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MV Agusta: la Contessa della Velocità a mezzo secolo dalla sua ultima stella

Solo due o tre anni prima, se qualche preveggente avesseosato vaticinarlo sarebbe stato preso per sacrilego: sarebbe mai potuto accadere alla gloriosa ed irresistibile MV Agusta di vedere al più vicino orizzonte la sua fine, l’interruzione del ciclo vincente e virtuoso che aveva messo il Marchio di Cascina Costa al vertice del mondiale Velocità a due ruoteper una sequenza impressionante di Stagioni ?

“Quella” MV Agusta, portabandiera di rango, accompagnata o preceduta fin dagli albori del Campionato mondiale Velocità dalle esperienze importanti di Gilera e Mondial, e pronta difendere come pioniere l’onore e soprattutto la dignità sportiva e tecnologica di un’ Italia ammessa con una certa e malcelata “puzza sotto il naso” nel Torneo motociclistico mondiale fatto ad immagine e somiglianza abbastanza discriminante di Gran Bretagna e Francia (le vincenti europee della Seconda Guerra) in termini di regolamenti e calendario organizzativo; lo stesso torneo che, per includere in qualche modo la ancora più disastrata ed emarginata Germania, aveva inventato di sana pianta la categoria dei “sidecar” al fine di rimettere in circolazione lotti interi di bicilindrici Boxer di BMW, Zundapp, MZ, etc che trovavano il loro sito ideale dentro la struttura rudimentale dei “Side” delle prime Stagioni mondiali. 

Insomma, in quel Campionato Iridato Velocità che sembrava un tributo globale a Tourist Trophy e Bol d’Or, l’Italia aveva fatto la sua fatica a rimettere in sesto le sue due ruote nel primo Dopoguerra e incentivare i suoi Marchi Costruttori a prendere parte al Mondiale sin dalla prima edizione del 1949

Da quel momento tuttavia per BSA, Triumph, Matchless e Velocette le cose si sono fatte più difficili: dal 1949 al 1959 – solo per considerare la Classe Regina 500 cc. – Geoff Duke, Leslie Graham e John Surtees sono i tre mattatori inglesi al vertice del decennio contro Masetti e Liberati; ma dal lato “Marche” le Case italiane MV e Gilera sono da subito mattatrici aggiudicandosi 8 Titoli Costruttori su undici e lasciando le briciole ad AJS e Norton.

E sul versante “Piloti” (che è sempre ed ancora il termine di riferimento più significativo) la Classe Regina vede MV Agusta accompagnare i suoi Piloti per 18 dei 26 Titoli in palio tra il 1949 ed il 1974.

Aggiungiamo, se nel caso fosse sfuggito, che nessun altro Marchio, oltre alla nostra “MV Agusta” è mai riuscito a vincere un decennio intero DI FILA di Titoli Mondiali Piloti nella Classe Regina; dal 1960 al 1969 tutti e quattro i Titoli ciascuno di Ago ed Hailwood, come i due di Surtees ed Hocking sono della Agusta, che di un soffio evita il “Bis” nei Costruttori solo perchè nel 1966 vince la Honda interrompendo il monopolio seriale. In nessuna altra Classe del Motomondiale ed in nessuna altra epoca questo Record è stato ripetibile, a dispetto di risorse ed investimenti da piccolo Stato nazionale che nella loro storia diversi Costruttori hanno speso. 

E la MV rimane tuttora, ad oggi, il secondo Marchio per Titoli Mondiali vinti come Costruttore dopo la Honda. In tutta la storia del Motomondiale Classe Regina. Onore al merito.

Italia protagonista nelle due ruote da sempre

Torniamo al 1974. Ultimo anno Iridato per Cascina Costa, in quel contesto in cui, come ho detto, se al brindisi di Capodanno per il 1975 e gli anni a venire qualcuno avesse predetto la fine di quella epopea gloriosa per MV sarebbe stato preso per matto.

Si, certo: le due Tempi e le giapponesi, con soprattutto la Yamaha a fare da spartiacque tra vecchio e nuovo mondo. Ma in generale fin da quel primo Gran Premio vinto da un semplice motore bicilindrico Due Tempi Suzuki, o dopo la più ridondante prima vittoria di una 2T ufficiale in ogni sua parte (la Kawasaki) si era capito che al massimo della evoluzione possibile in cui la quattro Tempi più vincente per decenni era arrivata, da là poteva partire il minimo sindacale per i motori a miscela, che “frullavano” a regimi maggiori e soprattutto pesavano meno. 

LE TAPPE DEL MARCHIO

Dunque nonostante l’orgoglio e la vanità emanata da quei portanumero “1” e “2” sulle carene rosso-argento di Phil Read e Gianfranco Bonera, il pericolo “Jap” era più di una ipotesi a partire dal 1975 in cui la “MV” schierava la evoluzione estrema della St84 500 4 cilindri su cui persino si era affacciato un rudimentale ma furbo monoammortizzatore che poi però per il resto di Stagione lascerà posto ai tradizionali due ammortizzatori al forcellone. Molto curiosaera la soluzione ibrida, con gli ammortizzatori telescopici sul forcellone e la sola molla operata sotto la sella dal rinvio.

Il motore quattro cilindri 500 da Gran Premio della MV Agusta 1975 era a sua volta evoluto a livelli stratosferici: 99Cavalli a 14.000 Giri/min. per un peso moto di “solo” 120 Kg. erano la soglia più elevata e sublime della tecnica a quattro tempi per quei tempi. Oltre era impossibile andare.

Tra l’ultima vittoria della MV Agusta al Gran Premio di Germania il 29 Agosto del 1976, e la prima della Cagiva C592 al Gran premio di Ungheria il 12 Luglio del 1992, passa un piccolo leggendario intermezzo italiano : la Sanvenero 500 vince a Nogaro il Gran Premio di Francia il 9 Maggio del 1982, ma questo è il panorama. Dopo MV Agusta il dominio tricolore diventa un ricordo fino al 2007 e poi negli anni buoni per la Ducati.

MV Agusta, dopo mezzo secolo non la batte nessuno

Uno non ci pensa mai, ma questa Contessa da Pista (guai a Voi se la chiamate Milfona!!) dopo oltre mezzo secolo dal suo ultimo Titolo Costruttori (battendo, badate bene, Yamaha-Suzuki-Konig-Husqvarna-Kawasaki-H.M.-Matchless-Rotax) si permette ancora il lusso al giorno d’oggi di rimanere seconda dopo la Honda e prima della Yamaha ferma con 14 Titoli Mondiali vinti. 

Resta il fatto, e in un tempo in cui tutti cercano di ricavare “allori” dal proprio passato non è cosa da poco, che la MV Agusta rimane e rimarrà per Sempre la “Regina” della Classe Regina 500 cc. prima dell’avvento della MotoGp: ma soprattutto con l’uscita di scena di MV si chiude l’esperienza industriale nel mondo sportivo di uno degli ultimi “Patron” dell’era moderna nelle Gare iridate. 

Di fronte alle invincibili armate giapponesi nelle quali a comandare è sempre e soprattutto la gloria del Sol Levante; e di fronte ad un futuro successivo fatto dai Castiglioni, dagli Ivano Beggio e pochi altri, la figura straordinaria e fiabesca del Conte Agusta è e rimane inegiagliata anche in certi incredibili eccessi di rango e di pedigree di cui sono pieni alcuni aneddoti. Un esempio?

Un camioncino telonato si muove coil suo rombo soffuso nella mattina ssßdd de aristocratica e sonnolenta del Lido di Venezia. Sono da poco passate le sette. Quel camioncino, verniciato in rosso corsa con inserti in bianco e blu, è un “1100 D2” MV Agusta. E tanto per non tradire l’appartenenza riporta in disegno elegantissimo la dicitura “Squadra Corse MV”. Nonostante l’età (1959) è ancora arzillo ed abbastanza agile ed elegante per muoversi bene e non sfigurare. E nonostante la destinazione d’uso “battagliera” conserva quel tocco di nobiltà dei suoi interni in pelle color Cognac e per quel cassone pavimentato e lastrato con legno di pino e di noce.

Arrivato da Cascina Costa alle quattro di notte a ridosso del Lido, il suo equipaggio ha trascorso circa due ore per un riposino nell’approdo del Cavallino a Murano. Poi con una chiatta il vettore è arrivato sul Lido, destinazione l’Hotel più esclusivo di quel lembo di isola all’epoca rinomato in tutta Europa e meta di soggiorno della elìte nobiliare: l’Hotel des Bains al numero 17 del Lungomare Guglielmo Marconi. Ancora non sa, quell’Hotel, della piena di acqua e sabbia che lo inonderà nell’autunno del 1966, ma si sta preparando ad un altro piccolo “terremoto” di natura mondana.

Conte Domenico Agusta, Mecenate e padrone

Tra i camerieri già in movimento per l’organizzazione del buffet mattutino, i fattorini dei giornali e degli approvvigionamenti, quel “1100 D2” arriva tra il cortile di ingresso e la spiaggia. Tre uomini scendono, sollevano i teloni mossi dalla leggera brezza, e posizionano le rampe per far scendere una creatura mai vista: la “MV” 350 tre cilindri. 

Se il camion di ordinanza della MV Agusta è là a quell’ora, è perché il suo legittimo titolare, il Conte Domenico Agusta, non avrebbe mai voluto che in realtà vi dovesse arrivare. Tuttavia, per i tempi allungati eccezionalmente per la gestazione e la messa in opera di un progetto innovativo e rivoluzionario sia per il settore che per la stessa MV, lo Staff di sviluppo aveva preannunciato, a fine Luglio, lo stop programmato feriale delle attività in previsione della pausa ferragostana. Salvo poi riprendere l’attività da Settembre.

Il roccioso ed imperioso Conte Domenico, a quel punto, armeggiò con il Telex usando l’autorità che gli era naturale: “Portate la moto al Lido di Venezia entro l’inizio delle mie Ferie. Cioè entro la prima settimana di Agosto. Voglio vederla con i miei occhi e sentirla in moto con le mie orecchie! Finita e pronta per correre!”. 

Beh, argomento convincente, senza dubbio. Il padrone era Lui, e a Cascina Costa leggendo quel Telex in molti dovettero cambiare programma estivo…

Sabato sera Primo Agosto 1964, tanto per far capire che a quel punto in fabbrica non esistevano più neppure i Weekend, Arturo Magni aveva contattato il Conte Domenico, all’Hotel. “Conte, entro sera avremo allestito tutto e messo il camion su strada direzione Venezia. In suo onore, perché domani è Domenica”.

E così fu.

Prima del suono della campana del Santuario del Lido, quell’isola patinata ed aristocratica fu svegliata alle otto e mezza circa dal rombo infernale di una moto da Competizione. Tre minuti circa di sinfonia, e l’applauso coinvolto degli altrettanto nobili villeggianti. Sessanta anni fa, il palcoscenico più esclusivo per il debutto mondano di una regina. Molto più degli altri “Titolari” della Casa Costruttrice, Domenico Agusta considerava MV come suo Feudo e sua figlia, alla quale non faceva mancare iniezioni di soldi oltre ogni ragionevole prudenza gestionale e commerciale. 

Ed ecco perché il passaggio alla gestione pubblica dell’EFIM spegne per sempre questa stella. Ovvio, nessuno si aspettava che lo Stato rimettesse in Pista la “MV”, sarebbero stati soldi buttati. Ma interrompere l’evoluzione commerciale dell’ultima regina, la “750 America” senza voler tentare una programmazione pluriennale di consolidamento commerciale di fronte alla crescita esponenziale (grazie proprio ai giappones) delle Maximoto, fu forse un gesto miope; anche perché la decimazione della produzione motociclistica nazionale “pesante” ha sullo stesso versante tagliato un poco le gambe alla subfornitura ed alla componentistica.

Senza dimenticare che oltreoceano ed in alcuni Paesi europei, Germania in testa, il Marchio e la gloria MV aveva mantenuto tutto il suo fascino. Al punto che, come spesso capitato in tema di Automotive italiano, la rinuncia di MV ad un futuro plausibile ha finito per cambiare la sorte ad una potenziale concorrente. Vi racconto per sommi capi.

Quella MV che diventò…Katana

Se pensavamo che solo Fiat aveva avuto i paraocchi rifiutando nel 1995 la proposta di Giorgetto Giugiaro per una “Nuova Cinquecento” basata sulla concept che poi darà vita alla Best Seller “Matiz”……Allora questa storia fa il paio con una “storiella” a due ruote di fine anni ’70. 

La Concept Design, un Centro di Disegno industriale già attivo e famoso per lo studio di particolari, si era rivolto al mondo dei Costruttori per avviare collaborazioni in tema di “vestizione” di moto da Gran Turismo e sportive nelle quali la forma e la linea diventavano prerogative importanti quanto la potenza o le prestazioni. 

In particolare, anche in ottica di rilancio del Marchio, Concept Design decise di dedicare una una opera prima “Concept” elaborando una “vecchia” MV Agusta 750. 

La caratteristica del freno ancora a tamburo sull’anteriore non lascia dubbi in proposito, così come i Carter motore. 

Insomma, Concept avvia i primi contatti con MV alla fine del 1977, poco prima che la Casa di Cascina Costa diserti clamorosamente il Salone di Milano per poi dedicarsi alla produzione aeronautica cedendo il 51% dell’Azienda all’EFIM; in verità l’interesse forse ci sarebbe anche da parte del Management, visto che lo Studio di Design riceve un prototipo già piuttosto innovativo sviluppato nella Factory con serbatoio e fiancatine molto avveniristici. 

A fronte del quale invece i Manager abbastanza incapaci susseguiti a Domenico Agusta morto nel 1971 si dedicarono alla impresa nata fallimentare della “750 America” del 1973.

Concept insomma dopo un periodo di “stasi” – legato anche alla ibernazione del comparto moto voluto da EFIM – lavora con impegno su una linea ed una struttura che volutamente cerca di non stravolgere il telaio e la ciclistica di serie, per non gravare su costi di produzione e margini previsti.

L’impegno in termini di “mission Impossible” è dunque notevole, e per essere un prototipo del 1980 dobbiamo ammettere che la proposta della Concept era straordinaria: nulla di simile era mai balenato nelle proposte neppure più oniriche, ed a disporne in esclusiva era un Marchio italiano di cui ancora risuonava l’eco della leggenda sportiva. 

Eppure, evidentemente, MV Agusta/EFIM non se la sente di tornare sui suoi passi. Nel decennio forse tra i più ricchi e favorevoli per le moto d’elite, con uno spazio pur occupato dai “Jap” dove però l’ingombro di almeno quattro Marchi inglesi di peso (Norton, BSA, Triumph, AJS) è ormai scomparso o sta per esserlo.

L’occasione persa per questa Concept non lo è però proprio per chi ha saputo interpretare per il verso giusto i mutamenti ed i gusti del mercato. 

L’originaria proposta Concept Design per la MV Agusta, diventerà la leggendaria, iconica e vendutissima Suzuki Katana. E non so se mi spiego…

Riccardo Bellumori

I Segreti dell’Infotainment Ford Capri 2025

La nuova Ford Capri 2025 ha uno stile tutto suo e una ricca dotazione tecnologica. Ecco cosa c’è all’interno e all’esterno (ADAS) del SUV coupé che riporta su strada un nome iconico.

La Ford Capri 2025 è dotata di un avanzato sistema di infotainment Sync Move con un display touchscreen da 14,7 pollici, orientabile, che funge anche da copertura per il vano portaoggetti “My Private Locker”. 

L’interfaccia supporta Apple CarPlay e Android Auto in modalità wireless, oltre alla ricarica induttiva per smartphone.

Per quanto riguarda gli ADAS, il pacchetto Co-Pilot 360 offre una serie di tecnologie di assistenza alla guida di Livello 2, tra cui il Lane Centering, il Lane Change Assist, ilActive Park Assist e le telecamere a 360 gradi.

Toyota Prius Hybrid: 30 anni di magia a fianco degli automobilisti

Ad elencare tutti gli eventi speciali che, intorno al 1995, hanno interessato quasi tutte le “alimentazioni” o “piattaforme” endotermiche, si potrebbe nominare proprio l’anno 1995 come quello destinato ad un “Giubileo motoristico”. 

In effetti una serie di innovazioni, scoperte, record e debutti legati a questo anno Ve la posso elencare didascalicamente sperando (nel comtempo) di non aver scordato nulla e nessuno.

Come avete appreso nel ricordo anche di Autoprove mesi fa, una “Bugatti EB110” alimentata a metano conquista una bella serie di record sull’anello di Nardò in Puglia alla fine del 1994 e dunque “verso” il 1995;

Sempre nel 1995, o meglio a cavallo tra il 1995 e 1996 Mitsubishi introduce per prima al mondo il motore “SI” con iniezione diretta di carburante in camera di combustione (GDI, Gasoline Direct Injection), dando il via ad una architettura che diventerà molto diffusa negli anni a venire.

 

Inoltre si fa vedere per la prima volta all’interno dei vani di carico delle auto il serbatoio a sviluppo volumetrico toroidale (cioè a forma di ciambella) per le auto con doppia alimentazione a GPL e benzina; è stato sviluppato e prodotto per il mercato europeo dalla Stako in Polonia, proprio a partire dal 1995.

Inoltre sempre in quest’anno si accende una diatriba per pochi eletti e veramente informati: è nato “prima” il Common Rail installato sulle Alfa “156” a partire dal 1997; oppure hanno ragione Shohei Itoh e Masahiko Miyaki di “Denso Corporation” a rivendicare la primogenitura, avendo dotato i motori del Light Truck “Hino Ranger” del loro sistema ECD-U2P composto da pompa di alimentazione, common rail, iniettori, ECU e EDU?

Insomma, una vera e propria “nuova Primavera” per GPL, per Metano, per Benzina, per Diesel. 

Eppure, la “brezza” di una vera e propria rivoluzione si doveva ancora mostrare, al 31° Salone di Tokio dell’Ottobre1995 dove viene presentato un prototipo che, in quel momento, passa quasi sotto silenzio; ma che, ben 30 anni dopo, rimane il capostipite non solo di una generazione di auto ma ben di più di una vera e propria nuova dimensione di mercato. Ma raccontiamo questa storia dall’inizio.

I primi passi di una leggenda

Nell’estate del 1993 Eiji Toyoda (presidente onorario Toyota) inizia a stimolare il management del Marchio sulla opportunità di identificare un concetto di mobilità e di tecnologia in grado di evocare e rappresentare il XXI secolo in arrivo.

Da qui il nome in codice “G21” di un progetto in cui “G” stava per “Global” e “21” per il XXI secolo.

Il progetto G21 prese forma con Takeshi Uchiyamada, allora membro della Divisione Amministrazione Tecnica e fulanciato ufficialmente il 1° febbraio 1994, e diede vita ad un primo prototipo che – curiosamente – avrebbe dovuto adottare l’iniezione diretta di benzina per ottenere un extra risparmio di carburante nell’ordine di percorrenza di 20 Km. per litro.

La svolta avvenne a Novembre 1994 quando il vicepresidente Akihiro Wada definì la fattibilità del progetto esclusivamente nella architettura Ibrida.

Gli studi su un nuovo sistema ibrido iniziarono nel 1995 studiando diversi sistemi prima di decidere che l’architetturaa due motori – in parallelo – fosse l’opzione da perseguire e sviluppare. 

Arriva il nome “Prius” per denominare una vera Dinastia

Con la sigla di progetto “Toyota Hybrid System – THS” viene dunque dato il via anche allo studio di una Concept per l’ormai prossimo Tokyo Motor Show

Un “must” di progetto che ha rallentato l’esito del layout finale è stato quello di creare all’interno della Toyota quanto più materiale, quanto più Know How, quanta più componentistica possibile evitando al massimo la “dipendenza” da supplier esterni nella realizzazione di una tecnologia nella quale comunque la Casa giapponese non aveva molta esperienza.

Il motore elettrico, l’inverter e l’elettronica di supporto e gestione sono stati dunque delegati allo Staff progettuale interno; ovviamente era impossibile esulare da una necessaria partnership in tema di Batterie, ed ecco la sinergia con Matsushita Battery Industrial Co. Ltd., con cui aveva già collaborato nella ricerca sui veicoli elettrici. Tanto per capirci, per trovare il sistema ibrido più adatto alla G21, ormai chiamata Prius, il team di Uchiyamada ha valutato 80 alternative prima di restringere la lista a quattro, basandosi principalmente sull’efficienza dei consumi.

Nella descrizione di questa storia, tuttavia, deve entrare un elemento “esogeno” ma purtroppo determinante: il 17 Gennaio del 1995 nell’area di Hanshin (Kobe) si verifica un terremoto terribile che ebbe effetti sugli Impianti e sui magazzini di diversi Marchi industriali giapponesi, compreso Toyota che tuttavia ha patito effetti peggiori di altri a causa della vigenza nella catena produttiva del Marchio della “Lean Chain” e del “Just in Time” legato ad una movimentazione estrema di componenti e semilavorati al fine di abbattere i costi di magazzino dislocando in una rete di subfornitura territoriali la soddisfazione del fabbrisogno variabile. In parole povere, con scorte al minimo e la indisponibilità temporanea di supplychain in casa Toyota le prime settimane dell’anno furono particolarmente dure.

Ma purtroppo non è l’unico evento drammatico, per il Giappone, in quell’anno: il 20 Marzo del 1995 un attentato terroristico dentro la metropolitana di Tokio con gas Sarin provoca 20 morti ed oltre 6000 intossicati gravi.

Salone di Tokio, la prima per “Prius”

Ma torniamo al progetto: al Salone dell’Auto di Tokyo la concept car Prius viene accolta senza clamore anche se il “Toyota Hybrid System (THS) attira molta curiosità: 18 mesi ininterrotti e frenetici in casa Toyota per creare da zero una tecnologia destinata a cambiare le sorti del mercato auto negli anni a seguire.

E si arriva al 1997, con la Terza Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP3)di  Kyoto nel dicembre 1997, e per questo si era tenuta una conferenza stampa il 25 marzo 1997 in un hotel di Akasaka, Tokyo e puntualmente il 14 Ottobre 1997 la Toyota presenta ufficialmente la “Prius” Prima edizione: disegno di Irwin Lui, qualità nipponica e garanzia Toyota, fu un vero colpo di mercato.

1997-2023: storia di una Dinastia. Prius

La Prius fu subito nominata Auto Giapponese dell’Anno nel 1997 ed alla conferenza COP3 di dicembre fu utilizzata come taxi per i partecipanti per mostrare in modo tangibile l’attenzione della architettura Ibrida verso l’ambiente.

Nel 1999/2000 Toyota punta all’Export anche in virtù di una linea più “sportWagon” occidentale. Ma arriva, inesorabile, anche la prima concorrente, non a caso la “Honda CivicHybrid”.

Per il modello 2004, la Toyota Prius ha ricevuto un significativo restyling, con linee più tese e maggiore spazio interno. Tra le novità del veicolo c’erano un compressore del climatizzatore completamente elettrico e una batteria NiMHpiù piccola e leggera.

Con la terza generazione, nel 2009, vengono introdotte le modalità di guida selezionabili. La modalità Power migliorale prestazioni, la modalità Eco ottimizza i consumi e la modalità EV passa alla sola propulsione elettrica.

La quarta generazione della Toyota Prius debutta nel 2014. Il modello ha un aspetto notevolmente diverso, con bordi più lisci e un design audace e sorprendente.

Con la quinta generazione della Toyota Prius, il veicolo assume un aspetto futuristico, ma elegante come sempre. La trazione integrale E-Four disponibile rende la guida semplice su qualsiasi terreno.

Riccardo Bellumori

Nuova Mitsubishi Eclipse Cross: Rendering Totale

Mitsubishi Eclipse Cross sta per arrivare nella sua seconda generazione.

All’inizio di questo mese, la casa automobilistica giapponese ha annunciato un nuovo modello per l’Europa, che riceverà il nome familiare in Russia di Eclipse Cross. Utilizzando i teaser disponibili, abbiamo deciso di presentare l’aspetto della vettura.

Il Mitsubishi Eclipse Cross della prima e unica generazione ha debuttato nel 2017, diventando una versione di serie della XR-PHEV, presentata nel 2013. Nell’autunno del 2020, la vettura ha ricevuto un restyling e ora Mitsubishi si prepara a presentare in anteprima la nuovissima Eclipse Cross, che sarà realizzata secondo una ricetta completamente diversa. Secondo la strategia dell’alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi adottata qualche anno prima, tutti i nuovi modelli del marchio giapponese diventeranno varianti rielaborate di vetture Renault. Su questo principio sono già state realizzate la hatchback Colt (Renault Clio) e la nuova crossover ASX (Renault Captur). Mitsubishi ha in programma altri restyling simili e uno di questi sarà la nuova Eclipse Cross.

Rendering Kolesa.ru

DATI TECNICI E MOTORI

La nuova Mitsubishi Eclipse Cross basata sulla Renault Scenic E-Tech, che ha debuttato nell’autunno del 2023. Abbiamo a disposizione alcuni teaser, che mostrano alcuni frammenti degli esterni della novità. Possiamo aspettarci di vedere un frontale ridisegnato con nuovi fari, che riceveranno l’originale grafica delle luci di parcheggio a LED, costituita da strisce orizzontali. Un motivo simile di luci di parcheggio sarà presente anche nei fari, che potrebbero mantenere la loro forma. Inoltre, il crossover avrà dischi ruota dal nuovo design.
Dal punto di vista tecnico, la nuova Eclipse Cross replicherà sicuramente il crossover elettrico Scenic E-Tech. Quest’ultimo è dotato di un singolo motore elettrico sull’asse anteriore, presentato con due opzioni di potenza – 170 e 218 CV. L’autonomia dichiarata è rispettivamente di 424 e 614 chilometri.

La nuova Mitsubishi Eclipse Cross sarà presentata in anteprima a settembre di quest’anno. Nel frattempo, l’altro giorno ha fatto il suo debutto la Mitsubishi Xpander aggiornata.

Toyota GR Corolla: parte la produzione in UK

Toyota ha annunciato che inizierà a produrre la GR Corolla nel Regno Unito a partire dal 2026. Secondo la casa automobilistica giapponese, i preparativi presso il Toyota Motor Manufacturing UK (TMUK) sono iniziati nel 2024, e la prima unità della hot hatch dovrebbe uscire dalla linea di produzione l’anno prossimo.

Lo stabilimento TMUK di Burnaston, nel Derbyshire, è in funzione dal 1992 e il primo modello assemblato è stato la berlina Carina. L’impianto ha prodotto anche tre generazioni della berlina Avensis e della Auris. Attualmente produce la Corolla (compresa la Touring Sports).

L’aggiunta della Corolla GR alla linea di produzione renderebbe lo stabilimento di Burnsaton la prima fabbrica della Casa automobilistica al di fuori del Giappone ad assemblare un vero prodotto Gazoo Racing. In precedenza, la GR Corolla veniva costruita esclusivamente in Giappone nello stabilimento di Motomachi, insieme alla GR Yaris.

La Toyota GR Corolla sarà costruita nel Regno Unito a partire dal 2026: il primo sito di produzione per le auto GR al di fuori del Giappone.

Per quanto riguarda il resto della gamma Gazoo Racing, la GR86 è prodotta da Subaru nello stabilimento di Gunma, in Giappone, mentre la GR Supra è prodotta nello stabilimento Magna Steyr di Graz, in Austria.

LA SCELTA STRAREGICA

Nonostante la GR Corolla sia destinata a essere prodotta nel Regno Unito, la hot hatch non è venduta nel Paese e nemmeno in Europa, sebbene la maggior parte dei mercati del Vecchio Continente riceva la GR Yaris. Toyota afferma che rivelerà i dettagli dei mercati di vendita (della GR Corolla prodotta nel Regno Unito), i volumi di produzione e i livelli di investimento in una data successiva.

Un rapporto di Reuters rivela che le auto prodotte nel Regno Unito saranno esportate negli Stati Uniti, con un massimo di 10.000 unità previste a partire dalla metà del 2026. Gli Stati Uniti impongono attualmente al Giappone un dazio del 25% sulle auto, ma il prelievo sulle auto prodotte nel Regno Unito è stato recentemente ridotto al 10% dal 27,5% fino a 100.000 unità all’anno.

Nuova Alpine A110 2026: Anteprima

La nuova Alpine A110 sta per arrivare sul mercato. Il modello punterà su uno stile nuovo e sulla trazione 100% elettrica.

Un’immagine pubblicata in occasione della rivelazione dell’A390 permette di apprendere di più sul design della futura A110 elettrica, attesa per la fine del 2026. Contro ogni aspettativa, la berlinetta dovrebbe rivisitare la firma luminosa iconica del modello attuale. Focus su questo dettaglio che non è affatto insignificante.

Rendering Largus.fr

LA NUOVA GAMMA ALPINE

Il 27 maggio 2025, Alpine ha svelato la sua berlina fastback A390. In tale occasione, la casa automobilistica francese ha diffuso un’immagine che riunisce il nuovo modello, atteso per l’autunno 2025, la city car A290 e la prossima generazione dell’A110, mostrata sotto un velo scuro. Questo scatto smentisce le ipotesi secondo cui la futura berlinetta adotterà una firma luminosa ispirata a quella dell’A390, dell’hypercar A424 e del prototipo Alpenglow. Questa informazione dimostra che i futuri modelli del marchio non avranno tutti lo stesso aspetto.

Nuova Jeep Cherokee 2026: il Teaser

Il crossover Jeep di sesta generazione debutterà alla fine di quest’anno. È noto che il modello sarà offerto con un allestimento ibrido. Inoltre, il marchio ha promesso un “prezzo competitivo”.

La precedente Jeep Cherokee con indice di fabbrica KL ha debuttato nel 2013. Questo crossover ha colpito i fan del marchio per il design del frontale, che presentava un’ottica a due livelli. L’immagine del modello è stata criticata senza pietà, così dopo il restyling, effettuato proprio alla fine del 2017, la Cherokee ha ricevuto fari ordinari. E questo nonostante il fatto che in seguito i fari a due piani siano diventati la norma: persino la nuova Audi Q3 li avrà. Comunque sia, la produzione della Jeep Cherokee di quinta generazione è stata cancellata nel 2023. Già prima della cessazione della produzione, si sapeva che il modello avrebbe avuto un successore.

Oggi la divisione nordamericana di Stellantis ha pubblicato le prime immagini e il video teaser del crossover di sesta generazione. E sì, il modello ha mantenuto il nome Cherokee: in precedenza c’erano state informazioni, come se Jeep potesse rifiutare questo nome in segno di rispetto per il popolo indiano Cherokee.

IL CAMBIO DI PASSO

Questa volta il marchio non ha sperimentato con il design: la prossima Jeep Cherokee ha ricevuto un look piuttosto tradizionale. Il crossover di nuova generazione si è rivelato più brutale del suo predecessore: ha una carrozzeria “squadrata”, un paraurti anteriore imponente e fari dalla forma più rigorosa. Naturalmente, la griglia del radiatore della Cherokee presenta delle fessure caratteristiche. La poppa e gli interni non sono ancora stati svelati.

Stellantis ha dichiarato che il crossover sarà offerto con un powertrain ibrido “nuovo, efficiente e potente”. Ma non ci sono ancora dettagli sulla tecnologia. Non si sa nulla nemmeno della piattaforma. Alcuni media esteri ritengono che la Jeep Cherokee sia basata sul “carrello” STLA Large, su cui si basa la Jeep Wagoneer S elettrica. Secondo un’altra versione, come la nuova Jeep Compass appena presentata, la “sesta” Cherokee è costruita sulla piattaforma STLA Medium.

Da Livorno a Le Mans 1965: Bizzarrini sul tetto del mondo

Lo scorso anno, sessanta anni fa, Giugno 1964

Avevamo salutato un gruppo di avventurosi scalmanati partiti sulla Via Aurelia per andare a cercare gloria a Le Mans accompagnando una belva rosso corsa pronta a mordere l’asfalto della pista come anche, mesi prima, aveva fatto tremare i muri portanti delle due palazzine affacciate su Via Ippolito Nievo a Livorno, dalla cui autorimessa “Autostar” nell’estate del 1963 quel mostro satanico aveva fatto urlare a pieni polmoni gli otto cilindri del suo motore Chevy 5,3 litri al centro di una sorta di “chiostrino” tra i palazzi in Via Ippolito Nievo tra il civico 106 ed il 118 (dove oggi si trova un carinissimo Bar d’angolo e poco distante un monumentale Iper del Lidl) 

Il 20 Giugno del 1964, in un altro Sabato che già resta alla storia, dallo Start numero 32 della “24 Ore di Le Mans” parte per la prima volta una vera e propria “belva” rossa, bassa, attraente e muscolosa con un bel numero “1” in campo bianco.

Pochi mesi prima, ad Aprile 1964, Renzo Rivolta (brillante, flemmatico, elegante e davvero stimabile Capitano di Industria con la sua “Iso” a Bresso) aveva annunciato, forse con sua stessa sorpresa, la partecipazione alla “24 Ore di Le Mans” per un Marchio che pur destinato a “rompere le scatole” a Ferrari, Aston Martin, AC Cobra, Jaguar o Chevrolet nel campo delle Super Gran Turismo era comunque interessato al mercato delle auto sportive ma di grande prestigio, quelle insomma che a Maranello corrispondevano ad una parte limitata della Gamma del Cavallino idealmente nato per andare a correre in Pista; mentre per Rivolta la sportiva ideale – seppur potentissima e veloce – era quella entro cui si doveva poter entrare “con il cappello sulla testa” (come con una formula verbale furba e popolare lui stesso aveva saputo definire le sue auto) tanto per inquadrare come Cliente tipo delle creature di Bresso il Manager ed il ricco industriale che cercava nella sua “DreamCar” non solo la sportività ma anche il comfort ed il prestigio.

 

Cosa aveva dunque spinto il ricco Industriale di Bresso (pur nativo di Desio) a cedere al fascino delle Gare con un mostro spinto da un V8 Chevy da 5,3 lt. per 400 cv chiamato “IsoA3/C”?

Renzo Rivolta e Giotto Bizzarrini: sinonimi e “contrari” sul futuro della Iso

Il Commendator Renzo aveva ceduto alla amabile autorevolezza, all’entusiasmo ed all’indubbio pedigree tecnico del suo Consulente Giotto Bizzarrini che, a fianco di Pierluigi Raggi aveva da poco partecipato alla nascita della “GT 300/340” come prima Gran Turismo della Iso: una pietra miliare sia a Bresso che nel mercato delle sportive di alto rango uscita fuori dalla revisione totale e copernicana operata sulle ceneri della Gordon Keeble cui Renzo Rivolta si avvicinò superandone i concetti chiave tenendo tuttavia per sé tre degli elementi discriminanti che caratterizzeranno la “GT” Iso: linea tre volumi classica e sportiva, motore Chevrolet, identità allo stesso tempo sportiva e signorile.

 

Ma forte dello slogan maranelliano “Chi vince la Domenicaha tanta pubblicità gratis” coniato da Enzo Ferrari e, soprattutto, ossessionato dalla ambizione di battere le Ferrari nel loro stesso campo di battaglia, Giotto Bizzarrini vedeva l’impegno sportivo di Iso quasi come un “mantra”: 

e per questo, finanziato parzialmente da Renzo Rivolta, aveva avuto in concessione lo sviluppo e la gestione del suo Team sportivo, la “Scuderia Bizzarrini”, che derivava a sua volta dalla evoluzione della “Autostar” trasformata dal 1964 in “Società Prototipi Bizzarrini 

S.rl. – Livorno” traslocata in Via G.B. Lulli – zona Salviano – in un locale più ampio della ex Autorimessa di Via Nievo.

Oggi questa Officina, un edificio a parallelepipedo circondato da un giardino perimetrale, esiste ancora attiguo ad una Palestra, un Supermercato ed altro; ma tra il 1964 ed il 1966 era qualcosa a metà tra un palcoscenico di eccellenza visitato da ragazzi ed abitanti del luogo che si ponevano in religioso silenzio intorno alla struttura per vedere e sentire quei diavoli a quattro ruote; dall’altra – come sede anche della “Scuderia Bizzarrini”- Via G.B. Lulli era l’area di parcheggio, movimentazione e carico/scarico anche dei mezzi di servizio di Giotto: un furgone Fiat 238, un furgone “Alfa Romeo F12” e sporadicamente un bilico.

E la “Prototipi Bizzarrini” comincia anche a muoversi come una vera “Factory”: elabora  motori ed assetti per Clienti esterni (continuando a collaborare anche con la “Campagnolo Amadori” per la quale aveva mantenuto un mandato di rappresentanza insieme all’amico e collega Ingegner Maltinti) ma soprattutto Giotto – pur continuando a collaborare con la Iso a Bresso, come Consulente Tecnico esterno – si dedica allo sviluppo ed evoluzione delle “sue” specifiche e indiavolate creature motorizzate.

Certo, la settimana lavorativa di Giotto è abbastanza “sofferta”, ancora in rapporto professionale con Renzo Rivolta e, è bene ricordare, in un’epoca in cui Internet, posta elettronica e teleconferenze non esistevano: il Lunedì mattina presto partenza per Bresso, e ritorno a Livorno il Venerdì sera per supervisionare il lavoro dei suoi collaboratori in Officina e – se occorre – darci giù di martello e fiamma ossidrica per finire o perfezionare un lavoro.

Inizia la programmazione della famosa “Barchetta” P538, pensata per mettere in posizione posteriore centrale il V8 Chevy della A3/C e disegnata – come sempre dalla sinergia di Giotto con Pietro Vanni – in forma “aperta” e molto più muscolosa della stessa Iso A3/C; 

Tempi avventurosi, in cui Giotto rendeva frullini, presse e trapani concorrenti poveri ma dignitosi dei macchinari da sogno di cui potevano disporre i suoi avversari a Maranello, a Coventry, a Newport Pagnell, a Stoccarda. 

Giotto Bizzarrini, la Factory “avventurosa” e il miracolo livornese

Tempi in cui per le parti di vetroresina le factory preferite da Giotto erano i cantieri navali di Livorno e Cecina, e i “Suppliers” erano rettificatori e meccanici artigianali “assoldati” di volta in volta secondo bisogno.


Tempi in cui il Circuito “ufficiale” di Bizzarrini era il Mugello solo in casi estremi e necessari, ma la vera “Fiorano” di Giotto era il famoso ed epico “Circuito delle Spianate” tra Castiglioncello e Rosignano, in provincia di Livorno.

Spianate” era un circuito per modo di dire: intorno e vicino all’omonimo “Laghetto delle Spianate” – oggi oggetto di riqualificazione da parte delle Amministrazioni territoriali competenti – era stato avviato ed attrezzato (limitandolo al traffico circostante) un Cantiere comprensivo di una zona edificabile immaginata ai tempi come Centro residenziale di alto rango, vicino alle zone balneari della famosa e rinomata “Riva degli Etruschi”.  

Oggi il cosiddetto circuito è facile da localizzare: se percorrete Castiglioncello diretti al Laghetto, potete approfittare delle evoluzioni curvilinee di Via delle Spianate che si incrocia ai due estremi con Via del Solferino. Un Circuito impegnativo di circa due chilometri a forma di “boomerang molto sofferto.

La via di accesso al Cantiere, in quel periodo vicino al 1965,immetteva in un tragitto perfettamente asfaltato che perimetrava lo stesso laghetto nella sua circonferenza; in certi giorni in cui il traffico era quasi inesistente, i giovani appassionati di auto e moto si radunavano chiudendo l’accesso al circuito. 

Piccolo palcoscenico di un mondo perduto fatto di passione ed avventura, e dove passione ed avventura si uniscono c’era e non poteva mancare Giotto, che alle “Spianate” a costo zero testava le sue Concept, le auto dei Clienti e valutava giovani talenti cui affidare potenzialmente un volante.

Qui si tenne anche qualche edizione del “Gran Premio Riva degli Etruschi”, per promuovere proprio la zona residenziale: si tenevano Gare di Formula “4” definita anche Formula “K250”, con piccole monoposto. In una di queste Gare, tra un trofeo, un pranzo veloce al Ristorante storico “Le Spianate” di Nello Sartori, Giotto Bizzarrini adocchia Giuseppe Nieri, un giovane talento di solo 25 anni che proviene da una famiglia di ottimi Pasticcieri di Cecina, e che diventerà il Tester di fiducia di Giotto ed episodicamente Pilota ufficiale della “Scuderia”.

Tutto molto avventuroso e coraggioso, senza praticamente nulla della dotazione strumentale e dei macchinari con cui la concorrenza ambita da Bizzarrini costruiva le proprie Supercar: Giotto aveva come macchinario speciale il suo genio, il talento e la creatività sua e dei giovani avventurosi che lo seguivano: Paolo Niccolai,  Prampolini, Vanni, Sancasciani, Corradini. Siamo ancora tra Via Nievo e Via Lulli, e la squadra di Giotto ha ancora pochi ma preziosi adepti

Le Mans, si replica: Giotto sul tetto del mondo (a modo suo)

Tra quel gruppetto si trovano gli eroi che tentano la prima Le Mans del 1964 e rischiano persino di segnare davvero la storia: la Iso A3/C numero “1” durante la notte si mette al nono posto, e sembra averne ancora, con una dote di velocità che imbarazza persino la Ford GT40, la più veloce del lotto. 

Insomma, ad un passo dal miracolo (se si fosse posizionata un poco più su e vi fosse stato qualche prezioso abbandono ai primi posti, Giotto e la sua squadra avrebbero potuto persino chiudere la 24 Ore sfiorando il Podio) durante una ultima sosta al Box all’alba si incastra una pasticca nel freno posteriore all’atto della sostituzione. Quasi un’ora persa per chiudere, comunque, in modo dignitoso ed eroico quella prima edizione da debuttanti alla Le Mans.

Solo che la “Le Mans” del 1965 non inizia sotto i migliori auspici: la “Iso” da un lato deve affrontare il problema commerciale delle nuove norme anti emissione statunitensi, per potersi adeguare alle quali servono un sacco di soldi; dall’altra parte il confronto tra diverse visioni strategiche di Renzo Rivolta da un lato e da Giotto dall’altro porta alla rottura definitiva: a Rivolta le Gare non interessano, mentre Giotto al contrario sembra non poterne fare a meno. 

La rottura tuttavia deriva dalla incompatibilità ormai tra un concetto di lusso sportivo che Rivolta continua a voler ricercare, e la dissacrante concezione sportiva estrema che anima Giotto nelle sue realizzazioni: forse mai Bizzarriniavrebbe dato vita alla “S4” ovvero “Fidia” e dall’altro lato Rivolta cominciava a vedere quella “A3/C” come un corpo estraneo alla sua filosofia commerciale ed industriale.

Soprattutto mai Renzo Rivolta avrebbe permesso nella sua fabbrica di Bresso la realizzazione del numero minimo di 100 esemplari previsti dalla “FIA” per poter omologare ed iscrivere la “A3/C” nella Categoria “Gran Turismo” uscendo dalla iscrizione “Prototipi”. La differenza non era solo regolamentare o parametrica, ma marcava la differenza con la possibilità reale di battersela direttamente con le Ferrari nella leggendaria “Divisione III” sopra i due litri di cilindrata. Chiamatelo dente avvelenato, chiamatela ossessione, ma Giotto non voleva essere “l’ombra” del Drake nella Categoria Gran Turismo (varata dalla FIA nel 1961) ma al contrario fare delle rosse del Cavallino l’ombra delle sue “Iso/Bizzarrini”; ed in particolare come un moderno “Urano” avrebbe voluto che la sua “A3/C” divorasse la “figliastra” 250 GTO cui aveva contribuito attraverso la famosa “Papera”.

Perché almeno una volta a Giotto questa impresa era già riuscita con la “BreadVan” Drogo proprio su base GTO: la più “Papera” di tutta la storia della mitica Gran Turismo di Maranello.

Giotto e l’avventura da Costruttore: ma con “Le Mans” 1965 nel carniere

A quel punto le strade tra l’Ingegnere livornese e Renzo Rivolta iniziano a divergere: quella “Le Mans” 1965 è l’ultima di un quasi “ex sodalizio” che porterà alla fine del rapporto di consulenza e ad una sorta di parziale integrazione liquidatoria verso Giotto, da parte di Rivolta, consistente nella concessione a prezzo di costo di materiale tecnico e componenti utili per la realizzazione di una miniserie di circa cinquanta “evoluzioni” della Iso A3/C che, negli accordi reciproci, Rivolta cede a Bizzarrini come diritti della “A3/C” affinchè questi possa avviare una nuova linea produttiva – ovviamente ridenominata “5300 GT” – a Livorno; mentre a sua volta Giotto cede a Rivolta i diritti di uso di un Marchio, “Grifo”, che Bizzarrini aveva tempo prima registrato e brevettato per il mercato automobilistico.

Ovviamente alla data del 19 Giugno 1965 (giorno di partenza della Le Mans) tutto questo è ancora un futuro prossimo e in procinto di esitare alla fine dello stesso anno: adesso è Mercoledì 16 Giugno, il sole è ancora tiepido e i fronti di battaglia che si animano sono ben due, verso quella Le Mans in partenza il Sabato.

1965, l’allegra brigata riparte: da Modena, da Livorno, direzione Le Mans

Era un ragazzino, Paolo Niccolai, quando nell’estate del 1963 Giotto Bizzarrini lo aveva chiamato a lavorare dentro Via Ippolito Nievo: primo incarico, ripassare a china i disegni tecnici. 

Da quel momento per Paolo inizia un rapporto professionale e di amicizia sincera con il genio livornese e con la “Autostar” della quale Paolo è di fatto il dipendente numero due dopo Mauro Prampolini

Come per la edizione del 1964, anche nel 1965 Niccolai è in prima linea nella fase preparatoria della Scuderia verso Le Mans. Quel Mercoledì Paolo, concordati precedentemente tutti i passaggi con “Patron Giotto” rileva da Via Lulli il furgone “F12” e si dirige in direzione Modena, alla Carrozzeria “Neri & Bonacini”. 

Il motivo è semplice: presso la storica Carrozzeria e’giàarrivato l’esemplare di “Iso A3/C” prescelta da Giotto ed inviata alla Carrozzeria per le lavorazioni e gli affinamenti preliminari alla Gara; e se l’anno prima Giotto aveva cercato di replicare genuinamente Alfred Nebauer (lo storico D.S. Mercedes) cercando di grattare via la vernice rossa dalle sue Iso per risparmiare peso lasciando la carrozzeria in alluminio satinato e battuto (una velleità però impossibile a norma di regolamento che stabiliva la riconoscibilità di ciascuna auto attraverso la pigmentazione con il colore nazionale stabilito dalla Federazione Internazionale) nella edizione dal 1965 il problema è risolto alla radice dalla nuova carrozzeria in fiberglass dei Cantieri Catarsi: 20 chili risparmiati sull’avional alluminio che, certo, mantiene la peculiarità di essere più “riparabile” rispetto alla vetroresina ma purtroppo pesa. 

 

La Iso A3/C per Le Mans arriva ad avere oltre 400 cv per un peso a secco di poco più di mille chili. E guardate che berlinette chiuse biposto da circa due chili e mezzo per cavallo erano rare all’epoca.

Come detto, Mercoledì 16 Giugno Paolo si mette in viaggio verso Modena: è pomeriggio e l’obbiettivo è quello di raggiungere in serata il convoglio che dirigerà alla volta di Le Mans; dentro quell’Alfa Romeo “F12” che ha già sulle spalle qualche giro del mondo in termini di percorrenza svolta, il giovane collaboratore di Giotto ha stipato quello che può occorrere a supporto dell’Assistenza in Gara: dischi, pinze e pasticche freno, parti di motore, differenziali e semiassi, e tutto quello che da un lato potrebbe dover essere cambiato sulla “A3/C” e che dall’altro può entrare a forza nel vano di carico.

Un bolide pronto corsa, ed un furgone su strada. E si rompe il furgone!!!

Sembrerebbe tutto normale, per quei tempi, ma una volta raggiunta la Carrozzeria “Neri & Bonacini” in tarda serata, il tempo di un pasto e di un veloce riposo perché alla mattina presto di Giovedì 17 Giugno la zona artigianale modenese (dove era insediata la Carrozzeria) viene svegliata dal rombo del V8 elaborato corsa con batteria di Weber da 45, teste lavorate con valvole maggiorate e profili camme rialzati più tutta la serie di ritocchi che portano la potenza della Iso A3/C fin poco sopra i 400 Cv. 

Potenza ragguardevole per prototipi destinati a percorrere, tra prove e 24 Ore, almeno 4500 chilometri: ma la vera impresa, come sempre, nasce al momento della partenza “da casa”.

Perché per le risorse finanziarie all’osso e nella piena fiducia nella indistruttibilità delle sue “Iso” seppure pronte corsa, Giotto decide ancora una volta di affrontare i circa 1400 chilometri e le 15 ore di viaggio (che all’epoca coprono la distanza stradale da Modena/Carpi e Le Mans) con un convoglio formato da una belva rossa A3/C, il furgone “F12” ed una auto al seguito.

E qui comincia l’avventura raccontata meravigliosamente da Paolo Niccolai: lui, partito da Livorno con l’Alfa “F12” verso Modena inizia a sentire un rumore poco piacevole provenire dal motore, in un crescendo che non rassicurava di certo. 

Per cui, arrivato a Modena quel “F12” il gruppetto di avventurosi decide una mossa azzeccata per un verso ed assurda per un altro: quel furgone rischia di non riuscire a superare neppure il confine italofrancese; deve perciò tornare indietro quella sera stessa…..Già: ma i ricambi?

Che problema c’è? 

Prendi la Iso “A3/C” pronto corsa, con il minimo irregolare, il regime da idiosincrasia sotto i 4000 Giri/min ed una volumetria appena sufficiente per un pilota: riempila dei ricambi che puoi stiparvi dentro, ed il resto distribuiscilo per il seguito del convoglio ricreato di emergenza: è il gioco è fatto!

Che problema vuoi che sia, per il bolide da Pista preparato per fare 4500 chilometri a medie superiori ai duecento orari, percorrere ulteriori 1400 chilometri sulle strade pubbliche e pieno zeppo di componenti meccaniche? 

Ma proseguiamo con il racconto di Paolo che nella notte tra Mercoledì 16 e Giovedì 17 Giugno del 1965 sta tornando da Modena verso Livorno sulla Autostrada del Sole con quel “F12” pericolante: il suono ed il rumore poco rassicurante diventa, alla altezza di Pian del Voglio, un incubo. 

L’albero motore del furgone si spezza di netto e l’Alfa Romeo si pianta di colpo in mezzo all’Autostrada: ad essere superstiziosi con quel “17”, ci sarebbe da dire; ma Paolo riesce a condurre al bordo esterno il mezzo e, pur senza cellulari ed altro, riesce a reperire un vecchio carro attrezzi per caricarlo e con cui, mestamente, fa ritorno alle sette di Giovedì mattina a Via Lulli……Una esperienza che Paolo non scorderà mai più e che porta dentro al cuore ancora oggi. Dunque, forse anche l’orecchio e il feeling “predittivo” di Giotto aveva spinto alla mossa giusta e surreale di riempire quelle due Iso A3/C di ricambi ed arrivare, in tempo per l’inizio della kermesse, a Le Mans.

Le Mans 1965: 300 chilometri orari, la Iso A3/C fa davvero paura

Iso A3/C numero “3”, equipaggio tutto francese con RegisFraissinet e Jean de Montemart, Squadra Iso Grifo Prototipi Bizzarrini, Sabato 19 Giugno 1965. Si inizia la Le Mans più assurda della storia: il caldo pazzesco del giorno, la nebbia surreale la notte; ma anche la lotta tra Ford e Ferrari, la vittoria inimmaginabile della Ferrari 275 LM NART di Luigi Chinetti con Jochen Rindt e Masten Gregory al volante contro le Ferrari ufficiali; e su tutto il “pilota fantasma” Ed Huges, che avrebbe guidato (da pilota di riserva nella Scuderia Chinetti) nella notte annebbiata perché Gregory non ci vedeva bene e perché Rindt quella notte non si trovava ai Box. E poi l’eutanasia Ford che vede ritirate prima della sera tutte le sue auto; insomma una Le Mans davvero unica e leggendaria.

Dove la velocissima Iso A3/C numero tre conquista finalmente tre soddisfazioni: è tra le dieci auto più veloci sullunghissimo rettilineo delle Hunaudieres; è arrivata a battersela faccia a faccia con le più blasonate; ed è arrivata nona assoluta su solo quattordici vetture delle oltre trenta che avevano preso parte alla Gara. In una 24 Ore massacrante la Iso Rivolta avrebbe ben potuto pubblicizzare la sua “IsoA3/C” come l’auto da corsa più affidabile al mondo con quasi seimila chilometri (tra viaggi, prove e gara) sulle spalle in solo quattro giorni.

Ma il nono posto assoluto, che piazza la Iso prima delle Rover-BRM, o delle AC Cobra (tanto per fare esempi) è non solo un piccolo smacco inferto al Cavallino (dopo la vittoria del Team Satellite) ma anche un primato da Albo d’Oro: se infatti nel 1964 la A3/C pur arrivata oltre il quindicesimo posto era “putativamente” la vincente nella Categoria Prototipi oltre i 5000 cc poiché le sole iscritte all’edizione erano state le due Iso; nel 1965 la concorrenza è più marcata e ciononostante Giotto conferma la sua creatura PRIMA Ufficiale di Categoria con menzione in Albo d’Oro. 

Storie di cuore, storie di avventura, storie di uomini mossi dalla passione più bella. Come Giotto.

Riccardo Bellumori