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Nuovo Hyundai Staria Elettrico: Anteprima

Hyundai Staria ha ora una versione completamente elettrica. La nuova modifica sarà disponibile con un unico motore sull’asse anteriore, non sarà possibile scegliere la batteria.

Il mese scorso Hyundai ha annunciato la sua “auto elettrica più grande”. Il nome del modello non è stato rivelato, e l’annuncio è stato accompagnato solo da un teaser. Tuttavia, è subito ipotizzato che si trattasse del debutto della versione completamente elettrica del minivan Staria, e l’ipotesi si è rivelata corretta: la prima pubblica della nuova versione con il semplice nome “Electric” è stata presentata oggi al Salone dell’Auto di Bruxelles. Ricordiamo inoltre che nel dicembre 2025 la Hyundai Staria con motore a combustione interna è stata sottoposta a un restyling, anche se tali furgoni e furgoncini sono attualmente disponibili solo sul mercato interno coreano. Va notato che al momento è stata presentata esclusivamente la Staria “green” per il trasporto passeggeri.

MOTORE E DATI TECNICI

Il minivan elettrico ha un’architettura a 800 volt, un motore da 218 cavalli posizionato sull’asse anteriore e una batteria con una capacità di 84 kWh. L’autonomia è di circa 400 km secondo il ciclo WLTP. È stato comunicato che, “in condizioni ottimali di ricarica rapida”, la batteria della Hyundai Staria Electric potrà essere ricaricata dal 10 all’80% in circa 20 minuti.

La principale differenza esterna della versione elettrica è il “muso” liscio con sportello integrato per la ricarica (il cui coperchio è riscaldato). Come le auto aggiornate con motore a combustione interna, Hyundai Staria Electric ha una striscia LED unica per le luci di marcia (nel modello precedente, le luci di marcia sono composte da tre sezioni). L’azienda non ha mentito, la nuova versione è davvero l’auto elettrica più grande del marchio: la lunghezza è di 5255 mm. A titolo di confronto, la lunghezza del crossover Hyundai Ioniq 9, precedente detentore del titolo di “auto elettrica” più grande, è di 5060 mm.

INTERNI E TECNOLOGIE

All’interno, Staria Electric ha copiato le versioni modernizzate con motore a combustione interna. Qui sono presenti un nuovo volante simile e schermi più grandi per la strumentazione e il sistema multimediale, oltre al tradizionale blocco di controllo del climatizzatore con tasti fisici e manopole (i modelli precedenti e i furgoni hanno un pannello touchscreen). I deflettori centrali dell’aria sono ora nella posizione abituale, sotto lo schermo multimediale.

Hyundai Staria Electric sarà disponibile con 9 o 7 posti. La prima versione in Europa si chiama Wagon, con riscaldamento e ventilazione dei sedili anteriori, porte laterali scorrevoli elettriche e portellone posteriore disponibili come optional.

La versione a sette posti si chiama Luxury e di serie è dotata di riscaldamento e ventilazione dei sedili della prima e della seconda fila e di porte elettriche. Per il minivan sono state annunciate anche telecamere a visione panoramica, cruise control adattivo, sistemi di frenata automatica, mantenimento della corsia e monitoraggio degli angoli ciechi.

Nuova Peugeot 408 2026: il restyling

Nell’ambito del Salone dell’Auto di Bruxelles, il marchio francese Peugeot, di proprietà della società Stellantis, ha presentato la Peugeot 408 restyling che sarà disponibile presso i concessionari europei nella prima metà dell’anno in corso.

La moderna Peugeot 408 è una crossover liftback di medie dimensioni basata sulla piattaforma EMP2, presentata per la prima volta nel 2022 e prodotta contemporaneamente a Mulhouse, in Francia, e a Wuhan, in Cina, dove è ancora in produzione la vecchia Peugeot 408 , una berlina su piattaforma EMP2 (non venduta in Europa), motivo per cui la crossover liftback è conosciuta qui come Peugeot 408X. Nel 2024 la gamma si è arricchita con una versione completamente elettrica, la E-408, e ora è giunto il momento del restyling.

Le principali modifiche esterne della Peugeot 408 si concentrano sulla parte anteriore: è stata dotata di ottiche a LED a due livelli nello stile della sorella Peugeot 308, che ha subito un restyling la scorsa estate, e di una griglia del radiatore simile a una mascella, i cui denti superiori sono dotati di illuminazione a LED. Il paraurti anteriore è diventato più spigoloso e ha ricevuto inserti in plastica nera lucida.

LA GAMMA MOTORI

L’unica novità nella parte posteriore è il pannello nero lucido che collega i fanali con la scritta Peugeot illuminata, che prima era sostituita da una semplice targhetta con il logo del marchio. È stato aggiornato anche il design dei cerchi in lega, disponibili nelle versioni da 17, 19 e 20 pollici. Alla gamma di colori della carrozzeria è stato aggiunto l’esclusivo verde Flare Green, come quello dell’auto nelle foto. Le dimensioni principali della cross-liftback rimangono invariate: lunghezza complessiva 4687 mm, passo 2787 mm.

Gli interni della Peugeot 408 sono rimasti invariati in termini di design, ma sono stati migliorati i materiali morbidi delle finiture (tessuto, pelle, alcantara) e sono stati aggiunti inserti in alluminio naturale.

Il quadro strumenti e lo schermo multimediale sono da 10 pollici. Il nuovo impianto audio top di gamma da 690 watt conta 10 altoparlanti. L’insonorizzazione dell’abitacolo è stata leggermente migliorata grazie all’uso di vetri più spessi e a una più accurata progettazione aerodinamica della carrozzeria, anche nella zona del sottoscocca. Il volume del bagagliaio è di 536 litri, che aumenta a 1611 litri con gli schienali dei sedili posteriori ribaltati.

La Peugeot 408 aggiornata sarà disponibile in tre versioni: ibrida, ibrida plug-in ed elettrica, tutte con trazione anteriore.

La versione ibrida base non è cambiata: eroga la stessa potenza massima di 145 CV, generata dal motore turbo a benzina da 1,2 litri e dal motore elettrico integrato nel cambio automatico a 6 marce con doppia frizione.

Nuova Honda NSX Tribute: icona nel futuro

Honda NSX Tribute porta su strada un pezzo di storia dell’auto in una veste tutta nuova.

Una delle anteprime più sorprendenti e inaspettate del Salone dell’Auto di Tokyo, inaugurato oggi, è stata la versione esclusiva della Honda NSX di seconda generazione realizzata da Italdesign: la carrozzeria della supercar ibrida ha ripreso alcune caratteristiche della “prima” NSX, mentre gli interni sono diventati più minimalisti e raffinati.

La supercar ibrida Honda NSX di seconda generazione ha detto addio alla produzione già nel 2022 e l’azienda giapponese non ha ancora preparato un modello successivo. La tiratura della “seconda” NSX è stata di 2908 esemplari: quelli in buone condizioni tecniche hanno oggi un valore da collezione. Tuttavia, l’atelier Italdesign ritiene che ci saranno persone disposte a consegnare la propria NSX per una trasformazione, al fine di ottenere una Honda NSX Tribute ancora più rara e costosa.

Italdesign accetta solo Honda NSX con guida a destra, poiché il progetto prevedeva inizialmente una trasformazione in stile JDM, che doveva riflettere chiaramente e distintamente le migliori tradizioni dell’industria automobilistica giapponese. Appositamente per la Honda NSX Tribute, gli specialisti di Italdesign, in collaborazione con i colleghi di Honda, hanno sviluppato una nuova carrozzeria aerodinamica, che appare più aggressiva di quella di serie e conferisce alla supercar ibrida le caratteristiche della Honda NSX di prima generazione alimentata esclusivamente a benzina.

La parte posteriore è stata modificata in modo più sostanziale, ricevendo un nuovo spoiler con luci di stop integrate nello spirito della “prima” Honda NSX. Il nuovo paraurti posteriore ha un diffusore più sviluppato e stabilizzatori aerodinamici laterali. Il posto del lunotto sopra i motori a benzina è stato preso da un nuovo coperchio opaco con prese d’aria e una massiccia presa d’aria centrale.

LE LINEE ICONICHE

Il frontale è diventato più aggressivo e allo stesso tempo più essenziale. I fari sono dotati delle cosiddette “palpebre”, pensate per rendere la “seconda” NSX più simile alla “prima”. Le soglie sono state allargate. I nuovi cerchi in lega a cinque razze Advan in stile classico sono equipaggiati con pneumatici sportivi Yokohama. La carrozzeria può essere verniciata in qualsiasi colore, ma i nuovi elementi aerodinamici sono di default neri.

L’abitacolo della Honda NSX Tribute è strutturalmente identico a quello della supercar di serie, ma la forma del pannello frontale è stata modificata, le prese d’aria centrali sono diventate più eleganti e quelle laterali sono state sostituite da canali profilati senza griglie in colore contrastante. Anche il tunnel centrale e le carte delle porte sono stati ridisegnati, rendendoli più semplici ed eleganti. I materiali di finitura sono completamente nuovi, la loro combinazione e i colori sono scelti in base alle esigenze specifiche del cliente, ma si tratta principalmente di pelle scamosciata e fibra di carbonio.
Non è stata annunciata alcuna modernizzazione tecnica per la Honda NSX Tribute.

La NSX standard di seconda generazione nella versione finale Type S è dotata di un propulsore ibrido con una potenza massima complessiva di 608 CV e 667 Nm. Il motore biturbo a benzina da 3,5 litri V6 è posizionato longitudinalmente davanti all’asse posteriore, a cui sono collegati un motore elettrico e un cambio automatico a 9 rapporti con doppia frizione, che trasmette la potenza alle ruote posteriori. Le ruote anteriori sono azionate da due motori elettrici separati, che traggono energia da una batteria tampone. La supercar raggiunge i 100 km/h in 2,9 secondi, con una velocità massima di 308 km/h.

Italdesign intende produrre la Honda NSX Tribute in edizione limitata, ma non ha ancora specificato il numero esatto di esemplari né il prezzo.

Ricordiamo che il mese scorso l’atelier italiano Italdesign ha cambiato proprietario: il gruppo Volkswagen ha venduto il pacchetto di controllo di Italdesign alla società IT americano-indiana UST.

Nel frattempo, anche la Honda NSX di prima generazione tornerà presto sul mercato sotto forma di restomod in piccola serie realizzato dal team JAS Motorsport e dalla carrozzeria Pininfarina.

Nuovo Fiat Qubo L: addio Doblò

Fiat approfitta del Salone di Bruxelles per presentare il restyling del Doblò, che cambia nome riprendendo una vecchia denominazione del catalogo: Qubo L. Cugina della Citroën Berlingo e della Peugeot Rifter, questa monovolume termica o elettrica non è una novità assoluta.
Dal 2022, Fiat propone nel suo catalogo la Doblo di terza generazione su alcuni mercati. La Francia non ne fa parte, essendo già ben fornita con le sue cugine Citroën Berlingo, Peugeot Rifter/Partner, Opel Combo e Toyota ProAce City. Ciononostante, Stellantis approfitta del Salone di Bruxelles per svelare una nuova versione della Doblo, che cambia nome riprendendo in modo sorprendente una vecchia denominazione di Fiat: Qubo L.
Commercializzata tra il 2008 e il 2019 su alcuni mercati, la Fiat Qubo era una piccola monovolume basata sulla Citroën Nemo e sulla Peugeot Bipper. Per distinguerla da quest’ultima, Fiat ha aggiunto la particella “L”, che logicamente significa che è più lunga di quest’ultima. Proposto in due carrozzerie, 5 posti con passo corto (4,40 m di lunghezza) o 7 posti con passo allungato (4,75 m), il modello riprende tutto dalla Citroën Berlingo e dalla Peugeot Rifter in versione passeggeri. È anche molto simile alla Doblo già sottoposta a restyling nel 2024.

DATI TECNICI E MOTORI

La Fiat Qubo L offre un’ampia gamma di motorizzazioni: diesel con un quattro cilindri 1.5 da 100 CV con cambio manuale o 130 CV con cambio manuale o automatico e un motore a benzina 1.2 da 110 CV su tutta la gamma, oltre a una variante elettrica da 136 CV solo per la versione a 5 posti.
fiat qubo l La Qubo L è disponibile in due lunghezze (4,40 m o 4,75 m) con 5 o 7 posti.
I portavoce del marchio non hanno confermato con quale listino il modello sarà commercializzato in Italia.

Nuova Toyota GR Yaris Morizo RR: anteprima

Ecco la nuova Toyota GR Yaris Morizo RR che sarà prodotta in edizione limitata: solo 200 esemplari.

La sportiva Toyota GR Yaris è stata presentata all’inizio del 2020, ha subito il primo restyling completo nel 2024 e il secondo aggiornamento nella primavera del 2025. Ora il produttore giapponese ha sviluppato una versione speciale della hot hatch, chiamata GR Yaris Morizo RR. Il prototipo di questa “calda” novità è stato presentato dal marchio al Salone dell’Auto di Tokyo, che ha aperto i battenti oggi, 9 gennaio 2026.
Ricordiamo che Morizo è il soprannome da pilota di Akio Toyoda, che attualmente è presidente del consiglio di amministrazione della Toyota e in precedenza ha ricoperto la carica di amministratore delegato. Su sua iniziativa, nella gamma del marchio giapponese sono apparse le hot hatch GR Yaris e GR Corolla, e il secondo modello aveva anche una versione speciale denominata Morizo Edition. Il nome da corsa è stato utilizzato anche per la Lexus LBX Morizo RR. Ora è il turno della GR Yaris.

La hatchback GR Yaris Morizo RR è stata dotata di sospensioni modernizzate, una nuova carrozzeria aerodinamica con uno splitter anteriore diverso, minigonne laterali modificate e un grande alettone posteriore in fibra di carbonio che crea una forza di deportanza aggiuntiva. Inoltre, questa hot hatch ha ricevuto l’esclusivo colore della carrozzeria Gravel Khaki, un leggero cofano in carbonio, cerchi in lega color Matte Bronze, dietro i quali si possono intravedere le pinze dei freni gialle.

LA SPORTIVA ESCLUSIVA

All’interno della GR Yaris Morizo RR è installato un volante da corsa a tre razze, appositamente progettato per questa versione speciale. È rifinito in pelle scamosciata nera e completato da cuciture gialle a contrasto (come molti altri elementi dell’abitacolo). Sono presenti anche pulsanti fisici “old school” che consentono, tra l’altro, di controllare l’impianto audio. L’interno è ulteriormente impreziosito da una targhetta con il numero di serie e l’emblema Morizo RR che ne sottolinea l’esclusività.

L’azienda non ha fornito alcuna informazione sulle “caratteristiche tecniche”, ma si prevede che sotto il cofano della GR Yaris Morizo RR sia installato il motore turbo a benzina a tre cilindri G16E-GTS da 1,6 litri. Nella specifica giapponese la sua potenza massima è pari a 304 CV a 6500 giri/min, con una coppia di 400 Nm a 3250-4600 giri/min.

Come riferito da Toyota, per la GR Yaris Morizo RR è stata sviluppata una modalità di controllo esclusiva del sistema di trazione integrale, in cui la modalità Gravel (che consente di distribuire la trazione in un rapporto fino a 53:47) è stata sostituita dalla modalità Morizo, che imposta il rapporto iniziale a 50:50.

Nuova Dacia C-Neo: oltre la Bigster

La nuova Dacia C-Neo segnerà una tappa importante nella storia del marchio.

Sembrava che non sarebbe mai arrivato il momento in cui Dacia sarebbe entrata a pieno titolo nel segmento delle compatte. Il marchio rumeno ha sempre saputo giocare le sue carte alla perfezione, senza dare indizi sulle sue intenzioni, ma, da quando vi abbiamo dato le prime anticipazioni sulla Bigster, era solo questione di tempo prima che il marchio low cost facesse il suo ingresso in uno dei segmenti più competitivi del mercato.

E Dacia è sempre più vicina a mettere ordine in una categoria che, negli ultimi anni, ha perso molto slancio. Il successo della Jogger ha portato il marchio rumeno ad applicare quasi la stessa ricetta per quello che sarà il sesto modello della gamma del costruttore, anche se con una differenza importante rispetto a quest’ultimo. Per ora, la nuova Dacia C-Neo, come è conosciuta internamente questa attesa compatta economica, è già in fase di test, l’avete vista nelle foto spia e ora potete vederla nel rendering in copertina di Motor.es.

STILE CONCRETO

Il nuovo modello di Dacia punta su proporzioni contenute e una lunghezza di circa 4,6 metri, distinguendosi per un frontale che manterrà lo stile caratteristico che ha caratterizzato gli ultimi modelli del costruttore, con i fari praticamente integrati nella griglia del radiatore e un frontale che trasmette una maggiore robustezza.

Colpisce il design della parte laterale e posteriore, con una linea del tetto profilata che cade con decisione sui montanti dietro le porte posteriori, imprimendo una forma più potente in questa zona. Dacia non rinuncia alle maniglie integrate nelle porte, ma ha rivestito i passaruota con protezioni in plastica, nel più puro stile dei crossover. Un complemento alla maggiore altezza della carrozzeria da terra, rispetto a quella di un’autovettura convenzionale.

Quello che possiamo anche vedere nella parte posteriore è che questa avrà un portellone più inclinato, imprimendo uno stile più sportivo ed elegante come le Shooting Brake, e con luci posteriori con una grafica luminosa completamente diversa da quella degli attuali modelli Dacia.

INTERNI E TECNOLOGIE

All’interno la postazione di comando sarà praticamente quella della Bigster. Il grande SUV condividerà i suoi geni, il suo nuovo volante multifunzione e il touchscreen della console centrale, tra gli altri dettagli, con questo crossover più familiare e pratico che non avrà sette posti. Uno degli obiettivi della nuova C-Neo è quello di offrire un elevato comfort ai tre passeggeri della seconda fila, con più spazio per i gomiti, e anche con un ampio volume di carico nel bagagliaio.
Il nuovo modello di Dacia erediterà anche la meccanica di ultima generazione, compresi gli interessanti ibridi a GPL, il cambio automatico EDC e persino la trazione integrale con motore elettrico posteriore. Il motore a tre cilindri da 1,2 litri sarà disponibile in due gamme di potenza, con 120 CV e 150 CV, il primo sia con cambio manuale che automatico, e il secondo allo stesso modo, ma anche con configurazioni a trazione anteriore e integrale.

Anche l’1.8 Hybrid da 155 CV e cambio automatico farà parte della gamma di questo crossover che sarà presentato poco dopo il Salone dell’Automobile di Parigi 2026 e che sarà in vendita entro la fine dell’anno. La nuova Dacia conquisterà i clienti per tutte le qualità tipiche del marchio, per un’autonomia superiore ai 1.000 chilometri senza rifornimento e per i prezzi scandalosi, che oscilleranno tra i 23.000 e i 28.000 euro. L’intenzione è che la Bigster sia quella che supererà la barriera dei 30.000 euro, forse perché è un SUV.

Tommaso Piccirilli: il Re di Vallelunga eroe popolare di un’epoca leggendaria

La storia che sto per raccontare per buona parte neppure l’ho vissuta, essendo all’epoca poco più che un poppante: ma l’ambiente, i nomi, e i suoni ed i colori che questa storia richiama li posso e voglio raccontare, perché appartengono a Roma, ma alla “Roma com’era” o alla “Roma Sparita” che non fa capolino solo dalle tele dei Pittori o dagli stornelli capitolini.

C’è una Roma sparita anche nei motori e soprattutto è famosa quella “Roma Capoccia” dei motori che, da metà anni Sessanta e fino alla seconda parte degli anni Ottanta, rende importantissimaquella piazza metropolitana che solo per il fatto di far fluire dentro ed intorno a sé già oltre un milione di persone sulle strade era negli anni ’70 un mercato di assoluto interesse. 

Chiaramente la passione ed il mercato motociclistico aveva le sue isole di eccellenza altrove, perché di Costruttori Industriali ed artigianali in quel periodo se ne trovavano quasi zero su Roma.

Ma lasciamo per un attimo Roma e scivoliamo nella sua provincia verso Sud Est, quella provincia che oggi pare rinomata solo per Outlet e Centri Commerciali. In questa provincia c’è però una città che, relativamente giovane, si è costruita una storia che tra pre e post seconda Guerra mondiale è stata davvero tormentata.

Quella città diventata comune nel 1935 dopo essere nata come dormitorio per operai ricorda nella sua toponomastica le origini industriali: via della Polveriera e via degli Esplosivi sono la traccia di uno stabilimento – la BPD, nata nel 1912 – che produceva munizioni e dove contrariamente alle consuetudini temporali e sociali più della metà dei lavoratori era di genere femminile. 

Una storia di sofferenze e criticità, quella di Colleferro: nel 1938 un incidente nelle sezioni dove si lavorava il tritolo uccise decine di persone, mentre il Primo Novembre del 1943 la BPD e tutta Colleferro sono bersaglio dei bombardamenti alleati cui seguonole fucilazioni dei tedeschi sui civili sorpresi a svolgere sciacallaggio e furto di qualsiasi cosa fosse recuperabile per essere venduta o consumata.

 

E purtroppo i bombardamenti ed il refluo solido e liquido delle lavorazioni di materiale bellico lascerà per decenni l’effetto di inquinamento delle acque e di diossina nell’aria. 

Poi arriva, nel primo dopoguerra, la cementeria che svetta minacciosa e suggestiva nell’orizzonte percorrendo le provinciali poco fuori la cinta urbana, persino con il focus delle luminarie elettriche che illuminano i due enormi cilindri dalla notte alla mattina. 

Quella cementeria è stata la prima in Italia a produrre leganti idraulici pozzolanici grazie ai tanti giacimenti di pozzolana della zona. Oggi quella città vive problemi sociali e di inclusione e convivenza ben diversi, e stavolta l’inquinamento non è solo intorno agli abitanti ma anche dentro di loro: si chiama tossicodipendenza, si chiama spaccio e microcriminalità, roba che rende la vita della cittadina una jungla quotidiana. Ma ci sono ricordi e ci sono piccoli eroi che questa città non devono dimenticare.

Tommaso Piccirilli nasce a Colleferro, questa provincia montagnosa e verde a Sud Est della Capitale, l’8 gennaio del 1948 – oggi, di 78 anni fa – ed ovviamente come tantissimi altri ragazzi si mette in mostra iniziando con moto derivanti dal prestito affettuoso di parenti ed amici. Ma il battesimo di fuoco per il giovane talento passa per le vie di una Gara in salita famosa e difficile, la “Colleferro – Segni” che passa proprio ad un soffio da casa sua: una Gara nata a partire dal 1957 grazie ad un Club locale dedicato a Nello Antonini e svolta fino alla fine degli anni Ottanta (tornata poi come rievocazione storica dedicata proprio al ricordo di Tommaso).

Tommaso “Giorgio” Piccirilli inizia a correre dal 1965, a soli diciassette anni, passando attraverso la Itom 50 (modificata a 75 cc.) la Aermacchi Aletta 125 del Team Cappelletti (una cara conoscenza della mia adolescenza con i pomeriggi passati a sverniciare con gli occhi le loro moto in esposizione); poi arriveranno Ducati 250 e 450, ed infine la consacrazione con la kawasaki 500; ma non anticipiamo troppo.

Chiaramente la Colleferro – Segni (Gara in salita difficilissima nonostante l’apparenza da Gara rionale, del tutto errata come visione rispetto al rango ed al peso dei campioni che Vi partecipavano) sarebbe stato il battesimo di fuoco per il ragazzo che intorno ai suoi vent’anni (e poco dopo il servizio di Leva alla “Folgore” di Livorno) vince quella specialità con appunto laAermacchi “Aletta 125 Due Tempi”.

Ma torniamo un attimo a Roma: c’erano le Scuderie, c’erano soprattutto diversi Distributori ed Importatori di Marchi internazionali, ed infine c’era la forza commerciale delle Concessionarie ed i loro “numeri”.

Una Roma a Due Ruote “Criptata”: Anni Settanta, le Gare clandestine e i Dealer sovrani

A Roma la più piccola e familiare delle realtà Concessionarie poteva vantare fatturati che in altri Centri Urbani potevi raggiungere solo sommando tra loro diversi operatori locali: non ricordo più purtroppo tante di loro, ma certamente nomi come “Biaschelli” (Benelli), “Pellegrini” (Moto Guzzi); “Cappelletti” (per Aermacchi, H-D, Cagiva e poi Suzuki); ed infine “Nardi” per la Moto Morini e “Samoto” per Honda sono riferimenti storici che hanno significato soprattutto parecchi Clienti per le rispettive Case Mandanti.

Era – quello – il periodo in cui dentro la Concessionaria di riferimento non potevi non trovare, appollaiato distrattamente sulla sella di una moto in esposizione, l’immancabile Pilota già rinomato o famoso impegnato dalle Gare locali in Salita fino alla ribalta nazionale od Europea

Da quell’angolo di visuale il Campione serviva un po’ da “Mascotte” per Clienti e visitatori, ed in parte per “animare” alcuni passaggi chiave della “Seconda vita” di una Concessionaria che volesse chiamarsi tale: le Corse.

Come di “Corse” era fatto il mondo che satellitava intorno alle Concessionarie, che non solo partecipavano alle Gare organizzate dalle Federazioni od Istituzioni “preposte” (Gare di Velocità in salita, Fuoristrada, Pista) ma che – sostituendosi quasi totalmente agli attuali “MotoClub” che nelle città non erano diffusi come oggi – erano anche gli animatori “dietro le quinte” di eventi locali legali e…non.

Sono ad esempio rimasto sorpreso di sapere dopo tanti anni, da alcuni dei partecipanti a corse clandestine in notturna sulla Olimpica, sulla Cristoforo Colombo / Via del Mare (e su altre Vie Consolari di scorrimento intorno alla Capitale) i nomi di celebri e prestigiose Concessionarie che erano le vere e proprie organizzatrici in ombra di queste gimkane; così tuttavia andava il mondo e non solo a Roma. Nomi che non rivelerò neppure sotto tortura, sia chiaro.

Oggi la cosa sembra marginale e quasi grottesca, ma negli anni Settanta il “Boom” delle Maximoto (aperto in misura esplosiva dalla presentazione nel 1969 di Kawasaki Z900 e Honda CB750 Four, e via via a seguire tutte le altre) aveva suddiviso il mercato in due grandi classi di Sportivi (Clienti entro i 250/300 cc. e Clienti “oltre”); 

ed i Clienti “Oltre” li possiamo a loro volta rappresentare in tre fasce di Utilizzatori: c’era ancora l’elite che poteva permettersi Laverda, MV o Ducati oppure la scelta aristocratica delle ancora diffuse BSA, Triumph, Norton inglesi, per destinarne una buona fetta alle Gare;

c’era poi la schiera degli acquirenti di Guzzi, Benelli, Aermacchi e altre, che più spesso toglievano la targa e la fanaleria alla Domenica per rimontarla dal Lunedì per andare al lavoro.

Ed infine si era creata piano piano una nuova Categoria di Piloti emergenti che vedevano soprattutto nelle giapponesi dai 500 cc. in su una perfetta simbiosi tra mezzo di tutti i giorni e fedele compagna di Gara; ecco, era proprio per loro che il Campione “Mascotte” – che dicevo prima – era appoggiato quasi “senza premeditazione” su una moto in esposizione in attesa che arrivassero soprattutto ragazzi che volessero affrontare il tema “Corsa” favorendo le prime spiegazioni tecniche ed i consigli, i confronti e le prospettive di un mondo che in effetti diventava ogni anno sempre più vicino al motociclista “comune”.

Perché, poi, non dimentichiamo che all’epoca la Concessionaria era contemporaneamente anche la sede di informazione (riviste, dialoghi, dibattiti corsaioli) e quella antesignana ai “Social” dove a dominare non erano le Chat ma gli annunci di “Porta Portese” o “MotoSprint” che pubblicando la vendita o la ricerca di moto e componentistica usata vedevano spesso come sede di trattativa ed esposizione “alla buona” il Motosalone o l’Officina interna: le regole commerciali non erano asfissianti come oggi ed il famoso “Conto vendita” era diffusissimo.

Così come, a differenza di oggi, era motivo di vanto esporre in un angolo apposito del Salone una vetrinetta o un piano di appoggio dove facevano bella mostra di sé non solo i Trofei vinti ma anche i Kit di elaborazione, le Catene speciali, le corone alleggerite ed i dischi freno, le forcelle “Marzocchi”, “Ceriani”, e tutto quel che poteva rendere una moto normale in “Speciale”. Davvero altri tempi, in cui le Corse erano un motore per le vendite, e mostrare una organizzazione forte in Gara faceva “figo”.

Era anche dunque l’epoca in cui le Gare per “moto di serie” non erano viste come le parenti povere del Motorsport, perché – a correre in pista – cominciavano ad arrivare le Honda CB500 e 750, le Kawasaki “Mach” che erano a 2 Tempi come le “Suzuki Titan” ma molto più tiranniche fin quando non arrivarono anche le “GT750” di Hamamatsu; oltre ovviamente ad una ancora forte presenza dei Marchi italiani e inglesi come sopra detto: parliamo cioè di moto che cominciavano ad esprimere le potenze e le velocità di parecchie moto da Competizione del decennio precedente!

A dare forza al mondo delle “preparate di Serie” (cioè la dimensione della miriade di motociclisti che desideravano qualcosa di più pepato dalle loro maximoto) c’erano ovviamente i meccanici che nelle loro officine davano vita a preparazioni celebri. E qui tra i tanti non posso che ricordare i più leggendari “Carlo Zio” (il soprannome dello storico meccanico in zona Viale degli Ammiragli) oppure Tonino De Santis ad Ostia, il re delle Vespine preparate.

Mettete dentro a questo il corredo di bellezza e interesse offerto dalle prime rassegne fotografiche e dei primi repertori Tv che cominciavano a dare visibilità e lustro alle Gare, e avete alla fine di questo un quadro per capire che tempi erano.

Una Roma popolare ed appassionata, il “microcosmo” a due ruote della Capitale

Non è azzardato dire che, in fondo, anche i Costruttori davano alle Gare per derivate dalla serie una importanza maggiore, perché in un momento di forte rivoluzione e tensione sul mercato, oltre alla immagine vincente nelle Piste del Motomondiale era importante lasciare alla suggestione dei potenziali Clienti anche l’immagine di moto vincenti il più possibile identificabili con quelle di tutti i giorni.

E’ a partire da questa panorama, da questa istantanea, che Giorgio “Tommaso” Piccirilli regala a tutti noi una storia straordinaria e purtroppo triste ma carica di sentimento.

Diventa così a tutti gli effetti un nome che comincia ad essere segnato sulle cronache di stampa e sulle agende delle altre concessionarie capitoline, anche perché Tommaso comincia a frequentare la “sua” Vallelunga: ad Ottobre 1971 – Trofeo Magnani – la sua prima uscita sul Circuito di Campagnano con una Ducati 450 che già si trasforma in un exploit visto che il nostro giovane asso riesce a mettere quella sua “Ducatina” mono a quattro tempi al terzo posto in griglia di partenza davanti ai mostri pluricilindrici da mezzo litro in su; quella Gara raccontata dalla memoria di Nico Cereghini si svolge nella tragedia di Alessandro Spiaggia che durante le Prove del Sabato esce di strada alla “Cimini” con la sua Honda 750 e purtroppo non ce la fa…Nonostante Vallelunga fosse rimasta chiusa due anni per lavori di ammodernamento, anche nelle Gare di Derivate dalla Serie il dramma era dietro l’angolo.

Questo non frena Tommaso dal partecipare anche nel 1972 alla sua Vallelunga “fatidica”: siamo alla sessione riservata alle “Derivate dalla Serie”, appunto, e tuttavia il ragazzo è già di fronte ad un terribile “upgrade” rispetto alla Ducati 450 dell’anno precedente e sfoggia una Kawasaki “Mach” 3 cilindri 500 che, per inciso, è la vera “bestia nera” del mercato in quel momento per le prestazioni lunari e tuttavia per la condizione ciclistica ricordata per essere davvero poco all’altezza del suo motore. Detto in breve, per guidarla serviva davvero il “Manico” con la maiuscola.

Tommaso finisce su quella belva grazie alla conoscenza maturata con un altro leggendario personaggio del motociclismo romano: è Felice Pietrinferni che appena ventitreenne aveva aperto la sua Officina di riparazione ed elaborazione moto in Via de’ Marsi 18 (nel Rione San Lorenzo, vicino alla odierna città universitaria ed al Cimitero capitolino) da dove nei primi anni ’70 uscivano più moto preparate (Kit freni, modifiche ai telai, elaborazione motori) che riparazioni di serie. 

Spulciando sul sito che gli è stato dedicato, apprendo persino una notizia di costume non da poco: a Roma il primo “Controtelaio” (oggi si chiamerebbe “Dima”) per il raddrizzamento ed il ripristino in quadro dei telai – svergolati a seguito di incidenti – lo portò lui.

Felice si appassiona anche alle Competizioni, e comincia a bazzicare nel 1969 le Gare in salita con una Aermacchi “Ala d’Oro 250” nel momento in cui esplode la stella di Tommaso.

Insieme i due cominciano a svolgere le prove e le perlustrazioni dei percorsi di Gara nelle Cronoscalate, e nel 1972 Pietrinferniottiene intanto due Kawasaki Mach 500 2 Tempi da un Concessionario per il quale gestisce un po’ di assistenza per le moto dei Clienti.

Con quella belva , appunto nel 1972, Tommaso non va forte solo in Pista ma rimane affezionato alle Gare locali in salita (si correva anche ad Arpino, o nella zona di Ferentino, a Perugia, etc..) e questo conferma la statura e la capacità di questo ragazzo: correre con quella Kawasaki in mezzo ad alberi e boschi lungo curve e tornanti stretti di quelle zone montuose fa venire i brividi solo a vedere le panoramiche di pareti, spuntoni di roccia, avvallamenti e dirupi lungo cui correvano gli specialisti della Salita.

Arriva il momento in cui Tommaso finalmente si fa notare da Samoto (credo la più forte Concessionaria nel Centro Italia per il Marchio dell’Ala) perché……batte le sue Honda con quella Kawasaki (con cui corre anche Felice) e proprio sul circuito di Casa a Campagnano di Roma : aneddoti di alcuni spettatori presenti nel Paddock all’arrivo e pubblicati in Rete svelano addirittura il rammarico di Tommaso perché la sua moto durante quella cavalcata vittoriosa andò a due e non a tre cilindri.

Per capire chi aveva battuto Tommaso, Vi basti sapere che Samotoera la nuova casa, da qualche anno, di Carlo Murelli: un altro dei nomi storici che con Stefano Salani ed il Boss Franco Malenottiaveva reso quella concessionaria una icona globale, da Via Gregorio VII° (Roma) passando a Via Vitorchiano quella Concessionaria era diventata famosa persino a Tokyo: Carlo Murelli, piacentino, a 29 anni (e dopo aver lavorato per altri Marchi storici delle Due Ruote) aveva accettato l’offerta di Samoto per lavorare e preparare le moto speciali: quanto speciali fossero potete capirlo pensando che dal 1977 Carlo fu il solo tecnico europeo chiamato dalla HSC (Reparto Competizioni diretto di Honda) per lavorare sulla “NR500” a 4 Tempi, e che da questa esperienza passò per un periodo anche nella appena nata H.R.C. dal 1983.

Ebbene, Murelli (che purtroppo si è spento pochi anni fa al “Sant’Antonio” di Via Merulana a Roma, nello stesso anno di Felice Pietrinferni) ha lavorato gomito a gomito con decine di Campioni internazionali: eppure quello che ha sempre ricordato con affetto e maggiore commozione è stato il suo primo “pupillo” Tommaso.

Per lui Murelli ha preparato le Honda 250 bicilindrica e quella “CB500” che era diventato l’emblema del ragazzo e della Samoto; e proprio con la CB500 derivata di Serie Tommaso aveva fatto da Portabandiera della Concessionaria, per essere diventato quel “Re di Vallelunga” con l’iconico traguardo del “Muro del Minuto”: Tommaso è stato il primo Pilota di sempre a scendere sotto i 60 secondi nel percorrere il cosiddetto “Corto” di Vallelunga con quella sua “CB500” Samoto.

Come ho detto, questa storia non vuole e non può essere la storia di Tommaso, perché c’è già chi può raccontarla meglio di me.

Questa è la storia di Tommaso a Roma, in quegli anni in cui i romani lo avevano già eletto Campione locale, quando lo cercavano e lo trattavano come il futuro Campione che un giorno avrebbe scritto il suo nome accanto e forse sopra quelli di Ago, di Paso, di Jarno; gli anni in cui lo si poteva incontrare nella Capitale tra un passaggio in moto, una visita alla storica Officina Kawasaki di Lungotevere Pietra Papa, oppure in semplice condizione “turistica” anche se raramente Tommaso si dedicava svaghi e tempo libero, al di fuori del lavoro e della passione.

Gli anni in cui un suo amico (e mio personale mito delle due ruote) come Oscar La Ferla mi ricorda di un “kit” di espansioni speciali che Tommaso gli prestò per la Kawasaki 750 due tempi di Oscar.

 

Ed è per questo anche che la sua storia è la storia di una Roma ferita, per l’epilogo drammatico di quel suo essere così simile a tutti noi ed eletto Campione popolare , ancora più coccolato e seguito nel mentre intorno le tragedie ed i lutti nel mondo delle Corse a due ruote continuavano. 

 

Quell’anno 1973 sarà l’anno nero di Monza, come anche per Vallelunga sarà ad Ottobre ancora tempo di lacrime.

 

Nel frattempo Tommaso chiude un contratto con Samoto, appunto: è lui il pilota di punta nella Categoria “Juniores” per le Derivate dalla Serie e la Concessionaria gli affianca proprio Pietrinferni, affidando ad entrambi prioritariamente la simbolica “CB500” (che è sempre raffigurata nelle immagini iconiche del talento di Colleferro); mentre consegna nelle sole mani di Tommaso una meno conosciuta 250 bicilindrica per alcune Gare.

 

Tommaso, la Samoto, ed il “Reame” di Vallelunga

Con l’appoggio di una Squadra vera e propria finalmente Piccirilli può affrontare quasi tutta una Stagione intera, ma è chiaro che l’evento “clou” dentro il suo cuore rimane Vallelunga, e l’edizione di Ottobre 1973 della “500 Km – Trofeo Magnani” è da incorniciare: corre in coppia con l’amico Felice Pietrinferni sia la kermesse con i Sidecar (allestendo appositamente la sua fidata Kawasaki 500) sia la “500 Km. di Vallelunga” delle Derivate, e stravince battendo con la sua piccola Honda le 750 Laverda SFC, le Triumph Trident e le Moto Guzzi “V7”, oltre ad un piccolo manipolo di Suzuki 2T 750 portate dalla SAIAD di Torino (con alla guida ancora Nico Cereghini) ed altri.

 

Curioso particolare, l’eco dell’impresa di Tommaso doveva all’epoca aver superato di gran lunga i confini del Tevere: SAIAD, a sua volta con il benestare della Casamadre Suzuki, aveva realizzato ed allestito una particolare versione sportiva della “750 2T” denominata appunto Vallelunga. Ormai Tommaso era uscito dal perimetro locale e si stava avviando a diventare un fenomeno nazionale.

 

Forse perché vince con un mezzo decisamente sottodotato rispetto alla concorrenza, Tommaso consacra la sua figura ed il trascinamento pubblicitario verso Samoto, ma non lo fa solo a Vallelunga: la Stagione 1973 è appunto un bel corollario di vittorie – sempre nella Categoria “Juniores” e a volte sempre in coppia con Pietrinferni – sia per lui che per la “CB500”.

 

Che – ad onor del vero – non è certo la moto migliore del lotto a detta di esperti e piloti, perché a fronte di buoni spunti velocistici pesa parecchio e ha meno spunto in accelerazione, e questo è un handicap sia per Tommaso (che tuttavia ci mette come si dice “la pezza”) ma anche per altri concorrenti del torneo.

 

Anche per questo “Samoto” può dire grazie a Tommaso: è merito anche del “Re di Vallelunga” se la Concessionaria può realizzare e vendere con ottimi margini un Kit di elaborazione e potenziamento a sua firma ma purtuttavia approvato da CasaMadre; ed è sempre la “Samoto” che – come quasi mai era accaduto nel territorio romano – si può prendere il lusso, nel 1974, di lanciare sul mercato la “CB1000 Samoto” cioè il trapianto del motore da un litro pieno sulla intelaiatura della “750” proponendo di fatto una Versione speciale “homemade” che vende e garantisce attraverso la Rete Ufficiale Honda; insomma, una bella dimostrazione di una forza commerciale e contrattuale verso Casamadre giapponese non indifferente.

 

Divenuto molto più di una promessa ormai, Piccirilli era anche altro e molto altro ancora: un ragazzo con cui tantissimi si identificavano, contemporaneamente un volto nuovo che dava la sicurezza di un ricambio generazionale che in Italia serviva sempre, e soprattutto a livello di immagine era perfetto perchèstraordinariamente comunicativo ed accattivante.

 

Continua la sua presenza alla Samoto anche nel 1974, ed è una semplice conferma dei suoi valori straordinari in Pista ma anche in Salita dove non ha alcun problema a portare ancora una volta la sua rabbiosa e impertinente Kawasaki Mach 500 a Due tempi.

 

Arriva così anche per Tommaso il momento di fare una scelta che non è ancora così automatica a metà anni Settanta come lo sarebbe diventata nei decenni successivi.

In quel periodo chi aveva talento da vendere – e poteva permettersi quasi di dominare la sua Categoria senza timore di concorrenti di pari livello – arrivava più facilmente a fare la scelta che ho evidenziato all’inizio di questo racconto: fermarsi a diventare un veterano vincente di una Categoria o di un Trofeo locale.

All’epoca era pieno di Campioni del genere, a due e a quattro ruote, non solo nel Lazio e non solo in Italia, e questo non deve suscitare alcun pensiero negativo o critico: come detto più sopra, per i Campioni di questo livello a Due Ruote questo significava diventare una gloria locale, che appunto in diverse occasioni rappresentava la “mascotte” di richiamo in Concessionaria per giovani, appassionati, potenziali Clienti di moto e di servizi di Officina.

 

Era la Roma che in questo assomigliava tanto a quelle cittadine e villaggi di Campagna del Nord Europa, dove il Campione regionale diventava un simbolo del territorio.

Questo tuttavia non era nelle prospettive di Tommaso che, se solo avesse voluto, avrebbe potuto campare di rendita per anni nelle Categorie che lo avevano fatto esplodere.

Ma in quel ragazzo vive l’eterno senso della sfida: ora che il 1974 termina, comincia l’ora in cui non è più Vallelunga a far vincere Tommaso nella sua Città, ma è lui che vuole portare Roma e Vallelunga a vincere in Italia e nel mondo.

 

Arriviamo al 1975 ed infatti la sua carriera sembra avviata al successo ed al palcoscenico mondiale dove – si dice – sarebbe approdato l’anno seguente: nel frattempo dovrebbe già impressionare parecchio i lettori il fatto che in soli due anni l’immagine iconica di Tommaso sulla “CB500” campeggerà per decenni iscrivendo nella leggenda non solo il nome di questo Campione ma anche della stessa Samoto.

Tommaso dunque si congeda dalla Concessionaria romana e decide il passaggio ai Senior, sempre nel Campionato Italiano, e si iscrive alla Classe 350 cc.

Ad affiancarlo il Team di Franco Malenotti (Ex presidente del Marchio Belstaff) che gli affida una Yamaha-Bimota 350 cc. che in verità è una rielaborazione della “YB 350” (che correva con le effigie della Bimota) svolta da un giovane talento del Disegno Industriale, il molisano Giuseppe Ricciuti; lui che, poco prima, si era distinto per la collaborazione con la Aprilia e per un primo prototipo artigianale di Moto Morini 250 Turbocompressa mai realizzato.

 

Si arriva a quel tragico 27 aprile 1975, terza gara di Campionato Senior ad Imola, ed è il turno delle 350. La primavera è entrata a regime, ma la giornata non è di quelle in cui il sole esplode nel cielo. Ma “l’ombra” non è solo climatica, in giro c’è una strana aria. Al Montjuich in Spagna, quella stessa Domenica una monoposto di Formula Uno impazzita salta le barriere e finisce in mezzo al pubblico scatenando un dramma.

Ma è dramma anche sociale e tensione sociopolitica sia lontano da noi (con la ormai prossima occupazione di Saigon da parte delle truppe del Vietnam del Nord ostili all’America) che in Italia, con le contestazioni e le manifestazioni a Milano. Genova, Roma, Firenze e a Napoli.

In tutto questo corollario di eventi e stati d’animo, quella Domenica pomeriggio stava partendo la Gara, e Tommaso partiva dal fondo.

Partenza, e nemmeno dopo mezzo Giro, quando i primi hanno già passato ormai in sequenza la “Variante Bassa”, la “Tamburello”, e dopo quell’allungo senza la odierna “Villeneuve” il Gruppone passa abbastanza ordinato la “Tosa”, ma prima di arrivarci Vinicio Salmi – anche lui su Bimota – ha superato i primi due (Agostini e Cecotto) e si infila alla “Piratella” dove, probabilmente per cercare di capire se i due dietro avessero già ritentato l’attacco, accentua troppo l’inclinazione della sua moto che si impunta sullo scarico sinistro sollevando la ruota posteriore dall’asfalto e facendo pendolare la moto verso l’esterno destro del rettilineo di imbocco delle “Acque Minerali” (che è una curva doppia a destra); con gli spazi di fuga e le immancabili balle di paglia dell’epoca la carambola che porta Salmi verso l’esterno Pista si trasforma in un rimbalzo al centro della stessa seguito purtroppo dalle stesse balledi paglia. 

Purtroppo in un Gruppo non ancora sgranato e a causa di questo inatteso “muro”, chi ne fa le spese è proprio Tommaso. Non voglio elencare e spiegare oltre. La storia la trovate in mille rivoli raccontata sul Web. Ma da quel momento Tommaso, il “Re”, non c’è più. Eppure, da allora, il “Re di Vallelunga” non smetterà mai più da allora di essere nella leggenda, nel ricordo e nell’affetto di tutti noi. Ciao, Re, buon Compleanno. Nessuno Ti ha mai dimenticato, anche chi era all’epoca troppo piccolo per capire.

Riccardo Bellumori

Toyota Gazoo Racing diventa Toyota Racing

Toyota sta rinnovando il marchio delle sue attività motoristiche, a partire dal suo centro europeo di ricerca e sviluppo e dalla controllata Toyota Gazoo Racing Europe, che dal 7 gennaio è ora nota come Toyota Racing.

Con sede a Colonia, in Germania, Toyota Racing sarà quindi il nome con cui l’azienda condurrà il suo programma di gare di endurance con vetture ufficiali nel Campionato Mondiale Endurance FIA (WEC), al quale parteciperà nella prossima stagione 2026 con la TR010 Hybrid Hypercar aggiornata.

Secondo il costruttore giapponese, Toyota Racing “supporta lo sviluppo tecnologico di Toyota a lungo termine attraverso una tecnologia motoristica all’avanguardia”. Toyota Racing supporterà anche Gazoo Racing con la fornitura di motori per auto da rally e con la produzione di auto da corsa di classe GT4.

LE SFIDE DEL MOTORSPORT

Qui, la parte anteriore della Toyota TR010 Hybrid è stata ridisegnata per conferirle un aspetto più aggressivo con fari orientati orizzontalmente e una fascia a tutta larghezza che unisce ciascuna disposizione DRL, progettata per imitare più da vicino quelle delle auto di serie Toyota, rispetto ai fari orientati verticalmente della GR010 Hybrid. In questa versione di debutto, la TR010 Hybrid sfoggia una livrea rossa e bianca che richiama la Toyota GT-One (TS020) del 1998.

Toyota Racing affronterà la stagione 2026 delle gare di endurance prototipi di alto livello con una formazione di piloti familiare, composta da Mike Conway, Kamui Kobayashi e Nyck de Vries alla guida della vettura numero 7, mentre Sébastien Buemi, Brendon Hartley e Ryo Hirakawa saranno incaricati di guidare la vettura numero 8.

Allo stesso tempo, Toyota Gazoo Racing è stata rinominata Gazoo Racing per i programmi di rally e di motorsport per i clienti, questi ultimi con la GR Yaris Rally2 e la GR Supra GT4. Gazoo Racing diventa anche un marchio secondario separato per i modelli ad alte prestazioni, come l’auto da strada GR GT e l’auto da corsa GR GT3, entrambe prive del marchio Toyota.