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In arrivo una crisi finanziaria nel mondo Automotive? Intervista a Federica Nerini

Iniziamo il 2026 con una nuova Videointervista su Autoprove.it!!
Oggi abbiamo il piacere di ospitare Federica Nerini, giornalista economica con una solida formazione in Economia e Management ed esperienza in Marketing e Comunicazione. Federica si occupa di divulgazione economica sulle principali piattaforme digitali e testate online: la voce ideale per affrontare un tema delicato e attualissimo per il settore Automotive globale.

Il tema? Lo stato di salute – o di rischio – della leva finanziaria che sostiene l’acquisto di auto.
Negli ultimi mesi, dagli Stati Uniti sono arrivati segnali che meritano attenzione: alcuni analisti parlano di possibili analogie con il fenomeno dei mutui Subprime, che nel 2007 diede il via alla più grave crisi finanziaria degli ultimi decenni.

All’epoca, il “Credit Crunch” colpì duramente anche l’Automotive:

  • le Big Three americane finirono sull’orlo del default,
  • il Governo Obama intervenne su Chrysler (poi acquisita da Fiat) e General Motors,
  • Ford sopravvisse solo attraverso importanti dismissioni,
  • il mercato europeo non ha più recuperato i livelli pre-crisi.

Oggi, tre default negli USA – Tricolor Holding, PrimeLend e First Brand – riportano l’attenzione sul rischio Subprime nel credito auto, in un contesto 2025-2026 caratterizzato da un mercato finanziario più fragile e da una stretta creditizia globale.

Per fare chiarezza, abbiamo posto a Federica quattro domande chiave

https://fb.watch/EroD5ek8mz/?

Nuova Audi Audi Q2 e-Tron: la A2 in Rendering

Ricordate la stravagante Audi A2 dei primi anni 2000? Questa compatta ultraleggera con telaio spaceframe in alluminio era la rivale della Mercedes-Benz Classe A prodotta dalla casa di Ingolstadt. Per molti versi era la BMW i3 prima che la i3 esistesse, un’auto troppo avanti rispetto ai tempi per il proprio bene commerciale.
Lanciata nel 1999 e prodotta fino al 2005, l’Audi A2 era disponibile con cinque motorizzazioni, tra cui il 1.2 TDI da 60 CV, che consumava solo 2,99 litri ogni 100 chilometri (78,7 mpg). Ne furono prodotti solo 176.377 esemplari. Nonostante le vendite deludenti, l’A2 ha conquistato lo status di auto cult come classico moderno.
Ora, a quasi trent’anni di distanza, Audi sembra pronta a rivisitare lo spirito della A2 con la prossima Q2 e-Tron. Posizionata al di sotto della Q4 e-Tron e destinata a sostituire la Q2 a benzina in uscita, condividerà le caratteristiche fondamentali con le piccole EV di nuova generazione del Gruppo Volkswagen, diventando il nuovo punto di ingresso nella gamma e-Tron.

Il rendering in copertina di Carscoops.com è basato sulle foto spia e rivela un profilo simile a quello della A2 di un tempo, con un parabrezza più inclinato e una linea del tetto che si assottiglia in modo aggressivo verso il montante C. Le proporzioni tendono più verso un’estetica da hatchback su trampoli che verso il look crossover della vettura uscente.
Nella parte anteriore, le sottili luci diurne a micro-LED sono posizionate in alto e larghe, mentre i fari principali sono spostati più in basso nel paraurti. Una griglia audace e chiusa è incorniciata da pieghe nette e prese d’aria più angolari, conferendo alla più piccola e-Tron un aspetto sicuro.

Di profilo, le superfici inferiori sono profondamente scolpite e le maniglie delle portiere sono state sostituite con alette in stile Mach-e. Nella parte posteriore, gli elementi di design sono più giocosi, con uno spoiler montato in alto che divide visivamente il lunotto (un cenno alla vecchia A2) e il portellone posteriore è stato aggiornato con una barra luminosa a LED a tutta larghezza.
Gli interni della nuova Audi Q5
All’interno, la Q2 e-Tron dovrebbe rispecchiare in gran parte i temi definiti nella Q3 e nella Q5. Un display digitale curvo ad alta risoluzione per il conducente sarà abbinato a un touchscreen MMI centrale. L’assistente vocale basato sull’intelligenza artificiale di Audi sarà probabilmente di serie, con supporto per app scaricabili, tra cui streaming multimediale (come Disney+) e servizi di navigazione.

Altre chicche includeranno una suite di sistemi di assistenza alla guida semi-autonoma di livello 2, illuminazione ambientale e opzioni di rivestimenti sostenibili. Nonostante l’esterno compatto, il pianale piatto con all’interno la batteria dovrebbe liberare spazio nell’abitacolo, mentre la capacità del bagagliaio dovrebbe attestarsi appena al di sotto dei 520 litri della Q4 e-Tron.

DATI TECNICI E MOTORI

Sotto il cofano, l’Audi Q2 e-Tron dovrebbe montare la nuova architettura MEB+ del Gruppo Volkswagen. Questa piattaforma aggiornata promette un telaio più rigido, una migliore efficienza energetica e una ricarica significativamente più veloce rispetto ai precedenti modelli basati su MEB.

Le prime indiscrezioni tecniche indicano un modello base a trazione anteriore da 201 CV (150 kW), abbinato a una batteria da 63 kWh che dovrebbe garantire un’autonomia di circa 402 km. Le versioni più potenti potrebbero superare i 268 CV (200 kW), potenzialmente abbinate a una batteria più grande che offre fino a 560 km nel ciclo WLTP

Sono in fase di sviluppo anche varianti Quattro con doppio motore, destinate ai conducenti delle regioni più fredde o a coloro che cercano maggiore trazione e prestazioni. Si vocifera che siano in fase di sviluppo anche versioni sportive con marchio RS.
La nuova Audi Q2 e-Tron, o forse A2 a seconda della denominazione finale, competerà con una gamma sempre più ampia di piccole EV premium. Tra queste figurano la Volvo EX30, la BMW iX1, la Smart #1, l’Alfa Romeo Junior e la Mini Aceman.

Mentre le prime ipotesi indicavano un lancio nel 2027, recenti rapporti suggeriscono che la Q2 e-Tron potrebbe debuttare nella seconda metà del prossimo anno, con la produzione prevista in Germania.

Nuova Hyundai Ioniq 3: Rendering

Le vendite di veicoli elettrici potrebbero subire un rallentamento con la riduzione degli incentivi governativi negli Stati Uniti, ma Hyundai non ha ancora intenzione di rallentare. Anzi, sta portando avanti il suo progetto con il veicolo elettrico più compatto dopo l’Inster. La nuova Hyundai Ioniq 3 sarà una compatta a cinque porte si colloca al di sotto dell’Ioniq 5 e dell’Ioniq 6 sia in termini di dimensioni che di prezzo.
Presentata in anteprima dal recente Concept Three, la Ioniq 3 potrebbe diventare uno dei veicoli elettrici globali più significativi di Hyundai, combinando convenienza e praticità nell’uso quotidiano. Prototipi camuffati sono già stati avvistati durante i test all’aperto, il che fa pensare che il debutto ufficiale sia ormai imminente. Ecco tutto ciò che sappiamo finora.

A differenza delle sue sorelle maggiori, la Hyundai Ioniq 3 evita di polarizzare il pubblico con un look più gradevole alla vista. I prototipi confermano che mantiene le proporzioni coupé della Concept Three, anche se la fascia anteriore è stata attenuata con prese d’aria più convenzionali per il raffreddamento della batteria e sottili luci diurne a pixel separate dai fari principali sottostanti.
Di profilo, sostituisce i finestrini sottili del concept con quelli a conchiglia (bentornati agli anni ’90). Per il resto, il profilo è pulito e ordinato, con superfici lisce e linee intersecanti che riprendono il linguaggio stilistico “Art of Steel” di Hyundai.

La parte posteriore presenta un gruppo ottico a LED a tutta larghezza montato in alto e un portellone con vetro diviso in due parti simile a quello della Toyota Prius. Gli elementi aerodinamici traslucidi e il diffusore inferiore selvaggio del concept non saranno presenti, ma è comunque presente un sottile spoiler.
In netto contrasto con la gamma esistente di Hyundai, l’abitacolo offre un’esperienza completamente nuova con un quadro strumenti digitale separato e un ampio display di infotainment in stile Tesla.
Lo schermo utilizza il nuovo sistema Pleos Connect di Hyundai, basato sul sistema operativo Android Automotive, che offre profili utente basati su cloud (consentendo ai proprietari di scaricare funzioni su richiesta) e il controllo vocale conversazionale per la navigazione e altre funzioni del veicolo.

Il rendering in copertina di Carscoops.com ci permette di dare uno sguardo in anteprima al modello.

MOTORE E DATI TECNICI

È importante sottolineare che le foto spia confermano la presenza di pulsanti fisici per i comandi HVAC sotto lo schermo di infotainment. Per il resto, l’abitacolo a 5 posti segue lo stesso tema di design degli altri modelli Ioniq, con pannelli porta minimalisti ed elementi di rifinitura ovoidali.
Altre caratteristiche degne di nota sono la compatibilità con Apple CarPlay Ultra, l’illuminazione ambientale e l’assistenza alla guida di livello 2 potenziata.
Sebbene le specifiche chiave rimangano segrete, sappiamo che la Ioniq 3 utilizzerà una versione ridotta della piattaforma E-GMP. A differenza dell’architettura a 800 volt utilizzata nella Ioniq 5 e 6, questo modello utilizza un sistema a 400 volt, che contribuisce a contenere i costi.

Condivide gran parte delle sue caratteristiche con la prossima Kia EV4, il che significa che al momento del lancio è previsto un layout a motore singolo e trazione anteriore, con una potenza di 201 CV (150 kW). Una configurazione a doppio motore potrebbe seguire in una potenziale versione N Performance.
Si dice che siano in programma due configurazioni di batterie agli ioni di litio NCM, con quella più piccola da 58 kWh e quella più grande da 81,4 kWh. Quest’ultima dovrebbe garantire un’autonomia stimata di 628-644 km ed entrambe offriranno V2G (vehicle-to-grid) e V2L.
I principali concorrenti includono Kia EV3 ed EV4 (essenzialmente una Ioniq 3 con un abito diverso), Volkswagen ID.3, Cupra Borne, Peugeot e-308, Mini Aceman Electric, MG4, BYD Dolphin e Skoda Enyaq.
Con una camuffatura sottile e le principali tecnologie interne già note, prevediamo un debutto completo entro i prossimi sei mesi e un lancio globale entro il 2027. Disponibilità in Nord America? Mi dispiace, ma dato che sarà costruito in Turchia, non sarà disponibile negli Stati Uniti.

Perché gli USA di Trump sono un pericolo per l’automotive Made in UE

Febbraio 1973: di fronte ad una platea di giornalisti un poco suggestionati dalla caratura del personaggio davanti ai microfoni (ed in parte imbarazzati dall’essere in quel momento americani), il divino Soichiro Honda sta monopolizzando la Conferenza Stampa di presentazione della nuova Honda Civic, prima vera “World Car” con cui il Marchio dell’Ala battezza il suo primo vero assalto al mercato auto globale partendo proprio dagli Stati Uniti.

Da pochi anni il Senato Federale ha deciso un nuovo ennesimo regalo ai Costruttori extra americani importatori di automobili, ed in particolare colpendo proprio i giapponesi più degli europei: gli alfieri del Sol Levante hanno impiegato meno di un quarto di secolo per rispondere nel modo più pernicioso agli Yankee, al loro cinismo nel risolvere la guerra ad Hiroshima e Nagasaki in quel modo, alla Costituzione di McNamara ed alla destituzione divina dell’Imperatore Hirohito (che aveva causato migliaia di suicidi a catena); e soprattutto in meno di un quarto di secolo il Giappone aveva ribaltato la sua situazione nell’immediato dopoguerra, passando dalla Nazione appena postcontadina che – distrutta e ferita – raschiava il barile della sua neo-industrializzazione fino a diventare piano piano il primo Paese importatore di tutto (praticamente di tutto) negli Stati Uniti. 

Ed è in questa scalata che nomi come Honda, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Isuzu ed altri diventano in pochi anni protagonisti da prima pagina del mercato auto così come da metà anni Sessanta i nomi dei quattro Marchi motociclistici hanno cominciato a diventare familiari su tutte le Highways statunitensi.

Insomma, torniamo di nuovo a quella speciale conferenza stampa di Soichiro Honda nel 1971; anzi, ad un anno prima: partiamo dal “Muskie Act”. Sorpresi vero ? No, non è un provvedimento del buon Elon ridenominato in slang yankee. 

Curiosa coincidenza, nel 1970 il protagonista non è Elon Muskma Edmund Muskie: è lui il promotore del “Clair Air Extension”, legge federale che impone alla famigerata Agenzia “EPA” (quella del Dieselgate) di programmare un percorso normativo di tutela dell’ambiente e della salute pubblica. 

Il provvedimento studiato dal Senatore Muskie in realtà è un emendamento del Clair Act del 1963 con cui si definiscono e si articolano gli “NSPS” (New Source Performance Standards) ed i “NESHAP” (National Emission Standards for Hazardous Air Pollutants); in questo Atto le normative proposte erano così severe che le case automobilistiche di tutto il mondo sostenevano che fossero irraggiungibili.

A protestare furono però – incredibilmente – soprattutto i Costruttori americani, e dunque passo dopo passo il sistema normativo articolato da EPA e Senato Federale in tandem finì per costruire un sistema binario contrapposto: da un lato l’inasprimento graduale dei limiti teso a colpire al limite del “golpe” commerciale i Costruttori di importazione; dall’altro lato diversi e costanti “protocolli” di deroga e bonus rivolti alle produzioni “interne” per tutti i Costruttori che nel tempo si fossero organizzati con linee di montaggio nel territorio degli States.

Tuttavia, gli ingegneri Honda, decisi a sviluppare un motore a basso inquinamento con le proprie mani e nello stesso tempo protesi ad imporsi come Costruttori globali al di fuori del proprio confine, 

giunsero alla creazione del rivoluzionario motore CVCC – Compound Vortex Controlled Combustion – a basso inquinamento. Non voglio fare alcun panegirico verso la grande epopea tecnologica di Honda, ma un focus va fatto: mentre il Presidente di General Motors del tempo, Richard Gerstenberg, ironizzava sulla utilizzabilità del CVCC al massimo su motoseghe e auto giocattolo, allo stesso tempo questo brevetto esteso in breve a tutta la Gamma Honda esportata negli USA consentiva emissioni record.

Il sistema, nato dentro l’AP Lab (cioè Air Pollution Research) di Honda era a tal punto semplice e geniale (in sintesi: due condotti di alimentazione per ciascun cilindro connessi tutti ad un carburatore “Tricorpo”: uno dei due condotti “caricava” in ogni cilindro poca miscela aria/benzina arricchita in un’ansa della testata vicina alla candela di accensione; l’altro condotto sfociava sopra una seconda valvola di aspirazione che immetteva nel cilindro miscela magra. La “carica” di miscela arricchita arrivava ad accelerare l’accensione del resto della miscela  magra nel cilindro) che permetteva alle auto dell’Ala vendute negli Usa di essere allo stesso tempo veloci e sportive, risparmiose e poco inquinanti, e soprattutto economiche visto che potevano inizialmente fare a meno del post bruciatore alla marmitta. 

Leggi antiemissione USA, un gioco da ragazzi per gli ingegneri giapponesi

Dimostrata la genialità della trovata, a Soichiro Honda non rimase altro che lanciare la umiliante battuta (verso gli americani) : “La questione è molto semplice: ogni  volta che il Congresso americano approverà nuovi standard di emissione, noi assumeremo 50 nuovi ingegneri in più e la General Motors continuerà semplicemente ad assumere altri nuovi 50 avvocati”. 

Per oltre mezzo secolo da quel Clear Air Act, in effetti, le sorti di gran parte dei produttori di auto nazionali yankee si è barcamenata più tra deroghe, escamotage figurativi oppure vere e proprie dispute dirette al Legislatore ed agli enti federali preposti; mentre la sorte di tantissimi esportatori di auto verso il mercato statunitense ha spesso sbattuto il muso contro improvvisi ed aspri “indurimenti” delle norme antiemissione finendo o per rinunciare a sogni di gloria oltre oceano oppure per fallire clamorosamente. 

E’ il caso di una decina almeno di marchi artigianali europei che tra metà anni Sessanta ed i dieci anni successivi patirono tra le cause del loro fallimento anche la impossibilità di adeguarsi ai nuovi limiti antiemissione perdendo una fetta importante di mercato. 

Dove non si presentò il muro delle emissioni, nel corso degli anni, a frenare la corsa delle importazioni dall’estero di auto (in particolare giapponesi ed europee) intervennero altri eventi circostanziali: nel 1985 la svalutazione del Dollaro USA voluto nell’accordo del Plaza fu una mazzata alla schiena di Saab e Volvo, rese appetibili nel mercato americano grazie al vantaggio nel cambio della Corona svedese rispetto alla moneta americana. Arrivarono poi le inchieste federali su Audi e Maserati, la crisi delle importazioni della Citroen attraverso importatori locali messi sotto accusa per modifiche irregolari alle auto importate (si legga del caso Citroen “CX”). Dove non arrivavano le squalifiche e le messe sotto inchiesta arrivarono norme diversificate su parametri diversi da modificare nelle auto (altezza da terra, distanza e sporgenza paraurti, conformazione dei fari, etc.) o specifiche che differenziavano gli Stati tra loro (come ad esempio nella adozione di benzine particolari o di miscele benzina ed etanolo di mais in alcuni Stati). 

Lungo mezzo secolo almeno gli Stati Uniti hanno riversato sulle loro strade decine e decine di norme articolate e schizofreniche tali da alienare diversi Costruttori europei ed internazionali ad interagire. Eppure hanno perso, nello stesso mezzo secolo, il loro quarto colosso Automotive (American Motor Corporation), hanno visto le loro “Big Three” arrivare all’orlo del collasso dopo il Crack Lehman, hanno perso in 50 anni una quindicina buona di Marchi tra speciali, artigianali e mass market. Ed alcuni di questi Marchi sono la storia dell’automobile Yankee: Oldsmobile, Plymouth, Mercury, Nash, Studebaker.

E soprattutto hanno perso negli anni prodotto industriale interno e volume di componentistica homemade

Il mercato è libero fin quando lo è per gli USA: ecco la dottrina liberale di Washington

Il prodotto auto americano generico è sempre stato mediocre, al di là delle apparenze e dell’opulenza delle forme. E nonostante le crociate e l’impegno di Lee Iacocca il prodotto di taglia medio piccola (le “Pony Cars”) non è mai stato all’altezza delle imbattibili auto giapponesi ed europee concorrenti. 

Questo fino a pochissimi anni fa. Specializzati per decenni su tre filoni costruttivi (cambio automatico, sei cilindri in linea ed otto a V aspirati, cubature da 4 litri fino a sette) gli americani hanno mostrato il fianco nei confronti dei quattro in linea e sei cilindri a V degli europei e dei giapponesi arricchiti da turbo, elettronica, e guidabilità superiore. 

Eppure, per buttare a fiume tutto quel che ho appena scritto basterebbe citare un atto della Presidenza Trump avvenuto meno di un mese fa: ad ammutolire la famosa battuta di Soichiro Honda sui 50 ingegneri.

Dicembre 2025: Trump annuncia un evento epocale, per prevedere l’ammorbidimento delle norme CAFE volute da Biden su emissioni e consumi. In poche parole, negli USA a breve si potrà consumare ed inquinare un poco di più, grazie alla “limatura” della normativa Corporate average fuel economy adottata nel 1975 ed al varo del “Freedom means affordable cars” con cui le auto potranno tornare a vecchi parametri di consumo (35 miglia per gallone di benzina contro 50 equivalenti in quest’ultimo caso a 24 chilometri per litro di benzina dopo il 2030). 

Ovviamente la deroga sui consumi comporta una variazione sul volume di emissioni per miglio. Insomma, una bella mano per i Costruttori esteri, o no? E invece, no.

Trump ha capito ormai che le norme antiemissione danno definitivamente ragione a Soichiro Honda: persino lo scandalo Dieselgate ha mostrato negli USA la assoluta estraneità di Isuzu, ad esempio, tra i colossi del Gasolio come non implicata in strani giri di taroccamento di software (sebbene da poco una sorta di Dieselgate australiano stia per gonfiarsi nel mercato dell’Oceania); così come le classifiche annuali sulla affidabilità portano sempre almeno quattro Costruttori giapponesi ai primi sei posti negli USA. 

Se il Governo è fallibile sulla lotta all’import di auto attraverso il muro ecologista, per Trump rimangono però da giocare almeno un paio di carte: il blocco economico (super dazi) e lo sgretolamento della filiera commerciale e di Supply Chain mondiale. In breve: Dazi, guerra valutaria, accordi diretti tra USA ed altri Paesi. 

Gli obbiettivi? Impantanare gli accordi bilaterali (vedi quelli tra UE e Mercosur) anche sull’Automotive, puntare sulla penalizzazione economica dei modelli di importazione, tagliare la Supply chain virtuosa tra aree extra americane e il mercato interno USA mentre gli Stati Uniti, come ripetiamo da mesi, stanno sottilmente creando un corridoio preferenziale commerciale e di sinergie industriali con India e Gran Bretagna. 

E questa svolta protezionistica di Washington arriva in un momento particolarmente delicato per l´ industria automobilistica europea già alle prese con una profonda crisi evidenziata dal crollo economico della Germania, della crisi sociopolitica in Francia e degli effetti della dismissione industriale tedesca in Spagna.

Basta usare le norme anti-pollution contro l’Import di auto in USA. E’ l’ora della geopolitica

Secondo i dati di Clepa (associazione europea dei produttori di componenti automotive) nel 2023 l´Ue ha importato automobili dagli Usa per 9,8 miliardi e ne ha esportate per circa 40,6 miliardi, e di questi 9,8 miliardi di importazione europea dagli Stati Uniti derivano dalla produzione in America di BMW, Daimler e Volkswagen.

L’Europa dell’export segna un vantaggio anche sulla componentistica, ad eccezione dei microchips, dentro una situazione in cui l’export, unica cura alla sovraproduzionecontinentale, sarà minacciato dalla nuova politica di dazi imposti da Trump, per sfuggire ai quali e restare collegati ad un mercato statunitense sempre prezioso molti Suppliers e Costruttori traslocheranno dall’Europa agli States riducendo la possibilità lavorativa. Secondo Benjamin Krieger di CLEPA i dazi di Trump minacciano quasi 14 miliardi di euro di export verso gli USA e circa 125.000 posti di lavoro in Europa, oltre a quelli già cancellati dalle recenti dismissioni di Imprese tedesche. 

Le imprese Supplier europee forniscono il 60% circa di tutto il valore complessivo della subfornitura mondiale nel settore Auto, mentre lo stesso comparto dell’aftersales è oggi l’unico puntello al crollo di marginalità nella vendita di auto da parte dei Costruttori in un anno trascorso, il 2025, in cui la filiera di subfornitura europea affronta un deficit commerciale dopo anni di attivo di bilancia soprattutto verso la Cina. Paese nel quale i principali Suppliers hanno riprogrammato nuovi miliardi di euro di investimenti, riavvitandosi in un processo di trasloco e dismissioni nel continente del quale potrebbero approfittare gli stessi Costruttori cinesi, acquisendo impianti abbandonati per avviare proprie catene di produzione.

E mentre scrivo queste righe, gli USA hanno battuto il pugno più violento sul tavolo della guerra contro il Venezuela, attaccando le sedi governative ed arrestando Maduro. Questo comporterà una frana su uno dei tasselli cruciali nei rapporti commerciali tra UE e Sudamerica: l’accordo “Mercosur”.

Secondo step: affogare l’accordo UE – Mercosur

Il trattato fronteggia da un quarto di secolo Unione europea da un lato e i Paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, oltre alla Bolivia come Paese associato) dall’altro nelcreare una vasta area di libero scambio riducendo o azzerando la maggior parte dei dazi doganali tra i due blocchi. Per l’Europa dell’Auto significa più spazio per esportare autoveicoli, componenti, macchinari, prodotti chimico-farmaceutici e rilanciare una piattaforma comune sui biofuels. Un nuovo stallo che precluda la chiusura dell’accordo entro la prima metà di quest’anno sarà letale per tutta la architettura del trattato. Ed ora, con Brasile e Colombia pro Venezuela e Cile ed Argentina pro USA sarà impossibile mettere fianco a fianco intorno ad un tavolo tutti i protagonisti.

Le mosse di Trump e dell’amministrazione USA fanno ampio sfoggio del cinismo politico che il Tycoon maschera da sempre benissimo con la prosopopea nazionalista e sovranista. 

In molti teorici e studiosi di politica internazionale vedono dentro questo modo di fare un allarme mai davvero ammesso dagli Stati Uniti. 

Quello di pensare di non essere più un “Mike Tyson” invincibile sul Ring mondiale di commercio e politica, ma quanto meno di essere diventato un vecchio e logoro campione da incontri truccati per il quieto vivere di allibratori (i mercati finanziari) e di pubblico pagante (i consumatori). Eppure, in questa politica da “Sansone contro i Filistei” il capelluto Donald sta intanto collezionando successi e nuova suggestione globale, a spese dell’unico vaso di coccio del panorama sociale ed economico del mondo. La cara vecchia Europa, alla quale Autoprove.it rilancia il vecchio e ripetuto consiglio: Bruxelles, dopo esserti fatta fottere il Sudamerica sotto il naso, almeno tieniti stretta l’Africa, il mercato del futuro.

Riccardo Bellumori

Volkswagen T-Roc è l’auto più venduta in Europa: la classifica

Le auto di piccole dimensioni hanno dominato a lungo le strade europee, ma negli ultimi cinque anni il numero di SUV sulle strade locali è aumentato vertiginosamente. I numeri lo confermano: i SUV rappresentano ora più della metà di tutte le auto nuove vendute in Europa, in forte aumento rispetto a pochi anni fa, grazie in gran parte a crossover popolari come la VW T-Roc e la Toyota Yaris Cross.

Ciò che è cambiato non è solo la preferenza degli acquirenti, ma anche la percezione. Un tempo gli europei deridevano gli americani per la loro ossessione per i SUV e i camion, ma le percezioni sono cambiate. I SUV non sono più visti come veicoli che consumano molto carburante, ma come opzioni pratiche, adatte alla città e con un appeal più ampio.

I marchi tradizionali, tra cui Volkswagen, Renault, Ford e Toyota, hanno ridefinito il segmento con modelli compatti leggermente più alti e dall’aspetto più robusto, ma che si adattano comunque agli stessi spazi urbani un tempo occupati dalle piccole berline.
Secondo un rapporto di Autonews, i dati di vendita rivelano che nel 2020 i SUV detenevano una quota del 41% del mercato europeo totale. Da allora questa cifra è salita al 59%. Con l’aumento delle persone che acquistano SUV e crossover, il numero di coloro che scelgono una piccola hatchback o una berlina è diminuito.

Infatti, mentre le berline detenevano una quota del 35% del mercato europeo nel 2020, secondo lo stesso rapporto questa quota è scesa al 23,9% nel 2025. In termini di volume, si tratta di un calo drastico da 4,2 milioni di unità a soli 2,9 milioni.

Sebbene le vendite complessive siano in calo, alcune compatte continuano a registrare una forte domanda. La Renault Clio, la VW Golf e la Dacia Sandero rimangono popolari, con la Sandero in particolare che dovrebbe chiudere il 2025 come l’auto nuova più venduta nella regione.
L’accessibilità economica ha giocato un ruolo fondamentale nel successo della Dacia Sandero. Con un prezzo che parte da meno di 13.000 euro in Italia, è diventata la scelta preferita dagli acquirenti attenti al rapporto qualità-prezzo. Le vendite sono passate da 168.443 unità nel 2020 a oltre 225.000 fino a novembre dello scorso anno, mettendola sulla buona strada per chiudere il 2025 come modello più venduto in Europa per il secondo anno consecutivo.

Anche la quota di mercato delle berline è diminuita, passando dal 4,7% nel 2020 al solo 3,5% nel 2025. Quell’anno sono state vendute 565.244 unità, ma il totale dovrebbe scendere a circa 426.000 una volta confermati i dati definitivi per il 2025. La berlina più venduta lo scorso anno dovrebbe essere la Tesla Model 3, con 76.079 unità vendute, che la collocano a oltre 37.300 unità di vantaggio dalla Mercedes-Benz CLA, al secondo posto.

Un’eccezione a questo cambiamento è la Romania, dove le berline rappresentano ancora il 15,4% del mercato delle auto nuove, una percentuale di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altro paese europeo.

LA CLASSIFICA

Posizione Modello Vendite
1 VW T-Roc 196.246
2 VW Tiguan 180.683
3 Toyota Yaris Cross 174.567
4 Peugeot 2008 160.104
5 Dacia Duster 157.004
6 Citroen C3 144.191
7 Ford Puma 141.423
8 Kia Sportage 139.428
9 Hyundai Tucson 136.359
10 Nissan Qashqai 128.919
Fonte Autonews / Dataforce

La crescente domanda di SUV ha avuto ripercussioni negative anche sulle station wagon in tutta Europa. La quota di mercato di questi modelli è scesa dal 10,2% di cinque anni fa al 7,1% nel 2025. Modelli di lunga data come la Skoda Octavia e la VW Passat sono stati particolarmente colpiti, poiché sempre più acquirenti preferiscono i SUV alle tradizionali station wagon.

Tra i SUV, il modello più venduto nel 2025 è stato il VW T-Roc, con 192.245 unità vendute. Seguono la VW Tiguan con 180.683 vendite, la Toyota Yaris Cross con 174.567, la Peugeot 2008 con 160.104 e la Dacia Duster, che ha trovato 157.004 nuovi proprietari.

Altri modelli di grande successo sono la Citroen C3, la Ford Puma, la Kia Sportage, la Hyundai Tucson e la Nissan Qashqai.

BMW rilancia il marchio Alpina e punta al lusso

Nel marzo 2022 BMW ha finalizzato l’acquisizione del suo partner di lunga data Alpina, chiudendo un capitolo e aprendone un altro. Anziché accelerare la transizione, BMW ha onorato un accordo quinquennale firmato nel 2020, consentendo ad Alpina di operare in modo indipendente ancora per un po’. Tale accordo è scaduto il 1° gennaio 2026, quando BMW ha assunto il controllo totale e ha rilanciato Alpina come marchio autonomo all’interno del gruppo.

Secondo l’annuncio, il principio guida alla base del nuovo marchio BMW Alpina è una combinazione di “massime prestazioni e comfort di guida superiore, uniti a caratteristiche di guida distintive”.

La personalizzazione è destinata a svolgere un ruolo centrale, in linea con le tendenze che caratterizzano il mondo automobilistico di fascia alta. Agli acquirenti verrà offerta quella che BMW definisce “una straordinaria gamma di opzioni personalizzate”, con auto caratterizzate da “materiali su misura e dettagli inconfondibili”.

L’azienda sostiene che i veicoli BMW Alpina soddisferanno “le aspettative più esigenti in termini di estetica, acustica e sensazioni”. Ciò indica un marchio posizionato per colmare il divario tra BMW e Rolls-Royce in termini di lusso, raffinatezza, prezzo ed esclusività.
L’ombra delle Alpi come appare sul sito ufficiale di BMW Alpina
In futuro, i modelli porteranno un nuovo marchio BMW Alpina al centro della fascia posteriore. Questa grafica modernizzata prende spunto dall’emblema asimmetrico di Alpina degli anni ’70 e utilizza un carattere minimalista, che lo distingue dal carattere tipografico che si trova sui normali veicoli BMW.

Curiosamente, non è stato fatto alcun riferimento al tradizionale logo rotondo di Alpina con i motivi dell’acceleratore e dell’albero motore. Quel logo è stato ridisegnato in modo più piatto a metà del 2025, anche se il suo destino ora appare incerto. È del tutto possibile che rimanga su alcuni modelli selezionati.

LA NUOVA GAMMA ALPINA

Tradizionalmente, Alpina offriva versioni raffinate dei modelli BMW esistenti, con sottili miglioramenti all’esterno, agli interni, al telaio e alle prestazioni. L’ultima versione prima della transizione della BMW Alpina è stata la B8 GT in edizione limitata, basata sulla Serie 8 Gran Coupé, che presto sarà fuori produzione.
Sulla base delle informazioni attuali, la BMW X7 di nuova generazione e la sua controparte elettrica, la iX7, includeranno una variante Alpina. Si vocifera che la potenza sarà di circa 900 cavalli, rendendola una delle più formidabili della gamma SUV di BMW. E non sarà l’unica.

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Altro: Il più grande SUV elettrico di BMW potrebbe dare vita a varianti che sfiorano i 1.000 CV

Secondo fonti citate dal BMW Blog, è in corso lo sviluppo di una berlina di lusso ad alte prestazioni che riprenderà da dove si era interrotta l’Alpina B7, ora fuori produzione. Il modello in arrivo dovrebbe basarsi sul restyling di metà ciclo dell’attuale Serie 7 (G70) e arrivare intorno alla metà del 2026.

Tuttavia, secondo alcune indiscrezioni, la versione Alpina potrebbe ricevere un nome in codice unico, G72, che suggerisce differenze più profonde dal punto di vista meccanico e del design rispetto al modello di base.

In termini di motori, BMW Alpina sembra intenzionata a offrire una combinazione di motori a combustione e configurazioni completamente elettriche. Ciò è in linea con la strategia più ampia di BMW di flessibilità nei formati di trasmissione, progettata per adattarsi alle diverse esigenze normative e di mercato.

Nuovo Mitsubishi Pajero 2027: il Teaser

Il nuovo Mitsubishi Pajero potrebbe essere dietro l’angolo e un Teaser sembra anticiparne il ritorno.

Mitsubishi e Ralliart hanno attinto alla memoria collettiva degli appassionati di rally con un nuovo spot pubblicitario nostalgico che ricorda ciò che il marchio era un tempo, ma che non è più da tempo. Le clip ricche di tradizione fanno il loro lavoro, ma è il SUV oscuro nelle scene finali che attira l’attenzione, sembrando segnalare il ritorno del Pajero in una forma di nuova generazione.

Lo spot, intitolato I Love Adventurous People, intreccia filmati delle storiche gare di Mitsubishi nel Campionato mondiale di rally e nella estenuante Dakar Rally.

Nella voce fuori campo, il narratore riflette su un periodo di anni descritto come uno “spazio nero” per Mitsubishi, alludendo a una perdita di slancio. Poi arriva un Triton pronto per il rally che sfreccia su un terreno accidentato, accompagnato dai riff di Layla di Eric Clapton. Quel camion si è guadagnato i galloni vincendo l’Asia Cross Country Rally 2025, vestito con la livrea completa del Team Ralliart.

Verso la fine del video, il Mitsubishi Pajero vincitore della Dakar appare mentre attraversa il deserto, seguito da un nuovo SUV che guida sulla strada. Questo modello assomiglia molto ai prototipi visti durante i test di sviluppo a metà del 2025, anche se è leggermente meno camuffato.

Il nuovo modello sfoggia l’aspetto squadrato e verticale tipico di un fuoristrada. Le sue proporzioni ricordano i classici SUV con telaio separato dalla carrozzeria, con un cofano scolpito, parafanghi squadrati, accenti LED verticali sul paraurti e montanti posteriori robusti.

IL RITORNO DEL PAJERO

L’aspetto del SUV subito dopo il Pajero ha solo alimentato le voci sul suo ritorno nella gamma Mitsubishi. Venduto come Montero e Shogun in vari mercati, il SUV è rimasto in produzione dal 1981 al 2021 in quattro generazioni. Nel motorsport, detiene un record impressionante di 12 vittorie complessive al Rally Dakar, tra cui una serie ininterrotta di sette vittorie tra il 2001 e il 2007.

Il nome è stato applicato anche a tre generazioni del Pajero Sport basato sul Triton, prodotto dal 1996 ad oggi. Anche questo modello è un probabile candidato per un importante aggiornamento, poiché la versione attuale è in vendita dal 2015, con restyling introdotti nel 2019 e nel 2024.
La quarta generazione della Mitsubishi Pajero è stata interrotta nel 2021 senza un successore.
Al momento, Mitsubishi non ha ancora confermato cosa apparirà esattamente al prossimo Tokyo Auto Salon.

Tuttavia, con lo show in programma dal 9 all’11 gennaio, non sarebbe sorprendente se nei prossimi giorni arrivassero ulteriori informazioni o addirittura il debutto di un concept.

Nuova Alpine A610 206: Anteprima Rendering

La berlina sportiva che Alpine sta sviluppando con il codice R111 dovrebbe rimanere fedele alle radici del marchio in termini di stile e comportamento, pur essendo al 100% elettrica. Scoprite come sarà questa rivale della BMW iM3, attesa per il 2028 e che potrebbe chiamarsi A610.
Con il codice interno R111, Alpine sta sviluppando una berlina sportiva fastback elettrica in grado di competere con la Porsche Taycan e la futura BMW iM3. Questa informazione di L’argus ci è stata confermata nell’autunno 2024 da Philippe Krief, direttore generale del marchio con il logo a freccia, che ha precisato che questo progetto ha sostituito il SUV del segmento E, probabilmente denominato A490, nel piano strategico del costruttore per il 2030. La recente commercializzazione del crossover A390 e l’ultima illustrazione teaser della prossima A110 ci consentono oggi di illustrare come potrebbe essere questa GT a quattro porte che potrebbe riportare in auge la denominazione A610.
Scelte tecniche tipicamente Alpine
Secondo le nostre informazioni, la futura Alpine A610 utilizzerà l’architettura modulare APP (Alpine Performance Platform), che il costruttore sta attualmente sviluppando per le sue future auto sportive, in una configurazione con batterie sotto il pianale e nella parte posteriore. Questa distribuzione si ritroverà a bordo della coupé 2+2 posti A310, ma non nella prossima A110, le cui batterie saranno posizionate nella parte anteriore e posteriore per abbassare il pianale. Nonostante questo compromesso sull’altezza, il comportamento dell’auto potrebbe avvicinarsi a quello di una berlinetta con motore centrale grazie a un baricentro arretrato, che ricorda la prima A610 commercializzata negli anni ’90 con motore posteriore. Questa disposizione delle batterie dovrebbe anche portare a una silhouette compatta, bombata nella parte posteriore, tipica di Alpine.

Rendering L’argus.fr

LA BERLINA ALPINE

Il muso affusolato della futura Alpine A610 potrebbe essere sottolineato da una fascia luminosa in linea con quella della A390. Come le sue predecessori termiche con motore posteriore, l’auto non avrà la griglia. Tuttavia, sono previste generose prese d’aria nel paraurti anteriore per il raffreddamento della batteria e dei freni, ma anche per convogliare il flusso d’aria verso i passaruota al fine di ridurre la resistenza aerodinamica e quindi il consumo di energia a vantaggio dell’autonomia. Maniglie delle portiere retrattili potrebbero essere presenti con lo stesso scopo. Nella parte posteriore, sopra una fascia luminosa interrotta dal nome Alpine retroilluminato, uno spoiler fisso potrebbe contribuire alla stabilità dell’auto ad alta velocità, eventualmente completato da un alettone retrattile. Il fondo in gran parte piatto terminerà con un diffusore sotto il paraurti.

Secondo le nostre informazioni, la prossima Alpine A110 sarà alimentata da motori Whylot a flusso assiale da 480 CV, alimentati da una batteria Verkor NMC da 77 kWh. Questo gruppo motopropulsore potrebbe essere montato a bordo della A610, ma ciò resta da confermare vista la differenza di configurazione della piattaforma sopra menzionata. Inoltre, anche se il motore principale sarà installato sull’asse posteriore, il telaio APP è progettato per poter ospitare un motore aggiuntivo nella parte anteriore al fine di offrire una trazione integrale. Con questa configurazione, secondo le nostre informazioni, la A610 dovrebbe disporre di circa 600 CV. Inizialmente pensata come esclusivamente elettrica, l’architettura APP dovrebbe infine essere in grado di ospitare un motore termico per alcuni mercati non europei, cosa che non è quindi da escludere per la A610. La presentazione della terza A110, appena ufficializzata per il 2026, dovrebbe consentire di saperne di più. La prima berlina di Alpine A610 è attesa per il 2028.