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La storia di Ken Tyrrell il papà ignoto del Cosworth

Continua la storia di Ken Tyrrell: nella prima parte abbiamo raccontato l’esordio ad un passo dal debutto in Formula Uno, nel 1968, di un team giovane ma già vincente fin da subito nelle formule minori, dotato di un manager straordinario e leggendario, definito amorevolmente “Zio Ken”oppure il “Boscaiolo” per aver insediato la sua Factory in una ex segheria nel Surrey. 

E poi a fianco Ken ha la sua famiglia, nella quale entrano di diritto di volta in volta i suoi tecnici, meccanici, piloti.

La storia però da sottolineare come epopea è quella che lo lega a Jackie Stewart, il figlio agonistico prediletto. 

 

L’epopea si chiude del 1973: sei Stagioni di F1 a partire dal 1968, un Titolo mondiale vinto ogni due Stagioni, il primato insuperabile di essere stato il primo Team Manager a portare un Marchio francese al tetto dell’Iride mondiale in F1 con la Matra, ed il piccolo vanto di essere stato il secondo Manager a portare l’alloro mondiale anche alla Cosworth nel 1968. 

 

Una storia nella storia quella tra Ken Tyrrell e la dinastia “DFV”-“DFY” otto cilindri a V da 3 litri cui Ken regala l’ultima vittoria di sempre in Formula Uno, nel 1983 a Detroit. Ma in un destino o Karma leggendario non può non entrare anche la tragedia insieme all’epica positiva e vincente. 

Ed è proprio un ultimo gesto di coinvolgimento tra Ken e il Cosworth, motivato dalla volontà del geniale manager di “allungare” la vita ormai agli sgoccioli del V8 inglese “aspirato” a generare la disavventura che a mio personale avviso (di appassionato tifoso ed ammiratore della storia di Tyrrell) colpisce l’uomo ed il suo Team nel 1984 e purtroppo anche in una maledetta coda di Settembre 1985; e che di fatto spazza via la dimensione “epica” della Tyrrell destinandola ad un percorso di precarietà e di seconda classifica da cui Ken non uscirà se non con la cessione all’alba del nuovo millennio della sua creatura, il Team Tyrrell.

Ma se la prima parte del racconto si ferma al 1974, è per un motivo preciso: la creatività di Ken è a tal punto esplosiva da mettere in cantiere una nuova opera prima ed unica nella storia della Formula Uno: la prima ed unica monoposto a Sei Ruote della storia, la P34.

Sei ruote, due leoni alla guida: Tyrrell P34 ed il sogno svanito troppo in fretta.

Chi si affidasse a “Rush” (il famoso film di Ron Howard) per capire e circoscrivere la storia del 1976, sarebbe  secondo me indotto in un innocuo ed involontario errore: quello di credere che alla partenza del maledetto Gran Premio di Germania, Domenica Primo Agosto al Nurburgring, l’ombra minacciosa di James Hunt si fosse allungata sul povero ed indifeso Niki Lauda creandogli ansia e scompenso. 

Facciamo chiarezza: da inizio Stagione al Nurburgring di Agosto, in quel 1976, c’erano già stati nove Gran Premi ed il ruolino di marcia di Sir James Hunt era stato di ben due vittorie (buonissimo, certo.) ma anche di ben quattro ritiri. 

Un totale di solo 26 punti a pari punti con Patrick Depailler, contro i 61 di Niki, seguito al secondo posto provvisorio da…….Jody Scheckersulla Tyrrell P34 a sei ruote. 

Certo, con ben 24 punti di distacco dal ferrarista, ma con il vanto di aver regalato alla sua Tyrrell la prima vittoria di sempre ad una six wheels, e con il compagno Patrick terzo ex aequo con Hunt. L’idea che guida Derek Gardner e Ken Tyrrell nella realizzazione di una sei ruote prende ovviamente le basi dalla liberà regolamentare che solo dopo il debutto della P34 vieterà in modo assoluto monoposto di F1 con più di quattro ruote. 

Ma dentro la P34 le strisce gialle cromatiche lungo la carenatura blu classico Tyrrell erano beneaugurali o predittive di una sorta di sogno, chi lo sa: Elf, sponsor della Tyrrell findai tempi della Matra, era contemporaneamente rimasta sponsor di questa nelle Gare Sport Prototipi dove andava davvero bene. Ma alle Gare Sport Prototipi si era affacciata anche la Renault che, seppure molto meno competitiva all’inizio, aveva interessato il Governo francese sul diritto che un Marchio di Stato (la Elf) sponsorizzasse un altro Marchio di Stato (la Renault) invece che un Marchio privato che tra l’altro era ormai consolidato in un Gruppo straniero (Chrysler)……..La malizia della Renault ebbe la meglio e così Elf passò a sponsorizzare nelle Sport Prototipi la sola Renault  insieme a Zio Ken in F1. Questo fu il “ponte per un consulto preventivo degli uomini Renault con Ken per un possibile, aleatorio, debutto del primo motore Turbo Renault di F1 al servizio non di una monoposto e di un Team della Losanga ma del pragmatissimo (e ancora Top) Team Tyrrell.

Tutto bene, tutto bello e tutto pronto. Jabouille testa sulla F.2 il primo Turbo della storia F1 a metà del 1976, mentre le strisce gialle beneaugurali sulla P34 lasciano presagire un futuro matrimonio. Peccato che i test preliminari della F2 Renault siano giudicati scoraggianti per una piccola Squadra come Tyrrell alla ricerca di un risultato concreto ed immediato. Dunque alla fine della Stagione 1976 Ken Tyrrell ritira la disponibilità ad alloggiare il motore Turbo V6 sulle sue monoposto.

Ma comincia a non essere già più il vecchio Ken: quella sua fedeltà al Cosworth gli costerà cara, dimostrando scarsa capacità di intravedere il futuro. Oggi come oggi sarebbe stato interessante vedere una TyrrellTurbo Renault nel 1979 o 1980…….Peccato davvero.

Nel frattempo, comincia, in una sorta di “livella” dopo il boom dal 1969 al 1973, un periodo grigio che dura perlomeno dal 1977 a tutto il 1981: in primo luogo è vero che la “P34” nel 1976 riporta dopo tre Stagioni sul Podio mondiale la Tyrrell (Ken vede la sua Squadra al terzo posto in Classifica Costruttori ed al terzo e quarto posto i suoi alfieri Jody e Patrick), e dunque porta nelle casse del Team anche i Premi Gara; ma da un lato proprio la Elf decide di ridurre l’impegno con Ken per il 1977 (al fine di assistere e finanziare il debutto della Renault); ma in secondo luogo a giocare un brutto scherzo alla Squadra è il fornitore delle Gomme. La Good Year aveva assistito per tutto il 1976 la P34 fornendo le “gommine” anteriori di diametro e foggia completamente diversa dalla norma. 

E aveva dovuto farlo con gomme SlickRain e da tempo in prova. Alla fine del 1976 GoodYear però tira la riga dei conti e vede che non ha più senso per lei continuare nell’assistenza diretta e nell’investimento produttivo in un tipo di pneumatico monopolizzato da un solo Team.Dunque nel 1977 il gommista americano preallerta Ken “Caro Boscaiolo” (sembra quasi di poter sapere cosa si sono detti in quel frangente) “per noi vincere con gomme tradizionali o con la tua sei ruote non fa differenza, ma il piano di conti si; per cui, tieniti una bella dotazione di minipneumatici anteriori Rain, slick e morbidi e tanti saluti. Per noi il progetto P34 si chiude qui”.

Ed ecco perché la P34 del 1977 sembra la sorella sfortunata della versione ’76: nuovi colori un poco più spenti per via del nuovo sponsor finanziario; ma soprattutto una architettura stravolta con le quattro ruote anteriori che sporgono dalla carenatura a scudo aerodinamico anteriore per potersi raffreddare senza incorrere in degrado che costringerebbe ad un maggior consumo. Con quel po’ di magazzino rimasto da GoodYear i poveri Patrick e Ronnie Peterson devono farci tutta la Stagione. 

Dunque, la P34 perde il DNA con cui fu realizzata: essere più filante e più veloce per la minore sezione frontale. 

Ken rinuncia al progetto dalla Stagione 1978 ma perde anche il papà progettuale della “P34”, Derek Gardner, e deve affidarsi al nuovo arrivato Maurice Phillips, che “vampirizzando” una vecchia scocca della sei ruote ricava la “008”, una delle più antiquate e sgraziate monoposto della Stagione 1978, una copia bulimica della McLaren M23, in fondo.Nel 1978 i pochi acuti di Pironi e la vittoria a Monaco di Depailler sono un nobile sipario su una storia leggendaria.

Nel 1979 e 1980 arriva lo sponsor nuovo, la Candy, ma è l’equipaggio a non essere all’altezza: Pironi e Jarier nel 1979 portano a pochi acuti tra terzo e sesto posto, ma il 1980 è un disastro con Jarier ormai quasi in pensione e Daly che distrugge continuamente monoposto. E’ la prima Stagione di sempre per la Tyrrell in F1 senza neppure un Podio.

E purtroppo non è l’unica. Nel 1981 Ken corre con gli Sponsor “a gettone”, trovando di volta in volta una iscrizione in Gara per le carenature della “010/011” che rimangono spesso bianche; ma la novità della vita per Zio Ken è aver trovato finalmente un nuovo “figlioccio”: mantenendo l’attitudine al Talent Scouting Ken assicura alla Squadra del 1981 due “mini-campioncini” a saldo, due ragazzi emergenti come Eddie Cheever e Michele Alboreto. Eddie salterà nel 1982 sulla LigierTalbot Matra, mentre Michele diventerà una delle vere sorprese del Mondiale. 

Su una Tyrrell 011 vecchia, rabberciata e motorizzata con gli ultimi Cosworth “DFV” da non più di 495 cavalli contro i nuovi “DFY” da quasi 515 cavalli di Williams e McLaren, Michele regala alla Tyrrelldopo due Stagioni da dimenticare un piccolo sogno: Podio ad Imola e vittoria di prestigio a Dallas, ultima Gara. 

Dunque non solo la pubblicità negli USA, non solo il battage mediatico da fine anno ad inizio Stagione, ma con Michele primo degli italiani in Pattuglia iridata la Tyrrell arriva nel 1983 con tre requisiti da sogno: il nuovo Cosworth “DFY” che condivide ormai con sempre meno Squadre, un piccolo Dream Team con un giovane talento, ed infine lo sponsor dei sogni Benetton. Ma all’orizzonte arrivano alcune forti nuvole di tempesta: i “buffi” che Ken ha sopportato nel biennio ‘81/’82 devono essere saldati, e questo porta la Squadra a “stornare” una buona fetta dei soldi della sponsorizzazione (che i Benetton gli versano per un miglior futuro) verso il saldo delle partite pregresse. Motivo per cui la famiglia veneta sarebbe già sul punto di far decadere tutto vedendo i propri colori simbolo di eleganza e stile spalmati su una delle più brutte monoposto della Stagione 1983.

La Tyrrell “011” versione aggiornata con le pance laterali tagliate con la motosega e colorate di nero opaco (una delle linee e livree più sgraziate del tempo) e soprattutto una concezione progettuale vecchia portano la Squadra a raschiare il fondo nelle prime sei Gare (ed ovviamente questo non poteva essere nelle premesse dell’accordo di sponsoring) con due soli miseri punticini di Danny Sullivan e ben cinque ritiri tra entrambi i Piloti. Arriva non si sa come (ma qualcuno comincia a sospettarlo….) la vittoria a Detroit 1983, proprio nella piazza più gradita ai Benetton e le cose vanno avanti, ma già dalla seconda metà di Stagione partirà l’accordo tra il marchio tessile veneto ed Alfa Romeo Euroracing per il 1984. Insomma, Ken deve ricominciare daccapo ma c’è qualcosa che comincia a metterlo un po’ sotto il mirino.

Di sicuro due sono i passaggi che lo hanno messo nella “Black List” di Bernie Ecclestone e della Associazione FOCA: la partecipazione al Gran Premio di Imola 1982 disertato dai Teams iscritti alla FOCA; e il voto contrario all’aumento dei serbatoi a 220 Litri in favore dei motori turbo. E poi, arriva la squalifica del 1984…

Che tuttavia colpisce la Squadra nel momento della rinascita, con la coppia terribile Brundle e Bellof a fare miracoli. E’ appena arrivato il 1984, e da sei mesi è arrivata in casa Tyrrell la nuova monoposto “012”.

L’ultima stella cadente: 1984, la squalifica, Stefan Bellof

C’era stato un altro Ken Tyrrell, poco prima del 1984, ed era quello del 1983: sospettando che il secondo Pilota Danny Sullivan, (che comunque era chiamato a fare il suo dovere anche se fondamentalmente i Benetton lo avevano caldamente imposto soprattutto per il suo ascendente sul mercato statunitense) avesse già deciso di migrare al più presto dall’Europa per tornare negli USA,

Zio Ken volle metterlo alla corda; e – credo alle prove del Sabatoal Gran Premio di Gran Bretagna, con Danny che stava facendo tempi abbastanza migliori di Alboreto, Tyrrell decise di passare la monoposto di Sullivan a Michele……Sfuriata di Danny, e risata del Boscaiolo:” bene” – disse – “se ti arrabbi vuol dire che ci tieni a fare bella figura”, chiuse la questione restituendogli la monoposto.

Purtroppo quello che invece – paonazzo e madido di sudore – sbraccia ed urla alla volta di Martin Brundle ogni volta che lo vede passare, da almeno quattro Giri, davanti ai Box del circuito di Detroit come se lui e la sua “012” fossero stati morsi dalla tarantola, è un Boscaiolo in crisi di identità e di autorevolezza.

Ribaltando su Stefan Bellof, dopo Monaco, le attenzioni e la preferenza inizialmente mostrata per Brundle, ha involontariamente dato vita ad una guerra di lunghi coltelli tra le due piccole pesti del Mondiale 1984.

Martin e Stefan si guardano ormai come cane e gatto, temendo ciascuno una fregatura dall’altro; e a Detroit Brundle entra in paranoia: con Bellof fermo contro un muretto, a tre quarti di Gara svolta entra ai Box, per rabbocco di acqua e via di nuovo con anche gomme fresche.

Quello che accade dopo, a partire da otto/nove Giri dalla fine, è qualcosa che rasenta il cinema di fantascienza. Martin passa da ottavo a secondo, guidando come un pazzo ed ammirando da vicino il culo della Brabham BMW di Nelson Piquet capofila.

Si racconta che un Team manager avvicinatosi a Ken gli abbia chiesto tra il sorpreso e l’ironico: “Ma perché ti arrabbi così? Se continua con questa andatura il tuo ragazzo rischia di vincere…”

E Ken, sparandone una delle sue più farlocca delle altre risponde:” E’ che non voglio che si faccia male, e se continua così capiterà di sicuro”.

No, non è questo il motivo di tanto terrore da parte di Mister Tyrrell, e nei Box dove le notizie corrono veloci in molti stanno prenotando un posto in Platea per assistere ad un momento epocale: quello in cui i Commissari arrivano davanti al Boscaiolo per informarlo di essere sotto inchiesta e di voler svolgere esame approfondito della monoposto di Brundle una volta arrivato nel Paddock.

 

La serie di verifiche avrebbe dovuto far capire: cosa avesse spinto Martin ad effettuare un Pit Stop ad appena dieci/quindici Giri al termine del Gran Premio di Dallas; come e perché fosse stato effettuato eventuale rifornimento e rabbocco e soprattutto “dove” e “con cosa”. 

E spunta fuori la famosa “Duck Watergun”: il trabiccolo ideato dalla Tyrrell per pompare ad alta pressione acqua e pallini di piombo attraverso un comando a due vie: concettualmente era un carrellino a pareti metalliche con dentro un doppio cilindro orizzontale pieno di solo liquido su un cilindro e di liquido più pallini di piombo (praticamente quelli con cui i cacciatori inglesi andavano a caccia di anatre intorno ai laghi), entrambi azionati da una bombola di aria compressa a due vie: una via spingeva tramite un pistone l’acqua, l’altra via eventualmente escludibile ovviamente pompava liquido più pallini dentro un contenitore. Quale?

La Commissione di Inchiesta, nel post Detroit, si trova davanti un manuale di uso e manutenzione di un vero e proprio sistema geniale ma, ahimè, variamente fuori legge: la Duck Gun spinge acqua dentro a due serbatoi in gomma racchiusi dentro la scocca in Honeycomb/Carbonio e asportabili solo svitando ed aprendo unvano nel sottoscocca. Perché proprio gomma?

Beh, a qualcuno viene il lampo di pensare che pallini di piombo sparati a pressione dentro contenitori cavi metallici avrebbero risuonato come ghiaia; ma andiamo avanti: la commissione di inchiesta “vede” il foro di ingresso per l’acqua da mandare nei due serbatoi, non “vede” i due serbatoi se non vivisezionando in ispezione profonda; ma vede da subito due fori sotto le (chiamiamole) pance laterali a freccia della Tyrrell “012”: basterebbe questo a formalizzare una squalifica tombale per mancato rispetto delle regole sul fondo piatto; ma una difesa di ufficio chiesta da Tyrrell esclude qualsivoglia effetto o vantaggio aerodinamico, pertanto non potendoli definire “inutili” la Commissione ritiene i fori due “sfiati” dai quali esce l’eccesso di pressione e di acqua nei serbatoi.

Insomma, piano piano la giustizia automobilistica sta stringendo il cerchio attorno a Ken: l’ipotesi è che a seconda dei circuiti la Tyrrell si rifornisca alla partenza di acqua e piombo in quantità variabile, e che poi in corso di Gara disperda la zavorra per poi ripristinarla a pochi Giri dal termine tornando ai Box.

Molto bene, quando e come la Commissione di verifica potrebbe aver definito questo scenario? Nel post Gara di Detroit, e solo allora. Cosa aveva diritto a verificare la Commissione? Che a Detroit, e solo là a Detroit, l’operazione necessaria al Team Tyrrellper ripristinare liquidi e condizioni pre-Gara implicasse una zavorra non regolamentare (il piombo) poiché non sottoponibile a sigillo di immutabilità; ovvero definire il concetto contrario: senza l’immissione di piombo nel serbatoio supplementare la “012” era indiscutibilmente sottopeso.

Ma chiaramente anche la Commissione va avanti per teorie, perché a differenza dell’acqua dei freni nelle Williams e Brabhamdel 1982, l’acqua della Tyrrell si può rabboccare su base legale, perché serve ad abbassare la temperatura di esercizio del motore, e dunque è legittima come quella dei radiatori e degli Intercooler. 

Pesare la “012” senza il rabbocco di “quei” serbatoi non sarebbe legale. Bell’inghippo sembra aver trovato il nostro Zio Ken. Ma insomma: cosa accade davvero in quel Gran Premio di Detroit 1984 prima, durante e dopo?

Prima, accade che Ken Tyrrell sia fondamentalmente un “desaparecido” della F1: probabilmente con ancora lo Sponsor Benetton avrebbe potuto disporre dei 4 cilindri Turbo della BMW (a quanto si vociferava all’epoca), ma con solo l’appoggio limitato di De Longhi e dei supporti portati dai due giovani talenti, Kenrimane uno degli ultimi Highlander con il Cosworth V8 3000 cc DFY.

 

E già nel 1983, con la nuova “012” in arrivo, Ken Tyrrell si rende conto che per sopravvivere (ed è dura ammetterlo per un tifoso sfegatato di quella Squadra) deve truccare le carte. 

E per farlo, ormai anche stanco ed invecchiato, forse cede alle diverse suggestioni che animano il dibattito sportivo nei precedenti anni: il sottopeso, la benzina e l’iniezione di acqua.

La “012” era il minimo sindacale persino al suo debutto nell’Agosto 1983, con Alboreto e Danny Sullivanimprovvisamente meno prestanti che non sulla preistorica “011” ormai vecchia di quasi tre anni.

La “freccia” di Maurice Phillips era precaria sotto l’aspetto strutturale (troppo Honeycomb per una architettura per la quale i Top Team usavano 100% Carbonio pure per la carenatura), farlocca sotto l’aspetto aerodinamico (alettoni a freccia scenografici ma poco efficaci) e vecchia sotto l’aspetto dell’accessoristica.

Ken da almeno due anni andava avanti con l’ultimo aggiornamento del cambio Hewland di metà Stagione 1981 e si affidava alle sole revisioni, e per i motori Cosworth idem: vero che da fine 1982 dispone dei DFY (perché è rimasto una sorta di specie protetta ad usarlo in F1) ma non è gratis; e rispetto ai Top Team inglesi che usavano i DFY per massimo due o tre Gare, Zio Ken è costretto a tirare avanti almeno mezza Stagione con un solo motore per Monoposto.

Davvero dunque tutti gli espedienti possibili per facilitare vita e prestazioni del Cosworth erano per Ken importanti come togliere peso alla sua monoposto, in ossequio alla più naturale tendenza garagista.

Ken Tyrrell, ultimo Highlander “Garagista” ed ultimo Templare del Cosworth

Dopo Colin Chapman, che per strano gioco del destino muore vedendo per l’ultima volta le “sue” Lotus montare l’altrettanto “suo” Cosworth, Ken Tyrrell era diventato una sorta di Templare del V8 Ford aspirato.

Con questo era nata la leggenda del Boscaiolo e nella vita della Tyrrell in F1 la Squadra era di fatto la più longeva di sempre insieme alla Lotus, nel 1984, ad aver adottato la creatura di Costine Duckworth anche se vi era stato l’intermezzo brevissimo e fallimentare del 12 cilindri Matra.

La Stagione successiva 1985, quasi come una sorta di Record di contea contadina, il premio fedeltà al motore Cosworth serie “DFV-DFY” sarebbe diventato indiscutibilmente il suo.

Davvero, senza timore di smentita, se Ken avesse potuto scegliere avrebbe adottato il Cosworth a vita.

Ormai i suoi meccanici lo montavano, smontavano, gestivano a sentimento per quanto bene lo conoscevano.

Però nessuno si è mai dilettato di scrivere che il sistema di iniezione d’acqua del “DFY” inventato da Ken Tyrrell è l’ultimo vero upgrade del motore inglese per questa generazione prima della uscita di scena temporanea per monopolio della popolazione Turbo.

E non è un dispositivo pensato da Cosworth, il sistema Water Injection, ma a questi proposto proprio da Ken Tyrrell dopo aver “assimilato” l’uovo di colombo di Rudi Eggenberg che, per la Volvo 240 Turbo Gruppo A, aveva semplicemente “ribaltato” il principio di funzionamento del sensore acqua nella benzina che dopo il Brevetto Saab aveva ottimamente iniziato ad equipaggiare tutti i motori delle auto prodotte in Svezia.

Mentre però il sensore Saab funzionava in modalità antidetonante protettiva (cioè alla rilevazione di tracce di acqua nel processo di combustione in camera di scoppio riduceva la pressione del Turbo e regolava l’anticipo di accensione e l’afflusso di aria) nel caso della Volvo i sensori rilevavano la quantità di acqua vaporizzata nel carter di aspirazione, la temperatura dell’aria aspirata e combinando tutti i dati incrociati nella centralina elettronica di iniezione regolavano in automatico anticipo accensione, pressione della Wastegate e quantità di benzina immessa.

Zio Ken appena viene a sapere del brevetto Volvo “WTT” per la Volvo 240 Turbo di Gruppo A non ci pensa due volte: parla con Bosch, parla con Cosworth e realizza il suo sistema di “Water Injection” ma sarebbe meglio chiamarlo “Water induction”, perché in effetti a differenza del sistema di Volvo in cui l’aria entra in modo forzato con la turbina, nel caso di Ken Tyrrell il sistema è persino più “rognoso” e complesso: i cornetti di aspirazione sono la bocca di respirazione del motore nel quale l’aria dovrebbe poter arrivare, di regola accademica, voluminosa, veloce, roteante (effetto Swirl) e in pressione massima costante per consentire in fase di chiusura valvole di aspirazione di creare una colonna di aria pronta a “cadere” bella piena nel cilindro non appena la valvola si riapre.

Quali sono i problemi potenziali che Zio Ken si trova a dover gestire con il suo sistema e perché la soluzione non era stata adottata dai Top Team che avevano i DFY da due anni prima?

Ken Tyrrell affermava che l’iniezione di sola acqua serviva semplicemente a migliorare l’affidabilità (tramite raffreddamento evaporativo). Citò 17 guasti al motore correlati a valvole o pistoni nel 1983 (una combinazione di 14 gare del DFV e 16 gare della seconda serie del DFY, per un totale di 30) e nessuno nel 1984 fino a 2/3 della stagione, utilizzando 13 litri d’acqua a gara per integrare i 220 litri di benzina regolamentari. Fu la linea di difesa nell’Inchiesta, nella quale però l’elenco delle accuse diventò una specie di lista della spesa: a carico della Tyrrell la Commissione di Indagine fini’ per imputare 5 capi di accusa.

 

Prelevati campioni di acqua (ma sarebbe meglio chiamarlo liquido) dai famosi serbatoi in gomma ricavati in apposite anse del fondo scocca in Honeycomb della “012”, la Commissione di indagine rileva un elemento sconvolgente: la presenza di aromatici e di sostanze propellenti oltre soglie consentite ed ammissibili; si parla di un buon 30% di aromatici e/o di Toluene che in questo caso, spruzzati dentro le camere di scoppio del Cosworth insieme all’acqua vaporizzata fungerebbero da additivi.

Ecco la condizione che taglia le gambe alla Tyrrell per tutta la Stagione.

Ed ecco la lenzuolata che mezza popolazione della F1 dirigente aspettava per togliersi dalle palle Ken Tyrrell dalle assise assembleari dove per decidere il futuro regolamentare del Circus occorreva l’unanimità.

Tra Detroit, Dallas e l’inizio di Agosto alla Tyrrell vengono addebitati cumulativamente cinque capi di accusa, tutti a concorrere Gran Premio per Gran Premio almeno una condizione di irregolarità squalificante, e c’era l’imbarazzo della scelta :

-Zavorra in pallini di piombo posizionata in modo irregolare prchèrende impossibile punzonarla;

-Zavorra plausibilmente concorrente a raggiungere peso regolamentare sulla monoposto che, priva di essa, sarebbe sotto soglia di 540 Kg.;

-Presenza di idrocarburi oltre soglia ragionevole nell’acqua immessa nelle camere di scoppio con conseguente adulterazione del carburante regolamentare ammesso;

E qui arriva il bello: si ritiene che i condotti di acqua non portino acqua ma carburante? Allora aggiungi:

-Assenza di valvole di sicurezza obbligatorie nei condotti di carburante in arrivo al motore;

-Rifornimento di acqua “combustibile” vietata dal Regolamento durante lo svolgimento del Gran Premio;

-Assenza di omologazione necessaria per l’adozione di tubazioni carburante al fine di garantire tenuta a pressioni e temperature di esercizio.

Articoli del Regolamento cumulativamente trasgrediti dalla Tyrrell da inizio anno sono: Articolo 4 (Comma 2), Articolo 6 (Commi 9, 11 e 14) Articolo 14 (Commi 1 e 2). Ed infine l’Art.152.

Si, avete capito bene: questi capi di accusa trasformano la condizione di eventuale sottopeso in una rilevante minore rispetto al cuore della contestazione: nel serbatoio dell’acqua di iniezione ai condotti di aspirazione arriva non acqua ma……Carburante illegale. Roba da tenere per tutta la Stagione 1984 la Tyrrell fuori causa. 

 

E per cancellare a Ken il diritto di voto dentro l’Assemblea della FOCA. Senza più franchi tiratori contro il voto unanime, le modifiche al Regolamento 1985 passano senza problemi, guarda caso. E la Tyrrell che riparte dalla Stagione nuova è un organismo in terapia intensiva. Niente premi Gara né rimborsi, niente più Sponsor, niente Turbo BMW ipotetico. Gerard Larrousse, grande amico di Ken e Manager Renault fa arrivare alla Factory inglese due motori. Uno per costruirci sopra una specie di “upgrade” della “012 Cosworth” cioè la Tyrrell 014. L’altro per fare la staffetta con il primo almeno dalla seconda metà Stagione in poi. Ma quella Squadra con monoposto blu anonime non è e non sarà mai più “la” Tyrrell. Secondo me. Ken Tyrrell ci lasciava per sempre il 25 Agosto del 2001. Esattamente quattro mesi dopo la tragedia che gli aveva tolto anche il suo ultimo “figlioccio” rimasto fino ad allora in vita: Michele Alboreto; 

Depailler se n’era andato nel 1980, Cevert nel 1973. Stefan Bellofera scomparso il 2 Settembre del 1985. 

Gli unici due “di famiglia” rimasti, cioè Martin Brundle e Jackie Stewart, dalla seconda metà di Agosto del 2001 in cui si fanno vedere più spesso al capezzale di Ken, trattengono a stento le lacrime e la tristezza. Il loro Team Manager del cuore e della vita si sta spegnendo. Ed è qui che si chiude anche il libro “KEN TYRRELL – La biografia autorizzata” che – Vi suggerisco di tenere nella Vostra Libreria. 

Da me, all’ultimo Highlander della Formula Uno, solo un grande “Grazie, Ken”.

Riccardo Bellumori

 

Nuova Leapmotor B05 sfida MG4

All’inizio del 2026, Leapmotor lancerà la B05, una berlina compatta concorrente della MG4 e della Mégane E-Tech.

Basata sulla piattaforma della B10, dovrebbe riprendere la motorizzazione e le batterie del SUV e offrire un’autonomia di circa 450 km WLTP. Il modello sarà presentato in anteprima al Salone di Monaco.
Leapmotor svela la sua roadmap. Dopo l’annuncio dell’arrivo della B10 in Europa, il marchio cinese di proprietà di Stellantis svela un’anteprima della sua prossima novità. In linea con il piano di produzione presentato all’inizio del 2025, si tratta di una berlina compatta. Conosciuta in Cina con il nome di Lafa 5, sarà battezzata B05 nel Vecchio Continente e nel 2026 competerà con la MG4, la Renault Mégane E-Tech e la Volkswagen ID.3.

IL NUOVO LOOK

Leapmotor ha pubblicato una serie di foto che rivelano la silhouette del suo modello. La Leapmotor B05 è una berlina con portellone posteriore di circa 4,30 m. Riprende i codici estetici delle altre produzioni del marchio, in particolare con una firma luminosa composta da tre barre orizzontali nella parte anteriore, identica a quella della B10. Gli interni riprenderanno probabilmente l’atmosfera essenziale e minimalista del SUV, con un cruscotto dominato da uno schermo centrale da 14,6 pollici e completato da un quadro strumenti da 8,8 pollici.
Basata sulla piattaforma Leap 3.5 della B10, la Leapmotor B05 dovrebbe anche riprendere la gamma del SUV. Ci si può quindi aspettare di ritrovare un unico motore elettrico da 218 CV abbinato a due tipi di batterie.

La prima, con una capacità di 56,2 kWh, dovrebbe offrire un’autonomia WLTP di circa 380 km. La seconda, da 67,1 kWh, potrebbe portare l’autonomia a 450 km.
La dotazione di equipaggiamenti dovrebbe essere interessante già a partire dalla versione base. Se si segue l’esempio della B10, il primo livello darà accesso, tra l’altro, a un tetto panoramico, cerchi in lega, una telecamera a 360° e altri 17 sistemi di assistenza alla guida. Per quanto riguarda il prezzo, la Leapmotor B05 sarà proposta a meno di 30.000 €. Questa berlina, che sarà il quarto modello del marchio ad essere commercializzato in Francia, farà il suo debutto al Salone di Monaco 2025 a partire dal 9 settembre.

Nuovo Volkswagen T-Roc Coupé: Rendering totale

Come sarebbe una Volkswagen T-Roc coupé? Ecco il rendering totale!

Nel mondo dell’automobile, l’immaginazione è spesso il primo passo verso l’innovazione. E Kleber Silva, designer brasiliano noto per le sue interpretazioni digitali audaci, ha recentemente proposto una visione intrigante di ciò che potrebbe essere un futuro SUV coupé firmato Volkswagen: il T-Roc 2025. Non si tratta di un modello ufficiale, ma di un’ipotesi stilistica che gioca con le tendenze attuali e le ambizioni del marchio tedesco.

La carrozzeria gialla brillante cattura subito l’attenzione, mettendo in risalto le linee tese e il profilo discendente del tetto, tipico dei coupé moderni. Il posteriore è muscoloso ma elegante, con gruppi ottici sottili e orizzontali che conferiscono un tocco high-tech, mentre i cerchi in lega di grandi dimensioni e il paraurti scolpito suggeriscono prestazioni e dinamismo.

Il contesto urbano in cui è inserito il veicolo, con figure sfocate in movimento e un edificio moderno dalla facciata curva, rafforza l’idea di un’auto pensata per la città, ma con ambizioni da protagonista. È facile immaginare il T-Roc sfrecciare tra le strade di Roma o Berlino, attirando sguardi e incarnando quella fusione tra praticità e stile che sempre più clienti cercano.

Volkswagen, negli ultimi anni, ha dimostrato di voler esplorare nuovi segmenti e di non temere le contaminazioni stilistiche. Se un giorno dovesse nascere davvero un T-Doc coupé, magari elettrico e connesso, non sarebbe poi così lontano da ciò che vediamo in questo rendering. E chissà, forse Kleber Silva ha semplicemente anticipato una tendenza che vedremo presto su strada.

DATI TECNICI E MOTORI

A completare il quadro ipotetico del Volkswagen T-Roc Coupé, possiamo immaginare che sotto il cofano troveremmo le stesse motorizzazioni della nuova T-Roc 2026, appena presentata e completamente rinnovata. La casa di Wolfsburg ha infatti deciso di abbandonare definitivamente i diesel, puntando su una gamma interamente ibrida, sia mild che full hybrid A B.

Al lancio, il T-Roc coupé potrebbe adottare il motore 1.5 turbo benzina mild hybrid da 116 o 150 cavalli, abbinato al cambio automatico DSG a 7 rapporti e alla trazione anteriore. Questa unità, già collaudata, offre una buona efficienza e una risposta brillante, ideale per un SUV urbano con ambizioni dinamiche. Successivamente, si potrebbe vedere l’introduzione di una versione più potente con motore 2.0 mild hybrid da circa 200 cavalli e trazione integrale, pensata per chi cerca prestazioni superiori e maggiore versatilità.

Ma la vera novità sarebbe l’arrivo delle varianti full hybrid, basate sempre sul 1.5 turbo a ciclo Miller, con potenze di 136 e 170 cavalli. Queste configurazioni promettono consumi contenuti e una guida fluida, grazie anche alla coppia generosa di 306 Nm disponibile già ai bassi regimi B.

In questo scenario, il Volkswagen T-Roc Coupé non sarebbe solo un esercizio di stile, ma un SUV compatto e moderno, perfettamente allineato con le esigenze di mobilità sostenibile e con le tendenze del mercato europeo. Un’auto che, se mai dovesse vedere la luce, avrebbe tutte le carte in regola per diventare un nuovo best-seller Volkswagen.

Nuova Volkswagen T-Roc Cabrio: Restyling in Rendering

La Volkswagen T-Roc cabrio si prepara al Restyling?

Sembra ormai lontano il tempo in cui ogni anno venivano vendute oltre 100.000 cabriolet sul mercato europeo. Un’epoca fortunata che ha raggiunto il suo apice negli anni 2000, grazie a una rivoluzione architettonica apparsa alcuni anni prima: il tetto rigido retrattile, inaugurato dalla Mercedes SLK nel 1996, prima che Peugeot democratizzasse il concetto nel 2001 con l’iconica 206 CC. Quasi tutti i costruttori, sia premium che generalisti, si convertirono a questo modello, dalle city car alle grandi berline. E la clientela seguì in massa, sedotta tanto dalle qualità acustiche di questo nuovo tetto quanto dalla sua maggiore sicurezza rispetto alle tradizionali capote in tela.

Una categoria in difficoltà
Ma all’inizio degli anni 2010, la categoria ha iniziato a sentire il vento del cambiamento, spazzata via da un segmento in piena espansione: quello dei SUV. In pochi anni, la maggior parte degli appassionati di guida a capelli al vento si è lasciata sedurre dalla posizione rialzata di questi nuovi arrivati, che oggi occupano i primi posti nelle classifiche di vendita. Quanto ai rari costruttori che continuano a proporre cabriolet, sono tornati gradualmente alla capote in tela, approfittando dei progressi compiuti in materia di insonorizzazione, ma anche dell’alleggerimento che essa comporta, in un’epoca in cui ogni grammo di CO₂ emesso pesa sempre più agli occhi delle istituzioni europee.

LA RINASCITA SUV

La combinazione SUV + cabriolet per rilanciare le vendite
Volkswagen, a lungo fedele alla Golf cabriolet, ha posto definitivamente fine a questa linea nel 2016, dopo aver già chiuso i battenti alla Eos, la sua cabriolet con tetto rigido. Allo stesso tempo, alcuni concorrenti hanno cercato di conciliare cabriolet e SUV, come Land Rover con la Evoque Cabrio lanciata nel 2016. Questo ha ispirato Volkswagen, che nel 2019 ha presentato la T-Roc Cabriolet, con l’ambizione di dare una seconda vita alla Golf cabriolet, ma sotto le sembianze di un crossover, al fine di sedurre una clientela appassionata di SUV.

Non abbastanza redditizio agli occhi del colosso tedesco
Da allora, il modello vende in media più di 8.000 unità all’anno. Un risultato molto rispettabile, superiore a quello di molte cabriolet emblematiche del mercato europeo (Mazda MX-5, BMW Serie 4, Porsche 911…), ma che evidentemente non è sufficiente a convincere la direzione di Wolfsburg. Nel gennaio 2024, Kai Gruenitz, responsabile dello sviluppo presso Volkswagen, aveva già confermato la scomparsa della T-Roc Cabriolet, spiegando che, essendo un veicolo di nicchia, il suo volume di produzione non era più in linea con la strategia economica del gruppo, ora focalizzato sull’elettrificazione. Di conseguenza, la nuova generazione di questo simpatico SUV non dovrebbe mai conoscere una versione cabriolet. In questo segmento, bisognerà rivolgersi alla Mini, unica rappresentante del genere, ad oggi.

Lancia Rally 037: ma quale Davide contro Golia?

La Lancia Rally 037 che si prepara alla Stagione 1983 sembra davvero, per i contemporanei, la trasposizione agonistica del “miracolo italiano” anni 80. Nessuna vettura da Rally poteva assomigliarle in quell’epoca, e tuttavia dentro quella “037” si confondeva il fascino lineare di una italiana, la razionalità eccellente e spartana delle tedesche, la fantasia eccentrica delle francesi, la classe prestigiosa e nobile delle inglesi. Ed infine la miniaturizzazione ipertecnologica che iniziava a rendere il Giappone una superpotenza automobilistica.

Lancia Rally 037 era fin dal suo esordio una World Car, una sorta di cartolina turistica del tempo da cui si mostravano le istantanee del meglio della tradizione motoristica internazionale.

E forse era proprio questo il senso della “037” così come si mostrò al mondo fin dal suo debutto globale, tra l’altro purtroppo funestato dall’incidente di Attilio Bettega al Tour de Corse 1982.

Da un lato la voglia di Chivasso di lanciare nell’ambiente la propria interpretazione ideale del nuovo Gruppo B estremizzandone le affinità con il vecchio Gruppo 5: in questo Lancia riesce ad essere in effetti la prima vera Gruppo B del nuovo sistema regolamentare in quel 1982 in cui intorno alla Lancia tutti gli altri Costruttori non avevano fatto altro che prorogare le vecchie Gruppo 4 o al massimo approfittare delle nuove parametrazioni peso/cubatura con cui le Gruppo B erano avvantaggiate rispetto alle originarie Gruppo 4, per “riomologare” nel nuovo Gruppo modelli aggiornati di dettaglio.

Per questo anche a livello pubblicitario e mediatico l’immagine della 037 è contemporaneamente l’immagine di tutto il Marchio Lancia: perché ne esalta i canoni e principi simbolici sul mercato.

Se Lancia è sinonimo di eleganza, 037 risalta per la sua immagine da prototipo sartoriale nobile; se la griglia anteriore del “family feeling” fatto da griglia e scudo sono ormai il must commerciale per identificare i modelli sul mercato, quel frontale cesellato dalla serie “Beta Coupè” mette in risalto la griglia copriradiatore e lo scudo Lancia come vessillo bene in vista; ma quello che a mio avviso è ancora più sorprendente nella – tutto sommato – breve vita agonistica della 037 (solo tre stagioni mondiali complete e due molto parziali, con l’ultimo Rally mondiale 1986 al Safari) è che riesce subito a far innamorare “lancisti” e non lancisti attraverso le sue linee da first lady contro una coreografia dove, sappiamo, svetta la figura da drago sputafuoco dell’Audi Quattro. In questo, un piccolo inciso: Renault 5 Turbo Gruppo 4/B e Lancia Rally 037 sono unite da un sottile filo che le unisce fin dalla nascita. Sono tra le poche architetture destinate ai Rally che rispondono più alle regole del Gruppo 5 che non del vecchio Gruppo 4. Cioè la capacità creativa di costruire una vettura totalmente nuova e estranea al concetto della berlina di serie da cui deriva il prototipo da Gara, rispettandone tuttavia l’elemento cruciale di identità simbolica e commerciale: la cellula abitacolo e la linea frontale di affinità con i valori del Marchio. Intorno a questi due elementi traccianti tutto viene stravolto. Ma se nella “037” del 1982 il prodotto finale è di sicuro definito per affinità con le nuove regole del Gruppo B, che univa i vecchi Gruppi 3,4,5 e di cui Lancia “acchiappa” tutto quel che si può spendere del Gruppo 5, nella Renault 5 Turbo il concetto sublimato da Marcello Gandini non era così alla portata, e definisce in modo ulteriore il genio del nostro Designer. Sviluppare e trasformare la base della Alpine 5 ricevuta dalla Renault stravolgendola fino a quel punto creando – simbolicamente – la prima Gruppo 5 tradotta in Gruppo 4 per i Rally è stato un lavoro che solo lui avrebbe potuto fare regalando a Renault, dopo la serie “Gordini” e le Alpine il doppio traguardo di una identità propria in ambito rally internazionali e di profeta del Turbo (….dopo la Saab) nei Rally.

Fatto questo inciso, per dovere di passione sportiva, chi ha vissuto la Rally 037 nella sua contemporaneità si ricorda che – come per la Stratos – esistevano due dimensioni di queste berlinette straordinarie:

-La dimensione “reale” o statica, nella quale se Vi capita di imbatterVi ancora oggi credo avrete le stesse suggestioni di allora: sia la Stratos che la “037” dal vivo tradiscono tutte le percezioni o impressioni di impatto che si possono derivare dalle immagini o dai Video; questo perché sono straordinariamente minute, ridotte, tascabili. Sembra incredibile che nel loro involucro possano contenere motore/cambio/serbatoi e persino l’abitacolo per due persone;

-la dimensione fotografica e televisiva dove al contrario questi due mostri da Gara sembrano sempre due giganti dell’asfalto o dello sterrato per via di quelle traiettorie in controsterzo e delle nuvole di polvere sollevate.

Lancia Rally 037: la prima vincente, fotogenica ed antropomorfa

A differenza della “Stratos” tuttavia, la “037” aveva quel qualcosa di “antropomorfo” che alla Stratos mancava: chiariamo, non che la Stratos non fosse mozzafiato e onirica. Ma se provate a chiudere e gli occhi e ricostruire mentalmente la Stratos io credo che anche a Voi come a me si pone in primo piano tutta la vettura, in qualunque sua vista. 

La magia di Gandini talmente straordinaria, da aver reso la Stratos HF come un monolite proveniente dallo spazio, porta alla memoria selettiva dell’osservatore tutto l’insieme strutturale dell’auto quasi fosse un corpo unico indivisibile.  

Invece, provate a fare altrettanto con la “037” e prima di arrivare al “volume finale” complessivo la vostra memoria verrà facilmente intrappolata in una coppia di fari anteriore, o nello spoiler posteriore, o nello scudo frontale, o altro. Insomma, in questo si può identificare la teoria dell’”antropomorfismo” della 037 che ha affascinato tanti.

Certo, dalla sua la piccola Lancia aveva una linea che sembrava senza tempo. 

Ed in parte era vero. Se comprendiamo la catena evolutiva più estesa della genesi della 037 a partire dal famoso protocollo di progetto “X1/8” assegnato dalla Fiat a Pininfarina per una berlinetta a motore posteriore centrale, la trama era partita dal 1969. 

Per poi approdare al progetto Pininfarina Abarth “SE030” iscritto al Giro d’Italia automobilistico del 1974. Ovviamente tutto approda nella Lancia Beta Montecarlo del 1975 ed alla sua estensione Montecarlo Turbo Gruppo 5 avviata come progetto nel 1977.

A quel punto Pininfarina ed Abarth, nuovamente, ripartono dalla cellula abitacolo centrale della Beta Montecarlo scelta però in allestimento “Targa” ovvero “Spider” con tettuccio superiore asportabile. 

Sembra un aspetto puramente marginale ma dimostra l’attenzione che fin dai minimi particolari si vuole dare in Lancia alla cura generale di estetica, ergonomia, aerodinamica e volumetria generale.

Il tettuccio viene sagomato a mo’ degli stilemi Zagato del “Dual Bubbles” per garantire alla testa del pilota sormontata dal casco di avere spazio in altezza per muoversi e non battere sul tetto anche in fase di salto su dossi, buche, etc…

Ma l’attenzione alla dimensione “comfort” si individua anche per particolari come il mini “snorkel” posto alla sommita’ centrale del vetro anteriore e dedicato alla aerazione e ventilazione dell’abitacolo.

Ma la cellula centrale (con parabrezza e montanti) è effettivamente della Beta Montecarlo, incastonata all’interno da una gabbia in tubolare e davanti e dietro alla quale partono due tralicci che sostengono davanti anche attacchi ed ammortizzatori dei bracci di sospensione; e che dietro racchiudono motore e cambio.

Siamo dunque così arrivati al famoso progetto “SE 030”, progetto congiunto tra Fiat, Abarth e Pininfarina con la Dallara incaricata di costruire il prototipo nel settembre del 1980, poco dopo che il progetto aveva ricevuto il via libera dai vertici di Torino, con la finalità di studiare anzitempo la possibile sostituta della “131 Abarth”. Dallara disponeva già delle attrezzature utilizzate per costruire la Beta Montecarlo Turbo Gruppo 5 e tra l’altro il motore era già stato previsto come dotato del sistema di iniezione meccanica Kugelfischer e del compressore volumetrico Abarth tipo Roots.

Altra peculiarità chiesta da subito, motore longitudinale in modo che le lunghe sospensioni a quadrilatero avessero spazio a sufficienza e il cambio fosse facilmente accessibile e sostituibilein appena 12 minuti; e poi lubrificazione a carter secco, appositamente progettata da Abarth per garantire una pressione dell’olio costante in tutte le condizioni, e per consentire il montaggio del motore notevolmente più in basso nel telaio, migliorando così il baricentro.

Una cura del genere fin dal prototipo del 1980 poteva trovare solo un accurato lavoro di affinamento aerodinamico e formale per passare dal prototipo SE037 al layout finale della Lancia Rally 037 presentata nel 1982 al Salone dell’Automobile di Torino: la collaborazione tra il marchio Lancia, la celebre casa di design Pininfarina, il costruttore di telai Dallara e il preparatore Abarth porta alla luce una vettura da rally straordinaria. Ancora oggi, questa vettura evoca ricordi indelebili nei piloti che l’hanno domata e nei tanti appassionati che affollavano i bordi delle strade del Rally di Sanremo. 

Il 7 ottobre 1983, esattamente 40 anni fa, la Lancia Rally 037 conquista il titolo mondiale costruttori.Tra i piloti che contribuiscono a questo straordinario successo vi sono leggende come Markku Alén, Walter Röhrl, Attilio Bettega e un giovane Miki Biasion. Ma soprattutto c’è il gigante organizzativo di HF e di Cesare Fiorio. E per questo, spero che il mio ricordo della epopea 037 faccia risaltare degli elementi che ripristinino la realtà delle cose ben oltre un film che ho criticato fin dal suo preannuncio di lavorazione in fieri. Parlo ovviamente del film di Scamarcio sulla famigerata sfida Lancia / Audi, in cui il marchio di Chivasso viene dipinto come un piccolo e gracile “Davide” contro il titanico ed invincibile Golia di Ingolstadt, la Audi.

Posto che, dicendo in piena legittimità di dirlo, ritengo Scamarcio uno scarsissimo professionista cinematografico ed attore sia davanti che dietro alla macchina da presa; 

premesso che il delitto di lesa Maestà alla Stagione di Rally 1983 è stata nel voler riprodurre tutto in scatola di montaggio con scenari finti, paesaggi ricostruiti, auto di cartapesta e tanto di Stuntman per replicare una delle Stagioni più testimoniate ancora oggi da milioni di foto e video tra Web, Archivi e repertori pubblici; 

posto che il valore storico e simbolico di quella Stagione rallystica 1983 è (ma si tratta di una mia opinione) molto inferiore ad esempio alla Stagione precedente dove per un soffio avrebbe potuto vincere il Titolo Piloti Michelle Mouton, con tutto il corredo di simbologia e didascalia possibile…

Riccardo Scamarcio a ripetizioni di Motorsport?

Detto tutto questo, dipingere il confronto tra “quella” Lancia del 1983 con quella Audi 1983 come il duello tra Davide e Golia, “RI-dimensionando” tutto al livello in cui oggi si trovano anche nel confronto tra loro i due marchi mi sembra sintomo di analfabetismo sportivo sul settore specifico del Motorsport e di pressapochismo, degno di chi non si è neppure degnato di fare un po’ di ricerca storica. Partiamo dal principio: nel 1983 che iniziava, sapete quante Stagioni mondiali aveva già svolto l’Audi (inteso come Team)? Solo due. Sapete quante Stagioni “mondiali/Internazionali” aveva sulle spalle il Team Lancia HF (lasciando perdere le presenze del Campionato Europeo)? 

Nove Stagioni dal 1970 fino al 1979. E lo Staff “HF” in aggiunta aveva comunque anche assistito la Squadra Fiat nel periodo di staffetta” tra Lancia e Mirafiori. Inutile anche solo puntualizzare i Titoli variamente vinti fino al 1983 da Chivasso contro gli allori di Ingostaldt conseguiti fino allo stesso anno. Se parliamo di numeri assoluti, le cifre sono chiare e reperibili sul Web: Ingolstadt produceva fino al 1982 al massimo 50.000 auto e Chivasso (Lancia) oltre tre volte tanto.

Le Squadre? Neppure a confrontarle. Ottimo Staff in Audi, ma la Lancia era nella peggiore delle ipotesi quella che aveva portato al trionfo Fulvia, Stratos e persino in parte la 131 Abarth.

Da tutto questo, anche, parte la grande impresa (tale resta, ci mancherebbe) del pieno Titolo mondiale Costruttori e di quello che sarebbe potuto essere il Titolo Mondiale Piloti nel 1983.

Il resto, senza dubbio, parte anche da una fragilità endemica che la “Quattro” patì fin proprio alla soglia di quella Stagione, senza dimenticare che la tecnica della “037” non era certo pizza e fichi.

E non per sminuire, ma sapete contro chi si dovette battere la Squadra Lancia nel 1983 oltre che contro l’Audi? Contro la Opel che stava surrogando la Opel Ascona Gruppo 4/B con la Manta Gruppo B; contro la Renault che riproponeva in Gruppo B la “5 Turbo”, contro la Nissan che fece debuttare una classicissima e troppo ingombrante “240 S”, oppure contro Toyota/Subaru/Mitsubishi a presenza parziale nella Stagione? Oppure con la assenza “pesante” di Ford, che sarebbe tornata l’anno dopo, e della Peugeot che fino a buona parte di quel 1983 era stata tenuta lontana dallo sviluppo della “205 Turbo 16”?

La Lancia Rally 037 non fu mai un Davide contro un presunto Golia nel 1983, ma certo dalla Stagione successiva si trovò davvero circondata. La mancanza della trazione integrale e di una motorizzazione adatta a girare sui 400 cavalli almeno avrebbe tagliato parecchio le gambe alla principessa snella e piccante vestita Martini. E sarebbe stato tempo di cambiare, certo.

Ma definire la “037” pregiudizialmente svantaggiata rispetto all’Audi in quel 1983 è stata davvero una barzelletta che spero in questo mio racconto di aver superato.

Riccardo Bellumori

Nuova BMW Serie 7 2025: Anteprima Rendering

La nuova BMW Serie 7 è pronta a portare su strada uno stile aggiornato dal Restyling.

La casa automobilistica tedesca sta preparando una versione rinnovata della sua berlina di punta e, grazie alle recenti foto spia, abbiamo la possibilità di farci una prima idea del suo aspetto.

La storia delle berline di rappresentanza della serie 7 è iniziata nel 1977, quando è stata presentata la prima generazione con l’indice di fabbrica E23. Oggi è già in produzione la settima generazione del modello con carrozzeria G70, che ha debuttato nell’aprile 2022. Questa “sette” è risultata una delle più controverse dal punto di vista del design, e in precedenza abbiamo presentato la berlina con varianti di design alternative, nonché senza la parte superiore dei fari “a due piani” e con fari normali. BMW ha sottoposto a test i prototipi della versione aggiornata e, a giudicare dalle foto spia, manterrà gli elementi del suo design insolito. Questi rendering di Kolesa.ru ci permetto di dare uno sguardo definitivo al modello.

Rendering Kolesa.ru

LO STILE TUTTO NUOVO

Innanzitutto, rimarranno i fari “a due piani”, anche se il loro design cambierà leggermente: le strisce superiori potrebbero diventare più strette, mentre gli elementi principali dei fari saranno posizionati leggermente più in basso e diventeranno quasi quadrati. La griglia del radiatore sarà ridotta nelle dimensioni e avrà barre orizzontali. Inoltre, il rendering mostra una versione con barre aggiuntive tra la griglia e i fari (questa zona è ancora completamente mascherata nei prototipi), che può essere considerata un riferimento alle “sette” delle prime due generazioni. Non sono previsti cambiamenti significativi sui lati, mentre sul retro si intravede solo il nuovo design dei fanali con strisce LED orizzontali, simile alla “cinque” dell’ultima generazione. Inoltre, la berlina avrà sicuramente un design rivisto del paraurti posteriore e abbiamo raffigurato una delle possibili varianti.
La BMW Serie 7 è disponibile sia con motori a combustione interna che in versioni completamente elettriche. Sono disponibili anche versioni ibride con motori turbo a benzina. Si prevede che dopo il restyling la berlina manterrà la gamma principale di propulsori, ma potrebbero apparire nuove versioni ibride con potenza aumentata. Gli interni cambieranno notevolmente: a giudicare dalle foto spia, la berlina avrà uno schermo a tutta larghezza sul pannello frontale, che apparirà per la prima volta sul crossover di serie Neue Klasse.
La prima del nuovo modello potrebbe avvenire il prossimo anno. Ricordiamo che all’inizio di questo mese è stata resa nota l’intenzione della casa bavarese di realizzare un fuoristrada di lusso che competerà con la Mercedes-Benz Classe G.

Hyundai Ioniq 5 N-Line: Focus Tech e ADAS

Oggi esploriamo a fondo il sistema di infotainment e le tecnologie della nuova Hyundai Ioniq 5 N-Line 2025.

Un focus dettagliato su android auto e apple carplay, navigazione e le funzionalità avanzate di questo modello. Scopriamo insieme le innovazioni di hyundai in questo video!

Dreame: dagli aspirapolvere alla supercar elettrica

Il produttore di apparecchiature per la pulizia domestica Dreame, con sede a Suzhou, ha annunciato che entrerà nel mercato dei veicoli elettrici e che il suo primo modello, previsto per il 2027, sarà qualcosa di ultra-lussuoso sulla falsariga della Bugatti Veyron: in altre parole, punta a diventare l’auto più veloce del mondo, secondo quanto riporta CnEVPost. Si tratta di un vero e proprio salto nel vuoto!

“Oggi Dreame annuncia ufficialmente il suo ingresso nel settore automobilistico con l’obiettivo di costruire l’auto più veloce del mondo. Forse non saremo i primi a intraprendere questo viaggio, ma saremo sicuramente i più determinati”, ha dichiarato l’azienda, aggiungendo che l’auto sarà alimentata dai super motori Dreame e sarà perfettamente integrata con le smart home e i dispositivi mobili degli utenti.

Dreame riconosce che l’industria automobilistica cinese è ora estremamente competitiva, ma afferma di aver messo insieme un team automobilistico di quasi 1.000 persone (e in continua crescita) e che i suoi piani di avventurarsi nel settore automobilistico risalgono al 2013. Sottolineando la sua leadership nel settore della pulizia in Cina, Dreame afferma che utilizzerà i prodotti, la strategia e il ritmo giusti per portare i prodotti fabbricati in Cina nei mercati di fascia alta di tutto il mondo.

Lalamove, Xiaomi, Huawei, Sony Honda, persino la vecchia Renault Samsung: vi vengono in mente altri marchi non automobilistici coinvolti nella produzione di automobili?