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Cadillac in Formula 1: i nomi dei piloti in anteprima

La Formula 1 del 2026 rappresenterà una sfida enorme per tutti i team della griglia, poiché il nuovo regolamento tecnico rompe con tutto ciò che è noto e propone una trasformazione totale della monoposto. Aerodinamica, dimensioni, pneumatici, unità di potenza… tutto cambierà l’anno prossimo.

Ma se questo è complesso per i team che sono già da molti anni in Formula 1, lo sarà ancora di più per uno che debutterà nel 2026: Cadillac. Il team americano si trova ad affrontare una situazione piuttosto delicata, poiché nel suo primo anno dovrà confrontarsi con un regolamento sconosciuto e senza alcun tipo di riferimento.

Cadillac potrà contare sui propulsori Ferrari, il che sulla carta garantisce una certa performance. Ma il resto è a carico del team, quindi tutta l’esperienza che i suoi dipendenti potranno apportare sarà benvenuta.

Recentemente vi abbiamo raccontato che Sergio Pérez aveva avviato delle trattative con Cadillac e che queste erano già in fase avanzata. E, sebbene Alpine si sia intromessa nel tentativo di trovare un pilota esperto e affidabile per il 2026, il messicano finirà quasi sicuramente per guidare per il team di General Motors.

Mentre Michael Andretti era coinvolto nel progetto, la priorità era quella di avere un pilota statunitense, preferibilmente Colton Herta. Tuttavia, il piano è cambiato man mano che i responsabili hanno compreso la portata della sfida.

Per questo motivo, Sergio Pérez è una scelta abbastanza logica, dato che il messicano ha alle spalle 281 Gran Premi, oltre a sei vittorie, tre pole position e 39 podi.

Al suo fianco non ci sarà un giovane talento, ma un altro pilota esperto: Valtteri Bottas. Il finlandese è attualmente pilota di riserva della Mercedes dopo aver lasciato la Sauber alla fine del 2024. Nel suo palmares spiccano 246 Gran Premi, 10 vittorie, 20 pole position e 67 podi.

IL CAMPIONATO DEL MONDO

Diverse fonti affermano che l’accordo tra Cadillac, Pérez e Bottas è definitivo e che resta solo da firmare i rispettivi contratti. Dopodiché verrà dato l’annuncio ufficiale.

Nel caso del messicano, non ci sono ostacoli, poiché è un free agent dopo aver lasciato la Red Bull alla fine dello scorso anno. Nel caso del finlandese, resta da concordare la risoluzione del suo contratto con la Mercedes, anche se questo non dovrebbe rappresentare un problema.

L’intenzione di Cadillac è quella di avere entrambi i piloti il prima possibile per iniziare a lavorare sulla prossima stagione e integrarli entrambi nella dinamica della squadra il prima possibile. Inoltre, il marchio americano non esclude di noleggiare o acquistare da un’altra squadra una vecchia Formula 1 per addestrare il personale che lavorerà sui circuiti il prossimo anno.

Si dà il caso che Alpine abbia contattato entrambi i piloti per valutare la possibilità di affiancare Pierre Gasly nel 2026. Tuttavia, offre loro solo un contratto di un anno, quindi sia Pérez che Bottas preferiscono l’accordo pluriennale con cui li ha tentati Cadillac.

Direttore Commerciale in concessionaria: ruolo, competenze e opportunità di carriera

Il direttore commerciale di una concessionaria è una figura strategica per la crescita e lo sviluppo del business. Soprattutto se l’azienda rappresenta più marchi e dispone di diverse sedi ha il compito di creare un quadro strategico unico, capace di coniugare le esigenze di ognuno dei brand con gli obiettivi generali del gruppo. Deve tradurre la visione del management in target di fatturato e margine, assegnando a ciascuna filiale obiettivi chiari e misurabili. Allo stesso tempo presidia il rapporto con i costruttori, negozia condizioni di acquisto e pianifica i lanci dei nuovi modelli, assicurandosi che ogni sede rispetti le linee guida sul pricing e sulla customer experience. È altresì responsabile del coordinamento di sales manager, formatori e specialisti di prodotto, garantendo un approccio uniforme su tutto il territorio.

Sfide dell’elettrificazione

L’elettrificazione del parco veicoli impone al direttore commerciale di ripensare processi e competenze interne. Da un lato, è necessario organizzare programmi di formazione continua per il team di vendita, affinché diventi esperto in tematiche come autonomia reale, ricarica domestica e infrastrutture pubbliche; dall’altro, bisogna coordinare l’installazione di colonnine nelle sedi e sviluppare possibili partnership con provider energetici. In questo contesto la consulenza al cliente si trasforma in un percorso personalizzato: chi acquista un veicolo elettrico non cerca solo un’auto, ma una soluzione di mobilità completa, con preventivi chiari sui costi di esercizio, incentivi governativi e servizi di assistenza dedicati.

L’ascesa dei brand cinesi

L’ingresso dei costruttori cinesi sul mercato europeo ha aggiunto un ulteriore livello di complessità. Questi brand propongono listini spesso molto competitivi e tecnologie all’avanguardia, facendo leva su un modello di vendita sempre più digitale, che spazia dall’online puro fino al noleggio a lungo termine e all’abbonamento. Il direttore commerciale deve quindi difendere i margini tradizionali, offrendo pacchetti di valore aggiunto—come garanzie estese, manutenzione programmata e servizi finanziari—e valorizzando la solidità del network di assistenza locale. È inoltre chiamato a integrare nuovi canali omnicanale senza disperdere il patrimonio di relazioni costruito negli anni, rendendo l’esperienza di acquisto fluida tra showroom fisico e piattaforme digitali.

Competenze e prospettive

Per fronteggiare queste sfide, il direttore commerciale deve possedere una visione strategica a medio-lungo termine, capace di anticipare evoluzioni normative e tecnologiche. La leadership diventa cruciale per motivare un team eterogeneo e instillare una cultura dell’apprendimento continuo, mentre le competenze digitali—dall’analisi dei dati di vendita fino all’utilizzo di strumenti di CRM avanzati— consentono di ottimizzare il funnel e migliorare il tasso di conversione dei lead. Non meno importante è l’orientamento al cliente, in grado di trasformare ogni interazione in un’opportunità di fidelizzazione e upselling, grazie a soluzioni di mobilità sempre più flessibili.

In un contesto di rapida trasformazione, tra la diffusione dei veicoli elettrici e l’arrivo di competitor low-cost provenienti dalla Cina, il direttore commerciale ricopre un ruolo di fondamentale importanza. La sua capacità di bilanciare innovazione tecnologica, efficienza operativa e attenzione al cliente determinerà la sostenibilità e il successo dell’intera rete di vendita.

Le posizioni attive

Direttore commerciale gruppo Automotive – Cagliari

Nuovo Jeep Cherokee 2025: Anteprima e Dati Tecnici

Il nuovo Jeep Cherokee è pronto ad arrivare sul mercato Europeo.

Il marchio americano, di proprietà del colosso automobilistico Stellantis, ha svelato completamente il crossover di sesta generazione. Le vendite inizieranno verso la fine del 2025.

La produzione del modello, denominato Jeep Cherokee, è iniziata nel 1974. La quinta generazione con indice di fabbrica KL ha debuttato nel 2013, è stata rinnovata alla fine del 2017 ed è stata ritirata dal mercato nel 2023. Inizialmente si pensava che il successore avrebbe avuto un nome diverso: già nel 2021 il capo della tribù indiana dei Cherokee aveva presentato una richiesta in tal senso al produttore. Tuttavia, l’azienda ha deciso di non cambiare il nome: ora è stata svelata la Jeep Cherokee di sesta generazione.

Nella foto: Jeep Cherokee di nuova generazione
L’aspetto esteriore della novità era già stato mostrato in precedenza. Ricordiamo che il crossover ha ricevuto fari anteriori “a un piano” con luci di marcia a LED a forma di “U” e la caratteristica griglia del radiatore con sette fessure ridisegnate. La “sesta” Cherokee ha un aspetto brutale grazie alle forme “squadrate” e alla massiccia carrozzeria perimetrale in plastica non verniciata, compresi i rivestimenti dei passaruota.

LO STILE COMPATTO

Altre novità sono le maniglie delle portiere incassate, i corrimano neri e l’antenna a pinna di squalo sul tetto, nonché gli specchietti esterni dello stesso colore della carrozzeria.

La parte posteriore è impreziosita da uno spoiler nella parte superiore del portellone con stop integrato e luci orizzontali che si estendono sui parafanghi posteriori. Il diametro dei cerchi varia da 17 a 20 pollici, con pneumatici Nexen Roadian GTX o Pirelli Scorpion MS.

La Jeep Cherokee di nuova generazione è basata sulla piattaforma STLA Large, che la accomuna alla Wagoneer S. Con il cambio di generazione, il modello è notevolmente cresciuto. La lunghezza complessiva della nuova Jeep Cherokee è di 4778 mm (119 mm in più rispetto al modello precedente), la larghezza è di 2123 mm (25 mm in più) e l’altezza è di 1715 mm (50 mm in più). Il passo del nuovo SUV è di 2870 mm (163 mm in più). L’altezza da terra è di 203 mm.

Il crossover ha un nuovo abitacolo. Davanti al conducente si trova un volante multifunzionale a tre razze, “appiattito” su entrambi i lati. Dietro di esso si può vedere un quadro strumenti virtuale con diagonale di 10,25 pollici, mentre al centro del cruscotto si trova il touchscreen del sistema di informazione e intrattenimento Uconnect 5 con diagonale di 12,3 pollici. Sotto questo display si trova una serie di pulsanti sensibili al tocco che consentono di controllare le impostazioni del climatizzatore.

INTERNI E MOTORI

Sul tunnel centrale si trova il selettore rotondo del cambio e la leva per la selezione della modalità di guida: Auto, Sport, Snow e Sand/Mud. Le tradizionali maniglie delle portiere sul lato interno sono state sostituite da pulsanti. L’abitacolo è rivestito in vinile e può essere realizzato in versione chiara o scura (a seconda della versione). Per il rivestimento del tetto e dei tappetini sono stati utilizzati materiali riciclati. Il volume del bagagliaio della nuova Jeep Cherokee è di 952 litri, che aumenta a 1934 litri con i sedili della seconda fila ripiegati.

La “sesta” Cherokee è dotata di un sistema ibrido basato su un motore turbo da 1,6 litri che lavora in tandem con una coppia di motori elettrici, un variatore e una piccola batteria agli ioni di litio con una capacità di 1,08 kWh. La potenza complessiva di questo sistema è di 213 CV, mentre la coppia massima è di 312 Nm. Il crossover è dotato di trazione integrale con funzione di disinserimento dell’asse posteriore ed è in grado di trainare un rimorchio con un peso massimo di 1587 kg.
La produzione in serie del nuovo Jeep Cherokee sarà avviata nello stabilimento Stellantis di Toluca (Messico). Le vendite della nuova generazione di Jeep Cherokee sul mercato americano inizieranno verso la fine dell’anno.

Il prezzo di partenza del crossover (comprese le spese di consegna) è di 36.995 dollari, pari a circa 2,99 milioni di rubli al tasso di cambio attuale.

Per la versione Laredo con optional, il prezzo richiesto è di almeno 39.995 dollari, l’acquisto della versione Limited costerà 42.495 dollari, mentre il prezzo della versione top di gamma Overland è di 45.995 dollari.

Nuovo Nissan Pathfinder 2026: Rendering Totale

La scorsa settimana sono apparse le prime foto spia del nuovo Nissan Pathfinder. Grazie a questi rendering degli amici di Kolesa.ru abbiamo la possibilità di valutare la natura dei cambiamenti nel suo aspetto.

La storia del Nissan Pathfinder è iniziata nel 1985, quando è stata avviata la produzione del fuoristrada con telaio rigido di prima generazione. Inizialmente il modello era disponibile solo nella versione a tre porte, ma nel 1989 la gamma è stata ampliata con una versione a cinque porte. Nelle prime tre generazioni, Pathfinder aveva una struttura con telaio, mentre nella quarta generazione il modello è diventato un crossover con carrozzeria portante. Lo stesso vale per l’attuale quinta generazione del modello, presentata all’inizio del 2021. Ora il crossover si appresta a subire un restyling, come dimostrano le foto dei prototipi camuffati pubblicate pochi giorni fa.

I prototipi immortalati dai fotografi spia hanno una nuova griglia del radiatore con barre orizzontali, mentre la sua cornice diventerà notevolmente più stretta o scomparirà del tutto (proprio questa variante è raffigurata nel nostro rendering). I fari sembrano per ora invariati, ma la versione finale avrà sicuramente un nuovo design con un diverso schema delle luci di marcia a LED. Ma i contorni del nuovo paraurti anteriore sono già visibili: nella parte inferiore apparirà una copertura trapezoidale in plastica non verniciata, e anche la forma delle parti laterali del paraurti subirà lievi modifiche.

Rendering Kolesa.ru

IL RENDERING TOTALE

Nella parte posteriore dei prototipi del Nissan Pathfinder, nonostante la presenza di una pellicola di mascheratura, non si vedono ancora cambiamenti rispetto all’attuale crossover, ma possiamo supporre che il Pathfinder avrà luci con un nuovo design: abbiamo raffigurato una delle possibili varianti, realizzata nello stile del fuoristrada di punta Patrol dell’ultima generazione.
Il Nissan Pathfinder di quinta generazione è costruito sulla stessa piattaforma D per autovetture del suo predecessore.

Sotto il cofano c’è l’inevitabile motore V6 aspirato della serie VQ da 3,5 litri. Eroga 295 CV e 366 Nm di coppia. Molto probabilmente questo motore sarà mantenuto anche nella versione restyling, ma è probabile che, analogamente al SUV Infiniti QX60, apparirà una versione con motore VC-Turbo da 2,0 litri con una potenza di 272 CV (388 Nm).

A proposito, proprio questo motore equipaggia il Nissan Pathfinder cinese, che ha un aspetto completamente diverso.

Nuova Nissan Wave 2026: Renault Twingo sei tu?

La nuova Nissan Wave sarà cugina della prossima Renault Twingo e dalla Dacia Spring.
Nissan sta procedendo con lo sviluppo della sua futura city car elettrica, derivata dalla Renault Twingo. Il costruttore giapponese ha innanzitutto confermato l’avvio della produzione del modello per l’inizio del 2027 nello stabilimento di Novo Mesto (Slovenia). Poi, lo scorso 6 agosto, ha fatto nascere delle voci dopo aver rinnovato il nome “Pixo”, utilizzato alla fine degli anni 2000 per la mini city car derivata dalla Suzuki Alto. Questa scoperta faceva pensare che la futura Nissan potesse riportare in auge questo nome. Ma secondo le nostre fonti, non sarà così. Il marchio giapponese avrebbe optato per un nuovo nome.
Secondo le nostre informazioni esclusive, Nissan avrebbe scelto il nome “Wave” (onda in italiano) per il suo modello. Questa denominazione è una novità assoluta per un modello del costruttore giapponese. Tuttavia, ha già utilizzato questo nome in passato per una serie speciale della sua Micra.

Questa scelta del nome potrebbe suggerire che la futura city car Nissan voglia posizionarsi in una fascia più alta rispetto alla sua gemella? L’ipotesi è plausibile, tanto più che, se si fa riferimento all’esempio della R5 e della Micra, quest’ultima ha un prezzo superiore a quello della Renault.

DATI TECNICI E MOTORI

Tuttavia, come la Twingo, la futura Nissan Wave dovrebbe partire da meno di 20.000 €. Per questo condividerà molti elementi tecnici con la francese: piattaforma AmpR Small, motore elettrico cinese da 85 CV, batterie LFP di origine CATL con una capacità di circa 30 kWh per un’autonomia di 300 km. D’altra parte, lo stile della giapponese sarà diverso, come quello della futura Dacia Spring (o Evader), anch’essa derivata dalla Twingo.

Le Dacia e le Nissan sono attualmente in fase di sviluppo in Cina, quest’ultima sotto la guida del centro ACDC di Ampere (gruppo Renault) in collaborazione con la società Launch Design. In ordine di apparizione, la Renault Twingo sarà commercializzata nella primavera del 2026, seguita dalla Dacia in autunno e dalla Nissan Wave nel primo trimestre del 2027.

La storia di Triumph tra luci e ombre

Sto riepilogando e descrivendo la storia di una Regina, immersa nei vari e periodici “casini” di cui tuttavia si rende protagonista incolpevole la “Triumph”, dentro un periodo ed un sistema industriale che ha fatto diverse decine di altre vittime illustri.

Con tutto questo, però, la storia di Triumph (così come quella di “MG” e di altri Marchi prestigiosi che il passato ha tolto dal mercato reale) non è mai realmente tramontata, sebbene per come leggerete il suo epilogo di sofferenza sia cominciato molto tempo prima della sua chiusura. A segnare il destino della Triumph in senso letale è purtroppo colui che a medio termine salverà l’automotive britannico:

Sir Michael Edwardes che dentro “British Leyland” delinea il piano che porterà a termine: riduzione del Consiglio di Amministrazione, taglio complessivo di 180 dirigenti su 300, dimezzamento della forza lavoro e purtroppo la chiusura di diversi Stabilimenti che si trovano in rosso spaventoso a spese del bilancio pubblico. La più colpita inizialmente è proprio la Triumph.

 

Dentro la Leyland Edwardes “scatena” la sua squadra di fedelissimi tra i quali spicca, caso unico in Gran Bretagna, lo specialista psicologo Eric Jones: colui che, facendo “pelo e contropelo” ai manager che Edwardes incontra nei suoi nuovi incarichi, riesce regolarmente a tagliarli via o ad agevolarne dimissioni volontarie. 

E da metà Dicembre 1977, alla sua prima Conferenza Stampa Edwardes ha appena dichiarato guerra aperta ai sindacati con la prima occasione di linea dura a Febbraio 1978 – solo quattro mesi dopo la sua nomina – quando va diretto a Speke (Liverpool, dove si scioperava ad oltranza in modo ininterrotto da settimane) e dice chiaramente ai delegati : ” Aiutateci a risanare e torneremo a lavorare; continuate, e perderete l’intera Fabbrica“; e nonostante parliamo di due grandi Impianti della British Leylandnel Mersey (costruiti tra il 1961 ed il 1969,quindi recentissimi), ad Halewood – Woodened Avenue e Speke Hall Road, contro un Sindacato che non vuole mediare Edwardes fa chiudere lo Stabilimento: purtroppo questa mossa politicamente necessaria e vincente, lo vedremo, porta con sé due vittime, MG e Triumph, che vedono tagliate le linee produttive e riposizionata tutta la loro risorsa lavorativa e professionale negli altri Impianti del Gruppo. Vi basti sapere che la Triumph dal 1977 diventa – insieme alla MG – un semplice comparto della neonata Divisione “Jaguar / Rover / Triumph / MG”.

Edwardes è appena all’inizio della guerra contro i Sindacati, ed in termini tecnici e giuridici ha ragione: lo Stabilimento di Longbridge, il più importante della Gran Bretagna, e’ da anni una vera e propria città-Stato dell’ideologia più Comunista dell’Isola; qui viene distribuito solo il giornale politico Comunista “DailyWorker” poi divenuto “Morning Star“.

A Longbridge lo storico capo sindacale Dick Etheridge aveva passato il testimone ereditario a Derek Robinson o meglio, per tutti, “Red Robbo “, il fomentatore di ben 523 scioperi in tre anni, di sit-in e di ammutinamenti in fabbrica, ed il sindacalista più potente e temuto degli anni ’70: praticamente per colpa di Robinson le Fabbriche del Gruppo British Leyland da bn tre anni prima erano attive solo per 10 giorni al mese, e la cosa era ormai insostenibile.

Edwardes taglia le gambe a Triumph. Ma la colpa è dei Sindacati

“Purtroppo” per la Triumph (condannata in ogni caso dalla scellerata condotta Sindacale) il nuovo Boss Edwardes stravince contro Robinson: pur nelle avvisaglie del “Winter of Discontent” nel 1978 ha già recuperato le oltre 250.000 macchine perse l’anno prima per colpa degli scioperi. Risultato: Robinson viene cacciato via da Longbridge nel 1979: 14.000 lavoratori sono a favore dell’iniziativa, solo 600 votano contro. Missione compiuta, si ritorna a produrre. 

Ma in questo senso Michael Edwardes comincia a puntare i piedi sulle strategie industriali e commerciali sulla base della sua personale visione di mercato, e qui cominciano luci ed ombre del suo percorso di risanamento.

Perché Edwardes è uomo tipicamente da “Break Even Point” :tutto quello che si può produrre è soltanto quello che in un rangedefinito di tempi e volumi riesce a remunerare il suo ciclo produttivo; al di fuori di questo sarebbe stato meglio per Michael – tuttavia – avviare una tavola rotonda con il settore del Motorsport e dell’artigianato meccanico di pregio.

Per cui, è vero, in 5 anni di presidenza di “BL” Edwardes ottiene la nomina della “Rover SD1” come “Auto dell’Anno 1977”, oltre al rilancio e la valorizzazione di Jaguar, alla nuova “Austin Metro“, ai programmi per nuove vetture ed una nuova immagine dell’Automotive britannico contro la concorrenza; consegue inoltre un progetto di collaborazione con il colosso giapponese Honda per una linea di nuovi modelli in Joint ventures; ed ottenendo dal Governo i fondi necessari all’innovazione dell’Impianto di Longbridge (che i Sindacati mai erano riusciti ad ottenere), si guadagna il titolo di salvatore del sistema auto.

Durante la presidenza Edwardes – però – la Gran Bretagna dell’auto “Industriale” perde il treno delle competizioni internazionali che per contro cominciano ad indirizzare il mercato con le protagoniste dei Rallyes, dell’Europeo Turismo, delle Gare di velocità su strada: è anche con i Rallyes ed il Turismo che marchi generalisti come Fiat, Opel, Renault, Citroen e Peugeot Talbot salgono i primi gradini della notorietà globale soprattutto grazie ai Media. Così’ anche l’Union Jack va nel congelatore per quasi un lustro prima che ad opera di pochi appassionati come Tom Walkinshaw si possano rivedere Marchi “British” sul tetto del mondo.

Di questo atteggiamento pagano le spese peggiori proprio MG e Triumph, anche di fronte alla sperimentazione di nuove frontiere produttive del tutto strampalate e sempre frutto della genialità impropria di Edwardes: Vi basta ricordare la “pacchianata” della “MGB Aston” del 1979, tentativo per unire le due realtà imprenditoriali Aston Martin ed MG nell’Impianto di Abington; oppure dell’incontro tra Edwardes e John De Lorean che si propose per rivitalizzare e far ripartire la Triumph nel famoso Impianto di Dunmurry in Irlanda: sappiamo molto bene purtroppo che piega presero poi le cose in questo ambito.

Ma come si chiudono “i giochi” per la povera Triumph? Con l’arrivo del Governo Thatcher: Ottobre 1979, la “Lady di Ferro” non vuole saperne di spendere ancora soldi pubblici, ed allora il Chief Executive di British Leyland Ray Horrocks apre una pista in Giappone con la Honda (che iniziò ad esportare veicoli in Gran Bretagna subito dopo l’apertura del suo ufficio vendite a Chiswick a Londra nel 1965) alla quale si offre la possibilità di produrre auto in territorio europeo dove negli anni ’70 la stessa Japan Automobile Manufacturers Association (JAMA) aveva dovuto attivare una serie di “Voluntary RestraintArrangements” (VRA) alle importazioni di autoveicoli giapponesi nel Regno Unito.

Il Primo incontro negli USA ad Ottobre 1978 nella sede Honda al 100 West Alondra, in Gardena con la Triumph (che aveva una propria storica rappresentanza commerciale in Bush Street a San Francisco); ed il 26 Dicembre 1979 al Centro Direzionale “HayoamaBuilding” di Minato (Tokyo) il Presidente Honda Kawashima e Michael Edwardes e firmano un accordo rivoluzionario, prospetticamente di 15 anni per la condivisione di tecnologia e sviluppo congiunto della prima auto giapponese prodotta su suolo comunitario (l’Alfa “A.R.N.A.” arriverà due anni dopo).

Il 26 Dicembre del 1979, al Centro Direzionale “HayoamaBuilding” di Minato (Tokyo), il Presidente Honda Kawashima e Michael Edwardes di Britsh Leyland firmano un accordo rivoluzionario di 15 anni per la condivisione di tecnologia e sviluppo congiunto della prima auto giapponese prodotta su suolo comunitario (l’Alfa “A.R.N.A.” arriverà due anni dopo): sta nascendo il progetto di catena di montaggio in Inghilterra superando il vecchio schema del “Knocked Down” attraverso il quale in Europa le auto giapponesi potevano al limite arrivare in Kit assemblati in terra europea. La mossa è politicamente geniale ma commercialmente spuntata, visto che Mike Carver, capo della “Business Strategy” della BL, deve rassegnarsi purtroppo a “subire” la “Honda Ballade” come modello sul quale realizzare l’accordo: questa in effetti era una berlina poco azzeccata per il Vecchio Continente;

tuttavia era l’unica in Gamma Honda che i giapponesi avrebbero lasciato distribuire in tutta Europa ai britannici, ed avrebbe aperto ad una prospettiva di ulteriori sviluppi futuri, oltre che essere nel momento contingente del 1979 già una piccola manna dal cielo: permette infatti alla British Leyland di rianimare gli impianti di Cowley e Gaydon (Ex RAF, appena riconvertito con Pista di Prova, Galleria del vento e Centro sviluppo Progetti) con una produzione su licenza (rimarchiata Triumph Acclaim) a soli 100 USD di Royalty per auto prodotta.

Le note positive sono solo per i Bilanci, come detto: la base “Ballade” non è destinata a diventare una best seller europea (men che meno nel DNA della Triumph) e purtroppo l’azione di Edwardes è una mannaia per la storia e l’eccellenza industriale del Regno Unito; chiudono 19 Impianti su 55, tra i quali Abingdon e Canley (MG), Solihul ed appunto Speke (Triumph), mentre rimangono Cowley, Browns Lane e Coventry. A fare le spese delle “lacrime e sangue” sono in primis “Vanden Plas” ed “MG” che da produttori diventano o ritornano semplici “Griffe” di personalizzazione di modelli speciali mentre già Riley, Wolseley, Alvis, e praticamente la Morris erano finite di esistere; ma la vittima sacrificale di Edwardes (e credo di poter dire che poteva essere evitato) è la Triumph, perchè la “Acclaim” sarà sia una delle poche “Triumph” a quattro porte della storia, che anche l’ultima Triumph a quattro ruote.

Ironia della sorte, per mano della “Acclaim” (oggettivamente una delle “Triumph” più affidabili e qualitative della storia di questo Costruttore) sta per morire uno dei Marchi più gloriosi in Gran Bretagna, la Triumph: la divisione moto era stata affiancata dalla produzione auto dal 1923 (un secolo pieno solo un anno fa…) con l’acquisizione delle linee della Dawson Car, e da qui parte una generazione di auto leggendarie, ma anche un carosello di problematiche finanziarie e di crisi periodiche.

Su tutto però la “Triumph” significa il segno lasciato sul territorio e sulla gente che ha incrociato la sua storia: HolbrookLane, Speke, Canley, Coventry, sono solo alcune delle località che il passaggio industriale e culturale di Triumph ha trasformato profondamente; e persino Coventry ha scritto la sua toponomastica insieme al Marchio: Spitfire Close vicino alla Stazione ferroviaria di Canley; Herald Avenue vicino al Centro Congressi “Standard Triumph”; Dolomite Avenue vicino alla Riserva naturale ed al “Cycle Speedway”; ed infine Toledo Close con il vicino Village Hotel.

Della Triumph rimangono le carriere prettamente agonistiche delle più “orecchiabili” tra le vetture prodotte da questo Marchio: perché il suo pedigree agonistico è stato da subito di rango, e dunque viene più facile rievocare le più conosciute in Gamma: TR4, TR5, TR6 e “Dolomite Sprint”. Fino ad arrivare alla “TR7 rimasta per diverso tempo quasi unica esponente inglese nel Motorspost internazionale (Rally e Pista) tra fine anni ’70 ed inizio ’80.

La Triumph TR7 (acronimo di Triumph Roadster 7) è l’ultima Triumph in tutti i sensi: l’ultima prodotta prima del “declassamento” del Marchio a semplice Divisione speciale della British Leyland; l’ultima “Homemade” prima dell’avvio della “Acclaim”; l’ultima sportiva del Marchio e l’ultima a rappresentarlo nel Motorsport. Insomma, per la piccola berlinetta nata nel 1975 e tramontata nel 1981 si tratta di una bella eredità.

Passata dalle linee produttive di Liverpool a quelle di Coventry e Solihull per la fine serie, debutta prima negli USA (dove è vendutissima) e poi in Europa dove tra l’altro deve sostituire contemporaneamente MGB e Triumph TR6.

Disegnata da Harris Mann taglia decisamente i ponti con linee ed allestimenti tradizionali del Marchio, ma non con la meccanica ereditata dalla Dolomite compresi (!!!!!!) i tamburi posteriori…Per gli USA fu allestita una variante con l’8 Cilindri 3,5 lt. della “SD1”; le due motorizzazioni furono omologate per il Gruppo 4 nei Rallyes dove appunto scesero in campo la “TR7 2.0” e poi la “TR7 V8”.

Certo, sarebbe da chiedere al geniale Edwardes come mai la economicissima e pratica “Acclaim” è stata prodotta in solo 250.000 esemplari in due anni e mezzo (contro una previsione di almeno il doppio) mentre la cara, costosa, difficile “TR7” è stata comunque prodotta in oltre 150.000 pezzi in cinque anni. Per la cronaca la Roadster costava in versione “base” 2.0 quasi due volte la Acclaim; e per di più la sua vita ha dovuto scontare il braccio di ferro Edwardes / Sindacati con la chiusura di Speke a Maggio del 1978.

Segno appunto della scarsa visione del manager sudafricano su un mercato che – forse – avrebbe regalato alla Triumph più di una soddisfazione. Invece quaranta anni fa, nel 1983, si chiude l’ultimo anno “intero” di vita e produzione per il Marchio che British Leyland, insieme alla Morris, chiude per sempre nel 1984. La Honda diventa il Partner tecnologico prevalente del successivo apparato Austin Rover dove la sola MG figura ancora come semplice “Griffe” sportiva anche nella operazione “MG Metro” Gruppo B che manda in pensione le “TR7” Gruppo 4.

Dalla fine degli anni ’80, con l’effervescenza del mercato “Premium” ed il previsto allargamento ad Est, si rincorrono le proposte di rinascita e rilancio di questo Marchio: tra le diverse idee ne ricordo alcune passate in sordina come quella di una cordata anglo americana interessata ad allestire delle piccole GT con motore Cosworth, o dell’interesse del nostro Carlo Talamo che impegnato nella nuova avventura delle Triumph a due ruote aveva valutato anche l’impegno sulle quattro ruote. Ma nulla di fatto, ed i diritti sul Marchio acquisito dalla BMW sono “dormienti” dal 1994, segno che prima o poi qualcosa si potrà muovere come nel caso della MG, ma di certo senza più la nota di fascino che quelle vecchie Triumph TR5, TR6, TR7 e Dolomite Sprint oltre alla piccola Spitfire sapevano evocare; come si è perso il sentimento tipicamente “old England” dell’idolo locale Tony Pond che sposa la causa della “TR7” portandola fino all’estremo e che sulla piccola Roadster è stato affiancato da nomi illustri come Eklund, Therier, Simo Lampinen. Quarti di nobiltà ormai scomparsi.

 

Nuova Dacia Spring 2027: Anteprima Rendering

La nuova Dacia Spring è pronta a rompere i ponti con il passato.

Dacia ha saputo costruire la sua gamma di modelli in un modo molto diverso da quello di pochi altri produttori, concorrenti o meno. I rumeni dispongono di una serie di modelli per ogni segmento, senza possibilità di cannibalizzarsi a vicenda e con obiettivi perfettamente definiti. Inoltre, quando nessuno se lo aspettava, quelli di Mioveni hanno osato con un’auto elettrica che si è rivelata un successo.

La Dacia Spring è una delle auto elettriche più semplici ed essenziali che esistano, portando all’estremo il concetto di basso costo, ma il nuovo modello in arrivo sarà molto diverso. Tanto che molti si aspettano che la futura Dacia Spring sia un clone della nuova Twingo che abbiamo già visto nelle foto spia, ma nulla è più lontano dalla realtà. Dacia non punterà sulla filosofia della berlina convenzionale a cinque porte, come potete vedere nell’anteprima qui sotto.

Il marchio rumeno sa bene che copiare il design del modello più piccolo della casa francese, come è successo tra la Renault 5 e la Nissan Micra, sarebbe un suicidio che lo porterebbe alla rovina, quindi ha deciso di distinguersi dal marchio francese puntando su un formato più simile a un monovolume. Come si può vedere in questa ricostruzione, ha puntato su uno stile moderno con i fari integrati in un unico elemento che ospiterà anche la presunta griglia.
Questo è completamente derivato dal paraurti, i passaruota continueranno a mostrare protezioni in plastica nera, perché uno dei principi fondamentali è quello di mantenere anche un certo stile crossover. Dacia non vuole rinunciare a questa caratteristica, né ai dettagli speciali, contando su un particolare design del montante posteriore che simulerà un tetto flottante. Sarà la prima volta che i rumeni ricorreranno a questo espediente stilistico.

MOTORI E DATI TECNICI

All’interno, il posto di guida è quello della rinnovata Dacia Sandero, con strumentazione digitale ma anche un grande schermo touchscreen sulla console centrale. Il marchio non rinuncerà alle più avanzate dotazioni di sicurezza, oltre che alle pratiche soluzioni per il comfort dei passeggeri, come è consuetudine di Dacia.

Questa nuova Dacia Spring non è molto lontana nel tempo, ma ne attendiamo il debutto a metà del 2026. La rumena non si distinguerà dalla cugina francese solo dal punto di vista estetico, ma anche da quello meccanico, con un motore elettrico che godrà di diversi livelli di potenza e un massimo di 90 CV.

Questo è un fattore chiave per il suo successo, così come la capacità delle batterie: due livelli con una capacità utile netta compresa tra 30 e 50 kWh, che consentiranno un’autonomia di poco superiore ai 400 chilometri. Ma la cosa più interessante di tutte è il prezzo di questa auto elettrica che potrebbe diventare la tua nuova auto per la città e sì, l’abbiamo lasciato per ultimo: meno di 15.000 euro con gli incentivi all’acquisto.

BYD copia Porsche e lancia il parco a tema

Porsche ha i suoi Experience Center e ora anche il colosso cinese BYD ha aperto un enorme centro di guida fuoristrada a Zhengzhou, che è praticamente un parco a tema da sogno per qualsiasi appassionato di automobili. Molti dei modelli più impressionanti del marchio sono disponibili per essere provati sul posto, tra cui la Yangwang U9 completamente elettrica.

Forse il punto forte della struttura è una pista da corsa di 1,7 km con nove curve e un rettilineo di 550 m, abbastanza lungo da consentire ai modelli di punta di BYD di raggiungere i 220 km/h. Vicino alla pista si trova un “paddock dinamico” di 15.300 metri quadrati dove le auto possono completare prove di slalom e moose test e mostrare le loro funzioni di parcheggio automatico.

BYD ha anche costruito una grande area a basso attrito con 30.000 mattoni di basalto lisci che vengono ricoperti d’acqua, con l’obiettivo di riprodurre la guida su neve e ghiaccio. Ha persino costruito un’enorme piscina lunga 70 metri. Quest’ultima non è destinata al nuoto, ma è stata progettata per mostrare la capacità della YangWang U8 di galleggiare e muoversi lentamente sull’acqua grazie al suo avanzato propulsore elettrico. Sì, nonostante lo status del marchio e la meticolosa attenzione ai dettagli, questo non è qualcosa che troverete in un Porsche Experience Center.
Non troverete nulla di simile al Sand Incline di BYD nemmeno in una struttura Porsche. Questa enorme duna di sabbia è stata certificata dal Guinness World Records come la più alta e la più grande struttura per il test delle auto, costruita con 6.200 tonnellate di sabbia che imita quella del deserto di Alxa. Serve anche come banco di prova per la U8. La struttura comprende anche un’area separata per il fuoristrada e un’ampia area campeggio e relax per i visitatori.

IL PARCO A TEMA

Sono disponibili quattro diversi biglietti per coloro che desiderano provare tutto ciò che BYD ha da offrire. Il biglietto più economico, al prezzo di 899 yuan (83 dollari), include un giro come passeggero sulla YangWang U9 e la possibilità di provare un veicolo della serie Dynasty o Ocean di BYD. È disponibile anche un biglietto più costoso, al prezzo di 999 yuan (139 dollari), che aggiunge l’esperienza con due modelli Denza e Fang Cheng Bao, compresa una prova su pista della Z9 GT.

Sono disponibili altre due opzioni di biglietto. Il primo costa 1.999 yuan (300 euro) e include la possibilità di provare sia la YangWang U8 che la U9, oltre ai modelli delle serie Dynasty/Ocean e alle auto Denza e Fang Cheng Bao. È disponibile anche un biglietto VIP, al costo di 6.666 yuan o 927 dollari. Include l’accesso a tutti i modelli e alle aree della struttura, oltre a un pernottamento in un hotel a cinque stelle nelle vicinanze.