Alex Zanardi: quel messaggio che non ha imparato chi adesso lo celebra

Una curva a Monza? Tutto il tracciato brianzolo? Oppure una statua, una sala consiliare del Municipio di Bologna; e tra dieci anni, trascorso il periodo minimo di legge, chi sarà ancora inter vivos vedrà se e quanti appassionati e devoti si ricorderanno di intitolargli vie, vicoli, piazze, parchi cittadini.

Buona coscienza low cost, che arriva sempre a tirarci di impaccio con cerimoniali e coccarde obsoleti, vuoti, persino idioti quando – auspicabilmente – Istituzioni ed opinionisti applicassero anche solo briciole di buon senso per capire davvero come si potrebbe agire per onorare la memoria del ragazzo scomparso.

Non sono passati che pochi giorni dalla dipartita “fisica” di Alex Zanardi, dal saluto estremo che tutto il mondo – appassionati, tifosi, sportivi o meno – ha tributato allo straordinario ragazzo bolognese. 

Ed evito la dicitura sciocca ed abusata di “sfortunato”: quella dicitura dovremmo auto appiopparcela in tanti di noi “normali”, presi e avvinti dalle piccole sfighe e dalle depressioni che non sappiamo mandare via lungo ogni comune giorno che passa senza che ci accorgiamo – arrivati a sera – che quello stesso giorno e probabilmente il seguente lo passeremo con quattro arti, due occhi e due orecchie mediamente funzionanti. In una normalità alla quale siamo talmente abituati da non saperci più riconoscere come dei privilegiati.

Alex sfortunato? Ma che stupidaggine. Lui ci ha fatto capire il contrario: amando e rispettando quella sua nuova, imprevista ed oggettivamente drammatica situazione ha dimostrato al mondo di avere una fortunatissima dote sconosciuta ai più : entusiasmo, competitività e curiosità. 

Non occorre che io Vi recensisca i passaggi che da quell’orribile incidente negli USA del 2001 ad oggi hanno portato Zanardi a vincere la primissima di una serie di pesanti Gare con il destino: la primissima Gara è stata quella combattuta con una avversaria sottile e stronzissima: la depressione.

Come Alex ci ha spesso rivelato, la sua innata curiosità e l’indole competitiva lo hanno messo in grado di costruire dentro di sé il suo primo antagonista epocale: quel “se’ stesso” che se si fosse abbandonato alla frustrazione ed alla passività sarebbe finito per spegnersi prima ancora di morire. 

Quanti di Voi hanno pensato al dolore fisico e morale di Alex nei primi mesi dopo l’incidente? Quanti si sono immaginati la frana intima e corporale avvenuta in un ragazzo che a causa di quello che mancava dal bacino in giù avrebbe dovuto fare sforzi inauditi per “trasformare” il resto del proprio corpo dalla cintura in su? E quanti hanno provato a immaginare sulla propria pelle il peso di tutto quanto consapevolmente Alex sapeva fin da subito essergli diventato proibito?

Per far fronte a tutto questo non basta la spiegazione un po’ troppo dozzinale “Eh, beh! Zanardi era un Campione sportivo, un atleta professionista”. Certo che per dominare in Pista un mostro di monoposto da 700 e più cavalli occorrono preparazione, controllo psicofisico e disciplina; ma dall’incidente in poi Alex ha mostrato molto più del suo spessore atletico e mentale. E lo ha mostrato a se’ stesso ed a tutti noi. Che avendo visto quanto e come ha saputo spremere da quel suo “nuovo” corpo non riusciamo neppure a rispettare, valorizzare e ringraziare il nostro corpo” normale” dal quale riusciamo a ricavare ogni giorno il minimo sindacale.

Diceva un altro atleta famoso ai miei tempi di adolescente, Michele Magarotto, che il corpo non conosce limiti quando lo si allena ma è la mente a stancarsi prima: se è così allora il lavoro che Alex ha imposto alla sua mente per dimenticare limiti, angosce e timori è stato sovrumano come il lavoro cui il nostro campione bolognese ha sottoposto il suo corpo. 

Alex ha raccontato al mondo non la tragedia ma la forza di poterla combattere

E quando la mente ha risposto ad Alex “Tu non sei finito, sei solo cambiato: prova a ripartire” lui aveva già vinto la prima manche e forse neppure ancora se ne era accorto. E forse, soprattutto, non si era accorto che le sue successive vittorie non erano e non sarebbero state solo sue.

Molti hanno già creato iconografie e scontati parallelismi tra due “primi”: Primo Maggio 2026 – scomparsa di Alex – con quel primo Maggio 1994 che portò via Ayrton Senna. Ecco, questo è proprio il primo segnale che chi ha recensito in questo modo un ipotetico accostamento ha capito davvero poco della lezione di Alex. 

Simmetrie se ne potrebbero trovare ma con un altro evento legato al primo giorno di un mese: il primo Agosto di mezzo secolo fa esatto Niki Lauda rischiò di lasciare questa vita; e privato ancora delle condizioni “comuni” di cui godevano i suoi avversari (una vista ancora critica per i danni ad orbite e pupille per il contatto ravvicinato con fiamme e fumo, polmoni e funzionalità renali ancora compromesse per gli stessi motivi, pelle ancora bruciata e con ferite vistosamente sanguinanti addosso alle quali il sudore prodotto dal casco e dall’abbigliamento ignifugo risultavano brucianti come alcool buttato contro una ferita da taglio) tornò a sfidare il  mondo della F1 ed insieme a questa tutto il mondo intero e l’opinione comune che Lauda non ce l’avrebbe fatta. 

Oggi la storia ci insegna che è l’unico atleta al mondo ad aver vinto due mondiali dopo aver ricevuto l’estrema unzione. La lezione del Campione austriaco al mondo fu esemplare così come l’emblema di quella sua battaglia impressa nelle cicatrici e nei veri e propri sfregi disegnati per sempre sul suo volto. 

Sembra diversa ma in realtà è così simbiotica la sfida affrontata da Alex, quel suo corpo “ridisegnato” dall’incidente che mai più lo avrebbe abbandonato. Eppure, sembra incredibile: quel mezzo secolo passato dall’incidente di Niki ad oggi ha trasformato la F1 rendendola progressivamente, ma lentamente, più sicura. Dall’incidente di Alex in America è passato un quarto di secolo. Ma cosa è cambiato davvero intorno e dentro di noi?

Ecco la prima domanda che abbiamo il dovere di farci: dove eravamo e dove siamo rimasti, noi osservatori fisicamente “a norma” rispetto alla rivoluzione silenziosa che Alex ha fatto prestando il suo corpo dentro le decine di record, di chilometri percorsi, di discorsi fatti e di prove superate per non farsi prevaricare da quell’handicap regalatogli dall’incidente? 

Cosa abbiamo recepito delle sue pedalate a braccia, del suo ritorno – tramite BMW – alla guida di auto (ovviamente modificate) anche in pista? E soprattutto: dopo un quarto di secolo, in quante persone con disagio fisico o con limitazioni gravi nell’uso del proprio corpo (congenite od acquisite dopo un accadimento tragico) abbiamo riconosciuto una parte del nostro amato Alex?

O abbiamo preferito fare la inutile e finta manfrina dei compassionevoli spettatori ed osservatori intimamente consapevoli che, tutto sommato, quel che stava toccando ad Alex e che lui affrontava con gioia e sacrificio a noi era del tutto estraneo “ancora”?

Chi di noi, se avesse avuto la ventura di conoscere o frequentare Zanardi in questo suo ultimo quarto di secolo, avrebbe avuto la coscienza ed il riflesso di dire con sincerità:”Grazie Alex: mi hai fatto capire davvero qualcosa di cui mi sono sempre disinteressato, insegnandomi un modo nuovo per affrontare le differenze, le distanze, e persino le fobie e i luoghi comuni”.

Ad ogni metro di strada che Alex ha conquistato nella sua nuova condizione potete pensare che il nostro eroe era accompagnato idealmente da persone che per mille motivi hanno dovuto rassegnarsi a perdere parte del proprio corpo; ed ogni suo record è stato insieme uno stimolo per aumentare lo studio e la progettazione di supporti industriali (veicoli speciali, accessori, contest di Gara) ma allo stesso tempo una vittoria di tantissime persone in silenzio intorno a lui. In silenzio perché messi in ombra dalla cronaca spicciola e dai dibattiti generici in onda sui media. 

La lezione di Alex: chi l’ha davvero capita?

E così le imprese di Alex, ottenute in tempi nei quali molti fisici “a norma” permangono a bivaccare nelle proprie abitudini, le proprie debolezze, le proprie nevrosi, sono diventate semplicemente occasioni buone per una compassione vestita di ammirazione dove tuttavia il confine tra lui e noi diventava sempre più incolmabile. 

Alex si era trasformato, ai nostri occhi, da possibile esempio di rinascita utile come messaggio per tutti a portabandiera di una condizione e di una categoria che a sua volta viene celebrata a singhiozzo ed a calendario in base a Paralimpiadi, eventi, ricorrenze, premi e riconoscimenti.

Ecco: se abbiamo capito la lezione, o se vogliamo capire la lezione che Alex ci ha lasciato, non fermiamoci a quel corredo di cerimoniali e coccarde obsoleti, vuoti, persino idioti. Perché così facendo la nostra buona coscienza Low Cost avrebbe creato un’altra icona vuota, buona solo per gli anniversari. E questo è esattamente quello che Alex ha rifiutato categoricamente: essere “chiuso” in una dimensione a metà tra salotto buono e Casa di riposo. 

Niente Coccodrilli, ma ammirazione vera e gratitudine per essere stato un esempio

Alex ha combattuto un quarto di secolo e pochissimi coccodrilli redazionali, temo pronti da tempo dopo quel suo ultimo tragico incidente di sei anni fa (al quale purtuttavia il suo fisico d’acciaio e la tempra hanno resistito di nuovo) hanno rievocato la lista di record e di imprese sovrumane ottenute dal nostro campione evitando la solita didascalia. 

In pochi hanno scritto che quell’uomo dei record, terminata la possibilità fisica di sfidare le strade, era un poco caduto nell’oblio mediatico nel mentre stava combattendo una nuova gara con il destino maledetto: la gara per non rassegnarsi, quella che con sforzi ancora più sovrumani lo hanno messo davanti al Via dell’ultimo Gran Premio della sua esistenza. Lui ancora in Pole Position, Madama Morte dietro nella Sprint in cui voglio pensare – non avendolo purtroppo mai conosciuto – che il trofeo in lizza era quello di voler tornare alla situazione personale pre incidente a costo di rischiare davvero la pelle. E se le notizie arrivate dalla struttura di riabilitazione di Padova sono quelle che abbiamo letto, forse il malore e’ stato il prezzo pagato ad una sfida davvero sovrumana, l’ultima.

Ma io qui non sono chiamato a rinnovare quei coccodrilli o a celebrare le gesta del Campione fino in fondo. Sono qui a dire, certo, che nelle decine di drammi fisici ed interiori che nei decenni hanno pagato gli eroi dello sport automobilistico Alex ha dimostrato l’unicità di voler restare, dopo il suo dramma fisico, al centro dell’attenzione con un impegno straordinario ed unico. Sono qui a ringraziarlo, come ringrazio Clay, Wayne, e persino Filippo Preziosi, per avermi fatto compagnia fino ad oggi testimoniando che un corpo risponde alla volontà se questa sa essere forte. E sono qui a vergognarmi ed a chiedere scusa a tutti coloro che, per mille motivi, sono nella impossibilità di essere – come sono ora io mentre scrivo – degni delle due braccia con mani a dieci dita e delle due gambe che sono capace di usare per una condizione minimale rispetto a quello che ha saputo dimostrare Alex con il suo “nuovo” corpo. 

Sono a chiedere scusa per le volte in cui non ho dato un aiuto, una parola di conforto, per le volte in cui posso persino aver ignorato il dovere civico di lasciare accessibili gli spazi urbanistici per i quali sono costretti a passare coloro che hanno avuto un danno fisico.

Non ho pulito la mia coscienza, ma almeno dopo la scomparsa di Alex quel senso di sconfitta e di vergogna velata mi accompagnerà come spero accompagnerà tanti altri: la lezione di Alex, quella più universale, è doppia: ci ha descritto con prove concrete che le vere menomazioni le hanno dentro la propria coscienza tanti individui “a norma” come me; e ci ha lasciato come testamento ideale che una parte di lui è in ognuna delle persone che continua a conquistare il movimento anche senza le gambe, o che continua a voler guardare e sentire intorno il mondo pur senza la vista comune, o che cerca di rappresentare la realtà pur con l’impossibilità di creare con le mani. 

Ora, se la lezione di Alex l’hanno imparata i comuni mortali, la preghiera e il monito passa direttamente alle Istituzioni.

Ogni volta che in Italia o in Europa una carrozzina continuerà a non poter passare da un ascensore o ad avere limitazioni di accesso dentro un Condominio di Superbonus, di fotovoltaico e di wallbox di ricarica, quella volta la memoria di Alex sarà stata dimenticata;

ogni volta che una carrozzina dovrà attendere decine di minuti in più per poter salire su mezzi pubblici a gomma o ferro dotati di passerella, Alex sarà stato disatteso.

Ogni volta che la mobilità o la libertà di affrontare il mondo sarà limitata non dalla condizione fisica ma dagli ostacoli creati da individui fisicamente “a norma” la lezione di Alex sarà stata dimenticata. 

Ad Alex non dedichiamo curve od autodromi, soltanto: dedichiamo fondi alla ricerca medica, ai presidi sanitari necessari ai meno fortunati; dedichiamo città a misura di chi non è fortunato; dedichiamo strutture sanitarie accessibili senza doverle chiudere per limiti di bilancio. Ecco che così facendo Alex Zanardi continuerà a vincere attraverso noi stessi. E qui ed ora da parte mia, dico: grazie Alex. Lo sfortunato ero e sono io. Tu sei l’eroe buono.

Riccardo Bellumori

 

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