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Nuova Mercedes-Maybach Classe S 2026: Dati Tecnici e Foto

In una mossa quasi senza precedenti, Mercedes ha deciso di suddividere la presentazione della sua ammiraglia in tre momenti distinti. Uno per le versioni standard della Classe S, già disponibili all’acquisto, e altri due per le varianti più sportive e più lussuose. L’attesa continua per vedere la rinnovata AMG S 63, mentre per la lussuosa ed esclusiva Maybach Classe S 2026 è finalmente terminata.

Il nuovo Mercedes-Maybach Classe S 2026 è stato appena presentato, poco prima dell’apertura del Salone dell’Auto di Shanghai, dove questo tipo di super-berline riscuote grande interesse tra i clienti cinesi più esigenti. Le versioni più esclusive dell’ammiraglia si distinguono per dettagli molto specifici, come la griglia frontale con numerose barre cromate, ora più voluminosa e più vicina al suolo; anche il contorno risulta più evidente e può essere illuminato, proprio come la stella sul bordo del cofano.

Le verniciature bicolore fanno parte della personalità del Mercedes-Maybach Classe S 2026.
La Classe S Maybach riceve miglioramenti molto sottili.

Le prese d’aria del paraurti presentano un nuovo design, così come i fari, che ora integrano due stelle all’interno di ciascun proiettore e che, naturalmente, fanno parte dell’avanzato sistema di illuminazione «Digital Light», svolgendo il ruolo sia delle luci diurne a LED sia degli indicatori di direzione.

Le novità della Classe S 2026 si ritrovano anche nella parte posteriore della variante Maybach, con tre stelle in ogni gruppo ottico, a cui si aggiunge un paraurti ridisegnato ma che conserva i caratteristici terminali di scarico rettangolari divisi orizzontalmente. I cerchi in lega misurano 21 pollici e viene offerto anche il pacchetto «Night», con dettagli decorativi in cromo scuro in contrasto con le tinte carrozzeria «Nero Ossidiana» e «Argento Mojave».

INTERNI E DOTAZIONI

All’interno, il tema rimane lo stesso. La plancia di questo Mercedes-Maybach Classe S è dotata del sistema di visualizzazione «MBUX Superscreen», composto da tre schermi digitali: quello strumenti da 12,3 pollici dietro il volante multifunzione con tasti e comandi basculanti, e quello del passeggero, anch’esso da 12,3 pollici, dotato di una funzione che impedisce al conducente di vedere le informazioni visualizzate. Lo schermo centrale misura invece 14,4 pollici. Difficile crederlo, ma questa plancia così tecnologica è un optional su questo esclusivo Maybach.

Queste sono le principali novità della parte anteriore dell’abitacolo di questa Classe S lunga 5,5 metri, con 180 millimetri in più rispetto alle versioni standard. Ma il vero punto forte si trova nella parte posteriore, con due sedili indipendenti e un grande bracciolo centrale che non solo li separa ulteriormente, ma integra anche un pannello di controllo con numerose regolazioni per i sedili, il climatizzatore automatico e il sistema di infotainment, che dispone di due schermi da 13,1 pollici.

Con porte che si aprono e si chiudono premendo un solo pulsante, questo lussuoso Maybach Classe S 2026 è anche il primo della sua stirpe a non utilizzare rivestimenti in pelle, pur mantenendo una qualità costruttiva e un livello di equipaggiamento impressionanti, con una dose di tecnologia difficilmente eguagliabile in ogni ambito, come si può vedere nel dettaglio.

L’unico lato negativo è che il marchio Maybach non impedisce a Mercedes di richiedere un sovrapprezzo per questo arsenale tecnologico che, nella maggior parte dei casi, non verrà utilizzato dal proprietario. Gran parte di questi sistemi sarà infatti sfruttata dal chauffeur.

La Classe S più lussuosa al mondo può contare su potenti applicazioni grazie all’architettura software «MB.OS». Questo sistema di navigazione mostra una vista in tempo reale del veicolo e dell’ambiente circostante tramite grafica 3D, la guida del percorso e anche gli altri utenti della strada — auto, biciclette, moto e pedoni — generati da un motore grafico da videogiochi. Inoltre, l’interazione con questa berlina di lusso è resa ancora più avanzata da un nuovo assistente virtuale programmato con l’intelligenza artificiale di Google Gemini e ChatGPT.

MOTORE E DATI TECNICI

Un vero arsenale per affrontare lunghi viaggi nel massimo comfort, ma che ha perso un autentico simbolo del lusso. Il marchio della stella ha infatti deciso di rinunciare al poderoso V12 da 6.0 litri in questo rinnovato Maybach Classe S 680. Questa versione da 612 CV rimarrà a listino solo per mercati speciali come Asia, Stati Uniti e Medio Oriente, mentre in Europa sarà disponibile esclusivamente sulla versione blindata della Classe S.

Un’alternativa è rappresentata dal motore V8 con la stessa potenza, dotato di tecnologia MHEV a 48 Volt. La scomparsa del V12 non è legata alla nuova normativa Euro 7, ma alle basse vendite: i clienti preferiscono la variante con il V8 biturbo da 4.0 litri, oltre alla versione sei cilindri parte della gamma ibrida plug-in. Entrambe sono commercializzate come S 580, ma la seconda aggiunge la vocale finale che la identifica come PHEV. Entrambe dispongono di trazione integrale 4MATIC e cambio automatico a 9 rapporti, distinguendosi anche per le prestazioni.

Mentre il Maybach S 580 offre una potenza massima di 529 CV, la versione 580 e raggiunge i 585 CV grazie alla combinazione del sei cilindri 3.0 biturbo con un motore elettrico da 220 CV. Una configurazione impressionante completata da una batteria agli ioni di litio con una capacità energetica di quasi 22 kWh, che consente un’autonomia elettrica di poco superiore ai 100 chilometri.

I prezzi dei nuovi Mercedes-Maybach Classe S non sono ancora stati annunciati, così come la data di lancio, ma è chiaro che il modello più economico supererà i 200.000 euro.

Toyota Supra: arrivano i pezzi GR Eritage

Toyota continua ad ampliare il proprio programma GR Heritage Parts annunciando l’intenzione di riprodurre e rimettere in produzione un componente degli interni per la Supra A80.

Il componente in questione è il cruscotto della A80, che fa parte del quadro strumenti e si estende dall’area sopra il volante fino all’estremità dello spazio antistante il sedile del passeggero anteriore – come evidenziato in una delle foto allegate.

Secondo la casa automobilistica giapponese, i cruscotti sono spesso esposti alla luce solare attraverso il parabrezza per periodi prolungati, causando nel tempo il restringimento, la formazione di crepe o la rottura delle loro superfici. Si tratta di un problema comune per i componenti in plastica delle automobili, in particolare nei veicoli più vecchi.

I PEZZI UNICI

Il cruscotto della Toyota Supea A80 che verrà riprodotto incorpora materiali moderni per risolvere tali problemi di durata, pur mantenendo fedelmente l’aspetto dell’originale, compresa la finitura a grana in rilievo e il suo orientamento. Toyota presenterà la sua nuova offerta GR Heritage Parts all’Automobile Council 2026, che inizierà il 10 aprile, e punta a iniziare a vendere il cruscotto in autunno.

L’evento vedrà la presenza di una Supra A80 restaurata utilizzando parti del programma, esposta accanto a una Lexus LFA e a una AE86, quest’ultima restaurata presso il GR Garage Mito Keyakidai utilizzando parti GR Heritage Parts già disponibili o di prossima uscita. Attualmente, nell’ambito del progetto, sono in fase di riproduzione e riedizione oltre 300 parti per otto modelli di veicoli.

Lotus Eletre 600 Sport SE: PRO e CONTRO

In questo video esploriamo da vicino la Lotus Eletre nella configurazione 600 Sport SE, la versione da 612CV del SUV elettrico ad alte prestazioni della casa britannica.

Il cuore del modello è un sistema a doppio motore elettrico che garantisce trazione integrale e una potenza complessiva di 603 CV, permettendo alla Eletre di offrire accelerazioni estremamente rapide e una risposta immediata in ogni situazione.

La batteria ad alta capacità da 112 kWh assicura un’autonomia che supera i 500 km nel ciclo WLTP, mentre la piattaforma a 800 Volt consente ricariche molto veloci, pensate per ridurre al minimo le soste. Le dimensioni importanti – oltre cinque metri di lunghezza – si combinano con un design aerodinamico studiato per ottimizzare efficienza e stabilità, mantenendo comunque un’impronta sportiva tipica del marchio.

All’interno, la versione Sport SE propone un ambiente tecnologico con display panoramici, materiali premium e un pacchetto di assistenze alla guida di ultima generazione. Non mancano sospensioni attive, gestione intelligente della dinamica e un impianto frenante dimensionato per le prestazioni del veicolo.

Un quadro completo delle caratteristiche tecniche che definiscono la personalità della Eletre 600 Sport SE, ideale per capire come Lotus abbia interpretato il concetto di SUV elettrico ad alte prestazioni.

Nuovo Toyota FJ Cruiser: sbarco in Thailandia

L’azienda giapponese ha svelato il SUV, denominato Toyota Land Cruiser FJ, nell’ottobre 2025.

La novità è considerata l’erede spirituale della Toyota BJ, apparsa nel lontano 1951, mentre i media l’hanno definita una versione “ridimensionata” del Land Cruiser Prado (in alcuni mercati semplicemente Land Cruiser). La produzione del modello è stata avviata nello stabilimento dell’azienda in Thailandia e ora la filiale locale del marchio ha annunciato l’inizio delle vendite.

I concessionari nel paese di origine del modello hanno già iniziato a prendere ordini per la Toyota Land Cruiser FJ. Come riferito dall’ufficio stampa del marchio in Thailandia, il prezzo di partenza del SUV compatto è di 1.269.000 baht thailandesi. In altri paesi, tra cui il Giappone, l’inizio delle vendite della novità è previsto per la metà del 2026.

Ricordiamo che alla base della Land Cruiser FJ c’è la piattaforma modernizzata della serie IMV, su cui si basa anche il pick-up Toyota Hilux Champ, presentato alla fine di novembre 2023. La lunghezza complessiva del SUV, destinato al mercato thailandese, è di 4610 mm, la larghezza di 1855 mm, l’altezza di 1890 mm, mentre il passo è di 2580 mm.

MOTORE E DATI TECNICI

Sotto il cofano della Toyota Land Cruiser FJ si trova un motore a benzina a quattro cilindri 2TR-FE da 2,7 litri; nella versione per la Thailandia la potenza massima è di 166 CV, mentre la coppia è di 245 Nm. I modelli sono dotati di trazione integrale Part-Time a innesto rigido e cambio automatico a sei rapporti.

In occasione del lancio ufficiale della Land Cruiser FJ, la filiale Toyota in Thailandia ha presentato anche diversi concept basati su questo modello. Uno di questi è la versione con l’aggiunta di “Meridian” al nome. Tra le sue caratteristiche figurano la carrozzeria di colore grigio-blu, impreziosita da una grafica “topografica”, una protezione aggiuntiva del sottoscocca, uno snorkel, pedane laterali, un portapacchi sul tetto e cerchi in lega da 17 pollici Lenso MX Dinero. Inoltre, per il concept sono previsti ammortizzatori e molle diversi.

Un altro show car basato sul Toyota Land Cruiser FJ ha ricevuto il nome di Nature Explorer. Ha una carrozzeria turchese abbinata a una parte superiore bianca, un portapacchi a tutta lunghezza con una grande tenda sul tetto e un tendalino laterale aggiuntivo. Gli sviluppatori l’hanno dotata di illuminazione supplementare e di un set di cerchi in lega neri con pneumatici fuoristrada.

LE VERSIONI SPECIALI

La Toyota Land Cruiser FJ Legendary è un concept ispirato alla classica FJ40. È riconoscibile per i fari anteriori rotondi a LED e la carrozzeria gialla, che presenta gran parte delle modanature perimetrali, compresi i passaruota allargati. Il “leggendario” show car monta cerchi Lenso MX Duty da 17 pollici e pneumatici fuoristrada, oltre a specchietti esterni maggiorati.

Il quarto concept ha l’aggiunta di Street Cruiser al nome e si distingue per un aspetto più sportivo. È dotato di cerchi Lenso Jager Astra da 20 pollici, carrozzeria grigio-verde abbinata a un kit aerodinamico opaco lungo il perimetro e adesivi sulla carrozzeria, oltre a un tetto lucido e uno spoiler dalla forma complessa. Nella parte posteriore non c’è la ruota di scorta, ma è presente un attacco per biciclette o moto. Inoltre, questo SUV è dotato di un assetto ribassato e di un sistema frenante aggiornato con dischi ventilati e pinze Brembo rosse.

Alfa Romeo Stelvio: 10 anni del primo SUV Instant Classic del Biscione

Il suo nome celebra lo storico Passo dello Stelvio, dove il veicolo è stato ampiamente testato prima di essere lanciato nei Listini del Marchio di Arese; Stelvio è stata un sasso nello stagno dentro la storia Alfa Romeo ma non solo come primo Suv del Marchio, ma come primo Suv sul mercato nato seguendo i paradigmi di Alfa e non gli standard del comparto di riferimento. 

I riferimenti storici e le rievocazioni simboliche di chi ha celebrato Stelvio come l’erede elettiva e simbolica di “Alfa Matta” degli anni ’50 si sono sciolti come neve al sole nella considerazione che quella Matta era un prodotto nato e pensato per le forniture militari da parte di un Marchio ancora controllato dalla finanziaria di Stato I.R.I.;  mentre Stelvio aveva una responsabilità di mercato e di vessillo molto più impegnativa in quel 2016: essere la rappresentante iconica di Alfa Romeo nel mercato Suv senza tradirne il protocollo sportivo e di prestigio ponendosi al tempo stesso come “Crossover” di settore di mercato sia all’interno della Gamma del Gruppo FCA (dove era presente Jeep e dove era appena arrivata Maserati Levante) sia nel confronto della concorrenza. Ripetendo un poco il copione “Giulia”, ne è derivato un modello di Suvelettivamente a metà del guado dell’offerta commerciale dei riferimenti canonici della nuova Alfa Romeo by Marchionne edFCA (Audi, BMW, Seat, Mazda in primis).

Dunque per le sue caratteristiche tecniche e meccaniche Stelvio si poneva perfettamente tra Audi “Q5” e “Q7” (e WolkswagenTouareg, includerei) così come tra BMW “X3” ed “X5”, ed ovviamente si posizionava ben sopra la Ateca appena uscita; discorso molto critico e delicato invece nel confronto con la Gamma Suv di Mazda dell’epoca in cui lo stile orientale e la davvero molto articolata linea di offerta commerciale offriva forse la sfida più intrigante.

Quello che però Alfa Romeo ha cercato di conseguire in modo molto coraggioso è stato anche prevedere, come per Giulia, un affrancamento dai confini troppo marcati della segmentazione del mercato. Se dal lato delle dimensioni e delle motorizzazioni il campo di battaglia di Stelvio sarebbe stato da subito il segmento “crossover” tra Premium C-Suv e Suv di segmento “D”; dal lato della tecnologia e della presenza di status Stelvio la possiamo ritenere persino una Crossover di Segmento “D/E-Suv” in incognito.

Lo stile eccellente di Alessandro Maccolini, Centro Stile Alfa Romeo

Il primo merito di tutto questo va senza dubbio al Centro Stile di Alfa guidato da Alessandro Maccolini: l’erede spirituale, con il suo contributo creativo, di Ermanno Cressoni (per leggere la sua storia clicca su questo Link) ha accompagnato diversi momenti della storia di Alfa e della sua evoluzione stilistica. 

Nessun altro come Maccolini inoltre poteva conoscere meglio la piattaforma “Giorgio” da cui era nata la “Giulia” ugualmente disegnata da lui pochi mesi prima. Partiamo proprio da questa: una architettura presentata nel 2014 da FCA appositamente per supportare i modelli Premium del Gruppo. Una scelta industriale di peso, visto che il miliardo di Euro di investimento avrebbe avuto effetto peculiarmente con modelli dal rango Premium, dal fascino della trazione posteriore od Integrale, e dal supporto di motorizzazioni importanti fino ai motori a V di casa FCA. 

Di fatto, occorre ricordarlo, “Giorgio” nasce estranea al movimento culturale e industriale della tecnologia “full electric”, ed è questo uno dei principali motivi di penalizzazione della estensione al futuro della piattaforma. Ma questo è un altro argomento, perché dal lato della tecnologia e della concezione “Giorgio” è davvero una storia nuova nel mondo industriale Automotive italiano in confronto con il mondo tedesco. Basti pensare che la sua genesi è avvenuta in una sorta di “Bunker” isolato dentro il Maserati Innovation Lab di Modena, e che la sua concezione è avvenuta mettendo intorno ad un tavolo una eliteingegneristica fatta da tecnici Alfa Romeo, Maserati e Ferrari. Insomma, la “zona franca” Giorgio è stata la base per la realizzazione di una architettura mai vista prima in casa FCA ed in generale in Italia nel settore auto di serie.

La scelta dei materiali fu davvero una prova di forza: alluminio e traverse in magnesio incrociano la gabbia in acciaio; le sospensioni previste quasi interamente in alluminio, con la possibilità di installare davanti un sistema a quattro bracci o undoppio braccio oscillante, al posto del MacPherson con dietro un Multi-link a cinque bracci. 

Il pianale di Stelvio, rispetto alla Giulia, fruisce di un rialzo da terra di ben 22 cm, e di carreggiate più larghe. Cofano, portellone e parafanghi di questo Suv all’italiana sono in alluminio e questo sempre per ridurre peso ed inerzia. A proposito di peso: la distribuzione è ripartita perfettamente tra anteriore e posteriore (50/50) e con l’accentramento delle masse ne giova moltissimo l’assetto e la naturalezza dello stile di guida.

Gamma motori – che è la diretta artefice dell’indole sportiva tipica di Alfa – ospitata su supporti silent-block alloggiati dentro al passo delle ruote per evitare lo sbalzo ed accentrare i pesi, ed albero di trasmissione in fibra di carbonio. 

Credo che sia importante ricordare peculiarità “sottopelle” che il potenziale cliente tende a dimenticare, perchè la qualità non può essere solo quella davanti agli occhi, e di tecnologia la “Stelvio” ne ha da vendere. 

I motori benzina e Turbodiesel di Stelvio

Anche sui suoi motori previsti in Gamma dal momento della offerta in vendita (ricordiamo che il primo Suv Alfa Romeo è stato presentato a Novembre di dieci anni fa ed è arrivato nei Saloni di vendita l’anno dopo) il Biscione non ha di certo lesinato quanto a qualità tecnica e cavalli: in gamma sono presenti da subito il duemila Turbo benzina da 200 fino a 280 cavalli, oltre alla mostruosa V6 2.9 Quadrifoglio da 510 cavalli ed una successiva versione intermedia da 250 cavalli. 

Dal lato diesel – considerando la mazzata ancora avvertibile nelle strategie dei Costruttori avuta con il Dieselgate – la proposta di Alfa Romeo si rivolge più ad un pubblico “Executive” o Fleet, cioè il segmento di domanda che fatica a liberarsi di una motorizzazione ancora a lungo dominante nel settore Aziendale: ed ecco il 2.2 Turbodiesel da 190 fino a 210 cavalli più una successiva versione depotenziata e meno onerosa di 160 cavalli. In effetti quest’ultima offerta privilegia i professionisti, gli Agenti e gli utilizzatori di Flotta che percorrono molta strada perché propone consumi in ciclo medio di 5,8 litri per 100 Km pur scattando da 0 a 100 Km/h in circa 8,8 secondi. 

Che non sono pochi considerando la mole e le misure caratteristiche di Stelvio: quasi 4,70 metri di lunghezza, larga 1 metro e 90 ed alta un metro e 67 centimetri ha un passo di 282 cm e sfiora nelle versioni più “Light” i 1800 chili

 

Trazione posteriore o “Q4” Integrale: a seconda dei modelli su cui è adottato, lo schema “Q4” usa due architetture differenti (elettrica o meccanica) che offrono sicurezza e stabilità dentro un assetto di guida sportiva ma sicura anche con fondi a bassa aderenza o con clima estremo. Su Stelvio e Giulia ovviamente il “Q4” concede più motricità all’asse posteriore ma a seconda delle situazioni o per risolvere situazioni di rischio il sistema va a ripartire la coppia opportunamente anche sull’asse anteriore. 

Ed ora, con il preannuncio di questo articolo, ecco Autoprove.it impegnata nel Test Drive di Alfa Romeo Stelvio Q4 Turbodiesel. L’emozione e l’onore sono al top come sempre ci capita con Marchi di grande fascino e rango; ma il dovere di essere obbiettivi, è bene precisarlo in anticipo, ci potrà portare in alcuni aspetti di Stelvio ad essere piuttosto critici. 

Il che tuttavia non elude una sensazione che ci muove, come Redazione, a pensare ad una cosa curiosa: e se stessimo già parlando, per Alfa Romeo Stelvio, di un Suv Instant Classic? 

Riccardo Bellumori

Nuova BMW iM3: la i3 sportiva in rendering

Sono passati solo pochi giorni dalla presentazione della nuovissima BMW i3, non come erede dell’originale e stravagante i3 hatchback, ma come versione elettrica della popolare berlina Serie 3. Sappiamo da anni che BMW aveva in programma una versione M ad alte prestazioni di questa vettura, e due immagini trapelate sembrano ora offrire la visione più chiara finora di quella che potrebbe essere chiamata i3M, o forse iM3.
L’origine di queste immagini è sconosciuta, ma nel fine settimana sono state condivise su forum e social media, tra cui Bimmer Post. È importante sottolineare che la loro autenticità rimane incerta, e non è nemmeno chiaro se mostrino una vera e propria M3 elettrica o forse un modello M Sport leggermente più sobrio.

Qualunque cosa mostrino le foto, è ovvio che l’auto qui raffigurata sembra piuttosto diversa dalla normale berlina i3. I fari appaiono leggermente più scuri ed è stato montato un paraurti distintivo, completo di un elemento a forma di diamante posizionato al centro.

Anche la parte inferiore del paraurti è distintiva e include due grandi prese d’aria oscurate. Posizionati su entrambi i lati di queste prese d’aria ci sono quattro fari di guida quadrati, che sostituiscono le strette prese d’aria del modello standard. Il risultato è un look interessante che senza dubbio dividerà le opinioni.


Altri elementi accattivanti visibili includono una presa d’aria nera al centro del cofano e parafanghi muscolosi. Tuttavia, alcuni membri del forum hanno notato che questi parafanghi non sembrano molto più larghi di quelli della i3 standard, il che ha portato alcuni a ipotizzare che questa potrebbe non essere, dopotutto, la M3 completamente elettrica.

LO STILE AFFILATO

A confermare questa ipotesi è forse il fatto che la berlina non sembra avere gli specchietti retrovisori sportivi che ci si aspetta dai modelli BMW M.

Cosa sappiamo della iM3?
Indipendentemente da ciò che queste immagini mostrano in definitiva, diversi dettagli chiave sulla M3 elettrica sono già stati confermati. Per cominciare, BMW ha dichiarato che utilizzerà un pacco batterie da 100 kWh con le sue ultime celle cilindriche.

Inoltre, si prevede che la M3 elettrica utilizzi una configurazione a quattro motori, con ciascun motore che aziona una singola ruota tramite il proprio cambio. Questa configurazione dovrebbe consentire un controllo estremamente preciso della distribuzione della coppia. BMW sta inoltre sviluppando una modalità a trazione posteriore che disaccoppia completamente l’asse anteriore. Aggiungeteci cambi di marcia simulati e un sound personalizzato, e questa potrebbe rivelarsi una delle auto elettriche più coinvolgenti da guidare.

Nissan X-Trail compie 26 anni: la storia

La Nissan X-Trail è stata presentata al Mondial de Paris nell’ottobre 2000 con l’ambizione di offrire prestazioni fuoristrada a un prezzo accessibile e con costi di utilizzo contenuti. Una filosofia che si ritrova anche nel suo nome: la “X” simboleggia gli sport estremi, evocando lo spirito d’avventura e la potenza dinamica dei veicoli 4×4, mentre “Trail” fa riferimento ai sentieri, ai percorsi off-road e ai terreni accidentati. Prodotto in 8,1 milioni di esemplari fino a oggi, questo SUV ha cercato di applicare tali principi per 25 anni, pur essendosi progressivamente imborghesito nel corso delle quattro generazioni che ne hanno segnato l’evoluzione.

Nissan X-Trail I (2001-2007)

La prima generazione del Nissan X-Trail arriva nella primavera del 2001 con una ricetta semplice: robustezza, praticità, prezzo contenuto ed economia d’uso, soprattutto in termini di consumi. Conosciuta internamente come T30, adotta la trazione integrale “All Mode”, già vista su Qashqai e Pathfinder, che gestisce la motricità delle ruote secondo tre modalità distribuendo la coppia in base alle condizioni di aderenza.

Ben presto affiancato dai best-seller Toyota RAV4, Honda CR-V e Suzuki Grand Vitara, il modello puntava su due motorizzazioni: un 2.0 benzina da 114 CV e un 2.2 VDi turbodiesel da 114 CV.

Nel 2003 arriva un aggiornamento che introduce un ingegnoso volante inclinabile fino a 45 gradi, pensato per aumentare lo spazio per il conducente e permettergli persino di cambiarsi le scarpe da seduto, un dettaglio apprezzato dagli amanti delle attività outdoor. L’offerta si arricchisce anche di un V6 2.5 benzina da 165 CV, abbinato a un cambio manuale a cinque marce o a un automatico a tre rapporti. In ambito diesel, il 2.2 VDi lascia il posto al 2.2 dCi da 130 CV, che diventerà l’unica motorizzazione disponibile da settembre 2006.

In totale, il primo X-Trail ha raggiunto 800.000 unità vendute, di cui 44.527 in Francia, il suo miglior risultato su quel mercato.

Nissan X-Trail II (2007-2014)

La seconda generazione evolve poco nel design ma cresce di 17 cm, raggiungendo 4,63 m di lunghezza. Spazio interno e capacità del bagagliaio migliorano sensibilmente.

Presentato al Salone di Ginevra nel marzo 2007, il T31 arriva in Europa a fine anno. Nissan sceglie la continuità stilistica, intervenendo principalmente su fari e paraurti anteriori. Condivide ora la piattaforma con il Qashqai, lanciato pochi mesi prima. Il bagagliaio passa da 350 a 603 litri sotto il tendalino. L’abitacolo viene completamente ridisegnato: la strumentazione si sposta dietro il volante, arriva un sistema GPS più evoluto e vengono introdotte plastiche morbide più qualitative.

Il modello adotta la trazione integrale elettronica “All Mode 4×4-i”, evoluzione del sistema precedente, ora capace di analizzare i dati dei sensori di sterzo, imbardata e accelerazione laterale per anticipare la traiettoria e ottimizzare la ripartizione della coppia.

Le motorizzazioni includono un diesel 2.0 dCi Renault-Nissan da 150 o 173 CV, un benzina 2.0 da 141 CV e un V6 2.5 da 169 CV. Le vendite raggiungono 800.000 unità, di cui 20.088 in Francia.

Nissan X-Trail III (2014-2021)

La terza generazione debutta nel 2014 e sostituisce in Europa il Qashqai+2. Conosciuto come T32, viene lanciato anche negli Stati Uniti con il nome Rogue, diventando il modello Nissan più venduto sul mercato nordamericano.

In Europa, al lancio è disponibile solo con il 1.6 dCi Energy da 130 CV di origine Renault. Nel 2015 arriva il 1.6 DIG-T benzina da 163 CV, mentre nel 2017 debutta il 2.0 dCi da 177 CV, poco prima del restyling.

L’aggiornamento introduce nuovi fari, una calandra ridisegnata e modifiche ai paraurti. Nel 2019 i diesel 1.6 dCi 130 e 2.0 dCi 177 vengono sostituiti dal 1.7 Blue dCi da 177 CV; il benzina 1.6 DIG-T 163 lascia spazio al 1.3 DIG-T da 160 CV.

Con oltre 4,2 milioni di unità vendute, di cui 39.546 in Francia, il T32 è la generazione più venduta di sempre.

Nuova Nissan X-Trail 2021, dati tecnici, design, uscita

Nissan X-Trail IV (dal 2022)

La quarta generazione (T33) arriva in Europa nel settembre 2022 con un design più deciso: fari più sottili, firma luminosa affilata, grande calandra, cofano quasi piatto e passaruota posteriori più larghi. Pur adottando codici stilistici tipici dei SUV moderni, rimane fedele al suo DNA da fuoristrada.

Per la prima volta introduce motorizzazioni ibride e-Power a due e quattro ruote motrici, da 204 e 213 CV. Il sistema utilizza un tre cilindri 1.5 turbo che non muove le ruote ma funge da generatore, ricaricando la batteria da 1,73 kWh e alimentando i motori elettrici. La versione e-4orce combina un motore elettrico da 150 kW all’anteriore e uno da 100 kW al posteriore.

Dopo oltre 2,2 milioni di unità vendute, il modello riceve un restyling di metà carriera nel marzo 2026: design aggiornato soprattutto all’anteriore, nuovo sistema infotainment NissanConnect con Google integrato e un ProPilot migliorato. Le motorizzazioni ibride restano invariate.

Auto elettriche: uno Shock petrolifero spingerà le vendite di massa? 

Le prove generali furono esattamente quindici anni fa, in Europa: 2011, crisi dei debiti sovrani ed in generale del valore delle valute; bazooka monetari lanciati prima dal Giappone (vittima di Fukushima ed obbligato a rimettere denaro in circolazione), poi dagli Stati Uniti ed infine dalla BCE con l’acquisto in blocco di valanghe di obbligazioni. 

Quindici anni fa esatti, quando la Cina e l’Asia erano mercati tutti ancora da scoprire per chi voleva tentarne l’espugnazione; mentre al contrario nell’Occidente colpito da austerithy e crisi politiche la marea di prodotti retail provenienti dal Paese del Dragone (dai bastoncini di cotone fino alle infrastrutture di edilizia pesante) ci aiutavano a contenere l’erosione del potere di acquisto causato in fondo più dalla inettitudine dei sistemi governativi continentali che non per la reale superiorità di nemici esterni.

Eh si, amici: da una bella zoommata aerea di Google Earth di tutta Europa, in quel periodo, la somma di chilometri quadrati di mercatini e bancarelle all’aperto costituivano di già province cinesi, composte da merci e prodotti tutti rigorosamente made in China. E forse da quella stessa zoommata la striscia bianca prevalente di ombrelloni ripresi dall’alto sarebbe ancora stata quella di Via Pistoiese a Prato, fin dalla fine degli anni Novanta una delle “colonie” cinesi residenti più numerose in Europa.

Proveniva di tutto dalla Cina, probabilmente molte più referenze e categorie merceologiche di quelle che riforniscono i mercati europei di oggi. E, molto sottilmente – senza che davvero gli automobilisti europei se ne rendessero conto, l’Europa dell’Auto stava importando sotto traccia dalla Cina un vero e proprio miraggio: quello di poter colonizzare il mercato interno di bellissime, superiori, prestigiose, desideratissime auto europee ed occidentali prodotte e vendute da preziosissimi ed incomparabili Brand europei ed occidentali. 

O perlomeno questo era l’approccio mentale e culturale degli operatori di settore: gli stessi che, probabilmente, avevano però toppato ripetutamente sulle valutazioni ed analisi preliminari sulle caratteristiche del mercato auto asiatico e sulle mosse intelligenti da intraprendere per espugnarlo: qualcuno tra Voi, più anziano di me, ricorda l’ambizione tutta europea di spedire in Cina e nell’ex URSS milioni di ferrivecchi usati, casomai i cargo pieni diretti in Africa e Sudamerica fossero stati insufficienti?

Forse no, o forse per decenza tanti operatori di settore di fine anni Ottanta preferiscono un dignitoso silenzio. 

Di sicuro invece molta più gente ricorda il piano di invasione euro-tedesco di metà anni Novanta, quando lo Studio di Ingegneria Porsche – che aveva già capito tutto della Cina, evidentemente – progettò e battezzò per il previsto boom commerciale dentro la Grande Muraglia il più nobile e centellinato barattolo a quattro ruote mai nato sotto l’egida del cavallo di Stoccarda: la “C88” (dove C presumibilmente sta per “Carabattola – per non affiancare altri nomi che iniziano con C- data la irrecuperabile bruttezza delle linee esterne) che nelle premesse doveva essere il progetto vincente di una utilitaria popolare a motore e trazione anteriore con cui motorizzare in massa il Paese orientale.

Quello che ci ha “rilanciato” addosso la Cina è stato qualcosa che alla fine ci ha piano piano travolto: il loro modo di vivere l’auto non prevede di approvvigionarsi di nostre vecchie glorie, e neppure riconosce la professione di fede verso storie occidentali ed europee con cui siamo cresciuti a milioni, e per generazioni, costruendo una scala di valori e simboli che poi sul mercato occidentale hanno dato vita al concetto – ed al fenomeno dei Brand. La Cina aveva voglia, ed ha vinto la scommessa con sé stessa, di costruire/perfezionare/divulgare il “suo” proprio patrimonio di industria Auto nazionale.

La Cina non si è adattata ai nostri paradigmi commerciali e simbolici: ha adattato questi ultimi alla sua specifica situazione di mercato. E l’elettrico, con cui eravamo illusi di poter convincere la Cina attraverso l’immagine forte dei Brand, è diventato – a livello globale – quello cinese. E’ la Cina il mercato leader, il modello industriale, il riferimento tecnico e culturale dell’auto elettrica nel mondo. Non l’Europa né l’Occidente.

Ma, Voi adesso mi chiederete, perché questa parentesi lunghissima a declinazione del tema di fondo: la crisi petrolifera, gli aumenti del prezzo alla pompa ed una eventuale riduzione della disponibilità di carburanti, possono mettere commercialmente “le ali” all’auto elettrica in Occidente ed in Europa?

Bene: Le mie risposte simmetriche, non sovrapponibili e selettive sono queste:

A) Se consideriamo l’auto come bene materiale e sistema di vendita così come lo conosciamo in Occidente, la mia risposta è: NO, ora neppure l’aumento esponenziale del prezzo dei Carburanti alla pompa potrebbe fare da detonatore positivo per la vendita delle BEV così come accadde dai primi anni Settanta per il Diesel. E risposta di riserva? NON nei tempi e nella evoluzione che abbiamo imparato a conoscere per il Diesel.

B) Se consideriamo l’auto e la circolazione su auto in Europa entro i prossimi quindici anni, con parametri e paradigmi di mercato completamente trasformati rispetto al modello commerciale attuale, allora la risposta può essere diversa e più articolata di un “NO”.

Ma ci arriviamo tra un attimo: adesso ritorniamo all’incipit di sopra, quando ho parlato di quindici anni fa. Cosa è accaduto nel 2011. 

E’ accaduto, anzi sono accadute, una serie di cose che hanno stravolto il mondo classico dell’auto ed hanno dato il via alla cosiddetta rivoluzione “culturale” dell’ecomobilità elettrica. Già, parlo di rivoluzione “culturale” perché alla fine della fiera la capillarizzazione delle elettriche pure nel parco auto circolante in Europa risulta desolantemente basso proprio alla luce di quel movimento culturale positivo che ha accompagnato l’avvento delle BEV in Europa per oltre 15 anni. Ricordate?

Il Crack Lehman e lo stato patrimoniale ed il valore delle “Big Three” a livello “Junk” (spazzatura), le cessioni e soppressioni folli di Brand da parte di Ford e General Motors hanno improvvisamente “esploso” il classico mondo Occidentale dell’Automotive endotermico facendoci entrare in diverse criticità:

– La repentina debolezza e crisi di un intero modello culturale e commerciale dell’Auto in Occidente;

– La presenza di un quadrante di mondo dove ad avere esigenza di mobilità potevano essere centinaia di milioni di potenziali automobilisti futuri;

– La precarietà del mondo finanziario rispetto ad una domanda potenziale che, da quel momento, non poteva più trascurare Cina ed India;

– La crisi di un modello consumeristico sviluppato in Occidente lungo almeno mezzo secolo.

Le risposte a queste criticità sono state: il Credit Crunch, il mito di Tesla, la riduzione dei player impegnati sul mercato, la assoluta crisi di identità del modello automobilistico americano, la nuova moda dell’elettrico spinta negli USA da Barak Obama ed il trascinamento colto al balzo da almeno i primi tre mercati dell’auto europea (Germania, Francia e Gran Bretagna).

Eppure in fondo, a parte Nissan Juke ed Opel Ampera, il mondo dell’auto ha semplicemente contratto progressivamente i numeri di immatricolato annuo in Occidente per farlo esplodere in Cina dove però nel frattempo cominciava a crescere anche il volume di auto prodotte. Dunque, qualcuno di Voi si è accorto della rivoluzione elettrica sui listini e sulle strade? No di certo.

 

E però non si è mica fermata qui, la crisi: sono arrivati i debiti sovrani, l’Euro sotto il Dollaro, la primavera araba ed il Petrolio sopra i 100 Dollari al Barile nell’estate del 2011. Ma questo ha ancora sortito effetti nella diffusione delle auto elettriche? No. I motivi?

Diversi contratti in essere con vincolo finanziario o con sostituzione programmata, difficili da rimpiazzare o sovrapporre da subito in tutta Europa con auto elettriche di rimpiazzo. E poi, che

elettriche? Ed a che prezzo? Ecco che le risposte dei Costruttori alle prime critiche sono state rivolte 

tutte all’ansia da ricarica ed alla carenza di colonnine. Ed in fondo era vero:

Tuttavia quasi tutti i Costruttori avevano cominciato a declinare la lista delle meraviglie: l’elenco

delle future BEV ed Hybrid che avrebbero assortito da lì a poco la Gamma di offerta. 

Onestamente non se ne è saputo più nulla mentre intanto crescevatra i consumatori una domanda:

ma esisterà mai una elettrica LOW Cost per tutti? Risposta tuttora inevasa. 

Alla soglia del 2015 in tutta Europa il messaggio propagandistico filo elettrico era dominante,

la prospettiva di favore dichiarato dai Costruttori era totale, la presenza di incentivi all’acquisto era

una realtà ed il pieno di gasolio e benzina era ormai più caro del 15% almeno rispetto a nemmeno

un lustro prima. Ma soprattutto alle soglie del 2015 a tenere banco era ancora il classicissimo Diesel.

Ma ancora per poco: il Dieselgate ci porta al 2015 ed al mercato auto successivo: in Europa anche

una “Euro 6” a Gasolio diventa parente sporca della pari omologazione a benzina o a Gas. Ma

Costruttori hanno già trovato il diversivo mentre attendono che la crisi delle emissioni truccate in

America si quieti.

Comincia una nuova epopea, ed i Costruttori europei sputtanati dallo scandalo gasolio si fanno la

plastica facciale e tentano di riciclarsi come “Mobility Providers”: non solo motori sporchi e cattivi

ma la prospettiva e la promessa di una mobilità ecochic, tecnologica, assistita e multitasking. Dura lo

spazio di uno sbadiglio: arriva il Lockdown, la crisi dei microchips, Carbon Zero, gli anatemi di

Bruxelles sul motore endotermico, se guidi una endotermica persino il Vaticano procurerà di non mandarti in Paradiso. 

Eppure, i Costruttori non derivano sulle BEV. Ma sulle MildHybrid, soprattutto perché un sistema normativo di “amici degli amici” e di governanti semideficienti a livello europeo si inventa sul Mild

Hybrid tutto quello che non può essere: ecologicamente risolutivo rispetto all’endotermico puro.

Ed arriviamo ad oggi, con il Barile di Petrolio a oltre 100 Dollari al barile e due rischi: che il Dollaro si rafforzi sull’Euro e che ci capiti tra le spalle anche un rischio razionamento.

Perfetto (anzi: drammatico); ma in questa nuova prospettiva, sarà finalmente l’ora delle auto elettriche “di massa” e diffuse in massa tra gli automobilisti Europei? Ebbene, la mia pronta risposta, e non potrete crederci, è ancora una volta non proprio positiva per gli affascinati della mobilità Z.E.

Si, vero: dopo anni passati a vivere con Petrolio a soglie di 30 e persino 40 euro in meno al barile rispetto ad oggi, neppure questo nuovo shock potrebbe essere risolutivo. Ed anche se gli stessi elettrofili usano a loro uso e consumo una esperienza che in fondo essi stessi deplorano – il comparto delle auto a Gasolio nel corso della Crisi energetica dei primi anni Settanta – è facile scovare le differenze di causa/effetto tra il boom del Gasolio da metà anni Novanta fino al Dieselgate del 2015.

 

In primo luogo, lo sviluppo del Gasolio fu facilitato dai ridottissimi costi iniziali di produzione: derivati dal mondo agricolo o di cantiere, i primi motori a Gasolio applicati sulle auto di serie furono un vero e proprio orrore tecnologico; fumavano, vibravano ed avevano potenze specifiche di un terzo rispetto ai motori a benzina. Ed il bello è che proporzionalmente consumavano persino di più: la Opel Rekord D del 1974 consumava 9,50 litri di gasolio ogni 100 chilometri contro i 7,7 litri della versione a benzina. 

Ma il costo del gasolio tenuto basso per anni, in Europa, rispetto al costo della benzina aveva compiuto il miracolo: ognuna di quelle brutte, sporche, puzzolenti, lente, vibrantissime auto a Gasolio permetteva di percorrere centinaia di chilometri con poche decine di miglia di lire. 

Diciamoci la verità: in quante parti d’Europa un pieno di elettricità utile a percorrere tot centinaia di chilometri arriva a costare oggi un terzo rispetto al proporzionale pieno di benzina? E senza contare che chi passava al Diesel lungo mezzo secolo non cambiava abitudini ed approccio al suo mezzo per muoversi come deve fare chiunque acceda all’elettrico.

Ma è quello che è accaduto dopo i primi anni Settanta che sorprende: l’auto a Gasolio è lentamente diventata un vessillo commerciale e industriale d’Europa, e propaganda, norme e giudizi generali hanno permesso in breve al Diesel di superare le vendite del benzina in tutta Europa.

Ma guardiamo un poco dal buco della serratura:

Primo: l’elettrico di massa sarà – finalmente o purtroppo? – nelle K-Car : vetturette create in consorzio tra diversi Costruttori europei o più facilmente derivate da piattaforme cinesi, con ciclo di vita “Usa e sostituisci” per evitare i problemi della manutenzione e del calo di autonomia delle batterie;

Secondo: l’elettrico “K-Car” sarà diffuso attraverso non più la Rete commerciale di un singolo Costruttore ma di un intero Network, separato parzialmente come gestione e controllo societario dai Costruttori: al Network saranno delegate le attività di procacciamento, movimentazione, consegna ed assistenza dei mezzi al Target dei Clienti, oltre che le responsabilità e le opportunità di fornire ai Clienti anche energia e sistemi di ricarica;

Terzo: non esisterà più la massa di acquirenti individuali sul mercato, ma gli acquisti saranno articolati in Gruppi di Acquisto in grado di acquisire e trattare il costo dell’energia oltre alla serie di servizi in aftersales.

Ovviamente Ibrido in Serie sarà la scelta prevalente per le auto dei target Medio e medio grande per arrivare al Top del Top di nuovo elettrico con Hyper Car ed Hypersuv gestiti molto probabilmente da Batterie extended range o da Battery Swapping.