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Caso Jaguar: glamour, astuzia e nonviolenza gandiana come antidoto alla crisi UE?

“Jaguar non ha alcun desiderio di essere amata da tutti”, così avrebbe detto poche settimane fa Gerry McGovern, direttore creativo di Jaguar Land Rover, scoprendo invece che il Marchio è a tal punto nel cuore di tutti da aver meritato le prime pagine dei giornali, i Forum sui Social e sul Web da diverso tempo: anzi, a dirla tutta il tema “destino di Jaguar” è diventato il principale argomento di dibattito per tutto il mondo auto al punto che sembra iniziata una guerra “al ribasso” nella ricerca da parte di diversi Costruttori di operazioni – simpatia complanari se non addirittura strappalacrime. 

A fare da battistrada c’è la ex “Prussia”: da KTM (Austria) ai bollettini di crisi che arrivano dalla Germania sembra che paventare il fallimento sia diventato lo sport nazionale in Centro Europa. 

Per non essere da meno la parte “francofona” di Stellantis e la Renault hanno da tempo lanciato strali contro le strategie anti emissione della UE che potrebbero portare alla irrogazione di multe e sanzione per superamento dei limiti anti-emissione di CO2. 

E l’Italia in questo riveste un anomalo ruolo di comprimaria proprio per il cono d’ombra che la dimensione PSA in Stellantisgenera sulla produzione dello Stivale.

Peraltro in altre parti del mondo non si sta molto meglio: Nissan ha dichiarato di poter gestire, allo stato corrente, una gestione industriale di circa 12 mesi prima di rischiare a livello finanziario. E così via.

Curioso, in tutto questo, il caso della Gran Bretagna e della sua industria: protagonista e forse anche vittima della Brexit che ha complicato lo scenario della presenza nipponica nell’Isola, l’Union Jack ha un rapporto complicato con l’Automotive; Bentley, Rolls Royce e Mini di proprietà tedesca, Jaguar e Land Rover di proprietà indiana (Tata Motor), Aston Martin un poco più articolata.

Insomma, il prestigio tipicamente British si è “contaminato” nel tempo e certo lo stato di crisi nel mercato tedesco non rasserena; ma questo è davvero un altro argomento. Torniamo a Jaguar: un Marchio che ha vissuto davvero una storia leggendaria ed insieme travagliata.

Gli anniversari “tondi” di Jaguar nel 2024

Pensate che in questo 2024 in cui Jaguar ha annunciato lo stop temporaneo lungo il prossimo anno della produzione del “nuovo” (ovviamente parliamo dei mezzi destinati alla immatricolazione, ad esclusione della produzione di componenti e supporti per l’aftersales ed il Service Management) comunicando così un provvedimento che ha sollevato davvero il clamore mediatico mondiale, il Marchio anglo-indiano ha davvero diversi anniversari “tondi” da celebrare: di certo il più clamoroso e spettacolare è la vittoria – quaranta anni fa, nel 1984 – del Campionato Europeo Turismo da parte della iconica XJS-C 12 cilindri del Team TWR di Tom Walkinshaw. 

Un grido d’orgoglio dell’industria pienamente inglese dell’epoca che soprattutto riscattava la Jaguar dal periodo meno brillante degli anni Settanta quando per le diverse crisi socioeconomiche e per la gestione pubblica del Marchio la situazione industriale del nuovo soggetto privato (per l’uscita dal Gruppo British Leylandguidato ancora da Michael Edwardes) fu ad inizio anni Ottanta molto critica.

Ma le sorti di Jaguar iniziano da diversi decenni prima, e certo sarebbe lungo e articolato un calendario di fasi storiche, tanta è la strada percorsa dalla creatura di Sir Lyons.

Di sicuro quello che resterà silenzioso, per gran parte della sua struttura, il prossimo anno sarà l’Impianto storico di Coventry, punto nevralgico e iconico della Jaguar.

La sinergia con Chery in Cina: c’è vita oltre Coventry?

All’opposto del Titolo europeo anni ’80 si piazza un accordo di produzione che parte con un protocollo di intesa nel 2011 ma che si avvia concretamente alla fine del 2014: una collaborazione tra Jaguar e Chery, il Gruppo cinese tra i più forti e dimensionati nel continente asiatico; un accordo, curiosamente, perfettamente operativo anche in data posteriore all’annuncio-Shock del costruttore inglese che anzi a fine Aprile ha confermato che le prossime auto elettriche condivideranno piattaforme tecnologiche di Chery, o meglio del suo Brand di lusso Exeed che con Huaweima sviluppato un protocollo adatto sia alle BEV che alle c.d. “EREV” ad autonomia estesa. In questa ottica è stato strutturato un Impianto a Changshu (Cina) dove le “Chery JLR” vengono tuttora prodotte in un numero di circa 200.000 unità all’anno. Non ci si abitua facilmente a pensare ad una Jaguar così lontana dalla sede storica di Coventry e dai distretti degli ebanisti e della pelle Connolly, ma dopo il clamore della decisione presa improvvisamente sul prossimo 2025, un po’ tutto il mondo ha dovuto scartare quella pellicola di “consuetudine” per prendere atto definitivamente che un conto è il concetto “classico” di Jaguar ed un conto è la sua immagine stereotipata e secolare, E di questo, finalmente, anche gli indiani di Tata si sono resi conto cercando di dare una svolta alla percezione che il mondo ha con il Giaguaro.

…E la Joint Venture con BMW per l’EDU?

A ricordare bene, la Jaguar ha dato vita ad un numero di sinergie e collaborazioni davvero imponente: ricordiamo che – salvo prova del contrario – dovrebbe essere ancora operativa una sinergia tra il Marchio inglese e la BMW finalizzata allo sviluppo di nuove generazioni di “EDU” – Electric Drive Unit – finalizzate all’accesso globale verso una mobilità connessa, autonoma, elettrica e condivisa.

Tutto questo, Vi chiederete, cosa c’entra con la “Type 00” Miami Pink che sta campeggiando negli spot insieme alla cosidetta“Generazione Woke”?

Apparentemente nulla, ma la genialità è nei particolari, in tutta questa storia: la disarticolazione dell’immagine di Jaguar, la fusion che si ritiene possa derivare da un messaggio dirompente e catalizzatore, dove – crediamo – l’effetto shock delle immagini degli spot e della stessa Type 00 vuole soprattutto generare una “sublimazione” del ricordo e del concetto classico di Jaguar per come si è finora appalesato nell’immaginario collettivo.

La “190”, “Look at Opel Now”, il fenomeno Tesla, la new entry “DS”, il mercato “fluido”

Era l’inizio degli anni Ottanta: Bruno Sacco confermava la sua leadership di genialità e pragmatismo dentro Mercedes e presentava, non senza un certo sgomento da parte dei più conservatori, la “Baby Benz” Mercedes 190. Oggi tutti noi conosciamo il Marchio della Stella proprio a partire da quella piccola rivoluzione coraggiosa; ed era la fine del decennio Ottanta quando Opel era ancora l’avamposto di General Motors in Europa, ma soprattutto per il gemellaggio con la gamma americana e per la derivazione fortemente “populista” del Marchio si era consolidata una immagine fortemente orientata all’utilitarismo pratico, e l’immagine “glamour” era stata superata dalla esperienza massiccia sulle motorizzazioni Diesel con le quali purtuttavia la Casa tedesca aveva decisamente ampliato il suo target di mercato.

Il problema? Quello che all’atto di un decennio 1980 molto più incentrato su modelli “trendy”, sportivi ed aggressivi, la concorrenza aveva recuperato parecchio terreno. 

I segmenti più effervescenti erano chiaramente quelli delle cittadine (Segmento B), delle “Medie da famiglia” (Segmento C) e delle Ammiraglie (Segmento D), e per ogni segmento diversi Costruttori avevano in casa almeno una versione sportiva o di alte prestazioni. Opel al contrario si basava su motorizzazioni “flemmatiche” da grande stradista e con vocazione lavorativa, ma proprio per questo un mercato molto più edonista aveva cominciato a privilegiare modelli decisamente più blasonati, emotivi, passionali; fu per questo che il management del marchio della saetta affrontò in meno di quattro anni un rinnovamento di Gamma che sfociò nelle leggendarie Kadett “GSi”, Omega “Lotus”, per completare con la Calibra, coupè di totale rottura con il passato e con la tradizione Opel.

Rinascere da sé stessa: Jaguar, la crisalide più volte farfalla e la nonna “Sovereign”

A memoria nostra non si registrarono nel periodo 1990/2007 altri casi di vera e propria rivoluzione innovativa di un Marchio – se non si vuole annoverare il caso della Chevrolet come re-brandingdella Daewoo – fino al momento in cui Tesla non inaugurò il nuovo segmento delle “full electric Premium” in una architettura tecnica che prima di allora era concepibile al massimo per esigenze lavorative.

Chissà se il nuovo corso di Jaguar non contempli anche queste esperienze del passato, così come potrebbe aver fatto da ipotetico e potenziale riferimento/benchmark la parabola – finora incoraggiante – di “DS” come Premium Brand davvero alternativo capace tuttavia di misurarsi sul terreno del lusso contro i ben più blasonati Marchi tedeschi. Per questo lentamente il nuovo “claim” pubblicitario, gli spot trasgender e multicolore, la famosa “Type00” sono come una secchiata d’acqua gelida buona per risvegliarci da una visione statica e superata di Jaguar. Una secchiata gelida il cui effetto lentamente si consuma lasciando spazio alla riflessione. “Elimina l’ordinario”, “rompi gli schemi”, e soprattutto le lezioni di Comunicazione e nuovo Design di Richard Stevens che ci ha illustrato il nuovo “Device Mark” del logo Jaguar con lo “Strike Trought” che ha fatto gridare allo scandalo molti. Noi osservatori più anziani che ricordiamo bene la genesi delle cinque barrette angolate del logo Fiat sapendo che persino quella generò malcontento, siamo in attesa di sviluppi. Paradossalmente siamo convinti che l’effetto cercato dal management JLR sia quello di proiettare “tre” Jaguar contemporaneamente nel mercato auto del prossimo futuro: una “top Premium Class” fatta di auto esclusive (una sorta di Maybach, per intenderci) in grado di competere nel segmento che vive di luce propria e di ottima salute nei mercati in via di sviluppo (quello di Bentley/RR/Bugatti ed Aston Martin per intenderci) cercando “finalmente” di superare la targettizzazioneche Ford ottenne posizionando Jaguar nella soglia più conveniente del Target Premium dominato da Audi, BMW e Mercedes. Il fatto che però questo target fosse improprio per Jaguar è nelle cifre che la stessa Ford non è riuscita a conseguire cedendo nel 2008 il Giaguaro alla Tata, insieme (ed era una condizione improrogabile) a Land Rover. In parole povere, all’atto del Crack Lehman nessuno davvero aveva interesse ad acquisire la sola Jaguar, e lo stesso Rawdon Glover è stato abbastanza didascalico nel far capire che il rinnovamento di Jaguar parte proprio dal superamento dell’assetto commerciale di Ford ed al rilancio di una “NewCo”.

Con una semplice obiezione, tuttavia: è sconosciuta al Management JLR attuale la storia quasi “sacra” per noi appassionati di Daimler e di Sovereign? 

Senza volerci sostituire a nessuno ci chiediamo come mai prima di compiere questa centrifuga creativa non si sia attinto a storie e Marchi di proprietà che hanno davvero scritto pagine leggendarie nel mondo dell’auto. 

O forse, molto semplicemente, nelle premesse della operazione “restyling” c’è proprio questo: trasferire nuovo valore e sdoganare una unica Jaguar da un Segmento e da un target decisamente sovraffollato in Europa ed Occidente. Se così fosse, finalmente anche Jaguar potrebbe ottenere il trend cui tutti i Marchi aspirano: vendere meno in termini di volume ma con margini e ricarico più alti derivanti da listini “importanti” associati a servizi e formule di fidelizzazione con Clienti facoltosi. 

Per questo sappiamo già che il destino del rinnovamento di Jaguar passa per la vendita di Merchandising e prodotti griffati, di servizi di wellness, persino di nuovi modi di pensare la socializzazione “fisica” (a quando – per intenderci – i “Jaguar Cafè” destinati a far incontrare e socializzare gli appassionati del Marchio avendo intorno servizi di ristorazione e tempo libero e suppellettili in grado di evocare la storia ed il prestigio di Jaguar?)

Il Gruppo TATA sembra ad esempio aver reso Land Rover una vera zecca monetaria, assicurando profitti medi per modello venduto che negli ultimi anni hanno portato il secondo Marchio inglese a risultati finanziari straordinari; sebbene, vox populi, siano anche cresciute le lamentele sulla qualità ed affidabilità di prodotto…

Dunque, sebbene possa essere rischioso per un Marchio auto sospendere la produzione in corso di auto endotermiche (benchè la Gamma Jaguar sia stata decimata lungo gli ultimi due anni e nonostante le Concessionarie USA – pare – abbiano uno Stock giacente così numeroso da poter impegnare almeno un buon terzo del prossimo anno negli ordini prevedibili) tutto questo si rende necessario per capire come rilanciare un marchio che finora sulla ricerca dei volumi ha solo subito perdite finanziarie e che rimane ancora ostaggio della ristrutturazione popolare e mass market di casa Ford. Inutile ribadire che il raggruppamento JLR si è reso provvidenziale per distribuire dentro le perdite di Jaguar il rendimento positivo di Land Rover in Nord America, Cina ed Europa; dopo il Covid tuttavia i rendimenti negativi delle attività commerciali legate a Jaguar si sono unite al crollo verticale delle vendite (da poco prima del Covid allo scorso anno i volumi sono precipitati a meno sessanta per cento, mentre la quota di Jaguar vendute su tutto il complesso di pezzi JLR è arrivato a meno di un sesto. 

Tutti ottimi motivi per “dare un taglio” approfittando di una previsione di mercato 2025 critico un po’ per tutti.

Ma quello che è stato possibile per Land Rover non può riuscire per Jaguar senza stravolgerne l’immagine paludata. E dunque ben venga la rivoluzione culturale in atto, purchè – se ci consentite – il Management Jaguar non trascuri che a furia di cercare – tutti i Brand – la clientela dei nuovi ricchi sulla vetta dell’Eldorado si rischia di regalare una folla di potenziali clienti alla concorrenza dei  nuovi produttori asiatici ed indiani. Dunque non è del tutto peregrina l’opinione da parte del sottoscritto che Jaguar cerchi, in questa nuova formula di “Look” una vera e propria “tripartizione” che preveda un livello “Sovereign” al Top, una Classe medio alta Jaguar “Classic&Business” dedicata al collezionismo ed alla Clientela di affari nel Segmento più combattuto in mezzo a BMW, Mercedes, Maserati, ed altri concorrenti blasonati, in parte proseguendo un lavoro di “sdoganamento” iniziato dal Gruppo Ford con il “Diesel Shock”: la prima Jaguar di serie con motore a Gasolio lanciata proprio vent’anni fa.

Di sicuro la Jaguar gestita da TATA ha già conseguito un passaggio importante nel comparto “storico” del Marchio: con “Jaguar Land Rover Classic” si è avviato un Business parallelo dove la Casa inglese rivaluta e promuove il valore collezionistico e commerciale del suo proprio Usato, arrivando persino a soluzioni di customizzazione e personalizzazione che hanno previsto lo sviluppo e installazione di un Kit Retrofit elettrico “proprietario” per elettrificare al 100% le auto storiche (celebre la E-Type Cabriolet guidata persino da Re Carlo d’Inghilterra).

 

Se Autoprove.it avrà ragione, tuttavia, insieme al pilastro “Top Class Premium” elettrico “Sovereign” ed alla rimodulazione di una Gamma “Premium” e “Classic” orientata al Cliente Business e Vintage, dovremmo poter vedere alla poltrona opposta di questo nuovo ponte di comando del Giaguaro una nuova organizzazione “open source” dedicata ai servizi di mobilità e connettività avanzati, alla Sharing mobility, al Fleet Management. Non dimentichiamo che dal 2022 è operativa una collaborazione tra NVIDIA e Jaguar per Intelligenza Artificiale, Guida Autonoma e soluzioni di virtualizzazione delle esperienza di guida e testing. Persino, attraverso IOTA, Jaguar e Land Rover sono impegnate in un progetto di tracciatura in modalità Blockchain dei consumi energetici e del Carbon Footprint; come dire che in questo modo Jaguar anticipa di parecchio le nuove e previste regole “BER 2028” ed Euro “VII” che tanto spaventano i Costruttori. 

E, non a caso, le sperimentazioni tra JLR e IOTA Foundation si spingono persino ai sistemi di pagamento sicuro tramite Criptovalute.

Su tutto questo, per quel poco che può valere, la “nuova” Jaguar ha la benedizione di Autoprove che non ha mai dubitato del fatto che quello che per molti era sembrato un grido di allarme da parte del Marchio in previsione di chissà quale cataclisma finanziario ed industriale, in verità altro non è che un arguto e ben congegnato progetto di rinnovamento stigmatizzato all’evento di Miami con Gerry McGovern che avrebbe esclamato: “Siamo lieti di avere la Vostra attenzione”.

Se lo Staff direzionale saprà agire correttamente, Jaguar potrebbe persino avere da subito dei vantaggi competitivi rispetto alla concorrenza. Vediamo quali:

-Con un effetto tipico delle dinamiche di comunicazione, quello che di improvviso era apparso come un preannuncio di catastrofe (punto di criticità e debolezza) è stato assimilato dal grande pubblico come un provvedimento di rinnovamento verso un mercato elettrico in via di evoluzione (punto di vantaggio e superiorità): Jaguar non è sull’orlo del baratro, a differenza di altri Costruttori che hanno preannunciato chiusure e licenziamenti, ma utilizzerà il 2025 semplicemente per perfezionare la sua nuova filosofia commerciale e industriale verso la convergenza elettrica totale (e, come noi prevediamo, con un percorso che impegnera’“una” delle “tre” nuove Jaguar);

-Con l’enfasi e la sorpresa mediatica che ha suscitato la decisione di Jaguar, il Marchio inglese ha ottenuto praticamente Gratis un numero di prime pagine, di ore di trasmissioni ed approfondimenti ed una attenzione sui Social che, a pagarne il valore pubblicitario, raggiungerebbe valori stratosferici: pensare che il Giaguaro è stato il tema di dibattito più importante delle ultime settimane e tutto questo con una esposizione mediatica del tutto gratuita è davvero un goal di vera classe nei confronti della concorrenza;

-Il mondo Auto si è accorto di aver “bisogno” di Jaguar: in questa sorta di azzeccata “operazione Simpatia” ciascuno di noi si è trovato di fronte alla domanda accademica sulla possibile scomparsa di un Marchio che ha fatto la storia dell’Automotive occidentale e globale, e istintivamente si è risposto con una disponibilità naturale a fare quello che può pur di garantire la sopravvivenza al Marchio inglese. 

Tutto questo, ce ne renderemo conto, avrà un impatto importantissimo sui risvolti commerciali in Occidente e non solo per quanto riguarda – dal 2025 – l’Usato e il settore del Collezionismo, l’accessoristica ed il Merchandising, i servizi di Customer Care e di fidelizzazione. Impensabile che dopo questa rivoluzione mediatica globale la Jaguar non darà vita a comparti commerciali paralleli ed accessori al commercio di auto e componenti. 

-Nulla esclude, peraltro, che nella serie di sinergie e collaborazioni aperte da Jaguar non possa prendere forma anche una divisione Engineering dedicata alla produzione e progettazione “conto terzi” in una formula già sperimentata da Porsche e ultimamente seguita da diversi altri Costruttori e Brand;

-Dopo l’uscita del Teaser “Type 00” l’attesa ed il desiderio legato alla uscita della prossima nuova Jaguar farà di questo evento un fatto virale capace di trasformare una semplice procedura di presentazione in una nuova pietra miliare del mercato auto 2026; e questo di per sé è già una vittoria.

Insomma, ancora pronti a scommettere che dietro il clamore che Jaguar ha cercato nella decisione di sospendere la produzione endotermica per il 2025 vi sia un oggettivo stato di crisi? Io mi espongo a dire di no, anche se non sono obbiettivo visto che Jaguar fa parte di quel puzzle di Marchi gloriosi che sono nel mio cuore da quando è nato. Ricordo a memoria ogni evento di questo Marchio, e mi suggestiona pensare che il 50° anniversario della XJS Coupè 1975 il prossimo anno e il quarantesimo anno dalla vittoria della affascinante XJS-C 12 cilindri nell’Europeo Turismo quest’anno coincide con una situazione davvero fuori dell’ordinario.

Tuttavia chi conosce Jaguar sa che Gaydon e Browns Lane a Coventry non resteranno a luci spente nel 2025: la produzione di componentistica e semilavorati per il parco usato di Jaguar avrà di certo un sussulto positivo, visto che tra l’altro il Service Management e l’Aftersales rappresentano da sempre per Jaguar una voce di Business ancora più importante della stessa vendita del nuovo.

Ma in questa controrivoluzione “Gandiana” che Jaguar sembra aver adottato quasi vivendo una transizione “Karmica” con sé stessa, la Casa inglese sembra soprattutto aver adottato la formula della nonviolenza “arguta” per affrontare in modo appropriato la tanto temuta oppressione delle Multe UE sul possibile sforamento delle emissioni di CO2 in Gamma di prodotto: in realtà, senza produrre nessuna nuova endotermica nel 2025, la prima a non rischiare nulla in tema di multe milionarie sarà proprio la Jaguar.

Niente male, vecchia nuova Signora inglese, che proprio nel 2022 hai compiuto 100 anni e che il prossimo anno festeggi ottanta anni dalla nuova e didascalica ragione sociale che da sempre Ti distingue: se già alla partenza sei stata in grado di segnare goal alla tua concorrenza potenziale, ci auguriamo che il seguito di questa partita sarà altrettanto vincente. E con la geniale fusione tra l’aplomb britannico e la fantasia indiana, crediamo che tutto sarà possibile.

Riccardo Bellumori

Nuova Mercedes Classe C 2025: Anteprima Rendering

La nuova Mercedes Classe C è pronta ad arrivare sul mercato.

L’altro giorno sono stati avvistati i primi prototipi della versione restyling della berlina tedesca, grazie ai quali abbiamo la possibilità di farci una prima idea di come sarà la vettura.

La Mercedes Classe C è sul mercato dal 1993; fu allora che debuttò la prima generazione con l’indice W202, che sostituì la berlina più giovane nella gamma del marchio tedesco 190 (W201). Da allora, la vettura ha cambiato diverse generazioni, e oggi sul nastro trasportatore è la quinta, che ha debuttato nel febbraio 2021. Nel frattempo, la scadenza per il restyling previsto si è avvicinata e recentemente sono apparse in Rete le prime foto di campioni di prova camuffati della futura novità.

Per ora, la parte anteriore presenta uno strato abbastanza spesso di camuffature, ma è già possibile distinguere parzialmente i nuovi fari, il cui elemento più interessante sarà costituito da elementi a LED a forma di stella a tre raggi, che fungeranno da luci di parcheggio e indicatori di direzione. Molto probabilmente, ogni faro avrà uno di questi elementi, mentre l’ammiraglia della Classe S dopo il restyling riceverà due stelle. Possiamo anche aspettarci una griglia del radiatore di dimensioni notevolmente aumentate, e c’è la possibilità che sia progettata nello stile della Classe E dell’ultima generazione – questa è la variante mostrata nel nostro rendering. Un altro dettaglio interessante è rappresentato dagli specchietti laterali, che negli ultimi anni sono stati generalmente lasciati inalterati dagli aggiornamenti, ma la Classe C ne avrà di nuovi con indicatori di direzione a forma di C, che evocano associazioni con la Mercedes dei primi anni 2010. La parte posteriore degli esemplari in prova è ancora quasi priva di camuffature e non sono visibili nuovi dettagli. Tuttavia, possiamo ipotizzare che la Classe C aggiornata riceverà fari modernizzati, che ospiteranno nuovamente i loghi stilizzati dell’azienda (come avverrà su altri modelli Mercedes-Benz rinnovati, compresi i crossover). Inoltre, la berlina potrebbe ricevere un paraurti posteriore ritoccato e dischi ruota dal nuovo design.

DATI TECNICI E MOTORI

L’attuale Mercedes Classe C è basata sulla piattaforma modulare MRA, utilizzata da molti altri modelli dell’azienda, tra cui l’ammiraglia Classe S di ultima generazione. Non ci sono informazioni confermate sui cambiamenti nella parte tecnica, ma possiamo ipotizzare che la vettura manterrà un’ampia gamma di motori a benzina e diesel a quattro cilindri, mentre potrebbero comparire nuove modifiche ibride. L’aggiornamento più interessante potrebbe riguardare il motore della versione top della Mercedes-AMG C63, che finalmente riceverà un motore V8 al posto del 4 cilindri della versione attuale.
L’anteprima della novità potrebbe avvenire nel corso del prossimo anno. Nel frattempo, si sta preparando il debutto di una nuova generazione di CLA, che riceverà sia versioni tradizionali con motore a combustione interna che modifiche completamente elettriche.

Nissan R32 Skyline GT-R EV: Anteprima

La nuova Nissan R32 Skyline GT-R EV è già realtà.

Dodge Charger Daytona EV, Ford Mustang Mach-E, GMC Hummer EV, Jaguar E-Type elettrificata – mentre vi vengono in mente altri nomi pelosi che non avreste mai immaginato potessero diventare elettrici, guardate questo.

Nissan ha finalmente svelato la R32 Skyline GT-R EV a cui sta lavorando dal marzo 2023. Sarà presentata al Salone dell’Auto di Tokyo del 2025 (10-12 gennaio) ed è il frutto del lavoro di un team di ingegneri appassionati.

DATI TECNICI E MOTORI

Nessun dettaglio tecnico è stato ancora ufficializzato: trazione integrale con un motore su ciascun asse? Si tratta in qualche modo di una prefigurazione di una futura R36 GT-R completamente elettrica?

Ci viene in mente la folle concept Hyper Force del 2023 – 1.360 CV, trazione integrale e-4ORCE a doppio motore, batteria a stato solido – e la più semplice Ariya Nismo con una potenza massima di 435 CV e 600 Nm di coppia, anch’essa a doppio motore AWD. Secondo voi, in quale posizione dello spettro di potenza si collocherà questa R32 EV?

Tutto pronto per il ritorno della Nissan R32 Skyline GT-R EV a giorni avremo maggiori dettagli.

Le auto elettriche dalla Germania all’Africa delocalizzano la crisi?

Questo approfondimento arrivato alla sua Quarta puntata (e altre ne seguiranno) sembrava nato per gioco, in un periodo in cui l’economia e l’industria Automotive tedesca “scricchiolava” ma teneva sostanzialmente i suoi “plus” derivanti dall’essere la prima realtà produttiva europa, il primo supplier a livello mondiale e soprattutto un partner di ferro per l’espansione cinese del settore.

C’era però un curioso trend che soprattutto noi di Autoprove avevamo rintracciato nelle pieghe delle statistiche navigabili sul Web: l’irresistibile e progressiva ascesa dell’industria tedesca in Africa, di cui quasi nessuno conosce la previsione a breve di un vero e proprio spazio economico e commerciali unito a disposizione di un miliardo e trecento milioni di persone del continente.

Man mano che le nostre puntate sono state pubblicate sono cominciate a fioccare le mail e i commenti poco accondiscendenti di alcuni che vedevano in questa nostra ricerca una sorta di teatrino del pettegolezzo inutile; fino a questi giorni, quando alle immagini dei cortei di lavoratori mascherati che in Germania simula il funerale alla Volkswagen si uniscono le voci allarmate dei tagli di personale e delle chiusure di interi comparti e Stabilimenti.

Germania colabrodo: 190.000 licenziamenti per il gigante dell’Auto europea, di colpo?

Erano gli anni Cinquanta, e la BMW rischiò più volte la bancarotta; erano gli anni Ottanta e gli operai Porsche pressavano davanti ai cancelli chiusi degli Stabilimenti per entrare a lavorare, non per scioperare. Era il 1993/1994, infine, quando Volkswagen sull’orlo del collasso riceveva i fondi pubblici di Schroeder e della Bassa Sassonia. 

Da allora e fino al 2007 (Crack Lehman) l’auto tedesca cavalca il boom finanziario del Marco dopo l’unificazione delle due Germanie, fa shopping in Europa e nel mondo di Marchi e Impianti e diventa leader della produzione industriale, dell’Aftermarket, del mercato globale.

Dopo il 2007 arriva il colpo alle ginocchia del Dieselgate, e ancora dopo il Lockdown, dentro una cornice internazionale che comprende Brexit, rivalutazione dei mercati oltreoceano, ed ovviamente la crisi generata dai conflitti in Est Europa dove – guarda caso – sono presenti ancora per poco importanti interessi industriali tedeschi; eppure in tutto questo lo scenario di crisi di questi mesi appare più satirico che reale, in una dimensione industriale e politica (la Germania) che – soleva dire mio nonno – è sempre stata perniciosa come la proprietaria zitella e odiosa del superattico in un Condominio: capace di indirizzare la gestione dello stabile a suo esclusivo favore e in grado di far pesare la sua posizione dominante, finisce solo per fare degenerare tutto il palazzo. 

Proprio quello che ha fatto la Germania con Debito sovrano, austerithy, rivoluzione elettrica, riforme europee, fino alla vicenda grottesca di una Germania contro praticamente gli Stati membri del Mediterraneo.

E se il sistema auto è in crisi, non giriamoci intorno: è il sistema che in modo idiota la Germania ha imposto a tutta l’Europa; non è stata la UE ad imporre l’evangelizzazione elettrica, ma una Germania in cerca di nuova immagine mondiale contro l’avanzata prevedibile del colosso cinese.

Ma io – che pur non essendo nessuno, mi onoro di dire che non ho mai amato la Germania, forse perché mio nonno ne ha vissuto la bestialità sotto la Guerra – non posso credere che la Germania sia diventata di colpo idiota. Io credo che sia semplicemente una Nazione diventata un po’ troppo paracula.

E per dimostrarlo sto coinvolgendo Autoprove.it in una inchiesta doppia tra Germania ed Africa. E il fulcro della analisi è proprio la frontiera della mobilità elettrica, senza approfondire al momento aspetti socioeconomici globali che, in seguito, coinvolgeranno ABS, Green Bonds e mercato delle valutazioni di materie prime, per finire con il solito terzo incomodo della Blockchain e delle Criptovalute. Sembra il decalogo di un complottista, invece è lo scenario della nuova e prossima area di libero scambio pan-africana: un campo di gioco nel quale chi prima arriva meglio alloggia. Abbiamo impiegato tre puntate di questo Speciale per dimostrare che la Germania ha agito per tempo.

Il Risiko Afro/franco/tedesco, e Bruxelles rimane a guardare (e a pagare?)

C’entra tutto, in questo Risiko afro-germanico dove a quanto pare l’Europa si presta a semplice portatrice d’acqua a favore di uno o due Stati membri (come sempre): oltre alla Germania il Risiko africano comprende la storica Francia, come in una sorta di coabitazione cordiale ma non troppo dove la Francia rimane incombente nella parte Settentrionale del Continente; la Germania invece ha praticamente surrogato la Gran Bretagna nell’influenza della zona Sud, mentre rimane da sviluppare tutta l’area centrale. 

Ma fermiamoci un attimo e leggiamo le notizie che arrivano dalla Germania, in particolare da uno studio di Progonos pubblicato da VDA: Volkswagen pianifica la chiusura di tre stabilimenti, Audi sospende la produzione in Belgio, BMW lamenta a sua volta delle criticità; sono in gioco, secondo le ricerche, quasi 190.000 posti di lavoro in Germania entro 10 anni, e 46.000 già persi negli ultimi quattro anni. 

Ultimi quattro anni in cui però, abbiamo visto, la Germania ha intensificato il trend degli investimenti in Africa.

Ma soprattutto colpisce, in questo bollettino di Guerra, la situazione dell’Aftermarket e della componentistica, settore dove la Germania è leader mondiale 2023 nel campo dell’export: secondo una ricerca di “Tendata” con un valore di merci esportate per oltre 60 miliardi di USD e due mercati di prevalenza (Cina e USA) i tedeschi sono dei veri “panzer” mondiali. 

E nella Top five dei Player mondiali di componentistica, ci sono ben tre Supplier tedeschi (Bosch, ZF, Magna) in un mercato che vale a livello globale quasi 500 miliardi solo di componenti intermediate in ogni parte del Globo, e con una crescita post lockdown che si stabilizza al 15% di incremento di scambi ed un aumento del valore esportato pari a +8%. Importante è considerare che i principali esportatori di componenti per autoveicoli sono Germania, Cina continentale, Stati Uniti, Messico e Giappone. A seguire Corea del Sud, Polonia e Repubblica Ceca. E colpisce che Italia e Francia messe insieme (comprendendo Stellantis dunque) non superano i 31 miliari di dollari di export di componentistica, segno indiscutibile che in questi due distretti nazionali anche la dimensione indipendente soffre di una crisi progressiva. 

E colpisce la posizione molto indietro della Spagna, che tuttavia rappresenta in Europa il secondo Paese membro della Unione come produzione industriale di auto, sebbene il paese iberico sia cresciuto del 18% nel post lockdown (sempre secondo “Tendata”).

Insomma, il quadro della Germania come “player” internazionale è decisamente chiaro, quindi la domanda che ci poniamo è: come mai questa slavina in casa? Bipolarità economico finanziaria o medaglia a due facce? Come mai la “VDA” (Associazione dei Costruttori tedeschi) che in Africa ha stretto da tempo un protocollo di intesa con la AAAM (corrispondente Associazione di categoria africana) nel suo paese natale fa dichiarazioni abbastanza sibilline come quella riportata da una Agenzia: “ latransizione elettrica porta a perdite occupazionali ma è inevitabile. Tuttavia non parliamo di crisi ma di transizione nel cui futuro l’occupazione dipenderà dalle scelte politiche che possono favorire o meno gli investimenti in Germania”. 

E su quel “favorire investimenti in Germania” si muove un giallo: parliamo di investimenti “in Germania” (VDA – sempre – parla di circa 400 miliardi di Euro necessari per R&D e per riconversione degli Impianti entro quattro anni) o di investimenti “dalla Germania” magari in sinergia con Bruxelles? Perché dalla Germania e dalla UE sono in partenza programmata fior di miliardi di Euro, verso quell’area di libero scambio panafricana su cui i tedeschi hanno messo gli occhi da quasi dieci anni. 

Ma soprattutto, cosa è davvero temibile nell’Agenda di Bruxelles per i tedeschi? Un po’ tutto, visto che pur nella ambizione elettrica della Germania è stata inserita per precauzione una clasola per la quale Bruxelles dovrebbe, entro il 2026, svolgere una parentesi di verifica e revisione del ruolo degli e-fuel per proseguire nella produzione di endotermici dopo il 2035. 

 

Guarda caso gli interessi tedeschi in tema di idrogeno in Africa si confondono bene con l’ingrediente base dell’e-fuel che appunto è l’Idrogeno: anche se un recente accordo commerciale tra Giappone e Sudafrica si incentra sull’idrogeno come fonte di energia pulita. 

L’industria automobilistica giapponese punta sempre di più sull’idrogeno e questa partnership rappresenta una mossa strategica per incorporare la tecnologia dell’idrogeno nel settore automobilistico. 

È probabile che l’industria automobilistica giapponese svolga un ruolo fondamentale nell’introduzione di veicoli alimentati a idrogeno in Africa, allineandosi alle tendenze globali verso l’energia sostenibile. 

Questo sviluppo potrebbe rimodellare il panorama automobilistico in Africa, aggiungendo una nuova dimensione al mercato insieme ai veicoli elettrici.

E se la messa a norma ormai prossima dell’Euro VII in Europa trova la Germania critica come tutti gli altri Stati Costruttori di auto, la meno ricordata “New BER 2028” è qualcosa che incide proprio nella economia tedesca della componentistica e dell’Aftermarket sempre più esposta alla concorrenza dei Paesi e dei Produttori di riferimento nel comparto Indipendente. 

Chissà se le previsioni e le premesse molto più “garantiste” del continente africano verso un mercato della Supply Chain e della componentistica molto più favorevole verso il mondo OEM rispetto agli IAM non saranno una notizia di forte interesse. Ma di sicuro gli argomenti che seguono sono di richiamo fortissimo:

L’Africa, la nuova terra promessa dell’Automotive

Quanto può valere il mercato dell’auto in Africa? Valeva 12 miliardi di Dollari alla data del Crack Lehman; era salito a 30 miliardi di Dollari dopo il Lockdown del 2020, e potrebbe valere nel 2027 fino a 42 miliardi di Dollari secondo le organizzazioni che stanno per inaugurare l’area di libero scambio panafricana (AfCFTA), dove tra 10 anni ci saranno 450 milioni di persone in età lavorativa ed in grado di utilizzare auto e mezzi di mobilità; e dove la subofornitura di componenti e semilavorati potrà essere distribuita a largo raggio tra le Nazioni del Centroafrica in cui per ancora molti anni il reddito mensile preteso dai lavoratori potrà mantenersi su livelli pari alla metà della media delle Società più evolute, con il vantaggio di una filiera logistica già oggi strutturata su vettori a guida autonoma e droni aerei con telecontrollo a distanza e dove gli investimenti miliardari della Cina hanno sviluppato porti, ferrovie, autostrade. 

Dove chiaramente la situazione ambientale e sociopolitica non è del tutto rasserenante: ma dove le aree socialmente più sicure e sviluppate (Nord e Sud Africa) sono abitate dal 25% della popolazione africana totale e garantiscono una continuità lavorativa ostacolata solo dagli eventi climatici.

Un altro aspetto seriamente antagonista riguardo la convergenza tra Africa ed Automotive è l’elemento culturale e formativo: questo però storicamente, anche con riferimento ad altri Continenti, non ha mai impedito lo sviluppo iniziale di una industria della componentistica e della subfornitura basilare costruita di volta in volta in Asia, Sudamerica, Est Europa, etc…e che dunque si può ripetere in Africa soprattutto a partire dalle nuove piattaforme elettriche e dai nuovi protocolli industriali di settore.

Se l’Africa non rappresenta ancora la terra promessa dell’Automotive, il Continente europeo dirimpettaio sta decisamente naufragando verso la desertificazione di settore

La controrivoluzione elettrica con la confusione politica di Bruxelles ed il disorientamento generale diffuso tra Costruttori OEM e subfornitori sta ancora una volta, e forse per l’ultima volta, aiutando il mondo Indipendente per il quale tutti o quasi stavamo già preparando le messe funebri per un futuro dominato dall’aftersales ufficiale Casamadre; il settore della componentistica del Vecchio Continente è stato travagliato dalla altalena contrastante dei trends commerciali ed industriali; a fronte di un rimbalzo positivo di tutto il settore dell’Aftermarket Indipendente gli ultimi tre anni sono stati il teatro di una debacle dei cosidetti “Tier” e dei fornitori di Primo Equipaggiamento a causa della riduzione dei volumi del nuovo. 

Africa tra crescita e promesse, tra elettrico e idrogeno, tra nuovo ed usato

Sono dunque tornati in auge i programmi di avvento degli OEM nel mondo dell’autoriparazione generalista che avevano cominciato ad essere promossi prima del Lockdown e che ora, a fronte di una sostanziale trasformazione del modello logistico e del circuito della Supply Chain globale a partire dalla rimodulazione della Nazione supplier per eccellenza, la Cina:

quest’ultima sta crescendo nella sua industria auto per coprire le prevedibili esigenze di una popolazione automobilistica che tra dieci o quindici anni potrebbe “gonfiarsi” di decine di milioni di nuovi acquirenti all’anno. E se contemporaneamente, per ragioni di opportunità simmetrica, le linee di produzione delle “BEV” più commerciali dovessero prendere la via al contrario – dalla Cina in Europa dove gli Stabilimenti lasciati liberi dalla delocalizzazione e dalla contrazione dei Marchi europei ed occidentali – il fabbrisogno conseguente alla domanda potenziale in crescita in Cina non potrà far altro che aumentare la destinazione in casa della produzione di componentistica e subfornitura. 

Stando così le cose è decisamente più plausibile, secondo molti, che sia proprio la Cina a “battezzare” la nuova forma automobilistica dell’Africa dove – tra l’altro – sono diversi i mercati con l’obbligo di guida a destra.

La Cina ha esportato nel continente quasi 5 milioni di veicoli nel 2023, con le “NEV” (elettriche) a fare da traino, e dal primo ingresso dei Costruttori cinesi nel post-Crack Lehman oggi ben 10 Marchi del Dragone hanno consolidato un buon mercato con punte di eccellenza ovviamente in Sudafrica: 

cosa che rende ancora più difficile la crescita dei volumi della concorrenza europea, soprattutto perché il Sudafrica sembra essere la terra promessa della mobilità elettrica con una prospettiva governativa di passare da una quota di mercato di BEV (o meglio “NEV” come da lessico tipicamente cinese) del 2% lo scorso anno ad una soglia del 20% entro i prossimi due.

Anche l’Egitto sta polarizzando l’attenzione con l’intento politico di creare distretti industriali Automotive puntando sulla eccellente condizione di costi manodopera bassi e posizione logistica favorevole, attirando le programmazioni di intenti da parte di diversi Costruttori cinesi interessati a stabilire là i loro impianti.Più a lungo termine appare la industrializzazione su larga scala del Kenya dove già alcuni Brand hanno piccole produzioni su licenza; e lo stesso vale per Ruanda, Ghana ed altri Stati. 

 

Cosa significa per i Costruttori globali promuovere la mobilità elettrica in Cina? Significa operare in una dimensione under construction dove partire da zero è una opportunità e dove il mercato non subisce le segmentazioni standardizzate dell’Occidente anche perché la dimensione “SUV Multipurpose” sembra essere perfetto per il profilo orografico del territorio e per la funzionalità del parco di potenziali clienti ed utilizzatori.

 

Cogliere l’opportunità di entrare nel mercato africano ora significa disegnare una dimensione industriale “tailor made” che integra le aree di eccellenza specifiche della condizione africana: la disponibilità di risorse minerarie, fonti fossili e rigenerabili per la filiera energetica; la presenza di materia prima a buon mercato (non pensiamo solo alle terre rare, ma all’alluminio del Mozambico, alla Gomma della Costa d’Avorio, etc…) e una catena logistica che può far ampio uso di vettori terrestri ed aerei a guida autonoma, motivo per il quale tutte i colossi della distribuzione (Amazon, DHL, etc..) hanno da tempo avviato i propri mega – Hub di movimentazione merci e servizi.

Senza dimenticare che quella africana può essere senza timore di smentita la prima filiera industriale nativa in dimensione Blockchain, sia dal lato delle relazioni industriali sia dal lato dei pagamenti in valuta virtuale.

Germania: leader mondiale, sconfitta in casa

Ovviamente tutto questo, senza l’evidenza di cifre a supporto, può sembrare per Voi un arzigogolo mentale dell’autore del “Dossier”. 

Ok, proviamo a metterle in batteria queste cifre. Mentre in Europa i Brand di subfornitura, componentistica hanno subito da un anno e mezzo un tracollo di mercato e valore azionario che le ha lasciate alla aggressione di nuovi acquirenti e ha costretto un numero di licenziamenti di centinaia di migliaia di lavoratori di settore in Europa ed USA, c’è la dicotomia tra trend occidentali ed africani. Alcuni esempi: in Germania il settore componentistica ha perso oltre 30.000 addetti, la Francia almeno 9.000; l’Italia invece, e non è una battuta, ha praticamente perso la nazionalità di tutto il comparto. 

Non a caso la “C.L.E.P.A. – European Association of Automotive Suppliers” ha lanciato prospettive di medio termine ancora preoccupanti.

Ed in Africa? Beh, la crescita della domanda non è legata direttamente allo sviluppo di una filiera componentistica e di subfornitura funzionale al mercato interno. L’Africa appare più per l’Europa come l’HUB sostitutivo della stessa Cina, del Sudamerica, dell’Est europeo per il sostegno della produzione estesa. Fino a contemplare per la Germania un nuovo partner nello sviluppo industriale dell’Idrogeno. Tanto per ricordare eventi non troppo lontani, è passata in sottotono la notizia di un anno fa in cui PNE – Produttrice di soluzioni per l’energia eolica – e la SET (Utility tedesca) avevano firmato un protocollo di intenti per produrre e-fuel in Sudafrica, in particolare sulla costa occidentale; funzionante ad elettrolisi di acqua marina desalinizzata prima del processo, tutto servito da energia eolica e solare. Senza contare che per l’Idrogeno esiste la via ancora poco percorsa in Occidente delle auto “Fuel Cell”, ma in generale tutto il comparto dell’Idrogeno per autotrazione sta diventando in Africa molto più di un esercizio accademico. Toyota Mirai, Bmw, ed altri esempi sono a corredo di una realtà in cui Camion e Pullman ad Idrogeno sono ormai una pietra miliare in Africa.

Ma ora il problema per occupare il mercato auto africano più maturo è quello di garantire il post vendita, potenziando e sfruttando in primo luogo le realtà locali e aumentando il Know How e la meccanizzazione dei Suppliers già presenti sul territorio. 

Lavorare sull’elettrico è allo stesso tempo una chiave di sviluppo per una mobilità adatta allo sviluppo del mercato africano, e dall’altra una pista per completare la rete di infrastruttura energetica di rete in un territorio dove ancora oggi il 20% della popolazione del continente non è servito. 

Ovviamente la ottimizzazione delle reti infrastrutturali (energetica, logistica, viaria) sta portando ad una moltiplicazione di sinergie, J.V. e collaborazioni multisettore tra Costruttori, Componentisti, Utilities, Imprese di Logistica; anche se a fare da apripista è al momento il mondo dell’Usato. 

In tre paesi come Etiopia, Kenya e Nigeria almeno 8 veicoli importati su 10 sono usati, e l’Africa importa quattro volte più prodotti automobilistici di quanti ne esporti, con importazioni di automobili per un valore di 52 miliardi di dollari USA nel 2020 ed esportazioni per un valore di soli 13 miliardi di dollari USA nel 2020. Le principali fonti di veicoli usati sono gli Stati Uniti (USA), l’Europa e il Giappone. Il Medio Oriente funge da notevole via di transito per i veicoli verso l’Africa orientale. 

Il Sudafrica domina il commercio automobilistico nel continente, rappresentando i tre quarti delle esportazioni automobilistiche africane e il 15% delle importazioni nel 2020. Come detto, la parte del leone la fa il Giappone come Marchi ma la provenienza è soprattutto europea.

Ed ora l’Africa, l’Europa, la Germania e tutto l’Automotive sono ad un bivio incrociato: per la UE l’Africa commerciale unita può essere un’area di oltre un miliardo di consumatori, anche se la concorrenza della Cina è difficile da superare; per la Germania, come abbiamo visto, l’Africa è più di una prospettiva, essendo già una piattaforma di accordi e sinergie industriali.

L’Europa per l’Africa è al momento il maggior vettore di auto usate provenienti dal territorio comunitario, e in tema Bruxelles ha lanciato la proposta di una tracciatura delle auto secondo quoziente ecologico: insomma, stop prima o dopo all’esportazione verso l’Africa di modelli inquinanti. Con la prerogativa opzionale ma non secondaria di un crescente interesse dei consumatori africani verso il cosidetto – in Europa – Kit Retrofit 100% elettrico.

Insomma il retrofitting, la conversione dei veicoli con motore a combustione interna in motori elettrici a batteria o a celle a combustibile a idrogeno, è in crescita. È persino un argomento di cui parlano tutti gli operatori dei trasporti perché la promessa è incoraggiante: limitare gli investimenti ed estendere la vita utile del veicolo in funzione per un’elettromobilità a zero emissioni.

Ci sono poi le questioni integrate a quelle appena espresse: c’è l’intreccio delle relazioni tra Cina, Europa, Germania. La Germania, si sa, non vede di buon occhio i superdazi comminati dalla UE contro le BEV di importazione cinese, soprattutto perché diversi Gruppi cinesi sono in J.V. con Costruttori tedeschi. 

Resta da capire se la soluzione delle linee di produzione cinesi in Europa (legate in primis a vetture elettriche popolari) non sia come ci aspettiamo in Autoprove una sorta di “Hub” generalizzato per indirizzare in Africa linee di export ecologico e “tracciato” dentro un accordo commerciale che certo la UE in qualche modo sta favorendo; e in questo – poiché i prodotti originari cinesi oggetto degli accordi tra Costruttori saranno probabilmente rimarchiati dai Brand occidentali – l’eventualità di un accordo generalizzato di esportazione verso l’Africa sarebbe l’uovo di Colombo per tutti:

– Per l’UE gli stabilimenti europei di produzione sarebbero fonte di nuova occupazione potendo contemporaneamente mostrare agli elettori il polso duro esercitato verso i cinesi; 

– Per la Germania l’esportazione verso l’Africa di linee di auto cinesi sarebbe una forma di autotutela sia verso i rapporti e gli impegni patrimoniali strutturati con i partner cinesi sia una forma di promozione degli investimenti per una dimensione industriale tedesca in Africa;

– Per l’Africa l’arrivo di auto elettriche pseudoeuropee “fresche” sarebbe una leva commerciale interessante; 

– E per i Brand occidentali ed europei infine la serie di nuove BEV popolari in arrivo in Europa sarebbe un Firewall contro il pericolo multe da parte UE.

Nella prossima puntata cercheremo di capire se i nostri sono vaneggiamenti o realtà.

(Fine Quarta Parte – Segue) 

Riccardo Bellumori.

Nuova DS N°8 2025: Dati Tecnici e Foto

Ecco la nuova DS N°8 che sarà offerta solo con motori elettrici, le vendite inizieranno a metà del 2025.

Il SUV coupé inaugura una nuova gamma di modelli numerati del marchio DS – l’integrazione del simbolo del numero nei nomi dei modelli dovrebbe sottolineare l’appartenenza dei modelli DS ai migliori rappresentanti del mondo dello chic francese, come la gamma di profumi Chanel. Il profumo n. 5 di Chanel è conosciuto in tutto il mondo, mentre il marchio DS non è riuscito a svilupparsi adeguatamente nei dieci anni successivi alla separazione da Citroen. La carriera cinese di DS è francamente fallita, al momento le vendite sono addirittura ferme. In Europa, secondo l’ACEA (Associazione Europea dei Costruttori di Automobili), da gennaio a ottobre di quest’anno sono state vendute 31.965 DS (-25% rispetto all’APPG).

La DS N°8 si posiziona come nuova ammiraglia del marchio, la sua lunghezza complessiva è di 4,82 m, la larghezza di 1,9 m, l’altezza di 1,58 m, il passo di 2,9 m, l’altezza da terra di 155 mm, le ruote di serie da 19, 20 o 21 pollici. Nel frattempo, nella gamma DS c’è una berlina più grande, la DS 9 (lunghezza totale – 4933 mm), ma è prodotta in Cina, cosa di cui i rappresentanti del marchio DS non amano parlare ad alta voce. La DS 8 sarà prodotta nello stabilimento Stellantis di Melfi (Italia), anch’esso non menzionato nel comunicato stampa. Ma si sottolinea che la batteria e i motori elettrici della DS #8 sono prodotti in Francia presso le filiali Stellantis.

La DS N°8 si basa sulla piattaforma modulare STLA Medium, sulla quale sono state prodotte in precedenza le nuove Peugeot 3008, Peugeot 5008 e Opel Grandland. Particolarmente apprezzata è l’aerodinamica completamente sviluppata del cross-liftback (Sche = 0,24), grazie alla quale ha un’autonomia tra le migliori della categoria con una sola carica. Le sospensioni anteriori sono di tipo McPherson, mentre quelle posteriori sono multi-link indipendenti. L’equipaggiamento di serie comprende gli ammortizzatori adattivi, le cui caratteristiche cambiano in base alle letture della telecamera anteriore: grosso modo, la telecamera ha rilevato un urto e le sospensioni sono diventate più morbide in anticipo.

IL DESIGN UNICO

In termini di design esterno, la DS N°8 ricorda la concept DS Aero Sport Lounge del 2020 e gli interni riprendono lo spirito del manifesto dello scorso anno, ma l’abitacolo della DS No. 8 è meno appariscente in termini di arredamento. La fascia anteriore minimalista ospita un quadro strumenti da 10,25 pollici e uno schermo multimediale da 16 pollici, con lo schermo degli strumenti che lavora in tandem con un proiettore di realtà aumentata sul parabrezza. L’impianto audio Focal top di gamma da 690 watt è dotato di 14 altoparlanti. I sedili anteriori con poggiatesta integrato sono riscaldati, ventilati e dotati di massaggiatori. La pelle riciclata è ampiamente utilizzata per le finiture, ma la pelle è comunque naturale.

Il volume del bagagliaio è di 620 litri, il suo coperchio è dotato di azionamento elettrico e si alza fino a un’altezza di 185 cm.

DATI TECNICI E MOTORI

La piattaforma STLA Medium è progettata per modelli con motori a combustione interna, ma non sono dichiarati per DS №8, tutti i propulsori sono elettrici, a 400 volt. La versione base FWD è dotata di una batteria da 74 kWh e di un singolo motore elettrico sull’asse anteriore, la sua potenza di picco è di 260 CV e 343 Nm, l’accelerazione a 100 km/h richiede 7,7 secondi, la velocità massima di tutte le versioni è limitata a 190 km/h. Con una sola carica, la versione base FWD può percorrere 572 chilometri nel ciclo WLTP.

La versione FWD Long Range è dotata di una batteria da 97,2 kWh e la potenza di picco dell’unico motore elettrico sull’asse anteriore è aumentata a 280 CV, l’accelerazione a 100 km/h richiede 7,8 secondi, l’autonomia con una singola carica 750 km.

La versione top di gamma a trazione integrale è anch’essa dotata di una batteria da 97,2 kWh, la potenza massima combinata dei due motori elettrici è di 375 CV e 509 Nm, l’accelerazione a 100 km/h richiede 5,4 secondi, l’autonomia con una singola carica è di 686 km.

La potenza massima di ricarica della batteria di tutte le versioni è di 160 kW, che non è molto per gli standard moderni, soprattutto per un marchio premium. Il peso a vuoto di DS №8 va da 2132 a 2289 kg a seconda delle modifiche, mentre il peso consentito del rimorchio è da 1460 a 1600 kg.

In Europa, gli ordini per il DS N°8 saranno accettati a gennaio, le vendite a pieno regime – a metà del 2025, i prezzi non sono ancora stati annunciati, ma è chiaro che sarà costoso e che il DS №8 non sarà molto richiesto, in quanto ci sono un sacco di concorrenti con caratteristiche tecniche più impressionanti sul mercato, e su un registratore di cassa francese chic, ahimè, non può essere fatto, dopo tutto, l’auto non è un profumo o una borsa di pelle.

Nuova BMW M3 2026: rivoluzione elettrica

La nuova BMW M3 sarà la prima della storia ad avere un motore esclusivamente elettrico.

BMW M sta lavorando da sette anni a un modello sportivo 100% elettrico. Nel 2022, dopo un lungo periodo di test segreti, il reparto sportivo della casa tedesca ha presentato il suo mulo di seconda generazione. Si trattava di una i4 M50 con sospensioni prese in prestito dalle M3, M4 e M5 e alimentate da quattro motori elettrici in fase di sviluppo. Una configurazione finora riservata alle supercar. Questa creatura di Frankenstein è stata ora sostituita da un prototipo molto più vicino alla produzione di serie. La prima BMW M3 elettrica viene esposta per la prima volta e, allo stesso tempo, offre un’anticipazione della futura versione più tranquilla del modello: la i3 o Serie 3 elettrica.
Nel 2025, BMW farà debuttare la piattaforma modulare Neue Klasse con una nuova generazione di SUV elettrico iX3 (tipo NA5), distinto dalla nuova X3 a combustione interna (G45) sulla piattaforma CLAR. L’anno successivo saranno lanciate la berlina e la station wagon i3 (NA0/NA1), che offriranno un’alternativa a emissioni zero alla Serie 3 a combustione (G20/G21). La concept Vision Neue Klasse 2023 ne ha dato un assaggio. Questa i3 sarà disponibile in una versione sportiva, forse chiamata iM3 (ZA0/ZA1), ed è di questa che parliamo oggi.
Sebbene sia pesantemente camuffata e dotata di equipaggiamenti provvisori come i fari posteriori, il prototipo incorpora alcuni dei forti elementi visivi della concept car. I fari anteriori compatti, la griglia orizzontale e il bagagliaio corto e inclinato sono tutti elementi caratteristici. Ci sono anche sbalzi piuttosto corti per il segmento e superfici lisce che permettono il passaggio dell’aria per una maggiore autonomia, così come le maniglie delle porte a scomparsa. Questo modello M ha parafanghi più larghi rispetto alla futura i3 standard, che ospitano cingoli allargati dietro a ruote e freni di dimensioni generose.

DATI TECNICI E MOTORI

L’utilizzo di un motore elettrico per ruota promette, oltre a una potenza combinata in grado di superare i 1.000 CV (quella del modello di serie è ancora da vedere), nuove possibilità in termini di agilità. “Questo significa non solo che ogni ruota genera propulsione, ma anche che ognuna di esse può essere frenata in modo indipendente”, spiega Dirk Häcker, responsabile dello sviluppo di BMW M. “Questo significa anche che la tecnologia delle batterie è in grado di garantire una maggiore efficienza. “Significa anche che la tecnologia delle batterie deve essere in grado di gestire l’assorbimento istantaneo dell’energia oltre alla rapida distribuzione dell’energia a piena carica, perché le prestazioni dei quattro motori nel recupero dell’energia saranno significativamente superiori a quelle degli attuali veicoli elettrici”, continua.
Un “cervello” elettronico ha il gravoso compito di sincronizzare il tutto. Molti dei test di sviluppo condotti sui circuiti di tutto il mondo, in particolare presso il centro francese di BMW a Miramas, si sono concentrati su questo computer centrale. Il lavoro di sviluppo è lungi dall’essere completato, e il lancio della BMW M3 elettrica non è previsto prima del 2028. “Una tipica BMW M è un veicolo progettato interamente per l’uso quotidiano, con dinamiche e prestazioni da pista”, promette Dirk Häcker.

Nuovo Toyota Urban Cruiser: Anteprima

Il nuovo Toyota Urban Cruiser è pronta al debutto.

Circa un anno fa Toyota ha presentato un modello concettuale molto importante. Nel dicembre 2023 ha debuttato il Toyota Urban SUV Concept. Una concept car che gettava le basi per quella che sarebbe diventata “una Yaris Cross 100% elettrica”. Il tempo è passato e il modello concept si è finalmente evoluto in un’auto di serie. La nuova Toyota Urban Cruiser è stata ufficialmente presentata.

La piccola gamma di veicoli 100% elettrici di Toyota accoglie un nuovo membro che non ha l’acronimo bZ (beyond Zero) nel suo nome. Un modello il cui nome non è nuovo. Lontano dall’Europa, in mercati emergenti come l’India, l’Urban Cruiser esiste già. Si tratta però di un SUV termico frutto della stretta collaborazione tra Toyota e Suzuki.
Toyota ha deciso di salvare dall’oblio un marchio che nel recente passato è stato utilizzato nel mercato automobilistico europeo per un veicolo utilitario. Il nuovo Urban Cruiser, un SUV elettrico, rientra nell’ambizioso piano strategico multi-energy di Toyota, che intende offrire ai propri clienti diverse tecnologie di propulsione nei principali segmenti.

LA SVOLTA ELETTRICA

Basta un rapido sguardo alle immagini che illustrano questo articolo per scoprire le caratteristiche distintive del nuovo Urban Cruiser. Un veicolo che sfoggia un design basato sul tema “Urban Tech” e adotta molti elementi della filosofia che Toyota sta applicando ai suoi nuovi modelli. Un design che il marchio stesso definisce “sorprendente e autentico”.

Il frontale sfoggia una forma a testa di martello, elemento chiave del design. I gruppi ottici, insieme alla griglia, sono al centro dell’attenzione. Soprattutto la firma luminosa dei fari.

La vista laterale rivela l’essenza SUV di questo modello. A seconda della versione, vengono montati cerchi da 18 o 19 pollici. Sono disponibili anche numerose opzioni di colore della carrozzeria, tra cui configurazioni bicolore con tetto nero.

MOTRI E DATI TECNICI

Essendo un’auto elettrica, tutti gli occhi sono puntati sul sistema di propulsione. Il “cuore” del nuovo Urban Cruiser è una batteria LFP. È possibile scegliere tra una batteria da 49 kWh e una più grande da 61 kWh. La batteria più piccola è associata esclusivamente a una configurazione a trazione anteriore, mentre la batteria più grande è disponibile come optional con la trazione integrale.

L’Urban Cruiser si distinguerà da molti dei B-SUV elettrici disponibili presso i concessionari europei per la sua disponibilità a trazione integrale.

Le potenze variano da 106 kW (144 CV) per la versione base a 135 kW (184 CV) per il modello di punta a trazione integrale. Sebbene Toyota non abbia reso nota la gamma dell’Urban Cruiser, fa notare che, per massimizzare l’efficienza, tutte le versioni sono dotate di una pompa di calore a basso consumo.

Il nuovo SUV elettrico di Toyota sarà pronto per la vendita in Europa nella seconda metà del prossimo anno. Il marchio ha inoltre confermato che l’Urban Cruiser sarà presente al Salone dell’Auto di Bruxelles 2025. Sarà il primo evento in cui verrà mostrato al pubblico.

Nuova Peugeot 308 2025: Restyling in Rendering

La nuova Peugeot 308 arriverà al restyling nel 2025.
Nonostante la diffusa avversione per le berline classiche, che negli ultimi anni sono state spesso sostituite dai SUV, l’attuale generazione di 308 ha eroicamente resistito agli invasori fin dal suo lancio nel 2021. A tre anni di distanza, le sue vendite sul mercato europeo tra gennaio e ottobre 2024 sono diminuite solo del 2% (78.310 unità) rispetto allo stesso periodo del 2023. Questa buona salute è dovuta alla versatilità della sua gamma, disponibile sia come monovolume che come 5 porte, con motorizzazioni ibride, PHEV e persino 100% elettriche. In confronto, la Mégane di Renault è un po’ un buco nell’acqua. La Scenic, che competerà anche con la versione elettrica della 308, ha faticato a conquistare i clienti dal suo lancio all’inizio del 2024, nonostante sia stata nominata Auto dell’Anno. Nel Vecchio Continente ne sono state vendute poco più di 16.000 unità.
Tuttavia, la Peugeot 308 non si adagerà sugli allori, perché la concorrenza si sta intensificando. In termini di stile, cercherà di seguire, per quanto possibile, le prerogative stabilite dal dimostratore Inception nel 2022. Ad esempio, il suo frontale dovrebbe essere diviso in due livelli, alla maniera delle recenti 3008 e 5008, mentre ciascuna estremità della griglia, a sua volta allargata, dovrebbe essere “graffiata” da un trio di LED diurni, all’interno di un paraurti completamente ridisegnato. Di profilo, le ruote della vettura hanno ricevuto un nuovo look, ma c’è ragione di credere che la parte posteriore della vettura sarà ornata da una nuova striscia di luce sopra un nuovo paraurti che amplierà visivamente la silhouette della Sochalienne. Infine, nell’abitacolo, ad eccezione della rielaborazione del sistema di infotainment, è improbabile che la 308 2025 cambi i codici dell’abitacolo.

DATI TECNICI E MOTORI

In definitiva, è sotto il cofano che Peugeot potrebbe apportare i cambiamenti più profondi. In primo luogo, sostituendo l’attuale unità PHEV da 180 CV, che garantisce solo 66 km WLTP di guida 100% elettrica, con la nuova generazione inaugurata dalle 3008 e 5008. Con 195 CV, questo motore dovrebbe offrire un’autonomia di circa 100 km. Ma è soprattutto la gamma E-308 che probabilmente subirà i maggiori cambiamenti, accogliendo il propulsore recentemente conquistato alla causa della sorella maggiore, la E-408. In altre parole, un motore elettrico da 210 CV alimentato da una batteria da 61 kWh, con un’autonomia target di 470 km WLTP. In secondo luogo, un’ipotetica batteria da 86 kWh, recentemente emersa durante la fase di test a bordo della DS 4, con cui la 308 condivide la piattaforma tecnica. Così equipaggiata, la Lionne potrebbe facilmente puntare a 600 km WLTP. Tuttavia, l’introduzione di questo propulsore non è ancora stata confermata.
Previsto per il 2025, il restyling della Peugeot 308 sarà accompagnato da un logico aumento dei prezzi. Mentre il modello di base è attualmente in vendita a 32.250 euro, la sua sostituta probabilmente non esiterà a superare la barriera dei 33.000 euro per giustificare le modifiche tecniche e stilistiche.