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Massimo Ghenzer: Mister Ford Italia e la sua rivoluzione culturale di 40 anni fa

Mi è sempre rimasta impressa una immagine di ormai quaranta anni fa: ricordo bene, nel Settembre 1985, quando io ero il classico adolescente sensibile all’effetto scenografico dei Media e – in più – appassionato di motori ed auto. 

Risultato: ogni immagine, simbolo o storia che passava sulle principali Riviste di settore restava fatalmente impigliato nelle maglie del mio “approvvigionamento” periodico in Edicola. Sarà forse per questo che non ho mai imparato a fumare e non sono caduto nel vizio diffuso degli Aperol Spritz: spendendo tutto quello, che da ragazzino potevo correntemente detenere, per il mondo automobilistico mi restava ben poco per altre perversioni. 

Ebbene, in un pomeriggio di Settembre 1985 mi ricordo benissimo una foto che campeggiava nella copertina lucida e sempre ben confezionata di “Gente Motori” (all’epoca le Redazioni, nella carta di tipografia e nella fattura realizzativa delle Riviste periodiche non spacciavano per “ecologismo Gretista” la carta paglierina riciclata e l’impaginato che si sbraga regolarmente ad ogni aumento indiscriminato dell’umidità ambientale): una foto idealmente da “addetti ai lavori” eppure nota ed interpretabile molto bene anche da un già diffuso pubblico di automobilisti e da un ragazzino come me. 

L’immagine era un quasi primo piano (mezzobusto fin sotto la cintura) di un manager auto elegante e sorridente, quasi “friendly”, rivolto idealmente e simpaticamente ai lettori della Rivista. La sua impeccabile “grisaglia” con cravatta in toni blu e motivi a contrasto “diluiva” un poco l’obbligato aplomb serioso che protocollo ed etichetta gli imponevano in virtù del suo ruolo dirigenziale. 

Perché quell’uomo idealmente affabile e sorridente era in realtà di già un vero e proprio “Top Manager” del mondo auto: era Massimo Ghenzer, cognome di già suggestivo per un romano di allora 42 anni appartenente ancora dunque ad una generazione giovane e tuttavia capace di lasciare un segno importante già come General Manager di Ford Italia SpA tra il 1985 ed il 1989 (quando la Sede della filiale italiana si affacciava ancora nel perimetro dell’attuale palazzo Confindustria in Viale Pasteur, alla cui sinistra si può ammirare il Colosseo Quadrato) per poi passare, da quel 1989 fino a Maggio del 1999, a Presidente della Filiale italiana del Colosso automobilistico che nel corso degli anni sposta il suo Head Quarter prima in Via Andrea Argoli ed oggi a Via del Serafico, sempre a Roma.

Dopo di che, trascorso anche il 2000 come Vice Presidente di Ford Europa, Ghenzer esce dall’Ovale ed entra come Dirigente in Trenitalia ed oggi, come co-fondatore di Aretè Metodos nel 2019 ed attualmente presidente di questo Centro di analisi e Consulenza, è anche Presidente di Lojack Italia.

Parlare di Ford in quel 1985 in Italia era un po’ complicato: da un lato l’immagine del Marchio alla fine degli anni Settanta disegnava tutt’al più un curioso dualismo con Opel; entrambe emanazioni europee di Gruppi americani sembravano legate da un eterno scontro binario tra loro: Escort contro Kadett, Capri contro Manta, Taunus contro Ascona, Granada contro Rekord, a dividersi quote minimali del mercato. Certo che però Fiesta era stata da subito una best seller, e l’inizio anni Ottanta aveva visto la rivoluzione di “Escort “ e “Sierra”, la figlia dell’aerodinamica e del New Age stilistico. Ecco, la sfida manageriale di Ghenzerabbraccia il non facile compito di guidare in Italia una rivoluzione che non si fermerà alla Gamma ma anche al modello distributivo ed ai sistemi di acquisto; ed in circa tre pazienti e combattutissimi lustri possiamo dire che la sua scommessa è stata vinta.

Per inciso, su di lui Vi invito a leggere un libro interessantissimo, “Marketing a Trazione Integrale” di Carlo Barbieri e Giancarlo Navach, per poterVi orientare nella visione davvero anticonformista e globale che quest’uomo ha impresso nell’Automotive di alcuni anni fa. 

Ma chi è stato davvero Massimo Ghenzer? Ve ne parlo da una posizione privilegiata, perché non solo sono “culturalmente” cresciuto grazie soprattutto ad uomini come lui; e non solo perché tra i dodici ed i venti anni, Vi giuro, avevo una sorta di religiosa adorazione di tutto il mondo Ford; ma soprattutto perché ricordo benissimo momento e contesto in cui mi ritrovai a sfogliare le pagine di quel “Gente Motori”: ero a Roma, nella zona – a quell’epoca – archeologica più che periferica: un perimetro di verde e di strade di ampia percorrenza tra il quartiere delle “Tre Fontane”, l’area della “ex” Fiera di Roma sulla Via Cristoforo Colombo e la poco lontana Via Ardeatina tra Catacombe e celebre Chiesa del “Domine, Quo Vadis”. “Eur Ardeatino” dicono i romani più tradizionalisti.

Casomai Ve ne fregasse il giusto di questa dotta spiegazione archeoturistica, vado subito al dunque: ero appena uscito da una delle Concessionarie auto alle quali ero più affezionato, la vecchia struttura “Ford Caposud” di Viale del Caravaggio. 

Un Autosalone dove spesso, nei pomeriggi del Weekend, finivo per approdare dopo aver approfittato di una consueta scampagnata attraverso i Parchi della Caffarella e dell’Appia Antica. Quel Sabato, uscendo da una premiere per la nuova “Scorpio” mi ritrovai accidentalmente tra le mani oltre che bellissime Brochure anche una accidentale copia di quella Rivista. Si, d’accordo, forse non accidentale…Ma non è questo il caso strano della vita. Ma il fatto che oltre quindici anni dopo quella sortita io, come avevo sperato nei propositi di adolescente, in quel vecchio Salone di Via del Caravaggio ci sono persino finito per diversi mesi come Responsabile di Salone. Curiosa la vita, vero?

Oggi quel perimetro vetrato di circa 40 metri quadri che sfoggiava le sue auto esposte in un quadrilatero urbano immerso nel verde è diventata la sede di una Banca, e la cosa un poco ferisce.

Ma all’epoca la voglia di menare le mani direttamente nella vendita di auto mi era nata proprio grazie alla ventata di novità e di simpatia creata – anche – per effetto della gestione e delle strategie di Massimo Ghenzer in Ford Italia e dalla crescente aria di novità portata dalla Gamma auto rinnovata. 
Pensate, i vecchi commerciali raccontano ancora di quel periodo del 1989/1990 in cui negli Autosaloni la “Fiesta III” era a tal punto oggetto del desiderio da costringere una volta un venditore, salito in piedi su una Scrivania, ad urlare:” Chi deve solo guardare le auto in esposizione, Vi prego, lasci spazio a tutti quelli che devono sedersi per firmare un contratto”. Un mondo nuovo, in casa Ford, al quale Ghenzer ha contribuito grandemente.

Perché è grazie alla sua azione se, prima di tutti gli altri Costruttori presenti in Italia, l’Ovale è riuscito a trasmettere un preciso feeling agli automobilisti: non era più “comprare Ford” ma era diventato “sentirsi in casa, con Ford”; non era compravendita, ma creazione e condivisione di un nuovo concetto di vita dell’auto. 

Con Ghenzer Ford Italia non cresce solo nel prodotto e nel servizio offerto ma anche nelle strategie di comunicazione e marketing, costruite con creatività attorno alla qualità e al valore del Marchio, alla sua forza emotiva, alla sua capacità di rassicurare il consumatore, rendendolo fedele nel tempo. 

Qualità del prodotto, ma anche efficiente rete di vendita, molti modelli e pochi prezzi, e poi, attenzione al messaggio ed alla presenza mediatica. 

Elemento cruciale di questa rivoluzione è certamente l’attenzione a media e canale pubblicitario. Il Jingle martellante degli Spot delle arrembanti TV private lascia il palcoscenico al “va-va-vuma” di Citroen Visa, all’Odisseo di Renault 4, a “Look at Opel Now”, ed anche ad un nuovo modo per Ford di presentarsi ai giovani, ai professionisti, alle famiglie. “Col cuore e con la testa, con Fiesta” diventa un po’ l’apripista di un nuovo modello di comunicazione che traghetta l’Ovale nel nuovo mondo dell’Agorà globale.

Non è davvero poco, per un manager che ha lasciato così un segno importante nella storia della filiale italiana di Ford, e di conseguenza sul mercato italiano ma non solo: perché a metà anni Ottanta il mercato italiano auto, tra le dodici nazioni che componevano allora la C.E.E. (Comunità Economica Europea) rappresentava pur sempre il terzo mercato europeo per valore dell’immatricolato dopo Germania e Francia (e prima della Gran Bretagna), addirittura il secondo per volumi prodotti nel perimetro nazionale dopo l’area industriale tedesca ed ex aequo con la Francia; e per di più l’Italia ospitava il primo Gruppo europeo del tempo, cioè il Gruppo Fiat che superava non di poco la Volkswagen.

Mercato auto Italia anni ’80, piazza difficile: concorrenza, protezionismo, disinformazione

Dunque lavorare (e competere) in un mercato impegnativo come quello del Belpaese non era un gioco da ragazzi; e per di più la situazione dei Marchi esteri e delle rispettive filiali nazionali da noi era particolarmente appesantita da almeno quattro condizioni che – a pensarci oggi – sembrano quasi surreali: intanto a pesare su tutto c’era l’attitudine campanilista del consumatore italiano medio che, sebbene dicesse ordinariamente ed abitualmente peste e corna del prodotto nazionale era poi maggioritariamente disposto più favorevolmente ad acquistare “Made in Italy”.

Secondariamente l’Italia era un mercato, a metà anni Ottanta, fortemente “contantista” e poco orientato alle formule finanziarie e di credito al consumo già abbastanza consolidate nei mercati di profilo e cultura anglosassone (quali erano quelli di origine di Ford USA e Ford Europe) e per le quali diversi Costruttori avevano già dato vita ad alcune “Captive Bank” funzionali a supportare l’acquisto finanziato di auto e veicoli commmerciali. Da noi, a parte la “SAVA” di mamma Fiat, il processo creditizio era ancora grandemente inquadrato in un rapporto personale e spesso fidelizzato tra Concessionario e Cliente secondo il sistema consolidato e secolare delle Cambiali.

Terzo: non lasciateVi ingannare dalla situazione incerta e soffusa di Stellantis oggi: nel 1985, all’epoca di quella copertina di Gente Motori il Marchio più emergente in Europa era quello di Lancia, dentro Gruppo Fiat; Mirafiori aveva anche Autobianchi e stava chiudendo la trattativa epocale per acquisire Alfa Romeo dall’I.R.I. Ma nel frattempo il Gruppo più forte nell’Europa dell’epoca si contrapponeva ancora con l’altro competitor nazionale “mass market” che era De Tomaso (Innocenti e Maserati). Insomma, il cosiddetto Italiano automobilista medio non aveva certo limiti di scelta nel prodotto nazionale; e questo imponeva ai Marchi esteri, attraverso Importatori o con Filiali nazionali, di essere particolarmente accattivanti e di saper comunicare non solo simbologie di prestigio e status ma anche di convenienza ed estrema praticità.

E le best seller sul mercato italiano, a metà anni Ottanta, erano: Fiat Panda/Uno/Ritmo/Croma; Alfa 33/75; Lancia Prisma/Thema, oltre ad Innocenti “Mini” ed Autobianchi “A112”. 

E non erano ancora arrivate Fiat Tipo, Alfa 164, Autobianchi “Y10”. All’epoca, credetemi, era difficile per un Marchio “estero” ricavarsi uno spazio là in mezzo, dove le italiane sommate insieme totalizzavano la maggioranza delle vendite ed il 100% delle forniture alla P.A. e Forze Armate.

Quarto: scordateVi il predominio odierno dei Costruttori sulle politiche di vendita di auto presso gli attuali Dealer. All’epoca si chiamavano Concessionari ed erano più potenti, sul territorio, della Curia cattolica. Il Rivenditore era allo stesso tempo socio, compare, confessore e mental coach di un qualunque automobilista, ma lasciava spesso a desiderare quanto a puntualità e qualità del servizio. 

Ma c’era un ultimo aspetto che, con quella copertina di Gente Motori, Massimo Ghenzer aveva pazientemente dimostrato di saper gestire alla perfezione: il favore dei media in un periodo in cui nelle Redazioni delle testate di settore più importanti c’era affisso alla parete il verbo dell’Avvocato “Quello che va bene alla Fiat va bene all’Italia”. Riuscire a rompere la cortina di nebbia che spesso veniva creata ad arte verso le novità e le strategie dei Marchi esteri – soprattutto – fu un altro capolavoro del Manager romano.

Una Ford non si compra, si vive: il primo Comandamento di Ghenzer

E’ forse la più eclatante rivoluzione discreta del Manager Ford: creare una esigenza nuova dove non c’era per qualificare tutta l’esperienza di vendita. Dentro ai Saloni Ford l’indottrinamento che parte dai sempre più capillari e funzionali Centri di Formazione rende più solidale la vendita al post vendita, il post vendita al Customer Care e tutte queste dimensioni alla nuova gamma di servizi finanziari Credit, Leasing con un “timido” link anche al mondo del Noleggio di Hertz Lease.

E’ davvero qualcosa che si respira all’inizio dentro Ford, e che le Reti commerciali degli altri Costruttori conquisteranno dopo anni. Dentro tutto questo ovviamente comincia a crescere la dottrina di “IdeaFord” (ma per non appesantire la descrizione potrete leggere più in dettaglio al Link QUI) e Ford si distingue sempre più per qualità e impegno nel training erogato. Merito di Massimo Ghenzer è di aver saputo capire in anteprima e modellare perfettamente sulla dimensione “consumer” italiana un sistema di acquisto che a quei tempi avrebbe generato sgomento nella maggioranza dei Manager Auto in circolazione all’epoca. Ma Ghenzer non si impressiona e promuove uno slogan accattivante: “Quando il tuo vicino cambierà le gomme, Tu cambierai auto”. Massimo ha perfettamente capito cosa stuzzica l’edonismo dell’automobilista italiano medio.

Altra azione silenziosa e vincente di Ghenzer è l’avvio della convergenza in Concessionaria dei servizi di Leasing e di Noleggio Captive. Un primo passo, ovvio, in attesa che negli Autosaloni esploda il servizio “Ford Business Partner”. Ed infatti Ford Italia fu pioniera, dopo la Gran Bretagna, della applicazione in Europa di Ideaford e tra le pioniere del Noleggio “captive” in Concessionaria, anche se alcuni dei passaggi qui elencati sono stati semplicemente “incubati” sotto la gestione presidenziale di Ghenzer per poi essere perfezionati dopo.

“New Age” Ford, ma quanti conservatori tra i clienti. Ennesima sfida per Ghenzer

Nessuno di Voi sa che quando la “Sierra” (best seller europea di casa Ford a partire dal 1982) fu presentata sul mercato inglese, cioè nella nazione europea più simbolica e tradizionale per Ford dopo Detroit, ci fu una ribellione nella maggioranza più conservatrice dei Clienti britannici che non erano propriamente impazziti per le troppe rotondità e le plastiche con cui il nuovo modello aveva rimpiazzato la “Taunus” che al contrario sembrava la riduzione in scala di una berlinona americana. Incredibile a dirsi, per oltre un semestre dopo il lancio la nuova Sierra vendeva meno della vecchia Taunus in liquidazione. Anche in Italia, non pensiate, la situazione “Progressisti contro conservatori” era a metà anni Ottanta piuttosto critica. 

Fondamentalmente “Fiesta Mk1” del 1976, “Escort Mk3” del 1980, “Orion” “Sierra” ed infine “Scorpio” da un lato “grattavano” clienti potenziali soprattutto ai danni di PSA ed Austin Rover, ma dall’altro spingevano la clientela più “vecchio stile” verso Opel, Volkswagen ed altri Costruttori meno estremisti; anche perché il rinnovamento di Gamma faceva crescere i listini mentre sul mercato italiano si affacciavano le offerte Low Cost di Corea ed Est Europa. 

Soprattutto in questo panorama direi che un colpo da maestro nella strategia di Ghenzer si può leggere proprio nell’ingresso in gamma della “Scorpio”, con la quale Ford Italia usciva dal segmento “Commodities” del settore Ammiraglie (Opel Rekord, Volkswagen Passat, Peugeot 505) realizzando un upgrade rischioso verso quel target “Premium ante litteram” che aprirà a Ford anche – finalmente – un poco di più il mondo Flotte Aziendali.

Tutto questo sortisce effetti scalari fortissimi sul mercato. Quella Ford che a metà anni Ottanta viaggiava su quote di mercato prossime o di poco superiori al 5% cresce progressivamente fino alla soglia simbolica e determinante del 10%, talvolta persino superata, e punta all’altro obbiettivo leggendario della missione commerciale: la fidelizzazione. Intento non facile, proprio per l’effetto del rinnovamento di Gamma e della crescita dei Listini, oltre all’altra “brutta bestia” del mercato italiano: la Tassazione.Messaggi semplici e listini chiari. Altra mossa geniale.

Il “monoListino”, il colpo di genio di Ghenzer per “mimetizzare” Fisco ed aumenti

La prova generale fu con la Fiesta MK1 Restyling, alla fine del 1986, e come sempre l’intuizione di Ghenzer fu dirompente e per qualche Rivista persino eretica. Il Cliente generico era abituato a pagare decine di piccoli scostamenti ed aumenti di Listino a seconda della serie di configurazioni, allestimenti, motorizzazioni, dotazione di accessori; Ford, al contrario di altri Costruttori, più che puntare sull’ossimoro sempre più consueto di “Optional Obbligatorio” cercava di orientare il giudizio sul “value for Money” ma in questa ottica l’azione commerciale sembrava privilegiare e rendere quasi più convenienti versioni a cinque anziché a tre porte oppure motorizzazioni più cubate in luogo di quelle entry level: insomma, “più era meglio” in casa Ford.

Da qui l’idea guida del “monolistino”, cioè di una scala di pricingdove un ventaglio di configurazioni diverse all’interno di una stessa famiglia non comporti una irrazionale moltiplicazione dei listini. Un modo per trasformare il dialogo con il Cliente dal solito “Quanto puoi spendere” al più razionale “Di cosa hai davvero bisogno per la tua nuova auto?”

A ben vedere, tutto il contrario della struttura del pricinglargamente diffusa tra i Costruttori e che spesso finiva per generalizzare il criterio “alla francese” molto favorevole fiscalmente alle auto decisamente “Downgraded”.

E proprio sotto l’aspetto fiscale l’Italia, prima con quell’Iva al 38% sulle cubature over due litri e dopo con la famigerata “Ise”, tagliava la strada alle più rinomate tra le Ford europee: quelle Ammiraglie e sportive con il V6 “Essex” e “Colonia” da 2500 cc. fino a 2.900 cc. Il problema che aveva costretto a rinunciare ai volumi di vendita su Capri 2800 oppure su Scorpio 2,9 V6 e più tardi su una vera e propria “suite” di eleganza come la Mondeo V6 24 valvole da 2,5 litri, una sorta di risposta “generalista” ai Marchi Premium tedeschi. 

La “lectio magistralis” di Ghenzer. Dopo di lui, Ford Italia cambia per sempre

E per un Marchio come Ford che in Italia, tra fine anni Ottanta e metà anni Novanta, si era ritagliata il posto di leader di mercato nei segmenti C/D proprio con Mondeo, il problema fiscalità trovò una risposta magistrale esemplificativa da Ghenzer proprio all’atto, nel 1994, della presentazione di Mondeo V6 2,5 Ghia (ancora sovrastata al Top di Gamma dalla nuova Scorpio) che Ford Italia decide di vendere allo stesso prezzo sia con cambio tradizionale che automatico. Inizio, questo, di una filosofia con cui Ford educherà il proprio target Clienti all’acquisto di auto sempre più “all inclusive” puntando sullo sconto generale in rapporto al valore aggiunto e di rivendita dell’auto. Già, rivendita, perché da un certo punto in poi le Ford cominciano a diventare sempre più interessanti anche nell’Usato.

Certo, a facilitare le strategie di Ghenzer in Ford Italia dal 1985 al 2000 ci sono sicuramente quattro fattori virtuosi:

– Come per tutti i Costruttori in Italia, almeno una prima fase di ecoincentivi statali aumenta i volumi di vendita;

– L’apertura culturale e mediatica di Stampa e Clienti potenziali verso le auto estere chiude i ponti con anni di protezionismo;

– Il profilo “vincente” perché teutonico della Gamma Fordaiuta in una fase in cui da fine anni Ottanta il “Made in Italy” comincia ad appannarsi;

– ed infine una serie di modelli azzeccati, come sottolinea una peculiarità di cui Ghenzer ha saputo certo beneficiare: ben tre “auto dell’Anno” tra il 1986 ed il 1999 sono Ford (Scorpio, Mondeo, Focus) mentre per un soffio la Fiesta “III” del 1990 (terza) e la Ka nel 1997 (seconda) avrebbero ben potuto aumentare il medagliere. Probabilmente Ford è il marchio che tra anni ’80 e ’90 ha il maggior numero di nomination (includendo il premio nel 1981 alla nuova Escort) e questo aiuta parecchio la fase commerciale: in mezzo a tutto questo Massimo Ghenzer però non è certo rimasto passivo, poiché tra le peculiarità di un Responsabile mercato nazionale all’epoca vi è anche il saper indirizzare l’Head Quarter del Gruppo verso la costruzione di vere e proprie World Car, altra tendenza che prende piede un po’ dappertutto nel mondo.

E tra le tante diverse auto che Ghenzer ha potuto immettere sul mercato nazionale da General Manager prima e da Presidente – cioè tra il 1985 ed il 1999 – molte sono nate grazie anche agli imput ed alle ricerche fatte dalla filiale italiana. 

Il risultato storico è alla fine nelle cifre oggettive: quando a Maggio 1999 Massimo Ghenzer passa le consegne di Presidente ad Andrea Formica, la “galassia” Ford Italia dà lavoro ad 11.000 persone, ha fatturato circa seimila miliardi di vecchie Lire e con la vendita di oltre 210.000 vetture raggiunge il 9% di quota del mercato auto nazionale. Valori, cifre e quote che all’inizio del suo arrivo alla “sala comandi” dell’Ovale nel 1985 forse nessuno si sarebbe sognato. 

Nel profilo iconografico di Gamma, a metà anni Ottanta Ghenzercomandava una Squadra fatta da Fiesta, Escort, Orion, Capri, Sierra, Scorpio, Transit, per l’85% a benzina e comprate “Cash” dai Rivenditori.

Nel 1999 lascia da Presidente una Gamma fatta di Ka, Fiesta, Focus, Puma, Mondeo, Cougar, Transit; almeno il 50% Turbodiesel, finanziabile e noleggiabile, richiestissima nel nuovo e nell’Usato. 

Ma soprattutto lascia una Rete commerciale che non era più quella “dei Rivenditori Ford”. Era quella che tutti percepivano come “Ford” e basta. La differenza, tutta nelle sfumature, era epocale. 

Merito certo anche dello Staff di Manager che lo ha coadiuvato. Ma certamente la gestione di Massimo Ghenzer ha lasciato dentro Ford Italia un segno virtuoso i cui effetti continuano nel tempo. 

Ed in tanti, come nel sottoscritto, la “Dottrina Ghenzer” ha offerto una visione diversa del mercato auto “classico”. Per questo, tanti anni dopo la mia esperienza in Ford, scrivo questo piccolo quadro storico anche per ringraziarlo ed augurargli “Buon lavoro” nelle nuove ed attuali sfide imprenditoriali.

Riccardo Bellumori

Nuovo Rolls-Royce Cullinan 2027: rendering Totale

Ieri sono stati pubblicati in rete i primi prototipi spia del nuovo Rolls-Royce Cullinan.

Ecco allora questi rendering di Kolesa.ru che ci consentono di farci un’idea iniziale del suo aspetto.

Il crossover full-size Cullinan, primo e unico modello della sua generazione, ha debuttato nel 2018, diventando anche la prima auto di serie con questo tipo di carrozzeria e la prima a trazione integrale nella storia del marchio. Nel 2024 il modello è stato sottoposto a un restyling con un aggiornamento piuttosto significativo dell’aspetto esteriore. Ora l’azienda britannica ha sottoposto a test i prototipi di un crossover completamente nuovo e abbiamo l’opportunità di valutarne le caratteristiche principali.

A prima vista, il crossover è in gran parte simile al modello attuale, ma è evidente che la carrozzeria sarà notevolmente più lunga (principalmente grazie al passo). Nelle foto spia si intravedono già i contorni della parte anteriore: il modello avrà fari “a due piani” (simili al modello Spectre), nella parte superiore saranno posizionate luci di marcia orizzontali a forma di strisce LED, mentre poco più in basso nel paraurti saranno integrati blocchi rettangolari di luci principali. Il design dei fianchi è nel complesso simile all’attuale Cullinan, mentre la differenza più evidente potrebbe essere la forma modificata dei finestrini laterali, grazie alla quale la carrozzeria avrà montanti posteriori notevolmente più larghi. Il nuovo modello sarà abbastanza facile da riconoscere dalla parte posteriore grazie alla nicchia della targa, che è stata spostata dal cofano del bagagliaio al paraurti. Ci saranno anche nuovi fanali: nelle foto dei prototipi, attraverso la copertura, si intravedono un paio di strisce verticali in ciascuno di essi, qualcosa di simile a ciò che abbiamo visto in precedenza sulla berlina Ghost aggiornata.

Rendering Kolesa.ru

MOTORI E DATI TECNICI

Ci saranno cambiamenti significativi nella parte tecnica del modello, poiché si prevede che il crossover diventerà completamente elettrico. Probabilmente sarà basato sulla stessa piattaforma in alluminio Architecture of Luxury utilizzata dalla coupé elettrica Spectre e presentata nel 2017 sulla berlina ammiraglia Phantom (inizialmente era stata progettata per l’elettrificazione). Il propulsore della Spectre sviluppa 585 Nm e 900 Nm di coppia, mentre il crossover potrebbe ottenere una potenza maggiore per compensare l’aumento significativo della massa.
Il debutto della nuova Rolls-Royce Cullinan è previsto per il 2028. Nel frattempo, l’azienda britannica ha recentemente preparato una Phantom speciale in onore del centenario della berlina.

Spenderesti 39.990€ per questa Tesla Model Y Standard? Prova su strada

Ecco la prova su strada completa della Tesla Model Y Standard la Model Y più economica di sempre che non rinuncia alla tecnologia.
Vi racconto tutti i Pro e i Contro del modello.

Maserati: i 40 anni di Quattroporte Royale e 228i

Questa è una bella, e poco conosciuta, storia all’italiana. Ma non fraintendete: è una storia che onora e celebra la grande inventiva, la voglia di fare e di azzardare anche se e quando le condizioni intorno sono davvero difficili. E una buona parte di questa storia l’ho scritta per rendere onore ad una firma di stile, ad un Designer che per sua indole ha sempre svicolato dal jet set e dalla ribalta della cronaca, ma che ha regalato all’industria auto ed agli appassionati delle pietre miliari di stile ed eleganza.

Tra l’altro noi di Autoprove nel corso di un anno e mezzo abbiamo recensito una serie di modelli storici creati o partecipati della Maserati che il tempo ha messo ingiustamente sotto un cono d’ombra; “Chrysler TC”, “Ligier Maserati”, Kyalami e 228; e poter recensire auto del Tridente meno conosciute è allo stesso tempo un piacere ed un onore.

 

E’ il 1986: il vulcanico Alejandro De Tomaso da un lato festeggia i dieci anni dalla “espugnazione” di Casa Maserati dalle grinfie poco rassicuranti del nuovo raggruppamento PSA (Peugeot e Citroen); 

era infatti l’inizio del 1976 quando – con una minaccia nemmeno troppo velata – Peugeot, acquisita Citroen che deteneva già la maggioranza di Maserati, avviava la procedura di amministrazione controllata e preannunciava l’ipotesi di chiusura (si, avete capito bene: chiusura) dello Stabilimento glorioso di Modena con annesso “Ponte degli Innamorati” di cui spesso abbiamo parlato.

Poteva essere la fine di tutto, anche perché praticamente Citroen aveva già fatto l’impossibile anche involontariamente per affossare l’immagine e la simbologia del Tridente: Maserati Quattroporte “II” e l’alleanza tecnica sulla Citroen SM erano le tesi di Laurea dell’aberrazione concettuale su lusso e sportività; e così Maserati perdeva nel 1974 cinque milioni di Dollari dell’epoca (una cifra superiore al Capitale Sociale effettivamente versato) e nel 1975 (esattamente il 22 Maggio) con un Consiglio di Amministrazione straordinario la nuova proprietà Peugeot metteva Maserati in amministrazione controllata. 

Notizia bomba che rimbalzava in ogni media di settore, e persino il New York Times apriva l’edizione del giorno dopo con un servizio in prima pagina, dato il rango ed il successo che in America avevano le mitiche Maserati. 

La situazione era a tal punto deficitaria da indurre Peugeot, una volta messa in liquidazione la Maserati per il valore di quattro miliardi di Lire, a finanziarne quasi la metà dell’importo ad Alejandro De Tomaso purchè rilevasse il Tridente e togliessel’imbarazzo di un possibile fallimento. Cioè Peugeot accettò, come caparra dell’accordo di trasferimento immediato delle attività e passività della Maserati a De Tomaso, di prestare a quest’ultimo la metà del valore di cessione che lo stesso argentino avrebbe poi restituito ai francesi insieme a tutto il residuo importo con un sistema di rate. Incredibile a dirsi, i soldi che PSA avrebbe accettato da De Tomaso per vendere Maserati erano in realtà già suoi…….Ma quando De Tomaso e GEPI compiono l’Impresa, la Maserati torna finalmente italiana, e lo Stabilimento di Modena con il “ponte degli innamorati” è alla fine salvo.

Kyalami e Quattroporte III sono i primi modelli “Executive” con cui si indirizza il Tridente lungo una nuova direttrice di mercato e di concorrenza: trasferire il valore commerciale della Maserati dal confronto inutilmente diretto con Lamborghini, Lotus e Ferrari (come avvenuto per una decina di anni con modelli come Merak, Bora, Indy) eliminando le berlinette e sostituendole progressivamente con classiche Berline e Coupè, più adatte a confrontarsi in Europa ed America con Mercedes, BMW, Jaguar. 

De Tomaso, lotta contro il tempo per riportare Maserati al Top

Per questo nasce la Biturbo, pur dentro una sequela di critiche al prodotto ed alla sua qualità iniziale: la coda delle lotte sindacali in Italia, poi l’ostruzionismo della Gepi (abbastanza stuzzicata in questo da interrogazioni parlamentari piuttosto “favorite” da Gruppi vicini all’Avvocato…) al famoso gioco contabile di Alejandro che spostava gli attivi della Innocenti sui buchi di bilancio del Tridente, e si arriva al “presunto” (secondo me) scandalo delle autocombustioni in California delle Biturbo. 

Ecco, questo è il “rovescio” di quel 1986, quando le candeline del decimo anno della “nuova Maserati” sono offuscate dalla appena avviata inchiesta federale sulle combustioni spontanee proprio mentre la Chrysler di Lee Iacocca mette in produzione la “TC Maserati” fortemente voluta sia dal genio Statunitense che da don Alejandro; operazione che se possibile aumenterà la nebbia all’orizzonte.

Eppure, quel 1986 nella agendina personale del Capitano di Industria argentino deve aver trovato un filo con qualche altro isolato “sassolino” nella scarpa” che gli era rimasto: il primo era ovviamente legato al punto di malcelato orgoglio con il quale la nuova gestione imprenditoriale aveva restituito alla iconografia del Tridente un vero e proprio vessillo. Era tornata in grande spolvero la “Quattroporte” che la Citroen, pur nella abnegazione e genialità endemica di Marcello Gandini per lo stile e di Giulio Alfieri per la tecnica, aveva appunto tentato di affossare con un progetto distonico e fallimentare nella seconda versione del 1974. 

In soli due anni dall’acquisizione di Maserati, alla fine del 1977 Alejandro aveva affidato a Giorgetto Giugiaro il classicissimo Chassis a longheroni e traliccio di tubi della “Deauville” sul quale a Modena avevano trapiantato il celebre “V8” della serie di Alfieri; il quale, nel frattempo, aveva pur rifiutato due offerte di collaborazione da parte di De Tomaso preferendo chiudere i suoi rapporti con Modena non appena PSA aveva ceduto tutto alla nuova proprietà italiana.

 

Si potrebbe dire che, per come Citroen aveva ridotto la Maserati a quel punto, sembrava difficile credere che Giulio Alfieri avrebbe detto “No” a De Tomaso. 

E forse non ha detto di “No” proprio all’argentino, quanto ad una deriva avviatasi inesorabilmente dentro Maserati alla quale a sua opinione era quasi impossibile mettere mano (a differenza di quanto gli riuscirà straordinariamente da inizio anni Ottanta con la ristrutturazione di Lamborghini). Se così fosse, i fatti e la storia si sarebbero incaricati nel tempo di dargli fatalmente ragione. 

Eppure, per un istante, De Tomaso (non proprio uomo da “porgi l’altra guancia”) deve aver soffocato un moto interiore di autogratificazione nel constatare che, tra mille inceppi e difficoltà, quella “sua” Maserati era tornata “LA” Maserati. Proprio come diventò la creatura di Giulio Alfieri.

 

Certo, i primi anni furono anche quelli della contabilità creativa, ne abbiamo parlato spesso; tuttavia è innegabile che il vulnus di De Tomaso non furono le strategie, ma l’azione incalzante con la quale cercò di accorciare tempi e strade per raggiungere il mercato prima di un obbiettivo primario come quello del risanamento. 

Parentesi a parte, la nuova “Quattroporte III” nella sua livrea riveste alla perfezione il telaio della “Deauville” pur senza evidenziare la così stretta parentela, mentre nel confronto tra la matita di Tom Tjarda (successore proprio di Giugiaro nella Carrozzeria “Ghia” divenuta per pochi anni “feudo” di De Tomaso dietro delega della Ford) e quella del capo di Italdesign ci sono talmente tante differenze stilistiche da rendere incredibile pensare che le due Ammiraglie Sedan di lusso alla fine……coincidano: nella lunghezza (4,90 metri la Deauville e 4,91 la Quattroporte III), nella larghezza (identica a quota 1,89 per entrambe) e quasi nella altezza massima (1,37 la Deauville e solo due centimetri in più per la Quattroporte). 

Arriva “Royale” e Quattroporte passa da Ammiraglia artigianale a gioiello esclusivo

Mentre la differenza si nota nel passo, che la Quattroporte deve aumentare di oltre tre centimetri rispetto alla Deauville perché deve alloggiare il V8 Alfieri al posto del Cleveland da 5,7 della De Tomaso; ma nessuna paura, ai diversi progetti partecipa la mano fatata dell’Ingegner Giampaolo Dallara e la differenza si materializza non nel taglio o allungamento del pianale di serie ma in un diverso opportuno telaietto posteriore di sostegno per ponte e bracci ammortizzati. Mentre il taglio e l’allungamento del telaio “Quattroporte” si materializzerà, proprio nel 1986, con la versione assurda e super lussuosa della “Limousine”: questa era caratterizzata dalla carrozzeria allungata fino a 5,56 metri con un passo incrementato di 65 cm e un telaio di base rivisto nella geometria delle sospensioni per adattarsi al meglio alla notevole mole dell’autovettura. 

Adottava numerosi accessori inediti come il sedile del passeggero ruotabile fino a 180° in modo da garantire una facilità d’accesso, mini-bar con frigorifero e televisione per i passeggeri posteriori, climatizzatore automatico bizona, impianto audio potenziato, vetri posteriori oscurati, divisorio in cristallo tra la prima e seconda file di sedili e tavolino con presa di corrente. 

Insomma, una reggia a quattro ruote. Ma non è con la “Limousine” che in verità si placa la voglia di sensazionalismo di don Alejandro: se la “Allungata” è una piacevole forzatura perfetta per il mercato nordamericano, la Quattroporte “III” deve pervenire ad una fisionomia e ad una caratterizzazione tale da renderla appetibile al ben più esclusivo e viziatissimo mercato mediorientale, dove la concorrenza da battere si chiama Mercedes, Bentley, Aston Lagonda e dove, ahimè, ancora si ride al pensiero di quella Quattroporte “II” made in France con motore V6 da 2,7 litri, trazione anteriore e prestazioni degne di una Ford Capri.

Ma c’è di più: con l’arrivo della serie “Biturbo” a quattro porte da 2000 e 2500 cc le frecce commerciali di Maserati puntano davvero dritte al cuore di tedesche ed inglesi di serie, mentre la Quattroporte del 1979 ha dopo sette anni di vita un pregio ed un difetto: il difetto è quello della sua rapida obsolescenza (le concorrenti dirette come la Daimler Mercedes “S” Class di Bruno Sacco, la “Sovereign 12 cilindri” di Jaguar e Pininfarina o la nascente nuova “7 Series” di Luthe e di Ercole Spada in casa BMW sono molto più aggiornate e “trendy” rispetto alla linea da vecchia Regina della Quattroporte) ma il pregio è nella esclusività intrinseca: basta dargli quel “quid” in più e la First Lady del Tridente è pronta a menare le mani direttamente su, nell’Olimpo del lusso contro Bentley, Cadillac, Aston Martin nelle scelte di facoltosi sceicchi. Proprio per questo nasce, il 14 Dicembre del 1986, la Quattroporte “Royale”: per rompere un “Tabù” che in Italia durava dalla fine della Lancia Flaminia e ancora più con la fine del sogno “Isotta Fraschini Monterosa”.

Eppure basta un restyling disponibile in colorazioni e lavorazioni della vernice esclusivi; interni rivisitati con poltrone più generose ed imbottite, contrasto tra la pelle traslucida e morbidissima e la radica, di particolare tono di colore, per la plancia e i mille pannelli della plancia, della cappelliera, delle portiere. 

Un lussuoso mobiletto Bar nel bracciolo “XXL” del sedile posteriore, con mensole in legno estraibili dalle due portiere posteriori per unire un tavolino smontabile trasversale per i due passeggeri posteriori, utilissimo nelle traversate desertiche per firmare contratti di cessione di petrolio, immagino….. E soprattutto come non firmare qualsiasi cosa se il proprietario ti porgeva lo Champagne in una delle due coppe appositamente realizzate in argento e peltro – stile Sacro Graal – che si potevano prelevare da due apposite nicchie create in ciascuno dei montanti delle porte?
E poi, permettete, si nota l’ipnotico ed accattivante orologio analogico da cruscotto con sfondo “anticato”. Di prammatica, come ovvio, la gestione totalmente elettrica dei sedili.

Esternamente nella Royale fanno sfoggio nuovi cerchi cromati, nuove modanature e fregi, gruppi ottici di disegno leggermente modificato. Tutto il possibile (TV, telefono, Impianto Stereo, etc.) che può arricchire quello che è già ricco di suo è previsto. 

Mentre dal lato tecnico la Royale adotta freni maggiorati, un nuovo V8 da 4,9 litri e 300 cavalli; assetto ammorbidito (lo si nota anche nelle foto statiche del modello, con la linea di altezza abbassata di tre centimetri rispetto alla Quattroporte di serie), differenziale Sensitork (un brevetto della Gleason che assicura un trasferimento di potenza ad ogni ruota maggiormente proporzionato alla differenza di attrito che ognuna delle ruote posteriori manifesta con l’asfalto quale segnale di perdita di aderenza) in appoggio al cambio automatico a tre rapporti; e, se parliamo di tecnica, un clima a due zone potenziato. 

Tuttavia, la Royale non era propriamente un’auto per polentoni alla guida: con uno 0-100 Km/h in sei secondi e mezzo questo bestione di due tonnellate prendeva una relativa “paga” di solo quattro decimi di secondo dalla feroce BMW Serie 6 Coupè “635 Csi” contemporanea, tanto per capirci, ma avrebbe tenuto dietro di sé  perlomeno la “7 Series” V8 o la “S Class” da 3800 cc. Ed ovviamente la velocità massima autolimitata era di “appena” 230 Km orari.

Della Royale sono state prodotte 55 unità in circa tre anni e mezzo, con tempi di consegna anche di otto mesi rispetto all’ordine. Ma, come detto, il 1986 per il Commendatore Alejandro De Tomaso è sia fiammeggiante (nel senso della inchiesta federale sulle combustioni spontanee della Biturbo) sia sfavillante. 

Genio ed artigianalità: da un solo telaio un mondo di modelli diversi. Miracolo all’italiana

Per inciso, il telaio longheroni e traverse “base” sviluppato da Giampaolo Dallara per De Tomaso ha servito, con misure e passi diversi, ben sei modelli di Supercar diverse (De Tomaso Longchamp e Deauville, Longchamp Convertibile, Maserati Kyalami e Quattroporte, Quattroporte Limousine). Nulla di meno rispetto alle diverse “estensioni” che il monoscocca della Biturbo ha accompagnato nel corso della sua vita.

Una chiosa: nella epopea De Tomaso faccio spesso accenno a questa storia degli Chassis, delle origini e delle componenti in comune, così come dei monoblocchi condivisi tra auto diverse. 

Non è un vezzo: sebbene gli anni Ottanta fossero il primo affaccio delle piattaforme comuni (celebre la “Tipo Quattro” di Fiat) c’erano all’epoca due diversi tipi di Costruttori: uno che lavorava virtuosamente sulle condivisioni o sulle sinergie per convenienza e per efficienza industriale; e l’altro che al contrario si trovava costretto suo malgrado a condividere e  “frastagliare” la sua base industriale di origine per mera carenza di budget e cashflow. Ecco, De Tomaso era un Capitano di Industria della seconda famiglia. E dunque immaginate quanto fosse complicato essere creativi in situazioni del genere. Ed è qui che si incrocia nel mio articolo il genio ed il talento del Designer di cui voglio parlarVi. E che non è, beninteso, Giorgetto Giugiaro di cui ho parlato per la “Quattroporte III”.

Arriva “228i” e Maserati esalta il genio discreto di Pierangelo Andreani

La grande novità di rango (oltre a diverse versioni ed allestimenti di “420/425” e per la serie “Biturbo”) di quel 1986 in casa Maserati è in una vera Signora discreta ed altolocata. 

Lo dico senza dubbi: una delle due sole Maserati dell’era De Tomaso per le quali stravedo. La seconda è la “Quattroporte IV” del 1994 by Marcello Gandini, che tra l’altro ritengo ottimo e degno interprete delle linee di aggiornamento della serie “Biturbo” negli anni Novanta; la prima è una principessa discreta ma rivoluzionaria: si chiama “228i”, berlina Coupè a due porte e tre volumi dalla storia particolare.

A firmare la sua linea è lo stesso papà della prima “Biturbo” e delle estensioni a quattro porte: una linea che a sua volta, secondo me, compone con “Mercedes 190” del 1982 di Bruno Sacco, con “BMW E30” di Claus Luthe e con “Alfa 33” di Ermanno Cressonila quaterna divina delle tre volumi anni Ottanta (se qualcuno mi obbietta che “33” è una due volumi e mezzo, replico sereno che si tratta di una tre volumi con il portellone, alla stregua della Seat “Toledo” di Giugiaro). 

Oltre questi tre modelli ogni altra tre volumi anni Ottanta o ne è copia conforme, o è un accrocco disarticolato nei volumi, o è una banalissima 3 Volumi da lavoro, oppure è ancora una banalissima 3 volumi da lavoro alla quale hanno smussato ogni spigolo. 

Persino la decantata “Thema” non riesce a bloccare il fiato, per la ammirazione, rispetto alle quattro sopra in elenco. Girate attorno ad una “Biturbo” oppure ad una “420/425” dei primi anni Ottanta: ad ogni giro Vi sorprende un particolare estrapolato dall’insieme quasi “monolitico” che permette da subito all’occhio di apprezzare e perimetrare l’intero incastro e sviluppo dei volumi. E quando questo succede, vuol dire che ad ogni angolazione della visuale (fronte, retro, laterale e tre quarti) l’occhio si compiace da subito della perfetta proporzione ed integrazione tra i volumi della carrozzeria.

A disegnare la Biturbo Coupè e quattro porte e la “228i” è un unico straordinario genio: Pierangelo Andreani. Che tuttavia a mio avviso, nella 228, si supera e merita l’applauso da spella-mano.

Ma chi è Pierangelo Andreani? Nella rubrica infinita dei nomi dell’Industrial Design tra gli anni Settanta ed Ottanta questo discreto, signorile ed eclettico maestro del tratto rigorosamente a matita su foglio bianco sembra restare in ombra ma è un nome “pesante” per le sue realizzazioni. 

 

E più di un Brand di auto e moto di successo deve la sua carta di identità a Pierangelo. Di certo un “grazie” grosso come una casa glielo devono i fratelli Castiglioni; il successo di Cagiva inizia non insieme ma per conseguenza del disegno geniale di Andreani: Alazzurra, Aletta Rossa, Elefant; insomma la scala reale del successo Cagiva è dovuto allo stile azzeccato di questo disegnatore, che nasce a Sondrio alla fine degli anni Quaranta e che per coltivare la passione per il disegno (in una città priva di Liceo Artistico) frequenta l’Istituto Geometri dove il suo tratto creativo si supporta con i fondamenti di scienza e meccanica, senza rifiutare al contempo la mano ed il supporto al papà ed alla sua impresa di manufatti in cemento e ceramica.

 

Terminato il militare, Pierangelo invia lettere di candidatura a vari Carrozzieri, ma il suo cuore batte ovviamente per Pininfarina, che gli regala un piccolo sogno: Pierangelo viene invitato al Centro di Torino e per due giorni è stimolato ad esprimere il suo personale senso di stile in tema di auto. Il Responsabile dello Stile, Martinengo, elogia il ragazzo ma una serie di assunzioni recenti rimanda per Andreani la possibilità di fermarsi presso Pininfarina. 

 

Ed ecco che il suo primo impiego è alla Fiat dove, nel 1972, avvia le linee guida di una delle pietre miliari di Corso Marconi: la “Ritmo” alla quale Andreani aveva assegnato fari quadrati anziché tondi ma delineando però il layout discriminante del modello finale. Era passato nel frattempo al cosiddetto “Centro Studi Futuri” (p.s.: chissà se era lo stesso, al sesto piano del Centro diMirafiori, del quale un mio vecchio e geniale amico ingegnere mi aveva parlato tanti anni fa) e lì lavora con Sergio Sartorelli e Paul Breuer; 

ed esce da Fiat per passare finalmente alla Pininfarina: Martinengo stavolta cerca direttamente Pierangelo e, saputo che era in carica presso il Marchio di Mirafiori, arriva a rompere una consuetudine – una sorta di “entlemen Agreement” – consolidata tra le principali firme di Stile della cinta sabauda e la Fiat: fino all’assunzione di Andreani infatti entrambe le parti in causa avevano evitato per quanto possibile di “rubarsi” reciprocamente gli Stilisti. Ma per Pininfarina quel ragazzo, Pierangelo, vale bene un simbolico strappo e dunque Boano, head of Design di Fiat, non può che avallare quel passaggio di consegne.

Nel frattempo a metà anni Settanta inizia per Andreani l’amore per il Design nautico, altra pietra miliare della sua carriera.

 

Dalla Pininfarina Andreani passa al Gruppo De Tomaso: inizialmente si dedica alla gamma moto di Guzzi e Benelli. Poi, nella fine degli anni Settanta, inizia a nascere il progetto “CoupèBiturbo” di cui il Designer cura la genesi del progetto da “zero a cento”: sostanzialmente l’incarico assegnato da De Tomaso è del tipo “carta bianca” visto che gli unici vincoli sono tutti nella misura indicativa di circa 4,20 metri di lunghezza e nella bozza di V6 2 litri della Merak su cui il Reparto Tecnico sta ancora testando l’upgrade con doppia turbina; ma resta leggendaria la risposta dell’Industriale argentino quando Pierangelo chiede maggiori specifiche sugli ingombri delle parti meccaniche:

 

“Andreani, non si preoccupi: il motore, sotto al cofano, ce lo faccio entrare a pedate!!!”

 

tuttavia è chiaro che, per ovvi motivi di ottimizzazione industriale e recupero risorse, quanto più possibile delleMerak e Bora il mitico De Tomaso spera, ad inizio anni Ottanta, potrà trovare spazio nella nuova nata dopo l’uscita di produzione della famiglia di “berlinette” a due posti o 2+2 che lasceranno spazio alla nuova classe delle berline due e quattro porte: quella fortunata Gamma di nuove berline a tre volumi del Tridente cui Pierangelo Andreani ha saputo, da zero, dare vita.

 

Per intendersi, se Bora o Merak toccavano lunghezza di 4,33 metri, larghezza di 1,78 ed altezza di solo un metro e quindici, la nuova volumetria da Coupè tre volumi della “Biturbo” consenteovviamente di “sistemare” quanto più possibile della meccanica delle “donatrici” pur recuperando cubatura interna grazie all’aumento dell’altezza del padiglione a circa un metro e trenta, per una “quasi” quattro posti comoda che rispetto alle sue progenitrici riduce le misure di ingombro massimo a circa 4,15 metri di lunghezza ed 1 metro e 73 di larghezza. Indicativo infine il valore di passo: 2,60 metri per Bora e Merak, 2,52 metri per la “Biturbo”. 

 

Intorno a tutto questo Andreani disegna comunque uno stile che per Maserati diventa il canone della new Age di Modena: evocativo, solo questo, con la primadonna arrivata nel 1979 (la Quattroporte di Giugiaro), la Biturbo “innesta” nel DNA di Maserati forme, spigoli, particolari, volumetrie ed equilibrio tra le parti da cui il Tridente non potrà più prescindere per anni a partire dal 1981. 

Dalla Biturbo infatti Andreani trae infatti spunto per le linee di 420/425/430 e della “228” e persino Marcello Gandini mostrerà rispetto e considerazione per Shamal e Quattroporte “IV”. La nuova Maserati di De Tomaso, insomma, ha il DNA che Pierangelo Andreani ha saputo infondergli.

 

Maserati “228i”. Primadonna con radici forti ed una personalità esclusiva

Eppure, se prendete in rassegna la serie “Biturbo” 1981/1986, la serie delle berline a quattro porte “420/425”, Vi renderete conto che la “228i” ha un qualcosa, un certo non so che con il quale sembra distaccarsi nettamente dalla serie che Vi ho elencato nonostante il suo chassis sia quello proprio della serie a quattro porte, cioè lo chassis “allungato” della Biturbo. Per inciso, Andreani aveva da poco interrotto la sua collaborazione, ma per De Tomaso era a tal punto discriminante da convincere l’argentino a cercarlo di nuovo per affidargli la nuova sfida epocale: la “228” appunto. 

 

E così Andreani crea un modello di “Coupè” da inviare dritta dritta nella tenzone riservata a BMW “635 Csi”, Jaguar “XJS 3,6 litri”, Mercedes “SL” Coupè con V8 fino a 4 litri, ma estendendo anche ad Honda Legend e persino Ford Thunderbird “IX Series” sul mercato nordamericano. 

 

Una Coupè “executive” in fondo, fatta per gratificare ed insieme rassicurare il nuovo Cliente professionale o “Fleet” che pur amando la guida sportiva desidera un colpo d’occhio solido e lussuoso; ma non sforzateVi di cercare concorrenti elettive dirette sul mercato dell’epoca. Non ce ne sono, ed il colpo di genio, anticonvenzionale, sta proprio qui.

 

Maserati 228: nessun’altra come lei, in quell’epoca. Andreani apre una nuova strada

Sembra quasi che il talento creativo ma equilibrato di Andreani abbia fatto bingo con l’innata indole commerciale (stile “chi sa vendere frigoriferi al Polo Nord”) ed il colpo d’occhio strategico di don Alejandro; pare quasi che i due insomma abbiano flirtato per creare l’esatto incastro di mercato in un target dove la “228i” arriva come prestigiosa apripista, ed è la seconda volta per il Tridente dopo la prima auto di serie a doppia turbina: nel periodo dei Clienti “rampanti” e dei Manager che nel rispetto della praticità non vogliono rinunciare a prestigio ed emozione di guida arriva lei, la 228i, Coupè essenziale e dinamica ma con un pedigree nobiliare da fare invidia; si distingue subito per essere una sportiva cinque posti comoda, spaziosa ma non “obesa”: anzi con le sue dimensioni e forme (lunga 4,46 metri, larga 1,86 ed alta 1, 33 metri) può permettersi di far apparire elefantiache le concorrenti del rango di “BMW 635” di Paul Bracq o la “500 SEC” di Bruno Sacco, le concorrenti elettive rispetto alle quali ostenta un carattere sportivo di assoluto prestigio ma anche una cura artigianale che nulla ha da invidiare ai distretti della pelle o della radica britannica. 

 

Ed il guanto in faccia al nemico tedesco, sotto mentite spoglie, è dunque lanciato. 

Solo con una analisi che vada oltre le apparenze e le didascalie ci si potrebbe rendere conto di quanto dirompente sia stata, nella sua discreta eleganza, la “228”; e di come per la prima volta dopo anni una italiana sia andata dritta contro la fortezza elettiva di tedeschi ed inglesi: la maxi Coupè executive,  cui Maserati dava in dote una peculiarità esclusiva ed unica. 

Un perfetto esempio di “crossover” tra il target della “W124” Coupè Mercedes (benchmark di categoria) in “basso” e le Coupètedesche ed inglesi di Segmento “E” superiori, ma con pedigree nobiliare, eleganza “Bristish” e richiamo sportivo tale da “sverniciare” persino la classe e l’eleganza di Jaguar ed AstonMartin contemporanee.

 

Il motore biturbo V6 da 2800 cc con tre valvole per cilindro e doppia turbina IHI, un gioiello esclusivo che nessun concorrente diretto poteva vantare garantisce poi 250 cavalli senza catalizzatore (25 in meno dunque per gli Stati Uniti) e questo significava all’epoca il primato assoluto in potenza contro BMW 635 “non” CSi e contro persino il roccioso V8 da quasi 5 litri della Mercedes SL contemporaneo. Eppure, nel mirino della “228i” il nemico c’è ma non si presenterà mai. Maggio 1986, il Gruppo Fiat presenta la sua arma proprio contro il rinato Tridente Maserati: Lancia Thema 8.32 Ferrari. 

Curioso come mai finora mi fossi accorto che le misure fondamentali, passo incluso, nelle due superammiragliecoincidono. Tranne che per una visione tecnologica: Thema è una berlina cinque porte a trazione anteriore, la “228i” è una Coupè da evangelo della sportività vecchia maniera. Se Vittorio Ghidella, nel proporre “Thema Ferrari” aveva velatamente urlato contro De Tomaso: “stiamo venendo a prendervi”, con la “228i” Maserati ribatte: “io sono davanti”. 

 

E’ così che negli anni mi sono “romanzato” la presenza in Gamma di un’auto così poco decifrabile come “228i” cioè l’arma globale contro il lusso sportivo nel mondo.

Nessuno mai, prima di allora, si era avvicinato così minaccioso aimostri teutonici ed al mostro sabaudo-modenese di Lancia; beh, direte Voi: ma con le precedenti serie “3500”, “Mexico” e“Kyalami” come la mettiamo? Semplice, Vi rispondo: all’epoca di Mexico e“3500” erano le tedesche che rincorrevano Maserati. 

 

Dopo la sventura Citroen la “Kyalami” fu semplicemente la ripartenza del ciclo virtuoso. Ma nessuno puntava a farne una concorrente eletta delle tedesche. Kyalami era semplicemente un’altra cosa; “228i” era invece la dirimpettaia impertinente che voleva attaccare zizzania ad armi pari.

 

La carrozzeria della nuova Coupè di Andreani era configurata come una coupé 2 porte, 3 volumi, 5 posti spaziosi. Della serie a quattro porte adottava praticamente tutta la meccanica, con l’introduzione del nuovo motore 2,8 litri a 18 valvole con iniezione Weber-Marelli. La linea, de gustibus, può piacerVi o meno, ovvio; ma non chiedete a me. Io la trovo semplicemente divina e senza età.

 

Principessa senza dote, “228” meritava più accessori ed elettronica. Ma lo stile era al Top

L’insonorizzazione avveniva con lavorazioni in tema Silent Travel, cioè con una attenta interposizione di materiale fonoassorbente nelle intercapedini di metallo o nelle scatolature principali dell’auto.

Ma la situazione contabile ed industriale di Maserati era quel che era, e privò la “228” di tanti indispensabili “benefit” elettronici e di sicurezza di prassi ormai nelle concorrenti tedesche.

La 228 nella configurazione più potente non catalizzata e con cambio meccanico ZF a 5 rapporti raggiungeva una velocità massima di oltre 235 km/h, e arrivava da ferma a 100 km/h in 5,6 secondi; si rivolgeva ad un pubblico di appassionati soprattutto esteri (dato che in Italia le auto con motore oltre i 2000 cc erano penalizzate dall’IVA al 38%) che cercavano una vettura di lusso sportiva artigianale ed esclusiva, da cucirsi addosso scegliendo allestimenti in pelle e Alcantara di diversi colori, disposti però a soprassedere sulla totale mancanza degli ausili elettronici che negli anni ’80 erano presenti su vetture di tale lignaggio, e non solo di sistemi antislittamento o di aiuto alla stabilità già presenti, ad esempio, sulla concorrente Mercedes-Benz 300 CE, ma anche di sistema antibloccaggio ABS e airbag.

 

Dunque, 228” è in fondo il canto del cigno di Pierangelo Andreani con De Tomaso, ma la sua linea eterna prescinde dal suo ruolino commerciale. E’ una vera opera d’arte realizzata tra mille difficoltà e soprattutto budget limati all’osso. E questo aumenta il valore e la considerazione per il lavoro di Andreani.

 

Prodotta fino all’atto della cessione di Maserati al Gruppo Fiat, ebbe persino, pensate, l’onta della rottamazione: circa 50 dei quasi 500 esemplari prodotti, rimasti nelle giacenze dei Dealer, furono ritirati dalla nuova proprietà e – si dice – spediti al demolitore. Criminali!!!!!

 

Riccardo Bellumori

Nuova BMW M3 2026: ultimo Render

La prossima generazione dell’iconica berlina sportiva BMW si preannuncia come una storia di due propulsori. Uno sarà una iM3 completamente elettrica, ricca di potenza e simulazione digitale. L’altro, più familiare ai puristi, è una BMW M3 a combustione che potrebbe benissimo rappresentare il canto del cigno del motore a sei cilindri in linea della BMW. È proprio su questo modello che ci concentreremo qui.
Sulla base di una combinazione di dettagli preliminari e della nostra interpretazione delle recenti foto spia, continuate a leggere mentre esploriamo tutto ciò che sappiamo sulla prossima berlina sportiva ad alte prestazioni di BMW.
Probabilmente, l’aspetto più controverso dell’attuale M3 era la sua doppia griglia a forma di bara. Mentre molti si sono abituati al suo aspetto audace, la nuova auto si avvicina molto al linguaggio stilistico della Neue Klasse di BMW, con reni molto più piccoli affiancati da un pannello luminoso avvolgente.

Più in basso, un’enorme presa d’aria inferiore presenta condotti geometrici per convogliare l’aria all’intercooler e ai freni, mentre il cofano ha un canale centrale incassato. Il profilo laterale è caratterizzato da enormi ruote e freni M-spec, superfici riduttive con contorni morbidi, maniglie delle porte a filo e pieghe minime.

La vista posteriore è dominata da fianchi muscolosi, un diffusore multicanale, luci posteriori OLED, un sottile spoiler integrato e un sistema di scarico quadruplo.

INTERNI E DOTAZIONI

All’interno, la nuova M3 adotta la filosofia di cabina di nuova generazione di BMW, caratterizzata dal display panoramico “Panoramic iDrive” che si estende da un montante all’altro, come si vede nel nuovo SUV iX3. Un ampio display centrale da 17,9 pollici in stile tablet funziona con il sistema operativo BMW X, offrendo un controllo vocale migliorato, una grafica più ricca e un’interfaccia più intuitiva.
Ci si aspetta una riduzione dei comandi fisici, un volante M massiccio, sedili avvolgenti e materiali di qualità superiore per colmare il divario tra la Serie 3 standard e l’ammiraglia M5. La tecnologia di sicurezza attiva farà un importante passo avanti, con una suite di sensori migliorata e capacità semi-autonome.
Mentre la iM3 elettrica utilizzerà la nuovissima architettura Neue Klasse di BMW, la M3 ICE si discosta da essa mantenendo una piattaforma CLAR evoluta rispetto al modello attuale. A differenza della più grande M5, questo impedirà alla M3 di trasformarsi in un vero e proprio mastodontico.
L’hardware mild-hybrid, i freni più grandi, i rinforzi strutturali aggiuntivi e la trazione integrale xDrive di serie aumenteranno probabilmente la massa rispetto all’attuale G80, ma questo sarà compensato da un maggiore utilizzo di alluminio.
Sotto il cofano ci sarà un motore 3.0 litri twin-turbo inline-six derivato dall’S58, abbinato a un sistema ibrido leggero a 48 volt. Questo sistema fornirà una maggiore coppia a bassi regimi, riducendo al contempo il consumo di carburante.
La potenza dovrebbe superare i 523 CV, posizionandosi al di sopra dell’attuale M3 Competition, anche se non si avvicinerà alle cifre a quattro zeri previste per la iM3 elettrica. Secondo le prime indiscrezioni, la nuova M3 a quattro porte sarà offerta esclusivamente con cambio automatico a 8 rapporti e trazione integrale xDrive. Il cambio manuale e la trazione posteriore non dovrebbero tornare in questa generazione.
BMW non ha ancora confermato ufficialmente questi dettagli. Se fossero veri, sarebbe una delusione per gli appassionati che apprezzano il coinvolgimento del guidatore più della velocità pura. Tuttavia, si vocifera che il cambio manuale potrebbe sopravvivere nelle coupé M2 e M4 fino alla fine del loro ciclo di vita, alla fine di questo decennio.
BMW sta anche sviluppando una M3 completamente elettrica, che potrebbe chiamarsi iM3.
Le principali rivali della M3 includono la Mercedes-AMG C63, che potrebbe passare per la prima volta a un motore a sei cilindri in linea, la prossima Audi RS5, la Cadillac CT4-V Blackwing e la vecchia Giulia Quadrifoglio di Alfa Romeo.

Sebbene alcune fonti suggeriscano un debutto all’inizio del 2028, gli attuali prototipi di prova sembrano molto più pronti per la produzione, il che suggerisce che BMW potrebbe svelarla già nel 2027.

Nuovo Skoda Peaq 2026: Rendering Totale

Pochi giorni fa Skoda ha annunciato il suo nuovo crossover Peaq e, grazie ai teaser disponibili, abbiamo la possibilità di farci un’idea di come sarà.

Nel 2023, la casa automobilistica ceca ha annunciato diverse novità, una delle quali era un grande crossover con la denominazione provvisoria Space. Già allora era chiaro che sarebbe diventata la versione di serie del concept Vision 7S, presentato alla fine dell’estate 2022. Un paio di giorni fa il modello ha ricevuto il nome ufficiale Peaq, derivato dalla parola inglese peak (che significa “picco”).

Le foto spia dei prototipi sono state pubblicate già da tempo, ma ora possiamo farci un’idea più precisa dell’aspetto del futuro modello di punta utilizzando i frammenti raffigurati nei teaser. La parte anteriore riprende in larga misura il concept, con le strisce orizzontali delle luci di posizione e i segmenti rettangolari verticali nei fari, ma i blocchi dei fari stessi sono diventati più grandi e tra di essi sono apparse delle linee verticali a LED (una soluzione simile era stata precedentemente applicata sui crossover Enyaq aggiornati). Anche i montanti posteriori larghi sono stati realizzati nello stile del concept, solo che sull’auto di serie sopra di essi ci sarà una sorta di interruzione, grazie alla quale apparirà l’effetto del cosiddetto tetto sospeso. Anche i fanali sono praticamente identici al concept, ma i segmenti verticali inferiori saranno a forma di U, mentre sulla Vision 7S sono rettangoli continui.

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MOTORE E DATI TECNICI

La nuova Skoda Peaq sarà costruita sulla piattaforma modulare MEB (Modulare E-Antriebs-Baukasten) del gruppo Volkswagen, utilizzata dalle auto elettriche Audi, Seat, Skoda, Volkswagen e persino Ford (crossover Explorer EV). In termini di dimensioni, supererà i modelli Enyaq e Kodiaq, diventando così il fiore all’occhiello dell’azienda. Si prevede che il nuovo modello sarà dotato di uno o due motori elettrici a seconda della versione, di una batteria da 86 kWh e di un’autonomia di circa 645 km con una singola ricarica.
La presentazione della nuova Skoda Peaq avrà luogo quest’estate.

La fabbrica di soli robot: ecco da quando

La robotica avanzata e i progressi nell’intelligenza artificiale hanno un enorme potenziale nell’industria automobilistica. Nelle fabbriche di automobili, ancora di più: i robot sono già ampiamente presenti nella produzione dei veicoli, affiancando il lavoro degli esseri umani nei processi di assemblaggio, controllo, ecc.

Tuttavia, ciò che non è ancora così comune vedere nelle fabbriche, per il momento, sono i cosiddetti robot umanoidi. Alcune fabbriche stanno iniziando a sperimentarli, ma non penseremmo mai che l’intero processo di produzione di un’auto possa essere controllato completamente dai robot in un breve lasso di tempo.

Con questo nome si indicano le fabbriche in cui i robot costruiranno completamente un veicolo. Si tratta di linee di assemblaggio completamente automatizzate, il che rappresenta una grave minaccia per la forza lavoro così come la intendiamo oggi nelle fabbriche.

Secondo gli esperti consultati da AutoNews di Gartner e Warburg Research, si prevede che almeno un produttore di automobili raggiungerà la totale automazione in questo senso entro il 2030. Ciò avverrà in Cina o negli Stati Uniti, quindi se ci leggi dall’Europa puoi stare un po’ più tranquillo.

Si prevede che i progressi nell’intelligenza artificiale, nella produzione digitale e nella robotica umanoide raggiungeranno un punto di svolta nei prossimi anni e che potranno arrivare a eliminare quasi tutte le funzioni umane che intervengono nel processo di assemblaggio.

LA PRODUZIONE DEL FUTURO

I processi di automazione nell’assemblaggio delle automobili aumenteranno nei prossimi anni.
Gli esperti assicurano, tuttavia, che sebbene i robot svolgeranno compiti umani in questo processo, ciò non significa che le persone saranno completamente escluse. Ci saranno nuovi compiti, nuovi lavori da svolgere.

Questo, però, modificherà completamente il paradigma e i metodi di assunzione, nonché le esigenze di formazione dei dipendenti nelle fabbriche in nuovi ambiti legati alle tecnologie digitali, alla produzione avanzata e alle auto elettriche.

«Questi dipendenti potrebbero essere riassegnati ad altre funzioni di supporto come la manutenzione, l’ingegneria, la logistica e la manipolazione o l’ispezione dei materiali. I rapidi cambiamenti di prodotto e le diverse varianti richiedono la cooperazione tra la tecnologia dell’IA e dipendenti altamente qualificati e flessibili. L’enfasi è sull’evoluzione e la trasformazione dei posti di lavoro all’interno dell’industria, piuttosto che sulla semplice sostituzione dei posti esistenti».

Gli analisti stanno osservando che alcune aziende stanno già iniziando a implementare processi di produzione «dirompenti» e con una maggiore «attenzione ai robot umanoidi». Gartner sottolinea che 12 dei 25 principali produttori di automobili stanno già effettuando test pilota con la robotica avanzata.

Nuova Volvo EX60 2026: ultimi Teaser

La nuovissima Volvo EX60 sarà presentata il 21 gennaio. Il SUV elettrico si collocherà tra gli attuali modelli “EX” grandi e compatti di Volvo, l’ammiraglia EX90 e la entry level EX30. Un po’ come un equivalente della XC60, ma con uno spazio maggiore da colmare sul versante elettrico, dato che la EX30 è davvero piccola.

Volvo afferma che la EX60 supererà qualsiasi altro veicolo elettrico da essa prodotto, con un’autonomia di 810 km, la migliore della categoria, in configurazione a trazione integrale. “Trasforma l’ansia da autonomia in comfort da autonomia”, afferma l’azienda.

“La EX60 è stata progettata per rivoluzionare il settore. Con la nostra nuova architettura per veicoli elettrici, affrontiamo direttamente le principali preoccupazioni dei clienti che stanno valutando il passaggio a un’auto completamente elettrica. Il risultato è un’autonomia leader nella sua categoria e velocità di ricarica elevate, che segnano la fine dell’ansia da autonomia”, ha affermato Anders Bell, Chief Technology Officer di Volvo Cars.

MOTORE E DATI TECNICI

La Volvo EX60 si ricarica anche più velocemente di qualsiasi altra Volvo elettrica precedente. L’EV da 800 V con software sviluppato internamente può aggiungere fino a 340 km di autonomia in soli 10 minuti utilizzando un caricatore rapido da 400 kW. Volvo promette anche una garanzia di 10 anni sulla batteria dell’EV. Per contestualizzare, la velocità massima di ricarica dell’ES90 è di 350 kW e 10 minuti di ricarica a questa velocità consentono alla berlina di percorrere 300 km.

Volvo afferma che la chiave dell’autonomia leader della categoria della EX60 è la SPA3, la sua architettura per auto elettriche più avanzata fino ad oggi. L’integrazione della batteria direttamente nella struttura dell’auto con la tecnologia cell-to-body e lo sviluppo interno dei motori elettrici rendono la EX60 più efficiente dal punto di vista energetico e riducono il peso eccessivo. Il nuovo design delle celle della batteria bilancia la densità energetica e l’erogazione di potenza, aumentando ulteriormente l’autonomia.

Inoltre, l’EX60 è la prima auto Volvo costruita con l’aiuto del mega casting, grazie al quale centinaia di parti più piccole vengono sostituite con un unico pezzo fuso ad alta precisione nel processo di produzione. Questo riduce il peso, che a sua volta migliora l’autonomia.

Ne sapremo di più su questa EV dall’aspetto impressionante il 21 gennaio.