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Nuovo Nio ES8 2025: Dati tecnici e Foto

In Cina sono iniziate le prenotazioni per la terza generazione della Nio ES8, con un prezzo di partenza di 416.800 yuan per il SUV a tre file del marchio.

Il prezzo è valido sia per la versione a sette posti che per quella a sei posti della ES8, a cui si aggiunge una Signature Edition a sei posti al prezzo di 456.800 yuan.

Gli acquirenti in Cina possono anche scegliere di acquistare l’ES8 attraverso un programma di noleggio della batteria che riduce il prezzo di ciascuna variante di 108.000 yuan (63.000 RM). Ciò richiederà il pagamento di un canone mensile per il noleggio della batteria, anche se per ora l’azienda non ha rivelato l’importo.

DATI TECNICI

Costruita su un’architettura elettrica da 900 volt, la ES8 è attualmente offerta solo con un unico propulsore che dispone di una batteria da 102 kWh che garantisce fino a 635 km secondo lo standard CLTC. La batteria supporta velocità di ricarica 5C fino a 600 kW, con una ricarica di cinque minuti che ripristina fino a 250 km di autonomia.

La Nio ES8 2025 è stata lanciata come il più grande SUV elettrico in Cina, con un prezzo a partire da 244.000 RM, 6 o 7 posti, 707 CV e un’autonomia fino a 635 km secondo lo standard CLTC.

Anche la configurazione a doppio motore e trazione integrale è di serie, con il motore elettrico anteriore che eroga 245 CV (241 hp o 180 kW) e 300 Nm di coppia, mentre l’unità posteriore ha una potenza nominale di 462 CV (456 hp o 340 kW) e 400 Nm. La potenza totale del sistema è di 707 CV (697 hp o 520 kW) e 700 Nm, consentendo un’accelerazione da 0 a 100 km/h in 3,97 secondi.

Nio ES8 ha un’altezza da terra di 165 mm e offre una profondità di guado massima di 650 mm nel caso in cui si affrontino terreni fuoristrada. È inoltre presente una sospensione pneumatica a doppia camera con una regolabilità fino a 50 mm per facilitare l’ingresso/uscita dall’abitacolo o il carico di oggetti nel bagagliaio. Lo spazio di carico è di 547 litri, espandibile a 3.230 litri con i sedili posteriori ripiegati, e c’è un bagagliaio anteriore da 230 litri.

Rispetto al precedente Nio ES8, il nuovo modello è notevolmente più grande e misura ora 5.280 mm (+181 mm) in lunghezza, 2.010 mm (+21 mm) in larghezza, 1.800 mm (+50 mm) in altezza e ha un passo di 3.130 mm (+60 mm).

La Nio ES8 2025 è stata lanciata come il SUV elettrico più grande in Cina, con un prezzo a partire da 244.000 RM, 6 o 7 posti, 707 CV e un’autonomia fino a 635 km CLTC.

INTERNI E TECNOLOGIE

Dal punto di vista del design, l’ultima Nio ES8 adotta il linguaggio stilistico “Design for Success” di Nio, con luci diurne sottili posizionate sopra i fari principali dotati di tecnologia LED a matrice. Il SUV è inoltre dotato di cerchi da 21 pollici, maniglie delle portiere a scomparsa, sensori LiDAR montati sul tetto e luci posteriori a tutta larghezza rappresentate da una barra luminosa con 600 LED.

Naturalmente, l’attrazione principale dell’ES8 è il suo interno, che può essere configurato con sei (2-2-2) o sette (2-3-2) posti. La prima configurazione prevede sedili della seconda fila reclinabili fino a 151 gradi e dotati di poggiagambe riscaldati, che consentono di ottenere una configurazione simile a una camera da letto quando i sedili anteriori sono completamente ribaltati. Un pannello di controllo nel bagagliaio consente inoltre di preparare facilmente l’auto per il carico senza dover andare da ogni sedile per ribaltarlo.

In termini di tecnologia, è presente un “display Skyline” da 48 pollici che è essenzialmente uno schermo che copre tutto il cruscotto e funge sia da quadro strumenti digitale che da display per il passeggero anteriore. A questo si aggiungono un touchscreen AMOLED da 16,4 pollici per l’infotainment e un display head-up da 38 pollici con realtà aumentata.

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Altri elementi sono i doppi pad di ricarica wireless, il climatizzatore a cinque zone, i tavolini ribaltabili dietro gli schienali dei sedili anteriori, un frigorifero, un sistema audio a 27 altoparlanti con amplificazione da 2.600 watt e supporto Dolby Atmos, nonché un display da 21,4 pollici montato sul soffitto con risoluzione 3K per i passeggeri posteriori.

Questi sensori LiDAR fanno parte di una suite hardware collegata al chip Shenji NX9031 di Nio per abilitare un’ampia gamma di funzioni di assistenza alla guida che fanno parte del Nio World Model (NWM). NWM offre esperienze migliorate nell’assistenza al parcheggio e nella guida assistita punto a punto, con gli specchietti esterni dotati di luci indicatrici blu per informare gli altri conducenti che l’auto è in modalità di guida autonoma. L’azienda ha presentato questo sistema nel maggio di quest’anno, percorrendo 39,3 km senza alcun intervento da parte del conducente.

Professione Fleet Manager: consigli per una carriera vincente

Amici di Autoprove, vogliamo aprire (ogni tanto) delle finestre di dibattito e di analisi di settori professionali dedicati al mondo Automotive rispetto ai quali tuttavia l’informazione corrente (a volte anche quella specializzata) offre ben poco spazio di descrizione e valorizzazione.

Ci sono settori professionali infatti che non solo sono idonei ad un cosidetto “Self Employement” da costruire con le proprie mani, ma che possono essere “modellati” secondo il tempo e le nuove esigenze di scenario economico, commerciale e tecnologico che di volta in volta capita di dover affrontare. 

 

Una delle figure professionali spesso più trascurate dall’informazione di settore è quella del Fleet Manager: ruolo e professione “veri” che tuttavia è soggetto ad una sorta di aleatorietà più spesso causata dall’inquadramento lavorativo all’interno della organizzazione di lavoro. Cerchiamo fino da qui di rendere “didascalico” e comprensibile questo aspetto, partendo da una domanda: “Chi è” e “cosa fa” un Fleet Manager Automotive?

Il Manager di Flotta nel suo profilo ottimale e “da manuale” è colui che sa gestire al 100% in maniera autonoma e sempre aggiornata l’Autoparco di ogni Azienda che costruisce la sua operatività ed il suo Business e fatturato anche (se non soprattutto)mediante l’utilizzo lavorativo massivo di automezzi in proprietà e/o a Noleggio: parliamo dunque di Imprese di Utilities e Facility Management Manutenzione territoriale, Pronto intervento, Agenzie Commerciali, Imprese di Logistica e Trasporti, Corrieri Espressi, Trasporto persone, Tutela Ambientale, Healthcare e Servizi di Assistenza Mobile ed ovviamente Società che operano nell’ultimo boom imprenditoriale di questi anni, il Delivery.

In questo panorama:

1) La movimentazione di merci, servizi e persone si è moltiplicata e nello stesso tempo “polverizzata” in moltepliciprotagonisti di nuove imprese, molte delle quali hanno la dimensione di microImpresa o al massimo di PMI; ed è per questo che diverse Imprese hanno già operato una “fusione” e centralizzazione negli acquisti e formule gestionali dei diversi Autoparchi;

2) Il panorama dei Costruttori Player si è trasformata non solo in senso tecnologico (Piattaforme BEV ed Hybrid che hanno surrogato ed affiancato l’endotermico puro e le implementazioni a Gas) ma anche in senso commerciale: non solo si deve fare conto dei nuovi Costruttori asiatici, e spesso a discapito di antichi e consolidati protagonisti del mondo “Fleet”; ma la Gamma disponibile e l’assortimento di allestimenti, motorizzazioni e corpi vettura si è incredibilmente ridotto, si è “compattato” il delta di prezzo medio tra diversi modelli e si è soprattutto elevato il prezzo medio di acquisto ed il costo medio di manutenzione e gestione. Insomma, dal lato contabile sono solo guai? 

3) No, perché un aspetto che può peggiorare o tradurre un poco in meglio la situazione è la valutazione fiscale: Superdazi, Fringe Benefits, Ecobonus nazionali e locali, eventuali trasformazioni attraverso Kit ed Impianti Aftermarket; un mondo di variabili “giuridiche” sulle quali pesano anche due fattori strutturali insuperabili:

4) Costi di manutenzione e Remarketing tornano ad essere la voce “pesante” dell’Autoparco, semplicemente perché le nuove piattaforme “Hybrid” (senza neppure toccare la dimensione BEV”) necessitano di interventi e strutture che spesso obbligano a surrogare od implementare la classica forma di assistenza collaudata nel tempo da una Azienda di Flotta con nuovi sistemi, authorities ed organizzazioni. L’aspetto del Remarketing, infine, è la riga tirata sotto tutte le cifre ed i conti di gestione: un mezzo scelto opportunamente secondo l’appeal di mercato e gestito puntualmente per conservarne il valore di rivendita è attualmente il miglior assegno di anticipo per passare ad una nuova auto. Maggiore è il valore di questo simbolico assegno, minore sarà l’esborso complessivo del nuovo acquisto;

5) Senza trascurare le voci normative che un solo Fleet Manager deve saper gestire anche in tema di rapporto funzionale di scadenze, di obblighi normativi, di tracciatura dei mezzi e di persone destinate ad ogni specifico mezzo; e qui la categorizzazione giuridica diventa un piccolo ginepraio. Si va dalle scadenze fiscali, amministrative consuete, alla gestione delle multe e delle sanzioni accessorie; alle trascrizioni e comunicazioni obbligatorie; alla verifica della corrispondenza tra utilizzo dei mezzi e loro allestimento (pensate solo al volume di norme che vincolano l’allestimento originario di mezzi frigo, o di trasporto medicinali, o del semplice trasporto pane: si tratta di mezzi nei quali la difformità rispetto ad una semplice paratia divisoria o rispetto al sistema di termoisolamento possono, durante un semplice controllo di Polizia Amministrativa, portare problemi inenarrabili); per poi passare alle norme relative all’aggiornamento costante degli utilizzatori, alle norme di tutela della Privacy nelle operazioni di tracciatura e conservazione dei dati di movimento; fino ovviamente al rispetto di banali e semplici operazioni di routine sulle quali però la eventuale mancanza può portare a seri problemi (revisioni periodiche, cambio gomme stagionali, rinnovo permessi ZTL, etc..).

Il Fleet Manager dunque dovrà saper “traghettare” l’Impresa Fleet dentro il piccolo ginepraio delle voci da “1” a “5”cercando di surrogare ed affiancare contemporaneamente tre funzioni fondamentali dentro una Azienda ben organizzata: Responsabile del Personale, Responsabile Acquisti, Responsabile Contabilità e Budget.

Ed è per questo che nelle Imprese con minore organizzazione e forza lavoro (anche se con tanti mezzi di servizio) il “Fleet Manager” è spesso impersonificato da una di queste tre figure in Azienda. Domanda: è giusto che questo avvenga?

Risposta dettata dalla esperienza personale: NO. Assolutamente No. Dove ciò accade, c’è il 3% di possibilità (e mi tengo largo) che questo porti allo svolgimento idoneo di un ruolo professionale completo e più complesso, ma soprattutto “CrossOver” per sua natura rispetto a ruoli specifici.

Il Fleet Manager: dove serve, deve essere una figura Autonoma, Distinta, Specifica

Nelle Imprese dove l’Autoparco è insieme voce di spesa importante e fattore di Business ineludibile, concetti come, tanto per fare un esempio:

​-Fermo tecnico, maggiori costi per disservizi e ritardi nella gestione del Service Management e dell’approvvigionamento di componenti sono voci che un pur ottimo Ragioniere non riesce a gestire;

Rotazione e gestione puntuale dei rapporti tra Utilizzatore e mezzi non solo in termini amministrativi ma anche “tecnici” è una peculiarità difficilmente a disposizione di un pur competente Direttore del Personale;

Gestione e selezione dei migliori servizi e componenti per la fase di gestione dell’Autoparco, scadenze tecniche, valutazione della qualità del servizio di Postvendita, capacità di gestire il Remarketing sono peculiarità specifiche del comparto Automotive che superano spesso le capacità di un pur valido Responsabile Acquisti.

Ergo, un Fleet Manager “ad Hoc” deve essere una figura che il Titolare o il Management Staff dell’Impresa Fleet devono saper individuare (od assumere), inserire nell’Organico e rendere a sua volta titolare di diritti gestionali e di autorità dove serve al fine di poter decidere e sovrintendere al meglio la composizione, l’acquisto, la gestione, la rivendita e sostituzione dell’Autoparco aziendale.

Se questo non accade, tuttavia, è anche perché non vi è una adeguata offerta di figure professionali “interinali” o persino “in Outsourcing” in grado nella pletora delle MicroImprese e delle PMI di saper operare senza aumentare la quota di costi fissi a carico proprio del comparto Flotta; è cioè puramente logico dover rispettare il primo “imprimatur” di una micro o piccola impresa: inutile assumere un professionista in grado di far risparmiare (anche fosse) alcune migliaia di Euro nell’arco di vita di una piccola o media Flotta, se poi il costo fisso annuale di Stipendi e voci connesse è di già pari ad alcune migliaia di Euro in busta paga. E poiché la dimensione delle Imprese Fleet si sta decisamente “polverizzando” in realtà più piccole e spesso con esigenze di Autoparco limitate temporalmente (pensiamo ai Cantieri od agli Appalti Pubblici che impiegano un “plus” di mezzi ed attrezzature per un periodo specifico dovendo poi tagliare su tutto una volta terminati gli appalti o i cantieri, ad esempio); e poiché la tendenza ovvero l’Uovo di Colombo sembra essere l’associazione tra Imprese diverse tra loro dei servizi di acquisto e gestione mezzi, forse uno dei trend di possibile rilancio della figura del Fleet Manager è quella del Professionista “Interinale” o in “Outsourcing” e dunque a Partita Iva.

La configurazione “fiscale” e giuridica” al riguardo la demandiamo al fidato Commercialista che ciascun aspirante Fleet Manager deve avere al fianco non solo per la gestione contabile del volume di affari ma anche per la doverosa linea di informazione ed aggiornamento giuridico delle novità di legge per il settore: pensiamo solo a quanto spazio informativo ha preso negli ultimi mesi la modifica ai Fringe Benefit operata dal Governo, modifica incomprensibile se non condivisa con un professionista contabile.

Un altro “amico” del nuovo Fleet Manager è evidentemente il Mobility Manager, a sua volta un ruolo parallelo e ultimamente molto spesso formato in Azienda da professionisti esterni: è con il Mobility Manager che il Fleet Manager può articolare e rispettare obblighi ed opportunità dei nuovi piani di traffico, delle operazioni di Tracking, della intermodalità tra diversi mezzi aziendali.
Altri due amici inevitabili del Fleet Manager sono i fornitori di due soluzioni ERP necessarie: il sistema di Tracking da un lato ed un DB di Officina e Magazzino Ricambi dall’altro. Spesso anche i più bravi Fleet Manager sanno armeggiare con il primo, ma non ne conoscono appieno tutte le potenzialità; ma saper anche monitorare un DB od ERP di Officina e Magazzino permette di conseguire risparmi ed efficienza di gestione incredibili. Unendo entrambe le tipologie di ERP il professionista Fleet Manager saprà gestire al meglio la Flotta sia in movimento che da ferma. Ed è qui che il risparmio si moltiplica.

Infine, un compagno ineludibile del moderno Fleet Manager deve essere la passione per l’Auto e la sua tecnica. Senza anche il migliore dei Fleet Manager rimarrà sempre un Impiegato di Autoparchi.

Amare le auto, “annusare” l’affare, gestire le trattative, presentare le auto nelle loro qualità agli Utilizzatori od ai Dipendenti, dialogare con Autoriparatori e distributori Ricambi, gestire acquisti e remarketing con i Dealer o con i Noleggiatori è qualcosa di impossibile a chi non ama le auto.

Riccardo Bellumori

Chi è e come lavora un Agente di Vendita Ricambi e Componenti Auto

Amici di Autoprove, tempo di rientri dalle Ferie (per chi le ha fatte) e di riprogrammazioni di vita e di attività lavorative.

Diverse volte la nostra Piattaforma ha voluto affrontare il tema delle professioni in trasformazione nel settore Automotive, in riferimento non solo alla crisi ma alla serie di nuove attività ed opportunità che il comparto può comunque offrire dal lato occupazionale e retributivo a coloro che sanno in qualche modo modificare ed aggiornare il proprio livello di competenze e di aggiornamento tecnologico.

Facciamo una semplice osservazione di partenza: il mercato auto non è dappertutto in “crisi”: in diversi rami di operatività è in trasformazione, in alcuni specifici è il forte crescita ed esigenza di nuovi addetti; ed infine per alcuni settori il mondo Automotive anche nazionale è in piena fase di StartUp.

Questo articolo tuttavia delinea e inquadra un particolare ramo di attività che può davvero interessare una Categoria professionale entrata più rapidamente di altre dentro la crisi che ha colpito le vendite del canale “Dealers” ufficiali e che lentamente stringe nella fase negativa anche il mondo correlato del commercio auto indipendente.

Facciamo una breve panoramica: oltre il 70% dei professionisti dentro un Salone è inquadrato attraverso un rapporto di Agenzia con Partita Iva, ed è una quota che si è tra l’altro solo ridotta in funzione delle nuove categorie contrattuali di dipendenza nate in Italia; ma fino ad una quindicina di anni fa la quota di Agenti dentro un Autosalone forse superava persino la quota dell’80%.

Parlo in questo caso delle Reti di Showroom e punti vendita che rappresentano ufficialmente uno o più Marchi Costruttori attraverso mandati e concessioni: occorre anche aggiungere che la riduzione percentuale del profilo di Agente dentro le Concessionarie deriva dalla situazione di vero e proprio esodo che da diversi anni i professionisti più esperti e meglio dotati in termini di portafoglio Clienti hanno attuato attratti dalle opportunità di autoorganizzazione (apertura di Imprese individuali ed autonome di vendita di auto Usate, ad esempio) oppure dalla maggiore redditività derivante dall’abbracciare settori adiacenti o complementari della semplice vendita di auto a cliente finale.

Dunque, per diverso tempo si è assistito e si assiste alla surroga spesso temporanea di neoassunti giovani e fiscalmente vantaggiosi per il Dealer (Stagisti, ad esempio) che prendono il posto il più delle volte di ottimi Agenti a Partiva Iva che decidono di migliorare sensibilmente qualità del lavoro e redditività.

Basti pensare a quello che oggi assicura in termini di provvigione la vendita del “solo” corpo auto di una vettura media, moltiplicare per i bassi numeri di contratti riferibili ogni anno (nuovo, Usato, KmZero) per singolo venditore di auto, e si comprende come la fattura mensile media sia davvero scarna per un gran numero di professionisti impegnati spesso otto ore in Salone anche al Sabato ed in qualche caso anche nei sempre più sporadici (perché inutili) Open Weekend.

E se il sottoscritto non ha mai fatto mistero della opinione al limite della decenza che si è fatto del profilo della maggioranza dei Dealer responsabili della situazione che fino a pochi anni fa erano stati loro stessi a non saper correggere; è pur vero che lo standard di vendite del mercato auto attuale è ormai una situazione strutturale a cui è praticamente impossibile porre rimedio per aumentare il trend ed i numeri. Motivo per il quale, è questo il nostro consiglio, i giovani e più volenterosi tra gli Agenti a Partita Iva possono e debbono fare una scelta discriminante per la loro carriera e tenuta economica:

cambiare aria, qualora dentro un Autosalone la rincorsa dei margini di vendita e la base economica ragionevole possa diventare un esercizio sempre più difficile. Ok, ma andare dove?

Il settore dell’Aftersales: ancora un piccolo Eldorado per gli operatori di settore

Spesso le cifre che primeggiano nel settore auto italiano privilegiano il comparto vendita del nuovo come cartina al tornasole unica delle performances di settore; e dunque vincolando successi o insuccessi del mercato in base alle sole statistiche di vendita del nuovo trascurano totalmente tre fattori che in Italia stanno evolvendo in modo sempre più sensibile:

1) il mondo dell’Aftersales riguarda allo stesso tempo le operazioni e le strutture di riparazione ed elaborazione (Meccanici, carrozzieri, Gommisti, tappezzieri, elettrauto e meccatronici, Servizi di soccorso, tuner ed operatori di restauro e Restomod); supporti e tecnologie per i servizi di assistenza (Strutture, apparecchiature e utensileria meccanica, supporti di revisione e diagnostica, ERP e DB necessari per la riparazione, tecnologie e connettività per le Authority di intervento, lo scambio e l’accesso dati, gli interventi da remoto); ed infine la dimensione della componentistica fatta da dimensione fisica (Ricambi nuovi originali ed Aftermarket, rigenerati, Usati), servizi di trasformazione (Rigenerazione Ricambi, 3D Print, Rettifica), servizi logistici (Distribuzione, servizi e supporti per lo stoccaggio di magazzino) ed infine servizi informatici di catalogazione e ricerca (ERP, DB, Siti di E-Commerce), per finire ovviamente con le attività di monitoraggio, controllo e prevenzione illeciti (Qr Code, barcode, Imballaggi, tracking) sempre più necessari al crescere dei rischi di falsificazione.

Sono categorie, sottocategorie e nicchie di mercato che senza dubbio pesano in termini di fatturato e margini e richiedono l’attività di personale capace di saper dialogare con gli interlocutori di interesse che solo marginalmente appartengono al canale “retail” cioè al classico consumatore finale.

Nella maggioranza delle relazioni l’Agente nel settore Componentistica lavora in modalità B2B, riferendosi per quel che rigurda i destinatari finali a: Meccanici, Carrozzieri, Gommisti, Restauratori, Tappezzieri, Elettrauto, Responsabili Acquisti di Flotte Aziendali, Autoparchi; ovviamente mettendo tra i destinatati finali anche il sempre più ridotto canale distributivo del “Dettagliante” al quale anche però un Agente operativo nel settore commerciale Ricambi può riferirsi per concludere vendite.

E a proposito di questi ultimi, e dunque della organizzazione del settore più prettamente distributivo, come si sta strutturando il mercato e quali sono le possibilità di Business per un professionista Agente di settore?

Meno Dettaglianti, più “Placche”, e più potere ai Distributori anche con i Ricambi “OEM”

La diffusione delle cosidette “Placche“, nuova frontiera dell’interesse della Case Madri verso il mercato aftermarket, prefigura all’orizzonte più rischi che opportunità per i dealer che non si adeguano ad un nuovo modello di Business che tenderà verosimilmente a scavalcare la Rete di Vendita ufficiale dei Marchi Costruttori. Ecco perché l’Agente di Vendita Ricambi associato o mandatario di una Concessionaria oggi rischia di fare un buco nell’acqua sotto l’aspetto del Business. Meglio, molto meglio, entrare in contatto con la Rete Agenti di un Distributore classico, o con il Management Staff di una delle sempre più presenti Placche Logistiche: sempre più infatti questo tipo di organizzazione sia gerarchica che logistica sta superando la classica intelaiatura dei rapporti commerciali e di approvvigionamento intorno alla Rete dei Dealer; e sono proprio le Placche che offrono soprattutto all’Autoriparatore e in parte al Dettagliante di rifornirsi o di essere riforniti di un assortimento di referenze che ormai cominciano anche dal mondo OEM a volgere l’attenzione verso il mercato generalista e dunque verso un listino di componentistica che possiamo definire “Aftermarket”e che tende sempre di più a fornire alternative Low Cost al prodotto OEM di altri Costruttori. Distrigò, che in molti conoscono, è in effetti l’esempio chiave di tutto questo: una sorta di Open point commerciale dove sempre più è possibile trovare la Gamma Ricambi OEM del proprio Marchio Costruttore; un assortimento generalista aftermarket di componentistica con cui rifornire l’Autoriparazione Indipendente; un listino di componenti meccaniche, idrauliche ed elettriche rigenerate; e persino pneumatici. 

In questo senso la Placca diventa sempre più un “One Stop Shop” che certamente ha bisogno di Agenti in grado di motivare il pubblico territoriale di Clienti potenziali (Autoriparatori in primis ma anche gestori di Autoparchi, Noleggiatori e Flotte) a separarsi da un ciclo di approvvigionamento classico e standardizzato per optare ad una formula in effetti innovativa e maggiormente integrata. In una dimensione del genere, ad esempio, a mancare è una figura specializzata non tanto nella “intermediazione” del ricambio, ma ben di più nella “promozione” del ricambio, nella diffusione del consumo e della scelta di Ricambi ufficiali, alternativi, rigenerati; professionisti commerciali con un background culturale in grado di massimizzare interesse e disponibilità dei diversi interlocutori anche a dotarsi di strumenti ICT e formativi ormai necessari e spesso ancora assenti.

Assistiamo ad un mutamento epocale di stampo commerciale (nuovi fornitori, riduzione della Suuply asiatica, nuove tecnologie per moto e veicoli, nuovi player e frontiere per  Ricambi e Accessori, la rinascita del Tuning, il ritorno della Rigenerazione e della tecnologia multialimentazione, l’aumento di anzianità del Parco Auto circolante); in più per l’Agente Professionista dei Ricambi c’è a disposizione tutto il palcoscenico Web e Social (Forum, Reputazione sul Web, piattaforme E-commerce, preventivazione, ERP di magazzino, Banche Dati) per diffondere la sua immagine, i suoi prodotti rappresentati e i suoi Core Business a diversi Clienti potenziali non solo nel mondo Auto e moto ma anche nell’ Agricoltura e nella Cantieristica, ad esempio.

Il Background ed il livello formativo? Beh, almeno almeno quello legato alla conoscenza del  Service Management e della gestione del “Dato” (Banche Dati, famiglie di Ricambi, ERP di Magazzino, etc..), ma anche la capacità Tecnico/ Commerciale ( per Scontistiche e margini, modelli organizzativi e distributivi della filiera, Credit management) possono fare di un Agente Ricambi moderno un vero leader del suo settore e del suo territorio.

Riccardo Bellumori

Nuova GAC Hyptec SSR Baja Concept

La nuova GAC Hyptec SSR Baja Concept promette prestazioni e stile a valanga.

Guidato dal carismatico Pontus Fontaeus, lo studio GAC di Los Angeles gode di una meritata reputazione per la sua capacità di superare i confini. Il suo ultimo modello fuoristrada ispirato alla Baja è fedele alla tradizione

LA CONCEPT ESTREMA

A prima vista, l’ultimo concept del GAC Advanced Design Center di Los Angeles per il marchio secondario Hyptec non rientra nello stampo delle hypercar high-tech o delle restomod apertamente nostalgiche. Si tratta invece di un’auto sportiva fuoristrada con proporzioni da motore centrale, un linguaggio stilistico essenziale e riferimenti culturali tratti dal variegato panorama automobilistico californiano.

Il progetto è stato trattato come un “progetto di passione” piuttosto che come una tradizionale commissione del marchio. Secondo il responsabile del design dello studio, Pontus Fontaeus, l’obiettivo era quello di riflettere la realtà di come le persone della regione modificano e utilizzano i loro veicoli, non quello di creare un altro oggetto da esposizione astratto. Il motivo? Lo studio festeggia i suoi sette anni di esistenza, un numero fortunato nella cultura cinese e un’ottima scusa per uscire dai sentieri battuti.

“La gente è stanca delle auto ibride, delle auto sportive sovralimentate e delle hypercar”, aggiunge Martin Amazarian, responsabile dell’esterno.

Nuova Mercedes-AMG SL 63 S Performance: la Brabus

Brabus è un marchio per coloro che non si accontentano di avere un’auto che solo l’1% della popolazione può permettersi, ma vogliono che sia ancora più speciale. Spesso desiderano anche che faccia girare la testa. La Rocket GTC DEEP RED trasuda questo atteggiamento in ogni sua parte.

Sotto la carrozzeria spettacolare si nasconde una Mercedes-AMG SL 63 S Performance. Nella versione di serie, produce 805 cavalli (600 kW). Brabus, tuttavia, non si è mai accontentata della versione “di serie”. Dopo una serie di aggiornamenti, il V8 biturbo sprigiona ora 985 CV (734 kW) e una coppia sbalorditiva di 1.817 Nm.

In effetti, si tratta di una cifra talmente elevata che Brabus afferma di limitare elettronicamente la coppia per proteggere i componenti. Secondo Brabus, questa vettura è in grado di accelerare da 0 a 100 km/h (62 mph) in 2,6 secondi e di raggiungere una velocità massima di 197 mph (317 km/h) se si dispone dello spazio necessario.
Ogni pannello della carrozzeria è stato realizzato su misura per questa vettura, e si vede. Prendiamo ad esempio i parafanghi anteriori unici nel loro genere con i loro profondi condotti aerodinamici o i parafanghi posteriori scolpiti con la loro nuova linea che si estende fino allo spoiler posteriore.

LA SPORTIVA BRABUS

Il nome DEEP RED deriva dalla fibra di carbonio colorata presente su ogni pannello. Lo stesso tema si estende alle ruote, un’altra creazione di Brabus, con più fibra di carbonio rossa come le lame aerodinamiche attorno ai raggi.
Ma ecco la parte più incredibile: la carrozzeria in fibra di carbonio che vediamo qui non è la parte più stravagante di questo design. La GTC è essenzialmente una versione cabriolet di una shooting brake che era originariamente basata su una cabriolet. Si basa sulla Rocket GTS di Brabus, una versione shooting brake della Mercedes-AMG SL 63 S Performance, ma questa volta il tetto è stato completamente rimosso.

Questa mossa mette in mostra gli interni giallo neon. Scherzo, anche quelli sono rossi, perché no? Quasi tutte le superfici dell’abitacolo sono di un rosso brillante. La stragrande maggioranza sono superfici in pelle, anche se qua e là si vede un po’ di schiuma e plastica. Ciò che non è rosso nell’abitacolo è spesso in fibra di carbonio o interruttori.

Per la modica cifra di 697.800 euro, ovvero circa 810.000 dollari, anche voi potrete possedere una Brabus Rocket GTC DEEP RED, perché chiaramente una AMG standard non è abbastanza costosa.

Novità GAC al Salone di Monaco 2025: Aion UT e Aion V

Al Salone IAA Mobility di Monaco 2025 GAC porterà in Europa con due modelli 100% elettrici che mirano a rivoluzionare segmenti diversi, dalla compatta urbana al SUV di taglia media. Queste anteprime riflettono la strategia del marchio cinese, concentrata su tecnologie avanzate, attenzione al design e un rapporto qualità-prezzo estremamente competitivo. L’obiettivo dichiarato è conquistare una fetta di mercato mostrando soluzioni concrete per la mobilità elettrica quotidiana.

Aion UT: la compatta elettrica urbana

La Aion UT si presenta con linee pulite e proporzioni equilibrate, frutto di un progetto pensato per offrire un’esperienza di guida confortevole in città senza rinunciare allo spazio di bordo. Gli interni privilegiano superfici ampie e pochi pulsanti fisici, mentre il display centrale da 14,6 pollici convive con un cruscotto digitale da 8,8 pollici. Nonostante una lunghezza di 4,27 metri e un’altezza di 1,58 metri, il bagagliaio raggiunge i 440 litri, superando alcuni benchmark di segmento.

L’Aion UT monta un motore anteriore da 100 kW che eroga 136 CV e propone due pack batteria agli ioni di litio-ferro-fosfato da 35 kWh o 44 kWh. Secondo il ciclo CLTC le autonomie si fermano rispettivamente a 330 e 420 chilometri, mentre in condizioni WLTP più realistiche si stimano percorrenze comprese tra 265 e 340 chilometri. Il sistema di ricarica in corrente continua consente di passare dal 30 all’80% in circa 24 minuti, corrispondenti a una potenza media di quasi 0,9 kWh al minuto.

Aion V: il SUV di medie dimensioni

La GAC Aion V di seconda generazione è il primo SUV GAC omologato per l’Europa e combina dimensioni generose con finiture curate. Con 4,60 metri in lunghezza e 1,66 metri in altezza, l’abitacolo offre soluzioni inedite come un vano console centrale refrigerabile e riscaldabile da 6,6 litri, in grado di mantenere bevande a –15 °C o +50 °C. Il sistema multimediale utilizza lo stesso touchscreen da 14,6 pollici e un quadro strumenti interamente digitale, mentre materiali metallici e cuciture a vista aumentano la percezione di qualità.

Il bagagliaio può variare da 427 a 987 litri a seconda della configurazione dei sedili posteriori, garantendo flessibilità per bagagli e attrezzature sportive. Sul fronte tecnico l’Aion V offre una versione base da 150 kW (204 CV) abbinata a una batteria da 62 kWh, mentre le opzioni più potenti sfruttano accumulatori da 75 e 90 kWh capaci di spingere il motore a 165 kW (224 CV). L’architettura elettrica a 400 V supporta ricariche ad alta potenza, ancora in attesa di dettagli ufficiali sui tempi di ricarica massima.

Le prospettive per il mercato europeo

GAC è approdata a Monaco con due modelli pensati per coprire le esigenze di mobilità urbana e extraurbana, puntando su equipaggiamenti tecnologici e soluzioni ingegneristiche innovative.

Nei prossimi mesi saranno comunicati listini, date di lancio e piani di assistenza e vendita per l’Italia, insieme ai dettagli sulla rete di ricarica dedicata. Gli appassionati di veicoli elettrici potranno così toccare con mano la concretezza di queste proposte e valutare il confronto con la concorrenza europea e asiatica.

Ducati Paso: Rivoluzione integrale di un’Italia che tutti invidiavano

Era talmente bella che fin dall’inizio gli si perdonò persino una “forzatura” storica, una sorta di “arzigologo simbolico” attraverso il quale fu presentata al mondo lasciandolo di stucco: “Lei” era dedicata a Renzo Pasolini, l’eroe indomabile delle due ruote che, se fosse rimasto ancora in vita tra noi, avrebbe avuto 84 anni e forse l’avrebbe forse persino guidata, quella prima donna. 

Eppure la sua breve ma luminosa carriera Renzo (deceduto a soli 25 anni, nel 1973) l’ha incorniciata con Aermacchi, Benelli ed H-D Aermacchi (cioè la ristrutturazione aziendale e di Brand decisa dalla Harley Davidson per rilanciare il Marchio in Europa sia in strada che nelle Gare); ma se avesse mai pur corso con le Ducati, questo potrebbe essere al massimo avvenuto negli esordi di Renzo fuori dalle Gare di Cross cui si era dedicato in primissima istanza; e dunque fuori dalla ribalta mondiale.

Dunque, perché “PASO”??? Cosa simboleggiava questo richiamo che, tra l’altro, sfuggì totalmente e colpevolmente alla “vera” casa agonistica di Pasolini, cioè la Benelli?

Perché se è vero che il divorzio tra Renzo e il Marchio di Pesaro fece scalpore nel 1970, è anche vero che gli ultimi veri guizzi di gloria nelle Gare di Velocità arrivano alla Benelli grazie a Pasolini.

 

Ebbene, l’occasione persa dalla Benelli non sfuggì di sicuro a due volponi commerciali e della comunicazione come i fratelli Castiglioni: loro, titolari della Cagiva (appena entrata nel controllo diretto di casa Ducati) e per questo virtuali eredi della tradizione e del percorso storico di Harley Davidson – Aermacchi (che Giovanni Castiglioni rileva dentro il suo Gruppo di produzione di minuteria metallica) della quale avevano dal 1978 rivoluzionato immagine e target sportivi e commerciali, avevano anche ereditato il pedigree sportivo e dinastico di quell’ azzardo organizzativo e tecnico che fu HD- Aermacchi in pista e che portò all’unico Titolo Iridato di Walter Villa ottenuto quasi da privato di lusso. 

In quella Aermacchi (poi HD- Aermacchi) il mitico Paso fu più una sorta di eroico e volenteroso Start-upper che non un Campione beneficiato da una vera e propria organizzazione di Squadra.

Ducati Paso: Tributo a Renzo dal Marchio che forse lo aveva solo sfiorato

Infatti nelle sole tre Stagioni iniziate da Renzo per il Marchio italoamericano la sperimentazione del  motore a Due Tempi nelle cilindrate 250 e 350 porta il nostro eroe riminese  a brillare solo nel 1972: Vice Campione del mondo nella Classe 250, ad un solo punticino di distacco dal suo avversario elettivo Jarno Saarinen ed una fila di piazzamenti migliori del finnico che permettono a Paso di tenere il sogno iridato aperto fino all’ultimo; 

mentre in Classe 350 la superiorità tecnica di Yamaha (sempre con Saarinen, Vice Campione di Classe) e la invincibilità ancora inossidabile del binomio Ago-MV Agusta (Campione del Mondo anche quell’anno) sono il muro con cui Pasolini combatte portando però la sua Aermacchi dove forse neppure il management contava di arrivare. 

 

Ebbene, forse per un tardivo e postumo tributo al sacrificio ed alla leggenda del più grande simbolo del motociclismo sportivo degli anni Sessanta dopo Agostini; o più facilmente per una corsa all’ultimo traguardo possibile prima che la stessa Benelli si rendesse conto della pessima svista e della mancanza di cui si era fino a quel momento resa responsabile, i fratelli Castiglioni decidono alla fine del 1985 di presentare “Lei”: la Paso. 

Un boom, una cosa mai vista, un vero e proprio altare alla bellezza motoristica per milioni di motociclisti ed appassionati. 

Un tributo, da parte di un Marchio (la Ducati di Borgo Panigale) che Renzo forse mai aveva davvero guidato professionalmente ma che era ormai entrata nel Gruppo che ha ereditato HD Aermacchisolo cinque anni dopo la tragica scomparsa di Renzo Pasolini avvenuta – come tutti i rilievi tendono a confermare – per colpa del grippaggio del suo motore. Certo, già i più esperti lettori tra Voi segnaleranno una co-cittadinanza prestigiosa tra Renzo “Paso” ed un Deus ex machina della protagonista di questa storia. Ci arriveremo…

Insomma, una sciarada storico – simbolica mica da poco, vero?

Ma come era entrata la Ducati nel Gruppo Cagiva? Ed anzi, perché non partire proprio dalla sintesi storica del Gruppo Cagiva? 

Quando i fratelli Castiglioni rilevano le attività, i capannoni e le sedi, ed il mercato di Harley Davidson e di Aermacchi(praticamente sulla via di un decreto di fallimento da fine 1977) ridenominando con “Cagiva” la produzione uscente, la situazione della ex gestione italo americana acquisita dai due fratelli varesini sembra la copia carbone di quello che solo pochi mesi dopo, a fine 1979, si configurerà a carico della stessa Cagiva nella cessione a Carlo Talamo dei diritti commerciali e di importazione delle Harley Davidson americane. 

Fondamentalmente bastò a Carlo Talamo mutare e trasformare la percezione presso il pubblico potenziale della stessa Gamma di maxi-Cruiser bicilindriche, venduta fino a pochi mesi prima dai Castiglioni, per cominciare a crescere commercialmente in modo esponenziale. 

Accadde lo stesso, pochi mesi prima, alla HD Aermacchi ceduta e ridenominata in Cagiva: mantenendo la stessa Gamma di moto da 125, 250 e 350 cc, lavorando semplicemente di comunicazione pubblicitaria e di variazione di scelte cromatiche e di poche differenze in accessoristica e optionals, fondamentalmente Cagiva riuscì a vendere le collaudate e popolari “SS-T” aggiunte della serie offroad “SX-T” in numeri fino ad allora sconosciuti rendendo desiderabili anche dagli adolescenti modelli che prima erano spesso nel cono d’ombra generato nella concorrenza nazionale da Gilera, Benelli, Laverda; e nella concorrenza internazionale dalle Honda di Atessa e soprattutto dalla Suzuki.

C’era tuttavia una differenza di fondo tra la gestione Harley Davidson nella Aermacchi e quella di Cagiva in nome proprio: Cagiva seppe da subito approfittare della grande posizione di vantaggio che la famigerata legge “De Tomaso” forniva ai produttori nazionali, imponendo ai listini delle moto estere importate sotto alla cilindrata limite dei 380 cc. una Super-Iva del 38% come dazio doganale.

In parole povere, mentre Harley Davidson si concentrò sulla produzione e vendita di modelli di nicchia, i Castiglioni “strapparono” alla offerta concorrente di Aprilia, Gilera, Laverda, Malanca, Moto Morini, Benelli, Moto Guzzi e persino di Ducati una fetta importante di domanda di Clienti che evidentemente non trovavano nei maxi listini delle giapponesi una risposta percorribile.

E’ questo, insieme al glamour estetico e mediatico, che porta modelli come la “SST125” (ridenominata “Aletta Oro” oppure “Electra Glide”con avviamento elettrico), o come la “SST 350 Aletta Verde ed altre a fare numeri inimmaginabili all’atto del quasi fallimento della Aermacchi. 

Così facendo, e dopo la “Aletta Rossa” 125 best seller per anni nelle classifiche di vendita dei sedicenni, il cashflow e la notorietà industriale di Cagiva cresce al punto da permettere ai Castiglioni il nuovo miracolo di Schiranna: allargare il focus commerciale al mercato “over 350”.

Farlo per molti era una pazzia, ma nella concezione finanziaria estrema che ha guidato fin dai primi anni la Cagiva nel comparto moto c’era anche molta passione per le moto, colpo d’occhio, fiuto commerciale, capacità di discernimento e grande dote predittiva: l’esempio di Ducati in questo è puramente didascalico.

Ducati, il colpo da maestro contro i “tozzi di pane” dell’Avvocato Agnelli

In Italia nei primi anni Ottanta lo shopping “autoctono” di stampo automotive era abbastanza semplice: se eri un Gruppo privato, ti bastava comprare quel che era ancora pubblico ed era rimasto in vita. Poi, se ti chiamavi FIAT, tutti i tuoi acquisti erano sempre “Low Cost”……

Detto tra noi, alla Cagiva forse il colpaccio più agognato (l’acquisto di MV Agusta moto dallo Stato) era saltato per solo pochi mesi in un incrocio temporale mancato: da una parte la Cagiva acquisiva Harely Davidson Aermacchi e dall’altra l’EFIMstatale chiudeva per sempre il ramo motociclistico della MV Agusta, forse in questo modo rimandando di un buon decennio un passo storico come fu quello della rifondazione di MV.

Ma sotto il controllo statale dell’EFIM era rimasta la Ducati, ceduta nel 1978 alla VM Motori di Cento, e da questa ceduta al Gruppo Cagiva nel 1985. Ma prima di questo passaggio c’è una Joint  Ventures rimasta storica : la Cagiva, solo poco più di un lustro dalla sua nascita “formale” ha già bruciato le tappe nel settore delle piccole e medie cilindrate; nello stesso tempo si è presentata nell’agonismo a due ruote comprendendo a “macchia di Leopardo” un poco tutte le categorie : SXT 125 corre nei Rally Raid e nelle Gare di Regolarità, inizia il motocross ma soprattutto fa scalpore il debutto di una “Frankenstein Cagiva” al Motomondiale Classe 500 fino dalla seconda metà del 1978.

Era già il momento per l’Elefantino di Varese di tentare il colpo gobbo: entrare nel circolo ristretto delle “Maxi” dove i giapponesi avevano già fatto diverse vittime. Ovviamente, come detto, dalla sua la Cagiva aveva solo tanta incoscienza, parecchi denari e una capacità unica e straordinaria del fattore “moltiplicatore” della comunicazione e delle strategie di Marketing: è quella dote rara di saper immaginare quello che non esiste, che andrà a ruba presso i consumatori potenziali e che, soprattutto, si può ricavare combinando tra loro elementi che già esistono senza bisogno di creare nulla di davvero nuovo.

E così il primo Giugno del 1983 Cagiva bussa alla porta di EFIM per proporre un accordo ottimo sotto tutti i punti di vista riguardante una Ducati che all’epoca era lontana parente di quella attuale. Ducati aveva praticamente dato fondo a tutte le sue risorse per dare vita alla serie di motori ad “L” Pantah, con la 500 XL del 1979, da cui erano derivate le altre due cilindrate chiave della gamma commerciale in chiave “Pantah” appunto, cioè 350 e 600. Il Top era dato dalla motorizzazione 900 in configurazione “oldblock” con distribuzione ad alberini e coppie coniche montata su due modelli: la “Darmah” e la “MHR 900”.

I volumi di vendita sono però ridicoli, per un Marchio che dal momento in cui De Tomaso ha acquisito Moto Guzzi e Benelli grazie alla GEPI ha strappato al Marchio di Borgo Panigale anche le forniture pubbliche e militari. 

La proposta di Cagiva suona come musica nelle orecchie di EFIM: i Castiglioni si fanno carico di acquistare lotti di motori, telai e accessoristica fondamentale, persino cerchi, dischi e pinze freno della gamma Ducati classicamente “XL” ovvero “TL”; eppure non si tratta di una produzione su licenza, nonostante le apparenze. 

Cagiva ha in effetti nella manica l’asso vincente, e non ha assolutamente bisogno di Ducati su questo.

E’ il suo centro stile che finora per i fratelli Castiglioni ha creato le “cover” della originaria Gamma HD Aermacchi: sono i fantastici creativi che disegnano e configurano l’unica piccolissima cosa che aveva fino a quel momento tagliato le gambe alla pur eccezionale serie Pantah “XL” (quella sportiva) che sopravviveva soprattutto grazie agli acquisti dei Piloti privati che correvano in Pista o in Salita; ma la serie “TL” cioè turistica, era una sorta di desaparecida a Bologna: troppo poco comoda e versatile per essere stradista, troppo poco aggraziata e protettiva esteticamente per essere confortevole. 

In verità i Castiglioni, come sempre didascalici e (forse) già abbastanza “dogmatici” e ricercati, non si erano avventurati da soli in questo nuovo programma di business: in particolare Gianfranco si era messo già in contatto con la riminese “Bimota”-cioè il sinonimo dell’eccellenza progettuale e manifatturiera motociclistica in Italia e forse già allora nel mondo – per lo studio di una stradale sportiva da 500/600 cc spinta dal “Pantah”. Il layout finale tuttavia non convince, forse anche perché alla Cagiva si rendono definitivamente conto che il telaio di serie della Gamma bolognese è già di per sé perfetto ed adattabile con pochi ritocchi. 

In effetti lavorando sullo stesso telaio di serie con poche modifiche agli attacchi laterali a flangetta ed al telaietto posteriore reggisella, e usando solo una forcella anteriore diversa con lo stesso  manubrio della TL la Cagiva riesce in un miracolo: guardate di fronte, di retro, di lato, e di sopra una “TL”, una “XL”/”SL” ed una “Alazzurra”: Vi sembrerà difficile ammettere che le tre moto abbiano più del solo motore in comune. Detto tra noi, il progetto commissionato e dunque pagato da Cagiva a Bimota lascia un piccolo segno nel Layout finale della Alazzurramade in Varese: visto di profilo, il prototipo Bimota ha sicuramente suggerito alla Cagiva la forma del cupolino, una certa linea del serbatoio soprattutto per la sagomatura dell’attacco con la sommità anteriore della sella, anche se qui gli esempi della produzione giapponese non mancavano. 

La “Alazzurra” è un boom di vendite ma soprattutto su una categoria che Ducati aveva da tempo ceduto a Morini, Guzzi, Benelli. La Classe 350, quella dei diciottenni. 

Per il successo dei “maturi” occorre attendere ancora sette/otto mesi. 

 

Per intanto la “Alazzurra” nonostante le dicerie e le romanze, NON segna un record: in molti insistono a dire che nella Classe over 350 è la prima “Ibrida” a due ruote in Italia (cioè motore di un Marchio e modello finale marchiato da un altro Brand); in effetti la primogenitura nel mercato motociclistico “moderno” spetta alla Italjet 900, motorizzata Triumph a metà anni Sessanta. 

Ma portate pazienza solo un attimo, per vedere al Salone di Milano di Autunno 1984 il vero “Record”: la prima motorizzazione Ducati di grossa cilindrata (350 e 650) su una Enduro, e la prima esperienza di sempre per un motore Ducati alla Parigi Dakar del 1985. 

Nasce “Elefant” 350/650 e il mondo dell’Enduro deve fare i conti con due vere best seller. 

Stravenduta sia in versione civile che per scopi militari, sia in Italia che nel resto d’Europa, la “Elefant” porta anche l’Italia sul tetto del mondo della Categoria “Maxi Enduro” in cui, incredibilmente, era rappresentata dalla sola Moto Morini con la “Camel 500”  
Il primato incrollabile di “XL” Honda e di “XT” Yamaha è messo davvero a dura prova. E dopo l’esperienza Cagiva anche Aprilia, Gilera, e persino Moto Guzzi danno vita a proprie Enduro da 600 cc. in su. Insomma, l’Italia s’è “ri” desta nel mondo a due ruote proprio grazie a Cagiva che dimostra “Yes, We Can”.

Il sogno di Massimo Tamburini che riparte “dopo” ed oltre Bimota.

Ma c’è ancora un piccolo passo da portare a termine prima di far entrare Ducati dentro la “dimensione” Cagiva, esattamente quaranta anni fa 

Si trattava in estrema sintesi di “ricondurre a fattore comune” un universo di esemplari, prototipi, modelli, staff sportivi, concetti agonistici che anche solo dentro un semplice e breve lustro dalla nascita delle prime serie “Pantah 500” aveva già portato diversi Preparatori e telaisti da un lato e moltissime Squadre private più o meno organizzate a diffondere le Ducati da Gara in giro per l’Italia e l’Europa.

Di solito in questo tipo di discorso si porta sempre l’esempio didascalico di “NCR” dei mitici Rino Caracchi e Giorgio Nepoti, ma ci sono anche i fantastici Telai Moretti ed altri, che riescono a presentare nel Campionato “TT1” (mondiale e nazionale) entro i 600 cmc realizzazioni variegate.

 

E che portano la “NCR Ducati 750 TT1” a diventare il Benchmark assoluto per “iconizzare” – secondo Cagiva – la possibile portabandiera della Casa di Borgo Panigale in una disciplina e cilindrata dal fortissimo eco rappresentativo e simbolico: nel “TT1” gareggiano tutti i Big Player della produzione stradale, ed essere in grado di risaltare lì significa dare una mano importante alle vendite. Insomma, Cagiva non lascia nulla di intentato o di incompleto. 

Occorre per Ducati ricreare una immagine Corporate che surroghi quella ormai un poco appannata della famosa “900 HailwoodReplica” o della 200 Miglia di Imola 1972, insomma….. Arriva la “750 F1” alla fine del 1984, fortemente derivata dalla 750 TT1 del 1984 made by NCR. 

Spinta da un motore bicilindrico a L di 90 gradi raffreddato ad aria la F1 ha una potenza “base” di 70 CV a 9.000 giri nelle versioni targate (ma dichiarando fino ad 80 Cv per le versioni da Pista) un telaio eccellente, delle sospensioni Marzocchi ed una carena semichiusa tricolore che “acchiappa” subito.

Con un peso a vuoto 175 Kg e cambio a 5 rapporti garantisce una velocità massima di 215 Km/h, una delle Ducati più veloci dell’epoca. Viene prodotta anche una piccola serie stradale ad oltre 11 milioni di Lire con messa su strada. Sapete a quanto corrisponderebbero oggi? A circa 18.000,00 Euro, secondo Istat. Ma credo che se fosse prodotta oggi, una “750 F1” supererebbe senza problemi i 30.000,00 Euro.

Sette e mezzo, la formula magica dei Castiglioni per la “nuova” Ducati

Pochi riusciranno a interpretare questo concetto: la magia dei fratelli Castiglioni, in particolare di Claudio, si scontra con alcune “mostruosità” che le recensioni finanziarie, la storia sportiva ed alcune “tare” personali hanno riversato su un progetto di Impresa, il Gruppo Cagiva, che fino ad un certo momento ha avuto tutto dalla sua parte, inclusa la ragione di approfittare di una legge medievale e commercialmente scorretta come quella dei superdazidoganali voluti da De Tomaso.

Probabilmente la sopravvivenza di Cagiva (di fatto attualmente inattiva e ceduta come diritto di sfruttamento del Marchio ad un Imprenditore americano) sarebbe stata diversa se invece che comprare Husqvarna  e Moto Morini la famiglia Castiglioni si fosse concentrata su una sola delle due Case, senza “stuprarle” entrambe a forza per evitare una concorrenza inesorabile con il “core” di Schiranna. In particolare “tarpare le ali” a Moto Morini lasciandole solo la titolarità del motore Lambertini da 350 cc; oppure declinare per Husqvarna un percorso preferibilmente di Regolarità per evitare lo scontro diretto con Cagiva nel Motocross; tutte queste sono state, con il senno di poi, delle stupidaggini più tipiche da Avvocato sabaudo che non da “Padani” duri e puri. 

Addirittura su questo, il Gruppo Facebook “Ducatisti Integrali” richiama una intervista a Carlo Pernat nella quale lo storico protagonista del mondo a due ruote ricorda che fu Gianfranco Castiglioni a voler acquisire la Husqvarna dal Gruppo Elettroluxma non per la Gamma di moto o per un futuro target commerciale, ma per sfruttare la rete vendita europea e Service del Marchio svedese, molto capillare in Europa, per diffondere ed espandere il territorio alla Ducati.

Ma non è su questo che ci concentriamo a raccontare, quanto sulla piramide didascalica e geniale con cui i Castiglioni hanno costruito il percorso di arrivo a Lei, alla “Ducati Paso”. Perché “Paso” arriva dopo un percorso in cui, come si è visto, i Castiglioni hanno usato una artigianale pietra filosofale trasformando in oro quel che Ducati aveva già. E’ persino incredibile ricordare oggi quel che chi ha la mia età si trovò di fronte quaranta anni fa. 

Per la prima volta i Media strombazzarono un dato che, in effetti, il Pantah aveva dalla sua nascita ma che nessuno aveva avuto la ventura di amplificare: quello di Borgo Panigale, Made in Italy100%, era il “Bicilindrico più potente al mondo” in ogni sua cilindrata da 350 fino a 750 cc. Un altro indizio di come i Castiglioni sapessero bene cosa era la comunicazione: e questo fece una eco incredibile nonostante l’evidenza che al mondo, in quel momento, i “bicilindrici” erano fondamentalmente di tre tipologie elementari: c’era il Boxer BMW notoriamente stradista e dunque poco potente; c’era la concorrenza massiccia degli italiani (Moto Morini, Moto Guzzi, Laverda) a cui Ducati dichiarò guerra senza confini; ed infine, nella scelta commerciale dei giapponesi, c’erano i due cilindri del Sol Levante che tuttavia, detto banalmente, corrispondevano alla gamma “entry level” e popolare. Se all’epoca qualcuno avesse fatto una didascalia del genere, quel claim (il “Bicilindrico più potente al mondo”) si sarebbe ridimensionato decisamente. 

Eppure anche qui, nella forte suggestione che le Redazioni della Stampa e della TV avevano verso i Castiglioni, si può dedurre quanto “incombente” fosse il Gruppo Cagiva a confronto, ad esempio, di De Tomaso e Piaggio.

Una volta iconizzato il Marchio di Borgo Panigale sul gotha agonistico del “TT1” con la F1 750, in parallelo inizia un lungo percorso di studio sulla futura Paso che simbolicamente parte quando 40 anni fa Cagiva rileva la Ducati dal Gruppo Statale EFIM.

Tamburini alla Cagiva. Nasce Paso, e nulla sarà mai più come prima

Siamo arrivati ormai nel 1985 e si formalizza un passaggio di consegne importante, anche se su alcuni passaggi “Autoprove” non può fare a meno di rendicontare annessi e “sconnessi” di memoria storica: sembrerebbe, dal ricordo sempre di Carlo Pernatsulla pagina FB di “Ducatisti Integrali” che a volere l’acquisizione di Ducati fosse il solo Gianfranco Castiglioni, mentre Claudio era contrario. Tuttavia l’ingresso a Borgo Panigale avvenne, e questo nemmeno troppo progressivamente rivoluzionò la struttura industriale sia qui che a Varese. 

 

Perché nell’ingresso di Ducati dentro la Cagiva si consuma un altro arrivo fondamentale e leggendario: Massimo Tamburini, il “TA” della famosa “BIMOTA” (Bianchi, MOrri, Tamburini) ha da poco lasciato la Factory di Rimini cedendo a Bianchi le sue quote societarie da cofondatore. 

Motivi diversi e soprattutto divergenze portano ad uscire quello che dei tre è forse il vero e proprio “Creator” capace di interiorizzare e sviluppare nella propria mente il “corpus” globale delle realizzazioni riminesi, nate e concepite per riversare la eccellenza sartoriale e dell’oreficeria dentro al Design di ogni moto: nelle BIMOTA ogni particolare svolge il doppio ruolo di forma e funzione, fornendo ottima prestazione strutturale e funzionale e la bellezza visiva di pezzi torniti, sagomati, saldati e fusi con una maestria dei veri gioiellieri.

 

Quasi in coincidenza con l’acquisto della Ducati, Claudio Castiglioni contatta Massimo Tamburini e gli offre un incarico strutturale ed apicale dentro lo Staff creativo della Cagiva.

In quel momento (fine Inverno del 1985) Massimo è ancora in collaborazione con il Team di Roberto Gallina, impegnato nel Motomondiale Velocità classe 500 cc con le Suzuki RGB. Proprio per ridare smalto a queste 2T un poco superate e ormai distanti dalla concorrenza vincente di Yamaha ed Honda, i Team che adottano in rapporto ufficiale con Suzuki (che non partecipa direttamente al Motomondiale ma fornisce direttamente gli Importatori) le vecchie RGB seppure aggiornate alla versione “XR45” si trovano facilitati e liberi di sviluppare qualsiasi ritrovato tecnico utile a migliorare le prestazioni. E mentre la Suzuki britannica (il Team Heron) sviluppa un innovativo telaio in fibra di Carbonio della Ciba Geigy, il Team Gallina decide di percorrere e “stressare” la via dell’aerodinamica. 

 

Per questo Massimo Tamburini si affaccia a Ceparana, in Liguria, alla Factory di Roberto: per disegnare e sviluppare la onirica “TGA1”: la prima Moto del Mondiale Velocità Classe 500 con carenatura integrale. 

Un gioco di incastri e di sapiente lavorazione dei materiali per unire e rendere una sorta di “castone” aerodinamico la carenatura della “vecchia” RGB. 

Fiberglass, Kevlar e Carbonio si associano tra loro per ottenere una carena che non esondi troppo dalle dimensioni limite degli ingombri della RGB, che garantisca solidità e rigidità strutturale (assenza di vibrazioni, resistenza alla torsione ed alle altissime temperature di esercizio) e che in quel bellissimo punto di giallo interrotto dal logo “HB” possa presentare le giuste feritorie di accesso di aria per raffreddamento ed alimentazione motore. 

A frenare l’utilizzo della “TGA1” nelle Gare è presumibilmente il problema della manutenzione: a fronte dei (pochi) vantaggi in termini velocistici il problema della accessibilità alle parti meccaniche ai Box o – peggio – la riparazione di parti di carenatura in caso di incidente avrebbe reso quasi nullo dal punto di vista pratico il piccolo vantaggio cronometrico. Dunque, Tamburini lascia la “TGA1” allo stadio di bellissimo prototipo e accetta la proposta di Claudio Castiglioni dando presto vita al “CRC” (Centro Ricerche Cagiva). La “mission” di Tamburini è in primo luogo rivolto alla configurazione di una nuova immagine di lungo corso per Ducati. Abbiamo detto: il problema di BrgoPanigale in quel momento è la assoluta mancanza di appeal per il “mass Market”: Ducati è un prodotto di nicchia, acquistato o da appassionati del Marchio o più semplicemente da tanti che usano la moto in Pista o nelle Gare di velocità in Montagna. 

 

Il successo esplosivo di Cagiva Alazzurra ed Elefant ha dato alla dimensione motoristica del Pantah “L” una diffusione fino a quel momento impensata, visto che in solo un anno e mezzo i modelli varesini con motore bolognese hanno raddoppiato le vendite canoniche di Ducati fino a quel momento.

La “F1 750” a sua volta ha gettato le basi per una identità nuova della Ducati oltre la vecchia immagine della “MHR 900” a coppie coniche, dando ai Piloti ed agli appassionati una opzione di scelta “Trendy” e vincente. Era arrivato il momento di calare l’asso: la “Ducati” turistico – veloce da grande massa.

E qui, cari amici, si consuma lo “Yin” e lo “Yang”, l’Alfa e l’Omega, il Dottor Jackill ed il Mister Hyde di Cagiva, di tutta questa storia e del futuro schizofrenico del Gruppo di Schiranna

Nuove Nissan Roox e Mitsubishi Delica Mini: viva le KeyCar

I microvan gemelli dei marchi giapponesi saranno in vendita sul mercato interno nell’autunno del 2025. Il prezzo indicativo dei modelli Mitsubishi è già noto, mentre Nissan lo comunicherà in seguito.

La subcompatta Mitsubishi Delica Mini è stata presentata all’inizio del 2023. Si tratta di una versione più “giovanile” del microvan Mitsubishi eK Space, debuttato nel 2020, che ha un “gemello” prodotto con il marchio Nissan: il Roox. Tutte le auto sopra elencate sono prodotte dagli stabilimenti della joint venture NMKV (Nissan Mitsubishi Kei Vehicle).
Nissan Roox, Mitsubishi Delica Mini ed eK Space hanno ora una carrozzeria modificata con un montante posteriore verticale completo (i montanti anteriori e centrali del tetto sono rimasti di colore nero). I modelli hanno cambiato la griglia del radiatore e la presa d’aria nella parte inferiore del paraurti anteriore, nonché la forma dei fari anteriori. Il design dei microvan ora presenta più rettangoli e quadrati con angoli arrotondati. Da notare che Mitsubishi Delica Mini ha delle barre sul tetto.

Ricordiamo che per le dimensioni dei kei car vigono regole severe, quindi non sorprende che siano rimaste invariate: tutti e tre hanno una lunghezza di 3395 mm e una larghezza di 1475 mm. Allo stesso tempo, i progettisti sono riusciti ad aumentare la lunghezza dell’abitacolo di 115 mm fino a 2315 mm, il che ha permesso di “aumentare” lo spazio nell’abitacolo a quattro posti. Il bagagliaio ha una lunghezza di 675 mm ed è in grado di contenere fino a quattro valigie da 48 litri. L’apertura delle porte posteriori scorrevoli è di 650 mm.

DIMENSIONI E TECNOLOGIE

Sul pannello frontale è presente un elemento orizzontale che include due display separati: davanti al conducente si trova un quadro strumenti virtuale da 7 pollici, mentre al centro è posizionato il touchscreen del sistema di informazione e intrattenimento, con diagonale pari a 9 o 12,3 pollici (a seconda della versione). Sulla console centrale è presente anche un pannello di controllo touchscreen per l’impianto di climatizzazione (disponibile a pagamento). L’elenco delle opzioni include telecamere a visione panoramica e un sistema telematico con servizi Google. L’azienda ha sottolineato che i modelli di nuova generazione presentano un isolamento acustico migliorato.

È noto che i sedili posteriori possono essere spostati longitudinalmente di 320 mm (e separatamente l’uno dall’altro). Il sistema di stivaggio degli oggetti nell’abitacolo è stato migliorato grazie a portabicchieri più grandi, diversi cassetti estraibili e nicchie adatte anche per riporre smartphone e portafogli. Da notare che la Mitsubishi Delica Mini di nuova generazione è dotata di ammortizzatori Prosmooth della ditta Kayaba.

I dettagli ufficiali sulla tecnologia saranno resi noti in seguito, ma si prevede che abbia subito una modernizzazione minima. Ricordiamo che gli attuali Nissan Roox, Mitsubishi Delica Mini ed eK Space sono equipaggiati con un motore da 660 cc con una potenza di 52 CV (coppia massima di 60 Nm), mentre la sua versione “sportiva” eroga 64 CV e 100 Nm. Questi motori sono dotati di un sistema ibrido sotto forma di starter-generatore da 2,7 CV (40 Nm). In coppia viene offerto un variatore, con trazione anteriore o integrale.
Le keycar gemelle dei marchi giapponesi saranno in vendita sul mercato interno nell’autunno del 2025. Nissan fisserà il prezzo in un secondo momento, mentre il costo indicativo dei modelli Mitsubishi è già noto: per il nuovo compatto Delica Mini chiederanno da 1,95 a 2,95 milioni di yen, mentre per l’eK Space da 1,75 a 1,95 milioni di yen.