Home Blog Pagina 65

Nuova BYD Atto 3 2026: Anteprima

Dopo aver subito un restyling in Cina all’inizio di quest’anno, la BYD Atto 3 è ora pronta per un importante aggiornamento meccanico. Ricorderete che il mese scorso era stato annunciato che questo modesto SUV elettrico avrebbe ottenuto un significativo aumento delle prestazioni grazie all’installazione di un motore della Seal Premium, in grado di erogare 313 CV (230 kW) e 360 Nm, il tutto sulle ruote anteriori.

DATI TECNICI E MOTORI

La notizia accennava anche a una nuova batteria e ora, secondo quanto riportato da Autohome, un documento presentato dal Ministero dell’Industria e dell’Information Technology (MIIT) ha rivelato che l’auto sarà dotata di una batteria al litio ferro fosfato (LFP) da 74,88 kWh con una densità energetica molto più elevata. Al contrario, l’Atto 3 uscente ha una capacità massima di 60,48 kWh, quindi si tratta di un aumento di quasi il 24%.

Come potete immaginare, questo ha avuto un grande impatto sull’autonomia, che è passata da 510 km sul modello a lungo raggio a 650 km. Si tratta del ciclo CLTC cinese, incredibilmente ottimistico, quindi aspettatevi un’autonomia WLTP più vicina ai 530 km (l’auto attuale ne fa 430).

Queste modifiche vanno di pari passo con l’implementazione di un’architettura elettrica a 800 volt che vedrà aumentare la velocità di ricarica da un modesto 88 kW a un più accettabile 150 kW, lo stesso della Seal. Ciò ha avuto l’effetto collaterale di spostare la porta di ricarica dal parafango anteriore a quello posteriore.

Oltre a ciò, l’esterno sembra rimanere invariato, come suggerito dalle precedenti indiscrezioni trapelate dal MIIT. Ciò include paraurti anteriori e posteriori più sportivi, nuovi cerchi e una nuova modanatura cromata sul montante D e sui finestrini posteriori. Anche gli interni, con il cruscotto e i pannelli delle portiere levigati, che eliminano gran parte dei dettagli di design ispirati alle auto muscolose, e il display digitale più grande da 8,8 pollici dovrebbero essere mantenuti.

Il propulsore rinnovato dovrebbe aiutare l’Atto 3 a distinguersi dalla forte concorrenza di una serie di nuovi rivali, tra cui Geely (Proton), MG, Leapmotor e persino GWM. Ciò ha portato BYD a intraprendere una guerra dei prezzi non solo in Cina, ma anche nei mercati di esportazione. Si spera che questo aggiornamento venga offerto anche a livello globale, dato che stiamo ancora aspettando il suddetto restyling.

Francia e Spagna contro il ritorno del motore termico?

Nuova Volkswagen Touareg 2021, il motore ibrido Plug-in

Nell’Italia delle dominazioni che provenivano da fuori dei nostri confini, il volgo aveva coniato una sorta di slogan: “Franza o Spagna, basta che se magna; o Spagna o Francia basta che stia bene la pancia”: come a dire, non importa chi è il dominatore di turno, purchè favorisca le condizioni di “minimo” stato di sussistenza e di casareccio “Welfare” per il popolo. 

Per secoli gli italiani sono stati contrassegnati sarcasticamente da questo motto – in verità davvero deprimente – ma evidentemente i corsi e ricorsi storici individuati da Gianbattista Vico sono dietro l’angolo in ogni epoca e per ogni Nazione o popolo. 

Perché dopo quello che è avvenuto poche settimane fa, nella frattura a due fronti contrapposti tra Paesi europei sul destino del motore endotermico, segna una svolta non indifferente nella prospettiva evolutiva – mercato per mercato – della mobilità europea prossima ventura. In effetti per la prima volta si è assistito ad un vero e proprio cambio di fronte rispetto ad esattamente tre anni fa: era in corso il Salone di Parigi, e la coppia d’assi TavaresDe Meo (Stellantis e Renault) dichiaravano il proprio disappunto verso la politica di Bruxelles troppo favorevole all’elettrico e discriminatamente ostile verso l’endotermico. 

Alle prese di posizione di Stellantis e Renault (per bocca dei Leader dell’epoca) si erano associati moderatamente pochi altri player soprattutto del mondo aftersales ed aftermarket. Mentre la posizione tedesca alla data ancora del 2022 era decisamente “cerchiobottista”: cioè iniziava ad affiorare un approccio pubblico meno evangelizzato nei confronti delle BEV (ed in effetti è stata l’Associazione dei Costruttori tedeschi a concordare con Bruxelles lo step di revisione al 2026 per il contributo degli e-fuel alla decarbonizzazione) anche se il dogma elettrico rimaneva a quella data ancora primario per i Marchi teutonici.

L’Italia in questo fronte contrapposto alla data del 2022 dove si trovava? Con Stellantis era di parte (con FCA), mentre con gli altri Marchi iconici del Belpaese (Pagani, Lamborghini, DR Group) le opinioni erano multicolore: si andava dalla contrarietà assoluta di Pagani al pragmatismo di Lamborghini (Audi) fino alla posizione più paludata di DR. 

E la Spagna? Chiaramente la Spagna ha rappresentato e continua a rappresentare un caso particolare nello scenario industriale europeo. 

Quantitativamente la Spagna pesa ormai da tempo come una delle prime tre nazioni europee in volume produttivo, e in alcuni anni ha persino “soffiato sul collo” della Francia. 

Spagna e Francia contro le “riaperture” all’endotermico

Ma strategicamente e politicamente possiamo dire che la cittadinanza spagnola di Seat e Cupra non consente alla penisola iberica di “marcare” il territorio delle politiche e dei trend europei al pari delle altre Nazioni costruttrici all’interno della UE: soprattutto negli ultimi anni il destino “alternativo” di Seat e il peso di Cupra che oggi vale come un Brand Premium di “nicchia” porta spesso gli iberici a recitare la scena muta nei confronti del dibattito cruciale dentro all’Europa.

Come detto, la situazione manifestatasi dentro gli spazi del Salone di Parigi del 2022 ha trovato, lungo un periodo tra i più neri per l’Automotive europeo, una rivoluzione di campo proprio poche settimane fa, quando due nazioni antitetiche come Italia e Germania hanno definitivamente espresso un netto e categorico “NO” alla eventualità di uno Stop alla produzione endotermica dal 2035. Le motivazioni sono abbastanza chiare per l’Italia (Governo, associazioni di Categoria, Sindacati; e “finalmente” la parte italiana di Stellantis) mentre alla luce del trend “favorevole” da tempo espresso da politica ed industria verso la conversione elettrica dell’Europa, fa un poco scalpore la nuova posizione tedesca. 

Dalla lettera comune sottoscritta dal Ministro Urso per l’Italia e dalla rappresentante tedesca Katherina Reiche, si delinea una nuova visione teutonica decisamente clemente verso l’endotermico.

E allora, come mai, in questo ribaltamento copernicano, a vestire i panni della antagonista a sé stessa è arrivata la Francia

E perché una volta tanto la Spagna è uscita allo scoperto assumendo una posizione categorica e certamente alternativa? Cosa è accaduto e per quali, molto plausibili, motivi?

Germania e Italia hanno unito le forze per spingere verso modifiche al divieto dell’UE del 2035 sulle emissioni allo scarico delle nuove auto, chiedendo che i veicoli “alimentati con carburanti rinnovabili” restino “idonei alla registrazione” anche dopo la scadenza; questa è la sostanza della lettera comune, ed in fondo a parte i titoloni e le recensioni trionfalistiche dei “no WATT” nell’Automotive, a me pare persino fin troppo garbata una lettera che – a mio avviso – doveva essere molto più perentoria: “NO” alla evangelizzazione elettrica monopolista, “SI” alla compresenza dell’endotermico (magari con multialimentazione) e “SI” al ritorno europeo ad un Diesel davvero ecologico e “leale” nelle cifre dichiarate.

Purtuttavia, piuttosto che nulla meglio piuttosto; e chiaramente il tono pacato ed universale delle indicazioni italo-tedesche avrebbe persino potuto rendere quella lettera una sorta di manifesto programmatico europeo per la tanto sbandierata neutralità tecnologica che di fronte a tanto eccesso manicheo dall’una e dall’altra sponda delle frontiere tecnologiche del mondo Auto sarebbe il primo obbiettivo da conservare dentro Bruxelles.

Eppure, Francia e Spagna hanno detto : “No, grazie”. 

Il rigore elettrico come motivo di attrazione dell’industria cinese?

E come ho appena detto poco sopra, la Francia ha così contraddetto gli esponenti principali del suo impero industriale auto: Tavares prima, e Filosa oggi, hanno mostrato nel tempo una decisa posizione antagonista alla deriva evangelica della elettrificazione del parco auto circolante; mentre Luca De Meo ha espresso una sorta di “mea culpa” ammettendo dalla scrivania di ben altro ponte di comando della Renault che si – in effetti – l’eccesso evangelico di Bruxelles verso la conversione elettrica è qualcosa che in poche parole ci sta portando nel baratro. 

Mentre la Spagna, come detto, è un Paese trasformatore – ovvero produttore contoterzista – di auto dentro una composizione industriale nazionale che vede ormai il marchio storico SEAT oggetto di inesorabile conversione al ruolo di Operatore di mobilità globale (con tutto il seguito di incognite e di diversificazione possibile rispetto al classico ruolo di “Car maker”) ed il nuovo Brand “Cupra” ancora lontano da volumi definibili come “Mass Market”.

Spagna e Francia si sono dunque dette contrarie sostanzialmente alla revisione secca del processo di esclusione degli endotermici dal 2035, cioè hanno confermato quella linea dura di “Fit for 55” che tre anni fa a Parigi aveva rotto il ponte di dialogo tra Costruttori e Commissione europea.

In un documento congiunto, entrambi i paesi avvertono di non indebolire questo obiettivo. La decisione dell’UE non deve essere messa in discussione. «Il futuro dell’industria automobilistica europea sarà elettrico», si legge nel documento recensito della Deutsche Presse-Agentur. Parigi e Madrid sottolineano che miliardi di euro sono stati investiti dal 2023 nell’elettrificazione dell’industria automobilistica europea. Questa decisione strategica deve rimanere in vigore.

I due paesi sperano che nella prossima revisione venga mantenuto il limite per il 2035 e le ambizioni ambientali per le emissioni di CO2, si legge nel documento. In particolare, la revisione non dovrebbe in alcun modo mettere in discussione l’obiettivo di emissioni zero entro il 2035. 

Parigi e Madrid si “cautelano” solo di fronte alla ipotesi di un “maxi Carbon Credit” per le auto 100% europee o quelle che identifichino il Made in Europe in tutto il mondo. Per parlare in soldoni, si tratterebbe di ammettere in una sorta di listone protetto Marchi come Porsche, Ferrari, Lamborghini ed altri che per ovvi motivi non possano escludere dalla loro Gamma gli endotermici; ma per il resto è linea dura a favore dell’elettrico esclusivo dal 2035 senza neppure alcuna deroga per le Ibride Plug In ritenute capaci di emissioni tre volte superiori a quelle dichiarate in omologazione.

Questo ultimo punto, ad essere sinceri, mi ha imposto una valutazione in stile “complottista” dello stato dell’arte macroeconomico in cui si muovono i due Paesi in accordo, almeno su questa questione, tra di loro. Insomma, mi sono chiesto, cosa c’è…sotto? 

Produzione Auto in UE: se Roma piange, Madrid e Parigi non ridono

Sotto c’è la situazione macroeconomica di due Paesi motoristicamente “pesanti” in Europa, che sembrano aver tuttavia infilato un viatico oscuro di declino sia numerico che simbolico, e questo comporta problemi sia ai due paesi stessi come a tutto il continente europeo.

In particolare la situazione più grave – in caso di crollo dell’industria dell’auto – sarebbe da mettere in conto per la Spagna che, a differenza della Francia, ha centralizzato la massima parte anche della sua produzione Aftersales originale ed Aftermarket IAM sulla base di commesse degli OEM per i quali lavora nella produzione di auto; mentre a differenza di Francia (come di Italia, Germania e Gran Bretagna) in Spagna non si ricordano componentisti o subfornitori capaci di offrire il proprio prodotto in modo indipendente come, ad esempio, la Bosch in Germania, la “Valeo” in Francia o la Brembo. 

E proprio in Spagna i numeri dimostrati dall’industria dell’auto sono molto in chiaroscuro: volumi in calo, con il balzo ottenuto dopo il Lockdown che si è ridimensionato davvero in dinamica e traiettoria di crescita; la Spagna ho prodotto quasi 2 milioni e 360 mila auto lo scorso anno contro il dato di 2,5 milioni quasi nel 2023; ed i numeri sono poco gratificanti anche nel 2025 in corso.Insomma, per Madrid il problema è la massima produttività degli impianti e la piena occupazione, che finora ha permesso alle Imprese di aprire stabilimenti con un vantaggio fiscale, logistico/portuale ma soprattutto beneficiando di salari e costi fissi inferiori rispetto ad altri Paesi, al punto che Germania e Francia, ai tempi, vi hanno implementato la presenza industriale. 

Ma la prospettiva di un disinvestimento misurabile in modo già abbastanza pesante da parte dei Costruttori tedeschi e le proiezioni di Stellantis sul Marocco sono segnali da non sottovalutare. 

Ed ovviamente all’orizzonte per la Spagna si tratta di non finire sotto scacco da almeno tre zone industriali abbastanza contigue o perlomeno concorrenti: il Nord Africa, appunto, così a due passi ma ancora in fase di lancio dal punto di vista dei volumi industriali ottimali per il settore dell’auto; poi l’Europa dell’Est, che per i Costruttori tedeschi rimane una alternativa sempre opzionabile ed interessante; ed infine la Turchia, che pur essendo geograficamente molto distante è pur sempre il sito di impianti di tutti gli OEM presenti sul territorio iberico. 

Ed ovviamente la Spagna ha tutto l’interesse a mantenere alta la produttività industriale (come detto in calo) o con gli attuali player presenti o con altri. I cinesi appunto, che dal canto loro sono molto interessati ad insediarsi in Spagna per via del tessuto infrastrutturale e logistico ottimale, per il clima che non fa scherzi e per il vantaggio geografico di essere un ponte contemporaneamente per il Centro e Nord Europa, per l’Africa, per il Medio Oriente e persino per gli Stati Uniti.

Ed anche in Francia la situazione non appare esaltante, visto che crescono le immatricolazioni a discapito della produzione nazionale, e dunque nel classico punto di vista francese molto sovranista la cosa non è buona. Ultimamente lo stabilimento che sforna più auto all’anno appartiene alla TOYOTA ed è quello di Onnaing; e persino Renault deve constatare un calo dei volumi prodotti in casa rispetto agli Impianti esteri. 

Fallimentare finora il tempio elettrico strutturato da Renault a Douai la cui produttività è sotto le attese. Stellantis a sua volta sta crescendo produttivamente fuori della Francia, con Polonia e Marocco cresciute tantissimo. Ma il calo della produzione in Francia, unito al calo delle vendite globali dei Marchi francofoni (Peugeot, Citroen, DS) è un problema che si sta scaricando nel tessuto della subfornitura dove le chiusure di suppliers e di imprese subappaltatrici sono all’ordine del giorno. E tra questi “suppliers” c’è anche un nome come Michelin. Nel frattempo, non so se per amore dell’ecologia o per stupidità, la filiera industriale francese di auto (i Carmakers) e quella della subfornitura hanno iniziato (direi in maniera irreversibile) il processo di transizione all’elettrico, sia con la moltiplicazione dei Brevetti in chiave “Z.E.” sia con la sovrapposizione e la surroga dei “vecchi” processi produttivi endotermici con la produzione in chiave elettrica. Risultato: l’industria francese dell’auto cala, i Playersdisertano all’estero, le imprese di Supply chiudono, la produttività nazionale ne risente…….E il Debito?

Sappiamo che la Francia sta attraversando una crisi di sistema fortissima. Macron è senza dubbio già adesso il Presidente più impopolare e meno amato della storia francese, e la instabilità politica comincia a generare allarme. In questo va ricordato che la Francia ha già un rapporto Debito/Pil tale da avviare una crescita dello Spread che ha superato quello della Grecia e si sta avvicinando alle soglie dell’Italia, con il rischio di superarlo se non verranno prese misure strutturali. 

Senza riforme e interventi, il rapporto Debito/Pil schizzerà in alto, e guarda caso la potente Francia è “soggetta” alla maggior quota di Debito in mano estera. Oltre il 50% del debito francese è detenuto da investitori stranieri. Vogliamo provare a scommettere quanto di questo debito appartiene alla Cina? 

 

Dunque, dalla Francia indebolita e ridotta oggi al lumicino una sorta di “lisciata di pelo” verso l’interlocutore cinese come a dire: “ Carissimi amici di Pechino, sappiate che noi teniamo il punto sulla mobilità elettrica. Da noi sorprese non ne avrete….”; perché no?

Ma soprattutto balza fuori, dopo mesi, una spiegazione possibile della intransigenza francese sull’elettrico legata ad una notizia che finora era passata inosservata: Platform Automobile (PFA), l’associazione di categoria francese del settore, ha dichiarato a Euractiv che la Francia potrebbe reinventarsi nell’industria dei veicoli elettrici, per affrontare “la crisi più grave della sua storia”. Molti sindacati, infatti, ritengono che le auto elettriche di piccole dimensioni potrebbero essere idealmente costruite nel nord della Francia, secondo un indirizzo tecnico e strategico che somiglia molto alla proposta della Von Der Layen sulle “K-Car” elettriche all’europea.

Insomma, Francia e Spagna unite insieme solo dal desiderio di non spazientire il possibile e nuovo “Socio forte” delle rispettive industrie nazionali? A me pare proprio di si, ma il tempo ci saprà dire se ho visto giusto. 

Nel frattempo l’antagonismo di Parigi e Madrid contro la moderazione proposta da Roma e Berlino di sicuro ha un effetto non positivo: allunga ancora pericolosamente i tempi per pervenire come UE ad un modello industriale automobilistico non solo antagonista alla Cina ma capace di riqualificare l’immagine dell’Auto Made in Italy.

Il monito di Sergio Marchionne, la “coda tra le gambe” di Berlino, il valzer di Parigi

Resta un solo cruccio per noi italiani: mentre Francia e Germania diventavano “Testimoni di GEOWATT” a favore dell’elettrico, ed i Governi di Parigi e Berlino opprimevano il resto d’Europa con la nuova filosofia (in questo appaiati alla Gran Bretagna, detto sinceramente) il nostro Sergio Marchionne professava coerentemente un monito a non seguire percorsi evangelici e non sostenibili a livello industriale, e per questo FCA e l’Italia erano oggetto di ironia e critiche. Oggi che la Germania ha fatto la figura che ha fatto, tornando con la coda tra le gambe sull’endotermico, vedere Spagna e Francia fare “le italiane” pur di ingraziarsi il nuovo potenziale socio forte dell’Automotive (la Cina) fa davvero una strana impressione.

Riccardo Bellumori

Nuova Polestar 5 a Gran Turismo 7

Presentata al Salone di Monaco all’inizio di settembre, la Polestar 5 dovrebbe essere consegnata ai primi proprietari all’inizio del 2026. Ma prima di allora, sarà già presente nel garage di alcune famiglie, grazie al videogioco Gran Turismo 7.

Presentata a Monaco all’inizio di settembre 2025, la Polestar 5 è appena entrata in produzione e sarà consegnata ai primi proprietari nei prossimi mesi, probabilmente all’inizio del 2026. Ma per i più impazienti esiste un’altra soluzione: possederla nel videogioco Gran Turismo 7!
Polestar ha infatti annunciato di aver collaborato con lo studio Polyphony Digital, filiale di Sony, per sviluppare la sua GT in modo virtuale e integrarla nel famoso videogioco. A partire da dicembre, tutti i giocatori (PlayStation 4 e 5) riceveranno il veicolo nel loro garage virtuale tramite un aggiornamento gratuito. Polestar ha annunciato la notizia durante l’evento Gran Turismo World Series a Los Angeles questo fine settimana.
Il team di Polestar ha fornito allo studio Polyphony Digital alcune risorse per riprodurre il più fedelmente possibile la grande berlina elettrica, sia per lo stile che per le prestazioni. Igor Fraga, pilota professionista e simracer riconosciuto nel settore, ha anche avuto accesso ai prototipi del veicolo per dare la sua opinione, al fine di perfezionare le impostazioni nel gioco per un’esperienza ottimale. Un documentario sarà presto disponibile sul canale YouTube di Polestar per ripercorrere le linee generali di questo processo, che porta per la prima volta il marchio svedese-cinese nel videogioco.

LA SFIDA DI GRAN TURISMO

Polestar precisa che nel gioco si terrà un evento parallelo dedicato a Polestar, simile a una gara a cronometro. Il vincitore si aggiudicherà un viaggio esclusivo a Fukuoka, in Giappone, per assistere alla finale mondiale della GT World Series 2025.
Oltre a questo annuncio, Polyphony Digital ha anche svelato altre sorprese previste per l’aggiornamento SPEC III in programma a dicembre. I giocatori potranno ad esempio usufruire di nuove telecamere e funzionalità, nonché del ritorno del mitico circuito di Yas Marina ad Abu Dhabi e della Renault Espace F1!

Nuovo Toyota Hilux 2026: Anteprima

Abbiamo visto trapelare indiscrezioni e foto spia di questo pick-up per così tanto tempo che è francamente sorprendente non sia stato ancora svelato ufficialmente. Ma Toyota ha finalmente tolto i veli alla nuova Hilux di nona generazione al Thai Motor Expo, oggi, con il probabile suffisso Travo riservato al mercato thailandese. Questo modello sostituisce la popolarissima Revo, in produzione da dieci anni.

La Hilux continua a essere costruita sulla piattaforma Innovative International Multi-purpose Vehicle (IMV), introdotta con la settima generazione Vigo, mantenendo telaio a longheroni, cabina e portiere, ma con un design esterno e interno profondamente rivisto e nuove tecnologie. Nonostante l’età, il progetto IMV resta cruciale per Toyota, con nuovi prodotti come la Hilux Champ e la Land Cruiser FJ.

In questa direzione, la Hilux ha ricevuto importanti aggiornamenti meccanici che Toyota, curiosamente, chiama Dynamic Cloud. Tra questi: punti di fissaggio aggiuntivi per una maggiore rigidità, sospensioni potenziate per una guida più fluida, supporti motore idraulici e supporti carrozzeria di tipo shear per ridurre le vibrazioni, oltre a un albero sterzo maggiorato per una precisione superiore. Ora sono disponibili anche i freni a disco posteriori opzionali e un nuovo servosterzo elettrico, già presente nelle versioni mild hybrid a 48 volt della Revo. Questo sostituisce il vecchio sistema idraulico e consente l’integrazione della suite Toyota Safety Sense 3.0, con cruise control adattivo evoluto e assistente di corsia per una guida semi-autonoma di Livello 2.

Un’altra novità ripresa dal mild hybrid è il Multi-Terrain System (MTS), una manopola con modalità selezionabili Dirt, Sand, Mud, Rock e Snow che regolano risposta di acceleratore e cambio. In Thailandia, tutte le Hilux montano ora il diesel 1GD-FTV 2.8 litri quattro cilindri, capace di 204 CV tra 3.000 e 3.400 giri/min e 500 Nm tra 1.600 e 2.800 giri/min. Restano disponibili i cambi manuale a sei marce (limitato a 420 Nm) e automatico, così come il sistema mild hybrid in Europa e Australia che aggiunge 12 CV/65 Nm di assistenza elettrica.

Per rispondere alla domanda di mercati come Europa e Regno Unito, la nona generazione vede finalmente il debutto produttivo della Hilux full-electric. L’obiettivo è spingere il pick-up da una tonnellata verso la neutralità carbonica.

Nonostante ciò, la Travo-e mantiene le doti da lavoro e fuoristrada tipiche della Hilux, con 500 mm di escursione ruota, 700 mm di profondità massima di guado e 1.600 kg di capacità di traino, sebbene la portata utile sia stimata in soli 715 kg. A causa del motore posteriore, il classico assale rigido è stato sostituito da uno schema De Dion.

MOTORI E DATI TECNICI

La potenza deriva da due motori: 112 CV (82 kW) e 205 Nm all’anteriore, 176 CV (129 kW) e 268 Nm al posteriore, per un totale di 196 CV (144 kW). La batteria da 59,2 kWh è piuttosto piccola per un veicolo così pesante, con un’autonomia di soli 240 km nel ciclo WLTP (315 km NEDC). Tuttavia, la gabbia Diamond Shield protegge da urti con rocce o detriti. La Travo-e supporta ricarica rapida DC fino a 125 kW e AC fino a 10 kW tramite la presa sul parafango anteriore.

Progettata secondo il concept “Cyber Sumo”, la nuova Hilux presenta un frontale con fari sottili dotati di proiettori LED di serie; le versioni top ricevono luci diurne a L, già anticipate da un teaser. Questi sono collegati da una barra nera con scritta Toyota.

Procedendo verso il retro, si notano passaruota più pronunciati e inserti esagonali, mentre i fanali triangolari della Revo sono stati capovolti per allinearsi ai rivali di segmento. Le nuove lampade hanno grafiche a C sugli allestimenti LED. Non mancano spoiler integrato sul portellone, scritta Toyota stampata e gradini sul paraurti per facilitare l’accesso al cassone, simili al Ford Ranger.

La Travo introduce anche l’allestimento Overland, che sostituisce Revo Rocco/Rogue, distinguendosi per skid plate più aggressivo, angoli paraurti a griglia, cerchi neri da 18” a razze incrociate, pedane laterali più grippanti e barra sportiva posteriore con LED integrati. Presente anche un ammortizzatore sul portellone per un’apertura più fluida.

INTERNI E TECNOLOGIE

All’interno, le modifiche sono altrettanto estese: plancia e pannelli porta angolari, console centrale e quadro strumenti con tema esagonale, nuove strumentazioni digitali da 7 e 12,3 pollici e infotainment touchscreen da 8 e 12,3 pollici.

In basso, troviamo comandi digitali per il clima (ancora disponibili le manopole manuali), la manopola MTS, un nuovo selettore per la trazione 4WD part-time e freno di stazionamento elettronico su alcuni modelli. Alcuni elementi derivano dalla Land Cruiser Prado/250, come il volante con airbag squadrato e scritta Toyota, la leva del cambio più larga e piatta con cuffia cucita. I sedili sono stati ridisegnati per maggiore ergonomia e rivestiti in tessuto Caretex o similpelle SofTex.

Linktour Alumi prova su strada in anteprima assoluta

Oggi vi mostro la nuova Linktour Alumi un quadriciclo elettrico perfetto per la città.
Scopriamo insieme le sue caratteristiche e vediamo come si comporta nel nostro consueto test drive, analizzando i pro e i contro di questa interessante auto elettrica economica.
Non perderti questa recensione completa!

Nuova Bentley Flying Spur: Rendering

La nuova Bentley Flying Spur aprirà le porte al 100% elettrico.

Come molte case automobilistiche che stanno ripensando le loro ambizioni elettriche, Bentley sta mettendo in pausa la sua corsa verso una gamma completamente elettrica.

Il marchio britannico di lusso sta allungando i suoi tempi, puntando ora a una gamma completamente elettrica entro il 2035 invece che entro la data precedentemente prevista.

PUBBLICITÀ

Altro: Bentley svela i segreti dei veicoli elettrici mentre costruisce silenziosamente una versione speciale a benzina

L’azienda continuerà invece a produrre veicoli con motore a combustione interna e introdurrà ulteriori modelli ibridi per soddisfare le mutevoli esigenze del mercato e i requisiti normativi.

Anche la berlina Flying Spur di nuova generazione rifletterà probabilmente questo cambiamento di rotta, offrendo versioni ibride, ibride plug-in e completamente elettriche. Sebbene le informazioni relative alla grande Bentley rimangano limitate al momento, abbiamo raccolto tutto ciò che sappiamo fino ad oggi, compresa un’anteprima visualizzata di come potrebbe apparire.


All’inizio di quest’anno, il marchio di lusso britannico ha presentato il suo concept EXP 15 fastback, offrendo un assaggio del futuro linguaggio stilistico dei suoi veicoli elettrici. Tenendo presente questo, ci aspettiamo che alcuni degli elementi meno controversi del concept vengano ripresi anche nella prossima berlina Flying Spur.

IL FUTURO ELETTRICO

Partendo dalla parte anteriore, il nostro studio presenta una versione rettangolare della caratteristica griglia verticale di Bentley, accompagnata da una struttura a reticolo con codice colore e illuminazione retroilluminata. Sono scomparsi i temi ovoidali del passato, sostituiti da sottili fari LED verticali che enfatizzano un aspetto decisamente geometrico e verticale.
Il cofano lungo e la linea del tetto posteriore inclinata del concept entreranno in produzione in serie, così come la linea audace delle spalle che si trasforma nei fianchi posteriori. I finestrini senza telaio aggiungono un’estetica aerodinamica; tuttavia, le maniglie delle porte a filo non sono state inserite a causa delle previste modifiche normative in materia di sicurezza.

Nella parte posteriore, un sottile gruppo ottico OLED in stile alone è inserito in un pannello liscio, abbinato a un diffusore minimalista e a elementi aerodinamici attivi. Il cofano posteriore sagomato e il sottile spoiler anteriore consolideranno il look sportivo.
All’interno, l’abitacolo rispecchierà probabilmente quello dell’EXP 15 (ad eccezione dell’insolita configurazione a tre posti del concept), enfatizzando il lusso analogico con la raffinatezza digitale. Tra le caratteristiche principali potrebbero figurare un parabrezza curvo che si estende in un tetto display con trasparenza regolabile, completato da un rivestimento digitale retrattile per sovrapposizioni in realtà aumentata.

Il cruscotto potrebbe presentare un design flessibile a forma di ala con rivestimento in legno retroilluminato e doppio display OLED, oltre a comandi zigrinati tattili e superfici aptiche.

Altre chicche potrebbero includere un display head-up a realtà aumentata da 87 pollici e un assistente vocale basato sull’intelligenza artificiale. I passeggeri posteriori saranno accolti con una serie standard di dotazioni premium, tra cui sedili reclinabili con funzione massaggio, illuminazione ambientale, tavolini ribaltabili e display modulari.

MOTORE E DATI TECNICI

Per quanto riguarda il motore, potremmo assistere al ritorno del motore a combustione interna (ICE) puro, insieme alle varianti ibride plug-in (PHEV) ed EV. Il primo utilizzerà un V8 biturbo rivisto che eroga tra i 600 e i 700 cavalli e oltre 664 libbre-piedi (900 Nm) di coppia.

La variante PHEV dovrebbe essere dotata di un motore V8 di serie e di un motore elettrico posteriore, entrambi accoppiati a una batteria da 25,9 kWh. In questa configurazione, una potenza complessiva superiore a 771 CV e una coppia di 1.000 Nm (738 lb-ft) vengono trasmesse a tutte e quattro le ruote tramite un cambio a doppia frizione a 8 rapporti.

Condivisa con la prossima Porsche Cayenne elettrica, la versione completamente elettrica potrebbe produrre fino a 1.000 cavalli e utilizzare un pacco batterie da 113 kWh (con ricarica wireless), in grado di garantire un’autonomia di quasi 595 km.
Poiché la Bentley Flying Spur compete nella fascia alta del mercato delle berline di lusso, si rivolge a chi dispone di fondi fiduciari e ha una propensione alla spesa. I principali concorrenti includono la Rolls-Royce Ghost, più orientata al lusso, la Mercedes-Maybach Classe S, leggermente più mainstream, e persino la nuova Maextro S800 di Huawei in Cina.

Maggiori informazioni sulla Flying Spur saranno disponibili nei prossimi mesi, quando Bentley rivelerà la sua strategia futura. La presentazione è prevista per la fine del 2026 o l’inizio del 2027.

Linktour Alumi: prova su strada in anteprima mondiale

La Linktour Alumi rappresenta una delle proposte più interessanti nel panorama delle microcar elettriche. Nata come quadriciclo della categoria L7e, la Alumi è stata progettata per interpretare la mobilità urbana con un approccio premium, coniugando design futuristico, praticità e tecnologia.

Ho avuto l’opportunità di provare Linktour Alumi in occasione della prima prova su strada internazionale organizzata a Roma.

Il design è immediatamente riconoscibile: compatta come una smart fortwo, ma con linee più audaci e scolpite, la carrozzeria in alluminio trasmette leggerezza e solidità. La filosofia “Path to the Future” di Linktour Automotive si riflette in ogni dettaglio, dai gruppi ottici dal taglio tecnologico al frontale che comunica modernità e carattere. Non è solo un mezzo di trasporto, ma un manifesto di mobilità sostenibile.

INTERNI E DOTAZIONI

Gli interni, soprattutto nell’allestimento Elite, sorprendono per la cura dei materiali e l’attenzione al comfort. I due sedili ergonomici offrono una seduta comoda, mentre la plancia integra un quadro strumenti da 5” sistema di infotainment da 10,25”. Il display centrale consente la gestione delle principali funzioni del veicolo, con connettività smartphone, Bluetooth e comandi touch. L’allestimento élite aggiunge anche servizi smart come il monitoraggio energetico e aggiornamenti OTA, rendendo la microcar più vicina a un’auto tradizionale in termini di esperienza tecnologica.

MOTORI E DATI TECNICI

La gamma Linktour Alumi è disponibile in due versioni.

La Alumi L6e “Urban Sprite” è limitata a circa 45 km/h, pensata per chi si muove esclusivamente in città vista l’autonomia dichiarata di 120 km e può essere guidata anche senza patente tradizionale in alcuni Paesi europei.

La Alumi Elite L7e “Urban Elite”, invece, raggiunge i 90 km/h e offre un’autonomia fino a 180 km secondo ciclo WMTC, posizionandosi come alternativa più completa e versatile per chi desidera un mezzo cittadino ma con margini di utilizzo extraurbano.

Su strada la Linktour Alumi conferma la sua vocazione urbana. Il peso ridotto e il raggio di sterzata contenuto la rendono estremamente agile nel traffico, capace di muoversi con disinvoltura anche negli spazi più stretti. L’accelerazione è pronta e fluida, ideale per affrontare i continui stop-and-go cittadini, mentre la silenziosità del motore elettrico contribuisce a ml. L’autonomia, pur non pensata per lunghi viaggi, è perfettamente adeguata agli spostamenti quotidiani, con tempi di ricarica compatibili con le esigenze di chi utilizza il veicolo come compagno di vita urbana.

LANCIO IN ITALIA

La Linktour Alumi Elite si rivolge a un pubblico preciso: giovani professionisti, studenti e cittadini che cercano una soluzione sicura e confortevole per muoversi in città, ma anche operatori di car sharing e flotte aziendali interessati a ridurre traffico ed emissioni. Non è un’auto nel senso tradizionale del termine, ma una proposta di mobilità che unisce efficienza, sostenibilità e un tocco di esclusività.

In conclusione, la Linktour Alumi Elite promette di essere, complice anche il prezzo che sarà presto annunciato, una scelta sensata per città. Non è pensata per i viaggi fuori porta, ma per ridefinire il concetto stesso di mobilità urbana, trasformando ogni spostamento quotidiano in un’esperienza pratica, tecnologica e distintiva.

Storia di Gunnar Nilsson il Campione buono che ha vinto per amore dei bambini

Il 20 Ottobre del 1978, Charing Cross Hospital di Londra. Si chiude la parte più dolorosa di una storia iniziata un anno prima, nello stesso Istituto, con l’inizio di un vero calvario per un ragazzo di appena trent’anni, neppure compiuti. 

Avrebbe festeggiato trenta anni pieni un mese dopo, il 20 Novembre.

Un Campione, sportivo, un Pilota della mitica Formula Uno. Un ragazzo che per quell’epoca veniva da un continente che era appena esploso a livello mondiale. La Penisola scandinava, ed in particolare la Svezia. Che negli anni Settanta voleva dire in contemporanea gli ABBA, Volvo e Saab, Bijorn Borg, e per la Formula Uno la stella luminosa di Ronnie Peterson.

Solo che quel ragazzo si era sudato ogni scalino della sua rampa personale che lo avrebbe portato per solo due Stagioni in Formula Uno. Quel ragazzo era Gunnar Nilsson. 

Non potevo giudicare una storia così, all’epoca. Avevo appena otto anni; e per giunta, forse solo in Italia, i temi che si associavano a questioni di coscienza, di riflessione profonda erano spesso estromessi dal canovaccio del racconto sportivo, se le due questioni erano legate. 

 

Nella cultura nazionalpopolare di un Paese martoriato dal rigurgito terrorista, dalle lotte sindacali ed operaie, dalla contestazione studentesca nel quadro della ridicola contrapposizione tra Pentapartito di Governo ed opposizione rossa, lo sport era per la modalità “panem et circences”, per provare a distrarre un popolo sfortunato e vittima di se’ stesso come quello italiano; e solo perché il dramma di Niki Lauda era esploso come la sua Ferrari in presa diretta il Primo Agosto ci si era dovuti ingarellare nel racconto di un altro ragazzo sfortunato alla soglia della estrema unzione. Per il resto, lo sport doveva far ridere e discutere gli appassionati ai tavolini di un Bar.

 

Sono però grato allo sport ed al mondo che ho amato per anni. L’auto racconta storie da Premio Nobel, a volte. 

Come la vicenda di Enzo Ferrari, che travolto dalla tragedia di suo figlio Alfredo affianca nel 1978 il Policlinico Universitario di Milano ed insieme al Prof. Guglielmo Scarlato fonda il “Centro Dino Ferrari” per l’attività di ricerca e diagnostica nel campo delle malattie muscolari, neurodegenerative e cerebrovascolari. 

C’è purtroppo tanta storia della Formula Uno o del mondo sportivo dei motori in generale che provoca giusto sgomento e ripulsa nelle persone che non provano passione per queste discipline. Roger Williamson bruciato vivo nella negligenza e violenza scenografica della TV in mondovisione; il povero commissario sudafricano falciato dallo scontro con Pryce, e la morte assurda di quest’ultimo. 

E tanto altro, ma poi accade che una storia maturata sempre in quel benedetto o maledetto mondo, in quel 1978, arriva per insegnare qualcosa a tutti. 

Un Pilota promettente in Formula Uno, svedese e di origini ricchissime. Un rampollo che come diversi altri decide di impegnarsi in traguardi diversi dall’Azienda di famiglia. 

Gunnar Axel Arvid Nilsson nasce ad Helsingborg in Svezia il 20 Novembre del 1948, e la sua ricca famiglia di immobiliaristi ha già deciso per lui un futuro da manager dell’azienda familiare. 

Terminati gli studi Gunnar impiega solo otto mesi per capire e far capire che contabilità e finanza non fanno per lui, che ha passione per le corse e per le auto. A dire la verità già un lutto lo  colpisce, quando nel 1964 il papà muore e lui, a 17 anni, deve per forza prendere le redini dell’impresa di famiglia. Ma come detto è una missione impossibile

 

Gunnar, dalla scrivania del Manager al vecchio furgone in giro per le piste d’Europa

Come in ogni storia che si rispetti in questo canovaccio (pensate alla storia anche di Niki Lauda) la famiglia nega al giovane persino gli spiccioli di un patrimonio familiare con cui Gunnar avrebbe potuto comprare per sé una intera Squadra Corse. Papà Arvid e mamma Elizabeth sono contrari fin da subito.

Oggi, da persona cresciuta, arrivo persino a capire. 

Tanti anni fa no, e dunque non vedevo di buon occhio le famiglie che ostacolavano la passione dei giovani talenti ; e soprattutto quelli europei, visto che per motivi edonistici e forse anche di più comodo riciclaggio di denaro, il Sudamerica non faceva altro che vedere nuove famiglie di latifondisti (od altro, vedi il caso di Ricardo Londono), allevatori e petrolieri riempire di dollari le valigette dei propri figli o nipoti piloti. 

Ma poi, mi sono persuaso che contare ogni anno, in quel periodo tra anni Sessanta e Settanta, l’esercito di giovani e meno giovani piloti da Corsa (in pista, in salita o nei Rally) che in tutto il Globo, dalle formule minori fino alla Categoria regina, era una impresa dolorosa per chi ne fosse stato direttamente coinvolto. Decine di appassionati ed avventurosi perivano ogni Domenica nel mondo, centinaia finivano all’Ospedale ogni fine settimana.

Rimasta solo mamma Elizabeth ed il primo fratello di Gunnar a gestire le sorti aziendali, il giovane ed Ingegnere Gunnar (nel frattempo si era laureato all’Università di Stoccolma) decide però di determinare la sua vita in modo diverso: a 24 anni, nel 1972, apre una piccola Ditta di trasporti, compra a rate un “Opel Blitz” a Gasolio usato, ci attacca un carrello per portare una vecchia Formel “Vee” (Formula Vee) insieme al suo “pseudosocio” (in realtà amico fraterno e meccanico): si tratta della finlandese RPB (Racing Plast Burtrask) motorizzata VW 1300, un “muletto” con cui Gunnar gira la penisola Scandinava nel campionato locale

L’anno successivo passa alla Formula Super Vee, all’appoggio di un team professionista ed alla Lola. 

 

Sempre comunque Monoposto usate, vecchie e da ricondizionare che Gunnar acquisiva a fine stagione quasi come rottamazioni, e rimetteva a posto facendo la classica fila ai mercatini improvvisati nei piazzali dei paddock dove squadre e piloti si scambiavano pezzi, gomme, utensili.

 

Finisce quinto in Classifica Super Vee, e qualcuno comincia a segnare il suo nome, soprattutto perché 

si toglie anche la soddisfazione di debuttare in Formula 2 con un bel quarto posto al Norisring-Trophäe al volante di una GRD-Ford 273 della scuderia di Pierre Robert.

 

Passa alla Formula 3 britannica, dove arriva nel 1974 da privato grazie ai premi della Super Vee ed ai nuovi Sponsor, fa davvero vedere di che pasta è fatto. 

 

La March non perde tempo, lo prende per la Stagione 1975 da ufficiale, lo ingaggia e finalmente libero da gestione ed oneri personali Gunnar vince alla grande la serie inglese della F3 di quell’anno rischiando il colpo grosso : corre in contemporanea la Formula Atlantic su una Chevron Ford e finisce secondo in classifica finale iridata.

Sta per finire l’Autunno di quel 1975 e Frank Williams, noto “Talent Scout” porta Gunnar su una monoposto di Formula Uno a Goodwood; non va benissimo, ma mentre si sta preparando per la prima Stagione dell’Europeo 1976 di Formula Due, lo svedese riceve una sorpresa inaspettata dal suo amico e concittadino Ronnie Peterson. 

Ronnie inizia la Stagione con la Lotus, con cui è sotto contratto, ma subito dopo – rimasto più convinto della maggiore competitività della March rispetto alla mediocre e deludente “Lotus 77” – parla con quest’ultima per un salto di Squadra. 

 

March convince allora Colin Chapman, a sua volta poco convinto di tenere Ronnie, a prendere ad ingaggio “zero” il giovane e promettente Gunnar, oltre alla ipotesi Bob Evans (buon pilota ma meno promettente dello svedese, ed infatti è rimasto una meteora vera) per una sostituzione sulla monoposto numero “6”.

 

Gunnar, il sogno si fa reale: Formula Uno e Lotus

Chapman testa Gunnar in poche manciate di minuti e si: è Ok, anzi – probabilmente – mantiene molto più di quel che promette. E da Monaco 1976 inizia per Nilsson il sogno Mondiale in F1 accanto a Mario Andretti. 

L’inizio non è dei migliori: la proverbiale robustezza delle monoposto di Chapman si svela in tutta la sua straordinaria fama quando a Long Beach Gunnar finisce ad alta velocità contro un muretto (presumibilmente per la rottura di una sospensione) tra Bridgestone Bent e Shoreline Drive. Gli effetti del botto il povero ragazzo li patirà per mesi sul collo. 

Tuttavia la Stagione 1976, famosa per tutt’altre sfide, si conclude con un risultato perlomeno ammissibile: su quindici Gare disputare con nove ritiri (a riprova della pochezza della “77” anche Mario Andretti è “out” otto volte in Stagione) arrivano quattro passaggi sotto la bandiera a scacchi di cui due Podi. Ed un decimo posto in Classifica Iridata, poco sotto il suo “capo” Andretti e soprattutto davanti al suo concittadino e “Senatore” Ronnie Peterson.

La Stagione 1977, in cui Gunnar viene confermato alla Lotus, tuttavia, più che una auspicabile passerella verso la categoria “Top” è una vera e propria altalena. Arriva la quasi rivoluzionaria “78” che introduce l’effetto suolo, e dunque l’armamentario a disposizione di Lotus sale di grado. 

Eppure in Prova Gunnar – seppure da secondo Pilota vive una oggettiva limitazione nelle prelazioni del materiale migliore – non riesce a sfruttare quelle potenzialità velocistiche della “78” che portano il capitano Andretti a collezionare sette “Pole” e ben dodici partenze tra prima e seconda fila. 

Senza dubbio è una Stagione “strana” per il nostro giovane eroe svedese, che sembra ancorato tra la quinta e la ottava fila (10 partenze complessive) ed una sola in prima fila.

 

Così come l’altalena si ripete in Gara; ma soprattutto la intera Stagione, separabile in due veri e propri “tronconi” pare la triste metafora della vicenda personale di Gunnar. Che, certo, viene trattato da vera e propria Seconda guida. 

 

Al primo Gran Premio di Stagione 1977, dopo essersi qualificato decimo in quinta fila deve rinunciare alla partenza: Mario Andretti ha distrutto la sua “78” nel Warm Up ed il muletto è la “77”, per capirci. Dunque Gunnar deve “pacificamente” cedere la sua monoposto al compagno capitano.

Con tutto ciò la prima mezza Stagione di Nilsson è dignitosa nel primo quarto (due quinti posti ed un ritiro) ma arriva la sorpresa della vittoria nel pazzo Gran Premio del Belgio. 

 

Insomma, è fatta, possiamo pensare tutti: anche Gunnar è sdoganato, e vedrai che la seconda metà del 1977 sarà meno avara della prima. 

 

Ed infatti arrivano un quarto posto ed un bel podio. Ma poi arrivano ben sette ritiri di fila, e molti di questi sembrano derivare stranamente da imprudenze, disattenzioni, o veri e propri errori marchiani. 

 

Come in Svezia dove per un “lungo” in frenata durante una fase di sorpasso rovina il musetto contro Depailler; o come in Olanda dove sempre in un ingarellamento con Reutemann cerca il sorpasso impossibile e finisce fuori. 

E poi un altro incidente al Glen. Colin Chapman non tollera granchè tutto questo, e il rapporto con Gunnar si interrompe alla fine del Gran Premio del Giappone, il 23 Ottobre del 1977. 

 

L’ultima volta nella quale Gunnar siede su una monoposto di Formula Uno

 

Insomma, cosa sta accadendo al ragazzo? A quanto si ricorda e si repiloga nelle tracce storiche, una sorta di malessere, un dolore sempre più frequente e importante nella zona inguinale: 

peccato che come tutti i Piloti di Monoposto dell’epoca dolori, risentimenti e lividi fossero il companatico obbligato dietro ogni sessione o turno di Gara alla guida di veri luoghi di tortura per fisico e muscoli. 

I dolori, la disattenzione, la notizia drammatica

La particolare struttura delle cinture “inguinali”, a sua volta, potrebbe aver “travisato” nella considerazione del Pilota quel malessere, quel dolore imputandolo al particolare aggancio in mezzo alle gambe.

 

Di certo si arriva al controllo ed alla anamnesi medica fuori tempo massimo, anche data la giovane età. Quando le analisi cliniche diagnosticano il tumore nel corpo di Gunnar si sono già diffuse le metastasi. 

Siamo nel tardo Autunno del 1977, e il luogo è lo stesso del sipario per l’ultima scena: Charing Cross Hospital di Londra, dove il repentino crollo fisico di Gunnar è parallelo al bombardamento radioterapeutico cui viene sottoposto: pallido, con 35 chili in meno e completamente privo di capelli, sopracciglia; e tuttavia il suo occhio calmo e il sorriso timido appena accennato in lui ci sono sempre.

 

Nilsson chiude il rapporto con la Lotus e si eclissa dal mondo pubblico fino a Primavera del 1978, quando invece che annunciare la sua nuova Squadra rivela al mondo la sua odissea. 

 

Senza alcun imbarazzo, sentendo di voler fare di sè una vetrina “vivente” (per quanto possibile) del dramma e della battaglia contro il cancro, Gunnar si presenta anche di nuovo, per la prima volta, davanti a pubblico e Tv in estate dentro un ambiente di Formula Uno. Siamo in Gran Bretagna, e la vetrina del debutto di Gilles Villeneuve con la McLaren o della rivoluzionaria Renault Turbo sembrano due eventi da vernissage rispetto alla sensazione di dolore e di umanità che quel ragazzo ormai spettro di sé stesso evoca nella sua camicia bianca di lino, quei suoi jeans neri, e un paio di occhiali da sole calcati su occhi che non ce la fanno a sopportare la troppa luce.

 

La parola “cancro” è forse peggiore della parola “guerra” nella mente delle persone, all’epoca in cui ogni media di informazione pubblica che annuncia la morte di un personaggio noto per questo male terribile in realtà lo fa senza mai neppure preannunciarne l’inizio del calvario. 

 

Perché di fronte a questa battaglia che nessuno riesce a vincere, già la notizia di essere colpiti da un tumore genera imbarazzo, pena, terrore. 

 

Per questo la stoffa del campione e del combattente il nostro Gunnar la svela proprio mostrando sé stesso. Annuncia di voler combattere, di voler tornare a correre, alimenta la speranza che il tumore non sia sempre e solo un “loosing game”.

Gunnar, campione dei bambini. L’ultima battaglia è per loro

E’ quello della foto, le terapie lo hanno devastato, e non si imbarazza a farlo vedere. Parla più spesso con il suo amico e connazionale Ronnie Peterson. 

Ai microfono Gunnar dichiara di sentirsi meglio e di voler tornare in pista presto, anche se sa forse di dire una bugia. Dice soprattutto anche una frase che resta nel cuore: ‘’vedere questi bambini che, come me, devono vivere questo dramma e devono sostenere queste cure molto forti, mi provoca una angoscia peggiore del dolore che provo…’’ 

 

Con queste parole matura la decisione di lanciare una raccolta di fondi per promuovere sia la ricerca contro il cancro, sia l’apertura di un centro per il trattamento dei malati. 

 

Il mondo risponde, davvero. Ci sono gli ABBA, c’è Borg, ci sono le istituzioni svedesi e persino il Comitato Organizzatore dei Premi Nobel sono nella fila eletta e commovente per gli aiuti; e Gunnar li sollecita e li coordina con telefonate fiume, con Fax e lettere ai giornali. Tutto dentro quel suo triste ufficio di una stanza di Ospedale.

 

Purtroppo a Settembre 1978 il destino maledetto non fa sconti: muore il suo amico Ronnie, il 12 Settembre, ed ai funerali Gunnar esprime non più solo dolore, ma abbandono. 

 

Morto l’amico, l’ultimo raggio di luce muore dentro di lui. 

 

Poche settimane dopo la tragedia di Ronnie, Nilsson scivola in un loop fisico disastroso, ma la verità che fu rivelata mesi dopo fu davvero in grado di commuovere il mondo. 

Sapendo di non avere speranze, da dopo la morte di Peterson il povero Gunnar decide autonomamente di sospendere ogni terapia farmacologica e soprattutto antidolorifica e palliativa. 

Perchè sono terapie che lo lasciano in stato di sonnolenza e confusione per tutto il giorno. Invece Gunnar non vuole dormire. Ha bisogno di tutte le sue ultime ore per promuovere la fondazione di un Polo di ricerca, appunto, e deve sensibilizzare tutto il mondo. 

 

Dentro a dolori allucinanti scrive lettere a giornali, Governi, amici e Vip anche sconosciuti. Vuole che tutti partecipino ad un vero e proprio muro contro il cancro. 

Il sogno di Gunnar Nilsson prenderà vita nel 1979, ma senza di lui. Come dopo di lui, che forse avrà visto dal cielo tutto questo, si materializzano alcune operazioni straordinarie: ad esempio il “Gunnar Nilsson Trophy”, tenuto otto mesi dopo la sua scomparsa a Donnington Park e partecipato da tutti i principali Campioni del volante. In quella Gara vinta da Alan Jones sulla Williams FW07, la Fondazione Gunnar Nilsson raccoglie 2 milioni e mezzo di Sterline per dotare il Charing Cross Hospital di un acceleratore lineare da usare nella radioterapia. Altro ricordo tipicamente nazionale di cui andar fieri  noi italiani è stato l’impegno di Autosprint nel promuovere una raccolta di fondi per la Campagna Antitumori “Gunnar Nilsson”.

Gunnar muore il 20 Ottobre del 1978 nell’ospedale di Charing Cross, a Londra. Ma spero che, nell’ultimo pensiero, sia nata in lui la consapevolezza di aver vinto la Gara più importante, quella per i bambini a cui voleva salvare la vita. E quella Gara, la più importante di tutte, l’ha vinta.

Riccardo Bellumori