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Letterina di Trump all’America latina: investimenti Automotive a rischio?

Se a scriverlo non è un Comitato antimondialista ma una piattaforma omnline prestigiosa (Al Jazeera, per leggere vai al link QUI) forse non deve essere proprio una fantasia complottista: con il Titolo “Da Trump un messaggio molto pericoloso per tutta l’America Latina” e relativo sottotitolo ancora più inquietante: “ Nessun Paese sudamericano è ora al sicuro da un intervento immediato e violento degli Stati Uniti” arriva un articolo davvero inquietante per la salute geopolitica di quell’area del mondo, dopo l’azione militare di Trump in Venezuela

A confermare l’allarme è la dichiarazione pubblica del Presidente secondo il quale l’intervento ha abbattuto del 97% il narcotraffico via mare, e fattore moltiplicatore è quel richiamo alla “dottrina Monroe” del 1823 in cui si dichiarava il diritto di esposizione degli Stati Uniti sull’Europa nel corso dell’affrancamento dell’America Latina dal colonialismo spagnolo, inglese e francese. 

La giustificazione dell’intervento legata a due azioni chiave del programma militare (governare e presidiare il rinnovamento dello Stato sudamericano guidandolo ad una staffetta governativa di garanzia, al fine di ridurre gli effetti illegali della gestione politica fatta decadere con l’intervento militare) appare quasi come un assiomatico algoritmo che oggi giustificherebbe anche l’intervento esterno degli USA contro il narcotraffico (Venezuela e Colombia), che domani potrebbe essere rivolto al rischio del terrorismo di matrice islamica (Vi ricorda qualcosa l’indagine della DEA – Drug Enforcement Administration – con l’Interpol del 2018 proprio sul narcotraffico gestito in Colombia da succursali di Hezbollah?) o neo-comunista (con il ruolo centrale dell’immagine di Luiz Inacio Lula da Silva, of course; ma, guarda caso, anche con il ritorno alla violenza di matrice proletaria delle “FARC – EP” – un tempo molto gradite alla CIA – proprio in Colombia) e dopodomani potrebbe prendere di petto la questione dell’immigrazione dal Messico. 

Per adesso, le carte da gioco nel taschino di Trump sono già pronte: in Brasile gli USA sono in prima linea nel processo (permettetemi di dire “farsa”) della giustizia di Rio contro Bolsonaro accusato in verità di un colpo di Stato solamente “presunto”: un eventuale ribaltamento delle accuse porterebbe facilmente alla scomunica di Lula (per la evidente forzatura elettorale nel turno che ha ristabilito il Presidente ultra socialista al potere) e ad una rilegittimazione di Bolsonaro e delle sue simpatie filo americane. 

Ed in Colombia il “filotto” appare compromesso non tanto dall’automatismo con cui Trump ormai non fa mistero di considerare l’attuale Presidente Petro un protettore dei narcos, ma dal fatto che l’ultraliberale e filoamericano ex Presidente Alvaro Uribe è stato condannato in primo grado a 12 anni di arresti domiciliari per reati di frode e corruzione verso il sistema giudicante che lo stava già processando per presunti legami con vertici militari golpisti durante il suo mandato di quindici anni fa.

Molti temono l’escalation militare di Trump, ma a fare danni da adesso sarà il commercio

Molto, molto più difficile per Trump provocare zizzania contro l’attuale superpremier Claudia Sheinbaum, al momento. 

Ma è anche molto improbabile un azzardo diretto degli USA contro il Messico: meglio, molto meglio, impantanare i rapporti commerciali che lo Stato messicano ha con Colombia (ALS, accordo di Libero Scambio, per il quale il Messico invia ogni anno un mare di componentistica Automotive all’industria colombiana) e soprattutto con il Brasile, vero shopping center per Città del Messico. 

Anche qui, guarda caso, il logorio mediatico prima ancora che militare di Trump verso Brasile e Messico mette a rischio un trend virtuoso che ha visto l’OCSE decretare nel 2024 questi due Stati insieme agli USA ai primi tre posti al mondo per attrazione in miliardi di dollari di investimenti dall’estero. Panorama nel quale Claudia Sheinbaum, ormai al top delle preferenze istituzionali di ogni tempo dall’epoca di Little Big Horn, ha pianificato e garantito un piano di infrastrutture che per decenni sono rimaste al palo: prima fra tutte la disponibilità di acqua potabile, il vero scandalo popolare di questa nazione dove in alcune zone – come il Chiapas – le bevande zuccherate e la Coca Cola costano al litro la metà dell’acqua minerale.

Guarda caso, i tre Paesi appena indicati (Brasile, Colombia, Messico) costituiscono la testa d’ariete delle critiche sull’intervento in Venezuela contro la posizione filo americana di Argentina e Cile. 

E ad essere solo un poco vigili con la memoria occorre richiamare l’allarme del presidente colombiano Gustavo Petro ad una velata minaccia di Trump di poche settimane fa: “La Colombia sarà il prossimo passo”. Senza contare gli effetti indiretti dell’azione americana con migliaia di venezuelani in fuga verso i confini con Brasile e Colombia, appunto, e con la instabilità ed il disordine sociale che questo comporta.

E non dimentichiamo che il Brasile, da alcuni anni, è diventato l’Hub di “re-denominazione” del petrolio di Caracas: più di un miliardo di dollari di greggio sarebbe arrivato in Cina attraverso il “re-branding” brasiliano per aggirare l’embargo imposto dagli Stati Uniti passando dai “soliti” porti della Malesia dai quali transita ordinariamente anche il petrolio iraniano.

Prima del rischio militare, Brasile e Colombia sono esposte a quello commerciale

Ma, come detto, i problemi che derivano dall’azione americana in Venezuela saranno di già – per primi – indiretti: interruzione degli scambi commerciali tra i Paesi latinos “anti americani” (Colombia, Brasile, Venezuela) e rischio sui crediti maturati prima ancora del rischio di ingerenza militare diretta. E le conseguenze potrebbero pesare anche da noi nella lontana Europa

Prima dell’azione americana il Venezuela esportava in Colombia materia prima industriale (ferro, acciaio, alluminio) oltre che il petrolio con cui la Colombia lavora le materie plastiche che fino a ieri erano il prodotto principalmente importato dal Venezuela insieme allo zucchero di canna che in Colombia copre attualmente 250 mila ettari coltivati. Ne deriva un problema anche di debito commerciale che una nuova amministrazione “neoamericana” a Caracas potrebbe esigere di colpo creando una nuova crisi nel debito estero della Colombia facendolo schizzare oltre il limite già pesante dell’attuale 20% del totale debito pubblico che, a sua volta, è schizzato oltre il 60% del PIL nel 2024.

La Colombia, tuttavia, è un polo Automotive importante per l’Europa dopo che, casualmente, un anno fa la General Motors ha chiuso tutti i suoi impianti di Bogotà dopo 60 anni di pieno lavoro mantenendo attivo un Hub Renault oltre a diversi stabilimenti di componentistica, appunto. Ma della situazione dell’Automotive in Sudamerica ne tratteremo meglio più avanti e di seguito. 

Adesso parliamo anche del rapporto commerciale tra Brasile e Venezuela: dal primo Caracas ha importato fino a ieri riso, prodotti chimici per l’agroindustria, grano con una esposizione fortissima verso il Brasile che, al contrario, ha un import bassissimo di prodotti venezuelani e dunque per contro ha maturato soprattutto nel 2025 un surplus ed un credito commerciale fortissimo soprattutto a causa del “coniglio dal cilindro” che Maduro ha propinato a Lula (che in effetti è decisamente contrario all’azione militare in sé ma marcando da sempre un forte fastidio verso il presidente destituito).

A metà dello scorso anno il Venezuela ha praticamente “inventato” dal nulla un panel di superdazi dal 15% al 77% sull’importazione, in barba all’accordo basilare “ACE-69” in vigore da dieci anni, peggiorando il già critico rapporto di debito che Caracas ha verso il Brasile, con una situazione opposta a quella di Bogotà: questa potrebbe essere “spremuta” nel rientro dal debito da una nuova amministrazione filo americana, mentre la stessa potrebbe mettere a rischio crediti e flussi commerciali tra Venezuela e Brasile. Gli effetti? Peggiori di un logoramento militare, da queste parti.

Quanto pesa “l’Automotive” latino americano? E cosa rischiano gli europei?

In un recente Pannello di ricerca di Mordor Intelligence (per visualizzare clicca QUI) si stima che il mercato delle autovetture in America Latina raggiungerà nel 2026 gli 81.59 miliardi di dollari, in crescita rispetto ai 77.95 miliardi di dollari del 2025, con proiezioni per il 2031 che indicano 102.51 miliardi di dollari; questo grazie all’aumento di domanda delle famiglie, l’accelerazione dell’elettrificazione e la delocalizzazione della produzione di veicoli. I produttori stanno ampliando gli stabilimenti regionali per conformarsi alle normative USMCA e Mercosur, mentre gli incentivi governativi, guidati dal programma Mover brasiliano, stimolano la produzione nazionale di veicoli elettrici. 

I marchi cinesi sfruttano queste dinamiche con modelli convenienti che spingono gli OEM tradizionali ad aggiornare i portafogli prodotti e le strategie di prezzo. 

Un altro Report dello stesso Centro di Ricerca Mordor (per leggerlo puoi cliccare QUI) censisce in modo interessante e completo il microcosmo produttivo europeo e cinese in buona parte del Sudamerica: la crescita delle vendite di veicoli tradizionali ed elettrici e l’aumento degli investimenti da parte di importanti player come Volkswagen AG e Stellantis NV hanno aumentato la redditività. La sola Stellantis ha investito 5.6 miliardi di euro, l’investimento più significativo nella storia della regione. 

Volkswagen AG ha stanziato 580 milioni di dollari per un programma Amarok con sede in Argentina, adattato alle esigenze locali del ciclo di vita. Allo stesso tempo, Toyota Motor e BMW Group hanno annunciato espansioni pluriennali incentrate su propulsori ibridi e flex-fuel. Progetti congiunti come la collaborazione GM-Hyundai che copre cinque modelli e punta a 800,000 vendite annuali illustrano una svolta verso strutture di costo condivise e una cadenza di produzione accelerata. BYD e Great Wall hanno investimenti recentissimi in Brasile così come Renault in JV con Geely. 

Il Brasile tutto, in realtà, è diventato il punto di investimento globale per 4 miliardi e mezzo di USD per imprese Cinesi legate all’energia, all’estrazione mineraria, all’Automotive ed alla partecipazione in Società petrolifere nazionali.

Eppure a rischiare di più in uno scenario convulso nelle faccende sociopolitiche ed economiche del Sudamerica non è tanto la Cina quanto la vecchia Europa. Il blocco delle firme congiunte sul nuovo trattato Mercosur, dopo un lavoro di 25 anni, è un colpo sugli stinchi di un flusso commerciale di scambi che in dieci anni tra il 2014 ed il 2024 è cresciuto in volume di affari quasi del 40%. La nuova realize avrebbe portato i Costruttori, gli assemblatori ed i componentisti a poter vantare dazi doganali ridotti sull’export in Sudamerica di auto e componenti. Il blocco dell’accordo EU-Mercosur, permanendo lo stallo, non potrà che pregiudicare anche gli attuali flussi economici e, senza un nuovo governo in Venezuela, nessun nuovo accordo potrà essere varato; mentre con la simpatia che Donald mostra verso l’Unione europea mi risulta difficile credere che questo accordo o un nuovo accordo più favorevole a Bruxelles possa essere accettato da un nuovo governo “pro-USA” a Caracas. 

Questo comporterà di per sé non solo una riduzione delle opportunità europee in Sudamerica ma anche un pregiudizio della stessa Unione nei confronti della Cina, a sua volta titolare di accordi bilaterali dove tuttavia il peso mondiale di Pechino in costante crescita sul versante politico ed economico mette il colosso asiatico in posizione certo meno “affannata” della stanca Europa”. 

I primi effetti? Sui Biofuel e sulle materie prime agricole

L’euforia sul potenziale nuovo accordo tra Bruxelles e Mercosurpotrebbe aver dato la “stura” ad una questione da tempo segregata nei cassetti della Commissione: il via libera ai biocarburanti nel processo di decarbonizzazione in Europa; e noi di Autoprove.it siamo stati – come sempre – previdenti anche su questo tema: in mezzo a inutili e costosissime Survey, idiote conferenze e  dichiarazioni bovine di presunti Guru su quanto sarebbe stato bello il carburante agricolo, se i Costruttori ed i Dealer avessero ben prima letto – senza spendere un’euro – i nostri umili articoli, avrebbero appreso che già a Luglio 2025 (leggi il nostro Articolo QUI) abbiamo preventivato una escalation di costi a carico del consumatore su adeguamento e rifornimento nelle auto europee di carburanti “bio”; mentre ad Ottobre 2025 (leggi ancora QUI) ed a fine anno (Leggi infine QUI)

abbiamo persino lanciato un allarme – purtroppo azzeccato – sul rischio approvvigionamento di materia prima dai nuovi “Trust” continentali del nuovo oro agricolo: Brasile, India, Cina, Stati Uniti sono i nuovi “granai” per bioetanolo (Canna da zucchero, mais, riso, barbabietola) e per oli vegetali da semi vari (colza, soia, girasole, mais ancora e polpa di palma) da cui attingere senza poter distogliere il rapporto privilegiato – quando possibile – con i Top Producer di Petrolio. 

In parole povere per una Unione Europea nella quale le superfici coltivabili si riducono costantemente significa esporsi commercialmente non più con uno solo ma con ben due Trust obbligati: quello dei produttori di Petrolio e quello dei maggiori fornitori di materia prima. Geniale, no? Sarebbe bastato firmare l’accordo EU-Mercosur per poter almeno “respirare” un po’ sul secondo versante. Ma ora è tardi.

Gli investimenti Auto, insomma, sono a rischio in Sudamerica? Cerchiamo di capirlo

Quando i Cargo della BYD, colosso che può permettersi una flotta propria per la logistica auto (costosissima, quando commissionata a terzi) sono sbarcati in Brasile con un primo di diversi lotti programmati di BEV da distribuire nel Paese (a seguito di un accordo stretto direttamente tra il Costruttore e il Governo del presidente Lula) noi in Europa pendevamo dalle labbra di Ursula, che ancora cercava di difendere “Carbon Zero” al 2035. Con una perdita di tempo insanabile Bruxelles ha inteso usare Stellantiscome bersaglio da freccette invece di puntare l’attenzione su uno degli “Hub” sudamericani – il Brasile – storicamente più importante per tanti costruttori europei oltre al gruppo italo-francese. 

A Rio, come punto simbolico, Fiat ha depositato decenni di sperimentazione sul bioetanolo e sulla addizione alla benzina, oltre a detenere insieme ad altri cinque Marchi europei storici interi stabilimenti cui si aggiungono gli impianti dei componentistie gli scali logistici per il passaggio da e verso il resto del mondo. Da ieri questo idillio sarà riservato alla Cina, a favore della quale si verificherà l’incrocio elettivo con il Brasile nella produzione di etanolo per biocarburanti (proprio a partire da un 2026 in cui Pechino ha deciso di distogliere risorse finanziarie alle BEV per potenziare R&D su Biofuel ed e-fuels) oltre a plausibili accordi commerciali tra Brasile e l’area del Sudamerica per il trading e la distribuzione di auto ed alla politica di decarbonizzazione avviata negli anni Settanta in Brasile, simmetrica e forse sovrapponibile alle azioni necessarie anche alla Cina per abbattere la CO nell’atmosfera. Attualmente la Cina è il terzo produttore mondiale di etanolo, ma con una produzione di circa 2,1 milioni di tonnellate all’anno, la produzione è molto lontana dai leader mondiali Brasile e Stati Uniti. Sarà proprio un nuovo patto politico ed industriale a spodestare la povera vecchia Europa dal ruolo di partner storico in favore della Cina?  E questo senza contare la pioggia di nuovi investimenti in Brasile da parte degli OEM cinesi: Great Wall, BYD, GAC, Geely e Chery sono ormai entrate con tutti e due i piedi dentro nuovi impianti e surroghe diventando leader potenziali in un mercato dove ancora, per fortuna, Stellantis è saldamente in ottime posizioni di vendite. La domanda da oggi è: il nuovo “terremoto” venezuelano, se esteso ad altri primi attori in America Latina, porterà più danno all’Automotive cinese o a quello europeo? Al momento, purtroppo, per noi la risposta è ampiamente scontata.

Riccardo Bellumori

Recensione CarpodGo T3 Pro: CarPlay wireless senza fastidiose installazioni

Quando ho iniziato a provare il CarpodGo T3 Pro, non volevo solo capire “come va”, ma anche cosa c’è dietro quella fluidità, quella luminosità, quella sensazione di prodotto premium.

Perché spesso, nei display universali, la differenza non la fa la diagonale dello schermo, ma tutto ciò che non si vede: il tipo di pannello, la laminazione, il chipset, la gestione termica, il software.
E il T3 Pro, sotto questo punto di vista, è un piccolo caso interessante.

QUALITÀ CHE SOPRENDE

La prima cosa che ho notato è stata la qualità del display. Non è solo un 9 pollici “luminoso”: è un pannello completamente laminato, cosa che elimina lo strato d’aria tra vetro e LCD e riduce drasticamente i riflessi. È lo stesso principio che Apple usa sugli iPad di fascia alta. Il risultato è un’immagine più contrastata, colori più pieni e soprattutto una leggibilità superiore sotto il sole.
La luminosità reale è alta e questo lo rende utilizzabile anche in auto cabrio o vetture con parabrezza molto grandi o inclinati.

Poi c’è la fluidità. Molti display universali dichiarano “60 fps”, ma poi li accendi e ti accorgi che sono 30 fps mascherati. Qui no: il T3 Pro gira davvero a 60 fotogrammi al secondo, e lo senti subito quando scorri la mappa o apri un’app. Il merito è del chipset dedicato, più potente rispetto ai modelli entry-level, e del sistema operativo basato su Linux, che non ha overhead inutili.
È un approccio diverso dai dispositivi basati su Android: niente app, niente store, niente processi in background. Solo ciò che serve per far girare CarPlay e Android Auto nel modo più pulito possibile.

La parte hardware che mi ha sorpreso di più, però, è la ventosa. Non è un dettaglio estetico: è un ventosa con una tenuta dichiarata fino a 8 kg. In pratica, significa che il display non vibra, non trema, non si muove nemmeno quando prendi una buca che ti fa riconsiderare la manutenzione delle sospensioni.
E questa stabilità ha un impatto diretto sull’esperienza d’uso: quando il display è fermo, tutto sembra più fluido, più premium, più “di serie”.

Sul fronte connettività, il T3 Pro supporta CarPlay e Android Auto sia wireless che cablati. Con iPhone, la connessione wireless è quasi istantanea: il modulo Wi‑Fi integrato è stabile e non perde colpi, anche nei tragitti lunghi. Con Android Auto, la prima configurazione richiede qualche passaggio in più — tipico del protocollo AA Wireless — ma una volta fatto, la stabilità è comparabile. Dopo il primo utilizzo avremo tutte le applicazioni del nostro smartphone a portata di mano potendo utilizzare il sistema nativo dell’auto per riprodurre i nostri brani preferiti con Spotify e Apple Music oppure navigare verso la nostra destinazione grazie alle app Apple, GMaps o Waze.

LA CONNESSIONE

Oltre al Mirroring Apple CarPlay/ Android Auto l’audio può essere trasmesso in tre modi:

Bluetooth
AUX
Radio FM

La gestione del segnale FM è comunque buona: il T3 Pro ha un modulatore abbastanza potente da evitare interferenze nella maggior parte delle città, ma resta una soluzione che consiglio di usare solo in assenza di alternative.

Interessante la presenza di una retrocamera collegabile allo schermo, che tramite il cablaggio dedicato, può essere direttamente interconnessa con il sistema elettrico dell’auto. Questo ci permette, tramite una semplice operazione di retrofit, di dotare un’auto non recente di un ottimo strumento di assistenza al parcheggio in città che si attiva in automatico semplicemente inserendo la retromarcia.

PRO E CONTRO

La parte più importante è senza dubbio la guida. Quando sei in movimento, tutto quello che ti interessa è che il dispositivo risponda subito, che la mappa non scatti, che Siri o Google Assistant capiscano al primo colpo.
E il Carpodgo T3 Pro fa esattamente questo: non ti fa pensare alla tecnologia, ti fa tenere gli occhi puntati sulla strada.

Un dettaglio tecnico che ho apprezzato molto è il sensore di luminosità ambientale. Non è un semplice “dimmer”: è un sensore che legge la luce in tempo reale e regola la retroilluminazione in modo progressivo, senza salti bruschi. Di notte, lo schermo si abbassa in modo naturale, evitando quell’effetto “faro puntato in faccia” che molti display aftermarket hanno.

Sul fronte termico, il T3 Pro si comporta bene. Dopo un’ora di utilizzo sotto il sole, la scocca si scalda ma non va mai in surriscaldamento. Merito della dissipazione passiva ben progettata e del fatto che il sistema Linux non satura mai la CPU con processi inutili.

In conclusione il Carpodgo T3 Pro non è un prodotto economico, e non vuole esserlo. È pensato per chi vuole un’esperienza vicina a quella di un prodotto OEM senza smontare mezza plancia potendolo smontare e spostare senza alcuno sforzo. Insomma si tratta di un dispositivo che non solo funziona, ma funziona bene, con una cura tecnica che si percepisce ogni volta che lo accendi, è vero il prezzo è leggermente superiore a quello di diversi competitor ma credo che per quello che offre ne valga la pena.

Nuovo KGM Musso 2026: Anteprima

Ci sono voluti quasi sei mesi per vedere il nuovo KGM Musso, una delle prime novità del 2026, un pick-up che vanta importanti qualità e non solo dal punto di vista del design.

Sono passati poco più di quattro mesi da quando i coreani di KGM hanno anticipato l’arrivo della nuova generazione di uno dei loro modelli più importanti. L’azienda sta rinnovando gradualmente la gamma di prodotti ereditata dalla vecchia SsangYong, con la quale ha sempre meno a che fare, e nella quale l’elettrificazione è diventata uno dei pilastri fondamentali, praticamente a tutti i livelli. Il nuovo KGM Torres Actyon ne è un buon esempio, ed è l’ultima aggiunta alla gamma. Verso la fine dello scorso anno, la nuova generazione del Musso è stata annunciata mostrando solo la parte anteriore di un pick-up che, chiaramente, lasciava già intravedere un importante progresso nel design, uno stile che è stato appena svelato completamente e che non lascia spazio a dubbi. Il salto estetico tra questo nuovo Musso e il vecchio è davvero abissale, con un aspetto più grezzo e un’aria importante che ricorda un altro rivale coreano come il KIA Tasman.

INTERNI E TECNOLOGIE

Il frontale trasuda modernità, con i fari principali posizionati verticalmente e incorniciati da luci diurne a LED che si estendono trasversalmente fino all’estremità opposta seguendo le cinque fessure della griglia del radiatore. Anche il nome del modello segue la tendenza di altri produttori, riportato con tutte le lettere sul bordo del cofano, mentre tre ampie lamelle costituiscono la griglia del radiatore.

KGM non ha mostrato la parte posteriore, ma si sa che anche questo nuovo Musso segue la stessa tendenza di altri concorrenti e punta sulla configurazione a doppia cabina con un grande cassone di carico, basata sulla classica struttura del telaio a scala, tipica dei fuoristrada più robusti sul mercato come il lussuoso Land Cruiser che rimane fedele alle sue origini, e che non solo gli consentono di avere una grande capacità dinamica fuori dall’asfalto, ma anche di carico.

DATI TECNICI

Il nuovo KGM Musso sarà offerto in due lunghezze, una corta di 5,15 metri e una lunga di 5,46 metri. La prima con un passo che arriva a 3,1 metri e la seconda con poco più di 3,2 metri. I dati relativi al volume di carico nel cassone posteriore non sono noti, ma l’interno offre spazio per cinque passeggeri, con una panca a tre posti nella parte posteriore e un posto di guida che, come potete vedere, non rinuncia a nulla.
KGM ha una Musso elettrica con un design proprio, che si distingue chiaramente da questa nuova variante a combustione che sarà venduta in mercati selezionati con motori a benzina da 2,0 litri e una potenza massima di 202 CV e diesel da 2,2 litri e 217 CV. Il marchio ha strutturato la gamma come quella delle autovetture, ponendo il nuovo Musso Largo come modello di punta e, quindi, disponibile solo con trazione integrale, mentre il modello corto è venduto sia con questo sistema che con trazione posteriore. I prezzi non sono stati comunicati, ma per ora l’azienda non ha intenzione di vendere questo modello in questa regione del mondo, al contrario del Musso elettrico.

Nuova Renault Filante 2026: Anteprima Teaser

La nuova Renault Filante è pronta ad unirsi alla gamma del marchio.

L’azienda francese ha deciso di lanciare un nuovo SUV che dovrebbe occupare una nicchia nel segmento E. Si prevede che sarà basato sulla piattaforma su cui poggiano alcuni modelli Geely, Volvo e Polestar.

La partnership tra il gruppo francese Renault e la holding cinese Geely è stata resa nota alcuni anni fa: Geely ha acquistato il 34% della filiale coreana di Renault. Uno dei progetti congiunti più importanti è stato il lancio del crossover Renault Grand Koleos, basato sulla Geely Monjaro (venduta in Cina con il nome di Geely Xingyue L) . Ricordiamo che inizialmente l’auto, prodotta nello stabilimento di Busan, era un’esclusiva per la Corea del Sud, ma in seguito il modello è stato lanciato anche su altri mercati: in Medio Oriente (con il semplice nome di Koleos), poi nei paesi dell’America Latina; nei piani c’è un’ulteriore espansione geografica che non riguarda l’Europa.
Ora l’ufficio stampa del gruppo francese ha parlato del nuovo crossover, la cui produzione sarà anch’essa avviata nello stabilimento di Busan. L’azienda ha sottolineato che inizialmente si prevede di venderlo solo in Corea, ma in seguito la novità diventerà globale (anche se, molto probabilmente, non arriverà sulle strade europee).

IL SUV XXL

Secondo l’annuncio odierno, il nuovo modello sarà commercializzato con il nome di Renault Filante. Il nome è un riferimento all’auto da corsa monoposto Renault Étoile Filante (che dal francese significa “meteora”, “stella cadente”), presentata nel 1956. L’azienda ha sottolineato che il nuovo crossover entrerà nel segmento E. La presentazione ufficiale di questo SUV avrà luogo a Seul il 13 gennaio 2026.
La futura novità è apparsa solo in un paio di teaser, entrambi di profilo. Si può vedere che la Renault Filante avrà una linea del tetto leggermente inclinata, un’antenna a “pinna di squalo”, uno spoiler nella parte superiore del portellone posteriore, luci orizzontali e fari anteriori dalla forma complessa, con elementi a “L” e tratti. L’abitacolo non è stato ancora mostrato, nemmeno in parte, ma l’azienda ha sottolineato che sarà orientato al comfort del conducente e dei passeggeri.

Non ci sono ancora informazioni ufficiali sulle caratteristiche tecniche. Secondo i dati preliminari, la Renault Filante sarà basata sulla piattaforma CMA (Compact Modular Architecture), su cui si basano alcuni modelli dei marchi Geely, Volvo e Polestar. Il telaio è progettato sia per motori a combustione interna che per ibridi, nonché per veicoli completamente elettrici.

Nel frattempo, il modello che è diventato il “donatore” per la Renault Grand Koleos ha subito un restyling lo scorso autunno. Nel corso di tale aggiornamento, la Geely Xingyue L / Monjaro ha subito modifiche minime all’esterno, mentre all’interno è stato installato un nuovo cruscotto con due grandi display. Inoltre, questo SUV ha ricevuto un sistema avanzato di assistenza alla guida e una versione più potente del motore da 2,0 litri.

Vale la pena notare che la Geely Monjaro è presente anche sul mercato russo. Alla fine dello scorso anno sono iniziate le vendite di una versione speciale denominata Flagship SE. Questo SUV si distingue per il design degli interni e, inoltre, i modelli hanno ampliato la lista delle dotazioni.

Nuova Tesla Model Y 2026: Aggiornamenti in Cina

Dopo il debutto della Tesla Model Y L in Cina, il marchio americano ha aggiornato la versione a cinque posti della Model Y 2025 per il mercato cinese, introducendo aggiornamenti alle dotazioni che erano stati inizialmente presentati sulla versione a sei posti con passo lungo.

Per la Model Y a cinque posti in Cina, ciò significa un leggero aumento delle dimensioni dello schermo centrale da 15,4 pollici a 16 pollici, presente sulla Model Y L a tre file, mentre il rivestimento interno del tetto e dei montanti è ora disponibile in nero, applicabile sia alla combinazione di colori interna nera che a quella bianca e nera.

Il touchscreen centrale da 16 pollici nella parte anteriore dell’abitacolo del Model Y a cinque posti 2026 è completato da un’unità da otto pollici per gli occupanti della seconda fila. Sulla Model Y L a sei posti, l’impianto audio è composto da 18 altoparlanti e un subwoofer situato nella console centrale, mentre la versione a tre file della Model Y è dotata anche di ricarica simultanea wireless dei dispositivi con raffreddamento ad aria fino a 50 W e 30 W.

DATI TECNICI E MOTORI

La Tesla Model Y 2026 a cinque posti in Cina è disponibile in tre varianti: la versione base a trazione posteriore con un’autonomia di 593 km nel ciclo di prova CLTC cinese, in grado di accelerare da 0 a 100 km/h in 5,9 secondi e di raggiungere una velocità massima di 201 km/h, la versione a trazione posteriore a lungo raggio (821 km CLTC) in grado di accelerare da 0 a 100 km/h in 5,6 secondi e la versione a trazione integrale a lungo raggio (750 km CLTC) che accelera da 0 a 100 km/h in 4,3 secondi.

Come per la Model Y L a sei posti, il Model Y 2026 a cinque posti in Cina può essere personalizzato con una scelta di finiture di verniciatura che vanno da 8.000 yuan a 12.000 yuan, i cerchi in lega standard da 19 pollici possono essere aggiornati a quelli da 20 pollici a 8.000 yuan e gli interni bicolore premium sono disponibili anch’essi a 8.000 yuan; sono inoltre disponibili due livelli di pacchetti di guida assistita a 32.000 yuan e 64.000 yuan.

In Cina, il prezzo della Tesla Model Y 2026 parte da 263.500 yuan (circa 32.191€) per la versione base a trazione posteriore, passa a 288.500 yuan per la versione a trazione posteriore a lungo raggio, fino a 313.500 yuan per la variante a trazione integrale a lungo raggio; il suddetto Model Y L è il modello di punta della gamma con un prezzo di 339.000 yuan (circa 41.415€).

Volkswagen ID.Polo 2026: interni senza veli

Il design degli interni della prossima Volkswagen ID.Polo richiama la prima VW Golf. La cinque porte sarà in vendita nella primavera del 2026.

Il marchio Volkswagen nei prossimi mesi presenterà ufficialmente la nuova hatchback. Si baserà sul concept debuttato nel marzo 2023 e denominato Volkswagen ID.2all. Per ora, il produttore tedesco continua a mantenere segreto l’aspetto esteriore della cinque porte di serie, nascondendola dietro una pellicola mimetica, ma l’abitacolo non è più un segreto.
È già noto che alla hatchback di serie verrà assegnato il nome ID. Polo e che avrà anche una versione “potenziata”: ID. Polo GTI. A giudicare dalle foto ufficiali degli interni, l’azienda ha ascoltato i clienti e ha deciso di reintrodurre i pulsanti fisici nell’abitacolo: sono visibili sia sul volante multifunzione appiattito su entrambi i lati, sia sul cruscotto, sulla console centrale e sulle portiere. VW ha sottolineato che i pulsanti fisici appariranno in seguito anche su altri modelli del marchio, anche nel corso dell’aggiornamento.

INTERNI E TECNOLOGIA

Nell’abitacolo della ID. Polo, sul cruscotto davanti al conducente si trova un display orizzontale separato che funge da quadro strumenti virtuale, con una diagonale di 10,25 pollici. Ha una grafica retrò che rimanda alla prima Volkswagen Golf. Al centro del pannello frontale è installato uno schermo touchscreen da 13 pollici del sistema di informazione e intrattenimento. Sul tunnel centrale è presente una manopola che consente di regolare il volume e selezionare un brano o una stazione.

L’abitacolo è rivestito in tessuto realizzato con materiali riciclati, compresi il pannello frontale, il tunnel centrale e le carte delle porte. Sui pedali dell’acceleratore e del freno sono stati mantenuti i simboli di riproduzione e pausa, rispettivamente. Tra i sedili anteriori sono visibili anche i portabicchieri e un dispositivo per la ricarica wireless degli smartphone.

DATI TECNICI

Come abbiamo anticipato, la Volkswagen ID. Polo sarà basata sulla piattaforma MEB+ modernizzata. In termini di dimensioni, la cinque porte di serie non differisce praticamente dal concept ID. 2all. La lunghezza della hatchback di serie è di 4053 mm (3 mm in più rispetto alla show car), la larghezza è di 1816 mm (4 mm in più), l’altezza è di 1530 mm (analoga) e la distanza tra gli assi è di 2600 mm (uguale a quella del concept).

A titolo di confronto, le dimensioni dell’attuale Polo sulla piattaforma MQB sono 4074 x 1751 x 1451 mm, con un passo di 2552 mm.

Mazda CX‑80: prova su strada del SUV a 7 posti che devi conoscere

La nuova Mazda CX‑80 è il SUV più grande e ambizioso mai realizzato dal marchio giapponese. In questo video la mettiamo alla prova su strada per scoprire comfort, prestazioni, consumi e tecnologia del modello che punta a rivoluzionare il segmento dei 7 posti premium.

Sotto il cofano troviamo il motore ibrido plug‑in (PHEV), composto da un 2.5 benzina aspirato a ciclo Atkinson abbinato a un motore elettrico e a una batteria da 17,8 kWh. Il sistema eroga 327 CV e 500 Nm, garantendo partenze in elettrico fluide, ottima spinta in modalità ibrida e un’autonomia EV ideale per gli spostamenti quotidiani. Analizziamo nel dettaglio modalità di guida, gestione dell’energia, consumi reali e comportamento del powertrain nelle diverse condizioni di utilizzo.

Dalla piattaforma a trazione posteriore alla qualità degli interni, passando per ADAS e infotainment, valutiamo tutto ciò che c’è da sapere sulla CX‑80 per capire se è davvero la Mazda più matura e completa di sempre.

Nuova BMW M5 2026: Rendering Totale

Ecc l’aspetto definitivo del restyling di BMW M5 nei rendering di Kolesa.ru.

La casa automobilistica tedesca sta preparando un aggiornamento su larga scala per la sua berlina sportiva e, grazie alle recenti foto spia, abbiamo la possibilità di farci un’idea più precisa del suo aspetto esteriore.

La versione più potente della quinta serie risale al 1984, quando apparve la prima generazione della berlina basata sulla carrozzeria E28. L’attuale M5, realizzata sulla base della “cinque” dell’ottava generazione con indice di fabbrica G60, è stata presentata nell’estate del 2024. Sembrerebbe che sia passato poco tempo, ma BMW sta già testando da tempo i prototipi del modello restyling.

I nostri primi rendering sono stati realizzati quasi un anno fa, ma ora abbiamo a disposizione nuove foto spia che mostrano i nuovi dettagli della berlina sportiva restyling. I cambiamenti più evidenti avverranno nella parte anteriore: qui apparirà una parte anteriore completamente nuova nello stile attuale del marchio chiamato Neue Klasse, di cui faranno parte i caratteristici fari con luci di marcia diagonali. Gli ultimi prototipi (compresa la normale serie 5) hanno ricevuto elementi aggiuntivi simili alle classiche “narici” della griglia del radiatore, che si riflettono nel nostro rendering. Tuttavia, c’è chi ritiene che si tratti semplicemente di un camuffamento, volto a confondere chi desidera riconoscere l’aspetto della berlina rinnovata, quindi abbiamo anche raffigurato una versione senza queste “narici” (quale versione preferite? Scrivetelo nei commenti). Per quanto riguarda la parte posteriore, il cambiamento più evidente (e forse l’unico) sarà la grafica rivisitata dei fanali, che ora saranno realizzati sotto forma di un’unica linea orizzontale stretta che si allarga ai bordi.

Rendering Kolesa.ru

MOTORI E DATI TECNICI

Come la berlina sportiva della generazione precedente con indice di fabbrica F90, l’attuale M5 (G90) è realizzata sulla piattaforma modulare CLAR.

È dotata di un propulsore ibrido composto da un motore biturbo V8 a benzina da 4,4 litri (585 CV, 750 Nm) e un motore elettrico da 197 CV (280 Nm). La potenza complessiva del sistema è pari a 727 CV, con una coppia massima di 1000 Nm. La berlina è dotata di cambio automatico a 8 rapporti e trazione integrale M xDrive. Probabilmente, nel corso del restyling, alla più potente delle “cinque” verrà aggiunta un po’ di potenza in più per contrastare con maggiore successo i futuri concorrenti, tra cui la prima berlina di serie Audi RS6 di nuova generazione dopo molto tempo.

Non si può non menzionare il peso considerevole del modello, che nell’attuale generazione è di 2445 kg, superiore di 474 kg rispetto al precedente M5.