Il nuovo Range Rover Velar è pronto ad un cambio di generazione. La scorsa settimana sono state pubblicate nuove foto dei prototipi della Velar di seconda generazione, questi rendering di Kolesa.ru mostrano il suo aspetto esteriore. Il Range Rover Velar, primo e unico modello della sua generazione, è entrato a far parte della gamma della casa automobilistica britannica nella primavera del 2017, diventando anche il modello più aerodinamico nella storia dell’azienda con un coefficiente Cx pari a 0,32. Nel corso dei suoi nove anni di storia, il SUV ha ricevuto diversi aggiornamenti, il più evidente dei quali è avvenuto all’inizio del 2023. Un anno dopo, sono stati testati i prototipi della seconda generazione, che hanno sorpreso per la forma della carrozzeria: inizialmente sembrava che Velar sarebbe diventato una sorta di crossover universale.
La scorsa settimana sono apparse in rete le foto spia più recenti, che mostrano una forma della carrozzeria ancora più insolita per il marchio: ora ricorda un incrocio tra una berlina e una liftback. Una caratteristica distintiva dell’attuale Velar è il vetro laterale molto stretto, che nella seconda generazione diventerà ancora più stretto (e in modo significativo). Il lunotto è molto inclinato e dietro di esso è apparso un ampio gradino, simile a quello delle berline. L’auto manterrà la semplice plastica dei fianchi e le maniglie delle porte a scomparsa, mentre i finestrini laterali diventeranno senza telaio, rendendo il design ancora più semplice e conciso. Nella parte anteriore, sotto uno spesso strato di camuffamento, si intravedono solo i contorni dei fari stretti di forma semplice, mentre nella parte posteriore sono visibili frammenti di strette strisce LED orizzontali nei fanali. A differenza dell’attuale Velar, nella seconda generazione la nicchia della targa sarà posizionata nel paraurti.
Rendering Kolesa.ru
LO STILE AFFILATO
Cambiamenti non meno importanti avverranno anche nella parte tecnica, poiché la nuova Velar diventerà completamente elettrica. Sarà costruita sulla piattaforma Electrified Modular Architecture (EMA), che in futuro sarà utilizzata anche dalla “piccola” Defender. Non ci sono ancora informazioni attendibili sui propulsori. La presentazione della novità potrebbe avvenire entro la fine dell’anno, mentre la produzione inizierà all’inizio del prossimo. Nel frattempo, nei giorni scorsi la Range Rover Sport ha acquisito una versione speciale limitata SV Ultimate Edition.
Lo scorso 28 febbraio, mentre il mondo diventava un po’ più folle e ancora meno umano in Medio Oriente, Ford lasciava ancora una volta il segno nella Città del Vaticano. Nello specifico, un segno sotto forma della Ford Explorer nordamericana, regalando personalmente un esemplare molto speciale a Leone XIV, quando sta per compiersi un anno del suo pontificato.
Questa Explorer è un regalo personale che il CEO di Ford Jim Farley e sua moglie hanno voluto fare al sommo pontefice, un progetto speciale che è stato accolto a braccia aperte da gran parte della Ford di Dearborn. Dopotutto, Leone XIV è nato a Chicago, da dove provengono alcuni degli attuali dipendenti della casa dell’ovale.
IL MODELLO ESCLUSIVO
Oltre al fatto che si tratta di una Explorer con specifiche americane (prodotta proprio a Chicago, anche se modificata per captare le emissioni radio in Europa), colpisce l’esterno nero con accenti cromati, così come le iscrizioni dove si può leggere “DA POPE” o “LEO XIV” e i sedili rivestiti in pelle bicolore. Qualcosa che il suo predecessore nella carica, molto probabilmente, avrebbe visto con occhi molto diversi.
Come dettaglio esclusivo, si possono vedere sia gli edifici della città di Chicago che la Basilica di San Pietro. Senza dubbio, un’auto molto diversa dall’Explorer che abbiamo sul mercato europeo, essendo questa una BEV (recentemente aggiornata con più potenza e autonomia) prodotta nello stabilimento di Colonia insieme alla sua gemella con carrozzeria fastback, la Ford Capri.
Al suo posto, questa Explorer ha un motore ibrido V6 3.3 che eroga circa 318 CV di potenza, una motorizzazione che non è più disponibile per i clienti privati della Explorer. Lo è, invece, per le unità destinate alle forze dell’ordine, anch’esse di colore nero ma con un aspetto decisamente più intimidatorio.
Anche gli edifici di Chicago sono visibili su questo Explorer “one-off”. In un’udienza privata, Farley glielo ha consegnato personalmente e Leone XIV ha potuto provarlo per alcuni minuti, facendo un giro con il suo SUV ibrido V6. «Ha notato tutti i dettagli personali e li ha apprezzati molto. Abbiamo anche fatto un giro veloce e posso assicurare che al Santo Padre piace guidare in modalità sportiva», ha dichiarato il CEO di Ford.
Zeekr X 2026 sarà in vendita a maggio di quest’anno in Europa, dove il crossover compatto elettrico a batteria è stato aggiornato con la Golden Battery che offre tempi di ricarica rapida migliorati, motori più potenti e interni ridisegnati, in linea con l’aggiornamento 2025 del modello in Cina.
La nuova tecnologia Golden Battery supporta una ricarica fino a 230 kW CC nella variante Long Range RWD, che consente a questa variante di raggiungere un tempo di ricarica dal 10 all’80% in 18 minuti. Anche le prestazioni del powertrain sono aumentate: la Long Range ora produce 250 kW (340 CV), mentre la variante Privilege AWD a doppia trazione integrale ora produce 365 kW (496 CV) e 573 Nm.
La X aggiornata offre due specifiche di batteria: la batteria Energee da 61 kWh di Geely e una batteria al litio ternario da 66 kWh fornita da CATL. In Cina, queste batterie hanno un’autonomia stimata CLTC di 512 km e 530 km; secondo lo standard di prova WLTP, più realistico, ciò equivale rispettivamente a circa 420 km e 434 km.
LO STILE AFFILATO
All’interno, la Zeekr X restyling per l’Europa è dotata di un touchscreen infotainment da 14,6 pollici montato su una guida elettrica scorrevole lunga 353 mm lungo il cruscotto, che consente di spostare il display lateralmente dalla sua posizione predefinita al centro verso il lato passeggero.
L’abitacolo della Zeekr X restyling è dotato anche di un pad di ricarica wireless da 50 watt, un vano portaoggetti protetto da password, un vano portaoggetti da 6,6 litri, due portabicchieri anteriori e un vano console centrale da 5,7 litri che offre refrigerazione (da -6 gradi a 20 gradi Celsius) e riscaldamento (da 35 a 50 gradi Celsius), secondo quanto riportato da Car News China.
In Malesia, Zeekr ha offerto un teaser di un “aggiornamento del SUV compatto premium”, che potrebbe indicare questa revisione della Zeekr X che sarà in vendita in Europa a maggio.
Sebbene il teaser non menzionasse specificatamente la Zeekr X aggiornata, quest’anno in Malesia saranno lanciati in totale tre modelli del marchio, tra cui l’ammiraglia 9X PHEV e, probabilmente, la 009 Grand Collector’s Edition.
L’attesa è finita. La nuova automobile del marchio Dacia è stata svelata. Entra in scena la nuova Dacia Striker. Un crossover chiaramente orientato alle famiglie che arriva per rivoluzionare il competitivo segmento C. Se solo pochi giorni fa Dacia annunciava che il suo nuovo modello si sarebbe chiamato Striker, ora svela completamente il design esterno e conferma aspetti tecnici molto importanti.
Il debutto della Striker simboleggia il via al nuovo piano strategico di Dacia. Una roadmap denominata “futuREady” che prevede il lancio di numerosi modelli inediti nei prossimi anni. La nuova Striker si colloca al vertice della gamma Dacia in termini di dimensioni e, con questo modello, il marchio raddoppia i suoi sforzi per conquistare il segmento delle compatte.
Basta dare una rapida occhiata alle immagini che illustrano questo articolo per scoprire le caratteristiche distintive della nuova Dacia Striker. I prototipi avvistati durante la fase di test (che non è ancora terminata) lasciavano intravedere una berlina con carrozzeria familiare e aspetto «crossoverizzato». Una formula che puntava a un successore non diretto della scomparsa Dacia Logan MCV con finitura Stepway.
LO STILE CROSSOVER
Dacia ha le idee chiare. La nuova Striker è un crossover che combina il dinamismo di un veicolo familiare con la praticità di una berlina e l’altezza da terra di un SUV. Ha un aspetto robusto e deciso. Un design che, tra l’altro, anticipiamo in gran parte attraverso questa ricostruzione.
Il frontale presenta uno dei principali elementi di design della Striker. Un gruppo ottico che integra la nuova firma luminosa di Dacia. Fari che fiancheggiano la caratteristica griglia su cui spicca il marchio della casa automobilistica. La vista laterale rivela l’essenza originale del modello e, in particolare, una aerodinamica curata nei minimi dettagli. Concludendo il nostro tour degli esterni nella parte posteriore, troviamo un paraurti prominente e fanali posteriori disposti verticalmente e leggermente avvolgenti, uniti da una modanatura nera su cui, in posizione centrale, è possibile leggere la parola Dacia.
Sviluppata sulla piattaforma CMF-B del Gruppo Renault, la nuova Striker misura 4,62 metri di lunghezza. Una lunghezza che la colloca nella parte alta del segmento C. Come abbiamo già sottolineato, è più grande della Dacia Bigster. L’uso della suddetta architettura rende possibile l’utilizzo di motorizzazioni elettrificate. Per quanto riguarda l’abitacolo, il marchio preferisce mantenere il segreto. Sarà svelato in un secondo momento.
Per quanto riguarda la parte meccanica, la nuova Striker adotterà le motorizzazioni di ultima generazione che possiamo trovare nella gamma Dacia. Il marchio ha confermato che sarà disponibile in versione ibrida autoricaricabile (HEV) e in versione GPL. Questo carburante alternativo continuerà ad avere un ruolo importante nell’offerta Dacia, soprattutto se si considerano gli ultimi sviluppi del Gruppo Renault.
È stata anche confermata ufficialmente una notizia che avevamo anticipato in esclusiva su Motor.es, ovvero che ci saranno versioni 4×4 con tecnologia ibrida. Pertanto, la Striker offrirà una certa affidabilità lontano dall’asfalto della grande città. Inoltre, e ciò è altrettanto importante se teniamo conto dei tempi che corrono, tutte le motorizzazioni disponibili avranno il marchio ambientale ECO della DGT con i vantaggi di mobilità che ne derivano.
Quando arriverà sul mercato? Dacia ha confermato che la presentazione completa del nuovo Striker avrà luogo il prossimo mese di giugno. Il libro degli ordini sarà aperto nella seconda metà di quest’anno. Per quanto riguarda i prezzi, il marchio ha rivelato un dato fondamentale. Il nuovo Striker sarà in vendita con un prezzo di partenza inferiore a 25.000 €. Sarà imbattibile sotto questo aspetto.
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Prima di Gabriele d’Annunzio in Italia si pronunciava in forma neutra il termine “Vettore auto-mobile”, per poi derivare in “Vettura auto-mobile”. Fu il Vate abruzzese a creare il poetico neologismo “Automobile” inteso come sostantivo proprio, declinato al femminile per definire “la Divina” Isotta Fraschini.
Se però vogliamo identificare e declinare perfettamente al femminile una intera esperienza automobilistica, consacrata dal titolo di “Scultura in Movimento” al MoMa di New York, esattamente 76 anni fa, occorre partire da una data simbolica.
Siamo all’angolo con Via Roma a Torino, presso lo Studio Notarile di Giuseppe Giriodi, ed è l’8 Marzo del 1946: davanti al Notaio siedono Luigi Salvatoris, Pio Morelli, Pietro Monateri e Piero Dusio: Monateri è stato tra i fondatori della “Soc. An. Carrozzeria Pinin Farina” nel 1930 con Battista Farina, Devalle, Bona ed altri; l’ultimo – Dusio – è una specie di alieno: ex calciatore professionista della Juventus, poi pilota automobilistico con un certo talento prima alle Mille Miglia come Privato, poi con la “Scuderia Subalpina” del Conte Della Chiesa, e fino al 1938 con le Maserati 6CM della “Scuderia Torino” di sua proprietà.
Dusio è un imprenditore di buona famiglia impegnata da tempo nel settore tessile; da rappresentante diventa fornitore del Regio Esercito e comincia a scalare la notorietà nella Torino che conta: proprietario della “Manifatture Bosco S.A.” diventa anche Dirigente della Juventus tra il 1941 ed il 1947, dopo il geniale “salvataggio” dei giocatori delle due Squadre sabaude (Torino e Juventus) gestito in collaborazione con la famiglia Agnelli, assumendo entrambi “fittiziamente”i giocatori delle due cittadine per evitare loro il fronte: e così la leggenda granata Valentino Mazzola diventa un tornitore della Fiat ed il rivale juventino Carlo Parola (il simbolo degli Album Panini) uno degli operai di Dusio alla “Manifatture Bosco S.A.” e poi nel “Consorzio Industriale Sportivo Italia” che incorpora la “Bosco” ed altre Società. Quel giorno, 8 Marzo del 1946, i due illustrissimi sono davanti al Notaio per trasformare questa chilometrica intestazione ““Manifatture Bosco – Consorzio Industriale Sportivo Italia Società per Azioni” semplicemente in “Cisitalia S.A.”(e poi SpA).
8 Marzo 1946, ottant’anni fa: nasce la “fabbrica dei sogni”
Ecco, è appena nata una delle Case Costruttrici di auto che cambieranno i destini del mondo. E forse Cisitalia mantiene ancora intatto un record storico assoluto: è l’unico Marchio ad aver maturato e dato vita al suo miracolo ed alla sua rivoluzione in soli tre anni. Perché la “vera” Cisitalia, quella che ha marchiato la storia, finisce tristemente la sua supernova nel 1949. Ma prima del suo rapido tracollo, Cisitalia colleziona:
-La più straordinaria squadra di pezzi da novanta dell’Automobilismo dell’epoca: Taruffi, Giacosa, Savonuzzi, Hruska, Abarth, Porsche, Pininfarina, Nuvolari, Bonetto, etc…;
-La prima monoposto da corsa del Dopoguerra con traliccio in tubi in Chromo molibdeno (la D46) di derivazione aeronautica;
-La prima Gara Monomarca internazionale di sempre nel motorsport (Egitto, 1947);
-La prima auto elaborata e progettata parzialmente da Carlo Abarth (D47/D48);
-La prima auto esposta ad un Museo d’Arte Moderna come “Scultura in Movimento”;
-Un progetto di monoposto di Formula Uno per il Mondiale 1950.
Quisquilie, come potete vedere. E niente male per un imprenditore che seppur entrato alla grande nel mondo Auto, per anni verrà ricordato come “quello delle bici” solo perché a Corso Peschiera nel 1944 – prima ancora delle Cisitalia – uscivano le biciclette “Beltramo”: ma fu per fare un favore all’amico Lino Beltramoche, cacciato dal suo Capannone di Via Lessona dai nazisti perché accusato di fornire biciclette ai partigiani, fu insediato temporaneamente nello Stabilimento di Dusio. Ma poi Beltramoseppe sdebitarsi: i primi macchinari per piegare, tagliare, saldare i tubi dei telai Cisitalia vengono dalla costruzione delle bici.
Se esiste un riferimento concreto tra la Torino delle Auto e il Carro del Sole guidato da Fetonte e – secondo leggenda –precipitato (causa fulmine scagliato da Zeus) nei pressi della odierna “Fontana dei 12 Mesi” questo riferimento non può che essere in Piero Dusio e nella sua Cisitalia, il cui embrione si genera in un contesto distante non più di 5 minuti (Corso Galileo Ferraris 73) oppure non più di 15 minuti (Corso Peschiera 251) di passeggiata turistica dalla stessa Fontana. Un invito ad itinerari diversi nella città che io adoro.
In Corso Peschiera 251, in un ex Stabilimento Ansaldo nato in un opificio del 1910 ristrutturato dal Comune dopo i bombardamenti anglo-americani, si insedia la “Cisitalia S.A.” fino al 1949; mentre nella Villa Federici di Corso Galileo Ferraris 73 Piero Dusio vive la sua residenza torinese fino a quando anche questa villa bellissima ed ancora visibile per i curiosi (mentre al contrario Corso Peschiera 251 ospita oggi un complesso di civili abitazioni)non viene danneggiata a sua volta dalle bombe che rovinano una intera ala obbligando il Commendator Dusio a trasferirsi con la famiglia a “Villa Dusio” di Scurzolengo (Asti) lasciando che dentro Galileo Ferraris nasca comunque una piccola parentesi di leggenda che “colora” l’incontro tra Piero Dusio e Dante Giacosa. Perché il genio assoluto del boom commerciale di Fiat incrocia la sua strada con la Cisitalia?
Piero Dusio, Taruffi, Giacosa, Savonuzzi: sarebbe bastato questo…
E’ il 1944, come detto, e Dusio ha un ottimo rapporto di amicizia e conoscenza con il leggendario Piero Taruffi, in virtù del suo trascorso di pilota; si affida al geniale Ingegnere per capire quali primi passi sia meglio compiere come Costruttore, e Taruffi lancia l’idea della “D46” e suggerisce a Dusio di metterci a lavorare sopra un talento della progettazione a Torino come Giacosa; nessuno dei due sa in quel momento che Dante sta vivendo una frana che gli è caduta addosso in blocco: ha da poco perso entrambi i genitori e le bombe gli hanno abbattuto sia la casa di Via Cristoforo Colombo che buona parte degli uffici del Lingotto; così per dare continuità al lavoro la Fiat ha dovuto affittare intere aule e corridoi della scuola “Duca degli Abruzzi” dove ha ricollocato i reparti tecnici ed amministrativi. Ma per alloggiare Dante Giacosa deve ripiegare alle “Ville Roddolo” di Moncalieri, ex struttura psichiatrica che Fiat ha ristrutturato come residenza per suoi dipendenti pensionati.
Un inferno, quello spezzone di vita nel quale l’unica serenità è sapere la sua famiglia al sicuro nella villa di famiglia che Giacosa ha in campagna. Per questo motivo, nella mezza mattina di un giorno di Ottobre del 1944, quando il Signor Casalis –collaboratore personale di Piero Dusio – incontra Giacosa per un possibile accordo di collaborazione dopolavorativa (dunque senza lasciare Fiat) e prende atto della difficilissima situazione in cui l’Ingegnere si trova, telefona in diretta a Dusio che, geniale come al solito, trova subito il benefit necessario per convincere Giacosa: gli propone anche l’utilizzo gratuito da Gennaio del 1945 di un’ala della Villa di Corso Galileo Ferraris 73 con camera, cucina, bagno e due stanze in uso ufficio e laboratorio al primo piano, avendo persino a disposizione il domestico ed il guardiano che sono rimasti per la custodia e gestione della casa e dello splendido giardino.
Qui, sfidando le scorribande e le razzie periodiche del commando nazista rimasto a presidio poco distante, al 29 di Corso Galileo Ferraris, Giacosa progetta la futura monoposto tuttofare “D46”.
Ma il pragmatico Capo Ingegnere Fiat inizia a soffrire la frenesia decisionale ed organizzativa di Dusio che già alla fine del 1946, prima ancora di aver iniziato il programma di vendita delle D46 ai piloti privati in Europa, impone ritmi forzati per il calendario di una nuova biposto granturismo e addirittura per una monoposto di Formula Uno.
Se per il primo caso, la biposto, Giacosa lavora giorno e notte nei Weekend per unire due telai della “D46” ed inserirvi il solito 1100 cc. derivato dalla Fiat; tuttavia poi, quando per la versione stradale della biposto Dusio vagheggia persino una concorrenza diretta con la Lancia, Giacosa gli ricorda che a quell’epoca Cisitalia è ancora una factory di assemblaggio di parti lavorate da terzi i cui costi stanno lievitando come un gateau di patate; ed infine per la Formula Uno Dante è tassativo: presenta a Dusio Giovanni Savonuzzi come suo sostituto, e se ne va temendo quello che poi inesorabilmente capiterà alla Cisitalia. Il crack.
La lista dei “desiderata” di Piero Dusio ai suoi tecnici
“Ingegner Savonuzzi: voglio una nuova auto, che sia comoda e spaziosa come la mia Buick, veloce come una Maserati ed economica come una Fiat!!”
Questa lista di desiderata è del 1947, quasi ottanta anni fa, e riguarda la mitica “202”. Solo uno e mezzo di quel protocollo sciorinato da Dusio all’Ingegner Savonuzzi sarà realizzato: la piccola “202” è in effetti spaziosa e comoda come una berlina di misure e classe superiori; ed è decisamente veloce per quel piccolo e sempre più spremuto 1100 cc. che monta davanti. Ma rispetto al prezzo di vendita, che la catapulta nell’orbita di granturismo di cubatura più che doppia, risulta un’auto piccola, poco potente e meno prestazionale del resto del mondo sportivo.
Rimane, la “202” una realizzazione imbattibile nelle Gare per la sua categoria e classe di cilindrata, ma a che serve in fondo, quando la stessa “202 MM” viene lentamente sotterrata dal nuovo sogno sportivo della Formula Uno e in Cisitalia si rinuncia persino a dotarla di un “16 valvole” da 1500 cc. che lo stesso Savonuzzistava disegnando per lei?
Stiamo parlando, certo, della pietra miliare che rielaborata stilisticamente da Battista “Pinin” Farina diventa la prima auto esposta ad un Museo d’Arte nel 1950, e dell’auto che ipnotizza il salone di Parigi del 1947. Ma che rimane pur sempre un’auto venduta a cifre stellari in poche centinaia di unità con tempi di attesa di interi semestri per i pazienti e ricchi proprietari. Sarebbe potuto essere diverso il destino se solo si fossero rispettati tempi più umani e se non si fosse tagliata la evoluzione con motori più potenti investendo tutti i soldi possibili nella follia della F.1.
La follia “360 Grand Prix” taglia le gambe al sogno Cisitalia
Ma perché, poi, tanta frenesia? L’idea che mi sono fatto divide l’epopea Cisitalia in tre dimensioni temporali: c’è il primo Dusioche segue diligentemente le indicazioni e i programmi di Taruffi e di Giacosa; poi c’è un Dusio che colto di sorpresa dal successo iniziale ed esplosivo della “D46” si fa dominare dall’ansia della prima mossa, quell’ansia cioè che coglie gli imprenditori avventurieri che sono avvinti dal mito dell’essere sempre i primi in tutto. Dopo la “D46” Dusio aveva la fretta di presentare al mondo la “nuova” Cisitalia come Marchio omnibus, trascurando ogni ragionevole visione su target di mercato, posizionamento, identificazione tra Marchio e clienti.
Ed infine c’è il terzo e più indifeso Piero Dusio: l’istintivo industriale vittima di un disegno più grande di lui nel quale si illude di poter dominare e controllare tutto senza capire che in realtà sta finendo per avallare supinamente e senza alcuna capacità di controllo un programma eterodiretto. Questa è stata la vera e cruda ragione del fallimento di Cisitalia.
Ed il telegramma di Erwin Komenda, gelido e stonato, che nel 1949 scrive al suo “capo” Ferry Porsche: “Il cliente Cisitalia ha finito i fondi, il lavoro è bloccato”, cui la risposta sarebbe stata un laconico “Ok, tornate alla base” dovrebbe essere la risposta silenziosa e didascalica su quello che DAVVERO si è voluto che accadesse dentro Cisitalia dal momento in cui lo Studio Porsche della Carinzia ha messo piede in Corso Peschiera 251.
E’ ossessionato dalla F1, Piero Dusio, attratto dalla enorme pubblicità mediatica che l’evento porterà nell’industria automobilistica (ed aveva ragione); ma è stregato fin troppo dal miraggio che a firmare la “sua” F1 sia lo stesso genio boemo-tedesco che dieci anni prima ha stravolto il mondo con la Auto Union. Dusio vuole Porsche. La sua profezia: “Ingegner Savonuzzi, mi rovino ma faccio la Grand Prix” urlata a Corso Peschiera deve essergli echeggiata parecchie volte quando si troverà poco dopo a fare le valigie per uscire da tutto quello che aveva costruito.
Ma la cosa drammatica è che Dusio ferma la sua richiesta alla suggestione che quella epopea delle “Frecce d’Argento” ha lasciato nella sua coscienza di pilota prima della Guerra; e che a stuzzicare la sua suggestione sia una leggenda dell’auto che involontariamente spinge Dusio sul baratro. Usciti Giacosa e Savonuzzi, quando lo staff dirigente tecnico si dimette progressivamente da Corso Peschiera i consiglieri rimangono essenzialmente quattro: Tazio Nuvolari, Corrado Millanta, Rudolph Hruska e Karl Abarth. Il primo è un inguaribile e forse pernicioso sognatore che però, forse anche oer sua involontaria colpa, non correrà mai neppure cento metri di una Gara di Formula Uno; il secondo, Corrado Millanta, è un personaggio di cui so poco e di cui ambisco a parlare ancora meno: era un fotoreporter e cronista sportivo, del quale non so nulla in caso di carriere sportive oltre e dopo Cisitalia. Certo, anche per lui il miraggio di poter essere un giorno il D.S. della “Scuderia Cisitalia” in Formula Uno deve aver rotto gli argini della prudenza o, peggio, del buonsenso.
Hruska, lo sappiamo, era un Dirigente dello Studio Porsche all’epoca ed in fondo ha svolto la missione per la quale era incaricato. Idem, direi, per Karl Abarth, unico “neo” per il quale nella mia considerazione, dopo i ponti d’oro che Dusio aveva steso per lui a Corso Peschiera, fu per me me ritrovarlo nell’elenco creditori in virtù del quale si approvvigionò del magazzino ricambi e semilavorati della Cisitalia. Risultato: le Abarth Cisitalia “204” e “205” e quel progetto di marmitta, fatto da Savonuzzi, e che una volta ritrovato da Abarth negli scatoloni della liquidazione magazzino fu il punto di partenza del mito dello Scorpione.
Praticamente fu un parlamento bulgaro a spingere Dusio verso la Formula uno e nelle braccia dello studio Porsche, al di là delle vicende “noir” che da quella parte si stavano svolgendo all’epoca:Ferdinand Porsche incarcerato a Digione dai francesi per il reato di schiavismo verso gli ebrei condotti a lavorare nelle catene di montaggio della Volkswagen; Ferry Porsche posto agli arresti domiciliari per un peso minore delle accuse rivolte al padre.
A sublimare l’idea di Dusio di avvalersi di Ferdinand Porsche fu appunto Tazio Nuvolari: l’oramai vecchio campione a quella data ha passato il mezzo secolo, e sicuramente la sua indole poco razionale e molto emotiva lo illudeva di poter essere ancora in grado di guidare come un tempo; tuttavia la sola idea di poter chiudere in gloria la sua carriera seduto su una Formula Uno lo rese involontariamente “molesto” nel processo decisionale di Dusio (che, per inciso, dal suo iniziale consulente Piero Taruffiaveva avuto il suggerimento di rivolgersi a ben altra schiera di Ingegneri e professionisti – sul progetto Formula Uno – avendo intuito quale sarebbe stato l’onere economico per la Cisitaliaconseguente all’incarico ai Porsche) spingendolo quasi forzosamente tra le braccia dello studio di ingegneria tedesco.
Da questo punto in poi la vicenda della Cisitalia prende – didascalicamente – due strade: una è quella della collaborazione tecnica e progettuale dello Staff dello Studio Porsche, con tutto il retaggio di una storia difficile da recensire, per i tanti collegamenti che lo stesso Ferdinand ha avuto nel servire il Reich; e poi ci sono le leggende, le novelle, i lati oscuri della famosa vicenda del “riscatto”.
Scegliete Voi quale percorso seguire con maggior adesione a partire dall’incontro tra Dusio e Karl Abarth e Rudolph Hruska, propiziato da Corrado Millanta che da buon giornalista di indagine aveva scoperto che i due erano di fatto rappresentanti dello Studio Porsche soprattutto per progetti legati all’agricoltura.
E dopo il 20 Dicembre 1946, quando a Kitzbuhel Millanta e Dusioincontrano Ferry Porsche, inizia la sventagliata di progetti che Cisitalia – teoricamente – commissiona allo Studio Porsche; ma che è il realtà lo stesso Studio a “sbolognare” alla Cisitalia in base ad un repertorio progettuale che tra l’altro Ferry Porsche aveva appena fatto in tempo a trasferire da Stoccarda all’Austria per evitare che gli alleati rubassero i brevetti……Curiosità: non che allo Studio Porsche mancasse il lavoro o un discreto cashflow: anche con Ferry Porsche ai domiciliari, la sorella e Erwin Komenda si davano da fare, ed all’inizio del 1947 era arrivata una commessa da parte di un importatore svizzero di auto sportive per un lotto di future “356” sulla quale Komenda stava già lavorando dalla fine del 1946…
La “maxi commessa” di Dusio allo Studio Porsche: era così necessario?
Se leggete in elenco la serie di progetti che Cisitalia acquista in base alla codificazione sequenziale (Typ List) data dalla Porsche, capite bene perche’ una parte di loro è decisamente materiale d’antiquariato (un vecchio Trattore Diesel (Typ 323 con motore Diesel 900 cc da 11 Cv destinato alla produzione presso la “Luigi Poggi” di Via Matteotti a Bagnocavallo – Ravenna; ed una “Water Turbine” per utilizzi industriali), e perché un’altra parte è decisamente “carbon Copy” di progetti che lo Studio aveva materializzato o per Auto Union (la Formula Uno “Type 360 Grand Prix” che fin troppo chiaramente deriva in modo inquietante dalla mai svelata Auto Union “Type E” – già vecchia di almeno otto anni alla data del 1947 – ed alla “Sockol 650” di cui Vi abbiamo parlato su Autoprove) o per l’industria nazista (la “Sport Coupè Type 370” evidentemente ispirata dalla “Type 64 di Erwin Komenda del 1938): chissà, forse sono stati davvero abili promoters Karl Abarth e Hruska nel “liquidare” un po’ dell’archivio progettuale dello Studio Porsche? Ah, come dite??? Sono solo mie pie illazioni?
Beh, documentateVi meglio: nel capitolato delle varie commesse c’è persino la replica del motore monocilindrico da 1500 cc. che nel programma di lavoro per Cisitalia sarebbe stato il motore da collaudo per “affinare” tutto il reparto telaistico della “360 GrandPrix” senza compromettere il lavoro al banco del 12 cilindri a doppio compressore volumetrico studiato appositamente.
Ebbene, guarda caso: la chiusura anticipata del programma sportivo di Auto Union nel 1939, insieme ai problemi di bilancio legati al taglio dei finanziamenti del Reich al Marchio “di Stato”, bloccò la più che fondata ipotesi della fatidica “Type E” nella categoria “Voiturettes” per la cui sperimentazione fu avviato un monocilindrico da 1.500 cc.
Identico, guarda caso, come funzionalità e missione a quello che sviluppo’ Mercedes per la “W165” del 1939….Unica variazione sul tema, nel capitolato di appalto, la ipotesi di una “360 Junior” per la nascente Formula Due.
A parte questo, di sicuro tutto il lavoro commissionato alla Porsche impegna la Cisitalia per circa 600.000 Euro odierni di parcella consulenze più trasbordi, vitto ed alloggio nelle migliori residenze torinesi per circa 10 collaboratori dello Studio Porsche in trasferta continuata per un anno abbondante, più diversi ingaggi per consulenze esterne generali: fate Voi i calcoli definitivi…
E se aggiungiamo la richiesta di Royaltyes sulle prospettive di vendita dei prototipi, assumono profonda dignità storica tutti i racconti che parlano di un accordo economico di quasi un milione di Euro di oggi: fu davvero un riscatto che – si dice – lo stesso Abarth consegnò “cash” alla famiglia Porsche in Carinzia in comode valigie? Beh, forse anche qui c’è molta fantasia, ma il problema dell’emorragia di cassa che si verifica in Cisitalia tra l’autunno del 1947 e l’estate del 1948 – mentre tra l’altro lo staff a Torino è guidato da Hruska e in staffetta da Komenda, quando invece Ferry Porsche era da tempo tornato a Gmund per gestire la factory in Austria – è la causa della crisi del Marchio dello Stambecco. Ed è l’effetto, in primo luogo, della totale impreparazione di Dusio alle prassi dell’industria automobilistica, come aveva previsto Dante Giacosa. Che, purtroppo, era stato profetico. Le spese per la “Cisitalia Porsche 360 Grand Prix” da F1 crescevano a livello esponenziale, togliendo risorse non solo agli altri progetti (uno su tutti, il trattore che in una fase di ripresa economica e lavorativa dell’Italia agricola sostenuta dalle Casse statali avrebbe forse favorito un buon cashflow di ritorno) ma soprattutto congelando l’evoluzione e la commercializzazione delle uniche auto del Marchio. “D46” e “202” sono così a loro volta condannate: infatti “D46” sarà evoluta in due upgrade sempre più tagliati fuori (D47 e D48) a causa del progetto di base che via via invecchiava; mentre la “202” come detto non supererà le duecentocinquanta unità, le ultime delle quali addirittura saranno consegnate sotto la gestione della nuova Società fondata e guidata dal figlio di Piero Dusio, Carlo.
Muore la leggenda di Cisitalia, nasce quella di Porsche (e di Abarth)
Eh, si: la “Cisitalia” della leggenda “implode” tra la fine del 1948 ed il 1949, quando il Tribunale di Torino – ovviamente influenzatodalla grande notorietà di Dusio e dal peso che lo stesso aveva a livello istituzionale – decide di “regalare” alla Cisitalia non già un Giudizio di Fallimento (come sarebbe dovuto accadere inesorabilmente a causa dei Decreti ingiuntivi degli Operai, rappresentati dalle Confederazioni sindacali, e delle istanze dei fornitori) ma un Amministratore giudiziale per l’Amministrazione controllata che porterà, tuttavia, a poter salvare il marchio nelle mani della famiglia Dusio.
Curiosa nemesi storica: negli stessi mesi tra 1948 e 1949 il “Dr.Ing. h. c. F. Porsche Gesellschaft mit
beschränkter Haftung, Konstruktion und Beratung für Motoren- und Fahrzeugbau” (che dal 1944 non occupava più gli storici sette piani della palazzina “Ulrichsbau” disegnata da Philipp Jakob Manz in Kronenstrasse 24 a Stoccarda) diventa un Marchio Costruttore, ma nell’austriaca Gmund, tra il distretto di Gries an der Lieder e la nuova residenza dei Porsche nel quartiere di Schuttgut a Zell am See.
Eppure un accenno di affetto e gratitudine fa capolino, in questa storia, a rendere un po’ di giustizia: Ferry Porsche denomina la “550 Spyder” in questo modo in onore della “202 MM Spyder” di Cisitalia. Meglio che niente, in fondo.
Nello stesso tempo la famiglia Dusio, nella procedura di rientro dal debito, vendeva la meravigliosa e storica “Palazzina Federici” a Corso Galileo Ferraris, e Piero Dusio partiva per l’Argentina con una “360 Grand Prix” intera ed una smontata. Là, invitato dai Peron, cercherà di rilanciare la sua Cisitalia ma, mancando risorse finanziarie e appoggi forti da parte del Governo di Buenos Aires, il sogno si fermerà ad una più striminzita “AutoAR Cisitalia”. Mentre, guarda un po’, il prototipo di Cisitalia Porsche 360 GrandPrix allestito e testato in Argentina da Bonetto e da Clemar Buccisarà ricordato più per la tendenza poco simpatica a voler uccidere in corsa nei vari tentativi gli avventurosi tester, che non per qualche manifesta qualità intrinseca. Un bidone, insomma? Non so, di sicuro un flop dal lato dinamico e prestazionale, alla luce di test talmente elementari da non avvicinarsi neppure all’ombra di una Gara di Formula Uno. Ma questa è davvero un’altra storia.Quella, quasi surreale e mitica, della “prima Cisitalia” si chiude solo tre anni dopo la sua fondazione nell’8 Marzo 1946.
E diventa una storia di fronte alle quali tante altre storie apparentemente straordinarie finiscono per impallidire.
Seguendo le orme della X9, la Xpeng G6 ha ora una variante PowerX in Cina, aggiungendo un range extender al SUV elettrico che fa concorrenza alla Tesla Model Y. Come la sua compagna di scuderia MPV, l’auto guadagna un motore turbo a benzina a quattro cilindri da 1,5 litri sotto il cofano.
Il motore a combustione interna funge esclusivamente da generatore, ricaricando la batteria LFP da 55,8 kWh, leggermente più piccola, a 85 kW. L’auto continua ad essere alimentata esclusivamente da un unico motore elettrico posteriore che eroga 296 CV (218 kW) e 450 Nm di coppia, consentendole di passare da 0 a 100 km/h in 6,7 secondi, tre decimi di secondo più lenta rispetto alla versione EV standard.
Xpeng dichiara un’autonomia in modalità EV pura di 450 km secondo il ciclo CLTC cinese, estremamente permissivo, che porta ad un’autonomia totale di 1.704 km. Il consumo di carburante è stimato in 2,24 litri per 100 km e, anche con la batteria scarica, la PowerX può comunque percorrere 5,9 litri per 100 km.
MOTORI E DATI TECNICI
La G6 PowerX continua a utilizzare un’architettura elettrica a 800 volt, con una velocità di ricarica rapida DC dichiarata di 5C (cinque volte la capacità della batteria in kW), quindi ci si può aspettare circa 280 kW. In questo modo, la batteria si ricarica dal 10 all’80% negli stessi 12 minuti della sua controparte EV, che può ricaricarsi fino a 451 kW.
Oltre al propulsore riprogettato, la G6 PowerX guadagna anche nuovi ammortizzatori adattivi supportati dal controllo del telaio basato sull’intelligenza artificiale, insieme a boccole idrauliche rielaborate. Il resto dell’auto rimane identico alla versione EV, con solo una griglia più aperta e uno sportello del serbatoio del carburante come uniche modifiche visibili. Sono presenti le stesse modifiche di design del restyling dello scorso anno, tra cui una nuova barra luminosa anteriore a tutta larghezza, passaruota completamente in tinta con la carrozzeria, uno spoiler posteriore e nuovi design dei cerchi.
Gli interni riprendono nuovamente il restyling, con un cruscotto e pannelli porta ridisegnati e un’illuminazione ambientale estesa. La tecnologia include un display strumenti da 10,25 pollici e un touchscreen infotainment da 15,6 pollici, oltre a due caricatori wireless Qi da 50 watt e un sistema audio Xopera a 18 altoparlanti. Xpeng afferma inoltre che la PowerX è l’unica REEV della sua categoria a offrire la cancellazione attiva del rumore.
BYD Yangwang U8 stupisce e punta sugli schermi curvi.
Sebbene nella maggior parte delle auto moderne si stia affermando una soluzione a doppio schermo sul cruscotto, alcuni marchi continuano a presentare soluzioni molto interessanti.
Non è comune vedere schermi curvi sul cruscotto delle auto, ma lo è ancora meno vederli in posizione verticale. È quello che ha fatto BYD che, presentando l’ultimo aggiornamento del suo fuoristrada elettrico più selvaggio, ha svelato l’ultima proposta del suo schermo curvo. Ed è spettacolare.
BYD è già considerata un marchio a tutti gli effetti nel panorama automobilistico europeo. Tuttavia, in Cina è più di un marchio, è un gruppo che riunisce diverse aziende, proprio come il Gruppo Volkswagen riunisce VW, Audi, SEAT, Skoda…
Nel caso del gigante cinese, presto dovremo abituarci a nominare altri marchi qui in Europa. Il primo sarà Denza, che coprirà i primi livelli del segmento premium europeo: la Z9GT sarà la prima ad arrivare qui, e lo farà quest’anno.
Per il 2027, come ha già riconosciuto la vicepresidente Stella Li, hanno in serbo la loro prossima carta: Yangwang. Sotto questo nome si nascondono aspirazioni premium e di lusso ancora più grandi: la già citata U8 come SUV di lusso, la U9 come supercar e la U7 come berlina ad alte prestazioni dovrebbero essere i primi modelli ad arrivare il prossimo anno.
Abituati a vedere prezzi accessibili nel marchio BYD, non aspettatevi lo stesso da marchi come Yangwang. Anche se la realtà in Cina è ben diversa: il milione di yuan che costa la U8 lì (125.000 euro al cambio) non è una cifra trascurabile, ma rispetto ai suoi rivali è un vero “affare” per tutto ciò che offre.
L’ultimo rinnovamento del SUV elettrico (a autonomia estesa) di lusso di BYD coincide anche con l’arrivo della seconda generazione della batteria Blade e della tecnologia “Flash Charging” del marchio.
All’interno della Yangwang U8 troviamo fino a cinque schermi diversi. Oltre all’enorme strumentazione da 23,6 pollici, molto più grande della maggior parte dei display centrali delle auto europee…; ai due tablet flottanti da 12,8 pollici nei sedili posteriori…; all’enorme schermo multimediale da 23,6 pollici per il copilota…; e allo schermo di controllo da 7 pollici nel bracciolo posteriore… Arriviamo allo schermo protagonista, un OLED “Galaxy” curvo da “soli” 12,8 pollici e in posizione verticale, ma con un’inclinazione di 37 pollici. BYD è riuscita inoltre a lanciare una funzione che funge da collegamento per i cinque schermi, consentendo di condividere video e dati in tempo reale in modo simultaneo.
L’abitacolo potrà contare anche su un head-up display con realtà aumentata e 70 pollici, funzioni intelligenti anche per la guida autonoma, frigorifero di bordo a doppia funzione, sedili rivestiti in pelle Nappa con funzioni avanzate in entrambe le file. Il tutto condito da una meccanica EREV che raggiunge i 1.180 CV combinati, 1.520 Nm di coppia, 230 chilometri in modalità elettrica (secondo il ciclo CLTC) e 1.205 chilometri combinati. E nonostante le sue 3,4 tonnellate di peso, può accelerare da 0 a 100 km/h in soli 3,6 secondi.