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Volkswagen punta sulla fabbrica di Emden

Il crossover elettrico compatto Volkswagen ID.4, completamente rinnovato, entrerà in produzione nello stabilimento di Emden (Germania, Bassa Sassonia) nel novembre di quest’anno con un nuovo nome: ID. Tiguan, mentre il suo fratello coupé ID.5 non ha soddisfatto le aspettative e sarà ritirato dalla produzione.

La Volkswagen ID.4, costruita sulla piattaforma modulare MEB, ha fatto il suo debutto mondiale nel 2020. Il suo mercato principale è stato l’Europa, dove la ID.4 è risultata essere l’auto elettrica Volkswagen più richiesta. Secondo i dati dell’agenzia di analisi tedesca Dataforce, le vendite della Volkswagen ID.4 in Europa nel 2025 sono state pari a 80.123 unità (+23,8% rispetto alle vendite del 2024). Solo Tesla Model Y (151.331 unità), Skoda Elroq (94.106 unità), Tesla Model 3 (86.261 unità) e Renault 5 E-Tech (81.517 unità) hanno ottenuto risultati migliori.

Il volume principale della produzione della Volkswagen ID.4 è garantito dallo stabilimento di Emden, in Germania. Inoltre, la ID.4, insieme alla sorella ID.5, viene assemblata nello stabilimento di Zwickau (Germania, Sassonia). È possibile che, dopo il restyling, la ID.4 non venga più prodotta a Zwickau, poiché è stato deciso di riconvertire parzialmente questo stabilimento in un centro di riciclaggio delle automobili del Gruppo Volkswagen. Inoltre, la Volkswagen ID.4 viene attualmente assemblata nello stabilimento statunitense di Chattanooga (Tennessee) e in ben due joint venture in Cina, SAIC-VW e FAW-VW, nonostante la domanda di questo modello negli Stati Uniti e in Cina sia di gran lunga inferiore a quella europea.

LA SCELTA STRATEGICA

La Volkswagen ID.5 coupé ha debuttato nel 2021 e si differenzia dalla ID.4 essenzialmente solo per la coda più inclinata, ma costa di più e vende circa un ordine di grandezza in meno rispetto alla ID.4. Nel 2023, ID.4 e ID.5 hanno subito il primo aggiornamento tecnico, mentre quest’anno ci sarà un aggiornamento completo del design, della tecnologia e dell’elettronica, ma solo per ID.4. Secondo i media tedeschi (ad esempio la rivista Auto Motor und Sport), che citano il sindacato IG Metall, quest’anno la Volkswagen ID.5 sarà ritirata dalla produzione al fine di ottimizzare i costi dell’azienda, mentre la Volkswagen ID.4, dopo il restyling, prenderà il nome di ID. Tiguan.

Nel fatto che la Volkswagen ID.4 diventerà ID. Tiguan non è una grande sorpresa: i vertici della Volkswagen non nascondono da tempo l’intenzione di abbandonare gli indici digitali impersonali dei modelli della famiglia ID a favore di nomi più tradizionali e facilmente riconoscibili. Così, la futura hatchback elettrica di classe B Volkswagen ID.2 è stata ribattezzata ID. Polo e il suo debutto è previsto nei prossimi mesi. Inoltre, circolano voci secondo cui la Volkswagen ID.3, dopo l’ennesimo restyling, sarà rinominata ID. Golf, ma non ci sono ancora conferme di questa informazione, nemmeno da parte dei sindacati, che sono al corrente di tutti i prossimi piani produttivi dell’azienda.

La Volkswagen ID.4, trasformata in ID. Tiguan, avrà una piattaforma MEB+ migliorata e un aspetto esteriore sostanzialmente rivisto: il marchio tedesco vuole allontanarsi dal design a forma di pesce non troppo riuscito delle sue prime “elettriche” ID e conferire loro forme più tradizionali. Anche l’abitacolo diventerà, in senso positivo, più antiquato: ci saranno più pulsanti fisici al posto dei pannelli touchscreen ormai logori. L’azienda promette anche di migliorare notevolmente la qualità dei materiali di finitura, sui quali i consumatori hanno attualmente molte lamentele.

Tesla Model Y Standard: Focus Tech e ADAS

In questo video vi racconto nel dettaglio le dotazioni tech di Tesla Model Y Standard: attenzione alle funzionalità del display centrale, inclusa la navigazione e la visualizzazione delle telecamere.
Approfondimento particolare dedicato ai sistemi di sicurezza e assistenza ADAS.

Porsche 911: Singer DLS Turbo riporta in vita la 964

Ingegneria avanzata e un pizzico di magia: la prima Singer DLS Turbo ha ricevuto il nome di “Koldun”
L’azienda americana Singer Vehicle Design ha avviato la produzione in piccola serie della DLS Turbo basata sulla Porsche 911 della generazione 964 e ha presentato il primo esemplare destinato a un cliente, battezzato Sorcerer, che tradotto dall’inglese al russo significa “Stregone” (traduzioni alternative: mago, stregone, incantatore, sciamano).

Il debutto della Singer DLS Turbo è avvenuto nell’estate del 2023 al Festival della Velocità di Goodwood, ma poiché il portafoglio ordini di Singer Vehicle Design è sempre pieno e la produzione di ogni auto è un processo lungo e laborioso, solo ieri l’azienda ha presentato il primo esemplare destinato ai clienti, chiamato Sorcerer e verniciato in blu sfumato Fantasia Blue (la parte anteriore è più chiara della parte posteriore).

Comunichiamo subito al lettore la richiesta dell’ufficio stampa della Singer Vehicle Design e indichiamo il nome completo e corretto del modello dal punto di vista del produttore: Porsche 911 Reimagined by Singer — DLS Turbo. Per i media, tuttavia, è troppo lungo, quindi noi, come i nostri colleghi di altre testate, chiameremo questa auto sportiva in modo più semplice: Singer DLS Turbo.

Il nome completo indica che il modello si basa sulla Porsche 911 classica originale della generazione 964, prodotta dal 1989 al 1994.

Dalla vettura donatrice, Singer Vehicle Design utilizza solo il telaio e il blocco cilindri del motore, mentre tutto il resto della Singer DLS Turbo è completamente nuovo. Il telaio è stato accuratamente restaurato e rinforzato, e quasi tutti i pannelli esterni sono realizzati in fibra di carbonio. Il proprietario dell’esemplare Sorcerer ha scelto una versione aggressiva e orientata alla pista dell’assetto aerodinamico, mentre in alternativa l’azienda offre una versione più sobria dell’assetto da strada: in teoria, qualsiasi cliente Singer DLS Turbo può acquistare entrambe le versioni e montarle autonomamente nel proprio garage. Entrambe le versioni del kit aerodinamico sono ispirate alla star delle gare di resistenza degli anni ’70, la Porsche 934/5, ma la versione da pista riproduce più fedelmente l’aspetto del prototipo storico.

LO STILE UNICO

L’abitacolo della Singer DLS Turbo Sorcerer è rigorosamente biposto: dietro i leggeri sedili avvolgenti del conducente e dell’unico passeggero si trovano una traversa tubolare a forma di croce e un ripiano portaoggetti.

Il materiale principale delle finiture è la pelle naturale di colore grigio Pebble Grey, gli inserti centrali in Alcantara dei sedili sono dello stesso colore, mentre le rifiniture sono color champagne. Il nuovo cruscotto riproduce fedelmente l’estetica delle classiche Porsche 911, ma è realizzato con materiali leggeri e moderni.

L’esemplare denominato Sorcerer ha mantenuto il quadro strumenti analogico, anche se Singer Vehicle Design offre in alternativa un quadro elettronico in stile racing.

Tyrrell P34 F1: il cuore oltre l’ostacolo e sei ruote oltre ogni immaginazione

Provate a chiedere ad un ragazzino di mezzo secolo fa, se ne ha ricordo, quali fossero le due automobiline in scala che spopolavano dalle vetrine delle tabaccherie o dei giocattolai. Quelle belle, lucide, in metallo verniciato che replicavano quasi fedelmente le auto vere. Ed in particolare, quelle di Formula Uno

All’epoca a dominare l’offerta, pubblicizzata nelle immancabili pagine di “Topolino”, era la Polystil. Vi ricordate? Le scatole di cartone plasticato, sagomate a mo’ di cofanetto con un foglio trasparente dietro il quale si vedeva, quasi come parcheggiata in un hangar, l’automobilina. Con le ruote che sterzavano.

 

Ebbene, se chiedete ai bambini di quell’epoca quali fossero le due repliche in miniatura delle Formula Uno di metà anni Settanta, i più preparati – ed i meno rincoglioniti dall’età, aggiungerei – Vi rispondono sicuri con due soli modellini.

Una, inevitabile, è la Ferrari 312 T2 di Niki: davvero esplosa nelle fantasie dei bambini e nell’apprezzamento dei grandi, la rossa striata di fasce di colore bianco, con la sua forma morbida e la sua enorme ala anteriore, non aveva neppure percorso i primi chilometri a Fiorano per le foto celebrative di rito che subito era diventata bottino di Guerra per i miniaturisti per le riproduzioni in scala. Il che, beninteso, ad Enzo Ferrari andava di lusso viste le Royalties che pretendeva…

Ma l’altra? Beh, anche qui un plebiscito: perché mentre la monoposto del Cavallino sembrava ridondare la frase – fintamente – attribuita al Drake (“dite ad un bambino di disegnare un’auto e lui la disegnerà rossa”), quell’altra aveva una sua particolarità che la rendeva ancora più straordinaria: anche vista dal vivo, in originale, sembrava un’automobilina per bambini. Tutta blu a strisce gialle, con quelle parti in vista che la facevano somigliare ad una automobilina a pedali. Peccato che fosse un giocattolo da 300 all’ora.

E questo la rendeva irresistibile, oltre che tra le più fotografate e recensite della sua epoca. Ma, badate bene, l’effetto giocattolo scompariva del tutto quando, una volta scesa in pista, pur continuando a far sognare i bambini cominciò a preoccupare certi adulti: ovvero i suoi avversari di Formula Uno.

Ve la presento così, come fu presentata alla sua anteprima dal geniale Team Manager che l’aveva tenuta a battesimo. Un uomo di cui, digitando il suo nome sulla lente di Ricerca di Autoprove.it, potrete leggere un numero imponente di mie recensioni. Un atto di affetto e rispetto per una delle leggende eterne della Formula Uno. Il suo nome è Ken Tyrrell. Lei, la passione in scala per tutti i bambini di mezzo secolo fa, è la “Tyrrell P34”.

 

22 Settembre 1975, Heathrow Hotel, al numero 5 di PoyleRoad a Colnbrook: come sempre Zio Ken concordava le sue premiere mondane in base a rigide scelte economiche (cioè, dove si pagava meno lui andava) ed in tanti tra giornalisti ed invitati si trovarono in quel tardo pomeriggio vicino allo scalo aeroportuale di Heathrow per rendersi conto che nei pressi vi era anche un albergo con discreta e spaziosa sala Convegni ed eventi. Per raggiungerlo, tanta era la circostanza insolita, dall’aeroporto KenTyrrell mandò a prelevare tutti con un curiosissimo Pullman a quattro ruote motrici: si dice una sorta di prototipo sperimentale che un suo vecchio amico costruttore gli aveva fornito in comodato gratuito.

Di fronte alla platea convenuta ed accolta dallo stesso Ken Tyrrell, dall’amico fraterno Jackie Stewart, dal progettista Derek Gardner e da uno dei due Piloti in Squadra, Patrick Depailler, si trova ferma ed al centro di un palco azzurro una monoposto ben nascosta alla vista. La si può solo immaginare perché il velo totale lascia campeggiare i volumi celati dell’alettone posteriore e dell’airscope (la presa d’aria a torretta) centrale. 

Curiosamente in modo alternativo al cerimoniale, Ken Tyrrell e Jackie Stewart sollevano il telone dalla parte posteriore, lentamente, scoprendo prima l’alettone e poi le generose gomme. Lento, lento – tra la perplessità ed il silenzio della platea coperto solo dai click e dai flash dei fotografi – il telone arriva a scoprire l’abitacolo ed è all’altezza degli specchietti retrovisori che improvvisamente esplode un generale “Ooooohhhhh” del pubblico incredulo. 

La grande “Premiere” di una monoposto di F1 extraterrestre: Tyrrell P34

Il primo lembo di lenzuolo sollevato nella parte anteriore svela prima un paio, e poi un altro gemellato, di “miniruote” all’anteriore. Era la prima immagine mondiale di una delle più anticonvenzionali e straordinarie monoposto di Formula Uno di tutti i tempi: la Tyrrell P34, che tuttavia in quell’evento era semplicemente un prototipo: per non perdere l’effetto sorpresa e per non rischiare che qualche fotografo immortalasse la nuova concezione in Pista di prova, Ken Tyrrell aveva relegato Derek Gardner nel suo scantinato personale con soli tre meccanici del Team sui modelli in scala per gli studi preliminari. Dopo di che per il prototipo in scala 1:1 si era presa la “vecchia” Tyrrell 007 e sul telaio monoscocca a culla “aperta” superiore furono lavorate le anse dove posizionare le flange di attacco dei quattro bracci di sospensione a trapezio ed anche il curioso sistema di sterzo composto da cremagliera vincolata alla coppia di ruote anteriori mentre la coppia dietro sterza in simbiosi per effetto di tiranti. Ma sarà da Dicembre dello stesso 1975 che la “P34” diventerà realtà in Pista.

Questa storia della Tyrrell non può mancare nella conoscenza di ogni appassionato degli Sport del motore. Al costo di acquistare il libro che lo ricorda più compiutamente: “KEN TYRRELL – La biografia autorizzata”. Un Team manager vecchia maniera, un genio tipicamente British della Formula Uno. E soprattutto un inglese, innamorato ed iper campanilista verso l’Union Jack.Leggere la sua storia è un po’ come aprire un nobile album dei ricordi per un’epoca ormai chiusa nei cassetti della memoria e del cuore. 

Se la Formula Uno ha costruito passo passo, dagli anni Cinquanta, il suo progresso tecnico ed agonistico che ha aumentato spettacolo e visibilità mediatica (a favore degli Sponsor che sempre più hanno visto nel Circus un ottimo forziere dove mettere i soldi) è anche merito suo. E’ quasi magico vedere descritta, nel libro, la “sede” della Factory e leggere delle pareti in lamiera, delle vetrate in fogli di plastica, delle porte cigolanti, delle attrezzature prese a prestito e dei soldi che mancavano persino negli anni dei Mondialivinti. Perché, per la cronaca, Ken Tyrrell è tre volte Campione del Mondo Piloti con il marziano Jackie Stewart (1969, 1971, 1973); due volte Campione del Mondo “Costruttori” (la speciale Classifica che premia secondo i punti conquistati i Marchi presenti ed iscritti, sia essi Team Privati artigiani, gestori di Costruttori mandanti o Costruttori direttamente impegnati nel Mondiale) con la Matra nel 1969 (di cui era Team Manager affidatario delle risorse tecniche dei francesi) e con la squadra omonima nel 1971;

secondo Team Manager di sempre ad aver regalato al motore Ford Cosworth un Titolo mondiale in F1 (nel 1969) e il primo al mondo ad aver conquistato Titolo mondiale Piloti e Costruttori di Formula Uno per un Costruttore francese. Mai prima dell’impresa conquistata dal Team di Ken Tyrrell un Marchio francese aveva vinto, dall’inizio del Mondiale F1 nel 1950, un Titolo mondiale.

Ma è soprattutto incredibile vedere come Tyrrell abbia sempre trattato tutti come la propria famiglia. Della dignità con cui ha affrontato anni di miseria, o del rispetto e della onestà con cui ha condiviso i periodi di abbondanza. Dai suoi Ken Tyrrell è riuscito a tirare fuori il cosiddetto “fritto” ma partendo quasi sempre da outsider o ragazzini di primo impiego. 

 

Derek Gardner, primo e più leggendario genio alla corte di Zio Ken

La storia di Derek Gardner in questo è emblematica: lui è un piccolo genio nato a Warwick, capoluogo della contea di Warwickshire, una cittadina ridente affacciato sul fiume Avon e distante una ventina di chilometri dalla mitica Coventry.

 

Derek conosce Ken Tyrrell quando lavora alla Matra, cui è pervenuto dopo i primi anni di attività professionale in un settore davvero atipico per un Ingegnere di Formula Uno: in diverse esperienze si specializza in cambi automatici e trasmissioni per auto e veicoli diversi, finendo nella celebre e gloriosa Ferguson. E’ per questo che Matra si interessa a lui per il farraginoso progetto della Formula Uno a quattro ruote motrici, una sorta di vezzo cui cercarono di dare seguito – verso la fine degli anni Sessanta – diversi Team come Lotus e Mc Laren. Derek Gardner viene inviato dalla Ferguson a seguire in America la Novi-Ferguson Indy 500 di Bobby Unser  e poi la Lotus 56 a turbina. 

Il genio più anticonformista della Formula Uno anni Settanta

Sempre per conto della Ferguson, Derek viene investito del progetto commissionato dalla BRM per lo studio di una monoposto 4WD. Tramontata l’intenzione di BRM di portare effettivamente la nuova creatura in Pista, Gardner accetta un incarico specifico da Matra per la MS84. Qui, alla metà degli anni Settanta fa la conoscenza con Ken Tyrrell, anzi: ne resta a tal punto ammaliato da decidere di lasciare il certo per l’incerto: si separa dalla sua Mandante francese e decide di collaborareavventurosamente con la Tyrrell quando scopre che Matra aveva deciso di chiudere il rapporto con il Team manager inglese per insuperabili disaccordi sull’utilizzo imposto dalla casa francese del suo nuovo motore a 12 cilindri (in luogo del Ford Cosworth che per Ken Tyrrell era imprescindibile). 

Dentro al Team Tyrrell il geniale Gardner accompagna ben 16 vittorie in 37 Gran Premi tra il 1971 e il 1973, regalando a Jackie Stewart due titoli di Campione del Mondo del 1971 e del 1973, ma soprattutto apponendo la sua firma sulla prima monoposto denominata “Tyrrell” per la prima volta nella storia di Zio Ken in Formula Uno.

Sulla quale fu anche ottimo protagonista di storici giuramenti di segreto assoluto, visto che l’idea della prima monoposto a marchio Tyrrell nel 1970 non doveva arrivare alle orecchie della “March” (da cui Ken Tyrrell aveva ricevuto praticamente in comodato una “701” allestita in tutta fretta per iniziare il Mondiale di quella Stagione) poiché questo avrebbe generato rotture perniciose con il fornitore inglese. Di fatto la “001” è il primo progetto di Formula Uno disegnato da Gardner, con sagoma simile alla Matra MS80 di Bernard Boyer e telaio monoscocca realizzato ed ottimizzato da Maurice Gomm nella sua “Gomm Metal Developments Ltd” di Manor Way, nel Surrey appena fuori High Street verso Woking.

Maurice Gomm era uno straordinario battilastra dalla capacità innata di “sentire” il metallo di lavorazione per capire dove e come limare, sagomare, stratificare ed irrobustire. 

Ma su tutto prevale la genialità di Derek che inventa, stravolgendo o perfezionando dispositivi e congegni anche proposti dalla concorrenza. Ovviamente su tutto il periodo tra il 1970 fino alla fine del 1973 prevale e risplende la straordinaria situazione organizzativa, finanziaria e logistica del Team Tyrrell: un super campione come Stewart che Ken considera un ideale genero; un giovane talento “incubato” dal Team Manager inglese e destinato a diventare erede designato del Re Jackie (Francois Cevert); un Progettista capace di interpretare ed indirizzare le proposte oniriche e scaltre del Patron, e tutto insieme un ambiente familiare dove ogni inverno di staffetta tra una Stagione di Formula Uno e l’altra diventava il contesto che trasformava la Factory in una sorta di Agriturismo familiare: Gardner disegnava le monoposto dell’anno in arrivo, i meccanici e gli artigiani ne costruivano il corpo definitivo, lo staff dei manager contrattava le forniture ed i pagamenti, definiva Budget ed impegni degli Sponsor e soprattutto gestiva le relazioni con le istituzioni sportive e regolamentatrici. 

Persino il cerimoniale della modellazione, con l’argilla, della posizione e seduta ideale di ognuno dei due piloti (Jackie e Francois) che si teneva tradizionalmente a fine anno con la nuova monoposto per la Stagione successiva diventava occasione per una sorta di picnic aziendale fatto di sandwich e tè preparati dalla Signora Tyrrell per tutti.

Ad Ottobre 1973 il sogno si rompe come un vaso di cristallo

Ma il microcosmo messo in piedi da Ken ha del soprannaturale: ha dalla sua lo sponsor tradizionale, la Elf, che non ha alcun motivo per abbandonare la gallina inglese dalle uova d’oro: la Ford ripaga la dedizione e la lealtà del Team con forniture di primo livello, e Good Year mette nella “Top Five” i lotti di gomme da fornire. Tutto perfetto, fino al maledetto Sabato 6Settembre 1973, al Gran Premio Usa East al circuito di Watkins Glen

Il povero Ken Tyrrell, che arrivava in quel Gran Premio con la consapevolezza (tenuta segreta fino a quel momento) di dover perdere un pezzo di sé con il ritiro di Jackie Stewart covava nel cuore perlomeno la sensazione gradevole di avere in casa un Campione in via di decollo come Francois, ed aveva ormai deciso, anche per “trattenere” il munifico sponsor Elf, di ingaggiare una coppia tutta francese promuovendo in Formula Uno il suo giovane portabandiera in Formula Due, Patrick Depailler. 

Tutto roseo, dunque, se non fosse stato per un salto oltre ogni misura. Quello che Francois Cevert, sul circuito americano, non riesce a controllare durante le prove del Sabato. E’ la tragedia, con la Tyrrell del giovane che carambola fuori strada e si incendia.

La morte di Cevert e l’addio irreversibile di Jackie raccontano di una Factory dove, in quell’inverno tra il 1973 ed il 1974, le mattine non trasmettevano più il tiepido sole tra gli alberi ed il verde che circondava i capannoni; mentre i pomeriggi erano sempre superati da un crescente e triste crepuscolo. I vetri rotti alle finestre non suscitavano più le ironie dei meccanici che regolarmente si ingegnavano di “impacchettarli” con il cellophane; e zio Ken aveva smesso non solo di sorridere e di parlare con la sua solita modalità prolissa ma rimaneva spesso silenzioso, seduto alla scrivania. Neppure lo distraeva più il classico ed ormai acquisito cane randagio che lo faceva urlare non appena mirava con la sua pipì la porta vetrata esterna del suo ufficio.

In quella situazione di tristezza velata e composta il Team visse il 1974 ed il 1975 della genialità comunque assicurata da Derek Gardner ma anche degli exploit del nuovo talento scoperto da Tyrrell: Jody Scheckter, il mastino che salva letteralmente la Stagione 1974 ma che l’anno successivo, insieme al compagno Depailler, soffre la sempre più scarsa efficacia della “007” creata in totale economia da Gardner. I limiti della “007” sono la scarsa velocità di punta rispetto a Ferrari (motorizzata con il 12 cilindri) e la tenuta in curva rispetto a Brabham, Mc Laren e Lotus. 

Detto in parole povere, ormai quella vecchia Tyrrell non ha più qualità recensibili, essendo l’estremo upgrade della “005” di Stewart; e dunque occorre una rivoluzione. Derek spara al massimo la capacità onirica, ed esce dal cappello a cilindro l’unica monoposto di Formula Uno a sei ruote iscritta ufficialmente ad un Campionato Mondiale.

Sia ben chiaro: solo la sinergia tra Ken Tyrrell e Derek Gardner e la imperturbabile fiducia reciproca tra i due poteva generare qualcosa che nessun altro genio sregolato in Formula Uno a quel tempo poteva creare. Ma soprattutto il filo conduttore della nuova creatura era la motricità, e nessuno come Gardner poteva essere davvero un Guru rispetto a questo argomento. Siamo nel 1975, abbiamo visto: i Regolamenti della Formula Uno sono ancora molto “grezzi” e devono fare i conti con la rivoluzione aerodinamica delle “Wing Car” inventate da Colin Chapman e dalla Lotus; nel frattempo il mondo si è compiaciuto del concetto “312 T” di Enzo Ferrari e Forghieri, cioè una monoposto potentissima ma dal passo ridottissimo per esaltare la velocità di punta in rettilineo e la agilità di percorrenza nelle curve. Se il passo delle tradizionali monoposto inglesi (con motore Ford Cosworth) di metà anni Settanta si aggirava intorno ai 2 metri e sessanta centimetri (vedi la Mc Laren M23 Campione del mondo 1976 con James Hunt) la “312 T2” seppure leggermente più lunga delle serie precedente si fermava ad un passo di 2 metri e 56 centimetri. 

Tyrrell P34: prestazioni da “Maxi” in una dimensione “Mignon”

Non sono indicazioni da poco: il passo è la fotografia della potenziale agilità e del migliore assetto nella percorrenza di curva, e le monoposto con passo ridotto erano chiaramente più aggressive rispetto a quelle a passo lungo (che tuttavia avevano lunghezze maggiori non per vezzo ma perché queste mantenevano bassi i baricentri e le larghezze massime delle parti meccaniche e delle carreggiate). Ebbene, guardate di profilo in foto una P34: la coppia di ruotine più interne “staccano” la loro verticale all’altezza del volante, mentre in tutte le altre contemporanee gli assi anteriori si trovano sempre sul piano verticale della pedaliera. 

E’ uno dei segreti geniali studiati da Derek Gardner, quel passo minimo di soli 2 metri e 45, che ne fanno una delle monoposto più corte di sempre al netto delle appendici aerodinamiche. Il fatto tuttavia di non poter “vedere” le ruote anteriori dal pelo dell’abitacolo obbliga Scheckter a pretendere temporaneamente due “oblò” di plexiglass trasparente sotto ciascuno dei retrovisori laterali, al fine di poter “sbirciare” movimento, posizione e traiettoria delle ruote anteriori in convergenza o contatto con cordoli e gardrails. 

Va anche segnalato che il ricorso alle miniruote davanti era legato ad un vuoto del regolamento: all’epoca non vi era un limite minimo ma solo massimo nella circonferenza delle ruote, così come la “P34” nasce su un “vuoto” regolamentare che non impone un numero massimo di ruote sulle monoposto

Ma, direte Voi, quelle “ruotine” da dove derivano? In realtà GoodYear, fornitore anche di Tyrrell oltre che di altri Team, non aveva promesso granchè al Boss Ken, in termini di gamma di scelta. E non è proprio vero che le gomme da 10” la GoodYear le avesse create solo ed esclusivamente per la “P34”. In realtà il gommista americano aveva definito un suo impegno ad estendere, sulla base di diametri già disponibili in giro (le gomme da 10” erano in uso in diverse Discipline su Pista, montagna e slalom) una sorta di “upgrade” delle mescole per l’utilizzo esteso ed estremo in F1.

Spieghiamola questa cosa; come molti di Voi sanno, all’epoca i Team si destreggiavano con tre tipologie di gomme nella scelta per ogni Gran Premio: un tipo di pneumatico cosidetto “Soft” cioè con una struttura della gomma (consentitemi la semplificazione) del tipo delle gomme da cancellare; insomma, una struttura morbida, elastica e cedevole che quando entrava in temperatura si “appiccicava” all’asfalto consumandosi tuttavia in pochissimi Giri: questi pneumatici si sfruttavano nella ricerca del “Giro feroce” nei turni di qualificazione, per strappare il tempo record. 

C’erano poi le classiche gomme “Slick” cioè lisce da gara, il cui composto in Gomma era invece più tenace per poter durare il più possibile lungo la percorrenza di un Gran Premio; ed infine c’erano le gomme intagliate “Rain” per l’asfalto bagnato. Tutto qua, e senza problemi, se parliamo di pneumatici ordinari da circa 13” usati ordinariamente per tutte le monoposto. 

Derek Gardner teorizzò che se all’anteriore vi fosse stata non una coppia di ruote da 13” classiche ma due coppie di ruote da 10” che includessero quattro dischi freno da 20 centimetri di diametro circa (invece dei due convenzionali da 30-35 centimetri) i vantaggi sarebbero stati molteplici:

– Abbassamento della sezione frontale della monoposto e minore resistenza all’aria;

– Riduzione della sezione “scoperta” delle ruote anteriori che generava turbolenze dannose alla deportanza ed alla aerodinamica;

– Aumento della velocità massima in rettilineo;

– Maggiore impronta a terra delle quattro ruotine anteriori rispetto alla tradizionale coppia con effetti positivi nell’inserimento di curva e nella tenuta di strada;

– Riduzione del passo con aumento della dinamica e della agilità in curva;

– Aumento della forza frenante e riduzione della inerzia giroscopica in ingresso curva, con potenziale riduzione della distanza di frenata al limite; 

– Maggiore deportanza dell’asse anteriore per la integrazione tra profilo ruote e sagoma della “pala” anteriore (cioè del muso della monoposto);

A questo aggiungiamo che i quattro mini ammortizzatori anteriori studiati appositamente dalla “Koni” avevano il vantaggio di abbattere il rollio ed il trasferimento di carico nelle frenate estreme.

Sembra incredibile, ma senza scandagliare il processo mentale e la filosofia guida di Derek Gardner la maggior parte dei lettori relegherebbe la “P34” ad una sorta di esperimento alchimistico. Mentre invece la Tyrrell a sei ruote incarnava un paradigma del tutto alternativo per superare i limiti fisici dati dalla carenza di cavalli e di tenuta in curva. Un vero colpo di genio. 

 

Strisce gialle sulla “P34”, sapore di…..Renault Turbo

Ed anche un concetrato di sorprese: pochi sanno che sulla “P34” le strisce gialle erano beneaugurali o predittive di una sorta di sogno, e Ve lo spiego in breve: Elf, sponsor della Tyrrell dai tempi della Matra, era contemporaneamente rimasta sponsor di questa nelle Gare Sport Prototipi dove andava davvero bene. Ma alle Gare Sport Prototipi si era affacciata anche la Renault che, seppure molto meno competitiva all’inizio, aveva interessato il Governo francese sulla inopportunità che un Marchio di Stato (la Elf) invece che sponsorizzare un altro Marchio di Stato (la Renault) investiva soldi pubblici in un Marchio privato che tra l’altro era ormai consolidato in un Gruppo straniero, cioè la Matra acquisita da Chrysler…

La malizia della Renault ebbe la meglio e così Elf passò a Renault. Quando la Regiè pensa ad un debutto in F1, si ricorda però che il primo Titolo di un Marchio francese era dovuto ad un certo Ken Tyrrell. La Elf spinge a questo punto per un consulto con l’uomo più pragmatico e geniale conosciuto in F.1 all’epoca. 

 

A Zio Ken, ad inizio 1975, i vertici della Renault inizialmente si rivolgono per una Joint Venture indirizzato alla sola fornitura di motori, chiedendo lumi su due ipotesi: o un aumento di cubatura del V6 Gordini ai limiti dei 3.000 cc, per una potenza minore rispetto al Ford Cosworth ma anche minor carico di benzina e minor peso in generale; oppure l’adattamento del V6 Turbo – che stava andando già molto bene per le Gare di Sport Prototipi – alla cilindrata regolamentare di un litro e mezzo. L’idea del Turbo adottato per primo su una monoposto del Team Tyrrell solletica l’ambizione del Boss inglese, così come la eventualità di scrivere per primo il suo nome su possibili allori di un Turbo in F1. In effetti la disponibilità della Tyrrell potrebbe persino essere quella di collaudare la “P34” con il motore V8 Cosworth, per poi proseguire la Stagione 1976 con ancora la “007” e debuttare con la “six Wheels” nel momento in cui i test avrebbero dato esito positivo per il Turbo Renault: da questo il colore “beneaugurante” delle strisce gialle. 

Il problema, dopo i test di Jean Pierre Jabouille sul prototipo di monoposto F2 con il motore Turbo, è che gli inizi sono un disastro; e nel rischiare una via crucis di collaudo e di rotture in Pista, oppure equipaggiare la “P34” con il collaudato motore Ford, Ken Tyrrell ovviamente sceglie la seconda via seppure le squadre inglesi paghino circa 20/30 cavalli in meno rispetto al 12 cilindri Ferrari.

 

Sei ruote, sette vantaggi teorici, un solo colpo di genio

Tutto qua, semplice. Dal 1974 (quando Clay Regazzoni perde il Titolo per un soffio contro Emerson Fittipaldi) al 1979 (ultimo Mondiale di sempre della serie “T”) il Cavallino rampante ha mancato tre appuntamenti per chiudere la sua carriera come monoposto vincente più seriale di sempre: se avesse conquistato, e poteva benissimo farlo, anche le Stagioni ‘74/’76/’78 si sarebbe regalata la serie continuativa vincente di ogni tempo con sei Titoli di fila. 

Ripeto, ne aveva tutte le possibilità. Ma questa è un’altra storia: la nostra, ora, evidenzia uno dei due soli colpi di genio che gli inglesi riuscirono a trovare per arginare gli anni Settanta vincenti del Grande Vecchio. E guarda caso, protagonisti dei soli due colpi di genio sono due tra i pochi geni del periodo: Tyrrell e Chapman.Eppure, il colpo di genio di Zio Ken ha vita breve. Perché? Vediamo il vero colpevole della storia.

1976, Stagione di F1 super recensita e narrata. Forse anche troppo in termini ripetitivi: Niki Lauda, Clay Regazzoni e la Ferrari 312 T2 sono praticamente i candidati naturali al Titolo. Nemmeno si perde tempo a scommettere, perché i risultati sono lampanti: prime nove Gare di sedici, cioè giro di Boa di metà Stagione ed ingresso pieno della seconda metà. Su diciotto piazzamenti disponibili tra primo e secondo posto la coppia di Maranello ne monopolizza dieci, e su nove vittorie in carnet ne fagogitano sei. Servirebbe dire altro? No, se non che i diretti inseguitori di NikiLauda, all’alba del Primo Agosto 1976 (e dunque prima della notifica di annullamento da parte della Commissione della vittoria di James Hunt al Gran Premio di Gran Bretagna) sono distanti ben 23 e 30 punti. 

Ma non è la sola clamorosa notizia: ce n’è un’altra che comincia a preoccupare tutti i Team Manager a quattro ruote. E cioè che dal Terzo Gran Premio di Stagione, in Spagna, la “P34” è molto meno eterea di quanto in tanti speravano. Sei Podi in sei Gare, e persino la prima vittoria e doppietta per una sei ruote ad Anderstorp, in Svezia. Dove la “P34” approfitta del vero vantaggio climatico ed ambientale alternativo all’unico altro.

Metà Stagione 1976, la “P34” fa sognare. Ma è un fuoco di paglia.

Uno dei due ambiti di vantaggio è di certo il circuito cittadino (Jody Scheckter e Depailler fanno secondo e terzo posto a Montecarlo senza alcuna difficoltà), l’altro è il circuito di Anderstorp: clima moderato anche in estate, rettilinei lunghi con curve a gomito secche oppure curve veloci a raggio costante. 

Beh, che c’entra adesso il clima? Purtroppo c’entra eccome. Con le quattro “ruotine” anteriori che girano una volta e mezza di più ad ogni giro della ruota posteriore la tendenza al surriscaldamento ed all’usura precoce è forte, peggiorata dal fatto che l’asse più avanzato invia a freni e gomme dietro l’aria incandescente dei propri freni a disco. 

Ed infatti, visto che la Svezia concede tregua alle temperature canicolari delle miniruote, Jody Scheckter parte in pole e la coppia Tyrrell taglia il traguardo ai primi due posti. In molti cominciano a credere che per le quattro ruote sia il colpo finale. Dopo Anderstorp la Squadra di Zio Ken è seconda nella Classifica provvisoria Costruttori ed ha i suoi due portabandiera ai primi cinque posti in Classifica provvisoria piloti. What else??

E’ però da qui, da dopo l’euforia della vittoria in Svezia e dopo il Gran Premio di Germania del Primo Agosto, che al dramma palese di Niki Lauda si affianca un altro piccolo dramma in incognito. La “P34” rimane nelle sabbie mobili dello sviluppo negato dalla GoodYear per gli pneumatici da 10”. Guarda caso, dopo la vittoria in Svezia. 

 

Sembra quasi un invito a nozze per complottisti. Ken Tyrrellallerta il produttore di gomme: “Guarda”, dice, “che le ruote da 10” hanno la tendenza poco simpatica a surriscaldare, generando squilibri nel consumo di gomma, nella frenata, nell’ingresso in curva. Insomma, un casino. Mi serve una evoluzione”. 

Ma la Good Year, poiché pecunia non olet, alza le spalle. “Veditela da solo, noi forniamo gomme classiche perlomeno ai primi due in Classifica mondiale; di pubblicità a favore ne abbiamo quanta ne vogliamo. Perché dobbiamo spendere soldi in sviluppo di linee di prodotto che non sono remunerative?”. Nessuno potrebbe capire questi discorsi più e meglio di KenTyrrell che, quando chiede cortesemente alla GoodYear di garantirgli almeno la fornitura standard anche per il 1977, sa già che il progetto “sei ruote” è morto dopo essere appena nato. La Stagione 1976 si conclude con il gruzzoletto straordinario di punti di prima mezza stagione e con le briciole della seconda metà. Jody e Patrick terminano 3° e 4° e la Tyrrell chiude al terzo posto tra i Costruttori, non male. Ma è un fuoco di paglia. La “P34” è condannata a morte. Motivi politici? Senz’altro; ma l’eutanasia del concetto “sei ruote” deve completarsi. 

Nel 1977, con il passaggio del Capitano Jody Scheckter al Team Wolf, la “P34/2” si presenta con patrick Depailler e con Ronnie Peterson in una nuova e purtroppo decadente veste: Elf per un anno abbandona la Tyrrell per finanziare la Renault che, proprio per la rinuncia di Ken Tyrrell all’adozione del motore francese turbocompresso, entra in ballo con una Squadra ufficiale. Arriva il nuovo sponsor bancario “First National City Bank” ma il surriscaldamento delle gommine anteriori costringe Derek Gardner a far sporgere la loro sezione dal profilo della pala aerodinamica anteriore; ebbene, Vi ricordate i sette vantaggi elencati prima?

La metà si sputtana per colpa di questa modifica necessaria; e la “P34/2” da alternativa vincente diventa una “cosa” che si muove in Pista: Patrick Depailler nono con solo venti punti, Ronnie Peterson addirittura quattordicesimo con solo sette punti. E stiamo parlando di Top Drivers.

Dopodichè ci pensano gli Organizzatori a spegnere per sempre il concetto, vietando dal 1981 qualunque numero di ruote sulle monoposto che non sia uguale a quattro. M prima di questo Derek Gardner, davvero ferito per l’esito disastroso della sua creatura, lascia la Tyrrell e la Formula Uno e, pensate un po’, torna a progettare trasmissioni alla Borg Warner

“Sogno” e “sognatore” tolgono il disturbo, e al buon Derek rimane il primato personale di essere stato l’unico Ingegnere di sempre ad aver progettato una “six Wheels” vincente in Formula Uno. 

Finisce così una delle più celebrate icone motoristiche di metà anni Settanta. La “P34”, che invece per anni rimarrà il sogno nel cassetto, pardòn, nel comodino, di tantissimi bambini che continueranno a desiderarne la riproduzione in scala.

Riccardo Bellumori

Mazda CX‑80 Plug‑In Hybrid 327 CV: la prova su strada che non ti aspetti

La nuova Mazda CX‑80 Plug‑In Hybrid da 327 CV è uno dei SUV più grandi del segmento. Oggi vi dico perché chi la definisce una CX-60 si sbaglia di grosso.

Grande, elegante, tecnologica e con un powertrain ibrido plug‑in capace di unire prestazioni e comfort, punta dritta al cuore del segmento premium. L’ho provata su strada per capire se mantiene davvero le promesse. Il risultato è sorprendente: si tratta di una vera ammiraglia SUV.

Design: il Kodo in versione maxi conquista subito

La Mazda CX‑80 colpisce al primo sguardo.

Le proporzioni sono importanti, ma il design Kodo riesce a renderla armoniosa, pulita, quasi scolpita a mano. Il frontale è dominato dalla grande calandra tridimensionale che si fonde nei fari sottili, creando un effetto visivo moderno e molto premium. Le superfici laterali sono tese, fluide, con giochi di luce che cambiano continuamente. È un’auto che non ha bisogno di linee aggressive per imporsi: basta la sua presenza.

Anche il posteriore segue la stessa filosofia. Linee orizzontali, gruppi ottici affilati e un equilibrio generale che trasmette qualità. La CX‑80 non vuole stupire con effetti speciali: vuole convincere con eleganza e proporzioni perfette.

Motore e guida: 327 CV di fluidità, silenzio e sicurezza

Il cuore di Mazda CX‑80 (che si può avere anche diesel) è il motore Plug‑In Hybrid è il powertrain composto dal 2.5 benzina a ciclo Atkinson, dal motore elettrico e dalla batteria da 17,8 kWh. La potenza totale di 327 CV è gestita dal cambio automatico a otto rapporti e dalla trazione integrale i‑AWD.

In elettrico la Mazda CX‑80 sorprende: parte in silenzio, scorre morbida e offre un’autonomia reale in solo elettrico tra i 45 e i 55 km. Perfetta per la città. Quando entra in gioco il motore termico, la transizione è quasi impercettibile. La spinta è piena, progressiva, sempre controllabile. Non è un SUV sportivo, ma è un SUV che dà sicurezza in ogni situazione.

Su strada la CX‑80 privilegia il comfort. Le sospensioni filtrano bene le asperità, lo sterzo è naturale e l’isolamento acustico è da vera premium.

In curva si sente il peso e il rollio, ma il telaio a motore longitudinale e la trazione integrale lavorano in modo impeccabile. È un’auto nata per viaggiare, per macinare chilometri senza stress.

Va detto che un set di sospensioni pneumatiche cambierebbe davvero le cose in meglio potendo decidere noi che tipo di risposta avere dall’auto anche sui tratti stradali più accidentati. Non dimentichiamo che in questo caso abbiamo un generoso cerchio in lega da 20”.

Interni e ADAS: qualità premium e tecnologia concreta

Dentro, la Mazda CX‑80 conferma la cura maniacale del marchio per materiali e assemblaggi. L’abitacolo è elegante, minimalista, con superfici morbide e un design che punta alla pulizia visiva.

Il display centrale da 12,3 pollici con Mazda Connect resta gestito tramite rotore fisico: una scelta controcorrente, ma estremamente ergonomica durante la guida.

La strumentazione digitale, l’Head‑Up Display e la compatibilità wireless con Apple CarPlay e Android Auto completano un ambiente moderno e intuitivo. I sedili sono comodi, ampi, con regolazioni elettriche e memoria. La seconda fila può essere a panca o con due sedili singoli, mentre la terza fila è davvero utilizzabile anche da adulti.

Sul fronte sicurezza, la Mazda CX‑80 offre una dotazione ADAS completa e ben calibrata: cruise control adattivo, mantenimento di corsia, monitoraggio angolo cieco, frenata automatica e telecamere a 360° molto nitide. Tutto lavora in modo fluido, senza interventi bruschi e possiamo disattivare con un semplice tasto i segnali acusitici.

Pro e contro: cosa convince e cosa può migliorare

La Mazda CX‑80 Plug‑In Hybrid convince per design elegante, qualità costruttiva, comfort di marcia e un powertrain plug‑in fluido e potente.

L’autonomia elettrica reale in solo elettrico è buona e consiglierei questa motorizzazione a chi percorre per un 60% autostrada ed extraurbano mentre per la restante parte si sposta in città. In tutti gli altri casi c’è il diesel.

Parlando di contro il peso si avverte nella guida più dinamica e avrei voluto avere la possibilità di impostare elettronicamente le sospensioni. Tra i contro anche la visibilità che è molto limitata sia davanti ma soprattutto dietro dove il lunotto si stringe tanto abbracciato da due montanti C parecchio generoso. Diventa fondamentale il supporto del sistema di telecamere a 360 gradi coadiuvate dai sensori di parcheggio anteriori e posteriori.

L’infotainment non touch può dividere, anche se molti apprezzeranno la sua ergonomia.

Il listino di Mazda CX-80 Parte da 62.200€ per arrivare ai 72.400€ questa versione in allestimento Homura Plus.

Accessori? In questo caso 1.550€ per il colore esterno specifico (Artisan Red) e altri 1.550€ per il tetto panoramico apribile.

Freddie Spencer: leggenda e mistero del mio Campione del Cuore

Non so se sia capitato anche a Voi l’occasione di incontrare da adulti, addirittura 30 anni dopo l’inizio della passione e della ammirazione adolescenziale, l’eroe sportivo per il quale avete manifestato da bambini un tifo superiore a quello per chiunque altro. E chissà quale girandola di domande avrà colto chi, di Voi, ha avuto davvero occasione di vivere una esperienza del genere.

Marzo 2018, Roma, una sera a Via Tiburtina: nell’Honda Palace della Capitale un quasi cinquantenne 

per la prima volta incontra di nuovo, saluta in un inglese pessimo ed abbraccia come un ragazzino il “mito” della sua adolescenza. 

Un Campione di motociclismo che dal 1982 al 1989 ha monopolizzato non solo l’attenzione del sottoscritto ma anche l’attenzione mondiale globale sia per tutto quello che aveva già conquistato (nel 1982 aveva vissuto su una sella di moto praticamente già almeno cinque lustri) ma anche e forse soprattutto per tutto quello che non gli riuscì di conquistare avendo “interrotto” prima di ogni pronostico la sua cavalcata leggendaria. Quell’uomo un tempo aveva stravolto classifiche, record e palcoscenici mediatici con un nomignolo che anche i soprammobili e gli animali domestici avevano imparato a memorizzare: “Fast Freddie”, cioè Frederik Burdette Spencer detto “Freddie”. Classe 1961.

In quell’evento presso l’Honda Palace del 2018 vedevo finalmente davanti a me, a salutare tanti visitatori ed a firmare autografi, uno dei supereroi delle mie domeniche davanti alla TV ma anche il destinatario di recensioni ed approfondimenti sulle principali Riviste di settore. 

Ma, cosa incredibile, tutto quanto Freddie aveva suscitato in me era anche quel che aveva saputo far esplodere nel mondo intorno alla sua figura al punto da mettere un colosso globale come Honda nella condizione di fare di Spencer il suo vero portabandiera e simbolo pubblicitario e commerciale. 

Chi quella sera, a Roma, aveva poca memoria avrebbe potuto scambiare “Fast Freddie” – quell’uomo con maglione scuro girocollo e l’aria bonaria rivolta a tutti i visitatori dell’Honda Palace – per un Funzionario del Catasto. 

Intento, guarda caso, a firmare autografi su poster formato “A3” di una fotografia che in fondo identifica la iconografia quasi esclusiva che si trova in Rete su di lui. 1985, la sua Honda Rothmans NSR 500 con il “4” in primo piano sul cupolino frontale. 

Lui, in curva piegato plasticamente a destra, pare voler catturare con gli occhi fissi ed aperti ogni millimetro di panoramica davanti a lui per “dominare” la pista. 

Ma era proprio lui, quel giovane spilungone e sempre moderato in ogni gesto ma soprattutto tremendamente imbarazzato come negli anni dei suoi Records: era lui la “macina” degli anni Ottanta, il Marziano alla fine finito macinato dentro HRC. Con in più tutta l’iconografia più “trendy” per quegli anni in Europa: Freddie, ragazzino che tutte le mamme avrebbero adottato, una sorta di controfigura del ragazzo americano canonico dei telefilm (Scott Baio) rivestito in tuta e casco con il tricolore Yankee più scenografico possibile.

Amato e odiato, invidiato e bersagliato: Freddie monopolizza un lustro intero di motorsport

A molti Piloti del Circus suoi contemporanei stava un po’ sulle palle,perchè era ritenuto un privilegiato, protetto e coccolato dentro la fortezza spaziale che Honda aveva creato intorno a lui: ma anche i più coriacei detrattori non possono negare quanto sia stato, in pochissimo tempo, dirompente. Come detto, dirompente lo è stato sia nei successi che in quello che inspiegabilmente è rimasto inevaso, nell’ombra.

Ma quali domande azzeccate avrei potuto formulare, quella sera a Roma, nei confronti di chi in poco meno di cinque anni aveva stravolto canoni e valori nel Motomondiale?

Transatlantic Trophy 1980: il mito di Freddie Spencer va in Eurovisione

Aprile 1980, Venerdì Santo di Pasqua, Brands Hatch; Mallory Park, Domenica di Pasqua; Oulton Park, Lunedì dell’Angelo. 

Siamo in Gran Bretagna ed i veri appassionati di motociclismo inglese possono rinunciare a tutto ma non al tradizionale “TransatlanticTrophy”, un duello leggendario aperto tanti anni prima che mette l’uno contro l’altro per le festività di Pasqua i migliori esponenti del motociclismo sportivo inglese contro una rappresentanza selezionata di campioni Yankee più uno sparuto gruppetto di campioni provenienti dall’Oceania.

Una specie di “redde rationem” in una classica che ha ormai perso il sapore “coloniale” con cui era stata inizialmente dipinta. No, diciamo che il Transatlantic trova ogni volta sempre più ragione in Inghilterra come risposta alla continua umiliazione che da diversi anni prima gli americani riservano ai gloriosi marchi motociclistici Made in Englandnelle Gare della Categoria AMA Superbike.

Nella edizione del 1980 si corre tra Venerdì 4 e Lunedì 7 Aprile una Gara che per gli inglesi ha il sapore dell’evento epocale, anche perché ad ogni appuntamento i piloti inglesi ed americani non danno proprio l’idea di voler fare una gita fuori porta e se le danno di santa ragione riservando agli spettatori una tre giorni memorabile. Ospitanti (gli inglesi) ed ospiti (statunitensi) rendono ogni sterlina spesa per il biglietto un investimento in spettacolo.

A guidare la compagine inglese c’è il nuovo Baronetto delle due ruote per l’Union Jack. E’ Barry Sheene, ormai il personaggio più celebre dell’Isola; contro di lui a guidare la delegazione USA c’è un nuovo Re, tipicamente californiano, detto appunto “King Kenny”. 

E’ Kenny Roberts, che ha spodestato già per due volte Barry diventando il primo americano a vincere un Titolo mondiale di Velocità in moto. Non c’è repertorio fotografico che, nel contesto della classica scenografia inglese tra boschi e pioggerellina grigia di sottofondo, non immortali le due divinità contemporanee del Mondiale Classe 500. 

Tutto nella norma, fino a quando non parte la prima Gara in due Manches a Brands Hatch, quel Venerdì 4 Aprile, in una sessione tra l’altro di Eurovisione che mezzo Continente può ammirare direttamente da casa. Al “Via” basta mezzo giro perché tutti gli spettatori e lo Speaker si domandino se quel che vedono è davvero possibile, se sta davvero accadendo. 

Sull’asfalto umido di una pista mai vista prima, bastano poche curve e saliscendi del primo giro per assistere ad un miracolo: su una vecchissima, scorbutica, tirannica Yamaha “TZ 750” numero “8” color argento un ragazzo proveniente dalla Louisiana, di soli diciotto anni, ha già lasciato dietro di sé almeno tre secondi a superpiloti come Barry, Kenny, e Graeme Crosby. 

Una rappresentanza di almeno quattro Titoli mondiali ed un bel grappolo di Gran premi giù vinti nel motomondiale sta arrancando quasi umiliata dietro a tale Frederik Burdette Spencer detto “Freddie” mentre al Box il suo mentore Erv Kanemoto (preparatore della Yamaha TZ 750) stenta a sua volta a credere che la sua creatura vecchia di almeno cinque anni sta sverniciando Suzuki RGA e Yamaha YZR ufficiali e nuove di pacca. In due Manches Freddie ripete il canovaccio, e vince. Anzi, stravince. 

Poi, senza neppure concedersi più di tanto il meritato Podio sopra tutti gli altri, Freddie prepara i bagagli, si infila nel camion di Erv Kanemoto(nel quale lo staff ha già rapidamente rialloggiato moto, attrezzi e i due meccanici) ed il convoglio dei miracoli riparte per gli Stati Uniti. 

Erv è ancora un piccolo team manager ed il budget ricavato per la partecipazione al Transatlantic gli avrebbe permesso solo il primo turno di Brands Hatch al Venerdì. Ma quella partecipazione, senza saperlo, era diventata per lui un terno al lotto. Di lui si parlerà spesso poco tempo dopo quando la neonata superorganizzazione H.R.C. (Honda Racing Corporation) lo assumerà per assicurarsi il suo genio meccanico

Di quel Freddie Spencer, invece, dal 4 Aprile 1980 non si smetterà più di parlare: il bambino di 5 anni salito per la prima volta su un “cinquantino” elaborato da papà “Fred Senior” per correre tra alberi e marciapiedi vicino alla Ratcliff Street nella zona del “Forest Park Cemetery”.

Perché prima ancora di “Morte Nera” (il misterioso ed inespugnabile Motorhome supertecnologico donato a Freddie dalla H.R.C. dove il ragazzo si allenava e preparava ai Weekend di fuoco delle Gare mondiali), prima delle sessioni di ossigenazione in alta montagna, prima della misteriosa “Miss Louisiana” (la sua fidanzata fino al 1985, che pare nella narrativa essere una parte importante del crollo psicofisico del giovane); 

prima di ogni cosa c’è questo bimbetto americano, super religioso come tutta la sua famiglia, che mentre inizia a correre in moto si diletta di pallacanestro in virtù del suo metro e ottantatrè di statura.

Come ogni sobborgo americano che si rispetti, anche Schreveport – la sua città natale in Louisiana – ha il suo “catino” di strada bianca, il “Boothill Speedway” a Greenwood (che si raggiunge guarda caso dalla “Daytona Street”); ed è là che il piccolo Frederick Burdette – rigorosamente dopo il rito religioso domenicale del quale la famiglia è fervidamente osservante – finisce da spettatore a mattatore di quell’anello gareggiando contro un nugolo di G&C Honda, FuquaYamaha, con il suo piccolo Tracker da 100 cc modificato dal papà che a volte, per raccogliere i soldi necessari a pagare le spese della carriera iniziale del figlio, lo scarrozza presso una cava di terra in Texas dove, per 100 Dollari a vittoria, si corrono innoque gare clandestine di DirtTrack con annessa raccolta di scommesse…

La carriera di Spencer continua fino alla soglia dei sedici anni, il limite minimo di età per poter passare alle cilindrate pesanti nelle Gare ufficiali USA: Freddie, come tanti ragazzi nati a Dicembre, riesce elegantemente a mentire sulla età, ed a Giugno del 1976  ancoraquindicenne guida per la prima volta un esemplare di quella bestiale Yamaha TZ750 di Brands Hatch, una moto dalla quale molti campioni affermati sono scesi per gli attacchi di panico. E nei suoi primi diciassette anni di vita, cioè poco più di 200 mesi, Freddie ha già corso 600 Gare locali vincendone oltre 200.

1983: il primo Titolo ed il passaggio di consegne con “King Kenny”

Fine Agosto 1983, Circuito di Misano Adriatico (così si chiamava ufficialmente e per esteso), va in scena uno strano “spareggio” tra Kenny Roberts e Freddie Spencer, rappresentato da soli cinque punticini di margine di vantaggio del giovanotto della Louisiana sul “Re Leone”, cioè su un glorioso Kenny Roberts che, per quanto si fosse scalmanato durante le stagioni precedenti, era fermo all’ultimo Titolo vinto nel 1980. 

Poi due Stagioni sfortunate lo avevano visto capitolare dietro a due miracoli all’italiana come Franco Uncini e Marco Lucchinelli. Kenny adesso era là: aveva aperto un ciclo, aveva da solo “oscurato” ben due scuole vincenti (Italia e Gran Bretagna) ma era anche ad un bivio: vincere e magari pensare se, in ipotesi, rinunciare all’idea ormai cullata da tempo di ritirarsi. Non ne aveva fatto cenno a nessuno pubblicamente, ma in poche ore la notizia farà il giro del mondo. Il bottino disponibile per chi vince è 15 punti, dodici al secondo, dieci al terzo. 

Due sole possibilità in opzione prima del “Via”: o Fast Freddie costretto al ritiro e Kenny “comodamente” sotto la bandiera a scacchi entro il quinto posto (una bazzecola, per lui) ma con la piccola particolarità che il ragazzo della Louisiana e la sua “Honda NS 500” fino a quel momento sono stati dei metronomi; oppure Kenny primo al traguardo e “qualcuno” che si metta in mezzo tra lui e Freddie lasciando quest’ultimo al terzo posto. Per cui King Roberts vincerebbe a pari punti per una vittoria in più rispetto al giovanotto. 

I cuori degli appassionati sono divisi a metà, quella Domenica a Misano: apparentemente il povero e giovane Freddie dovrebbe suscitare quegli affetti paterni che spingerebbero a propendere per lui; ma dall’altra il “marziano” appare persino ai suoi ipotetici “haters” in credito pesante con il destino (causa criticità e limiti di una “YZR” work in progress che gli ha sfilato di mano perlomeno un Titolo nelle

Stagioni 1981 e 1982) e dunque meriterebbe in pieno che “qualcosa” si intromettesse tra lui e quei Punti di margine di Freddie; che certo avrà tempo per rifarsi…

Quel “qualcosa dovrebbe essere in quella Domenica, nei piani di Iwata, la nuova spalla per Kenny: un giovane e diradato campione nell’AMA Superbike che si chiama Eddie Lawson, il classico “Boom Boy” come Wess Cooley, come Randy Mamola, o come lo stesso Fast Freddie; tutti ragazzi cresciuti negli ovali di sabbia e poi esplosi a Daytona nella AMA Superbike dove – per inciso – Lawson da due anni prima di quella Misano aveva sempre battuto Spencer !!! Anche se “vessillo” Kawasaki in AMA Superbike, la Yamaha non aveva avuto difficoltà a portare Eddie in casa.

A Misano serve tutta la mano generosa della buona sorte per aiutare un Kenny che intanto, fin dalla partenza, fa il suo giusto dovere: Pole, partenza in testa e Giro più Veloce per far capire che neppure un cratere improvviso nell’asfalto potrebbe smuoverlo da là; ma Spencer dietro di lui sembra “limitarsi” a gestire un vantaggio di soli due punti anche se in questo frangente il ragazzo è una corda di violino tesa all’inverosimile:l’errore potrebbe essere dietro l’angolo per lui e non certo per quella vecchia volpe di Roberts che veleggia da solo ed indisturbato al comando.

E dunque l’attenzione dei telecronisti, della regia e dei telespettatori è rivolta all’altra (di tre) Yamaha Marlboro, quella di Lawson: riuscirà il giovane “Rookie” a diventare in questa Domenica l’ago della bilancia?

Eddie gira in terza posizione dopo aver superato ad un terzo di Gara Marco Lucchinelli, e “vede” Spencer a circa 5/7 secondi: dovrebbe solo provarci, infastidirlo, indurlo all’errore.

Pensate ad un povero “Fast” chiuso in sandwich tra due Yamaha senza nessun compagno Honda in grado di aiutarlo: la fine del tordo allo spiedo, con Lawson che lo pressa da dietro e Roberts pronto a prenderlo a ceffoni davanti.

Ma in Lawson non batte certo un cuore da eroe avventuriero: così diverso dal conterraneo Mamola, Eddie non è neppure stato un fulmine in Prova, partito quinto dalla Griglia dopo Lucky e Randy (sulla Suzuki); e purtroppo per Kenny e la Yamaha quei quattro/cinque/sette secondi di distacco tra Spencer e Lawson non saranno mai colmati.

Ironia della sorte, Freddie vince per due miseri punti su Kenny Roberts. Ma non saranno mica “quei” due punti ??…Esatto, quei punti. Gran Premio di Jugoslavia, 12 Giugno 1983: Eddie terzo precede di sette secondi sul traguardo Roberts. Lawson prende dodici punti e Kenny dieci. 

Nulla di eclatante, e del tutto legittimo, se non fosse che Eddie di quei due punti in più già non sapeva che farsene, mentre il suo Caposquadra avrebbe affrontato i Gran premi successivi da un Handicap di nove punti e non 11. Due miseri punti che lo avrebbero, a sua insaputa, inchiodato proprio quella Domenica. 

No, Roberts ovviamente non pretendeva favoritismi di Squadra. Sperava una volta tanto che “esistesse” nei suoi confronti una Squadra Yamaha vera: la stessa che nella diatriba con Cecotto rischiò di portargli via il Titolo 1978 contro Sheene, e la stessa che nel dualismo un po’ farlocco proprio con Barry in Squadra per due anni lo aveva fortemente penalizzato, tra altre diverse sfortune, nel 1982.

La scena sul Podio di Misano 1983 è roba che mai dimenticherò: Freddie con un sorriso ed una mimica corporea che lo fanno sembrare ancora più gigantesco dei già buoni trenta centimetri che separano il suo metro e ottantatrè dalla postura ricurva e plumbea di un minuto Kenny, scomparso dietro alla corona floreale.

Gli spettatori in Mondovisione non sanno che su quel Palco sono presenti – simbolicamente – 10 Titoli mondiali tra passati e futuri; non immaginano nemmeno, tuttavia, che tra quei tre e tra tutti gli americani in Albo d’Oro il maggior titolato sarà proprio quel ragazzo – Eddie Lawson – che sul Podio forse vorrebbe sprofondare, e che invece sarà alla fine insieme a Randy Mamola uno dei due più longevi Yankee a battere le Piste del Motomondiale. Tuttavia la premiere mondiale in Classe 500 per la Honda è a tal punto epocale che Soichiro Honda, ormai diventato Presidentissimo onorario del Marchio con l’Ala, offre a Freddie il raro privilegio di cenare a casa del divino fondatore del Marchio. 

Privilegio che l’acerbo e spontaneo campioncino della Louisiana celebra con un doppio cheeseburger.

Chi, guardando quel Podio di Misano 1983 non si attendeva di vedere in Freddie Spencer il nuovo mattatore seriale, un moderno “Ago” o Hailwood? Nessuno, davvero, immaginava che colui che aveva regalato alla Honda il suo primo Titolo Piloti nella storia della Classe 500, solo 30 mesi dopo quella Domenica trionfale di Misano avrebbe tirato giu’un triste sipario dietro le sue spalle. A Jarama, Spagna, nel 1986.

4 Maggio 1986, Spagna: mistero e leggenda si confondono ancora oggi

4 Maggio 1986, Gran Premio di Spagna: pista veloce, il palcoscenico ideale per la moto più performante e veloce del lotto mondiale, cioè la “Honda NSR 500” che HRC – il braccio armato agonistico di tutto il mondo a due ruote del Marchio dell’Ala – affida in quel periodo al Supereroe Freddie Spencer ed al compagno di Squadra Wayne Gardner.

Fast Freddie è l’uomo del decennio ormai: da solo ha appena vinto due Titoli Mondiali in Classe 250 e Classe 500 con la Honda. 

Ha regalato alla Sua Casa ed a se’ stesso l’onore di essere il primo dopo più di un decennio ad aver vinto un secondo Titolo oltre a quello della Classe Regina; è di fatto l’unico Pilota oltre ad Anton Mang ad essere in generale vincente in due Categorie nella medesima Stagione; ma soprattutto Freddie regala a sé ed alla HRC Honda il record di essere gli ultimi nella storia a compiere una impresa simile. Che ha significato, per ognuno dei dodici appuntamenti di Gare in calendario nel 1985, un doppio impegno tra Venerdì e Domenica in Prove Libere, Prove Ufficiali, Warm up e Gara. 

Al 21 Dicembre 1985, a solo ventiquattro anni, Freddie ha già vinto tre Titoli mondiali. Uno lo ha quasi sfiorato, nel 1982, quando da alfiere Honda aveva regalato alla Casa dell’Ala la prima vittoria ufficiale Iridata con il motore a  Tempi (dal 1967), nel 4 Luglio a Spa: quell’anno si piazza terzo in Classifica. 

Nel 1984 invece la Honda ci si era messa di impegno, con una ipersperimentale “NSR 500” con serbatoio sottomotore, ad impedire a Freddie il primo Bis mondiale. Con cinque Gare in meno ma cinque vittorie nei sette appuntamenti in cui partecipa Spencer sarebbe stato praticamente sul divano, a vincere quel titolo. 

Insomma, se a fine 1985 il ruolino di marcia di Fast Freddie avesse recitato già quattro Titoli, nessuno avrebbe contestato. Ma il giovane della Louisiana ha già anche nel suo carnet un altro Record che rimarrà tale fino alla abolizione della Classe 500 in favore della Moto GP: a 20 anni e 196 giorni in quel 4 Luglio 1982 a Spa è il vincitore più giovane di sempre in Classe Regina.

E praticamente Freddie, tra sviluppo privato e Gare ufficiali ha passato sulla sella di una moto il triplo del tempo di qualsiasi altro Pilota professionista in quel 1985. Il che ha comportato, ad esempio, la leggenda di Le Mans di quell’anno.

Il 21 Luglio 1985 questo presunto “fortunello” raccomandato da Soichiro Honda compie un’impresa che resta alla storia: in uno stesso Week end a Le Mans, iniziato due giorni prima, sfuma per un soffio il “GRANDE SLAM” cioè Pole Position, Giro Più Veloce e Vittoria in due classi. In realtà perde il Giro Più Veloce nella Gara delle 500 per “colpa” di Christian Sarron che a Le Mans è di casa. 

Quel 4 Maggio del 1986 la mondovisione manda in onda uno spettacolo che pare diventato quasi abituale, e forse qualcuno comincia a non farci più caso. Una “Honda” blu/bianca/rossa scudata dalla sigla dello Sponsor “Rothmans” a farne una delle livree più eleganti in Pista. Il numero 1 sulle carene. Freddie ottiene la Pole Position. Al “Via” parte e dopo pochi giri il suo Compagno Wayne Gardner lo guarda da almeno trecento metri di distanza. Cavolo, la solita ripetitiva storia.

Eddie Lawson, il canonico avversario, pare passeggiare al terzo posto, un puntino bianco e rosso con la sua “Yamaha” numero 2 sembra aver già messo la firma sopra ad un ennesimo titolo di Vice Campione del Mondo. 

Non è lui che passeggia, ci mancherebbe. E’ come sempre Freddie che fa un altro mestiere là in mezzo. Eccolo, supera per l’ennesimo Giro in solitaria testa la curva – a destra – che porta al rettilineo dei Box, con Gardner illustre guardiaspalle di nulla perché dietro loro due c’è davvero il vuoto. Ecco, Fast inanella le marce per fare alla massima velocità il rettilineo e completare il Giro…NO!!!!! 

Cosa succede? Fast Freddie abbandona la traiettoria lineare e scarta improvvisamente ancora a Destra per infilare la corsia dei Box. Lo stesso Wayne Gardner, a quel punto in testa inaspettatamente alla Gara, muove accennatamente il collo verso destra per sincerarsi che non sia una illusione e che il suo Capitano sta rallentando davvero in corsia Box. 

A quel punto non esiste più la Diretta di Gara: il Regista inchioda per almeno un lunghissimo e misterioso minuto la telecamera montata sulla Tribuna a lato rettilineo di partenza sul lato opposto al Paddock. Fa vedere in diretta mondovisione quello che accade: Freddie decelera e ferma la sua NSR 500 davanti al Box Honda. Subito gli si avvicinano i meccanici, convinti che con un ritmo gara del genere si debba trattare di una semplice regolazione, o al massimo di sostituire qualche componente secondario che fa i capricci: nessuno si attende invece che Freddie, lasciata ad un addetto la moto, scenda per infilarsi silenzioso e lento il suo Box. Dietro le sue spalle, come in un simbolico sipario, la serranda si abbassa per privare l’occhio pubblico del dibattito e delle azioni che seguiranno da lì a poco. 

Il fenomeno mondiale, il “Capitan Futuro” della Classe Regina, l’uomo che davanti a sé avrebbe potuto avere, ad essere pessimisti, un buon decennio di Stagioni per poter perlomeno soffiare sul collo a Nieto ed Agostini come bottino cumulativo di Titoli Iridati ferma la sua leggenda dietro la serranda di quel Box, il 4 Maggio. 

Nessuno, nemmeno un heater incallito e non si sa a quale titolo del giovanotto della Louisiana avrebbe mai immaginato che quelli sarebbero stati i suoi ultimi Giri in testa ad una Gara nel Mondiale 500, che quel numero “1” sulla Carena non lo avrebbe mai più riacciuffato, e nessuno poteva pensare che alla fine del 1989 – pur con ulteriori due stagioni in Top Team – dopo quella Stagione monstre del 1985 Fast Freddie avrebbe conseguito 37 miseri punticini, e tre posizioni finali oltre il quindicesimo posto iridato. Spiegare quel che accadde, tra motivi ufficiali ed aneddoti, non è il mio compito. FarVi capire quale bomba sportiva e mediatica si sia verificata in quella Domenica in Spagna invece è proprio il senso di questo mio ricordo. Fast Freddie aveva avuto bisogno di solo quattro Stagioni mondiali per catalizzare l’attenzione di tutti. Ecco perché non ha senso raccontarVi i risultati, i records, i pettegolezzi su di lui.

Per quello c’è la narrativa comune. Freddie Spencer, il fenomeno ed insieme il mistero più straordinario degli anni Ottanta nella storia di diversi sport, aveva compiuto la sua scia luminosa degna di una cometa leggendaria. Vi basti pensare che tra i due “semidei” che compongono l’iconografia pubblicitaria e mediatica globale di Honda nel periodo – cioè Joey Dunlop e Freddie – quest’ultimo copre un buon 70% del tamtam promozionale coprendo persino un nuovo portabandiera, David Thorpe, cioè l’inglese che nel 1985 regala ad Honda il Titolo Mondiale Motocross classe 500. 

Insomma, dal 4 Maggio 1986 per Honda si tratterà anche, e non è una battuta, di ricominciare da capo in tutti i sensi.

Quel che ha regalato lungo solo quattro Stagioni al Top in Classe 500 del Motomondiale ha cambiato in parte la letteratura e la storia di quella categoria. E lo ha scritto a caratteri eterni nella mitologia e nella “Hall of Fame” di questo Sport. Milioni di adolescenti, come sono stato io, lo ringraziano da sempre anche solo per questo. 

Per aver reso indimenticabili le Domeniche passate ad ammirarlo. Di lui si era cominciata a vedere la stella il 4 Aprile 1980. Quella Stella si è spenta il 4 Maggio del 1986. “4” appunto, come il numero magico stampato sulla carena della Honda NSR 500 che nel 1985 catalizzava le telecamere di ogni Circuito, e che vedete come immagine più ridondata nel Web. 

Quattro, proprio come le Stagioni che lo hanno consacrato alla storia del Mondiale Velocità, cambiandolo per sempre. Quattro come le moto diverse sulle quali si è seduto in tutta la sua carriera nella Classe Regina: Honda NR 500, NS 500, NSR 500, Yamaha YZR 500. Quattro, infine, come i records che ha messo in valigia:

Più giovane vincitore di Gran Premio in Classe Regina;

Unico americano ad aver vinto due Classi e Titoli Mondiali in una stessa Stagione;

Ultimo ad aver vinto un secondo Titolo Mondiale insieme a quello in Classe Regina;

Primo Pilota di sempre ad aver conquistato il Titolo Piloti in Classe Regina con la Honda.

Se non è destino questo…

Riccardo Bellumori.

Nuova Aznom Epoque 2026: stile Gangster

Ci sono auto con stranezze, ci sono auto strane e poi c’è l’ultima novità di Aznom. Esperti nella creazione di auto completamente fuori dagli schemi, anche per chi è cresciuto guardando le idee di Sbarro sulle riviste di decenni fa, ora presentano un’auto che potrebbe provenire dalle riprese di Blade Runner e da una serie televisiva d’epoca allo stesso tempo. E fisicamente, potrebbe.

Si chiama Aznom L’Epoque e le sue proporzioni sono monolitiche nella loro massima espressione, con uno stile ispirato alle auto con autista della prima metà del XX secolo. Questo stile neoclassico fa sì che il suo linguaggio di design non si discosti molto da quello che potremmo aspettarci nella parte anteriore di una Rolls-Royce, per esempio.

NUMERI DA URLO

È lunga circa 8 metri (7,92 m). Cioè il doppio di una FIAT Grande Panda, 2,2 metri in più della versione a passo lungo della Cadillac Escalade e circa 2,7 metri in più della Mercedes Classe S a passo lungo. I cerchi che si vedono nelle immagini sono da 30 pollici, combinati con LED in strisce sia orizzontali che verticali nella sua firma luminosa.

Le porte anteriori si aprono scorrendo, mentre quelle posteriori, oltre ad aprirsi verso l’esterno (stile porte suicide della Mazda RX-8), hanno anche una sezione del tetto che si solleva, come le ali di gabbiano della Mercedes-Benz 300 SL. Questo permette di accedere a un interno che sembra realizzato da un interior designer italiano di lusso. Legno, pelle, tessuti di qualità e isolamento acustico in ogni angolo.

Mentre i passeggeri (6 posti) godono di tutti i comfort dell’abitacolo, un’intelligenza artificiale si occupa di aspetti quali la climatizzazione, l’illuminazione ambientale e persino il deodorante. Si occupa anche di regolare le sospensioni pneumatiche, naturalmente morbide per muoversi come se si volasse su un tappeto magico delle dimensioni del tappeto rosso degli Oscar.
Per muovere tutta questa mole, un motore elettrico su ogni ruota si occupa di spingerla, fornendo la somma di 1.000 CV esatti. Tuttavia, non è un’auto elettrica, poiché la batteria da 100 kWh è alimentata da un motore V6 di origine o specifiche non definite.

Un dettaglio curioso è che questa vettura – per ora un progetto, ma con possibilità di diventare un modello unico – utilizza un telaio con longheroni e traverse come quello che potremmo trovare nei fuoristrada di uso comune. Il suo raggio di sterzata non è stato specificato, ma deve essere quantomeno interessante.
«È nata dall’idea di trasformare il viaggio in un’esperienza rigenerante, immaginando l’auto come una suite esclusiva. Il suo design equilibrato e discreto interpreta un nuovo concetto di mobilità di lusso, dove la tranquillità prevale sulla velocità e il benessere sulla tecnologia all’avanguardia. Con le sue linee classiche, L’Epoque è progettata per resistere al passare del tempo: un monumento su ruote, espressione del fatto che lo status non si compra, si costruisce», dichiara il direttore del design di CAMAL Alessandro Camorali.

Sebbene parlare di discrezione in un’auto lunga quasi 8 metri che potrebbe apparire in Blade Runner o in una versione futuristica de Il Padrino possa sembrare inaspettato, la parola monumento definisce bene questa idea. Un’altra auto di grande lusso che, come altre, si ispira al mondo della nautica nelle sue linee, in questo caso nel design della parte posteriore.

Si potrebbe pensare che questa sia solo un’idea, meno di un concept. Ma Aznom ha già realizzato altre creazioni folli: una di queste è stata la sua SUV limousine Palladium, con i suoi compatti 6 metri di lunghezza. Un’auto di cui sono state vendute tutte e 10 le unità annunciate.

GAC Aion la prima con la batteria CATL al sodio

CATL lancia sul mercato la sua innovativa batteria agli ioni di sodio.

Nel 2026 dovremo prestare molta attenzione alle notizie relative allo sviluppo di nuove batterie per veicoli elettrici, il che ci costringerà a concentrare la nostra attenzione (ancora di più, se possibile) sulla Cina, dove si concentra gran parte dei progressi in questo campo.

Oltre ad aver iniziato a implementare le batterie allo stato solido nei primi prototipi su ruote, il gigante CATL sta per realizzare le batterie agli ioni di sodio, una tecnologia che potrebbe segnare una svolta nell’industria.

CATL è il principale produttore mondiale di batterie per auto elettriche e porta avanti l’innovazione nel campo delle batterie al sodio. L’anno scorso ha presentato il suo nuovo marchio Naxtra, che racchiude l’ultima generazione di batterie di questo tipo.

L’azienda cinese non solo ha in programma di lanciare una soluzione con questa tecnologia per le auto elettriche, ma anche per i veicoli commerciali. Durante il suo ultimo evento pubblico, CATL ha presentato ufficialmente la sua prima scommessa in tal senso, la nuova serie Tianxing II per furgoni, autocarri leggeri e veicoli da consegna.

Per le batterie Naxtra, che hanno già ottenuto lo scorso anno la certificazione per le auto elettriche, si prevede l’arrivo effettivo sul mercato già nel secondo trimestre di quest’anno, come confermato dal direttore tecnico di CATL, Gao Huan, in un’intervista a un media cinese. E c’è già un primo marchio designato: GAC Aion, azienda che, tra l’altro, è già in vendita e in fase di produzione in Europa.

Con una densità energetica di 175 Wh/kg, molto vicina alle attuali proposte LFP, e fino a 500 chilometri di autonomia, queste batterie hanno un punto di forza molto importante. Oltre a rinunciare al litio e puntare sul sodio, una materia prima molto più abbondante nella crosta terrestre e che può essere riciclata meglio, si distinguono per la loro grande longevità, la loro capacità di ricarica rapida (5C) e il loro utilizzo in condizioni di freddo estremo.

Ad esempio, la nuova batteria appena presentata per veicoli commerciali leggeri, con una capacità di 45 kWh, promette di poter essere ricaricata anche a -30 °C, conservando anche il 90% della sua capacità utile a -40 °C. Promette inoltre una durata utile di oltre 10.000 cicli, che potrebbe tranquillamente equivalere a oltre 3 milioni di chilometri.

Nel caso di queste nuove batterie al sodio per veicoli commerciali, si prevede che possano entrare in produzione di massa già nel mese di luglio, avendo recentemente completato i test invernali con modelli dell’azienda JAC. Ma i piani di CATL sono ambiziosi.

Il gigante delle batterie prevede di inserire le sue batterie al sodio in fino a 30 modelli diversi nei prossimi mesi, e il fatto che vengano lanciate su un marchio presente in Europa, GAC Aion, ci fa sognare che questa alternativa alle batterie al litio possa arrivare sul nostro territorio prima piuttosto che poi.

Ma CATL vuole di più e, dopo aver presentato nel 2021 la sua prima generazione di batterie al sodio e nel 2025 la seconda, sta già lavorando a una terza generazione, che dovrebbe mettere questa tecnologia alla pari con le popolari LFP.
CATL prevede che con le sue batterie al sodio potrebbe alimentare oltre il 40% della domanda di auto elettriche in Cina, proprio quando le LFP rappresenteranno nel 2025, per la prima volta nella storia, un ruolo più importante delle NCM a livello mondiale. Inoltre, sono previsti altri usi aggiuntivi per queste batterie, come lo stoccaggio di energia o le batterie di avviamento.