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Addio Volkswagen Touareg: arriva l’erede

Un portavoce dell’azienda tedesca ha spiegato che questo crossover è pensato per chi desidera acquistare un’auto costosa senza il marchio di una casa automobilistica di lusso.

La Volkswagen Touareg ha fatto il suo debutto nel 2002; la sua parente più stretta è la Porsche Cayenne. Nel corso degli anni, il modello ha subito solo due cambi generazionali: l’attuale crossover di terza generazione è stato presentato nel 2018 e ha ricevuto un restyling nella primavera del 2023. La produzione del SUV era basata nello stabilimento di Bratislava. Nell’agosto 2025 è stato annunciato che il crossover sarebbe stato fuori produzione, con alcune indiscrezioni che suggerivano che non avrebbe avuto un successore diretto. Abbiamo parlato della versione d’addio della VW Touareg, con l’aggiunta di “Final Edition” al suo nome, lo scorso ottobre.

Nella foto: la Volkswagen Touareg Final Edition in via di uscita
Tuttavia, la prima menzione di un possibile successore è apparsa già nel settembre 2025, e ora la rivista britannica Autocar riporta, citando il responsabile delle vendite di Volkswagen Martin Sander, che il marchio tedesco sta sviluppando un nuovo modello. Secondo lui, l’azienda intende colmare il vuoto lasciato dal ritiro dell’attuale Touareg.

È noto che le vendite dell’attuale SUV cesseranno tra pochi mesi. Va notato che la gamma Touareg uscente includeva un motore turbo a benzina TSI da 3,0 litri (340 CV) e un turbo diesel TDI della stessa cilindrata (231 o 286 CV), oltre a un propulsore eHybrid basato su un V6 a benzina da 3,0 litri, che lavora in tandem con un motore elettrico (potenza combinata – 381 CV). Nel Touareg R eHybrid, il modello di punta della gamma, la potenza totale del sistema è di 462 CV.

Purtroppo per gli appassionati del modello, il prossimo successore non offrirà una gamma di opzioni così ampia. Martin Sander ha confermato le speculazioni dello scorso anno secondo cui il prossimo SUV sarà dotato esclusivamente di un propulsore completamente elettrico. È possibile che il nuovo modello venga lanciato con il nome Volkswagen ID. Touareg (non c’è ancora stata alcuna conferma ufficiale al riguardo).
Il top manager di VW ha aggiunto che sul mercato c’è ancora una carenza di auto costose il cui logo non indichi che appartengono alla classe premium. Tale “lusso in una confezione modesta”, secondo Martin Sander, era la Touareg uscente e, presumibilmente, lo sarà anche il suo successore. Ha aggiunto che gli acquirenti del modello sono, di norma, “persone molto con i piedi per terra e benestanti” che “non desiderano mettersi in mostra”.

Nuova Volkswagen Touareg 2021, il motore ibrido Plug-in

LA SCELTA STRATEGICA

Secondo i dati preliminari, la ID. Touareg sarà basata sulla SSP (Scalable Systems Platform) sviluppata dal Gruppo Volkswagen. In questo caso, non condividerà più la piattaforma con la Porsche Cayenne, poiché il nuovo crossover Porsche completamente elettrico si basa sull’architettura PPE (Premium Platform Electric). Ricordiamo che la Cayenne “verde” ha fatto il suo debutto lo scorso novembre e nel marzo 2026 ha ottenuto una nuova versione: la Porsche Cayenne S.

Si prevede che la Volkswagen ID. Touareg arriverà dopo l’uscita sul mercato della nuova ID. Golf hatchback completamente elettrica. Ricordiamo che all’inizio del mese scorso l’azienda ha pubblicato la prima immagine della VW Golf di nona generazione. L’azienda non ha annunciato ufficialmente una data di lancio, ma si sa che non avverrà prima del 2028.

Audi R10 TDI: quella sporca ultima meta alla 24 Ore di Le Mans

Dindi Capello, Alain McNish Audi R10 ALMS Laguny Seca 2006 Foto: Audi AG Abdruck nach Freigabe, alle Bildrechte: Audi AG Communication Motorsport IGP-M 85045 Ingolstadt Tel.: +49 (0)841-8934200 motorsport-media@audi.de

Quando avvenne, credo che notizie e recensioni sull’accaduto furono persino molto sottotono e moderate nel darne l’annuncio; eppure in quella Domenica pomeriggio del 18 Giugno 2006 a vincere con Lei, idealmente, c’era la maggioranza assoluta degli automobilisti dell’Unione Europea. Che non sapeva ancora di essere brutta, sporca e cattiva. E neppure fedifraga, visti i nove anni che a quella data dovevano ancora passare per arrivare al fatidico Dieselgate del 2015. 

Davanti al record di pubblico di 235.000 spettatori, l’edizione 2006 della 24 Ore di Le Mans era stata dominata dalla Audi R10 TDI; si, esatto: Turbodiesel, con un effetto iconico che ancora di più da quel momento ha fatto da “claim” identificativo non solo del “Brand” Audi e del Gruppo di riferimento Volkswagen, ma di tutta una simbologia teutonica che era iniziata tre lustri prima, quando l’Unione Europea appena nata aveva creato la perfetta simbologia dell’auto “comunitaria” adottando e promuovendo come ambasciatrice l’industria tedesca ed il suo protocollo iconico: Auto Premium, Turbodiesel, Qualità Totale.

Quel protocollo, il 18 Luglio del 2006, si era così sublimato in una vittoria che per la tedesca Audi-Volkswagen valeva persino doppio: il primo “oro” di un motore a gasolio, nella 24 Ore classica più iconica e leggendaria del mondo e della storia, significava anche aver battuto per sempre, sul tempo e sul merito, chi del motore a Gasolio aveva fatto un proprio vessillo decenni prima di quella Domenica.

 

Nella storia sportiva infatti la Germania diventa, in quel 2006, la terra eletta del Gasolio contro l’immagine della Francia che trenta anni prima aveva portato Diesel e Turbodiesel nelle gare di Rally internazionali; e Audi, l’erede di quei quattro anelli della Auto Union, si prendeva una simbolica rivincita contro l’altra storica “Freccia d’Argento” – la Mercedes – che pure a sua volta aveva fatto del motore a Gasolio una sorta di nobile pedigree per la produzione stradale. 

Ed Audi era ancora nel limbo dei sogni di Volkswagen – dopo che questa nel 1965 aveva acquisito i diritti su Audi-Auto Union da Mercedes – quando sia Peugeot (con la “404 Prototype”) che Mercedes (con la C111 da record di velocità) sdoganarono il Gasolio come carburante per andare veloci, per essere emulate poco dopo dalla Opel: figurarsi dunque un’Audi Diesel. Audi fu, per inciso, persino una delle meno “rapide” a dotarsi del motore a Gasolio in Europa come salvaguardia dalla crisi energetica di inizio anni Settanta; un po’ come Ford – che “pagava” la simmetria identitaria con un Gruppo americano che il Diesel lo vedeva bene solo sui trattori – Audi scontava la condivisione tecnologica in Gamma dei motori Volkswagen ed ovviamente la capogruppo di Wolfsburg aveva priorità e precedenza nella offerta su strada. Su Golf e Passat il Diesel arriva dal 1975, su Audi “80” e “100” arriva dal 1979 in poi e neppure per tutti i mercati europei.

Per questo, se vogliamo, la vittoria del 2006 a Le Mans è stata una vittoria di sistema: la estrema capacità tecnologica del Gruppo VW, la vocazione sportiva di Audi, il sistema “Common Rail” di Bosch sulla R10,  e su tutto la iconografia sportiva teutonica che non aveva ancora ritrovato la leadership “schiacciasassi” di Mercedes in F1 (quella era stata delegata fino al 2004 al nuovo “Kaiser” Michael Schumacher) ma che tra Porsche, Mercedes, BMW, Audi e Volkswagen aveva praticamente ipotecato gran parte delle discipline agonistiche a motore da metà anni Ottanta in poi.

Ma cosa rappresentava Audi sul mercato alla data del 2006? Ovviamente uno dei “Big Three” Brand in fatto di Gamma Premium, una categoria che sembrava cucita apposta sulla iconografia di Audi – appunto – insieme a BMW e Mercedes. 

La prima di un Diesel alla 24 Ore di Le Mans

Il Brand di lusso di casa Volkswagen aveva già conquistato una fama proverbiale in termini di grande qualità e prestigio tecnologico, e dal punto di vista sportivo l’excursus del Marchio dei quattro anelli – se si eccettua la presenza come logo evocativo sulla carenatura della Porsche 917 Sunoco del 1975 – inizia nel 1981 con la partecipazione della “Coupè Quattro” al Mondiale Rally di quell’anno; la presenza ufficiale sempre più ridotta del Marchio in quel tipo di competizioni si sovrappone all’inizio dell’esperienza vincente nel DTM dove nel 1991 la “V8 Quattro” si aggiudica il titolo. La notorietà ed il rango di Audi nel Turismo su pista diventano un emblema spendibile anche nell’Endurance dove il Marchio arriva nel 1999 con la R8 Sport, o meglio la versione “R8R” (Barchetta) che alla 24 Ore di quell’anno viene affiancata alla versione chiusa R8C.

Le due R8 Barchetta si piazzano all’esordio in 3° e 4° posizione al traguardo, non male per una prima alla 24 Ore. La serie R8 si evolve nel 2000 con la versione R8S grazie a tanta tecnologia italiana (Fondmetal, Dallara) e purtroppo segna anche un momento nero con la tragedia di Michele Alboreto, il campione italiano che aveva regalato ad Audi la vittoria alla 12 Ore di Sebring del 2001. 

 

Purtroppo nonostante questo ottimo auspicio non si è riusciti ad evitare la tragedia che ha colpito Michele il 25 Aprile di un quarto di secolo fa: in un test di collaudo privati sulla R8 al circuito del Lausitzring l’improvviso scoppio del pneumatico sinistro costò la repentina perdita di controllo, ad alta velocità, del mezzo; con effetti così gravi ed ingovernabili che neppure il nostro campione milanese, nonostante la chiara fama e storia di talento e sensibilità di guida; e nonostante una pratica maturata nel periodo “duro e puro” da fine anni Settanta in poi (in cui pur giovanissimo riusciva a condurre alla vittoria monoposto di F.3, F.2 ed infine F.1 che erano dei bufali impazziti sotto al pilota), riuscì a riprendere la situazione in mano.

Non fu però questa tragedia a far terminare il percorso agonistico ed il programma di sviluppo delle “R8” nel breve volgere di poche stagioni, quanto le evoluzioni regolamentari in Classe LMP1 di fronte ai quali il management sportivo di Audi aveva individuato rapporti e contesti perfetti per il lancio di una vera e propria biposto Turbodiesel nativa – e non derivata – per le competizioni di durata: Audi R10 TDI del 2005, un motore diesel V12 bi-turbo Garrett da 5,5 litri con 650 CV (478 kW) e 1.100 Nm di coppia, monoscocca in fibra di carbonio, cambio sequenziale X trac a 5 rapporti ad azionamento pneumatico e frizione in carboceramica, iniezione elettronica a schema common rail Bosch – gestione Motronic MS 14 – con iniettori piezoelettrici (pressione superiore a 1.600 bar). E dulcis in fundo il primo motore Turbodiesel Audi con monoblocco in alluminio.

R10 è la prima in assoluto a utilizzare un motore diesel progettato da zero per le competizioni, contro avversari come Porsche RS Spyder LMP2 di AER, Mazda e Zytek di Lola e Courage, ed altri.

Sono però i nuovi Regolamenti ed i rapporti di equivalenza nati nel 2003 a spingere Audi a valutare la maggiore efficienza e competitività di un motore Diesel rispetto ai benzina: con il rapporto proporzionale della cubatura (una cilindrata di 5,5 litri il diesel, contro i 4,0 litri dei motori a benzina sovralimentati o i 6,0 litri dei motori a benzina aspirati) il livello tecnologico del Common Rail e la minore voracità di carburante in Gara di Durata rendono il 5500 cc. 12 Cilindri Audi un mostro da guerra. Ingolstadt tuttavia si buttò nella scommessa azzardata di fare un motore ex novo per le Gare ad architettura diesel, praticamente senza grande background o storia sperimentale dietro neppure in casa della concorrenza: il Marchio dei quattro Anelli infatti rinunciò da subito all’idea di elaborare e trasformare un motore di serie come nel 2004 aveva fatto la Lola con la Taurus Caterpillar. 

Ma, Voi direte, fin qui la parte tecnologica che, per una avventura di venti anni fa, è di livello eccezionale: pensate solo che per misurare la coppia mostruosa al banco prova si dice che la stessa Audi abbia dovuto sostituire e montare rilevatori e misuratori nuovi perché quelli in dotazione entrarono in tilt. 

 

Una panoramica anche del telaio e della “sovrastruttura” della R10: monoscocca in fibra di carbonio con anima a nido d’ape in alluminio – realizzata da Dallara – dove la maggior parte delle superfici esterne fa parte della monoscocca e solo le sezioni anteriore e posteriore, comprese le relative strutture di assorbimento degli urti, sono rimovibili.
Roll-bar doppi, sistema HANS obbligatorio per dimensioni importanti: 4650 mm di lunghezza, 2000 mm di larghezza e 1030 mm di altezza, con peso minimo di 925 kg, inclusi 25 kg di aumento nel 2006 per consentire l’installazione dell’aria condizionata nelle vetture chiuse.

Ma se fino a qui il ricordo dell’impresa di Audi – nonostante la sua eccezionalità per specifica e periodo – ha un filo semantico comune con la storia delle imprese motoristiche sportive di rango, da qui in poi si affaccia una prerogativa ed una visione culturale che tra il 2006 ed il 2015, in meno di nove anni, avrebbe totalmente ribaltato i piani e la visione dell’opinione pubblica.

Audi: vittoria alla 24 Ore in un mondo dove il Diesel stava vincendo troppo?

Audi R10 utilizzava una coppia di filtri antiparticolato diesel Dow Automotive, perché per Audi era molto importante che il motore fosse percepito come pulito ed efficiente.
La Shell (partner tecnico di Audi e fornitore ufficiale di carburante a Le Mans) aveva in combinazione sviluppato uno speciale “V-Power Diesel” (medesimo nome delle campagne pubblicitarie)combinando il gasolio convenzionale di origine minerale con una piccola percentuale di gasolio sintetico GTL (gas-to-liquids). 

Bruciando in modo molto pulito, e con capacità lubrificante per ridurre l’usura del sistema di iniezione rendeva ideale il funzionamento del motore agli altissimi regimi e per cicli di funzionamento in gara prolungati.

 

Ma quello che sorprende sotto traccia, venti anni dopo, è tutta questa letteratura – chiamatela prosopopea, chiamatela retorica mediatica – dedicata alla dimensione ecologica e razionale del Diesel soprattutto, in tanti passaggi di interviste dell’epoca, con riferimento e focus sul rendere “finalmente” interessante il mondo del Gasolio anche per il mercato statunitense, da tempo refrattario ad una alimentazione relegata a Jeep, Pick Up e mezzi da lavoro.

Le cose storicamente dunque stanno così: alle 5 del pomeriggio di Domenica 19 giugno 2006 viene scritta una Impresa memorabile nella storia delle Gare sportive ma anche nella sensibilità e consapevolezza dell’Automobilista e cliente potenziale di auto stradali. Con quella impresa del 2006 Audi prova a cancellare del tutto lo scandalo che 20 anni prima, nel 1986, aveva fatto sprofondare la “Audi 5000” nel baratro delle inchieste per disastro stradale.

In una sera di fine autunno di un anno dopo l’America risponde con la catastrofe finanziaria più pesante dal 1929, il Crack Lehman: da quel momento le “Big Three” di Detroit diventano carta straccia, le profezie di Soichiro Honda sulla scorrettezza endemica degli statunitensi in tema di concorrenza sul mercato auto diventano sempre più palesi.

In un mezzo pomeriggio del 2009, dopo la presentazione della “Model S” di Tesla, Audi deve in qualche modo realizzare – insieme a tanti altri brand – che da quel momento il protocollo teutonico a gasolio per le auto Premium e di prestigio deve fare i conti con l’ultima arrivata di grande successo.

E in un fine Settembre del 2015 il Dieselgate partito, guarda caso, dagli Stati Uniti seppellisce di colpo quell’impresa ed il suo significato in quella Le Mans del 2006 (proseguita nel successo ripetuto nel 2007 e 2008). Venti anni dopo, anche Audi rimette la testa a posto e rinuncia alle abiure facili: in Gamma, ancora per un po’, il Diesel sarà presente. 

Riccardo Bellumori

Nuovo Hyundai Boulder Pick-up: rendering da sogno

La scorsa settimana Hyundai ha presentato il SUV concept Boulder, che rappresenta anche l’anteprima del primo pick-up con telaio nella storia del marchio. Abbiamo immaginato come sarà.

Oggi nella gamma Hyundai c’è un solo pick-up: il Santa Cruz, che ha debuttato nella primavera del 2021 ed è diventato il primo modello di serie con questo tipo di carrozzeria. Tre anni dopo, il pick-up ha ricevuto un restyling programmato, ma nemmeno questo è riuscito a mantenere vivo l’interesse per il Santa Cruz: il picco delle vendite è stato raggiunto nel 2023 (36.675 esemplari venduti negli Stati Uniti), mentre nel 2025 sono stati venduti solo 25.499 pick-up. A titolo di confronto, nello stesso 2025 il principale concorrente, il Ford Maverick, ha trovato ben 155.051 acquirenti. Di conseguenza, Hyundai ha deciso di terminare anticipatamente la produzione del modello, che non avrà un erede diretto.

Rendering Kolesa.ru

IL PICK-UP ROBUSTO

È molto probabile che per il mercato americano diventi molto più interessante un pick-up completamente diverso, sviluppato da Hyundai, che, a differenza del Santa Cruz, avrà una struttura a telaio più tradizionale.

Il design, se ci si basa sul recente concept Boulder, sarà completamente diverso: la parte anteriore verticale sarà realizzata in una sorta di stile retrò, che ricorda i vecchi pick-up americani. Non si sa ancora quanto il pick-up di serie si discosterà dal concept, quindi come base per i rendering è stato preso il pick-up Kia Tasman, poiché la forma dei finestrini e il design dei suoi fianchi si abbinano bene allo stile del concept. Nella parte posteriore sono comparsi fanali nello stile dello stesso Boulder, un paraurti simile, e sul fianco è stampato il nome del marchio.
Non ci sono ancora informazioni confermate sulle caratteristiche tecniche, si prevede solo che il pick-up sarà dotato di propulsori ibridi con un’autonomia maggiore. Tra i suoi futuri concorrenti ci sono modelli di medie dimensioni come Chevrolet Colorado, Ford Ranger, Jeep Gladiator e Toyota Tacoma.

Il debutto della novità è previsto verso il 2030, la produzione sarà avviata nello stabilimento americano dell’azienda. Nel frattempo, il mese scorso la berlina economica Hyundai Verna (la nuova Solaris mai realizzata) ha ricevuto un restyling.

Nuova Zeekr 001 5th Anniversary Edition

Il marchio Zeekr, di proprietà del gruppo cinese Geely, ha raggiunto il suo primo traguardo importante: sono passati cinque anni dal suo ingresso sul mercato. Per l’occasione è stata lanciata una versione speciale, la 5th Anniversary Edition, della berlina elettrica Zeekr 001, dotata di un equipaggiamento molto ricco e di sospensioni regolabili KW.

Zeekr 001 ha debuttato nel 2021 ed è diventato il primo modello del marchio premium cinese; da allora ha subito due importanti aggiornamenti, l’ultimo dei quali è avvenuto nell’autunno dello scorso anno, quando la berlina è passata a un’architettura elettrica da 900 volt. Ad oggi, la produzione totale della Zeekr 001 ha superato le 350.000 unità, con circa una Zeekr 001 su cinque destinata ufficialmente all’esportazione. Quanto venga esportato in via non ufficiale, si può solo ipotizzare: è chiaro solo che si tratta di una quantità considerevole, dato che nelle città russe la Zeekr 001 è una delle auto elettriche più frequenti sulle strade.

Per gli standard mondiali, cinque anni sono un’età infantile, e festeggiare un anniversario in grande stile a questa età è un po’ ingenuo, ma in Cina le gamme dei modelli delle case automobilistiche locali si rinnovano a una velocità così frenetica che cinque anni sono già considerati l’età della pensione. Zeekr 001, tuttavia, non ha intenzione di andare in pensione, nonostante la domanda in Cina sia in calo: nei primi due mesi di quest’anno, secondo i dati CAAM, sono state vendute 6.161 unità, il 25,7% in meno rispetto a gennaio-febbraio 2025. Allo stesso tempo, le vendite complessive del marchio Zeekr in Cina nello stesso periodo sono aumentate del 35,1% a 35.091 unità.

LA VERSIONE SPORTIVA

La versione commemorativa 5th Anniversary Edition della Zeekr 001 è dedicata ai clienti che apprezzano soprattutto la sportività di questo modello. La principale caratteristica tecnica della versione speciale è l’assetto regolabile KW, la cui messa a punto, secondo quanto affermato, ha richiesto ben tre anni. Sono disponibili 16 livelli di regolazione in estensione e 12 in compressione, mentre l’altezza da terra è regolabile in un intervallo di 35 mm. Il pacchetto include anche potenti freni a disco con pinze Brembo a 6 pistoncini.

Le caratteristiche esterne comprendono il pacchetto FR-Line con kit aerodinamico in fibra di carbonio, loghi rossi e cerchi forgiati da 22 pollici di colore nero, calzati con pneumatici Pirelli P Zero. L’abitacolo presenta ampi inserti in Alcantara rossa.

Fiat 600 Hybrid: prova su strada

La nuova Fiat 600 Hybrid in allestimento La Prima è davvero la svolta che mancava nel segmento delle B-SUV italiane. In questo video la mettiamo alla prova su strada per scoprire come si comporta il nuovo sistema ibrido, quanto è confortevole nella guida quotidiana e se l’equipaggiamento top di gamma riesce davvero a fare la differenza.

Motore ibrido da 110 CV, cambio automatico a doppia frizione, consumi reali, comfort, tecnologia di bordo e qualità percepita: analizziamo tutto con la massima attenzione ai dettagli.

Nuova BMW Serie 1: Anteprima Rendering

Dopo tre generazioni consecutive dal 2004 ad oggi, la BMW Serie 1 potrebbe essere sul punto di uscire di scena per sempre?

Vero e proprio fenomeno commerciale negli ultimi vent’anni, con vendite che nell’ultimo decennio hanno talvolta superato le 200.000 unità all’anno, la BMW Serie 1 ha visto le sue vendite crollare dall’inizio della crisi sanitaria. I SUV compatti come la BMW X1 le hanno gradualmente eroso la quota di mercato, mentre è stata particolarmente colpita dalla concorrenza di rivali più elettrificati. A differenza dell’Audi A3 e della Mercedes Classe A, non ha mai ceduto al fascino dell’ibridazione plug-in, per non parlare della piena elettrificazione promossa da altri rivali come la DS 4.
Futura BMW Serie 1 (illustrazione © Julien Jodry)
Un segmento in difficoltà
Tuttavia, la BMW Serie 1 non è l’unica a dover affrontare questo declino. La maggior parte delle berline compatte sta attraversando un periodo difficile, nonostante gli sforzi dei costruttori per tenerle a galla, come la Peugeot 308, che è arrivata al punto di combinare il suo propulsore 100% elettrico con la silhouette di una station wagon. Da Volkswagen, la Golf ha perso da tempo il suo primato a favore della T-Roc, mentre Mercedes è arrivata quasi a interrompere del tutto la produzione della Classe A entro la fine del 2026, prima di cambiare idea. Ma questa tregua sarà di breve durata.

Rendering Auto-moto.com

LO STILE AFFILATO

In effetti, sembrerebbe che le case automobilistiche stiano lavorando a nuovi modelli per sostituire le buone vecchie compatte “da papà”, ad eccezione di Volkswagen, che non può fare a meno dell’iconica Golf. La maggior parte di loro punta sull’arrivo di crossover compatti leggermente rialzati, come la Renault Symbioz, che nel 2024 ha preso il posto della Mégane a benzina. Fiat, dal canto suo, si prepara a sostituire la Tipo con una sorta di SUV coupé che potrebbe chiamarsi Fastback.
In attesa delle future A3 e Classe A?
BMW potrebbe seguire questa logica abbandonando il profilo tradizionale della Serie 1 entro il 2030. Per ora, la priorità è stata data alla gamma della Serie 3, che ha recentemente accolto una i3 completamente elettrica, mentre le gamme di fascia più alta seguiranno gradualmente sulla nuova piattaforma tecnica Neue Klasse. Al momento non sono emerse informazioni riguardo al design di questa futura Serie 1, o alla sua probabile variante elettrica, che potrebbe chiamarsi i1. L’azienda di Monaco sembra voler prendere tempo, in attesa di vedere quale direzione prenderanno le future Audi A3 e Mercedes Classe A.

Crisi Automotive in Italia: colpa di una Dealership debole e disorganizzata?

Dealer New Cars Stock

Dicono che vent’anni fa, nella Capitale, operasse “O’Scugnizzo”: un ragazzo esile, bassino e molto furbetto delle case popolari diNola, che faceva il venditore ed era arrivato persino a diventare Capo Salone. 

Dicono provenisse dalla Folletto e che per questo aveva il piglio ideale del piazzista, nel senso che aveva ottime capacità di chiudere in prima battuta affascinando ed irretendo i clienti; poco male se in mezzo ad ogni due o tre informazioni abbastanza certificate – probabilmente – si inerpicasse anche qualche fantasmagorica minchiata: vendeva proprio tanto, il giovanotto mediterraneo e tarchiatello con il nodo della cravatta che copriva lo spazio fisico tra mento e clavicole dentro completi impeccabili di Versace (“veri” presumo).

E i suoi numeri probabilmente avranno fatto pubblicamente comodo alla Concessionaria per la quale prestava la sua opera meritoria. La sua specialità erano i contratti a raffica dentro loShowroom di auto nel quale, possiamo ben dire, aveva piazzato le chiappe fin dall’inizio della sua carriera; là però, tra decine di contratti al mese, piano piano si materializzò un sospetto: che quel 10% di contratti scritti il mese prima, e che venivano regolarmente e inspiegabilmente disdettati dopo pochi giorni dalla loro registrazione, fossero plausibilmente “farlocchi”; anche perché, vox populi, si sparse anche la diceria che proprio quelle batterie di contratti disdettati fossero interessati da anticipi ridicoli e probabilmente inferiori alla mole provvigionale mensile aggregata. Ah, la gente: quanto è malevola.

Eppure quella pratica così adombrata di sospetti “pruriginosi” doveva in qualche modo tollerata dalla Direzione, per almeno diverso tempo. 

Ovviamente è una mia presunzione, e soprattutto per chi legge può sembrare un aneddoto folkloristico; ma non è che una tra le tante le dicerie che al bar sentivo dire su “certo mondo” dei dealer: i “magheggi” sulle garanzie, i questionari di Customer Care “pilotati”; ma anche auto nuove usurate a furia di giri con targa prova (ho seguito casi di persone che avevano scoperto sulla propria auto nuova appena ritirata chilometraggi di 5 o seimila chilometri, praticamente la percorrenza del cosidetto “pretagliando di cortesia” in tante concessionarie dell’epoca. E poi, ovviamente: auto vendute dopo essere state oltre un semestre ferme sui parchi logistici di ricovero e custodia delle concessionarie, spazzole di lavaggio che rigavano le carrozzerie e processi di deceratura con acqua calda che rovinavano guarnizioni e parti in plastica. E così via: ma era quasi un quarto di secolo fa, ed ero a stretto contatto con le Concessionarie. Dopo le ho bazzicate molto meno. Ma quanto ho sintetizzato sopra era buona parte delle vulgate popolari sui Dealer della Capitale.

Che a Roma, continuo a pensarlo, sono e saranno sempre diversi dai Dealer del Nord e da quelli del Sud, è non solo retorica. Nella vendita di auto le aree Nielsen culturali in Italia rimarranno lapidarie per molto tempo.

 

La Capitale, poi (e ne parlo per averne avuto contatto diretto) ha subito una vera e propria rivoluzione culturale in tema di Dealer tra gli anni Ottanta e le epoche vicine al Crack Lehman. Fino agli anni Ottanta c’erano i Greco, i Rosati, i Raganelli, i Tarricone di “TARCAR”, oppure Jazzoni o Barbuscia; c’era Naddeo, la famiglia del Campione romano di velocità, e c’erano le realtà storiche come Autocentri Balduina. Senza dimenticare la forza della Provincia, in cui gravitavano già almeno due milioni e mezzo di potenziali compratori di auto. 

L’evoluzione del Dealer nel Centro Italia – secondo me – dagli anni ‘80

Poi è arrivata la serie dei Colaneri, Bracco, Zaffarani e gli altri; ma alcuni storici, come Rosati od Autocentri Balduina ad esempio, erano rimasti in qualche caso evolvendo struttura e ragione sociale. Dalla fine degli anni Novanta fino al Crack Lehman (scusate se vado a fare cenni storici con l’accetta, ma non mi va di fare una Tesi di Laurea sul modello distributivo auto a Roma) sono infine avvenute tre trasformazioni fondamentali.Anzi: quattro, se si pensa al ritorno di fiamma degli Importatori dentro al mercato italiano di Marchi coreani, indiani, cinesi, taiwanesi progressivamente affacciatisi dentro il nostro mercato. Alcuni nomi storici, che so che Vi piace fare gli eruditi? Martorelli famoso per l’import dall’Est Europa, Koelliker, Autogerma, etc. Ma adesso riprendiamo l’analisi delle tre trasformazioni.

 

Una è stata la finanziarizzazione del sistema di acquisto, e dalle cambiali tra Dealer e Cliente siamo passati alla forza finanziaria delle Captive Bank Automotive in grado di interagire, promuovere e supportare vendita, Leasing e Noleggio di auto. La seconda profonda trasformazione è stata l’ingerenza dei Marchi e Gruppi Costruttori: hanno selezionato, adottato, evoluto, ottimizzato i processi gestionali dentro le Concessionarie, dicono…..Eh si, ma allora lo “Scugnizzo” di sopra? 

Ehhhh, beh! E’ servito anche lui dentro al grande minestrone della storia dei Dealer per come io – sia chiaro – l’ho conosciuta. Ed ovviamente, a scanso di equivoci, la mia narrazione non si basa solo ed esclusivamente sulla esperienza diretta fatta in Salone per alcuni anni; si muove anche rispetto alla serie di riscontri ed informazioni ricevute da Colleghi ed operatori di altre realtà Concessionarie, anche fuori dal Centro Italia. Come detto, la ingerenza dei Marchi Costruttori dentro organizzazioni private – e spesso a conduzione familiare – si è espressa secondo due leve: una è stata la acquisizione di strutture distributive direttamente da parte del Costruttore alienando le vecchie proprietà familiari e organizzando da capo le strutture sul territorio.

L’altra è consistita in un processo di “Aderenza” simbolica, visiva, culturale ed organizzativa da parte del Dealer ai rigori ed alla Bibbia organizzativa emanata dal Costruttore e valida urbi et orbi: in parole povere diversi Marchi o Gruppi Mandanti hanno preferito al massimo acquisire quote societarie minori dentro i Dealer oggetto della loro azione di trasformazione. Difficile spiegare ma è come se da allora si fosse interposto nel rapporto di mandato anche un vincolo di franchising: layout dei diversi Showrooms quasi uguale, tutti in giacca e cravatta, Sistemi informatici comuni e condivisi, sistema di rete per ricerca e disponibilità auto in stock. I Costruttori hanno richiesto pesanti investimenti ai Dealer sia in chiave front office commerciale che di servizio post vendita; il tutto lasciando la proprietà giuridica alle famiglie od alle società che erano originarie titolari del marchio di impresa.

L’ingerenza dei Costruttori mandanti nella gestione ordinaria dei Dealer: vantaggio o danno?

Diciamo tuttavia – in estrema sintesi – che l’evoluzione da fine anni Novanta dei Dealer italiani con l’ingresso e l’ingerenza dei Costruttori mandanti sulla struttura e sul workflow dei Dealer prende forma da diverse classi di motivazioni:

A) Motivazioni europee (contrasto alla concorrenza di importazione da Asia e mercati extraeuropei emergenti, e accesso più diffuso al credito al consumo per acquisto auto, per poi irrompere nel contesto normativo dell’Unione elementi giuridici nuovi come il regolamento Monti sulla concorrenza, o il nuovo Codice del Consumo) e da motivazioni nazionali tipiche del nostro mercato italiano;

B) Motivazioni nazionali di stampo “culturale” (attitudine degli acquirenti italiani ad essere “contantisti”, a prediligere l’acquisto di proprietà rispetto al Noleggio, ed una forte presenza imprenditoriale interessabile alle Flotte)

C) Motivazioni “commerciali” (la polverizzazione territoriale di Autosaloni e di Punti officina, la dispersione della clientela nella fase di Postvendita) ed anche “territoriali” (in ogni caso l’Italia è da sempre, automobilisticamente parlando, terra di turismo fatto in auto oppure ottimo da fare in auto).

 

Anche se, con il senno di poi, se si fosse appalesato ben prima del 2002 il Regolamento Monti – con la fine delle esclusive di zona e la limitazione degli accordi verticali – credo che molte delle azioni di sviluppo e di investimento dei Mandanti in strutture commerciali e di Autoriparazione sarebbe rimasto lettera morta. 

A fronte di questo, la “colonizzazione” dei Dealer da parte dei Costruttori mandanti beneficiava  di tre condizioni fondamentali per attecchire nel nostro paese:

D) la possibilità di importare e distribuire per il mercato italianodiversi Marchi e Brand da parte di Gruppi mandanti sempre più plurimarche: il nostro è stato per anni un mercato abbastanza “chiuso” in special modo per i Marchi orientali, e l’acquisizione o l’ingresso dentro l’Italia di questi nuovi protagonisti è stato coadiuvato dalla costituzione di strutture di vendita multibrand dentro uno stesso Dealer;

E) La diffusione dei metodi “standard” di trattativa e vendita legati alla presenza di strumenti finanziari di supporto;

F) La opportunità di dotare i Dealer di strumenti gestionali e tecniche per guadagnare anche con il postvendita in un sistema distributivo che puntava troppo sulla provvigione ed i margini dell’auto venduta.

G) L’aggiornamento costante e la velocità di rotazione e di sostituzione delle auto da parte del pubblico europeo ed italiano anche con riferimento alla progressione dei diversi step antiemissione dell’Unione.

Le “macchine da guerra” sul territorio spesso fanno corto circuito….

Come detto, tutto questo in Italia trovò la sua vera esplosione tra l’ultimissima parte degli anni 90 e la prima parte del nuovo millennio: quasi ogni Marchio e Gruppo commercializzato stabilmente in Italia contribuì a strutturare strategicamente, mediaticamente e territorialmente i propri Dealer. Eppure…. Eppure, e Vi parlo sia per esperienza personale che per studi ed analisi successive, i problemi “sotto traccia” furono non indifferenti. A partire dalla disparità di Skills e dal dislivello formativo e culturale dei venditori: tra giovani promesse digitalizzate, tecnici approcciati alla vendita molto preparati su struttura e dotazioni delle auto, ai miei tempi prevalevano – ahimè – un po’ troppi “maranza” totalmente privi di background culturale e di requisiti dialettici; che però possedevano il “sacro Graal” per ogni management di Concessionaria: il portafoglio clienti…

Sempre a livello di questioni “macro” metterei la concorrenza sottotraccia tra strutture di vendita di un medesimo Leader presso un territorio definito, con la conseguenza di una guerra dei prezzi e degli sconti tra medesimi colleghi. Sempre sul versante macro c’e’ stata da subito la guerra tra OEM e IAM nel versante del postvendita, con la netta superiorità di questi ultimi di intercettare il Cliente offrendo ampia gamma di servizi e ricambi e prezzi concorrenziali (aggiungo a proposito proprio qui che molta parte del pregiudizio clienti verso i Dealer fu trascinata dal pessimo trattamento generico dell’Usato in fase di remarketing.

 

Direi che ciliegina sulla torta fu il “caos meccanizzazione” : tra libertà di scelta e tolleranza verso le strutture più ridotte di tecnologia, tra la impossibilità di obbligare un Dealer a servirsi del “DMS” (Dealer Management System) indicato dal Costruttore mandante, e però per contro la certa difficoltà del mandante stesso di capire e recepire, non potendo entrare dentro ai server di sistemi non proprietari, i fattori di solidità e trasparenza di conti e gestione.

 

Dall’inizio del 2007 – Crack Lehman –  fino alla crisi di austerità dell’Unione, una selezione naturale spazzò via una fetta consistente di Dealer e Showroom sul territorio, ponendo però i gruppi costruttori nella ricerca di alternative di e-commerce e di CRM digitale che si è dimostrata – con il senno di poi – una nuvola di fumo. 

Ed oggi? Beh, da anni il mercato fa i conti con volumi di immatricolato che rappresentano tra il 40 ed il 60% (nei casi migliori) di quei famosi due milioni e mezzo di auto registrate nel 2007. Se dalla rete dei Dealer presenti in Italia a tutto oggi togliessimo coloro ancora autonomi da Network e Reti aggregate, quelli con numeri non perfettamente sostenibili, e quelli che sono ancora afflitti da passività di bilancio, debiti verso Banche e fornitori ed infine quelli gravati da costi passivi dello stock giacente o delle strutture sul territorio; beh, anche senza la molto maggiore conoscenza che Centri ricerca e Agenzie (ad esempio Bilanci Italia) hanno in più rispetto al sottoscritto direi che la sopravvivenza in Italia di diversi Dealer sia ancora molto a rischio. E allora? 

Beh, intanto quanto pesa – in termini di salute del mercato – un sistema di Dealership sul territorio apprezzato e fidelizzato da parte del potenziale cliente rispetto ad un sistema di Dealershipnon stimato? 

Quanto pesa ancora sull’ingresso dei potenziali clienti negli Autosaloni la superstizione dura a morire che l’usato di permuta viene potenzialmente sotterrato dalle basse quotazioni?

Quanto pesa la ancora ridotta operatività del Dealer medio nella gestione e nel risultato finanziario del servizio post vendita e nella commercializzazione dei ricambi originali? 

Quanto pesa inoltre il livello formativo, culturale e relazionale di venditori ancora più pressati dal problema provvigionale a fine mese? 

 

La evoluzione ci appare chiara: negli ultimi mesi abbiamo fatto visita a Network specializzati nella vendita e promozione di usato, e nello sviluppo di Reti di distribuzione auto nuove riconoscibili in un unico nome, logo e concetto commerciali di ispirazione. La cosa curiosa è che tutto questo lo abbiamo finora conosciuto solo al Nord. Nessun invito, finora, su panoramiche del genere nel Centro e Sud Italia. Poi, oh, magari saranno le realtà organizzate nel centro-Sud che non ci vogliono invitare, tutto può essere. Ma ad occhio la via per pervenire lungo tutto lo Stivale ad un livello qualitativo, strategico, organizzativo, logistico e strutturale di livello superiore e soprattutto senza sgradevoli “sbalzi” a seconda delle aree territoriali è una via ancora molto lunga.

Riccardo Bellumori

Ducati Superleggera V4 Centenario: prezzo da urlo

Non crederai al prezzo di questa Ducati Superleggera V4 Centenario.

Anche se tutti i marchi del gruppo Volkswagen hanno autonomia propria e funzionano come aziende indipendenti, alcuni sono anche proprietari di altri. Un esempio è Audi, che è proprietaria di Lamborghini e di uno dei marchi di due ruote più famosi e importanti del mondo. Ducati fu un capriccio di Rupert Stadler, presidente del marchio dei quattro anelli quando avvenne l’acquisizione, quasi 14 anni fa.

Un’operazione che costò ad Audi 860 milioni di euro, quindi puoi già immaginare quale potrebbe essere oggi la sua valutazione. Questa è una delle grandi ragioni per cui il marchio motociclistico torna alla ribalta ogni volta che scatta l’allarme crisi in Audi, e negli ultimi anni è successo più volte. Gli “esperti” puntano sempre alla vendita del marchio di Borgo Panigale per alleggerire i conti di Ingolstadt, ma da lì si sono sempre rifiutati. E non c’è da stupirsi: chi si libererebbe mai di una gallina dalle uova d’oro come Ducati.

MOTORE E DATI TECNICI

Basta dare un’occhiata alla nuova Ducati Superleggera V4 Centenario. È la moto di produzione più potente e più costosa del mondo, con cui il costruttore stabilisce due record in un colpo solo, oltre a riempire il conto corrente con un’iniezione di denaro che molti altri vorrebbero. Un’edizione limitata che vanta la tecnologia più avanzata e che, a seconda della colorazione scelta, può arrivare fino a 200.000 euro.

Il marchio a due ruote di Audi non si è trattenuto. Basata sull’attuale Panigale V4, una delle moto stradali più estreme, la Superleggera è stata perfezionata utilizzando fibra di carbonio laminata per realizzare telaio, telaietto posteriore, forcellone e persino i cerchi. Un materiale che ha permesso di ridurre il peso del 17% rispetto a un telaio in alluminio, tanto che il peso del telaio di questa edizione speciale è di soli 173 kg, 14 in meno rispetto alla versione di serie.

Un peso che può scendere ancora, fino a 167 kg, se si richiede in fabbrica il kit da competizione, ovviamente opzionale. Ma non è l’unico punto in cui è stato ridotto il peso: le viti del motore V4 da 1,1 litri sono in titanio, mentre i contrappesi in acciaio dell’albero motore sono stati sostituiti con elementi in tungsteno. Queste due soluzioni fanno sì che il motore pesi solo 3,6 kg, mentre i componenti dell’albero motore consentono un regime di rotazione più rapido.