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Honda NSX il restmood da sogno

La Honda NSX originale (Acura in America) degli anni ’90 si è da tempo assicurata un posto tra i classici moderni grazie al suo design senza tempo e alla sua ingegneria all’avanguardia, oltre che per essere stata sviluppata con il contributo nientemeno che del leggendario Ayrton Senna. Ciononostante, il forte seguito di appassionati dell’auto ha portato naturalmente a un flusso costante di modelli personalizzati, con i tuner che continuano a sviluppare parti che reinterpretano l’icona del motore centrale.

Uno degli ultimi progetti proviene da Autotique, un’azienda di tuning relativamente nuova con sede in Australia, che ha creato una nuova versione della NSX un tempo preferita da Ayrton Senna. L’azienda offre due kit carrozzeria distinti per la NSX: il Widebody e l’OEM Plus. Entrambi i kit hanno fatto il loro debutto pubblico al salone Session AU tenutosi a Sydney, in Australia, questo mese.

In primo piano nella vetrina c’era la NSX Widebody, originariamente disegnata da Piston Zero, un designer automobilistico freelance con sede in Norvegia. Dopo aver prodotto i primi rendering, il progetto è passato nelle mani di Mozy, un designer e costruttore thailandese che ha realizzato il prototipo. Da lì, Autotique ha preso il testimone, preparando il design per la produzione in piccola serie.

La trasformazione è radicale. La maggior parte dei pannelli esterni della NSX sono stati sostituiti con componenti su misura, conferendo all’auto un aspetto più esotico da supercar. I fari a scomparsa originali, le portiere, il cofano e il tetto sono tra le poche parti rimaste invariate. In particolare, Autotique ha scelto la NSX precedente (1990-2001) come base, tralasciando il modello rinnovato prodotto dal 2001 al 2006.
Nella parte anteriore, l’auto è dotata di un paraurti personalizzato con prese d’aria di raffreddamento allargate, luci diurne a LED sottili e uno splitter prominente. Lungo i lati, i parafanghi allargati e le minigonne riviste migliorano l’assetto dell’auto. L’auto da esposizione monta cerchi in lega aftermarket con pneumatici a profilo estremamente ribassato e ha un assetto notevolmente più basso rispetto al modello di serie.

Altro: Chi ha bisogno di una Lamborghini quando una Honda può valere oltre 1 milione di dollari?

Nella parte posteriore, la NSX Widebody sostituisce i fanali posteriori a tutta larghezza dell’originale con un nuovo set di unità aftermarket con grafica a LED e finitura oscurata. Il paraurti posteriore è stato rimodellato per adattarsi ai parafanghi più larghi e incorpora un grande diffusore affiancato da doppi terminali di scarico.

Un’estensione fissa dell‘alettone posteriore, ora in tinta con la carrozzeria, completa il design. La struttura rimane in gran parte fedele ai rendering originali, anche se alcuni dettagli come i badge Honda, il cofano ventilato e le alette anteriori mancano dal prototipo finale.

IL MOSTRO HONDA

Gli acquirenti che preferiscono un look meno aggressivo possono optare per la NSX OEM Plus. Questa versione presenta un paraurti anteriore rielaborato con prese d’aria riviste, un cofano leggermente rialzato, minigonne laterali estese e un’estensione del paraurti posteriore. Sebbene lo stile complessivo sia più sobrio, aggiorna comunque la NSX con un tocco contemporaneo.

Autotique non offre alcun aggiornamento delle prestazioni o del telaio per la NSX, il che significa che gli interessati dovranno cercare altrove. Ciò significa che la NSX mantiene il suo V6 aspirato da 3,0 litri con VTEC di serie, montato dietro i sedili, che eroga 270 CV (201 kW / 274 PS) e 210 lb-ft (285 Nm) di coppia.

Il tuner prevede di aprire presto gli ordini per entrambi i kit, anche se i dettagli sui prezzi non sono ancora stati resi noti. Resta da vedere se i proprietari saranno disposti a modificare i modelli NSX, il cui valore è in costante aumento, soprattutto considerando che gli esemplari di serie continuano a salire di prezzo sul mercato dei collezionisti.

Mitsubishi non vende e dice addio alla Cina

“In risposta alla rapida trasformazione dell’industria automobilistica cinese”, Mitsubishi Motors ha cessato la propria attività nel settore dei motori presso lo stabilimento Shenyang Aerospace Mitsubishi Motors Engine Manufacturing (SAME) in Cina e la partnership in joint venture.

SAME è stata fondata nell’agosto 1997 e dal 1998 fornisce motori a Mitsubishi e ad altre case automobilistiche cinesi. Con questo sviluppo, Mitsubishi Motors non è più presente nel più grande mercato automobilistico del mondo, avendo cessato la produzione di automobili in Cina due anni fa.

ADDIO ALLA CINA

Secondo Car News China, la storia del marchio giapponese in Cina è iniziata nel 1973 con l’esportazione di autocarri medi. All’inizio degli anni 2000, le sue due joint venture nel settore dei motori fornivano propulsori per circa il 30% dei veicoli prodotti sul mercato interno (ricordate la Chery Eastar, vero?).

Nel 2012 è nata la joint venture GAC-Mitsubishi, controllata al 50% da GAC, al 30% da Mitsubishi Motors e al 20% da Mitsubishi Corporation. Il 2018 è stato l’anno di massimo splendore, con 144.000 unità vendute, di cui 105.600 Outlander, ma solo quattro anni dopo le vendite sono crollate a 33.600 unità e nell’ottobre 2023 la produzione e le attività di Mitsubishi a Changsha sono state vendute a GAC Aion.

Maserati prepara una nuova supercar a benzina

Maserati, dopo averci provato con le auto elettriche, ha deciso di tornare ai valori tradizionali dell’auto e sta preparando una super sportiva in serie limitata per chi ama la guida analogica, che avrà un motore a benzina V6 Nettuno e un cambio manuale. Una vettura sportiva simile potrebbe essere lanciata anche con il marchio Alfa Romeo.

Maserati sta attraversando una crisi dovuta al fatto che la strategia di elettrificazione imposta dalla dirigenza di Stellantis si è rivelata non praticabile e non esiste ancora un nuovo piano di sviluppo. L’anno scorso Maserati ha detto addio a ben tre modelli: Ghibli, Levante e Quattroporte. Non ci sarà una nuova Ghibli, i successori di Levante e Quattroporte sono stati rinviati a tempo indeterminato e il progetto della supercar elettrica MC20 Folgore è stato cancellato. Attualmente Stellantis sta cercando di definire un nuovo ruolo per Maserati sul mercato, assumendo anche consulenti esterni, mentre le prossime novità del marchio italiano saranno derivate dai modelli già esistenti.
Una di queste novità, secondo la rivista britannica Autocar, sarà una GT in piccola serie basata sull’attuale coupé GranTurismo di seconda generazione con motore anteriore, che sarà resa più esclusiva grazie al nuovo design e alle finiture più lussuose, mentre il motore V6 Nettuno da 3,0 litri di propria concezione sarà abbinato per la prima volta al cambio manuale. Tutte le versioni della Maserati GranTurismo con V6 Nettuno sono attualmente equipaggiate con un cambio automatico idromeccanico a 8 rapporti prodotto da ZF e hanno la trazione integrale.

Maserati GranTurismo Trofeo
Il responsabile dello sviluppo Maserati Davide Danesin ha ammesso in un’intervista ad Autocar che i clienti sono delusi dalle auto elettriche e ora sono disposti a pagare per le auto sportive a benzina della vecchia scuola, che coinvolgono al massimo il guidatore nella guida. I colleghi britannici si aspettano che Maserati presenti una vettura sportiva in piccola serie con cambio manuale il prossimo anno, in occasione del centenario del primo modello Maserati, la Tipo 26 da corsa con motore 8 cilindri in linea da 1,5 litri. Il V6 Nettuno sulla nuova auto sportiva potrebbe essere nuovamente potenziato, attualmente eroga una potenza massima di 640 CV sulla coupé Maserati GT2 Stradale con motore centrale e non più di 550 CV sulla Maserati GranTurismo Trofeo con motore anteriore. Davide Danesin considera giustamente il V6 Nettuno uno sviluppo molto riuscito, questo motore con Maserati durerà a lungo e sarà adattato alle imminenti norme ambientali Euro 7.

LA NUOVA MASERATI

A sua volta, l’amministratore delegato di Maserati, Santo Ficili, in una conversazione con Autocar ha accennato al fatto che la futura auto sportiva analogica Maserati potrebbe avere una parente con il marchio Alfa Romeo, dicendo che Maserati ha prodotto nella sua fabbrica di Modena l’Alfa Romeo 8C Competizione e l’Alfa Romeo 4C, quindi perché non continuare la collaborazione reciprocamente vantaggiosa con un nuovo modello? La supercar Alfa Romeo 33 Stradale, presentata due anni fa in piccola serie, è un derivato della Maserati MC20, anche se l’ufficio stampa dell’Alfa Romeo nega per qualche motivo questo fatto evidente.

Aggiungiamo che i modelli esclusivi in piccola serie e pezzi unici rappresentano oggi una parte significativa dei ricavi di Ferrari, Lamborghini, Porsche, Rolls-Royce, Bentley e Bugatti. Maserati avrebbe dovuto tentare la fortuna in questo settore già da tempo, invece di inseguire grandi tirature e seguire ciecamente l’agenda ecologica europea.

Nuovo Mercedes-Benz VLE 2025: Anteprima

Il debutto del Mercedes-Benz VLE, basato sulla nuova piattaforma modulare VAN.EA, è previsto per il 2026.

I modelli Mercedes-Benz V-Class e Vito di terza generazione sono stati lanciati sul mercato nel 2014 e hanno subito il primo aggiornamento nel 2019. Nello stesso anno, il produttore tedesco ha presentato le versioni di serie completamente elettriche dei modelli, che hanno ricevuto nomi propri: il minivan ha ricevuto l’indice EQV, mentre il furgone è stato denominato e-Vito.

Nel 2023 ha avuto luogo il debutto della famiglia aggiornata al completo. Ad oggi, l’azienda continua a sviluppare una nuova generazione di furgoni.
Come riportato in precedenza da Kolesa.ru, i tedeschi hanno deciso di dividere il segmento dei minivan in due classi di status: la famiglia “junior” – VLE – sarà composta da furgoni familiari e commerciali, nonché da camper, mentre la famiglia “senior” – VLS – comprenderà diverse versioni di lussuosi shuttle VIP. Ricordiamo che nella primavera di quest’anno il marchio ha presentato il precursore del VLS, il cui ruolo è stato svolto dal concept Mercedes-Benz Vision V, che ha debuttato in Cina.

In precedenza, Mercedes-Benz aveva riferito che, nell’ambito dei test su strada, i prototipi VLE avevano percorso la distanza da Stoccarda a Roma attraverso le Alpi.

La lunghezza del percorso era di 1090 km, e i furgoni elettrici hanno avuto bisogno solo di un paio di soste per ricaricarsi, ciascuna delle quali è durata 15 minuti.

Il produttore non ha ancora rivelato la capacità della batteria di trazione né l’autonomia massima, ma c’è da aspettarsi che l’autonomia sarà superiore a quella dell’attuale EQV, pari a 374 km (calcolata secondo il ciclo WLTP).

BUSINESS CLASS SU STRADA

Ora il produttore ha pubblicato una serie di nuove immagini del prototipo camuffato Mercedes-Benz VLE e ha parlato anche di altri test effettuati. Il minivan è stato sottoposto a prove di velocità sulla pista di Nardo (nel sud Italia). Qui gli sviluppatori hanno potuto ottimizzare le impostazioni del motore elettrico, perfezionare i processi di recupero, migliorare la termoregolazione e studiare lo sterzo dell’asse posteriore.
Inoltre, il prototipo della futura novità è stato inviato in una galleria del vento. L’azienda non è ancora pronta a rivelare il coefficiente di resistenza aerodinamica, ma lo definisce “impressionante”. Mercedes-Benz ha sottolineato che ciò è favorito dal design esterno con una linea del tetto piatta che sfuma gradualmente in uno spoiler arrotondato nella parte superiore del portellone posteriore.

È noto che i nuovi furgoni Mercedes-Benz saranno basati sulla piattaforma modulare VAN.EA (Van Electric Architecture), che sarà comune a tutti i futuri veicoli commerciali leggeri elettrici del marchio. Ricordiamo che questa “carrellata” è unificata per circa il 70% con la nuova piattaforma “termica” VAN.CA (Van Combustion Architecture).

Queste costituiranno la base dei furgoni e dei furgoncini passeggeri di medie e grandi dimensioni. Da notare che il marchio non ha in programma di produrre nuovi veicoli compatti: la produzione degli attuali Mercedes-Benz Citan / eCitan / T-Class / EQT sulla piattaforma Renault terminerà a metà del prossimo anno e non ci saranno successori.

Nuova DS N°7 2026: Anteprima Rendering

La nuova DS N°7 è ad un passo dal lancio commerciale sul mercato.

Dal punto di vista stilistico, il SUV si ispira ampiamente alla DS N°8, in particolare nella parte anteriore, dove ritroviamo l’ampia calandra illuminata e la stessa firma luminosa un po’ intimidatoria. Integra fari triangolari e affusolati con grandi e sottili barre LED verticali che fungono da luci diurne. Come ci si aspetta da DS, il profilo è teso e mescola spigoli quasi sporgenti con grandi superfici piatte e lisce. Un mix di generi che rende originali i modelli DS e che piace a Thierry Métroz, il designer della casa.

Da notare, tuttavia, che la N°7 punta su un look più consensuale e meno barocco rispetto alla N°8, dal fisico diciamo più… atipico. È risaputo che gli acquirenti del segmento premium amano la raffinatezza, ma rimangono piuttosto classici in fatto di design.

Sul retro, si notano gruppi ottici disegnati a specchio rispetto ai fari anteriori, anch’essi assottigliati e allungati sia in altezza che in larghezza. Il portellone, molto liscio, è sormontato da un lunotto inclinato, a sua volta sovrastato da uno spoiler piuttosto avvolgente. Come per la DS N°8, è stato fatto un grande lavoro sull’aerodinamica. La N°7 dovrebbe infatti riprendere le alette attive poste sotto la calandra, utili per regolare al meglio il flusso d’aria e il raffreddamento. Infine, per un tocco di eleganza, addio alle cromature (Thierry Métroz non le vuole più sui “suoi” modelli), spazio invece a una verniciatura bicolore che ingloba il tetto e il cofano. Come sulla N°8, la tinta nera sul cofano sarà applicata tramite un nuovo procedimento chiamato “Paint Jet”, che funziona come una stampante con un ugello ultra-preciso. Questa tecnica consente di evitare solventi e cottura.


Interni chic e tecnologici

All’interno, anche se non sono ancora trapelate immagini dell’abitacolo della DS N°7, si sa che riprenderà l’architettura della N°8. Il SUV punterà quindi su una presentazione raffinata, sobria e tecnologica. Rispetto alle precedenti DS, l’atmosfera sarà meno barocca. Tuttavia, tra il volante a X, l’integrazione delle bocchette d’aria e degli altoparlanti, si capirà subito di essere a bordo di una DS. Naturalmente, la scelta dei materiali e la cura delle finiture dovrebbero essere all’altezza delle ambizioni premium del SUV. Attenzione però a migliorare ulteriormente rispetto alla N°8, per non deludere i più esigenti con plastiche poco pregiate o assemblaggi imprecisi.

Rendering Largus.fr

INTERNI E TECNOLOGIE

Dotata di un quadro strumenti digitale da 10,25”, uno schermo centrale da 16” e un head-up display esteso, la DS N°7 farà felici gli appassionati di tecnologia. Al contrario, chi ama i comandi fisici potrebbe storcere il naso per la scelta del tutto touch. Con un passo aumentato, l’abitabilità dovrebbe migliorare, offrendo spazio sufficiente ai passeggeri posteriori e un bagagliaio capiente per una famiglia.

Il comfort resterà uno dei punti forti, grazie al sistema DS Active Scan Suspension, una telecamera sul parabrezza che “legge” la strada per adattare l’ammortizzazione. Già presente sulla DS7 attuale, è stato ulteriormente migliorato sulla N°8.

DATI TECNICI E MOTORI

Grazie alla piattaforma STLA Medium, la DS N°7 potrà offrire versioni 100% elettriche e ibride. Dovrebbe adottare le motorizzazioni del Citroën C5 Aircross e del Peugeot 3008: in versione a trazione anteriore, due varianti da 210 e 230 CV con batterie da 73 e 97 kWh; in versione 4×4, una variante da 325 CV con batteria da 73 kWh. Tuttavia, essendo un modello premium, potrebbe proporre potenze superiori, come la N°8 che offre fino a 375 CV. A differenza della N°8, la N°7 disporrà fin da subito di motori termici elettrificati: un 3 cilindri 1.2 micro-ibrido da 145 CV con cambio automatico e-DCS6, e un 1.6 PHEV da 195 CV con trasmissione e-DCS7. Non sarà invece disponibile il diesel 1.5 BlueHDi da 130 CV.

Pur essendo il fiore all’occhiello del marchio francese DS Automobiles, la N°7 non sarà assemblata in Francia. Se l’attuale DS7 è prodotta a Mulhouse, la nuova N°7 sarà “made in Italy”, nello stabilimento di Melfi, accanto alla N°8 e alla futura Lancia Gamma. Una scelta strategica di Stellantis per ottimizzare i costi di produzione, dato che i tre modelli condividono la stessa piattaforma e molti componenti.

La DS N°7 sarà presentata al pubblico al Salone di Bruxelles dal 9 al 18 gennaio 2026, con commercializzazione prevista per la primavera dello stesso anno. I prezzi non sono ancora ufficiali, ma si stima che partiranno da almeno 50.000 € per la versione base, considerando che la DS7 attuale parte da 51.850 €.

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Peter Monteverdi: la storia del nobile piazzista di sogni a quattro ruote

Ci sono secondo me storie “didascaliche” che partono, molto banalmente, dalla morale insita nel termine “Nomen Omen”. 

Cioè, est modus in nomen” oserei dire. Insomma, così come il successo ed il destino di tanti eroi della Tv derivano dalla trasformazione del famoso nome dei tanti Cesare Cuticchiain Manuel Fantoni, così secondo me il cognome assonante ed allegorico segna il successo o meno di tantissime avventure automobilistiche che il tempo ci regala. 

Prendete la “Chiribiri” o la “Temperino”: nonostante il loro indubbio successo contemporaneo all’alba del Novecento, che percorso mediatico avrebbero avuto nel mercato auto dal secondo Dopoguerra ad oggi? 

E se Nikola Tesla, al contrario, si fosse buttato al suo tempo nella realizzazione di auto, sarebbe pervenuto al successo odierno di Mr. Elon

Ma potete metterla come volete: se un chiromante avesse letto la mano ad un adolescente Peter Monteverdi, anche qualora il giovane non avesse mai ancora deciso del suo futuro, quel chiromante avrebbe detto con sicurezza: “il tuo futuro è costruire auto da sogno”.

 

Peter nasce in Svizzera nel 1994 dal papà Rosolino che sposata Louise Hurnimann si trasferisce a Basilea per avviare un Garage di autoriparazione.

Peter, il predestinato. Fantasia, coraggio ma tanto affarismo

Una famiglia umile e dignitosa che viene apprezzata ed accolta nella comunità in cui Rosolino si applica alla riparazione di auto (ancora poche), mezzi a due ruote, camion e trattori. E piano piano cresce. Sarebbe automatico e immediato il legame tra l’attività paterna ed il futuro di Peter, ma al contrario non è un eventuale apprendistato in Officina ad avviare il ragazzo nel mondo dell’auto. Ma è la passione per le Corse a spingere la sera e nei weekend di sedicenne ad avviare la realizzazione in proprio di una piccola monoposto fatta in casa con rottami e componenti di Fiat 508 e 1100.Nel frattempo, frequentando un Istituto Tecnico Peter incontra Erst Bertschi che lo perfeziona nella formazione di alta meccanica. Inizia anche una buona esperienza agonistica per Peter che però trova la sua prima occupazione presso il Costruttore Vevey di trattori e quello di camion Adolph Saurer AG ad Arbon

Nel 1957 Peter sta già per compiere svolte importanti nella sua carriera e vita ma gli affetti lo richiamano ad un brutto risveglio. Suo padre Rosolino muore e al figlio tocca rilevare e riorganizzare l’officina paterna; è il tempo in cui Peter decide di cambiare decisamente strada e si rivolge al mercato delle auto sportive e di lusso, ai cui clienti Peter inizia a proporre il montaggio di Kit sportivi e la personalizzazione con accessori e tinteggiature speciali. Decisamente frenato dalla perplessità della madre, a sua volta contitolare della azienda di famiglia, il giovane intraprendente dopo un periodo davvero duro in cui crolla il pur esiguo cashflow dei trattori e non decolla quello delle auto, riesce con il suo ottimo carattere e la comunicativa ad ottenere convenzioni per l’assistenza di alcuni Marchi inglesi, e inizia gradatamente ad avvicinarsi all’idea di poter vendere prima o poi auto. Ed infatti riuscirà nel tempo ad eccellere nellacompravendita e nei mandati di vendita nel settore del prestigio a quattro ruote. Grazie alla sua capacità dialettica e strategica, alla passione ed alla ottima visione commerciale, gli è facile collezionare nel tempo mandati delle più prestigiose Case Costruttrici. 

Ma il suo obbiettivo è la Ferrari di cui ottiene il mandato nel 1957 proprio poco prima della morte del padre. Diventa il più giovane concessionario del Cavallino nella storia ma soprattutto affronta un primo breve periodo come costruttore in proprio (con il suo marchio “MBM”) di piccole monoposto da Pista per Formula Junior.

Alcune linee del destino sembrano davvero associare il buon Peter ad un altro avventuroso imprenditore artigianale dell’Auto sportiva: Henry Reisner di Intermeccanica. Nessuno sa davvero come e con chi sia riuscito Henry a creare quasi dal nulla nel 1961 quelle sue pestifere IMP 500 capaci di mettere in crisi le Abarth. 

E nessuno sa davvero con che mezzi e quale ispirazione ed obbiettivo Peter Monteverdi abbia rivolto il suo nuovo Marchio MBM a costruire le sua prime auto stradali (tra il 1960 ed il 1961) basate su carrozzerie o in scatola di montaggio ( vedi la “Tourismo” del 1961 su carrozzeria realizzata e distribuita da Heron Plastics di Greenwich/South East London e da cui aveva preso forma anche la “Diva GT”) oppure su struttura ben più articolata: è il caso della “misteriosa” MBM 1000 SP Osca. Realizzata interamente in alluminio battuto, è una opera talmente ben fatta e ad opera d’arte che non può essere stata realizzata senza l’opera di battilastra e lattonieri esperti. Segno dunque che o la factorydi papà Rosolino era attrezzata di tutto punto oppure che già all’epoca un pur giovanissimo Peter (ancora ventisettenne) aveva già instaurato una ottima rete di professionisti ed artigiani in Svizzera o, più probabile, in Italia. In effetti la motorizzazione OSCA 1100 – non facilissima da reperire sul mercato – potrebbe far pensare a questa ultima ipotesi.

Inizia la strada di Monteverdi nella creazione di sogni a quattro ruote

Quello che è certo, al giovane Peter è facile pensare in grande. Elaborando all’estremo un telaio di una sua Formula Junior, ed approfittando del nuovo regolamento di F1 che consente l’uso di motori da 1500 cc come per la F2, prende un motore Porsche Typ 547/3 – RSK a quattro cilindri sviluppato da Ernst Fruhrmann, iscrive la sua “MBM” FJ Porsche al Gran Premio di Germania al Nurburgring del 1961. Poco prima, aveva preso parte ad una Gara in Salita sul circuito di Solitude dove la FJ si ritira; Peter Monteverdi però il Gran Premio di Germania neppure lo vede: in attesa del Gran Premio del 6 Agosto, allettato dal montepremi e desideroso di fare esperienza per il Ring”, passa al Gran Premio “open” intitolato al Castello di Solitude (Stoccarda) del 23 Luglio 1961, sul circuito di Solitudering. Una sorta di Gara Open dove si erano iscritti fior fiore di campioni e dove Peter partì ultimo e rimase in gara pochi giri. Poi, di nuovo ad Hockenheim, stavolta in una Gara di F2, dove però Peter si infortuna di brutto e lascia per sempre le corse, lanciandosi alla grande nel lavoro della sua prestigiosa Concessionaria a Binningen.

Rappresentante Ferrari: il sogno di Peter per rilanciare la carriera sportiva

Però, pur prosperando con i nuovi mandati di Lancia, Jensen, Bentley-Rolls Royce e BMW, Peter Monteverdi riceve la classica porta in faccia proprio da Enzo Ferrari.

Siamo all’inizio degli anni Sessanta e forse pochi sanno, persino dentro Ferrari, di che crisi epocale e finanziaria sta affrontando il Cavallino Rampante; Enzo in persona è dunque deciso a chiedere ad alcuni Concessionari un nuovo tipo di rapporto commerciale per poter continuare a distribuire in maniera esclusiva le Ferrari: l’acquisto ogni anno di almeno 100 modelli di auto nuove e il loro pagamento in anticipo più un ulteriore impegno economico per il magazzino ricambi. 

Ovviamente la risposta di Peter è simmetrica, ed è un bel..:Ciao !! che arriva via Telex alla fine del 1964 Da quel momento il sogno Ferrari di Monteverdi ad Oberwilerstrasse14-20 di Binningen si chiude.

Ed è a questo punto che alla fine del 1965 matura in Monteverdi l’ispirazione di diventare un Costruttore auto, benchè alcune malelingue all’epoca ed anche dopo insinuino che alla base della decisione di Peter vi sia molto di più di un semplice confronto o scontro commerciale. In fondo nella posizione imprenditoriale del manager Svizzero il successo commerciale nella vendita delle Ferrari era perfettamente in linea con le rinnovate richieste della Ferrari, e dunque nonostante l’impegno economico l’appeal delle auto del Cavallino era tale da garantire un ottimi ROI nel medio periodo. 

Anzi, la presenza nello Showroom del Cavallino aumentava costantemente l’afflusso e la presenza di visitatori ed acquirenti anche verso gli altri Marchi rappresentati da Monteverdi.

Così, non mancano le malelingue che pensano qualcosa di profondamente diverso avvenuto tra Peter ed Enzo: dopo la fuga dei Dirigenti del 1961/1962, dopo il mistero “ASA” del 1963 e 1964, l’arrivo della pur iconica e leggendaria “GTO” non garantiva Ferrari né dalle “voci” di difficoltà finanziaria sempre più ricorrenti né da una sempre più arrembante concorrenza europea ed americana rappresentata da IsoRivolta, Bizzarrini, Intermeccanica, Jensen, ed altre. E guarda caso, il debutto della nuova “Monteverdi”parte subito dopo la iconica vittoria della Ford GT 40 sulla Ferrari a Le Mans del 1966, con la celebrazione dei V8 americani come simboli rappresentativi anche della migliore sportività in senso europeo. Dunque, possono trovare ragione le “veline” e le malizie sulla reale evidenza che avrebbe portato Peter Monteverdi a tentare la via della costruzione in proprio? Cioè il mare di soldi che il mercato del lusso a quattro ruote richiamava? Autoprove, si sa, lascia spazio a tutte le ipotesi.

Fatto sta che nel 1967 prende corpo la opera prima di Monteverdi Automobili: la “375 S High Speed”: socio d’affari Paul Berger, Designer Pietro Frua, Telaio a geometria tubolare in quadrello di acciaio realizzato in Germania, sospensioni con bracci triangolari davanti e ponte De Dion posteriore, ed il “cameo” del colossale motore V8 Chrysler da 7,2 litri e 375 Cv con cambio automatico Torqueflite. Un corpo vettura tutto sommato snello da 4,62 metri di lunghezza e 1,80 mt. di larghezza ma un peso colossale di 1805 Kg. 

Ciononostante le prestazioni dichiarate sono lusinghiere, all’altezza delle Supercar che intende sfidare. Il prototipo “opera prima” della 375 S è firmato da Pietro Frua e viene presentato al Salone di Francoforte del 1967 nello Stand di Auto Becker con una accoglienza davvero calorosa.

Tuttavia qualcosa si incrina nel rapporto tra Frua e Monteverdi: chi parla di divergenze gestionali (Pietro Fruaavrebbe suggerito a Peter di affidare la realizzazione delle 375 alla Carrozzeria Maggiora mentre Monteverdi stava decisamente orientandosi verso Rayton Fissore); chi di meri problemi contabili e di pagamento fatture; e chi infine vede più nascosta una guerra di Copyright tra Frua che realizza il taglio discriminante della “375 S” e tuttavia – effettivamente – una sorta di “rimaneggiamento operato successivamente da Fissore sul taglio del grande Pietro sia sulle versioni “L” che “4” della 375 originaria; ma quello che suggestiona davvero a distanza di anni è la coincidenza stilistica tra la versione ulteriore della “375 S High Speed” nominalmente di Fissore e la “AC 428” di Pietro Frua. E a quanto ne sappiamo e ricordiamo le diverse questioni hanno anche incontrato le scrivanie dei Giudici chiamati evidentemente a chiarire e dirimere questioni di Copyright. Il procedimento realizzativo, come schema fondante, era peraltro abbastanza complicato: il concetto tecnico e l’architettura generale delle Monteverdi fino alle “Safari” e “Sahara” contempla il vecchio benchèonorevole concetto del “Battilastra” applicato alle carrozzerie, dello chassis portante tubolare (e non monoscocca) su cui la “pelle” una volta stampata viene applicata sul telaio completo delle componenti. Un sistema romantico e certo speciale, dove l’opera manuale e la capacità artigianale erano alla base dell’attività di maestranze attive proprio presso i Carrozzieri di maggior storia e prestigio italiani. Su questo nulla da dire. Ma pensare che ancora alla fine degli anni Sessanta vi fosse un movimento continuo e totale di parti costitutive di ogni modello, tale che generalmente:

​-Il telaio poteva essere lavorato dalla Factory di Binningen ma più spesso si commissionava a officine specializzate in lavorazione metalli da cui l’opera saldata perveniva alla Monteverdi;

​-qui il telaio si assemblava con le componenti meccaniche fondamentali (motore Chrysler, cambio/differenziale/trasmissione, sospensioni, impianti);

​-Da qui il complesso telaio/componenti partiva per la carrozzeria destinataria della “pelle” e delle componenti esterne da applicare sullo Chassis;

-infine il “semilavorato” tornava alla base per il montaggio delle sellerie e degli interni curatissimi sempre che questa operazione non fosse stata compiuta dal Carrozziere.

Ebbene, insomma, procedure del genere all’alba di un processo di sempre più rapida industrializzazione e standardizzazione dei processi produttivi non giova certo alla Monteverdi, ma non dal lato della qualità. Ci mancherebbe, le fasi di lavorazione ed i controlli sulle Monteverdi realizzate sono di primo livello. Ma sono di altissimo livello anche i prezzi che investono, nel proseguio della Gamma Monteverdi, la “375/4 (Limousine davvero presidenziale spalla a spalla con Aston Martin Lagonda, Iso Rivolta Fidia e Mercedes “600”), la “375 S High Speed” mentre purtroppo, in una crisi energetica che si affaccia dai primi anni Settanta, i motori supercubati di Chrysler non si sposano ad una efficienza di consumi propriamente detta. 

Vero che i mercati elettivi delle Monteverdi sono il Medio Oriente, gli USA e i piani altissimi del Jet Set europeo che si può ancora permettere anche se in pochi fortunati il possesso di auto che bevono come idrovore.

Il problema però per Monteverdi è, prima della crisi energetica, il benchmark con concorrenti di settore e di profilo commerciale comparabile:

​-di fronte ad Iso Rivolta, ad Aston Martin ed alla neonata Lamborghini, la Monteverdi soffre di una minore “identità” e personalità generale del “Brand”;

​- rispetto alla concorrenza motoristica di Chevrolet con il mitico “Chevy 327” (il preferito senza appello dalla comunità degli automobilisti sportivi) o di Ford con il “Cleveland” le motorizzazioni Chrysler sono decisamente di profilo meno pregiato ed apprezzato (chiedere a Bristol e Jensen);

​-questo comporta, senza dover scomodare la concorrenza impossibile verso Ferrari, Maserati, Chevrolet, Jaguar, una certa “sudditanza” elettiva verso Marchi sportivi artigianali anche nati da poco come Bizzarrini o De Tomaso, rispetto ai quali Monteverdi neppure osa l’exploit sportivo

Ecco perché anche l’operazione “Hai 450” (la famosa Berlinetta a motore posteriore centrale) rimane un bel sogno nel cassetto: la mancanza di pedigree sportivo “applicato” e la nomea pregiudiziale del motore Chrysler portano rapidamente Peter a rimanere ancorato seppure con qualche difficoltà al settore del lusso sportivo. In parole povere, fosse sopravvissuta la “Facel Vega”, la Monteverdi avrebbe avuto una  concorrenza elettiva con Lei e basta.

Ed ecco anche perché, con la miglior benevolenza, si può ben dire che un pregio formale ed oggettivo di Monteverdi è di essere sopravvissuta, a differenza ad esempio di Iso Rivolta, Bizzarrini ed altri, alla tagliola della crisi petrolifera e socio economica. Ma il prezzo pagato è stato, da dopo il 1975, forse ancora più duro di un fallimento: è stato il rinnegamento di seè stesso da parte dello stesso Peter Monteverdi

A parte forse una vera e propria fesseria come la mancata produzione del vero e proprio coniglio dal cilindro di Peter, cioè quella straordinaria ed azzeccatissima “2000 GTI” sempre disegnata da Frua nel 1968 e realizzata in conceptunica che sarebbe stata davvero il Jolly vincente in un periodo in cui da inizio anni 70 avrebbe dato filo da torcere a diverse Coupè di taglio “Light”, la piega recessiva del mercato porta prima Monteverdi ad azzeccare una nuova intuizione con la proposta di un corpo vettura della RangeRover a quattro porte invece che a due (con coda polemica e giudiziaria tuttavia quasi comica tra Peter e Land Rover quando quest’ultima dopo la proposta di Monteverdi si trova ad inaugurare una vera e propria linea di 4 porte alla originaria versione a due.

Peter Monteverdi, fu vera gloria??? O la leggenda ha gonfiato troppo la storia?

Prima di continuare, una parentesi che spero condividerete: su Peter Monteverdi si è creata quel filone di curioso e poco sano fideismo che ha già abbracciato altri personaggi storici come Preston Tucker e John De Lorean, per intenderci.

Il concetto che ripeto è sempre lo stesso: va bene l’ammirazione per il Costruttore di Auto, ma alla fine il valore vero dell’opera di Monteverdi si deve valutare nel confronto con competitor del suo tempo.

Con risorse meno importanti di Peter, un genio come Reisnerha creato con Scaglione auto straordinarie come le Intermeccanica Italia ed Indra.

Con risorse ancora inferiori Giotto Bizzarrini da’ vita alla 5300 GT.

Con un supporto industriale di primo piano e capitali probabilmente superiori in disponibilità rispetto a Monteverdi il Commendatore di Desio Renzo Rivolta crea la leggenda delle Iso Rivolta e Lamborghini quella del Toro di Sant’Agata.

Per non parlare di De Tomaso, ma anche dei fratelli Jensen.

Se di fronte a questi esempi le Monteverdi Vi appaiono come bellissime auto degne di rappresentare il loro periodo perlomeno fino a metà anni Settanta, sono d’accordo.

Se però dovessi elencare dove il programma di Peter ha fatto acqua, impiegherei ore.

 

Di certo la distorsione dimensionale che Peter Monteverdi ha operato sul suo stesso Marchio durante solo quindici anni di vita è stata destabilizzante sia per la cristallizzazione di un “Branding” e di una identità chiarificatrice di una vera e propria Mission: dalla prima fase in cui Monteverdi si è proposta con una Gamma fondamentalmente concorrente di Iso Rivolta, Jensen, Aston Martin fino a (passando a realtà più industriali ed organizzate) Jaguar e Maserati; per poi immettere, nella fase acuta della crisi energetica, un profilo di “allestitore” di rango ma dalla visione un poco controversa: proporre versioni speciali di Range Rover a quattro porte poteva essere già di per sé un aristocratico azzardo, sebbene il filone delle personalizzazioni speciali sulle Range fosse all’epoca ben avviato ma di scarso volume produttivo.

Ma l’evoluzione commerciale della Monteverdi con la serie “Safari” e “Sahara” non fu un limite strategico legato alla immagine dei “Luxury SUV” ancora non diffusi (perché in numero assoluto la “Safari” è stata la Monteverdi più prodotta nella storia del Marchio) ma fu una distorsione dell’immagine pubblica del Brand Monteverdi rispetto al mercato. E non solo perché un “SUV” ante litteram cozzava con la produzione di Gran Turismo ed Ammiraglie classicamente “Luxury”; ma anche perché nella proposizione di “Safari” e “Sahara” (quest’ultima la cosiddetta pezza peggiore del buco, visto che nella offerta commerciale di Monteverdi costituiva la versione “Entry Level” della Safari rispetto a cui proponeva il corpo vettura della popolarissima International Scout praticamente invariato) il Marchio svizzero aveva praticamente trascurato di aggiornare ed implementare la Gamma di sportive e GT “originarie”.

Dunque, direi che il grande errore strategico di Peter Monteverdi fu quello di seguire più un ottimo fiuto commerciale senza però accompagnarlo dalla tutela di quello straordinario intuito creativo che lo aveva inizialmente spinto ad “azzeccare” la originaria Gamma di vetture Monteverdi: questo ha significato limitarsi, alla soglia degli anni Ottanta, a schemi produttivi quasi anacronistici (lavorazioni totalmente a mano, assemblaggio di parti, componenti e semilavorati secondo una catena arzigogolata e dispendiosa); a catene di subfornitura e lavorazioni praticamente monopolistiche ed imprescindibili (vedi ad esempio il ruolo di Rayton Fissore); ha significato snaturare, alla ricerca di soluzioni commerciali di breve respiro e di brevissimo periodo, la natura e l’ispirazione originaria della Gamma di sportive Monteverdi contro una visione sempre più di “Assembler” ed infine “Tuner” del Marchio.

 

L’esempio? Monteverdi “Sierra” basata sulla “Dodge Aspen” (una media berlina americana che Peter aveva trasformato pesantemente su fronte e retro per farla assomigliare alla parente povera della “375/4”) e “Tiara” (esperimento ancora peggiore di “Tuning” della classicissima ed azzeccata Classe S Mercedes di Bruno Sacco, in specifico la serie W126) come anche il restyling della Ford Granada: tutte proposte che lo stesso Peter – forse per salvare il salvabile – decide di astrarre dalla produzione propriamente Monteverdi per assegnarle ad una nuova e sporadica linea “Monteverdi Design” dalla scarsissima fortuna commerciale. Anche per questo, nonostante l’avventura brevissima in F1 del Team Onyx-Monteverdi degli anni ’90 e il tentativo di rilancio della concept “Hai 650”, la Monteverdi chiude i battenti 40 anni fa, nel 1985.

Dopo alcuni anni ci lascia anche Peter Monteverdi. Un genio controverso e assolutamente unico. Un eroe moderno e crepuscolare del paradiso dell’Auto. Per questo, Autoprove vuole ricordarlo come il più nobile piazzista di sogni a quattro ruote. 

Riccardo Bellumori

Nuova Volvo XC70 2025: le foto rubate

Ecco le foto rubate che mostrano in anteprima esclusiva lo stile della nuova Volvo XC70. Il prezzo preliminare dovrebbe essere annunciato già il mese prossimo.

La prima presentazione del crossover Volvo con il nome XC70 è stata fatta in Cina all’inizio di maggio. Ricordiamo che in precedenza tale denominazione apparteneva alla versione “fuoristrada” della station wagon Volvo V70. Il nuovo Volvo XC70 è stato invece annunciato come un SUV a tutti gli effetti. Come è facile intuire, il SUV è destinato principalmente al mercato cinese, anche se l’azienda non esclude che in seguito il modello possa essere lanciato anche su altri mercati. A maggio, il certificato del nuovo modello è stato inserito nella banca dati del Ministero dell’Industria della Repubblica Popolare Cinese. Nel frattempo, il marchio stesso ha avviato la fase successiva della promozione della XC70: sono state pubblicate ulteriori immagini ufficiali. Inoltre, la filiale locale ha annunciato che le prenotazioni saranno aperte ad agosto.

Il crossover Volvo XC70 è stato il primo modello del marchio basato sulla piattaforma SMA (Scalable Modular Architecture). È anche il primo ibrido ricaricabile con un “prolungamento della corsa” a benzina, ovvero il motore a combustione interna funziona solo in modalità generatore per la batteria.

DATI TECNICI

Secondo i primi dati, la lunghezza della XC70 è pari a 4815 mm, la larghezza a 1890 mm, l’altezza a 1650 mm e il passo a 2895 mm. Pertanto, in termini di dimensioni, il nuovo SUV si colloca tra la Volvo XC60 (lunghezza 4708 mm, interasse 2865 mm) e l’ammiraglia Volvo XC90 (4953 e 2984 mm). Per la Volvo XC70 sono previsti cerchi da 19 o 20 pollici.

Tra le caratteristiche estetiche spiccano il pannello frontale liscio, le maniglie delle portiere a scomparsa, le luci diurne “martello di Thor”, i blocchi verticali dei fari e i fanali posteriori verticali. Gli interni sono ancora segreti. Tuttavia, dalle immagini disponibili si può vedere che all’interno è installato un tablet verticale con sistema multimediale.

Il “prolungamento della corsa” è un motore turbo a benzina 1.5 (163 CV). Si sa per certo che la Volvo XC70 sarà disponibile con trazione integrale: sul portellone posteriore è presente il simbolo 4WD. Tuttavia, non ci sono ancora informazioni sui motori elettrici. Alcuni media cinesi scrivono che il SUV avrà due opzioni di batteria, con una capacità di circa 21 o 39 kWh. Durante la presentazione, l’azienda stessa ha promesso un’autonomia in modalità elettrica di 200 km secondo il ciclo CLTC.

IL PREZZO

Anche il prezzo della Volvo XC70 dovrebbe collocarsi tra quello delle ibride XC60 e XC90. Per il SUV con l’indice più basso nella versione PHEV in Cina oggi chiedono almeno 523.900 yuan (circa 5,8 milioni di rubli al tasso di cambio attuale), mentre il modello di punta analogo costa da 795.900 yuan (8,8 milioni di rubli).