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Non crederai al prezzo della vernice di questa Bentley

Negli ultimi anni, i marchi premium hanno trovato una nuova fonte di guadagno per aumentare i propri profitti nella vendita delle loro automobili. Qui possiamo includere un’ampia gamma di produttori, dai più “mondani” come BMW, Mercedes o Audi, ai più lussuosi come Bentley, Rolls-Royce, passando anche per i più esclusivi dal punto di vista sportivo come Lamborghini o Ferrari.

Tutti loro dispongono, in misura maggiore o minore, di livelli di equipaggiamento esclusivi e reparti indipendenti che si occupano di dare un tocco ancora più unico alle loro auto. I reparti di personalizzazione consentono all’acquirente esclusivo di portare a casa un veicolo unico al mondo.

In Bentley, questo compito spetta al team di progettazione “Mulliner”, che si occupa degli ordini “Bespoke” o su misura. La sua ultima creazione ha a che fare con la verniciatura, una sfumatura che ha una sua denominazione: Ombré.

L’auto scelta questa volta per mostrare la sua esclusiva verniciatura è la Bentley Flying Spur, l’elegante berlina britannica, che sarà protagonista al prossimo Salone Nautico Internazionale di Southampton, nel Regno Unito. La combinazione di colori non poteva essere scelta meglio per quell’occasione.

Si tratta di una verniciatura sfumata che passa dal blu topazio, presente nella parte anteriore, al blu Windsor nella parte posteriore. Due tecnici altamente qualificati dell’officina Bentley’s Dream Factory di Crewe si occupano, in 60 ore di lavoro, di creare questa finitura unica, che ha anche un prezzo proibitivo: circa 57.800 euro.

IL LUSSO ESTREMO

Si tratta di un processo di verniciatura tutt’altro che facile, poiché si tratta di creare una transizione graduale tra due tonalità che si fondono al centro del veicolo, attraverso le portiere, le soglie laterali e il tetto. Per prima cosa vengono applicati i due colori iniziali alle estremità, per poi tingere le vernici e applicarle in più fasi per ottenere questa transizione esclusiva. Non ci saranno due unità uguali.

Bentley offre già tre set di tonalità diverse con questa finitura, ma ce ne saranno altre.
Per darti un’idea, la difficoltà di questa tecnica fa sì che Bentley, per il momento, offra solo tre opzioni di questo trattamento di verniciatura: Blu Topazio-Blu Windsor, Tungsteno-Onice e Oro Sunburst-Fiamma Arancione. Il marchio britannico, tuttavia, promette più combinazioni in futuro.

Bentley lo spiega così: «A causa della complessità della combinazione delle due vernici, la selezione dei colori disponibili è stata scelta appositamente per garantire una transizione uniforme e graduale tra i due e evitare la comparsa di un terzo colore durante la transizione (ad esempio, dal giallo al blu si otterrebbe il verde)».

Bentley offre un’infinità di opzioni di personalizzazione, sia per gli esterni che per gli interni: finiture in legno, componenti metallici placcati in oro, finiture perlate, pelle in tonalità speciali, ricami personalizzati, tappeti in lana e molto altro ancora.
Tuttavia, questo livello di distinzione raggiunge prezzi esorbitanti, come abbiamo visto prima. Ad esempio, Bentley offre luci di benvenuto personalizzate che costano circa 20.000 euro, inserti in legno esclusivi per quasi 7.000 euro o pelli con tonalità personalizzate fino a 20.000 euro.

Nuova Fiat 500 Hybrid: Dati Tecnici e Prezzi

In Italia sono state aperte le prenotazioni per la nuova Fiat 500 a benzina nella versione di debutto Torino: prezzi a partire da 20.900 euro. Successivamente saranno disponibili versioni più accessibili, la più semplice delle quali costerà meno di 17.000 euro.

La nuova “cinquecento” a benzina è un modello molto importante per Fiat, che dovrebbe arrestare il calo delle vendite del marchio italiano in Europa, in atto dal 2017 a causa della riduzione della gamma di modelli e delle aspettative eccessive riposte nella Fiat 500e elettrica, lanciata nel 2020. La causa delle scarse vendite della Fiat 500e non è solo il rallentamento globale della domanda di auto elettriche, ma anche le caratteristiche tecniche mediocri combinate con i prezzi elevati.

A causa della scarsa domanda della Fiat 500e, lo stabilimento di Mirafiori a Torino ha dovuto sospendere più volte la produzione lo scorso anno, ma presto lo stabilimento avrà finalmente un carico di lavoro adeguato: a novembre dovrebbe iniziare la produzione in serie della nuova Fiat 500 a benzina, la cui assemblaggio di prova è iniziato già a maggio. Entro la fine dell’anno, lo stabilimento di Mirafiori prevede di produrre circa 5000 esemplari della nuova Fiat 500 a benzina, mentre l’anno prossimo raggiungerà un volume di 100.000 auto (se ci sarà domanda, ovviamente).

La nuova Fiat 500 a benzina è stata realizzata sulla base della Fiat 500e elettrica: si tratta della prima conversione di questo tipo nella storia dell’industria automobilistica moderna, poiché nessuno prima d’ora aveva mai realizzato su scala industriale un modello a benzina su una piattaforma originariamente elettrica. La riprogettazione della piattaforma originale per l’installazione del motore a combustione interna è stata effettuata in modo abbastanza rapido e ha richiesto meno tempo del previsto: inizialmente Stellantis riteneva che la nuova “500” a benzina sarebbe stata lanciata sul mercato solo nel 2026. La vecchia Fiat 500 a benzina ha lasciato il mercato europeo lo scorso anno e la sua produzione è stata trasferita dalla Polonia all’Algeria, dove continuerà ad essere prodotta per i mercati in via di sviluppo.

DATI TECNICI E PREZZO

La presentazione ufficiale della nuova Fiat 500 a benzina avrà luogo la prossima settimana al Salone dell’Auto di Torino, ma gli ordini in Italia sono già stati aperti questa settimana, il configuratore sul sito è attivo, il prezzo dell’unica versione attualmente disponibile, la Torino (a partire da 20.900 euro senza sconti), e le specifiche tecniche sono già noti.

Le caratteristiche tecniche, diciamolo chiaramente, sono così così, del tipo “economiche e scarse”: il motore a benzina aspirato a 3 cilindri da 999 cc eroga 65 CV e 92 Nm, assistito in accelerazione da un generatore di avviamento da 12 volt, grazie al quale la nuova hatchback porta con orgoglio il suffisso Hybrid o Ibrida in italiano. Il cambio è solo manuale a 6 marce, la trazione è solo anteriore. La Fiat 500 Torino accelera da 0 a 100 km/h in 16,2 secondi, la velocità massima è di 155 km/h. L’impronta di carbonio è di 120 g/km. La capacità del serbatoio è di 37 litri. Le dimensioni standard degli pneumatici sono 195/55 R16.

La dotazione della Fiat 500 Hybrid Torino comprende pannello frontale verniciato in tinta con la carrozzeria, interni in tessuto, volante con rivestimento morbido, climatizzatore, un display da 7 pollici, un sistema multimediale con schermo da 10,25 pollici, un impianto audio con quattro altoparlanti, cruise control, sensore pioggia e cerchi in lega leggera da 16 pollici. L’unica opzione è il colore, diverso dal rosa standard, ovvero giallo, blu, azzurro, nero, bianco, rosso, ciascuno dei quali ha un costo di 800 euro.

A titolo di confronto, la Fiat 500e elettrica costa in Italia a partire da 23.900 euro, mentre la più spaziosa hatchback rumena Dacia Sandero parte da 13.950 euro. In generale, sarà determinante il prezzo della Fiat 500 a benzina “nuda”, che probabilmente sarà reso noto solo il prossimo anno, quando la nuova “cinquecentesima” a benzina sarà disponibile in tutta Europa.

Nuova Smart #5 EHD: da elettrica a ibrida

smart ha rilasciato i primi dettagli concreti della #5 EHD, la sua prima ibrida plug-in basata sulla #5 finora esclusivamente elettrica. Ciò significa che smart ha ufficialmente abbandonato il suo impegno a favore dei veicoli esclusivamente elettrici, nel tentativo di riaccendere l’interesse per i suoi modelli in un contesto di rallentamento della domanda di veicoli elettrici.

Come già rivelato in un documento presentato al Ministero dell’Industria e dell’Information Technology (MIIT) cinese, l’auto è alimentata da un motore turbo a quattro cilindri BHE15-CFZ da 1,5 litri aggiornato, con un’efficienza termica record del 47,26% che le consente di produrre fino a 3,75 kWh di elettricità per litro di benzina. A questo si aggiungono un motore elettrico da 272 CV, la stessa potenza della #5 elettrica, e una trasmissione ibrida dedicata a tre velocità 3DHT Evo.

smart dichiara un consumo di carburante CLTC di 4,4 litri per 100 km anche con una carica della batteria bassa, insieme a un’autonomia elettrica pura di 252 km grazie a una batteria Aegis short blade al litio ferro fosfato (LFP) prodotta da CATL. L’autonomia totale dichiarata è di 1.615 km, sempre secondo il ciclo CLTC cinese, piuttosto permissivo.

Se queste cifre vi sembrano familiari, è perché sono sostanzialmente simili a quelle prodotte dal propulsore EM-P della Geely Galaxy M9 appena lanciata, sebbene con un motore elettrico più potente. Pertanto, ci si aspetta che il motore produca anch’esso 163 CV e 255 Nm, oltre a essere dotato di una batteria da 41,46 kWh. Quest’ultima si ricarica dal 10 all’80% in 20 minuti, il che fa pensare al supporto della ricarica rapida in corrente continua.

MOTORE E DATI TECNICI

smart afferma che l’EHD è stato sottoposto a un totale di dieci milioni di chilometri di “test estremi”, con particolare attenzione alla raffinatezza: l’azienda aggiunge che il rumore nell’abitacolo al minimo è di soli 30 dBA, con una differenza di un solo decibel tra il motore acceso e spento. Ha inoltre incaricato gli ingegneri Mercedes-Benz in Germania di eseguire una messa a punto localizzata delle sospensioni, ottenendo una “guida più fluida e confortevole”.
Visivamente, l’EHD è praticamente identico alla #5 elettrica: non c’è nemmeno una presa d’aria più grande per alimentare il motore. L’unica vera differenza è l’aggiunta di una seconda porta sul pannello posteriore per il rifornimento di carburante. Non ci sono cambiamenti nemmeno negli interni, che continuano a presentare un display digitale da 10,3 pollici e due touchscreen AMOLED da 13 pollici per l’infotainment, uno al centro e uno per il passeggero anteriore.

La Smart #5 EHD non è l’unica EV convertita per accogliere un motore a combustione: Fiat ha fatto lo stesso con la 500e per trasformarla nella 500 Hybrid, aggiungendo un motore mild hybrid aspirato da 1,0 litri a tre cilindri e persino un cambio manuale a sei marce.

Nuova Toyota GR Corolla 2026: Anteprima Restyling

In Giappone è stata presentata la Toyota GR Corolla 2026, una berlina sportiva a trazione integrale: la carrozzeria è stata rinforzata, l’alimentazione del motore con aria fredda è stata migliorata e l’impianto audio opzionale JBL Premium Sound è stato integrato con un subwoofer nel bagagliaio.

La hot hatch Toyota GR Corolla ha debuttato nel 2022, nel 2023 ha subito un primo piccolo aggiornamento tecnico, nel 2024 è stato effettuato un aggiornamento tecnico completo su larga scala e per il modello del 2026 sono state preparate ulteriori modifiche mirate.

LA SPORTIVA TOYOTA

L’esperienza accumulata dalla Toyota GR Corolla nelle gare ha spinto gli sviluppatori a rafforzare la carrozzeria della hatchback: secondo loro, è perfetta per i circuiti giapponesi, ma su alcuni autodromi stranieri, tra cui il leggendario Nürburgring, l’auto subisce sovraccarichi laterali e verticali elevati. Si è deciso di aumentare la rigidità della carrozzeria a cinque porte con giunti incollati aggiuntivi, la cui lunghezza totale è stata aumentata da 18,8 a 32,7 m. Nell’immagine sottostante, i nuovi giunti sono evidenziati in viola, quelli vecchi in rosso: come si può vedere, la maggior parte dei nuovi giunti si trova nella zona dei passaruota e del sottoscocca.

Il sistema di raffreddamento del motore GR Corolla è stato perfezionato già lo scorso anno, ma, come si è scoperto, non era sufficiente: per mantenere una potenza elevata a temperature elevate, è stato aggiunto un canale separato per l’alimentazione di aria fredda sopra il radiatore principale, collegato alla parte inferiore del cassone con il filtro dell’aria. La struttura e la posizione del nuovo canale sono illustrate nelle immagini sottostanti.

L’impianto audio premium JBL Premium Sound, disponibile come optional, è stato perfezionato: nel bagagliaio è stato aggiunto un subwoofer per un suono più ricco, il sistema di cancellazione attiva del rumore è diventato più efficace ed è stata aggiunta la funzione Active Sound Control (ASC), che trasmette attraverso l’impianto audio i suoni del motore e dell’impianto di scarico sportivo. Fortunatamente, la funzione ASC può essere disattivata per godersi il “soundtrack” dell’auto, anche se un po’ sbiadito, ma naturale.

Per il resto, tutto è rimasto come prima: il motore turbo a benzina da 1,6 litri G16E-GTS eroga 304 CV e 400 Nm. Il cambio è un “manuale” a 6 marce o un automatico Gazoo Racing Direct a 8 marce con possibilità di cambio manuale tramite leve al volante. La trazione integrale è realizzata tramite una frizione multidisco a controllo elettronico, che funziona sempre con precarico. La versione con cambio manuale costa in Giappone a partire da 5.680.000 yen (3,22 milioni di rubli al tasso di cambio attuale), quella con cambio automatico a partire da 5.980.000 yen (3,39 milioni di rubli).

È interessante notare che in Giappone, nella primavera del prossimo anno, Toyota offrirà ai proprietari delle prime versioni della GR Corolla (fino al modello 2025) un aggiornamento software che aumenterà la coppia massima del motore da 370 Nm a 400 Nm e caricherà nuove impostazioni dell’elettronica di guida, anche per quanto riguarda la gestione della trazione integrale. Il prezzo di questo servizio non è ancora stato annunciato.

Nuovo Mitsubishi Eclipse Cross 2025: Scenic sei tu?

Il nuovo Mitsubishi Eclipse Cross reinterpreta lo stile della Renault Scenic.

È un veicolo completamente nuovo. Basta con dare un rapido sguardo alle immagini che illustrano questo articolo per scoprire i tratti caratteristici del nuovo Eclipse Cross. Non ha alcuna relazione estetica con il modello precedente. Adattato al linguaggio di design attuale di Mitsubishi, offre il «Dynamic Shield» tridimensionale con la sua estetica protettiva.
Il frontale mostra una reinterpretazione del «Dynamic Shield» classico. La griglia chiusa, in cui è integrato il logo del marchio, è affiancata da nuovi gruppi ottici LED divisi, con una firma luminosa nelle luci diurne davvero appariscente. Conferiscono molta personalità. Il paraurti e il cofano rialzato danno robustezza.

La vista laterale rivela l’essenza SUV del nuovo Eclipse Cross. La parte inferiore della carrozzeria è protetta da opportune protezioni in plastica. A queste protezioni si aggiungono le barre sul tetto. Da notare anche le maniglie delle porte perfettamente a filo con la carrozzeria, migliorando l’aerodinamica.
Il nuovo Mitsubishi Eclipse Cross è un SUV compatto elettrico.
Concludendo il nostro tour dell’esterno nella parte posteriore, troviamo diversi elementi da segnalare. I gruppi ottici posteriori sono disposti sia orizzontalmente che verticalmente. Collegati da un elemento nero sul quale è posizionato il logo del marchio, contribuiscono ad accentuare la sensazione di larghezza.

Le opzioni di personalizzazione includono la scelta dei colori della carrozzeria e dei design dei cerchi. La gamma è strutturata nei livelli di allestimento Kaiteki e Kaiteki+. In base alla versione, alcuni elementi esterni avranno una finitura specifica in nero lucido, cromo satinato o grigio acciaio. La carrozzeria è disponibile nei colori Grigio Volcanic, Bianco Crystal, Blu Sapphire, Rosso Sunrise e Nero Onyx. Nelle versioni di lancio, la finitura bicolore presenterà il tetto Nero Onyx. A tutto ciò si aggiunge una selezione di cerchi in lega bicolore da 19 e 20 pollici.

DATI TECNICI

Lunghezza 4.470 mm
Larghezza 1.860 mm
Altezza 1.570 mm
Passo 2.785 mm
Bagagliaio 545 litri
Bagagliaio massimo 1.670 litri

Lasciando da parte l’esterno, entrando nell’abitacolo del nuovo Eclipse Cross ci si ritrova subito in un ambiente molto moderno. Rispetto al modello precedente, il cambiamento è radicale. È un’auto digitale e connessa. Il «centro nevralgico» dell’abitacolo è uno schermo tattile verticale da 12,3 pollici. Un componente chiave per gestire il sistema di infotainment con Google integrato. È compatibile con Android Auto e Apple CarPlay. Lo schermo tattile è affiancato dal quadro strumenti digitale da 12,3 pollici.

Alcuni equipaggiamenti degni di nota sono: impianto audio premium Harmon & Kardon, sistema di illuminazione ambientale graduale con 48 colori, tetto solare elettrocromico di grandi dimensioni e l’app Mitsubishi Motors che consente, tramite smartphone, di accedere a funzioni come la ricerca del veicolo, il pannello di controllo, il precondizionamento remoto, la ricarica remota, il clacson e le luci da remoto.

INTERNI E TECNOLOGIE

Basato sulla piattaforma CMF-EV, il nuovo Eclipse Cross, nonostante le dimensioni compatte, offre un abitacolo spazioso per cinque passeggeri. In questo senso, i 2,79 metri di passo sono determinanti.
In tema di assistenza alla guida, il nuovo Eclipse Cross è ben equipaggiato. Include, tra le altre tecnologie, il cruise control adattivo con funzione Stop&Go, l’assistente al centraggio in corsia, l’attivazione automatica degli abbaglianti, la frenata automatica in caso di collisione multipla, il monitoraggio della distanza di sicurezza, l’assistente al mantenimento della corsia, l’avviso dell’angolo cieco, l’allerta traffico trasversale posteriore e la frenata automatica d’emergenza posteriore.

Altre caratteristiche di sicurezza da considerare sono i molteplici airbag (frontali, centrale anteriore, laterali e a tendina), le tre posizioni con attacchi ISOfix e il sistema di segnalazione acustica che consente di scegliere tra diversi suoni neutri ed espressivi per avvisare pedoni, ciclisti e altri utenti della strada quando si viaggia a bassa velocità.

L’autonomia del nuovo Mitsubishi Eclipse Cross 2026

Oltre al design e alla dotazione tecnologica, l’attenzione è rivolta al sistema di propulsione. Comprensibile, trattandosi di un veicolo elettrico. Il nuovo Eclipse Cross sarà disponibile con due opzioni di batteria agli ioni di litio. Una versione base da 60 kWh che arriverà più avanti e una superiore da 87 kWh con cui debutterà sul nostro mercato.
La batteria che garantisce un’autonomia di lunga percorrenza è abbinata a un motore da 220 CV e 300 Nm di coppia massima. La potenza sviluppata dal motore elettrico è trasmessa all’asse anteriore. Può accelerare da 0 a 100 km/h in soli 8,4 secondi e raggiungere una velocità massima di 170 km/h. L’autonomia dell’Eclipse Cross con batteria da 87 kWh supera i 600 chilometri secondo il ciclo WLTP.

Tramite un selettore di modalità di guida (sistema Multi-Sense) si può scegliere tra quattro opzioni per adattare il funzionamento del sistema di propulsione elettrico alle proprie esigenze, privilegiando l’efficienza o le prestazioni. La batteria è dotata di un sistema di gestione termica raffreddato ad acqua e tutte le versioni del modello sono equipaggiate con pompa di calore e riscaldatore PTC. La frenata rigenerativa è un’altra tecnologia chiave per massimizzare l’autonomia. La frenata rigenerativa è regolabile su quattro livelli (B0-B3).

Per quanto riguarda i tempi di ricarica, variano in base alla presa elettrica utilizzata. Il nuovo elettrico Mitsubishi consente la ricarica in modalità 2 con presa domestica e in modalità 3 fino a 22 kW AC con caricatore dedicato e presa di tipo 2. La potenza massima di ricarica raggiunge i 150 kW e può essere sfruttata tramite presa CCS nei punti di ricarica rapida pubblici.

Mitsubishi Eclipse Cross 2026 – frontale
Il nuovo Mitsubishi Eclipse Cross sarà prodotto in Francia.
Data di lancio e prezzi del nuovo Mitsubishi Eclipse Cross 2026

Quando arriverà sul mercato? Mitsubishi ha confermato che la produzione del nuovo Eclipse Cross inizierà nel quarto trimestre di quest’anno presso uno stabilimento del Gruppo Renault situato a Douai (Francia). In questo impianto viene già prodotto il Renault Scenic. Pertanto, le consegne ai clienti inizieranno presumibilmente nei primi mesi del 2026.

Il nuovo Mitsubishi Eclipse Cross è coperto dalla garanzia estesa di otto anni o 160.000 chilometri di Mitsubishi.

Nuovo Dacia Duster Cargo: il pick-up

Dacia Duster Cargo apre le porte al segmento pick-up.

I pick-up sono da tempo la scelta preferita da chi ha bisogno di spazio per il carico ma non è disposto a rinunciare a un sedile posteriore adeguato. Nella maggior parte dei casi, ciò significa un pianale di carico abbastanza grande da poter trasportare effettivamente delle cose. Il nuovo Dacia Duster Pick-Up, tuttavia, sembra aver ignorato questo aspetto.

Quest’ultima creazione nasce dalla collaborazione con Romturingia, un’azienda rumena nota per la conversione in pick-up delle precedenti generazioni di Duster. I modelli precedenti utilizzavano un layout a cabina singola con un pianale di carico adeguato, ma questa volta la formula è cambiata. Il nuovo Duster Pick-Up mantiene una configurazione a doppia cabina, che lascia lo spazio di carico piuttosto ridotto.

LO STILE UNICO

La modifica più evidente è la parte posteriore ridisegnata. Il tetto è stato tagliato subito dopo i montanti posteriori, lasciando intatta il resto della carrozzeria, compreso il breve sbalzo posteriore. Il vano di carico esposto è rivestito con finiture in plastica lungo il pavimento e i lati, rifinito con un portellone posteriore personalizzato che si apre verso il basso. Una nuova paratia con un lunotto piatto separa i passeggeri da ciò che finisce nel retro.

I dati ufficiali indicano una lunghezza massima di carico di 1.050 mm, una larghezza di 1.000 mm e una capacità di carico utile di 430 kg. Per garantire la sicurezza, il pianale è dotato di due guide metalliche e quattro anelli di ancoraggio per fissare diversi tipi di carico. All’interno ci sono quattro sedili in totale, con i passeggeri posteriori che dispongono di un bracciolo centrale.
La portata limitata delle modifiche significa che il pick-up mantiene le stesse dimensioni del Duster standard, con una lunghezza di 4.345 mm (171,1 pollici), una larghezza di 1.813 mm (71,4 pollici) e un’altezza di 1.656 mm (65,2 pollici), con un’altezza da terra che raggiunge i 224 mm (8,8 pollici).

Il Dacia Duster Pick-Up rientra nella categoria dei veicoli commerciali leggeri N1. Gli acquirenti possono scegliere tra gli allestimenti Expression, Extreme e Journey, che riprendono le stesse dotazioni del SUV.

MOTORE E DATI TECNICI

La potenza è fornita da due opzioni elettrificate, il mild-hybrid 130 con trazione integrale o l’Hybrid 140 a trazione anteriore.

Il nuovo Dacia Duster Pick-Up è disponibile presso i concessionari Dacia in Romania, con un prezzo di partenza di 25.983 euro (30.800 dollari) IVA esclusa. In confronto, il Duster standard parte da 17.200 € (20.400 $) nello stesso mercato, anche se la conversione in pick-up è basata su versioni con specifiche più elevate e non è offerta con il propulsore non elettrificato entry-level.

Al momento non è chiaro se il Duster Pick-Up raggiungerà altri mercati. È interessante notare che questa non è la prima versione a doppia cabina del popolare SUV, poiché la vecchia Renault Duster Oroch lo ha fatto per prima come pick-up a quattro porte in vendita in Sud America dal 2015. Tuttavia, questa versione presenta un passo allungato e una parte posteriore ridisegnata con uno sbalzo più lungo, che la rende più adatta all’uso commerciale.

Mentre gli acquirenti rumeni hanno la possibilità di provare il Duster Pick-Up, ai clienti del Regno Unito viene offerto qualcosa di diverso. Il Dacia Duster Cargo sostituisce i sedili posteriori con un pianale di carico piatto in legno, quattro punti di fissaggio e una paratia in rete che separa l’abitacolo dal vano di carico.
I finestrini posteriori non hanno coperture, ma sono oscurati per garantire la privacy. Inoltre, Dacia ha aggiunto una copertura rimovibile per il carico in modo che questo rimanga nascosto alla vista. Il bagagliaio ha una capacità di 1.030 litri se misurato fino al tetto, con 119 litri in più sotto il pavimento.

Il veicolo commerciale leggero è disponibile esclusivamente nella versione Expression. La dotazione comprende cerchi in lega da 17 pollici, barre sul tetto, quadro strumenti digitale da 7 pollici, display infotainment da 10,1 pollici, climatizzatore, sedili regolabili manualmente, sensori di parcheggio posteriori, telecamera posteriore e alcuni sistemi ADAS di base.

Due modi per alimentarlo

L’azienda offre il Duster Cargo con due opzioni di propulsione elettrificata: il mild-hybrid 130 4×4 e il più potente ibrido 155, che è stato appena aggiunto alla gamma. Il primo è per chi cerca migliori capacità fuoristrada e trazione integrale, mentre il secondo è più orientato all’efficienza.

La Dacia Duster Cargo è già disponibile per gli ordini nel Regno Unito. Il prezzo parte da 22.995 sterline (31.400 dollari) per il propulsore ibrido leggero 130 4×4 e da 23.595 sterline (32.200 dollari) per l’ibrido 155. Si noti che questi prezzi non includono l’IVA, l’immatricolazione e le spese di consegna.

Crisi Nissan: chiudono i design center di San Paolo e Londra

Nissan ha annunciato che chiuderà i suoi studi di design in California e San Paolo e ridimensionerà le sue attività a Londra e in Giappone entro la fine dell’anno fiscale 2025, nell’ambito di una riorganizzazione delle sue attività di design a livello globale, secondo quanto riportato da Reuters.

Ciò lascerebbe cinque centri di progettazione in tutto il mondo per la casa automobilistica giapponese: Los Angeles (che diventerà il suo principale centro di progettazione negli Stati Uniti), Londra (che continuerà a supportare Africa, Medio Oriente, India, Europa e Oceania in collaborazione con Renault), Shanghai, Tokyo e Atsugi (studio di progettazione leader a livello globale). Nissan non ha specificato quanti posti di lavoro sarebbero interessati dalla chiusura dei centri di progettazione in California e San Paolo.

NISSAN IN CRISI

Il mese scorso è stato riferito che erano iniziate le trattative con il sindacato che rappresenta il personale di Nissan Automotive Europe a Montigny-le-Bretonneux, in Francia (la sua sede regionale europea, con circa 560 dipendenti), in merito a cambiamenti che includono tagli di posti di lavoro.

Dopo aver assunto la carica ad aprile, l’amministratore delegato Ivan Espinosa ha annunciato una ristrutturazione che comporterà il taglio di circa il 15% della forza lavoro di Nissan, una riduzione della capacità produttiva globale di quasi il 30% a 2,5 milioni di veicoli e il numero dei suoi siti produttivi da 17 a 10, con l’obiettivo di risparmiare 500 miliardi di yen.

Storia di Vittorio Ghidella il Re Sole di Mirafiori con il contratto a termine

Questa storia potrebbe avere come preludio una catena di date: dal 23 Giugno 2000, passando per 24 Gennaio 2003, 27 maggio 2004, 15 marzo 2011, 18 Agosto 2020. 

Venti anni esatti durante i quali vengono a mancare (nell’ordine: Enrico Cuccia, Gianni Agnelli, Umberto Agnelli, Vittorio Ghidella, Cesare Romiti) tutti i protagonisti di un decennio unico, irripetibile e glorioso per il Gruppo Fiat. Il decennio tra il 1979 ed il 1988 dove i nomi in elenco sono stati le figure del vertice più iconico del Marchio di Torino. 

Purtroppo, perdonate la chiosa, la data più discriminante di tutte è però il 13 Dicembre 1997; anzi, scusate ancora: le due date che segnano per Fiat due “futuri” (uno che non si è mai avverato ed uno che si è interrotto forse troppo precocemente) sono il 13 Dicembre 1997 e ……..: la scomparsa di Giovanni Umberto Agnelli e quasi vent’anni dopo la morte di Sergio Marchionne.Era lui, e non certo John Elkann, il predestinato alla successione dell’Avvocato e del fratello Umberto a capofamiglia della generazione futura a guidare la Fiat. Forse, mi viene da pensare, con Giovanni Umberto ancora vivo dopo il 1997 Sergio Marchionne non avrebbe mai varcato le porte degli uffici di Mirafiori.

Dentro l’elenco che ho fatto sopra tuttavia appare un nome che davvero a Mirafiori non ha mai messo piede dentro un ufficio od una carica dirigenziale: è Enrico Cuccia, colui che fece crescere Mediobanca con ruolo di finanziamento e consulenza per varie aziende, tra le quali: La Fondiaria, Generali, SAI, Pirelli, Montedison (che nacque dalla fusione tra Montecatini e Edison del 1966), Olivetti, Mondadori;

per Fiat fu tante figure e ruoli in una sola persona: fu l’abile concertatore dell’ingresso della mano libica nel 1976, fu il regista di importanti aumenti di capitale, e si dice fosse molto legato a Cesare Romiti. 

L’Ultimo aumento di capitale dentro Fiat operato da Cuccia con Mediobanca è del 1993. Da allora di certo Romiti diventa fino al 1998 un leader incombente affiancato dal fedelissimo Cantarella e ben poco influenzato dall’unico ed ultimo potenziale “antagonista” scelto da Gianni Agnelli, cioè Paolo Fresco. 

Da quel momento e fino all’arrivo di Sergio Marchionne il purgatorio commerciale ed il declino industriale di Fiat viene alleviato da un solo toccasana: le rottamazioni e la campagna di incentivazione governativa, inaugurata, nemmeno a farlo apposta, dal Governo di tal Romano Prodi.

Agnelli, Cuccia, Mediobanca, Romiti, Pesenti e la Lancia, Romano Prodi, ed una Galassia di nomi che un povero uomo della strada come me fatica ad elencare e soprattutto a conoscere. 

Certo, sono i nomi di un parziale elenco di “potenti” italiani di ieri e di oggi. 

Ma sono anche la lista di una organizzazione di persone che dentro l’ambiente di Fiat hanno pesato, condizionato, guidato, vinto e perso dentro una dimensione che non era solo dentro l’Italia: ne era un pezzo fondamentale di impresa, redditi, economia, cultura, politica, futuro. 

Un futuro segnato da una cifra che adesso suggestiona davvero parecchio: le vendite della sola Fiat Auto (comprese dunque solo Lancia ed Autobianchi, esclusa Alfa Romeo e gli altri Marchi non ancora acquisiti od assorbiti da Mirafiori) giravano alla media di 900.000 pezzi in un periodo continuato tra il 1986 incluso ed il 1990 incluso. 

Il quinquennio più florido di Fiat Auto e irripetuto da allora fino ad oggi, con il “top” di vendite del 1989 con poco meno di un milione di pezzi venduti nell’anno.

Sembra incredibile pensare che 45 anni dopo tutta la produzione auto degli impianti italiani nel loro complesso è persino inferiore al dato di vendita parziale di un solo Gruppo Costruttore di allora.

Cosa è accaduto? No, nessun tentativo di descrivere cause possibili. Io le conosco bene ma servirebbero settimane di scritti e di resoconti per raccontare dettagliatamente.

Meglio, molto meglio descrivere quel che accadde fino ad un attimo prima che gli anni 90 iniziassero a portare giù come una parete di ghiaia in montagna la Fiat.

A quando Fiat compra Alfa Romeo, Innocenti e Maserati; comprando anche Cogefar ed unendola alla sua Impresit, e continuando uno shopping compulsivo verso Redazioni di giornali, diverse Aziende di settori complementari all’Auto, ed estende le sue mani un poco dappertutto. Un attimo prima di Mani Pulite sono Craxi e De Mita i contendenti duellanti nella politica nazionale, e poco prima del “CAF” il distinto fraseggio elettivo si costruisce a binari: c’è quello Agnelli/Craxi e c’è quello Romiti/De Mita.

Ma questo palcoscenico è già quello del declino di Fiat dentro un’Italia martoriata da Mani Pulite e dalla speculazione contro la Lira nello SME dentro un commercio mondiale in cui la svalutazione competitiva per dominare nell’Export capita a Cina ed Europa dell’Est. Dentro questo palcoscenico c’è la controscalata di Continental alla Pirelli e la disgregazione della chimica italiana con la vicenda Enimont.

Poco prima di tutto questo un altro sistema si disgrega: è il sistema di potere illuminato che dal 1979 al 1988 aveva visto al posto di comando della Fiat Auto Vittorio Ghidella La sua storia Ve l’ho descritta in almeno quattro post qui su Autoprove, e dunque non la ripeto anche perché per molti è nota. Ma perché – fondamentalmente – Gianni Agnelli ha bisogno e chiama a sé Ghidella dal 1978? Quale è il disegno di cui Fiat ha bisogno in quel momento? 

Il Gruppo di Torino che nel 1969 si è data ad un primo shopping compulsivo di stampo feudale (ambito che si sposa perfettamente con l’indole dell’Avvocato) ed appare più come un ammasso di pasta lievita che sta per esplodere piuttosto che una divisione ragionata del pane da esporre strategicamente in vetrina. Serve dunque un mastro panificatore con il talento del Merchandiser di negozio, e Ghidella è la persona ideale. 

Riceve da metà 1978 un Gruppo che in pancia ha Abarth, Autobianchi, Ferrari, Fiat, Iveco e Lancia: quest’ultima è rinata attraverso una struttura a due binari: quello sportivo di Stratos e Beta Montecarlo, curiosamente berlinette in stile Maranello con motore posteriore centrale; e quello commerciale “tutto avanti” di Beta e Gamma, figlie della cessata collaborazione con Citroen. 

La ripartenza di Lancia è l’obbiettivo più delicato di tutto il sistema del Gruppo, dentro uno “scrigno” in cui il Marchio di Chivasso deve aderire “a sinistra” alla riconfigurazione in Griffe del Marchio Abath ed “a destra” alla evoluzione dentro Fiat della cara (in tutti i sensi) Ferrari. 

Tutto questo dentro il sistema di lotta sindacale e la coda critica dell’austerity energetica

Chiaro che, abbandonata l’enfasi e l’affascinamento dell’Avvocato verso il profilo multinazionale degli americani, e persa ormai per strada la forza industriale e simbolica del modello anglosassone, Mirafiori si trovi decisamente incline a guardare alla evoluzione della Volkswagen. 

A sua volta un Gruppo che è praticamente esploso, in quella fine decennio Settanta, in corso di pochissimi anni. Il Marchio che aveva disseminato sé stesso nel mondo con Stabilimenti del Maggiolino e dei suoi diretti derivati aveva rapidamente cambiato pelle. 

La trazione anteriore della NSU e il successo della Golf facevano da cornice al rilancio di Audi (acquisita nel 1965 da Mercedes) ed alla gestione critica di Porsche che, per sopravvivere, si era tripartita (Porsche Factory per la produzione di serie, il Reparto Corse per la promozione agonistica, e l’Outsourcing di Porsche Engineering e Porsche Design). 

Ecco a cosa guarda Ghidella: ad una Fiat meno estesa in progetti impossibili di “branding” (progetto X1/8 e Fiat serie “130”) e radicata nell’offerta popolare ed utilitaristica; una “Autobianchi” che per gestire gli extracosti di uno Stabilimento a Desio che non decolla si mantiene sulla iconica best seller A112 (peccato non aver operato un rebranding della X1/4…) valorizzata dalla griffe Abarth; una Lancia che deve diventare la punta della piramide del valore del Gruppo anche, inesorabilmente, a discapito di un pezzo della Ferrari. 

Che, nelle ipotesi del Management, dovrebbe anche un attimo rinforzare la capacità di autofinanziamento con la esternalizzazione di servizi e progetti. 

Lasciando Iveco a crescere in modo inesorabile e vincente nel settore LCV.

Come si fa non leggere una parziale simmetria identitaria ed evolutiva tra il Gruppo Fiat nascente nelle mani di Ghidella e quella Volkswagen teorizzata da Ferdinand Piech?

Fiat come il Marchio di Wolfsburg, con in più un Brand Innocenti che VW non riesce minimamente a ricreare, così vezzoso e “French Kiss” come è diventato a Desio; Lancia come Audi, e ci riesce benissimo; Iveco come MAN, ed infine Ferrari come Porsche, tralasciando Abarth che a sua volta è una Griffe di valore che in Sassonia ci invidiano.

In mezzo a questo, il focus aziendale condiviso tra Ghidella e Agnelli è la ineludibile acquisizione di Maserati, detenuta per circa quattro anni nel 49% di possesso del capitale azionario di Citroen dal 1969 al 1974; una ennesima diga di ghiaia pronta a crollare ancora una volta su Maranello; ed infine, ma su questo siamo già ad anni Ottanta avviati, lo spazio da concedere all’ingresso di Alfa Romeo una volta decretato dall’IRI la impossibilità di detenere l’auto di Stato in Italia. 

I risultati a partire già dal lancio della piattaforma Tipo 4 con Thema e Croma parlano chiaramente a favore dell’Ingegner Ghidella: in solo cinque anni dal 1979 al 1984 il Gruppo Fiat sforna ben sette nuovi modelli (Delta, Prisma e Croma per la Lancia; Panda, Uno, Regata e Croma per Fiat) più la nuova Gamma LCV per Iveco; mentre sulla Ferrari il vero trend didascalico è la simbiosi progettuale con Pininfarina. Estende la opzione Diesel e Turbodiesel sul 70% della Gamma Lancia e Fiat, ed introduce le opzioni sportive del Turbo anche per l’utilitaria Uno oltre alla estensione della Griffe Abarth per la Ritmo.

La “italocentricità” a mio avviso fa perdere a Fiat l’occasione per assicurare dentro Mirafiori la più succulenta occasione commerciale del decennio Ottanta, l’acquisizione di Saab che dopo gli accordi del Plaza del 1985 era franata in una crisi di export legata alla svalutazione del Dollaro sulla corona Svedese. 

Ma dire questo è facile 40 anni dopo, in ragione del lavoro monumentale che Ghidella fa per rendere Fiat un Gruppo alla tedesca anziché una vecchia multinazionale all’americana.

Tutto perfetto, tutto ottimo. Se non fosse per la famosa vicenda “Fiat / Ford” del 1987. Ve la ricordate?

Alfa piena di debiti, l’Iri che decide di venderla e la Ford pronta a pagare subito 130 miliardi di Lire per il  19% delle azioni del Biscione con il target entro tre anni di totalizzare il 51% di controllo e chiudere al 100% al quinto anno dall’accordo di acquisizione. Tutto ciò garantendo sia i livelli occupazionali che la soglia produttiva minima di 400.000 auto all’anno in tutti e due gli Stabilimenti. 

Valore stimato dell’operazione circa 3000 miliardi di Lire vuoto per pieno (cioè patrimonio, attrezzature, Impianti, diritti commerciali e debiti consolidati del Marchio). Che poi, tutto quel che Ford aveva promesso sarebbe stato realmente confermato, è tutto un altro paio di maniche. 

Prodi ci sta, ma Romiti proprio no (e dire che ai tempi di Telit erano in pieno accordo…..) e l’italico assurdo del consociativismo porta il nemico pubblico numero uno di Cesarone (la TrimurtiCGIL/CISL/UIL che aveva ricevuto in piena faccia il cazzotto della marcia dei 40.000 del 1980….) ad appoggiare la cessione a Fiat appalesando i rischi del complotto plutogiudaicomassonicoamericano, mancando solo di citare Sacco e Vanzetti.

E il 14 Giugno del 1986 “l’Unità” trascrive nelle sue pagine una clamorosa ed invereconda bufala dichiarata da Cesare Romiti, testualmente a cristallizzare da un lato quanto il Manager capisse di mercato auto e dall’altra di quanto sussiego fosse composto il sodalizio tra stampa e “Kaiser” al punto da non provocare nessuna replica di correzione alla battuta seguente: “Se Alfa Romeo finisse alla Ford”- dichiara Romiti – “saremmo di fronte ad un nuovo caso Seat, che è stata comprata dalla Volkswagen ed è scomparsa”, riferendosi peraltro Cesarone ad un Marchio, quellospagnolo, che nato sulla piattaforma della produzione su licenza Fiat fino al 1983 non era mai realmente esistita come entità industriale propria ed autonoma. 

Romiti incassa anche il favore di De Mita, mentre il PCI si divide e il PSI dominante di Craxi non si pronuncia. E’ ancora forte il rancore per quello strappo che Prodi e Romiti hanno provocato bocciando il piano di Telit (Telettra di Fiat più Italtel pubblica) nato dalla geniale Marisa Bellisario; e solo un mese prima Craxi ha fatto a braccio di ferro con Reagan su Sigonella, cassare da subito una profferta proveniente da Detroit non sarebbe sembrato un gran segno di buona volontà.

Ma alla fine sarà proprio Craxi a puntare la sua golden Share decisionale per sbloccare lo stallo nel confronto tra Fiat e Ford su Alfa Romeo. 

Curiosamente Vittorio Ghidella è prudente: si sa che bramava come Agnelli l’annessione di Maserati (che in quel 1986 sta passando le piaghe d’Egitto con le autocombustioni delle Maserati Biturbo in California e che Alejandro De Tomaso cerca disperatamente di vendere alla Chrysler di Lee Iacocca, senza riuscirci); eppure l’ideologo di “Alfa Lancia Industriale SpA” registrata a Dicembre del 1986 come “scrigno” della tecnologia di pregio e di rappresentanza del Gruppo Fiat trattiene l’entusiasmo. Parla di “acquisto da far rientrare nelle strategie” (quasi fosse stato imprevisto e critico), e si limita a dire, rivolto ovviamente al Management che era preesistente a lui, che Fiat prima dell’arrivo dell’Ingegnere di Vercelli non avrebbe avuto la forza e l’immagine per combattere la Ford. 

Su questa frase, decisamente, si concentra il vero stato d’animo di Ghidella: era appena iniziata la guerra dei lunghi coltelli tra lui e Romiti sulla possibilità di fusione Fiat/Ford che avrebbe di fatto creato il più forte polo automobilistico europeo ed il secondo al mondo dietro la ancora dominante General Motors.

E, caso strano, quella sorta di embrione di “Polo del Lusso” dentro al Gruppo Fiat (Alfa Lancia Industriale SpA) viene smantellata da Cantarella e Romiti dopo l’addio di Ghidella con l’avvenuta inglobazione di Alfa dentro Fiat SpA. 

E’ il decreto della fine di un vero “Incastro dei Sogni” che aveva in mente Ghidella: senza assolutamente tralasciare la vocazione popolare e Mass Market di Fiat, Vittorio, in attesa dell’auspicato arrivo di Maserati alla corte di Mirafiori, concentra Arese, Chivasso e Desio in un Polo dei desideri con cui cominciare a rompere le uova nel paniere alla concorrenza inglese e tedesca; Autobianchi ed Abarth sarebbero potute forse confluire in una unica dimensione puntata contro le piccole sportive inglesi e francesi; ma all’opposto una nuova Maserati era pronta a sfidare Bentley, Jaguar, Aston Martin e le super Ammiraglie tedesche. Ed in mezzo Alfa e Lancia, già dotate per competere nel segmento “E” di lusso, con il supporto di una potenziale griffe “Ferrari” avrebbero puntato persino contro BMW Alpina, Mercedes AMG, Ford Shelby, ed al mercato USA. Per il Biscione addirittura Ghidella pensò di mantenere la trazione posteriore ed il “transaxle” tanto cari alle tedesche. Ma all’orizzonte sta per arrivare una bufera di stampo tipicamente transoceanico: l’affaire Ford / Fiat.

E’ il 13 Ottobre del 1985 e dalle pagine de “L’Unità” esce una dichiarazione di Gianni Agnelli che preannuncia una decisione finale di Fiat sulla ipotesi di accordo (o fusione) con la Ford Europe di Bob Lutz; una conclusione che conferma l’interesse di Torino nel consolidare il Business Auto di fronte ad un unico vero problema che l’Europa deve temere e che Ghidella prefigura con molta chiarezza: il pericolo giapponese.

Anche se da un lato questo è un motore forte per indurre i due colossi a costruire una Holding in grado di presidiare il 25% del mercato europeo (badate bene, con Fiat straordinariamente al galoppo con una quota all’epoca del 16% e la Ford ferma al 9%); ed anche se da più parti si discute della ipotesi sempre più probabile di uno spin off della famiglia Agnelli dall’Automotive configurato dal Marchio di famiglia, limitando l’influenza e la strategia non più sull’aspetto gestionale ed industriale ma sulla parte finanziaria; con tutto ciò non è facile da accettare in prima istanza la base ponderale di accordo proposta e caldeggiata da Ford, di un 49% di peso azionario a disposizione di Detroit, un 49% a carico di Torino ed il residuale 2% nelle mani della famiglia Agnelli con obbligo di cessione alla sola Ford.

 

Tuttavia qualcosa accade, qualcosa che esula al momento dalla cognizione palese e pubblica e che ho ritrovato in una lettera inviata nello spazio dei lettori de “La Repubblica” anni fa da Giuliana Borghesi in Ghidella. (Link): nella stessa lettera autografa la Signora ex moglie dell’Ingegner Vittorio ripercorre una storia ed un passaggio che possiamo datare tra i giorni seguenti a quell’articolo de “l’Unità” ed il successivo mese di Novembre quando matura lo stop alla contrattazione ed il dibattito sull’accordo. Ghidella studiò i preliminari di un accordo durante una intera settimana passata a Detroit (ritengo, personalmente, nel periodo di Marzo 1985) per poi lasciare spazio alla delegazione di Ford di visitare gli Stabilimenti di Fiat in Italia. 

 

Si arriva dunque ad Autunno inoltrato – ad una proposta che – afferma la Signora Borghesi – sarebbe dovuta essere ratificata a Londra con la clausola discriminante dell’incarico a Vittorio Ghidella di guidare la nuova realtà societaria. 

 

In quello stesso giorno in cui Agnelli e Romiti stavano compiendo il volo dall’Italia a Londra per la ratifica, la Signora ricostruisce il “no” decisamente imprevisto dell’Avvocato; colui che, espressamente, si può definire insieme al fratello Umberto il primo promotore della base di accordo con Ford e del mandato esplorativo conferito all’uomo che a metà anni Ottanta era sotto tutti i punti di vista “l’Automobile” a Torino.

Nemesi storica, come riferito da Paolo Fresco anni dopo in una altra intervista, anche su una ipotesi di accordo Daimler Fiat si configurarono le quasi identiche dinamiche.

Come molti sanno, la questione dell’accordo saltato tra Ford e Fiat fa esplodere la guerra frontale tra Ghidella e Romiti che deflagra nella malaugurata indagine interna avviata dall’A.D. Cesare sulla natura dei rapporti tra Fiat ed i suoi fornitori per appurare l’assenza di qualsivoglia elemento dubbio, o di favoritismo, o peggio di interessi privati nella struttura degli accordi tra il Gruppo di Torino e la sua Rete di fornitura.

Ma in un’Italia che si sta per imbucare nella palude dello scontro tra De Mita ed il CAF, nell’inferno di Tangentopoli e nella valanga della crisi dello SME contro la Lira, non può mancare la narrativa legata alla figura mitologica di Enrico Cuccia a fianco di Cesare Romiti. Dunque, la guerra tra Cesare e Ghidella dentro Fiat sarebbe alimentata da Via Filodrammatici per un motivo chiaro: l’affaire Ford/Fiat ha aperto una crepa nel quadro di controllo di tutta Mediobanca su Torino, e se l’accordo con Detroit si fosse materializzato avrebbe certamente realizzato l’obbiettivo di mercato di Ghidella portando il nuovo Gruppo a controllare almeno un quarto delle vendite di auto in Europa; ma avrebbe anche aperto spifferi pericolosi su Galassie, costellazioni e quadri astrali che la finanza familiare in Italia, orchestrata a due mani all’epoca da Enrico Cuccia, aveva saputo costruire tra relazioni, intrecci azionari e compagini di controllo. 

Forse, di questo, Ghidella avrebbe dovuto averne contezza, come avrebbe potuto attendersi, per le proprie dimissioni (volontarie, sia chiaro, e mai richieste da Romiti) che la crisi dentro Fiat non sarebbe provenuta da chissà quale “bug” commerciale od industriale eventualmente imputabile ad errore strategico dell’Ingegnere di Vercelli; 

ma no, per far entrare in crisi Ghidella, l’Amministratore Romiti si sarebbe limitato ad usare il più antiquato e sabaudo, oltre che casareccio, sistema di verifiche ispettive rimasto in vigore nello Statuto di Fiat anche ai tempi della robotizzazione e dell’elettronica: un sistema ispettivo che si poteva persino basare (come si verificò) di strane lettere anonime, delazioni, pettegolezzi che bastano per dare a Romiti il potere giurisdizionale per autorizzare una ispezione a tappeto sui fornitori di Fiat Auto; e – guarda caso – nel marasma spunta fuori un nome : Roltra SpA, sede in Barriera (Milano): progetta e produce componenti che finiscono nelle Croma, Thema, ed altre auto del Gruppo di Torino. Ghidella ne era stato Socio prima che la stessa Società entrasse nella dimensione della subfornitura verso Fiat, all’atto della quale iscrizione nell’Albo Fornitori Ghidella aveva ceduto tutte le quote ed aveva separato qualunque interesse od attività da Roltra, appunto. L’indagine finisce in una bolla di sapone, con nessuna possibilità di imputare alcunchè a Ghidella; ma dopo mesi di fuoco di fila mediatico e manageriale contro l’Ingegnere di Vercelli l’equilibrio, i rapporti e l’immagine sono travolti irrimediabilmente. Nulla si sa di quale eventuale motivazione o richiamo tuttavia dovesse o potesse essere oggetto lo stesso Romiti che aveva avviato una tempesta basandosi sul nulla. Anche su questo molti recensori parlano di una forte dose di sostegno politico di Cuccia verso Romiti.

Si chiude così, con le dimissioni, l’epopea straordinaria di Ghidella in Fiat.

Una epopea, come detto, a termine: dagli anni Novanta le Inchieste di Milano, la decadenza, la crisi e la fine di un modello industriale ed economico tricolore negli anni Ottanta avrebbe inesorabilmente portato in ogni caso “Re Sole” Vittorio Ghidella a capire che tutto il Gruppo Fiat, dentro quella Italia, senza un supporto forte di un Gruppo internazionale sarebbe stata una nuova “Provincia debole”.

 

Certo: con Ghidella la fusione Fiat Ford avrebbe visto Torino protagonista vincente. La fusione Stellantis degli Elkann con PSA – come si può vedere – ci rende partner molto più deboli dei francesi: e non è certo solo colpa di John. Forse è una colpa, tra quelle meno condannabili ed oscure, che un giorno forse si verranno a sapere di Cesare Romiti, luogotenente di Via Filodrammatici.

Riccardo Bellumori