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Ford si allea con Renault per l’auto elettrica

Ford e il Gruppo Renault hanno annunciato una nuova partnership strategica che consentirà al marchio americano di accedere alla piattaforma Ampr EV del gruppo automobilistico francese, che sarà alla base di due nuovi modelli EV di Ford nel 2028.

Il primo dei due modelli sarà il successore della Fiesta e sarà strettamente correlato alla Renault 5 EV, con cui condividerà la piattaforma. Il prossimo modello Ford sarà costruito insieme alla sua parente Renault nel complesso ElectriCity di Douai, in Francia.

Il secondo dei due modelli che nascerà da questa partnership dovrebbe essere un crossover simile alla Renault 4 EV, secondo quanto riportato da Autocar, ma il produttore non ha ancora rivelato una tempistica per questo secondo modello. Secondo la pubblicazione, questo potrebbe sostituire la Ford Puma Gen-E.

Renault 5 E-Tech electric-10 Renault R4 E-TECH Techno Bleue – Foto
Oltre ai suoi piani per una coppia di veicoli elettrici, Ford ha anche firmato una lettera di intenti con il Gruppo Renault per collaborare alla realizzazione di un veicolo commerciale leggero destinato al mercato europeo.

IL PIANO STRAREGICO

“La partnership strategica con il Gruppo Renault segna un passo importante per Ford e sostiene la nostra strategia di costruire un business altamente efficiente e adatto al futuro in Europa. Combineremo la scala industriale e le risorse EV del Gruppo Renault con il design iconico e la dinamica di guida di Ford per creare veicoli divertenti, capaci e distintamente Ford nello spirito”, ha dichiarato il presidente e CEO di Ford Jim Farley.

“Il Gruppo Renault è orgoglioso di annunciare una nuova cooperazione strategica con Ford, un’iconica casa automobilistica. Questa partnership dimostra la forza del nostro know-how e della nostra competitività in Europa. A lungo termine, unire le nostre forze con Ford ci renderà più innovativi e reattivi in un mercato automobilistico europeo in rapida evoluzione”, ha dichiarato François Provost, CEO del Gruppo Renault.

Nel 2027 morirà l’auto in Italia per rinascere peggio di prima?

Pagani Huayra Tricolore, 840 CV di Italia allo stato puro

“Non so come si svolgerà la Terza Guerra mondiale. Ma so come si combatterà la Quarta: con la Clave”: pare sia stata una affermazione di Albert Einstein. Che non sono io, umile e sgangherato osservatore di un mondo Auto che piace sempre a meno persone e che, in un modo o nell’altro, cerca di sopravvivere a sé stesso. 

Abbiamo ricordato il 2023 come l’ultimo anno della Santa Inquisizione ecologista di Bruxelles, con le ultime sparate (sempre ampiamente disattese) di Commissione e Parlamento per corroborare la Crociata contro l’endotermico. La “mazzata” elettorale del 2024, l’esito e lo svolgimento della Guerra in Ucraina ed il crollo socioeconomico delle tradizionali locomotive dell’Unione (Francia e Germania) ha spinto le Istituzioni europee ad una tregua lungo un crinale di guerra che al momento non ha più senso. Il problema non è più rendere ecologiche le auto nuove ma consentirne l’acquisto per riavviare il ciclo di sostituzione che ormai è completamente slegato dai trends di immatricolazione del nuovo a causa del “doppio binario” di autoimmatricolazioni e permute che restano in strada riducendo per effetto collegato i numeri medi di alienazioni e demolizioni. 

Il problema in Europa non è più migliorare le emissioni delle auto di prossima uscita ma gestire la coda sempre più lunga dell’usato che resta in circolazione. I diversi mercati dell’Unione rispondono con dati e trends parzialmente differenti tra loro ma con un filo conduttore: tutti ribassisti, tutti in frenata e tutti ampiamente lontani dai numeri che dominavano negli anni d’oro; e con una proiezione a macchia di leopardo nella diffusione elettrica, ormai chiaramente inabile – con i trend di immatricolazione attuale – a costituire la chiave di volta nella riduzione delle emissioni. Dietro Front: a ridurre le emissioni ci deve pensare la catena combinata di tutto il ciclo industriale, commerciale, pensieri opere ed omissioni, del comparto Auto: inclusi produttori di cappellini, gadgets e adesivi  con su scritto “Forza Ferrari”. 

La campagna eurocomunitaria basata sul Doping dell’Industria tedesca come portabandiera dell’auto continentale è fallita; a farla fallire non è stata la deriva elettrica. 

Cazzate. 

Quella della opzione elettrica (improvvisata e farlocca fin da quando nel solo 2010 quasi tutti i Marchi Costruttori preannunciavano multipli di nuovi modelli elettrici in arrivo, con promesse in  moltissimi casi disattese) è stata ampiamente concertata e presa a riferimento come male minore per abbattere il cancro commerciale del “Diesel Low cost”, quello che più si impreziosiva tecnologicamente e meno costava, e che più si aggiornava più conveniva rispetto alla precedente versione che da usata finiva per non valere più nulla; per poi proseguire con la supercazzola dei “Mobility Provider”, una sorta di minestrone commerciale – impossibile da concretizzare in tempi celeri – attraverso il quale “resettare” nella coscienza dei Consumatori la percezione e l’esperienza del corretto rapporto tra “Prezzo/Valore/Bene/Servizio” legato tradizionalmente al prodotto Auto; trasferendo così – dunque – sul mondo dell’Automobile la stessa modalità incomprendibile ai più che domina nel mondo dei servizi elettronici e telematici.

Mild Hybrid : l’acqua e zucchero a tempo determinato, per resettare le certezze dei Clienti

Quello che doveva accadere, dalla esplosione del Crack Lehman fino ad almeno un lustro successivo, era la reale esigenza di sgonfiare la bolla creditizia impossibile da sostenere ulteriormente con l’Ingegneria finanziaria pre-crisi Subprime: si trattava cioè di “congelare” a quel punto un modello commerciale universalmente proliferato in tutto Occidente per sostenere diffusione, consumo e ciclo di sostituzione accelerato del parco auto, scaricando sul ciclo del credito l’erosione dei margini e dei listini che progressivamente i diversi Costruttori si contrapponevano vicendevolmente; questo modello commerciale poteva “scivolare” solo su un falsopiano creato dal monte di credito erogato, da cui sono scaturiti fior fiore di cartolarizzazioni e di assunzione di rischio. Lo abbiamo ripetuto all’infinito: ad uccidere il Diesel “moderno” non fu il DieselGate che – al limite – è stato l’escamotage ufficiale per rimetterlo nel cassetto, ma il Credit Crunch post 2007. E lo abbiamo detto in tempi non sospetti: la soluzione “pane e burro” dei Costruttori per poter rivendere piu’caro quel che fino a prima di allora gli Automobilisti avevano imparato ad avere tra le mani è stato il “Mild Hybrid”. 

Cioè “l’acqua e zucchero” ovvero il palliativo ecologista propinato a caro prezzo ai consumatori per convincersi tutti che si poteva diventare belli, puliti ed innovativi dando la classica “romanella” a tempo determinato valida per passare la nottata e per dissuadere anche i più pervicaci che la scaletta tariffaria alla quale si erano assuefatti lungo un quindicennio era roba da mandare al macero. 

Torniamo per un attimo al vessillo eurotedesco sull’auto continentale di rappresentanza: se c’è qualcosa che ha inceppato la invincibile armata sassone alla conquista del mondo è stato semplicemente il sollevamento da parte cinese del ponte levatoio verso il mercato della Grande Muraglia: anni ed anni di JV, partnership, progetti comuni e ammiccamento alla conversione elettrica di Pechino per racimolare, nella migliore delle ultime proiezioni statistiche, il 20% di quota di mercato nella parte che i consumatori cinesi hanno riservato ai cosiddetti “Costruttori esteri” (quelli che fino a ieri erano Partners…). 

Oggi anche Berlino deve recuperare quote alle quali forse faceva affidamento, e nel contempo i Costruttori tedeschi con il documento congiunto con l’Italia hanno certificato la “ri-conversione” endotermica post 2035.

 

Questo in contrasto con Francesi e Spagnoli che, come abbiamo scritto ampiamente, forse vedono nell’Industria cinese ben più e ben diversamente di un potenziale concorrente, e magari confidano nella mano provvidenziale delle catene di montaggio su licenza del Dragone per correggere la crisi produttiva generata in Francia dall’altalena di Stellantis e in Spagna dalla fila di dismissioni industriali dei Costruttori tedeschi e francesi.

Mantenere l’auto, una passione ritornata lusso. Anche per i meccanici

Problema che si riverbera non solo su produzione di auto nuove ma  anche sull’aftersales relativo, benche’ la interruzione della Supply Chain dall’Asia e la moltiplicazione di tecnologia proprietaria legata alle Ibridazioni abbiano un poco alleggerito la feroce concorrenza del mondo IAM con una particolarità: l’aumento sensibile dei costi di Service management, evento che sta manifestandosi in diversi mercati europei. 

Tracciabilità, originalità e a breve riciclabilità della componentistica e del ciclo di aftersales in Europa stanno rapidamente resettando abitudini e consuetudini del consumatore europeo costringendo d’altro canto il settore della Manutenzione a doversi trasformare ed evolvere per rispondere professionalmente alle nuove regole in parte favorite ed in parte “imposte” dai nuovi protocolli ecologisti: saper operare in modo “pulito” rispettando le sempre più pressanti normative (gestione rifiuti, ambiente di lavoro, ruoli ed incarichi operativi dello staff di officina, recupero e gestione delle componenti dell’auto sostituite o riparate, etc.) è sacrosanto, occupare di nuovi obblighi e sanzioni le incombenze dell’autoriparatore affinchè diventi obtorto collo “Meccatronico” anche solo per poter aprire il cofano di una MHEV è meno comprensibile. 

Di fatto l’avvento delle elettriche e delle Ibride, al momento, ha generato più di una incognita nelle possibilità dell’Autoriparazione indipendente di poter operare nella stessa autonomia e ampiezza di azione garantita dal settore endotermico “puro”, e l’effetto spiega anche solo parzialmente l’aumento che in Italia – ad esempio – c’è stato nei costi di manutenzione lungo l’ultimo triennio.

Costi che, in proiezione, saranno incrementati dal nuovo probabile impegno della rete di autoriparazione di favorire sempre di più tracciabilità, recupero e rigenerazione delle componenti.

Settore che nel nostro Paese mostrava picchi di eccellenza fino a poco prima della grande “fuffa” del ciclo programmato di sostituzione: rettificatori, rigeneratori e meccanici capaci sia di riparare che di sostituire erano un fiore all’occhiello dell’autoriparazione nazionale. 

Un quarto di secolo dopo la moda del ciclo di rinnovo la cultura della domanda e dell’offerta di servizi di manutenzione è cambiata ed in questo è degenerata, al punto da aver interrotto di colpo un passaggio generazionale chiave insieme a tutto il corredo di supporto formativo e professionale. 

Oggi, per dirla breve, i nuovi rigeneratori, rettificatori “green” vanno ricreati e coltivati quasi da zero e non è un programma a costo zero, come non lo è un modello distributivo della componentistica che fino a ieri è cresciuto nella modalità commerciale della surroga di ricambi “IAM” nuovi sacrificando sia dal lato dell’offerta che dell’approvvigionamento e catalogazione il mondo del rigenerato e dell’Usato garantito. 

Insomma, se da un lato comprare “nuovo” di qualità sarà più difficile nel medio termine; dall’altro lato anche gestire, implementare, rinnovare, trasformare il parco usato costerà proporzionalmente di più. Forse soprattutto in Italia dove ad un ri-allungamento del parco Auto si somma la soglia media di anzianità piuttosto alta ed una non proprio perfetta attitudine alla manutenzione che si può registrare in altri Paesi europei.

Da “Mobility Provider” ad “Energy Partner”: il ruolo dei Brand per i carburanti alternativi

Probabilmente impossibile da perseguire nel passato con i Produttori di Carburanti fossili (vista la imposizione dall’alto ed in modo centralizzato il costo netto ed il modello distributivo dibenzina e gasolio), un rapporto più simbiotico dei Costruttori con Biofuel ed e-fuel è (o sarà) plausibile ed in fondo “legalizzato” dal processo di profonda trasformazione della filiera commerciale e di servizio connessa all’auto elettrica e più in generale alla famosa teoria del mobility provider: “allungare” l’ambito ed il focus di competenza dei Costruttori, mediante sinergie e Joint Ventures, molto oltre la fase di vendita e consegna dell’auto al Cliente finale; fino praticamente ad interagire direttamente con la somministrazione di servizi finora ritenuti come complementari quali appunto l’erogazione di fonti di alimentazione e di gestione dell’auto. 

Qualcosa che potrà, e vedremo come, legare i Costruttori con il mondo della produzione di e-fuel così come delle componenti vegetali dei biofuel al fine di sommare alla produzione di auto anche filiere produttive a basso indice di emissione al fine di ridurre il carbon footprint generale coinvolgendo i consumatori finali. Questo probabilmente accelererà la diffusione dei carburanti alternativi ma probabilmente aumenterà anche il costo al litro del carburante alternativo rispetto a quelli fossili; tuttavia è probabile che la “Oil Strategy” non si fermerà alla erogazione e somministrazione di carburanti, poiché in ballo c’è tutta la trasformazione del mondo dei lubrificanti e dei liquidi generali delle auto da coinvolgere nel processo di riduzione delle emissioni; e dunque si prospetta uno scenario di maggior integrazione e vincolo nei rapporti continuativi postvendita tra Costruttore e Cliente anche nella gestione dell’aspetto petrolifero, e persino di pneumatici e freni. 

Ricordate lo Step Euro 7 appena entrato in vigore e la prossima applicazione “BER 2028”? Ebbene la interpretazione ed attuazione possibile di entrambe – ai fini di riduzione emissioni, scambio dati e circolarità – implica piuttosto chiaramente, secondo il sottoscritto, la necessità di un maggior vincolo virtuoso tra OEM ed Automobilista.

 

Costerà di più l’auto nuova, costerà di più la vecchia, costeranno di più i servizi, e per tacere delle Assicurazioni e delle voci collaterali (servizi di connettività sempre più obbligatoria, pedaggi, sanzioni ed attività di gestione amministrativa dell’auto come ad esempio le revisioni); dopo una previsione così funerea cosa potrebbe esserci di ancora peggio? Potrebbe piovere.

Il 2027 dell’Italia dell’Auto? Un paese su Licenza

Pare che negli USA lo spauracchio sia, dal prossimo anno, il ritorno in buy back di lotti pesantissimi di BEV alla fine di un numero cospicuo di contratti di Leasing e noleggio che l’Amministrazione Biden avrebbe promosso nella struttura pubblica ed amministrativa: un contingente il cui valore residuo già gravato dal crollo di gradimento del nuovo Governo Trumpsarà giocoforza calmierato al fine di accelerare il processo di dismissione e di rivendita. Da noi, in Italia, il problema potrebbe essere il valore residuo delle Mild Hybrid, l’architettura condannata ad essere “sacrificata” sull’altare della ecologia e prima o poi ad essere soppiantata da una buona fetta di Costruttori. Il ricambio possibile di questa marea di permute potrebbe essere con auto di categoria “Entry level” per quel che ciò significa a livello di listini. 

Ed è evidente che per quanti sforzi potrà fare il sistema produttivo ed europeo, la concorrenza asiatica sarà temibile in termini di listini, fino a quando (speriamo mai) prenda corpo la onirica per ora proposta di Bruxelles per una linea di “K-Car” elettriche 100% Made in Europe; più probabile, dalla fine del prossimo anno, una controcolonizzazione di linee di montaggio di BEV ed Ibride, sia in serie che in parallelo, che dai Paesi asiatici presumibilmente saranno allocate nel territorio europeo ed ovviamente anche in Italia. 

Difficile esultare per ipotesi del genere, che renderanno la nostra Industria nazionale sempre meno caratterizzata, sempre meno testimone delle sue radici e probabilmente sempre meno riconoscibile all’estero. Questo in attesa che si perfezioni, o si sciolga in ipotesi, il destino di Stellantis: questo rassemblement – di cui Autoprove.it ha già parlato in diverse occasioni provando ad abbozzare ipotesi che finora non sono state molto lontane dal vero – probabilmente vedrà il 2026 come anno di bilancio per decidere cosa fare di sé stesso dall’anno successivo. Un anno che, come ho sintetizzato in queste pagine, per tutti noi Italiani farà scattare un indistinto, incondizionato ed ineluttabile “caro Auto”.

Riccardo Bellumori

Torna la Renault Clio RS? Rilancio della divisione sportiva

Renault è a un passo dal rilanciare la divisione sportiva Renault Sport per creare versioni top di gamma dei suoi modelli stradali, non solo elettrici, ma anche con motore a combustione interna. Una delle potenziali novità è la nuova Renault Clio R.S. con propulsore ibrido.
La divisione Renault Sport è stata liquidata nel 2021 su iniziativa dell’allora amministratore delegato del Gruppo Renault Luca de Meo (attualmente la società è guidata da François Provost). All’epoca si pensava che tutte le attività sportive del Gruppo Renault sarebbero state supervisionate da Alpine, quindi gli specialisti di Renault Sport sono semplicemente passati a lavorare per Alpine. L’ultimo modello di serie Renault Sport attualmente in produzione è la hot hatch Megane R.S. Ultime in edizione limitata, la cui produzione è terminata nel 2023.
Nello stesso 2023, come è noto, è iniziato un rallentamento globale della domanda di auto elettriche, a seguito del quale le precedenti strategie delle case automobilistiche, basate principalmente sulla crescita costante della domanda di auto a batteria, si sono rivelate insostenibili e hanno dovuto essere riviste. Oggi è chiaro che Alpine, in quanto marchio esclusivamente elettrico, non ha futuro, quindi Alpine dovrà tornare ai modelli con motore a combustione interna.

Allo stesso tempo, i clienti abituali di Renault sentono la mancanza dei modelli sportivi con il marchio Renault, e non Alpine, e tormentano i concessionari con richieste in tal senso, che a loro volta trasmettono i segnali alla direzione del Gruppo Renault. La Renault 5 Turbo 3E, hot hatch elettrica presentata nella primavera di quest’anno, dimostra che l’azienda francese è pronta a venire incontro ai clienti, ma che ci vogliono nuove auto sportive “a idrocarburi”, perché quelle elettriche hanno già stufato tutti.

Recentemente Bruno Vanel, responsabile dello sviluppo e delle operazioni globali del marchio Renault, in un’intervista alla rivista britannica Auto Express ha dichiarato che l’azienda potrebbe riconsiderare la sua decisione di abbandonare la linea di modelli sportivi R.S. con il marchio Renault e, forse, deciderà di rilanciarla nei prossimi mesi, tenendo conto della dinamica della domanda della nuova Renault Clio di sesta generazione e dei feedback dei clienti.

LA DIVISIONE SPORTIVA

Pertanto, la nuova Clio R.S. è del tutto possibile, ma poiché l’azienda è ancora soggetta alle restrizioni dell’UE sulle emissioni di CO2 e le auto elettriche non interessano molto i clienti, la nuova Clio R.S. dovrà essere ibrida. Come base potrebbe essere presa l’attuale versione ibrida da 160 CV con un motore a benzina aspirato da 1,8 litri, due motori elettrici e un cambio automatico multimodale a tre alberi e 4 marce con frizioni a camme al posto dei tradizionali sincronizzatori a disco. Aumentare la potenza di questo propulsore fino ai 200 CV canonici per una berlina sportiva di classe B non sarà difficile, e se lo si desidera si potrà anche andare oltre, dato che Renault ha a disposizione un’ampia gamma di propulsori per tutti i gusti della Horse Powertrain (una joint venture tra Renault Group e Geely).
L’ultima versione R.S. della Renault Clio risale alla quarta generazione, la cui produzione è terminata nel 2018. È interessante notare che questa vettura è stata venduta ufficialmente anche in Russia, sebbene in quantità limitate. La Clio R.S. Trophy più potente (mostrata nella foto di copertina) era equipaggiata con un motore turbo a benzina da 1,6 litri con una potenza di 220 CV, abbinato a un cambio automatico a 6 marce con doppia frizione. Questa hot hatch raggiunge i 100 km/h in 6,6 secondi, con una velocità massima di 235 km/h.

Volkswagen vende Italdesign: la fine di un’era

Il gruppo Volkswagen si è separato dal leggendario studio di design Italdesign.
Volkswagen possedeva Italdesign attraverso la società Audi. Oggi è stato annunciato che Audi venderà la quota di controllo di Italdesign alla società informatica americano-indiana UST.
La società Italdesign è stata fondata nel 1968 da Giorgetto Giugiaro e Aldo Mantovani e ha ancora oggi sede nel comune di Moncalieri, un sobborgo di Torino. Nel corso della sua ricca storia, lo studio Italdesign ha partecipato allo sviluppo di oltre trecento automobili di serie e ha presentato più di cento concept e prototipi, la maggior parte dei quali sono stati sviluppati direttamente sotto la guida del maestro Giorgetto Giugiaro. Il picco degli ordini ricevuti da Italdesign è stato raggiunto negli anni ’70 e ’80.

Negli anni 2000, il ruolo degli studi di design indipendenti nell’industria automobilistica è notevolmente diminuito. Nel 2010, Giorgetto Giugiaro e la sua famiglia hanno deciso di vendere la quota di controllo (90,1%) di Italdesign al gruppo Volkswagen e lo studio di design è stato affidato ad Audi. Nel 2015 Giorgetto Giugiaro ha venduto il resto delle azioni della società ad Audi, ha lasciato definitivamente Italdesign per “motivi personali” e ha fondato insieme al figlio Fabrizio Giugiaro un nuovo studio di design, GFG Style.

La Volkswagen Golf di prima generazione è considerata uno dei lavori più importanti di Italdesign e Giorgetto Giugiaro. Anche le prime generazioni della Volkswagen Passat e della Scirocco sono state progettate da Italdesign.

LA SCELTA SOFFERTA

Senza Giugiaro, lo studio Italdesign è diventato molto meno influente, ma ha comunque continuato a lavorare nell’industria automobilistica: nell’era post-Giugiaro si è distinto con la Nissan GT-R50 in edizione limitata, ha realizzato una nuova DeLorean piuttosto insignificante e ha partecipato allo sviluppo della supercar austriaca Deus Vayanne. L’ultimo progetto di Italdesign, realizzato sotto l’egida del gruppo Volkswagen, è stato il concept cross-coupé EVX Project presentato lo scorso settembre al Salone dell’Auto di Monaco: guardandolo, era chiaro che gli specialisti di Italdesign oggi si annoiano apertamente, non avendo lavori interessanti da svolgere.
A ottobre i media economici hanno riportato la notizia che Volkswagen stava preparando la vendita di Italdesign, e oggi l’accordo è stato ufficialmente annunciato: il nuovo proprietario di Italdesign è la società IT americano-indiana UST con sede ad Aliso Viejo (California, Stati Uniti).

Fondata nel 1999, UST fornisce vari servizi di ingegneria con particolare attenzione all’intelligenza artificiale. L’obiettivo dell’acquisizione di Italdesign è quello di rafforzare la propria influenza nel settore automobilistico. UST ha filiali in trenta paesi in tutto il mondo e conta circa 30.000 dipendenti.

Italdesign impiega oggi circa 1300 persone, compresi quelli che lavorano nelle dieci filiali al di fuori di Moncalieri. I dettagli dell’accordo con UST sono tenuti segreti: non si sa nemmeno quale quota Audi AG venderà a UST, si dice solo che sarà “di controllo”, mentre “una parte significativa delle azioni” rimarrà a Lamborghini, che è una società controllata da Audi e fa parte del Gruppo Audi.

In ogni caso, è chiaro che ora sarà UST a gestire gli affari di Italdesign. Non è ancora chiaro come cambierà l’attività del famoso studio di design: apparentemente, l’intelligenza artificiale sarà integrata il più possibile nel suo lavoro, il che metterà in discussione l’opportunità di mantenere un organico di 1300 persone.

Nuovo Fiat Dolce Camper 2026: concept da sogno

Fiat ha appena presentato un concept di veicolo ricreativo al 31° Salone dell’Automobile di San Paolo, in Brasile (12-22 novembre 2025). Focus su questo veicolo atipico, il cui design audace, dentro e fuori, non manca di interesse.

Leader del mercato automobilistico brasiliano, Fiat ha preso l’abitudine di presentare concept-car al Salone di San Paolo. Una tradizione iniziata nel 2006 con la rivelazione del FCC Adventure, una sorta di SUV-coupé con l’aspetto di un buggy. Nel 2025, il costruttore italiano ha svelato il Dolce Camper, un veicolo ricreativo pratico, colorato e dal design avanguardista. Ecco i dettagli.

Fiat ha progettato il Dolce Camper su una piattaforma multi-energia, che consente di equipaggiarlo con motorizzazioni elettriche, ibride e termiche. Non conoscendo le dimensioni del veicolo, è difficile dire se si tratti della piattaforma STLA Medium inaugurata dal Peugeot 3008, della sua variante Large o della declinazione STLA Frame destinata ai pick-up e SUV di grandi dimensioni del gruppo Stellantis, lunghi tra 5,48 m e 5,94 m. Una cosa è certa: il Dolce Camper offre volumi generosi. La casa torinese ha lavorato sull’ottimizzazione dello spazio a bordo, scegliendo forme angolari, con pannelli di carrozzeria molto lisci e rettilinei. La linea di cintura alta è parallela a quella del tetto, perfettamente dritto e non spiovente verso il retro, come accade nella maggior parte degli SUV attuali.

LO STILE UNICO

Il frontale riprende l’architettura della Grande Panda, con fari “pixelizzati” collegati da una grande calandra nera, sopra un massiccio paraurti dotato di due bumper per assorbire gli urti. Pensato per l’avventura, il veicolo sfoggia una livrea ispirata al bioma Cerrado, l’immensa savana tropicale brasiliana. Dispone inoltre di una maggiore altezza da terra, carreggiate allargate con grandi ruote e pneumatici off-road, e un portapacchi che si estende dal parabrezza fino al retro del veicolo, a tutta larghezza. Senza dimenticare una grande tenda da tetto dal profilo che ricorda una capsula.

Le immagini degli interni mostrano un abitacolo dall’atmosfera calda e moderna, caratterizzato dall’uso di materiali sostenibili. I designer si sono ispirati alla storica fabbrica Lingotto di Torino, celebre per la pista di collaudo sul tetto, per disegnare parte degli arredi a bordo. La forma ovale di questa pista unica si ritrova in vari dettagli, come il volante con selettore delle marce e dati di navigazione al centro, la plancia minimalista e i sedili dal disegno geometrico.

Il posto di guida è estremamente semplificato: sembra rinunciare a schermi e strumenti, probabilmente sostituiti da un sistema di head-up display. La console centrale è sostituita da un vano portaoggetti in continuità con il bracciolo, liberando spazio sotto la plancia, dotata di soundbar e di un ripiano con caricatore wireless per smartphone.

Dietro, la panca monoblocco è sormontata da un grande poggiatesta flottante e curvo. Come davanti, le maniglie delle porte sono integrate in una barra metallica orizzontale sopra i pannelli laterali.

Se questo concept estremamente originale non avrà un futuro in produzione, il costruttore italiano ha comunque dichiarato che «presenta una nuova era nel design Fiat, con linee più pulite e geometriche».

Nuova Mercedes Classe S 2026: prime foto ufficiali

La nuova Mercedes Classe S sarà in vendita nel 2026. Sarà commercializzata contemporaneamente alla EQS, la versione “green”.
La storia della Mercedes Classe S (abbreviazione del tedesco Sonderklasse, “classe speciale”) è iniziata nel 1972, quando è stata lanciata la prima generazione con l’indice di fabbrica W116. Attualmente Mercedes-Benz produce già la berlina di settima generazione (con l’indice W223). Il modello ha debuttato nell’autunno del 2020 e ora si prepara a un restyling programmato. Il debutto della versione rinnovata è previsto per la fine di gennaio 2026.S
Per ora il costruttore non ha fretta di condividere informazioni sulla Mercedes Classe S aggiornata, ma ha pubblicato un paio di foto del prototipo camuffato. Va detto, però, che nella foto è ritratto il prototipo di un taxi con pilota automatico, basato sulla berlina Classe S rinnovata. Lo sviluppo è affidato a Mercedes-Benz, alla società Momenta, che si occupa dello sviluppo di veicoli a guida autonoma, e al fornitore di servizi mobili Lumo.

Attualmente il progetto è in fase di test ad Abu Dhabi (capitale degli Emirati Arabi Uniti). Poiché il prototipo è un taxi con pilota automatico, nella parte anteriore del tetto è integrato un lidar, ma nelle versioni di serie “normali” della Mercedes-Benz Classe S aggiornata questo elemento non sarà presente. Vale la pena notare che la maggior parte della copertura è stata applicata alla parte anteriore della berlina rinnovata, evidentemente è proprio qui che saranno apportate le modifiche principali.

Rendering Kolesa.ru

LO STILE UNICO

Alla fine del mese scorso, il designer di Kolesa.ru Nikita Chuiko ha ipotizzato come potrebbe essere la Mercedes-Benz Classe S rinnovata. Si prevede che la quattro porte del marchio tedesco avrà una cornice nera più grande intorno alla griglia del radiatore, che si fonde visivamente con i fari anteriori. Probabilmente la griglia avrà quattro barre cromate orizzontali invece di tre, mentre i fari avranno il caratteristico disegno luminoso a tre raggi.
Il designer aveva già ipotizzato che la Mercedes Classe S aggiornata avrebbe avuto un nuovo paraurti anteriore, progettato secondo lo stile attuale del marchio.

Il rendering mostra la versione AMG Line con grandi prese d’aria sui lati.

Si presume che i progettisti abbiano notevolmente rivisto gli interni della Mercedes-Benz Classe S. Probabilmente, la quattro porte di punta avrà un cruscotto completamente nuovo con diversi display (simile all’attuale Classe E e alla nuova GLC con tecnologia EQ, che ha debuttato a settembre di quest’anno). Non ci sono ancora informazioni sulle caratteristiche tecniche della berlina aggiornata, ma è ovvio che la gamma comprenderà diversi propulsori ibridi. Nel prossimo futuro, la Classe S sarà venduta insieme alla quattro porte “verde” EQS.

Secondo i dati preliminari, la Mercedes Classe S cambierà generazione nel 2029-2030. Si prevede che la versione di serie sarà basata sul concept Vision Iconic, presentato dall’azienda nell’ottobre 2025.

Il Diesel sporco e cattivo: tutti lo rivogliono per salvare l’Europa dell’Auto

Fu una “Guerra di Ottobre” a farlo nascere e prosperare, quando il prezzo della benzina saliva più veloce dei sacramenti dei poveri automobilisti davanti alla pompa del carburante e sembrava non esserci alternativa alcuna alle domeniche a piedi ed ai razionamenti. Fu “Lui” a tenere in movimento l’Europa, crescendo in pochi anni da “Zero” a quasi il 7% dell’immatricolato nel solo decennio ’70 (il primo della sua vita di servizio con gli automobilisti privati) per poi crescere a due cifre di decennio in decennio. 

Quella “Guerra di Ottobre” si combatteva in Medio Oriente ed era denominata più universalmente “Guerra del Kippur”, conflitto scoppiato tra il 6 ed il 25 Ottobre tra una coalizione di eserciti arabi contro Israele. 

Gli effetti discriminanti per il mercato auto furono pesanti: prezzi della benzina alla pompa raddoppiati e persino triplicati : con il conflitto arabo palestinese che aveva preso per gli attributi tutto il mondo con la crisi energetica, il Gasolio era diventata la risorsa primaria e più facilmente disponibile per supplire massicciamenteal consumo abituale di benzina, anche perché il costo di un litro di Gasolio era pari o prossimo alla metà del prezzo alla pompa di un litro di benzina

Eravamo vicini a mezzo secolo fa esatto, e come detto la fetta di mercato europea del Diesel nel trasorto privato poteva essere vicina al 3% (ma sono ottimista) con una progressione avviata soprattutto dal mondo delle Flotte, del commercio e degli Imprenditori che sono stati i primi ad avviare il ciclo di ricambio

Ma si era al terzo o quarto anno di espansione di Gamma da parte dei Costruttori, ed in pratica le novità in tema di nuovi modelli a Gasolio fioccavano di anno in anno: dopo la “404” e “204” Peugeot lancia la “504” con un 2100 cc da 65 Cv, la Citroen equipaggia l’Ammiraglia “CX” con un 2200 D da 67 Cv nel 1975. 

Persino la sportivissima Alfa Romeo nel 1977 deve dotare la “Giulia” di un Perkins 1700 cc a Gasolio, mentre Fiat risponde l’anno dopo con la “132” 2000 e 2500 Diesel. 

Ford rimane un poco alla finestra, ma nel 1979 anche la “Granada” viene equipaggiata da due unità a Gasolio di matrice Peugeot : 1.900 cc. da 54 Cv e 2200 cc. da 63 Cv. Volvo invece rientra tra le “Premium” best seller nel 1979 proprio con le “244” e “245” che adottano il 6 cilindri Volkswagen da 2.4 lt. e 82 Cv.

Ed anche la prima “vittima” del Dieselgate – VW appunto – equipaggia per prima la “Golf” nel 1976 con il 1.5 lt. da 50 Cv, motore che poi entrerà nel cofano della più grande Passat nel 1978. La cugina “Audi 100” si doterà nel 1978 di un 2000 cc. da 70 Cv. Ed in Giappone? La prima Toyota Crown Diesel 1.500 cc. è addirittura del 1955; mentre Isuzu, un Player generalista globale, già nel 1986 conta 3 milioni di pezzi prodotti in tutto il mondo, ma l’invasione giapponese in Europa deve attendere ancora un poco, sotto il segno dei Pick Up e dei primi “SUV”. E deve ancora esplodere il filone delle Turbodiesel avviato dalla “604” TD nel 1978.

Perché un segno distintivo della diffusione estrema del gasolio nelle diverse linee di offerta di Gamma tra i diversi Costruttori è senza dubbio la proliferazione di Joint Ventures e consorzi produttivi tra diversi Marchi. 

È questo che sostanzialmente ha portato la maggioranza delle motorizzazioni Diesel diffuse nei modelli di auto più venduti ad essere frutto di un consorzio tra diversi Costruttori oppure frutto di Joint Ventures anche prestigiose. Ed è per questo che per diversi anni il Diesel fu benedetto dai Costruttori europei: permetteva di contenere i costi di industrializzazione, beneficiava dei progressi tecnologici tipici del motore a benzina ma in più era preferito dagli automobilisti che ne apprezzavano solidità, prestazioni crescenti, tenuta sull’usato.

Già. L’Usato. Già: i progressi tecnologici del benzina. Ne parleremo più avanti, perché le cose hanno finito per non andare proprio così. 

Una rivoluzione iniziata e finita in poco più di quarant’anni: da quel 1975 di primo “boom” delle motorizzazioni a Gasolio si è arrivati ad una seconda Guerra di Ottobre che però non è partita più dal Medio Oriente ma dalla “culla” dell’automotiveoccidentale. 

 

Nell’Ottobre del 2015 le cannonate sono partite dagli Stati Uniti, con le conseguenze che conosciamo. Una Guerra di Ottobre ha acceso l’epopea del motore a Gasolio, ed una guerra di Ottobre dieci anni fa l’ha spenta.

La stella del Gasolio UE: da “zero” a settanta per cento in 40 anni,  e quasi a zero in due lustri

O per meglio dire, ha messo nel congelatore una motorizzazione che a quella data del 2015 aveva toccato in alcuni mercati degli Stati Membri della UE una quota vendite del 70% !!! Eppure, continuo da scheggia impazzita a ripetere fuori dal coro dei tanti, forse troppi, Guru e grandi strateghi del dibattito pregiato che ad uccidere il Diesel nelle preferenze e nelle attitudini di acquisto degli europei non è stato il Dieselgate: i diretti fattori che hanno affossato dal Dieselgate in poi il motore a Gasolio sono da ricercare nella inquisizione dei vertici istituzionali e politici dentro la UE, unita alla curiosa e strumentale presa di distanza dei Manager dell’epoca (spero tutti mandati a fare altro, nel frattempo) che hanno prefigurato l’abbandono mai avvenuto dell’endotemico a Gasolio nella Gamma ed anzi rinnegato da quasi tutti i Costruttori con imbarazzanti dietro front. 

Ma perché? In fondo i Clienti europei del 2015 erano in buona parte coloro che da inizio anni Novanta “assecondarono” il filone europeista del Diesel; erano cioè coloro che dall’avvento del Catalizzatore generalizzato e con la successione degli Stepantiemissione avevano aggiunto nella faretra del Turodieseleuropeo un’ulteriore e determinante freccia, quella ecologista

Perché le altre frecce della praticità di uso, della affidabilità e della innovazione tecnologica c’erano già, a carico del Turbodiesel europeo. Che da inizio anni Novanta ha permesso ai Costruttori continentali di combattere con la concorrenza giapponese ed asiatica (la più pericolosa all’epoca) un’altra Guerra e non solo di Ottobre. 

La guerra della immagine tecnologica che il Sol Levante, la Corea e pochi altri pericolosi avversari extraeuropei non poteva combattere ad armi pari sul puro Diesel, opponendo a questo punto l’Ibridazione da un lato o la guerra dei prezzi dall’altra oltre alla presenza di un Player di peso come Isuzu. 

Quella guerra commerciale, con il muro ben solido all’import dall’Asia, l’Europa l’ha combattuta con i suoi Costruttori diventati progressivamente incombenti nell’industria del Gasolio, e con effetti ben evidenti: Una “Opel Rekord” 2.0 D del 1975 ha una potenza specifica di 27 Cavalli/Litro e un consumo di 9,3 litri di Gasolio per 100 chilometri nel ciclo cosiddetto “misto”; una “Volkswagen Golf” 2.0 TDI del 2015 ha una potenza specifica di 75 Cavalli/Litro – il triplo della Opel di 40 anni prima – e un consumo di 4,7 litri di Gasolio per 100 chilometri, la metà esatta. Per chi è interessato o mostra di volerci credere. Eppure qualcosa di questa strana esplosione tecnologica entra in pieno nelle premesse e nei nessi di causa del Dieselgate. Dopo il quale siamo arrivati, negli ultimi tempi, a quote di mercato dei motori a Gasolio mediamente del 9% in tutta la UE ma a risultati nazionali che in alcuni mercati nazionali scende clamorosamente a soglie minimali.

Il Diesel ha espiato le sue colpe? Si, ma i suoi mandanti sono sempre al loro posto al sole

L’ho già scritto, diverse volte e non da ora: la crescita perpetua virtuosa del Gasolio da metà anni Novanta ha una piattaforma strategica di base in un protocollo informale e persino tacito tra Costruttori europei e nuove Istituzioni di Bruxelles dopo Maastricht: la necessità impellente di fare muro contro la temibilissima avanzata giapponese da fine anni Ottanta (che avendo strutturato le proprie basi operative in Europa non potevano più essere arginati con dazi e contingentamenti peraltro ormai del tutto fuori tema nel nuovo commercio mondiale) andava a dama come si dice con le nuove opportunità di espansione dell’industria continentale nei nuovi mercati che si aprivano in ex URSS ed in Cina. Questo portò da un lato ad una progressiva e continuata azione promozionale istituzionale che ha visto il Gasolio baluardo iniziale della lotta alle emissioni carboniose (nel motore Diesel sempre inferiori ai motori a benzina) promuovendo l’immagine non solo commerciale ma addirittura diplomatica del Gasolio “ecofriendly” interrotta da sporadiche iniziative comunitarie di ricerca finanziata (la più significativa che io ricordi è la “Flex Fuel” del 2006 proprio sulle benzine ad alto tasso di bioetanolo). Ricordate cosa abbiamo detto poco sopra? Il Diesel ha beneficiato della corsa all’innovazione tecnologica che per decenni aveva supportato il motore a benzina. Vero. Sono i tempi ed i modi di questa innovazione, ed i suoi effetti commerciali, ad aver condannato a morte il Diesel.

Ricordo sempre a tutti, approfittando ancora una volta della benevolenza degli amici di Autoprove.it, che un solo articolo, il primo e l’unico, ha denunciato questo già dieci anni fa allo scoppio pubblico del Dieselgate: all’epoca apparve su un’altra piattaforma, non solo perché ancora non conoscevo Autoprove ma perché in pochi altri ebbero il coraggio di pubblicarlo. Era la mia denuncia alla scempiaggine con cui i Costruttori avevano stabilito tra loro un caratteristico “Loosing Game” cioè quella sorta di gioco in cui le mosse che ciascun avversario prova a mettere in campo per far perdere l’avversario in realtà finiscono sempre più per indebolirlo, fino ad una eutanasia generale. In quell’Autunno del 2015 uscì un solo titolo che diceva chiaramente : ”il Diesel, quella volta, dovette morire affinchè non si uccidesse da solo” (Link cliccando qui). Ringrazio i ragazzi di queste pagine per consentirmi di linkare, visto che ricordare e conoscere i reali motivi del Dieselgate è una possibile opportunità per non ricascarci. 

Certo, all’epoca avrei preferito che fossero gli stessi Costruttori a dire:”ragazzi, abbiamo sbagliato, rimedieremo” e non le Istituzioni europee a flagellare il dispositivo che la stessa Europa, mitologicamente divenuta Saturno che mangia il proprio figlio, aveva contribuito a far diventare popolare.

Chi ha ucciso per primo il Diesel? Non l’EPA, ma la Lehman Brothers

Ammettere le colpe dei Costruttori, in una sorta di catarsi salvifica, avrebbe costretto milioni di automobilisti offesi dal Dieselgate ad ammettere di essere stati correi e collusi con chi sbagliava: credere che un’auto che cresce la sua potenza del 300%, del 20% il suo peso e del 30% le sue prestazioni possa consumare la metà di una progenitrice di poche decine di anni fa non è da consumatori coscienti; è da aspiranti cornuti, che accettano il costante mal di testa strategico del rispettivo partner per non vedere la realtà. 

Per esempio, è da veri cornuti del consumerismo attendere che fosse, nel 2014, una Istituzione terza come l’organizzazione europea “Transport & Environment (T&E) a segnalare la possibilità che i consumi dichiarati e testati nelle prove di omologazione NEDC (nato nel 1970) fossero inferiori fino al 30% rispetto a quelli reali. Ma a tutti noi andava bene così. Proprio come ai cornuti.

Ed avrei persino gradito che tra i miei eroi del passato (come coloro che di sana pianta avevano riportato a galla Costruttori, o che avevano inventato una nuova linea commerciale vincente di una nota ammiraglia svedese, o che al limite si erano inventati il monoprezzo su diversi modelli di Gamma) vi fosse chi si alzava a bacchettare le nuove generazioni. Ma purtroppo era impossibile: in parte perché tra i i miei vecchi eroi vi erano ormai o collusi e rinnegati, o perfetti rincoglioniti dall’età, o personaggi ormai scomparsi. E poi, ammettiamolo, per almeno due decenni di mercato dalla fine degli anni Ottanta alla vigilia del Crack Lehman i veri padroni del mercato auto non erano stati i Costruttori ma le rispettive Captive bank.

 

La formula magica con cui i diversi Costruttori aumentarono in solo 40 anni fino al 300% le prestazioni motoristiche del Dieselera di per sé letale: adottare nello stesso lasso di tempo, freneticamente, le innovazioni (iniettore singolo indiretto, Turbo, 4 valvole per cilindro, iniettore multiplo, iniezione diretta, Intercooler, turbine a geometria variabile, filtri antiparticolato, controlli elettronici, iniettori piezoelettrici, iniezione a pompa rotativa, iniettore pompa, common rail) che per il motore a benzina, proporzionalmente, arrivarono in grande serie nel lasso di almeno un secolo. 

Ottenere tutto questo solo ed esclusivamente grazie alla leva finanziaria fu un suicidio annunciato, fomentato e coperto dalla informazione di settore che – ne sono certo – per questo sarà stata ampiamente gratificata…….Ed è per questo che, finalmente, la seconda vittima del Dieselgate oltre al Gasolio è l’informazione di settore. Pagine di carta straccia con rilievi, test, recensioni, propaganda. 

Tutta una solenne bufala, una montatura per sostenere artificialmente un mercato che oggi è ridotto in macerie fumanti come quelle redazioni “gloriose” che per fortuna rimangono in stato comatoso. 

Peccato solo per alcuni “Don Chisciotte” a loro modo ridicoli e pedanti che cercano tuttora di riuscire fuori dalle pieghe del Web come analisti, pseudo-Guru di opinione e sempre, costantemente, fuori luogo. Per fortuna rimangono perlopiù inascoltati. 

Sono quelli, per darVi una traccia, che per giustificare il crollo del mercato auto accusano sempre e solo l’elettrico, anche quello che non c’è. E che non sanno fare i conti con quello che, senza timore di smentita, è il decalogo delle bestialità che ho elencato appena sopra.

“Abbiamo sbagliato noi, caro Consumatore”: la confessione che avrebbe salvato il Diesel

A questo si contrappose la guerra dei listini per contrastare anche la politica tariffaria della concorrenza asiatica e giapponese; a questo si aggiunse la corsa al rinnovo programmato del parco auto usato, con formule finanziarie che scaricavano sull’interesse composto la riduzione dei margini derivanti dalla vendita diretta dell’auto. Tutto bene, se non fosse per tre ghigliottine che prima o poi avrebbero atteso i Costruttori europei al varco

1) la nuova politica comunitaria sugli accordi verticali (tipici) del settore auto, quella serie di corollari normativi denominati “Legge Monti” che di colpo aveva esposto i Costruttori ad una guerra sanguinaria e ad una perdita di margini contro il mondo “Indipendente” che gli stessi Costruttori avevano foraggiato espandendo linee produttive della componentistica nei paesi a basso costo industriale; 

2) La rapida e preordinata obsolescenza accelerata del Parco auto circolante in Europa, causata dalla sequenza degli Stepantiemissione, che lo rendeva inappetibile al consumatore di seconda mano, impediva a Dealer e Costruttori di perseguire margini di rivendita, ma che non aveva – come invece contrariamente auspicato dal mondo industriale europeo – avuto il desiderato effetto di assorbimento nei nuovi mercati (soprattutto quello dell’Est Europa) dove tra nuovi insediamenti produttivi a basso costo e instabilità delle diverse aree geopolitiche il “gravame” dell’usato prodotto ed inviato dalla UE rimaneva nel gozzo dei Dealer continentali;

3) La perdita progressiva di margini sia sul venduto del corpo vettura sia molto più pericolosamente sul versante aftersalesper effetto della concorrenza del mondo IAM;

4) L’aumento esponenziale del rischio finanziario generato dalla maggiore esposizione creditizia, dalla crescita di strumenti derivati a sostegno della liquidità, ed ovviamente la svalutazione imposta del Parco Auto incapace di garantire l’esposizione ed il rischio finanziario crescente.

L’Armageddon di tutto questo non fu il Dieselgate ma il Crack Lehman che di fatto tagliò le gambe alla iperproduzione di strumenti derivati (ABS in particolare) e di cartolarizzazioni per sostenere la domanda di credito. Dal 2008 la partita tra mondo della domanda e dell’offerta ripartiva da una palla al centro ma non dallo Zero a Zero: a carico dei Costruttori c’era una massa di crediti sospesi che andava riassorbita, con una prospettiva di margini “ZERO” su corpi vettura venduti e permute da riacquisire in assetto contrattuale di Buy Back. Era l’eredità del credito facile, riversato tutto su una quota di mercato del motore Diesel ormai lanciata oltre il 60% delle vendite annuali. 

Era facile capire chi sarebbe stato sacrificato, sull’altare della sopravvivenza residuale dei Costruttori, per poter resettare tutto e ripartire. Uccidere il Diesel per gravi crimini contro l’Ambiente; fomentare una inutile campagna sull’elettrico per ricostruire la scaletta del valore commerciale auto e far risalire senza farsene accorgere i listini, ed infine adottare la nuova risorsa del “MildHybrid” come arma di confusione di massa. Tutto registrato, tutto scritto esplicitamente da Autoprove da anni, a mia firma. E l’esempio è in un altro “Click” QUI. Andate a leggere, e magari corroborare tutto con questo Link.

Per dieci anni, da Ottobre 2015, i Costruttori hanno chiuso dentro appositi cassetti le possibili linee di evoluzione del motore a Gasolio. Lo hanno fatto perché l’unica via di ripartenza possibile, nell’attesa che il polverone del Dieselgate si placasse, era nella “Decrescita” felice. Altro indizio segnalato sempre e solo da Autoprove.it con questo Link che rimanda ad una sola mia curiosità: perché solo dopo dieci anni sono ripresi i filoni di ricerca per Biodiesel e soprattutto per l’HVO? Perché improvvisamente al potenziale consumatore si propongono potenziali linee evolutive che vanno dal Dual Fuel (immissione di Gas e/o GPL nel gasolio di alimentazione) al ritorno delle architetture Ibride ed Extender Range, fino alla linea appunto de Gasoli “Bio”? Come mai viene fuori che metanolo, Idrogeno, olii vegetali, scarti organici, insomma tutto può servire alla causa del nuovo Diesel?

Perché dopo quasi almeno otto anni di silenzio i Costruttori tornano oggi a dire “Beh, si: l’idea di rimettere in piedi linee produttive di motori a Gasolio non è così assurda”?

Perche dieci anni dopo quella “Golf TDI 2.0” del Dieselgate che in termini di prestazioni avrebbe umiliato al semaforo una Ferrari Testarossa, il termine di paragone e di transazione del “nuovo “ Diesel non è più la eccellenza prestazionale ma la sostenibilita’: sostenibilità dell’acquisto, della manutenzione, della rivendita, dei consumi e dell’ecologia. 

Tutti più buoni, ma tutti molto più moderati. E soprattutto, tutti molto più preoccupati di prima che per l’Industria dell’auto non vi sia scampo a seguire la via dell’Oriente. Non sarà con l’elettrico che l’Industria europea vincerà la mossa sullo scacchiere contro Cina, Asia, e forse un giorno India ed Africa. La guerra si vince con il rimedio della nonna. 

Il nuovo Diesel appunto: quello che gli americani disdegnano (ormai il Dieselgate ha tagliato le palle anche a loro, in termini industriali), quello che i giapponesi masticano ancora a fatica, quello che l’Asia sembra aver a priori messo in soffitta per seguire altre strade. Il diesel che ha visto la sola Europa dominante per quasi mezzo secolo. E forse pure Ursula se ne è accorta, e lascerà fare: la donna politica secondo me più bella ed elegante nel panorama mondiale, ma poco adatta al suo ruolo, sta rapidamente riducendo le trappole anti-endotermico, anche per salvare la sua Germania

Ce ne accorgeremo anche noi: la piattaforma più sostenibile della “nuova” era del Diesel europeo sarà semplicemente la riedizione “mascherata” di soluzioni tecniche che abbiamo già visto e che colpevolmente abbiamo cestinato per essere fatti cornuti dallo pseudo progresso. Anche noi consumatori europei dobbiamo espiare, e tra decine di anni ci renderemo conto di star pagando solo di più quello che, costandoci meno, avevamo mandato al macero. Lo abbiamo sempre fatto.

Riccardo Bellumori

Nuovo Mercedes Classe G Mini: Rendering Totale

Il nuovo Mercedes Classe G Mini sarà molto di più di un “piccolo” Geländewagen.
Recentemente, alcuni prototipi del nuovo fuoristrada Mercedes-Benz, in cui si riconoscono facilmente le caratteristiche della leggendaria Classe G, sono stati avvistati per la prima volta dai paparazzi. Questi rendering di Kolesa.ru ci permettono di immaginare come sarà.
La storia dell’originale Mercedes Classe G risale al 1979, quando fu lanciata la vendita della prima generazione di SUV. Da allora il modello ha subito numerosi aggiornamenti, il più significativo dei quali è avvenuto nel 2018, quando è stata lanciata sul mercato un’auto completamente nuova con una carrozzeria diversa. In precedenza circolavano voci su un nuovo modello fuoristrada “minore”, che sarebbe stato realizzato nello stile del Geländewagen. Solo il mese scorso i prototipi sono stati immortalati per la prima volta dagli obiettivi dei fotografi spia, grazie ai quali abbiamo la possibilità di farci un’idea dell’aspetto esteriore della novità.

Nei prototipi del nuovo fuoristrada si riconosce senza dubbio l’attuale Mercedes Classe G, ma è evidente che la carrozzeria è completamente originale. Prima di tutto, sembra più compatto e ricorda persino la Suzuki Jimny a cinque porte, anche se in realtà le sue dimensioni dovrebbero essere più vicine a quelle del Geländewagen “più grande”. Nella parte anteriore si notano i familiari fari rotondi con luci di marcia anellari, che qui sono chiaramente più grandi. La griglia e il paraurti sono ancora nascosti da uno spesso strato di camuffamento, quindi abbiamo immaginato una delle possibili varianti di design. Sul lato, il nuovo modello presenta i ben noti finestrini arrotondati, il parabrezza è quasi verticale, ma ha comunque un angolo di inclinazione maggiore rispetto all’attuale Classe G. La massima somiglianza si nota anche nella parte posteriore: qui ci sono luci praticamente identiche con luci di posizione a forma di C, ruota di scorta o baule sul cofano del bagagliaio e nicchia per la targa integrata nel paraurti.

Rendering Kolesa.ru

DATI TECNICI E MOTORI

Secondo le informazioni disponibili, il SUV sarà costruito su un nuovo telaio e il propulsore sarà completamente elettrico. Tuttavia, dato il rallentamento delle vendite di veicoli elettrici, sarebbe logico creare anche una versione con motore a combustione interna (almeno una versione ibrida). A conferma di ciò vi è il fallimento delle vendite della versione elettrica della G-Class senior, presentata lo scorso anno.