Ci sono tante “Storie” con la “S” maiuscola. Ci sono le Storie ufficiali, che riportano più o meno fedelmente quanto accaduto nei periodi di interesse. Ci sono le Storie popolari, spesso parallele a quelle ufficiali, che vivono di luce riflessa e di continuità come fossero baluardi di un credo o di una appartenenza sociale. Poi ci sono le Storie apocrife, quelle in cui personaggi eminenti riscoprono un personaggio od un evento riscrivendone in parte la Storia ufficiale. E in fatale intersezione con queste io metterei le Storie mai scritte. Sono le Storie di persone, ambienti, accadimenti nei quali l’avvento o l’assenza di una circostanza fondamentale generano un improvviso cambio in un destino che sarebbe potuto essere ineludibile. Secondo me queste sono le Storie più appassionanti, e forse sono quelle di numero maggiore rispetto alle prime che ho elencato. La Storia che sto per raccontarVi e’una di queste. E’ la storia di Pat Hennen, Campione destinato ad essere una forza del Motomondiale il cui percorso inarrestabile è invece stato stroncato da un accadimento. Anzi, sarebbe più esatto dire da una parete, quella di un edificio a lato del micidiale TouristTrophy.
Strano scrivere un ricordo di un Pilota, quando si parla da appassionati, poco dopo la sua scomparsa ancora recente poiché avvenuta ad Aprile di due anni fa.
Dato che non si tratta di un coccodrillo pagato da una Agenzia, sembra quasi che uno si sia erudito leggendo gli articoli commemorativi per colmare un vuoto.
Eppure su Pat Hennen io avevo già scritto, tanti anni fa quando collaboravo per un Blog sportivo ormai chiuso, un pezzo che non mi imbarazza riportare qui di nuovo. Perché onestamente non saprei scrivere di meglio.
Pat Hennen, come Steve Baker, appartiene ad una “guerra dei mondi” che ha portato in Europa il mito americano a sua insaputa.
Pat e Steve ne sono stati in fondo gli “Sherpa”, girando il Vecchio Continente nei loro Motorhome con famiglia, masserizie e canzoni “Folk” al seguito.

LA STORIA DI PAT HENNEN
In America aveva cominciato a correre a 15 anni nel Dirt- track(ovviamente), ma da allora sembra una figura mitologica, mezzo uomo e mezza motocicletta.
Ha una agenda agonistica soffocante:, nato il 27 Aprile del 1953 a Phoenix, a 16 anni corre negli “Juniores” AMA le Gare stradali della California settentrionale, a 17 sale su una Suzuki 250 stradale elaborata dai suoi fratelli nella Velocità in Pista; due anni e una dozzina di vittorie dopo (senza poter mai salire al livello Expert per non incontrare moto originarie da Competizione che non poteva permettersi e che lo avrebbero “sverniciato”), nel 1973 Ron Grant gli affida una Yamaha “TZ 350” sbattendolo a correre contro “ragazzini” dell’ordine di Wes Cooley, ed a Gennaio dello stesso anno sbarca per la prima volta fuori confine americano (in Nuova Zelanda ed Australia) dove, ancora ventenne, sale sulla terrificante “Water Buffalo”, cioè la Suzuki TR-750 per la “Marlboro Series” della Squadra di Rod Colman.
A 20 anni Pat sale dunque su un mostro elegantemente schivato da decine di pluricampionissimi dell’epoca……
Nel 1974 vince contemporaneamente la “Daytona 100 Miles”, la “Marlboro Series” neozelandese e il Titolo AMA Juniores.
Viene selezionato nella rappresentanza dei piloti americani che corrono in Inghilterra il “Transatlantic Trophy” del 1975 contro i britannici: è una kermesse pasquale che nell’Isola di Sua Maestà vale più di un titolo per il retaggio dei rapporti storici tra i due Paesi. E, guarda caso, in quella edizione con Pat in Squadra gli USA battono per la prima volta gli Inglesi.
Suzuki a questo punto lo mette sotto contratto nel Motomondiale tra i Piloti in sella alla devastante “RG XR14” 500 cc.
Esordio italiano, Gp delle Nazioni 1976, Pat perde all’ultima curva l’aggancio per il terzo posto nel pacchetto in lotta conTeuvo Lansivuori e Virginio Ferrari ma al primo GP mondiale è comunque quinto alla fine.
E’ secondo ad Assen e strappa la vittoria nel percorso di guerra di Imatra. E’ la prima volta in assoluto per un pilota statunitense in un Gran Premio di Campionato mondiale, ed è una Vittoria a tal punto inaspettata che l’Organizzazione non aveva predisposto il nastro registrato con l’inno nazionale americano per il Podio…… E così quel ragazzino tutto lentiggini e simpatia comincia a diventare una fisionomia familiare in TV…
Finisce la sua prima Stagione mondiale da terzo iridato, a soli due punti dal Vice Campione, l’espertissimo Teuvo Lansivuori; senza quel distacco il clamore per un secondo posto alle spalle dello schiacciasassi Barry Sheene avrebbe sollevato un clamore mediatico incredibile.
Pat diventa dunque il compagno di Sheene alla Heron Suzuki GBin un 1977 concluso ancora ottimamente di nuovo in terza posizione iridata; ma certo lui stesso avrebbe desiderato di meglio.
Tuttavia il ruolo di “secondo” dentro Heron e la nuova regolamentazione dei punteggi (senza più l’obbligo di scartare i risultati peggiori, come nella Stagione precedente) rendono il percorso irregolare di Stagione di Pat un piccolo Handicap.
Nel 1978, complice una Stagione poco brillante di Sheene, PatHennen è il vero rivale di Kenny Roberts per il Titolo: alla data del 14 Maggio, dopo il Mugello (Gran Premio delle Nazioni), la classifica è davvero incoraggiante per il giovane ancora venticinquenne di Phoenix.
Kenny Roberts, capoclassifica e Campione mondiale alla fine, ha 57 punti in quel momento. Barry Sheene – tenuto in palmo di mano ad Hamamatsu dove ha sede la Suzuki, ma divenuto tra l’altro piuttosto bisbetico ed altezzoso al punto da aver iniziato a stare sulle scatole a diversi manager e meccanici nel Team Heron– ne ha dieci in meno perché dopo la partenza al Top (vince il primo Gran Premio stagionale) si inceppa dietro almeno tre risultati modesti ed inaspettati.
Al secondo Posto iridato temporaneo invece, a solo sei punti da King Kenny, è il piccolo Pat a svettare in una posizione che dovrebbe mettere tutta Casamadre Suzuki nella condizione di cominciare a ragionare su chi davvero puntare, visto che nel frattempo anche un asso venezuelano come Johnny Alberto Cecotto, su Yamaha, sta rosicchiando posizioni contro le Suzuki. E’ evidente che the “Only Man Show” Barry in quella Stagione si è impantanato, mentre Pat – con materiale da seconda guida – non aspetta altro che qualcuno accenda la sua miccia, per poter esplodere. Il ragazzo infatti sta facendo miracoli, ma al minimo delle sue potenzialità effettive.
Potrebbe dunque realizzarsi una impresa a suo favore di se Patnon decidesse di imbarcarsi nel “TT” (da due anni fuori ormai dal calendario del Motomondiale) spinto dalla ambizione un poco incosciente di voler essere il primo statunitense a vincere all’Isola di Man.
Che l’ambizione fosse sua personale (come fu frettolosamente detto dalla Suzuki nei comunicati Stampa post incidente) o che invece – molto probabilmente – quella puntata al TT fosse una richiesta della Casa giapponese per esigenze pubblicitarie, non lo sapremo mai. Perché il dubbio viene.
O meglio: in una intervista – cosa rara per un ex Pilota ormai fuori da ogni kermesse – Pat dichiarò che Maurice Knight, il Direttore Suzuki per la Gran Bretagna aveva chiesto a Sheene ed a lui di correre il TT per fare “battage” pubblicitario nel mercato interno. A Sheene fu permesso di rinunciare, ma ad Hennen no…
Pat Hennen arriva al TT da secondo Iridato provvisorio mondiale a sei punticini da Roberts, roba di un quinto posto di differenza :nei cinque primi Gran Premi di Stagione Pat aveva conquistato una vittoria e tre Podi; una macchina da Guerra, ed una vera sorpresa per tutti, che doveva solo essere confermata.
Lo stesso Roberts è costretto a riunire gli altri due Team Yamaha in lizza e proporre – salvo parere di Iwata – una strategia di Squadra per appoggiare il Team Yamaha USA (primo provvisoriamente) ed evitare una guerra intestina deleteria.
Purtroppo per Kenny (che comunque vincerà il Titolo) la Casamadre fa spallucce e se ne frega altamente di appoggiare od imporre gerarchie in Pista.
Insomma, con Sheene in grave ritardo e con la Yamaha in affanno, sarebbe bastato poco per riscrivere l’Albo d’Oro del Motomondiale 1978.
Lunedì 5 Giugno 1978: Pat Hennen parte dalla prima posizione al TT, ma la sua Suzuki ha problemi di accensione, e si ritrova quinto.
Percorre il primo Giro con il motore singhiozzante, mentre John Williams è primo davanti ad Herron.
Al secondo giro Tom è il leader della corsa mentre l’attenzione di tutti si sposta sui ritiri prestigiosi di Mick Grant e di Joey Dunlop e su Mike Hailwood che non riesce a tenere in pista la sua Yamaha.
Al quarto Giro Kevin Wretton ha un brutto incidente e viene aviotrasportato al Nobles Hospital.
Al quinto John Williams ferma l’ultimo suo exploit sul Giro alla media di 115 Miglia all’ora, ma il suo radiatore esplode mettendolo fuori causa.
E all’ultimo Giro, dove per la prima volta nella storia del TT Hennen scende sotto i venti minuti e sopra la media di 120 Miglia orarie, è’ secondo e poco avanti vede Tom Herron: siamo al Ballaugh Bride, a Bishop Court, curvone velocissimo a sinistra da 180 Km/h prima del gomito di Kirk Michael. In pochi attimi il dramma.
La Suzuki o Pat stesso si scompone, lui viene disarcionato e finisce come un proiettile contro la parete di una Chiesa. PatHennen, entrato in coma, non ricorderà mai nulla di quell’incidente.
Nella spiegazione ufficiale degli Organizzatori si riporta l’impatto del casco del Pilota con un “corpo in volo”, quando lui si è sollevato con la testa fuori del cupolino per la staccata prima della curva. Un grande insetto spiaccicato? Un gabbiano?
Il fratello Chip, nel voler indagare le cause di un incidente così misterioso, rileva segni di gomma sul cordolo di cemento che perimetra la curva dopo la quale Pat aveva iniziato il suo volo; ma la traiettoria ideale di curva era a circa sessanta centimetri di distanza dal cordolo. Ovviamente inutile cercare riscontri nella moto incidentata.
Ma perché Pat avrebbe dovuto colpirla così grossolanamente come neppure uno sprovveduto? E perché, in caso, “avrebbe perso il controllo della sua Suzuki” come detto in via ufficiale?
Certo, quella Suzuki era partita non proprio a punto, ma per garantire il Giro più veloce della storia non aveva certo problemi di assetto.
Una coppia di spettatori appassionati, appollaiati dietro una delle siepi di Cronk-Y-Voddy avrebbe dichiarato ad un giornale locale di aver visto chiaramente Tom Herron e Pat percorrere appaiati quel curvone: inconfondibile la livrea delle due Suzuki, in particolare quella di Tom Herron, presa “a gettone” da Finlay.
Inconfondibile come lo era Tom, una specie di idolo locale per la sua origine irlandese e per la sua militanza nel TT. E per quel numero “8” ben stampato sulle carene.
Secondo la coppia, però, Tom – con una quindicina di centimetri di vantaggio della sua anteriore rispetto a Pat – avrebbe chiuso l’americano verso sinistra per impedire il sorpasso.
Si era ormai al sesto ed ultimo giro, ed Herron in modo molto scenografico già salutava il pubblico convinto della vittoria, non avvedendosi della furia di Pat arrivargli alle spalle.
Fosse dunque stata la gomma posteriore del pilota americano a colpire il cordolo, sarebbe dunque più plausibile una impennata anomala della Suzuki, e non un gabbiano, ad averne provocato il volo fuori pista.
Contemporaneamente, visto che Pat colpisce la parete della chiesa con il retro del casco ed il fianco del suo povero corpo, la visiera paradossalmente rimane fissata ed intonsa sull’elmetto.
Possibile che dopo un insetto così grande da aver oscurato la visiera oppure un impatto con un volatile pesante al punto da aver sbilanciato il povero Pat, la visiera non avesse riportato tracce?
Comincia così una carambola di risposte, illazioni, in qualche caso finite davanti agli avvocati.
Pat Hennen è in coma per la forza dell’impatto contro la parete della Chiesa di San Nicola. Un gruppetto di tifosi si raduna, si accalca e persino Takazumi Katayama si ferma e rinuncia ad ogni piazzamento pur di presidiare l’amico in questa tragedia.
Tom Herron? Va a vincere, da pilota Privato come è sempre stato, anche a causa del suo carattere, della sua violenza verbale, e della sua incostanza.
Ha 39 anni Tom, e da tempo è sulla lista nera di tanti Piloti per le modalità intimidatorie con cui presiede gli angoli di Pista che percorre. La dinamica raccontata dalla coppia di spettatori potrebbe coincidere con il comportamento tipico dell’irlandese, oppure rappresentare una illazione causata dalla insopportabilità del personaggio.
Tom Herron correva dal 1965, e per quindici anni era stato un privato: furgone, tenda, birra e libertà. Ma dopo un biennio notevole con la Yamaha in 350 voleva la sua ultima occasione.
Ironia del destino, sarà pilota ufficiale Suzuki Heron – al posto di Pat Hennen – proprio l’anno successivo (1979) prima del suo incidente mortale: e questo passaggio di ruolo tra un possibile “colpevole” e la possibile “vittima” non farà che aumentare i pettegolezzi.
Anni dopo, e solo recentemente, mi sono messo alla ricerca dell’ “altra campana”, cioè proprio della versione di Tom Herron. E l’ho trovata su un sito personale dedicatogli da due appassionati. Con parole virgolettate stile dichiarazione Tom rievoca quei momenti: la testa della corsa all’ultimo Giro, il saluto inopportuno al pubblico, il confronto con Pat. Ma non dice nulla sulla dinamica di un eventuale scontro. Anzi.
Tom Herron colloca Hennen dietro di lui, nel racconto: e dunque neppure sa (per come lo rievoca) dell’incidente. Per questo non si ferma e va a vincere il suo terzo “TT”, ed il primo Senior corso al Lunedì all’Isola.
E’ la versione “giusta”? O no? Poco importa.
Pat Hennen, a 25 anni e con un futuro stellare davanti deve abbandonare le corse. Ancora prima, si vociferava, di abbandonare Suzuki con un prevedibile “out out” se la Stagione 1978 fosse stata condotta sino alla fine: o lui e Barry gestiti da due Staff separati e con identico Budget e risorse da parte Suzuki; oppure……..Qualcuno si è spinto a pensare che senza quel maledetto “TT” forse Freddie Spencer non sarebbe mai arrivato in Europa con la Honda.
L’uscita dal coma gli lascia delle inabilità permanenti: non ha più la mobilità fisica necessaria, soffre di equilibrio, e articola male le parole. Dopo una convalescenza e riabilitazione durata tre anni entra alla Emmick Enterprice e si guadagna da vivere saldando telai per i Go-Kart.
Con una grande volontà riprende gli studi, e diventa un tecnico dentro il mega distributore di componentistica per motociclette “Motion Pro”.
Nel 2007, giustamente, entra nella “Hall of Fame” senza neppure saperlo: in quel periodo per la sua Comunità cristiana di San Francisco si attiva per le azioni di assistenza, recupero dei giovani, lotta alle dipendenze.
Ci ha lasciato l’Otto Aprile. Quell’”Otto” malevolo che, si dice, era stato causa del suo dramma al TT del 1978.

