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Fare amicizia con l’aria: i Costruttori anni 70/80 e la ricerca aerodinamica

A dire la verità, mentre mi congratulo con me stesso per aver circoscritto materiale per almeno due libri dentro due precedenti articoli (dedicati alla Lean Burn ed al funzionamento modulare o parzializzato dei motori) che ho provato a rendere il più sintetici possibile; da un altro lato non vorrei essere troppo didascalico e frainteso: il fatto che io abbia messo sotto capitoli aspetti tecnici quasi fossero distinti tra loro è una suggestione; ogni Costruttore cercava di ottimizzare consumi ed emissioni lavorando contemporaneamente su aerodinamica, combustione magra, parzializzazione, attriti. Ma credo che elencando così Vi renderete conto di quanto impegno sottobanco fosse messo in atto. 

Sul lato aerodinamico, tra anni Settanta ed Ottanta avete l’imbarazzo della scelta, ed ecco pochi esempi di prototipi aerodinamici. Sia chiaro: la rassegna che Vi porto in questo articolo è probabilmente un quindicesimo di quanto i Costruttori e le firme di Stile hanno proposto in due decenni.

 

Cercate ad esempio un prototipo di minicar capace nel 1982 di consumare 88,6 miglia per gallone e di avere un coefficiente di resistenza aerodinamica di 0,22 ? Allora pensate a Renault VESTA Concept I°

E prima del 1984 vengono realizzati due prototipi VESTA di prima generazione, cui segue nel 1985 il prototipo EVE (Economy Vehicle Elements) basato sulla Renault 18; ma l’azimut ed il perfezionamento del programma di ricerca si ha nel 1987 con il programma VESTA II: il 23 Giugno del 1987 ottiene il record mondiale per il minor consumo di carburante sulla lunga distanza percorrendo i quasi 600 chilometri autostradali da Bordeaux a Parigi con meno di 10 litri di benzina commerciale ad una media di 100 Km/ora.

Opel Tech 1: prototipo del 1981, che ha segnato lo stile del Marchio di Russelheim tra gli anni’80 ed i primi anni ’90: con le sue linee spigolose e razionali è riuscita ad anticipare modelli di grande successo come le Kadett del 1984 ed Omega del 1986, due vere e proprie colonne per la Opel negli anni ‘80. La Tech 1si basa sul telaio della Kadett di quarta generazione (in vendita dal 1979 al 1984) e ha forme aerodinamiche, tanto è vero che il coefficiente di resistenza all’avanzamento (0.235) non ha rivali fra le berline. 

Volvo Light Component Project (LCP) 2000 è stata costruita nel 1983 come progetto per testare diversi tipi di carburante. In questo progetto, la Volvo ha sperimentato materiali leggeri per costruire il motore, come alluminio, magnesio e plastica. Gli ingegneri iniziano a lavorare nel 1979 sulla piattaforma di progetto per un’auto pensata per il nuovo millennio

In particolare la sinergia temporanea con Norsk Hydro (produttore norvegese leader nella produzione di magnesio) prevedeva un iniziale uso massiccio di questo materiale per ridurre il peso a meno di 700 kg. LCP aveva due tipi di motori: un turbodiesel a 3 cilindri da 1,3 litri (1279 cc); seguiva a questo un motore ELKO multi-alimentazione in ghisa da 1,4 litri e 90 Cv turbocompresso Il Cx andava da 0,25 a 0,28.

Dal Giappone, solo come esempio didascalico, la Toyota presenta nel 1985 il prototipo aerodinamico – volumetrico FXV, una tre volumi molto armoniosa e contraddistinta da un padiglione centrale molto prominente. L’idea di Toyota era quella di una linea ancora gradevole e canonica per l’Occidente (strizza molto l’occhio alle Sedan americane) con però al suo interno il meglio della tecnica giapponese: trazione integrale, 4WS (ruote sterzanti anche al posteriore) sospensioni idropneumatiche, ABS, motore turbo e cambio automatico. E per l’epoca, pensate, strumentazione gestita con monitor Touch Screen e proiezione sul parabrezza dei dati del cruscotto digitale. Con un Cx di 0,24 non era tra le concept più aerodinamiche ma fu tra quelle potenzialmente più realizzabili in serie.

E “dalla Russia con amore” arriva quello che non  ti aspetti: LadaX1 nel 1981 e Lada X2 nel 1982 sono studi straordinariamente avanti nello stile per due monovolume spaziose e multi purposedisegnate da stilisti semisconosciuti come Patrushev, Chagin e Yartsev. Certo, linee e volumetria molto diverse dai canoni occidentali ed una certa ispirazione ad una “sommatoria” di scuole: da quella monovolume inglese e francese ai particolari in chiave Bertone e Pininfarina (mi viene da dire, ma ognuno qui ha una sua idea…) ma il risultato, per  chi pensa solo alle Lada 124 od alle Mosckvitch, è straordinario.

Nel caso di Volkswagen ARVV siamo di fronte ad un bel paradosso: in questa rassegna è uno dei prototipi più datati (nasce nel 1976 ma viene completata nel 1980) ma la sua impronta si ritrova persino in altri prototipi di Wolfsburg nati anche 40 anni dopo. Seguendo l’onda di Peugeot e Opel di contrasto alla crisi energetica anni ’70, Volkswagen crea un prototipo aerodinamico “funzionante” da Record di velocità “composto”: cioè massima velocità per un motore turbo nel contesto di consumi ridotti. Scommessa azzeccata, il “siluro” (in compositi, carbonio ed alluminio con Cx di appena 0,15 e motore enorme per le dimensioni della monoposto – alta meno di un metro – di 2400 cc e sei cilindri turbocompresso ma Diesel e dotato di intercooler) ottiene la massima velocità mai raggiunta da una Volkswagen alla data del 1980 e diversi Record mondiali. 

Pochi sanno che la ARVW fu la prima ad adottare anche un sistema di nebulizzazione di acqua nel Carter di aspirazione aria, per abbassare le temperature di esercizio tramite un serbatoio di acqua da 60 litri per evitare prese d’aria che potevano frenare il flusso di aria. Un piccolo mostro (anche foriero di qualche rischio, se si pensa solo alla trasmissione a catena per i suoi 177 cavalli) che solo uno tosto come Keke Rosberg poteva spingere a 362 Km orari a Nardò.

AUSTIN ECV2/3: Austin Rover non fa balenare alla memoria concept dall’estetica o dal Design estremo, ma è una impressione: perché negli archivi “segreti” del Gruppo britannico sono davvero tante le proposte di stile e di aerodinamica sconosciute al grande pubblico. 

Una di queste, la “ECV 2” disegnata da Spen King, si basava sulla piattaforma da cui prese le sue basi la “Metro” ma con il prototipo del motore a tre cilindri. A questa seguirà nel 1982 la ECV 3, un poco più grande ma co  Cx di 0,24 invece che 0,30: un telaio tubolare di alluminio con  pannelli di carrozzeria in compositi e fiberglass completavano la struttura.

Ford Probe, invece, è una vera e propria dinastia di prototipi da laboratorio e da produzione di serie che parte dalla Probe I° del 1979, disegnata dalla Ghia ed incentrata sul risparmio di carburante pur nella personalità sportiva con cui i vertici Ford pensavano di surrogare con Probe la Mustang.

Il Cx di 0,22 era davvero notevole se si pensa che il pianale di Probe I° era quello della Mustang di serie, cioè lo Chassis della serie “Fox”. E mentre la serie “Probe II” diventa una Coupè di serie ma con scarso successo, nel 1981 arriva al Salone di Francoforte “Probe III”, cioè il preannuncio della Sierra. Ed è evidentemente la serie Probe che rimane più iconica. Raramente un prototipo da studi aerodinamici diventava in poco tempo una vettura di serie. Ricordo che a disegnare Probe III è un certo Patrick Le Quement, passato poi in Renault: senza di lui la Probe e la Sierra non sarebbero state quel che erano. Sottoscocca liscio, frontale riportato poi su Sierra e Scorpio, spoiler posteriore riportato sulla XR4i, ed inoltre sottoscocca carenato completamente, coda con ruote rivestite per un CX di 0,25. 

Per inciso, con molte delle idee della Probe, la Audi 100 C3 presentata nel 1982 raggiunse un Cx di 0,30 (il Cx più basso della storia all’epoca per una vettura di serie).

Ma il salto di qualità arriva con la quarta serie del 1982/1983.

Probe IV è la vera pietra miliare dello sviluppo prototipale dei concetti chiave del programma evolutivo: Cx estremo (0,15), conformazione delle superfici della carrozzeria totalmente avvolgente, spoiler anteriore telescopico abbassabile in velocità, tergicristalli carenati in posizione di riposo, pneumatici a basso attrito, elettronica di bordo totale e posizionamento posteriore di radiatore e pompa del compressore per il climatizzatore.

La “Probe IV”,  con il suo 1.6 quattro cilindri ad iniezione, era comunque molto più di una concept, eppure aveva scritto le pagine sufficienti a segnare la storia della ricerca di Ford in tema di prestazioni ed efficienza energetica. Ed in effetti la versione ultima del programma Probe, la “V”, è la chiusura stessa del programma di ricerca. 

Perché a quel punto l’immagine commerciale di Ford riparte da Sierra e Scorpio per il mercato europeo e da Mustang e Thunderbird e, probabilmente, ai piani alti di Detroit comprendono che alla metà degli anni ’80 il tema premiante di un mercato che ritorna a “spendere” è la velocità e la simbologia agonistica; e dunque la Probe V è una sorta di rifinitura estrema dei concetti aerodinamici: una quasi monovolume con le linee dei cofani anteriore e posteriore appena accennate a definire la carrozzeria, e tutto questo porta il Cx al valore limite di 0,13.

Abbastanza affine stilisticamente alla Probe V di Ford anche un prototipo di Nissan, la CUE-X del 1985: sospensioni pneumatiche in grado di variare l’altezza da terra, ruote posteriori sterzanti,strumentazione digitale e il volante ad una sola razza con integrati diversi comandi, in modo da premerli senza distrazioni fanno parte della dotazione studiata per questa concept da cui deriva la Infiniti Q45 e che si differenzia dal resto delle concorrenti per la lunghezza vicina ai 4,90 metri e per il motorone V6 da 2,9 litri (quello della Maxima, per capirci) da 300 cavalli.

In casa PSA (Citroen la escludiamo a priori da questa rassegna per eccesso di meriti, visto che ha dedicato alla ricerca aerodinamica il massimo che un Costruttore globale avrebbe potuto dedicare fino al periodo oggetto del mio elenco) vorrei invece segnalare una sorta di “brutta copia” della Probe IV di Ford: la PEUGEOT Vera del 1985, una concept che metteva in mostra tecnologie innovative e un design futuristico, riflettendo le tendenze automobilistiche dell’epoca: si distingueva per il suo design audace e anticonformista, con una carrozzeria bassa e larga, linee aerodinamiche eleganti e caratteristiche distintive che la distinguevano dagli altri veicoli dell’epoca. L’auto presentava interni high-tech, con strumentazione avanzata e funzionalità volte a migliorare l’esperienza di guida.

BMW AVT infine è il prototipo che chiude la rassegna esemplificativa: un progetto che per anni è rimasto nei cassetti segreti degli “X Files” di Monaco, per una concept del 1981 nata per celebrare l’inaugurazione della Galleria del Vento ad Ascheim. Un pezzo unico bello ma infungibile perché realizzato in pezzo unico di compositi e altri materiali adatti ad una maquette. Il valore simbolico tuttavia risalta proprio dal momento in cui si è saputo, dopo anni, della sua esistenza.

Riccardo Bellumori

Auto dell’anno 2026: le finaliste

Quale modello succederà al duo Alpine A290/Renault 5 eletto auto dell’anno 2025? Se i membri che compongono la giuria di “The Car Of The Year” hanno ancora un po’ di tempo per decidere, hanno appena svelato la lista degli ultimi candidati a questo titolo sempre molto ambito. Dal 20 al 25 settembre scorso, i 60 giornalisti votanti, provenienti da 23 paesi europei, hanno potuto provare i 35 modelli preselezionati nella regione di Tannis (Danimarca). Al termine di questo confronto XL, hanno selezionato solo 7 modelli, di cui due francesi. E per di più, fabbricati in Francia…
Insieme alla Renault 4, la Citroën C5 Aircross è l’altro modello francese presente nella lista finale.
Dopo la vittoria della Scénic E-Tech nel 2024 e della R5 E-Tech quest’anno, Renault riuscirà a conquistare il terzo titolo consecutivo con la R4? La reinterpretazione moderna dell’iconica 4L degli anni ’60 ha colpito la giuria, che l’ha selezionata tra i 7 finalisti. Prodotta nello stabilimento Renault di Maubeuge (59), la francese dovrà vedersela con una connazionale, la Citroën C5 Aircross, assemblata nello stabilimento Stellantis di Rennes la Janais (35). Se la Renault ha scommesso sul 100% elettrico, la Citroën è invece multi-energia (termica elettrificata ed elettrica). Da notare che il Gruppo Renault può contare anche su Dacia che, dopo la Duster lo scorso anno, piazza la sua Bigster tra i finalisti. Per quanto riguarda Stellantis, oltre alla C5 Aircross, il gruppo schiera anche la Fiat Grande Panda.
Con la EV4, Kia piazza uno dei suoi modelli tra i finalisti per il quinto anno consecutivo.

LE AUTO FINALISTE

Tra gli altri modelli in lizza per il titolo di auto dell’anno, la giuria ha selezionato anche la Kia EV4, la Mercedes CLA e la Skoda Elroq. Grazie alla EV4, Kia partecipa alla competizione per il quinto anno consecutivo.

Il costruttore coreano spera che la sua nuova berlina 100% elettrica ottenga lo stesso successo della EV6, vincitrice nel 2022. Per quanto riguarda Mercedes, la sua ultima vittoria risale al 1974, anno in cui la 450S conquistò il titolo.
La giuria avrà ora diverse settimane di tempo per valutare con precisione le 7 candidate. L’esame finale si terrà per la prima volta in Spagna, nella regione di Barcellona. Ogni giurato avrà a disposizione 25 punti da assegnare, con un massimo di 10 punti per modello e l’obbligo di votare almeno 5 dei 7 finalisti. Il premio per l’auto dell’anno 2026 sarà annunciato il 9 gennaio, in occasione del Salone Internazionale dell’Automobile di Bruxelles che si terrà dal 9 al 18 gennaio.

Nuova Audi SQ5 ABT: mostro sportivo

In ABT Sportline si sono fatti prendere dall’impazienza e hanno deciso di anticipare la Casa dei quattro anelli. La nuova generazione dell’Audi RS Q5 si sta facendo attendere più del previsto, così hanno trasformato l’SQ5 in una vera bestia da asfalto. Con quasi 450 CV, è tutto ciò che si può desiderare da un SUV sportivo.
L’Audi RS Q5 non è ancora arrivata… ma ABT l’ha già costruita per conto suo (ed è brutale).

Audi ha troppi fronti aperti nello sviluppo di nuovi modelli. Così tanti che i vari reparti lavorano a pieno ritmo per rinnovare la gamma e proporre nuove soluzioni. Tuttavia, tra tutte queste novità manca una versione che si era intravista come prototipo durante i test del nuovo Audi Q5, ma che poi è sparita senza lasciare traccia.

Forse ciò è legato al fatto che l’inedita Audi RS 5 Avant è ancora in fase di collaudo e il costruttore attende la sua presentazione prima di mettersi al lavoro sull’atteso Audi RS Q5. Anzi, a pensar male, la Casa dei quattro anelli potrebbe aver scartato questa variante estrema del suo SUV più venduto, considerando che la BMW X3 M sarà completamente elettrica e che la Mercedes-AMG GLC 63 non solo non vende, ma è lontanissima dal successo. In ABT Sportline non comprendono questo ritardo e hanno deciso di prendersi la libertà di svilupparlo, dando più grinta a un Audi SQ5 già in commercio.

Il preparatore tedesco ha tirato fuori dal cilindro un pacchetto che porta questa versione sportiva del SUV tedesco a un livello nettamente superiore, mantenendo quasi intatta l’estetica. La discrezione non è mai stata una caratteristica della casa di Kempten, ma in questo caso non emerge nemmeno una grande aggressività. È chiaro che la priorità non è stata quella di distinguersi sul piano estetico: le uniche novità sono uno spoiler sul labbro anteriore, un nuovo paraurti posteriore con diffusore integrato e un impianto di scarico con quattro terminali in acciaio inox, rifiniti in nero opaco, da 102 millimetri di diametro.

La vera priorità è stata aumentare il dinamismo. Per questo hanno preferito ritoccare la sospensione sportiva di serie dell’Audi SQ5, installando nuove molle che abbassano l’altezza da terra di 45 millimetri, con un effetto evidente sia visivamente che alla guida, soprattutto in curva. Purtroppo, i proprietari di SQ5 con sospensioni pneumatiche non potranno usufruire di questo upgrade, anche se probabilmente sarà disponibile in futuro. In compenso, ABT propone nuovi cerchi in lega da 22 pollici, verniciati in nero lucido, abbinati a pneumatici 255/35 ZR22.

DATI TECNICI

ABT offre anche qualche dettaglio per l’abitacolo, limitato a tappetini e logo proiettato sul pavimento. Accessori superflui, perché il vero valore si nasconde sotto la carrozzeria, nel motore V6 3.0 TFSI. Una nuova centralina con mappe di iniezione specifiche ha permesso di incrementare notevolmente le prestazioni: dai 367 CV originali si passa a ben 440 CV. La coppia cresce fino a 600 Nm, un aumento contenuto rispetto al modello di serie, che non crea problemi al cambio automatico a doppia frizione a sette rapporti.

Il risultato è un’accelerazione più incisiva, con lo 0-100 km/h che scende di tre decimi, fermandosi a soli 4,2 secondi. Numeri da vera belva, degni di un Audi RS Q5. ABT avverte però che per ottenere queste prestazioni è obbligatorio rifornirsi con benzina a 98 ottani: con carburante di qualità inferiore la potenza cala e si può sfruttare solo il 75% della corsa dell’acceleratore.

C’è anche il problema del prezzo: il pacchetto costa ben 20.000 euro, tasse e verniciatura incluse. Per le versioni con sospensioni pneumatiche, ABT applica una piccola “riduzione” a 19.700 euro, e se non serve la verniciatura il prezzo scende a poco più di 13.300 euro.

Una cifra importante, ma giustificata: i soli cerchi in lega costano 6.200 euro, senza pneumatici e senza sistema TPMS. Con pneumatici e quattro sensori TPMS, il prezzo sale a 8.600 euro. A questo si aggiunge l’upgrade del motore – con cinque anni di garanzia – che costa 4.590 euro.

Cirelli Motor rilancia la corsa del Biometano

Sembrava che anche nel 2025, a tre anni di distanza dal primo Shock tariffario sul prezzo del Metano, il mondo delle auto a metano potesse dirsi praticamente archiviato: praticamente piu’nessuna casa automobilistica proponeva in listino nuovi modelli, e persino le Flotte Aziendali, che anni prima avevano rotto una storica reticenza, si erano ormai allontanate da un sistema di alimentazione che negli anni ha garantito il timbro ecologista, il diritto a circolare, ed insieme però anche costi di gestione contenuti ed una ottima rivendibilità.

Ma ovviamente, su un canale che in Italia negli ultimi anni ha contato mediamente il 2,5/4% delle vendite con un ultimo picco praticamente 15 anni fa (era l’epoca del Petrolio sopra i 100 Dollari al Barile…) che ha fatto registrare il 6% delle immatricolazioni, il problema lo ha generato anche il sistema degli ecoincentivi, totalmente discriminante in termini di calcolo delle emissioni di CO2.

Dunque esaurite le poche vetture ancora presenti negli stock residui, destinati per lo più ad autoimmatricolazioni, che hanno fornito la gran parte delle circa 1000 nuove targhe registrate lo scorso anno, da un lato il mercato attendeva il preannuncio sempre meno concreto da parte dei Costruttori sulla eventuale nuova immissione di “bifuel” a Metano dentro la Gamma del nuovo; dall’altro lasciateci dire che “Autoprove.it” è stata una delle poche piattaforme “generaliste” in tema di auto a discutere profondamente del tema del Metano. Andate a leggere anche sui motori di ricerca e troverete che a parte noi solo le piattaforme più specificatamente dedicate ai temi dell’ecologia hanno lasciato una finestra aperta sul tema. 

Ai nostri lettori è bastato andare a vedere il video completo dell’intervista (basata come sempre su domande non banali della nostra Redazione, oppure leggere dell’anniversario storico dei 30 anni dal celebre record di Velocità sull’anello di Nardò della Bugatti EB110 a Metano (Clicca QUI per il Record Bugatti a Nardò) e persino ascoltare il nostro Podcast Audio (Clicca QUI per il Podcast Spotify sul tema del Metano) per passare un 2024 accompagnati dal tema del profilo ecologico e socioeconomico del Metano. 

Che non è solo quello oggetto di polemiche ed allarmi sulle forniture dall’estero, anche se il problema in questo caso è determinante a causa dei conflitti e dei tagli alle importazioni.Rimane il tema straordinario, nobile e vantaggioso dell’industria del Biometano: 

Il Biometano protagonista indiscusso dell’economia circolare

un’industria che in Italia, secondo un recente studio dell’ENEA,  sarebbe capace potenzialmente di produrre fino a 5,6 miliardi di metri cubi all’anno sfruttando le biomasse da scarto di lavorazioni agricole (producendo biogas grezzo mediante digestione anaerobica) e la frazione organica dei Rifiuti Solidi Urbani (FORSU) da cui rimuovere la componente inidonea all’immissione in rete;  ma che lo scorso anno si è “fermata” a 0,6 miliardi di Metri cubi, cioè circa un decimo della capacità produttiva stimata da ENEA. L’economia ed il ciclo di produzione del Biometano può ridurre le emissioni del settore agricolo restituendo al terreno base organica. L’apoteosi del processo di circolarità.

L’industria automobilistica europea ha probabilmente conseguito il massimo dell’offerta possibile in tema di bifuel a metano fino a quasi vent’anni fa: oltre all’offerta “convinta” del gruppo Volkswagen, di Fiat / FCA, e di alcuni altri Costruttori europei, si affacciò sul mercato anche l’indiana TATA che, per esigenze di omologazione antiemissione ed anche per differenziare la sua proposta di mercato rispetto ad una concorrenza asiatica e “lowCost” più orientata verso il GPL, fu tra le poche Case non europee a presentare un sistema Bifuel originale e nativo con il Metano. 

Fiat e FCA, da sempre amica del Metano, fino all’ultima parte con Marchionne

Ma c’era anche e soprattutto la grande offerta degli Installatori Aftermarket; così come una forte influenza Senza dimenticare, in Italia, la pressione mediatica di Fiat/FCA che fino all’ultima parte della gestione Marchionne (2017/2018) continuava a promuovere il gas naturale ed a sperimentare quello “rinnovabile”. Un anno prima di lasciarci, Marchionne aveva presentato una Panda Natural Power alimentata con Biometano ricavato da lavorazione dei residui organici e vegetali provenienti dal sistema fognario di Bresso (Milano) come conferma che la molecola del biometano, perfettamente simmetrica a quella del metano fossile, è una risorsa reperibile su larga scala. Secondo Fiat, assolutamente nella ragione in questo, “L’analisi sull’intero ciclo di produzione e utilizzo dell’energia pone il vantaggio ecologico delle vetture a biometano paragonabile a quello dell’elettrico da fonti rinnovabili”. 

Purtroppo per questo tipo di alimentazione la scomparsa drammatica di Marchionne ha coinciso con un crollo della autorevolezza del Gruppo e dunque con la reticenza a proseguire nelle strade “eretiche” e razionali del Manager italocanadese: in parole povere da quel 2018 l’antagonismo elettrofilo si è annaquato e le scelte “controvento” sono state messe nel cassetto.In Italia, dopo allora, gli appassionati del tema come noi hanno potuto scorgere due sole notizie davvero significative fino a “ieri”.
La prima è che a Rapolano, vicino Siena, nel 2019 è stato inaugurato il primo distributore di Biometano aperto a pubblico (all’altezza del Raccordo Siena Bettolle) da parte della IP in collaborazione con Snam; dopodiche’ lo scorso anno, come recensito bene nel nostro giro di perlustrazione ad Ecomondo (Clicca QUI per il nostro Servizio su ECOMONDO) siamo stati piacevolmente coinvolti nell’iniziativa congiunta Federmetano/Ecomotive Solutions e Fiat Autostile di Reggio Emilia che ha visto allestita con Kit di Impianto a Biometano una Panda Hybrid nuova.

 

Poi più nulla, fino alla comunicazione di Cirelli Motor Company (CMC), che deriva a sua volta da una sinergia con Federmetano.In occasione di un evento promosso da quest’ultima, che Autoprove.it ha avuto piacere di intervistare nuovamente l’anno scorso nella persona del Presidente Dante Natali (Clicca QUI per l’Intervista a FEDERMETANO), il Gruppo Automobilistico italiano ha annunciato la prossima uscita di ben tre modelli “bifuel” con impianto “nativo” a metano e che, per natura e composizione stessa del Biometano (identica molecola), possono essere spinti senza problemi anche con questa particolare alimentazione. E davvero è una bella notizia, che dovrebbe concretizzarsi con la prima uscita prevista.

Cirelli 1 Mild Hybrid (MHEV) sarà la prima ad uscire sommando i vantaggi dell’ Ibrido a quelli della alimentazione con Gas naturale e Biometano.

Poi a seguire la Cirelli 6 e dopo ancora la Cirelli 3. Paolo Cirelli, presidente di CMC ha presentato il programma nel contesto dell’evento di Federmetano; seguito da Paolo Celletti, Responsabile di Business Development di CMC, che ha illustrato le caratteristiche vincenti della alimentazione alternativa: Maggiore autonomia, minori emissioni, risparmi di gestione. 

Cirelli Motor Company: tradizione con le multi alimentazioni

Chi è Cirelli Motor Company? E’ un’azienda italiana (sede legale a Milano) attiva nella importazione e commercializzazione, con il proprio brand CMC-Cirelli Motor Company ed attraverso una propria rete di vendita, di automobili la cui origine è cinese ma che nei mercati di interesse di CMC vengono personalizzate e targettizzate secondo una serie di modifiche e allestimenti esclusivi di Cirelli.

Inoltre, Cirelli Motor Company, insieme alla rete concessionarie, assicura ai clienti un servizio di assistenza qualificata e professionale. Infine, la collaborazione con un importante partner attivo nella mobilità permette a Cirelli Motor Company di fornire assistenza stradale ai propri clienti 24/7.

Le attività della famiglia Cirelli iniziano mezzo secolo fa con le installazioni a Gas sui motori, per poi proseguire con una rete di Concessionarie per la vendita di nuovo ed usato. Oggi CMC è una organizzazione presente con proprie sedi produttive di Bergamo, Alessandria, VeronaLandstuhl (Germania) presso le quali assembla e sviluppa piattaforme tecniche provenienti dalla Cina, personalizzando il prodotto finito con elementi di distinzione stilistica e con l’alimentazione Bifuel: che, ovviamente, si è già ben affermata con il GPL per poi, con questo annuncio, riproporsi nell’ambito del Gas Naturale o recuperato dal compostaggio.

La forza dell’offerta di CMC è il rapporto qualità/prezzo e l’affidabilità confermata anche dalla offerta di sistemi di garanzia per 7 anni o 150.000 km.

Cirelli Motor Company promuove una mobilità sostenibile e rispettosa dell’ambiente con la produzione di veicoli Bifuel (GPL o GNL) che rappresentano una scelta ideale per coloro che desiderano ridurre l’impatto ambientale dei loro spostamenti. In più, CMC cresce velocemente, e dal solo modello proposto nel 2023 siamo già a sette dopo solo due anni dall’inizio di questa straordinaria avventura commerciale ed industriale.

Ora, con questo annuncio recente, CMC torna a volersi esprimere nel mondo del GNL. Finalmente, direbbe qualcuno – e noi siamo tra questi – un Marchio torna a dare importanza al mondo del Gas Naturale ed a quello derivante dal recupero e dall’economia circolare. 

A questo punto il resto dello sforzo deve essere istituzionale e mediatico: nel profondo “buco” che si è creato tre anni fa con l’esplosione tariffaria improvvisa, non è solo entrato in crisi un settore di mercato; ma è crollato tutto un sistema di valori e di prassi che in decenni ha cristallizzato il Metano per autotrazione con dei “plus” che fino a pochi anni fa neppure il più talebano degli ambientalisti o il più arcaico dei cosiddetti “smanettoni” avrebbe messo in discussione, e che la stessa Organizzazione di settore – FEDERMETANO – ha sintetizzato in alcuni capoversi.

E’ ECOLOGICO : Il metano ha (come detto più sopra) la molecola CH4 interscambiabile con quella di origine bio e rinnovabile; è il carburante che produce la minore quantità di emissioni di particolato (PM10, PM2,5), rispetto agli altri combustibili per motori. Oggi in Italia tutto il metano usato nei trasporti è di origine bio, quindi abbatte le emissioni di gas serra (CO2) di oltre il100% nel ciclo di vita dalla produzione allo scarico;

E’ SICURO: Il gas naturale è più leggero dell’aria, e si volatilizza facilmente in caso di fuoriuscita accidentale o violenta. Ha un elevato punto di infiammabilità rispetto agli altri carburanti. I serbatoi del metano inoltre sono soggetti a rigide norme di omologazione e controlli periodici;

E’PRATICO: Gli autoveicoli a metano possono essere alimentati a biometano in modo diretto e reversibile; quelli ibridi a benzina possono essere trasformati con l’alimentazione bifuel a biometano, ed anche questo è un fattore che Autoprove.it ha potuto recensire alla scorsa edizione di Ecomondo;

L’estrema praticità di uso dei veicoli alimentati a GNL (o Biometano) anche nell’utilizzo professionale si evince sia sulla maggior capillarità della rete di distribuzione (con la fatidica apertura legislativa al Self Service  presso il Distributore), sia sulla rimozione dei vincoli al parcheggio nelle aree chiuse ed infine nella libertà di circolare durante il blocco del traffico.

Il problema? E’ che la congiunzione astrale perversa che si è venuta a creare in poco meno di un quinquennio (esclusione progressiva della alimentazione a metano dal sostegno degli ecoincentivi, concorrenza commerciale da parte del GPL, taglio dell’offerta di bifuel a metano dalla Gamma originale dei Costruttori) ha praticamente archiviato questo tipo di alimentazione nel mondo della preistoria. Mentre ha praticamente tolto dal dibattito pubblico e corrente il grande supporto che il Biometano e la filiera produttiva nazionale ha nel processo di autosufficienza energetica.

Speriamo dunque che il “sasso” lanciato nello stagno da Cirelli Motor Corporation riapra la giusta panoramica su una alimentazione e su una risorsa energetica che a noi di Autoprove.it piace per davvero tanti motivi e tante prerogative positive.

Riccardo Bellumori

A Melfi parte la produzione della Jeep Compass

È in ritardo e più di quanto sarebbe auspicabile, perché Jeep ha appena confermato che la nuova generazione della Compass sta già uscendo dalle linee di produzione dello stabilimento di Melfi.

Uno degli impianti più redditizi di Stellantis nel continente europeo, inaugurato da questo produttore americano undici anni fa, quando fu lanciata la Renegade che ha già firmato la sua condanna a morte. La nuova Jeep Compass ha preso il testimone ed è quasi pronta per arrivare nelle concessionarie, dopo sei mesi di attesa.

La terza generazione della Jeep Compass è stata completamente rinnovata con l’obiettivo di superare i migliori risultati ottenuti dai modelli precedenti, che insieme hanno totalizzato 2,5 milioni di unità prodotte. Inoltre, la nuova Compass è un modello più internazionale. Un SUV più moderno sotto tutti gli aspetti, notevolmente più grande del suo predecessore, che raggiunge i 4,55 metri di lunghezza e vanta non solo design e tecnologia.

La caratteristica più evidente, strettamente legata allo stile, sono i suoi sbalzi anteriori e posteriori corti, che consentono una maggiore manovrabilità fuori dall’asfalto. Il sistema di trazione integrale «Selec-Terrain» contribuisce a offrire un comportamento fuori strada più tipico dei fuoristrada che dei SUV, così come il suo angolo di attacco per la salita di pendenze senza causare danni al paraurti. La distanza della carrozzeria dal suolo, superiore a 200 millimetri, aumenta la capacità di guado fino a 480 millimetri.

DATI TECNICI

E questa non è una delle grandi novità della piattaforma STLA Medium su cui si basa, perché è la stessa architettura che condivide con la nuova DS 8, anch’essa prodotta in questo stabilimento di Melfi, ma è una delle caratteristiche proprie del modello Jeep. Ma questa moderna piattaforma consente di offrire diverse motorizzazioni nella nuova Jeep Compass, a scelta tra un ibrido leggero, che si comporta come un ibrido classico e ha una potenza massima di 145 CV, un ibrido plug-in PHEV con 195 CV e un’autonomia elettrica fino a 95 chilometri, o un motore elettrico con una potenza fino a 375 CV, trazione integrale e un’autonomia massima di 650 chilometri.

La nuova Jeep Compass, i cui primi esemplari saranno nelle mani dei proprietari dalla fine dell’anno. Il marchio non ha lesinato sulle tecnologie e sugli assistenti di sicurezza, offrendo sistemi di livello 2 che consentono al conducente di lasciare il volante per un po’, lasciando che la Compass si occupi di compiti come la guida negli ingorghi in autostrada o le manovre di parcheggio.
La nuova Jeep Compass conquisterà anche per il suo stile più moderno, pur rispettando i dettagli intrinseci al marchio come la caratteristica griglia. Un elemento iconico che ha subito un importante cambiamento perché ora le consuete sette fessure non sono più cromate, ma sono verniciate in nero lucido e dispongono di illuminazione. Il produttore ha innovato anche nella produzione dei paraurti, in particolare nella parte inferiore che ora è più resistente ai graffi.

La nuova Jeep Compass è disponibile a poco più di 43.000 euro, anche se per potenziare le vendite prima della fine dell’anno, il marchio ha lanciato un’interessante offerta della versione ibrida leggera e con un equipaggiamento di serie completo molto difficile da eguagliare dalla concorrenza.

I 50 anni di Hyundai Pony la guerriera coreana

Era il 23 Gennaio 1989: un anziano uomo di affari, che nella Corea del Sud aveva praticamente compiuto ogni impresa degna di menzione in ogni settore industriale ed economico, attraversa il confine con la Corea del Nord. E’ sicuramente un idealista, alla luce dei rapporti che intercorrono tra le due Coree; 

ma prima ancora di Tien an Men e della caduta del Muro di Berlino quell’uomo confida nella possibilità che le barriere una volta o l’altra possono cedere. E’ il primo Businessman del Sud Corea ad attrersare il confine con il Nord per parlare di affari

E lui vuole impegnarsi in un epocale intento di scambio e di apertura di nuove relazioni industriali con quella che un tempo fu la sua terra di origine. Torna a Seul con la promessa di trasformare Kumgang San (la Montagna di diamante” in un resort.

 

Quasi dieci anni dopo, quell’uomo ha 83 anni. Parte da Seul ed attraversa di nuovo il confine Militare che divide Nord da Sud. Ma stavolta, a Giugno del 1998, l’uomo porta con sé 500 mucche. Sarà il primo imprenditore privato della Corea del Sud a parlare con il Presidente Kim Jong Il, ma con quel gesto per di più si “affranca” da quel che aveva fatto circa 65 anni prima. Perché all’epoca, per fuggire a Seul in cerca di fortuna, aveva preso con sé una delle tre mucche di suo padre. 

 

Non era un furto, ma una scelta per sopravvivere fuori da quel contesto che non gli prometteva nulla.

Nel viaggio quella mucca gli avrebbe dato ristoro e compagnia, ed una volta a Seul in caso di necessità l’avrebbe venduta. 

Quel suo attraversamento simbolico a Nord voleva rendere alla sua terra di origine quel che lui aveva trafugato, ma con gli “interessi legali”. Ed ecco il perché di 500 mucche contro l’originaria singola; ma anche la metafora dell’evoluzione positiva. 

Se quella mucca non ci fosse stata, sessantacinque anni prima, l’uomo non avrebbe fatto la fortuna che gli stava permettendo quel giorno di rendere 500 mucche contro una sola. Quell’uomo, realizzato forse l’ultimo punto fondamentale nella sua agenda, si spense poco dopo. Era il 2001 e il suo nome era diventato famoso in ogni angolo del mondo.

Potrebbe sembrare una di quelle favole e leggende del mondo asiatico di cui noi occidentali fatichiamo a capire la morale e l’insegnamento, ma è una vicenda reale accaduta a colui che in Corea è a sua volta è diventato una leggenda vivente al pari di Soichiro Honda in Giappone, o del nostro Enzo Ferrari.

Quell’uomo è Ju-Yung Chung – Fondatore e Chairman di Hyundai, parola che in lingua coreana significa “Tempo moderno”. 

Nato esattamente 110 anni fa da una famiglia di poveri contadini, arrivato a Seul si adattò a tutto, con mille lavori. Un esempio? Entra al “Bockeung Rice Store” a Seul come fattorino. Il suo primo incarico, portare sulla bici ad un cliente un carico di riso e fagioli rossi. Piove a dirotto, Chung scivola su una pozza di foglie e fango a cade a terra, spezzando la sua bici e perdendo il carico: così passa le notti per imparare a portare sulla bicicletta due sacchi di riso in perfetto equilibrio.

Viene promosso alla contabilità del negozio dal titolare che alla fine, cercando un sostituto per aver raggiunto una età troppo avanzata, nomina proprio Chung, che trasforma quella attività nel “Kyungil Rice Store; ma la gioia è breve: era un attimo prima della seconda Guerra mondiale e Chung viene confiscato di tutto dall’esercito giapponese. 

Dopo alcuni anni di fame vera, una volta che l’esercito americano aveva liberato Seul il nostro eroe apre una piccola officina per riparare mezzi militari ed i primi camion che iniziano a circolare per favorire il commercio e gli approvvigionamenti.

Purtroppo anche la “Art Service Garage” poco dopo l’apertura prese fuoco con dentro strumenti, macchinari e mezzi in riparazione. Un dramma, ma nonostante tutto la fiducia acquisita fino a quel momento da Chung gli permise di accendere prestiti per affrontare la situazione.

Quella piccola struttura che riparte a Cho-Dong Jung – gu (Seul) nel 1946 in un’area gigantesca di 650 Km quadrati (una infinità, in effetti) concessa dal Governo militare degli Stati Uniti di presidio in Corea diventa “Hyundai Motor Service”. Il primo atto della leggenda. Purtroppo arriva la guerra tra le due Coree, e nel 1950 Chung ripara a Busan. Diventa però un fornitore e costruttore di fiducia dell’esercito americano e delle forze dell’ONU che si insediano a Seul dopo la liberazione. Perché la storia di Chung è legata a doppio filo con il destino della Corea.

Da allora Chung estende la sua mano su tutti i principali settori industriali a partire da Cantieristica navale ed edile, perché ricostruzione e commercio mondiale post bellico sono i due settori più importanti in una Corea dove l’auto privata può serenamente attendere.

Perlomeno fino alla fine degli anni Sessanta quando l’esigenza di mobilità nazionale in Corea sposta sempre più interesse sulle auto al posto delle piccole moto, facendo della Corea anche un punto di esportazione in aree del Pacifico circostanti. Chung stringe un accordo di licenza con Ford Motor Company e fonda Hyundai Motor Company nel 1967. L’anno successivo viene completato lo stabilimento di Ulsan, che negli anni diventa uno dei più grandi impianti integrati per la produzione di auto. 

Ma soprattutto Chung impartisce una lezione imparata alla perfezione dai cinesi ma ignorata purtroppo dall’industria occidentale: la catena del valore della filiera produttiva integra l’elemento discriminante per la globalizzazione, cioè la logistica. Hyundai è una delle prime Car Company a dotarsi di cargo navali e di convogli ferroviari di proprietà. 

Ed è questo uno dei segreti del successo che porta Hyundai ai quattro angoli del globo. 

Chung JuYung, il Deus ex Machina di Hyundai

Mi piace ricordare che Chung, nel 1977, crea la Fondazione Asan: Ente senza scopo di lucro nata per servizi di assistenza medica e sociale (cure ospedaliere, recupero, reintroduzione nel mondo del lavoro, Borse di Studio e supporti all’alfabetizzazione di base per bambini ed adulti. 

Ha fornito medicine moderne alle popolazioni rurali affette da dolore e malattia a causa della mancanza di ospedali nelle vicinanze, assistenza agli anziani e alle persone ai margini della società e borse di studio a giovani a cui è stato negato l’accesso all’istruzione per motivi economici. 

Inoltre, studiosi impegnati nel miglioramento della società umana sono stati sostenuti con fondi per la ricerca. Dalla sua biografia ufficiale mi piace ricordare una frase: “Un uomo di successo è semplicemente colui che ha fatto buon uso del capitale che gli è stato fornito in modo equo, e che cerca di fare del suo meglio credendo in sé stesso”. 

Certo, Chung doveva avere qualcosa di alieno al suo interno, perché si è reso protagonista di record unici nella storia. 

Come quello dell’appalto navale del 1971 dove ottenne un prestito di 100 milioni di Dollari da una banca inglese cui aveva detto di avere già pronto un cantiere a Mipo Bay per realizzare navi. In realtà non aveva ne’ Cantiere né navi e dunque si rese protagonista della prima realizzazione parallela in contemporanea della nascita sia del cantiere nautico che delle prime due petroliere varate al suo interno, in meno di due anni. 

Un record unico ed imbattuto. Senza contare che senza Chung probabilmente la Corea del Sud non avrebbe avuto le Olimpiadi del 1988.

Ma perché ho fatto questo prologo? Perché senza questo prologo la celebrazione dell’anniversario di un’auto famosissima resterebbe quello che è, un anniversario. Mentre invece ad essere festeggiata è una vera e propria creatura voluta da Chung per cambiare il destino della sua azienda e quello di tutta la Corea. Che tra il 1963 ed il 1979 vive anche una parentesi dittatoriale con Park Chung Hee. Che cerca di materializzare il “mantra” di quell’epoca di crisi energetica e sociale: autosufficienza.

Chung JuYung nel 1967 recepisce il “vento” favorevole della motorizzazione di massa in gran parte del mondo e decide di aprire una nuova pagina del suo Vedemecum industriale: nasce Hyundai Motor Company, con un accordo davvero eroico con Ford: praticamente dalla Gran Bretagna vengono inviati corpi vettura della Ford Cortina MkII smembrati così da figurare come vetture CKD (Completely Knocked Down) cioè veicoli importati come incidentati e dunque soggetti ad assemblaggio nel paese di destinazione. 

Una pratica che porta il vantaggio di sgravi fiscali e di esenzione dal contingentamento delle quote di importazione, ma che soprattutto permette a Hyundai di “fare pratica” durante la prima fase di vita dello Stabilimento di Ulsan che, come nella tradizione di Chung, viene realizzato a tempo di record: e dopo la Cortina viene il tempo della Ford Granada Mark II. In poco tempo la produzione di sole 50 auto al mese nel 1968 arriva a oltre 20 al giorno nel 1974. 

La grande decisione: Hyundai diventa Costruttore “autonomo”

Nel frattempo il “logo” Hyundai che campeggia a fianco dei simboli originari di Ford viene conformato nella versione più elementare della “serie” evolutiva che seguirà: “H” e “D” unite in due grandi lettere quasi in rilievo. 

Ma nel 1974, complice anche la crisi della filiera mondiale dell’auto per effetto della crisi energetica, e la posizione privilegiata della Corea nella disponibilità di risorse energetiche; ma visto che la vocazione da potenza industriale esportatrice risente del crollo della domanda internazionale, le riflessioni di JuYung Chung derivano dalla analisi congiunturale: il modello industriale della Corea di inizio anni Settanta privilegia l’export di prodotti finiti ma arriva il boom delle produzioni elettroniche e della cantieristica, dove la Corea diventa uno dei maggiori player mondiali (e la Hyundai dentro la Corea); dunque è arrivato il momento de “la va o la spacca”.  

Per giunta l’EPB (Economic Planning Board) nato in seno al Governo Park Chung, decide di invitare tutte e quattro le Case attive in Corea del Sud (Hyundai, Kia, Daewoo, SsangYong) a presentare piani dettagliati per la nascita della prima auto “all Korean” entro il 1975, pena restrizioni nei sussidi e nelle politiche di sostegno.

E proprio per masticare meglio le nuove filosofie del mercato globale Chung ha l’umiltà di chiamare in Hyundai un uomo che di Automotive ha vissuto da anni. 

Quello che per molti anni viene definito da Forbes il nono uomo più ricco del mondo non si imbarazza a voler imparare qualcosa di nuovo chiamando un vero genio del comparto Automotive.

E’ George Turnbull, che arriva da Austin Morris, la componente più forte di BMC che a sua volta è stato fino a fine anni Sessanta il Gruppo europeo più forte del Continente. 

Chung delega nella misura massima il potere a Turnbull ma questi si merita tutto lo spazio di fiducia fornitogli perché trasforma una realtà ancora patriarcale e artigianale in un OEM globale e all’avanguardia. 

Questo grazie al fatto che Turnbull chiama da BMC anche alcuni Manager straordinari come Kenneth Barnett (carrozzeria), John Simpson ed Edward Chapman (produzione), John Crosthwaite (telaio), Peter Slater (sviluppo). 

Non solo Chung: il “Dream Team” inglese per il successo di “Pony”

A questo punto il problema è dare alla nuova proposta Hyndai le giuste coordinate generali di costruzione. E qui viene fuori il miracolo: la base concettuale è quella della Morris Marina, la prima sfida di Turnbull e del suo Staff dentro Austin Morris; ma lo è solo per la idealizzazione del “format” commerciale da mettere sul mercato, cioè una berlina media intorno ai quattro metri, quattro porte due volumi, in grado di soddisfare esigenze di mobilità familiare e professionale. 

Tutta da inventare la base di riferimento. Ford Cortina, per misure e passo, è eccessiva, anche se da lei deriva il pianale della successiva Hyundai Stellar, ma questa è altra cosa. 

Curioso però il fatto che a disegnare Morris Marina e Ford Cortina II sia la stessa mano, quella di 

Roy Haynes.

Per risparmiare e per “approfittare” di Know How di terzi utile per partire con il piede giusto, il pragmatico Turnbull si affida a Mitsubishi; questo, rispetto a nomi altisonanti come General Motors, Chrysler, la stessa Ford (che poi poco dopo presentò la Fiesta), potrebbe apparire un nome azzardato per una Joint. 

Eppure se cercate nei motori di ricerca vedrete anche negli anni Settanta una bella rete di Joint Ventures che un marchio apparentemente piccolo poteva mettere in opera. La scelta per la base telaio, motore/Cambio/Trasmissione) deriva dalla Mitsubishi Lancer “Fiore” A 70 dalla quale la Hyundai Pony prende in perfetta identità:

​-I motori 4G36 (da 1238 cc. e 54 cavalli) e 4G33 (da 1439 cc e 67 cavalli); ed arrivò dopo anche un 1600 cc;

​-Le misure di passo, lunghezza ed altezza identiche : 2,34 metri per ciascuna il passo e lunghezza di 3,97 metri; altezza per entrambe 1 metro e 36; 

 

Differiscono, ma appare fin troppo chiaro che questa è l’eccezione alla regola, le misure di larghezza massima senza specchietti. Perché parliamo di 1,52 metri per la più “esile” mitsubishi e di 1,55 (3 centimetri in più) per la Pony. 

 

Inoltre per la nuova media Hyundai viene ripreso praticamente invariato il ponte posteriore Mitsubishi ma con balestre prese dalla Cortina così come l’anteriore dove si adottò il sistema Mc Pherson ripreso da Ford. Un collage dettato dalla esigenza di avere materiale collaudato e di risparmiare, oltre che di potenziare la capacità “homemade” di Hyundai.

 

La grande perizia di Turnbull si vede però nella visione di insieme del processo industriale. Associato con Pressed Steel Fisher di Cowley, Turnbull fa progettare a questa il sistema di presse e macchine per stampare lo chassis e le parti di carrozzeria, fornendo così tutto il Know How di cui la Hyundai allora ancora era priva. 

In poco tempo Hyundai diventa una organizzazione leader per capacità di lavoro, per dotazione tecnica ed infrastrutturale e per dati economico finanziari.

 

 

La firma di Giugiaro Italdesign. E la “Pony” diventa subito leggenda

Eppure non crediate che non vi sia stata l’occasione anche per Turnbull e compagnia di imparare qualcosa. Lui ed il suo Staff fondamentalmente erano usciti dall’ambiente industriale tossico della Gran Bretagna, quello che Vi ho fatto leggere su un pezzo di tre anni fa dedicato a Michael Edwardes.

 

Per dei dirigenti usciti da un ambiente in cui i lavoratori sabotavano gli impianti che davano loro lavoro, trovare tanto spirito di sacrificio e tanto rispetto era quasi incredibile. 

 

Fino a qui siamo arrivati, per celebrare la Hyundai Pony, parlando più delle peculiarità del mondo coreano, delle prerogative di Chung, vero: ma è il modulo di narrazione di Autoprove, e se avete coraggio provate a dire di aver letto finora quello che avreste trovato anche su altre piattaforme…..Ma non si può raccontare il fenomeno “Hyundai Pony” sempre secondo il canovaccio dozzinale che alla fine fa passare tutto come fosse un miracolo spuntato dalla matita di Giorgetto Giugiaro nato chissà come. Perché non è così; ed è ridicolo che testate anche importanti ripetano storie ed aneddoti puerili. 

 

Io mi ricordo di aver battibeccato con Riviste e opinionisti offesi solo perché affermavo da tempo che “Pony2 1975 fosse ispirata a Morrin Marina, bastava dare un’occhiata alle immagini messe in raffronto tra le due auto. Ma mi sono davvero sorpreso nell’appurare a distanza di anni che Turnbull fosse stato prima di approdare in Hyundai il promotore proprio della Marina; ma in generale ho sempre stigmatizzato lo scarso approfondimento che su un fenomeno mondiale come Pony i Media di settore hanno fatto. E certo Pony è una delle pagine più coinvolgenti e rosee per la Hyundai, che purtroppo nel seguito attraversa momenti drammatici. La fine degli anni Ottanta, l’arrivo dei Novanta e la nuova frontiera della telematica e di Internet portano Player coreani come LG e Samsung ad esplodere, contro una Hyundai che appare quasi come antagonista e retrograda. Lo stesso Chung paga un crollo di immagine rispetto alla contrapposizione con personaggi più “smart” e più mediatici. 

 

Ma il vero crollo di Chung avviene per “colpa” della politica: forse capendo che la situazione favorevole in Corea dalla fine degli anni Ottanta sta per finire decide di scendere in campo alle elezioni presidenziali del 1992 ma fallisce e con questo si inimica la maggior parte del fronte politico che lo vede non più come faro dell’industria coreana ma come avversario: risultato, maggior favore ai concorrenti diretti di Hyundai, minore accesso al credito e fine della “protezione” governativa. E poi arriva la crisi di Internet e il dramma delle tigri di carta asiatiche che trascina nel gorgo anche Hyundai. Ecco perché Pony è anche un momento che dentro il Marchio coreano resta didascalico.

 

Pony è stata la prima auto coreana ad essere esportata in mezzo mondo e la capostipite di una dinastia di modelli in casa Hyundai. Trascurare che questo fosse il frutto di uno Staff eccezionale, e non di un solo uomo, è sempre stato un errore. 

 

A capo di questo Staff c’era George Henry Turnbull, classe 1926, che prima di entrare in Hyndai per rivoluzionarla in solo quattro anni (ed uscirne a fine 1977) era stato Vice Direttore Generale di British Leyland, il raggruppamento più grande d’Europa fino a metà anni Settanta. 

 

Mentre resta ad onore del gran Capo Ju Yung Chung l’idea rivoluzionaria di decidere il nome della prima “homemade” Hyundai attraverso un concorso popolare nel quale il nome “Pony” arrivò in mezzo ad una scelta di decine di altre migliaia. 

 

Lui, Mister Chung, del resto l’aveva fino a quel momento soprannominata in lingua nativa “Kukmincha”, cioè auto del popolo. 

 

Chiaro segnale del destino e della importanza storica che lui stesso dava a quella media vettura di esordio.

 

Questo tuttavia non deve trascurare l’apporto di Italdesign e di Giugiaro, che infatti vorrei descrivere “last but not least”. La Pony appare al Salone di Torino del 1974, ed è già una bella anteprima. Ma quello che colpisce è l’idea geniale concordata tra Hyundai e Giugiaro in quello stesso Salone: generare una immagine simbolica del nuovo Player di mercato che butta un occhio fortemente alle esportazioni internazionali. E che dunque deve trasmettere una immagine globale di se’ per “contestualizzarsi” e per restare nella attenzione generale. 

 

Per questo nasce “Hyundai Coupè Concept” fortemente ispirata al prototipo Italdesign di Audi “Asso di Picche” che si dice avesse colpito profondamente ed affascinato il Patron di Hyundai. 

Fuor di metafora e per essere concreti, anche qui la narrativa un poco leggendaria va un poco smussata: è fin troppo ovvio che a promuovere l’incontro professionale tra Italdesign e Hyundai fu quello straordinario Staff inglese, mentre è molto probabile che l’idea della Concept iconografica sia un ulteriore mossa geniale di Giugiaro. 

 

Che partecipando all’esordio di “Pony” contribuisce alla nascita di un piccolo fenomeno. Da metà anni Settanta Hyundai percorre un trend di crescita fenomenale anche se arriva in Europa solo tra fine anni Settanta ed inizio decennio successivo.

 

Nel frattempo, “Pony” cresce e passa alla implementazione di Gamma con le versioni Pick Up, Station Wagon e persino a 3 porte. 

 

E se “Hyundai Prima” compie più o meno mezzo secolo adesso, sono quaranta anni esatti da una ulteriore pietra miliare nella storia del Marchio: nel 1985 si raggiunge il milione di “Pony” prodotte ed esce di scena la prima serie. Arriva “Pony Excel” a trazione anteriore e si consacra il mito in casa ed in Europa. 

 

Ma non basta. Nasce “HMA – Hyundai Motor America”, la filiale per gli States e dal 1986 “Pony Excel” sbarca (prima auto coreana a farlo) negli USA dove diventa per un intero lustro la vettura di importazione più venduta nel suo target di mercato. 

Ed il mito da allora non si è più fermato.

 

Riccardo Bellumori

Nuova Daihatsu Copen ritorna elettrica K-Open

Daihatsu ha annunciato che la produzione della Copen terminerà il prossimo anno, una notizia che ha colpito i fan di questa piccola e grintosa kei car. Tuttavia, solo poche settimane dopo, l’azienda ha alleviato il dolore con un debutto a sorpresa al Japan Mobility Show, un concept che sembra pronto a ereditare lo spirito della Copen.

Il concept Daihatsu K-Open mantiene le proporzioni compatte che caratterizzavano la Copen originale, distinguendosi dalla Vision Copen più grande, delle dimensioni di una Miata, presentata nel 2023.

Daihatsu ha anche confermato la presenza di un motore a combustione interna e di una trazione posteriore, una combinazione che lascia intuire una maneggevolezza più vivace rispetto alle versioni a trazione anteriore del passato.

Altro: Daihatsu riporta in auge una piccola leggenda giapponese con un tocco elettrico

Visivamente, il concept si ispira chiaramente alla Copen originale con un design pulito e retrò-moderno. La parte anteriore presenta fari ovali e un paraurti più aggressivo. Le prese d’aria sul cofano e sui parafanghi anteriori esaltano il fascino sportivo, così come le curve più sensuali sui parafanghi posteriori e il tubo di scarico centrale.

LO STILE UNICO

Gli interni a due posti a vista sono una testimonianza del minimalismo. Non c’è traccia di uno schermo di infotainment, solo un display digitale curvo nascosto dietro un volante a tre razze.

Il cruscotto e la console centrale seguono linee orizzontali pulite, accentuate da finiture in metallo e una manciata di comandi sensibili al tocco che suggeriscono un’estetica leggera e ordinata.

La maggior parte delle superfici interne sembra essere rivestita in Alcantara, con i sedili imbottiti e rivestiti in un tessuto speciale.
Ciò che spicca è il selettore del cambio, che sembra un cambio manuale anche se sono visibili solo due pedali. D’altra parte, si tratta di rendering, quindi è possibile che qualcuno abbia semplicemente trascurato la disposizione dei pedali. Completano i dettagli un classico freno a mano e sottili cinghie in tessuto al posto delle tradizionali maniglie delle portiere.
Sebbene le specifiche non siano state rivelate, Daihatsu afferma che il modello rimane fedele alla missione della Copen di offrire “l’emozione che solo una kei car può dare”.

Daihatsu non ha ancora rivelato le specifiche, ma insiste sul fatto che il modello rimane fedele allo scopo della Copen di offrire “l’emozione che solo una kei car può dare”. Le normative limitano il motore a 660 cc, anche se è probabile che sia presente un turbocompressore per aumentare le prestazioni. In combinazione con il peso leggero dell’auto e la trazione posteriore, queste cifre suggeriscono una dinamica coinvolgente nonostante la potenza modesta.
Il presidente e amministratore delegato di Toyota, Koji Sato, ha dichiarato: “Potrebbe essere difficile trasmettere quanto sia straordinario, ma ottenere la trazione posteriore in un’auto con motore anteriore e carrozzeria così compatta è davvero incredibile. È necessario posizionare il motore in basso, sistemare con cura la trasmissione e l’albero di trasmissione e progettare la disposizione dei pedali in modo che tutto si adatti perfettamente a questa carrozzeria”.

Ha poi aggiunto che il presidente Akio Toyoda “metterà a dura prova la Copen” nel suo ruolo di pilota esperto di Daihatsu. Sato ha ammesso che lo sviluppo di un’auto del genere è impegnativo, ma ha aggiunto che “non vede l’ora di scoprire come sarà questa Copen”.

Daihatsu non ha comunicato una tempistica per il lancio della Copen di nuova generazione, ma il suo arrivo sembra inevitabile nei prossimi anni.

La produzione dell’attuale modello terminerà nell’agosto 2026.

Lexus LS 6X6 e le altre concept a Tokyo

Nell’ambito del Japan Mobility Show 2025 inaugurato ieri a Tokyo, il marchio premium Lexus ha presentato quattro concept che dimostrano come Lexus sia alla ricerca creativa.

La ricerca creativa in Lexus non è nata dal nulla: la casa madre Toyota ha appena lanciato un altro marchio di lusso, Century, che si posiziona un gradino sopra Lexus. Di conseguenza, Lexus deve ora capire come coesistere in modo corretto ed efficace con Century e ha avviato un processo di ridefinizione della propria identità partendo dalle basi, ovvero dal suo modello di debutto e allo stesso tempo di punta: la Lexus LS.

Fin dalla sua prima apparizione nel 1989, la Lexus LS è sempre stata una berlina di rappresentanza, ma ora, come è stato detto durante la conferenza stampa Lexus a Tokyo, “le berline di rappresentanza stanno combattendo una battaglia senza speranza contro i SUV e i crossover“. Il termine “disperata” indica inequivocabilmente che Lexus LS non ha futuro nel formato berlina. L’attuale berlina di quinta generazione ha perso popolarità, vende poco e presto sarà ritirata dalla produzione, ma non si sa ancora con certezza cosa la sostituirà: forse un nuovo modello con un nuovo fattore di forma, o forse diversi modelli. Alla fiera Japan Mobility Show 2025 sono state presentate ai visitatori tre opzioni: il minivan LS Concept, la cabina semovente monoposto LS Micro Concept e il crossover coupé LS Coupe Concept.

LA GAMMA UNICA

Il minivan Lexus LS Concept è un futuristico shuttle business a tre file con sei ruote. Le quattro ruote posteriori sono circa una volta e mezzo più piccole di quelle anteriori, in modo che i passaruota abbiano un impatto minimo sulla geometria dell’abitacolo. Lexus non fornisce dettagli sui propulsori dei suoi concept, ma è probabile che siano tutti in qualche misura elettrificati o completamente elettrici. Il divano centrale della Lexus LS Concept può essere trasformato in un letto o ruotato verso la galleria per organizzare una sala riunioni mobile. La galleria è molto confortevole, progettata per tre persone, e il posto centrale può essere trasformato in un tavolino con braccioli.

La Lexus LS Micro Concept è una sorta di navetta aziendale radicalmente ridotta, progettata per un unico passeggero VIP. Non c’è autista, la LS Micro Concept è guidata esclusivamente in modalità senza pilota. Ha solo tre ruote: due anteriori e una posteriore, per cui le due anteriori sono spostate oltre i limiti della carrozzeria principale e collocate in appositi alloggiamenti simili a valigie. La salita e la discesa avvengono dalla parte anteriore attraverso un cappuccio trasparente sollevabile e una scaletta ribaltabile, mentre il sedile scorre in avanti per maggiore comodità. Al posto dei finestrini laterali ci sono solo sottili fessure, in modo da garantire il necessario livello di privacy e intimità all’interno. Durante il viaggio è possibile gustare bevande e contenuti multimediali proiettati sul parabrezza. Per i bagagli è previsto uno “zainetto” fissabile a poppa.

La Lexus LS Coupe Concept è un crossover coupé con tetto completamente trasparente, unito al parabrezza e alle porte laterali che si aprono in direzioni diverse. L’abitacolo è generosamente decorato con legno naturale, che riveste i montanti centrali della carrozzeria, il pavimento, il soffitto, le soglie e il pavimento scorrevole del bagagliaio. Il sedile del conducente è diverso da quello del passeggero anteriore: quello del conducente è più stretto e ha un supporto laterale più pronunciato. Il cruscotto è una divertente struttura composta da due schermi curvi.
Lexus Sport Concept non ha nulla a che vedere con la ricerca di un nuovo formato per il modello LS, ma anticipa la futura supercar di punta, la cui storia intricata abbiamo raccontato nell’agosto di quest’anno. A Tokyo è stato presentato per la prima volta l’abitacolo a due posti della Lexus Sport Concept, dove il conducente siede in una sorta di cabina di pilotaggio separata con volante appiattito e cruscotto multifunzionale elegantemente curvato. Sotto il piantone dello sterzo si possono vedere tre pedali, ma quello a sinistra è probabilmente solo un poggiapiedi per la gamba sinistra. Non ci sono ancora informazioni sul motore della Lexus Sport Concept, né è stata ancora annunciata la data di lancio della versione di serie.