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Addio per sempre a Mazda CX-3

Mazda ha ufficialmente interrotto la produzione della CX-3 in Giappone, che terminerà alla fine di questo mese. La CX-3 è stata presentata per la prima volta nel lontano 2014 ed è uno dei modelli più vecchi della gamma dell’azienda.

Sebbene l’azienda stia ancora accettando ordini per le due varianti della CX-3 offerte in Giappone, secondo una dichiarazione pubblicata sul sito web di Mazda Japan, ciò terminerà una volta raggiunto il numero massimo di ordini.

Il prezzo del modello in Giappone è compreso tra 2.704.900 e 3.315.400 yen (circa 15.000€).

LA SCELTA STRATEGICA

La Mazda CX-3 continua a essere commercializzata in Malesia perché dal 2022 viene importata completamente (CBU) dalla Thailandia, mentre in precedenza veniva importata dal Giappone. Attualmente, la nostra CX-3 è disponibile in tre varianti, ovvero la 2.0G 2WD Plus al prezzo di 126.159 RM e la 2.0G 2WD High a 139.159 RM, entrambe le cifre sono al netto dell’assicurazione.

C’è anche la 1.5G 2WD Plus, che è elencata nella scheda tecnica ma non compare nel listino prezzi in vigore dal 1° novembre 2023. Un listino prezzi precedente, risalente all’aggiornamento della CX-3 nel dicembre 2023, indicava un prezzo di 115.720 RM per la 1.5G 2WD Plus. Oltre che in Thailandia (da dove proviene anche il nostro BT-50), la CX-3 continuerà ad essere prodotta in Messico.

Nuova Toyota Highlander 2026: Anteprima

Le vendite del nuovo Toyota Highlander sul mercato nordamericano inizieranno alla fine del 2026, la produzione sarà avviata nello stabilimento dell’azienda situato nello Stato del Kentucky.

La Toyota Highlander, uno dei cui mercati principali sono gli Stati Uniti, è apparsa nel 2000. Negli ultimi quattro anni le vendite del crossover negli Stati Uniti sono diminuite costantemente: se nel 2021 il dato era pari a 264.128 unità, nel 2025 i concessionari sono riusciti a venderne solo 56.208. Il calo è stato favorito sia dall’arrivo del modello affine Grand Highlander nel 2023, sia dall’assenza di un restyling per il modello, la cui quarta generazione ha debuttato già nel 2019.
Recentemente, l’ufficio americano di Toyota ha avviato una campagna teaser per una novità senza nome, ma in seguito l’azienda ha confermato che si trattava della Highlander di quinta generazione. Ora la novità, che ha ben poco in comune con il modello precedente, è stata presentata ufficialmente. È noto che questo crossover sarà in vendita in Nord America alla fine dell’anno in corso.

Il nuovo SUV ha un aspetto in linea con l’attuale stile del marchio giapponese. La Toyota Highlander di quinta generazione ha fari anteriori dalla forma complessa, con sottili luci di posizione collegate tra loro da una sottile striscia luminosa, mentre nella parte inferiore si trovano i blocchi principali dei fari. Nella parte inferiore del paraurti anteriore sono integrati una grande presa d’aria centrale e una coppia di prese d’aria laterali. Il modello ha ricevuto un kit aerodinamico in plastica nera opaca lungo il perimetro della carrozzeria, nonché rivestimenti argentati sui paraurti.

DESIGN E NON SOLO

Il prossimo Toyota Highlander ha la parte superiore nera, compresi i montanti, il tetto, l’antenna “pinna di squalo”, ma i corrimano sono grigi. Inoltre, ha ricevuto i tradizionali specchietti esterni con corpi neri lucidi e insolite maniglie delle porte incassate.

La parte posteriore è impreziosita con un “monofaro” a forma di due strisce orizzontali luminose che attraversano l’intera larghezza del portellone con uno spoiler laconico e si estendono sui parafanghi posteriori. Inoltre, sono presenti piccole sezioni ottiche separate a forma di trapezio. I cerchi sono disponibili nelle dimensioni da 19 o 22 pollici.

Con il cambio di generazione, il crossover è diventato più grande. La lunghezza complessiva è di 5050 mm (36-100 mm in più rispetto al modello precedente), la larghezza è di 1989 mm (59 mm in più) e l’altezza è di 1709 mm (21 mm in meno).

La distanza tra gli assi della nuova Toyota Highlander è di 3050 mm (200 mm in più rispetto al modello di quarta generazione).

MOTORE E DATI TECNICI

Toyota offre tre varianti della Highlander BEV. La batteria più piccola ha una capacità di 77 kWh ed è stata «progettata specificamente per il traffico urbano, come gli spostamenti per fare shopping», secondo il produttore. Questa batteria è disponibile con trazione anteriore o integrale, offrendo autonomie EPA rispettivamente di 287 e 270 miglia (461 e 434 chilometri).

La batteria più grande, da 95,8 kWh, è disponibile solo con trazione integrale e offre un’autonomia di 320 miglia (515 chilometri). Entrambe le batterie sono dotate di precondizionamento per ottenere un tempo di ricarica di “circa 30 minuti” anche a basse temperature. Secondo una nota a piè di pagina, questo si riferisce al “tempo approssimativo necessario per ricaricare dal 10% all’80% della capacità totale utilizzando un caricatore rapido da 150 kW (350 A) in un ambiente con una temperatura esterna di -10 °C”. Ciò implica una capacità massima di ricarica in corrente continua di 150 kW, non molto per una batteria di quasi 96 kWh. La porta di ricarica NACS si trova sul lato passeggero anteriore, tra la portiera e la ruota anteriore.

Toyota non partecipa alla corsa del settore verso potenze di picco sempre più elevate: si tratta di un’osservazione neutrale, non di un giudizio. La variante a trazione anteriore eroga 162 kW e 270 Nm di coppia, mentre la versione a trazione integrale offre 249 kW e 438 Nm. “Il nostro obiettivo con il nuovo Highlander era quello di sviluppare un BEV che si adattasse alla vita dei clienti e li rendesse felici con una sensazione di accelerazione brillante e una guida silenziosa”, ha dichiarato Yoshinori Futonagane, ingegnere capo di Highlander.

Nuova Ford Kuga 2026: le novità

La Ford Kuga di terza generazione non ha ancora intenzione di andare in pensione ed entra nel 2026 con il pilota automatico di secondo livello BlueCruise e un sistema audio Bang & Olufsen migliorato.
La “terza” Ford Kuga, costruita sulla piattaforma C2 dell’ultima Focus, in produzione dal 2019, è stata sottoposta a un restyling nel 2024. I crossover americani Ford Escape e Lincoln Corsair sono stati ritirati dalla produzione nel dicembre dello scorso anno, un mese prima la Focus è stata ritirata senza un successore, mentre la Kuga è ancora in produzione. Si pensava che gli europei sarebbero passati volentieri dalla Kuga ai crossover elettrici Ford Explorer e Ford Capri, simili per dimensioni, ma la domanda reale si è rivelata molto inferiore alle aspettative, quindi la Kuga è sopravvissuta ai fratelli americani e alla Focus.

L’AGGIORNAMENTO SOFT

La Ford Kuga viene prodotta nello stabilimento Ford di Valencia, in Spagna, dove nel 2027 verrà registrato il crossover ibrido Bronco per l’Europa sulla piattaforma C2. Più o meno nello stesso periodo, la Kuga andrà probabilmente in pensione, anche se la Ford non ha ancora rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale al riguardo. Ufficialmente, la Ford Kuga è entrata oggi nell’anno modello 2026 con un listino prezzi leggermente modificato: il prezzo minimo in Germania è rimasto invariato a 39.950 euro, ma alcune versioni e allestimenti sono leggermente aumentati di prezzo.

In termini di design, la Ford Kuga del modello 2026 non presenta novità, ma solo alcune modifiche puntuali agli allestimenti. In particolare, l’impianto audio Bang & Olufsen Premium Audio, di serie nelle versioni ST-Line X e Active X, è diventato più potente (da 575 W a 700 W), ha ricevuto altoparlanti midrange migliorati, tweeter posteriori separati e due canali aggiuntivi, che hanno migliorato la qualità complessiva del suono.

Inoltre, Kuga ha “aggiunto” il sistema di pilota automatico di secondo livello BlueCruise. Inizialmente, questo pilota automatico ha debuttato nel 2020 negli Stati Uniti sul crossover elettrico Ford Mustang Mach-E, anche se allora il sistema si chiamava Active Drive Assist e ha assunto il nome BlueCruise nel 2021. BlueCruise consente di togliere le mani dal volante durante la guida in autostrada, a condizione che la strada soddisfi determinati criteri di sicurezza. L’ufficio stampa Ford assicura che oggi il 95% delle autostrade europee consente l’utilizzo del pilota automatico BlueCruise.

Le auto con pilota automatico sono disponibili in una versione separata, la BlueCruise Edition, e questo pilota automatico, per ovvie ragioni, non è compatibile con la versione base con cambio manuale.

La versione base della Kuga è equipaggiata con un motore EcoBoost turbo a benzina da 1,5 litri con una potenza di 150 CV abbinato a un cambio manuale a 6 marce, con trazione solo anteriore. Lo stesso motore, ma potenziato a 186 CV, è disponibile in abbinamento a un cambio automatico a 8 rapporti, ma anche in questo caso la trazione è solo anteriore.

La trazione integrale sulla Kuga è disponibile sulla versione ibrida senza presa di ricarica FHEV con una potenza di 183 CV, dove il motore a benzina da 2,5 litri “atmosferico” funziona in coppia con un variatore elettromeccanico. La potenza dello stesso crossover, ma con trazione anteriore, è di 180 CV.

Il modello ibrido plug-in di punta Kuga PHEV è disponibile solo con trazione anteriore, con una potenza massima del motore di 243 CV. Nella versione BlueCruise Edition, questo crossover costa 56.150 euro ed è la versione più costosa del listino prezzi.

C’era una volta la Countach a Le Mans: la prima volta del Toro nelle Gare internazionali

Quante cose sono accadute nel 1986, ora che ci penso. Nella mia vita ed intorno.

Ero un buon studente di Liceo Classico quando, con grande sorpresa, mi ritrovai indirizzata alla mia attenzione una lettera della Bertone che in un certo senso, chiamata da me a giudicare un corposo faldone di bozzetti e disegni a matita e colori dedicati al tema “Auto”, mi incoraggiava a prendere contatto con il vecchio e famoso ISSAM di Doro Marotta.

Peccato che per motivi economici quel sogno rimase tale. Ma ci sono decine di sogni e di emozioni che si sono affastellate in quell’anno di 40 anni fa: la prima vera cotta, la prima volta seduto su una vecchissima utilitaria per imparare a guidare, il liceo, le storie dei motori. Quelli più belli, perché di una volta.

E tante storie, in quel 1986, riguardano la Lamborghini. Quella eroica, pre cessione alla Chrysler; quella dei fratelli Nimran, che insieme ad Alfieri ed a Sgarzi hanno preso per mano una nuova Lanborghini e l’hanno fatta rinascere. E che hanno regalato al Marchio del Toro non solo la ripresa del business corrente all’epoca (motonautica, Countach e Jalpa) ma che hanno favorito e permesso due vere e proprie chicche straordinarie nella storia del Marchio di Sant’Agata.

Una delle due chicche è la “LM002” di cui potete leggere in altra parte del nostro Blog. La seconda chicca è invece praticamente sconosciuta: è la prima volta “di rango” della Lamborghini nelle corse.

Si, proprio di quelle corse di cui Ferruccio non voleva sentire parlare. Ed a parte la “Urraco” preparata da Bob Wallace per Gruppo 4, ben poco si può recensire di attività agonistica fino al 1986, appunto.

Tutto parte in Gran Bretagna all’inizio del 1984: un momento particolare per l’Isola: Jaguar vince l’Europeo Turismo con Tom Walkinshaw e la XJS-12; Aston Martin dà il via al progetto ambizioso della “Vantage Zagato”, e Rover inizia a “macinare” nello sport con la “SD1” e sul mercato con le sinergie industriali con la Honda.

In quel periodo David Jolliffe è un “tuttofare” appassionato dal Motorsport, che nella sua gioventu’ si è diviso in iniziali esperienza sui Kart fino ad una collaborazione nei tanti Teams britannici di metà anni Settanta; soldi pochi ma intraprendenza, conoscenza del settore e genialità quanta ne

volete.

David Jolliffe e David Lakeman: due sognatori sotto l’Union Jack Come in tutte le storie leggendarie sotto l’Union Jack, anche David incontra il “Socio ricco” nella persona di David T. Lakeman, un operatore della UBS che aveva avuto fortuna nella neonata New Economy delle Borse e del Trading di Azioni e Commodities a Londra.

A sua volta, fiutando il crescente Business dell’auto di prestigio, Lakeman aveva registrato la “Vehiclise Ltd.” impegnata nella consulenza ed intermediazione sui finanziamenti di auto.

I due partono già con il piede giusto: Jolliffe individua nella Lamborghini uno dei pochi Marchi che quell’inizio degli anni Ottanta vale meno di quello che merita, per colpa ovviamente del dissesto finanziario precedente; ha in serbo un paio di idee per il rilancio, nel frattempo che a Sant’Agata ci si divide tra la ristrutturazione di Gamma (Jalpa e Countach), il lancio di un progetto onirico e molto dispersivo (la LM002) e – pochi sanno – l’unica attività agonistica concessa in base all’originario editto di Ferruccio (che non riteneva importanti le Gare per il suo Toro) che si ritrova nello sviluppo e commercializzazione dei 12 cilindri per l’uso nel Mondiale Offshore, categoria sportiva e promozionale in piena esplosione in quel periodo in tutto il mondo.

A sua volta è proprio l’appeal nuovo – creato dai motori Lamborghini in un settore abitato da Vip e Clienti danarosi come la Motonautica – a motivare David T. Lakeman ad entrare (e mettere capitali…) nell’idea folle di Jolliffe: diventare Partners commerciali e strategici del “Toro” inGran Bretagna; profondo conoscitore delle “scatole cinesi” tanto in voga nel mondo della Finanza, Lakeman da’ il meglio di sé stesso in un “Origami” societario di rara complessità, che tuttavia alla fine di questa vicenda sarà all’origine dei guai del progetto.

Lakeman costituisce nel perimetro più prestigioso di Guernsey, (isolotto di 65 km² situato ad Ovest del Canale della Manica), alla “Frances House, Sir Williams Place St, St. Peter Port” la “Chaplake Holdings Ltd.”.

In verità la fondazione a Guernsey è legata alla tassazione generale concessa da quello che è all’epoca (e tuttora) un Paradiso fiscale con “ZERO” Imposte su IVA e Patrimoni, né ritenuta alla fonte e dove l’aliquota “FLAT” si divide in due Scaglioni: 12% per le Società Industriali e 20% per quelle finanziarie o commerciali. Insmma, uno di quei posti cui le Isole Cayman possono spicciare

casa…

Chaplake Holding figurativamente acquisisce la “Vehiclise Ltd.” prima ricordata; questa, a sua volta, crea uno degli Showrooms più belli ed iconici nell’affaccio strada al “108” di George Street a Marylebone, Londra, la “Portman Lamborghini” dove oggi si trova…un negozio di tappezzeria, accidenti !!!

Piu’ tardi nascerà a Brentford, in Great West Road, nel distretto periferico occidentale di Londra, anche lo spazio servizi ed assistenza. Più tardi, quando??

Quando gli intraprendenti Jolliffe e Lakeman prendono un volo “Londra/Milano” e passaggio treno direzione Bologna, ed il primo Giugno arrivano a Sant’Agata ai cancelli della Lamborghini.

E’ la fine di Maggio del 1984, e nel frattempo i due hanno appena creato la piattaforma societaria più idonea a far da “culla” ad una folle idea di Jolliffe: promuovere il Marchio del Toro in Gran Bretagna, partecipare al suo rilancio e soprattutto – qui è la notizia ed insieme l’eresia – portarlo sul tetto del Mondo del Motorsport.

Per farlo tuttavia non si può prescindere dal risultato commerciale di una Casa decisamente in ricostruzione, dopo il terremoto finanziario e commerciale di fine anni Settanta; così come non saranno poche le difficoltà e le incognite derivanti dalla vendita di auto delle quali la più economica costa quasi quanto otto Jaguar messe insieme…

Dunque dopo due giorni serrati di proiezioni e trattative, bozze e controbozze, il Primo Giugno dello stesso anno la “Vehiclise Ltd.” e la “Ferruccio Lamborghini Automobili Spa” chiudono un accordo per il quale la prima diventa Importatrice e Distributrice esclusiva del Toro per l’area Britannica che – per l’epoca – significa anche Irlanda, Isole del Canale e parte del “Commonwealth”; ma almeno “informalmente” la sede strategica nella piazza della Borsa più importante d’Europa all’epoca lascia alla “Vehiclise Ltd.” ampio margine di interazione persino verso uno dei territori “sacri” per la trattativa commerciale diretta di Casa madre, cioè il Medio Oriente: terra di caccia per la “LM002”.

Lamborghini sa bene che, in quel periodo, pur contando su un nome ancora prestigioso non sono molti i pazzi disposti ad impegnarsi nel rilancio commerciale di una situazione da ricostruire quasi da zero: dunque si affida con “beneficio di inventario” a questa nuova Impresa perché rappresenta un territorio ed un mercato importante.

Dal suo canto “Vehiclise Ltd.” (che nell’ambito dell’accordo affida alla Concessionaria “Portman” la vendita diretta e fisica delle auto di Sant’Agata: ve l’ho detto, Lakeman era un genio, quanto a scatole cinesi) si aggiudica l’esclusiva anche e soprattutto per le proiezioni e gli impegni assunti intermini di quote di vendita: la coppia si propone di conseguire almeno il 20% del fatturato globale annuo di vendite del Marchio ed addirittura (si narra nelle infinite leggende che accompagnano questi eventi) il buon Lakeman – più smaliziato di Jolliffe – si sarebbe portato nella valigetta – per quell’incontro – una decina di intenzioni di acquisto di suoi Clienti, i primi della nuova realtà commerciale sotto i colori dell’Union Jack: più concreti di così non si può.

Ed in effetti da Giugno 1984 alla fine del 1985 dallo Showroom “Portman” di George Street vengono vendute circa 70 delle 350 Lamborghini prodotte a Sant’Agata (un quinto, record già di per se’ impressionante); ma, cosa ancora più straordinaria, la piazza inglese fagocita il 70% di tutta la produzione “Countach” del periodo, questo anche per merito della serie di servizi di personalizzazione, “tuning”, riparazione e restauri che la sede operativa di Brentford garantisce alle “Lambo” di ogni epoca e foggia.

La concessionaria Portman, leader Lamborghini in Gran Bretagna

Infatti uno dei vanti della “Portman” è senza dubbio la liquidità ed il Cashflow migliore di ogni altro Importatore dell’epoca.

Fin qui, possiamo dire, il merito di tutto è dell’esperto finanziario Lakeman, anche se Jolliffe ha il ruolo non facile di “Promoter” e di uomo immagine per i rapporti con i Media e gli eventi: non passa Weekend senza che la “Portman” non dia segno di sé lungo tutta la Gran Bretagna apparendo nei pressi degli Autodromi, dei percorsi da Rally o negli appuntamenti importanti del Motorsport (TT compreso) sfoggiando qualche bella Lamborghini di rango.

Ma dalla fine del 1985, quasi secondo un patto prescritto tra i due David, è Jolliffe a salire in cattedra: il mercato con cui Lamborghini deve fare i conti non è certamente quello di Bristol, Aston Martin, Bentley; ma di Ferrari, Porsche, De Tomaso, Chevrolet Corvette senza contare l’exploit di Jaguar nell’EuroTurismo con Tom Walkinshaw e il riavvicinamento di Mercedes alle Piste. Ma queste due sono davvero eccezioni alla regola, mentre la “regola” sono le omologazioni in Gruppo B della Ferrari 288 GTO, o la nascita della Porsche “959” tanto per fare due esempi.

La nascita, nel 1982, delle nuove Classificazioni “FIA” (Gruppo B e C, in primo luogo) avevano paradossalmente creato difficoltà maggiori rispetto a prima per le omologazioni.

In effetti, perso il treno delle vecchie “Gruppo 4” (dove si ricorda qualche prototipo “Urraco” rimasto praticamente lettera morta) nonché quello delle “Gruppo 5” (le Silouhette che sembravano davvero lo sbocco ideale della Countach dei tempi d’oro) l’arrivo del Gruppo “B” comportava obblighi impossibili da affrontare per la Casa bolognese in quegli anni: a fronte dei circa 250/300 esemplari prodotti ogni anno di fabbrica, sarebbe stato praticamente impossibile dirottare la ancora risicata forza lavoro nella realizzazione di almeno 200 esemplari dei quali ulteriori 20 da “fiche”cioè praticamente identici alla eventuale Gran Turismo da Pista.

Questo nonostante (sempre sotto la spinta di Alfieri) fosse stato realizzato nel 1983 il prototipodella “Countach Vizzini” in CFRP (Carbon Fiber Reinforced Plastic), con 490 Cv e circa 950 chili di peso (praticamente un mostro con rapporto peso/potenza sotto i due chili per cavallo, cosa non facile per i tempi). Ma era realmente impossibile, incerto ed a questo punto troppo opinabile un risultato sportivo dal ritorno di immagine favorevole, perlomeno nell’ambito del “Gruppo B” dove

il povero Jolliffe sperava di poter omologare la “Countach LP500 S” purtroppo senza esito.

Non rimaneva che il “Gruppo C”, con il sogno di iscrivere una Lamborghini alla “24 Ore di Le Mans” per poi eventualmente sbarcare nel Campionato GTP americano.

Nasce l’avventura di Lamborghini nel Gruppo C

Nel 1985 la Lamborghini (sempre sotto la nuova e salvifica direzione di un magistrale Giulio Alfieri, arrivato a Sant’Agata per cercare di restituire al Toro il prestigio che si era un po’ perso in

mezzo alle tragedie economiche di fine anni ’70) presenta il motore 5100 cc. Quattrovalvole capace di 455 CV di serie; e proprio su di esso David Jolliffe punta le sue attenzioni per riuscire nel sogno di portare l’ex Marchio di Ferruccio – storicamente contrario all’impegno diretto nelle Competizioni – tra le braccia della Categoria “Gruppo C ” di gare Endurance, cioè dentro il regno di

Porsche, Ford, Lancia, ed altra Compagnia poco trattabile. Un impegno che non è improprio

provare a spiegare con maggior dettaglio, da questo spazio, visto che quella operazione caduta nell’oblio è nelle sue premesse una delle scommesse sportive più iconiche e “diverse” del periodo.

Avventura d’altri tempi: un “Toro” contro i cavalli Porsche con Countach QVX

La motorizzazione 4 valvole, una volta rielaborata ed ottimizzata da Casamadre, viene spedita in

Inghilterra con in dote circa 700 Cv – più che sufficienti per mettersi al livello di Porsche ecompagnia – e l’abbinamento con un Gruppo cambio/Trasmissione Hewland VG-C, adatto al gravoso impegno agonistico.

E per il telaio Jolliffe aveva commissionato il progetto addirittura alla Spice Engineering,

impegnata sia nel Mondiale Sportprototipi che nell’americana IMSA.

Noblesse oblige, visto che la dominatrice assoluta dell’epoca era la Porsche con la “956/962”, la livrea di quella che fu rinominata Lamborghini Countach QVX, era praticamente quasi siamese con la creatura di Stoccarda.

Una nota non certo di solo “floklore”: nel passato era già successo di vedere presentate nelle pagine di Stampa delle “Lamborghini” prototipo (le “Urraco Gruppo 4” o qualche “Silohuette” Gr.5) denominate come tali perché semplicemente derivavano dalle GT di Gamma uscite da Sant’Agata.

Il fatto tuttavia che Lamborghini avesse concesso l’uso del proprio nome su una Gruppo C la diceva lunga su quanto lo stesso Management bolognese (ed in primis Alfieri) fossero fiduciosi delle potenzialità della “QVX” e del suo Team di gestione.

Una volta realizzato, il Prototipo Gr. C sarebbe stato affidato alla Scuderia “CC Motorsport” diKirbymooreside che appunto lo iscrisse come “Portman Lamborghini Countach” unendovi doverosamente il nome dell’Importatore per la Gran Bretagna. Andate a vedere negli Annali: non troverete mai prima di allora – e fino a diversi lustri dopo – il nome della Factory di Sant’Agata in un’altra Competizione Internazionale ufficiale.

Con un Cocktail del genere, davvero di rango e ricco di prospettive, per poter richiamare un giusto numero di Sponsor degni di “vestire” la Lamborghini ed in grado di sostenere gli oneri finanziarinon indifferenti occorreva a questo punto chiamare due Piloti di rango: e nonostante il mercato Piloti all’epoca elencasse in Categorie scalari rigorose le Divinità del volante al Top, i Fuoriclasse

dopo, i Campioni al terzo posto, gli assi appena dietro ed infine a chiudere la classifica c’erano i

Talenti; diciamo che la scelta di Mauro Baldi e di Tiff Needel aveva portato al volante della “QVX”almeno due appartenenti a questa ultima Categoria.

La carriera agonistica della “Countach QVX” parte piuttosto in ritardo rispetto alle attese di Jolliffe: sembra poco, ma debuttare a Mondiale Gruppo C 1985 anche già iniziato avrebbe permesso al Team di “approfittare” di una serie di residue vetuste Porsche “956” con le quali ingarellarsi, magari in posizione di mezza classifica, sfoggiando a fine gara l’eventuale lustro di aver comunque battuto delle Porsche (cosa sempre ottimamente spendibile nelle Riviste di settore).Invece, purtroppo, il mondo intorno alla Countach da Pista era davvero cambiato e putroppo il progetto agonistico della “QVX” finì dopo il primo anno corso in due sole occasioni, una delle quali fu teatro di un solo buonissimo settimo tempo in qualifica ed un settimo posto al traguardo.

Dire che il prototipo e l’impresa avevano un buon potenziale significa dire tanto e non vuole dire nulla, parlando di Gare di Durata, e di sicuro in quel primo anno 1986 ci sono stati gli spunti per dire che la “QVX” era veloce, ma nulla si può ipotizzare sulla affidabilità, sugli indici di consumo, sulla bravura dello Staff e della coppia di Piloti in caso di Gara lunga o combattuta.

E comunque, già a metà del 1987 il sogno di Jolliffe era praticamente finito entro un cassetto: molti pensano che a chiudere il sipario sulla Countach Gruppo C fu la irreperibilità degli Sponsor (visto che, ad eccezione della Unipart, praticamente le superfici del Prototipo rimasero spoglie) ma non fu solo quello: sul come e perché finì potrebbe rispondere uno dei due peggiori Lee Iacocca di tutta la

storia leggendaria di “Lee Iacocca” stesso. E per la cronaca la povera “Countach QVX” non riuscì a vedere Le Mans, per giunta.

Lee Iacocca, le sue “topiche”: Lamborghini esce dalle corse Iacocca, comprata la Lamborghini nel 1987 per incorporarla nella Chrysler, in primo luogo vieta

ogni precedente attività commerciale o sportiva che non sia supervisionata ed approvata dal Colosso USA; infatti l’operazione “Gruppo C” – che non ottiene stupidamente l’avallo necessario – finisce nel nulla perdendo tutto il pregresso fatto di investimenti, sviluppo e collaudo di una Gruppo C che poteva arrivare persino alla categoria GTP americana.

Ma che Iacocca ci azzeccasse poco con il Toro si capisce dalle ridicole iniziative di Comarketing

con la Gamma Chrysler e Dodge, oltre al progetto segreto e famigerato di una Lamborghini “P140” (sostitutiva “in basso” della Jalpa) che avrebbe dovuto, secondo il Guru, aumentare in previsione il volume prodotto da 200/300 modelli annui ad almeno 5.000 entro il 1992 !!!

Sulla base di fede evangelica verso queste mere ed illusorie proiezioni a Stelle e Strisce, dalla

Sant’Agata americanizzata arrivarono pesanti e surreali Diktat alla “Portman Lamborghini” per

poter mantenere il rapporto di esclusiva: passare da obbiettivi di vendita di 30/40/50 auto all’anno

ad almeno 350 entro il 1992: il problema tuttavia non era in questo obbiettivo, ma nel fatto che il

nuovo contratto di esclusiva quinquennale 1987/1992 prevedeva l’impegno vicendevole in base al

quale “Portman” avrebbe venduto almeno 750 nuove vetture sulla base del simmetrico impegno di

Chrysler Lamborghini a fornirgliele, motivo per il quale dall’America avevano inserito pesanti

clausole contrattuali per l’aumento strutturale e logistico del partner britannico.

Per far fronte a questo obbligo, da parte sua Lakeman e Jolliffe avevano dovuto chiudere un

accordo con Credit Suisse e con la “Buzzacott Co.” per un prestito di 600.000 Sterline per un piano

di ristrutturazione, ampliamento, ricerca sedi, potenziamento logistico, assunzione di personale e di

Know How ottenendo come risultato……il fallimento: infatti nel 1990 – sappiamo un po’ tutti la

storia di come andarono le cose – Chrysler si ritirò da tutti gli impegni causa una “improvvisa recessione economica negli USA” e dunque il terzo colosso di argilla a Detroit non solo manco’ di portare avanti il famoso “Progetto P140” ma fece mancare alla “Portman” persino le “Diablo” con la guida a destra, cioè come si dice la base del mestiere; e questo portò alla crisi il duo Jolliffe/Lakeman.

L’esposizione della Società inglese fu talmente rilevante da costringerla alla acquisizione da parte di un Gruppo finanziario nel Delaware: rimase tuttavia il tempo, a partire dal 22 Aprile del 1994, di una causa legale intentata proprio da Lakeman contro Chrysler per violazione di obblighi contrattuali, frode, false dichiarazioni, negligenza.Da questa storia partì una controversia durata oltre vent’anni: sentenze negative alle richieste di Portman, poi ribaltate in Appello, eccezioni di prescrizione pretese inutilmente da Chrysler, in una telenovela terminata nel 2007, quando la Corte Federale riconosce la legittimità delle richieste degli inglesi e tuttavia sentenzia l’impossibilità a procedere quando, per la “Causa di forza maggiore”generata dal Crack finanziario Lehman Brothers, si decretava l’impossibilità a procedere ai

risarcimenti. Ah! La giustizia americana, quanto è giusta! Oggi che sono passati 20 anni dalla pubblicazione di un libro, su questa vicenda, di David Jolliffe; di lui e di David Lakeman ho perso le tracce sul Web. Dovunque siano, e comunque stiano, a questi due straordinari personaggi dobbiamo tanto, dal punto di vista dei sogni.

Riccardo Bellumo

Lamborghini LM002: 40 anni dal primo Sport Utility al mondo

Come dico sempre, ci sono modelli di auto di cui non puoi raccontare la storia se non premetti il contesto nel quale la loro storia si va ad incastonare. Prendete la LM002 di Lamborghini: la data discriminante ed il contesto che dà vita a tutto il programma “Lamborghini Militar” è il 1971. No: non è solo l’anno in cui uno stratosferico Marcello Gandini presenta a nome del Toro di Sant’Agata la concept di Bertone “Countach”; è anche l’anno in cui matura uno dei due tracolli esemplari dell’Universo Lamboghini. Ecco perché Vi chiedo di metterVi sereni e comodi a conoscere una storia un po’ più complessa e fatta di nessi di causa specifici, che poche volte altri narratori come me hanno voluto o saputo descrivere. 

E’ il 1970, un anno prima del 1971 e, beh, sì : questo lo avete capito da soli; la creatura “Automobili Lamborghini Spa” che Ferruccio ha voluto armare dal 1963 contro la Ferrari (e già che c’era contro tutti gli altri Marchi di Supercar artigianali) è già una leggenda, ma “350”, “400”, “Miura”, “Espada”, “Urraco” e “Jarama” sono costate un botto alla Casa di Sant’Agata, complice anche il difficile sistema di pagamento decisamente sofferto con cui i super ricchi pretendenti una Supercar dell’epoca, che non andavano certo alla Findomestic a chiedere un finanziamento, condizionavano l’accordo di acquisto. 

Ed i “SAL-Saldi avanzamento lavoro” che scandivano le fasi di lavorazione di superauto che tra produzione, personalizzazione e collaudi prima del saldo finale di consegna facevano passare interi quadrimestri erano il vero rischio di cassa per i Costruttori artigianali.

Del resto, se Ferrari era entrato in Fiat, Maserati in Citroen, Bizzarrini era fallito, Iso ed Intermeccanica erano davvero in condizioni critiche, il motivo era sempre e solo uno: Cashflow. E per “Automobili Lamborghini Spa” il creditore di eccellenza, quello che per oltre un lustro aveva coperto le voragini di liquidità, era la “Trattori Lamborghini”. 

 

E però verso fine anni Sessanta le dinamiche sociali e di mercato si erano fatte problematiche anche per i trattori: da un lato la crisi socio economica frenava gli ordini; da un altro lato la concorrenza di Landini (passata alla Multinazionale Massey Ferguson), Fiat Agri e della bergamasca SAME si era fatta pesante; e da un ultimo lato anche Ferruccio, nel clima pesante delle contestazioni, iniziava ad essere raffigurato e divulgato anche dai suoi Clienti delle Cooperative e dai Consorzi delle sue parti come “el padrùn” ricco che vendeva le supercar ai ricchi. Insomma, per farla breve, la cassa della Trattori Lamborghini cominciava a languere. 

Occorrevano nuove commesse, ed una in particolare nel 1969 era stata un colpo da maestro di uno dei Rappresentanti in Sudamerica della Lamborghini: la Bolivia, governata da un tranquillo dittatore di nome Renè Barrientos (despota vecchio stampo dalla carcerazione e dalla violenza facile e molto legato alle fasce ricce della popolazione) aveva concordato un maxi ordine di ben 5000 trattori Lamborghini; il contratto del secolo, voluto da Barrientosper ringraziare a spese dello Stato i suoi elettori latifondisti. 

 

Ma, come a volte poteva capitare in un Sudamerica che in quegli anni era una polveriera, il povero Barrientos era morto per un misterioso e mai completamente spiegato incidente aereo; ed al suo posto era salito al potere tale Juan Josè Torres, colonnello semi-golpista del tutto contrario a Barrientos e per di più incazzatissimo verso i latifondisti che gli avevano negato il voto. 

Inutile dire che Torres, con il maxi contratto dei 5000 trattori, ci aveva acceso il fuoco del caminetto; e che di fronte alle vive proteste di Ferruccio Lamborghini, forse, gli avrà persino suggerito di eleggere domicilio legale presso un Avvocatoboliviano, ed iniziare una causa civile al Tribunal de Justicia de La Paz contro una Giunta militare al potere: in fondo ci sarebbe stato comunque uno 0,00000001% di possibilità di vincere, ed a quel punto bastava sbarcare in Bolivia e pignorare i carri armati. Basta poco, che ce vo’???

Beh, ovviamente Ferruccio Lamborghini, per evitare di convivere con il primo “rosso” della sua Fabbrica di trattori che avrebbe condannato ad un super – rosso anche la Lamborghini Automobili, poteva o cedere quest’ultima o vendere il Marchio dei trattori. 

Lamborghini vede “rosso” anche nei trattori: inizia la fase del distacco

Decise per questa seconda scelta, e forse con il senno di poi fu quella peggiore: Lamborghini cedette (ma sarebbe meglio dire “aveva svenduto”) a Francesco Cassani, CEO della SAME di Treviglio, la sua “Trattori Lamborghini Spa” in una operazione favorita anche dalla GEPI; con quel capitale, in parte immessonella Automobili Lamborghini, Ferruccio non potè però evitare di incappare nelle tensioni internazionali che portarono la benzina a crescere gradualmente, con ricaduta tragica nelle vendite di auto sportive e di grande cubatura.

A questo punto, e siamo nel 1973, forse il boss di Sant’Agata ne aveva abbastanza e decide una seconda scossa nella sua vita in pochi anni: si mette alla ricerca di nuovi soci, e trova un elegante businessman svizzero, Georges Henri Rossetti.  

Questi nella vita si occupa di finanza, perché entra ed esce dalle Imprese quasi come fosse un Merchant Banker. In verità non rileva Aziende da risanare, partecipa con una sorta di gioco fatto di saliscendi azionari nel capitale sociale di Imprese che, pur producendo attivi, possono essere molto interessanti e remunerative nella acquisizione dei rispettivi pacchetti azionari. 

Ad inizio anni Settanta Rossetti si spinge nel settore Auto dove la crisi energetica comincia a erodere la salute finanziaria di diversi marchi. Ma in realtà il sogno “segreto” di Rossetti è nella sua vecchia passione: rampollo di una ricca famiglia di banchieri si era potuto permettere di correre nei primi anni Sessanta comodamente seduto su una delle Formula Due più performanti (e costose) d’Europa, la Lotus. Ovvio che una icona come la Lamborghini, tra l’altro ancora piuttosto in salute ad inizio anni Settanta, fosse per Rossetti allo stesso tempo oggetto di culto e di attenzione finanziaria. Rossetti acquisisce il 51% del pacchetto azionario, e per otto mesi circa Ferruccio è socio al 49%. 

Ma poi il boss di Sant’Agata si stufa davvero e a questo punto, non avendo nessun altro sottomano, Rossetti trova un amico imprenditore – Renè Leimer – disposto a rilevare il residuo 49% in mano a Ferruccio. E cambia tutta la panoramica culturale ed imprenditoriale di Lamborghini, nella quale tra l’altro sta per irrompere la Countach. 

E’ il 1974, e per la Lamborghini inizia la deriva: alla crisi di cassa ed alla crisi dei numeri di produzione si aggiunge la crisi di ispirazione; il management originariamente costruito intorno a Ferruccio Lamborghini è praticamente andato via in batteria, ed ovviamente il rischio di “evaporazione” identitaria del Marchio già così è davvero forte visto che era da solo un decennio che il Toro aveva iniziato a costruire il suo profilo antagonista a Ferrari, Iso Rivolta, Aston Martin e varie ed eventuali; anzi, con la “Countach” la Casa di Sant’Agata aveva probabilmente segnato uno “Strike” in grado di segnare un piccolo guado tra se’ stessa e la concorrenza.  Adesso sarebbe stato necessario solo perseverare nella strada dell’eccellenza. 

La situazione era questa: ordini in sofferenza, lavorazioni in forte handicap di qualità ed evasione, operai circondati da un clima di scioperi e agitazione, e due Titolari che fino a pochi anni prima le auto si divertivano solo a guidarle. Cosa poteva andare veramente storto, insomma? Beh, tutto!

 

 

 

Arriva la “Cheetah” con un motore americano, perfetta per l’Armageddon

Nulla di meglio allora, per aggravare la potenziale crisi di immagine e ridurre ulteriormente il cashflow che buttarsi in progetti al limite dell’impossibile, giusto?

Forse Rossetti e il suo nuovo Socio Amministratore Delegato si erano appassionati alla storia emozionante del flop di Preston Tucker con il Tank con motore Packard a 12 cilindri (vedi l’articolo al link QUI), o forse speravano di avere amicizie molto potenti nell’Amministrazione USA; fatto sta che nessuno sa il reale motivo per il quale alla fine del 1976 la “MTI – MobilityTechnology International” abbia trovato nell’elenco telefonico di San Josè in California il telefono di Sant’Agata Bolognese per coinvolgere la povera Lamborghini in una sorta di commessa favorita dall’Esercito USA: progettare e realizzare il prototipo di un mezzo militare all-terrain con cui surrogare a breve il vecchio Ford M151.

Ancora meno è chiaro il motivo per il quale una Lamborghini ormai fuori da ogni razionale forma di controllo del proprio Business abbia accettato di imbarcarsi dentro un minestrone di progetto come questo: nell’Aprile 1976 la BMW aveva infatti già siglato con il Marchio del Toro un protocollo per realizzare un telaio carenato per una berlinetta chiusa a due posti da motorizzare con un V8 bavarese, la futura “M1”; a convincere i tedeschi fu la notorietà ed evocatività del Marchio del Toro oltre alla indubbia valenza del Team di tecnici selezionati dentro Sant’Agata: Franco Baraldini, Giampaolo Dallara, con la supervisione finanziaria di Luigi Cappellini. E tutto sommato aveva molto più senso mettere in collaborazione due Aziende coeve (BMW e Lamborghini) distanti tra loro solo 537 chilometri invece degli oltre 6000 che dividevano l’oscuro “general contractor” della Difesa USA a San Josè in California dalla factory di Sant’Agata: con Stabilimenti a ritmo ridotto e Personale al lumicino cosa poteva esserci di peggio, per onorare i rigidi Workflow dei contratti tedeschi, che arrampicarsi in un progetto senza né capo né coda? 

Ed ecco che al Salone di Ginevra del 1977 appare un esemplare unico della Lamborghini – MTI “Cheetah”: e per non far mancare alcun ulteriore inceppo ad un progetto già di per se’ molto in salita, la MTI (che aveva praticamente costruito in totale autonomia il prototipo della “Cheetah” senza che Lamborghini avesse avuto voce in capitolo, offrendo semplicemente in prestito il “Brand” davvero evocativo del Toro con il logo da apporre sulle parti di carrozzeria) aveva persino scelto come motore un 5900 cc V8 della Chrysler posizionato posteriormente; e per non farsi mancare nulla nel totale fiasco del progetto, la carrozzeria in fibra di vetro aveva decisamente più di un aggancio stilistico e funzionale con la “XC311” della FMC International (Pennsylvania), cioè un fuoristrada militare di cui sinceramente a Sant’Agata non sapevano neppure dell’esistenza. E forse la cosa, nello specifico poteva avere attinenza con la curiosa coincidenza che vedeva la MTI fondata proprio da alcuni tecnici che avevano in precedenza lavorato per FMC International.

Risultato: una citazione per violazione dei Copyright da parte della FMC nei confronti dello strano Consorzio “MTI-Lamborghini”, e annullamento del progetto e di ogni possibile accordo con l’Esercito americano, e probabilmente una figuraccia epocale con gli ambienti federali.

1978. Amministrazione controllata e tentativo di rilancio di Sant’Agata

Basterebbe questo, se oltre al danno non fosse emersa anche la beffa e il doppio danno. In che senso? Molto semplice: il mandato di collaborazione e “commessa” siglato tra Lamborghini e MTI non aveva motivi o clausole di rescissione o nullità per eventuale condotte contestabili per violazione del Copyright industriale, e dunque Lamborghini non potè nulla contro la evidente “scopiazzatura” da parte MTI per la quale i tecnici del Toro non avevano tuttavia alcuna responsabilità. 

Dunque il contratto di collaborazione tra l’azienda di San Josè e gli italiani era valido in tutto e per tutto anche sul versante dei saldi e dei pagamenti: 50% delle spese di progetto e di partecipazione al Salone di Ginevra a carico di ciascuna delle due Aziende, anche se il risultato economico da parte dell’Esercito era stato un bellissimo “Zero”. Ecco la beffa, mentre il doppio danno fu che con una cassa ancora più svuotata dalla disavventura americana la Lamborghini non aveva più disponibilità per avviare la commessa concordata con la BMW, che infatti – risolto il 19 Aprile 1977 il contratto con Lamborghini – si rivolse alla Bauerper la realizzazione delle 450 carrozzerie “M1” montate dal motore BMW.

Inutile dire che quando il Tribunale di Bologna mise la Lamborghini sotto amministrazione controllata il Primo Agosto del 1978, il duo Rossetti/Leimer forse tirò un sospiro di sollievo, poiché qualcuno veniva a togliere loro dalle mani una patata bollentissima: certo, grazie al cielo il Giudice competente del Tribunale di Bologna ha saputo vedere dentro alla crisi di Lamborghini un barlume di opportunità rispetto alla semplicistica tagliola del decreto di fallimento, e di questo tutto il mondo deve essergli grato; certo, merito del rilancio va anche alla sensibilità dell’Amministratore giudiziale nominato, Alessandro Artese, capace di gestire Lamborghini sotto l’aspetto del rilancio e non della curatela prefallimentare; e certo tantissimo si deve alla abnegazione del Direttore Commerciale di sempre, alla Lamborghini: Ubaldo Sgarzi che fece i salti mortali per non disperdere contatti, trattative e possibili prospect. Ed ovviamente tantissimo è dovuto alla genialità ed al rigore professionale di Giulio Alfieri, chiamato da Artese a consulente, anzi per meglio dire “Super-consulente” tecnico, strategico, commerciale, industriale. Insomma tutto.

E’ grazie alla sinergia vincente Artese/Alfieri/Sgarzi se gli ordinativi di Countach riprendono con gradualità; è merito loro se Lamborghini “si inventa” un marchio nautico con i possenti 12 cilindri per l’Offshore; e pian piano i fornitori riavviano le linee di credito, le Banche riaprono i rapporti, le vendite ricominciano a crescere. Anche perché i Media si interessano di nuovo a Lamborghini.

 

Arriva la LM001 al Salone di Ginevra 1981

E se anche, pur di acquisire commesse in grado di dare lavoro agli operai, ci si adatta all’assemblaggio temporaneo delle Fiat 127 provenienti dal Brasile, pian piano Lamborghini esce dal coma: nel 1980 il Tribunale decreta la fine dell’Amministrazione controllata ed omologa la proposta di Artese di cedere per quasi quattro miliardi di Lire dell’epoca la Lamborghini ad un duo di imprenditori francesi, i fratelli Mimran (Jean Claude e Patrick). 

Sgarzi ed ovviamente Alfieri vengono confermati al loro posto ed è poco dopo che dagli archivi del Marchio i due fratelli Mimran si dimostrano interessati a quel vecchio e sfortunato progetto “Cheetah”:  ma in questo caso il sequel del progetto coordinato da Alfieri non è una sconclusionata ribalta verso un prodotto ed un settore industriale che nel 1977 era assolutamente intangibile e privo di senso per “quella” Lamborghini. 

Stavolta ad ispirare non è la proposta di collaborazione di una Azienda di San Josè in America, ma è la nuova visione che tutta la Società ha delle tensioni internazionali, della sicurezza; ed è anche il richiamo esotico che il mal d’Africa dei Raid e delle esplorazioni ha permeato le nuove generazioni. Stavolta nella nuova concezione il destino militare va in parallelo con quello commerciale, ed è per questo che quella “Cheetah” in realtà ispira il nuovo management ad un progetto molto alternativo alle sue origini: nasce la “Lamborghini Militare” LM001. 

Senza escludere l’effetto mediatico che al Salone di Ginevra del 1981 dovette fornire il vedere lo Stand Lamborghini rianimato, dopo tre anni di oscurità, da ben tre modelli di rilancio: la “Countach LP400 S”, la prima assoluta della nuova “Jalpa” realizzata sullo chassis della “Urraco” ed infine questo nuovo “Multi Purpose Vehicle” LM001 che ovviamente ha un design molto più rielaborato rispetto alla “Cheetah” non solo per scampare a nuove cause per violazione del Copyright ma anche e soprattutto perché rispetto al modello 1977, solo militare ed anfibio, la “LM001” contempla un abitacolo chiuso e la possibilità di quattro portiere non previste nella “Cheetah”: si apre ufficialmente la caccia ai ricchissimi clienti arabi e medio-orientali, specialità nella quale Alfieri si era dimostrato imbattibile, essendo stato lui quasi vent’anni prima a cucire addosso ad un esigentissimo Scià di Persia una Maserati “one off” come la “5000 GT”.

 

Ma sono soprattutto le sue misure e “sproporzioni” a fare scalpore: con una lunghezza di 480 cm, una larghezza di due metri pieni, alta quasi un metro ed ottanta e con un passo gigantesco per l’epoca (quasi tre metri) quel colosso di acciaio svetta su tutte le altre presenze del Salone e si mostra molto più…..Lambo della “Cheetah” grazie ad una linea è più muscolosa e spigolosa (con parafanghi sporgenti ed il posteriore ornato da enormi prese d’aria e sfoghi intorno alla ruota di scorta sul retro) e con il suo V8 americano che vede una rielaborazione “energizzante” da parte Lamborghini insieme ai freni della Countach necessari per frenare una massa di due tonnellate lanciata ad oltre 160 Km/h. 

 

In quel Salone di Ginevra dunque la “LM001” fu più una “ShowCar” dal vero impatto visivo, di forza e di esclusività, dove le ispirazioni militari lasciarono spazio alle suggestioni dei Rally-Raid. Senza essere mai commercializzata in serie, LM001 aveva centrato nel segno e Lamborghini era uscita dall’angolo.

Secondo Upgrade: Lamboghini “LMA” ed “LMA002”

La evoluzione come tappa obbligata di tutto questo sarà la “Lamborghini Militare” A (dove A interpreta diverse ipotesi leggendarie: c’è chi declina la lettera come “Anteriore” – motore – e chi arriva a definire la LMA come “Lamborghini Militare Alfieri”, fate Voi). 

Il problema della stabilità e motricità dell’asse anteriore in velocità, problema moltiplicato dal peso del motore a sbalzo posteriore, genera in Lamborghini una piccola rivoluzione : “LMA” con il suo frontale ancora più squadrato e il cofano allungato accoglie due motorizzazioni di opzione iniziale: il classico “V8” americano, probabilmente tenuto in conto più per motivi di collaudo e testing iniziale che non come allestimento commerciale; ed il mostruoso V12 da 4754 cc e 375 cavalli della Countach LP500S! Non c’è dubbio, a Sant’Agata cominciano a fare davvero sul serio. 

Presentata nel 1982, è chiaramente una proposta fatta non più per l’esercito ma per – passatemi il termine – solleticare quella voglia di status, ostentazione ed insieme sicurezza che animava ricchissimi sceicchi medio-orientali, facoltosi texani e dittatori africani che non vedevano l’ora di spendere un po’ dei loro dollari per sfrecciare a tutta velocità nelle proprie distese saltando tra crepacci, gole e dune di sabbia. Triste dirlo ma è così; e sebbene ci sia un mondo di differenza, ad influenzare “LMA” ed “LMA002” a motore Countach c’è sicuramente anche quell’Humvee MPV presentato dalla AM nell’Aprile del 1981 per la Difesa Statunintense: era nato “Hummer”. 

Ma anche in Lamborgini era nato qualcosa: il capostipite di “LM002”.

 

1986, arriva “Lambo Rambo” LM002

Siamo ormai nel 1986: l’opera straordinaria di Alessandro Artese, Giulio Alfieri e Ubaldo Sgarzi che in soli due anni ha traghettato Lamborghini fuori dell’Inferno del fallimento è oggi una solida realtà industriale dove gli ultimi due straordinari professionisti supportano una nuova e giovane proprietà. 

 

I fratelli Mimran favoriscono e promuovono un percorso fatto di eccellenza tecnologica ma anche di avanguardia dentro un mercato del lusso e della ostentazione che è diventato davvero molto liquido: in questo contesto la idea più folle del mondo si permette di diventare una “Milestone”.

 

Il mondo dell’avventura Sahariana ha nel frattempo stravolto il mercato delle due ruote con le “Enduro” e Maxi desertiche; ma anche il mercato auto subisce il fascino: dal Giappone Toyota, Mitsubishi, Isuzu, Nissan diventano Marchi leader nel nuovo segmento delle “Off Road”. Ma a dominare le classifiche dei “giganti” del fuoristrada di metà anni Ottanta ci sono solo Toyota Land Cruiser, Mercedes “GL” ed ovviamente Range Rover, mentre la “Monteverdi Safari” (unico vero pseudo concorrente della LM002) è praticamente travolto dallo stato prefallimentare del Marchio.

 

Ma nessun altro, come Lamborghini, è stato capace a metà anni Ottanta di scendere in campo con una scommessa folle ed azzardata: il primo mostro all-terrain e multi-purpose che chiamare “SUV” è in realtà una forzatura tecnica: un SUV (anche ante – litteram) si differenziava sostanzialmente dalle “Off-Road” (banalmente e gergalmente chiamate “Jeep”) per avere uno Chassis monoscocca portante che rispetto al classico schema a longheroni e traverse rende il mezzo più confortevole, più adatto alla velocità su strada ma estremamente meno dotato nel fuoristrada duro e puro. 

 

Chi chiama “SUV” la “LM002” (facendo tra l’altro torto al primo vero SUV di serie della storia, cioè il Rayton Fissore Magnum del 1989) evidentemente non ha visto la opera di magia amanuense ed artigiana necessaria ad incrociare e saldare tra loro le centinaia di tubo tondo e quadro di acciaio che compone e consolida come un diamante lo chassis nudo della “LM002”. 

 

No, nessun monoscocca, in Lamborghini sapevano bene cosa serviva a quel mostro, presentato ora davvero come prodotto per la commercializzazione e gli ordinativi fin dal Salone di Bruxelles del 1986 dove viene presentata in anteprima, con successiva presenza al Salone di Torino di fine Aprile nella versione pronta per la vendita: e sebbene “schiacciata” mediaticamente dalla valanga di Supercar che in quell’anno presenziano i Saloni (Lancia Thema 8.32, Maserati “228” e “Quattroporte Royale”, Aston Martin “Vantage Zagato”, etc etc..) la Lamborghini “LM002” è una di quelle creature che viste ad un Salone o in una immagine fotografica ti si “stampa” nella memoria e nella immaginazione. 

Infatti alla fine della kermesse di Torino si racconta che fossero stati raccolti quasi venti ordini. Il che, visto il modello ed il prezzo, non era certo un risultato scontato.

Quasi 5 metri di lunghezza, oltre due di larghezza, uno e ottantacinque di altezza, fino ad otto posti di capienza eccezionale (quattro dentro l’abitacolo e quattro su due panchette longitudinali contrapposte ai lati del vano posteriore – aperto a mo’ di Offshore nautico – pensate più per ruvide guardie del corpo, presumo, che non per distinti rampolli in passeggiata sul lungomare di Riccione): ed in effetti oltre ad essere il primo “SUM” (Sport Utility Monster) la LM002 è anche un raro esempio di PickUp a doppia cabina capace di sfidare in rettilineo una Ferrari.

2400 chili a secco, che solo con il pieno di 250 litri di benzina e quattro passeggeri arriva a superare le tre tonnellate, che però non si scompongono e mantengono la promessa di oltre 200 chilometri orari di punta massima e di 8 secondi per passare da zero a cento. 

5.200 cc, 450 cavalli (440 nelle versioni catalizzate per gli USA) e ben 500 Nm di coppia per un “V12” a 48 valvole e – inizialmente – sei enormi carburatori Weber a doppio corpo avvolti da un enorme airbox con due prese che sfociano sulla superficie del cofano con griglie e filtri per trattenere la micidiale sabbia del deserto : chiunque abbia osato lanciarla in autostrada alla massima velocità possibile – sapendo bene di avere un camion sotto di lui da dirigere ed eventualmente frenare – meritava paia di mutande personalizzate e calibrate alla dimensione delle sue palle! 

Anche perché ai due graffianti dischi anteriori (sempre della Countach) si affiancavano più solidi ma meno performanti enormi tamburi da 30 centimetri di diametro al posteriore…Eppure le Riviste specializzate registrarono spazi di frenata (come ad esempio da 110 km/h a zero) migliori di tante medie sportive pesanti un terzo della LM002.

E grazie alla trazione integrale inseribile con riduttore e tre differenziali autobloccanti LM002 si muove disinvolta anche tra le dune del deserto, e gli sceicchi Arabi diventano infatti clienti elettivi anche perché non hanno problemi a gestire consumi che con guida assolutamente prudente non vanno meglio dei sei chilometri al litro. 

Ma se il consumo non era davvero un problema, Lamborghini aveva pronta anche una serie speciale (poteva esserci qualcosa di più speciale della già speciale LM002?) dotata di un motore della famiglia “Quetzal” progettata a Sant’Agata proprio dalla fine anni Settanta per creare una nicchia di business “liquido” come era all’epoca quello della motonautica, dove i V12 da 5 litri fino ad otto litri divennero la scelta vincente per chi ovviamente aveva da spendere tanti e tanti soldi…..Il V12 da 7257 cc e 420 cv si esaltava in realtà per doti di coppia da Caterpillar, con consumi giustamente adeguati. 

Ma cosa è il consumo di benzina rispetto al piacere di tagliare in due le dune di sabbia a 150 chilometri orari seduti su quattro sedili in pelle fiore, protetti da alzacristalli elettrici e da ogni tipo di filtri abitacolo dalla polvere esterna, climatizzati contro il caldo e cullati dalla musica dello stereo; e magari, ai due posti posteriori, estrarre un bel Moet&Chandon dal vano tra le due poltrone e brindare?

Gli Skorpion Pirelli, una anteprima nella anteprima

Per LM002 la Pirelli, opportunamente interpellata, produce in esclusiva, quaranta anni fa, gli “Skorpion BK” in una misura psichedelica per l’epoca: 345/60 da 17” ed ovviamente “R”: Vi basti pensare che con gli pneumatici da 15” di solito si equipaggiavano le superammiraglie e che nel 1986 le Utilitarie da città adottavano per la maggiore i cerchi da 13 pollici. Solo per darvi un’idea. La “rotondità” delle gomme dalla spalla “cicciotta” rendono questi Skorpion davvero imponenti ed ingombranti, ma fondamentali per tenere ad alta velocità la LM002 attaccata alla strada. 

Dentro alla rivoluzione della LM002 negli anni si è trascurata l’altra rivoluzione “vera” del progetto: Pirelli crea quel che davvero all’epoca non c’era; sembrano quattro cuscini su cui la maxi LM002 si appoggia, con quel “cordolo” di gomma chiamato “orecchia” che serviva per aumentare la sezione laterale in caso di affondamento nei fondi sabbiosi. 

Ma le peculiarità dello Skorpion sono altri: sopporta le temperature del deserto e anche quelle artiche, con la sua carcassa di acciaio e nylon regge pesi fino a tre tonnellate e mezza, ha rinforzi antitaglio in aramide (poliamnide aromatica, fibra sintetica dalla altissima resistenza meccanica, termica e di taglio), e mantiene la prerogativa “run flat” cioè la capacità di continuare a muovere un veicolo anche da sgonfio.

Potrei dirVi molto di più su Lamborghini LM002, ma le caratteristiche di dettaglio le potete trovare in Rete. Per me era più importante raccontarVi il contesto, le burrasche, le sofferenze e le intuizioni che portano Lamborghini, da un passo dal baratro, a permettersi di imporre al mondo la sua nuova e dirompente personalità. 

 

Sembra un commento “off topic” da parte mia, ma quando “LM002” fu presentata al Salone di Torino 1986 mi sarei atteso, non so perché, che un geniaccio come Alejandro De Tomaso seguisse a ruota e – avvezzo alle esagerazioni – presentasse prima o dopo un’ anti Lambo con un bel Ford 5700 cc. V8 da almeno 300 cv. Sarebbe stata lotta tra Titani romagnoli, situazione storicamente tipica nel mondo dei motori. E forse, come accaduto nel caso della Lancia Thema 8.32, i primi dualismi avrebbero moltiplicato, in quella seconda metà degli anni Ottanta, magari di già la concorrenza di Mercedes, Ford, Chevrolet e chissà quanti altri.

Ma questo non avvenne, e forse io quaranta anni dopo ho “indovinato” a modo mio il motivo, legando nella memoria effetto mediatico, eventi internazionali e trasformazioni socioculturali: intanto dall’avvio della “Perestrojka” di Gorbaciov l’incubo dell’Armageddon nucleare si riduceva nelle fantasie popolari, e dunque i mezzi alla “Mad Max” erano meno stuzzicanti; poi la guerra al narcotraffico operata dagli USA al Sudamerica da fine anni Ottanta proiettava le immagini dei super fuoristrada e PickUp blindati dei “narcos” cui periodicamente si associavano quelle dei tiranni africani e dei leader medio-orientali. 

 

E poi, ad un certo punto, è arrivato “Desert Storm” nel 1991: ed a quel punto l’immagine del “SUV” buono era solo quello dell’Hummer, che infatti in versione “Civilian” fece il pieno di ordini da parte dei Vip che andavano per la maggiore; poi c’erano i “SUV” Premium (Range Rover, Toyota Land Cruiser, Nissan Patrol GR, Mercedes G) per chi aveva ottime disponibilità economiche; ed infine i mostri di cavalli e testosterone come la Lamborghini “LM002”, divenuti alla fine contrari alla neocultura“Grunge”, all’ambiente, ai consumi, ed infine alla morale. 

 

Ed infine, all’inizio degli anni Novanta, i nuovi mercati di Cina e Russia non suscitarono da subito l’attenzione dei Costruttori per i modelli extra lusso ma per le auto di volume, quelle capaci di moltiplicare la motorizzazione di massa.

Mamma mia quanto siamo volubili, noi popolino: per cui i circa 320 pezzi prodotti e stravendutissimi della LM002 in sette anni (praticamente tre costruiti ogni mese dell’anno) vedono una parabola che lentamente si spegne. In realtà la produzione non si chiude per crollo del desiderio ma per la girandola di acquisizioni e passaggi di mano che coinvolgono Lamborghini dal 1987 al 1999, con ovviamente la perdita di diversi focus operativi. 

 

Un peccato, che rende le circa 290 LM002 ancora circolanti nel mondo delle vere e proprie rarità. Buon Compleanno, straordinaria LM002.

Riccardo Bellumori

 

Mercedes-Benz C126: il tuning SEC V12 Widebody Sledgehammer

L’atelier americano di tuning RENNtech, con sede in Florida, ha annunciato il restomod limitato SEC V12 Widebody Sledgehammer basato sulla leggendaria coupé Mercedes-Benz C126 degli anni ’80, che monterà il non meno leggendario motore 12 cilindri M120 degli anni ’90, potenziato fino a 669 CV.

La coupé di punta Mercedes-Benz Classe S della generazione C126 non è mai stata equipaggiata con il motore M120 di serie, che è stato montato sui modelli Mercedes di punta più recenti, tra cui le auto della generazione W140/C140, simboli degli anni ’90. Ricordo che nel 2022 l’atelier RENNtech ha prodotto una berlina “centoquaranta” assolutamente sbalorditiva con una versione originale da 7,6 litri del motore M120, e ora si è deciso di dotare di un motore simile la coupé C126, che di serie aveva al massimo un V8 della famiglia M117. A suo tempo, l’atelier AMG ha lavorato molto sul motore M117: le auto che ne erano dotate hanno ricevuto il nome di Hammer, ovvero “martello”, mentre i maestri di RENNtech hanno chiamato il loro nuovo capolavoro Sledgehammer, ovvero “mazza”.

IL TUNING ESTREMO

La RENNtech SEC V12 Widebody Sledgehammer avrà una nuova versione da 7,5 litri del motore M120, che senza alcuna sovralimentazione erogherà ben 669 CV e 881 Nm. Per raggiungere tali prestazioni saranno necessari numerosi nuovi componenti, tra cui pistoni rinforzati, nuove testate e collettori di scarico in acciaio inossidabile di uguale lunghezza con catalizzatori sportivi: il suono in uscita sarà assolutamente impareggiabile. Non ci sono ancora informazioni sul cambio. Si prevede di modernizzare completamente il telaio in modo che possa “assorbire” l’enorme potenza del nuovo motore.

La carrozzeria della coupé C126 sarà radicalmente rinnovata, con un kit widebody, soglie allargate, un nuovo paraurti anteriore con grandi prese d’aria e un nuovo paraurti posteriore con un diffusore sviluppato. I passaruota allargati ospiteranno grandi ruote forgiate. Sul tetto del bagagliaio sarà installato un piccolo ed elegante spoiler.

L’interno della RENNtech SEC V12 Widebody Sledgehammer non è ancora stato svelato, si sa solo che la portata delle modifiche dipenderà in gran parte dai desideri del cliente: è possibile mantenere l’atmosfera classica con pelle e legno, oppure rivestire tutto in carbonio e riempire di elettronica moderna.

Al momento, la RENNtech SEC V12 Widebody Sledgehammer esiste solo sotto forma di rendering, gli esemplari reali del restomod saranno in vendita solo nel 2027, il prezzo non è ancora stato annunciato, la tiratura è di 12 esemplari.

Nuovo Volkswagen Tukan 2026: rendering

Volkswagen Tukan esordirà presto bel segmento dei pick-up compatti.

Una settimana fa, Volkswagen ha annunciato un nuovo pick-up progettato per il Sud America. Nel frattempo, utilizzando quello che è essenzialmente l’unico teaser disponibile, abbiamo deciso di immaginare come sarà.

Il nuovo modello si chiamerà Tukan, dal nome dell’uccello tucano che vive in Sud America. Anche il colore giallo brillante della carrozzeria, che possiamo vedere in parte nella foto del futuro pick-up, dovrebbe essere associato a questo nome. Da ciò possiamo dedurre che il pick-up sarà un “veicolo leggero”, ovvero con una carrozzeria portante e relativamente compatta, simile ai suoi futuri concorrenti: Fiat Toro, Chevrolet Montana, Ram Rampage e il futuro pick-up Renault.

Questi rendering di Kolesa.ru ci permettono di dare uno sguardo al modello definitivo.

Rendering Kolesa.ru

IL NUOVO PICK-UP

Possiamo supporre che la forma del nuovo Volkswagen Tukan riprenderà il concept Tarok del 2018. Allo stesso tempo, la sua parte anteriore sarà sicuramente completamente nuova: abbiamo raffigurato una versione realizzata nello stile dei nuovi crossover del marchio, il Tiguan e il T-Roc. Sul lato del teaser si può vedere una stampigliatura curva sopra i passaruota posteriori, che molto probabilmente sarà simile nella parte anteriore.

Le maniglie delle portiere sono classiche e nere, così come il tetto. I passaruota dietro l’abitacolo hanno un aspetto insolito: con ogni probabilità, si fondono armoniosamente con le barre sul tetto. I fanali posteriori saranno realizzati sotto forma di classici blocchi verticali (una parte di essi è visibile nel teaser), in contrasto con il concept con i fanali che si estendono per tutta la larghezza della parte posteriore.
Non ci sono ancora informazioni confermate sulle caratteristiche tecniche.

La Volkswagen Tukan dovrebbe essere equipaggiata con un motore turbo 1.4 TSI proveniente dal SUV locale T-Cross, che potrebbe essere il parente più prossimo del pick-up. C’è anche la possibilità di un propulsore ibrido leggero con un 1.5 TSI turbo e un sistema elettrico a 48 volt.
La presentazione del nuovo modello è prevista per quest’anno e la produzione inizierà nel 2027. Nel frattempo, la versione ibrida della Volkswagen Tiguan ha debuttato questa settimana con un design tutto suo.

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