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Nuova Lamborghini Fenomeno 2025: Anteprima

La nuova Lamborghini Fenomeno è pronta a dettare legge in fatto di design.

Il telaio della Lamborghini Fenomeno, ispirato all’aeronautica, associa una monoscocca in fibra di carbonio a una struttura anteriore composta da fibre di carbonio corte impregnate di resina. Questo materiale esclusivo è stato inaugurato dalla Reventón del 2007. Risultato: Lamborghini annuncia un rapporto peso/potenza di 1,64 kg/CV. Il migliore di tutta la storia del costruttore.

DATI TECNICI E MOTORI

Le luci diurne riprendono la forma di un corno di toro.
Una fortuna per il V12 ibrido che si trova dietro l’abitacolo. Con una cilindrata di 6.498 cm³, questo motore atmosferico eroga una potenza di 835 CV e una coppia di 725 Nm. Ma non è solo nel suo alloggiamento. È associato a un blocco elettrico a flusso radiale integrato in un nuovo cambio a doppia frizione e otto rapporti. I due motori si occupano delle ruote posteriori. E sull’asse anteriore si trovano altri due motori elettrici da 110 kW ciascuno (149 CV). L’insieme meccanico consente quindi una trasmissione integrale e fornisce una potenza combinata di 1.080 CV, un record per una Lamborghini. Questa potenza si traduce in prestazioni esplosive. Con uno 0-100 km/h in 2,4 secondi e uno 0-200 km/h in 6,7 secondi, la Fenomeno è la “Lambo” più veloce mai prodotta.

Logico, quindi, che la velocità massima sia annunciata a oltre 350 km/h. E nel caso vi interessi, sappiate che grazie a una batteria da 7 kWh sviluppata appositamente per lei, la supercar è capace di viaggiare in modalità 100% elettrica… su brevi distanze.
All’anteriore, due blocchi elettrici da 110 kW ciascuno permettono alla Fenomeno di disporre di una trasmissione integrale.
All’anteriore, due blocchi elettrici da 110 kW ciascuno permettono alla Fenomeno di disporre di una trasmissione integrale.

Naturalmente, la frenata in carbonio-ceramica garantisce prestazioni degne di un modello da competizione. E per aderire alla strada, Bridgestone ha sviluppato degli pneumatici Potenza Sport specifici. Secondo il marchio, sono perfetti per supportare un sistema di sospensioni ultra-elaborato. Quest’ultimo comprende un sensore posizionato il più vicino possibile al centro di gravità. Fornisce in tempo reale misure di accelerazione su tre assi (laterale, longitudinale e verticale) e la velocità angolare (beccheggio, rollio e imbardata). Associato a un sistema di calcolo che, tramite un algoritmo, consente di regolare al meglio le sospensioni (dotate di ammortizzatori regolabili manualmente) ma anche la frenata, in modo predittivo.

INTERNI E TECNOLOGIE

La Fenomeno opta per una presentazione essenziale e digitale e dà grande spazio al carbonio.
La Fenomeno opta per una presentazione essenziale e digitale e dà grande spazio al carbonio.
All’interno, si ritrova il carbonio ovunque, la fibra viene utilizzata persino per realizzare i sedili a guscio e le bocchette dell’aria. Il cruscotto integra tre schermi digitali, di cui uno in formato tablet, sulla console centrale. Per non disturbare il pilota tutto concentrato sul piacere di guida, la Fenomeno opta per una presentazione minimalista ed elimina la maggior parte dei pulsanti e altri comandi diretti. Infine, sappiate che la Lamborghini può beneficiare del programma di personalizzazione interno, Ad Personam, e quindi offrire un’infinità di colori, sia per l’abitacolo che per la carrozzeria. Il che potrebbe far lievitare un prezzo ancora sconosciuto. Infatti, il marchio non ha comunicato né il prezzo né la data di consegna dei primi esemplari ai 29 futuri proprietari.

Salone dell’Automobile di Monaco 2025: novità all’IAA

La Germania diventa per alcuni giorni il “centro nevralgico” dell’industria automobilistica mondiale. Il Salone dell’Automobile di Monaco 2025, evento noto anche come IAA Mobility 2025, è il grande appuntamento dell’anno per il settore automobilistico. Un evento in cui produttori, marchi e aziende tecnologiche mostrano al pubblico tutte le loro novità che arriveranno presto sul mercato.

Il Salone di Monaco si terrà dall’8 al 14 settembre 2025. Va notato che il primo giorno è riservato ai media e alle conferenze stampa. Il pubblico avrà accesso all’evento a partire dal 9 settembre. Questo evento, che ha preso il posto del defunto Salone dell’Auto di Francoforte, si terrà presso il Trade Fair Center Messe München. Tuttavia, ci sarà anche una parte dedicata alle esposizioni e alle attività nel centro della città di Monaco.
Il Salone dell’Auto di Monaco 2025 si terrà dall’8 al 14 settembre.
Una lunga lista di marchi approfitterà della “vetrina” offerta dal Salone di Monaco per mostrare al mondo veicoli completamente nuovi, aggiornamenti dei modelli attualmente in vendita o progressi tecnologici. In questa edizione, come è ormai consuetudine negli eventi automobilistici di primo livello, la Cina sarà al centro dell’attenzione.

Le novità del Salone di Monaco 2025

Audi Concept
BMW iX3 2026
BYD Seal 06
CUPRA Design Concept
CUPRA Raval (Camuffata)
CUPRA Tribe Edition (Formentor, León e Terramar)
Dacia Jogger 2026
Dacia Sandero 2026
Ford EcoSport 2026
GAC Aion V
GAC Aion UT
Hyundai IONIQ 2
Hyundai SUV elettrico
Leapmotor B10
Leapmotor B05
Mercedes Concept AMG GT XX
Mercedes CLA Shooting Brake elettrica
Mercedes GLC elettrico
Mercedes VLE (prototipo camuffato)
MINI John Cooper Works (prototipi)
Opel GSE Concept
Opel Mokka GSE
Polestar 5
Porsche Cayenne Electric (prototipo camuffato)
Renault Clio 2026
Skoda Epiq
Skoda Vision O Concept
Volkswagen ID.2
Volkswagen ID.2 X Concept
Volkswagen T-Roc 2026
Xpeng G6 2026
Xpeng G9 2026
I marchi e le auto cinesi continuano a guadagnare protagonismo nella loro particolare corsa alla conquista dell’Europa in tempi record.

Il veicolo elettrico sarà un altro dei “pilastri centrali” su cui si baserà il Salone di Monaco. Il Gruppo Volkswagen, Mercedes-Benz, il Gruppo Renault, BMW, BYD e Stellantis sono alcuni dei colossi che saranno presenti.

Salone dell’Automobile di Monaco
Numerosi marchi e auto cinesi saranno presenti al Salone di Monaco 2025.
Alcune delle novità più importanti che saranno svelate a Monaco vedranno protagoniste alcune delle auto più vendute in Europa. Un chiaro esempio è l’atteso rinnovamento della Dacia Sandero, che debutterà in occasione di tale evento.

Mahindra Vision.S e Vision.X: SUV del futuro

Mahindra ha organizzato un evento su larga scala, durante il quale sono stati presentati un nuovo “carrello” e ben quattro concept basati su di esso. I modelli ispirati a queste show car inizieranno ad apparire a partire dal 2027. È stato inoltre annunciato che le auto saranno distribuite a livello globale.

Oggi, 15 agosto, in India si festeggia il Giorno dell’Indipendenza. A questo evento è dedicata la grande presentazione della casa automobilistica locale Mahindra: durante l’evento denominato Freedom NU sono stati presentati la nuova piattaforma NU_IQ (l’azienda insiste su questa grafia) e ben quattro concept brutali, costruiti proprio su questo “carrello”. Le show car sono i crossover compatti Vision.S e Vision.X, i SUV “fuoristrada” denominati Vision.T e Vision.SXT. Ma prima parliamo della piattaforma.

È stato dichiarato che il “carrello” NU_IQ è adatto a veicoli con diversi tipi di propulsione e che le auto costruite su di esso possono avere trazione anteriore o integrale. Inoltre, Mahindra assicura che i modelli su NU_IQ saranno destinati sia ai paesi con guida a sinistra che a quelli con guida a destra. In parole povere, diventeranno globali. I media indiani specializzati, a loro volta, precisano che le auto sulla nuova piattaforma avranno una lunghezza compresa tra 3990 e 4320 mm e che saranno offerte con motori a benzina o diesel, in versione ibrida o completamente elettrica. Non ci sono ancora altri dettagli sulla tecnologia.
Il design dei concept è stato sviluppato grazie alla collaborazione tra studi indiani e, ironia della sorte, britannici (l’India ha ottenuto l’indipendenza proprio dalla Gran Bretagna).

IL FUTURO DI MAHINDRA

Mahindra Vision.X è il più sportivo dei crossover. Le sue caratteristiche distintive sono i fari a due livelli, i fanali posteriori unici, le minigonne in plastica lucida, le telecamere al posto dei tradizionali specchietti e un grande spoiler. Le maniglie delle portiere anteriori sono state rese a scomparsa, mentre quelle posteriori sono state nascoste nella parte superiore. All’interno sono stati installati un tabellone e un volante appiattito.

Il crossover Mahindra Vision.S ha una carrozzeria “rettangolare”, maniglie a scomparsa su tutte le portiere, fari a forma di G e luci con motivo pixelato. Ai lati sono presenti una piccola scaletta e un baule. Sul tetto sono posizionati dei fari supplementari. Nell’abitacolo, il cruscotto virtuale e il touchscreen multimediale sono separati da un deflettore dalla forma insolita, mentre deflettori simili si trovano anche ai bordi degli schermi.
Mahindra Vision.T può essere considerato un ulteriore sviluppo di un altro prototipo, presentato già nel 2023, il Thar.e completamente elettrico. Vision.SXT è una variante del “Thar”, una sorta di incrocio tra un crossover e un pick-up: ha un pianale di carico aperto, ma è piccolo e il “bordi” non sono continui.

All’interno di queste auto è installato un gigantesco tablet multimediale verticale, mentre l’SXT ha anche una leva del cambio volutamente semplice.

I modelli di serie Mahindra ispirati ai concept presentati oggi inizieranno ad apparire a partire dal 2027.

Ligier Maserati e la 24 di Le Mans: la figlia clandestina di Nettuno

La storia della Maserati, così come il suo nome ed il suo simbolismo, sono ultimamente un argomento “tabù”. 

Troppo alto il momento di incertezza commerciale del Marchio del Tridente, all’interno dei destini di Stellantis, per poter declinare con leggerezza e fiducia un percorso chiaro nel futuro, e questo comporta una certa prudenza e nostalgia nel richiamare alla memoria ricordi e momenti gloriosi del passato. Persino l’ultimo alert congiunto (downgrading da parte delle Agenzie di Rating e necessità di ricapitalizzazione di Maserati) pre-ferragostano sta riportando a galla fantasmi di un futuro molto cupo.

Dal passato deriva invece un carnet di date e ricorrenze suggestive in senso negativo: la cessione della famiglia Orsi alla Citroen alla fine degli anni Sessanta: trenta anni prima Adolfo Orsi (che sarà affiancato dopo dal figlio Omer) rileva una Società che i fratelli Maserati lasciano un po’ di tempo dopo la morte di Alfieri, tuttavia dando vita alla “Osca” con una serie di vetture piccole e sportive con cui la famiglia Maserati riprende il contatto con il mondo auto. 

Adolfo Orsi trasforma una Factory artigianale di modelli nativi per le competizioni in una Industria polivalente mantenendo addirittura per diversi anni la gestione diretta – poi spartita con la famiglia – della linea di motocicli. 

Con Adolfo Orsi, Omer e soprattutto il genio di Giulio Alfieri la Maserati si trasferisce a Modena (da Bologna, dove era nata e di cui riprendeva il tridente della celebre “Fontana del Nettuno”) e diventa una icona del lusso e della sportività, ma a caro prezzo: arrivano i Mondiali di F1 con Fangio, arriva la serie “Quattroporte” che diventa un best seller perché testimone unico del mix perfetto tra prestigio, eleganza, opulenza e prestazioni.

Ci sono persino dei guizzi di grande genio: la fine della cilindrata 5000 nelle Gare di Sport ed il contingentamento a tre litri dal 1957 è un problema per Orsi: una serie importante di prototipi per Piloti privati e una buona parte di auto stradali adotta in Gamma Maserati motori “over” la cui sovraproduzione nei magazzini porta all’idea di adattarli per il mercato nautico; così come l’occasione eccezionale dell’auto realizzata su misura per lo Scià di Persia e replicata in una miniserie di ulteriori 32 esemplari dal costo davvero da mille e una notte.

Ma arriva anche il conto: spese più veloci degli incassi, disordini sindacali, problemi di organizzazione e di approvvigionamento tecnologico per affrontare le continue complicazioni dei vincoli anti inquinamento americani e delle omologazioni in Europa. 

Per cui Adolfo Orsi, pur potendo vantare crescita costante di ordinativi e di prestigio internazionale (la Quattroporte “I” viene venduta in quasi trecento esemplari che, moltiplicati per il listino di partenza di circa 7 milioni porta al fatturato monstre di più di due miliardi di Lire – aggiornati ad oggi corrispondono ad un valore di 24 milioni di Euro – in soli tre anni di produzione) sconta un problema di cashflow classico per un produttore di auto di prestigio: per contro Maserati è ormai quello che oggi si definisce un “Brand” di chiara fama. 

Se ne accorge la Michelin, proprietaria di Citroen, che alla fine del 1967 volendo dare alla sua controllata una immagine di chiara luce sportiva decide di contattare Maserati per studiare un motore V6 da posizionare sotto il cofano della futura e futuristica “SM”. A questo punto Orsi ottiene dalla Citroen una presenza nel pacchetto azionario motivata dalle esigenze di sviluppo congiunto del progetto, ma in realtà con questo passaggio Orsi anticipa la cessione di quota maggioritaria (60%) che lo mette in semplice affiancamento di CdA nella nuova Maserati acquisita da Michelin/Citroen.

Solo sei anni dura il Purgatorio di Maserati dentro la Citroen; sei anni in cui il Marchio francese non ne azzecca una, portando pregiudizio all’unico vanto davvero spendibile di Maserati, cioè il suo pedigree ed il suo fascino internazionale. 

Sono sei anni in cui il diktat del “downsizing” imposto dalla Francia a Modena diventa il motivo della uscita di Giulio Alfieri dal Marchio che per lui era la seconda casa.

Mezzo secolo fa: Maserati ad un passo dal chiudere i battenti

Sono sei anni che portano Maserati dalla difficoltà del Cashflowalla soglia del fallimento, con l’amministrazione controllata del 1974 e la ipotesi formulata da Peugeot di rilevare solo il Marchio, chiudere Modena e liquidare tutto. Siamo ad esattamente mezzo secolo fa. Durante questo periodo nasce però una piccola storia di provincia, semisconosciuta, che dimostra come di fronte ad un Golia scriteriato può esistere sempre un piccolo Davide capace di ritagliarsi uno spazio nella storia.

Ma riprendiamo le fila del racconto parlando intanto della storia sportiva di Maserati in un contesto speciale per lo sport e per la Francia: la “24 Ore di Le Mans”.

Maserati è stata protagonista di partecipazioni leggendarie in F1, alla Mille Miglia, persino alla Carrera Panamericana; si è ritagliata un posto di eccellenza anche alla Targa Florio, e persino nel celebre Campionato Europeo Turismo, negli anni Ottanta, la gamma a Modena poteva finalmente ostentare un modello in grado di apparire sulle Piste – in contrapposizione diretta con BMW, Alfa, Ford ed altri Costruttori leader – con la poco conosciuta “Biturbo Gruppo A”.

 

Allo stesso modo rimane negli annali del Motorsport la presenza sempre importante del Tridente alla 24 Ore di Le Mans dove però l’Albo d’Oro riporta una ultima apparizione ufficiale esattamente sessanta anni fa, nel 1965 con la bellissima “Tipo 65”, l’ultima Maserati a gareggiare nella 24 Ore e guidata da Jo Siffert. 

La didascalia ufficiale riporta che tra il 1954 e il 1965 ventiquattro Maserati gareggiano a Le Mans. Ma nulla si sa di quel che avviene dopo, se non che non vi dovrebbero essere più partecipazioni ufficiali. E dal passaggio di Maserati al Gruppo Fiat dal 1993 ed il passaggio a Ferrari nel 1997 un solo “acuto” segna le didascalie storiche seppur in modo non entusiasmante: la nascita della “MC 12 GT1” basata sullo chassis della Ferrari “Enzo” viene concepita per far tornare il Tridente alla Categoria GT e nella 24 Ore di Le Mans, eppure proprio qui la MC 12 non potrà gareggiare: l’Ente organizzatore della “24 Ore” nonostante l’omologazione in Categoria GT nega alla Maserati il titolo di partecipazione a causa del rapporto dimensionale eccessivo. 

Eppure in mezzo al periodo 1965 – 2005 avviene qualcosa di decisamente clandestino ed affascinante. E contro il “Golia”unpoco ottuso ed autolesionista raffigurato da Citroen prima e da Peugeot dopo, sono due piccoli ma gagliardi “Davide” a dettare legge. 

Non sono due personaggi da poco, ma certo possono influire fino ad un certo punto nella logica e nella strategia di gestione del carrozzone francese che in quell’epoca è diventato il Marchio del doppio Chevron.

Si tratta di Giulio Alfieri, e di Guy Ligier : nulla avrebbe potuto unirli più di una vera prova di orgoglio personale e di sfida. 

Senza dubbio da parte di Giulio Alfieri, il classico “Deus ex Machina” che all’interno di una organizzazione industriale si trova a diventarne il Jolly ma più per disposizione personale e per affetto verso il suo ambiente di lavoro che non per sola esigenza aziendale.

Giulio Alfieri arriva in Maserati nel 1953 e Maserati lo ingaggia per lo sviluppo del settore moto fino a quando una spartizione interna alla famiglia Orsi non porta alla separazione del settore “Due ruote” da quello auto nel quale viene “trasferito” Giulio. Curiosità, ma solo per appendice storica: chissà se Giulio Alfieri avrà mai avuto occasione già nel 1956 di fare la conoscenza con un giovane Alejandro De Tomaso che corre per una Stagione con la Maserati per poi passare alla Osca.

A parte questo, Alfieri sviluppa e realizza un  nuovo corso che in qualche modo “marchia” il futuro del Tridente a partire dai nuovi motori (le nuove architetture da 3000 e 3500 cc., da 6 ed 8 cilindri, quei leggendari e famosi V8 con le testate colorate di verde, dove la vera natura rivoluzionaria di Alfieri si sposa con la sua grande capacità di osservazione e di analisi) ma continuando con la visione globale che trasforma davvero Maserati nel nuovo mercato nato dopo il primo Dopoguerra.

Ma soprattutto l’ingresso di Alfieri coincide con la nascita del filone Maserati “Gran Turismo”, cioè con un interesse che via via si sposta dalle corse alla produzione stradale della Casa del Tridente. Si dimentica talvolta che Alfieri è già fin dall’inizio parte del capitolo storico che segna gli allori di Maserati in F1, quella dimensione irripetibile di unione di intenti e di miracoli, con Fangio a regalare al Tridente i due mondiali che restano in Albo d’Oro per sempre. 

Come detto la contemporanea bocciatura nelle regole internazionali delle cilindrate alte porta Maserati e Alfieri a studiare nuovi blocchi motore e nuove cubature per proporre sia al mondo agonistico sia al mercato privato una nuova gamma “Small Block” a partire dalla 3500 GT che è la prima Maserati di eccellenza costruita in grande serie. 

Ma Alfieri diventa una icona in una occasione davvero straordinaria ed irripetibile, tra realtà e favola: la realizzazione della “5000 GT” speciale per lo Scià di Persia, quando nel 1958 il personaggio più iconico e mitizzato del periodo sceglie Maserati e Carrozzeria Touring per realizzare su misura la Gran Turismo più ricordata ed evocata nella storia. 

All’epoca Maranello, Newport Pagnell, Coventry, Stoccarda (senza dover ricordare Rolls e Bentley) avrebbero fatto carte false per trovarsi al posto del Tridente. 

Dal 1960 Maserati è un “highpoint” del prestigio sportivo a quattro ruote e tutto questo è stato merito anche molto di Giulio Alfieri.

Guy Ligier, un re a sua insaputa della storia dei motori

Ma c’è un altro piccolo eroe nelle pagine di uno dei momenti più brutti di Maserati intorno alla fine degli anni Sessanta. E’ un francese, che dalla vita ha avuto la prima vera botta da K.O. fin da bambino, e che da allora è abituato a sopravvivere. 

E’ un ragazzone che ha incrociato da pilota anche il mondo Maserati, perché nel 1967 corre un solo Gran Premio di F1 a Spa Francorchamps guidando in una delle rare apparizioni una Cooper Maserati 12 cilindri 3 Litri. Anche lui, come Alejandro De Tomaso, dunque, incrocia il suo percorso con il Tridente: e non è un caso che solo per 48 ore e 48 mesi mancò di festeggiare anni e data di compleanno in contemporanea con quell’altro vulcano del Motorsportche fu Alejandro De Tomaso; come l’argentino anche Guy Ligier era infatti in continua crescita, e fu segnato nella sua carriera sportiva da un lutto. Nonché, francamente, come De Tomaso seppe corredare il successo sportivo di una utile e proficua amicizia con la politica.

Due enormi differenze: De Tomaso era argentino e figlio di un papà (emigrato italiano) ricchissimo, mentre Guy Ligier era francese e figlio di un contadino di Vichy. 

I suoi due genitori morirono per una polmonite batterica scoppiata dentro il loro piccolo allevamento di bovini, e lui a sette anni si ritrovò orfano, passando un po’ per volta ad abitare presso la parentela di campagna.

Lasciò la scuola ad undici anni e fini’ in un laboratorio di macellazione carni, dove rimase praticamente per lavorare otto anni affrontando tuttavia le prime sfide sportive alla sua portata (soprattutto economica): 

campione di Francia di canottaggio a 17 anni e poi giocatore di rugby nel RC Vichy, arriva a rappresentare la Francia “B” già a 20 anni e la Squadra Militare nel ’51.

Comincia a diventare insomma una piccola gloria locale e per questo entra in contatto con le realtà politiche del suo territorio, anche se è tutt’altro che un “moderato” o tranquillo ragazzo di Provincia.

Fuma, litiga, mena,forse (e non sarebbe uno scandalo per l’epoca) scommette ai cavalli ma – soprattutto – comincia a correre in moto, su strada.

E’ uno sfegatato in sella alle “sidecar” dell’esercito francese, ma è quando torna “civile” a fare il macellaio che parte la epopea motoristica di Guy Ligier.

A differenza di quanto raccontano le storie un poco “auliche” sui suoi inizia (strano che Ligier venga coccolato ed un poco inventato in questo primo spaccato di vita per essere dimenticato dopo….) nel 1958 il prossimo Sindaco di Vichy, ex stella del Canottaggio e grazie a questo un buon amico dell’ intraprendente Guy gli assegna una delle tante Società cuscinetto attraverso le quali – meritoriamente – il Sindaco trasforma il paese da rurale a città Termale, sportiva e turistica: pazienza se per farlo ha bisogno di “tramiti” per l’acquisto di terreni che successivamente “guarda caso” diventano aree edificabili con i voti di Giunta: nel 1961 la “Liger Travaux Publiques” conta già 500 mezzi da scavo e circa 900 operai, e da qui (anticipata dalla vittoria del Campionato francese Classe 500 nel 1959) comincia l’avventura motoristica di Guy prima come Pilota poi come compagno di JoSchlesser e poi, con la sigla “JS” commemorativa proprio dell’amico Jo, arriva la sua prima automobile costruita vicino a Vichy nella sua officina di Abrest, che rimase la sua base per vent’anni prima di stabilirsi a Magny-Cours. 

Questa prima vettura era per le competizioni su pista, e fu presentata al Salon de l’Auto nel 1969 con il nome di Ligier JS1, progettata da Michel Tétu. Dentro al progetto di costruttore, Guy Ligier mette Pierre Bouillard e Roger Nebout, Heini Mader più un gruppetto di tecnici della Mc Laren.

Non è una sorpresa, in fondo, che da piccolo Costruttore Guy Ligierparta dalla cubatura e dal dimensionamento più “accattivante” in quel periodo: dal lato sportivo la cilindrata poco sopra i 1500 cc ed entro i 2 litri era quella preferita in maggioranza da piloti di belle speranze e debuttanti sia per le gare su pista che in Salita. 

Commercialmente parlando, invece, anche se la “JS1” non aveva aspirazioni di diventare piccola serie su strada, la concorrenza era forte da Alpine A110, Matra M530, la ex Simca Abarth 1300 Bialbero da poco uscita di scena ed altre. Se la “JS1”tuttavia fosse diventata in origine una stradale avremmo visto una ennesima realizzazione da qualche parte d’Europa di una piccola biposto a motore posteriore centrale quattro cilindri in linea (Ford, guarda caso) da circa 1600 cc.

 

Invece l’interazione diretta tra Guy Ligier e i suoi Piloti Clienti porta rapidamente la “JS1” a crescere: 4 cilindri 2 litri, e poi l’incastonamentoideale con il sei cilindri a V Ford da 2300 della “Tanus M” per poi arrivare al 2600 V6 della neonata Ford Capri RS.

 

Ligier JS1 e JS2, in rotta verso il V6 Maserati. Una scommessa vinta

L’anno successivo arrivò la Ligier JS2, un’auto elegante e sportiva, disegnata ancora una volta da Michel Tétu. Allo stesso tempo venne lanciata un’auto scoperta, la Ligier JS3. Ma la vera natura della “JS2” è di diventare la capostipite di una produzione di serie che Guy Ligier, ben consigliato dai suoi, decide di portare su strada semplicemente perché dopo Alpine A110 e Matra in Francia c’è un “buco” di offerta proprio sul taglio di cilindrata dove in Inghilterra (Lotus, MG) ed in Italia (Dino, Alfa Romeo Montreal, etc..) si combatte ai ferri corti dentro un segmento commerciale di forte impatto anche simbolico.

In particolare dunque la “JS2” è l’evoluzione del concetto sportivo di Guy, progettata in tandem da Michel Tetu e Pietro Frua. Sempre identificata dal taglio che Ligier da alle sue realizzazioni, un livello che si inserisce tra le piccole Matra e le Alpine sia come dimensioni, che come cubature. Dopo la “JS1” cresciuta progressivamente da 1600 a 2600 con i Ford Capri “Cologne” elaborati dalla Weslake, non si sa come il buon Guy riesce nel 1971 a mettere le mani su una serie contingentata di motori 2600 V6 Ford “Essex” elaborati dalla Cosworthper una piccola serie speciale della Capri che Ford GB crea a casa sua (guida a destra….).

Il problema di Guy è che le sue piccole JS2 devono diventare una piccola serie di stradali targate, e per motivi fiscali (un algoritmo assurdo fatto dal Governo francese per il quale la fiscalità delle auto cubate dopo i 2.800 cc. pagavano un botto in cavalli fiscali, detto in poche parole) non digeriscono molto bene motori granchè superiori ai 2600 cc per le serie targate.

E quando la Cosworth si butta sull’Essex 3100 V6 per la Capri, Ligier è costretto a retrocedere al V6 2600 della Capri RS praticamente di serie, perchè nel frattempo neppure Weslake riesce ad elaborare il numero di unità motrici necessarie al buon Guy.

Nel frattempo la divisione commerciale e sportiva di Citroen è alla canna del gas: l’acquisto della Maserati nel 1969 avvenuto con il Tridente in crisi di Cashflow ma con vendite sostenute, si sta trasformando (per colpa dello stesso algoritmo fiscale del popolo che odiando il bidè non ha la possibilità di rinfrescarsi le idee) in un percorso verso il fallimento. Secondo Giulio Alfieri, il Deus ex Machina a Modena, il motivo è proprio nella “gabbia volumetrica” che Citroen ha costretto per il Tridente.

Massimo sei cilindri a V da 2.700 cc, l’algoritmo perfetto per il fisco francese che però trasforma SM Coupè e futura Quattroporte in costosissime auto da passeggio; e serve a nulla l’exploit rallystico della “SM” tra il ’71 ed il ’73. Dunque i magazzini di Citroen sono pieni di blocchi “V6” da 2,7 litri da sbolognare.

Guy Ligier fa mente locale, decide di contattare la Citroen e spunta una serie “Ligier Maserati” per la “JS2”: una settantina di motori comprati a prezzo di realizzo dalla Casa del Double Chevron, ma non crediate che questo sia un passaporto per il Paradiso per Guy.

E’ solo una trovata di sopravvivenza, alla fine del 1972 (quando esce la prima serie “JS2 Maserati”, il Marchio del Tridente è stato ridotto a livello spazzatura dalla Citroen) quando per Guy Ligier il sogno di tutti i Costruttori artigianali europei dell’epoca – il V8 2,6 dell’Alfa Romeo Montreal – rimane solo un bel miraggio.

Fin qui la storia “canonica” a cui se ne lega una parallela: “JS2” non può dimenticare le Gare, ma inizialmente Citroen non vuole saperne di prendersi l’onere di sostenere agonisticamente un “Rookie” dando assistenza e upgrade agonistico ai V6 Maserati.

Alfieri e Ligier, quella botta di orgoglio che la burocrazia francese spense sul nascere

Questo fino a quando nei corridoi del doppio Chevron a Parigi non si alzano i calici per due notizie: lo Stato francese decide di aiutare la Michelin a riacquistare dagli odiatissimi italiani della Fiat il 49% di pacchetto azionario detenuto da Torino; e nel frattempo la Stampa fa uscire in prima pagina la vittoria nella Categoria “Prototipi” della Ligier“JS2” Gruppo 5 Maserati al Tour de France 1973 che per i transalpini più che una Gara è un atto di fede. A quel punto i telefoni da Parigi squillano come matti verso Modena, destinatario Giulio Alfieri che ha già mezzo piede fuori dalla Maserati per dissidio verso il management francese.

Citroen si cosparge il capo di cenere e riconosce ad Alfieri “mezza ragione”: il V6 del Tridente deve crescere in cubatura fino a 3.000 cc. ed Alfieri deve trovare il modo, perché di V8 nuovi non se ne parla.

Guy Ligier e Giulio Alfieri passano tutto Natale a sperimentare tra Mugello e Paul Ricard una versione super cubata del V6 della SM a 2993 cc. Potenza espressa nei test 350 Cavalli, ufficiale e testata. Tra l’altro con quel V6 Alfieri si dimostra perfettamente erede di quel “nonno” V12 3000 cc che nel 1965 avrebbe dovuto equipaggiare la Cooper T80 e che sviluppava 385 Cv.

Al Tour de France del 1974 la “JS2” Prototipo con il Maserati V6 stravince, ma il bello arriva a Le Mans con la potenza contingentata a 320 Cv. Ligier finisce in modo promettente la 24 Ore di Le Mans del ’74 in ottava posizione. Dovrebbe essere il preludio ad una Le Mans 1975 con il botto. In realtà il botto c’è, in casa Ligier, perchè la “JS2” arriva seconda assoluta alla 24 Ore del 1975 ma dietro le spalle dell’equipaggio non c’è più il Maserati, ma il Ford Cosworth 3000 V8. Il motivo? E’ che nel frattempo i gollisti residuali al Governo all’Eliseo dirottano il 49% della quota Citroen detenuta da Michelin nelle mani amiche di Peugeot. Nasce PSA con anche la Matra. 

Peugeot è fin troppo determinata: Matra in F1 con il rinnovato 12 cilindri 3000cc che in effetti era stato “dirottato” nelle Sport Prototipi e che guarda caso equipaggerà la prima Ligier di F1 dal 1976. Per Maserati il futuro più probabile, con la nuova amministrazione controllata, è addirittura la chiusura dello Stabilimento di Modena, con Peugeot che lancia un solo “sassolino”: se deve restare in PSA si dovrà chiudere Modena e trasferire tutto in Francia. Una provocazione che muove Alejandro De Tomaso a chiedere l’acquisto del Tridente con persino una fidejussione di Peugeot oltre ai soldi della GEPI. 

Chissà, se, chissà forse. 

Magari con la Ligier in F1 e la Maserati libera di muoversi, avremmo forse rivisto un “V8” Alfieri da 3000 cc. tornare alla ribalta nel Circus? Sognare è possibile, anche se serve a poco.

Ma nessuno deve impedirci di continuare a sognare un futuro migliore per Maserati. E nessuno deve osare togliere alla “nostra” Maserati un futuro possibile. Saranno guai veri, in caso contrario per i colpevoli.

Riccardo Bellumori

 

Xpeng P7 batte il record di Xiaomi YU7

Dopo un breve ritardo dovuto alle forti piogge, la Xpeng P7 ha completato il test di resistenza di 24 ore, raggiungendo una distanza di 3.961 km e stabilendo un nuovo record. Il tentativo è iniziato il 13 agosto, poco dopo l’avvio degli ordini per la P7 in Cina, e arriva pochi mesi dopo che la Xiaomi YU7 ha percorso 3.944 km ad aprile.

I test di resistenza di entrambi i marchi cinesi sono stati effettuati sotto la supervisione del China Automotive Technology and Research Centre (CATARC), con l’obiettivo di spingere i veicoli elettrici (EV) al limite in termini di prestazioni sostenute ed efficienza di ricarica.

Ciò comporta la guida continua di un veicolo elettrico per coprire la massima distanza possibile in 24 ore, il che significa guida ad alta velocità che metterà a dura prova il gruppo motopropulsore. Durante il tentativo, saranno necessarie delle soste per ricaricare la batteria e cambiare i conducenti, con la prima che costituirà un test a sé stante sulla velocità di ricarica della batteria. Trascorrere troppo tempo al caricatore significa avere meno tempo a disposizione per accumulare chilometri.

DATI TECNICI

Sebbene Xpeng non abbia fornito dettagli sul suo risultato, CarNewsChina riferisce che la Xiaomi YU7 (una variante Max) ha mantenuto una velocità media di oltre 210 km/h durante il suo tentativo e ha subito 30 sessioni di ricarica, ciascuna della durata compresa tra 10 e 12 minuti.

Se vi state chiedendo se questo test di resistenza di 24 ore per veicoli elettrici sia limitato ai modelli cinesi, la risposta è no. Nel 2019, la Porsche Taycan ha percorso 3.425 km con una velocità media di 205 km/h, mentre l’ultima Mercedes-Benz CLA (quella con tecnologia EQ) ha percorso 3.717 km con una velocità media di 154,9 km/h e ha effettuato 40 soste di ricarica. A seguire c’è stata la YU7 con 3.944 km, mentre la P7 detiene ora il primato con 3.961 km.

La decisione di Xpeng di accettare questa sfida arriva dopo che il co-fondatore e CEO dell’azienda, He Xiaopeng, ha rivelato il 10 agosto tramite Weibo che il fondatore e CEO di Xiaomi, Lei Jun, gli aveva suggerito il test di resistenza dei veicoli elettrici. Sembra che tra i due sia in corso una rivalità amichevole, proprio come quella tra Rimac e Koenigsegg.

Nuovo Audi Q7 2026: Rendering Totale

Recentemente sono apparse in rete alcune foto recenti della versione più potente del futuro Audi Q7, praticamente senza camuffamento, grazie alle quali abbiamo la possibilità di osservare tutte le caratteristiche del suo aspetto esteriore. Questi rendering di Kolesa.ru ci permettono di dare uno sguardo all’aspetto del nuovo modello.

Il crossover di grandi dimensioni Audi Q7 è entrato a far parte della gamma della casa automobilistica tedesca nel 2005, diventando la versione di serie del concept Audi Pikes Peak quattro del 2003. È anche il primo SUV di serie nella storia dell’azienda. Oggi è in produzione solo la seconda generazione del modello, che ha debuttato alla fine del 2014. Come la prima generazione, anche la seconda è diventata un longevo modello con lo stesso ciclo di vita di quasi 10 anni, e in questo periodo il crossover ha subito due importanti restyling: il primo nell’estate del 2019, il secondo all’inizio dello scorso anno. Il modello di terza generazione è già stato avvistato più volte durante i test e le foto spia più recenti mostrano la carrozzeria praticamente senza camuffamento. Oggi non esamineremo il Q7 standard, ma la sua versione top di gamma SQ7, presentata per la prima volta nel 2016 nella seconda generazione del crossover.

Dal punto di vista del design, la nuova Q7 sarà il più possibile simile al SUV più piccolo Q3 di terza generazione, presentato ufficialmente due mesi fa. Qui troviamo quasi gli stessi fari “a due piani” con luci di marcia strette nella parte superiore e blocchi trapezoidali delle luci principali integrati nel paraurti. La griglia del radiatore avrà una forma simile, ma la sua finitura varierà a seconda della versione: la particolarità del modello SQ7 saranno le barre esagonali voluminose. Lo stesso vale per il design del paraurti anteriore: la versione più potente della Q7 avrà un’ampia presa d’aria nella parte inferiore. I fianchi, come in tutti i nuovi modelli Audi, sono stati resi molto più fluidi e arrotondati, il che risalta particolarmente in contrasto con l’angolare Q7 di seconda generazione. L’elemento più interessante qui sono le maniglie delle portiere, nuove per il marchio Audi, posizionate sulla modanatura del finestrino. Anche la parte posteriore è stata risolta nello stile della nuova Q3: qui ci sono luci quasi identiche, divise da una striscia orizzontale, e un cofano bagagliaio dalle forme simili. Da notare il lunotto posteriore più verticale e le proporzioni complessivamente modificate con un tetto più alto, grazie al quale la nuova Audi Q7 non sarà più criticata come la seconda generazione per l’eccessiva somiglianza con una normale station wagon. La particolarità della versione più potente è la finitura della parte inferiore del paraurti posteriore con quattro terminali di scarico ovali e cerchi originali.

Rendering Kolesa.ru

MOTORI E DATO TECNICI

L’Audi Q7 di terza generazione sarà costruita sulla piattaforma Premium Platform Combustion (PPC), che rappresenta un ulteriore sviluppo delle piattaforme MLB e MLB Evo. Non ci sono ancora informazioni confermate sui propulsori, ma si prevede che la versione più potente, la SQ7, sarà un ibrido ricaricabile PHEV. La base del propulsore potrebbe essere il motore a benzina V8 da 4,0 litri dell’attuale modello (che attualmente sviluppa 500 CV) o il V6 da 3,0 litri, simile a quello montato sulla Porsche Cayenne S E-Hybrid (in quest’ultimo la potenza sviluppata è di 512 CV).
Il debutto della nuova Audi Q7 è previsto entro la fine dell’anno. Ricordiamo che l’azienda tedesca sta preparando anche un modello ancora più grande: il nuovo crossover di punta Q9.

Mahindra BE 6 Batman Edition: la Batmobile in India

Santo cielo, Batman! È questa la nuova Batmobile? Ehm, non proprio, Robin, ma è la cosa più simile che un ristretto numero di acquirenti potrà mai avere a che fare con Batman: la Mahindra BE 6 Batman Edition. In collaborazione con Warner Bros Discovery Global Consumer Products (WBDGCP), la casa automobilistica indiana ha presentato quello che definisce il primo SUV ispirato a Batman disponibile in commercio.

Il modello, basato sul SUV BE 6 del marchio nella sua versione da 285 CV (282 hp, o 210 kW) e 380 Nm Pack Three 79 kWh, presenta sufficienti elementi a tema su tutto il veicolo da far impazzire gli appassionati del giustiziere mascherato. In effetti, dato il suo aspetto, la domanda tra il pubblico nazionale sarà sicuramente forte, ma solo 300 fortunati acquirenti potranno mettere le mani su uno di questi veicoli, poiché si tratta di una serie molto limitata.

Non c’è dubbio. Rifinita con un esclusivo esterno nero satinato personalizzato, la Batman Edition presenta una serie di elementi stilistici, che vanno dagli adesivi personalizzati di Batman sulle portiere anteriori e dal tetto Infinity con l’emblema del pipistrello della trilogia The Dark Knight a una serie di emblemi del pipistrello presenti sui coprimozzi, sui pannelli anteriori, sul paraurti posteriore, sui finestrini e sul parabrezza posteriore.
Ma gli accessori non finiscono qui. Oltre al badge posteriore dedicato “BE 6 × The Dark Knight“, l’auto è dotata anche di un adesivo con la firma Batman Edition sul rivestimento della porta posteriore e di luci di cortesia che proiettano sul terreno il logo del pipistrello della trilogia The Dark Knight. Le sospensioni e le pinze dei freni verniciate in Alchemy Gold aggiungono un ulteriore tocco di contrasto alla variante, che monta cerchi in lega da 20 pollici.

All’interno, l’edizione presenta rivestimenti in pelle e pelle scamosciata con cuciture color oro seppia e emblemi del pipistrello della trilogia The Dark Knight integrati, mentre il cruscotto in pelle color carbone è impreziosito da una striscia dorata spazzolata che circonda l’abitacolo del conducente.

UNICA ED ESCLUSIVA

I dettagli dorati a contrasto continuano con la striscia centrale del volante, l’interruttore del freno di stazionamento elettronico e il bordo dell’anello della manopola del controller in-touch dell’auto, tutti decorati con accenti di questo colore. Sul cruscotto è presente anche una targhetta Alchemy Gold Batman Edition spazzolata con la numerazione dell’edizione.
Se ciò non bastasse a ricordarvi dove vi trovate, lo faranno sicuramente gli emblemi del pipistrello sul pulsante Boost, sul pannello del cruscotto lato passeggero e sulle etichette interne, nonché le cinghie di apertura delle portiere ispirate alle auto da corsa con il marchio Batman Edition e il logo del pipistrello per l’animazione di benvenuto sul display della strumentazione. Il trucco più ingegnoso è sicuramente il suono del motore esterno personalizzato ispirato a Batman disponibile per l’auto.

Con un prezzo di 27,79 lakh le prime consegne della inizieranno in India il 20 settembre, che coincide con l’International Batman Day.

Il primo Ferragosto senza più Enzo Ferrari: 15 Agosto 1988

La notizia fu un piccolo colpo, accusato da milioni di italiani e daancora più appassionati al di là dei confini: il 14 Agosto un laconico annuncio  con il servizio più alla portata di TG comunicava quello che nessuno sarebbe mai stato pronto a sapere: Enzo Ferrari era deceduto a 90 anni, e la notizia al 14 Agosto veniva data a funerali già avvenuti. Inutile rievocare sermoni, coccodrilli, speciali, inserti in una fase socioculturale ancora dominata da TV e Carta stampata.

Quel 15 Agosto del 1988, tra una visita del Ministro degli Interni alla Centrale di controllo della Polizia di Stato e la solita lenzuolata di notizie e pettegolezzi sul tipico Ferragosto degli Italiani, una assenza mai percepita prima marcava la sua presenza nel più assoluto silenzio. 

Il monumento alla bella meccanica, alla velocità, all’azzardo, al Made in Italy se n’era andato e quel Ferragosto era il primo senza più il Drake al di là del suo ricordo. 

Ma forse lo stesso Drake non c’era più nei suoi Ferragosto ben precedenti al quel 15 Agosto 1988 ed Autoprove che non ama camminare nella massa, ma preferisce tracciare strade diverse e personali, Vi racconta attraverso me una storia che mai e poi  maiavrete avuto occasione di leggere e conoscere.

Certo quel 15 Agosto per la prima volta non si era alzato dal letto, dove probabilmente negli ultimi anni sorbiva semplicemente la metafora del caffellatte e fetta di ciambellone con cui si narrava che iniziasse la sua giornata.

Di sicuro da quella mattina 15 Agosto 1988 non vi sarebbe più stato l’ordine al suo Autista di passare a salutare Dino, il figlio amato, al Cimitero; non vi sarebbe più stata la visita al suo Barbiere di fiducia.

Quel 15 Agosto era il primo Ferragosto in cui non vi sarebbe mai più stato l’incontro a Maranello tra Enzo ed i meccanici – di turno ma accuratamente selezionati – che come ogni 15 Agosto in cui “Lui”si compiaceva di poter presenziare fino al 1986, quando dopo una ultima visita davvero fugace non prese impegni nel Ferragosto successivo.

Per Ferrari, come lui stesso ripeteva sempre anticipando di decenni in modo casereccio il buon Sergio Marchionne, le Ferie “da cosa?” non esistevano: Maranello era la sua casa, il suo lavoro, le sue ferie, le sue gite fuori porta; ed anche il suo cinematografo preferito e la poltrona elettiva per seguire i Gran Premi nel segreto del suo Studio. 

Come sempre. Però Enzo Ferrari non era davvero morto in quel 15 Agosto 1988

Ma forse era entrato in coma catatonico il 15 Agosto di sei anni prima, al Gran Premio di Austria del 1982, a Zeltweg, nella Domenica 15 Agosto più calda e triste, forse, della sua ultima fase di vita.

L’anno precedente, di quei tempi (o meglio il 16 Agosto del 1981) il “suo” Gilles Villeneuve, partito terzo, si era messo subito in testa in uno dei suoi classici “Start”, anche se si sarebbe ritirato dopo tre giri; 

ma in quella Domenica 15 Agosto invece, il “27 Rosso” dell’Aviatore non c’era più, affidato ad un francese – distinto e semisconosciuto – relegato al ruolo scomodissimo di sostituto di Villeneuve e scudiero “dell’altro”, il francofriulano, il Giuda Didier Pironi.

Gilles era volato via per sempre Sabato otto Maggio in un volo maledetto a chiosa di uno dei momenti più sofferti umanamente e sportivamente dentro la Ferrari.

Ma l’assurdo della vita è che in quella Domenica 15 Agosto 1982 non c’era più neppure Didier Pironi: l’altro ferrarista, quello con il “28”, era stato fino al Venerdì della Gara precedente leader irrecuperabile di una Stagione assurda, irripetibile, maledetta; e l’illustre guardiaspalle, vincente quasi per compensazione divina in Germania, da quel momento diventava il vessillo di Maranello. Il gregario elegante, silenzioso e discreto che Enzo aveva scelto per sedere sulla scomoda e bruciante monoposto di Gilles era il suo amico Patrick Tambay: al Gran Premio di Germania della settimana precedente quella Domenica d’Austria, senza più Didier, Patrick vinceva sventolando sul Podio l’orgoglio rosso che puntellò il seguito di una Stagione folle e diabolica.

Austria, Ferragosto 1982: Enzo Ferrari forse già ha spento qualcosa di sè

Il Sabato precedente Zeltweg, ad Hockenheim, Didier aveva sfiorato la morte tre mesi esatti dopo Gilles. 

E in quella Zeltweg ci poteva già essere la carica detonante in queste poche disgraziate note di ricordo, per avere una sincope, dentro un fisico semplicemente umano. 

Ma non bastava sul Drake: Enzo Ferrari non aveva sentimenti umani. Forse li aveva consumati dopo la morte di Dino, come poco a poco li consumava ogni qualvolta un suo figlio di Pista, al volante di una creatura di Enzo, volava via. 

Come ogni Capitano di Industria vincente e capace (perchè lo era, non certo uno stupido) il Grande Vecchio era una sorta di satanica bestia eretta e astuta, cinica ed aggrovigliata sulla lucida follia del suo progetto vitale. 

Ad uno così faceva forse più male – della sorte disastrosa dei suoi “galletti” – la guerra di frontiera che Fiat aveva deciso di fargli smaccatamente. 

Ed in questo Lui, Enzo Ferrari, si era ritrovato tra gli incubi ed i fantasmi un mondo intero che gli cadeva addosso. 

La probabilità che a vincere il Titolo Piloti del 1982 fosse DidierPironi forse gli era assolutamente ininfluente. 

Fosse stato per lui probabilmente avrebbe messo, da Giugno, la dinamite sotto le due 126C2 e sotto tutto il Mondiale 1982. Gilles era davvero un Pilota, un ragazzo, un talento, al quale Enzo Ferrari si era affezionato.

In un maledetto Mondiale 1982  che in Austria – cioè a casa sua – persino Niki Lauda era tornato a poter, in assurda ipotesi, vincere quasi ad aggrovigliare ricordi e pensieri di quel vecchio uomo, in un clima dove quel “Vedremo dove sarò io e dove sarete Voi” sembrava essere diventato un anatema semplicemente con il fuso orario sbagliato perché partito con cinque anni di ritardo; 

in quella Domenica forse neppure Enzo Ferrari sapeva più dov’era la sua creatura rossa, stravolta da una serie di eventi e attraversata da una sorte che neppure il più visionario dei suoi peggiori nemici avrebbe potuto prevedere.

E neppure noi Tifosi e telespettatori dell’epoca sapevamo più davvero dov’eravamo, ormai pervasi da quello stato d’animo di chi, al buio e verso sera, perduto all’improvviso il sentiero ed i segnali cruciali rivolge sguardo ed attenzione allarmata verso qualunque ombra, movimento o rumore provenga da intorno a noi. 

Avevamo perso tutti i riferimenti in F.1: giovani e più vecchi non dimenticheranno mai il 1982.

Dopo Hockenheim la platea al seguito del Circus non sapeva più davvero quali sarebbero diventati i protagonisti determinanti in quell’anno: forse sarebbe tornata sugli scudi la Renault della coppia “scoppiata” francese Prost-Arnoux ?

Bah, viste le premesse, ormai non ci credevano più neppure a casa loro…E con la terza forza turbocompressa (Brabham) sacrificata in un anno sabbatico, ecco che a questo punto tornavano alla ribalta loro, i “Garagisti”: come sempre in un sovraffollamento di nomi e storie e con Williams, Mc Laren, Lotus, Ligier in primo piano.

I Garagisti: chissà se il Drake avrà riavvolto l’audio di sé stesso, e di quando così li aveva appellati con un certo disprezzo bollandoli come adepti di un culto aerodinamico privo di altari motoristici, e per questo relegati ad un piano filosofico a metà tra una setta satanica ed una combriccola da sagra paesana…

Di certo loro, dopo Hockenheim, avevano sorprendentemente spostato le lancette all’indietro, a quel 31 Dicembre del 1981 in cui le sorti mondiali e le posizioni di testa erano ancora loro da quando – a partire dal 1968 – il geniale Ford Cosworth aveva accompagnato 11 titoli di Piloti di monoposto inglesi su 14 Stagioni fino ad allora senza alcun timore reverenziale.

1982: l’ultima volta in cui Enzo Ferrari vide una Rossa dominante fin dall’inizio

Questo voleva dire che era meglio una ottima aerodinamica che un gioiello di motore? 

No, voleva semplicemente dire che aver rovesciato il tavolo da gioco presentando il primo Turbo di Maranello era un modo snob per Enzo Ferrari di fare il Garagista senza darlo a vedere: se non puoi batterli unisciti a loro: i buoi dietro al carro, il turbo sopra i buoi e l’effetto suolo intorno a loro. 

E da Gennaio 1982, quando al Paul Ricard era apparsa la “126 C2” per i test invernali, gli stessi Garagisti si erano autodedicatil’incipit manzoniano “Ei fu” a ricordo di un’epopea vincente che quella sorta di “Ottobre Rosso” stava per cancellare.

Quella Ferrari – una delle più discusse e controverse Rosse della storia – era come lo gnocco fritto Take away, l’olio extravergine monodose, le fette singole di cotechino modenese: un modo Smart di proporre qualcosa che – se non fosse Smart – tornerebbe tradizionale; ma che non può che rimanere Smart per non far capire al contrario – che non ha proprio più nulla di tradizionale. 

E come ogni “Smart Revolution”, quella monoposto era il segno di un cambio.

Dopo la “126 C2” infatti nulla a Maranello era e sarebbe stato mai più come prima, in una sfida a duello in cui il Drake per la prima volta combatteva i Garagisti con le loro stesse armi poco prima che le armi diventassero di lì a poco uguali per tutti; forse questo è il vero habitat in cui era maturata la tragedia di un Gilles che nella nuova Ferrari S.P.A. “Senza Preferenze Affettive” poteva solo scegliere se adeguarsi al nuovo cinismo aziendale, o alzare i tacchi a fine Stagione forse ripetendo l’anatema che già aveva espresso Niki in faccia al Drake.

Il destino aveva creato la terza drammatica opzione: Gilles era andato via, per sempre lasciando nelle mani di un rampollo francese (nato agonisticamente nei Rallyes per non spaventare la mamma sulle monoposto) che da Imola di quell’anno aveva dovuto indossare un abito con cappio incorporato, che stringendosi sempre più attorno al suo stato emotivo lo ha di certo portato in crisi.

La batteria a Monaco è stato l’unico guaio stagionale estraneo alla sua interazione; ma lo spegnimento del motore alla partenza (guarda caso nella terra di Gilles) e lo schianto in Germania (casualità, dopo che un settimanale nazionale aveva distribuito il disco con la voce di Gilles….) lasciano ancora il dubbio sullo stato d’animo che poteva attraversare Didier dopo Zolder. Quel dichiarato Giuda odiato da mezza Stampa ed Opinione Pubblicaaveva anche un’anima, in fondo. 

Ma tutto questo, il 15 Agosto del 1982, era un capitolo passato e ne serviva uno nuovo a Maranello per continuare a scrivere il libro.

La Ferrari numero 28 di Didier quella Domenica era la battistrada: 39 Punti a quattro Gare dalla fine con 9 punti di vantaggio su John Watson (che quasi nessuno fino a fine Luglio avrebbe mai iscritto tra i potenziali Iridati), e ben 12 e 15 Punti di divario dagli altri due più possibili avversari Rosberg e Prost.

Pur fantasticando di un eventuale ed improbabile “boom” del simpatico irlandese della McLaren (che nemmeno un Bookmaker d’assalto avrebbe avuto l’immaginazione di quotare) sarebbe stato fin troppo ovvio predisporre alla stregua di Colin Chapman nel 1970 una “trincea di guardia” in grado di togliere via dalla disponibilità del Gruppone almeno i primi due posti fino a fine Stagione: la bagarre e la assoluta anarchia che regnava dietro avrebbe fatto il resto.

Sembrava infatti questa una nuova situazione alla “Rindt” del 1970, o addirittura alla “Lauda” nel 1976: dove nel primo caso un “Garagista” aveva ricreato una Squadra di contenimento contro il rimontante Ickx, che proprio grazie ad una Lotus interposta tra il belga ed il Podio aveva di fatto perso il Mondiale alla penultima Gara; e dove nel secondo caso, con la regia del “Grande Vecchio” nel ’76, un adepto della tribù dei piedi neri aveva firmato il suo unico insperato sigillo storico grazie in fondo alla estrema e virale vigliaccheria (e arrogante stupidità) insita nell’Adelmo che ogni giorno combatteva la sua battaglia contro Enzo che, a sua volta, doveva tenere a bada il Drake.

Perché Ferrari quando era Enzo si dimostrava più cinico e micidiale di un Garagista, mentre quando tornava anche per poco Adelmo diventava umano, teatrale, patetico. 

E perdente. Era invece quando si tramutava in “Drake” e “mammasantissima” che ultimamente rischiava il fallimento totale; perché i tempi cambiano, e anche i totem possono vacillare.

Fu “Drake” nel 1976, fu “Enzo” nel 1979 e tornò ad essere “Drake” quando con il “Patto della Concordia” del 1981 mise finalmente d’accordo Bernie e Balestre davanti a cappelletti al burro e cabaret di carni bollite.

Ma nel 1982, forse perché incapace di comprendere appieno quell’Angelo della Morte chiamato “126 C2” si comportò da “Adelmo” fino a dopo Zolder. Fino a dopo la morte di Gilles.

Da quel momento era rimasto al massimo “il Drake”: quello che da Hockenheim 1982 (quando decise di perdere attenzione al Mondiale Piloti semplicemente perché probabilmente non ci aveva mai creduto) chiamò d’urgenza Mario Andretti solo quando il rimontare delle due Mc Laren (e con il Podio proprio di Niki a fine Agosto) diventò minaccioso per la Classifica Costruttori.

Ma in quella Domenica 15 Agosto 1982, in un’Italia festiva ed abbandonata al riposo di metà estate, probabilmente quello seduto davanti alla TV nel suo Studio non è più né Enzo, né Adelmo, né più il Drake.

Ferrari è soprattutto un uomo vecchio che di lì a poco dirà al suo ennesimo figlio prediletto Forghieri “Và, non ti tengo”; il messaggio concordato anni prima tra i due, secondo il quale dal momento in cui Enzo avesse capito di non poter più guidare la sua creatura avrebbe consentito ai suoi più stretti collaboratori di abbandonare la nave.

Quel momento era ormai in arrivo, Marco Piccinini da D.S. era l’avamposto di nullità voluto dal Gruppo Fiat per iniziare ad espugnare la fortezza Rossa. 

Chissà che Enzo, avendo capito, non volesse consegnare loro una Cattedrale nel Deserto?

Proprio Forghieri alla vigilia di Zeltweg aveva dichiarato quanto fosse difficile reperire un sostituto anche per la seconda / prima / neoseconda Ferrari; ma chi crede a questo, dopo la immediatezza con cui a Monza Andretti salì sulla 126, appartiene al pubblico ideale di Ferrari?

Ognuno la pensi come vuole: io, cercando il mio momento di riconciliazione con un uomo che non ho mai avuto in simpatia (da perfetto nessuno quale sono, ma da Tifoso che ha diritto di esprimere il suo gradimento), voglio credere che libero da ogni figura retorica ed obbligo protocollare, quell’uomo solo davanti alla TV abbia voluto cedere al sentimento: se non di Gilles, quel Titolo non doveva essere di nessun’altra Ferrari quell’anno.

E come forse capziosamente disse Frank Williams: “Noi abbiamo vinto il Titolo 1982 che la Ferrari ha perso”; ci sono almeno tre sottotitoli che possono scorrere nella traduzione di quella frase, nessuno dei quali ha una motivazione o un effetto cordiale o amichevole.

Perché in quel 1982 non c’era un cretino, dico uno, che non avrebbe pagato per correre su una monoposto che poteva vincere persino radiocomandata. A parte Alan Jones, con cui Maranello non trovò l’accordo per motivi contrattuali, vorrei chiedere ai saputoni del momento chi fu a dire “No, grazie: non mi va di vincere”….

Ma al di là di questo, la Gara di quella Domenica 15 Agosto 1982 fu già una avvisaglia del fine Stagione, con Tambay fermo in mezzo alla Pista a mezz’ora dalla fine delle Qualifiche del Sabato, e la Squadra a chiedere con Marco Piccinini una interruzione non concessa per il recupero e la ripartenza: in terra di Niki, la Ferrari era solo un Team.

Patrick partiva quarto (e solo) sulla Rossa, davanti a lui Prost e dietro di lui Rosberg e Watson.

Pronti, partenza, Via: Patrick subisce una foratura, e solo un sorpasso in extremis su Lauda lo porta al quarto posto.

Davanti a lui, in Eurovisione, quel fotofinish storico tra Elio e Keke lascia nel Drake una strana sensazione di stomaco: sovrappone le immagini di Pironi al traguardo di Imola davanti a Gilles; quelle di un Elio scartato nel 1977 dal Drake per una inopportuna intromissione di papà Giulio sugli ingaggi concessi al ragazzo, e si chiude con la immagine di quel Go-Kart bianco numero 5 che facendo capolino da dietro Elio sul traguardo, clicca i lampeggianti anche sul retrovisore a Maranello. 

La perfetta rappresentazione di un ingarellamento autostradale tra una 308 GTB dell’epoca ed una “Triumph Dolomite” truccata tipica di un Garagista, con la Triumph che arriva per prima al casello contro ogni legge fisica.

Quella Domenica di metà Agosto a dominare erano stati quei tre Garagisti: Colin, Frank e Guy. Quello di loro che porterà a casa il Titolo dirà, come ricordavo : “Abbiamo vinto il Mondiale perso dalla Ferrari”…. No, non era una frase di riconoscimento o di abbraccio fraterno, ma lo schiaffo di un Garagista a chi lo aveva sprezzatamente definito come tale.

Uno scambio di cortesie al veleno, da parte di un quasi “ex Garagista” che grazie anche ai buoni uffici di Michael Edwardes(suo main Sponsor alla British Leyland) passerà a breve alla dimensione del “Trust vincente” con la Honda; destino già toccato in quella Domenica alla Lotus che aveva appena chiuso l’accordo con la Renault.

Rimaneva la Ligier, temporaneamente, a vestire i panni che furono il vanto del motorsport britannico.

Del resto, il titolo di tutto il nuovo inizio era nello striscione di “termine” di Zeltweg, con la cornice della “T.A.G” : Partner di Williams fino ad allora e per poco tempo a venire, e poi “Trust tecnologico” dominante da due anni dopo. 

Sotto quello striscione, primo e secondo, erano passati due nuovi assi della storia della F1. Uno dei due Enzo Ferrari lo conosceva bene: Elio De Angelis fu uno dei due possibili sostituti di Gilles dopo quel breve periodo in cui, post Fuji, anche il Drake aveva per un po’ dubitato delle sue scelte. Il secondo era Keke Rosberg: ottimo Pilota, ai livelli di Pironi fin dal 1980. Svincolato, libero da fine 1982 e passato per quasi culo alla Williams. Chissà se Enzo Adelmo avrà avuto un lampo di immaginazione pensando a cosa quei due caschi avrebbero potuto fare dentro le sue 126 C2. Ovviamente è una mia pia illusione……

Quella cornice al Traguardo era didascalica: Bene arrivati al Vostro traguardo da Garagisti, Benvenuti nel futuro.

15 Agosto 1982, l’ultima festa di Ferragosto della vecchia Formula Uno, forse la data di morte emotiva di Enzo Ferrari da allora al 14 Agosto del 1988. Sipario su un mondo ormai scomparso. Ciao, ancora, Grande Vecchio.

Riccardo Bellumori