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Lamborghini LM002: 40 anni dal primo Sport Utility al mondo

Come dico sempre, ci sono modelli di auto di cui non puoi raccontare la storia se non premetti il contesto nel quale la loro storia si va ad incastonare. Prendete la LM002 di Lamborghini: la data discriminante ed il contesto che dà vita a tutto il programma “Lamborghini Militar” è il 1971. No: non è solo l’anno in cui uno stratosferico Marcello Gandini presenta a nome del Toro di Sant’Agata la concept di Bertone “Countach”; è anche l’anno in cui matura uno dei due tracolli esemplari dell’Universo Lamboghini. Ecco perché Vi chiedo di metterVi sereni e comodi a conoscere una storia un po’ più complessa e fatta di nessi di causa specifici, che poche volte altri narratori come me hanno voluto o saputo descrivere. 

E’ il 1970, un anno prima del 1971 e, beh, sì : questo lo avete capito da soli; la creatura “Automobili Lamborghini Spa” che Ferruccio ha voluto armare dal 1963 contro la Ferrari (e già che c’era contro tutti gli altri Marchi di Supercar artigianali) è già una leggenda, ma “350”, “400”, “Miura”, “Espada”, “Urraco” e “Jarama” sono costate un botto alla Casa di Sant’Agata, complice anche il difficile sistema di pagamento decisamente sofferto con cui i super ricchi pretendenti una Supercar dell’epoca, che non andavano certo alla Findomestic a chiedere un finanziamento, condizionavano l’accordo di acquisto. 

Ed i “SAL-Saldi avanzamento lavoro” che scandivano le fasi di lavorazione di superauto che tra produzione, personalizzazione e collaudi prima del saldo finale di consegna facevano passare interi quadrimestri erano il vero rischio di cassa per i Costruttori artigianali.

Del resto, se Ferrari era entrato in Fiat, Maserati in Citroen, Bizzarrini era fallito, Iso ed Intermeccanica erano davvero in condizioni critiche, il motivo era sempre e solo uno: Cashflow. E per “Automobili Lamborghini Spa” il creditore di eccellenza, quello che per oltre un lustro aveva coperto le voragini di liquidità, era la “Trattori Lamborghini”. 

 

E però verso fine anni Sessanta le dinamiche sociali e di mercato si erano fatte problematiche anche per i trattori: da un lato la crisi socio economica frenava gli ordini; da un altro lato la concorrenza di Landini (passata alla Multinazionale Massey Ferguson), Fiat Agri e della bergamasca SAME si era fatta pesante; e da un ultimo lato anche Ferruccio, nel clima pesante delle contestazioni, iniziava ad essere raffigurato e divulgato anche dai suoi Clienti delle Cooperative e dai Consorzi delle sue parti come “el padrùn” ricco che vendeva le supercar ai ricchi. Insomma, per farla breve, la cassa della Trattori Lamborghini cominciava a languere. 

Occorrevano nuove commesse, ed una in particolare nel 1969 era stata un colpo da maestro di uno dei Rappresentanti in Sudamerica della Lamborghini: la Bolivia, governata da un tranquillo dittatore di nome Renè Barrientos (despota vecchio stampo dalla carcerazione e dalla violenza facile e molto legato alle fasce ricce della popolazione) aveva concordato un maxi ordine di ben 5000 trattori Lamborghini; il contratto del secolo, voluto da Barrientosper ringraziare a spese dello Stato i suoi elettori latifondisti. 

 

Ma, come a volte poteva capitare in un Sudamerica che in quegli anni era una polveriera, il povero Barrientos era morto per un misterioso e mai completamente spiegato incidente aereo; ed al suo posto era salito al potere tale Juan Josè Torres, colonnello semi-golpista del tutto contrario a Barrientos e per di più incazzatissimo verso i latifondisti che gli avevano negato il voto. 

Inutile dire che Torres, con il maxi contratto dei 5000 trattori, ci aveva acceso il fuoco del caminetto; e che di fronte alle vive proteste di Ferruccio Lamborghini, forse, gli avrà persino suggerito di eleggere domicilio legale presso un Avvocatoboliviano, ed iniziare una causa civile al Tribunal de Justicia de La Paz contro una Giunta militare al potere: in fondo ci sarebbe stato comunque uno 0,00000001% di possibilità di vincere, ed a quel punto bastava sbarcare in Bolivia e pignorare i carri armati. Basta poco, che ce vo’???

Beh, ovviamente Ferruccio Lamborghini, per evitare di convivere con il primo “rosso” della sua Fabbrica di trattori che avrebbe condannato ad un super – rosso anche la Lamborghini Automobili, poteva o cedere quest’ultima o vendere il Marchio dei trattori. 

Lamborghini vede “rosso” anche nei trattori: inizia la fase del distacco

Decise per questa seconda scelta, e forse con il senno di poi fu quella peggiore: Lamborghini cedette (ma sarebbe meglio dire “aveva svenduto”) a Francesco Cassani, CEO della SAME di Treviglio, la sua “Trattori Lamborghini Spa” in una operazione favorita anche dalla GEPI; con quel capitale, in parte immessonella Automobili Lamborghini, Ferruccio non potè però evitare di incappare nelle tensioni internazionali che portarono la benzina a crescere gradualmente, con ricaduta tragica nelle vendite di auto sportive e di grande cubatura.

A questo punto, e siamo nel 1973, forse il boss di Sant’Agata ne aveva abbastanza e decide una seconda scossa nella sua vita in pochi anni: si mette alla ricerca di nuovi soci, e trova un elegante businessman svizzero, Georges Henri Rossetti.  

Questi nella vita si occupa di finanza, perché entra ed esce dalle Imprese quasi come fosse un Merchant Banker. In verità non rileva Aziende da risanare, partecipa con una sorta di gioco fatto di saliscendi azionari nel capitale sociale di Imprese che, pur producendo attivi, possono essere molto interessanti e remunerative nella acquisizione dei rispettivi pacchetti azionari. 

Ad inizio anni Settanta Rossetti si spinge nel settore Auto dove la crisi energetica comincia a erodere la salute finanziaria di diversi marchi. Ma in realtà il sogno “segreto” di Rossetti è nella sua vecchia passione: rampollo di una ricca famiglia di banchieri si era potuto permettere di correre nei primi anni Sessanta comodamente seduto su una delle Formula Due più performanti (e costose) d’Europa, la Lotus. Ovvio che una icona come la Lamborghini, tra l’altro ancora piuttosto in salute ad inizio anni Settanta, fosse per Rossetti allo stesso tempo oggetto di culto e di attenzione finanziaria. Rossetti acquisisce il 51% del pacchetto azionario, e per otto mesi circa Ferruccio è socio al 49%. 

Ma poi il boss di Sant’Agata si stufa davvero e a questo punto, non avendo nessun altro sottomano, Rossetti trova un amico imprenditore – Renè Leimer – disposto a rilevare il residuo 49% in mano a Ferruccio. E cambia tutta la panoramica culturale ed imprenditoriale di Lamborghini, nella quale tra l’altro sta per irrompere la Countach. 

E’ il 1974, e per la Lamborghini inizia la deriva: alla crisi di cassa ed alla crisi dei numeri di produzione si aggiunge la crisi di ispirazione; il management originariamente costruito intorno a Ferruccio Lamborghini è praticamente andato via in batteria, ed ovviamente il rischio di “evaporazione” identitaria del Marchio già così è davvero forte visto che era da solo un decennio che il Toro aveva iniziato a costruire il suo profilo antagonista a Ferrari, Iso Rivolta, Aston Martin e varie ed eventuali; anzi, con la “Countach” la Casa di Sant’Agata aveva probabilmente segnato uno “Strike” in grado di segnare un piccolo guado tra se’ stessa e la concorrenza.  Adesso sarebbe stato necessario solo perseverare nella strada dell’eccellenza. 

La situazione era questa: ordini in sofferenza, lavorazioni in forte handicap di qualità ed evasione, operai circondati da un clima di scioperi e agitazione, e due Titolari che fino a pochi anni prima le auto si divertivano solo a guidarle. Cosa poteva andare veramente storto, insomma? Beh, tutto!

 

 

 

Arriva la “Cheetah” con un motore americano, perfetta per l’Armageddon

Nulla di meglio allora, per aggravare la potenziale crisi di immagine e ridurre ulteriormente il cashflow che buttarsi in progetti al limite dell’impossibile, giusto?

Forse Rossetti e il suo nuovo Socio Amministratore Delegato si erano appassionati alla storia emozionante del flop di Preston Tucker con il Tank con motore Packard a 12 cilindri (vedi l’articolo al link QUI), o forse speravano di avere amicizie molto potenti nell’Amministrazione USA; fatto sta che nessuno sa il reale motivo per il quale alla fine del 1976 la “MTI – MobilityTechnology International” abbia trovato nell’elenco telefonico di San Josè in California il telefono di Sant’Agata Bolognese per coinvolgere la povera Lamborghini in una sorta di commessa favorita dall’Esercito USA: progettare e realizzare il prototipo di un mezzo militare all-terrain con cui surrogare a breve il vecchio Ford M151.

Ancora meno è chiaro il motivo per il quale una Lamborghini ormai fuori da ogni razionale forma di controllo del proprio Business abbia accettato di imbarcarsi dentro un minestrone di progetto come questo: nell’Aprile 1976 la BMW aveva infatti già siglato con il Marchio del Toro un protocollo per realizzare un telaio carenato per una berlinetta chiusa a due posti da motorizzare con un V8 bavarese, la futura “M1”; a convincere i tedeschi fu la notorietà ed evocatività del Marchio del Toro oltre alla indubbia valenza del Team di tecnici selezionati dentro Sant’Agata: Franco Baraldini, Giampaolo Dallara, con la supervisione finanziaria di Luigi Cappellini. E tutto sommato aveva molto più senso mettere in collaborazione due Aziende coeve (BMW e Lamborghini) distanti tra loro solo 537 chilometri invece degli oltre 6000 che dividevano l’oscuro “general contractor” della Difesa USA a San Josè in California dalla factory di Sant’Agata: con Stabilimenti a ritmo ridotto e Personale al lumicino cosa poteva esserci di peggio, per onorare i rigidi Workflow dei contratti tedeschi, che arrampicarsi in un progetto senza né capo né coda? 

Ed ecco che al Salone di Ginevra del 1977 appare un esemplare unico della Lamborghini – MTI “Cheetah”: e per non far mancare alcun ulteriore inceppo ad un progetto già di per se’ molto in salita, la MTI (che aveva praticamente costruito in totale autonomia il prototipo della “Cheetah” senza che Lamborghini avesse avuto voce in capitolo, offrendo semplicemente in prestito il “Brand” davvero evocativo del Toro con il logo da apporre sulle parti di carrozzeria) aveva persino scelto come motore un 5900 cc V8 della Chrysler posizionato posteriormente; e per non farsi mancare nulla nel totale fiasco del progetto, la carrozzeria in fibra di vetro aveva decisamente più di un aggancio stilistico e funzionale con la “XC311” della FMC International (Pennsylvania), cioè un fuoristrada militare di cui sinceramente a Sant’Agata non sapevano neppure dell’esistenza. E forse la cosa, nello specifico poteva avere attinenza con la curiosa coincidenza che vedeva la MTI fondata proprio da alcuni tecnici che avevano in precedenza lavorato per FMC International.

Risultato: una citazione per violazione dei Copyright da parte della FMC nei confronti dello strano Consorzio “MTI-Lamborghini”, e annullamento del progetto e di ogni possibile accordo con l’Esercito americano, e probabilmente una figuraccia epocale con gli ambienti federali.

1978. Amministrazione controllata e tentativo di rilancio di Sant’Agata

Basterebbe questo, se oltre al danno non fosse emersa anche la beffa e il doppio danno. In che senso? Molto semplice: il mandato di collaborazione e “commessa” siglato tra Lamborghini e MTI non aveva motivi o clausole di rescissione o nullità per eventuale condotte contestabili per violazione del Copyright industriale, e dunque Lamborghini non potè nulla contro la evidente “scopiazzatura” da parte MTI per la quale i tecnici del Toro non avevano tuttavia alcuna responsabilità. 

Dunque il contratto di collaborazione tra l’azienda di San Josè e gli italiani era valido in tutto e per tutto anche sul versante dei saldi e dei pagamenti: 50% delle spese di progetto e di partecipazione al Salone di Ginevra a carico di ciascuna delle due Aziende, anche se il risultato economico da parte dell’Esercito era stato un bellissimo “Zero”. Ecco la beffa, mentre il doppio danno fu che con una cassa ancora più svuotata dalla disavventura americana la Lamborghini non aveva più disponibilità per avviare la commessa concordata con la BMW, che infatti – risolto il 19 Aprile 1977 il contratto con Lamborghini – si rivolse alla Bauerper la realizzazione delle 450 carrozzerie “M1” montate dal motore BMW.

Inutile dire che quando il Tribunale di Bologna mise la Lamborghini sotto amministrazione controllata il Primo Agosto del 1978, il duo Rossetti/Leimer forse tirò un sospiro di sollievo, poiché qualcuno veniva a togliere loro dalle mani una patata bollentissima: certo, grazie al cielo il Giudice competente del Tribunale di Bologna ha saputo vedere dentro alla crisi di Lamborghini un barlume di opportunità rispetto alla semplicistica tagliola del decreto di fallimento, e di questo tutto il mondo deve essergli grato; certo, merito del rilancio va anche alla sensibilità dell’Amministratore giudiziale nominato, Alessandro Artese, capace di gestire Lamborghini sotto l’aspetto del rilancio e non della curatela prefallimentare; e certo tantissimo si deve alla abnegazione del Direttore Commerciale di sempre, alla Lamborghini: Ubaldo Sgarzi che fece i salti mortali per non disperdere contatti, trattative e possibili prospect. Ed ovviamente tantissimo è dovuto alla genialità ed al rigore professionale di Giulio Alfieri, chiamato da Artese a consulente, anzi per meglio dire “Super-consulente” tecnico, strategico, commerciale, industriale. Insomma tutto.

E’ grazie alla sinergia vincente Artese/Alfieri/Sgarzi se gli ordinativi di Countach riprendono con gradualità; è merito loro se Lamborghini “si inventa” un marchio nautico con i possenti 12 cilindri per l’Offshore; e pian piano i fornitori riavviano le linee di credito, le Banche riaprono i rapporti, le vendite ricominciano a crescere. Anche perché i Media si interessano di nuovo a Lamborghini.

 

Arriva la LM001 al Salone di Ginevra 1981

E se anche, pur di acquisire commesse in grado di dare lavoro agli operai, ci si adatta all’assemblaggio temporaneo delle Fiat 127 provenienti dal Brasile, pian piano Lamborghini esce dal coma: nel 1980 il Tribunale decreta la fine dell’Amministrazione controllata ed omologa la proposta di Artese di cedere per quasi quattro miliardi di Lire dell’epoca la Lamborghini ad un duo di imprenditori francesi, i fratelli Mimran (Jean Claude e Patrick). 

Sgarzi ed ovviamente Alfieri vengono confermati al loro posto ed è poco dopo che dagli archivi del Marchio i due fratelli Mimran si dimostrano interessati a quel vecchio e sfortunato progetto “Cheetah”:  ma in questo caso il sequel del progetto coordinato da Alfieri non è una sconclusionata ribalta verso un prodotto ed un settore industriale che nel 1977 era assolutamente intangibile e privo di senso per “quella” Lamborghini. 

Stavolta ad ispirare non è la proposta di collaborazione di una Azienda di San Josè in America, ma è la nuova visione che tutta la Società ha delle tensioni internazionali, della sicurezza; ed è anche il richiamo esotico che il mal d’Africa dei Raid e delle esplorazioni ha permeato le nuove generazioni. Stavolta nella nuova concezione il destino militare va in parallelo con quello commerciale, ed è per questo che quella “Cheetah” in realtà ispira il nuovo management ad un progetto molto alternativo alle sue origini: nasce la “Lamborghini Militare” LM001. 

Senza escludere l’effetto mediatico che al Salone di Ginevra del 1981 dovette fornire il vedere lo Stand Lamborghini rianimato, dopo tre anni di oscurità, da ben tre modelli di rilancio: la “Countach LP400 S”, la prima assoluta della nuova “Jalpa” realizzata sullo chassis della “Urraco” ed infine questo nuovo “Multi Purpose Vehicle” LM001 che ovviamente ha un design molto più rielaborato rispetto alla “Cheetah” non solo per scampare a nuove cause per violazione del Copyright ma anche e soprattutto perché rispetto al modello 1977, solo militare ed anfibio, la “LM001” contempla un abitacolo chiuso e la possibilità di quattro portiere non previste nella “Cheetah”: si apre ufficialmente la caccia ai ricchissimi clienti arabi e medio-orientali, specialità nella quale Alfieri si era dimostrato imbattibile, essendo stato lui quasi vent’anni prima a cucire addosso ad un esigentissimo Scià di Persia una Maserati “one off” come la “5000 GT”.

 

Ma sono soprattutto le sue misure e “sproporzioni” a fare scalpore: con una lunghezza di 480 cm, una larghezza di due metri pieni, alta quasi un metro ed ottanta e con un passo gigantesco per l’epoca (quasi tre metri) quel colosso di acciaio svetta su tutte le altre presenze del Salone e si mostra molto più…..Lambo della “Cheetah” grazie ad una linea è più muscolosa e spigolosa (con parafanghi sporgenti ed il posteriore ornato da enormi prese d’aria e sfoghi intorno alla ruota di scorta sul retro) e con il suo V8 americano che vede una rielaborazione “energizzante” da parte Lamborghini insieme ai freni della Countach necessari per frenare una massa di due tonnellate lanciata ad oltre 160 Km/h. 

 

In quel Salone di Ginevra dunque la “LM001” fu più una “ShowCar” dal vero impatto visivo, di forza e di esclusività, dove le ispirazioni militari lasciarono spazio alle suggestioni dei Rally-Raid. Senza essere mai commercializzata in serie, LM001 aveva centrato nel segno e Lamborghini era uscita dall’angolo.

Secondo Upgrade: Lamboghini “LMA” ed “LMA002”

La evoluzione come tappa obbligata di tutto questo sarà la “Lamborghini Militare” A (dove A interpreta diverse ipotesi leggendarie: c’è chi declina la lettera come “Anteriore” – motore – e chi arriva a definire la LMA come “Lamborghini Militare Alfieri”, fate Voi). 

Il problema della stabilità e motricità dell’asse anteriore in velocità, problema moltiplicato dal peso del motore a sbalzo posteriore, genera in Lamborghini una piccola rivoluzione : “LMA” con il suo frontale ancora più squadrato e il cofano allungato accoglie due motorizzazioni di opzione iniziale: il classico “V8” americano, probabilmente tenuto in conto più per motivi di collaudo e testing iniziale che non come allestimento commerciale; ed il mostruoso V12 da 4754 cc e 375 cavalli della Countach LP500S! Non c’è dubbio, a Sant’Agata cominciano a fare davvero sul serio. 

Presentata nel 1982, è chiaramente una proposta fatta non più per l’esercito ma per – passatemi il termine – solleticare quella voglia di status, ostentazione ed insieme sicurezza che animava ricchissimi sceicchi medio-orientali, facoltosi texani e dittatori africani che non vedevano l’ora di spendere un po’ dei loro dollari per sfrecciare a tutta velocità nelle proprie distese saltando tra crepacci, gole e dune di sabbia. Triste dirlo ma è così; e sebbene ci sia un mondo di differenza, ad influenzare “LMA” ed “LMA002” a motore Countach c’è sicuramente anche quell’Humvee MPV presentato dalla AM nell’Aprile del 1981 per la Difesa Statunintense: era nato “Hummer”. 

Ma anche in Lamborgini era nato qualcosa: il capostipite di “LM002”.

 

1986, arriva “Lambo Rambo” LM002

Siamo ormai nel 1986: l’opera straordinaria di Alessandro Artese, Giulio Alfieri e Ubaldo Sgarzi che in soli due anni ha traghettato Lamborghini fuori dell’Inferno del fallimento è oggi una solida realtà industriale dove gli ultimi due straordinari professionisti supportano una nuova e giovane proprietà. 

 

I fratelli Mimran favoriscono e promuovono un percorso fatto di eccellenza tecnologica ma anche di avanguardia dentro un mercato del lusso e della ostentazione che è diventato davvero molto liquido: in questo contesto la idea più folle del mondo si permette di diventare una “Milestone”.

 

Il mondo dell’avventura Sahariana ha nel frattempo stravolto il mercato delle due ruote con le “Enduro” e Maxi desertiche; ma anche il mercato auto subisce il fascino: dal Giappone Toyota, Mitsubishi, Isuzu, Nissan diventano Marchi leader nel nuovo segmento delle “Off Road”. Ma a dominare le classifiche dei “giganti” del fuoristrada di metà anni Ottanta ci sono solo Toyota Land Cruiser, Mercedes “GL” ed ovviamente Range Rover, mentre la “Monteverdi Safari” (unico vero pseudo concorrente della LM002) è praticamente travolto dallo stato prefallimentare del Marchio.

 

Ma nessun altro, come Lamborghini, è stato capace a metà anni Ottanta di scendere in campo con una scommessa folle ed azzardata: il primo mostro all-terrain e multi-purpose che chiamare “SUV” è in realtà una forzatura tecnica: un SUV (anche ante – litteram) si differenziava sostanzialmente dalle “Off-Road” (banalmente e gergalmente chiamate “Jeep”) per avere uno Chassis monoscocca portante che rispetto al classico schema a longheroni e traverse rende il mezzo più confortevole, più adatto alla velocità su strada ma estremamente meno dotato nel fuoristrada duro e puro. 

 

Chi chiama “SUV” la “LM002” (facendo tra l’altro torto al primo vero SUV di serie della storia, cioè il Rayton Fissore Magnum del 1989) evidentemente non ha visto la opera di magia amanuense ed artigiana necessaria ad incrociare e saldare tra loro le centinaia di tubo tondo e quadro di acciaio che compone e consolida come un diamante lo chassis nudo della “LM002”. 

 

No, nessun monoscocca, in Lamborghini sapevano bene cosa serviva a quel mostro, presentato ora davvero come prodotto per la commercializzazione e gli ordinativi fin dal Salone di Bruxelles del 1986 dove viene presentata in anteprima, con successiva presenza al Salone di Torino di fine Aprile nella versione pronta per la vendita: e sebbene “schiacciata” mediaticamente dalla valanga di Supercar che in quell’anno presenziano i Saloni (Lancia Thema 8.32, Maserati “228” e “Quattroporte Royale”, Aston Martin “Vantage Zagato”, etc etc..) la Lamborghini “LM002” è una di quelle creature che viste ad un Salone o in una immagine fotografica ti si “stampa” nella memoria e nella immaginazione. 

Infatti alla fine della kermesse di Torino si racconta che fossero stati raccolti quasi venti ordini. Il che, visto il modello ed il prezzo, non era certo un risultato scontato.

Quasi 5 metri di lunghezza, oltre due di larghezza, uno e ottantacinque di altezza, fino ad otto posti di capienza eccezionale (quattro dentro l’abitacolo e quattro su due panchette longitudinali contrapposte ai lati del vano posteriore – aperto a mo’ di Offshore nautico – pensate più per ruvide guardie del corpo, presumo, che non per distinti rampolli in passeggiata sul lungomare di Riccione): ed in effetti oltre ad essere il primo “SUM” (Sport Utility Monster) la LM002 è anche un raro esempio di PickUp a doppia cabina capace di sfidare in rettilineo una Ferrari.

2400 chili a secco, che solo con il pieno di 250 litri di benzina e quattro passeggeri arriva a superare le tre tonnellate, che però non si scompongono e mantengono la promessa di oltre 200 chilometri orari di punta massima e di 8 secondi per passare da zero a cento. 

5.200 cc, 450 cavalli (440 nelle versioni catalizzate per gli USA) e ben 500 Nm di coppia per un “V12” a 48 valvole e – inizialmente – sei enormi carburatori Weber a doppio corpo avvolti da un enorme airbox con due prese che sfociano sulla superficie del cofano con griglie e filtri per trattenere la micidiale sabbia del deserto : chiunque abbia osato lanciarla in autostrada alla massima velocità possibile – sapendo bene di avere un camion sotto di lui da dirigere ed eventualmente frenare – meritava paia di mutande personalizzate e calibrate alla dimensione delle sue palle! 

Anche perché ai due graffianti dischi anteriori (sempre della Countach) si affiancavano più solidi ma meno performanti enormi tamburi da 30 centimetri di diametro al posteriore…Eppure le Riviste specializzate registrarono spazi di frenata (come ad esempio da 110 km/h a zero) migliori di tante medie sportive pesanti un terzo della LM002.

E grazie alla trazione integrale inseribile con riduttore e tre differenziali autobloccanti LM002 si muove disinvolta anche tra le dune del deserto, e gli sceicchi Arabi diventano infatti clienti elettivi anche perché non hanno problemi a gestire consumi che con guida assolutamente prudente non vanno meglio dei sei chilometri al litro. 

Ma se il consumo non era davvero un problema, Lamborghini aveva pronta anche una serie speciale (poteva esserci qualcosa di più speciale della già speciale LM002?) dotata di un motore della famiglia “Quetzal” progettata a Sant’Agata proprio dalla fine anni Settanta per creare una nicchia di business “liquido” come era all’epoca quello della motonautica, dove i V12 da 5 litri fino ad otto litri divennero la scelta vincente per chi ovviamente aveva da spendere tanti e tanti soldi…..Il V12 da 7257 cc e 420 cv si esaltava in realtà per doti di coppia da Caterpillar, con consumi giustamente adeguati. 

Ma cosa è il consumo di benzina rispetto al piacere di tagliare in due le dune di sabbia a 150 chilometri orari seduti su quattro sedili in pelle fiore, protetti da alzacristalli elettrici e da ogni tipo di filtri abitacolo dalla polvere esterna, climatizzati contro il caldo e cullati dalla musica dello stereo; e magari, ai due posti posteriori, estrarre un bel Moet&Chandon dal vano tra le due poltrone e brindare?

Gli Skorpion Pirelli, una anteprima nella anteprima

Per LM002 la Pirelli, opportunamente interpellata, produce in esclusiva, quaranta anni fa, gli “Skorpion BK” in una misura psichedelica per l’epoca: 345/60 da 17” ed ovviamente “R”: Vi basti pensare che con gli pneumatici da 15” di solito si equipaggiavano le superammiraglie e che nel 1986 le Utilitarie da città adottavano per la maggiore i cerchi da 13 pollici. Solo per darvi un’idea. La “rotondità” delle gomme dalla spalla “cicciotta” rendono questi Skorpion davvero imponenti ed ingombranti, ma fondamentali per tenere ad alta velocità la LM002 attaccata alla strada. 

Dentro alla rivoluzione della LM002 negli anni si è trascurata l’altra rivoluzione “vera” del progetto: Pirelli crea quel che davvero all’epoca non c’era; sembrano quattro cuscini su cui la maxi LM002 si appoggia, con quel “cordolo” di gomma chiamato “orecchia” che serviva per aumentare la sezione laterale in caso di affondamento nei fondi sabbiosi. 

Ma le peculiarità dello Skorpion sono altri: sopporta le temperature del deserto e anche quelle artiche, con la sua carcassa di acciaio e nylon regge pesi fino a tre tonnellate e mezza, ha rinforzi antitaglio in aramide (poliamnide aromatica, fibra sintetica dalla altissima resistenza meccanica, termica e di taglio), e mantiene la prerogativa “run flat” cioè la capacità di continuare a muovere un veicolo anche da sgonfio.

Potrei dirVi molto di più su Lamborghini LM002, ma le caratteristiche di dettaglio le potete trovare in Rete. Per me era più importante raccontarVi il contesto, le burrasche, le sofferenze e le intuizioni che portano Lamborghini, da un passo dal baratro, a permettersi di imporre al mondo la sua nuova e dirompente personalità. 

 

Sembra un commento “off topic” da parte mia, ma quando “LM002” fu presentata al Salone di Torino 1986 mi sarei atteso, non so perché, che un geniaccio come Alejandro De Tomaso seguisse a ruota e – avvezzo alle esagerazioni – presentasse prima o dopo un’ anti Lambo con un bel Ford 5700 cc. V8 da almeno 300 cv. Sarebbe stata lotta tra Titani romagnoli, situazione storicamente tipica nel mondo dei motori. E forse, come accaduto nel caso della Lancia Thema 8.32, i primi dualismi avrebbero moltiplicato, in quella seconda metà degli anni Ottanta, magari di già la concorrenza di Mercedes, Ford, Chevrolet e chissà quanti altri.

Ma questo non avvenne, e forse io quaranta anni dopo ho “indovinato” a modo mio il motivo, legando nella memoria effetto mediatico, eventi internazionali e trasformazioni socioculturali: intanto dall’avvio della “Perestrojka” di Gorbaciov l’incubo dell’Armageddon nucleare si riduceva nelle fantasie popolari, e dunque i mezzi alla “Mad Max” erano meno stuzzicanti; poi la guerra al narcotraffico operata dagli USA al Sudamerica da fine anni Ottanta proiettava le immagini dei super fuoristrada e PickUp blindati dei “narcos” cui periodicamente si associavano quelle dei tiranni africani e dei leader medio-orientali. 

 

E poi, ad un certo punto, è arrivato “Desert Storm” nel 1991: ed a quel punto l’immagine del “SUV” buono era solo quello dell’Hummer, che infatti in versione “Civilian” fece il pieno di ordini da parte dei Vip che andavano per la maggiore; poi c’erano i “SUV” Premium (Range Rover, Toyota Land Cruiser, Nissan Patrol GR, Mercedes G) per chi aveva ottime disponibilità economiche; ed infine i mostri di cavalli e testosterone come la Lamborghini “LM002”, divenuti alla fine contrari alla neocultura“Grunge”, all’ambiente, ai consumi, ed infine alla morale. 

 

Ed infine, all’inizio degli anni Novanta, i nuovi mercati di Cina e Russia non suscitarono da subito l’attenzione dei Costruttori per i modelli extra lusso ma per le auto di volume, quelle capaci di moltiplicare la motorizzazione di massa.

Mamma mia quanto siamo volubili, noi popolino: per cui i circa 320 pezzi prodotti e stravendutissimi della LM002 in sette anni (praticamente tre costruiti ogni mese dell’anno) vedono una parabola che lentamente si spegne. In realtà la produzione non si chiude per crollo del desiderio ma per la girandola di acquisizioni e passaggi di mano che coinvolgono Lamborghini dal 1987 al 1999, con ovviamente la perdita di diversi focus operativi. 

 

Un peccato, che rende le circa 290 LM002 ancora circolanti nel mondo delle vere e proprie rarità. Buon Compleanno, straordinaria LM002.

Riccardo Bellumori

 

Mercedes-Benz C126: il tuning SEC V12 Widebody Sledgehammer

L’atelier americano di tuning RENNtech, con sede in Florida, ha annunciato il restomod limitato SEC V12 Widebody Sledgehammer basato sulla leggendaria coupé Mercedes-Benz C126 degli anni ’80, che monterà il non meno leggendario motore 12 cilindri M120 degli anni ’90, potenziato fino a 669 CV.

La coupé di punta Mercedes-Benz Classe S della generazione C126 non è mai stata equipaggiata con il motore M120 di serie, che è stato montato sui modelli Mercedes di punta più recenti, tra cui le auto della generazione W140/C140, simboli degli anni ’90. Ricordo che nel 2022 l’atelier RENNtech ha prodotto una berlina “centoquaranta” assolutamente sbalorditiva con una versione originale da 7,6 litri del motore M120, e ora si è deciso di dotare di un motore simile la coupé C126, che di serie aveva al massimo un V8 della famiglia M117. A suo tempo, l’atelier AMG ha lavorato molto sul motore M117: le auto che ne erano dotate hanno ricevuto il nome di Hammer, ovvero “martello”, mentre i maestri di RENNtech hanno chiamato il loro nuovo capolavoro Sledgehammer, ovvero “mazza”.

IL TUNING ESTREMO

La RENNtech SEC V12 Widebody Sledgehammer avrà una nuova versione da 7,5 litri del motore M120, che senza alcuna sovralimentazione erogherà ben 669 CV e 881 Nm. Per raggiungere tali prestazioni saranno necessari numerosi nuovi componenti, tra cui pistoni rinforzati, nuove testate e collettori di scarico in acciaio inossidabile di uguale lunghezza con catalizzatori sportivi: il suono in uscita sarà assolutamente impareggiabile. Non ci sono ancora informazioni sul cambio. Si prevede di modernizzare completamente il telaio in modo che possa “assorbire” l’enorme potenza del nuovo motore.

La carrozzeria della coupé C126 sarà radicalmente rinnovata, con un kit widebody, soglie allargate, un nuovo paraurti anteriore con grandi prese d’aria e un nuovo paraurti posteriore con un diffusore sviluppato. I passaruota allargati ospiteranno grandi ruote forgiate. Sul tetto del bagagliaio sarà installato un piccolo ed elegante spoiler.

L’interno della RENNtech SEC V12 Widebody Sledgehammer non è ancora stato svelato, si sa solo che la portata delle modifiche dipenderà in gran parte dai desideri del cliente: è possibile mantenere l’atmosfera classica con pelle e legno, oppure rivestire tutto in carbonio e riempire di elettronica moderna.

Al momento, la RENNtech SEC V12 Widebody Sledgehammer esiste solo sotto forma di rendering, gli esemplari reali del restomod saranno in vendita solo nel 2027, il prezzo non è ancora stato annunciato, la tiratura è di 12 esemplari.

Nuovo Volkswagen Tukan 2026: rendering

Volkswagen Tukan esordirà presto bel segmento dei pick-up compatti.

Una settimana fa, Volkswagen ha annunciato un nuovo pick-up progettato per il Sud America. Nel frattempo, utilizzando quello che è essenzialmente l’unico teaser disponibile, abbiamo deciso di immaginare come sarà.

Il nuovo modello si chiamerà Tukan, dal nome dell’uccello tucano che vive in Sud America. Anche il colore giallo brillante della carrozzeria, che possiamo vedere in parte nella foto del futuro pick-up, dovrebbe essere associato a questo nome. Da ciò possiamo dedurre che il pick-up sarà un “veicolo leggero”, ovvero con una carrozzeria portante e relativamente compatta, simile ai suoi futuri concorrenti: Fiat Toro, Chevrolet Montana, Ram Rampage e il futuro pick-up Renault.

Questi rendering di Kolesa.ru ci permettono di dare uno sguardo al modello definitivo.

Rendering Kolesa.ru

IL NUOVO PICK-UP

Possiamo supporre che la forma del nuovo Volkswagen Tukan riprenderà il concept Tarok del 2018. Allo stesso tempo, la sua parte anteriore sarà sicuramente completamente nuova: abbiamo raffigurato una versione realizzata nello stile dei nuovi crossover del marchio, il Tiguan e il T-Roc. Sul lato del teaser si può vedere una stampigliatura curva sopra i passaruota posteriori, che molto probabilmente sarà simile nella parte anteriore.

Le maniglie delle portiere sono classiche e nere, così come il tetto. I passaruota dietro l’abitacolo hanno un aspetto insolito: con ogni probabilità, si fondono armoniosamente con le barre sul tetto. I fanali posteriori saranno realizzati sotto forma di classici blocchi verticali (una parte di essi è visibile nel teaser), in contrasto con il concept con i fanali che si estendono per tutta la larghezza della parte posteriore.
Non ci sono ancora informazioni confermate sulle caratteristiche tecniche.

La Volkswagen Tukan dovrebbe essere equipaggiata con un motore turbo 1.4 TSI proveniente dal SUV locale T-Cross, che potrebbe essere il parente più prossimo del pick-up. C’è anche la possibilità di un propulsore ibrido leggero con un 1.5 TSI turbo e un sistema elettrico a 48 volt.
La presentazione del nuovo modello è prevista per quest’anno e la produzione inizierà nel 2027. Nel frattempo, la versione ibrida della Volkswagen Tiguan ha debuttato questa settimana con un design tutto suo.

Volkswagen Tayron R-Line 204CV: prova su strada

La nuova Volkswagen Tayron 1.5 eHybrid da 204 CV, il SUV plug‑in che segna l’ingresso del marchio in una nuova fase di design, tecnologia ed efficienza. In questa prova su strada analizziamo consumi reali, comfort, prestazioni e comportamento dinamico, mettendo alla prova il powertrain ibrido plug‑in da 204 CV e la batteria di nuova generazione.

Nuova Suzuki Across: Toyota RAV4 sei tu?

Ecco la nuova Suzuki ACross 2026.

Suzuki ha svelato la sua ultima rivale della Toyota RAV4 per l’Europa, affermando con sicurezza che è altrettanto valida dell’originale. Il che, ad essere onesti, non è poi così esagerato, dato che la nuova Across è letteralmente una Toyota RAV4 con un abito diverso, completa dello stesso sistema ibrido plug-in. Proprio come la precedente, si attiene al metodo collaudato di prendere in prestito generosamente e cambiare il meno possibile.

Mentre la precedente Across si distingueva dalla sua gemella RAV4 con una fascia anteriore presa in prestito dalla Toyota Wildlander destinata al mercato cinese, il modello aggiornato si avvicina alla somiglianza. Ora è praticamente identico alla RAV4 Adventure, che negli Stati Uniti è conosciuta con il nome di Woodland Edition.

LOGO E POI?

Di conseguenza, Suzuki salta le versioni Core e GR Sport disponibili nella gamma RAV4, scegliendo invece di adottare lo stile robusto dell’Adventure. Questa scelta non è stata solo estetica. La griglia ridisegnata del modello Adventure ha reso più facile inserire l’emblema Suzuki più massiccio senza richiedere ulteriori modifiche al design.

Il SUV misura 4.600 mm (181,1 pollici) di lunghezza ed è dotato di cerchi da 18 pollici con finitura grigio scuro. Suzuki mantiene semplice la scelta dei colori esterni, con quattro tonalità disponibili: Massive Grey, Ever Rest, Super White e Attitude Black.

All’interno, il layout e il design rimangono interamente Toyota, fatta eccezione per il badge Suzuki sul volante.

Le caratteristiche di serie includono un quadro strumenti digitale da 12,3 pollici, un display head-up e uno schermo di infotainment da 12,9 pollici. Sono presenti anche la ricarica wireless per telefoni, cinque porte USB-C e una suite completa di sistemi avanzati di assistenza alla guida.

I MOTORI

Come il suo predecessore, il nuovo Suzuki Across è venduto esclusivamente con un propulsore ibrido plug-in. Suzuki ha scelto di non offrire la variante ibrida a ricarica automatica del RAV4.
La configurazione comprende un motore a benzina da 2,5 litri e due motori elettrici che producono una potenza combinata di 300 CV (224 kW / 304 PS). La potenza viene trasmessa a tutte e quattro le ruote tramite un cambio E-CVT e il sistema E-Four. Inoltre, il conducente ha a disposizione le modalità Normal Eco, Sport ed E-Four Trail.
La nuova Suzuki Across ha debuttato nei Paesi Bassi e dovrebbe essere lanciata in altri mercati europei nel corso dell’anno. Il prezzo non è ancora stato annunciato. Una volta lanciata, dovrà competere con diversi rivali del segmento, tra cui Honda CR-V, Subaru Forester, Mitsubishi Outlander, Nissan X-Trail, Peugeot 5008, Skoda Kodiaq e Volkswagen Tayron.

Tutte le novità Hyundai in arrivo nel 2026

Hyundai ha confermato che la Ioniq 3 debutterà tra due mesi alla Milano Design Week e che la berlina elettrica sarà la prima di una serie di cinque modelli elettrificati che il marchio introdurrà in Europa nei prossimi 18 mesi, secondo quanto riportato da Autocar.

Presentata in anteprima dal Concept Three mostrato lo scorso settembre, la Ioniq 3 sarà strettamente imparentata con la Kia EV4, basata sull’architettura E-GMP a 400 volt del gruppo e quindi sui suoi propulsori e sulla selezione di batterie. Nella Kia EV4, questa ha una capacità della batteria fino a 81,4 kWh, per un’autonomia fino a 630 km secondo lo standard WLTP.

LO STILE UNICO

La Hyundai Concept Three (nella foto) anticipa la prossima Ioniq 3
Secondo Autocar, altri quattro modelli in arrivo dal marchio coreano includono una versione crossover più alta della Ioniq 3, un crossover Bayon di seconda generazione, una i30 hatchback aggiornata e il SUV Tucson di nuova generazione.

Tutti questi modelli in arrivo da Hyundai sarebbero solo ibridi nei piani di Hyundai. “Stiamo scommettendo sugli ibridi e sui veicoli elettrici per i prossimi anni”, ha dichiarato alla rivista Xavier Martinet, CEO di Hyundai Motor Europe.

Le dimensioni e la portata del gruppo Hyundai Motor, così come delle sue affiliate in una vasta gamma di settori, tra cui robotica, software, edilizia, elettronica e ingegneria, conferiscono alla casa automobilistica un vantaggio in termini di integrazione verticale, il che significa che può prendere decisioni più rapidamente e rispondere in modo più efficiente ai cambiamenti nei principali mercati globali, ha affermato.
L’agilità è fondamentale, perché sappiamo che ci sono incertezze geopolitiche e che la regolamentazione sta cambiando, quindi dobbiamo essere in grado di avere questa agilità”, ha affermato Martinet.

“Elettrificazione è la parola d’ordine, ma quale elettrificazione e a quale velocità? Questa è la grande domanda. Non controlliamo la velocità con cui il mercato si sta orientando verso i veicoli elettrici e quali mercati si stanno orientando verso i veicoli elettrici, quindi stiamo cercando di essere molto forti in tutto, il che significa ibridi ed elettrici”, ha aggiunto.

Per quanto riguarda la Ioniq 3, questa sarà costruita insieme alla i20 a benzina in Turchia, citando l’accordo di produzione come il modo in cui Hyundai sta “cercando di ottenere il meglio da entrambi i mondi”. “Abbiamo la flessibilità di aumentare o diminuire la produzione, a seconda di ciò che il mercato richiede”, ha affermato Martinet.

Mercedes Classe A si sposta in Ungheria e cambia tutto

Mercedes-Benz trasferisce la produzione della berlina Classe A della generazione W177 dallo stabilimento tedesco di Rastatt a quello ungherese di Kecskemét, dove sarà prodotta fino al 2028, mentre lo stabilimento di Rastatt si preparerà gradualmente alla produzione di un modello Mercedes-Benz di fascia base completamente nuovo.

Nell’ottobre dello scorso anno è stato reso noto che l’attuale berlina compatta Mercedes-Benz Classe A sarà sostituita da un nuovo modello entry-level, che non sarà né una berlina né una station wagon. Oggi, la rivista Automotive News Europe, citando fonti informate, ha riferito che questa misteriosa novità sarà una sorta di incrocio tra una monovolume e un crossover, ovvero tornerà lo spirito della primissima Classe A, ma in una versione più interessante.
Ricordiamo che la primissima Classe A della generazione W168, sviluppata a metà degli anni ’90, aveva una carrozzeria monovolume e doppio pavimento, la stessa configurazione originale che nel 2004 è stata adottata dalla Classe A di seconda generazione W169. Le Classe A monovolume vendevano bene, ma gradualmente si erano guadagnate l’immagine di auto per pensionati, mentre la dirigenza Mercedes-Benz voleva attirare un pubblico giovane.

IL FUTURO DELLA A

La “terza” Classe A della generazione W176 ha debuttato nel 2012 nel formato di una berlina sportiva e giovanile con proporzioni tradizionali, lo stesso fattore di forma è stato mantenuto dall’attuale “quarta” Classe A della generazione W177, ma in aggiunta alla carrozzeria hatchback è apparsa una berlina con l’indice V177.
La versione berlina non ha intenzione di uscire dal mercato, la sua produzione continuerà fino al 2028, fino a quando non verrà lanciato sul mercato il nuovo modello di base sopra menzionato. Attualmente la Classe A viene prodotta contemporaneamente a Rastatt e Kecskemét, ma nel secondo trimestre di quest’anno lo stabilimento ungherese diventerà l’unica sede di produzione e, per soddisfare la domanda, lo stabilimento di Kecskemét assumerà circa 3000 nuovi dipendenti.
Lo stabilimento di Rastatt produce anche berline e station wagon Mercedes-Benz CLA di terza generazione 174/178 sulla nuova piattaforma modulare MMA, progettata sia per motori elettrici che per motori a combustione interna. La stessa piattaforma sarà utilizzata anche per il prossimo nuovo modello entry-level. Il suo nome è ancora sconosciuto, ma considerando che avrà proporzioni simili a quelle di un monovolume, è possibile che venga introdotta la sigla VLA, in analogia con i minivan Mercedes-Benz di classe superiore.
Si prevede che la nuova Mercedes-Benz entry-level sulla piattaforma MMA farà il suo debutto nel 2027 e sarà prodotta a Rastatt. Questa novità sostituirà non solo la berlina Classe A della generazione W177, ma anche il monovolume compatto Mercedes-Benz Classe B di terza generazione W247, che nei prossimi mesi uscirà dal mercato: il configuratore sul sito tedesco dedicato ai consumatori è già stato disattivato.

Nuova Volkswagen Tiguan: in Cina la L ePro

Ecco pronta per la Cina la nuova Volkswagen Tiguan L ePro.

L’autonomia complessiva del crossover con motore ibrido, destinato al mercato automobilistico cinese, è di 1300 km.

Attualmente in Cina sono in vendita due modelli di SUV Volkswagen Tiguan a passo lungo: quello di generazione precedente con l’aggiunta della lettera L al nome e quello attuale con l’aggiunta di L Pro. Ora la società SAIC ha svelato un’altra variante, la Tiguan L ePro, che oltre al sistema PHEV ha anche un proprio design esterno. La produzione del nuovo modello sarà avviata presso la joint venture SAIC Volkswagen in Cina.
L’aspetto esteriore della Volkswagen Tiguan L ePro è stato svelato nei giorni scorsi grazie alle immagini provenienti dalla banca dati del Ministero dell’Industria cinese. Ora il produttore stesso ha pubblicato le foto ufficiali degli esterni e degli interni, nonché i primi dettagli tecnici. Da notare che il crossover ibrido ha ricevuto un nuovo design “pixelato” dei fari anteriori con strisce di luci di marcia sul bordo inferiore, collegate tra loro da una stretta striscia luminosa che attraversa il logo del marchio al centro.

Il SUV presenta inoltre sobrie modanature sul cofano inclinato, una presa d’aria centrale piuttosto grande integrata nella parte inferiore del paraurti anteriore e una coppia di prese d’aria verticali ai lati. La Volkswagen Tiguan L ePro è dotata di barre portatutto argentate sul tetto, inserti cromati nella parte anteriore e posteriore e una cornice simile per i finestrini laterali.

STILE AFFILATO

Il frontale ha un altro disegno luminoso, inoltre, la parte inferiore del paraurti posteriore con diffusore e riflettori è stata ridisegnata. Il crossover è dotato di tradizionali specchietti esterni con ripetitori degli indicatori di direzione e normali maniglie delle porte. Questo ibrido è dotato di cerchi da 17 o 19 pollici dal design originale.

La lunghezza complessiva della Volkswagen Tiguan L ePro è di 4744 mm (9 mm più lunga della Tiguan L Pro a causa di una carrozzeria diversa), la larghezza è la stessa – 1842 mm, l’altezza – 1684 mm (simbolicamente 2 mm più alta). Anche la distanza tra gli assi è ovviamente la stessa: 2791 mm. L’abitacolo è progettato per cinque passeggeri e, nel complesso, mantiene la disposizione interna della Tiguan L Pro.

GLI INTERNI

Tuttavia, ci sono anche alcune differenze nell’abitacolo: al centro del cruscotto è installato il touchscreen aggiornato del sistema di informazione e intrattenimento, davanti al conducente si trova il nuovo volante multifunzione a due razze con corona troncata su entrambi i lati e pulsanti fisici. Sempre sul pannello frontale sono presenti una strumentazione virtuale e un display multimediale per il passeggero anteriore. Per questo modello è previsto un tetto panoramico.
La Volkswagen Tiguan L ePro è dotata di un sistema ibrido plug-in che comprende un motore turbo a quattro cilindri da 1,5 litri della serie EA211 EVO II con una potenza di 129 CV, un motore elettrico da 197 CV e una batteria agli ioni di litio da 22 kWh. Secondo i dati del Ministero dell’Industria della Repubblica Popolare Cinese, questo crossover può percorrere fino a 117 km (secondo il ciclo WLTC) utilizzando solo la trazione elettrica. Il produttore ha inoltre dichiarato che l’autonomia complessiva del nuovo modello in modalità ibrida è pari a 1300 km (il ciclo non è specificato, ma probabilmente il calcolo è stato effettuato secondo il CLTC).

Si prevede che la Tiguan L ePro sarà in vendita sul mercato cinese nel giugno 2026, i prezzi saranno resi noti in seguito.

È lecito aspettarsi che sarà più costoso rispetto all’attuale Tiguan L Pro, il cui prezzo attuale varia da 236.800 a 266.800 yuan.