Marchi Auto storici: il Codice Di Risio è un sacrilegio o un colpo di genio?

Non avevamo dubbi: se la presentazione della Itala 35 il mese scorso, al Mauto, aveva suscitato tiepidi commenti e lasciava spazio, nella maggioranza degli osservatori, al dover prima capire quale sarebbe potuto essere il layout ideale di una rinascita per un Marchio che ha chiuso i battenti a Borgo San Paolo una infinità di decenni fa (e dunque lasciando l’alea del dubbio se il corrispondente moderna ideale della vincitrice della massacrante Pechino-Parigi non potesse essere – effettivamente – un Suv); di fronte alla nuova O.S.C.A. MT6 il fronte di fuoco si è subito manifestato. 

Commenti abbastanza critici, fastidio e delusione sono trapelati dai Forum, dai commenti a caldo, da alcuni articoli di supporto. In parole povere la provenienza di un corpo vettura Changan sotto ad un logo che nella sua carriera ha simboleggiato Roadster, berlinette e prototipi di puro stampo agonistico non poteva che suscitare, nei puristi, sensazioni negative e dissenso. 

La verità è che di Itala – come di O.S.C.A. – il grande pubblico sao ricorda ben poco, ma l’associazione di quest’ultima alla storia dei fratelli Maserati rende il Marchio di San Lazzaro di Savena una sorta di totem da difendere a prescindere nella sua purezza simbolica.

Insomma, se l’ultima realizzazione – sessant’anni fa – dei fratelli Maserati era stata una coupè sportiva di piccola cilindrata fatta apposta per “Gentlemen Drivers”, il ritorno di O.S.C.A. doveva ripartire proprio da là. 

Detto così, sarebbe una ottima linea di ragionamento, ma solo sulla carta. Perché anche sulla questione “rinascita della O.S.C.A.” ci sono tante cose a margine da dire e controbattere. 

Un poco di ricordo filologico: dopo diverse esperienze finite “a bagno” (cioè fallite o mai realmente iniziate) di rinascita di Marchi storici da inizio anni Novanta, si era diffuso il “dogma” per il quale sembrava un reato utilizzare piattaforme terze per la realizzazione di nuovi modelli di Marchi storici. 

Il primo caso davvero scandaloso (vado a memoria) fu quello della famigerata “Isotta Fraschini” di Mister Malvino nel 1991: a parte l’inchiesta penale ed i risvolti giudiziari che portarono poi alla chiusura tristissima di quella sorta di azzardo a doppio fondo, quello che sorprese e non convinse l’opinione pubblica fu il ricorso, per la presentazione dei due nuovi modelli “IF” T8 e T12, agli chassis delle “Audi 90 Cabriolet” corroborate da un V8 Ford e da un V12 di Ingolstadt. 

Nonostante il “doping” motoristico pensato a Gioia Tauro (era là che si sarebbe dovuta realizzare la nuova Gamma) in verità il disegno dello stile fatto da Tom Tjiarda (vittima incolpevole di un progetto che definire farlocco è un complimento) fu piuttosto deludente fin dalla presentazione di un prototipo che sarebbe arrivato in produzione di piccola serie a prezzi che all’epoca quotavano in ipotesi almeno 100 milioni di vecchie Lire: per intendersi la “Mercedes SL” cabrio 8 cilindri a V di Bruno Sacco costava il 20% in meno….Ma gli chassis di provenienza, della “modesta” Audi 90 derivavano da un modello che faticava a toccare i 50 milioni di Lire dell’epoca. 

Tanti progetti su rinascita di Marchi storici sono naufragati prima di iniziare

Dunque, il disastro annunciato fu evitato solo per la procedura di bancarotta fraudolenta con relativi sigilli della Guardia di Finanza; ma il precedente nobile fu in verità poco prima: nel 1990 uno Staff di investitori guidati da Piero Rivolta tenne a battesimo la ipotetica rinascita della Iso Rivolta con la “Grifo 90”, conceptbellissimo disegnato da Marcello Gandini e motorizzato Corvette ma con uno chassis in carbonio tutto nuovo. Progetto proibitivo, che non ebbe seguito.

A questo punto, però, i sentimentali e nostalgici del battilastra e del saldatore di telai in tubi dovevano iniziare a rassegnarsi: bella la tradizione, bello il rumore delle mazzate sulle maschere di legno….Ma cominciamo a dire una cosa: sapete a quante omologazioni, verifiche e controlli sono soggette le auto prodotte in Europa, anche a livello artigianale, per poter circolare in strada ed essere “immatricolate”?? 

Allora, se lo sapete e volete comunque una due posti secchi, magari roadster, magari con un bel motore dietro; e magari volete anche poter sognare di acquistarla un giorno (perché sperate che non costi cifre a sei zeri dietro) dovreste prima organizzarVi per una bella campagna di Crowdfunding per sostenere l’avventuroso Imprenditore su questi sogni a quattro ruote; e poi, magari, una volta delusi dal risultato potreste avere titolo per contestare.

Borgward, MG, Vanwall, Alpine: il filone delle “derivate” diventa un modello industriale?

Mentre se invece rivendicate il solo diritto a protestare da un divano con la tastiera davanti, solo per il gusto di esprimere al mondo quanto ha sbagliato l’imprenditore di turno nell’avviare un progetto di rinascita di un Marchio storico, ricordate che:

​-Chi sa fa, chi non fa parla (antico proverbio contadino);

​-Negli ultimi vent’anni la percentuale di start-up – basate sulla rinascita di Marchi storici – che sono fallite senza appello previa prefigurazione di progetti faraonici è altissima: i numeri, cari sognatori, non Vi danno ragione;

-Il battistrada iconico di un nuovo modo di concepire la rinascita di un Marchio storico è stata Borgward, nel 2015: quando BAIC nel 2008 acquisì i diritti sul Marchio storico – fallito nei primi anni Sessanta in Germania – la produzione ripartì alla fine del 2014 con una linea di SUV decisamente “ispirata” ai canoni ed al rango di BMW; ma nel 2022 il progetto è fallito tornando nel dimenticatoio.

 

Poi è arrivato il turno di Saic per MG, e qui perplessità e ironia si sono moltiplicati sui Forum e sui Gruppi di Owner’s Club inaugurando un modello che – più o meno – ha imperversato fino ad oggi. 

A questo proposito è stata assolutamente didascalica l’intervista rilasciata da Andrea Bartolomeo ad Autoprove (cliccare per visualizzare) che ha chiarito un aspetto chiave: il settore delle “speciali” intese come coupè e spider due posti due porti è oggi un mercato che – con riferimento al mercato di MG – vale in Italia meno di mille pezzi all’anno, e proporzionalmente questo si proietta in Europa dove in effetti (come ha detto bene Bartolomeo) Brand storici come – ad esempio – BMW stanno lasciando terminare la offerta di Gamma. 

Ma mentre questo avviene od è avvenuto per i Marchi tradizionalmente votati, sul versante dei Marchi storici “sportivi”che ripartono c’è un vero filone o “trend” che a parte qualche (ancora) defezione nobile (vedi il caso di Lister che, causa lo stallo imprevisto di Jaguar, è attualmente in standby) riporta nomi che dal lato storico hanno lasciato davvero un segno: ma se Alpine (Gruppo Renault) ha scelto forse prevedibilmente l’approdo al mondo dei SUV per confermare un passaggio discriminante ad un mercato finora sconosciuto; è ancora più didascalica la scelta di Vanwall che per il rilancio ha scelto – detto in forma semplificata – il supertuning della Hyndai Ioniq più testosteronica in Gamma Hyundai ed elettrica. 

Non è una semplice moda, è un vero e proprio protocollo industriale senza il quale, inutile nasconderselo, tutti questi progetti di rilancio di marchi storici non avrebbero mai avuto una possibilità di esito. 

Il “Codice Di Risio” attira critiche ma diventa realtà, ed i Marchi storici rinascono davvero

E dunque, su questa piattaforma di ragionamento, anche i più critici – se animati da buon senso e criterio razionale – potrebbero ovviamente dirsi disattesi sul desiderio di rivedere un rilancio attraverso un modello concettualmente aderente alla tradizione con cui OSCA ha chiuso la sua attività quasi sessanta anni fa. Allo stesso modo, immergendosi nelle dinamiche tecniche, burocratiche e commerciali, occorre riconoscere che il “Codice Di Risio” applicato al programma O.S.C.A. – ed in particolare su questa nuova MT6 – ha dei punti di prestigio e di artigianale genialità di forte interesse. Premetto che ho visto dal vivo la nuova creatura di “O.S.C.A. by DR Automobiles” alla Mille Miglia nel passaggio a Roma e ne sono stato colpito piacevolmente nella considerazione che è forse più bella e dinamica dal vivo che in foto. 

La “base” Changan UNI-T ? Si, certo: anche per tutto quello che si è detto prima, che significa anche un protocollo ed un auditing industriale di qualità per un Marchio che lo scorso anno ha festeggiato i 30 milioni di modelli prodotti sotto il proprio stemma.

Ma se contiamo i particolari ridisegnati da Italdesign, il nuovo layout degli interni, gli interventi su motore ed assetto, dobbiamo riconoscere che MT6 non è certo un mero “re-branding” della UNI-T ma è un vero nuovo modello derivato da questa e personalizzato in termini di rango “Premium”, con tutti i vantaggi ed i “plus” del prodotto di un Gruppo globale come Changan. Dunque, il futuro dei Marchi storici è tornare – anche – attraverso la rielaborazione di modelli “retail” e di grande diffusione? Beh, dove potrebbe essere la controindicazione? Per quanto mi riguarda, il “Codice Di Risio” da questo punto di vista ha la mia completa approvazione; e mi offre lo spunto per raccontarVi una esperienza – deludentissima – che mi ha coinvolto esattamente dieci anni fa, e con un Marchio storico “Top”. Parlo di Cisitalia, e lo farò in un racconto davvero in esclusiva per Autoprove.it. 

Riccardo Bellumori

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