Jeep Wrangler e Gladiator avranno una inedita 85th Anniversary Edition.
Versioni speciali del fuoristrada e del pick-up del marchio americano saranno offerte negli Stati Uniti e in Canada. Le loro caratteristiche tecniche sono standard. La storia del marchio Jeep, oggi di proprietà del colosso automobilistico Stellantis, è iniziata 85 anni fa. Per celebrare questa data memorabile, il produttore americano ha lanciato la campagna Twelve 4 Twelve, nell’ambito della quale intende produrre 12 versioni speciali in 12 mesi. La prima è stata la Wrangler Moab 392, presentata nel novembre 2025, seguita dalla Wrangler Whitecap nel dicembre dello stesso anno, e ora è il turno di un’altra versione speciale: la Wrangler 85th Anniversary Edition. Vale la pena notare che una versione simile è disponibile anche per il parente più prossimo: il pick-up Jeep Gladiator. Come spiegato dall’azienda, queste versioni speciali sono dedicate agli “85 anni di leadership nel fuoristrada”. Alla base di questi fuoristrada e camion c’è l’allestimento Sport S, che però ha subito una serie di modifiche.
Jeep Wrangler e Gladiator 85th Anniversary Edition adottano ganci di traino in bronzo e originali cerchi da 17 pollici in grigio scuro opaco. Tra le altre differenze figurano i rivestimenti dei parafanghi in tinta con la carrozzeria, adesivi e targhette che indicano l’appartenenza alla serie 85th Anniversary Edition. I modelli sono dotati di ottica a LED e parabrezza rinforzato Gorilla Glass.
LA VERSIONE ANNIVERSARY
Anche gli interni delle versioni speciali Wrangler e Gladiator hanno subito alcune modifiche. I sedili sono rivestiti in tessuto a quadri grigio-giallo-bianco e presentano decorazioni in linea con la versione 85th Anniversary Edition. Lo stesso motivo a quadri è stato utilizzato per rifinire il pannello frontale, mentre il volante e una serie di altri elementi dell’abitacolo sono stati rifiniti con cuciture a contrasto giallo-arancione.
Le auto “versione anniversario” hanno anche una targhetta corrispondente, tappetini diversi per l’abitacolo e per il vano di carico. Questi Jeep Wrangler e Gladiator sono dotati di un sistema audio Alpine premium, sedili anteriori riscaldati e volante riscaldato, nonché della funzione di avviamento a distanza.
La dotazione della Jeep Wrangler e della Gladiator 85th Anniversary Edition è standard. Sotto il cofano del fuoristrada e del pick-up si trova un motore Pentastar V6 aspirato da 3,6 litri. La sua potenza è di 289 CV e la coppia massima è di 353 Nm. Nel pick-up questo motore è abbinato a un cambio automatico a otto rapporti, mentre nel fuoristrada, come nella versione Sport S, è abbinato a un cambio manuale a sei rapporti.
La nuova Kia K4 Sportswagon è ad un pass dal lancio commerciale.
KIA è uno dei marchi più venduti nel settore dei SUV. Il marchio sudcoreano ha un importante filone in questa categoria, con una Sportage che è in testa alle classifiche di vendita sin dal suo lancio, con milioni di unità vendute. Recentemente, la Sportage ha subito un importante aggiornamento che la manterrà in vita per almeno un altro paio d’anni e mezzo, il che non impedisce di puntare su altre carrozzerie più pratiche come quella della nuova KIA K4 Sportswagon.
Questa K4 familiare è stata vista in prova in numerose occasioni, condividendo lo stesso design moderno e sofisticato della K4 a cinque porte già in vendita in Spagna, in sostituzione della vecchia Ceed. Il marchio ha puntato sul sicuro, imprimendo uno stile più accattivante nella parte anteriore con i fari Full LED disposti verticalmente e con una firma luminosa perfettamente riconoscibile, che si inserisce nella sottil griglia del radiatore attraverso una modanatura cromata sul bordo superiore.
IL RITORNO DELLA WAGON
L’erede della Ceed Sportswagon condivide gran parte della silhouette con la compatta, in particolare fino alle porte posteriori, dove aggiunge un volume in più per aumentare lo spazio destinato al carico, con una linea di cintura che si alza bruscamente verso la parte posteriore. Gli stilisti coreani hanno fatto ricorso a soluzioni intelligenti per offrire un design più pulito ed elaborato e meno resistente, dal punto di vista aerodinamico, con le maniglie delle porte posteriori nascoste nel montante C.
Nella parte posteriore, questa familiare eredita anche gli attraenti fanali a forma di boomerang del modello a cinque porte, con dettagli speciali nella finitura più sportiva che state vedendo. Una GT-Line che presenta inserti decorativi in alluminio satinato, cerchi in lega fino a 18 pollici di diametro e uno spoiler sul tetto con la sezione centrale semi-incassata.
All’interno, la nuova K4 Sportswagon eredita anche il concetto implementato in tutti i nuovi modelli del costruttore, con due schermi digitali da 12,3 pollici sul cruscotto e una sezione touchscreen all’altezza della console centrale per il sistema multimediale. Un terzo schermo digitale, da 5,3 pollici, si trova sotto per il controllo del climatizzatore automatico a due zone.
La nuova KIA K4 Sportswagon misura 4.695 millimetri di lunghezza e ha un passo di 2.720 millimetri, dimensioni che la collocano a metà strada tra il segmento C e il segmento D, oltre al fatto che il volume del bagagliaio è di ben 604 litri e, con i sedili ribaltati, questa cifra aumenta fino a 1.217 litri. Due volumi che si riducono rispettivamente a 482 e 1.107 litri nelle versioni meccaniche dotate di tecnologia MHEV. Arriva la nuova Jeep Avenger Black Edition, questi sono i prezzi dell’edizione speciale con opzioni ECO e CERO Non si è parlato del lancio sul mercato di questa nuova KIA K4 Sportswagon, ma, tenendo conto che le prime unità della K4 a cinque porte arriveranno nei concessionari questa primavera, la familiare sbarcherà intorno all’estate, quindi ci vorrà ancora del tempo prima di conoscere i prezzi. Quello che sappiamo è che sarà prodotta in Messico e che sarà disponibile con un motore a tre cilindri 1.0 T-GDI da 115 CV con cambio manuale a sei marce, oltre a una variante di questo con tecnologia MHEV, stessa potenza ma con cambio automatico a doppia frizione e sette marce.
La gamma prevede anche un quattro cilindri turbo da 1,6 litri con 150 CV e 180 CV, il primo sia con cambio manuale a sei marce che automatico con lo stesso numero di rapporti, e il secondo solo con quest’ultimo, oltre a una nuova generazione di motori ibridi in fase di sviluppo.
Honda ha presentato un nuovo logo “H mark” che debutterà sui suoi veicoli elettrici di nuova generazione (compresa la Serie 0) e sui modelli ibridi a partire dal 2027, oltre che nelle concessionarie, nelle iniziative di comunicazione e negli sport motoristici.
Il marchio “H mark” è stato adottato per la prima volta nel 1963 per rappresentare le automobili Honda e nel corso degli anni ha subito diverse modifiche di design. Secondo Honda, “il nuovo design, simile a due mani tese, rappresenta l’impegno di Honda ad aumentare le possibilità di mobilità e a soddisfare con sincerità le esigenze dei clienti del settore automobilistico Honda”.
LA NUOVA GAMMA
Honda ha dichiarato lo scorso anno che avrebbe lanciato tre veicoli elettrici entro il 2027, esclusa la e:N1. La Serie 0 potrebbe benissimo farne parte.
Sette modelli della Serie 0 sono stati annunciati per la prima volta a livello globale nel maggio 2024: una berlina, un SUV di medie dimensioni, un SUV entry-level, un SUV a tre file di grandi dimensioni, un SUV compatto, un SUV di piccole dimensioni e un’altra berlina più compatta. Quale di questi modelli ritenete più adatto al nostro mercato?
Renault ha presentato il grande crossover Filante a cinque posti, costruito sulla collaudata piattaforma modulare CMA (Compact Modular Architecture) di Volvo e dotato di un propulsore ibrido Geely da 250 CV. Le vendite della Renault Filante in Corea del Sud inizieranno a marzo, e poi, tra circa un anno, il nuovo modello apparirà in Sud America e nei paesi del Golfo Persico.
Il crossover, che alla fine è stato chiamato Filante, un nome preso dagli archivi Renault, era stato annunciato nel 2023 come parte dell’espansione della cooperazione del Gruppo Renault con la holding Geely. Come risultato di questa cooperazione, nel 2024 è stato lanciato il crossover Renault Grand Koleos di medie dimensioni, un clone del noto Geely Monjaro in Russia. La Renault Filante presentata oggi è, in realtà, anche uno sviluppo di Geely: non è difficile riconoscere l’attuale Geely Boyue L, nota in Russia come Geely Atlas e anche come Geely Starray in numerosi altri mercati di esportazione, nelle proporzioni della carrozzeria e nei singoli dettagli interni.
Il crossover Renault è notevolmente più grande della sua controparte cinese e il team di progettazione guidato da Laurens van den Acker gli ha conferito un aspetto davvero interessante, che, secondo quanto affermato, riflette i gusti specifici dei clienti della Corea del Sud, che sarà il mercato principale della Filante. I contorni del caratteristico diamante Renault sono visibili nel design dei fari anteriori, dei fanali posteriori e della griglia del radiatore illuminata. I passaruota hanno coperture originali nella parte superiore. La parte posteriore è coronata da uno spoiler flottante. Il tetto panoramico in vetro di 1,1 m² non ha traversa centrale né sezioni apribili. La Renault Filante ha una lunghezza complessiva di 4915 mm, una larghezza di 1890 mm, un’altezza di 1635 mm, un passo di 2820 mm, un’altezza da terra di 201 mm e cerchi standard da 19 o 20 pollici. La Filante si basa sulla versione “idrocarburi” della piattaforma CMA, sviluppata da Volvo Cars nell’ultimo decennio e modificata da Geely per i propri modelli e quelli del suo marchio controllato Lynk & Co. Anche il crossover Geely Boyue L/Atlas, che è diventato essenzialmente il donatore della Filante, è costruito sulla piattaforma CMA. La sospensione anteriore è di tipo McPherson, quella posteriore è indipendente multi-link.
Per la Renault Filante, finora è stato annunciato un solo motore ibrido in combinazione con la trazione anteriore, preso in prestito dall’arsenale di Geely. Il propulsore è composto da un motore a benzina turbo da 1,5 litri (150 CV, 250 Nm) e due motori elettrici: uno da 100 kW (136 CV) e 320 Nm, il secondo da 60 kW (82 CV) e 180 Nm. I motori elettrici sono integrati in un cambio automatico planetario DHT Pro (Dedicated Hybrid Transmission) a tre velocità con due frizioni e un’unità idraulica. La batteria tampone ha una capacità modesta di 1,64 kWh e non può essere ricaricata da una fonte esterna. La potenza massima combinata del propulsore è di 250 CV e 565 Nm. Le caratteristiche dinamiche della Renault Filante non sono ancora state rese note.
INTERNI E TECNOLOGIE
La Renault Filante ha un abitacolo rigorosamente a cinque posti con un ampio bagagliaio da 633 litri (2071 litri con i sedili posteriori ribaltati). Tre schermi sono integrati nel pannello frontale: il quadro strumenti, lo schermo delle impostazioni e multimediale e lo schermo di intrattenimento per il passeggero anteriore. Ogni schermo ha una diagonale di 12,3 pollici e lo schermo del quadro strumenti è integrato da uno schermo di proiezione da 25,6 pollici sul parabrezza. L’impianto audio Arkamys di base ha otto altoparlanti, mentre l’impianto audio Bose Premium top di gamma ha dieci altoparlanti e cancellazione attiva del rumore. L’elenco dei sistemi elettronici di assistenza alla guida include il cruise control adattivo, il parcheggio automatico, le telecamere con visione panoramica, uno specchietto retrovisore digitale e un sistema per rilevare i bambini lasciati in auto. All’inizio delle vendite in Corea del Sud, la Renault Filante è offerta nei livelli di allestimento Techno, Iconic ed Esprit Alpine, con prezzi a partire da 44,32 milioni di won (2,42 milioni di rubli al tasso di cambio attuale), con consegne a partire da marzo. Il crossover di punta sarà prodotto a Busan, in Corea del Sud, anziché in Cina, e da lì sarà esportato: la Filante dovrebbe arrivare in Sud America e nei paesi del Golfo Persico all’inizio del 2027.
La Renault Filante non è stata annunciata per l’Europa, anche se le vendite della Geely Starray con un propulsore simile inizieranno nel Regno Unito il mese prossimo.
Nell’ambito del Salone dell’Auto di Bruxelles, il marchio italiano Alfa Romeo ha presentato una versione speciale limitata Luna Rossa della berlina sportiva Alfa Romeo Giulia Quadrifoglio.
La caratteristica principale della versione Luna Rossa è l’esclusivo kit aerodinamico ispirato allo yacht da regata Luna Rossa AC75 con ali subacquee.
Il marchio Alfa Romeo sta cercando di compensare il prolungato aggiornamento della gamma di modelli con il lancio di versioni speciali dei modelli esistenti, tra cui la non più giovane Alfa Romeo Giulia con indice di fabbrica 952, prodotta dal 2015. L’anno scorso la Giulia e il crossover affine Alfa Romeo Stelvio sulla piattaforma Giorgio avrebbero dovuto passare alla nuova generazione, ma ciò non è avvenuto: la produzione delle attuali Giulia e Stelvio è stata prorogata fino al 2027 compreso, mentre i loro successori, inizialmente concepiti come veicoli elettrici, sono stati sottoposti a reingegnerizzazione: saranno “avvitati” un motore a combustione interna.
Il potenziale dell’attuale Giulia come modello di volume è esaurito da tempo, ma continua a essere interessante per i collezionisti e gli appassionati del marchio Alfa Romeo. Con l’obiettivo di soddisfare questo pubblico, lo scorso novembre è stata lanciata la divisione Bottegafuoriserie, che si occuperà della produzione di modelli moderni Alfa Romeo e Maserati, nonché del restauro di modelli classici. L’Alfa Romeo Giulia Quadrifoglio Luna Rossa è l’ultimo prodotto di Bottegafuoriserie, una versione speciale realizzata nell’ambito della collaborazione tra il marchio Alfa Romeo e il team italiano di yacht Luna Rossa, sostenuto anche dalla casa di moda Prada e dalla società di pneumatici Pirelli.
DATI TECNICI E MOTORI
Dal punto di vista tecnico, l’Alfa Romeo Giulia Quadrifoglio Luna Rossa riprende l’Alfa Romeo Giulia Collezione presentata il mese scorso, ovvero sotto il cofano c’è un motore V6 biturbo a benzina da 2,9 litri con una potenza di 520 CV, tutta la potenza viene trasmessa alle ruote posteriori attraverso un cambio automatico idromeccanico a 8 rapporti ZF e un differenziale autobloccante, l’accelerazione da 0 a 100 km/h richiede 3,9 secondi, la velocità massima è di 307 km/h. La dotazione di serie comprende freni in carbonio-ceramica e un sistema di scarico Akrapovič.
L’esclusività della versione Luna Rossa è garantita dall’esclusivo kit aerodinamico ispirato allo yacht da regata Luna Rossa AC75: le sue ali subacquee trovano riscontro nell’anti-ala divisa in due parti, installata sul cofano del bagagliaio della berlina. I paraurti anteriori e posteriori sono dotati di nuovi elementi aerodinamici, le soglie hanno ricevuto coperture sviluppate con stabilizzatori, la forma del fondo è stata ottimizzata. La nuova carenatura aerodinamica crea 140 kg di carico aggiuntivo a una velocità di 300 km/h.
La livrea dell’Alfa Romeo Giulia Quadrifoglio Luna Rossa è stata realizzata nello stile dello yacht Luna Rossa AC75, gli emblemi del marchio hanno uno sfondo rosso e i cerchi da 19 pollici hanno una verniciatura bicolore rosso-nera sfumata. All’interno sono stati installati sedili anteriori avvolgenti Sparco su telai in fibra di carbonio, il cui rivestimento è stato realizzato in tinta con i giubbotti di salvataggio utilizzati dall’equipaggio dello yacht Luna Rossa AC75. Il rivestimento del cruscotto con texture originale ricorda la vela dello stesso yacht.
L’Alfa Romeo Giulia Quadrifoglio Luna Rossa sarà prodotta in 10 esemplari, il prezzo non è stato ancora annunciato, ma è chiaro che sarà ben superiore ai 100.000 euro.
Si prevede che la nuova vettura senza nome del marchio rumeno debutterà in autunno e sarà in vendita sul mercato europeo entro la fine del 2026.
Dacia è un marchio rumeno di proprietà del gruppo francese Renault. L’attuale gamma di modelli del marchio comprende diversi crossover: Spring, Jogger, Duster e Bigster. Tuttavia, il produttore non ha intenzione di fermarsi qui: lo scorso autunno, gli obiettivi dei paparazzi hanno immortalato un prototipo camuffato la novità Dacia nel segmento SUV. Non ci sono ancora dettagli ufficiali su questa vettura. L’azienda non ha ancora rivelato il nome che avrà la novità in preparazione, per ora il progetto è conosciuto con il nome provvisorio di Dacia C-Neo. Attualmente il futuro ampliamento della gamma di modelli è in fase di test su strada. Sulla base delle foto “spia” del prototipo nascosto da una pellicola mimetica, il designer dell’edizione spagnola di Motor.es ha ipotizzato quale sarà l’aspetto del nuovo SUV.
Secondo i rendering, questo crossover familiare avrà un design esterno in linea con l’attuale stile del marchio Dacia. La novità potrebbe avere un cofano lungo e inclinato con stampature, ottiche di forma semplice con strisce di luci di marcia, e i fari sono visivamente collegati tra loro tramite una griglia del radiatore con “pixel” cromati e il logo al centro.
IL MODELLO XXL
Nella parte inferiore del paraurti anteriore dell’auto nel rendering è integrata una presa d’aria rettangolare piuttosto grande, ai lati della quale si trovano i fendinebbia e una coppia di condotti d’aria verticali. L’artista ha disegnato per il futuro SUV un kit aerodinamico lungo il perimetro della carrozzeria, comprese le coperture dei passaruota, nonché le barre sul tetto, le normali maniglie delle portiere e i tradizionali specchietti esterni. La parte posteriore è stata abbellita con uno spoiler nella parte superiore del portellone e luci orizzontali.
A giudicare dalle immagini, la novità avrà una tradizionale carrozzeria a cinque porte e nel complesso sarà visivamente simile a una station wagon “rialzata”. Secondo i dati preliminari, la lunghezza complessiva del crossover in fase di preparazione sarà di circa 4,6 metri. Gli interni non sono ancora stati svelati, ma si presume che avrà solo una configurazione a cinque posti. Probabilmente, l’abitacolo sarà in gran parte unificato con il modello Bigster. Secondo le informazioni fornite dall’edizione spagnola, il nuovo SUV Dacia erediterà l’ultima generazione di motori, compresi quelli ibridi. Si prevede che il modello sarà disponibile con un motore a tre cilindri da 1,2 litri in due versioni di potenza: 120 e 150 CV. Il cambio sarà manuale o automatico, la trazione anteriore o integrale.
Presumibilmente, la novità ancora senza nome del marchio rumeno debutterà in autunno e sarà in vendita sul mercato europeo entro la fine del 2026.
La pubblicazione ha sottolineato che il prezzo di partenza del futuro SUV sarà di circa 24.000 euro.
Fine Gennaio 1986, Rally di Montecarlo: l’appuntamento forse più didascalico e uno dei più leggendari della tradizione rallystica internazionale. L’evento nel quale tutti vorrebbero una loro traccia scolpita nella storia e nell’albo d’oro, partecipando da ogni dove e vivendo per un’ora o per inter giorni con la loro auto l’emozione di correre là dove si sono battuti tutti i Campioni della leggenda.
Quella edizione 1986 mette al punto più alto di tutti un nome che ormai gli appassionati conoscono bene: Henri Toivonen, nato ventinove anni prima a Jyvaskila, paesino di poco più di 100.000 abitanti tra Finlandia Meridionale e centrale. Henri aveva maturato la sua sensibilità di guida e la sua capacità da funambolo su qualunque mezzo dotato di sci (slitte per bambini incluse) o di ruote (preferibilmente quelle tassellate delle moto leggere da fuoristrada) ma per ispirarsi ad un determinato campione non aveva bisogno di guardare molto lontano da casa sua: Pauli Toivonen, suo padre, era stato una gloria internazionale delle quattroruote da Rally, laurendosi Campione europeo nel 1968 con la Porsche 911 e terminando la sua carriera ufficiale nel momento stesso in cui nel 1975 Henri sedette per la prima volta su una Simca nelle gare sugli anelli scavati nel ghiaccio; ma già al 1000 Laghi dello stesso anno la sua piccoletta francese bianca perimetrata da una doppia fascia rossa aveva impressionato.
Sumbeam Avenger e Citroen CX tra il 1976 ed il 1978 sono tutto sommato il dazio da pagare, per il giovane Henri, per far ingolosire “mamma” PSA (Peugeot, insomma, che aveva nel frattempo acquisito Chrysler e Citroen) e convincerla ad affidargli una delle vetture più promettenti del panorama Rally: la Talbot Sumbeam 1600 TI Gruppo 2 che accompagna Henri a cogliere un sensazionale ed insperato nono posto assoluto al RAC Rallye del 1979, un appuntamento da veri lupi di mare.
E’ davvero un attimo: Peugeot mette il lucchetto sul cartellino di questo ragazzo e lo manda allo sbaraglio nella sua prima Stagione mondiale vera, ufficiale e su un mostro vero da oltre 270 cavalli su solo 800 chili. E’ la Talbot Sumbeam Lotus che pochi, come Tony Pond e Guy Frequelin, sanno domare.
Henri mantiene le promesse, ed a solo 24 anni diventa – con la vittoria proprio al RAC – il più giovane vincente di tutti i tempi di un rally mondiale. Papà Pauli, senza colpo ferire, accetta la meravigliosa sconfitta a favore di quel figlioletto che si dimostra il più forte.
Ripete la Stagione 1981 con la Talbot Lotus e diventa fondamentale per la conquista del Titolo Costruttori.
Dopo di che PSA chiude baracca e burattini: sopprime i marchi Simca e Talbot e prepara l’arma globale per il nuovo Gruppo B che parte, per tutti, dal primo Gennaio 1982.
E proprio una delle figlie più temibili del Gruppo B è quella che accompagna Henri alla vittoria al “Monte” del 1986: Lancia, con tutto il Reparto Corse forse più apprezzato ed efficiente del mondo, ha presentato l’anno prima un bucefalo a quattro ruote.
Delta S4 è un concentrato di diavolerie estreme, un puzzle satanico di tecnologia derivata, sviluppata ed innovata da tutti i Quartieri generali interni ed esterni alla galassia Fiat: sul motore lavorano a sei mani la Lancia, la Ferrari e l’Abarth; sull’elettronica Marelli, Fiamm e Champions, sul telaio immancabile la mano preziosa di Giampaolo Dallara, sulle regole generali di stile ed aerodinamica la Pinifarina e la sua Galleria del Vento: risultato, la prima ed unica auto da Rally con Compressore Volumetrico e turbina, quattro cilindri da 1800 cc e ben 600 cavalli, alla soglia quasi di una media Formula Uno di soli tre anni prima.
Ma qui siamo non su piste con rettilinei da un chilometro e passa: siamo su terra, sterrato ed acciottolato, ed il solo asfalto che puoi trovare su un intero percorso è solo al Tour de Corse.
Nasce la Delta S4: ultimo atto di un mondo di pazzi
Peccato che quell’asfalto giri intorno a mulattiere nobilitate dove il doppio senso di marcia sia davvero una metafora, con accompagnamento molto spesso di uno strapiombo mortale su un lato e del muro continuo della montagna dall’altro. Per preparare la Delta S4 al Mondiale c’è ovviamente il contributo straordinario nei collaudi di Giorgio Pianta, Markku Alen ed ovviamente di Henri; che dopo una serie di esperienze con la Lancia Rallye 037 nel 1984 (quando quasi raggiunge papà Pauli piazzandosi vicecampione Europeo a sua volta con la Porsche 911, in una Stagione di veleni e polemiche dietro situazione ed alla disavventura di Carlo Capone) diventa pilota ufficiale Lancia nel 1985.
Stagione, questa, di chiaroscuro: da un lato Henri si prende il lusso di essere il portabandiera in classifica finale, davanti al suo “capitano” Alen.
Dall’altra la “037” è ormai al capolinea: con 350 cavalli di massima evoluzione e due sole ruote motrici non può quasi più nulla contro le 4×4 da 450 cavalli ed oltre di Audi e Peugeot. Ed in più a Chivasso pagano il dolore della scomparsa di Attilio Bettega, cui Henri era legato da amicizia ed affetto. Eppure proprio Toivonen aveva battezzato nel migliore dei modi, vincendo un altro RAC nel 1985, il debutto proprio della Delta S4.
Ebbene, quel Montecarlo coronato con un successo, nella prima tappa del mondiale 1986, diventa una sorta di preludio alla consacrazione epica, un primo atto di una cavalcata storica che in molti pensano da subito potrà portare la Casa di Chivasso a soffiare sul collo di Peugeot ed Audi, ma con il giovane Toivonen come miglior interprete elettivo e domatore – più ancora del fido Markku Alen, ormai alla settima Stagione in Gruppo Fiat – delle mostruosità insite nel carattere della nuova Delta.
Mentre nessuno riesce nemmeno a prevedere che quella vittoria al Montecarlo 1986 resterà nella storia dell’ancora ventinovenne e giovanissimo Henri la prima e l’ultima impresa della sua vita nel Principato; ed ancora la sua tragedia, poche settimane, dopo segnerà la fine di un sogno diventato incubo: quello dei mostri da guerra nei Rally con il Gruppo B.
Gruppo B: i motivi di una strana nascita
Come e perché nasce il Gruppo B? Molto semplicemente dalla fusione tra diverse priorità:
1) Interessi dei Costruttori europei “murati” contro la concorrenza nascente dei giapponesi: è stato questo il primo motivo che ha spinto la FIA a “convenire” con i Costruttori europei che i vecchi Gruppi “4” e “5” stavano portando pian piano alla ribalta la sempre maggiore capacità tecnologica dei giapponesi di “derivare” dalle auto di serie delle vere e proprie bombe da Gara. Tutto questo, aggiungo, sommato al fatto che il 1981, ultimo anno prima della riforma, aveva dimostrato benissimo a tutti quanto potesse essere dirompente il ruolo dei preparatori: il Titolo Piloti di Ari Vatanen quell’anno si deve non certo alla Ford inglese, stravolta dagli anni di rivolte sindacali nelle fabbriche, ma dalla sola forza artigianale di David Sutton; segno che le stesse auto giapponesi in mano ai migliori preparatori al mondo (quelli europei) avrebbero prima o dopo ribaltato i piani di forza (per inciso, Sutton porterà al suo palmares diversi anni dopo un mondiale di Gruppo N con la Subaru). A questo punto della perfezione e complicazione , l’unica risorsa per lasciare sul trono i Costruttori senza innescare sgradevoli scalate al vertice era quella dei “pezzi unici”: permettere solo ai Costruttori, con i propri Reparti Corse, di poter creare e distribuire a Squadre e Piloti prototipi concettualmente simili alle vecchie Gruppo 5 ma con il vincolo, politicamente favorevole agli stessi Costruttori, di una piccola serie (200 pezzi identici in un anno più 25 ulteriori per ogni aggiornamento) che “garantiva”con la propria originalità il diritto alla omologazione in Gruppo B. In parole povere: la miniserie da 200 pezzi avrebbe facilitato i grandi Costruttori rispetto ai piccoli sulla partecipazione al Mondiale; l’esperienza dei Costruttori europei rispetto a quelli giapponesi avrebbe fatto la differenza nella concezione delle prime Gruppo B che si affacciarono sulla piazza (basta fare un rapido confronto tra i diversi esemplari omologati dall’inizio del 1982); ma la identità obbligatoria tra modelli da Gara e modelli della miniserie da 200 pezzi forniva anche ai Costruttori la salvaguardia contro i colpi di genio dei Preparatori che, infatti, in maggioranza si dirottarono da subito sul Gruppo A (di cui abbiamo parlato spesso su Autoprove);
2) Ritorno mediatico delle TV che ormai dominavano su tutto: l’effetto di rimbalzo che le televisioni creavano con il crescere dei reportage e degli approfondimenti rendeva necessario “iconizzare” sempre più le rappresentanti in Gara di ogni Costruttore, oltre a renderle più aggiornate rispetto a vecchie Gruppo 4 alle volte appartenenti alla metà degli anni Settanta: per questo le Gruppo B rappresentavano i “codici genetici” di ciascuno dei Costruttori che le presentava.
3) Obbiettivi pubblicitari degli Sponsor che sempre più si affacciavano sul mercato agonistico: quello che rendeva critico il mondo dei Rally rispetto al mondo delle piste, per gli Sponsor, era il rischio “visibilità”: da un lato le livree delle auto troppo derivate dalla serie rendevano lo sponsor più appetibile per il cosiddetto uomo della strada; dall’altro lo spettacolo televisivo garantito dalle Gruppo B sarebbe stato per i Marchi sponsorizzatori un elemento di visibilità in più.
Nel 1982 il nascente Gruppo B dunque “risucchia” i vecchi Gruppi 3, 4 e 5. Senza che Ve li spieghi, consente ai Costruttori davvero forti di investire su “solo” 200 unità costruite entro l’anno di un particolare modello da omologare nel nuovo Gruppo: è la forza tecnica ed industriale e l’esperienza del singolo Costruttore che possono trasformare questo avverbio “solamente” in un eventuale viatico di inferno per gli improvvisati.
Le tabelle parametriche di coefficiente “cubatura/peso massimo” sono però a tal punto lunari da permettere alla neonata Lancia Rally 037 di poter conseguire un peso minimo impossibile per la colossale Audi Quattro. E’tutto qui, credetemi, oltre che nelle frequenti rotture della tedesca rispetto alla Lancia, il segreto di Pulcinella su cui Scamarcio ha perso tempo a fare un film.
Dal 1984 la musica cambia, in peggio, per la 037. Arriva Peugeot 205 T16, a mio avviso la vera “First Lady Gruppo B”.
Nel 1985 sempre peggio con la 037, per arrivare infine alla Delta S4 che debutta e vince l’ultimo rally di Stagione.
Nel frattempo in solo quattro anni dalla nascita del Gruppo, si allunga tragicamente la lista degli incidenti. Mai, precedentemente, si era inanellata una serie negativa del genere.Coinvolti piloti, meccanici, spettatori; ferite gravi che solo per miracolo non sfiorano la tragedia irreparabile, e soprattutto la percezione che tutto sia sfuggito di mano.
Tour de Corse 1986: il palcoscenico dell’ultimo orrore
Corsica 1986, Tour de Corse. Un classico che, nel tempo, è passato da appuntamento europeo (tra il 1970 ed il 1972) a tappa mondiale da 1973. Il crescere delle potenze e delle prestazioni è stato spesso “paludato” dalla ricerca di specialisti del territorio e dalla alternanza nelle presenze tra i diversi top driver.
Dal primo Tour de Corse ammesso per il Titolo Mondiale a questo del 1986 passano 13 edizioni con un albo d’oro in cui la Lancia è socia di maggioranza (sette centri, cinque con la Stratos e due con la 037), la Renault è a “due e mezza” (doppietta di Jean Ragnotti con la R5 Turbo e Maxi, ma anche Alpine Renault nel 1973), Fiat a due centri con la “131” ed a chiudere appunto Porsche ed Alpine Renault. L’arrivo della “037 Rallye” nell’armamentario Lancia ovviamente porta Chivasso al Top delle potenziali vincenti lungo un tragitto di asfalto contorto e con curve a spigolo, in un contesto dominato dai continui “tiro-rilascio” e da dislivelli terribili nell’arco di poche centinaia di metri.
Uno scenario che privilegia più la combinazione “motore dietro+peso e misure contenute + massima elasticità del motore” che non l’algoritmo devastante di Peugeot ed Audi: 4WD+potenza mostruosa+ peso importante”.
La differenza la rende il tempo, mano a mano che i piloti Audi prima e poi quelli di Poissy nelle diverse edizioni combattono alla fine più con la propria stanchezza che non contro la concorrenza.
Lancia 037 e Markku Alen sono stati i mattatori delle edizioni ’83 ed ’84. Inutile per gli altri stare dietro a quel grillo capace di saltare come una pallina da flipper sulle strade della Corsica. Eppure il dramma era sempre dietro l’angolo.
Nel 1982 Attilio Bettega, al debutto sulla 037, aveva letteralmente strappato la ruota ed il braccio della sospensione anteriore sinistra battendo ad alta velocità contro uno spuntone di roccia che sporgeva a bordo carreggiata. La parte anteriore in tubolare della berlinetta torinese si era accartocciata, intrappolando le gambe di Attilio e costringendo i soccorritori a smembrare letteralmente muso ed avantreno per liberare il pilota.
Purtroppo Bettega ha un disegno del destino tragico ed irreversibile con il Tour de Corse: in quel 1985 cade vittima di un tragico incidente nel quale dopo un salto nella boscaglia fuori del manto stradale la sua “037” si schianta contro un albero tagliandosi in due: il colpo più diretto e letale sorprende Attilio, mentre il suo copilota rimane ancorato alla “parte” di berlinetta che finisce la sua corsa nel prato, rimanendo vivo.
La tragedia impone alla Squadra Lancia ufficiale di ritirare la sua partecipazione, con Alen e Toivonen concordi nel fermarsi in segno di rispetto.
Tour de Corse 1986: in Portogallo Santos con la Ford RS200 finisce contro una barriera di spettatori a bordo pista. E’ davvero troppo, la situazione di ingovernabilità delle Gruppo B è ormai manifesta. I Piloti avviano uno sciopero bianco, e dunque in tanti – incluso Henri – rinunciano a fare bottino lasciando illustri comprimari come Moutinho o Carlos Bica a godere in modo un poco squallido degli onori della Classifica e della Stampa. Purtuttavia nella testa mondiale prima del Via in Corsica Toivonen è buon terzo dopo Kankkunen (Peugeot 205, 36 punti) e il compagno di bandiera Alen (27 punti): Henri è a pari punti con Waldegaard e con il suddetto ignoto Moutinho, in quella posizione per puro caso.
Può concorrere alla grande per il Titolo, e probabilmente non sarà ostacolato da eventuali giochi di squadra: questo per Henri può essere l’anno buono, e lui ci dà dentro. Ad ogni PS e trasferimento mostra i segni della stanchezza e del dolore fisico, ma va avanti. Dicono che soffra anche dei postumi di una forte influenza, ma le sue prestazioni sono lunari, in quel Tour de Corse, e lo portano facilmente alla testa provvisoria della Classifica. Stralci di interviste e di recensioni tuttavia danno di Henri l’immagine del Campione che pur non risparmiandosi non può fare a meno di stigmatizzare il collo di bottiglia nel quale tutto questo palcoscenico sta per infilarsi. Henri in alcune battute lamenta la eccessiva durata dello sforzo al volante, il rischio fisico e mentale. E senza mezzi termini si lascia andare a giudizi forti: qui, tra rocce e strapiombo, un errore di centimetri mette a rischio l’incolumità delle persone. E purtroppo, la sua è una visione terribilmente reale.
Corsica, 2 Maggio 1986: intorno alle tre del pomeriggio le comunicazioni radio e le notizie che qualche pilota porta con sé ad ogni sosta sono terribili: Henri e Sergio sono volati giù, dalla strada allo strapiombo. Il contenuto di benzina, esploso in un rogo a causa del serbatoio spaccato in uno degli urti conseguenti al volo, ha attizzato la Delta S4 come un cerino. In pochi secondi tutto è stato avvolto e consumato dalle fiamme. Per i due piloti stretti alle cinture non c’è nulla da fare o sperare. E’ finita. Come lo sarà per tutto il Gruppo B, dal 31 Dicembre del 1986.
Il 25 Agosto di quello stesso anno la moglie di Henri ed i loro due bambini festeggeranno nel solo ricordo e nel dolore il trentesimo compleanno di un Campione che il destino ha portato via troppo presto.
Nel 2001, Fiat e Pininfarina realizzano una versione aperta della Multipla, trasformando la monovolume compatta in un’auto da spiaggia atipica. Questa creazione dedicata a Gianni Agnelli, oggi esposta a Torino, compie quindi 25 anni. Il defunto Giovanni “Gianni” Agnelli, che per tutta la seconda metà del XX secolo presiedette il gruppo Fiat ereditato dal nonno e omonimo, era noto per ordinare ai suoi marchi e ai loro partner auto configurate su misura.
Nel 1956, Pininfarina gli consegnò una Fiat 600 Multipla “da spiaggia” battezzata Eden Roc. Questo modello era privo di tetto e dotato di rivestimenti interni in legno che ricordavano gli yacht Riva.
Nel 2001, in occasione dell’80° compleanno di Agnelli, Fiat e Pininfarina decisero di immaginare una nuova Eden Roc (denominata proprio Eden Rock 2) sulla base della Multipla dell’epoca. Questo monovolume compatto cabriolet unico nel suo genere compie quindi 25 anni. Come la prima Eden Roc, anche questa Multipla è priva di tetto e porte. Queste ultime sono sostituite da portici in legno. Tuttavia, al posto di ogni montante centrale è stato aggiunto un mezzo pilastro traforato per garantire un minimo di rigidità. Il sedile anteriore a tre posti è stato mantenuto, ma non quello posteriore, sostituito da una piccola panca il cui schienale si trova su quello che prima era il portellone. Questa trasformazione consente di liberare un ampio spazio per i passeggeri posteriori. Una selleria in pelle color crema e una moquette abbinata rivestono l’abitacolo, che guadagna anche inserti in legno. Per quanto riguarda la carrozzeria, si opta per una tonalità grigio chiaro metallizzato.
IL MODELLO UNICO
Il design dell’auto è realizzato in particolare da Maurizio Corbi, allora designer presso Pininfarina.
La Fiat Multipla Eden Roc II non è mai stata utilizzata. Oggi è esposta al Centro Storico Fiat di Torino, in Italia. Per quanto riguarda la Multipla “tout court”, tanto derisa per il suo stile quanto apprezzata per il suo design interno, è ancora nella mente di tutti alla Fiat a più di 15 anni dal suo ritiro dal mercato.