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Cara SEAT perché non diventi l’anti JEEP e RAM di casa Volkswagen?

E’ uno dei pochissimi argomenti sui quali, incredibilmente, mi trovo d’accordo con il “Proconsole energumeno” Cesare Romiti (così definito da Bettino Craxi a metà anni Ottanta). 

Perché quando Cesarone, sulle colonne de “l’Unità” (rilasciando una intervista al quotidiano del PCI) disse una frase inventata di sana pianta per quella occasione, in effetti rilanciò due innocue bugie:

la prima era il tentativo di costruire, lui che fu tra i promotori della Marcia dei 40.000, una sorta di “pax” strategica con la sinistra ed i sindacati verso cui non aveva certo mai mostrato una viscerale simpatia;

ma la seconda meravigliosa e strategica “bufala” è il contesto della risposta di Romiti in un passaggio specifico dell’intervista, 40 anni fa. 

Quando senza alcun pudore, e con un sussiego ostentato oltre ogni plausibile immaginazione, il cosiddetto organo di informazione Comunista tace sommesso ad una sparata epocale del Dirigente Fiat quando lo stesso dice: “Se Alfa Romeo finisse alla Ford saremmo di fronte ad un nuovo caso Seat, che è stata comprata dalla Volkswagen ed è scomparsa”. Scomparsa?

Insomma, quelli che scrivevano di quel Partito che amava ripetere assurdamente che con il 51% dei voti non si poteva governare, pur esultando quando a metà anni Settanta “un italiano su tre ha votato Comunista”, avevano ascoltato con le orecchie del loro cronista incaricato una delle più celebri assurdità divulgate a mezzo stampa in tema di mercato Auto. 

Ricapitoliamo un attimo: la SEAT, orgogliosamente rappresentativa con quel suo “Sociedad Espanòla” delle prime due lettere dell’acronimo in sigla, era stata creata in Spagna il 9 Maggio del 1950 dall’azione dell’INI (Instituto Nacional de la Industria) in accordo con il Governo “franchista” e con un consorzio di banche per dotare la Spagna di una propria industria capace di sfidare la linea di “chiusura” commerciale che la politica internazionale aveva stretto sul governo militare. Se il supporto finanziario non mancava, il Know How sarebbe provenuto da Fiat, che con meno del 10% di peso azionario chiudeva il cerchio di una Industria automobilistica nazionale che dal 1953 iniziava a produrre su licenza le auto di Torin e che dal 1958 chiuse il cerchio della autosufficienza produttiva assemblando esclusivamente componentistica prodotta in Spagna. Dopo un aumento del peso di Fiat dalla metà degli anni Settanta, l’INI decise di rilevare la quota di Corso Marconi e da inizio anni Ottanta Seat diventa un’Azienda indipendente, con il problema opposto al suo inizio degli anni Cinquanta: meno “cash” e soprattutto zero Know How per il distacco da Fiat e la revoca delle licenze che lasciano in produzione la sola “Marbella” sia per volume di produzione sia per l’effetto di modifiche estetiche e funzionali di ridotta entità che tuttavia consentirono al Marchio spagnolo di tenerla in listino fino al 1988.

Da Fiat a Volkswagen, il nuovo DNA di Seat

Come è noto tutto il know How successivo è pervenuto da Volkswagen in via progressiva, perché vale la pena ricordare – in pochi se lo ricordano – che la “Ibiza” nasce sul pianale della “Ronda” (la “Ritmo” prodotta in Spagna) così come la “Malaga” e che con questi due modelli disegnati da Italdesign parte la seconda vita di Seat con motorizzazioni implementate dalla tecnologia “System Porsche”.

Arriva poi la serie delle piattaforme condivise con il Gruppo di Wolfsburg, e il percorso si sublima con la monovolume “Alhambra” e con la supervisione stilistica di Walter De’ Silva sul Design di tutto il marchio dalla fine degli anni Novanta. Forse l’era più lusinghiera per Seat dal punto di vista della bellezza ed assortimento di gamma, così come delle parentesi agonistiche, al fine di rendere finalmente e davvero Seat un “brand” e non solo una controllata del Gruppo Volkswagen. L’estro stilistico di De Silva dà vita a Due Volumi (Ibiza, Leon Coupè Wagon), monovolume (Altea, Toledo e ovviamente Sharan rivisitata) ma anche a tre Volumi (Cordoba, ad esempio) che fanno finalmente del Marchio spagnolo un costruttore generalista di grande prestigio, a metà tra lusso e sportività: un gradino sotto Audi per eleganza, un soffio dietro Alfa Romeo, Lancia, Peugeot e Mazda dell’epoca quanto a profilo di mercato.

Fin qui la vicenda “epica” di Seat che però inizia dalla bolla dei Mutui Subprime a subire un po’ troppo, a nostro avviso, l’effetto annichilente delle piattaforme condivise. Seat perde in family feeling personale, in identificazione con il Cliente e diventa in termini semplici una estensione più accessibile di Audi in chiave fleet. Fino a sovrapporre la sua mission, sempre più diluita e meno circoscritta, con Skoda. Questo, almeno, il mio punto di vista, aggravato come per tutto il mondo Automotive da un evento che ha tagliato le gambe alla evoluzione virtuosa del marchio spagnolo: il crack Lehman, la crisi finanziaria diretta sul settore auto ha pesato molto di più, in termini di perdita di volumi, sui Brand outsider; la crisi europea del mercato per effetto dei debiti sovrani ha poi sovrapposto ed esposto, forse inaspettatamente, il posizionamento di mercato di Seat a quello in piena corsa di Hyundai e Kia. Forse a molti questo scenario appare un po’ fantasioso, ma è quel che è avvenuto in Europa fino al 2014.

E qui però probabilmente Seat paga più di tutti gli altri Brand del Gruppo Volkswagen gli effetti drammatici e determinanti di almeno quattro fattori e trends di mercato:

​-Il Dieselgate, che ha se possibile franato più sui Brand satelliti del colosso di Wolfsburg che non su questo stesso peggiorando la situazione commerciale di Fleet e privati;

​-L’elettrificazione, che ha trovato Seat passiva e subordinata rispetto ad una immagine iconica “green” e tecnologica di tutto il Gruppo Volkswagen: se a questo Marchio e ad Audi spettava il ruolo di “capofila” con tutto il corredo dei valori e della simbologia costruito nel tempo, quale poteva essere il relativo corredo di immagine di un Marchio come Seat, dentro VW, alla luce del declino lento ed inesorabile descritto appena sopra?

​-Meglio non toccare la paranoia “Mobility Provider” alla quale per poco tempo prima del Lockdown è stato collegato un possibile destino di Seat, divenuto da “ex brand” a “nuova cosa”;

-Ed infine, a dare il colpo di grazia alla Seat è stato ovviamente il “monoprodotto SUV”, ed è quasi banale recensire il perché. Andrebbe fatta qualche domanda al Marketing del Gruppo.

VW come l’UCAS (Ufficio Complicazione Affari Semplici) porta Seat nelle nebbie

Ed oggi? Tra una soffiata ed una ipotesi, dentro la pesante nebbia del riserbo, e credo anche della indeterminazione che il Gruppo Volkswagen sta esprimendo, ecco la proposta domenicale qui da noi di “Autoprove.it”: perché no, a quasi settanta anni dalla nascita del Marchio nel 2030, non riproporre una “Seat” diversa, specializzata e non più solamente “generalista”? 

E dunque, in una ideale ricomposizione e suddivisione del mercato all’interno del Gruppo perché non trasformare Seat nel Brand “Wild Track” dentro un segmento di mercato dove si trovano ormai solo “Jeep”, “RAM” e “Land Rover” come Brand iconici e storici; ma dove si sta moltiplicando la prospettiva, la presenza e l’offerta di Brand dedicati, di nicchia, specificatamente votati a creare alternative non tanto e solo nell’Off Road, ma nel proporre modelli che sappiano distinguere chi li guida in base ad un posizionamento specifico in un settore di mercato che a breve diventerà molto affollato. 

Questo mercato, che io mi sento di definire “Wild SUV”, rappresenta un nuovo link di offerta commerciale che estende e qualifica per immagine e status il comparto dei “SUV generalisti” fin troppo occupato e presidiato da modelli sempre più tendenti al concetto di “commodity”. Ed ecco che esperienze, tanto per fare l’esempio didascalico, di “ICH-X” e di molti altri Costruttori asiatici (in attesa che anche dall’India, con Tata e Mahindra, si appalesi qualche novità di riferimento) stanno apportando ad un mercato “Work in Progress” troverebbe Seat prontissima e qualificata a riproporsi, in questo vuoto indotto di identità, in un mercato dove i punti di successo sono, in prospettiva:

​-La moltiplicazione degli attori provenienti dall’Asia;

​-La possibilità dunque di inserire Seat nel ridotto novero dei Top quality Brand come Jeep, Land Rover;

​-La condivisione di piattaforme tecnologiche estese e di qualità come sono quelle del Gruppo Volkswagen;

​-La capillarizzazione della Rete commerciale di Seat e del Gruppo VW in tutto il mondo, e la riconoscibilità del Brand;

Ed infine, va considerato, non manca nel panel di interesse commerciale anche il fatto che sempre più VIP stanno dirottando il loro interesse su questa nicchia di mercato così iconicamente “Mad Max” e che purtroppo, visti i venti poco piacevoli che spirano da fronti di guerra nuovi o storici, trova una sua giustificazione emotiva…

Riccardo Bellumori

Nuova Renault Bridger: sfida in India

Nell’ambito dell’espansione nei mercati in via di sviluppo, Renault sta preparando un nuovo piccolo crossover dal design spigoloso e con ruota di scorta sul portellone posteriore, chiamato Bridger, che sarà presentato in anteprima come concept il 10 marzo, mentre la versione di serie debutterà più tardi sul mercato indiano.

Il 10 marzo il Gruppo Renault, che nel 2025 ha subito ingenti perdite, presenterà il tanto atteso nuovo piano di sviluppo, elaborato sotto la guida dell’attuale amministratore delegato dell’azienda François Provost. Il piano è stato denominato futuREady. Si prevede che il piano punterà fortemente sull’espansione di Renault al di fuori dell’Europa, il cui mercato automobilistico è oggi lacerato dalle contraddizioni tra le reali esigenze degli acquirenti e l’agenda ecologica imposta dalle autorità dell’UE e del Regno Unito.

Nel comunicato stampa odierno, Renault Group India è stata definita un mercato prioritario per il futuro dell’azienda francese. Il prossimo crossover Bridger, lungo meno di 4 metri, è stato progettato in India e per l’India, ma molto probabilmente apparirà in una forma o nell’altra anche in altri mercati in via di sviluppo, ad esempio in America Latina e in Africa. Il nome Bridger si traduce dall’inglese al russo come “costruttore di ponti” e sottolinea il desiderio del Gruppo Renault di “costruire ponti” con mercati esterni promettenti.

LA SFIDA AL MERCATO

In India, Renault opera già da vent’anni, ma finora non è riuscita a ottenere successi significativi. L’anno scorso il marchio francese ha venduto in India 36.285 auto, il 10,8% in meno rispetto al risultato del 2024, secondo i dati di Autopunditz, basati sulle immatricolazioni di auto nuove nel sistema di registrazione locale Vahan.

A titolo di confronto, ricordiamo che il leader indiscusso del mercato automobilistico indiano, la Maruti Suzuki, lo scorso anno ha venduto 1.783.129 auto (+8,2% rispetto alle vendite del 2024), Mahindra 596.270 (+20,2%), Hyundai 553.343 (-1,4%), Tata 550.271 (+4,4%), Toyota 313.605 (+19,6%) e Kia 255.554 (+7,3%). Il volume complessivo del mercato delle autovetture nuove in India nel 2025 è stato pari a 4.351.640 unità (+8,5%). Non sorprende che, con una tale capacità, molte aziende stiano ora puntando sull’India, comprese le case automobilistiche cinesi.

Renault attualmente vende in India il crossover entry-level Kwid (lunghezza 3731 mm), il monovolume compatto Triber (lunghezza 3985 mm) e il crossover subcompatto Kiger (lunghezza 3990 mm).

Ford Kuga ActiveX full Hybrid 183CV: Prova su strada

Dopo aver provato tutte le generazioni della Kuga non potevo che testare anche l’ultimissima versione.

La Ford Kuga 2026 mostra un frontale più netto e moderno: la mascherina è ridisegnata e la firma luminosa anteriore è più incisiva, elementi che le danno un aspetto più muscolare senza tradire la linea familiare del modello.

Esteticamente la Kuga resta un SUV di taglia media con proporzioni equilibrate reae aggressive dal look off road di questo allestimento ActiveX. I ritocchi estetici la rendono più attuale senza stravolgere l’identità del modello

INTERNI E TECNOLOGIE

Gli interni puntano su materiali migliorati e su un layout più razionale: la plancia è pulita, il tunnel centrale è ben organizzato e la posizione di guida è comoda per chi guida a lungo.

Il nuovo sistema di infotainment da 12,3” è più sofisticato e più semplice da usare rispetto alla generazione precedente. Molto bene anche la presenza del generoso quadro strumenti digitale da 13,2”.

Il sistema multimediale è stato aggiornato: interfaccia più reattiva, connessività migliorata e comandi logici che riducono le distrazioni alla guida.

L’equipaggiamento ADAS copre le funzioni oggi attese in questa fascia: cruise adattivo, mantenimento di corsia, frenata automatica d’emergenza e sensori di parcheggio con telecamera. L’insieme è tarato per la sicurezza e per un’assistenza alla guida che punta più al supporto che all’autonomia.

MOTORE E DATI TECNICI

Dal punto di vista pratico, la Kuga offre buoni vani portaoggetti, sedili confortevoli e una posizione di guida che favorisce la visibilità; la qualità percepita è migliorata rispetto al passato, anche se alcuni dettagli (plastiche in aree meno visibili) restano nella media della categoria.

La versione full hybrid 2.5 abbinata alla trazione integrale eroga 184 CV complessivi e adotta una trasmissione a variazione continua (CVT) che privilegia la fluidità di marcia e l’efficienza.

In città la Ford Kuga si muove con grande disinvoltura: il sistema ibrido gestisce bene le partenze e recupera energia in frenata, permettendo percorrenze reali molto interessanti in ambito urbano e misto; i consumi rilevati nei test si attestano su valori molto competitivi per la categoria (intorno a 18–19 km/l nel ciclo reale di prova).

Su strada extraurbana e in autostrada la Kuga mantiene una marcia stabile e silenziosa; la taratura delle sospensioni privilegia il comfort, con un rollio contenuto ma con qualche limite nella gestione delle asperità più marcate complici i cerchi i lega “giusti” da 18 pollici.

La trazione integrale entra in gioco in modo progressivo e rassicurante: non è pensata per fuoristrada estremo ma per migliorare aderenza e stabilità su fondo scivoloso o in condizioni meteo avverse, restituendo una sensazione di controllo senza scossoni. Accelerazione e ripresa sono adeguate al peso del veicolo; solo spingendo al massimo si avverte il tipico comportamento “da scooter” della gestione ibrida/CVT.

PRO E CONTRO

La Kuga full hybrid AWD mette sul piatto alcuni vantaggi concreti che si percepiscono subito nella guida quotidiana: consumi contenuti soprattutto in ambito urbano grazie alla gestione ibrida, una silenziosità di marcia che rende i viaggi lunghi meno faticosi e un assetto che privilegia il comfort, assorbendo bene le asperità leggere. La trazione integrale lavora in modo discreto ma efficace quando serve, aumentando la sensazione di sicurezza su fondo bagnato o scivoloso senza compromettere l’efficienza; il pacchetto tecnologico e il sistema multimediale aggiornato completano l’offerta rendendo la Kuga pratica e moderna per l’uso familiare e per i pendolari che cercano un SUV versatile.

Dall’altra parte, i limiti emergono quando si cerca una guida più coinvolgente o prestazioni “da sportiva”: la trasmissione CVT tende a smorzare la risposta e a dare quella sensazione di progressione meno immediata rispetto a un cambio tradizionale, penalizzando chi ama una guida più reattiva. La taratura delle sospensioni posteriori e la morbidezza complessiva possono tradursi in un lieve galleggiamento su fondi molto sconnessi, mentre la frenata, pur sicura, non brilla per prontezza e spazi d’arresto nei test più severi; infine, il prezzo degli allestimenti più completi può salire rapidamente, riducendo l’appeal rispetto ad alternative che offrono dotazioni simili a listini più aggressivi.

In conclusione la Ford Kuga full hybrid AWD da 184 CV è una scelta solida per chi cerca un SUV confortevole, efficiente nei consumi e tecnologicamente aggiornato; perde qualche punto sul fronte dinamico più sportivo e su alcuni dettagli di taratura meccanica, ma resta competitiva nel complesso.

Volvo Car UX: aggiornamento per 2,5 milioni di auto

Volvo Cars ha annunciato che sta lanciando il suo “più grande aggiornamento software over-the-air di sempre”, che coprirà 2,5 milioni di autovetture Volvo in 85 paesi. Denominato Volvo Car UX, l’aggiornamento introduce una nuova interfaccia utente per il sistema di infotainment nei modelli Volvo dal 2020 in poi.

Questo aggiornamento sarà applicabile ai modelli Volvo dal 2020 con Google integrato e l’aggiornamento software OTA sarà effettuato gratuitamente, afferma Volvo. I modelli applicabili includono C40, XC40, EX40, EC40, S60, V60, V60 Cross Country, XC60, S90, V90, V90 Cross Country e XC90, ha dichiarato la casa automobilistica.

“Questo aggiornamento è uno dei più grandi aggiornamenti over-the-air nella storia dell’automobile e sfrutta anni di investimenti nella tecnologia Volvo Cars per migliorare la vita di milioni di persone con le loro auto. La nostra nuova esperienza utente offre aggiornamenti e miglioramenti significativi nelle aree più utilizzate dai conducenti e risponde direttamente alle esigenze e ai desideri dei nostri clienti”, ha affermato Anders Bell, Chief Engineering and Technology Officer di Volvo Cars.
Secondo Volvo, i principali miglioramenti offerti dall’aggiornamento di Volvo Car UX includono un minor numero di tocchi o clic per raggiungere le funzioni più utilizzate, una navigazione più facile e più evidente e un look aggiornato. Le app più comunemente utilizzate, come mappe, media e telefono, si trovano nella schermata iniziale e gli utenti non devono più uscire da Google Maps per accedere alle funzioni di riproduzione multimediale.

L’aggiornamento introduce anche una barra contestuale che modifica ciò che viene visualizzato in base alla situazione attuale e mostra le app utilizzate più di recente. Ad esempio, durante la guida a bassa velocità verrà visualizzata l’icona delle telecamere esterne per mostrare al conducente che sono disponibili ausili visivi durante le manovre in spazi ristretti.

COSA CAMBIA CON L’AGGIORNAMENTO

Per i modelli PHEV, l’icona Drive Modes sulla schermata iniziale consente ai conducenti di accedere alla modalità Pure insieme ad altre opzioni, il che significa che il passaggio dalla guida ibrida a quella puramente elettrica richiede solo un tocco sullo schermo.

Per le auto con Google integrato, i clienti possono acquistare e scaricare la funzione Pilot Assist per le auto che non dispongono già di tale funzione. L’aggiornamento Volvo Car UX prepara anche a “un’esperienza di conversazione AI ottimale” con Google Gemini, che sarà lanciata sulle auto compatibili entro la fine dell’anno.

Sandro Munari: Ciao Drago simbolo di una epopea Rally irripetibile e magica

Cavarzere, piccolo Comune della Provincia di Venezia; il suo esponente più famoso negli anni Sessanta fu il magico Principe De Curtis, in arte Totò: fu lui l’improbabile e divertentissimo Dottor Tanzarella nel film “Sua Eccellenza si è fermato a mangiare”, il medico personale del Duce che in realtà altro non era che un amorevole mariuolo capace di prendere per il naso tutta la combriccola di Camerati, Governatori, nobili e nobildonne che al suo cospetto si bevevano ogni astuta bugia recitata dal grande attore. Prima di lui, personaggio di pura fantasia, ci fu un illustre concittadino pioniere del volo (Aldo Corazza), ma il terzo (di pochi altri) personaggi celebri della cittadina (che, trovandosi sotto al livello del mare, reca ancora le tracce della sua origine paludosa) bagnata anche dall’Adige è stato un uomo capace di volare anche sulle strade; e magari proprio grazie alle campagne ed ai boschi, alla terra ed al fango che circondava la sua città quest’uomo è diventato un asso del volante. 

Me lo immagino, figlio di onesti e laboriosi agricoltori, salire di nascosto ancora ragazzino su un trattore a saltare sulle zolle di terra, o in giro per la campagna con una motoretta di occasione. Forse è così che si è formata quella che diventerà la leggenda del suo nome e della sua epopea.

Era Sandro Munari, detto “il Drago”, Campione di Rally e portabandiera simbolo di Lancia in un momento in cui furono le sue vittorie, ed il genio assoluto di Cesare Fiorio, a sostenere la vita stessa del Marchio durante un’epoca davvero difficile. Se ne è andato un mese prima del suo ottantaseiesimo compleanno, discreto ed elegante come era sempre stato anche durante il massimo scintillio della sua stella agonistica durante la quale tuttavia non ha mai ceduto ad atteggiamenti da Divo nonostante iniziasse la dittatura scenografica della TV e nonostante l’immagine diventasse un “must” irrinunciabile per essere davvero trendy ed avere seguito. La sua stessa carriera, in fondo, appare descritta a tratti e appena pennellata da pochi tratti decisi, al contrario di tanti altri piloti dei quali si è venuto con il tempo a conoscere tutto, dalla marca dei pannolini usati quando erano bebè fino alla posizione dell’ombrellone in spiaggia. No, del “Drago” si sapeva e si sarebbe continuato a sapere per anni solo l’essenziale: il suo inizio con i Go-Kart e la sua conversione al mondo del Rally come Navigatore prima e come Pilota dopo. 

Fedele e silenzioso vessillo di Lancia nell’epoca delle difficoltà

Una sorta di effervescenza, la sua, che porta Sandro a diventare in meno di due anni una vera e propria stella di capacità, talento e coraggio: il Titolo italiano diventa suo nel 1967 alla guida della Fulvia HF, e nello stesso anno si impone nel suo primo Rally internazionale: il “Tour de Corse”, dove la “Fulvietta” a trazione anteriore sguscia benissimo sull’asfalto isolano tenendo dietro non solo le favorite supersportive Porsche 911 e Alpine Renault, ma anche le vetture ufficiali Alfa Romeo, Morris Minor, Ford, Saab, ed altre.

E’ un periodo terribile, quello, per la Lancia: la gestione della famiglia Pesenti dopo quasi 15 anni pesa come un macigno su volumi di vendita, branding e riconoscibilità del Marchio, assortimento commerciale. Lancia è un Costruttore da non più di 15/18.000 auto all’anno e con il mercato internazionale ridotto al lumicino. La gamma commerciale dei Camion e dei Pullman diventa quasi più evocativa di quella Auto basata su solo due modelli “mass Market” (Fulvia e Flavia Berlina) e da altrettanti due modelli un po’ troppo di elite (Flavia Coupè e Flaminia), mentre il vero e proprio simbolo collettivo diventa la “Fulvia Coupè”: intuizione del leggendario PierUgo Gobbato sostenuta e traghettata nelle corse dal giovane Fiorio diventa allo stesso tempo il vessillo di Chivasso e l’abito ideale da indossare da parte di Sandro Munari che fa il Bis nel Campionato Italiano 1969 anche se il Drago impatta subito con una realtà drammatica nel “Montecarlo” dell’anno prima in cui le conseguenze di un brutto incidente sono fatali al suo navigatore ed amico Luciano Lombardini

Entra a fare coppia con Mannucci, e dopo un 1970/1971 discreti, arriva il “botto” della vittoria assoluta al Montecarlo 1972 in cui Sandro porta a vincere il tricolore per la prima volta per un equipaggio e per un pilota italiano. Ma non meno importante è un Titolo non ufficialmente riconosciut negli annali ma combattuto duramente e vinto dal nostro Munari: si tratta della Mitropa Rally Cup, un evento organizzato fin dal 1965 dalla Federazione automobilistica tedesca ed esteso a tutti i piloti professionisti europei in una sorta di evento internazionale che contemplava alcuni Rallyes ufficiali corsi nei vari campionati nazionali secondo calendari e classifiche scelti appositamente. 

Munari vince l’edizione Mitropa del 1971, ed è sua nel 1972anche la “Targa Florio” e un quarto posto alla 1000 chilometri di Zeltweg insieme – in entrambi i casi – ad Arturo Merzario su una Ferrari 312 PB.

Ma probabilmente anche in Pista sapeva davvero il fatto suo se è vero che nel 1973 Frank Williams, all’epoca Team Manager della “Iso Marlboro” (Squadra originaria del Marchio Costruttore IsoRivolta), gli aveva proposto di correre il Gran Premio del Sud Africa al posto di Nanni Galli che si era infortunato: ma bastò il veto contrario del suo “Vero” caposquadra, cioè Cesare Fiorio, per annullare tutto. Ed in fondo Fiorio aveva ragione: Sandro era in lizza per l’Europeo che vince a fine Stagione, secondo Pilota italiano di sempre a mettere il suo nome accanto a quello dell’auto guidata un anno dopo Raffaele Pinto con l’amica/avversaria Fiat 124 Abarth. Ed è la seconda volta iridata in Europa anche per la Lancia dopo il 1969 con Kallstrom. Dopo di lui, nel dorato universo Rally degli anni Ottanta, ben nove italiani si aggiudicheranno l’Europeo tra il 1975 ed il 1988 lungo 18 anni. 

Anche questo, anche il proliferare di giovani talenti tricolore (grazie alla presenza massiccia a livello nazionale ed internazionale di ben sei Marchi tra Fiat, Lancia, Autobianchi, Innocenti, Alfa Romeo ed ovviamente la divina “308 GTB” Ferrari; ma grazie soprattutto ai Trofei monomarca Autobianchi A112 Abarth ed Alfasud che sfornano in serie campioncini) sarà uno dei motivi che stenderanno un velo di silenzio negli ultimi anni di agonismo e dopo il ritiro del “Drago”.

Sandro Munari non vince solo l’Europeo nel 1973, ma piazza la zampata del Campione nel Tour de France automobilistico sempre del 1973 dove debutta a livello internazionale il mostro chiamato “Lancia Stratos”. Pilota davvero “vecchio stampo” Sandro Munari: affezionato alle “classiche”, fedele ad una bandiera, e mai, nemmeno davanti ai microfoni, banderuola.

Aveva i suoi sogni, i suoi principi ed i suoi valori. Fortissimi. Ad esempio, diversamente da tanti altri suoi colleghi, ha esternato più fortemente il dispiacere per gli obbiettivi mancati che non per quelli conseguiti. Era rimasto in lui ad esempio il dispiacere di non aver mai vinto il Rally Safari.

Ci era arrivato vicino già nel 1974, quando finì terzo per problemi al motore, mentre al contrario il “Montecarlo” era praticamente diventato la sua seconda casa: dopo il 1972 Sandro si era distinto per una tripletta consecutiva (1975, 1976, 1977) con la Stratos, la seconda Lancia che si lega in modo indissolubile alla sua immagine. 

“Lancia Stratos” e “Drago” insieme diventano ancora più iconici della precedente accoppiata con la “Fulvia Coupè” e, se vogliamo, sdoganano ed affrancano da subito con la loro immagine la sequela di superstizioni e anatemi che tanti, troppi nostalgici della prima ora riversano sull’ingresso del Marchio di Chivasso in Fiat. Nel 1977 questo binomio regala alla Lancia il primo Titolo “Coppa FIA” conquistato da un pilota tricolore. 

Era, la Coppa FIA, la classica azione cervellotica ed un poco autoerotica seriale dei capoccioni dello Sport internazionale: invece che declinare – come ovvio e quasi consequenziale per una disciplina così universale come il Rally – una Classifica mondiale Piloti il prima possibile, la FIA si rese prima conto che avere solo Marchi titolati con auto guidate da innominati non era poi il massimo; e poi prima di varare ‘sto benedetto Mondiale Piloti si distinse in un doppio salto carpiato con una mai ben compresa “Coppa FIA” che se da un lato registra gli unici due Campioni più che meritevoli dal lato del pedigree sportivo (nel 1977 Sandro Munari su Stratos e nel 1978 Markku Alen su Fiat 131 Abarth); dall’altro costringe gli stessi cultori della disciplina e di questi due campioni a scorrere due classifiche parallele e distinte, quasi incomprensibilmente: il Mondiale Costruttori Rally e la Coppa FIA. Ah, se non ci fosse Wikipedia…….Per la cronaca quella “Coppa FIA” del 1977 Sandro la strappa per un solo punto ad un altro mito rallystico come Bijorn Waldegaard che, non avendo partecipato ad alcuna Gara di Campionato Europeo viene penalizzato ai sensi di Regolamento.

Mentre nella Stagione 1978 Munari è un poco ostaggio della “staffetta” istituzionale tra Lancia e Fiat, con l’arrivo sui campi di Gara della “131 Abarth Rally” che a Torino è funzionale alla sinergia di Marketing del tipo “l’auto che vince nel mondo è quella del Tuo vicino di casa”. Questo porta temporaneamente all’uscita della lunare “Stratos” prima dal vertice mondiale (impegnando la Lancia a vincere l’ultimo europeo di questa berlinetta a motore Ferrari nel 1978); dopo di che dal 1979 fino alle ultime apparizioni al Campionato Italiano del 1984 la Stratossarà gestita solo ed esclusivamente dai Team privati esterni a Chivasso.

Mal d’Africa, maledetta Africa per il Drago

Poi, con il ritiro dal circuito internazionale della “Lancia Stratos” ufficiale (rimarranno le pochissime berlinette affidate ai Team esterni nell’Europeo e nel Mondiale ed ovviamente rimarranno le ancora ottime Stratos nel Campionato Italiano) il “Drago” Munari passa dal 1979 alla Fiat 131 con la quale correrà fino al 1983 sempre più saltuariamente nel panorama internazionale. Ma già dal 1978 Sandro Munari esce dalla “Top Ten” delle classifiche iridate.

E’ il momento delle staffette generazionali e nelle griglie si affacciano i nomi nuovi delle quattro ruote tricolore: “Tony”, “Vuda”, Cerrato, e ovviamente Attilio Bettega diventano i nuovi riferimenti per TV e stampa, soprattutto perché negli anni Ottanta il tifo rallystico nazionale soffre come sempre di esterofilia e innato sessismo al contrario (fenomeni mediatici diventano Markku Alen “come bomba dentro montagna”, il Re Walter Rohrl, la Regina Michele Mouton e la valanga di campioni scandinavi) soprattutto perché per noi in Italia è mamma Fiat al centro del tifo mediatico. Sandro Munari dunque esce dalle classifiche iridate e dal fascio di luce dell’informazione sia perché non ama corteggiare i giornalisti, sia perché non si offre a pubblicizzare Yoghurt o volanti sportivi alla TV, e sia infine perché, a oltre quaranta anni, può permettersi di inseguire i suoi sogni più intimi e personali. 

Ma oggi, a distanza di 40 anni da quel buio mediatico, io che l’ho vissuto in diretta benchè adolescente, mi sento un certo rodimento di culo a leggere coccodrilli di Riviste e commentatori che cercano di apparire come eterni devoti di Sandro Munari. 

Ed invece la realtà è ben diversa: il circo televisivo e mediatico dell’informazione sportiva – più spesso a libro paga dei Costruttori – evitava appositamente di divinizzare o celebrare i miti “umani” dei Rally preferendo mantenere sulla ribalta i Marchi vincenti. Di questo ha sofferto in maggior parte Munari come hanno sofferto Tony Carello, Raffaele Pinto, Michele Verini, ed altri.  Abbiamo almeno la compiacenza di fare autocritica. Certo, Munari non si è fatto problemi a rimanere nel cono d’ombra, mentre inseguiva i suoi sogni personali.

Il primo dei quali è l’Africa, è il Rally Safari: il Drago tenta per ben quattro volte dopo la Fiat 131 del 1980 di espugnare il deserto, ma nisba: diventa a suo modo e forse obtorto collo persino un esterofilo (Dodge Ramcharger nel 1981, Porsche 911 nel 1982, Toyota Celica nel 1984) e si avventura in campi davvero empirici: il “Dodge Ramcharger” del 1981 è il classico “Gippone” due porte 4×4 americano con un V8 da oltre 5 litri e misure da transatlantico) che con i colori di “Americanino Jeans” Sandro porta a spasso tra le dune ed i guadi africani in coppia con Sodano. 

Solo nel 1983, forse, il ritiro più amaro al Safari: per la prima volta al volante di un’Alfa Romeo “GTV” Gruppo B gestito dalla Autodelta, Sandro pensava davvero fosse la volta buona ed aveva praticamente ipotecato tutto l’anno 1983 per essere al Top a Marzo durante il Rally. Aveva assoldato come copilota un veterano del Safari, aveva svolto migliaia di chilometri di test su ben due muletti “GTV6” restando in Kenya tre settimane. Ma in Gara una stupida “panne” elettrica mal diagnosticata ed un ritardo nelle operazioni di riparazione di diverse ore tolsero il miraggio dell’Impresa…

Ce lo ricordiamo in una ultima ribalta mediatica di nicchia: Sandro Munari voleva davvero fare l’Impresa, stavolta. Nel 1987 riceve dalla Lamborghini due esemplari di “LM002” con cui lui si allena in Grecia per preparare una straordinaria “Parigi Dakar” 1988 coadiuvato totalmente da Sant’Agata Bolognese che aveva predisposto telai alleggeriti, rinforzati, cabina biposto con sedili ergonomici da corsa, e un dodici cilindri da oltre seicento Cavalli !!!!! Sandro testa la LM002 con serbatoio di 600 litri a pieno carico e vola su pietraie, greti di torrenti, fango e sabbia dei lidi marini dove si affaccia quasi clandestinamente. Ma le premesse già non sono buone a partire dalla rinuncia al Rally dei Faraoni, che avrebbe fatto da stress test elettivo. Dopo pochi mesi salta anche definitivamente – si dice a causa dei veti del nuovo proprietario Chrysler – il programma “Paris Dakar”. 

 

E’ quello l’ultimo atto pubblico ed agonistico del “Drago”. Da quel momento Munari, semplicemente, scompare dai riflettori. Per tornarvi poche settimane fa, a Febbraio 2026 con la sua scomparsa. Un colpo per tutti, mentre la solita Stampa stava tutt’al più preparando i classici sermoni celebrativi per il quarantennale della scomparsa, il prossimo 2 Maggio, di Henri Toivonen, altro vessillo della Lancia che avrebbe occupato i titoli di giornali e speciali in TV. Ciao Drago, incomprensibile e discreto campione.

Riccardo Bellumori

Nuova Peugeot 108 2027: rendering

Ritirata dal listino da cinque anni, la Peugeot 108 potrebbe orchestrare il suo ritorno nei prossimi anni, a condizione che sia redditizia.

3,96 m: questa è stata la lunghezza che ha colpito i media durante la presentazione della concept car Peugeot Polygon, lo scorso novembre. Una dimensione non proprio in linea con questo studio che molti osservatori hanno considerato come la prefigurazione della futura Peugeot 208, mentre la generazione attuale si estende su 4,05 m. Allo stesso tempo, la sesta generazione della Renault Clio iniziava la sua carriera con i suoi 4,12 m di lunghezza, lasciando presagire un allineamento delle dimensioni della prossima Lionne a quelle della novità della Losanga. Di conseguenza, dove voleva arrivare Peugeot con il suo studio Polygon, relativamente compatto per un modello del segmento B?
A credere a Linda Jackson, ex direttrice del Leone, che ha posto fine alla carriera della Peugeot 108 nel 2021, il marchio non sarebbe più tornato su questo segmento economico, ritenuto impossibile da rendere redditizio a causa della pressione delle norme di sicurezza e ambientali che incidono sul prezzo di listino di questo modello. E si è potuto constatare che una moltitudine di costruttori ha gettato la spugna sulla scia di questa decisione, come Volkswagen che ha chiuso i battenti alla piccola Up!, Ford alla sua Ka o ancora Opel alla Karl. Senza dimenticare Citroen, il cui destino della C1, assemblata insieme alla Peugeot 108, è stato logicamente segnato nello stesso momento, politica di gruppo obliqua all’interno di Stellantis.

5 ANNI SENZA 108

La leva dell’elettrificazione totale
Ma in cinque anni sono cambiate molte cose e la necessità di elettrificare il parco auto, decretata dalle istituzioni europee, spinge i costruttori a proporre modelli di piccole dimensioni nella loro gamma, al fine di democratizzare questo tipo di propulsione virtuosa. Renault tornerà in pista con la Twingo prima dell’estate, mentre Volkswagen concretizzerà la produzione dello studio ID. Every1 il prossimo anno. Un risveglio della concorrenza sufficientemente significativo da spingere Peugeot a partecipare alla festa, a medio termine.
Per il momento resta al Leone da risolvere l’equazione 208, il cui rinnovamento ha subito un forte ritardo, come la sua cugina Opel Corsa che poggerà sulla stessa piattaforma.

Se entrambe inizieranno la loro carriera nel corso del 2027, a priori, l’arrivo di una Peugeot 108 non è probabilmente previsto prima del 2028, o addirittura del 2029. Per quanto riguarda le dimensioni, il modello in questione dovrebbe sicuramente ridimensionarsi rispetto ai 3,96 m dello studio Polygon, da considerarsi come una via di mezzo tra i 4,10 m che caratterizzeranno sicuramente la futura 208 e i 3,80 m che potrebbe vantare la futura 108.

Nuova Alpina XB7: il modello esclusivo

L’ultimo modello Alpina dell’era Bovensiepen debutterà negli Stati Uniti alla fine di questa settimana.
Una versione speciale del crossover Alpina XB7 basato sulla BMW X7 sarà l’ultimo modello prodotto nella storica città natale di Alpina, Buchloe, in Baviera. I futuri modelli Alpina saranno creati esclusivamente dal BMW Group, con l’obiettivo di competere con Mercedes-Maybach.

All’inizio di quest’anno, il marchio Alpina è diventato di proprietà del BMW Group ed è stato trasformato nel marchio di lusso BMW Alpina, sotto il quale saranno prodotte le versioni più lussuose e costose dei modelli BMW. Tuttavia, sembra che ci sarà un’ultima vera Alpina, che sarà presentata questo venerdì all’Amelia Concours d’Elegance in Florida.

Va notato che Alpina è stata fondata nel 1965 nella città bavarese di Buchloe dall’imprenditore tedesco Burkard Bovensiepen ed è diventata famosa per la messa a punto ingegneristica delle auto BMW. Nel 2022, Florian e Andreas Bovensiepen, figli di Burkard Bovensiepen, hanno accettato di vendere il marchio Alpina alla BMW, ma l’accordo è entrato in vigore solo il 1° gennaio 2026. I fratelli Bovensiepen rimangono nel settore automobilistico, ma le auto che ora producono a Buchloe portano il marchio Bovensiepen.

IL RILANCIO ALPINA

L’ultimo modello Alpina originale sviluppato a Buchloe è stata la berlina sportiva Alpina B8 GT, presentata all’inizio dello scorso anno, mentre l’auto annunciata oggi è semplicemente una versione speciale del crossover Alpina XB7, che ha debuttato nel 2020 e ha subito un restyling nel 2022. La Alpina XB7 standard è ancora presente sul sito web americano dedicato ai consumatori BMW e venerdì debutterà la sua versione speciale in edizione limitata per gli Stati Uniti e il Canada, con un teaser mostrato nell’immagine del titolo.

La versione speciale del crossover XB7 riassumerà i 60 anni di storia di Alpina come azienda indipendente, mentre il primo modello del nuovo marchio secondario BMW Alpina debutterà verso la fine di quest’anno e sarà molto probabilmente una versione di lusso della BMW G70 Serie 7 restylizzata, ancora da svelare. Il logo Alpina aggiornato è stato presentato dal servizio stampa del BMW Group il 12 febbraio.

L’Alpina XB7 standard nella versione americana è equipaggiata con un motore a benzina V8 biturbo da 4,4 litri che eroga 640 CV e 800 Nm, in grado di accelerare il pesante crossover da 0 a 60 mph (96,56 km/h) in 3,9 secondi.

Il prezzo parte da 156.000 dollari, mentre la BMW X7 M60i con lo stesso motore, ma con una potenza di 530 CV e 750 Nm, costa a partire da 115.000 dollari.

BMW M760Li: il tuning Manhart

L’atelier tedesco Manhart ha presentato la berlina BMW M760Li della generazione G12: il suo motore V12 a benzina da 6,6 litri è stato potenziato a 711 CV, l’esterno ha ricevuto un aggiornamento essenziale e l’abitacolo è stato dotato di nuovi rivestimenti in pelle bicolore.

L’atelier Manhart Performance, fondato nel 1986 dai fratelli Wilfried Manhart e Günter Manhart, ora si chiama Manhart Automotive: questo cambiamento è legato all’ottenimento della licenza di produttore automobilistico da parte dell’azienda. La berlina MH7 700 è stata la prima novità di Manhart nel suo nuovo status e rende omaggio all’ultimo modello BMW con motore V12.

L’attuale BMW Serie 7 della generazione G70, in produzione dal 2022, non ha ricevuto il prestigioso motore V12 e si accontenta di un massimo di otto cilindri, mentre il BMW Group continua a produrre motori a 12 cilindri per la sua consociata Rolls-Royce Motor Cars. Molti fan di BMW hanno rifiutato la “sette” G70 non tanto per la mancanza del V12, quanto per il design simile a una valigia, il frontale cinese e l’abitacolo touchscreen, in cui non è rimasto nulla delle classiche BMW. In questo senso, la berlina della generazione G11/G12 (l’indice G12 ha una versione a passo lungo) è considerata l’ultima vera “sette”, e la versione top M760Li è particolarmente apprezzata dai collezionisti.

MOTORE E DATI TECNICI

Il motore a 12 cilindri con indice di fabbrica N74B66 produce sotto il cofano della BMW M760Li ben 610 CV e 800 Nm, ma gli specialisti di Manhart hanno deciso di potenziarlo ulteriormente, dotandolo di turbocompressori più potenti, un nuovo programma di controllo e un nuovo sistema di scarico in acciaio inossidabile dal suono brillante, con un risultato finale di 711 CV e 1050 Nm.

Il cambio automatico a 8 rapporti e il sistema di trazione integrale xDrive sono rimasti standard. Manhart non ha comunicato come sono cambiate le caratteristiche dinamiche, ma la BMW M760Li standard raggiunge i 100 km/h in 3,7 secondi, con una velocità massima di 305 km/h con il pacchetto M Driver’s Package.

All’aspetto della BMW M760Li, l’atelier di tuning ha aggiunto uno splitter in carbonio nella parte inferiore del paraurti anteriore, uno spoiler in carbonio sul cofano del bagagliaio, calotte degli specchietti in carbonio e un set di strisce in vinile Manhart.