbe dato vita alla “S4” ovvero “Fidia” e dall’altro lato Rivolta cominciava a vedere quella “A3/C” come un corpo estraneo alla sua filosofia commerciale ed industriale.

Soprattutto mai Renzo Rivolta avrebbe permesso nella sua fabbrica di Bresso la realizzazione del numero minimo di 100 esemplari previsti dalla “FIA” per poter omologare ed iscrivere la “A3/C” nella Categoria “Gran Turismo” uscendo dalla iscrizione “Prototipi”. La differenza non era solo regolamentare o parametrica, ma marcava la differenza con la possibilità reale di battersela direttamente con le Ferrari nella leggendaria “Divisione III” sopra i due litri di cilindrata. Chiamatelo dente avvelenato, chiamatela ossessione, ma Giotto non voleva essere “l’ombra” del Drake nella Categoria Gran Turismo (varata dalla FIA nel 1961) ma al contrario fare delle rosse del Cavallino l’ombra delle sue “Iso/Bizzarrini”; ed in particolare come un moderno “Urano” avrebbe voluto che la sua “A3/C” divorasse la “figliastra” 250 GTO cui aveva contribuito attraverso la famosa “Papera”.

Perché almeno una volta a Giotto questa impresa era già riuscita con la “BreadVan” Drogo proprio su base GTO: la più “Papera” di tutta la storia della mitica Gran Turismo di Maranello.

Giotto e l’avventura da Costruttore: ma con “Le Mans” 1965 nel carniere

A quel punto le strade tra l’Ingegnere livornese e Renzo Rivolta iniziano a divergere: quella “Le Mans” 1965 è l’ultima di un quasi “ex sodalizio” che porterà alla fine del rapporto di consulenza e ad una sorta di parziale integrazione liquidatoria verso Giotto, da parte di Rivolta, consistente nella concessione a prezzo di costo di materiale tecnico e componenti utili per la realizzazione di una miniserie di circa cinquanta “evoluzioni” della Iso A3/C che, negli accordi reciproci, Rivolta cede a Bizzarrini come diritti della “A3/C” affinchè questi possa avviare una nuova linea produttiva – ovviamente ridenominata “5300 GT” – a Livorno; mentre a sua volta Giotto cede a Rivolta i diritti di uso di un Marchio, “Grifo”, che Bizzarrini aveva tempo prima registrato e brevettato per il mercato automobilistico.

Ovviamente alla data del 19 Giugno 1965 (giorno di partenza della Le Mans) tutto questo è ancora un futuro prossimo e in procinto di esitare alla fine dello stesso anno: adesso è Mercoledì 16 Giugno, il sole è ancora tiepido e i fronti di battaglia che si animano sono ben due, verso quella Le Mans in partenza il Sabato.

1965, l’allegra brigata riparte: da Modena, da Livorno, direzione Le Mans

Era un ragazzino, Paolo Niccolai, quando nell’estate del 1963 Giotto Bizzarrini lo aveva chiamato a lavorare dentro Via Ippolito Nievo: primo incarico, ripassare a china i disegni tecnici. 

Da quel momento per Paolo inizia un rapporto professionale e di amicizia sincera con il genio livornese e con la “Autostar” della quale Paolo è di fatto il dipendente numero due dopo Mauro Prampolini

Come per la edizione del 1964, anche nel 1965 Niccolai è in prima linea nella fase preparatoria della Scuderia verso Le Mans. Quel Mercoledì Paolo, concordati precedentemente tutti i passaggi con “Patron Giotto” rileva da Via Lulli il furgone “F12” e si dirige in direzione Modena, alla Carrozzeria “Neri & Bonacini”. 

Il motivo è semplice: presso la storica Carrozzeria e’giàarrivato l’esemplare di “Iso A3/C” prescelta da Giotto ed inviata alla Carrozzeria per le lavorazioni e gli affinamenti preliminari alla Gara; e se l’anno prima Giotto aveva cercato di replicare genuinamente Alfred Nebauer (lo storico D.S. Mercedes) cercando di grattare via la vernice rossa dalle sue Iso per risparmiare peso lasciando la carrozzeria in alluminio satinato e battuto (una velleità però impossibile a norma di regolamento che stabiliva la riconoscibilità di ciascuna auto attraverso la pigmentazione con il colore nazionale stabilito dalla Federazione Internazionale) nella edizione dal 1965 il problema è risolto alla radice dalla nuova carrozzeria in fiberglass dei Cantieri Catarsi: 20 chili risparmiati sull’avional alluminio che, certo, mantiene la peculiarità di essere più “riparabile” rispetto alla vetroresina ma purtroppo pesa. 

 

La Iso A3/C per Le Mans arriva ad avere oltre 400 cv per un peso a secco di poco più di mille chili. E guardate che berlinette chiuse biposto da circa due chili e mezzo per cavallo erano rare all’epoca.

Come detto, Mercoledì 16 Giugno Paolo si mette in viaggio verso Modena: è pomeriggio e l’obbiettivo è quello di raggiungere in serata il convoglio che dirigerà alla volta di Le Mans; dentro quell’Alfa Romeo “F12” che ha già sulle spalle qualche giro del mondo in termini di percorrenza svolta, il giovane collaboratore di Giotto ha stipato quello che può occorrere a supporto dell’Assistenza in Gara: dischi, pinze e pasticche freno, parti di motore, differenziali e semiassi, e tutto quello che da un lato potrebbe dover essere cambiato sulla “A3/C” e che dall’altro può entrare a forza nel vano di carico.

Un bolide pronto corsa, ed un furgone su strada. E si rompe il furgone!!!

Sembrerebbe tutto normale, per quei tempi, ma una volta raggiunta la Carrozzeria “Neri & Bonacini” in tarda serata, il tempo di un pasto e di un veloce riposo perché alla mattina presto di Giovedì 17 Giugno la zona artigianale modenese (dove era insediata la Carrozzeria) viene svegliata dal rombo del V8 elaborato corsa con batteria di Weber da 45, teste lavorate con valvole maggiorate e profili camme rialzati più tutta la serie di ritocchi che portano la potenza della Iso A3/C fin poco sopra i 400 Cv. 

Potenza ragguardevole per prototipi destinati a percorrere, tra prove e 24 Ore, almeno 4500 chilometri: ma la vera impresa, come sempre, nasce al momento della partenza “da casa”.

Perché per le risorse finanziarie all’osso e nella piena fiducia nella indistruttibilità delle sue “Iso” seppure pronte corsa, Giotto decide ancora una volta di affrontare i circa 1400 chilometri e le 15 ore di viaggio (che all’epoca coprono la distanza stradale da Modena/Carpi e Le Mans) con un convoglio formato da una belva rossa A3/C, il furgone “F12” ed una auto al seguito.

E qui comincia l’avventura raccontata meravigliosamente da Paolo Niccolai: lui, partito da Livorno con l’Alfa “F12” verso Modena inizia a sentire un rumore poco piacevole provenire dal motore, in un crescendo che non rassicurava di certo. 

Per cui, arrivato a Modena quel “F12” il gruppetto di avventurosi decide una mossa azzeccata per un verso ed assurda per un altro: quel furgone rischia di non riuscire a superare neppure il confine italofrancese; deve perciò tornare indietro quella sera stessa…..Già: ma i ricambi?

Che problema c’è? 

Prendi la Iso “A3/C” pronto corsa, con il minimo irregolare, il regime da idiosincrasia sotto i 4000 Giri/min ed una volumetria appena sufficiente per un pilota: riempila dei ricambi che puoi stiparvi dentro, ed il resto distribuiscilo per il seguito del convoglio ricreato di emergenza: è il gioco è fatto!

Che problema vuoi che sia, per il bolide da Pista preparato per fare 4500 chilometri a medie superiori ai duecento orari, percorrere ulteriori 1400 chilometri sulle strade pubbliche e pieno zeppo di componenti meccaniche? 

Ma proseguiamo con il racconto di Paolo che nella notte tra Mercoledì 16 e Giovedì 17 Giugno del 1965 sta tornando da Modena verso Livorno sulla Autostrada del Sole con quel “F12” pericolante: il suono ed il rumore poco rassicurante diventa, alla altezza di Pian del Voglio, un incubo. 

L’albero motore del furgone si spezza di netto e l’Alfa Romeo si pianta di colpo in mezzo all’Autostrada: ad essere superstiziosi con quel “17”, ci sarebbe da dire; ma Paolo riesce a condurre al bordo esterno il mezzo e, pur senza cellulari ed altro, riesce a reperire un vecchio carro attrezzi per caricarlo e con cui, mestamente, fa ritorno alle sette di Giovedì mattina a Via Lulli……Una esperienza che Paolo non scorderà mai più e che porta dentro al cuore ancora oggi. Dunque, forse anche l’orecchio e il feeling “predittivo” di Giotto aveva spinto alla mossa giusta e surreale di riempire quelle due Iso A3/C di ricambi ed arrivare, in tempo per l’inizio della kermesse, a Le Mans.

Le Mans 1965: 300 chilometri orari, la Iso A3/C fa davvero paura

Iso A3/C numero “3”, equipaggio tutto francese con RegisFraissinet e Jean de Montemart, Squadra Iso Grifo Prototipi Bizzarrini, Sabato 19 Giugno 1965. Si inizia la Le Mans più assurda della storia: il caldo pazzesco del giorno, la nebbia surreale la notte; ma anche la lotta tra Ford e Ferrari, la vittoria inimmaginabile della Ferrari 275 LM NART di Luigi Chinetti con Jochen Rindt e Masten Gregory al volante contro le Ferrari ufficiali; e su tutto il “pilota fantasma” Ed Huges, che avrebbe guidato (da pilota di riserva nella Scuderia Chinetti) nella notte annebbiata perché Gregory non ci vedeva bene e perché Rindt quella notte non si trovava ai Box. E poi l’eutanasia Ford che vede ritirate prima della sera tutte le sue auto; insomma una Le Mans davvero unica e leggendaria.

Dove la velocissima Iso A3/C numero tre conquista finalmente tre soddisfazioni: è tra le dieci auto più veloci sullunghissimo rettilineo delle Hunaudieres; è arrivata a battersela faccia a faccia con le più blasonate; ed è arrivata nona assoluta su solo quattordici vetture delle oltre trenta che avevano preso parte alla Gara. In una 24 Ore massacrante la Iso Rivolta avrebbe ben potuto pubblicizzare la sua “IsoA3/C” come l’auto da corsa più affidabile al mondo con quasi seimila chilometri (tra viaggi, prove e gara) sulle spalle in solo quattro giorni.

Ma il nono posto assoluto, che piazza la Iso prima delle Rover-BRM, o delle AC Cobra (tanto per fare esempi) è non solo un piccolo smacco inferto al Cavallino (dopo la vittoria del Team Satellite) ma anche un primato da Albo d’Oro: se infatti nel 1964 la A3/C pur arrivata oltre il quindicesimo posto era “putativamente” la vincente nella Categoria Prototipi oltre i 5000 cc poiché le sole iscritte all’edizione erano state le due Iso; nel 1965 la concorrenza è più marcata e ciononostante Giotto conferma la sua creatura PRIMA Ufficiale di Categoria con menzione in Albo d’Oro. 

Storie di cuore, storie di avventura, storie di uomini mossi dalla passione più bella. Come Giotto.

Riccardo Bellumori

Nuova Alfa Romeo Stelvio 2026: ultime notizie

La nuova Alfa Romeo Stelvio è al centro di rumors incrociati: ecco le ultime notizie.

Inizialmente si prevedeva che il marchio italiano Alfa Romeo, parte di Stellantis, sarebbe passato completamente ai veicoli elettrici entro il 2027. In base a questo piano, l’azienda stava sviluppando la Giulia e lo Stelvio di nuova generazione solo con un “ripieno verde”, ma ben presto molti produttori, compreso il gigante multimarca dell’auto, hanno dovuto ammettere che il processo di “ecologizzazione” del mercato automobilistico si sta muovendo molto lentamente. Di conseguenza, Alfa Romeo ha annunciato ufficialmente che le Giulia e Stelvio della prossima generazione includeranno versioni con impianti ibridi con motori a combustione interna alla base.

Si noti che le attuali Alfa Romeo Giulia e Stelvio stanno gradualmente perdendo acquirenti. Così, l’anno scorso nel mercato europeo la berlina ha venduto 4162 esemplari (19% in meno rispetto al 2023), e l’indicatore del crossover – 10 721 pezzi (12% in meno). Quest’anno il declino continua: nel primo terzo del 2025 i concessionari del Vecchio Continente hanno venduto 1.181 Giulia (il 25% in meno rispetto a gennaio-aprile 2024) e 2.484 Stelvio (il 39% in meno).

La prossima generazione di parklet era attesa per la prima volta: l’Alfa Romeo Stelvio avrebbe dovuto debuttare alla fine di quest’anno ed entrare sul mercato nel 2026. A questa sarebbe seguita la sua parente più prossima, l’erede della berlina Giulia. Tra l’altro, il primo teaser del futuro parketnik è stato pubblicato alla fine del 2024, inoltre il suo aspetto è stato declassificato con l’aiuto di immagini di brevetti. Alla fine del mese scorso, Kolesa.ru ha pubblicato i rendering di Nikita Chuiko con l’aspetto della nuova Stelvio.

IL DESIGN RIVISTO

Secondo la rivista Al Volante, il marchio ha deciso di spostare le date del debutto e dell’inizio della produzione delle prossime Alfa Romeo Giulia e Stelvio. Secondo informazioni ufficialmente non confermate, il nuovo crossover non apparirà sul mercato prima della metà del 2027, mentre per il successore della berlina, probabilmente, dovremmo aspettare non prima del 2028.

La pubblicazione con riferimento al capo del marchio italiano Santo Fichili ha notato che il ritardo è dovuto allo sviluppo di versioni aggiuntive delle future parenti – quelle che avranno la tecnologia ibrida. Dopo tutto, inizialmente le novità erano previste completamente “verdi”, quindi ora il produttore ha bisogno di tempo per portare i futuri ibridi alla mente, e per non creare modifiche importanti per il mercato “in ginocchio”.

Le prossime Giulia e Stelvio saranno basate sulla piattaforma “multi-energy” STLA Large, su cui sono basate, tra le altre, Dodge Charger e Jeep Wagoneer S (anche questi marchi sono di proprietà del colosso automobilistico). Secondo le indiscrezioni, i modelli avranno sistemi ibridi plug-in, basati su motori a combustione interna a quattro cilindri che lavorano in coppia con motori elettrici e batterie di trazione. I dettagli ufficiali sul “ripieno” saranno resi noti in seguito.

La produzione dei futuri modelli è prevista nello stabilimento di Cassino.

Gli stessi sindacati hanno confermato che il sito è tecnicamente pronto per avviare la produzione delle Alfa Romeo Giulia e Stelvio di nuova generazione, ma lo sviluppo dei modelli non è ancora stato completato.

La guida autonoma di Tesla arriva in Texas

Secondo Bloomberg, Tesla inizierà il suo servizio di ride-hailing senza conducente ad Austin, in Texas, il 12 giugno di quest’anno. Questo segnerà un momento chiave per l’azienda, che si sta allontanando dalla sua attività principale di veicoli passeggeri per passare ai taxi a guida autonoma e all’intelligenza artificiale, con il Robotaxi dello scorso anno (chiamato anche Cybercab) come dichiarazione di intenti.

Il CEO di Tesla, Elon Musk, ha dichiarato in precedenza che la flotta di robotaxi sarà inizialmente composta da vetture Model Y a guida autonoma che l’azienda sta testando sulle strade pubbliche di Austin. In un post su X (ex Twitter) ha dichiarato che non si sono verificati incidenti durante i test e che l’azienda era “un mese in anticipo rispetto al programma”.

IL PROGETTO PILOTA

“Inizieremo con 10 esemplari per una settimana, poi aumenteremo a 20, 30, 40, e penso che probabilmente arriveremo a 1.000 entro pochi mesi, per poi espanderci a San Francisco, in California, a Los Angeles, a San Antonio”, ha detto Musk in un’intervista alla CNBC il 20 maggio.

Alla fine, Tesla passerà dall’utilizzo della Model Y al Robotaxi/Cybercab, quest’ultimo un veicolo autonomo personalizzato senza volante né pedali. Questa iniziativa supporterà anche l’eventuale introduzione di una versione non supervisionata della guida autonoma completa di Tesla (attualmente etichettata come “supervisionata”) per le masse, in base alla quale i conducenti non dovranno tecnicamente prestare attenzione durante la guida perché l’auto lo farà da sola.

A questo punto, Tesla non è elencata come operatore di ride-hailing dalle autorità di regolamentazione del Texas, anche se lo Stato non limita i test dei veicoli autonomi. Per questo motivo, si prevede che Tesla impiegherà operatori umani remoti – l’azienda sta assumendo “teleoperatori” – per il suo servizio di robotaxi nella fase iniziale di lancio. Queste persone saranno in grado di intervenire a distanza se il robotaxi dovesse incontrare situazioni di traffico complesse.

Volvo 240 Turbo VS Rover 3500 Vitesse: la guerra delle regine eretiche

Che anno strano, il 1985, per la Svezia: la patria della aristocrazia democratica, con la famiglia reale scovata a prendere tram e mezzi pubblici come tutta la popolazione.

Erano da poco spenti i riflettori sugli “Abba”, Bjorn Borg era ormai una gloria sportiva passata, ma le leggende sulla Svezia non si spengono per questo: una in particolare nasce in piena Guerra Fredda, e si svolge nei cieli tra Svezia e Russia anche se dal fronte statunitense tutto viene da tempo ridotto a forma di barzelletta.

 

Pare infatti che il caccia militare più diabolico e maledettamente veloce della storia (il Lockeed SR-71 Blackbird) avesse ripetutamente violato gli spazi aerei dellaSvezia (per poter spiare quel che avveniva in territorio sovietico) sorvolando il “Baltic Express” sul target “Codan” ad 80 Km. a Sud di Copenhagen; l’aviazione svedese decise così un bel giorno di darci un taglio, disponendo del “Saab JAS 37 Viggen”, il solo aereo al mondo all’epoca in grado di raggiungere velocisticamente il Blackbird.

E così il Maggiore Per Olof Eldh alzatosi in volo “agganciò” in scia il Blackbird  – ad Ovest della città di Visby sull’isola di Gotland – mettendolo sotto i mirini di puntamento dei suoi missili…Poteva accadere davvero il “patatrac”, ma per fortuna la faccenda finì con gli americani che disciplinatamente evitarono da quel giorno il sorvolo dei cieli di Stoccolma

Ma se questa poteva essere una leggenda, era invece molto reale l’inizio della fenomenologia “Nokia” legata al boom delle telecomunicazioni; e cominciava a diventare a sua volta un fenomeno di massa il sistema “IKEA” che apre, a Marzo 1985, il suo primo Store negli Stati Uniti. 

Proprio loro, gli USA, che tuttavia aprono il 22 Settembre 1985 il baratro davanti alla forza commerciale della Corona svedese: con l’allora “Accordo del Plaza” il famigerato “G-5” (USA, Giappone, Gran Bretagna, Francia, Germania) accorda alla FED ed alla Casa Bianca la facoltà di svalutare temporaneamente il Dollaro per ridurre il deficit commerciale enorme che l’economia americana ha accumulato a causa soprattutto dell’onda di importazione da Giappone ed Europa. 

Proprio qui in effetti si “annidavano” tuttavia i due Paesi più aggressivi nell’export proprio in virtu’ della debolezza valutaria in relazione ai mercati di approdo: Italia e Svezia.

Tuttavia, mentre per l’Italia si era stabilizzato un mercato dell’export “Consumer” fortemente improntato sul lusso (Food, Moda, Design ed Arte,Automotive) che era abbastanza resiliente agli aumenti di listino; per contro l’industria italiana dell’Automobile era decisamente rivolta al consumo interno. 

Tutto il contrarìo della Svezia, che aveva nell’export di auto, moto e High Tech un motore fondamentale moltiplicato dal rapporto valutario tra Corona Svedese ed altre valute “forti”. 

A Settembre 1985, nei lussuosi Saloni del “Plaza Hotel” alla 59° Street Central Park – New York, il Governatore FED Paul Volcker concordò con gli altri quattro membri del “G5” la svalutazione immediata del Dollaro sui mercati finanziari: a causa di questo di colpo la Corona Svedese portò i Listini americani delle auto svedesi (Saab e Volvo) davvero vendutissime a costare migliaia di Dollari in più aumentando la soglia di divario economico che già era pesante.

Non fosse bastato questo, un anno dopo quel 1985 il delitto di Olof Palme rende improvvisamente la Svezia vulnerabile, inquinata, un poco marcia. Il Primo Ministro, simbolo del Paese, viene assassinato mentre discretamente e senza alcuna scorta torna a casa con la  moglie dopo la sera passata al Cinema.

Ma quel 1985, nel cuore degli appassionati e degli amanti della bandiera svedese, lascia anche un ricordo magico. E non solo a loro.

Perché anche per i britannici quel 1985 è particolare, e strano. La suggestione delle Falkland è ancora vicina, la strage dell’Heisel nella finale di Coppa Campioni ha marchiato per sempre con il segno della ignominia gli Hooligans e, nel frattempo, il Governo Thatcher rende pan per focaccia sul tema nazionalizzazioni ai suoi predecessori: la Stagione dell’aiuto di Stato è finito, le Aziende devono tornare sul mercato e Downing Street ha forzato la mano “privatizzando” e frazionando od accorpando tra loro Marchi un tempo tutti protetti sotto il tetto British Leyland di Michael Edwardes.

 

Nel 1984 uno di questi Marchi (e forse un vero emblema per i britannici) come la Jaguar riesce nel colpo del secolo: vincere il Campionato Europeo Turismo con la XjS 12 cilindri. Chiaro: difficile trovare concorrenti in termini di potenza per quel motore da incrociatore inglese; ma soprattutto, è grazie alla  cura di Tom Walkinshaw se quella super Coupè riesce a fare a stracci la concorrenza. 

Nello stesso tempo un grande Dave Thorpe nel Mondiale Cross Classe 500 conquista proprio nel 1985 la corona iridata e fa smaltire ai britannici un certo digiuno che dopo i Titoli di Hunt in Formula Uno e di Barry Sheene nel Motomondiale Velocità si era appalesato all’orizzonte.

Rimane però nei Sudditi della Regina la strana suggestione di aver visto decimare i Marchi storici e tradizionali dell’Automotive e delle due ruote soprattutto per una cretineria politica dei diversi Governi locali e sindacali. Ma in questo 1985 sta succedendo qualcosa che, nei Britannici così come negli svedesi, sta riportando gioia nel cuore.

Volvo e Rover: due regine eretiche per sconvolgere i canoni dello Sport

Il terreno di confronto è ancora una volta l’Europeo Turismo, dove si stanno affrontando faccia a faccia due vere e proprie regine, anche se eretiche: eretiche per almeno tre motivisimmetrici tra le nostre due eroine:

-Di fronte a plurivincitrici assolute o di Divisione(Alfetta GTV 2500, BMW 635 ad esempio) le nostre due regine sono comode berline seppure con due porte o persino cinque porte, con in più la “aggravante” di essere nativamente state concepite come berline “ammiraglie” di lusso e prestigio; 

-Riescono a vincere ed a confrontarsi al top per la virtù di saper massimizzare e rendere strategiche alcune loro caratteristiche che forse neppure la concorrenza poteva immaginare;

-Il loro exploit (quello di queste nostre due Regine) è merito anche della unione con uomini e Staff eccezional: Eggenberg per una di loro e sempre Tom Walkinshaw per l’altra.

Sto parlando ovviamente della Volvo 240 Turbo e della Rover “3500 Vitesse”. La loro Stagione 1985 rimane alla storia come una vera lotta tra leggendari Titani.

Campionato Europeo Turismo: Quando a vincere è l’auto sotto casa

Vediamo il contesto di questa favola moderna: metà anni Ottanta, il massimo quanto a periodo motoristicamente paradisiaco: soprattutto l’apoteosi ed il palcoscenico televisivo totale dedicato all’” auto all’angolo”.

Le riforme appena prima avviate dalla FIA con le nuove Categorie “Gruppo N/A” partite nel 1982 avevano definito un “format” di modelli da Gara visivamente più simili alle auto di serie; i limiti regolamentari stabiliti per appendici, parafanghi e passaruota, e misure fondamentali originarie da rispettare categoricamente sono la base per obbligare i Costruttori ad omologare per le Gare le versioni più sportive “native” o perlomeno più aderenti ad un concetto di sportività elevata. 

Riepilogando in estrema sintesi, le basi regolamentari della FIA prevedono dal 1982 e fino al 1986 tre Categorie di auto che “visivamente” possono o debbono avere fisionomie aderenti ai modelli di serie: Gruppo “N” (Strettamente di serie), Gruppo “A” (modifiche circoscritte e prestabilite dal regolamento) ed infine Gruppo “B” (Prototipi prodotti in minimo 200 unità targate identiche al modello da Gara ad esclusione dei dispositivi obbligatori per la circolazione su strada). Per quanto riguarda le nostre “eroine” la loro Categoria elettiva nell’Europeo Turismo è ovviamente il Gruppo “A”. 

Questo significava, a termini di regolamento, produrre un numero minimo di unità che venivano riscontrate e periziate e “punzonate” dalla FIA per la omologazione.

Ai fini delle categorie di partecipazione, ovviamente, esistevano precisi algoritmi e rapporti dimensionali “peso/cubatura/alimentazione” che contribuiva a creare le diverse Divisioni di iscrizione; e chiaramente la Volvo Turbo 240 (con cilindrata 2100 cc quattro cilindri Turbocompresso) e Rover “3500 Vitesse” V8 si trovano faccia a faccia nella stessa Divisione (e con BMW 635 ed altri “bestioni” da Pista) per effetto del coefficiente di proporzione tra motori aspirati e turbocompressi per effetto del quale un 2,1 litri sovralimentato era parificato ai 3000 cc. /3500 cc. della più pregiata concorrenza. Ma vediamole in dettaglio le concorrenti Regine in confronto tra loro. Testimoni di una epopea in cui lo Sport era siamese al popolo di tutti i giorni, all’uomo della strada. E tempi nei quali il genio dei preparatori era l’arma segreta per il successo. E vediamoli a confronto, questi uomini dietro le vittorie di Volvo e Rover.

Eggenberger Motorsport era il Team svizzero gestito da Rudi Eggenberger. Già protagonista vincente con BMW aveva scelto, nel 1985, la scommessa Volvo.

Mentre Tom Walkinsham di “TWR” era formalmente il Team campione in carica, nel 1985, avendo condotto all’Iride europeo la Jaguar Xjs.

Gruppo A, Europeo Turismo: il grande Circo della celebrità

Il “Gruppo A” era il paradiso dei Preparatori d’eccellenza: spianavano testate, “pallinavano” bielle, alberi, ingranaggi; alleggerivano monoblocchi, sceglievano con cura i pistoni stampati e rivestivano le canne di materiali speciali anti usura. Alleggerivano, equilibravano, ridisegnavano tutto il possibile nei limiti della “Fiche” regolamentare FIA. Una vettura derivata dalla serie omologata in Gruppo A era dunque opera di cesello, per ottimizzare ogni minima parte dell’auto in Gara. I risultati? Giudicate Voi.

Volvo presenta la Serie 200 nel 1974. Tutto sembra tranne che una sportiva, soprattutto nel confronto con la conterranea “Saab 99” decisamente più a suo agio nei contesti sportivi. Tuttavia la peculiarità della Serie 200 è di essere spaziosa, comoda, lussuosa ma leggera e dinamica (pur con l’inevitabile ponte rigido posteriore sulle ruote di trazione) e dunque nelle motorizzazioni a benzina più potenti che raramente si vedono in Europa mediterranea diversi piloti scandinavi si divertono nei Rally innevati della penisola.

La Serie 200 raggiunge subito un ottimo responso di mercato negli States, ed a quel punto si apre un nuovo fronte interno con Saab, che crea, perfeziona e porta alla vittoria la sua versione sovralimentata del motore 2000 cc. di derivazione Triumph.

 

Due Regine “di Famiglia” vanno in guerra: Volvo e Rover Gruppo A

Nel 1981 Volvo introduce il suo primo motore turbocompresso “B21 ET” con la 240 Turbo “2.1” che eroga154 CV (9 cavalli in più della Saab che, nel 1979, ha nel frattempo lanciato la “900 Turbo).

Varato il Gruppo A Volvo si rese conto che sviluppando una versione a due porte nei limiti regolamentari previsti per il Gruppo A (serie minima annuale di 5000 esemplari di cui 500 ulteriori unità per ogni evoluzione pronto Gara) avrebbe avuto l’arma perfetta per le Gare. 

Alcuni penseranno che in fondo, però, la “262” presentata nel 1977 poteva essere di già la base a due porte perfetta per un impiego in Pista, avvantaggiata da quei sette centimetri di altezza in meno del padiglione e dunque da una linea più fendente. 

Tuttavia la “lentezza” delle lavorazioni artigianali a Grugliasco e la maggiore facilità a produrre la nascente “242” (con scocca della 200 quattro porte rivisitata) portò verso una soluzione pragmatica ma forse meno “intrigante” con la “242 Turbo” varata nel 1983 e al debutto nel 1984 nell’impegnativo DTM. Le differenze tra la “Serie 200 Turbo” e la “240 Turbo Gr.A” sono strabilianti: la potenza – grazie a lavorazioni, turbina Garrett maggiorata ad 1,5 bar, sistema di iniezione d’acqua nel collettore di aspirazione per raffreddare l’aria in ingresso) passa da 154 a 340 Cv, il peso passa da 1320 a 1050/1100 Kg. a secco grazie a porte e cofani di alluminio ed alleggerimenti vari. 

Nel luglio del 1983, i 500 esemplari vengono sottoposti a un’ispezione di verifica su due aree negli Stati Uniti, una sulla costa Est e l’altra su quella occidentale. 

Nel 1985, anno vengono ingaggiati due team ufficiali:Eggenberger Motorsport che partecipa al campionato ETC con il nome di Volvo Dealer Team Europe. 

I piloti della squadra sono lo svedese Thomas Lindström, Sigi Müller Jr. della Germania Ovest, l’italiano Gianfranco Brancatelli e il belga Pierre Dieudonne ed un altro che partecipa ai Campionati nazionali più rappresentativi. Ed ora, passiamo all’altra Regina: Rover 3500.

Rover “SD1” Unconventional Queen

Quando parli di Rover SD1 del 1976 gli eruditi ti appioppano sempre davanti al muso la storia della “BMC 1800 Aerodinamica Pininfarina” di Paolo Martin del 1967. Nella visione di nuovo “prestigio sportivo e popolare” che la Rover – confluita ormai nel carrozzone para-pubblico “British Leyland Motor Corporation” guidato da Michael Edwardes – doveva abbracciare per non intaccare il mercato di Jaguar sopra di essa, e però sostituendosi alla Triumph appena al di sotto, la “SD1” nacque nel 1976 con un clamore dato dall’abbandono di ogni stilema a tre volumi tipica della produzione blasonata ma anche un poco antiquata britannica: il taglio a due volumi allungato disegnato da Bache non era solo un vezzo, per qualcosa come sei Ammiraglie su undici in Europa (Citroen CX, Lancia Gamma, VW Passat, Audi 100 Coupè, Renault 20/30, Saab 99); era anche un segno distintivo ed un nuovo concetto di comodità: avere il “Due volumi” esteso su una Ammiraglia permetteva di evitare la immancabile versione “Familiare”.

Ma che periodo è quello in cui nasce la SD1? Michael Edwardes, nominato plenipotenziario dentro il Gruppo esteso B.L.M.C. deve fronteggiare lo sciacallaggio sindacale ed operaio, mentre il mercato interno entra in crisi, il prodotto è scadente ed arriva sempre più minacciosa la concorrenza estera. Il Fac simile della auto “British”, purchè “Sedan” ed “Estate” con corredo di cromature, legno e copriradiatore deve lasciare spazio a forme e concetti in grado di tenere testa ai modelli tedeschi, francesi, giapponesi e italiani sempre più preferiti dal cliente interno.

Certo, alcuni “must” della produzione inglese rimangono ben in testa alle vendite ma basare la fortuna della bandiera UK alle sole “Mini Morris” o poche altre è un vezzo ormai inutile. In tutto questo, incredibile a dirsi, Edwardes definisce un piano di rinascita dove al primo posto del rinnovo di gamma si trovino più modelli “Top” che non popolari.

 

Decisione e strategia folle? No, pragmatica. Dall’altro lato contemporaneamente Edwardes sta cercando disperatamente Partners industriali disponibili a fornire in partnership catene di montaggio per auto di gamma “media”, mentre per la piccola e rivoluzionaria piccola “Metro” si corre ai ripari da un ritardo scriteriato di almeno un anno rispetto alle attese di produzione. 

 

Ma sul taglio” Top” Edwardes sa che può ancora contare sulla capacità artigianale dei Distretti di lavorazione pelle, legni, e sulla grande tradizione inglese in tema di berline di prestigio. 

Si tratta di salvare il salvabile, ed Edwardes pare riuscirci in qualche modo.

 

Chiaro, la critica è subito feroce quando la “3500 V8” appare nel 1976: la linea è nuova, ma la base meccanica è decisamente “classica” con motore anteriore longitudinale e trazione posteriore. 

 

Tutto questo porta da subito l’opinione pubblica che giudica la “Rover SD1” a dividersi in 3 grandi filoni: i “classicisti” che la odiano perchè non ha nulla a che spartire con le classiche “Sedan” all’inglese; gli “avanguardisti” che invece ne lamentano la presenza di una architettura datata; ed infine i “Non so nulla ma parlo” che – spinti da parrochialismi e provincialismo legato al tifo per il “proprio” marchio, non perdonano a questa Rover di “sconfinare” in ambiti che non le erano propri.

Ciononostante la berlinona è davvero una bella forma d’auto, e comincia in primis ad affollare i parcheggi delle Imprese nazionalizzate dove i pretenziosi Manager la prendono in sostituzione delle tante, troppe Jaguar che è il caso di riposizionare sul mercato Privato. 

Ma il pezzo forte della “3500” è quasi un colpo di fortuna: un progetto Buick del 1960, con blocchi e teste in alluminio per un peso ridotto; un po’ in anticipo sui tempi per le sue dimensioni ridotte e la necessità di un refrigerante specialefinì in soffitta fino a quando il brevetto fu successivamente acquistato dalla Rover nel 1965 e dotato di doppi carburatori SU per motorizzare la Rover P5b. 

Vi sorprenderà sapere che la “Birmingham Aluminium” aveva un Know How industriale di fusione che da subito eliminò il primo problema della produzione Buick: oltre i 4.500 giri i manovellismi in acciaio con la loro inerzia incrinavano il monoblocco. E così Rover ottenne un motore capace di girare progressivamente fino a 5.500 giri al minuto ed anche oltre.

 

Un particolare “alla tedesca”? Lucas studia ed applica sul V8 un sistema di diagnostica che parte dalla analisi del regime di rotazione dell’albero motore per “dialogare” con la famigerata “Air Valve” della Leyland capace di “leggere” temperatura, velocità e volume dell’aria per regolare e variare l’accensione elettronica.

 

Insomma il 3500 cc andava come un orologio, e fu giustamente letto come un trampolino di lancio per le competizioni che, ricordiamo, all’epoca erano un volano promozionale importantissimo.

 

la “SD1” inizia a diventare un progetto dal 1971. L’idea finale nasce da ben cinque linee di prototipo sviluppate e progressivamente abbandonate: si va dalla versione “Shooting Brake” della onirica “P8” a due altre versioni a 3 volumi. Solo dal 1974 David Bache si impose con la sua idea volumetrica.

Comunque sia Rover SD1 è nata per lo più quando, come per altre Ammiraglie, la crisi energetica aveva abbattuto il Settore di mercato. Peccato che – purtroppo – la lotta sindacale ed operaia selvaggia rende vano il sistema ideato da Rover per proteggere il telaio da ruggine e corrosione: sigillatura a cera e catrame dei longheroni del pianale, elettroforesi di primer per le lamiere, soglie/fascioni/battitacco in acciaio zincato, “grembiule” anteriore in policarbonato che riduce l’ingresso aria sottostante e dirige verso il radiatore, mentre in Inverno parte dell’aria calda del vano motore viene incanalata dalla base del parabrezza in basso verso le scatolature sottocruscotto per asciugare l’umidità.

Rover “SD1” è nata vecchia? : la parte concettualmente più “vecchia” della “SD1” è il telaio, ma non dal lato dinamico ma da quello ergonomico: volumetria e spazi interni sono ridicoli rispetto alle concorrenti a Due Volumi, la seduta è bassa e poco regolabile, ma soprattutto Rover non può accodarsi alla schiera dei nuovi evangelici della sicurezza “passiva”; “SD1” è priva di zone di assorbimento di urto progressive, e rispetto a Volvo, Citroen Cx, e tedesche questo è certo un “disvalore”, anche se “SD1” è la prima auto di serie al mondo ad adottare il parabrezza a tripla laminazione “Triplex” (con coloritura progressiva antisole della superficie) che impedisce tagli e lesioni in caso di spaccatura. Senza dimenticare il serbatoio benzina davanti all’asse posteriore.

All’anteriore il sistema Mc Pherson ripreso dalla “2000” sembrò inizialmente uno schema “povero” per un’Ammiraglia. In effetti è servito per ridurre la volumetria del vano motore pur in presenza di motore “V8” con catalizzatori ed equipaggiamento anti-emissione obbligatorio per gli USA; tuttavia la prima fornitura di ammortizzatori era della BOGE, Leader indiscussa titolare di un particolare brevetto per ammortizzatori “dialoganti” ed autolivellanti, che in parte permettevano alla “SD1” di fare a meno del sistema idropneumatico che – ad onor del vero – ci si sarebbe attesi su un’auto di questa portata. Tuttavia, fu proprio anche questo schema a fare della “SD1” una vincente in Pista.

Al posteriore, invece, si è esaltata la genialità ingegneristica dello Staff tecnico di Rover/Triumph guidato da Dennis Warner: un “De Dion” che non è un “De Dion” con tubo di torsione, geometria anti-dive, anti-squat ed autolivellante, connesso con tiranti e bracci Watts posteriori che funzionano in “pull” e non in compressione e dunque hanno dimensioni molto ridotte a vantaggio anche del flusso d’aria sottostante. Il tutto, in funzione sportiva, rendeva “purtroppo” la SD1 una vettura abbastanza rigida, per darle sicurezza però in velocità.

Il primo passo per il debutto di Rover 3500 in Pista è l’accordo con TWR del 1981: John Davenport, Direttore Sportivo della Divisione “Triumph /Rover” aveva affidatogià alla fine del 1978 alla David Price Racing lo sviluppo di un prototipo per Campionato Turismo Britannico.

Ed ecco l’accordo per il 1981 con Tom Walkinshaw. Tom perfeziona tutto quel che può, in un contesto regolamentare molto vicino al “Gruppo 1 F.I.A.” arrivando tuttavia a dominare ben sei delle undici Gare ai danni delle Ford “Capri 3.0 V6” che erano da tempo le mattatrici del BSCC; vittoria di Classe dunque, anche se non assoluta, ripetuta nel 1982.

Finalmente anche in Gran Bretagna il torneo “abbraccia” le regole del Gruppo A e dunque per Walkinshaw si aprono un poco di più spiragli per elaborazioni di fino che tuttavia non possono più essere svolte sul materiale esistente.

 

Ed è per questo che, seduti attorno ad un tavolo, i tecnici TWR ed il Management della Rover creano insieme una delle prime auto di serie nate da specifiche necessarie in Pista: è la “3500 V8 Vitesse” di Rover., pensata per l’omologazione in Gruppo A.

Europeo Turismo 1985: Guerra dei mondi

E si arriva all’Europeo 1985, con quel leggendario duello tra le Rover Vitesse di Walkinshaw e le Volvo 240 Turbo di Eggenberger. Le tracce simboliche a confronto sono più di una: si scontrano due auto provenienti da due dei pochi reami europei; la Volvo è, nonostante la “eresia” tipica svedese, una 3 Volumi classicissima e la “Rover” nonostante le radici tradizionali British è una innovativa Due Volumi.

 

Due mondi a confronto, due filosofie praticamente quasi opposte che si danno la caccia reciprocamente: da un lato il concetto aerodinamico all’avanguardia accompagnato dalla “classicità” di un bel motorone di stampo anglo-americano ed aspirato; dall’altra una classicità di stile ma la assoluta modernità del Turbo. 

“Mattone volante” della famiglia reale svedese contro un’ammiraglia di Sua Maestà.

L’Europeo Turismo del 1985 segna decisamente un’epoca: se nel 1984 la Jaguar XJS era salita di colpo alla ribalta (ma non poteva essere altrimenti dato il pedigree e il prestigio del Marchio e del suo preparatore) spostando per un attimo il “Focus” dalle protagoniste “canoniche” BMW 635 ed Alfa Romeo GTV, dall’altro lato aveva acceso di nuovo l’attenzione mediatica e popolare su una disciplina caduta un poco in “oblio” dopo la fine degli anni Settanta, coperta dal clamore di F1 e Rally da una parte e dalle sempre più affascinanti Gruppo C dall’altra.

Per gli inglesi tuttavia quella XJS verde prato di Londra era anche la risposta orgogliosa proprio ai tedeschi: non solo quelli “globali” che avevano spodestato la Union Jack dal mercato del lusso e delle auto di prestigio, ma anche i tedeschi di BMW che nel 1983 erano ricorsi contro la vittoria schiacciante della Rover SD1 nel BSCC chiamando in causa irregolarità e ricevendo ragione dalla Commissione Sportiva proprio nel 1984. 

L’onta e la rabbia per quella contestazione vide la Rover abbandonare il “suo” Campionato nazionale.

Nel 1985 l’eroe di Bandiera Tom Walkinshaw e la stessa Rover SD1 Vitesse V8 3500 si ponevano come concorrenti di punta di un’altra bandiera nazionale: Volvo era scesa in campo nell’Europeo Turismo con le “240 Turbo” Gruppo A, portando con sé per la prima volta l’orgoglio e la speranza di tutto un Paese e di una immagine industriale nazionale.

La Svezia di metà anni ‘80 cominciava infatti a “sdrucciolare” pesantemente verso una crisi di sistema e sociale che sfocerà nel 1986 con l’attentato ad Olaf Palme, segno di tensioni e di disagio che mai prima di allora il Paese del benessere, della natura e del quieto vivere aveva mai vissuto.

Dopo una esperienza preliminare nei Rallyes la berlinona “240” era pronta così a consumare l’asfalto delle Piste nel Turismo.

Una scommessa? In principio era molto di più, visto che nell’ambiente la “240” era soprannominata “Mattone Volante” !

Di lei tuttavia si prendeva cura un vero “Mago” alter ego di Tom Walkinshaw. Era Ruddi Eggenberger, Tuner svizzero di fama e di genialità assoluta.

I numeri della sfida epocale sono laconici: fino a tre “Vitesse” iscritte dalla Rover – TWR, nuove “fiches” di omologazionesu motore e sospensioni e dunque 310 Cv (!!!) destinati a durare anche 24 Ore nelle “classiche”. Una limata al peso di ulteriori 5 Kg. in meno per l’utilizzo massiccio di componenti in magnesio, e nuovo assetto con barre, duomi, silent block e giunti.

E poi c’è Volvo “240 Turbo” by Eggenberger: a parte la famosa iniezione di acqua negli iniettori la versione estrema aggiornata per il Gruppo A aveva testata in alluminio, bielle ed alberi forgiati e pistoni stampati; inoltre iniezione Bosch K-Jetronic studiata appositamente e turbina Garrett maggiorata, per un totale di 305 Cv. A 6000 giri, per un peso già “base” di 1.100 Kg.

L’inizio di Stagione 1985 sembra prefigurare la perdita della “scommessa” in casa Volvo: le “Vitesse” TWRvincono alla grande le prime tre Gare consecutive, ma è solo un fatto di tempi nei quali Eggenberger sta raccogliendo dati per capire fin quanto è possibile spingersi con la sovralimentazione, e si parla di potenze non superiori – per sicurezza – ai 295 Cv.

 

Infatti da Maggio 1985 arriva per la seconda metà della Stagione la sventagliata di aggiornamenti con turbina maggiorata e nuova Westgate. 

Questo permette alle “240” di aumentare la potenza di quasi il 15% rispetto ad inizio Stagione (340 Cavalli!!!) e Brancatelli e Thomas Lindstrom finiscono per travolgere Tom Walkinshaw e Win Percy con la loro “Vitesse”. 

Il 13 ottobre 1985, dopo la gara sul circuito dell’Estoril in Portogallo, Volvo aveva vinto 6 gare su 14 e la coppia Lindström/Brancatelli aveva già vinto. Ma la Rover è comunque seconda e davanti alle BMW 635.

Le Regine erano sul tetto del mondo, meritatamente. Una Stagione storica, ed irripetibile.

Riccardo Bellumori

Nuovo Voyah Free+: Dati Tecnici e Foto

Ecco il nuovo Voyah Free+. Il modello ha un nuovo design del frontale e un interno completamente diverso. Inoltre, l’elenco delle dotazioni è stato ampliato.

L’anteprima pubblica del crossover rinnovato Voyah Free (il marchio premium appartiene all’azienda Dongfeng) ha avuto luogo in aprile al Salone dell’automobile di Shanghai. In quell’occasione, però, non erano stati mostrati gli interni: l’auto aveva le porte chiuse e i vetri oscurati. Oggi in Cina, per i giornalisti locali, si è tenuta un’altra presentazione, in cui sono stati mostrati gli interni. Inoltre, il marchio ha pubblicato nuove clip promozionali. Ricordiamo che questo è il secondo ammodernamento per il modello, presente sul mercato nazionale dal 2021: il precedente risale al 2023. E in Russia, il crossover aggiornato per la prima volta è considerato una versione speciale di Sport Edition. Aggiungiamo che l’attuale SUV modernizzato nel Celeste Impero sarà venduto con il nome di Voyah Free+.

Il secondo restyling ha portato al crossover nuovi paraurti anteriori, fari e cofano. Tra i fari è comparso un tabellone e sopra il parabrezza è stato installato un lidar. Tra l’altro, il pilota automatico – dell’azienda Huawei, questo complesso è chiamato ADS 4. Le porte sono ad azionamento elettrico e i chiudiporta.

La lunghezza di Voyah Free+ è di 4915 mm, la larghezza di 1960 mm e l’altezza di 1660 mm. Dimensioni del parketnik pre-riformato per la Cina: 4905/1950/1645 mm. Il passo non è cambiato: 2960 mm.

INTERNI E DOTAZIONI

Gli interni sono stati completamente ridisegnati. Il crossover ha perso il pannello frontale rialzato con tre schermi: Voyah Free+ ha cruscotto e display multimediali separati. L’elettronica funziona con il sistema operativo Harmony Space 5 della stessa azienda Huawei. Anche il volante e i pannelli delle porte sono stati sostituiti. Il bracciolo del box ha ora un unico coperchio, che si apre allo stesso tempo da entrambi i lati. All’interno è presente un vano da 7 litri con funzioni di raffreddamento e riscaldamento. Il sedile del passeggero anteriore può avere un poggiapiedi e gli schienali dei sedili posteriori sono regolabili in inclinazione.

Per il crossover sono stati annunciati anche un display di proiezione, un climatizzatore a tre zone, un tetto apribile panoramico e un grande tablet separato per i sedili posteriori (fissato allo schienale del sedile anteriore). Inoltre, l’elenco delle dotazioni comprende un sistema audio Voyah Sound con 22 altoparlanti, quattro dei quali sono integrati nei poggiatesta dei sedili anteriori e uno si trova sulla parte superiore del pannello anteriore (ha un meccanismo retrattile e una propria illuminazione).

MOTORI E DATI TECNICI

Dopo il precedente restyling, la Voyah Free ha perso la versione elettrica in Cina, lasciando solo l’ibrido plug-in. A quanto pare, il ritorno di una variante completamente “elettrica” non è previsto, almeno non ancora.

In Cina, come previsto, la nuova Free+ sarà inizialmente disponibile con un powertrain che comprende un motore turbo a benzina 1.5 (129 CV, funziona in modalità generatore) e un singolo motore elettrico con una capacità di 292 CV.

Il crossover attuale viene offerto in due versioni. La versione iniziale ha un motore turbo a benzina 1.5 (150 CV), un motore elettrico da 272 CV sull’asse posteriore e una batteria con una capacità di 43 kWh. La più costosa Free – a trazione integrale, ha un motore elettrico aggiuntivo da 218 CV nella parte anteriore; la potenza totale della versione top è di 489 CV. È probabile che in seguito il crossover aggiornato avrà anche una variante a trazione integrale.

In patria, gli ordini per il Voyah Free+ restyling si apriranno a giugno; i prezzi non sono ancora stati annunciati. Il crossover con un nuovo design dovrebbe essere portato in Russia, dove probabilmente non avrà il prefisso nel nome.

Nuova Audi Q3 2026: Anteprima Teaser

La presentazione della nuova generazione dell’Audi Q3 avverrà a giugno. Si prevede che, come il suo predecessore, il nuovo crossover sarà disponibile con motori a benzina e diesel. Naturalmente, le ibride rimarranno nella gamma.

Il marchio Audi ha condiviso un teaser della Q3 della nuova, terza generazione. L’annuncio dice che il modello sarà presentato a Ingolstadt il 17 e 18 giugno nell’ambito di uno speciale “evento estivo”. Tuttavia, è possibile che l’anteprima online si tenga all’inizio del mese prossimo.

LA NUOVA AUDI Q3

Nella nuova generazione, l’Audi Q3 avrà un’ottica a due livelli. Anche se questa non è una notizia da molto tempo, perché prototipi di prova quasi privi di camuffature sono già stati catturati da photospies. Come il modello attuale, il nuovo crossover sarà offerto con due tipi di carrozzeria: i clienti potranno scegliere la Q3 standard o la versione Sportback simile a una coupé. Nell’abitacolo ci saranno schermi più grandi del cruscotto e del sistema multimediale e, a giudicare dalle foto spia, sembrano essere uniti. Ma probabilmente il crossover non avrà un display separato per i passeggeri.

Secondo i dati preliminari, la nuova Audi Q3 sarà ancora disponibile con motori a benzina e diesel. E, naturalmente, l’ibrido rimarrà nella gamma. Tutti i dettagli sulla terza generazione del modello saranno noti il mese prossimo.
Ricordiamo che la precedente Q3 ha debuttato nel 2018, la versione coupé del crossover nel 2019. A proposito, a metà maggio 2025 Audi ha annunciato che il milionesimo parketnik di seconda generazione è uscito dalla catena di montaggio dello stabilimento ungherese. Un’altra cosa curiosa è che, secondo le statistiche di JATO Dynamics, in Europa la cinque porte in stile coupé è più popolare del SUV standard.

Nel periodo gennaio-aprile di quest’anno, sono stati venduti 13.895 crossover Audi Q3 Sportback (-16%), mentre la normale vettura parklet ha venduto 12.451 esemplari (-22%).

Chi è Antonio Filosa il nuovo CEO di Stellantis

Stellantis, che ha attraversato una crisi finanziaria e un calo delle vendite, è rimasta senza amministratore delegato dal dicembre dello scorso anno, ma è finalmente riuscita a trovarne uno all’interno dell’azienda stessa.

L’italiano Antonio Filosa, 51 anni, sostituirà il portoghese Carlos Tavares, 66 anni, licenziato all’inizio di dicembre dello scorso anno, come amministratore delegato di Stellantis.

Le dimissioni di Tavares arrivano nel contesto di un forte deterioramento dei risultati finanziari di Stellantis e di un indebolimento dei suoi marchi sussidiari in Cina e in Nord America. Negli ultimi anni, lo stile di gestione di Tavares è diventato troppo autoritario, è riuscito a mettere contro di sé concessionari e fornitori negli Stati Uniti e ha insistito per ridurre la produzione dei leggendari motori V8 HEMI, il che ha provocato una tempesta di giusta indignazione sia all’interno dell’azienda sia tra gli appassionati dei marchi Dodge, Jeep e Ram, ma questa decisione, fortunatamente, è già stata annullata.

IL RILANCIO DI STELLANTIS

Dopo il licenziamento di Tavares, la gestione operativa di Stellantis Corporation è stata assunta da un comitato speciale basato sul consiglio di amministrazione e guidato dal presidente John Elkann, un discendente della famiglia Agnelli e uno dei principali azionisti di Stellantis. John Elkann era ben consapevole che, dati i problemi accumulati da Stellantis, sarebbe stato difficile trovare un nuovo amministratore delegato in grado di assumersi la responsabilità di salvare il colosso automobilistico. Secondo Reuters, oltre a Filosa, tra i candidati alla posizione di CEO c’era un altro manager della stessa Stellantis Corporation, il direttore acquisti e qualità Maxim Pika, e tre candidati esterni.

Ricordiamo che Stellantis Corporation è nata nel gennaio 2021 dalla fusione tra l’italo-americana Fiat Chrysler Automobiles (FCA) e la francese PSA Group. Oggi Stellantis controlla i marchi Abarth, Alfa Romeo, Chrysler, Citroen, Dodge, DS, Fiat, Jeep, Lancia, Maserati, Opel, Peugeot, Ram e Vauxhall. Stellantis rappresenta anche gli interessi del marchio cinese Leapmotor nel mercato globale.
Sotto la guida di Tavares, la società Stellantis ha rapidamente unificato le gamme di modelli dei suoi marchi affiliati, in relazione ai quali le auto sono diventate troppo simili tra loro – agli acquirenti vengono offerti, infatti, gli stessi modelli in involucri diversi. Il potenziale ingegneristico di Alfa Romeo e Maserati all’interno di una grande società non era molto richiesto, ora Stellantis sta cercando di determinare il futuro di questi marchi con l’aiuto di consulenti esterni. Il rilancio del marchio Lancia procede con grandi scricchiolii, il marchio DS non è ancora riuscito a diventare un attore significativo nel segmento premium, le prospettive di Chrysler non sono ancora chiaramente delineate. Inoltre, Stellantis, come altre grandi case automobilistiche, ha sopravvalutato il potenziale di mercato delle auto elettriche e ora deve pagarne le conseguenze con un calo dei profitti.

In generale, Stellantis ha molti problemi e ora se ne occuperà Antonio Filosa, che assumerà ufficialmente la carica di amministratore delegato il 23 giugno dopo l’approvazione formale della sua candidatura in un’assemblea straordinaria degli azionisti.
Originario di Napoli, Filosa ha studiato ingegneria a Milano prima di recarsi in Brasile per studiare economia aziendale. Filosa ha iniziato la sua carriera professionale nel 1999 in Fiat, trascorrendo gran parte del suo tempo in America Latina, dove si è affermato come un manager efficace che è stato in grado di rafforzare significativamente i marchi Fiat, Peugeot, Citroen, Ram e Jeep. Dal dicembre dello scorso anno, Filosa è Chief Operating Officer di Stellantis nelle Americhe.

Antonio Filosa è stato scelto come CEO di Stellantis in parte per il suo stile di leadership relativamente morbido e per la sua capacità di negoziare, chiarendo al consiglio di amministrazione che l’autoritarismo non ha posto nella società.