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Volvo 240 Turbo VS Rover 3500 Vitesse: la guerra delle regine eretiche

Che anno strano, il 1985, per la Svezia: la patria della aristocrazia democratica, con la famiglia reale scovata a prendere tram e mezzi pubblici come tutta la popolazione.

Erano da poco spenti i riflettori sugli “Abba”, Bjorn Borg era ormai una gloria sportiva passata, ma le leggende sulla Svezia non si spengono per questo: una in particolare nasce in piena Guerra Fredda, e si svolge nei cieli tra Svezia e Russia anche se dal fronte statunitense tutto viene da tempo ridotto a forma di barzelletta.

 

Pare infatti che il caccia militare più diabolico e maledettamente veloce della storia (il Lockeed SR-71 Blackbird) avesse ripetutamente violato gli spazi aerei dellaSvezia (per poter spiare quel che avveniva in territorio sovietico) sorvolando il “Baltic Express” sul target “Codan” ad 80 Km. a Sud di Copenhagen; l’aviazione svedese decise così un bel giorno di darci un taglio, disponendo del “Saab JAS 37 Viggen”, il solo aereo al mondo all’epoca in grado di raggiungere velocisticamente il Blackbird.

E così il Maggiore Per Olof Eldh alzatosi in volo “agganciò” in scia il Blackbird  – ad Ovest della città di Visby sull’isola di Gotland – mettendolo sotto i mirini di puntamento dei suoi missili…Poteva accadere davvero il “patatrac”, ma per fortuna la faccenda finì con gli americani che disciplinatamente evitarono da quel giorno il sorvolo dei cieli di Stoccolma

Ma se questa poteva essere una leggenda, era invece molto reale l’inizio della fenomenologia “Nokia” legata al boom delle telecomunicazioni; e cominciava a diventare a sua volta un fenomeno di massa il sistema “IKEA” che apre, a Marzo 1985, il suo primo Store negli Stati Uniti. 

Proprio loro, gli USA, che tuttavia aprono il 22 Settembre 1985 il baratro davanti alla forza commerciale della Corona svedese: con l’allora “Accordo del Plaza” il famigerato “G-5” (USA, Giappone, Gran Bretagna, Francia, Germania) accorda alla FED ed alla Casa Bianca la facoltà di svalutare temporaneamente il Dollaro per ridurre il deficit commerciale enorme che l’economia americana ha accumulato a causa soprattutto dell’onda di importazione da Giappone ed Europa. 

Proprio qui in effetti si “annidavano” tuttavia i due Paesi più aggressivi nell’export proprio in virtu’ della debolezza valutaria in relazione ai mercati di approdo: Italia e Svezia.

Tuttavia, mentre per l’Italia si era stabilizzato un mercato dell’export “Consumer” fortemente improntato sul lusso (Food, Moda, Design ed Arte,Automotive) che era abbastanza resiliente agli aumenti di listino; per contro l’industria italiana dell’Automobile era decisamente rivolta al consumo interno. 

Tutto il contrarìo della Svezia, che aveva nell’export di auto, moto e High Tech un motore fondamentale moltiplicato dal rapporto valutario tra Corona Svedese ed altre valute “forti”. 

A Settembre 1985, nei lussuosi Saloni del “Plaza Hotel” alla 59° Street Central Park – New York, il Governatore FED Paul Volcker concordò con gli altri quattro membri del “G5” la svalutazione immediata del Dollaro sui mercati finanziari: a causa di questo di colpo la Corona Svedese portò i Listini americani delle auto svedesi (Saab e Volvo) davvero vendutissime a costare migliaia di Dollari in più aumentando la soglia di divario economico che già era pesante.

Non fosse bastato questo, un anno dopo quel 1985 il delitto di Olof Palme rende improvvisamente la Svezia vulnerabile, inquinata, un poco marcia. Il Primo Ministro, simbolo del Paese, viene assassinato mentre discretamente e senza alcuna scorta torna a casa con la  moglie dopo la sera passata al Cinema.

Ma quel 1985, nel cuore degli appassionati e degli amanti della bandiera svedese, lascia anche un ricordo magico. E non solo a loro.

Perché anche per i britannici quel 1985 è particolare, e strano. La suggestione delle Falkland è ancora vicina, la strage dell’Heisel nella finale di Coppa Campioni ha marchiato per sempre con il segno della ignominia gli Hooligans e, nel frattempo, il Governo Thatcher rende pan per focaccia sul tema nazionalizzazioni ai suoi predecessori: la Stagione dell’aiuto di Stato è finito, le Aziende devono tornare sul mercato e Downing Street ha forzato la mano “privatizzando” e frazionando od accorpando tra loro Marchi un tempo tutti protetti sotto il tetto British Leyland di Michael Edwardes.

 

Nel 1984 uno di questi Marchi (e forse un vero emblema per i britannici) come la Jaguar riesce nel colpo del secolo: vincere il Campionato Europeo Turismo con la XjS 12 cilindri. Chiaro: difficile trovare concorrenti in termini di potenza per quel motore da incrociatore inglese; ma soprattutto, è grazie alla  cura di Tom Walkinshaw se quella super Coupè riesce a fare a stracci la concorrenza. 

Nello stesso tempo un grande Dave Thorpe nel Mondiale Cross Classe 500 conquista proprio nel 1985 la corona iridata e fa smaltire ai britannici un certo digiuno che dopo i Titoli di Hunt in Formula Uno e di Barry Sheene nel Motomondiale Velocità si era appalesato all’orizzonte.

Rimane però nei Sudditi della Regina la strana suggestione di aver visto decimare i Marchi storici e tradizionali dell’Automotive e delle due ruote soprattutto per una cretineria politica dei diversi Governi locali e sindacali. Ma in questo 1985 sta succedendo qualcosa che, nei Britannici così come negli svedesi, sta riportando gioia nel cuore.

Volvo e Rover: due regine eretiche per sconvolgere i canoni dello Sport

Il terreno di confronto è ancora una volta l’Europeo Turismo, dove si stanno affrontando faccia a faccia due vere e proprie regine, anche se eretiche: eretiche per almeno tre motivisimmetrici tra le nostre due eroine:

-Di fronte a plurivincitrici assolute o di Divisione(Alfetta GTV 2500, BMW 635 ad esempio) le nostre due regine sono comode berline seppure con due porte o persino cinque porte, con in più la “aggravante” di essere nativamente state concepite come berline “ammiraglie” di lusso e prestigio; 

-Riescono a vincere ed a confrontarsi al top per la virtù di saper massimizzare e rendere strategiche alcune loro caratteristiche che forse neppure la concorrenza poteva immaginare;

-Il loro exploit (quello di queste nostre due Regine) è merito anche della unione con uomini e Staff eccezional: Eggenberg per una di loro e sempre Tom Walkinshaw per l’altra.

Sto parlando ovviamente della Volvo 240 Turbo e della Rover “3500 Vitesse”. La loro Stagione 1985 rimane alla storia come una vera lotta tra leggendari Titani.

Campionato Europeo Turismo: Quando a vincere è l’auto sotto casa

Vediamo il contesto di questa favola moderna: metà anni Ottanta, il massimo quanto a periodo motoristicamente paradisiaco: soprattutto l’apoteosi ed il palcoscenico televisivo totale dedicato all’” auto all’angolo”.

Le riforme appena prima avviate dalla FIA con le nuove Categorie “Gruppo N/A” partite nel 1982 avevano definito un “format” di modelli da Gara visivamente più simili alle auto di serie; i limiti regolamentari stabiliti per appendici, parafanghi e passaruota, e misure fondamentali originarie da rispettare categoricamente sono la base per obbligare i Costruttori ad omologare per le Gare le versioni più sportive “native” o perlomeno più aderenti ad un concetto di sportività elevata. 

Riepilogando in estrema sintesi, le basi regolamentari della FIA prevedono dal 1982 e fino al 1986 tre Categorie di auto che “visivamente” possono o debbono avere fisionomie aderenti ai modelli di serie: Gruppo “N” (Strettamente di serie), Gruppo “A” (modifiche circoscritte e prestabilite dal regolamento) ed infine Gruppo “B” (Prototipi prodotti in minimo 200 unità targate identiche al modello da Gara ad esclusione dei dispositivi obbligatori per la circolazione su strada). Per quanto riguarda le nostre “eroine” la loro Categoria elettiva nell’Europeo Turismo è ovviamente il Gruppo “A”. 

Questo significava, a termini di regolamento, produrre un numero minimo di unità che venivano riscontrate e periziate e “punzonate” dalla FIA per la omologazione.

Ai fini delle categorie di partecipazione, ovviamente, esistevano precisi algoritmi e rapporti dimensionali “peso/cubatura/alimentazione” che contribuiva a creare le diverse Divisioni di iscrizione; e chiaramente la Volvo Turbo 240 (con cilindrata 2100 cc quattro cilindri Turbocompresso) e Rover “3500 Vitesse” V8 si trovano faccia a faccia nella stessa Divisione (e con BMW 635 ed altri “bestioni” da Pista) per effetto del coefficiente di proporzione tra motori aspirati e turbocompressi per effetto del quale un 2,1 litri sovralimentato era parificato ai 3000 cc. /3500 cc. della più pregiata concorrenza. Ma vediamole in dettaglio le concorrenti Regine in confronto tra loro. Testimoni di una epopea in cui lo Sport era siamese al popolo di tutti i giorni, all’uomo della strada. E tempi nei quali il genio dei preparatori era l’arma segreta per il successo. E vediamoli a confronto, questi uomini dietro le vittorie di Volvo e Rover.

Eggenberger Motorsport era il Team svizzero gestito da Rudi Eggenberger. Già protagonista vincente con BMW aveva scelto, nel 1985, la scommessa Volvo.

Mentre Tom Walkinsham di “TWR” era formalmente il Team campione in carica, nel 1985, avendo condotto all’Iride europeo la Jaguar Xjs.

Gruppo A, Europeo Turismo: il grande Circo della celebrità

Il “Gruppo A” era il paradiso dei Preparatori d’eccellenza: spianavano testate, “pallinavano” bielle, alberi, ingranaggi; alleggerivano monoblocchi, sceglievano con cura i pistoni stampati e rivestivano le canne di materiali speciali anti usura. Alleggerivano, equilibravano, ridisegnavano tutto il possibile nei limiti della “Fiche” regolamentare FIA. Una vettura derivata dalla serie omologata in Gruppo A era dunque opera di cesello, per ottimizzare ogni minima parte dell’auto in Gara. I risultati? Giudicate Voi.

Volvo presenta la Serie 200 nel 1974. Tutto sembra tranne che una sportiva, soprattutto nel confronto con la conterranea “Saab 99” decisamente più a suo agio nei contesti sportivi. Tuttavia la peculiarità della Serie 200 è di essere spaziosa, comoda, lussuosa ma leggera e dinamica (pur con l’inevitabile ponte rigido posteriore sulle ruote di trazione) e dunque nelle motorizzazioni a benzina più potenti che raramente si vedono in Europa mediterranea diversi piloti scandinavi si divertono nei Rally innevati della penisola.

La Serie 200 raggiunge subito un ottimo responso di mercato negli States, ed a quel punto si apre un nuovo fronte interno con Saab, che crea, perfeziona e porta alla vittoria la sua versione sovralimentata del motore 2000 cc. di derivazione Triumph.

 

Due Regine “di Famiglia” vanno in guerra: Volvo e Rover Gruppo A

Nel 1981 Volvo introduce il suo primo motore turbocompresso “B21 ET” con la 240 Turbo “2.1” che eroga154 CV (9 cavalli in più della Saab che, nel 1979, ha nel frattempo lanciato la “900 Turbo).

Varato il Gruppo A Volvo si rese conto che sviluppando una versione a due porte nei limiti regolamentari previsti per il Gruppo A (serie minima annuale di 5000 esemplari di cui 500 ulteriori unità per ogni evoluzione pronto Gara) avrebbe avuto l’arma perfetta per le Gare. 

Alcuni penseranno che in fondo, però, la “262” presentata nel 1977 poteva essere di già la base a due porte perfetta per un impiego in Pista, avvantaggiata da quei sette centimetri di altezza in meno del padiglione e dunque da una linea più fendente. 

Tuttavia la “lentezza” delle lavorazioni artigianali a Grugliasco e la maggiore facilità a produrre la nascente “242” (con scocca della 200 quattro porte rivisitata) portò verso una soluzione pragmatica ma forse meno “intrigante” con la “242 Turbo” varata nel 1983 e al debutto nel 1984 nell’impegnativo DTM. Le differenze tra la “Serie 200 Turbo” e la “240 Turbo Gr.A” sono strabilianti: la potenza – grazie a lavorazioni, turbina Garrett maggiorata ad 1,5 bar, sistema di iniezione d’acqua nel collettore di aspirazione per raffreddare l’aria in ingresso) passa da 154 a 340 Cv, il peso passa da 1320 a 1050/1100 Kg. a secco grazie a porte e cofani di alluminio ed alleggerimenti vari. 

Nel luglio del 1983, i 500 esemplari vengono sottoposti a un’ispezione di verifica su due aree negli Stati Uniti, una sulla costa Est e l’altra su quella occidentale. 

Nel 1985, anno vengono ingaggiati due team ufficiali:Eggenberger Motorsport che partecipa al campionato ETC con il nome di Volvo Dealer Team Europe. 

I piloti della squadra sono lo svedese Thomas Lindström, Sigi Müller Jr. della Germania Ovest, l’italiano Gianfranco Brancatelli e il belga Pierre Dieudonne ed un altro che partecipa ai Campionati nazionali più rappresentativi. Ed ora, passiamo all’altra Regina: Rover 3500.

Rover “SD1” Unconventional Queen

Quando parli di Rover SD1 del 1976 gli eruditi ti appioppano sempre davanti al muso la storia della “BMC 1800 Aerodinamica Pininfarina” di Paolo Martin del 1967. Nella visione di nuovo “prestigio sportivo e popolare” che la Rover – confluita ormai nel carrozzone para-pubblico “British Leyland Motor Corporation” guidato da Michael Edwardes – doveva abbracciare per non intaccare il mercato di Jaguar sopra di essa, e però sostituendosi alla Triumph appena al di sotto, la “SD1” nacque nel 1976 con un clamore dato dall’abbandono di ogni stilema a tre volumi tipica della produzione blasonata ma anche un poco antiquata britannica: il taglio a due volumi allungato disegnato da Bache non era solo un vezzo, per qualcosa come sei Ammiraglie su undici in Europa (Citroen CX, Lancia Gamma, VW Passat, Audi 100 Coupè, Renault 20/30, Saab 99); era anche un segno distintivo ed un nuovo concetto di comodità: avere il “Due volumi” esteso su una Ammiraglia permetteva di evitare la immancabile versione “Familiare”.

Ma che periodo è quello in cui nasce la SD1? Michael Edwardes, nominato plenipotenziario dentro il Gruppo esteso B.L.M.C. deve fronteggiare lo sciacallaggio sindacale ed operaio, mentre il mercato interno entra in crisi, il prodotto è scadente ed arriva sempre più minacciosa la concorrenza estera. Il Fac simile della auto “British”, purchè “Sedan” ed “Estate” con corredo di cromature, legno e copriradiatore deve lasciare spazio a forme e concetti in grado di tenere testa ai modelli tedeschi, francesi, giapponesi e italiani sempre più preferiti dal cliente interno.

Certo, alcuni “must” della produzione inglese rimangono ben in testa alle vendite ma basare la fortuna della bandiera UK alle sole “Mini Morris” o poche altre è un vezzo ormai inutile. In tutto questo, incredibile a dirsi, Edwardes definisce un piano di rinascita dove al primo posto del rinnovo di gamma si trovino più modelli “Top” che non popolari.

 

Decisione e strategia folle? No, pragmatica. Dall’altro lato contemporaneamente Edwardes sta cercando disperatamente Partners industriali disponibili a fornire in partnership catene di montaggio per auto di gamma “media”, mentre per la piccola e rivoluzionaria piccola “Metro” si corre ai ripari da un ritardo scriteriato di almeno un anno rispetto alle attese di produzione. 

 

Ma sul taglio” Top” Edwardes sa che può ancora contare sulla capacità artigianale dei Distretti di lavorazione pelle, legni, e sulla grande tradizione inglese in tema di berline di prestigio. 

Si tratta di salvare il salvabile, ed Edwardes pare riuscirci in qualche modo.

 

Chiaro, la critica è subito feroce quando la “3500 V8” appare nel 1976: la linea è nuova, ma la base meccanica è decisamente “classica” con motore anteriore longitudinale e trazione posteriore. 

 

Tutto questo porta da subito l’opinione pubblica che giudica la “Rover SD1” a dividersi in 3 grandi filoni: i “classicisti” che la odiano perchè non ha nulla a che spartire con le classiche “Sedan” all’inglese; gli “avanguardisti” che invece ne lamentano la presenza di una architettura datata; ed infine i “Non so nulla ma parlo” che – spinti da parrochialismi e provincialismo legato al tifo per il “proprio” marchio, non perdonano a questa Rover di “sconfinare” in ambiti che non le erano propri.

Ciononostante la berlinona è davvero una bella forma d’auto, e comincia in primis ad affollare i parcheggi delle Imprese nazionalizzate dove i pretenziosi Manager la prendono in sostituzione delle tante, troppe Jaguar che è il caso di riposizionare sul mercato Privato. 

Ma il pezzo forte della “3500” è quasi un colpo di fortuna: un progetto Buick del 1960, con blocchi e teste in alluminio per un peso ridotto; un po’ in anticipo sui tempi per le sue dimensioni ridotte e la necessità di un refrigerante specialefinì in soffitta fino a quando il brevetto fu successivamente acquistato dalla Rover nel 1965 e dotato di doppi carburatori SU per motorizzare la Rover P5b. 

Vi sorprenderà sapere che la “Birmingham Aluminium” aveva un Know How industriale di fusione che da subito eliminò il primo problema della produzione Buick: oltre i 4.500 giri i manovellismi in acciaio con la loro inerzia incrinavano il monoblocco. E così Rover ottenne un motore capace di girare progressivamente fino a 5.500 giri al minuto ed anche oltre.

 

Un particolare “alla tedesca”? Lucas studia ed applica sul V8 un sistema di diagnostica che parte dalla analisi del regime di rotazione dell’albero motore per “dialogare” con la famigerata “Air Valve” della Leyland capace di “leggere” temperatura, velocità e volume dell’aria per regolare e variare l’accensione elettronica.

 

Insomma il 3500 cc andava come un orologio, e fu giustamente letto come un trampolino di lancio per le competizioni che, ricordiamo, all’epoca erano un volano promozionale importantissimo.

 

la “SD1” inizia a diventare un progetto dal 1971. L’idea finale nasce da ben cinque linee di prototipo sviluppate e progressivamente abbandonate: si va dalla versione “Shooting Brake” della onirica “P8” a due altre versioni a 3 volumi. Solo dal 1974 David Bache si impose con la sua idea volumetrica.

Comunque sia Rover SD1 è nata per lo più quando, come per altre Ammiraglie, la crisi energetica aveva abbattuto il Settore di mercato. Peccato che – purtroppo – la lotta sindacale ed operaia selvaggia rende vano il sistema ideato da Rover per proteggere il telaio da ruggine e corrosione: sigillatura a cera e catrame dei longheroni del pianale, elettroforesi di primer per le lamiere, soglie/fascioni/battitacco in acciaio zincato, “grembiule” anteriore in policarbonato che riduce l’ingresso aria sottostante e dirige verso il radiatore, mentre in Inverno parte dell’aria calda del vano motore viene incanalata dalla base del parabrezza in basso verso le scatolature sottocruscotto per asciugare l’umidità.

Rover “SD1” è nata vecchia? : la parte concettualmente più “vecchia” della “SD1” è il telaio, ma non dal lato dinamico ma da quello ergonomico: volumetria e spazi interni sono ridicoli rispetto alle concorrenti a Due Volumi, la seduta è bassa e poco regolabile, ma soprattutto Rover non può accodarsi alla schiera dei nuovi evangelici della sicurezza “passiva”; “SD1” è priva di zone di assorbimento di urto progressive, e rispetto a Volvo, Citroen Cx, e tedesche questo è certo un “disvalore”, anche se “SD1” è la prima auto di serie al mondo ad adottare il parabrezza a tripla laminazione “Triplex” (con coloritura progressiva antisole della superficie) che impedisce tagli e lesioni in caso di spaccatura. Senza dimenticare il serbatoio benzina davanti all’asse posteriore.

All’anteriore il sistema Mc Pherson ripreso dalla “2000” sembrò inizialmente uno schema “povero” per un’Ammiraglia. In effetti è servito per ridurre la volumetria del vano motore pur in presenza di motore “V8” con catalizzatori ed equipaggiamento anti-emissione obbligatorio per gli USA; tuttavia la prima fornitura di ammortizzatori era della BOGE, Leader indiscussa titolare di un particolare brevetto per ammortizzatori “dialoganti” ed autolivellanti, che in parte permettevano alla “SD1” di fare a meno del sistema idropneumatico che – ad onor del vero – ci si sarebbe attesi su un’auto di questa portata. Tuttavia, fu proprio anche questo schema a fare della “SD1” una vincente in Pista.

Al posteriore, invece, si è esaltata la genialità ingegneristica dello Staff tecnico di Rover/Triumph guidato da Dennis Warner: un “De Dion” che non è un “De Dion” con tubo di torsione, geometria anti-dive, anti-squat ed autolivellante, connesso con tiranti e bracci Watts posteriori che funzionano in “pull” e non in compressione e dunque hanno dimensioni molto ridotte a vantaggio anche del flusso d’aria sottostante. Il tutto, in funzione sportiva, rendeva “purtroppo” la SD1 una vettura abbastanza rigida, per darle sicurezza però in velocità.

Il primo passo per il debutto di Rover 3500 in Pista è l’accordo con TWR del 1981: John Davenport, Direttore Sportivo della Divisione “Triumph /Rover” aveva affidatogià alla fine del 1978 alla David Price Racing lo sviluppo di un prototipo per Campionato Turismo Britannico.

Ed ecco l’accordo per il 1981 con Tom Walkinshaw. Tom perfeziona tutto quel che può, in un contesto regolamentare molto vicino al “Gruppo 1 F.I.A.” arrivando tuttavia a dominare ben sei delle undici Gare ai danni delle Ford “Capri 3.0 V6” che erano da tempo le mattatrici del BSCC; vittoria di Classe dunque, anche se non assoluta, ripetuta nel 1982.

Finalmente anche in Gran Bretagna il torneo “abbraccia” le regole del Gruppo A e dunque per Walkinshaw si aprono un poco di più spiragli per elaborazioni di fino che tuttavia non possono più essere svolte sul materiale esistente.

 

Ed è per questo che, seduti attorno ad un tavolo, i tecnici TWR ed il Management della Rover creano insieme una delle prime auto di serie nate da specifiche necessarie in Pista: è la “3500 V8 Vitesse” di Rover., pensata per l’omologazione in Gruppo A.

Europeo Turismo 1985: Guerra dei mondi

E si arriva all’Europeo 1985, con quel leggendario duello tra le Rover Vitesse di Walkinshaw e le Volvo 240 Turbo di Eggenberger. Le tracce simboliche a confronto sono più di una: si scontrano due auto provenienti da due dei pochi reami europei; la Volvo è, nonostante la “eresia” tipica svedese, una 3 Volumi classicissima e la “Rover” nonostante le radici tradizionali British è una innovativa Due Volumi.

 

Due mondi a confronto, due filosofie praticamente quasi opposte che si danno la caccia reciprocamente: da un lato il concetto aerodinamico all’avanguardia accompagnato dalla “classicità” di un bel motorone di stampo anglo-americano ed aspirato; dall’altra una classicità di stile ma la assoluta modernità del Turbo. 

“Mattone volante” della famiglia reale svedese contro un’ammiraglia di Sua Maestà.

L’Europeo Turismo del 1985 segna decisamente un’epoca: se nel 1984 la Jaguar XJS era salita di colpo alla ribalta (ma non poteva essere altrimenti dato il pedigree e il prestigio del Marchio e del suo preparatore) spostando per un attimo il “Focus” dalle protagoniste “canoniche” BMW 635 ed Alfa Romeo GTV, dall’altro lato aveva acceso di nuovo l’attenzione mediatica e popolare su una disciplina caduta un poco in “oblio” dopo la fine degli anni Settanta, coperta dal clamore di F1 e Rally da una parte e dalle sempre più affascinanti Gruppo C dall’altra.

Per gli inglesi tuttavia quella XJS verde prato di Londra era anche la risposta orgogliosa proprio ai tedeschi: non solo quelli “globali” che avevano spodestato la Union Jack dal mercato del lusso e delle auto di prestigio, ma anche i tedeschi di BMW che nel 1983 erano ricorsi contro la vittoria schiacciante della Rover SD1 nel BSCC chiamando in causa irregolarità e ricevendo ragione dalla Commissione Sportiva proprio nel 1984. 

L’onta e la rabbia per quella contestazione vide la Rover abbandonare il “suo” Campionato nazionale.

Nel 1985 l’eroe di Bandiera Tom Walkinshaw e la stessa Rover SD1 Vitesse V8 3500 si ponevano come concorrenti di punta di un’altra bandiera nazionale: Volvo era scesa in campo nell’Europeo Turismo con le “240 Turbo” Gruppo A, portando con sé per la prima volta l’orgoglio e la speranza di tutto un Paese e di una immagine industriale nazionale.

La Svezia di metà anni ‘80 cominciava infatti a “sdrucciolare” pesantemente verso una crisi di sistema e sociale che sfocerà nel 1986 con l’attentato ad Olaf Palme, segno di tensioni e di disagio che mai prima di allora il Paese del benessere, della natura e del quieto vivere aveva mai vissuto.

Dopo una esperienza preliminare nei Rallyes la berlinona “240” era pronta così a consumare l’asfalto delle Piste nel Turismo.

Una scommessa? In principio era molto di più, visto che nell’ambiente la “240” era soprannominata “Mattone Volante” !

Di lei tuttavia si prendeva cura un vero “Mago” alter ego di Tom Walkinshaw. Era Ruddi Eggenberger, Tuner svizzero di fama e di genialità assoluta.

I numeri della sfida epocale sono laconici: fino a tre “Vitesse” iscritte dalla Rover – TWR, nuove “fiches” di omologazionesu motore e sospensioni e dunque 310 Cv (!!!) destinati a durare anche 24 Ore nelle “classiche”. Una limata al peso di ulteriori 5 Kg. in meno per l’utilizzo massiccio di componenti in magnesio, e nuovo assetto con barre, duomi, silent block e giunti.

E poi c’è Volvo “240 Turbo” by Eggenberger: a parte la famosa iniezione di acqua negli iniettori la versione estrema aggiornata per il Gruppo A aveva testata in alluminio, bielle ed alberi forgiati e pistoni stampati; inoltre iniezione Bosch K-Jetronic studiata appositamente e turbina Garrett maggiorata, per un totale di 305 Cv. A 6000 giri, per un peso già “base” di 1.100 Kg.

L’inizio di Stagione 1985 sembra prefigurare la perdita della “scommessa” in casa Volvo: le “Vitesse” TWRvincono alla grande le prime tre Gare consecutive, ma è solo un fatto di tempi nei quali Eggenberger sta raccogliendo dati per capire fin quanto è possibile spingersi con la sovralimentazione, e si parla di potenze non superiori – per sicurezza – ai 295 Cv.

 

Infatti da Maggio 1985 arriva per la seconda metà della Stagione la sventagliata di aggiornamenti con turbina maggiorata e nuova Westgate. 

Questo permette alle “240” di aumentare la potenza di quasi il 15% rispetto ad inizio Stagione (340 Cavalli!!!) e Brancatelli e Thomas Lindstrom finiscono per travolgere Tom Walkinshaw e Win Percy con la loro “Vitesse”. 

Il 13 ottobre 1985, dopo la gara sul circuito dell’Estoril in Portogallo, Volvo aveva vinto 6 gare su 14 e la coppia Lindström/Brancatelli aveva già vinto. Ma la Rover è comunque seconda e davanti alle BMW 635.

Le Regine erano sul tetto del mondo, meritatamente. Una Stagione storica, ed irripetibile.

Riccardo Bellumori

Nuovo Voyah Free+: Dati Tecnici e Foto

Ecco il nuovo Voyah Free+. Il modello ha un nuovo design del frontale e un interno completamente diverso. Inoltre, l’elenco delle dotazioni è stato ampliato.

L’anteprima pubblica del crossover rinnovato Voyah Free (il marchio premium appartiene all’azienda Dongfeng) ha avuto luogo in aprile al Salone dell’automobile di Shanghai. In quell’occasione, però, non erano stati mostrati gli interni: l’auto aveva le porte chiuse e i vetri oscurati. Oggi in Cina, per i giornalisti locali, si è tenuta un’altra presentazione, in cui sono stati mostrati gli interni. Inoltre, il marchio ha pubblicato nuove clip promozionali. Ricordiamo che questo è il secondo ammodernamento per il modello, presente sul mercato nazionale dal 2021: il precedente risale al 2023. E in Russia, il crossover aggiornato per la prima volta è considerato una versione speciale di Sport Edition. Aggiungiamo che l’attuale SUV modernizzato nel Celeste Impero sarà venduto con il nome di Voyah Free+.

Il secondo restyling ha portato al crossover nuovi paraurti anteriori, fari e cofano. Tra i fari è comparso un tabellone e sopra il parabrezza è stato installato un lidar. Tra l’altro, il pilota automatico – dell’azienda Huawei, questo complesso è chiamato ADS 4. Le porte sono ad azionamento elettrico e i chiudiporta.

La lunghezza di Voyah Free+ è di 4915 mm, la larghezza di 1960 mm e l’altezza di 1660 mm. Dimensioni del parketnik pre-riformato per la Cina: 4905/1950/1645 mm. Il passo non è cambiato: 2960 mm.

INTERNI E DOTAZIONI

Gli interni sono stati completamente ridisegnati. Il crossover ha perso il pannello frontale rialzato con tre schermi: Voyah Free+ ha cruscotto e display multimediali separati. L’elettronica funziona con il sistema operativo Harmony Space 5 della stessa azienda Huawei. Anche il volante e i pannelli delle porte sono stati sostituiti. Il bracciolo del box ha ora un unico coperchio, che si apre allo stesso tempo da entrambi i lati. All’interno è presente un vano da 7 litri con funzioni di raffreddamento e riscaldamento. Il sedile del passeggero anteriore può avere un poggiapiedi e gli schienali dei sedili posteriori sono regolabili in inclinazione.

Per il crossover sono stati annunciati anche un display di proiezione, un climatizzatore a tre zone, un tetto apribile panoramico e un grande tablet separato per i sedili posteriori (fissato allo schienale del sedile anteriore). Inoltre, l’elenco delle dotazioni comprende un sistema audio Voyah Sound con 22 altoparlanti, quattro dei quali sono integrati nei poggiatesta dei sedili anteriori e uno si trova sulla parte superiore del pannello anteriore (ha un meccanismo retrattile e una propria illuminazione).

MOTORI E DATI TECNICI

Dopo il precedente restyling, la Voyah Free ha perso la versione elettrica in Cina, lasciando solo l’ibrido plug-in. A quanto pare, il ritorno di una variante completamente “elettrica” non è previsto, almeno non ancora.

In Cina, come previsto, la nuova Free+ sarà inizialmente disponibile con un powertrain che comprende un motore turbo a benzina 1.5 (129 CV, funziona in modalità generatore) e un singolo motore elettrico con una capacità di 292 CV.

Il crossover attuale viene offerto in due versioni. La versione iniziale ha un motore turbo a benzina 1.5 (150 CV), un motore elettrico da 272 CV sull’asse posteriore e una batteria con una capacità di 43 kWh. La più costosa Free – a trazione integrale, ha un motore elettrico aggiuntivo da 218 CV nella parte anteriore; la potenza totale della versione top è di 489 CV. È probabile che in seguito il crossover aggiornato avrà anche una variante a trazione integrale.

In patria, gli ordini per il Voyah Free+ restyling si apriranno a giugno; i prezzi non sono ancora stati annunciati. Il crossover con un nuovo design dovrebbe essere portato in Russia, dove probabilmente non avrà il prefisso nel nome.

Nuova Audi Q3 2026: Anteprima Teaser

La presentazione della nuova generazione dell’Audi Q3 avverrà a giugno. Si prevede che, come il suo predecessore, il nuovo crossover sarà disponibile con motori a benzina e diesel. Naturalmente, le ibride rimarranno nella gamma.

Il marchio Audi ha condiviso un teaser della Q3 della nuova, terza generazione. L’annuncio dice che il modello sarà presentato a Ingolstadt il 17 e 18 giugno nell’ambito di uno speciale “evento estivo”. Tuttavia, è possibile che l’anteprima online si tenga all’inizio del mese prossimo.

LA NUOVA AUDI Q3

Nella nuova generazione, l’Audi Q3 avrà un’ottica a due livelli. Anche se questa non è una notizia da molto tempo, perché prototipi di prova quasi privi di camuffature sono già stati catturati da photospies. Come il modello attuale, il nuovo crossover sarà offerto con due tipi di carrozzeria: i clienti potranno scegliere la Q3 standard o la versione Sportback simile a una coupé. Nell’abitacolo ci saranno schermi più grandi del cruscotto e del sistema multimediale e, a giudicare dalle foto spia, sembrano essere uniti. Ma probabilmente il crossover non avrà un display separato per i passeggeri.

Secondo i dati preliminari, la nuova Audi Q3 sarà ancora disponibile con motori a benzina e diesel. E, naturalmente, l’ibrido rimarrà nella gamma. Tutti i dettagli sulla terza generazione del modello saranno noti il mese prossimo.
Ricordiamo che la precedente Q3 ha debuttato nel 2018, la versione coupé del crossover nel 2019. A proposito, a metà maggio 2025 Audi ha annunciato che il milionesimo parketnik di seconda generazione è uscito dalla catena di montaggio dello stabilimento ungherese. Un’altra cosa curiosa è che, secondo le statistiche di JATO Dynamics, in Europa la cinque porte in stile coupé è più popolare del SUV standard.

Nel periodo gennaio-aprile di quest’anno, sono stati venduti 13.895 crossover Audi Q3 Sportback (-16%), mentre la normale vettura parklet ha venduto 12.451 esemplari (-22%).

Chi è Antonio Filosa il nuovo CEO di Stellantis

Stellantis, che ha attraversato una crisi finanziaria e un calo delle vendite, è rimasta senza amministratore delegato dal dicembre dello scorso anno, ma è finalmente riuscita a trovarne uno all’interno dell’azienda stessa.

L’italiano Antonio Filosa, 51 anni, sostituirà il portoghese Carlos Tavares, 66 anni, licenziato all’inizio di dicembre dello scorso anno, come amministratore delegato di Stellantis.

Le dimissioni di Tavares arrivano nel contesto di un forte deterioramento dei risultati finanziari di Stellantis e di un indebolimento dei suoi marchi sussidiari in Cina e in Nord America. Negli ultimi anni, lo stile di gestione di Tavares è diventato troppo autoritario, è riuscito a mettere contro di sé concessionari e fornitori negli Stati Uniti e ha insistito per ridurre la produzione dei leggendari motori V8 HEMI, il che ha provocato una tempesta di giusta indignazione sia all’interno dell’azienda sia tra gli appassionati dei marchi Dodge, Jeep e Ram, ma questa decisione, fortunatamente, è già stata annullata.

IL RILANCIO DI STELLANTIS

Dopo il licenziamento di Tavares, la gestione operativa di Stellantis Corporation è stata assunta da un comitato speciale basato sul consiglio di amministrazione e guidato dal presidente John Elkann, un discendente della famiglia Agnelli e uno dei principali azionisti di Stellantis. John Elkann era ben consapevole che, dati i problemi accumulati da Stellantis, sarebbe stato difficile trovare un nuovo amministratore delegato in grado di assumersi la responsabilità di salvare il colosso automobilistico. Secondo Reuters, oltre a Filosa, tra i candidati alla posizione di CEO c’era un altro manager della stessa Stellantis Corporation, il direttore acquisti e qualità Maxim Pika, e tre candidati esterni.

Ricordiamo che Stellantis Corporation è nata nel gennaio 2021 dalla fusione tra l’italo-americana Fiat Chrysler Automobiles (FCA) e la francese PSA Group. Oggi Stellantis controlla i marchi Abarth, Alfa Romeo, Chrysler, Citroen, Dodge, DS, Fiat, Jeep, Lancia, Maserati, Opel, Peugeot, Ram e Vauxhall. Stellantis rappresenta anche gli interessi del marchio cinese Leapmotor nel mercato globale.
Sotto la guida di Tavares, la società Stellantis ha rapidamente unificato le gamme di modelli dei suoi marchi affiliati, in relazione ai quali le auto sono diventate troppo simili tra loro – agli acquirenti vengono offerti, infatti, gli stessi modelli in involucri diversi. Il potenziale ingegneristico di Alfa Romeo e Maserati all’interno di una grande società non era molto richiesto, ora Stellantis sta cercando di determinare il futuro di questi marchi con l’aiuto di consulenti esterni. Il rilancio del marchio Lancia procede con grandi scricchiolii, il marchio DS non è ancora riuscito a diventare un attore significativo nel segmento premium, le prospettive di Chrysler non sono ancora chiaramente delineate. Inoltre, Stellantis, come altre grandi case automobilistiche, ha sopravvalutato il potenziale di mercato delle auto elettriche e ora deve pagarne le conseguenze con un calo dei profitti.

In generale, Stellantis ha molti problemi e ora se ne occuperà Antonio Filosa, che assumerà ufficialmente la carica di amministratore delegato il 23 giugno dopo l’approvazione formale della sua candidatura in un’assemblea straordinaria degli azionisti.
Originario di Napoli, Filosa ha studiato ingegneria a Milano prima di recarsi in Brasile per studiare economia aziendale. Filosa ha iniziato la sua carriera professionale nel 1999 in Fiat, trascorrendo gran parte del suo tempo in America Latina, dove si è affermato come un manager efficace che è stato in grado di rafforzare significativamente i marchi Fiat, Peugeot, Citroen, Ram e Jeep. Dal dicembre dello scorso anno, Filosa è Chief Operating Officer di Stellantis nelle Americhe.

Antonio Filosa è stato scelto come CEO di Stellantis in parte per il suo stile di leadership relativamente morbido e per la sua capacità di negoziare, chiarendo al consiglio di amministrazione che l’autoritarismo non ha posto nella società.

Nuova Peugeot 208 GTI: ritorno a benzina?

C’è ancora vita nel mondo delle hot hatch e Peugeot non lascia che l’elettrificazione ne affievolisca il fascino. Il marchio sta riportando in auge il marchio GTi, e questa volta su un veicolo elettrico.

Peugeot ha confermato che lancerà una versione GTi della E-208 completamente elettrica, segnando il ritorno della sua storica linea di prestazioni.

La nuova hot hatch debutterà alla 24 Ore di Le Mans il 13 giugno e potrebbe aprire la strada a future varianti GTi nella gamma della casa francese.

La E-208 GTI sarà il primo veicolo elettrico della casa automobilistica incentrato sulle prestazioni e si rivolge ad acquirenti che desiderano qualcosa di coinvolgente da guidare. Alain Favey, capo di Peugeot, ha dichiarato che il rilancio del marchio GTi aiuterà l’azienda a “riconnettersi” con il suo passato e la sua storia, stabilendo anche un legame tra le sue auto da strada e il suo coinvolgimento nel Campionato Mondiale Endurance.

LA GAMMA SPORTIVA

“Sono in grado di confermare che reintrodurremo la GTi sulla E-208 il prima possibile”, ha dichiarato Favey ad Autocar. “Abbiamo deciso che la Peugeot GTi sarà reintrodotta. Vogliamo continuare a coltivare la reputazione del marchio per le sensazioni di guida e per il fatto che le nostre auto producono particolari sensazioni di guida, sia come guidatore che come persona che viene guidata nell’auto”.

Il ritorno della sigla GTi sostituirà di fatto il marchio Peugeot Sport Engineered (PSE), che ha avuto vita breve. Quest’ultimo è stato applicato solo alla 508 in versione berlina e SW, nonostante i piani iniziali prevedessero un’intera gamma di varianti elettrificate ad alte prestazioni.
La versione GTi della Peugeot 208 potrebbe prendere in prestito componenti del gruppo propulsore dall’Abarth 600e, dall’Alfa Romeo Junior Veloce e dalla prossima Opel Mokka GSE. I SUV meccanicamente correlati generano da 237 CV (177 kW / 240 PS) fino a 278 CV (207 kW / 280 PS) da un singolo motore elettrico. La potenza viene trasmessa alle ruote anteriori con l’aiuto di un differenziale a slittamento limitato.

Dato che la Peugeot 208 è un po’ più piccola e leggera, dovrebbe essere piuttosto scattante, forse in grado di raggiungere da ferma in meno di 6 secondi. Il modello beneficerà probabilmente di aggiornamenti stilistici e del telaio, per comunicare il suo carattere sportivo.

Peugeot prenderà in considerazione il lancio di una nuova GTi con motore a combustione se i clienti lo desiderano.

“Inizieremo con la 208 e ascolteremo sicuramente i vostri suggerimenti, o quello che diranno i nostri clienti”, ha detto. “Non escludiamo che ci possano essere altre versioni della 208 GTi con il marchio GTi, ma per oggi non c’è assolutamente nulla di programmato in questo senso”.

Nuova Alpine A390 2025: Dati Tecnici e Foto

Ecco la nuova Alpine A390 che dopo molti mesi di sviluppo, finalmente diventa realtà. Un SUV molto speciale che sarà prodotto in Europa per il mercato europeo.

A prima vista, la sua forma attira l’attenzione. Sebbene sia chiaro che non si tratta di una berlina o di un’auto sportiva, non è altrettanto evidente che possa essere considerato un SUV. Il modo migliore per definirlo, considerando l’altezza da terra, è crossover: una formula sempre più adottata dai produttori per le nuove uscite, soprattutto elettriche. L’A390 è ancora più particolare: Alpine lo descrive come un’auto da corsa in abito elegante, uno sport fastback con una personalità marcata. Anche se sembra grande, in realtà non lo è così tanto. Può essere classificato come compatto grazie ai suoi 4,61 metri di lunghezza, 1,88 metri di larghezza (senza specchietti) e 1,53 metri di altezza. Il passo misura 2,71 metri. In termini generali, è a metà tra la Renault Arkana e la Rafale.

IL DESIGN UNICO

La forma della Alpine A390 non è casuale, ma ha anche funzioni aerodinamiche. Ogni dettaglio è stato studiato con attenzione, dalla spettacolare lama scolpita sul cofano al diffusore posteriore. La forma segue la funzione con un angolo del tetto di 17°, flap sulle ruote posteriori, condotti d’aria guidati e un diffusore inclinato di 8°, ispirato ai prototipi LMDh da competizione. Uno spoiler nero discreto, integrato alla base del lunotto posteriore, completa le caratteristiche aerodinamiche. Alpine non dimentica il suo passato, inserendo piccoli omaggi alla silhouette leggendaria dell’Alpine A110 originale. Saranno disponibili sei colori diversi, con varie combinazioni per il tetto e cerchi fino a 21 pollici.

All’interno, l’Alpine A390 riflette il cambiamento della casa automobilistica. È il modello Alpine più grande e familiare mai prodotto. Non mancano dettagli sportivi né una sensazione di qualità elevata. Materiali piacevoli al tatto sono distribuiti in tutto l’abitacolo. Ancora una volta, come nell’A290, il colore predominante è il blu. I display attirano l’attenzione: uno da 12,3 pollici e uno da 12 pollici, con tutta la plancia orientata verso il conducente. Il comando analogico della climatizzazione è particolarmente apprezzabile. Tra gli equipaggiamenti figurano la pompa di calore di serie, le telecamere di parcheggio e vari assistenti alla guida.

L’Alpine A390 incorpora elementi derivati dalla competizione. Oltre agli aspetti aerodinamici già citati, l’abitacolo include due pulsanti specifici ispirati al mondo della Formula 1. Uno regola il grado di rigenerazione, permettendo di attivare la modalità One Pedal, mentre l’altro, rosso e con la sigla OV (overtake), fornisce un extra di potenza per partenze da fermo o sorpassi. Lo spazio nella seconda fila è molto generoso, anche se l’altezza è leggermente limitata dalla linea elegante della carrozzeria. Tuttavia, anche passeggeri adulti fino a 1,85 metri possono viaggiare comodamente. Alpine non trascura la capacità di carico: il bagagliaio ha un volume minimo di 532 litri.

Sotto la carrozzeria sportiva e l’abitacolo raffinato si cela il sistema tecnologico più avanzato sviluppato dal Gruppo Renault. L’A390 introduce tecnologie che, con il tempo, saranno adottate da altri modelli del gruppo. Il veicolo ha richiesto una revisione radicale della piattaforma AmpR Medium. Il peso è distribuito quasi equamente tra gli assi: 49% all’anteriore e 51% al posteriore. L’architettura a skateboard integra tre motori con diversi livelli di prestazione: due posteriori e uno anteriore. La trazione si affida a pneumatici Michelin specifici per l’A390.

La versione base, Alpine A390 GT, sviluppa 400 CV e 650 Nm di coppia, accelerando da 0 a 100 km/h in appena 4,8 secondi. Il modello superiore, A390 GTS, offre 470 CV e 808 Nm di coppia, riducendo il tempo di accelerazione a 3,9 secondi e raggiungendo una velocità massima di 220 km/h. La gestione elettronica della potenza è affidata all’Active Torque Vectoring, un sistema che analizza vari parametri per regolare la distribuzione della potenza. Il conducente può scegliere tra cinque modalità di guida: Save, Normal, Sport, Perso e la nuova Track. L’ESC può essere completamente disattivato tramite un pulsante dedicato.

La funzione di sorpasso offre un extra di potenza per 10 secondi, attivabile con il pulsante rosso sul volante. È necessario attendere 30 secondi prima di poterlo utilizzare nuovamente. La rigenerazione è regolabile su quattro livelli, con un quinto corrispondente alla modalità One Pedal. Sebbene sia un’auto elettrica, l’Alpine A390 mira a offrire un’esperienza sonora sportiva con il sistema Alpine Drive Sound, che crea due tonalità con diverse frequenze e intensità, senza simulare il rumore di un motore a combustione.

DATI TECNICI E MOTORI

Il sistema è alimentato da una batteria ad alte prestazioni, sviluppata e prodotta in Francia da Vektor.

Per garantire il massimo rendimento, è stata progettata una struttura da 400V con un sistema di raffreddamento specifico. La capacità è di 89 kWh, offrendo un’autonomia fino a 555 km.

La ricarica rapida in corrente continua arriva fino a 190 kW, permettendo di recuperare due ore di guida autostradale in 20 minuti. In meno di 25 minuti la batteria passa dal 15% all’80% di carica. In corrente alternata supporta fino a 22 kW con tecnologia bidirezionale. Le prime consegne sono previste per la fine dell’anno.

Il prezzo della Alpine A390 non è ancora noto, ma considerando le prestazioni, è probabile che parta da circa 60.000 euro, escluse eventuali agevolazioni.

Nuovo Nissan X-Trail 2026: Rendering

La nuova Nissan X-Trail è ad un passo dal lancio commerciale.

I reparti prodotti di Nissan non fermano le macchine, nonostante il fatto che la gestione in altre parti del costruttore non funzioni a dovere. La casa automobilistica giapponese sa che è essenziale rimanere in lotta con gli altri produttori. I giapponesi hanno già confermato importanti sviluppi per i prossimi anni.

L’utilitaria incombustibile è stata trasformata in un’auto elettrica, come la maggior parte delle proposte di Nissan per i prossimi anni. L’azienda è più che convinta che la tecnologia a zero emissioni non sia solo il futuro, ma anche il presente. E se una delle più interessanti è la nuova LEAF, l’ammiraglia Nissan X-Trail 2027 non è da meno.

IL SUV DA 7 POSTI

Non solo sappiamo tutto sul futuro di questo modello, ma ve lo sveliamo anche in questa anteprima rendering di Motor.es. Come potete vedere, in termini di design, Nissan manterrà le proporzioni del SUV più grande della sua gamma di prodotti e ha persino rispettato gran parte dello stile del modello in vendita.
Nissan sa che l’attuale X-Trail è un successo e non vuole giocare una carta alla volta, quindi modificherà maggiormente lo stile del frontale e del posteriore. Per ora, potete dare un’occhiata a un frontale che, come vi abbiamo già detto, sarà molto fedele a quello che vedete. L’illuminazione sarà integrata in due sezioni, in una sottilissima fascia luminosa sul bordo del cofano motore e in una matrice a nido d’ape alle estremità, con la griglia al centro.

Uno stile che è già stato presentato in anteprima ufficiale da Nissan e sul quale si basa questa riproduzione. Il posteriore continuerà ad avere i gruppi ottici posizionati molto in alto e vicini al lunotto. Anche gli interni del nuovo X-Trail saranno completamente trasformati. Un grande schermo digitale occuperà la plancia fino alla console centrale, con una o due file di sedili in più nella parte posteriore.

In altre parole, il futuro Nissan X-Trail rimarrà un SUV a cinque o sette posti. Tuttavia, non tutto sarà “roseo”, come si suol dire, quando si tratterà della nuova Nissan X-Trail che arriverà nelle concessionarie a metà del 2027. Perché, salvo sorprese, questo design più moderno e sofisticato sarà l’X-Trail completamente elettrico.

Sì, Nissan ha optato per una soluzione potenzialmente costosa, vestendo le versioni a combustione con lo stesso “abito” del Mitsubishi Outlander. La scelta sarà difficile: un X-Trail a combustione a immagine e somiglianza del modello a tre diamanti o un X-Trail che, per essere elegante, dovrà essere elettrico e con 600 km di autonomia.

Nuovo Toyota RAV4 sarà anche clone Suzuki Across

Toyota ha pensato in grande con la nuova generazione del RAV4.

Il marchio giapponese ha rinnovato un’ammiraglia, uno dei modelli più venduti nel catalogo del produttore, accumulando cifre impressionanti. A livello mondiale, è il modello più venduto del marchio.

Sappiamo già che a Toyota piace essere ovunque, e anche dare una mano ai marchi in difficoltà, soprattutto quelli giapponesi. Nissan sa di cosa stiamo parlando, visto che è trapelato che l’azienda di Akio Toyoda le ha offerto aiuto per uscire dalla difficile situazione in cui si trova. Il colosso è sempre aperto a nuove alleanze con altri produttori, come quella che ha con Mazda, Subaru e Suzuki.
Cambiate lo stemma della Toyota RAV4 2026 e voilà, avrete davanti a voi la nuova Suzuki Across.
Suzuki avrà ancora un SUV di grandi dimensioni, ma con dei vincoli

Quest’ultima è una delle aziende più interessate alle partnership, perché accetta ogni tipo di condizione pur di sfruttare ciò che Toyota ha da offrire. E come sapete, tra le altre aree in cui stanno collaborando, Suzuki ha un RAV4 ribrandizzato e una Corolla Touring Sports ribrandizzata. La prima è sotto i riflettori, perché finora non si sapeva nulla del suo futuro dopo l’arrivo della sesta Toyota RAV4, ma ora sappiamo che fine farà.

LA GAMMA SUZUKI

Sembra che anche Suzuki avrà una nuova generazione dell’Across nella sua gamma. Lo ha confermato un portavoce del marchio nei Paesi Bassi: “Ci sarà un successore della Suzuki Across. Lo prevediamo per il primo trimestre del 2026”.

Il gioco sarà ancora una volta lo stesso, si tratterà essenzialmente di un RAV4 ma i badge cambieranno sia all’interno che all’esterno, quindi i clienti avranno una doppia scelta anche se una delle condizioni che Toyota chiede al suo partner è un prezzo più alto. Ciò che si sa è che la nuova Suzuki Across sarà un’ibrida plug-in, anche se non è chiaro se erediterà o meno le due versioni del donatore Toyota.

Oggi la gamma della Suzuki Across è limitata alla versione PHEV più potente da 300 CV, che significa anche trazione integrale. È probabile che la strategia sia la stessa, perché Toyota si sta assicurando che il modello di vero successo sia il suo e che la Suzuki sia solo “nell’ombra”.

Tra qualche mese scopriremo tutti i dettagli della nuova Suzuki Across 2026, compresi i prezzi.