Titania Veltro, Fausto, Franco Scaglione e la pasta e fagioli: una favola moderna e reale

Questa storia potrebbe partire da qui: seconda metà di Ottobre del 2023 a Chivasso, una città bellissima che fino ad allora non avevo mai conosciuto: le sue strade acciottolate, i corsi pedonali, i portici a colonnate, le piazze a sampietrino ristrutturare finemente come le pareti dei palazzi, questa cittadina nel suo centro storico rinnova la fisionomia medievale ma “nasconde” la vocazione industriale che ancora dà segno di sé nell’impianto storico (ed in dismissione) della Lancia e nel perimetro industriale che reca intorno aree che hanno fatto la storia: Castagneto Po e San Raffaele Cimena, tanto per dirne alcune.

Ci ero arrivato – a Chivasso – non so neppure io come, ma sapevo perché: due mesi prima di quell’Ottobre una mia ricerca via Web sulla “Intermeccanica” (Marchio sconosciuto ai più, anche se parte della storia automobilistica più bella d’Italia) mi aveva portato a conoscere a distanza Fausto; la sua parentesi professionale e di amicizia personale con Frank Reisner mi aveva suggestionato, perché mai fino a quel momento avevo sentito parlare in quel modo così diretto della vicenda di quel Marchio artigianale e mai avevo avuto la fortuna di conoscere aneddoti anche personali sui suoi protagonisti.

Passai due settimane di Agosto, in quell’anno, a parlare via telefono tra Roma ed il profondo Nord come se Fausto mi conoscesse da anni e dandomi confidenza e disponibilità di tempo. 

Lui era così, un fiume di ricordi ed aneddoti: unica regola proposta da parte sua, le telefonate dalle 20/20,30 di sera quando il clima rinfrescava quel tanto per consentire una chiacchierata piacevole; ma il fiume di ricordi di cui si affollava la telefonata mi aveva abituato persino a tenere un’Agenda per poter approfondire la sera dopo quel che non ero riuscito ad assimilare la volta prima. 

A volte, lo confesso, nelle prime telefonate avevo un sorta di suggestione sul provare a ritenere molti racconti frutto della fantasia, ma poi mi sono dovuto ricredere: “Roberta Wood Spa”, “Eurostyle” ed Ivo Barison, le vecchie aree della “Intermeccanica” nella parentesi italiana del Marchio; persino la vecchia officina di Via Bologna a Torino divisa con il fratello con cui divideva anche un appartamento in affitto a Stupinigi.

E così avevo conosciuto molto più di un Signore poco più che ottantenne che aveva da svelarmi una storia; stavo dialogando con un Atlante imprenditoriale e di vita: Fausto partito da Terralba, imbarcato da Cagliari sulla “Eleonora d’Arborea” nel 1959 con una sacca piena di tre mutande, alcuni calzettoni, due camicie, un maglione e mille Lire in tasca per andare a lavorare in un Centro Porsche a Francoforte; 

Fausto “Steinkopf” (testa di pietra) tornato a Torino che incontra nientemeno che Lino Bosco, il re della plastica in Italia, affrontando una nuova vita professionale a San Raffaele Cimena (all’attuale numero 41 della Via di Chivasso); e che non si ferma certo la’.

Perchè l’auto per Fausto è più di un destino, è un vero e proprio Karma: e lui ci si tuffa senza salvagente nella impresa, folle e favolosa, di rivitalizzare e riportare a nuovi fasti una “Carrozzeria”; ma non una “Carrozzeria” convenzionale (di quelle che ti riparano il bozzo sulla Fiat “Punto” con la pezza di Sintofere spazzolata di carta abrasiva) ma una vera e propria factory di realizzazione carrozzerie speciali come tutte quelle che provenienti dalla cinta periferica di Torino hanno contribuito a rendere più bello il mondo auto collaborando fino alla seconda metà degli anni Settanta con le Firme di Stile iconiche (Pininfarina, Bertone, Zagato, Vignale, Scaglietti, Ghia, etc..) prima che CAD/CAM e progressione delle modalità industriali automatizzate (e prevalenza delle piattaforme a chassis monoscocca in luogo delle strutture tubolari saldate a mano) cancellassero dal panorama decine di piccole botteghe, di battilastra e di artigiani storici. 

Fausto inizia a collaborare con una Carrozzeria – situata nei pressi del Capolinea della storica Stazione “Sassi-Superga” – nata pochi anni prima nel novero delle attività di una famiglia di Costruttori ed Architetti di Torino (quella dei Goia), e comincia di nuovo ad occuparsi di Automotive ma davvero a grandissimi livelli.

Dalla terra al mare, il moderno Argonauta Fausto vive mille vite

Ma non finisce qui: dalla metà degli anni Settanta arrivano nuove sfide, con l’ingresso in una nuova realtà – la STAIN – con cui Fausto inizia dagli appalti di grandi opere (un treno monorotaia, una funicolare, tra gli altri) ma soprattutto inizia la leggenda di quel cantiere dove si realizzano scafi filanti e giganti che spuntano tra gli alberi e le colline di San Raffaele Cimena; un caso quasi unico che ancora oggi tanti residenti ricordano come una delle particolarità e delle attrazioni del luogo. E STAIN non è una storia marginale nel mondo della motonautica. Il Cantiere che ha riportato alla vittoria per la prima volta nelle traversate agonistiche internazionali i motori Diesel Isotta Fraschini e che ha duellato con i grandi armatori europei e statunitensi. Fausto ed i Trofei, Fausto ed Achilli Motors, e Americanino Jeans; e Ballabio, Panatta, Ickx. 

E quel Gp di Montecarlo seguito come ospite dello Yacht di Lee Iacocca insieme ad Alejandro De Tomaso. Di personaggi eccellenti, compreso Alberto di Monaco e Stefano Casiraghi, Fausto ne ha conosciuti a iosa.

Tutto merito della sua energia inesauribile, quella di un uomo definito scherzosamente da una giornalista di una rivista di nautica “un Pastore andato a male”, perché con la sua ostinazione di vivere avventure così lontane dalle sue radici territoriali aveva sfidato anche le convenzioni e un destino forse scontato.

Un amore per l’innovazione ma anche per la classicità: mai convinto dalle fibre composite, era rimasto fedele al caro vecchio pannello di alluminio rivettato ed al fiberglass, anche quando dovette stare tutta una notte in rada con la mano a tappare – con l’acqua di mare fino alle ginocchia – un improvviso distacco – a causa proprio dei rivetti ribelli – di un pannello di alluminio dalla parte di coda di un suo scafo in attesa dei meccanici arrivati per la riparazione.

Fausto e la notorietà: conoscere il “Jet Set” ma rimanere con i piedi per terra

E qui questa storia potrebbe – a questo punto – svelare il nuovo palcoscenico nel quale si è svolto il suo “secondo tempo”: un piccolo ma accogliente e ben tenuto ingresso/salone con una bella vista sul chiostrino interno di una palazzina storica, mentre una meravigliosa gatta bianchissima e a pelo folto, discreta ma curiosissima, fa la staffetta tra la casa del dirimpettaio e quel salone grattando caparbia alla porta di ingresso felice come non mai che intorno alla una di notte vi siano persone sveglie intorno a lei ; 

al centro della scena due tazze di camomilla giustamente fumante, mentre in quel fine Ottobre 2023 il clima a Chivasso è ancora tiepido ma tutto intorno non si sente volare una mosca. Una delle cose che rendono questa città un posto unico.

Scenario ideale, tra le 22 e l’una di notte passata per due persone in perfetto lavoro di squadra: Fausto seduto beatamente sul divanetto, a collezionare ed a ricostruire ricordi; il sottoscritto su un tavolo davanti al suo narratore, a prendere appunti e ricostruire un mondo di storie ben intrecciate tra loro. Un ricordo che non svanirà mai dalla mente. Perché mai nella vita mi era capitato e mai più si sarebbe ripetuto, di poter conoscere e registrare storie da favola raccontate da una delle persone più alla mano e cordiali del mondo, dote trasferita a tutta la sua famiglia, cioè alla figlia ed al nipotino.

La narrazione prende a tal punto Fausto da fargli dimenticare la TV, di cui è consumatore assiduo, tanto per lui sono importanti e suggestive le cose da riportare in luce nella sua memoria. 

E quella che tra le altre storie mi ha colpito tantissimo è l’unica con la quale, non potendo fare altro, vorrei ricordare Fausto e tentare di onorarne la memoria perché oggi non c’è più; per tutte le altre decine – forse centinaia – di storie ed avventure rocambolesche, invece, credo sia mio dovere rimanere in silenzio e cullare dentro di me finchè sarà possibile il racconto di un mondo che solo persone elette avrebbero potuto, come Fausto, vivere da protagonisti.

Ma la storia di “Titania Veltro” al Salone di Torino 1966 è troppo bella per non essere replicata come è stata raccontata da lui. E perché anche solo quella storia compie oggi 60 anni.

Dalla plastica ai battilastra, Fausto compie l’impossibile per la “Titania”

Siamo ormai nel 1965 / 1966: Franco Scaglione (che in questo anno celebra simbolicamente 110 anni) ha ormai chiuso il suo rapporto con Bertone ed ha iniziato a lavorare in forma autonoma, avvalendosi ovviamente della catena di supporto artigianale delle Officine e carrozzerie del perimetro forse più rinomato del mondo, cioè quello torinese; così facendo ha cominciato da tre anni prima a raccogliere commesse da parte di Marchi e Costruttori di taglio medio piccolo o da veri e propri Outsiders, e non a caso la sue prime commesse da libero professionista sono di rango: Abarth Carrera su base Porsche 356 e la giapponese “Prince Motor” per la quale, affiancato in Italia dall’Ingegner Inoue (inviato dal Reparto Tecnico della Capogruppo Nissan) Scaglione aveva realizzato la “Skyline 1900” coadiuvato dalla Carrozzeria “Giovanni Raniero” di Orbassano.

Poi, collaborando con il geniale Stanguellini aveva realizzato a Modena un prototipo da record di velocità motorizzato Guzzi; ma i tre nomi “pesanti” che avevano già incrociato il suo nuovo percorso professionale erano stati ovviamente quello della A.T.S., della Lamborghini e della “Intermeccanica”.

Ma proprio quel prototipo Stanguellini, insieme ai prototipi Abarth da record di velocità (a loro volta) avevano messo in luce una delle doti straordinarie di Scaglione: il saper “vestire” un’auto come se le sue estensioni (struttura motore, abitacolo interno, sospensioni, ruote, scarico) fossero arti e zone corporee umane da far “respirare” e muovere. E tutto questo nelle piccolissime taglie e cilindrate metteva Scaglione in risalto rispetto a tutti per la enorme cultura tecnica (studi in Ingegneria ed aerodinamici), per la variegata capacità manuale e creativa (era stato anche un abile designer di sartoria) e per la curiosità con cui cercava sempre di essere aggiornato sulle nuove tendenze.

Il suo genio creativo (seppur dalla carriera segnata da grandi addii, incomprensioni, e rapporti difficili con le Firme di Design per le quali ha prestato il suo talento) lo rendono decisamente versatile nella fase “pratica” di realizzazione e lavorazione / modellazione delle forme di auto che crea: addirittura nel corso della industrializzazione della Alfa Romeo “33 Stradale” nel 1967 sarà anche responsabile per conto del Marchio di Arese della formazione delle maestranze sulla sagomatura del “duralluminio” che compone la carrozzeria della berlinetta del Biscione; motivo per il quale la ricerca dei siti dove porre in opera le sue opere di stile viene gestita da Scaglione secondo parametri e criteri che mettono ai primi posti la capacità di interazione e la sinergia con il Carrozziere di turno, e la condivisione anche ideale dell’obbiettivo finale da conseguire; 

per questo, partendo la mattina presto dalla sua dimora torinese vicino a Via Osasco, il Maestro non si sottrae alla possibilità, piuttosto frequente, di permanere ore ed ore (quasi sino a fine giornata) dentro i Capannoni ad interagire con le maestranze per guidare e modificare in corso d’opera ogni sua realizzazione. E così accade anche nell’incrocio professionale della Carrozzeria in cui è entrato Fausto. Di fronte ad un Maestro interprete e precursore di linee e modelli che davvero lasciano ancora oggi a bocca aperta quale è appunto Scaglione, l’intraprendente ragazzo di Terralba non ha limiti né remore ad offrire tutta la sua capacità, flessibilità professionale e persino dedizione personale: c’è di sicuro una profonda alchimia tra l’artigiano ed il Maestro; e tra due persone all’inseguimento congiunto di un obbiettivo ambizioso deve crearsi proprio questa alchimia, devono insomma “piacersi”.

E di certo, in ogni racconto, il nostro simpatico ed anziano eroe non faceva mistero di ritenere Scaglione il più grande Disegnatore d’auto di tutti i tempi. Per Fausto si trattava di venerazione, superiore a qualunque sacrificio e impegno da offrire.

Fausto è sicuramente affascinato dalla visione quasi onirica di Scaglione, in fatto di stile e definizione formale, ed il Maestro di certo coglie ed apprezza nel suo appassionato collaboratore la grande capacità di saper tradurre in concreto ogni sua visione. Alchimia e – possiamo dire – amicizia.

Salone di Torino 1966, Scaglione e l’impresa impossibile

Di fatto nel racconto di Fausto la “paternità” realizzativa di Intermeccanica – che in molti hanno sbandierato e che a quanto pare è citata anche nel libro “The Prancing Bull – Intermeccanica” – viene molto mitigata: la fattura realizzativa di “Titania Veltro” non è neppure tutta di Fausto e della sua piccola Carrozzeria ma di una interazione tra abilità artigianali diffuse nel territorio torinese. 

In caso contrario il piccolo miracolo manifatturiero di Scaglione – leggero, filante, piccolo, onirico – avrebbe persino avuto difficoltà ad essere realizzato concretamente: parliamo di una “cellula” essenziale basilare in tubolare e piccole piastre in cui le “estensioni” sono una prova di magia artigianale di maestri battitori che per rendere tutto più rigido senza aggiungere peso utilizzano un metodo caro alla gloriosa “Carrozzeria Touring”; il lamierino – sia di acciaio che di alluminio – viene sagomato e “ripiegato” internamente su se stesso in modo da creare delle scatolature che simulano la rigidità dei tubolari senza però averne il peso legato al classico spessore tipico di tubi tondi e quadri per uso automobilistico. 

Pensate solo per un attimo allo sforzo umano e creativo necessario a moltiplicare per tutta la struttura finita di “Titania Veltro” un lavoro nel quale – se consentite – è presente un vero e proprio monoscocca…..”innervato” di traliccio tubolare e scatolature in cui anche la carrozzeria – di acciaio o di alluminio – diventa elemento stressato insieme al telaio 

Già: perché Titania Veltro GTT era prevista, nella idea di Scaglione, in due versioni: una versione “custom” con struttura e carrozzeria in acciaio – più pesante ma anche più “gestibile” nell’utilizzo stradale – ed una versione “Superleggera” ovvero “Racing” (probabilmente per derivate da usare in Pista) con struttura totale in duralluminio più leggera di circa settanta chili e motore potenziato a ben cento cavalli. Peccato davvero che di quell’unico prototipo si siano perse le tracce, e che neppure Fausto avesse la pur minima idea di dove si fosse cacciato in tutti questi anni.

Purtroppo la unicità del prototipo e la fine del programma “Titania” dopo questo ha impedito la realizzazione di tante ipotesi successive: e non si dica che l’idea di Scaglione di una piccola serie stradale e da competizione della “Titania” non aveva avuto favori ed interessamenti importanti.

Titania anticipava i tempi della crisi energetica

Si, perché ad esempio il motore previsto – il piccolo V4 da 1.500 cc. della Ford Cortina/Anglia con 95 Cv – era arrivato a Scaglione direttamente preparato dalla Ford UK: un motore leggendario a sua volta, quello che aveva causato il “Golpe bianco” dei tecnici Saab che nel 1966 volarono da Trollhattan a Desenzano del Garda con una “96” nella quale una volta espiantato il motore 2 Tempi fu testato sul lungolago quel motore. Ma anche un motore straordinariamente piccolo per le prestazioni promesse in 200 chilometri orari di velocità massima, scelto tra l’altro perché la “V” tra i cilindri consentiva di tratteggiare la quota del cofano motore a misure più basse di un “quattro” in linea; e considerando che l’unico Boxer posto anteriormente con il quale Scaglione aveva avuto ottima esperienza sino ad allora (il bicilidrico Panhard da 850 cc.) era evidentemente sottodimensionato: sia chiaro, non perché il sottoscritto voglia insinuare che il bicilindrico francese fosse una opzione, ma perché anche la meno famosa “Panhard Coupè Bertone” del 1954 richiama il criterio di massima leggerezza e massima efficienza dinamica legata a piccole motorizzazioni.

 

Ebbene, oggi possiamo dire che la capacità onirica di Scaglione anticipò di molto un trend di mercato che stava prendendo piede (il pubblico giovane che preferiva piccole sportive dalla cilindrata più europea) ingigantito da inizio anni Settanta a causa della crisi energetica: inutile dire che quella “Titania Veltro” in quel momento avrebbe potuto fare un vero “boom” nelle scelte del pubblico che sempre più si sarebbe rivolto a sportive con piccoli motori per far fronte alla crisi petrolifera.

Chi ha reso possibile la “Titania Veltro”?

Nel rapporto professionale tra Fausto e Scaglione si crea davvero una sinergia quasi unica e difficilmente ripetibile dato il carattereriservato, schivo e l’approccio comunicativo decisamente asciutto del Maestro; soprattutto il Designer è un vulcano in perenne attività magmatica e nell’apparente silenzio e contemplazione dell’opera “in fieri” si riserva continuamente mille piccole o grandi modifiche in corso d’opera alle quali il Carrozziere di turno deve rassegnarsi ad aderire per non accendere conflitti, ed in tutto questo Fausto è il partner ideale per il genio naturalizzato toscano: calmo, positivo, dinamico, intuitivo ed incoraggiante. 

Difficile ottenere di più da una collaborazione. Insieme a Scaglione il nostro giovane animatore della Carrozzeria rilevata in quel di Superga ritrova il piacere della manifattura d’arte e di prestigio esclusivo, e non di meno si compiace come un vero scultore della opera che sta nascendo, mettendoci “del suo” modellando come possibile le lamiere ed allestendo il prototipo. 

 

Tutto questo, in poche righe, è il terreno di coltura della celebre, affascinante e pur ancora misteriosa “Titania Veltro GTT” realizzata in esemplare unico che i nostri due partner professionali avviano dalla Primavera del 1966: già solo il suo nome rappresenta l’allegoria dell’ideale e del momento rivoluzionario nel quale è immerso in quel momento Franco Scaglione, e tuttavia rappresenta anche un esempio di innovazione estrema in ambito progettuale per quell’epoca. 

 

Partiamo dal nome: Titania è la protagonista di una opera teatrale di Shakespeare, “Sogno di una notte di mezza estate” ove rappresenta la moglie di Oberon e la Regina delle Fate, mentre il termine “Veltro” richiama la figura del veloce levriero cacciatore ma soprattutto la allegoria dantesca, che richiama virtù divine ed ultraterrene. 

 

E probabilmente questa berlinetta ha davvero doti soprannaturali, dato che è in grado di raggiungere i quasi 200 Km/h di punta velocistica: non è certo l’unica prerogativa di una “Concept” a tal punto significativa ed importante per Scaglione da implicare nelle prospettive l’ipotesi che il Maestro possa fondare un suo proprio Marchio artigianale di costruzione per lanciarne sul mercato una piccola serie, con due tipologie costruttive di carrozzeria previste per la commercializzazione: una pelle di acciaio per la serie stradale ed una in alluminio e manganese per una eventuale versione “Racing”. 

 

E probabilmente in un settore di nicchia tra le diverse berlinette italiane, inglesi e francesi non superiori ai 1.600 cc. il profilo prestigioso e la manifattura eccellente della filante nuova arrivata avrebbe avuto un buon successo. 

 

Ma nel racconto di Fausto trapela anche altro: è umanamente impossibile comprimere in pochi mesi di studio tutto il repertorio di genialità racchiuso dentro la Titania, e questo vuol dire che questo prototipo sarebbe potuto essere il manifesto culturale e sinottico del Maestro Scaglione: il suo paradigma per declinare in modo popolare l’elite tecnologica pensabile all’epoca per una sportiva stradale. Probabilmente il Maestro custodiva nel cuore e nell’intento da diversi anni quella creatura così straordinaria, la sua “Titania”, e a vederla dal vivo si restava davvero impressionati.

 

Titania Veltro protagonista al Salone di Torino 1966

Fausto copre ogni esigenza tecnica e manuale per conto del suo prestigioso committente, avventurandosi in un supporto artigianale a 360 gradi, affiancando Scaglione in tanti passaggi realizzativi della “Titania”, trattata davvero come la regina dell’opera di Shakespeare. 

Certo, data anche la novità ed originalità della creazione il workflow è tutt’altro che semplice e convenzionale, e dunque le settimane scorrono veloci in direzione del palcoscenico naturale scelto per la “prima” della Titania Veltro: il 48° Salone dell’Auto di Torino previsto in apertura dal 3 Novembre di quel 1966 e fino al 13 dello stesso mese.

 

In quello stesso periodo la neonata “Intermeccanica” è a sua volta in cerca di nuovi sbocchi di mercato e di liquidità perché l’esperienza con la “Apollo” è diventata un bagno di sangue; e Frank Reisner ha urgente bisogno di incassare e nel frattempo di smaltire decine di telai disegnati e realizzati da lui che tuttavia sono tornati indietro nella insolvenza dei produttori della “Apollo”; ecco perché è difficile ammettere che all’epoca della “Titania Veltro” la Intermeccanica fosse operativa al 100% con Scaglione anche per questo prototipo.

 

Da Reisner escono, tra la fine del 1965 ed il 1967 : la versione Shooting Brake della Ford Mustang, la sfortunatissima serie “Griffith GT 600” (disegnata in origine da John Crosthwaite e ritoccata da Scaglione) poi diventata “Omega” dopo che SteweWilder rileva il fallimento (ampiamente annunciato) di Griffith e sbologna senza molta cura il rapporto con Reisner lasciando il povero Ingegnere ungherese con quasi cento telai della Apollo doverosamente modificati per la “GT 600” e con un buco di bilancio persino peggiorato. 

Dopodichè arriva il momento di “Lynx” mentre Scaglione dopo Titania è “full” nell’impegno con Alfa Romeo 33 Stradale realizzata presso le strutture Autodelta. 

 

Ma questo è solo per spiegare l’intreccio nel quale il “trigono” simbolico tra Scaglione, Reisner/Intermeccanica, e Fausto si reinventa proprio in quel progetto di “Titania Veltro” dove quest’ultimo è di fatto la spalla di Scaglione per la preparazione del prototipo per il palcoscenico deciso dal Maestro di stile: Salone di Torino, 48° Edizione, 1966.

 

Una vetrina importante, un calendario che si avvicina settimana dopo settimana e giorno dopo giorno e che, dato anche il perfezionismo probabilmente persino eccessivo – sebbene necessario – di cui i due sono entrambi pervasi, porta ad un “rush finale” memorabile e faticosissimo per Fausto; anche perché la posizione espositiva scelta in un “mix” tra maggiore visibilità globale del prototipo e costi di esposizione più ridotti (in effetti Titania Veltro non ha un suo Stand ma è posizionata in quel Salone dentro una Sala attigua all’ingresso ufficiale all’Expo dove sono presenti alcuni altre auto) porta nella suggestione dei due protagonisti – Fausto e il maestro Scaglione – una certa ansia: 

 

poco prima dell’apertura ufficiale dell’evento fieristico i due vengono infatti a sapere che a pochissima distanza dalla “Titania Veltro” sarà tenuto il discorso di apertura del Presidente della Repubblica Saragat insiema al Sindaco di Torino ed a Rodolfo Biscaretti (Presidente del Salone) con una sovrapposizione di telecamere RAI e di riprese fotografiche nelle quali – è presumibile – la Concept di Scaglione sarebbe finita sotto i riflettori.

 

Nella sua vita e carriera trascorsa, durante i momenti difficili o durante impegni straordinari, Fausto non aveva avuto certo problemi a saltare spesso pasti e riposo: ma in occasione del debutto della “Titania Veltro GTT” a Torino il Maestro lo coinvolge in un extra sforzo che sfocia in una maratona lavorativa più unica che rara anche per quell’ambiente; dal 31 Ottobre sera, praticamente, fino alla apertura della kermesse torinese (alle ore 11,00 di mattina del 3 Novembre 1966) Fausto lavora senza sosta,e senza mangiare né dormire negli ultimi due giorni. 

 

 

L’impegno del titolare della Carrozzeria – nei pressi di Superga – verso Scaglione è totale ma prezioso, visto che come detto il Maestro in quel periodo è davvero autonomo e privo di ogni supporto organizzativo tipico delle “firme” per le quali lavorava di solito: ed in mancanza di un Marchio Costruttore committente che si sarebbe in caso fatto onere delle operazioni logistiche necessarie, è Fausto ad occuparsi di tutto.

 

Dal carico e trasporto del prototipo in Fiera, alla ultimazione dei particolari e delle lavorazioni necessarie, al posizionamento ed allestimento dell’auto passando persino per un supporto nel layout e configurazione dello spazio espositivo riservato alla creazione del Maestro in mezzo agli altri Marchi presenti nel Salone. 

Spazio che appunto viene riservato alla “Titania” praticamente all’ingresso del Salone, quasi ad accogliere i visitatori e dominare la scena, ed a voler apparire non certo una “Maquette” a dimensione reale ma una vera auto funzionante e completa in ogni dettaglio.

 

Non solo Titania, non solo Auto: le mille avventure di Fausto, “testa di pietra”

Fausto in fondo sente forse la “Titania” come una sua figlia, anche per il tempo passato a veder manipolare pazientemente quelle lastre di metallo che avvolgono una carrozzeria che pare uscita da un’altra dimensione, e tutta la cura spesa sui particolari di un prototipo dalla linea onirica ed impareggiabile: tutto questo impegno e sforzo viene ripagato in termini di apprezzamenti e di commenti autorevoli ed entusiastici rivolti da un lato al genio di Scaglione; ma dall’altro destinati, senza darlo a vedere e senza evidentemente pretendere di condividere il palcoscenico, anche al supporto di manodopera e di capacità artigianale di chi materialmente ha plasmato materiali e superfici per dar vita a quel gioiello a quattro ruote. 

 

Ma esiste davvero un premio speciale per lui, giunto al 3 Novembre 1966 (dove tutto è compiuto e sta per alzarsi il sipario sul 48° Salone di Torino in quel giovedì di un tardo autunno torinese) quando il nostro giovane Fausto intorno alle otto di mattina raggiunge rapidamente casa per cambiarsi prima di tornare nei saloni espositivi.

 

Nonostante la stanchezza infatti non vuole assolutamente mancare alla prima della anche sua creatura. In vista della apertura ufficiale prevista per le 10,30 Fausto guida di fretta verso casa ed abbraccia forte la sua Rita come se non la avesse vista da mesi; è stanco, un poco infreddolito e frastornato ma sempre, incrollabilmente, sorridente. Dalla sera prima lo attendeva un pentolone di profumata e croccante pasta e fagioli, ma saltata anche quella occasione di cena, il nostro eroe prende tutto il paiolo e seduto sul divano – ancora con gli abiti da lavoro – ne divora letteralmente metà contenuto per poi infilarsi subito sotto la doccia, cambiarsi e ripartire di nuovo – dopo un veloce caffèlatte – per stare vicino a quella “Titania Veltro GTT” che anche grazie a lui vivrà di luce riflessa in quel Salone.

Anche in questo, senza saperlo, Fausto è protagonista di un primato e di un evento storico straordinario: nella carriera autonoma, ed ultima, di Scaglione dopo essere uscito dalla “Bertone”, quella “Titania Veltro GTT” è l’unica realizzazione in proprio del Maestro, cioè l’unica che non gli sia stata commissionata da un terzo Costruttore. 

Artefice e coadiutore di quell’opera prima ed unica, dunque, e’ancora una volta il nostro “Argonauta” moderno, che certamente non si è ancora stancato di viaggiare ed esplorare.

 

Le sue narrazioni non finirono infatti davanti a quella camomilla fumante, nel saloncino di Chivasso: in pochi giorni Fausto mi ha regalato un repertorio da leggenda lungo 15 anni, ed altrettanti lo avrebbero atteso da metà anni Settanta ad inizio anni Novanta quando anche l’impresa di STAIN e “Victory” passano di mano chiudendo anche la parabola “nautica” di questo nostro eroe.

 

E gli unici due cenni di ringraziamento – da parte mia – per aver conosciuto così tanta storia unica e spesso sottotraccia sono in due piccoli gesti che ricordo con piacere di aver fatto di mia intenzione: aver fatto incontrare Fausto con Tommaso, l’Art Director di “Plastic Flowers” che ha mandato in scena a Teatro la vicenda di quell’impero della plastica a San Raffaele Cimena; e di aver ritrovato con un po’ di ricerca sul Web uno dei libri in originale a cui Fausto teneva di più: “L’Era dei Magnati”, del 1956. Glielo ho fatto arrivare in segreto, come sorpresa, via Corriere espresso da una piccola biblioteca che ancora lo conservava. Era il minimo che potessi fare all’epoca, per ringraziare lui e la scenografia di un gioiello cittadino come è Chivasso. 

 

Ma quello che Fausto ha saputo regalare a me ed a tutti coloro che lo hanno affiancato od incrociato, è stato invece straordinario ed impagabile. Compreso quello che ha potuto fare fin dall’inizio della carriera di un nipotino oggi diventato a sua volta leggenda: Francesco Pecco Bagnaia.

 

(In memoria e ricordo commosso di Fausto Atzori, una straordinaria leggenda in incognito)

 

Riccardo Bellumori

Redazione
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