Oggi vi mostro la nuova Linktour Alumi un quadriciclo elettrico perfetto per la città.
Scopriamo insieme le sue caratteristiche e vediamo come si comporta nel nostro consueto test drive, analizzando i pro e i contro di questa interessante auto elettrica economica.
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Linktour Alumi prova su strada in anteprima assoluta
Linktour Alumi: prova su strada in anteprima mondiale
La Linktour Alumi rappresenta una delle proposte più interessanti nel panorama delle microcar elettriche. Nata come quadriciclo della categoria L7e, la Alumi è stata progettata per interpretare la mobilità urbana con un approccio premium, coniugando design futuristico, praticità e tecnologia.
Ho avuto l’opportunità di provare Linktour Alumi in occasione della prima prova su strada internazionale organizzata a Roma.

Il design è immediatamente riconoscibile: compatta come una smart fortwo, ma con linee più audaci e scolpite, la carrozzeria in alluminio trasmette leggerezza e solidità. La filosofia “Path to the Future” di Linktour Automotive si riflette in ogni dettaglio, dai gruppi ottici dal taglio tecnologico al frontale che comunica modernità e carattere. Non è solo un mezzo di trasporto, ma un manifesto di mobilità sostenibile.

INTERNI E DOTAZIONI
Gli interni, soprattutto nell’allestimento Elite, sorprendono per la cura dei materiali e l’attenzione al comfort. I due sedili ergonomici offrono una seduta comoda, mentre la plancia integra un quadro strumenti da 5” sistema di infotainment da 10,25”. Il display centrale consente la gestione delle principali funzioni del veicolo, con connettività smartphone, Bluetooth e comandi touch. L’allestimento élite aggiunge anche servizi smart come il monitoraggio energetico e aggiornamenti OTA, rendendo la microcar più vicina a un’auto tradizionale in termini di esperienza tecnologica.

MOTORI E DATI TECNICI
La gamma Linktour Alumi è disponibile in due versioni.
La Alumi L6e “Urban Sprite” è limitata a circa 45 km/h, pensata per chi si muove esclusivamente in città vista l’autonomia dichiarata di 120 km e può essere guidata anche senza patente tradizionale in alcuni Paesi europei.
La Alumi Elite L7e “Urban Elite”, invece, raggiunge i 90 km/h e offre un’autonomia fino a 180 km secondo ciclo WMTC, posizionandosi come alternativa più completa e versatile per chi desidera un mezzo cittadino ma con margini di utilizzo extraurbano.
Su strada la Linktour Alumi conferma la sua vocazione urbana. Il peso ridotto e il raggio di sterzata contenuto la rendono estremamente agile nel traffico, capace di muoversi con disinvoltura anche negli spazi più stretti. L’accelerazione è pronta e fluida, ideale per affrontare i continui stop-and-go cittadini, mentre la silenziosità del motore elettrico contribuisce a ml. L’autonomia, pur non pensata per lunghi viaggi, è perfettamente adeguata agli spostamenti quotidiani, con tempi di ricarica compatibili con le esigenze di chi utilizza il veicolo come compagno di vita urbana.

LANCIO IN ITALIA
La Linktour Alumi Elite si rivolge a un pubblico preciso: giovani professionisti, studenti e cittadini che cercano una soluzione sicura e confortevole per muoversi in città, ma anche operatori di car sharing e flotte aziendali interessati a ridurre traffico ed emissioni. Non è un’auto nel senso tradizionale del termine, ma una proposta di mobilità che unisce efficienza, sostenibilità e un tocco di esclusività.
In conclusione, la Linktour Alumi Elite promette di essere, complice anche il prezzo che sarà presto annunciato, una scelta sensata per città. Non è pensata per i viaggi fuori porta, ma per ridefinire il concetto stesso di mobilità urbana, trasformando ogni spostamento quotidiano in un’esperienza pratica, tecnologica e distintiva.
Storia di Gunnar Nilsson il Campione buono che ha vinto per amore dei bambini
Il 20 Ottobre del 1978, Charing Cross Hospital di Londra. Si chiude la parte più dolorosa di una storia iniziata un anno prima, nello stesso Istituto, con l’inizio di un vero calvario per un ragazzo di appena trent’anni, neppure compiuti.
Avrebbe festeggiato trenta anni pieni un mese dopo, il 20 Novembre.
Un Campione, sportivo, un Pilota della mitica Formula Uno. Un ragazzo che per quell’epoca veniva da un continente che era appena esploso a livello mondiale. La Penisola scandinava, ed in particolare la Svezia. Che negli anni Settanta voleva dire in contemporanea gli ABBA, Volvo e Saab, Bijorn Borg, e per la Formula Uno la stella luminosa di Ronnie Peterson.
Solo che quel ragazzo si era sudato ogni scalino della sua rampa personale che lo avrebbe portato per solo due Stagioni in Formula Uno. Quel ragazzo era Gunnar Nilsson.
Non potevo giudicare una storia così, all’epoca. Avevo appena otto anni; e per giunta, forse solo in Italia, i temi che si associavano a questioni di coscienza, di riflessione profonda erano spesso estromessi dal canovaccio del racconto sportivo, se le due questioni erano legate.
Nella cultura nazionalpopolare di un Paese martoriato dal rigurgito terrorista, dalle lotte sindacali ed operaie, dalla contestazione studentesca nel quadro della ridicola contrapposizione tra Pentapartito di Governo ed opposizione rossa, lo sport era per la modalità “panem et circences”, per provare a distrarre un popolo sfortunato e vittima di se’ stesso come quello italiano; e solo perché il dramma di Niki Lauda era esploso come la sua Ferrari in presa diretta il Primo Agosto ci si era dovuti ingarellare nel racconto di un altro ragazzo sfortunato alla soglia della estrema unzione. Per il resto, lo sport doveva far ridere e discutere gli appassionati ai tavolini di un Bar.
Sono però grato allo sport ed al mondo che ho amato per anni. L’auto racconta storie da Premio Nobel, a volte.
Come la vicenda di Enzo Ferrari, che travolto dalla tragedia di suo figlio Alfredo affianca nel 1978 il Policlinico Universitario di Milano ed insieme al Prof. Guglielmo Scarlato fonda il “Centro Dino Ferrari” per l’attività di ricerca e diagnostica nel campo delle malattie muscolari, neurodegenerative e cerebrovascolari.
C’è purtroppo tanta storia della Formula Uno o del mondo sportivo dei motori in generale che provoca giusto sgomento e ripulsa nelle persone che non provano passione per queste discipline. Roger Williamson bruciato vivo nella negligenza e violenza scenografica della TV in mondovisione; il povero commissario sudafricano falciato dallo scontro con Pryce, e la morte assurda di quest’ultimo.
E tanto altro, ma poi accade che una storia maturata sempre in quel benedetto o maledetto mondo, in quel 1978, arriva per insegnare qualcosa a tutti.
Un Pilota promettente in Formula Uno, svedese e di origini ricchissime. Un rampollo che come diversi altri decide di impegnarsi in traguardi diversi dall’Azienda di famiglia.
Gunnar Axel Arvid Nilsson nasce ad Helsingborg in Svezia il 20 Novembre del 1948, e la sua ricca famiglia di immobiliaristi ha già deciso per lui un futuro da manager dell’azienda familiare.
Terminati gli studi Gunnar impiega solo otto mesi per capire e far capire che contabilità e finanza non fanno per lui, che ha passione per le corse e per le auto. A dire la verità già un lutto lo colpisce, quando nel 1964 il papà muore e lui, a 17 anni, deve per forza prendere le redini dell’impresa di famiglia. Ma come detto è una missione impossibile
Gunnar, dalla scrivania del Manager al vecchio furgone in giro per le piste d’Europa
Come in ogni storia che si rispetti in questo canovaccio (pensate alla storia anche di Niki Lauda) la famiglia nega al giovane persino gli spiccioli di un patrimonio familiare con cui Gunnar avrebbe potuto comprare per sé una intera Squadra Corse. Papà Arvid e mamma Elizabeth sono contrari fin da subito.
Oggi, da persona cresciuta, arrivo persino a capire.
Tanti anni fa no, e dunque non vedevo di buon occhio le famiglie che ostacolavano la passione dei giovani talenti ; e soprattutto quelli europei, visto che per motivi edonistici e forse anche di più comodo riciclaggio di denaro, il Sudamerica non faceva altro che vedere nuove famiglie di latifondisti (od altro, vedi il caso di Ricardo Londono), allevatori e petrolieri riempire di dollari le valigette dei propri figli o nipoti piloti.
Ma poi, mi sono persuaso che contare ogni anno, in quel periodo tra anni Sessanta e Settanta, l’esercito di giovani e meno giovani piloti da Corsa (in pista, in salita o nei Rally) che in tutto il Globo, dalle formule minori fino alla Categoria regina, era una impresa dolorosa per chi ne fosse stato direttamente coinvolto. Decine di appassionati ed avventurosi perivano ogni Domenica nel mondo, centinaia finivano all’Ospedale ogni fine settimana.
Rimasta solo mamma Elizabeth ed il primo fratello di Gunnar a gestire le sorti aziendali, il giovane ed Ingegnere Gunnar (nel frattempo si era laureato all’Università di Stoccolma) decide però di determinare la sua vita in modo diverso: a 24 anni, nel 1972, apre una piccola Ditta di trasporti, compra a rate un “Opel Blitz” a Gasolio usato, ci attacca un carrello per portare una vecchia Formel “Vee” (Formula Vee) insieme al suo “pseudosocio” (in realtà amico fraterno e meccanico): si tratta della finlandese RPB (Racing Plast Burtrask) motorizzata VW 1300, un “muletto” con cui Gunnar gira la penisola Scandinava nel campionato locale
L’anno successivo passa alla Formula Super Vee, all’appoggio di un team professionista ed alla Lola.
Sempre comunque Monoposto usate, vecchie e da ricondizionare che Gunnar acquisiva a fine stagione quasi come rottamazioni, e rimetteva a posto facendo la classica fila ai mercatini improvvisati nei piazzali dei paddock dove squadre e piloti si scambiavano pezzi, gomme, utensili.
Finisce quinto in Classifica Super Vee, e qualcuno comincia a segnare il suo nome, soprattutto perché
si toglie anche la soddisfazione di debuttare in Formula 2 con un bel quarto posto al Norisring-Trophäe al volante di una GRD-Ford 273 della scuderia di Pierre Robert.
Passa alla Formula 3 britannica, dove arriva nel 1974 da privato grazie ai premi della Super Vee ed ai nuovi Sponsor, fa davvero vedere di che pasta è fatto.
La March non perde tempo, lo prende per la Stagione 1975 da ufficiale, lo ingaggia e finalmente libero da gestione ed oneri personali Gunnar vince alla grande la serie inglese della F3 di quell’anno rischiando il colpo grosso : corre in contemporanea la Formula Atlantic su una Chevron Ford e finisce secondo in classifica finale iridata.
Sta per finire l’Autunno di quel 1975 e Frank Williams, noto “Talent Scout” porta Gunnar su una monoposto di Formula Uno a Goodwood; non va benissimo, ma mentre si sta preparando per la prima Stagione dell’Europeo 1976 di Formula Due, lo svedese riceve una sorpresa inaspettata dal suo amico e concittadino Ronnie Peterson.
Ronnie inizia la Stagione con la Lotus, con cui è sotto contratto, ma subito dopo – rimasto più convinto della maggiore competitività della March rispetto alla mediocre e deludente “Lotus 77” – parla con quest’ultima per un salto di Squadra.
March convince allora Colin Chapman, a sua volta poco convinto di tenere Ronnie, a prendere ad ingaggio “zero” il giovane e promettente Gunnar, oltre alla ipotesi Bob Evans (buon pilota ma meno promettente dello svedese, ed infatti è rimasto una meteora vera) per una sostituzione sulla monoposto numero “6”.
Gunnar, il sogno si fa reale: Formula Uno e Lotus
Chapman testa Gunnar in poche manciate di minuti e si: è Ok, anzi – probabilmente – mantiene molto più di quel che promette. E da Monaco 1976 inizia per Nilsson il sogno Mondiale in F1 accanto a Mario Andretti.
L’inizio non è dei migliori: la proverbiale robustezza delle monoposto di Chapman si svela in tutta la sua straordinaria fama quando a Long Beach Gunnar finisce ad alta velocità contro un muretto (presumibilmente per la rottura di una sospensione) tra Bridgestone Bent e Shoreline Drive. Gli effetti del botto il povero ragazzo li patirà per mesi sul collo.
Tuttavia la Stagione 1976, famosa per tutt’altre sfide, si conclude con un risultato perlomeno ammissibile: su quindici Gare disputare con nove ritiri (a riprova della pochezza della “77” anche Mario Andretti è “out” otto volte in Stagione) arrivano quattro passaggi sotto la bandiera a scacchi di cui due Podi. Ed un decimo posto in Classifica Iridata, poco sotto il suo “capo” Andretti e soprattutto davanti al suo concittadino e “Senatore” Ronnie Peterson.
La Stagione 1977, in cui Gunnar viene confermato alla Lotus, tuttavia, più che una auspicabile passerella verso la categoria “Top” è una vera e propria altalena. Arriva la quasi rivoluzionaria “78” che introduce l’effetto suolo, e dunque l’armamentario a disposizione di Lotus sale di grado.
Eppure in Prova Gunnar – seppure da secondo Pilota vive una oggettiva limitazione nelle prelazioni del materiale migliore – non riesce a sfruttare quelle potenzialità velocistiche della “78” che portano il capitano Andretti a collezionare sette “Pole” e ben dodici partenze tra prima e seconda fila.
Senza dubbio è una Stagione “strana” per il nostro giovane eroe svedese, che sembra ancorato tra la quinta e la ottava fila (10 partenze complessive) ed una sola in prima fila.
Così come l’altalena si ripete in Gara; ma soprattutto la intera Stagione, separabile in due veri e propri “tronconi” pare la triste metafora della vicenda personale di Gunnar. Che, certo, viene trattato da vera e propria Seconda guida.
Al primo Gran Premio di Stagione 1977, dopo essersi qualificato decimo in quinta fila deve rinunciare alla partenza: Mario Andretti ha distrutto la sua “78” nel Warm Up ed il muletto è la “77”, per capirci. Dunque Gunnar deve “pacificamente” cedere la sua monoposto al compagno capitano.
Con tutto ciò la prima mezza Stagione di Nilsson è dignitosa nel primo quarto (due quinti posti ed un ritiro) ma arriva la sorpresa della vittoria nel pazzo Gran Premio del Belgio.
Insomma, è fatta, possiamo pensare tutti: anche Gunnar è sdoganato, e vedrai che la seconda metà del 1977 sarà meno avara della prima.
Ed infatti arrivano un quarto posto ed un bel podio. Ma poi arrivano ben sette ritiri di fila, e molti di questi sembrano derivare stranamente da imprudenze, disattenzioni, o veri e propri errori marchiani.
Come in Svezia dove per un “lungo” in frenata durante una fase di sorpasso rovina il musetto contro Depailler; o come in Olanda dove sempre in un ingarellamento con Reutemann cerca il sorpasso impossibile e finisce fuori.
E poi un altro incidente al Glen. Colin Chapman non tollera granchè tutto questo, e il rapporto con Gunnar si interrompe alla fine del Gran Premio del Giappone, il 23 Ottobre del 1977.
L’ultima volta nella quale Gunnar siede su una monoposto di Formula Uno
Insomma, cosa sta accadendo al ragazzo? A quanto si ricorda e si repiloga nelle tracce storiche, una sorta di malessere, un dolore sempre più frequente e importante nella zona inguinale:
peccato che come tutti i Piloti di Monoposto dell’epoca dolori, risentimenti e lividi fossero il companatico obbligato dietro ogni sessione o turno di Gara alla guida di veri luoghi di tortura per fisico e muscoli.
I dolori, la disattenzione, la notizia drammatica
La particolare struttura delle cinture “inguinali”, a sua volta, potrebbe aver “travisato” nella considerazione del Pilota quel malessere, quel dolore imputandolo al particolare aggancio in mezzo alle gambe.
Di certo si arriva al controllo ed alla anamnesi medica fuori tempo massimo, anche data la giovane età. Quando le analisi cliniche diagnosticano il tumore nel corpo di Gunnar si sono già diffuse le metastasi.
Siamo nel tardo Autunno del 1977, e il luogo è lo stesso del sipario per l’ultima scena: Charing Cross Hospital di Londra, dove il repentino crollo fisico di Gunnar è parallelo al bombardamento radioterapeutico cui viene sottoposto: pallido, con 35 chili in meno e completamente privo di capelli, sopracciglia; e tuttavia il suo occhio calmo e il sorriso timido appena accennato in lui ci sono sempre.
Nilsson chiude il rapporto con la Lotus e si eclissa dal mondo pubblico fino a Primavera del 1978, quando invece che annunciare la sua nuova Squadra rivela al mondo la sua odissea.
Senza alcun imbarazzo, sentendo di voler fare di sè una vetrina “vivente” (per quanto possibile) del dramma e della battaglia contro il cancro, Gunnar si presenta anche di nuovo, per la prima volta, davanti a pubblico e Tv in estate dentro un ambiente di Formula Uno. Siamo in Gran Bretagna, e la vetrina del debutto di Gilles Villeneuve con la McLaren o della rivoluzionaria Renault Turbo sembrano due eventi da vernissage rispetto alla sensazione di dolore e di umanità che quel ragazzo ormai spettro di sé stesso evoca nella sua camicia bianca di lino, quei suoi jeans neri, e un paio di occhiali da sole calcati su occhi che non ce la fanno a sopportare la troppa luce.
La parola “cancro” è forse peggiore della parola “guerra” nella mente delle persone, all’epoca in cui ogni media di informazione pubblica che annuncia la morte di un personaggio noto per questo male terribile in realtà lo fa senza mai neppure preannunciarne l’inizio del calvario.
Perché di fronte a questa battaglia che nessuno riesce a vincere, già la notizia di essere colpiti da un tumore genera imbarazzo, pena, terrore.
Per questo la stoffa del campione e del combattente il nostro Gunnar la svela proprio mostrando sé stesso. Annuncia di voler combattere, di voler tornare a correre, alimenta la speranza che il tumore non sia sempre e solo un “loosing game”.
Gunnar, campione dei bambini. L’ultima battaglia è per loro
E’ quello della foto, le terapie lo hanno devastato, e non si imbarazza a farlo vedere. Parla più spesso con il suo amico e connazionale Ronnie Peterson.
Ai microfono Gunnar dichiara di sentirsi meglio e di voler tornare in pista presto, anche se sa forse di dire una bugia. Dice soprattutto anche una frase che resta nel cuore: ‘’vedere questi bambini che, come me, devono vivere questo dramma e devono sostenere queste cure molto forti, mi provoca una angoscia peggiore del dolore che provo…’’
Con queste parole matura la decisione di lanciare una raccolta di fondi per promuovere sia la ricerca contro il cancro, sia l’apertura di un centro per il trattamento dei malati.
Il mondo risponde, davvero. Ci sono gli ABBA, c’è Borg, ci sono le istituzioni svedesi e persino il Comitato Organizzatore dei Premi Nobel sono nella fila eletta e commovente per gli aiuti; e Gunnar li sollecita e li coordina con telefonate fiume, con Fax e lettere ai giornali. Tutto dentro quel suo triste ufficio di una stanza di Ospedale.
Purtroppo a Settembre 1978 il destino maledetto non fa sconti: muore il suo amico Ronnie, il 12 Settembre, ed ai funerali Gunnar esprime non più solo dolore, ma abbandono.
Morto l’amico, l’ultimo raggio di luce muore dentro di lui.
Poche settimane dopo la tragedia di Ronnie, Nilsson scivola in un loop fisico disastroso, ma la verità che fu rivelata mesi dopo fu davvero in grado di commuovere il mondo.
Sapendo di non avere speranze, da dopo la morte di Peterson il povero Gunnar decide autonomamente di sospendere ogni terapia farmacologica e soprattutto antidolorifica e palliativa.
Perchè sono terapie che lo lasciano in stato di sonnolenza e confusione per tutto il giorno. Invece Gunnar non vuole dormire. Ha bisogno di tutte le sue ultime ore per promuovere la fondazione di un Polo di ricerca, appunto, e deve sensibilizzare tutto il mondo.
Dentro a dolori allucinanti scrive lettere a giornali, Governi, amici e Vip anche sconosciuti. Vuole che tutti partecipino ad un vero e proprio muro contro il cancro.
Il sogno di Gunnar Nilsson prenderà vita nel 1979, ma senza di lui. Come dopo di lui, che forse avrà visto dal cielo tutto questo, si materializzano alcune operazioni straordinarie: ad esempio il “Gunnar Nilsson Trophy”, tenuto otto mesi dopo la sua scomparsa a Donnington Park e partecipato da tutti i principali Campioni del volante. In quella Gara vinta da Alan Jones sulla Williams FW07, la Fondazione Gunnar Nilsson raccoglie 2 milioni e mezzo di Sterline per dotare il Charing Cross Hospital di un acceleratore lineare da usare nella radioterapia. Altro ricordo tipicamente nazionale di cui andar fieri noi italiani è stato l’impegno di Autosprint nel promuovere una raccolta di fondi per la Campagna Antitumori “Gunnar Nilsson”.
Gunnar muore il 20 Ottobre del 1978 nell’ospedale di Charing Cross, a Londra. Ma spero che, nell’ultimo pensiero, sia nata in lui la consapevolezza di aver vinto la Gara più importante, quella per i bambini a cui voleva salvare la vita. E quella Gara, la più importante di tutte, l’ha vinta.
Nuova Formula E 2026 arriva la Gen4
La Formula E svela la sua monoposto Gen4. Più potente, più efficiente dal punto di vista aerodinamico e più aggressiva, l’auto da corsa elettrica farà il suo debutto nella stagione 2026/2027. Ecco quindi la prossima vettura di DS, Nissan, Porsche ma anche Citroën, nuova arrivata nella disciplina.
Batterie, motori, software, materiali… la tecnologia progredisce rapidamente nel campo delle auto elettriche. Vetrina sportiva di questo settore, la Formula E deve quindi evolversi altrettanto rapidamente e lo fa attraverso il frequente rinnovamento del suo regolamento tecnico. Ciò si traduce oggi nella presentazione della sua monoposto di quarta generazione, o Gen4, che entrerà in servizio per la stagione 13 del campionato (2026/2027). A dimostrazione dell’importanza della FE nella strategia di elettrificazione di alcuni costruttori, è proprio questa disciplina che Citroën ha scelto per il suo ritorno alle competizioni a partire dalla stagione 12. È anche questa competizione che Porsche, costretta a risparmiare, ha scelto di privilegiare a scapito del WEC, che il costruttore lascerà alla fine del 2025.
La FE Gen4 sarà l’arma del loro scontro. Si preannuncia molto più performante dell’attuale Gen3.5, ma anche più virtuosa dal punto di vista ambientale.
La trazione integrale apparsa con la Gen3 diventa adattiva con la Gen4 (differenziale controllato elettronicamente e vettorizzazione della coppia). Ciò consentirà di gestire in modo più efficiente una potenza in netto aumento. Mentre la Gen3 raggiunge un massimo di 300 kW (408 CV) in modalità gara e 350 kW (476 CV) in modalità Attack per il sorpasso, la Gen4 offrirà 450 kW (612 CV) in modalità gara e 600 kW (816 CV) in modalità Attack. Mentre la parte posteriore del gruppo motopropulsore rimarrà di competenza dei costruttori, il motore anteriore sarà fornito da Marelli. La potenza della frenata rigenerativa passerà da 600 a 700 kW. Podium Advanced Technologies subentrerà a Williams Advanced Engineering come fornitore delle batterie, la cui capacità a bordo in gara aumenterà del 43% fino a raggiungere i 55 kWh. Bridgestone sostituirà Hankook come produttore ufficiale degli pneumatici della Formula E.

IL RILANCIO DELA FORMULA E
Maggiore libertà di regolazione
Come quello delle generazioni precedenti, il telaio della FE Gen4 è progettato e prodotto dall’azienda francese Spark Racing Technology. La carrozzeria della monoposto è più aggressiva ma anche più imponente grazie all’adozione di un pacchetto aerodinamico esteso. Due in realtà, con un pacchetto per le qualifiche (con forte deportanza) e un altro per la gara con minore deportanza. Inoltre, la percentuale di materiali riciclati nella costruzione della monoposto passa dal 10 al 20% e, secondo gli organizzatori del campionato, il 100% dei componenti della Gen4 è riciclabile.
Nell’era dei SDV (software-defined vehicles) o veicoli progettati a partire dal software, l’ecosistema informatico ed elettronico delle monoposto di Formula E, che regola in particolare la gestione dell’energia, rimarrà il punto cruciale della competizione tra i concorrenti impegnati. Inoltre, mentre Citroën sostituirà Maserati e affronterà la sua ex filiale DS, queste due scuderie del gruppo Stellantis non condivideranno i loro segreti di fabbricazione. Da parte sua, Porsche vanta «una maggiore libertà di sviluppo» con la Gen4 e conta così «aumentare ulteriormente la sua curva di apprendimento per le sue auto elettriche di serie». Dieci scuderie sono attualmente impegnate nella FE. Cinque costruttori hanno già confermato la loro partecipazione con la Gen4: Jaguar, Lola, Nissan, Porsche e Stellantis.
Nuova Mercedes GLA 2025: Anteprima Rendering
La nuova Mercedes GLA romperà i ponti con il passato.
Mercedes sa bene che gran parte del successo commerciale di cui va fiera risiede nella sua gamma di modelli entry-level. Le sue compatte sono molto apprezzate da un pubblico molto selezionato, quello a cui non dispiace spendere qualcosa in più per poter competere con il meglio della categoria Premium, alla quale si stanno avvicinando pericolosamente altri costruttori più normali, ma che mantengono ancora una distanza significativa rispetto a quelli della stella.
Quest’ultima ha importanti fronti aperti, soprattutto nel segmento C, che sta praticamente ricostruendo da zero. Mercedes ha deciso di rinunciare al suo monovolume più compatto, condannato da tempo da due SUV che sono diventati più che forti nella gamma. Uno è il GLB, la cui nuova versione è più vicina alla presentazione, anche se non è stata ancora annunciata formalmente, e l’altro è la terza generazione della Mercedes GLA. Il più riuscito di questo duo, che potete già vedere in questa anteprima rendering di Motor.es prima del suo debutto mondiale nel 2026.
IL SUV COMPATTO
Uno dei SUV più famosi di Mercedes, che affronta un rinnovamento totale per avvicinarsi ancora di più alla gloria. La nuova Mercedes GLA è già stata vista in alcune foto spia durante alcune sessioni di test, l’ultima delle quali mostrava un carattere più sportivo, ma in entrambe era abbondantemente camuffata, anche se ciò non impedisce di vedere l’importante trasformazione che sta già subendo e che potete vedere in questa ricostruzione. Il nuovo modello è leggermente più grande di quello ancora in vendita, con una lunghezza che supera di poco i 4,50 metri.
Un aumento che si concentrerà principalmente sul passo e che aumenterà lo spazio per le gambe dei passeggeri posteriori, oltre ad ampliare ulteriormente il volume di carico nel bagagliaio. Come puoi vedere, l’estetica di questa GLA sarà uno dei suoi punti di forza, con un frontale rialzato in cui i fari saranno più affilati e piccoli, con la caratteristica stella luminosa al loro interno, se equipaggiati con i fari LED MultiBeam opzionali, e con una griglia completamente chiusa con lamelle orizzontali nel modello elettrico. Una GLC elettrica in scala, che sfoggerà anche un posteriore dal design all’avanguardia.
Mercedes non farà alcun sacrificio con questa nuova GLA, che considera una pietra miliare tra le sue compatte, quindi il design esterno sarà completato da interni da sogno. Come già visto nella nuova Mercedes CLA, il costruttore offrirà due modalità del suo suggestivo sistema di infotainment MBUX, una più semplice con uno schermo strumenti da 10,25 pollici e un altro touchscreen da 14 pollici, e un’altra più completa che aggiunge il terzo schermo per il passeggero anteriore. Un extra che fa parte di un pacchetto opzionale e che costa circa 3.000 euro, per farti un’idea di quanto costano i 33 pollici.
La strategia del marchio di lusso rimane invariata per questa nuova Mercedes GLA, ma non dovrai aspettare molto tempo tra una versione meccanica e l’altra. Le versioni elettriche saranno disponibili con uno o due motori, a partire da una versione base da 224 CV, come quella lanciata dalla CLA elettrica più economica, a cui si aggiungono altre versioni più potenti con fino a 354 CV. Anche le batterie sono adattate all’offerta, con una al litio ferro fosfato (LFP) più economica e un’altra agli ioni di litio, con 85 kWh di capacità e oltre 600 chilometri di autonomia.
Queste saranno presentate a metà del 2026 e saranno messe in vendita alla fine del prossimo anno, quindi bisognerà aspettare fino alla primavera del 2027 per l’arrivo delle ibride basate su un motore a benzina da 1,5 litri, sviluppato da HORSE, con potenze massime di 136 CV, 163 CV e 190 CV.
Tutte le versioni sono dotate di un motore elettrico integrato nel cambio automatico a doppia frizione e 8 velocità, e trazione integrale 4MATIC solo nelle più potenti e come opzione. Ora sapete tutto sulla nuova Mercedes GLA, vi manca solo il prezzo, ma per questo dettaglio dovremo aspettare.
Alfa Romeo annuncia il ritorno in Malesia
Era nell’aria già da tempo, ma finalmente c’è qualcosa di concreto: Alfa Romeo sta tornando in Malesia!
Il leggendario marchio ha creato un sito web e delle pagine sui social media per anticipare il suo ritorno, con immagini che mostrano la berlina Giulia e il SUV Stelvio.
Alfa Romeo Malaysia ha anche aperto le registrazioni di interesse per le due auto compatte di lusso a trazione posteriore, indicando che saranno offerte nella versione Veloce. Si tratta della seconda variante più sportiva, posizionata al di sotto delle versioni Quadrifoglio, che sfidano la M3 e la X3 M.
Queste sono offerte con il motore “standard” più potente: un quattro cilindri turbo da 2,0 litri che eroga 280 CV a 5250 giri/min e 400 Nm di coppia da 2.250 a 4.500 giri/min. Si tratta di un aumento di 22 CV rispetto alla 330i equivalente e, con un cambio automatico ZF a otto rapporti, la Giulia e la Stelvio Veloce (quest’ultima con trazione integrale) passano da zero a 100 km/h in 5,7 secondi. Di serie è presente anche un differenziale posteriore a slittamento limitato Q2.
Alfa Romeo torna in Malesia: Giulia e Stelvio Veloce anticipate, 280 CV 2.0L turbo, ROI aperti
FOCUS ASIA
Il ritorno di Alfa era stato anticipato già nel marzo 2024 con la costituzione della società di vendita nazionale Stellantis Malaysia, con la Tonale entry-level presentata durante l’evento dedicato agli investitori a Gurun, Kedah. Più recentemente, l’amministratore delegato per l’ASEAN, Isaac Yeo, ha dichiarato che il marchio (così come Jeep, anche se non ci sono ancora segni della presenza di quest’ultimo in Malesia) tornerà inizialmente con un’attività boutique di piccolo volume attraverso un distributore separato.
Tuttavia, il marchio milanese ha il potenziale per crescere qui a lungo termine, data la sua capacità di sfidare l’egemonia di BMW e Mercedes-Benz. Questo potenziale diventa ancora più grande se si tiene conto dello stabilimento di assemblaggio di Stellantis a Gurun, che rende Alfa Romeo uno dei pochi marchi premium in grado di importare auto, rendendo i prezzi più competitivi.
Addio Volkswagen Amarok elettrico: progetto cancellato
Volkswagen ha fatto marcia indietro rispetto ai suoi precedenti piani di introdurre versioni completamente elettriche o ibride plug-in dell’Amarok in versione globale, scegliendo invece di mantenere per ora la sua familiare gamma di motori diesel e benzina. La decisione mantiene il pick-up fedele alla sua formula tradizionale, almeno per questa generazione.
A differenza dell’Amarok sudamericano, che monta ancora la piattaforma con telaio a longheroni di Volkswagen, il modello globale è costruito sulla stessa base del Ford Ranger.
Il pick-up Ford offre già una configurazione ibrida plug-in che combina un motore a benzina turbo da 2,3 litri con un singolo motore elettrico, per una potenza di 277 CV (207 kW / 281 PS). Una modesta batteria da 11,8 kWh consente circa 40 km di guida esclusivamente elettrica.
LA SCELTA STRATEGICA
All’inizio di quest’anno, alcune notizie suggerivano che Volkswagen stesse valutando seriamente un Amarok elettrificato, soprattutto considerando che aveva già accesso al sistema ibrido compatibile del Ranger. Tuttavia, tale interesse sembra essere svanito.
Secondo il sito australiano CarExpert, Nathan Johnson, direttore del marchio Volkswagen Commercial Vehicles, ha spiegato che il CEO Stefan Mecha “ha chiarito … che il PHEV e il BEV Amarok non sono più in discussione in questo momento, in questa generazione”, sottolineando che si tratta di una decisione globale.
VW abbandona silenziosamente i piani per un pick-up elettrificato
L’attuale VW Amarok di seconda generazione nella versione top di gamma Panamericana.
Ciò non significa che l’idea sia stata abbandonata definitivamente. Johnson ha lasciato intendere che la porta rimane aperta per il prossimo Amarok, che potrebbe arrivare verso la fine del decennio.
L’attuale generazione ha debuttato nel 2022, quindi il successore è ancora lontano alcuni anni, ma a quel punto l’elettrificazione sarà probabilmente una pratica standard tra i pickup di medie dimensioni, rendendo inevitabile una versione ibrida o elettrica.
L’approccio di Volkswagen sembra diverso in Sud America. Lì, l’azienda continua a evolvere la prima generazione di Amarok, che rimane in produzione sul telaio originale di VW. Una versione rinnovata di quel camion è stata lanciata lo scorso anno e un successore ibrido completamente nuovo è già previsto per il 2027.
Il prossimo camion monterà un telaio a longheroni fornito dalla casa automobilistica cinese SAIC, nell’ambito della sua collaborazione con Volkswagen. Tuttavia, sarà prodotto nello stabilimento di General Pacheco in Argentina, grazie a un investimento di 580 milioni di dollari.
I primi teaser indicano una stretta relazione con i gemelli Maxus Interstellar X, LDV Terron 9 e MGU9, anche se Volkswagen applicherà il proprio linguaggio di design per distinguerlo. Il nuovo Amarok ibrido sarà limitato ai mercati sudamericani, evitando sovrapposizioni con la versione globale.








