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Mystery Shopper: quella simpatica spia in Autosalone. Quanto è importante ancora oggi?

Era un poco il rito di iniziazione degli “apprendisti” venditori dentro gli Autosaloni, fino ad una ventina di anni fa: appena “assunti” (parola strana, nel Paese con lo Statuto dei Lavoratori più rigido, garantista e sindacalizzato d’Italia: all’epoca, ma anche oggi, i venditori di Concessionaria erano contrattualizzati come professionisti autonomi con mandato Enasarco, vincolati come subordinati a presiedere una Scrivania per almeno otto ore al giorno e come minimo per sei giorni alla settimana, ed infine rassegnati a svolgere mansioni dequalificate come operai per movimentare automobili, a volte consegnarle al Cliente, e persino affiancare i visitatori durante gli Open Weekend nei test su strada. 

Ah, aggiungo io, anche sturare un cesso con tanto di ventosa e guanti per – non ho mai saputo bene –chissà quale sorta di incaglio organico emesso da un visitatore domenicale evidentemente imbarazzato di stomaco. Ebbene si, a me è capitato anche questo. Eh, quando si dice l’abnegazione.

Ah, il rito iniziatico? Certo, eccolo spiegato in breve: una volta inseriti nella Forza Vendite, di quelle dure e pure come c’erano solo una volta, il giovane “Stagista” (giuro, venivamo anche chiamati così, e devo ancora realizzare se la presa per i fondelli fosse verso di noi o destinata a chi pronunciava questo termine negli Uffici del Personale) veniva addestrato solitamente nelle operazioni di concetto ed alta professionalità che costituivano la vita negli Autosaloni “in relazione alla contingenza lavorativa ed alle nuove e pervenute esigenze del mercato”: muovere le auto nuove decerate presso le aree di targatura e consegna; spostare le eventuali vecchie auto permutate e destinate alla rottamazione aggiornando i registri di carico e scarico; presidiare i Saloni come “greeters” (altro termine stra abusato nell’epoca ma privo di un senso) rivolti ad accogliere il pubblico e spiegare “senza impegno” le diverse auto esposte. 

E poi, terminato il necessario training sulle piattaforme Web e di CRM necessarie, rimaneva un altro gradevole compito che più spesso i Direttori Vendite, o Marketing, commissionavano ai giovani arditi, fin tanto che non fossero diventati a tal punto pubblici e noti da poter essere riconosciuti: l’attività di “Myster Shopper”. 

Pensate mi ci sono voluti più di vent’anni per avere una conferma lapidaria: e cioè che i miei Direttori Commerciale e Vendite di una ventina di anni fa, presso la primaria Concessionaria nazionale di un marchio anglo/tedesco/statunitense presso cui prestavo servizio erano certamente, e probabilmente sono rimasti, due straordinari coglioni, inadeguati totalmente al ruolo, al mercato ed agli obbiettivi che evidentemente millantavano di poter conseguire.

Il motivo? È che con le decine di escursioni “sotto mentite spoglie” in cui ho a vario titolo scandagliato almeno una quarantina di Concessionarie – sia di Marca omologa a quella che io stesso promuovevo sia di marchi concorrenti – le uniche richieste espresse dalla cosiddetta alta Direzione aziendale erano semplicemente legate alla evidenza delle scontistiche applicate o delle condizioni finanziarie di tassi ed anticipi. 

Tutto questo senza allertare o sensibilizzare il delegato al Mistery sulla opportunità di recepire, tradurre, codificare e trasmettere alla propria azienda la espressione di elementi, requisiti e contesti legati non solo alle “cifre” ma anche alle condizioni ambientali, fisiche, logistiche e persino sensoriali attraverso le quali nel Punto vendita in “analisi” si svolgeva la trattativa. 

Perché, in estrema sintesi, il “Mystery” armato da una Direzione aziendale davvero efficace e strategica dovrebbe avere una sola precisa commissione a due livelli da svolgere: il primo livello è captare tutti gli elementi vincenti di una organizzazione concorrente al fine di poterli eventualmente importare, tradurre e personalizzare – ove opportuno – nella propria; ed allo stesso tempo, al secondo livello, il perfetto “Mistery” deve avere la sensibilità, il sesto senso, e la scaltrezza di convogliare l’interlocutore in ogni possibile ed eventuale “Cul de sac” nel quale verificare e misurare le possibili criticità del concorrente in base alle quali costruire le contromosse più idonee. 

Tutto qua, e sono sicuro che tutti Voi che leggete siete ovviamente d’accordo; e converrete con me che sprecare la “segretezza” di una risorsa solo perché “dall’altra parte” (nel Management) convivono soggetti approssimati od impreparati alla visione strategica più opportuna per muovere le stesse risorse, è una vera stupidaggine. 

E dunque anche a me, che pure ho affrontato ore di traffico e di spostamenti per recarmi nei diversi “target” da analizzare per rendere tuttavia informazioni parziali e minimaliste, è venuto nel tempo il rammarico di aver sprecato tempo e dedizione per portare indietro, presso e dentro di me, ogni possibile elemento o novità in grado di accrescere la mia coscienza professionale e commerciale. 

Perché il buon “Mistery” in fondo è un po’ come il famigerato ed ignoto “Esploratore” della vecchia Guida Michelin. Ve la ricordate o ne avete mai sentito parlare? Fino a un po’ di anni fa, quando le recensioni sul Web erano pura fantascienza e nessun account farlocco si divertiva a moltiplicare recensioni su locali pubblici negli “appositi Siti”, la liturgia dell’ispezione di un inviato di Guida Michelin (o Gambero Rosso, fate Voi) presso un Ristorante era una sorta di forca caudina che tutti i gestori non solo paventavano ma alla fine auspicavano, dato che l’arrivo di una valutazione di testate prestigiose era un attestato di importanza per il locale. 

Per inciso, i tanti “Chef” che Vi tartassano con decine e decine di programmi di culinaria non fanno altro che riproporre, al tempo della TV digitale, lo stesso profilo di indagine: raggiungono il locale individuato, svolgono sopralluoghi e presa visione della location, degli arredi e dell’ordine; e poi interloquendo con il personale ordinano secondo criterio. 

Non è forse, con un solo distinguo, quello che hanno fatto per anni gli inviati di Guida Michelin? Il distinguo è ovviamente quello dell’anonimato, che i mitici “Chef” possono trascurare a vantaggio della sceneggiatura delle diverse puntate al fine di dare loro un poco di “pepe”. 

Ebbene, il Mistery di Autosalone altri non è che la versione automobilistica dell’assaggiatore di Guida Michelin: assume un mandato, raccoglie informazioni salienti sul soggetto da ispezionare, gli fa visita; osserva e registra l’ambiente esterno, l’arredamento interno e le vetrine, le informazioni pubblicitarie, la disposizione delle auto in esposizione. Dopo di che si concentra sul personale, cercando di estrapolare da ogni addetto un quadro di insieme fisico, comportamentale, dialettico, ed infine tecnico ed etico. Per farlo il Myster non può ordinare da un menù ma può fare domande chiare, nette, e politicamente scomode, pur senza esporsi. Ed è questo aspetto che qualifica e differenzia chi “fa” il Mistery da chi “sa essere” Mistery.

Il canovaccio obbligato e didascalico di ogni vecchio Mistery “Captive” (per intenderci il mistery che istituzionalmente l’OEM Mandante invia dentro le diverse Concessionarie della sua Rete ufficiale per valutarne qualità ed efficacia del servizio e delle attività commerciali) di tanti che io stesso nella mia esperienza in Salone ho intrattenuto (a volte ritenendolo un vero Cliente, più spesso intuendo quale fosse il suo vero interesse) voglio credere e sperare che sia un canovaccio morto e sepolto, poiché talmente standardizzato da essere ormai prevedibile. Stesso canovaccio che spero sia stato innovato anche presso le Redazioni che eventualmente inviassero ancora “mistery” presso Dealer ed Autoriparatori per descrivere ai lettori e potenziali fruitori le impressioni.

Diverso è ovviamente il Myster di Benchmark, cioè l’indagine sotto falsa identità presso strutture concorrenti al soggetto che ha incaricato l’addetto al Mistery. Perché nel caso in questione ovviamente più che di un canovaccio dobbiamo parlare di una vera e propria “maschera”. 

Chiaro che infatti un mistery inviato da un Dealer presso altri Dealer vive sottilmente un vero e proprio duello con il collega che intervista, ed il desiderio di prevalere o di “stuzzicare” un alter ego potrebbe far prendere la mano. Ci sono, ovviamente, rimedi ed accortezze che potremo scandagliare insieme nelle prossime puntate. 

Perché per ora, per iniziare il dibattito in coda di questo sintetico “vademecum” mi limito a segnalare un aspetto importante: a mio avviso uno dei torti genetici delle Reti di Vendita Auto, Moto e ricambi è nel trascurare spesso di formare e “sperimentare” da subito la dimestichezza di un giovane o neo arruolato dentro una Concessionaria “buttandolo” da subito nella mischia delle attività di Mystery. 

Un apprendista o un novizio che iniziasse da subito a collezionare ispezioni, preventivi, modalità esplicative e cosiddetti “teatrini di vendita” costruirebbe fin da subito una coscienza commerciale più consapevole e nel lungo termine più efficace, senza cadere nei limiti e nei rischi dell’evangelizzazione.

Ne parleremo.

Riccardo Bellumori

Nuove Exlantix ES ed ET: Chery punta all’Europa

Il numero di marchi cinesi che stanno estendendo i propri tentacoli nel continente europeo è in continuo aumento, ma gli occhi sono puntati su uno dei giganti che sta dimostrando di puntare decisamente in alto. Si tratta di Chery, che ha già rivoluzionato il mercato dei marchi generalisti e ora intende fare lo stesso con quelli premium. La scelta è caduta su uno dei suoi marchi più prestigiosi, poiché l’impresa non è affatto facile e vogliono garanzie di successo.

Exlantix si è fatto conoscere la scorsa primavera, quando ha presentato quella che si credeva sarebbe stata la sua prima e unica proposta. Tuttavia, ora sappiamo che oltre alla Exlantix ES, sarà messa in vendita anche la Exlantix ET. Un SUV che, naturalmente, punterà anche su un design all’avanguardia, con una personalità propria, più all’esterno che all’interno, e con dimensioni generose che assicurano uno spazio ampio e generoso all’interno, come potete vedere nella descrizione che segue.

L’ES si presenta con uno stile più sportivo, grazie a una silhouette dal design tipico di una liftback, con fari anteriori affilati e pannelli luminosi alle estremità del paraurti che segnalano agli altri utenti della strada, grazie a una sofisticata tecnologia degli italiani di Marelli. Un sistema che non è disponibile nel SUV, dal design più convenzionale ma con una propria identità.

Dimensioni Exlantix ES Exlantix ET
Lunghezza 4.945 mm 4.980 mm
Larghezza 1.978 mm 1.975 mm
Altezza 1.474 mm 1.698 mm
Passo 3.000 mm 3.000 mm
Volume bagagliaio 480 – 1.284 l 546 – 1.835 l

LA SFIDA ALL’EUROPA

Come si può vedere, entrambi i modelli vantano dimensioni e un passo che garantiscono ampio spazio nell’abitacolo per cinque passeggeri, oltre a un generoso volume di carico nel bagagliaio posteriore. L’azienda non ha specificato se è presente anche un bagagliaio anteriore, anche se a giudicare dalla configurazione meccanica non è possibile.

Il produttore ha confermato un importante equipaggiamento di serie per entrambi i modelli, inizialmente con un unico allestimento che offre tutto ciò che si può desiderare da un’ammiraglia e anche di più, come potete vedere nei dettagli dei componenti più importanti.
I due modelli Exlantix sono dotati di due motori elettrici che producono una potenza massima di 480 CV e una coppia massima che raggiunge i 663 Nm. Abbastanza per offrire un’accelerazione da zero a 100 km/h da capogiro, di ben 3,7 secondi nella ES e di 4,8 secondi nella ET. Entrambi sono inoltre dotati di una batteria agli ioni di litio con una capacità di 100 kWh, che consente un’autonomia massima con una ricarica di 600 chilometri nella berlina e di 556 chilometri nel SUV.
Il duo dispone di ricarica rapida e di una potenza di ricarica di 290 kW, che consente di ricaricare dal 30% all’80% in quindici minuti. La rete elettrica di bordo, da 800 V, è in grado di recuperare energia per 120 chilometri in soli cinque minuti collegata alla presa di ricarica. Le due Exlantix sono in vendita in Polonia, la ES al prezzo di 78.108,77 euro, mentre la Exlantix ET costa 82.844,07 euro.

Attenzione, perché questi due modelli Exlantix sono annunciati anche con opzioni EREV, anche se queste elettriche a autonomia estesa non sono ancora state confermate per il mercato polacco. Con queste, l’autonomia senza rifornimento arriva fino a 1.231 chilometri nella ES e a 1.500 chilometri nel SUV, secondo il ciclo WLTP.

Un’alternativa interessante che potrebbe catapultare i due modelli Exlantix al momento del loro lancio.

Nuova Mercedes Classe S 2026: ultimi Render

La scorsa settimana, la casa automobilistica tedesca ha condiviso i prossimi teaser della Mercedes Classe S aggiornata, che mostrano le nuove caratteristiche dell’aspetto esterno dell’auto.

La Mercedes Classe S (derivato dal tedesco Sonderklasse – “classe speciale”) ha una storia ufficiale che risale al 1972, quando apparve la prima generazione del modello con l’indice di fabbrica W116 (prima di allora le grandi berline dell’azienda avevano un altro nome). Attualmente è in produzione la settima generazione (W223), che ha debuttato nell’autunno del 2020. Molto presto avrà luogo la premiere del modello restyling e avremo l’opportunità di valutare meglio la natura dei cambiamenti nel suo aspetto.

La berlina avrà una parte anteriore completamente nuova: qui appariranno fari con una coppia di stelle a LED in ciascuno, che saranno visivamente uniti alla griglia del radiatore grazie a una cornice nera, simile all’ultima Classe E e ai modelli elettrici dell’azienda. La griglia stessa diventerà notevolmente più grande (secondo le dichiarazioni dell’azienda, la superficie aumenterà ancora del 20%) e avrà una forma più angolare. Invece di tre barre orizzontali, ce ne saranno quattro e il radar sarà spostato al centro della griglia. Probabilmente, l’intera griglia sarà rifinita con piccole stelle a tre raggi, come nella stessa Classe E e nell’ultima CLA. Uno dei dettagli più evidenti in tutti i sensi è la cornice a LED della griglia, a cui si aggiungerà anche una stella luminosa sul cofano. Tra le altre modifiche estetiche vi sono telecamere aggiuntive integrate nei parafanghi anteriori e nuovi alloggiamenti per gli specchietti laterali, la cui parte superiore è visivamente identica a quella della nuova GLC con tecnologia EQ. Per quanto riguarda la parte posteriore, qui si possono vedere solo luci con una grafica completamente nuova a forma di tre stelle su ciascun lato, mentre il paraurti sembra intatto.

Questi rendering dettagliati di Kolesa.ru ci permettono di dare uno sguardo definitivo al modello.

LA NUOVA S

L’azienda afferma che durante il restyling è stato rivisto oltre il 50% dell’auto (circa 2700 nuovi dettagli). Questa percentuale include anche gli interni della berlina, dove ci si può aspettare la comparsa di un pannello frontale completamente nuovo che, a giudicare dalle foto spia, sarà simile all’attuale Classe E. Il modello di punta manterrà i motori a benzina, ma sotto il cofano apparirà anche un motore V8 a benzina completamente nuovo, che l’azienda definisce il motore a 8 cilindri più ecologico della storia.
La presentazione della nuova Mercedes Classe S avrà luogo il 29 gennaio.

Nel frattempo, sono state recentemente rese note le deludenti statistiche di vendita delle tre grandi tedesche per il 2025.

Tesla Model Y Standard Range: la prova su strada che sorprende

La Tesla Model Y è diventata uno dei SUV elettrici più venduti in Europa. Ecco allora sul mercato la nuova versione Standard che punta su una batteria piccola da circa 60kWh e sulla trazione posteriore.

Prezzo competitivo, autonomia reale convincente e un’esperienza di guida che resta unica nel panorama delle elettriche. L’abbiamo messa alla prova per capire se la versione “base” è davvero quella da scegliere. Il risultato è più interessante del previsto.

Design: minimalismo Tesla, ma con una presenza importante

La Tesla Model Y Standard mantiene il look pulito e futuristico che ha reso iconico il marchio. Linee morbide, superfici lisce e un frontale privo di griglia che la rende immediatamente riconoscibile. Dal vivo appare più grande di quanto sembri in foto: alta, larga, con una postura quasi da crossover sportivo.

Il posteriore è massiccio ma equilibrato, con il lunotto inclinato che le dona un tocco coupé. Non è un’auto che punta a stupire con dettagli ricercati: punta a essere funzionale, aerodinamica e immediatamente identificabile come Tesla. E ci riesce.

Motore e guida: la Tesla “base” che non sembra affatto base

La nuova Tesla Model Y Standard è a trazione posteriore e offre una potenza che, pur non dichiarata ufficialmente, garantisce uno 0‑100 km/h in circa 7,2 secondi. Non è la più veloce della gamma, ma resta più brillante di molti SUV termici di pari prezzo.

Su strada la sensazione dominante è la fluidità. L’accelerazione è immediata, lineare, sempre disponibile. La risposta al pedale è istantanea, tipica Tesla. In città si muove con una leggerezza sorprendente, mentre in autostrada mantiene una stabilità impeccabile.

Grazie alla batteria da circa 60kWh con tecnologia LFP l’autonomia reale si aggira intorno 420 km, a seconda dello stile di guida e delle condizioni.

La gestione dell’energia è uno dei punti forti: recupero in frenata efficace, consumi contenuti e una prevedibilità che rassicura anche chi arriva da un’auto termica. La media consumi di circa 15kWh conferma l’estrema efficienza del veicolo nell’utilizzo su strada.

Le sospensioni restano rigide, come da tradizione Tesla, ma la Standard Range risulta leggermente più confortevole rispetto alle versioni Dual Motor. Lo sterzo è diretto, preciso, con un feeling quasi sportivo. È un’auto che invita a guidare in modo fluido, senza stress.

Interni e tecnologia: l’esperienza Tesla resta unica

Entrare in Tesla Model Y significa entrare in un altro modo di intendere l’auto.

L’abitacolo è minimalista, luminoso, dominato dal grande display centrale da 15 pollici che gestisce praticamente tutto. Può piacere o meno, ma funziona: l’interfaccia è veloce, intuitiva e aggiornata di continuo via OTA.

La qualità percepita è migliorata rispetto ai primi anni, con assemblaggi più curati e materiali più solidi. Lo spazio è enorme: sedili comodi, seconda fila ampia e un bagagliaio gigantesco, tra i migliori della categoria.

Sul fronte ADAS, la Model Y Standard offre l’Autopilot di serie, con mantenimento di corsia e cruise adattivo. Il comportamento è fluido, prevedibile, e gli aggiornamenti software continuano a migliorarlo. Le telecamere offrono una visione a 360° molto nitida, mentre il sistema di monitoraggio del conducente è sempre attivo e preciso.

È un’auto che vive di software e conferma la scelta coraggiosa di non procedere Apple CarPlay e Android Auto.

Pro e contro: perché scegliere (o non scegliere) la Model Y Standard

La Tesla Model Y Standard Range convince per accelerazione brillante, autonomia reale più che sufficiente, tecnologia avanzata e un’esperienza di guida che resta unica nel mondo EV. Il comfort è migliorato, lo spazio è enorme e la rete Supercharger continua a essere un vantaggio competitivo enorme.

Parlando di contro, c’è sicuramente un tema visibilità posteriore che è estremamente limitata, diventa fondamentale il sistema di telecamere a 360 gradi. Attenzione e perché, come da tradizione Tesla, non ci sono i sensori di parcheggio e tutto viene gestito dalle sole telecamere.

La qualità costruttiva, pur migliorata, tradisce delle rinunce importanti. Meno materiali fonoassorbenti e vano anteriore praticamente spoglio.

Il listino della Tesla Model Y Standard parte da circa 39.990€.

Volkswagen punta sulla fabbrica di Emden

Il crossover elettrico compatto Volkswagen ID.4, completamente rinnovato, entrerà in produzione nello stabilimento di Emden (Germania, Bassa Sassonia) nel novembre di quest’anno con un nuovo nome: ID. Tiguan, mentre il suo fratello coupé ID.5 non ha soddisfatto le aspettative e sarà ritirato dalla produzione.

La Volkswagen ID.4, costruita sulla piattaforma modulare MEB, ha fatto il suo debutto mondiale nel 2020. Il suo mercato principale è stato l’Europa, dove la ID.4 è risultata essere l’auto elettrica Volkswagen più richiesta. Secondo i dati dell’agenzia di analisi tedesca Dataforce, le vendite della Volkswagen ID.4 in Europa nel 2025 sono state pari a 80.123 unità (+23,8% rispetto alle vendite del 2024). Solo Tesla Model Y (151.331 unità), Skoda Elroq (94.106 unità), Tesla Model 3 (86.261 unità) e Renault 5 E-Tech (81.517 unità) hanno ottenuto risultati migliori.

Il volume principale della produzione della Volkswagen ID.4 è garantito dallo stabilimento di Emden, in Germania. Inoltre, la ID.4, insieme alla sorella ID.5, viene assemblata nello stabilimento di Zwickau (Germania, Sassonia). È possibile che, dopo il restyling, la ID.4 non venga più prodotta a Zwickau, poiché è stato deciso di riconvertire parzialmente questo stabilimento in un centro di riciclaggio delle automobili del Gruppo Volkswagen. Inoltre, la Volkswagen ID.4 viene attualmente assemblata nello stabilimento statunitense di Chattanooga (Tennessee) e in ben due joint venture in Cina, SAIC-VW e FAW-VW, nonostante la domanda di questo modello negli Stati Uniti e in Cina sia di gran lunga inferiore a quella europea.

LA SCELTA STRATEGICA

La Volkswagen ID.5 coupé ha debuttato nel 2021 e si differenzia dalla ID.4 essenzialmente solo per la coda più inclinata, ma costa di più e vende circa un ordine di grandezza in meno rispetto alla ID.4. Nel 2023, ID.4 e ID.5 hanno subito il primo aggiornamento tecnico, mentre quest’anno ci sarà un aggiornamento completo del design, della tecnologia e dell’elettronica, ma solo per ID.4. Secondo i media tedeschi (ad esempio la rivista Auto Motor und Sport), che citano il sindacato IG Metall, quest’anno la Volkswagen ID.5 sarà ritirata dalla produzione al fine di ottimizzare i costi dell’azienda, mentre la Volkswagen ID.4, dopo il restyling, prenderà il nome di ID. Tiguan.

Nel fatto che la Volkswagen ID.4 diventerà ID. Tiguan non è una grande sorpresa: i vertici della Volkswagen non nascondono da tempo l’intenzione di abbandonare gli indici digitali impersonali dei modelli della famiglia ID a favore di nomi più tradizionali e facilmente riconoscibili. Così, la futura hatchback elettrica di classe B Volkswagen ID.2 è stata ribattezzata ID. Polo e il suo debutto è previsto nei prossimi mesi. Inoltre, circolano voci secondo cui la Volkswagen ID.3, dopo l’ennesimo restyling, sarà rinominata ID. Golf, ma non ci sono ancora conferme di questa informazione, nemmeno da parte dei sindacati, che sono al corrente di tutti i prossimi piani produttivi dell’azienda.

La Volkswagen ID.4, trasformata in ID. Tiguan, avrà una piattaforma MEB+ migliorata e un aspetto esteriore sostanzialmente rivisto: il marchio tedesco vuole allontanarsi dal design a forma di pesce non troppo riuscito delle sue prime “elettriche” ID e conferire loro forme più tradizionali. Anche l’abitacolo diventerà, in senso positivo, più antiquato: ci saranno più pulsanti fisici al posto dei pannelli touchscreen ormai logori. L’azienda promette anche di migliorare notevolmente la qualità dei materiali di finitura, sui quali i consumatori hanno attualmente molte lamentele.

Tesla Model Y Standard: Focus Tech e ADAS

In questo video vi racconto nel dettaglio le dotazioni tech di Tesla Model Y Standard: attenzione alle funzionalità del display centrale, inclusa la navigazione e la visualizzazione delle telecamere.
Approfondimento particolare dedicato ai sistemi di sicurezza e assistenza ADAS.

Porsche 911: Singer DLS Turbo riporta in vita la 964

Ingegneria avanzata e un pizzico di magia: la prima Singer DLS Turbo ha ricevuto il nome di “Koldun”
L’azienda americana Singer Vehicle Design ha avviato la produzione in piccola serie della DLS Turbo basata sulla Porsche 911 della generazione 964 e ha presentato il primo esemplare destinato a un cliente, battezzato Sorcerer, che tradotto dall’inglese al russo significa “Stregone” (traduzioni alternative: mago, stregone, incantatore, sciamano).

Il debutto della Singer DLS Turbo è avvenuto nell’estate del 2023 al Festival della Velocità di Goodwood, ma poiché il portafoglio ordini di Singer Vehicle Design è sempre pieno e la produzione di ogni auto è un processo lungo e laborioso, solo ieri l’azienda ha presentato il primo esemplare destinato ai clienti, chiamato Sorcerer e verniciato in blu sfumato Fantasia Blue (la parte anteriore è più chiara della parte posteriore).

Comunichiamo subito al lettore la richiesta dell’ufficio stampa della Singer Vehicle Design e indichiamo il nome completo e corretto del modello dal punto di vista del produttore: Porsche 911 Reimagined by Singer — DLS Turbo. Per i media, tuttavia, è troppo lungo, quindi noi, come i nostri colleghi di altre testate, chiameremo questa auto sportiva in modo più semplice: Singer DLS Turbo.

Il nome completo indica che il modello si basa sulla Porsche 911 classica originale della generazione 964, prodotta dal 1989 al 1994.

Dalla vettura donatrice, Singer Vehicle Design utilizza solo il telaio e il blocco cilindri del motore, mentre tutto il resto della Singer DLS Turbo è completamente nuovo. Il telaio è stato accuratamente restaurato e rinforzato, e quasi tutti i pannelli esterni sono realizzati in fibra di carbonio. Il proprietario dell’esemplare Sorcerer ha scelto una versione aggressiva e orientata alla pista dell’assetto aerodinamico, mentre in alternativa l’azienda offre una versione più sobria dell’assetto da strada: in teoria, qualsiasi cliente Singer DLS Turbo può acquistare entrambe le versioni e montarle autonomamente nel proprio garage. Entrambe le versioni del kit aerodinamico sono ispirate alla star delle gare di resistenza degli anni ’70, la Porsche 934/5, ma la versione da pista riproduce più fedelmente l’aspetto del prototipo storico.

LO STILE UNICO

L’abitacolo della Singer DLS Turbo Sorcerer è rigorosamente biposto: dietro i leggeri sedili avvolgenti del conducente e dell’unico passeggero si trovano una traversa tubolare a forma di croce e un ripiano portaoggetti.

Il materiale principale delle finiture è la pelle naturale di colore grigio Pebble Grey, gli inserti centrali in Alcantara dei sedili sono dello stesso colore, mentre le rifiniture sono color champagne. Il nuovo cruscotto riproduce fedelmente l’estetica delle classiche Porsche 911, ma è realizzato con materiali leggeri e moderni.

L’esemplare denominato Sorcerer ha mantenuto il quadro strumenti analogico, anche se Singer Vehicle Design offre in alternativa un quadro elettronico in stile racing.

Tyrrell P34 F1: il cuore oltre l’ostacolo e sei ruote oltre ogni immaginazione

Provate a chiedere ad un ragazzino di mezzo secolo fa, se ne ha ricordo, quali fossero le due automobiline in scala che spopolavano dalle vetrine delle tabaccherie o dei giocattolai. Quelle belle, lucide, in metallo verniciato che replicavano quasi fedelmente le auto vere. Ed in particolare, quelle di Formula Uno

All’epoca a dominare l’offerta, pubblicizzata nelle immancabili pagine di “Topolino”, era la Polystil. Vi ricordate? Le scatole di cartone plasticato, sagomate a mo’ di cofanetto con un foglio trasparente dietro il quale si vedeva, quasi come parcheggiata in un hangar, l’automobilina. Con le ruote che sterzavano.

 

Ebbene, se chiedete ai bambini di quell’epoca quali fossero le due repliche in miniatura delle Formula Uno di metà anni Settanta, i più preparati – ed i meno rincoglioniti dall’età, aggiungerei – Vi rispondono sicuri con due soli modellini.

Una, inevitabile, è la Ferrari 312 T2 di Niki: davvero esplosa nelle fantasie dei bambini e nell’apprezzamento dei grandi, la rossa striata di fasce di colore bianco, con la sua forma morbida e la sua enorme ala anteriore, non aveva neppure percorso i primi chilometri a Fiorano per le foto celebrative di rito che subito era diventata bottino di Guerra per i miniaturisti per le riproduzioni in scala. Il che, beninteso, ad Enzo Ferrari andava di lusso viste le Royalties che pretendeva…

Ma l’altra? Beh, anche qui un plebiscito: perché mentre la monoposto del Cavallino sembrava ridondare la frase – fintamente – attribuita al Drake (“dite ad un bambino di disegnare un’auto e lui la disegnerà rossa”), quell’altra aveva una sua particolarità che la rendeva ancora più straordinaria: anche vista dal vivo, in originale, sembrava un’automobilina per bambini. Tutta blu a strisce gialle, con quelle parti in vista che la facevano somigliare ad una automobilina a pedali. Peccato che fosse un giocattolo da 300 all’ora.

E questo la rendeva irresistibile, oltre che tra le più fotografate e recensite della sua epoca. Ma, badate bene, l’effetto giocattolo scompariva del tutto quando, una volta scesa in pista, pur continuando a far sognare i bambini cominciò a preoccupare certi adulti: ovvero i suoi avversari di Formula Uno.

Ve la presento così, come fu presentata alla sua anteprima dal geniale Team Manager che l’aveva tenuta a battesimo. Un uomo di cui, digitando il suo nome sulla lente di Ricerca di Autoprove.it, potrete leggere un numero imponente di mie recensioni. Un atto di affetto e rispetto per una delle leggende eterne della Formula Uno. Il suo nome è Ken Tyrrell. Lei, la passione in scala per tutti i bambini di mezzo secolo fa, è la “Tyrrell P34”.

 

22 Settembre 1975, Heathrow Hotel, al numero 5 di PoyleRoad a Colnbrook: come sempre Zio Ken concordava le sue premiere mondane in base a rigide scelte economiche (cioè, dove si pagava meno lui andava) ed in tanti tra giornalisti ed invitati si trovarono in quel tardo pomeriggio vicino allo scalo aeroportuale di Heathrow per rendersi conto che nei pressi vi era anche un albergo con discreta e spaziosa sala Convegni ed eventi. Per raggiungerlo, tanta era la circostanza insolita, dall’aeroporto KenTyrrell mandò a prelevare tutti con un curiosissimo Pullman a quattro ruote motrici: si dice una sorta di prototipo sperimentale che un suo vecchio amico costruttore gli aveva fornito in comodato gratuito.

Di fronte alla platea convenuta ed accolta dallo stesso Ken Tyrrell, dall’amico fraterno Jackie Stewart, dal progettista Derek Gardner e da uno dei due Piloti in Squadra, Patrick Depailler, si trova ferma ed al centro di un palco azzurro una monoposto ben nascosta alla vista. La si può solo immaginare perché il velo totale lascia campeggiare i volumi celati dell’alettone posteriore e dell’airscope (la presa d’aria a torretta) centrale. 

Curiosamente in modo alternativo al cerimoniale, Ken Tyrrell e Jackie Stewart sollevano il telone dalla parte posteriore, lentamente, scoprendo prima l’alettone e poi le generose gomme. Lento, lento – tra la perplessità ed il silenzio della platea coperto solo dai click e dai flash dei fotografi – il telone arriva a scoprire l’abitacolo ed è all’altezza degli specchietti retrovisori che improvvisamente esplode un generale “Ooooohhhhh” del pubblico incredulo. 

La grande “Premiere” di una monoposto di F1 extraterrestre: Tyrrell P34

Il primo lembo di lenzuolo sollevato nella parte anteriore svela prima un paio, e poi un altro gemellato, di “miniruote” all’anteriore. Era la prima immagine mondiale di una delle più anticonvenzionali e straordinarie monoposto di Formula Uno di tutti i tempi: la Tyrrell P34, che tuttavia in quell’evento era semplicemente un prototipo: per non perdere l’effetto sorpresa e per non rischiare che qualche fotografo immortalasse la nuova concezione in Pista di prova, Ken Tyrrell aveva relegato Derek Gardner nel suo scantinato personale con soli tre meccanici del Team sui modelli in scala per gli studi preliminari. Dopo di che per il prototipo in scala 1:1 si era presa la “vecchia” Tyrrell 007 e sul telaio monoscocca a culla “aperta” superiore furono lavorate le anse dove posizionare le flange di attacco dei quattro bracci di sospensione a trapezio ed anche il curioso sistema di sterzo composto da cremagliera vincolata alla coppia di ruote anteriori mentre la coppia dietro sterza in simbiosi per effetto di tiranti. Ma sarà da Dicembre dello stesso 1975 che la “P34” diventerà realtà in Pista.

Questa storia della Tyrrell non può mancare nella conoscenza di ogni appassionato degli Sport del motore. Al costo di acquistare il libro che lo ricorda più compiutamente: “KEN TYRRELL – La biografia autorizzata”. Un Team manager vecchia maniera, un genio tipicamente British della Formula Uno. E soprattutto un inglese, innamorato ed iper campanilista verso l’Union Jack.Leggere la sua storia è un po’ come aprire un nobile album dei ricordi per un’epoca ormai chiusa nei cassetti della memoria e del cuore. 

Se la Formula Uno ha costruito passo passo, dagli anni Cinquanta, il suo progresso tecnico ed agonistico che ha aumentato spettacolo e visibilità mediatica (a favore degli Sponsor che sempre più hanno visto nel Circus un ottimo forziere dove mettere i soldi) è anche merito suo. E’ quasi magico vedere descritta, nel libro, la “sede” della Factory e leggere delle pareti in lamiera, delle vetrate in fogli di plastica, delle porte cigolanti, delle attrezzature prese a prestito e dei soldi che mancavano persino negli anni dei Mondialivinti. Perché, per la cronaca, Ken Tyrrell è tre volte Campione del Mondo Piloti con il marziano Jackie Stewart (1969, 1971, 1973); due volte Campione del Mondo “Costruttori” (la speciale Classifica che premia secondo i punti conquistati i Marchi presenti ed iscritti, sia essi Team Privati artigiani, gestori di Costruttori mandanti o Costruttori direttamente impegnati nel Mondiale) con la Matra nel 1969 (di cui era Team Manager affidatario delle risorse tecniche dei francesi) e con la squadra omonima nel 1971;

secondo Team Manager di sempre ad aver regalato al motore Ford Cosworth un Titolo mondiale in F1 (nel 1969) e il primo al mondo ad aver conquistato Titolo mondiale Piloti e Costruttori di Formula Uno per un Costruttore francese. Mai prima dell’impresa conquistata dal Team di Ken Tyrrell un Marchio francese aveva vinto, dall’inizio del Mondiale F1 nel 1950, un Titolo mondiale.

Ma è soprattutto incredibile vedere come Tyrrell abbia sempre trattato tutti come la propria famiglia. Della dignità con cui ha affrontato anni di miseria, o del rispetto e della onestà con cui ha condiviso i periodi di abbondanza. Dai suoi Ken Tyrrell è riuscito a tirare fuori il cosiddetto “fritto” ma partendo quasi sempre da outsider o ragazzini di primo impiego. 

 

Derek Gardner, primo e più leggendario genio alla corte di Zio Ken

La storia di Derek Gardner in questo è emblematica: lui è un piccolo genio nato a Warwick, capoluogo della contea di Warwickshire, una cittadina ridente affacciato sul fiume Avon e distante una ventina di chilometri dalla mitica Coventry.

 

Derek conosce Ken Tyrrell quando lavora alla Matra, cui è pervenuto dopo i primi anni di attività professionale in un settore davvero atipico per un Ingegnere di Formula Uno: in diverse esperienze si specializza in cambi automatici e trasmissioni per auto e veicoli diversi, finendo nella celebre e gloriosa Ferguson. E’ per questo che Matra si interessa a lui per il farraginoso progetto della Formula Uno a quattro ruote motrici, una sorta di vezzo cui cercarono di dare seguito – verso la fine degli anni Sessanta – diversi Team come Lotus e Mc Laren. Derek Gardner viene inviato dalla Ferguson a seguire in America la Novi-Ferguson Indy 500 di Bobby Unser  e poi la Lotus 56 a turbina. 

Il genio più anticonformista della Formula Uno anni Settanta

Sempre per conto della Ferguson, Derek viene investito del progetto commissionato dalla BRM per lo studio di una monoposto 4WD. Tramontata l’intenzione di BRM di portare effettivamente la nuova creatura in Pista, Gardner accetta un incarico specifico da Matra per la MS84. Qui, alla metà degli anni Settanta fa la conoscenza con Ken Tyrrell, anzi: ne resta a tal punto ammaliato da decidere di lasciare il certo per l’incerto: si separa dalla sua Mandante francese e decide di collaborareavventurosamente con la Tyrrell quando scopre che Matra aveva deciso di chiudere il rapporto con il Team manager inglese per insuperabili disaccordi sull’utilizzo imposto dalla casa francese del suo nuovo motore a 12 cilindri (in luogo del Ford Cosworth che per Ken Tyrrell era imprescindibile). 

Dentro al Team Tyrrell il geniale Gardner accompagna ben 16 vittorie in 37 Gran Premi tra il 1971 e il 1973, regalando a Jackie Stewart due titoli di Campione del Mondo del 1971 e del 1973, ma soprattutto apponendo la sua firma sulla prima monoposto denominata “Tyrrell” per la prima volta nella storia di Zio Ken in Formula Uno.

Sulla quale fu anche ottimo protagonista di storici giuramenti di segreto assoluto, visto che l’idea della prima monoposto a marchio Tyrrell nel 1970 non doveva arrivare alle orecchie della “March” (da cui Ken Tyrrell aveva ricevuto praticamente in comodato una “701” allestita in tutta fretta per iniziare il Mondiale di quella Stagione) poiché questo avrebbe generato rotture perniciose con il fornitore inglese. Di fatto la “001” è il primo progetto di Formula Uno disegnato da Gardner, con sagoma simile alla Matra MS80 di Bernard Boyer e telaio monoscocca realizzato ed ottimizzato da Maurice Gomm nella sua “Gomm Metal Developments Ltd” di Manor Way, nel Surrey appena fuori High Street verso Woking.

Maurice Gomm era uno straordinario battilastra dalla capacità innata di “sentire” il metallo di lavorazione per capire dove e come limare, sagomare, stratificare ed irrobustire. 

Ma su tutto prevale la genialità di Derek che inventa, stravolgendo o perfezionando dispositivi e congegni anche proposti dalla concorrenza. Ovviamente su tutto il periodo tra il 1970 fino alla fine del 1973 prevale e risplende la straordinaria situazione organizzativa, finanziaria e logistica del Team Tyrrell: un super campione come Stewart che Ken considera un ideale genero; un giovane talento “incubato” dal Team Manager inglese e destinato a diventare erede designato del Re Jackie (Francois Cevert); un Progettista capace di interpretare ed indirizzare le proposte oniriche e scaltre del Patron, e tutto insieme un ambiente familiare dove ogni inverno di staffetta tra una Stagione di Formula Uno e l’altra diventava il contesto che trasformava la Factory in una sorta di Agriturismo familiare: Gardner disegnava le monoposto dell’anno in arrivo, i meccanici e gli artigiani ne costruivano il corpo definitivo, lo staff dei manager contrattava le forniture ed i pagamenti, definiva Budget ed impegni degli Sponsor e soprattutto gestiva le relazioni con le istituzioni sportive e regolamentatrici. 

Persino il cerimoniale della modellazione, con l’argilla, della posizione e seduta ideale di ognuno dei due piloti (Jackie e Francois) che si teneva tradizionalmente a fine anno con la nuova monoposto per la Stagione successiva diventava occasione per una sorta di picnic aziendale fatto di sandwich e tè preparati dalla Signora Tyrrell per tutti.

Ad Ottobre 1973 il sogno si rompe come un vaso di cristallo

Ma il microcosmo messo in piedi da Ken ha del soprannaturale: ha dalla sua lo sponsor tradizionale, la Elf, che non ha alcun motivo per abbandonare la gallina inglese dalle uova d’oro: la Ford ripaga la dedizione e la lealtà del Team con forniture di primo livello, e Good Year mette nella “Top Five” i lotti di gomme da fornire. Tutto perfetto, fino al maledetto Sabato 6Settembre 1973, al Gran Premio Usa East al circuito di Watkins Glen

Il povero Ken Tyrrell, che arrivava in quel Gran Premio con la consapevolezza (tenuta segreta fino a quel momento) di dover perdere un pezzo di sé con il ritiro di Jackie Stewart covava nel cuore perlomeno la sensazione gradevole di avere in casa un Campione in via di decollo come Francois, ed aveva ormai deciso, anche per “trattenere” il munifico sponsor Elf, di ingaggiare una coppia tutta francese promuovendo in Formula Uno il suo giovane portabandiera in Formula Due, Patrick Depailler. 

Tutto roseo, dunque, se non fosse stato per un salto oltre ogni misura. Quello che Francois Cevert, sul circuito americano, non riesce a controllare durante le prove del Sabato. E’ la tragedia, con la Tyrrell del giovane che carambola fuori strada e si incendia.

La morte di Cevert e l’addio irreversibile di Jackie raccontano di una Factory dove, in quell’inverno tra il 1973 ed il 1974, le mattine non trasmettevano più il tiepido sole tra gli alberi ed il verde che circondava i capannoni; mentre i pomeriggi erano sempre superati da un crescente e triste crepuscolo. I vetri rotti alle finestre non suscitavano più le ironie dei meccanici che regolarmente si ingegnavano di “impacchettarli” con il cellophane; e zio Ken aveva smesso non solo di sorridere e di parlare con la sua solita modalità prolissa ma rimaneva spesso silenzioso, seduto alla scrivania. Neppure lo distraeva più il classico ed ormai acquisito cane randagio che lo faceva urlare non appena mirava con la sua pipì la porta vetrata esterna del suo ufficio.

In quella situazione di tristezza velata e composta il Team visse il 1974 ed il 1975 della genialità comunque assicurata da Derek Gardner ma anche degli exploit del nuovo talento scoperto da Tyrrell: Jody Scheckter, il mastino che salva letteralmente la Stagione 1974 ma che l’anno successivo, insieme al compagno Depailler, soffre la sempre più scarsa efficacia della “007” creata in totale economia da Gardner. I limiti della “007” sono la scarsa velocità di punta rispetto a Ferrari (motorizzata con il 12 cilindri) e la tenuta in curva rispetto a Brabham, Mc Laren e Lotus. 

Detto in parole povere, ormai quella vecchia Tyrrell non ha più qualità recensibili, essendo l’estremo upgrade della “005” di Stewart; e dunque occorre una rivoluzione. Derek spara al massimo la capacità onirica, ed esce dal cappello a cilindro l’unica monoposto di Formula Uno a sei ruote iscritta ufficialmente ad un Campionato Mondiale.

Sia ben chiaro: solo la sinergia tra Ken Tyrrell e Derek Gardner e la imperturbabile fiducia reciproca tra i due poteva generare qualcosa che nessun altro genio sregolato in Formula Uno a quel tempo poteva creare. Ma soprattutto il filo conduttore della nuova creatura era la motricità, e nessuno come Gardner poteva essere davvero un Guru rispetto a questo argomento. Siamo nel 1975, abbiamo visto: i Regolamenti della Formula Uno sono ancora molto “grezzi” e devono fare i conti con la rivoluzione aerodinamica delle “Wing Car” inventate da Colin Chapman e dalla Lotus; nel frattempo il mondo si è compiaciuto del concetto “312 T” di Enzo Ferrari e Forghieri, cioè una monoposto potentissima ma dal passo ridottissimo per esaltare la velocità di punta in rettilineo e la agilità di percorrenza nelle curve. Se il passo delle tradizionali monoposto inglesi (con motore Ford Cosworth) di metà anni Settanta si aggirava intorno ai 2 metri e sessanta centimetri (vedi la Mc Laren M23 Campione del mondo 1976 con James Hunt) la “312 T2” seppure leggermente più lunga delle serie precedente si fermava ad un passo di 2 metri e 56 centimetri. 

Tyrrell P34: prestazioni da “Maxi” in una dimensione “Mignon”

Non sono indicazioni da poco: il passo è la fotografia della potenziale agilità e del migliore assetto nella percorrenza di curva, e le monoposto con passo ridotto erano chiaramente più aggressive rispetto a quelle a passo lungo (che tuttavia avevano lunghezze maggiori non per vezzo ma perché queste mantenevano bassi i baricentri e le larghezze massime delle parti meccaniche e delle carreggiate). Ebbene, guardate di profilo in foto una P34: la coppia di ruotine più interne “staccano” la loro verticale all’altezza del volante, mentre in tutte le altre contemporanee gli assi anteriori si trovano sempre sul piano verticale della pedaliera. 

E’ uno dei segreti geniali studiati da Derek Gardner, quel passo minimo di soli 2 metri e 45, che ne fanno una delle monoposto più corte di sempre al netto delle appendici aerodinamiche. Il fatto tuttavia di non poter “vedere” le ruote anteriori dal pelo dell’abitacolo obbliga Scheckter a pretendere temporaneamente due “oblò” di plexiglass trasparente sotto ciascuno dei retrovisori laterali, al fine di poter “sbirciare” movimento, posizione e traiettoria delle ruote anteriori in convergenza o contatto con cordoli e gardrails. 

Va anche segnalato che il ricorso alle miniruote davanti era legato ad un vuoto del regolamento: all’epoca non vi era un limite minimo ma solo massimo nella circonferenza delle ruote, così come la “P34” nasce su un “vuoto” regolamentare che non impone un numero massimo di ruote sulle monoposto

Ma, direte Voi, quelle “ruotine” da dove derivano? In realtà GoodYear, fornitore anche di Tyrrell oltre che di altri Team, non aveva promesso granchè al Boss Ken, in termini di gamma di scelta. E non è proprio vero che le gomme da 10” la GoodYear le avesse create solo ed esclusivamente per la “P34”. In realtà il gommista americano aveva definito un suo impegno ad estendere, sulla base di diametri già disponibili in giro (le gomme da 10” erano in uso in diverse Discipline su Pista, montagna e slalom) una sorta di “upgrade” delle mescole per l’utilizzo esteso ed estremo in F1.

Spieghiamola questa cosa; come molti di Voi sanno, all’epoca i Team si destreggiavano con tre tipologie di gomme nella scelta per ogni Gran Premio: un tipo di pneumatico cosidetto “Soft” cioè con una struttura della gomma (consentitemi la semplificazione) del tipo delle gomme da cancellare; insomma, una struttura morbida, elastica e cedevole che quando entrava in temperatura si “appiccicava” all’asfalto consumandosi tuttavia in pochissimi Giri: questi pneumatici si sfruttavano nella ricerca del “Giro feroce” nei turni di qualificazione, per strappare il tempo record. 

C’erano poi le classiche gomme “Slick” cioè lisce da gara, il cui composto in Gomma era invece più tenace per poter durare il più possibile lungo la percorrenza di un Gran Premio; ed infine c’erano le gomme intagliate “Rain” per l’asfalto bagnato. Tutto qua, e senza problemi, se parliamo di pneumatici ordinari da circa 13” usati ordinariamente per tutte le monoposto. 

Derek Gardner teorizzò che se all’anteriore vi fosse stata non una coppia di ruote da 13” classiche ma due coppie di ruote da 10” che includessero quattro dischi freno da 20 centimetri di diametro circa (invece dei due convenzionali da 30-35 centimetri) i vantaggi sarebbero stati molteplici:

– Abbassamento della sezione frontale della monoposto e minore resistenza all’aria;

– Riduzione della sezione “scoperta” delle ruote anteriori che generava turbolenze dannose alla deportanza ed alla aerodinamica;

– Aumento della velocità massima in rettilineo;

– Maggiore impronta a terra delle quattro ruotine anteriori rispetto alla tradizionale coppia con effetti positivi nell’inserimento di curva e nella tenuta di strada;

– Riduzione del passo con aumento della dinamica e della agilità in curva;

– Aumento della forza frenante e riduzione della inerzia giroscopica in ingresso curva, con potenziale riduzione della distanza di frenata al limite; 

– Maggiore deportanza dell’asse anteriore per la integrazione tra profilo ruote e sagoma della “pala” anteriore (cioè del muso della monoposto);

A questo aggiungiamo che i quattro mini ammortizzatori anteriori studiati appositamente dalla “Koni” avevano il vantaggio di abbattere il rollio ed il trasferimento di carico nelle frenate estreme.

Sembra incredibile, ma senza scandagliare il processo mentale e la filosofia guida di Derek Gardner la maggior parte dei lettori relegherebbe la “P34” ad una sorta di esperimento alchimistico. Mentre invece la Tyrrell a sei ruote incarnava un paradigma del tutto alternativo per superare i limiti fisici dati dalla carenza di cavalli e di tenuta in curva. Un vero colpo di genio. 

 

Strisce gialle sulla “P34”, sapore di…..Renault Turbo

Ed anche un concetrato di sorprese: pochi sanno che sulla “P34” le strisce gialle erano beneaugurali o predittive di una sorta di sogno, e Ve lo spiego in breve: Elf, sponsor della Tyrrell dai tempi della Matra, era contemporaneamente rimasta sponsor di questa nelle Gare Sport Prototipi dove andava davvero bene. Ma alle Gare Sport Prototipi si era affacciata anche la Renault che, seppure molto meno competitiva all’inizio, aveva interessato il Governo francese sulla inopportunità che un Marchio di Stato (la Elf) invece che sponsorizzare un altro Marchio di Stato (la Renault) investiva soldi pubblici in un Marchio privato che tra l’altro era ormai consolidato in un Gruppo straniero, cioè la Matra acquisita da Chrysler…

La malizia della Renault ebbe la meglio e così Elf passò a Renault. Quando la Regiè pensa ad un debutto in F1, si ricorda però che il primo Titolo di un Marchio francese era dovuto ad un certo Ken Tyrrell. La Elf spinge a questo punto per un consulto con l’uomo più pragmatico e geniale conosciuto in F.1 all’epoca. 

 

A Zio Ken, ad inizio 1975, i vertici della Renault inizialmente si rivolgono per una Joint Venture indirizzato alla sola fornitura di motori, chiedendo lumi su due ipotesi: o un aumento di cubatura del V6 Gordini ai limiti dei 3.000 cc, per una potenza minore rispetto al Ford Cosworth ma anche minor carico di benzina e minor peso in generale; oppure l’adattamento del V6 Turbo – che stava andando già molto bene per le Gare di Sport Prototipi – alla cilindrata regolamentare di un litro e mezzo. L’idea del Turbo adottato per primo su una monoposto del Team Tyrrell solletica l’ambizione del Boss inglese, così come la eventualità di scrivere per primo il suo nome su possibili allori di un Turbo in F1. In effetti la disponibilità della Tyrrell potrebbe persino essere quella di collaudare la “P34” con il motore V8 Cosworth, per poi proseguire la Stagione 1976 con ancora la “007” e debuttare con la “six Wheels” nel momento in cui i test avrebbero dato esito positivo per il Turbo Renault: da questo il colore “beneaugurante” delle strisce gialle. 

Il problema, dopo i test di Jean Pierre Jabouille sul prototipo di monoposto F2 con il motore Turbo, è che gli inizi sono un disastro; e nel rischiare una via crucis di collaudo e di rotture in Pista, oppure equipaggiare la “P34” con il collaudato motore Ford, Ken Tyrrell ovviamente sceglie la seconda via seppure le squadre inglesi paghino circa 20/30 cavalli in meno rispetto al 12 cilindri Ferrari.

 

Sei ruote, sette vantaggi teorici, un solo colpo di genio

Tutto qua, semplice. Dal 1974 (quando Clay Regazzoni perde il Titolo per un soffio contro Emerson Fittipaldi) al 1979 (ultimo Mondiale di sempre della serie “T”) il Cavallino rampante ha mancato tre appuntamenti per chiudere la sua carriera come monoposto vincente più seriale di sempre: se avesse conquistato, e poteva benissimo farlo, anche le Stagioni ‘74/’76/’78 si sarebbe regalata la serie continuativa vincente di ogni tempo con sei Titoli di fila. 

Ripeto, ne aveva tutte le possibilità. Ma questa è un’altra storia: la nostra, ora, evidenzia uno dei due soli colpi di genio che gli inglesi riuscirono a trovare per arginare gli anni Settanta vincenti del Grande Vecchio. E guarda caso, protagonisti dei soli due colpi di genio sono due tra i pochi geni del periodo: Tyrrell e Chapman.Eppure, il colpo di genio di Zio Ken ha vita breve. Perché? Vediamo il vero colpevole della storia.

1976, Stagione di F1 super recensita e narrata. Forse anche troppo in termini ripetitivi: Niki Lauda, Clay Regazzoni e la Ferrari 312 T2 sono praticamente i candidati naturali al Titolo. Nemmeno si perde tempo a scommettere, perché i risultati sono lampanti: prime nove Gare di sedici, cioè giro di Boa di metà Stagione ed ingresso pieno della seconda metà. Su diciotto piazzamenti disponibili tra primo e secondo posto la coppia di Maranello ne monopolizza dieci, e su nove vittorie in carnet ne fagogitano sei. Servirebbe dire altro? No, se non che i diretti inseguitori di NikiLauda, all’alba del Primo Agosto 1976 (e dunque prima della notifica di annullamento da parte della Commissione della vittoria di James Hunt al Gran Premio di Gran Bretagna) sono distanti ben 23 e 30 punti. 

Ma non è la sola clamorosa notizia: ce n’è un’altra che comincia a preoccupare tutti i Team Manager a quattro ruote. E cioè che dal Terzo Gran Premio di Stagione, in Spagna, la “P34” è molto meno eterea di quanto in tanti speravano. Sei Podi in sei Gare, e persino la prima vittoria e doppietta per una sei ruote ad Anderstorp, in Svezia. Dove la “P34” approfitta del vero vantaggio climatico ed ambientale alternativo all’unico altro.

Metà Stagione 1976, la “P34” fa sognare. Ma è un fuoco di paglia.

Uno dei due ambiti di vantaggio è di certo il circuito cittadino (Jody Scheckter e Depailler fanno secondo e terzo posto a Montecarlo senza alcuna difficoltà), l’altro è il circuito di Anderstorp: clima moderato anche in estate, rettilinei lunghi con curve a gomito secche oppure curve veloci a raggio costante. 

Beh, che c’entra adesso il clima? Purtroppo c’entra eccome. Con le quattro “ruotine” anteriori che girano una volta e mezza di più ad ogni giro della ruota posteriore la tendenza al surriscaldamento ed all’usura precoce è forte, peggiorata dal fatto che l’asse più avanzato invia a freni e gomme dietro l’aria incandescente dei propri freni a disco. 

Ed infatti, visto che la Svezia concede tregua alle temperature canicolari delle miniruote, Jody Scheckter parte in pole e la coppia Tyrrell taglia il traguardo ai primi due posti. In molti cominciano a credere che per le quattro ruote sia il colpo finale. Dopo Anderstorp la Squadra di Zio Ken è seconda nella Classifica provvisoria Costruttori ed ha i suoi due portabandiera ai primi cinque posti in Classifica provvisoria piloti. What else??

E’ però da qui, da dopo l’euforia della vittoria in Svezia e dopo il Gran Premio di Germania del Primo Agosto, che al dramma palese di Niki Lauda si affianca un altro piccolo dramma in incognito. La “P34” rimane nelle sabbie mobili dello sviluppo negato dalla GoodYear per gli pneumatici da 10”. Guarda caso, dopo la vittoria in Svezia. 

 

Sembra quasi un invito a nozze per complottisti. Ken Tyrrellallerta il produttore di gomme: “Guarda”, dice, “che le ruote da 10” hanno la tendenza poco simpatica a surriscaldare, generando squilibri nel consumo di gomma, nella frenata, nell’ingresso in curva. Insomma, un casino. Mi serve una evoluzione”. 

Ma la Good Year, poiché pecunia non olet, alza le spalle. “Veditela da solo, noi forniamo gomme classiche perlomeno ai primi due in Classifica mondiale; di pubblicità a favore ne abbiamo quanta ne vogliamo. Perché dobbiamo spendere soldi in sviluppo di linee di prodotto che non sono remunerative?”. Nessuno potrebbe capire questi discorsi più e meglio di KenTyrrell che, quando chiede cortesemente alla GoodYear di garantirgli almeno la fornitura standard anche per il 1977, sa già che il progetto “sei ruote” è morto dopo essere appena nato. La Stagione 1976 si conclude con il gruzzoletto straordinario di punti di prima mezza stagione e con le briciole della seconda metà. Jody e Patrick terminano 3° e 4° e la Tyrrell chiude al terzo posto tra i Costruttori, non male. Ma è un fuoco di paglia. La “P34” è condannata a morte. Motivi politici? Senz’altro; ma l’eutanasia del concetto “sei ruote” deve completarsi. 

Nel 1977, con il passaggio del Capitano Jody Scheckter al Team Wolf, la “P34/2” si presenta con patrick Depailler e con Ronnie Peterson in una nuova e purtroppo decadente veste: Elf per un anno abbandona la Tyrrell per finanziare la Renault che, proprio per la rinuncia di Ken Tyrrell all’adozione del motore francese turbocompresso, entra in ballo con una Squadra ufficiale. Arriva il nuovo sponsor bancario “First National City Bank” ma il surriscaldamento delle gommine anteriori costringe Derek Gardner a far sporgere la loro sezione dal profilo della pala aerodinamica anteriore; ebbene, Vi ricordate i sette vantaggi elencati prima?

La metà si sputtana per colpa di questa modifica necessaria; e la “P34/2” da alternativa vincente diventa una “cosa” che si muove in Pista: Patrick Depailler nono con solo venti punti, Ronnie Peterson addirittura quattordicesimo con solo sette punti. E stiamo parlando di Top Drivers.

Dopodichè ci pensano gli Organizzatori a spegnere per sempre il concetto, vietando dal 1981 qualunque numero di ruote sulle monoposto che non sia uguale a quattro. M prima di questo Derek Gardner, davvero ferito per l’esito disastroso della sua creatura, lascia la Tyrrell e la Formula Uno e, pensate un po’, torna a progettare trasmissioni alla Borg Warner

“Sogno” e “sognatore” tolgono il disturbo, e al buon Derek rimane il primato personale di essere stato l’unico Ingegnere di sempre ad aver progettato una “six Wheels” vincente in Formula Uno. 

Finisce così una delle più celebrate icone motoristiche di metà anni Settanta. La “P34”, che invece per anni rimarrà il sogno nel cassetto, pardòn, nel comodino, di tantissimi bambini che continueranno a desiderarne la riproduzione in scala.

Riccardo Bellumori