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Nuova BMW Serie 3 2026: Rendering Totale

La nuova BMW Serie 3 è apparsa in nuove foto spia con motori a combustione interna.

La BMW Serie 3 è stata presentata per la prima volta nel 1975 (la prima generazione aveva l’indice E21) ed è il modello di maggior successo dell’azienda. Oggi è già alla settima generazione, la cui anteprima ha avuto luogo nell’autunno 2018, e nel 2022 il modello ha subito un restyling programmato. È giunto il momento di cambiare generazione e sulle strade sono già stati avvistati più volte i prototipi della nuova “tre”. All’inizio si trattava di modelli completamente elettrici, di cui abbiamo realizzato i rendering il mese scorso, mentre ora abbiamo la possibilità di vedere anche la berlina tradizionale.

I prototipi elettrici della Serie 3 hanno leggermente sconcertato per le proporzioni dell’assetto anteriore, insolite per questo modello. Fortunatamente, il modello con motore a combustione interna avrà una carrozzeria originale, le cui proporzioni saranno quelle classiche delle berline BMW: cofano lungo, sbalzo anteriore corto e ampia distanza tra l’asse anteriore e le portiere (il cosiddetto “distanza di prestigio”). Per il resto, il design sarà simile alla versione elettrica, realizzata nello stile Neue Klasse. Nella parte anteriore appariranno ampie “narici” della griglia (in questo caso dovrebbero essere reali, mentre nella versione elettrica ci sarà un tappo decorativo), visivamente unite ai fari. Si intravede già la grafica delle luci di posizione a LED, che consistono in una coppia di strisce inclinate, come nel crossover iX3. Da esso saranno riprese anche le maniglie delle porte a scomparsa e lo stile generale dei fanali, che avranno però una grafica originale. Per la prima volta nella storia del modello, la nicchia della targa non sarà posizionata tra i fanali, ma nella parte inferiore del cofano del bagagliaio (ad eccezione della primissima generazione, in cui la targa posteriore era fissata sul paraurti).

Rendering Kolesa.ru

DATI TECNICI

La nuova BMW Serie 3 sarà costruita su una versione modernizzata dell’attuale piattaforma CLAR. Si può contare su un’ampia scelta di motori a benzina e diesel, mentre la versione “civile” top di gamma sarà la M350, che avrà un motore turbo da 3,0 litri con una potenza di circa 420 CV e sostituirà la versione da 382 CV M340i. Una caratteristica esterna di questa versione saranno i quattro tubi di scarico rotondi, come mostrato nel nostro rendering.

L’anteprima della nuova BMW Serie 3 è attesa per metà 2026.

Ursula attenta all’Alcool: incognita Biofuel nello Step di revisione 2026

L'Unione europea blocca Diesel e Benzina dal 2035

Bruxelles, come tutte le altre realtà del mondo, si avvicina alla fine di questo 2025. Sarà tra una decina di settimane, certo, ma mai come di questi tempi è meglio essere tempestivi e preventivi.

Dopo l’ultimo crollo in Borsa incrociato con un preannuncio “elettrizzante” (quello della Ferrari che, data alla Stampa la notizia della prossima Full electric del Cavallino ha visto in 12 ore bruciata una quantità di denaro in Borsa che non si vedeva dal Crack Lehman) la dura realtà europea del rapporto tra Automotive e decarbonizzazione ci richiama all’allerta e deve per forza ritrovare un filo conduttore dentro una agenda davvero articolata e complessa.

Quando al Salone di Parigi di Ottobre 2022 Tavares e Luca De Meo (ancora in Renault) denunciavano l’aggravamento di costi in ricerca ed industrializzazione per adeguare motorizzazioni e piattaforme ai nuovi limiti dell’Euro 7 mentre la Commissione Europea su “Fit for 55” prefigurava la fine della produzione e commercializzazione dei motori endotermici alla data del 2035, si faceva spazio da una Germania – non ancora allo sbando come (pare) si vuole mostrare oggi – la proposta che sembra incardinare la svolta sulle politiche “green” dei prossimi anni dentro all’Unione: 

la prerogativa di uno “step di revisione”, cristallizzato dal dispositivo del Regolamento 2023/851; secondo questo, nel corso del 2026 la Commissione, dovrà valutare sulla base delle relazioni biennali, un eventuale riesame dell’efficacia e dell’impatto in termini di sostenibilità sociale ed industriale, anche, gli obbiettivi del regolamento; e sulla base del riesame dovrà presentare al Parlamento europeo e al Consiglio una relazione contenente i risultati del riesame. Temi fondanti del riesame saranno in particolare i progressi compiuti nel conseguire gli obiettivi di riduzione contemplati all’articolo 1, paragrafo 5bis, (cioè l’obbiettivo di ridurre del 100% le emissioni dal 1° gennaio 2035) tenendo conto degli sviluppi tecnologici, anche per quanto riguarda le tecnologie ibride ricaricabili, e dell’importanza di una transizione economicamente sostenibile ed equa dal punto di vista sociale verso l’azzeramento delle emissioni.

Parola d’Ordine: Rivedere. Si, speriamo di non rivedere gli obbrobri politici degli anni scorsi

Prima di continuare la sintesi dei passaggi chiave della questione, cerchiamo di rendere chiaro il mutamento di panorama che soprattutto alle poltrone di Bruxelles si è appalesato in pieno contrasto tra la dimensione sociopolitica attuale e quella di solo tre anni fa.

All’epoca un rimbamBiden di ex Presidente degli Stati Uniti aveva semplicemente reso più ridicola e perniciosa la macchina da guerra elettrofila negli Stati Uniti, con effetti che l’Automotive statunitense continua a pagare; questo appoggio politico di una amministrazione che gli americani oggi fanno fatica persino a pensare di aver portato alla Casa Bianca quattro anni fa è evidentemente finito, o meglio è stato contraddetto da una figura guida ben diversa – quanto a opinione sulle auto elettriche – da Donald Trump. Che, calcando la mano, si è letteralmente espresso contro la politica Green dell’Europa (la decarbonizzazione è una truffa, sue testuali parole) ed ha questa estate letteralmente “schienato” la dolce e inerme Ursula sul campo da gioco della politica estera verso l’Ucraina e la politica di riarmo europea; e sul campo del commercio mondiale con i Dazi e l’asse di accordo commerciale USA/UE. 

Dobbiamo ammettere che la Ursula Von der Layen che si è presentata da allora nel palcoscenico mediatico e pubblico come rappresentante primaria dell’Unione è una donna e una Presidente molto meno incisiva, bisbetica, e permetteteci di dire anche molto meno spocchiosa. 

 

Una donna ed una politica che anche nella recente assise sullo stato dell’Unione ha proposto in modo molto più timido e amichevole decisioni e progetti anche legati all’Automotive (vedi la proposta di minicar BEV paneuropea); e forse una Leader davvero azzoppata dalla perdita di carisma internazionale.

E’ probabilmente più che un caso il fatto che da almeno un semestre l’Automotive europeo sia stretto da un quadrilatero di problemi pronti ad esplodere: la nuova panoramica del commercio mondiale dopo la stretta dei Dazi di Washington; la crisi di due modelli europei in economia e nell’Automotive (Germania e Francia); la nuova posizione dominante degli Stati Uniti che sta opponendo alla Unione una serie di “Contro-programmi” su Ucraina, decarbonizzazione, politiche energetiche, flussi commerciali mondiali; ed infine l’effetto “sponda” che il nuovo peso politico internazionale americano genera sui rapporti tra UE e mercati e continenti per noi commercialmente e finanziariamente fondamentali: Cina ed Asia, Sudamerica, Medio Oriente, Africa.

 

E questo cosa c’entra con lo Step di revisione voluto dai tedeschi nel 2026? Provo a spiegarlo

In primo luogo l’esercizio del “dubbio cosciente” da parte della Commissione di Bruxelles è anche l’effetto della serie di critiche e di opposizioni da parte di media, Stakeholder e Costruttori su una strategia “punitiva” della decarbonizzazione contro i motori endotermici, di fronte all’evidenza che a pagare lo scotto maggiore sono proprio i Costruttori europei ed il mondo dell’aftersales e della componentistica

E sul punto è stato proprio il Paese più critico ed euroscettico, la Gran Bretagna, a menare le mani in forma più libera rispetto ad altre platee: il Financial Times lo scorso inverno ha documentato una ricerca della Associazione dei Suppliers Automotive europei (CLEPA) dove si lamenta la perdita nel Continente di oltre 30.000 posti di lavoro nella componentistica nell’anno 2024, con un saldo quinquennale di meno 60.000 posti dal 2020. E se non bastasse questo, è arrivata l’America a prenderci a sberle. 

Dunque un cambio di paradigma che fa i conti non solo con la linea di opinione di Washington sull’elettrico ma anche con due ulteriori fattori: la dimensione endogena dell’Unione rispetto alle risorse necessarie alla rivoluzione elettrica; e poi del cambio di assetto nei rapporti tra Cina ed Europa, in particolare tra Cina e Germania.

Erano i primi anni post Crack Lehman, Vi ricordate? La Germania era salita tempestivamente fin dalla fine degli anni Novanta sul treno che portava alla Camera di Commercio di Pechino per avviare decine e decine di JV e partnership industriali. Ed alla data del 2018, crescendo progressivamente e con percentuali molto superiori alla media degli altri paesi europei, l’import tedesco in Cina era pari al 44% del valore di tutti i beni e servizi esportati verso il Paese del Dragone dalla intera UE. Ci siamo capiti? 

 

Ed ovviamente per la Germania la parte del Leone la facevano l’Automotive, l’elettronica e ovviamente la meccanica in generale.Ma se dai 95 miliardi di Euro esportati dalla Germania verso la Cina siamo passati lo scorso anno a meno di 60, e’ evidente che tra Aquila e Dragone i rapporti si sono davvero congelati. 

 

Sarà mica perché, rimasti buggerati soprattutto dallo Shadowbanking cinese – peggiorato dal Crack Lehman – e dalla bolla di veri e propri colossi come Evergrande, i tedeschi hanno ripiegato sulla più affidabile – nel lungo termine – area africana dove tuttavia la Cina aveva investito fior di miliardi di Dollari non certo per mera filantropia? 

Boh, il tempo ce lo dirà: ma se nell’ultimo anno la Germania “Deutsch Elektrik Uber Alles” si è sentita in dovere di dichiarare: “Scusate, siamo stati dei fessi: ci siamo sbagliati, evviva evvival’endotermico, e quasi quasi ci rimettiamo di nuovo in tiro con il Diesel”, è evidente che la resa e il dietrofront non è solo quello tedesco sull’elettrico ma quello di Bruxelles sul profilo della Germania come Brand Ambassador dell’Unione in giro per il mondo.

La Germania, molto semplicemente, ha toppato. 

La decarbonizzazione europea che non è più la Germania a dettare agli altri

E l’Europa tutta con lei. Ed ora il fronte di tensione “sottotraccia” la politica di Bruxelles comincia ad intravederlo con gli USA: per effetto dei dazi americani e della politica protezionista avviata dalla stessa Unione contro gli aiuti di Stato alle imprese esportatrici nel Continente, il “rosso” commerciale nei confronti della Cina si è acuito, ed è il momento di tornare a proteggere il mercato interno dal lato della concorrenza estera ma anche lavorando per risanare Società ed Industria in piena crisi.

Su questo ogni Paese, ogni Associazione di Costruttori, Assemblatori, Suppliers e Stakeholders diversi parlano a Bruxelles con la stessa lingua: “SI” alla neutralità tecnologica, “SI” a maggiori spiragli a favore delle alimentazioni alternative, “SI” alla revisione della marcia forzata e “NO” alla tagliola endotermica al 2035; anche perché, ai ritmi con cui fino ad oggi si è diffusa la presenza delle BEV da dieci anni di propaganda favorevole anche nei periodi in cui per contro contro l’endotermico sono partite le contraeree mediatiche e politiche, è chiaro che la fine dell’endotermico al 2035 porterebbe a due sole conseguenze opposte: o alla fine dei consumi sul mercato Automotive; oppure alla esigenza di approvvigionarsi presso l’unico mercato in grado di coprire ogni tipo di domanda. 

Cioè la Cina. E mi pare inutile approfondire ulteriormente il pericolo di ciascuno di questi due scenari opposti, così come mi pare sensato fin qui spiegare le questioni in ballo senza la prosa buonista o pleonastica di buona parte dei mass media e dei commentatori “filogovernativi” verso Bruxelles. 

La questione, dal Primo Gennaio 2026, sarà quella dunque di riprogrammare e rimodulare la corsa alla decarbonizzazioneeuropea secondo un quadro di mercato interno che proietta questi scenari:

​-Una impercorribilità della abolizione totale dell’endotermico dal 2035;

​-Un potenziale ritorno al vantaggio dell’approvvigionamento fossile per il plausibile calo dei prezzi di Gas e Petrolio anche e soprattutto per la previsione di un alleggerimento dei fronti di guerra in MedioOriente e sul fronte russo-ucraino;

​-Un effetto shock della guerra dei dazi sul commercio mondiale con un ritorno all’approvvigionamento autarchico;

​-Una stagnazione economica ed industriale del Vecchio Continente ancora per diverso tempo;

-La reale esigenza che la riduzione del Footprint generale deve essere su tutta la filiera produttiva dell’industria dell’Auto europea: produzione, end of life, postvendita, logistica.

Con prospettive del genere è difficile che la Commissione possa ritenere che il percorso verso la decarbonizzazione declinato fino perlomeno a tre anni fa sia socialmente sostenibile e sopportabile economicamente per la massa degli europei. Motivi sufficienti dunque per rivedere gli obbiettivi dell’Art.1, paragrafo 5 bis del Regolamento 2023/851; e per stabilire una nuova Road map in cui la composizione del Parco circolante europeo nel medio termine non vedrà quote preponderanti di BEV, in cui la presenza di Hybrid crescerà progressivamente ma da cui azzerare il motore endotermico puro è un sogno e basta.

Ed ecco perché, dalla Revisione del 2026 potrebbe uscire dal mazzo la serie di carte al momento in mano all’industria europea per un processo di decarbonizzazione decisamente “Low Profil” ma anche più concreto e meno campato in aria: tra processo di controllo della “end of life” e da recupero e rigenerazione si può ricavare parecchio in termini di decarbonizzazione, così come dalla revisione dei processi industriali; e così come si può imparare parecchio dalla lezione brasiliana in tema di carburanti alternativi. Che, senza più la pressione velleitaria e inconcludente della Germania, non possono più essere solo gli attualmente inarrivabili “e-fuels” a base di Idrogeno ma devono per forza ricomprendere nella loro azione – su Hybrid ed endotermici – anche i famigerati Biocarburanti, per diverso tempo rimasti in ombra coperti dal miraggio degli e-fuels – fatti di carburante fossile con addizione di componenti vegetali.

2026: dall’onirico “Efuel” all’ambizioso “Biofuel”? Quali limiti per l’Europa?

E se tutto questo è nei programmi della Commissione e ad un orizzonte di solo un anno e mezzo dalla fine del 2026, due cose sono evidenti ed in contrapposizione tra loro a meno che lo step di revisione non sia rimandato al futuro: o si arriverà al superamento della sola opzione “efuel” per inefficacia del provvedimento (visto che al momento non esiste alcuna via – esente dal contributo pubblico europeo per ridurre il prezzo alla pompa – che possa far immaginare un prezzo alla portata della massa; e che anche la potenziale quantità producibile al momento nelle strutture che hanno iniziato a lavorare su questo è omeopatica rispetto al consumo richiesto oggi nel mondo con i combustibili fossili); oppure la revisione prevista per il 2026 porterà ad un ennesimo stallo normativo a Bruxelles con rimando a tempi indefiniti.Insomma, per farla breve: un altro miraggio o delirio di (im)potenza dell’Automotive tedesco che solo fino a tre anni fa declinava le sue meravigliose e inesorabili sorti con l’E-fuelmagnificando gli impianti promossi da Porsche in Cile (a Punta Arenas) che alla data odierna ci è sconosciuto nei risultati e nei volumi produttivi; a meno di non voler considerare tuono una mera puzzetta post prandiale, i numeri a noi noti rilanciati dal Web parlano ad oggi di 130.000 litri di e-fuel all’anno (e 350 tonnellate di e-metanolo, secondo noi più interessante come tema…) con previsione (o ipotesi??) di medie pari a 55 milioni di litri entro la fine del decennio in corso e proiezione di 550 milioni di litri dal prossimo decennio. 

Già, ma si diceva anche dieci anni fa che la Germania sarebbe diventata un colosso dell’Industria elettrica mondiale. Invece, nisba. In fondo, il problema storico dei tedeschi da Weimar in poi è la corrispondenza tra proclami e conquiste reali. Sempre là il problema. Peccato che sui proclami più impegnativi la Nazione dell’Aquila finisca spesso per portare rogna soprattutto ai vicini di Continente.

E piu’ in generale la questione dell’approvvigionamento e della piena distribuzione degli e-fuel al momento rimane davvero sulla carta: andate a vedere la lista degli impianti censiti dalla Associazione di categoria “efuel alliance nella loro webpage(Link) per intuire quanta poca parte di domanda potenziale (in termini di benzina fossile ordinaria) potrebbe intercettare la produzione mondiale attuale di e-fuel.

Di cui solo si conosce la proiezione di prezzo più favorevole “sparata” in varie piattaforme fino ad almeno lo scorso anno, con una quotazione variabile da 4 a 10 Euro al litro, ma come ripeto parliamo di mere proiezioni, ed al momento stime plausibili e correttive al ribasso non se ne conoscono.

Dunque, in attesa che il candidato efuel si ripresenti per gli esami di riparazione più “attrezzato” la soluzione dei carburanti sintetici a base di Idrogeno resta oggi sicuramente la più efficace e radicale in tema di emissioni; ma resta anche talmente relegata su numeri ridotti da essere alla fine ben poco influente nel breve termine sul processo di decarbonizzazione necessario a conseguire risultati tangibili.

Dunque, rimando a tempi migliori in attesa che BEV da un lato e opzione Hybrid con endotermico alimentato ad efuel diano come somma grandi numeri degni di essere presi in considerazione?

Se nel 2026 la soluzione della Commissione Europea e della politica di Bruxelles fosse un ennesimo giro da gioco dell’oca (si riparte dal via) noi riteniamo che il Vecchio continente sarebbe oggetto di satira e frecciate politiche ben peggiori di quelle che lo attraversano oggi 

Se al contrario l’azione di decarbonizzazione deve essere più concreta, tempestiva, per quanto vista al ribasso e con una road map europea molto più lunga di quella perentoria e velleitaria che porta ancora oggi alle tre date canoniche del 2030, 2035, e 2055;beh, allora il listino del Pret a porter energetico della vecchia Europa può parlare da subito con tre voci distinte: GNL e Biogas, Biodiesel, Etanolo e Metanolo per benzine fossili commerciali.

Come ben sanno i nostri fedelissimi, Autoprove non è una piattaforma evangelizzata o “corruttibile”: descriviamo il mondo commerciale e tecnologico del comparto Auto senza seguire correnti, e cercando di spiegare ai pochi fortunati che ci seguono che questo mondo non funziona a correnti o mode, semplicemente. 

Purtroppo il nostro modulo informativo e divulgativo non è così diffuso come spereremmo. Detto questo, da tempo affermiamo che l’Europa governata dalla politica “New Age” di Bruxelles fa un poco la figura imbarazzante della trattoria romana tipica a Porta Capena (Roma) che improvvisamente si dà al Tofu ed alle alghe per motivi universalmente salutistici. Ottiene ovviamente una hola di ammirazione sui Social ma fondamentalmente finirà per fallire, perché ha intrapreso un percorso estraneo alle sue radici e ha contemporaneamente sputtanato la sua tradizione.

 

La assenza di difesa da parte di Bruxelles del suo prodotto alternativo “didascalico” alla benzina (il Gas naturale) ha affossato anche il comparto di eccellenza del Biogas ottenuto da scarti organici e RSU, e non ha solo portato i Costruttori europei ad azzerare la disponibilità in Gamma di prodotto originariamente predisposto a Gas

Per questo un anno fa eravamo ad Ecomondo ad intervistare i player di settore del Biometano e del GNL.

Per quanto riguarda un nostro vecchio pallino, cioè il biocarburante (benzine e Gasolio addizionati di componente etilica ed agricola) abbiamo più volte in questi anni tenuto alto il livello di attenzione, e per spiegare meglio questo ultimo Post conviene solo che io Vi ricordi il Link del pezzo che denuncia anzitempo un rischio per gli automobilisti europei: 

 

e che cioè per amplificare e valutare il risultato di massa della eventuale adozione di Benzina “E” con percentuale superiore al 25% di componente etilica e di Gasolio “B” con componente superiore al 10% si possa arrivare ad una stretta nel breve termine dei combustibili fossili commerciali per sperimentare quote maggiori di componenti agricole. 

Il problema? Secondo studi diversi e tutti di un certo spessore, a seconda dell’incremento percentuale di quota vegetale di benzina e Gasolio la percentuale di parco auto circolante condannato a problemi certi e anche molto seri rischia, soprattutto per la parte più vecchia, di diventare molto ampia. E questo porterà una larga fetta di automobilisti europei a dover adottare soluzioni tecniche di backup (centraline di middleware, sensori, nuovi impianti di iniezione, etc..) che oggi, scelte liberamente, hanno un costo popolare; e che una volta imposti da nuove normative diventeranno irragiungibili. Insomma, liberare l’Europa dal Carbon Footprint continuerà, anche con l’allungamento di vita dell’endotermico, a costare parecchio agli europei. E su questo punto la cosa, a noi di Autoprove, comincia un poco a puzzare di fregatura.

Ma su questo Vi lasciamo ad un pezzo che abbiamo per tempo pubblicato ( Link) per confermare – se ve ne fosse ancora bisogno – che forse Autoprove ha di nuovo visto lungo ( Link).

Anche sull’alcool che il sottoscritto, a differenza di chi siede a Bruxelles, apprezza per tutt’altri motivi.

Riccardo Bellumori

Nuova Porsche Cayenne elettrica: i dati Tecnici

Ecco i dati tecnici della nuova Porsche Cayenne elettrica, che secondo quanto dichiarato sarà presentata tra poche settimane. Dopo averci mostrato in anteprima gli interni del SUV completamente elettrico, la casa automobilistica tedesca si concentra ora sulla tecnologia ad alta tensione presente nel gruppo motopropulsore.

Secondo l’azienda, la Cayenne Electric è costruita su una versione aggiornata della Premium Platform Electric (PPE) con un’architettura elettrica a 800 volt, simile alla Macan Electric. La batteria agli ioni di litio è integrata nella struttura del veicolo nel pavimento ed è composta da sei moduli intercambiabili e 192 celle a sacchetto di grande formato.

Rispetto alla batteria Taycan di seconda generazione, il rapporto tra le celle e l’alloggiamento della batteria è migliorato del 12%, con conseguenti vantaggi in termini di peso e ingombro. Una struttura in alluminio appositamente sviluppata protegge le celle assorbendo l’energia in modo mirato in caso di impatto.

Le celle sono dotate di un anodo in grafite-silicio e di un catodo in nichel-manganese-cobalto-alluminio (NMCA). Porsche afferma che l’elevato contenuto di nichel dell’86% garantisce la massima densità energetica, mentre il silicio nell’anodo migliora la ricarica rapida e l’alluminio aumenta la rigidità della struttura della cella. Il risultato di tutto questo lavoro di chimica è una densità energetica superiore del 7% rispetto all’attuale batteria Taycan, con la batteria della Cayenne Electric che ha un contenuto energetico lordo di 113 kWh.

Questo dato sembra incoraggiante, soprattutto se si considera che Porsche dichiara un’autonomia WLTP combinata di “oltre 600 km”. Prima di questo annuncio, i giornalisti negli Stati Uniti hanno guidato i prototipi per oltre 563 km con una singola carica della batteria alla velocità massima consentita di 113 km/h.

IL MODELLO SPARTIACQUE

Con un sistema a 800 volt, la Cayenne Electric è in grado di ricaricarsi rapidamente in corrente continua fino a 400 kW. Si dice che questo permetta di ricaricare la batteria dal 10 all’80% in meno di 16 minuti, con un’autonomia di 300 km aggiuntiva dopo soli 10 minuti di ricarica.

Porsche sottolinea che la velocità di ricarica rimane costantemente tra 350 e 400 kW fino a circa il 50% dello stato di carica. In parole povere, la Cayenne Electric è in grado di mantenere un elevato livello di potenza di ricarica per un periodo di tempo considerevole, cosa che non sempre avviene con i veicoli elettrici (EV).

Ancora più impressionante è il fatto che questa curva di ricarica rapida ottimale è ottenibile a partire da una temperatura della batteria di soli 15 gradi Celsius, apparentemente inferiore rispetto al passato e più robusta in condizioni reali, dove il clima cambia durante l’anno. Nei mercati in cui sono presenti solo stazioni di ricarica a 400 volt, il SUV può ricaricarsi fino a 200 kW senza bisogno di un booster aggiuntivo

A gestire la termica della batteria e a garantire che funzioni in un intervallo ottimale è un sistema di raffreddamento che regola la temperatura della batteria sia dall’alto che dal basso. Porsche afferma che la capacità di raffreddamento corrisponde a circa 100 grandi frigoriferi domestici e che per la prima volta utilizza ventilatori a pressione ad alta efficienza energetica che consumano il 15% di energia in meno rispetto ai ventilatori a aspirazione convenzionali.

Un altro sistema termico è il nuovo Predictive Thermal Management, che collega i circuiti di raffreddamento e riscaldamento del veicolo e li gestisce continuamente in relazione all’ambiente e al profilo di guida. La sua missione è quella di mantenere la batteria a una temperatura ottimale in ogni momento, lavorando anche in stretta collaborazione con il Charging Planner potenziato.

Porsche ricorda inoltre che la Cayenne Electric sarà offerta per la prima volta con un sistema di ricarica wireless.

Da Chery la batteria allo stato solido da record

Chery è l’ultima casa automobilistica ad aver aderito alla corsa alle batterie allo stato solido, presentando un prototipo di pacco batterie in grado di portare l’autonomia reale di un veicolo elettrico a 1.300 km (808 miglia). Non dovremo aspettare molto per vedere questa tecnologia in azione, poiché la produzione pilota è prevista per il prossimo anno, seguita dal lancio nel 2027.

Sviluppato dal Chery Solid-State Battery Research Institute, il nuovo pacco batterie utilizza un sistema di elettroliti solidi polimerizzati in situ combinato con un catodo al litio ricco di manganese.

L’azienda cita una densità energetica notevole di 600 Wh/kg, che è circa il doppio di quella che possono fornire le celle non allo stato solido di fascia più alta provenienti dalla Cina.

Si dice anche che il pacco allo stato solido di Chery sia molto più sicuro delle batterie più tradizionali, continuando a funzionare normalmente anche dopo essere stato perforato da chiodi e trapani.
La composizione chimica elimina completamente il rischio di surriscaldamento, il che significa che il pacco può essere immerso in acqua e continuare a funzionare.

LO SVILUPPO

Chery non ha fornito alcuna indicazione sulla velocità di ricarica della sua batteria all’avanguardia, ma dovrebbe essere più veloce dei tradizionali pacchi LFP e NMC più comunemente utilizzati negli attuali modelli di veicoli elettrici.

I dettagli della nuova batteria sono stati resi noti durante un summit in cui Chery ha anche rivelato di aver venduto più di 2 milioni di auto, con vendite in Europa più che raddoppiate a 145.000 unità.

Il Gruppo Chery ha inoltre mantenuto la sua posizione di marchio cinese più venduto all’estero per il 22° anno consecutivo.

Anche il principale rivale BYD sta lavorando alacremente alle proprie batterie allo stato solido. All’inizio di quest’anno, ha annunciato che i suoi pacchi allo stato solido saranno pronti per i suoi veicoli elettrici di fascia media e alta nel 2027, prima di essere introdotti su modelli più accessibili tra il 2030 e il 2032.

BYD ha fornito poche specifiche tecniche sulle sue celle, ma senza dubbio sarà desiderosa di eguagliare Chery.

Nuova BYD Atto 2: la plug-in DM-i

La domanda di veicoli elettrici è talmente bassa che persino BYD, leader di mercato, ha dovuto inserire un motore a benzina in uno dei suoi SUV elettrici più popolari per rilanciare le vendite.

Quella che vedete è la prima foto ufficiale dell’Atto 2 DM-i, una versione ibrida plug-in del crossover del segmento B che sarà presto in vendita in Europa.

I dettagli sono ancora scarsi, ma la casa automobilistica cinese ha confermato due varianti, ciascuna con potenze, dimensioni delle batterie e autonomie diverse. Nella versione top di gamma, la DM-i offrirà fino a 90 km di autonomia elettrica secondo il ciclo WLTP, che si traduce in un’autonomia totale di 1.020 km.

In confronto, l’Atto 2 elettrica ha un’autonomia totale media di 345 km nel ciclo WLTP grazie alla sua batteria Blade al litio ferro fosfato (LFP) da 51,13 kWh. Il Regno Unito, tuttavia, offre un’opzione più grande da 64,8 kWh che può percorrere 430 km con una singola ricarica.

DATI TECNICI E MOTORI

Ci si aspetta che l’auto condivida il suo propulsore Dual Mode-Intelligent, orientato all’efficienza, con la Seal 6 DM-i (da non confondere con la Seal 6 EV venduta qui, che non ha alcuna relazione con essa), composto da un motore a quattro cilindri da 1,5 litri ad aspirazione naturale con ciclo Atkinson e da un motore elettrico anteriore. Nella berlina/station wagon, il modello base produce fino a 184 CV (135 kW) ed è abbinato a una batteria LFP da 10,08 kWh, mentre il modello di punta abbina un motore più potente da 212 CV (156 kW) a un pacco LFP da 19 kWh.

A giudicare dall’unica immagine fornita, non è cambiato molto rispetto alla versione puramente elettrica, fatta eccezione per l’ovvio tappo del serbatoio della benzina sul parafango posteriore sinistro. L’aggiunta di un motore a combustione ha reso necessario l’installazione di una presa d’aria centrale più grande che elimina la striscia di colore della carrozzeria a forma di U rovesciata dell’EV, e c’è un design diverso per i cerchi in lega grigi da 17 pollici.
La BYD Atto 2 DM-i farà il suo debutto mondiale in Lussemburgo all’evento Fleet Europe Days questa settimana, mentre la stampa europea potrà vedere da vicino l’auto a novembre. Gli ordini saranno aperti subito dopo, con le consegne che inizieranno nel primo trimestre del 2026.

I venditori di auto come nuovi tiktoker: provocazione o realtà?

Lo spunto per questo articolo nasce da un post su LinkedIn che definiva i venditori di auto “i nuovi tiktoker”. Una frase che, a prima vista, può sembrare una boutade, ma che in realtà fotografa un cambiamento profondo: il venditore non è più soltanto un consulente commerciale, ma un creatore di contenuti digitali.
Oggi la reputazione di un venditore non si misura solo in contratti firmati, ma anche in visualizzazioni, follower e interazioni. In un mercato in cui il cliente arriva già informato, il valore aggiunto non è la scheda tecnica, ma la capacità di trasformare un’auto in una narrazione emozionale e accessibile.

Dal feed allo showroom: i casi italiani di successo

I social hanno ribaltato il percorso d’acquisto: non è più il cliente a entrare in concessionaria per scoprire un modello, ma è il modello a entrare nel feed del cliente. I video verticali – rapidi, diretti, immersivi – sono perfetti per catturare l’attenzione e stimolare curiosità.
Ecco alcuni esempi concreti di venditori e creator italiani che hanno saputo sfruttare questa dinamica:

  • Benito Cinieri (@benitocinieri)
    TikTok: circa 170.000 follower
    Ha trasformato la sua figura di venditore in un personaggio riconoscibile, mescolando ironia e spiegazioni pratiche. Risultato: clienti che arrivano da fuori regione per acquistare da lui.
  • Pasquale Manna (@pasqualemanna0 / Fratelli Manna)
    TikTok: oltre 545.000 follower e milioni di like
    Con video energici e autentici, ha costruito una community fedele. La sua rivalità scherzosa con altri venditori, come Benito, ha generato engagement e visibilità, trasformando la vendita in intrattenimento.
  • Rattix (@rattix)
    TikTok: oltre 100.000 follower (dato stimato da attività social)
    Concessionaria che ha investito in contenuti verticali professionali, mostrando test drive e promozioni in chiave social-first.

Questi casi dimostrano che i social non sono solo un canale di visibilità, ma un ponte diretto tra contenuto e conversione.

Anticipare la vendita: il social come pre-showroom

Il vero valore dei social non è sostituire lo showroom, ma anticiparlo. Prima, il cliente entrava in concessionaria per informarsi; oggi, quando varca quella porta, ha già visto video, ascoltato spiegazioni, confrontato modelli e spesso scelto il venditore con cui vuole parlare.

  • Il contenuto come primo contatto: un reel da 30 secondi può sostituire la prima mezz’ora di conversazione in showroom.
  • La fiducia nasce online: il cliente arriva già convinto della professionalità del venditore, perché lo ha “conosciuto” sui social.
  • Il salone diventa conferma, non scoperta: la visita fisica serve a provare l’auto e finalizzare l’acquisto, non a raccogliere informazioni di base.
  • Riduzione del ciclo di vendita: meno tempo speso in trattative, più efficienza e più conversioni.

In altre parole, i social sono il nuovo imbuto di vendita: intercettano, educano e convincono. Lo showroom resta fondamentale, ma entra in gioco solo nella fase finale, quando la decisione è già maturata.

Il futuro della vendita è ibrido e verticale

La comunicazione automotive sta vivendo una rivoluzione. I social non sono più un canale di supporto, ma il cuore pulsante della strategia di vendita.

I venditori diventano creator, gli showroom si trasformano in set, e le auto prendono vita nei feed degli utenti.
Il futuro sarà ibrido: digitale per attrarre, umano per concludere.

Chi saprà padroneggiare questa doppia dimensione – la leggerezza del contenuto verticale e la profondità della relazione personale – sarà il vero protagonista del mercato.

Bertone Ramarro: quando Green era il simbolo di bellezza vera

Quando l’ho potuta vedere dal vivo, toccare, accarezzare, e soprattutto “sentire” per la prima volta, mi sono sentito un poco “stupido”. 

Come per pochi altri casi nella mia vita ho pensato al poco valore che talora diamo al tempo: erano passati 41 anni dalla occasione in cui ero venuto a conoscenza per la prima volta del fatto che qualcuno era stato capace di rendere fisico quel sogno, per offrirlo allo sguardo di tutti.

Ho pensato alla somma delle ore (diventate giorni nella mia vita di un uomo di mezzo secolo) che ho perso in Centri Commerciali, in file inutili, in banali occasioni mondane. Oppure in inutili ricorrenze o anniversari. 

Mentre invece, per “Lei” i compleanni passavano lenti, e sempre più drammatici in ragione delle peripezie che il suo “papà” stilistico aveva cominciato a vivere. 

Sarei dovuto passare a trovarla e salutarla tanti anni fa, al compimento dei sui dieci, quindici, venti anni. Avrei ancora fatto in tempo a salutarla dentro casa. E in fondo sapevo dove abitava, là a Grugliasco; si trattava solo di onorare il senso di bellezza e di gratificazione visiva che a quattordici anni mi aveva ispirato guardarla nel servizio fotografico di una rivista.

Perché crescendo ero sempre meno – purtroppo – quell’adolescente che nel 1984 si era ipnotizzato sulle due pagine di Autosprint dell’epoca dove dentro un articolo scritto pieno di informazioni tecniche e di dettagli, campeggiava l’immagine a colori in cui forse “Lei” appariva nel modo migliore dietro ad un filtro fotografico: un “accennato” ¾ vista alta che potesse inquadrare tutta la fiancata. 

In questo tipo di immagine si potevano apprezzare: le proporzioni – introvabili dovunque altrove – tra i volumi della carrozzeria che erano fondamentalmente tre incredibilmente sviluppati in senso verticale: 

il monovolume a cuneo prismatico del corpo centrale che costituiva contemporaneamente il cofano anteriore, la parte mediana dell’abitacolo, e la coda posteriore;

una sorta di “perimetro” di raccordo centrale tra il piano superiore del cuneo prismatico ed il volume finale del padiglione abitacolo;

ed infine quest’ultimo che, nella sua struttura, appare quasi come una unica superficie vetrata trasparente con la parte del tetto propriamente detto che appare quasi “glassato” dalla superficie vetrata unica. Una sorta di “guscio” trasparente e velato dal contrasto cromatico tra il “fumè” dei cristalli ed il nero traslucido del tetto, una torretta di comando essenziale che ti fa capire che non tutti hanno il privilegio di entrare in quell’abitacolo.

Bertone & Chevy: una dinastia di variazioni sul tema, tutte da sogno

E “dentro” quella forma quasi monolitica, alla quale non davanodisturbo neppure le portiere che  – quasi per non rompere l’incantesimo volumetrico perfetto – non si aprono a compasso ma “scorrono” parallele alle rispettive fiancate non volendo “rompere” quella immagine di materia inscindibile e quasi aliena, mi era passata quasi indenne la notizia della presenza di uno dei “cuori” più prestigiosi che nel tempo si potevano desiderare per dare grinta e prestigio alla guida: la meccanica della “Chevrolet Corvette” che per l’occasione era quella della “C4”, cioè imperniata sul V8 Chevy da 5700 cc.

A pensarci bene, poiché “Ramarro” (eccola, la “Lei”) di cognome fa Bertone, mi rendo conto solo ora (che mi sono fatto un poco più intelligente) che la firma di Stile torinese ha nel tempo declinato con i diversi maestri Designer che l’avevano via via abitata, una vera e propria collezione di proposte oniriche bellissime basate sulla meccanica della Chevrolet ed in specifico della Corvette”. 

O meglio, dal cuore “Small Block 327” più iconico.

Dalla “Testudo” del 1963 (in verità legata come base di origine alla Corvair) passando per Gordon Keeble GK-1 dell’anno precedente, arriva la serie “Iso” con “GT 300/340”, “Grifo” e “Lele” (perché, consentitemi, la “A3/C” è più didascalicamente made in Giotto dal lato formale e stilistico), per arrivare a “Lei” e chiudere il quadro d’autore con quella che secondo me è l’ultima scultura in movimento con lo Chevrolet V8 nel cofano davanti: la “Grifo 90” del solo Maestro Marcello Gandini che, pur uscito da Bertone nel 1990  firma una sua visione della bellezza che in fondo non rompe del tutto quel filo magico che lo ha legato per anni a Grugliasco ed a Nuccio.

E a proposito di fili magici, di legami e tradizioni: “Ramarro” è un’opera presidiata dentro Bertone da Marc Deschamps ed Eugenio Pagliano, ma è come se raccogliesse la scia degli incantesimi stilistici di Gandini. 

A livello progettuale, Pagliano è della “Ramarro” anche la parte prettamente “ingegneristica” (rappresentata da un veterano di Grugliasco che, entrato alla Bertone nel 1965 insieme proprio a Marcello Gandini ne è uscito 40 anni dopo) mentre più articolato è il ruolo di Deschamps sia sulla “Ramarro” che nel rapporto con Bertone. 

Deschamps, il genio irrequieto di Bertone, per la Ramarro

Marc Deschamps è un simbolo della flessibilità e capacità di ripartire e di moltiplicare le sfide. Nato in Belgio ormai 81 anni fa, è un personaggio fisiognomicamente simpatico. 

Non ricordo una sua immagine nella quale non sia stato ripreso nel pieno del suo sguardo bonario e sorridente. 

Mi ha sempre ispirato simpatia perché mi sembrava, affettuosamente, la versione “slim” di Robert Opron con cui, pure, ha collaborato. Deschamps è però, oltre questa sua bonarietà, una persona pervicace e volitiva. 

Le prime proposte di collaborazione stilistica inviate alle maggiori Case Auto cadono nel vuoto; solo Paul Bouvot di Peugeot accoglie il giovane, per poi favorirne il passaggio alla Simca: tempo però solo due anni e Chrysler rilevando il Gruppo Rootes proprietario della Simca chiude tutte le sedi progettuali francesi per far lavorare solo quelle britanniche. 

Approda alla Ghia ma il rapporto con l’allora capo De Tomaso è davvero problematico e così nel 1971 matura l’arrivo a Grugliasco

Marc è davvero vulcanico, perché entra a Grugliasco due volte: dal 1971 al 1974, quando ovviamente è parte dello Staff di cui Direttore è proprio Marcello Gandini. 

A metà del 1974 lascia però Nuccio per entrare a collaborare da Chapron, purtroppo senza la giusta valutazione del problema chiave del glorioso Carrozziere attivo a Levallois – Perret, periferia di Parigi: l’arretratezza dei sistemi di lavoro e della mission aziendale.

Famoso per le celeberrime versioni Cabrio delle Citroen “DS” ed “SM”, Henry Chapron della seconda metà degli anni Settanta era un anziano Carrozziere vecchia maniera avvezzo a soddisfare regnanti, Vips, Armatori; ma molto al di fuori delle dinamiche industriali del tempo. 

E, per giunta, spirando nel 1978 lascia alla ex moglie ed alla famiglia la produzione (ma meglio sarebbe dire la collezione artistica) che cerca di tenersi in piedi fino al 1985 per poi chiudere.

Chiaro che anche da Chapron il buon Marc ha bisogno di solo venti mesi per capire come le cose “NON” funzionino; per questo approda alla Ligier che ha bisogno di un Designer davvero onirico per una concept basata sulla “GS Birotor”  Lascia anche Ligier e nel 1976 entra in contatto appunto con Robert Opron, messo alle corde nella “sua” Citroen e volato via, alla nemica di sempre del Double Chevron: la Renault. In meno di due anni e mezzo Marc e Robert formano un Dream Team di eccellenza nel design, e pensate che Deschamps inizia a lavorare sulle forme e sul concetto di quella che davvero tantissimi anni dopo diventerà la “Twingo”.

Ed arriviamo alla fine del 1978:“Strano il mio destino” cantava Giorgia, ma in solo 10 anni Marc Deschamps ha già varcato i cancelli di tre Marchi Costruttori, di un Team di Formula Uno e di ben tre Carrozzerie di stile. Ed ha ancora solo 35 anni quando torna dal 1979 al 1992 in Bertone proprio per sostituire Marcello Gandini.

Nel frattempo gli anni Ottanta sono molto tormentati ed effervescenti, soprattutto per chi come Bertone sia motivato a proporre ai Costruttori non solo la gestione di commesse legate allo studio di Stile, ma anche la parte più articolata e complessa della fase “Industry” con la produzione in piccola serie.

Ramarro Bertone: non una concept fine a se’ stessa, ma un progetto industriale

Ramarro Bertone: non una concept fine a se’ stessa, ma un progetto industriale
Quello che davvero dovrebbe stupire di Ramarro è che rispetto ad altre Saloon Concept del periodo era un progetto integrato “Chiavi in mano” pensato per una produzione in piccola serie con tre bei “Plus”:

Rispettava quasi totalmente la cellula centrale della Corvette C4 nella struttura dello chassis fino agli assi delle ruote anteriori e posteriori; invariato anche l’alloggiamento del motore su cui il profilo del cofano bassissimo è ottenuto con semplicità geniale. È bastato spostare dalla parte frontale a dietro un complesso di accessori che nella Corvette originaria fanno da metaforico “muro”.

Parlo di radiatore, gruppo ventole e persino il compressore dell’aria condizionata: per quest’ultimo si è adottato un albero longitudinale che dall’attacco derivato sul motore frontale trasmette la forza per far girare il compressore; per il radiatore sono stati allungati i tubi di circolazione dell’acqua davanti e dietro, con l’aggiunta di due pompe elettriche per mantenere la velocità di flusso di circolazione sufficiente all’idoneo scambio di calore.

Peraltro una delle due elettropompe è collegata al termostato ed entra in funzione proprio in funzione dell’aumento della temperatura rilevata.

Sempre in relazione alla variazione termica del motore in funzione, è geniale la soluzione per il raffreddamento ed il funzionamento delle ventole poste dietro al radiatore, con funzione “traente” anziché “emittente” di aria.

In sostanza, il radiatore in fase di corsa prende aria dalla feritoia che si trova sulla parte superiore del volume di carrozzeria posteriore che parte dalla base del lunotto. Se vedete bene su quella porzione si trova un riquadro, una sorta di “chiusino”.

Ebbene, è proprio così: quel “chiusino” si muove aprendosi o chiudendosi in perfetta sincronizzazione con termostati e sensori temperatura posti sul circuito di raffreddamento, secondo uno schema che progressivamente aziona anche le elettroventole poste dietro al radiatore e che espellono l’aria calda dalla feritoia posta alla coda della Ramarro.

Altra peculiarità della special in chiave “risparmio”, è che la Ramarro manteneva la massima parte della strumentazione digitale interna che si trova “mimetizzata” dietro una palpebra di plexiglass brunito continua trasversale.

Davvero straordinaria anche una peculiarità che rende la Ramarro persino più adeguata della Corvette C4 in tema di norme anti-intrusione: la parte anteriore della Ramarro risulta persino più “monolitica”e possente di quella della C4, con la assenza delle estese luci integrate posizione + frecce ed una visione di insieme più “piena” rispetto alla Corvette.

In più i fari di profondità della Ramarro quando non sono in funzione sono retrattili.

Ed ecco che, nel 1983, dopo la presentazione ufficiale della Corvette a Marzo arriva alla diretta disponibilità di Nuccio Bertone, che la testa personalmente guidandola per due settimane, un prototipo della “C4” gentilmente donato dallo staff Chevrolet proprio per poterne derivare qualcosa di straordinario. Dunque, arriva a Grugliasco bella impacchettata da Bowling Green nel Kentucky la Vette “C4” con telaio GIIAYO786E5100034; auto che, dopo la serie di test, lo stesso Nuccio trasferisce nella vera “Fort Knox” di Bertone. Si tratta della struttura di “Stile Spa” a Caprie, in Via Roma 1 a trenta chilometri a nord Ovest verso il confine francese).

– mentre i fari di profondità montati in basso si ritraggono nella parte inferiore del paraurti quando non vengono utilizzati)

GIIAYO786E5100034

trenta chilometri a nord-ovest, verso il confine francese) dove Nuccio Bertone aveva creato una nuova “Factory” denominata  “Stile SpA” di cui Presidente era la Signora Ermelinda (detta Lilli) Cortese Bertone. 

Si trattava di un complesso immerso nel verde, voluto da Nuccio per consentire una separazione di attività ed una maggiore riservatezza di esecutività rispetto a Grugliasco. Qui a Caprie la Corvette viene amorevolmente e minuziosamente “violentata” e vivisezionata

Come detto prima, la serie di particolarità introduttive alla nuova Ramarro rispetto alla Corvette è un esempio molto ridotto delle innovazioni e dei colpi di genio che il team guidato da Deschamps e Pagliano concepisce. 

Ma per farVi capire, partirei dalle dimensioni e dai numeri di Ramarro confrontati con quelli di Corvette C4. Sembra incredibile ma Ramarro è più corta di 35 centimetri – con identico passo di 2,45 metri tra i due assi ruote – rispetto a Corvette, ma l’incremento di larghezza della creatura di Bertone è impressionante: più 13 centimetri (che fanno apparire la Ramarro persino più bassa della Chevrolet nonostante le quote in questo caso siano rimaste uguali) in presenza di misura carreggiate non troppo difformi (l’impronta ruote di Ramarro è superiore alla Corvette C4 di sette centimetri davanti e solo di due dietro). Davvero formalmente è un altro mondo.

Il meglio della meccanica Made in USA e la maestria della firma Bertone

Di un altro mondo, pochi sanno, è anche il motore V8 da 5,7 litri, visto che i tecnici Chevrolet inviano a Nuccio un motore che semplicemente non……c’era, all’epoca : curiosi, eh? 

Semplicemente, il motore della Corvette C4 di serie nel 1984 era il “Cross-Fire” Injection con due iniettori controllati elettronicamente al posto dei carburatori della vecchia Camaro Z28 da cui derivava. 

 

Ma nel 1986 sarebbe arrivato sulla C4 la nuova serie L98: sensori di massa d’aria per l’aspirazione, corpi farfallati a doppia aletta ed iniettori doppi gestiti da un sistema computerizzato e posizionati alla base dei collettori di aspirazione e non in alto, proprio per ridurre l’ingombro in altezza dei carter aspirazione e abbassare le quote dei cofani. 

Se non Vi sembra fantascienza che tutto quel che Chevrolet “Factory” avrebbe visto nel 1986 era già presente nel pacco dono della “Ramarro”…Per quanto riguarda la “pelle” della Ramarro (la carrozzeria che integra parti in acciaio con elementi in fibra di vetro e materiali compositi) diciamo che Deschamps ha un certo vantaggio con la base della C4. Il telaio perimetrale, distrattamente visualizzabile come “a longheroni” è invece una sorta di “gabbia d’uccello” fatta da 18 elementi di acciaio opportunamente sagomati e uniti tramite saldatura in ambiente speciale al vero e proprio telaio perimetrale. 

 

Dopodichè, of course, non possono mancare una culla in acciaio per motore e sospensioni anteriori, ed un telaietto ausiliario in alluminio per sospensioni, trasmissione e zona posteriore ad assorbimento di urto. Ed un accenno anche alle straordinarie sospensioni della Corvette C4 che sono riprese dalla Ramarro: come molti sanno la vera rivoluzione è nei fogli di fiberglass e materiali compositi che formano delle specie di balestre supertecnologiche e leggerissime; una menzione anche per le sospensioni posteriori multilink a due braccetti e boccole davvero cesellati dalla fusione in lega.

Insomma una struttura ideale per limare, ridurre, cambiare quote e misure; per spostare componenti e riequilibrare la struttura generale, ma anche per permettere la serie infinita di modifiche necessarie:

-Portiere che in apertura ruotano un minimo verso l’esterno e poi scivolano placidamente verso l’anteriore senza invadere lo spazio anteriore delle ruote rischiando di colpirle se sterzate, anche perché nel caso della Ramarro parliamo di gomme “sperimentali”: alla Bertone cambiano i Goodyear Eagle da 16” con delle speciali “Michelin” a profilo ribassato e 17 pollici montati su cerchi disegnati apposta per la “Ramarro, con prese d’aria speciali per convogliare aria ai freni;

E all’interno una navetta spaziale

All’interno, la Ramarro mostrava tutta la personalità onirica dei suoi creatori: fascia perimetrale di cruscotto che cela tutta la strumentazione digitale della Corvette; una plancia centrale a matrice che mostra in primo piano il comando a manopola del cambio automatico; un sedile a panca che si estende sopra il tunnel della trasmissione con controllo unificato longitudinale dei sedili gestito da una manopola rotante sopra lo stesso tunnel centrale. Rivestimenti bicolore con texture lizard, e forme mai viste prima, con la particolarità per me che l’ho osservata da vicino, della complessità dei pannelli porta interni con una levetta stile F1 per l’apertura delle porte. Curioso, perché è sempre stata la parte “esclusa” dai repertori fotografici, vedere lo spazio portabagagli dietro ai sedili, cui si arriva reclinando ciascuno dei due schienali per raggiungere due vani con serratura che finiscono appunto davanti a radiatore e compressore del clima. In poche parole per caricare non si accede dal baule posteriore di coda ma dalla parte posteriore interna dell’abitacolo. Altra particolarità della Ramarro, che curiosamente è ispirata a Dauphine ed economicissime Fiat a motore posteriore a sbalzo, è la ruota di scorta posta di taglio nella zona anteriore. 

E per chiudere il racconto di questo straordinario walkaround con quella che insieme a sole altre quattro concept mi ha lasciato sbalordito, ricordo la fascia tricromatica perimetrale e longitudinale che denota esteticamente la Ramarro: partendo dall’alto del famoso “cuneo” che si sviluppa alla base del padiglione vetrato, la parte superiore della carrozzeria e dei cofani è in un verde chiarissimo cangiante con il tono dell’oro; le due sezioni longitudinali dei fianchi sono in due tinte progressivamente più scure (ma sempre nel tono del verde) man mano che si digrada verso il basso. E

Vi assicuro che dal vivo fa un effetto straordinario.

Purtroppo, come detto, la “Ramarro” resta un sogno. Dopo la sua presentazione al Salone di Los Angeles 1984 e poi a quello di Ginevra, nel 1985 vince il “Car Design Award”. Secondo me, solo un premio è davvero poco per Lei. Per me, invece, averla potuta coccolare al Salone di Torino 2025 è stato il premio più bello.

Riccardo Bellumori

Crisi dei chip: Volkswagen ferma la produzione

Il problema è legato alle interruzioni nella fornitura dei microchip Nexperia e interesserà lo stabilimento del gruppo tedesco situato a Wolfsburg.

Il settore automobilistico sta per affrontare una nuova crisi legata ai semiconduttori, per i quali, anche se prodotti in Europa, vengono utilizzati componenti provenienti dalla Cina. A causa del perdurare della disputa commerciale tra Stati Uniti e Cina, nel prossimo futuro sono previste interruzioni nella fornitura di microchip Nexperia a vari produttori. In particolare, come è emerso, i problemi hanno interessato il gruppo Volkswagen.

Come riporta la rivista britannica Autocar, a causa della prevista carenza di semiconduttori, Volkswagen intende sospendere temporaneamente la produzione della Golf nel suo stabilimento di Wolfsburg (Germania) a partire dal 29 ottobre 2025. Va notato che questo modello è uno dei più richiesti in Europa: secondo i dati di Jato Dynamics, nei primi otto mesi dell’anno in corso il modello è stato venduto sul mercato europeo in 129.220 esemplari (il 13% in meno rispetto al periodo gennaio-agosto 2024).

Secondo le ipotesi della rivista, la sospensione interesserà anche altri modelli del marchio che escono dalla catena di montaggio dello stesso stabilimento di Wolfsburg. In questo caso, verrà sospesa anche la produzione dei crossover Tiguan (125.608 unità vendute in Europa in otto mesi) e Tayron (29.894 unità), nonché del monovolume compatto Touran (17.487 unità).

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Per il momento, il produttore tedesco non ha comunicato per quanto tempo sarà sospesa la produzione dei modelli Volkswagen elencati. Secondo quanto riferito, attualmente VW non dispone di un fornitore alternativo di microchip. L’azienda ha spiegato all’edizione britannica che l’uso preliminare di semiconduttori di altri fornitori richiederà lunghi test interni e certificazioni.

STOP ALLA PRODUZIONE

Non è escluso che in seguito saranno temporaneamente fermati anche i nastri trasportatori di altri stabilimenti Volkswagen: si tratta degli impianti situati a Emden, Hannover e Zwickau (Germania). Il fatto è che le scorte di microchip si stanno esaurendo e Nexperia ha comunicato al produttore tedesco che non sarà più in grado di garantire forniture a lungo termine.

Secondo Autocar, in preparazione alla sospensione della produzione, Volkswagen ha già avviato trattative con i funzionari tedeschi in merito all’utilizzo di un programma di sovvenzioni che consentirà di evitare licenziamenti di massa grazie all’impiego dei lavoratori in progetti a breve termine durante i periodi di inattività forzata.