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Nuova Dacia Sandero Stepway: Rendering del Restyling

L’auto più popolare in Europa secondo i risultati di vendita del 2024 si prepara al restyling e abbiamo presentato come sarà la versione aggiornata della versione fuoristrada.

La Dacia Sandero hatchback di terza generazione ha debuttato insieme alla berlina Logan nell’autunno del 2020. Nell’estate del 2022 i modelli sono stati aggiornati per conformarsi al nuovo stile e al nuovo logo del marchio. La hatchback ha avuto un grande successo: già nel primo anno è riuscita a dare filo da torcere alla Volkswagen Golf, leader di lunga data delle vendite europee. In base ai risultati di vendita del 2021, si è classificata al quarto posto, solo leggermente dietro alla top three composta dalla già citata Golf, dalla Renault Clio e dalla Peugeot 208. E l’anno scorso la Sandero è diventata per la prima volta la più venduta con 268.000 esemplari venduti.

Questi rendering di Kolesa.ru ci permettono di dare uno sguardo al modello.

Rendering Kolesa.ru

LA NUOVA SANDERO

Il prossimo aggiornamento è destinato a consolidare il successo, e i prototipi delle hatchback restyling sono già stati più volte immortalati dagli obiettivi dei fotografi spia. Oggi esamineremo la versione crossover con il suffisso Stepway, che avrà una serie di dettagli caratteristici, diversi dalla normale hatchback. Ad esempio, avrà un paraurti anteriore originale con inserti decorativi ai bordi, in cui sono integrati i fendinebbia rotondi. Inserti simili nella forma appariranno anche nel paraurti posteriore (anche se gli elementi delle luci posteriori rimarranno al loro posto), mentre la nicchia della targa sarà leggermente più stretta. Comuni a tutte le versioni della berlina saranno i nuovi fari, la griglia del radiatore più stretta e la grafica modificata dei fanali con strisce LED orizzontali. Inoltre, la Sandero avrà cerchi con un nuovo design a 4 razze e sul tetto apparirà un’antenna più moderna a forma di pinna.
La Dacia Sandero di terza generazione è costruita sulla piattaforma modulare CMF-B, utilizzata anche dalle europee Renault Clio, Captur e Arkana. La hatchback è disponibile esclusivamente con motori a 3 cilindri da 90 o 100 CV. È probabile che dopo il restyling la gamma sarà completata da una versione ibrida, già presente nei modelli Jogger, Duster e Bigster.

Con la spinta dei Costruttori i Dealer non sanno più vendere auto?

Ha creato un certo “subbuglio” tra i nostri visitatori il Post nel quale – fatemi un attimo riepilogare – ho esternato alcune cifre che in parte a mio modo di vedere corroborano ed integrano le statistiche così tanto in voga oggi e per contro “correggono” alcune considerazioni ed elaborazioni trasmesse all’opinione pubblica da alcuni studiosi.

Ho infatti scritto, in un confronto tra periodi commerciali diversi che un ipotetico acquisto”medio” effettuato da un potenziale Cliente presso un Dealer nel 2003 comportava una spesa (media appunto) di circa 14.000,00 Euro grazie fondamentalmente al contributo Rottamazione dei Costruttori (all’epoca l’ecoincentivo Statale si era interrotto). 

Trasferendo le cifre in una Gamma di offerta di quel 2003 e della quale io sono assolutamente certo, potrei dire che con 14.000,00 Euro del 2003 (corrispondenti ad Euro 18.500,00 di oggi) un Cliente “medio” avrebbe potuto acquistare comodamente una Ford Fiesta 5 porte Turbodiesel Ghia oppure una Focus Station Wagon 1400 “Ambiente” benzina con Clima, Radio CD, metallizzato, più tutti gli accessori inclusi di serie (ABC, VE, CC, SS, Chiave di accensione con chip magnetico, ad esempio). Entrambe rigorosamente Euro 4 ed entrambe rigorosamente a Zero ADAS, connettività, Infotainment. Ed entrambe rigorosamente solo con rottamazione, senza permuta, e per un buon 70% dei contratti di vendita finanziato. E quanto scritto l’ho potuto basare sulla mia esperienza diretta dell’epoca.

1) Poi, in successione, ho scritto che basandomi sulla analisi di “Bain&Company” commissionata da Aniasa si poteva concludere che un Cliente del 2013 ha speso “in media” 19.000,00 Euro (21.500,00 Euro di oggi) per comprare (permuta o rottamazione, acquisto “Cash” o finanziato) una Segmento “C” con Euro 5, soprattutto TurboDiesel, soprattutto Berlina 2 oppure Volumi/Station Wagon; con ADAS, infotainment, connettività al minimo sindacale.

Facciamo solo una riflessione su queste prime serie scalari di anni e di cifre: con 18.500,00 Euro di oggi quanti di Voi comprerebbero una Ford Focus SW 1400 16V full optional? O preferireste una Fiat “Ritmo 65 S” 5 porte del 1983 con cinque marce e Radio cassette? In effetti il prezzo di vendita di quella Ritmo (10.300.000 Lire dell’epoca) viene rivalutato dai coefficienti Istat proprio alla cifra di 18.500,00 Euro odierni. Bene, ammettendo l’ipotesi assurda che “quella”Focus” e “quella” Ritmo fossero commercializzabili in Unione Europea anche oggi tal quali, per quale delle due spendereste 18.500,00 Euro? 

E a confronto di una Fiat “500 Dolcevita” odierna, Hybrid ed Euro 6 acquistabile genericamente alla stessa cifra, la scartereste per Focus 2003 o Ritmo 1983? No, chiaramente: anzi, scandalizzati dal prezzo altissimo di entrambe queste ultime, ne chiedereste a gran voce il taglio del prezzo di vendita proprio secondo il Benchmark della “500 Dolcevita” scegliendo poi a grande maggioranza quest’ultima. Ed ovviamente ho preso in riferimento un modello attuale diffuso e conosciuto ma potevo allargare ad altri modelli. 

Se ciò avvenisse, vorrebbe dire che i Vostri genitori o zii o antenati hanno speso forse un po’ troppo in quel 1983 e 2003? Ma non si dice in genere l’esatto contrario?

2) Nel caso della vendita media registrata e analizzata da Bain&Company, invece, se con 21.500,00 odierni nel 2013 si comprava mediamente una Segmento “C” Euro 5, soprattutto TurboDiesel, soprattutto Berlina 2 oppure Volumi/Station Wagon; con ADAS, infotainment, connettività al minimo sindacale; dieci anni prima con quella cifra potevate aggiudicarvi al massimo una delle prime “Segmento C” monovolume pensate sempre da Ford con la “C Max” 1600 benzina in offerta e il corredo “full optional”. 

Evito di elencare la serie potenziale di modelli oggi opzionabili da un Cliente medio che avesse a disposizione in tasca 21.500,00 Euro da spendere su un’auto. E sono forse molte di più, le opzioni disponibili, di quanto potreste pensare

Potrei fare diverse ipotesi ma mi interessa segnalare solo un ricordo ulteriore: con 11 milioni di Lire del 1983 (21.500,00 Euro rivalutati ad oggi) un Vostro antenato portava a casa al massimo una bellissima Fiat Regata 1300 color carta da zucchero, all’epoca la 3 Volumi “Segmento C” della Casa Torinese (sempre se non  volevate risparmiare e comprare una delle ultime 131 in fine vita commerciale). 

Insomma, si stava davvero così meglio una volta rispetto ad oggi? Perché tutti ripetono questo “Jingle”?

3) Infine, sempre riprendendo il testo ed il tono della mia ricerca espressa nel Post che ricordavo appena sopra, mi aveva a tal punto suggestionato la ricerca di Fleet & Mobility da averne fatto oggetto della mia controdeduzione: secondo F&M il prezzo medio di vendita di auto nel 2024 è salito a 30.000,00 Euro; senza riportare il complesso delle mie ricostruzioni, prendo per buono in questo contesto il valore contabilizzato dalla ricerca in esame, e vado a riflettere: 

con 30.000,00 del 2025 il sottoscritto poteva vendere nel 2003 (presso i poco noti “Salottini Galaxy” pensati negli Showroom per incentivare quella che all’epoca era una vendita “monstre” per il Listino medio Ford) la Gamma del monovolume “Galaxy” TDI con il 1900 iniettore pompa di origine Volkswagen. 

Dunque, non so se i pur tanti nostalgici di questo ottimo sette posti monovolume (l’ho provato e Vi assicuro che era un modello straordinario) ripeterebbero oggi la spesa di 30.000,00 per comprarlo in luogo del modello di auto più facilmente reperibile sul mercato odierno (SUV, Hybrid, Euro 6, cambio automatico, Connettività/ADAS/Infotainment di ottimo livello). Quello su cui però scommetto una cena è che pochi folli nostalgici oggi investirebbero 30.000,00 Euro su una Fiat Croma “1.6” del 1984 che costava parametricamente 18.500.000 di Lire in quell’anno.

Se volete, allargo il focus di confronto e recupero storico: una bellissima Lancia Dedra 1800 si vendeva in offerta al 1989 al prezzo odierno di 37.000,00 Euro; la Maserati “Biturbo” di De Tomaso fu pubblicizzata in offerta “Promo” nel 1983 a Lire 20 milioni corrispondenti a quasi 40.000,00 Euro di oggi. 

Ve le aggiudichereste ora alle condizioni commerciali di allora? Ma se non volevate spendere troppo per stare larghi e comodi, nel 1990 la Hyundai per fare breccia nel pubblico italiano (che ancora la conosceva poco) proponeva sempre a 20 milioni di Lire la sua Ammiraglia “Sonata 2.0 16V”; non so se all’epoca sarebbe stato un affare, ma quella grande 3 Volumi oggi la paghereste l’equivalente di 24.500,00 Euro.

E per chiudere con la piccola ed amatissima “Autobianchi A112 Elegant” del 1974, venduta a Lire 1.755.000: per la stessa cifra rivalutata nel 2003 io Vi avrei venduto una Ford Ka full Optional (9.750,00 Euro) e oggi qualcun altro Vi potrebbe proporre ad Euro 14.800,00 una Panda Hybrid. 

Quale di tutti questi acquisti lungo mezzo secolo ha avuto o avrebbe più senso per Voi?

Il Listino Auto, quell’eterno “pendolino” tra fidelizzazione e margini

In qualunque modo potete pensare e giudicare dal lato del Vostro personale gradimento il mercato auto, è abbastanza evidente che il budget mediamente necessario per l’ acquisto di un’auto lungo mezzo secolo non è oggettivamente aumentato quanto ad obbligo medio di esborso richiesto al Cliente potenziale per comprare un’auto. Io direi che casomai il prezzo medio si è in questi anni “aggiornato” rispetto a tre direttrici dinamiche ed evolutive: una dinamica “istituzionale” una “tecnologica” ed una dinamica “finanziaria. 

Tre direttrici che lungo mezzo secolo si sono tra loro incrociate segnando una traiettoria orientata verso le esigenze primarie che di decennio in decennio esprimeva il mercato: negli anni Cinquanta l’ esigenza primaria di motorizzare la massa si sposava con l’obbiettivo di espandere l’occupazione industriale, ed è per questo che la mano pubblica e statale era presente nel controllo e nel finanziamento dell’industria Automobilistica per sostenere occupazione e prodotto nazionale: per questo sul mercato si moltiplicano i modelli pensati per acquisire Clienti dal mercato motociclistico che nel frattempo apriva le porte ai transfughi dal mondo delle biciclette. 

In questa fase del mercato la rete di vendita è quasi completamente gestita e partecipata dai marchi Costruttori ed è in questo periodo che la “cambiale” diventa il mezzo di intermediazione preferita (sostenuta dai fidi dei Costruttori) mentre la canonica SAVA lancia il suo slogan “Un po’ alla volta” per pubblicizzare il sistema di acquisto a rate. Serve a poco, comprare un’auto è una impresa finanziaria straordinaria per poche centinaia di migliaia di privati e famiglie ogni anno, il resto delle targhe deriva dalle Pubbliche amministrazioni, le Poste, la Grande Distribuzione.

Negli anni Sessanta a questa esigenza primaria e’ stata aggiunta quella di sviluppare il sistema del Postvendita, adeguando il sistema territoriale e giuridico ad una crescente maturità e gradimento dei consumatori. E’ il periodo in cui il commercio e la distribuzione auto aprono alla strutturazione delle Reti di Officine controllate direttamente; ma è anche il periodo in cui utilitarie e medie estere cominciano ad entrare in numero cospicuo nei diversi mercati nazionali d’Europa. La Rete dei Dealer si amplia con i primi soggetti “imprenditoriali” privati, gli Importatori. La base della vendita apre lentamente alla fidelizzazione in officina e la prima “mole” di Usato viene gestita totalmente dai Dealer. La nazionalizzazione dei Servizi pubblici di utilità primaria dà una bella spinta alle immatricolazioni, ma l’auto di massa comincia a diventare reale anche se con listini e prezzi stellari.

Negli anni Settanta la scelta primaria del mercato è non crollare di fronte alla crisi energetica che travolge il mondo. Mezzo secolo fa la spallata che la crisi medioorientale diede alla mobilità fu tale da minare la tenuta del settore Auto; eppure la congiunzione tra settore Pubblico che continua a sostenere le Industrie e mondo Auto che tira fuori dal cappello a cilindro il Jolly del Diesel è la base per la rinascita: la tecnologia ed il progresso delle piattaforme tecniche portano ad ampliare verso il basso la Gamma auto globalmente offerta e ad occupare progressivamente con il motore a Gasolio le fasce alte del mercato. In questa dinamica, incredibilmente, la segmentazione e la crescita dei Listini al Cliente è netta ed evidente. 

Eppure siamo in tempo di crisi, ecco perché settore pubblico e bancario si mettono in primo piano per supportare i consumi. Arriva la prima vera contabilità “seria” del Noleggio (breve più che Long Term) in volume di targhe all’anno.

La crisi che negli anni Settanta aveva un poco “congelato” i numeri del mercato aveva però spinto in avanti il settore dell’Usato con organizzazioni professionali sempre più articolate; aveva diffuso il Gasolio nelle strutture aziendali e nelle Ammiraglie ed aveva aumentato l’offerta di auto utilitarie da città sempre più confortevoli e belle. 

Sono questi i binari che fanno crescere l’immatricolato e gli scambi negli anni Ottanta, ma è soprattutto la concorrenza commerciale sostenuta dalla interazione tra tecnologia, status Symbol e immagine mediatica e sportiva del settore auto. Ovvio, il primo elemento che spinge le immatricolazioni negli anni Ottanta è la domanda potenziale: con 17 milioni e mezzo di auto circolanti, ed anzianità media del Parco auto di 14 anni, gli anni Ottanta sono l’ambiente ideale per sostenere la crescita dell’immatricolato nazionale grazie all’aumento delle formule finanziarie e del benessere sociale. 

I Listini diventano, più che un parametro di crescita dei prezzi, un palcoscenico di rappresentazione del miglior “Value for Money” da parte di ciascun Marchio nella estensione e diffusione quasi forzata di questo concetto esploso dall’America a fine anni Settanta. 

Il cliente potenziale, chiamato ad un sacrificio economico potente (dal milione e 232 mila Lire di una 126 nel 1974 si passa a minimo 4 milioni e mezzo per la nuova meta degli italiani in tema di superutilitaria, la Panda “45” per non parlare di quel che costano proporzionalmente di più nelle tasche degli italiani tutte le novità di gamma che surrogano le auto anni Settanta) trova però il conforto della intelligente strategia mediatica del periodo : “Caro Cliente, guarda cosa stai per comprare ora con un po’ di impegno e ricorda quel che lascerai, pur avendolo pagato ugualmente uno sproposito”.

Inizia il percorso di fidelizzazione ed un moderato ma sensibile ed articolato “dumping” auto-organizzato da Costruttori e Dealer sui prezzi. E un po’ come nel paniere Istat dove a calmierare il prezzo del pane arrivano le ciriole, o la mortadella nel paniere degli insaccati; così nella Gamma di Dealer ed Importatori arrivano – senza che nessuno ci abbia mai dato seriamente peso – le prime vere “Low Cost”: Fiat inventa la serie “126”,“127”, “128” “Unica; Citroen fa arrivare la “Axel”; Skoda viene importata nella Gamma “100”; Ford inventa il “monoprezzo”, e Renault cerca di mantenere fin quanto possibile la “R4” in Gamma. 

ARNA (Alfa Romeo) e Seat tentano a loro volta di percorrere strade assimilabili a questo  nuovo fronte commerciale

Eppure qualcosa sta cambiando. Di certo nella percezione e nella “evangelizzazione” mediatica: sembra quasi essere avvenuto, in Italia, un “Trust” tra informazione di settore, Case Costruttrici e Rete Dealer. Sono arrivati gli anni Novanta, tempo di ecologia, di finanziamenti a pioggia, ma soprattutto tempo di separazione tra “mano pubblica” dello Stato nelle Case Costruttrici e delle Reti di Vendita (che tende a sparire con la chiusura dell’IRI e della GEPI e la fine delle grandi promesse politiche sulla industrializzazione della Fiat al SUD) e l’avvio di una campagna di incentivazione fiscale sia sul Cliente Retail che sulle Flotte (Noleggio).

L’arrivo in prima battuta e piano piano dei Costruttori nei Consigli di Amministrazione e nella partecipazione finanziaria diretta dentro alle Reti Dealer moltiplica i punti vendita, allarga la Gamma esposta negli Showrooms e soprattutto moltiplica la leva finanziaria di supporto all’acquisto. Ma porta i Dealer ad una eccessiva “evangelizzazione” dei sistemi di vendita e comunicazione dei Costruttori.

Monomotore, Ciclo di sostituzione, Credito a pioggia: “Doping” o Dumping sui listini Auto?

Ed entra in campo, nelle analisi di mercato, la previsionalità che attraverso la previsione dei volumi necessari a sostituire il parco auto non catalizzato e lo stimolo all’acquisto proattivo finanziato fa entrare in scena una serie di nuove voci di valore e vantaggio nell’acquisto di auto: il concetto di “Stock Pronta consegna”, quello del “Ciclo programmato di sostituzione”, quello del “Full Optional” scontato. E’ per questo che il confronto parametrico dei listini tra Gamma in offerta a metà anni Novanta e seconda metà decennio precedente è impietoso per questo periodo: sembra paradossale ma al prezzo mediamente speso per un modello anni Ottanta, dieci anni dopo si spende più o meno la stessa cifra per un modello comparabile ma catalizzato, accessoriato, aggiornato. 

Il “trucco” c’è ma non si vede e nasce dalla scommessa fatta tra Costruttori, Captive e Dealer su un triplice obbiettivo

1)Abbassare il margine sull’auto trasferendolo sul piano di finanziamento;

2)Acquisire nuovi Clienti ed aumentare le vendite e la fidelizzazione “spalmando” i margini di una sola vendita pluriennale del periodo precedente ad un nuovo sistema di “cicli” di vendita plurimi sullo stesso periodo a confronto;

3)Generare Stock di usato “fresco”, aggiornato e garantito con il miraggio (spento molto presto) di aprire canali di vendita nei nuovi mercati dell’Est Europa e della Cina.

Scommessa che sul piatto delle giocate viene persino aumentata e rilanciata dal Croupier (il mondo degli operatori, dei Dealer e dei Costruttori) all’atto di un nuovo “terzo incomodo” rispetto al quale il sistema commerciale auto deve inventare un nuovo sistema di autodifesa. E’ il famoso Regolamento Monti sulla regolazione degli accordi verticali che piazza una bastonata agli stinchi del mondo OEM. Dal 2003 a valanga questa dimensione comincia a perdere come un colapasta il fatturato del Postvendita che viene piano piano accaparrato dal mondo indipendente degli IAM. 

Da questo momento parte un “imbastardimento” del processo di vendita e di costruzione dei listini auto che, a distanza di anni, possiamo definire davvero aberranti rispetto agli obbiettivi di sana e corretta remunerazione delle vendite. 

Il motivo? Semplice, il trasferimento sul piano finanziario di TUTTA la marginalità legata alla vendita dell’auto e dei suoi servizi postvendita. 

Un equilibrismo ed allo stesso tempo un esercizio di prestidigitazione contrattuale sposta tutto il risultato provvigionale e l’utile ad una prerogativa: la finanziabilità dei contratti e le risorse delle Captive. 

Nel frattempo, per la prima volta dalla prima motorizzazione di massa, il Cliente potenziale ha nel nuovo millennio la sensazione di pagare di meno l’auto: condizione favorita dal perverso incrocio della conversione in Euro dei listini e del trasferimento effettivo dei margini di vendita dal corpo vettura al piano finanziario

Ma è vero che “paga di meno”? No, anche in questo caso l’estremizzazione del concetto di “Value for Money” fa pesare all’attenzione del potenziale Cliente il vantaggio competitivo di far rientrare in un budget paragonabile a quello del decennio precedente un mezzo molto molto più accessoriato e tecnologico. 

Quanto dura questa illusione ottica? Fino al Crack Lehman del 2007. Da allora l’attuale mercato auto sta ancora scontando il simil default che una montagna di credito erogato e di Non Performing Loans ha generato

Aggiungiamo la guerra unica sul Turbodiesel che obbliga i Costruttori ad aggiornare la Gamma e l’offerta tecnologica all’impazzata e a farsi guerra fratricida sui listini. 

Ma aggiungiamo che al Cliente generico abbiamo fatto nascere l’illusione ottica di poter cambiare auto spendendo progressivamente sempre meno. 

Ecco da dove parte il Crack attuale del mercato, che nessuno potrà colmare invedendo la vendita del  nuovocon pseudo o presunte nuove auto da 10/12.000 Euro.

L’attuale fase di mercato? Brutta, ma curativa.

Io inviterei gli osservatori ed i commentatori di settore a fare una breve analisi di settore e di segmenti di mercato:

1) Quando il settore delle Utilitarie, o cosiddette entry level copriva oltre il 40% di mercato e di vendite in volume di mercato ma ben di più in percentuale di fatturato e di margini, questo accadeva fino alla metà degli anni Ottanta ed in questo frangente storico il segmento delle utilitarie aveva prezzi decisamente impegnativi, abbiamo visto prima; è un caso che tale periodo storico coincide con il peso della mano pubblica nel settore Automotive europeo ed italiano che oggi possiamo solo sognare?

2) Dagli anni Novanta il peso delle “SubB” come Target di mercato si è progressivamente ridotto ma soprattutto non ne è mai stata remunerativa la vendita se non con la leva finanziaria collegata all’auto :questo proprio perché parliamo di modelli di auto dal Listino (rivalutato ad oggi) compreso fino al 2009 tra 12.000,00 e 14.000,00 Euro, cioè il Listino che in molti vedrebbero salvifico per il mercato auto attuale.

3) La leva finanziaria a pioggia fino al 2007, spostando margini e redditività sulle operazioni di credito erogato limitando la crescita dei Listini, ha in parte “viziato” il Cliente potenziale illudendolo che quel che è accaduto (per effetto Doping per una quindicina di anni) sia la norma e che dunque sia ragionevole attendersi che al passare del tempo il costo dell’auto nuova tenda a decrescere.

Ma non è la norma, è stato un artificio commerciale di brevissimo respiro del quale paghiamo ancora le conseguenze;

4) Detto in parole povere, l’apporto in termini di margini di una eventuale Gamma Low Cost non ha portato finora e non porterà domani vantaggi in termini di fatturato o di riduzione del prezzo medio o di aumento degli acquisti: avere in Gamma modelli ipotetici da 11.000,00/13.000,00 Euro di prezzo di acquisto “finito” per i Costruttori non ha alcun effetto garantito se non quello di dover ricevere dalla Cina linee di montaggio su licenza. Dove sarebbe il vantaggio? Beh, il vantaggio ci sarebbe, e riguarda la nuova prossima piaga del mercato:

Autoimmatricolazioni o immatricolazioni “a Babbo morto”?

Lo tsunami del Crack Lehman ha scoperto dentro alla pancia dei Dealer la piaga degli Stock giacenti pieni zeppi di auto nuove invendute e di Usato ormai obsolescente; chi può escludere che piano piano il problema non si ripeterà con le Autoimmatricolazioni? 

La soluzione invocata dai “Guru” della consulenza e dell’informazione parla sempre più spesso non di riduzione dei Listini in vigore per l’offerta corrente, ma dell’ingresso in Gamma di auto dal costo assolutamente basso. Io comincio a pensare che questa “pezza calda” del tutto nuovamente deleteria nel lungo termine (perché inonderà l’Europa di modelli di auto costruiti su licenza di Marchi cinesi) nel breve termine sia utile non solo per acquisire crediti di Carbonio dal calcolo delle emissioni totali ma serva anche ad ammortizzare il peso sempre più crescente delle autoimmatricolazioni nella loro giacenza da invenduto che pesa in termini di interessi bancari passivi. Se però, per l’ennesima volta, Dealer e Costruttori cercano di perseguire una via (i modelli LowLow Low Cost in Gamma) solo per un beneficio aleatorio di breve periodo con rischio però di ennesima degenerazione nel medio e lungo termine, stavolta dovremmo essere noi cittadini europei a mettere le barricate.

Se i Dealer sanno ancora vendere, facciamo come chi vendeva 40 anni fa

Francamente il “targhificio” che l’Italia ha espresso fino al 2007 è stata la riprova che il mondo dei Dealer aveva finito per essere telecontrollato dalla evangelizzazione e dal dogmatismo pragmatico dei Marchi Costruttori che si sono imposti nella organizzazione delle Reti di vendita da un quarto di secolo: Protocollo di vendita predefinito e schematico, evangelizzazione finanziaria, codice comunicativo e comportamentale non hanno fatto altro che demolire l’empatia alla ricerca della fidelizzazione schematica dettata dal ciclo programmato di sostituzione. Terminata la leva del credito a pioggia, gli Showrooms si sono desertificati di Clienti e riempiti di poveri Agenti a Partita Iva h24 e sette su sette blindati dentro i pochi saloni rimasti in attività. 

In attesa di un nuovo ecoincentivo statale, o di una gamma da 11.000,00 Euro da vendere “Express”……O di tornare a lavorare per la Folletto. Sempre meglio di questo settore Automotive.

Riccardo Bellumori

Maserati ci ripensa e resuscita il V8?

È passato quasi un anno da quando quella che si pensava fosse l’ultima auto Maserati con motore V8 è arrivata negli Stati Uniti, una Quattroporte Grand Finale Edition. All’epoca, questo evento ha segnato la fine di un’era per il marchio del Tridente. Da allora, Maserati ha dovuto fare i conti con vendite stagnanti e lanci di modelli ritardati o cancellati.

Nonostante le turbolenze, c’è una flebile possibilità che il V8 possa tornare, ma solo nelle giuste circostanze, secondo il responsabile tecnico dell’azienda.

Nel 2023, Maserati ha annunciato che avrebbe gradualmente eliminato il suo V8 di origine Ferrari, posizionando il V6 Nettuno di produzione interna come motore di riferimento fino alla transizione del marchio a una gamma completamente elettrica entro il 2030. Ma molto è cambiato nell’ultimo anno. Come molti altri, Stellantis ha rivalutato la sua strategia a lungo termine in risposta alla domanda di veicoli elettrici inferiore alle aspettative e all’incertezza normativa.

Sebbene il V6 Nettuno dovesse portare avanti la tradizione dei motori a combustione di Maserati, la porta per un ritorno dei V8 non è stata completamente chiusa. In una recente intervista con CarExpert, Davide Danesin, responsabile dell’ingegneria Maserati, ha riconosciuto il continuo interesse del mercato per i V8.

“Conosciamo bene l’opinione del mercato sui motori V8”, ha affermato, “e non diremmo mai che non useremo mai più un V8: forse per versioni speciali o altri modelli è qualcosa che potremmo prendere in considerazione”.

Sebbene ciò sembri promettente, Danesin ha chiarito che il V6 “è al centro della nostra strategia di propulsione in questo momento”. Il responsabile dell’ingegneria ha affermato che il Nettuno “presenta molte innovazioni, è super leggero, super compatto, con un’elevata densità di potenza”, aggiungendo che dal punto di vista del design “ha davvero tutto ciò che serve per offrire la migliore esperienza di guida al cliente”.
La Quattroporte Grand Finale è stata l’ultima Maserati equipaggiata con il V8 di origine Ferrari.
L’ultima versione del V8 biturbo da 3,8 litri di origine Ferrari produceva 572 CV (427 kW / 580 PS) e 730 Nm di coppia nella Maserati Ghibli, Levante e Quattroporte. A titolo di confronto, il V6 biturbo da 3,0 litri di Maserati offre fino a 632 CV (471 kW / 640 PS) e 720 Nm di coppia nella MC20 GT2 Stradale con motore centrale.

IL RITORNO DEL V8

Il V6 Nettuno è presente anche nei modelli GranTurismo e GranCabrio, che hanno due cilindri in meno rispetto ai loro predecessori. Klaus Busse, responsabile del design di Maserati, ha spiegato che un “V6 super compatto e super potente” era l’unico modo per realizzare un concetto di motore anteriore centrale, poiché un “grande motore V8” non sarebbe entrato dietro l’asse anteriore.

Sebbene un V8 possa avere più peso in termini di “diritto di vantarsi”, Busse ha sottolineato che in questi modelli comporterebbe in realtà prestazioni complessive inferiori rispetto a quelle offerte oggi dal V6.

Il futuro dei V8 alla Maserati potrebbe dipendere dai modelli che possono fisicamente ospitarli, come una nuova versione esotica in edizione limitata o versioni ridisegnate della Levante e della Quattroporte. Entrambe erano originariamente destinate a diventare elettriche, ma hanno subito ritardi a causa di difficoltà finanziarie e vendite poco entusiasmanti dei veicoli elettrici.

È interessante notare che Stellantis ha reintrodotto l’opzione del propulsore Hemi V8 da 5,7 litri nel Ram 1500, un anno dopo averlo eliminato dalla gamma. Ciò dimostra che i dirigenti potrebbero essere aperti a una nuova Maserati con motore V8, consentendo al marchio di alta gamma di competere meglio con Aston Martin, Porsche, Lamborghini e Mercedes-AMG. Tuttavia, con la fine della partnership con Ferrari e l’inasprimento delle normative sulle emissioni, non è chiaro quale V8, se ce ne sarà uno, sarebbe adatto alla Maserati di prossima generazione.

Nuova Maserati MCPura: restyling della MC20

A quasi cinque anni dal suo debutto, la Maserati MC20 è stata sottoposta a un restyling che ha portato con sé alcune modifiche sottili e un nuovo nome: MCPura. In vendita a partire dal modello del 2026, inizieremo con ciò che è rimasto invariato rispetto al passato.

Per cominciare, la MCPura sarà disponibile sia in versione coupé che cabriolet (Cielo), entrambe con motore V6 biturbo a benzina “Nettuno” da 3,0 litri che eroga 630 CV (621 hp o 470 kW) a 7.500 giri/min e 730 Nm di coppia da 3.000 a 5.500 giri/min. Abbinata a un cambio a doppia frizione a otto rapporti che aziona le ruote posteriori, la MCPura impiega 2,9 secondi per passare da 0 a 100 km/h e raggiunge una velocità massima di oltre 325 km/h (coupé) o 320 km/h (Cielo).

In termini di modifiche visibili, la MCPura sfoggia un nuovo frontale con una griglia di forma più trapezoidale. A questo si aggiunge un paraurti ispirato alla vettura da corsa GT2 Stradale con un telaio scuro rivisto che si estende da sotto i fari anteriori fino a uno splitter anteriore modificato. Per quanto riguarda la parte posteriore, il paraurti ha ora un aspetto più scolpito che accentua i doppi scarichi e sfoggia anche un nuovo diffusore.

LA SPORTIVA ITALIANA

In occasione della sua presentazione al Goodwood Festival of Speed di quest’anno, Maserati ha presentato la MCPura in una nuova verniciatura AI Aqua Rainbow con finitura opaca per la coupé e lucida per la Cielo. A seconda dell’angolo da cui la si guarda, questa tonalità di blu cambia al sole e mostra sfumature di altri colori. Sono disponibili anche tre nuovi colori chiamati Devil Orange, Verde Royale e Night Interaction.

Altre modifiche esterne riguardano la nuova finitura dei badge, mentre per i loghi del tridente (griglia e montanti posteriori), i coprimozzo e la scritta del modello è stata utilizzata una tinta magenta con scaglie di mica blu, lucida (coupé) o opaca (Cielo).

All’interno, la Maserati MCPura sembra identica alla MC20, ma ci sono nuovi sedili con rivestimenti in Alcantara incisi al laser con strisce verticali. Questi nuovi sedili sono dotati di un rivestimento double-face rosso iridescente con blu e blu iridescente con rosso, con una tecnica di produzione che conferisce un aspetto 3D.

Nuova Hyundai Ioniq 5 N: Anteprima

Hyundai ha presentato al Festival della Velocità di Goodwood (Regno Unito) la berlina sportiva Ioniq 6 N, annunciata già nel 2022: come previsto, ha preso in prestito le caratteristiche tecniche dalla crossover Hyundai Ioniq 5 N, che condivide la stessa piattaforma, dalla quale ha ereditato anche una ricca dotazione di dispositivi elettronici.

La Hyundai Ioniq 6 N è un chiaro esempio di quanto le case automobilistiche occidentali, tra cui oggi si può includere anche la sudcoreana Hyundai Motor Group, siano rimaste indietro negli ultimi anni rispetto ai concorrenti cinesi in termini di veicoli elettrici. Mentre la Xiaomi SU7 batte i record di vendita e la sua versione top di gamma Ultra da 1548 cavalli supera la Porsche al Nürburgring, Hyundai ha finalmente lanciato la sua Ioniq 6 N con caratteristiche tecniche piuttosto mediocri rispetto alle migliori auto cinesi.

Il precursore della Ioniq 6 N è stato il concept Hyundai RN22e del 2022, ma l’azienda sudcoreana non ha mai deciso di produrre la Ioniq 6 N in serie con la carrozzeria pre-restyling. La scorsa primavera, la Ioniq 6 originale è stata sottoposta a un restyling e oggi a Goodwood ha finalmente debuttato la versione top di gamma N, ovviamente con la carrozzeria restyling. La berlina sportiva elettrica presenta gli inserti rosso-neri tipici dei modelli N di Hyundai sulla carrozzeria, oltre al colore principale, e un kit aerodinamico avanzato, tra cui un alettone posteriore sul cofano del bagagliaio. I cerchi molto eleganti con raggi forati sono equipaggiati con pneumatici Pirelli P Zero 5, progettati appositamente per questa vettura.

DATI TECNICI E MOTORE

Il sistema di trazione è a doppio motore, quello anteriore elettrico eroga 166 kW (226 CV), quello posteriore 282 kW (383 CV), la potenza massima complessiva è di 448 kW (609 CV) e 770 Nm, mentre in modalità N Grin Boost, che si attiva con il tasto rosso sul volante e dura 10 secondi, la potenza massima aumenta a 478 kW (650 CV), proprio come nella Hyundai Ioniq 5 N di due anni fa. La berlina sportiva elettrica accelera da 0 a 100 km/h in 3,2 secondi (0,2 secondi più veloce della Hyundai Ioniq 5 N), con una velocità massima di 257 km/h (260 km/h per la Hyundai Ioniq 5 N). La capacità della batteria è di 84 kWh, l’autonomia con una singola ricarica non è stata ancora annunciata.

Le sospensioni con ammortizzatori adattivi regolabili sono state riprogrammate in chiave sportiva. La rigidità della carrozzeria è stata aumentata grazie a rinforzi aggiuntivi nel bagagliaio. I potenti freni a disco dovrebbero garantire una decelerazione sicura: nella parte anteriore sono montati dischi da 400 mm con pinze a quattro pistoncini, nella parte posteriore dischi da 360 mm con pinze a pistoncino singolo.

INTERNI E TECNOLOGIE

L’abitacolo è dotato di sedili sportivi anteriori con poggiatesta integrati e dello stesso volante a tre razze del Hyundai Ioniq 5 N, su cui sono montati i comandi delle principali funzioni elettroniche, tra cui i paddle al volante per il cambio delle marce virtuali del sistema N e-Shift, che, limitando la potenza e gli scatti, imita il funzionamento di un cambio a 8 marce con doppia frizione. Questo sistema non ha alcun senso pratico: è solo un divertente espediente, così come il sistema N Active Sound +, che genera suoni falsi del funzionamento del motore.

Sono inoltre inclusi i sistemi N Launch Control (che garantisce una partenza il più rapida possibile), N Battery (che porta la temperatura della batteria al livello ottimale), N Drift Optimizer (modalità drift personalizzabile), N Torque Distribution (regolazione del bilanciamento della trazione tra le ruote anteriori e posteriori), N Pedal (che aiuta a superare le curve), N Brake Regen. (che attiva la massima frenata rigenerativa) e TPMS Custom Mode (regolazione della pressione dei pneumatici). È possibile giocare a lungo con tutti questi sistemi, cercando di ottenere il tempo più veloce possibile in pista o semplicemente intrattenendo i passeggeri.

Il prezzo della Hyundai Ioniq 6 N non è stato ancora annunciato. A titolo indicativo, la crossover Hyundai Ioniq 5 N costa in Germania a partire da 74.900 euro, quindi la berlina sarà sicuramente più costosa. Nel frattempo, la Xiaomi SU7 Ultra costa in Cina a partire da 529.900 yuan, ovvero circa 63.000 euro al tasso di cambio attuale.

A Goodwood, la Hyundai Ioniq 6 N promette di mostrare tutto ciò di cui è capace, ma difficilmente vedremo questa berlina sportiva al Nürburgring. Tuttavia, in questo caso saremo felici di sbagliarci.

Nuovo Renault Boreal reinventa Dacia Bigster

Il nuovo Renault Boreal arriva sul mercato come una versione rivista del Dacia Bigster.

Tra 4,41 m e 4,75 m, non meno di cinque SUV rispondono all’appello in casa Renault, dal Symbioz all’Espace, passando per l’Austral (4,53 m) e il Rafale (4,71 m), senza dimenticare l’offerta 100% elettrica incarnata dallo Scenic (4,47 m). Di conseguenza, quale interesse ha il marchio nell’aggiungere il Boreal, un sesto modello che si estende per 4,56 m? Semplicemente perché punta a essere venduto nei mercati dove la maggior parte dei suoi “fratelli” sarà assente. Il nuovo arrivato mira infatti principalmente a mercati emergenti come Brasile e Turchia, dove sarà assemblato. In totale, verrà distribuito in oltre 70 paesi in America Latina, nel bacino del Mediterraneo e nel Medio Oriente, inizialmente, mentre il suo arrivo in India è attualmente in fase di studio. Più vicino a noi, l’Ucraina sarà un’eccezione, mentre la sua commercializzazione non è prevista nell’Europa occidentale.

Un canovaccio ben noto… Se, a prima vista, il suo design sembra completamente inedito, guardando più da vicino la silhouette del nuovo Renault Boreal appare più familiare. È normale, dal momento che si basa sull’ossatura del Dacia Bigster (4,57 m), al quale cede solo un centimetro in lunghezza. Proprio per evitare sovrapposizioni fra questi due protagonisti, il rappresentante della Losanga non verrà quindi commercializzato alle nostre latitudini. Inoltre, le occasioni di coesistenza tra il francese e il rumeno nello stesso mercato saranno rare.

È noto che Dacia si concentra essenzialmente sull’Europa e il Maghreb, grazie a un posizionamento più economico rispetto a Renault. Una dualità che non ha motivo di esistere nel resto del mondo.

IL NUOVO MODELLO

In passato, Renault si è accontentata di ribattezzare rapidamente modelli Dacia per vendere veicoli a basso costo in questi paesi lontani, senza nemmeno preoccuparsi di cambiarne il nome. Così sono stati ampiamente distribuiti Renault Logan, Renault Sandero e Renault Duster, negli ultimi vent’anni. Per quanto riguarda quest’ultimo, la generazione 2024 ha ancora una volta adottato questo stratagemma, ridisegnando per lo più la calandra del modello Dacia. Ma i tempi cambiano, e in quest’anno 2025 il suo fratello maggiore Bigster sfugge a questa pratica, per la gioia dei designer della Losanga che hanno avuto carta bianca per modificare la maggior parte degli elementi della carrozzeria, così come una buona parte dell’abitacolo per dare vita al Boreal.

Un cambio di rotta che sottolinea la volontà di Renault di puntare su fasce di mercato più alte nei paesi emergenti, facendo leva sul linguaggio stilistico delle più recenti produzioni europee.

Una parte anteriore di rottura Detto ciò, il nuovo Renault Boreal si distingue dai volti “a matrioska” esibiti dal trio Austral, Espace e Rafale, adottando i principi stilistici del concept-car Niagara, apparso nel 2023. Si trattava di un gigantesco pick-up destinato a nascere a medio termine, sulla base di questo Boreal, che punta su effetti stilistici che suggeriscono robustezza, abbandonando le delicate griglie punteggiate di losanghe dei Renault più recenti del Vecchio Continente. Le firme luminose si distribuiscono su più livelli intrecciati da una calandra “taglia-patate”.

Tuttavia, nei dettagli, il nuovo arrivato elimina alcuni tratti distintivi del Bigster per allontanarsi dall’universo di riferimento dei fuoristrada. Ciò include l’eliminazione del bordo che evidenziava la base del cofano del modello rumeno, a favore di un’apertura che si prolunga delicatamente verso il logo, mentre i passaruota esagonali si avvicinano a un arco convenzionale. Ogni fiancata evidenzia rilievi origamici, lontani dalle spalle marcate del Bigster. Anche se non si nota subito, il posteriore del tetto cala maggiormente per dinamizzare la silhouette, e l’inclinazione del lunotto si accentua.

Sono andati persi 6 centimetri in altezza, anche a causa dell’introduzione di barre portatutto più sottili. In basso, il Renault Boreal si ispira ai fari del Rafale, con elementi raffinati che sovrastano un portellone piacevolmente bombato, in netto contrasto con il design rigido del Dacia.

Interni eleganti L’abitacolo mostra anche un’evoluzione verso l’alto. Oltre al restyling del cruscotto e dei pannelli porta, si notano materiali più curati come plastiche morbide, rivestimenti laminati e cromature, mentre l’insieme è valorizzato da giochi di luce che emergono da supporti incisi al laser. Il Renault Boreal non si fa mancare nulla, optando per una coppia di schermi digitali da 10”, con la nuova generazione del software openR Link basata su Google, e un sistema audio di alta gamma Harman/Kardon. Raffinatezze che il Bigster non propone, senza contare il comfort dei sedili massaggianti e regolabili elettricamente in tutte le direzioni. Alla fine, solo la console centrale mostra visivamente le sinergie tra i due cugini. Renault ha comunque sostituito la plastica grezza della plancia del cambio con una superficie nera lucida. Anche i posti posteriori hanno ricevuto maggiore attenzione, con l’integrazione di un bracciolo centrale e con un design e materiali più ricercati per i pannelli porta. Tuttavia, il blocco di aerazione resta invariato rispetto al Bigster.

Gamma motori ridotta Per quanto riguarda il bagagliaio, Renault ha indicato per ora una sola cifra: 586 l, contro i 546–667 l del Bigster, a seconda del livello di ibridazione dei suoi motori e del conseguente ingombro delle batterie. Sul fronte motorizzazioni, Boreal si distingue anche dal cugino dell’Europa dell’Est, desideroso di adattarsi alle diverse normative locali dei paesi destinatari.

In attesa dell’arrivo del nuovo 1.8 l full-hybrid da 155 CV del Bigster, sotto il cofano troviamo un 1.3 TCe turbo a iniezione diretta, disponibile in versione benzina o Flex Fuel secondo i paesi, come il Brasile. Questo sviluppa fino a 163 CV nella versione Flex Fuel, 156 CV a benzina in America Latina e 138 CV in Turchia. È soprattutto su questo punto che il Renault Boreal regredisce rispetto alla modernità dell’offerta Dacia in Europa, ampiamente ibridata.

La buona notizia riguarda la trasmissione: il marchio francese abbina questo motore a un cambio automatico a doppia frizione EDC a 6 rapporti, noto per la sua morbidezza e reattività.

Nuova Mazda CX-5 2026: cambia tutto

La Mazda CX-5 è, insieme alla MX-5, probabilmente il modello più importante di Hiroshima, quindi qualsiasi nuova versione del suo best-seller è un evento importante per l’azienda. Questo nuovo SUV di terza generazione del segmento C fa finalmente il suo debutto otto anni dopo il suo predecessore e, sebbene sembri vagamente simile all’ultimo modello, il design simile nasconde un cambiamento radicale nell’approccio di Mazda allo sviluppo dei suoi veicoli.

Per troppo tempo, la CX-5 è stata etichettata come l’opzione più sportiva ma meno pratica, quindi il nuovo modello ha un passo più lungo per aumentare lo spazio interno e la stabilità di guida. Ci sono anche porte posteriori con apertura più ampia, sedili posteriori ribaltabili 40:20:40 e un bagagliaio che ora è più grande di 61 litri rispetto a prima, il tutto per rendere questa vettura più versatile rispetto alla precedente.

L’allungamento del passo di cui sopra è stato accompagnato da un aumento delle dimensioni complessive per mantenere la forma e le proporzioni generali della CX-5. Con una lunghezza di 4.690 mm, una larghezza di 1.860 mm e un’altezza di 1.695 mm, la nuova auto è più lunga di 115 mm, più larga di 15 mm e più alta di 15 mm rispetto alla precedente.

Il caratteristico design Kodo è stato leggermente rinnovato seguendo un nuovo concetto di “Wearable Gear”. La grande griglia a sette punti rimane, ma ora c’è una cornice nera collegata ai fari sottili, che forma un’ala simile a quella della berlina elettrica 6e.

Passando al lato, i passaruota sono stati leggermente squadrati, mentre la linea del tetto sembra meno inclinata verso la parte posteriore, il che dovrebbe aumentare ulteriormente lo spazio per i passeggeri. La parte posteriore presenta ampi fanali a forma di L simili a quelli della CX-60 e della CX-80, insieme a due terminali di scarico visibili e alla scritta Mazda al posto del solito logo, un altro elemento ripreso dalla 6e.

Ma è all’interno che i cambiamenti sono davvero evidenti. Mazda ha tradizionalmente perseguito un concetto che metteva al primo posto il conducente, dando priorità ai comandi fisici, arrivando persino a spostare il display dell’infotainment e rendendolo inutilizzabile al tocco. Ora tutto questo è cambiato: la CX-5 è dotata di un enorme touchscreen che si trova nella parte anteriore e centrale del cruscotto, con una diagonale di 12,9 o 15,6 pollici.

Ispirato chiaramente alla 6e, questo cambiamento ha coinciso con lo spostamento di molti pulsanti e interruttori fisici, compresi i comandi dell’aria condizionata, sul display, il che significa che nemmeno Mazda è immune da questa sfortunata tendenza. Il lato positivo è che la CX-5 è la prima auto dell’azienda a integrare i servizi Google, come Google Maps, il controllo vocale generativo Gemini AI e l’app store Google Play.

LE TECNOLOGIE

Nel frattempo, il conducente siede davanti a un display digitale da 10,25 pollici e a un volante a tre razze che riporta nuovamente il marchio Mazda, una novità assoluta per l’azienda. Inoltre, l’eliminazione della manopola di comando in stile BMW iDrive ha liberato spazio per un caricatore wireless Qi posizionato dietro la leva del cambio.

Gli interni ripuliti hanno almeno portato a una presentazione più semplice, con il design avvolgente del cruscotto, che incorpora l’illuminazione ambientale nelle portiere delle versioni top di gamma, che risulta più prominente. Gli acquirenti possono scegliere tra diverse opzioni di rivestimento, tra cui pelle nera o marrone chiaro e finta pelle e pelle scamosciata bianca e nera. È inoltre possibile equipaggiare l’auto con un tetto panoramico in vetro e un sistema audio Bose a 12 altoparlanti.

DATI TECNICI E MOTORI

Mentre l’abitacolo è stato completamente rinnovato, sotto il cofano le cose sono più familiari. Finora è stata confermata una sola opzione di motore: un quattro cilindri e-Skyactiv-G da 2,5 litri aspirato abbinato a un sistema ibrido leggero da 24 volt, che sostituisce il motore base da 2,0 litri; è abbinato al consueto cambio automatico Skyactiv-Drive a sei rapporti.

Le prestazioni sono state notevolmente ridotte a 141 CV e 238 Nm di coppia (per non parlare dei precedenti 195 CV del 2,5 litri), il che significa che la CX-5 passa da 0 a 100 km/h in 10,5 secondi. Questo motore dovrà soddisfare gli acquirenti fino a quando Mazda non avrà pronto il suo nuovo range di propulsori Skyactiv-Z più efficienti, che dovrebbero entrare in produzione solo alla fine del 2027.
Sotto il cofano, la Mazda CX-5 beneficia di un nuovo sistema frenante brake-by-wire e di alcune modifiche al telaio e alle sospensioni per migliorare la maneggevolezza e il comfort di guida. Disponibile nelle stesse versioni a trazione anteriore e integrale di prima, l’auto è ora in grado di trainare fino a 2.000 kg. Sarà inoltre dotata di funzioni di assistenza alla guida (anche se Mazda non ha fornito ulteriori dettagli) e punta a ottenere una valutazione di sicurezza Euro NCAP a cinque stelle.

La nuova Mazda CX-5 sarà in vendita in Europa a partire da dicembre, con prezzi a partire da 34.500 euro in Germania.

Jaguar XJS: la Principessa che vestiva Pret a Porter

Credo che tutti gli appassionati del Marchio Jaguar che guardano – a volte con preoccupazione, a volte con diffidenza, a volte con chiaro e manifesto dissenso, persino con tendenza alla scomunica per la sacralità legata al Marchio di Sir Lyon – con apprensione ed attoniti il percorso della attuale dirigenza di Jaguar (alle prese con un percorso sedicente nuovo, rivoluzionario negli assetti del Marchio e tuttora da definire e comprendere appieno) potrebbero persino tirare un deciso sospiro di sollievo pensando a quel che si viveva a Coventry mezzo secolo fa: alla vigilia della presentazione della Coupè XJS.

Il Brand Jaguar oggi è in una situazione di grande trasformazione e l’importanza del suo prodotto storico, del suo patrimonio di Imprese e di Punti vendita e di Aftersales sul territorio sono oggi un valore ancora più importante perché rappresentano la stella polare che la nuova e futura Jaguar dovrebbe avere sempre come riferimento, pensano gli amanti storici della Casa inglese.

Ed infatti mezzo mondo si è sollevato a difesa e nell’attenzione estrema verso Jaguar in questo percorso “sperimentale” che – come ricordano dall’HeadQuarter inglese – vedrà il suo compimento e la sua nuova “Release” a partire dal 2026 con una nuova Gamma preferibilmente elettrificata. 

Ma mezzo secolo fa c’era tale e tanta congiunzione astrale a colpire contemporaneamente: 

il settore Industriale Auto in Europa (con la crisi energetica, le prime contestazioni operaie e studentesche); 

il comparto auto inglese con le nazionalizzazioni assurde dei Governi Labour ma anche un po’ di quelli Tories;

ed infine il Marchio Jaguar inserito ormai dentro la BritishLeyland a futura guida Michael Edwardes e sotto l’occhio del ciclone per un pregiudizio di Clienti ed opinionisti sulla precaria qualità di produzioni ed assemblaggi;

che tutto questo fece da anticamera ed incubatore non proprio benvoluto alla nascita di quella che, più in specifico, doveva essere l’erede e sostituta di un mito vivente a quattro ruote che divenne all’epoca la “E Type” capace, per quasi i quindici anni precedenti, di ridare nuova spinta all’immagine di Jaguar, di riportare la classe sportiva inglese ai fasti antichi al top del mondo e capace di influenzare non solo lo stile e il rinnovamento della concorrenza ma di costringere nomi come quello di Enzo Ferrari a correre ai ripari nel realizzare una Gran Turismo in grado di confrontarsi con “Her Majesty” E Type. Da questo, primariamente, era nata la scommessa “250 Papera” di Giotto Bizzarrini da cui a Maranello fecero derivare la “250 GTO”.

Dunque, nel 1975 potete Voi lettori immaginare tre scenari di dibattito e speculazione amichevole:

​-O siete contemporanei già maturi (io non posso ritenermi tale, avevo a malapena cinque anni quando XJS fu presentata) all’epoca dei fatti: e dunque al di là delle pompose e un poco artefatte ricostruzioni più recenti sui Social e sui Media di settore ricordate bene il canaio di critiche e di superstizione che avvolse la nuova Coupè alla sua presentazione;

 

-O siete più filologici, e contemporanei o meno, sapete bene che contesto (come io ho elencato sopra) ha affrontato sin da subito la mia cara XJS alla sua nascita; 

-Oppure, terza ipotesi, siete un pubblico perfetto solo e tristemente per i siti Web e le piattaforme da cui passano Ford Escort fatte uscire da immaginifici pollai e rimesse di tutto punto e Restomod pesante a ruggire non si sa dove e perché; ma siete contemporaneamente poco adatti ad una piattaforma come la nostra. Pazienza, potrete fare a meno di noi.

50 Years of the Royal Coupè, the birthdate of a Highlander

Dunque, il 10 Settembre 2025 la icona del lusso sportivo inglese, ovvero della sportività elegante e lussuosa secondo il più puro stile British compirà mezzo secolo dalla sua presentazione al Salone di Francoforte. 

Faccio riferimento ad alcuni titoli o commenti che ho letto sul Web e che rappresentano la più pura trasformazione in buona fede e per passione di fatti ed eventi realmente accaduti: 

Titoli e commenti come “Quel giorno in cui Maserati, Ferrari e BMW cominciarono a tremare” (con riferimento proprio alla data di presentazione della XJS) oppure “Sua Maestà il Coupè”, oppure “Regina a Due porte”….Ma passerei una giornata a fare elenchi inutili. Perché purtroppo la realtà che si affaccio’ di fronte alla mia amata XJS fin dall’inizio fu molto più cruda e pregiudizievole. 

Il primo evento “Karmico” quasi, che avvolge al suo primo destino la nuova Coupè, è ad esempio la scomparsa del suo padre stilistico Malcom Sayer ad un passo dalla presentazione della “XJS”.

Stranissimo Paese, la Gran Bretagna: capace di divinizzare il metodo classico di taglio del prato o di ipnotizzare intere contee con il gioco del Polo o Cricket, ma spesso dimentico di tantissime glorie nazionali che in ogni settore hanno imposto un taglio epocale ed una impronta rivoluzionaria di sapore tipicamente britannico. Sayer è uno dei protagonisti della “BRevolution” in Automotive che tra la fine degli anni Quaranta e fino alla metà degli anni Sessanta ha espresso una industria inglese classica, rigorosamente fedele alle sue radici ma anche fortemente creativa. Scusate se è poco. Sir Issigonis, Colin Chapman, John Cooper, sono i nomi più ripetuti e gettonati dentro una “nuvola” di decine di altri talenti e profeti del futuro. 

1950-1970: dentro Jaguar un vero e proprio Dream Team

Per cui se in uno qualunque dei Paesi che hanno scritto la storia dell’Auto fosse nato il padre della Jaguar C-Type, D-Type, ed E-Type come minimo in questi stessi Paesi vi sarebbe oggi un monumento equestre alla memoria. Ma se Vi dico il nome di Malcom Sayer – per moltissimi di Voi che avete imparato ad apprendere (perché così Vi hanno detto) che Chris Bangle è un genio assoluto – al contrario non Vi dice nulla. 

Morto a 54 anni nel 1970, plausibilmente per il degrado polmonare dovuto al vizio continuato delle sigarette (anche se la figlia maggiore Kate, in una recensione apparsa su “BBC.com” rivelò che a stroncare Sayer fosse stato il dolore di sentirsi “snobbato” dalla Jaguar dalla quale lui stesso si sarebbe atteso attestati e riconoscimento ben maggiore da quello esternato da Coventry), Malcom era un  Matematico raffinato e fantasioso, nonché esperto di aerodinamica, Sayer lavorò durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale nell’industria aeronautica per de Havilland e la Bristol Aeroplane Company.

Entrato nel 1950/1951 alla Jaguar, dentro questa portò le suecompetenze e i metodi di costruzione di aeromobili leggeri. Introdusse inoltre alla Jaguar un senso estetico connaturato alla sua “mano” da artista e fumettista a tempo perso. Un genio totale che addirittura impone alle tecniche di calcolo innovazione e nuove prassi. Per Sayer era l’aerodinamica a dover imporre i capisaldi delle linee estetiche, anche se ovviamente questo comportava in tema di produzione di serie l’esigenza di innovare, perfezionare e trasformare tecniche costruttive; significava mettere in crisi la catena della subfornitura; significava persino assoggettare radici e tradizioni storiche del Marchio alla nuova filosofia ispiratrice. Basta guardare l’era geologica che separa la XK150 dalla E-Type. 

Ma prima della E-Type c’è un “Dream Team” alla Jaguar che vede Sir Lyons promuovere (come fosse un vero “Hooligan” del suo proprio Marchio e non già il compassato Titolare) la vena rivoluzionaria accompagnata da un tale Ingegner Williams Haynesche forma le strutture telaistiche e strutturali su cui i geni motoristici incastonano i mitici sei cilindri in linea o i nuovi dodici; ed alla fine della catena di interazione di quello Staff da sogno c’è lui, Malcom, a cucire le carrozzerie più belle e sinuose del tempo in tutta la Gran Bretagna. 

Quel Dream Team che rivoluziona con pochi passaggi svolti in un lustro circa la storia dell’Automotive moderno (al pari di quel che seppero fare forse solo Dusio con la sua Cisitalia 202, tutta la famiglia Porsche in un periodo molto più lungo ed in fondo Flaminio Bertoni – Citroen DS – e Sir Alec Issigonis -Morris Mini – nella contemporaneità con lo staff lunare della Jaguar) vive tuttavia forse un destino “Karmico” e segnato da quell’elemento esoterico e ultraterreno che guida le storie e le sorti degli essere sovrumani per loro istinto e personalità.

Il difficile passaggio dalla “E-Type” alla XJS

Quel Dream Team che arriva nel 1961 alla E-Type passando per C-Type e D-Type (Lyons, Heynes, Sayer) fa in tempo a vivere la cristallizzazione del suo mito e la pietra miliare epocale che E-Type incastona nella storia dell’auto, proseguendo nel solco della più perfetta aristocrazia progettuale ed industriale in una Gran Bretagna che tuttavia, ahimè, inizia a cambiare inesorabilmente verso il peggio.

Il primo ad uscire di scena è Sir Lyons con cui Haynes progetta l’ultimo atto: la “XJ6” del 1968 la cui piattaforma fa da base per la futura XJS per la quale – anche – Heynes progetta poco prima della sua uscita da Jaguar il blocco del 12 cilindri leggendario.

Williams Lyons, presumibilmente, è quello che subisce più duramente sulle sue spalle la rivoluzione negativa che la Gran Bretagna sociale, politica e industriale sta per vivere: nel 1966 decide di “fondere” Jaguar con BMC (British Motor Corporation) ufficialmente per avere un vantaggio sull’utilizzo delle piattaforme di “Pressed Steels” la Società controllata da BMC dedicata alla produzione di Chassis, scocche e lamierati per l’Automotive. 

 

In realtà Sir Lyons nasconde fin che può il problema di una stretta creditizia nata l’anno prima a causa dei pessimi indicatori produttivi e di conto economico del Marchio; dunque la fusione con BMC segue l’obbiettivo di “rinforzare” l’assetto patrimoniale in prima battuta, ma nel medio termine la scelta si rivela davvero controproducente. 

Dalla fusione con BMC nasce “British Motor Holdings” (BMH), ma insieme al rinforzamento patrimoniale si appalesa il contrasto inconciliabile tra diverse anime e filosofie gestionali, con un corollario di inceppi e di controversie decisionali ma, in massima parte, con lo “svilimento” dentro un Gruppo industriale fondamentalmente “Popolare” delle prerogative commerciali e qualitative tradizionalmente prioritarie dentro Jaguar. Il dislivello e la differenza strategica tra Sir Lyons, più pragmatico e smart, ed il Presidente della elefantiaca British Motors Corp. (Donald Stokes) si fece via via sempre più marcata nel contrasto tra la pretesa di Lyons di mantenere alla Jaguar autonomia decisionale e commerciale mentre al contrario Stokes tendeva ad una integrazione e persino “sottofusione” tra Marchi sportivi sparsi in BMC e la stessa Casa del Giaguaro.

L’accesso della produzione di Coventry alla platea dei fornitori di BMC, la confusione di forza lavoro, la condivisione di processi produttivi e di componenti abbatte qualità, raffinatezza e glamour. 

Per non parlare della di poco successiva “nazionalizzazione” e fusione generale di British Leyland dal 1975. L’anno proprio di nascita della “XJS”. In questa dimensione industriale e strategica il ritiro di Williams Lyons dal ruolo di A.D. nel 1967 non è solo un passaggio di consegne tacito verso la linea politica di BMC ma soprattutto la fine della speranza di poter in qualche modo vedere rappresentata Jaguar in modo paritario dentro la nuova Holding.

Dal suo lato ingegneristico, invece, William Heynes continua ad operare fino al 1969 ma velatamente fa capire successivamente che la trasformazione interna e la disgregazione progressiva di quel “Dream Team” implica la fine di un’epopea; fine alla quale lui stesso, dopo aver partecipato alla definizione preliminare della piattaforma “XJ6” per la futura Coupè, si rassegna con le dimissioni del 1969. Entrambi, sia Lyons che Heynes, mantengono formalmente una carica di “Consulenti Esterni” per Jaguar dopo la loro uscita, ma il titolo in questione è più questione di forma che di sostanza. In  verità così come il timone della Jaguar fu preso – dopo l’uscita di Lyons” da Sir Lofty England(che aveva realmente guidato le trattative per la fusione con BMC), la gestione tecnica del Giaguaro arrivò nelle mani di Bob Knight. E se nel 1970 Dirigenza e Direzione Tecnica della Jaguar sono passate di mano, di quel “Dream Team” rimane a questo punto solo Malcom Sayer, saldo alla guida del Reparto Stile. 

Ma anche in questo caso il destino sembra aver scritto la sua pagina esoterica: dopo l’abbandono di Sir William Lyons nel 1967, l’uscita di Heynes nel 1969, quel “Dream Team” perde drammaticamente e prematuramente anche Malcom a soli 54 anni, lasciando il ruolo a Bob Blake che subentra ai progetti di Stile di Sayer.

XJS: una mamma “pesante” da superare senza più i suoi padri nobili

Nel 1975, con l’Industria britannica quasi totalmente nazionalizzata nel minestrone “British Leyland”, con il razionamento della benzina, i nuovi limiti di velocità, le lotte sindacali e la assurda settimana lavorativa di tre giorni per risparmiare energia nelle lavorazioni industriali, la tensione sociale che sta per esplodere, i problemi intorno alla XJS si sommano a quelli interni e commerciali: contemporaneamente la nascitura dovrà “ricrearsi” un nuovo segmento di mercato dopo quello ottimamente presidiato dalla E-Type dovendo anche garantire numeri di vendita più sostanziosi soprattutto in America; prima di questo però XJS affronta lo strano destino di dover superare sua madre (E-Type, ancora) avendo a sua volta perso i padri storici di questa.

E nonostante XJS abbia almeno commercialmente superato E-Type nelle cifre (115.000 unità vendute in 21 anni contro le 72.000 E-Type vendute in 13 anni), l’ombra mediatica e storiografica si è distesa sulla nuova Coupè fin da subito: con la prima presentazione alla Stampa di Settembre 1975, pochi giorni prima del bagno di folla al Salone di Francoforte del 10 di quel mese, la sede scelta da BMC/BL è Longbridge; e questo appare quasi come un avviso ai naviganti rivolto verso il management Jaguar su chi realmente governi all’epoca il carrozzone. Ma come e da cosa nasce-progressivamente – la XJS?

XJ21 ed XJ27, i progetti “TOP SECRET” per arrivare a XJS

La storia industriale più diffusa sulla XJS tende sempre ad implicare che questa fosse stata dal principio ed a priori immaginata come sostituta della “E-Type”. Ma non è così: l’inizio in termini di calendario delle prime proiezioni industriali della futura “XJS” parte dal 1969, anno in cui la E-Type è ancora sulla cresta dell’onda; dunque nonostante tutta la plausibile attività predittiva delle strategie industriali in seno a Jaguar, una parte pesante della gestione e dell’aggiornamento dentro Coventry rimaneva ancorato all’upgrade di una Coupè fiore all’occhiello della Jaguar e della Gran Bretagna, una di quelle icone di cui non solo non si sarebbe potuta immaginare la fine, ma neppure accettarla. Diverso era il programma evolutivo delle berline e delle ammiraglie che alla data di fine anni Sessanta sommava un bel po’ di “dinosauri” che dovevano essere sostituiti, a partire dalle “MkII” divenute “240”, la “Mark X” diventata “420”,ed una quota residuale di“S-Type” e di “Mk IX” Limousine Landauletteche ancora si producevano su richiesta per pochi clienti prima del trasferimento alla controllata Daimler della Berlina “420” e della Limousine “DS 420” voluta appositamente (ed inutilmente) per la famiglia Reale e per i nostalgici.

Dunque con la nascita della “XJ” del 1968 Jaguar si trova di fronte all’ingresso del Marchio in un segmento di mercato più “Executive” ma soprattutto “mid Sized” a differenza delle voluminore berline precedenti che però lasciano la Gamma scoperta nel taglio “minimal”. Nasce così un progetto “a latere” come quello di una Coupè “Light Size” con la quale fondamentalmente “bucare” in America tra le “Coupè” statunitensi “Pony Cars” (Mustang e Camaro, ed altre) potendosi tuttavia inserire ad hoc nella “insenatura” di gamma europea tra la serie di coupè più opulente (tra le quali abitava già benissimo proprio la E-Type) ed una nascente linea di GT e coupè “Light” soprattutto tedesche ed italiane surrogando in questo i target commerciali di Triumph ed MG verso i quali Jaguar era concorrente fino a prima dell’ingresso in BMC/BL.

Da qui partono i capisaldi del progetto “XJ21” diretto ancora personalmente da Malcom Sayer: siamo nel 1967/1968 ed il Reparto Stile Jaguar traccia una lista ufficiale poi ripresa dal sito “AROnline” di modelli di futura produzione: Berlina “XJ4”; “XK 12 cilindri”; ed infine fa capolino una serie “XJ21” Roadster e Coupè 2+2 dalle linee guarda caso meno “British” e più “Lotus inspired” proprio per adeguarsi al look molto preferito di Ferrari, Alfa Romeo, Lamborghini ed altre. 

Dunque, per capirci meglio, dal carteggio interno e dalla lista di progetti in corso si poteva desumere che dentro Jaguar avrebbe preso piede prima una “light line” di Coupè da affiancare verso il “basso” alla E-Type e solo successivamente una potenziale sostituta, il cui embrione stilistico tuttavia ne ricalcava molto fedelmente i canoni stilistici.

La gestazione più lunga e controversa della storia

Insomma, se ancora nel 1967/1968 la linea evolutiva in casa Jaguar era capeggiata dalle strategie del “Dream Team” (e forse inconsapevolmente la linea strategica alla data si sarebbe sposata perfettamente con una Gamma “light” o “minimal” per affrontare la ormai prossima crisi energetica) dal 1969 l’ingerenza BMC si fa sentire: inconcepibile per Jaguar dentro BMC avere due linee di Coupè sportive, impensabile avere una concorrente di Triumph e di MG dentro casa, necessario ed inevitabile pensare ad una nuova Coupè per sostituire la E-Type quando sarà il momento soprattutto per lanciare una sportiva più familiare e pratica.

Ancora Sayer dirotta la sua vena creativa verso lo studio di una Coupè 2+2 più voluminosa ed abitabile della “XJ21” ma soprattutto più “canonica” mentre la XJ21 prefigurava linee (per intenderci) molto ispirate alla Lamborghini 350 ed Islero. E dopo il lancio della XJ6 la dirigenza BMC decide di assegnarne lo chassis come base telaistica della futura Coupè. Nasceva nel “Folder” di programma ufficiale di Jaguar (come ricorda il Sito “AROnline”) così la “XJ27” nel 1969, la futura “XJS” mentre Heynes ad un passo dall’uscita da Jaguar continuava lo sviluppo del nuovo motore a 12 cilindri provando a derivarne addirittura un V8 preventivamente ipotizzato al solo fine di non essere assoggettati da BMC all’adozione del troppo” tamarro” (secondo Jaguar) motore V8 3500 di origine Buick che equipaggiava le Rover. Purtroppo la “V” di partenza del blocco a 12 cilindri portò Jaguar a dichiararsi impotente di fronte al livello di vibrazioni ed irregolarità di funzionamento riscontrati in fase di collaudo. E come “incontro” a metà del guado la Jaguar garantì alla BMC la fine del programma di industrializzazione del nuovo V8 previa promessa di non essere obbligata ad adottare il V8 Rover.

Nel frattempo la grande influenza mediatica e politica della BMC fa la sua parte nel costruire il percorso di “Runout” da un lato della “E-Type” e dall’altro per fare da apripista ad una futura Coupè derivata dalla piattaforma “XJ”: preannunciata la ipotesi della nuova sportiva, l’Ufficio Stampa” di BMC “favorisce” un reportage del giornalista motoristico più influente del tempo in Gran Bretagna; è Denis Jenkinson, al quale viene affidata una nuova “XJ12” quattro porte per un giro dell’Isola. E’ Ottobre 1972 e Denis non usa mezzi termini dicendo che seppure proprietario di una E-Type le prestazioni offerte dalla combinazione “telaio+motore V12” della XJ rendono persino per la “E” superare i nuovi limiti garantiti dalla nuova futura auto con il comfort però di una comodità, silenziosità e comfort sconosciuti alla E-Type. Di poche cose siamo sicuri circa lo stile della XJS: intanto che Sir Lyon ha sicuramente interagito con Sayer sempre, come da protocollo di base tra i due, imporre le sue considerazioni; inoltre Sayer di fronte alle estreme contestazioni di BMC e dei vincoli progettuali si è fortemente ispirato al concept di Jensen ma non tanto per mancanza di ispirazione ma per rispondenza alle norme americane che hanno vincolato parecchio lo stile iniziale (fanaleria anteriore, altezze, paraurti, etc.); ma di tutte le modifiche operabili né Sayer né i suoi successori hanno tentato di rimuovere o abortire le caratteristiche pinne posteriori aerodinamiche. Thorpe si è persino inventato una modanatura brunita a cornice vetri per ridurne l’impatto visivo.

Quello che in pochi dicono, nonostante le apparenze, è che la scommessa del genio aerodinamico di Malcom Sayer vince anche stavolta: il “Cx” di XJS è di solo 0,38; nel settore delle Coupè“XXL” del suo tempo, è il valore migliore registrato in questo periodo.

E siamo al congelamento del progetto di stile nel 1972, agli ultimi test ed alla prima linea produttiva nel 1974, a Dicembre: una preserie per Stampa, presentazioni e ultimi test su strada.

Malcom Sayer nel frattempo è scomparso, e forse alla luce del “marasma” dirigenziale e delle ultime indicazioni operative di BMC (con la bocciatura delle linee forse più congeniali a Sayerdella XJ21 e l’affermazione di una sostituta della E-Type molto più “Executive” e (forse) americaneggiante; ma non sfugge la evidenza che la ormai prossima “XJS” deve pagare pegno anche al nuovo “Family feeling” in casa BMC portato da “Allegro” e “Princess” ad esempio.

C’è da tenere conto persino che BMC, alla scomparsa di Sayer, assegna il completamento del progetto formale a Doug Thorpe, il quale si dimostra persino contrario all’indirizzo generale dato da Malcom al layout di base: su diversi particolari, come le caratteristiche “pinne” posteriori, più di una volta è tentato di “sfasciare” tutto e ricominciare da capo; forse non si rende conto che il suo predecessore e superiore era stato un genio aerodinamico oltre che stilistico, e che quelle pinne avevano il compito di stabilizzare la XJS ad alta velocità . La prova la darà quasi dieci anni dopo la vittoria dell’Euroturismo da parte di Tom Walkinshaw

E a proposito di vita sportiva, tutti ricordano la vittoria imperativa della XJS “TWR” del 1984, ma nessuno sa che già nel 1977 un certo Bob Tullius vince in America l’importante Campionato Trans Am e nel 1978 arriva anche il Titolo Costruttori aprendo in modo perfetto la via commerciale della Coupè inglese negli States, nonostante alcune “gaffes” commerciali: la prima “siepe” che la nuova Coupè supera a fatica è il pregiudizio dei Clienti sul V12 da 5,3 litri in una fase di Austerithy e di crisi energetica. 

Il secondo “inceppo” è la rispondenza alle norme antiemissioneamericane che Jaguar paga riducendo la potenza di quasi il 20% rispetto all’Europa. Per il motore sei cilindri tutto in alluminio da 3,6 lt. Si dovrà attendere il 1983 mentre irrompe nella stampa e nella critica l’incubo “qualità”: scioperi, boicottaggi, e pessime forniture portano la XJS sotto i riflettori per problemi e malfunzionamenti davvero poco opportuni. 

Si arriva all’anno peggiore per British Leyland ed uno dei peggiori per Jaguar, il 1977, dove la vittoria del Campionato Trans Am non sana il caos in casa generato dagli scioperi, dai boicottaggi e dall’ostracismo dei fornitori: l’immagine e la qualità costruttiva di Jaguar crollano in modo inesorabile. 

Il nuovo Presidente John Egan si ispira decisamente a Michael Edwardes e riesce a creare un muro tra operai e Sindacati, ed attraverso la BBC e la Stampa ricostruisce l’immagine e la fiducia dei consumatori verso Jaguar. Arriva finalmente il motore sei cilindri 3,6 litri. Ma arriva anche la privatizzazione della Signora Thatcher e alla fine del 1989 si apre la trattativa con Ford per l’ingresso di Jaguar nell’Ovale. Il 4 Aprile del 1996 l’ultima di oltre 115.000 XJS (una bellissima Coupè Blu V12 da sei litri) esce dagli Stabilimenti. 

 

Il suo anno migliore il 1989 con 10.665 pezzi prodotti a BrownsLane, il peggiore in assoluto il 1980 con solo 1057 pezzi prodotti, e la particolarità che conferma quanto futuristica ed innovativa concettualmente sia stata la XJS: per superare stabilmente i 5000 pezzi all’anno bisogna attendere quasi dieci anni dalla sua prima apparizione; dal 1984, complice la grande vetrina dell’Euroturismo, fino al 1990 la serie stagionale migliore con sette anni su ventuno che portano il 55% delle immatricolazioni totali della vita di XJS; stranamente il periodo di “run out” degli sei anni è persino superiore (24%) ai primi nove anni di produzione (il 21% delle immatricolazioni totali).

Ciao, Regina Pret a Porter. Come te, nessuna più

Si chiude la leggenda della Regina in Pret a porter forse (con il senno di poi) con l’ennesima minchiata strategica e commerciale stavolta ai piani alti di Detroit: tra le opzioni in ballo, un po’ come era accaduto nel 1966/1967 alla ipotesi discriminante se far uscire la XJS di scena o sottoporla ad un ennesimo “Upgrade” (Quarto Restyling ed adozione di un nuovo motore “V8” magari per la commercializzazione continentata in Europa ma con ottime prospettive negli USA, in Oceania e persino nei nuovi mercati ad Est) la dirigenza Ford opta per la sostituzione totale della “XJS” con la “XK8” che – detto con sincerità – non mi è mai piaciuta, e se i numeri non mentono non è piaciuta a tanti. Francamente dopo la “proletarizzazione” idiota di British Motor a partire dalla fine degli anni Sessanta, la indole “popolare” di Ford ha ugualmente saputo fare i suoi danni, e con la cessione a Tata del 2008 si apre un nuovo corso di cui, ancora adesso, attendiamo l’esito finale. Ma questo non conta: conta che, rispetto ad un vero amore che ho sempre avuto per “XJS” io sono stato in grado di raccontarVelaper quel che è stata. Una vera Regina in Pret a porter.

Riccardo Bellumori