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Nuova Hyundai Bayon 2026: rendering totale

Si prevede che la nuova Hyundai Bayon entrerà nel mercato europeo all’inizio del 2027.

Il crossover compatto Hyundai Bayon è diventato il parente più prossimo della hatchback i20 e ha debuttato nel 2021. Inizialmente si pensava che il SUV sarebbe stato destinato solo al mercato europeo, ma in seguito è apparso anche in altre regioni (ad esempio, è possibile acquistarlo in Egitto e Kazakistan). Il primo aggiornamento di questo modello è avvenuto all’inizio del 2024 e ora Hyundai Bayon si prepara alla prossima modernizzazione.
In precedenza, i paparazzi avevano già immortalato i prototipi del nuovo crossover compatto durante i test, ma il produttore continua a mantenere segreto l’aspetto della futura Hyundai Bayon. Il designer dell’edizione spagnola di Motor.es propone quindi la sua versione dell’aspetto potenziale della futura novità.

A giudicare dai rendering, basati su foto spia scattate durante i test su strada, il modello è leggermente cresciuto nelle dimensioni e ha proporzioni leggermente modificate. Si prevede che il modello avrà un aspetto diverso di profilo, con montanti anteriori meno inclinati, una linea dei finestrini diversa e un tetto meno inclinato con barre portatutto argentate.

L’artista ha disegnato per il futuro SUV un kit carrozzeria più massiccio lungo il perimetro della carrozzeria, comprese le coperture “quadrate” sui passaruota. La carrozzeria è realizzata in plastica nera opaca e presenta inserti argentati su entrambi i paraurti.

Nei rendering si possono vedere anche altre stampature sul cofano e sui fianchi, oltre a cerchi insoliti, specchietti esterni tradizionali e maniglie delle portiere standard.

Rendering Motor.es

LO STILE AFFILATO

La nuova Hyundai Bayon potrebbe avere un altro tipo di ottica anteriore a due livelli con sottili strisce di luci di marcia con “zanne” verticali ai lati e blocchi di fari principali posizionati più in basso. Tra di essi si trova una griglia del radiatore allungata orizzontalmente e, più in basso, una presa d’aria rettangolare integrata nella parte inferiore del paraurti anteriore.

Addio Lamborghini Lanzador: niente SUV elettrico

Due anni fa, Lamborghini ha rivelato la sua roadmap per l’elettrificazione “Direzione Cor Tauri”, in cui ha annunciato che introdurrà un modello completamente elettrico nella seconda metà di questo decennio. Alla Monterey Car Week di quest’anno, la casa automobilistica italiana presenta il concept Lanzador, che anticipa il suo prossimo veicolo elettrico (EV) di serie che arriverà nel 2028.

Secondo Lamborghini, il concept vanta una configurazione a due motori, uno su ciascun asse, per una trazione integrale che offre anche il torque vectoring elettronico al posteriore. Questa configurazione dovrebbe fornire una potenza massima di oltre un megawatt (1 MW), ovvero 1.000 kW, 1.360 CV o 1.341 hp.

L’azienda è anche convinta che al volante ci si sentirà “come un pilota”, grazie a una serie di sistemi che influenzano il comportamento dell’auto. Per cominciare, la Lamborghini Dinamica Veicolo Integrata (LDVI) è dotata di un numero maggiore di sensori e attuatori per un comportamento di guida ancora più raffinato e preciso.

C’è anche un telaio attivo con sospensioni pneumatiche e sterzo sull’asse posteriore, mentre il Wheelspeed Control regola con precisione la potenza e la forza sulle singole ruote per una sterzata più precisa e una guida diretta e veloce su strade tortuose.

ADDIO AL SUV ELETTRICO

Il design della Lanzador si ispira alle astronavi, con chiari riferimenti ai modelli Lamborghini del passato come la Sesto Elemento, la Murcielago e la rinata Countach. Linee tese e pulite dominano il profilo del veicolo alto (l’azienda non usa mai i termini “SUV” o “crossover” nel suo comunicato), accompagnate da rivestimenti che ricordano la Huracan Sterrato.

Nella parte anteriore si trovano fari affilati e un paraurti aggressivo con air curtain integrati nelle grandi sezioni angolari che fiancheggiano la presa d’aria centrale. Passando alla parte posteriore, i fanali sottili hanno una firma luminosa esagonale come la Sian, insieme a un elemento diffusore prominente.

Un altro elemento cruciale dell’esterno è il sistema Aerodinamica Lamborghini Attiva (ALA) che incorpora una presa d’aria anteriore attiva e uno splitter mobile per favorire il raffreddamento. Nel frattempo, un S-Duct anteriore lavora con feritoie nascoste e le suddette cortine d’aria per la ventilazione del passaruota, mentre le strette lame d’aria si estendono dai lati e dal diffusore per migliorare la deportanza aerodinamica in combinazione con lo spoiler posteriore a flusso continuo.

Il concept (verniciato in Azzurro Abissale) dovrebbe misurare solo 1,5 metri di altezza, il che lo renderebbe complessivamente più basso rispetto all’Urus. Pur avendo solo due porte, la Lanzador ha 2+2 posti ed è piuttosto pratica, con uno spazio bagagli sotto il cofano anteriore fortemente inclinato, mentre un vero e proprio bagagliaio si trova sotto il lunotto posteriore.
Grazie ai sedili posteriori regolabili e al vano bagagli variabile, è possibile riporre all’interno qualsiasi tipo di attrezzatura sportiva o bagaglio, ha osservato l’azienda. A questo proposito, gli interni della Lanzador sono stravaganti quanto gli esterni, con il conducente e il passeggero anteriore separati da una console centrale che si estende dal cruscotto simile a un doppio cockpit.

Il complesso elemento che si vede sulla console centrale ospita i comandi del sistema di intrattenimento, del climatizzatore e di altre funzioni digitali, con schermi che visualizzano le informazioni davanti a ogni passeggero.

Il battery swap di Nio segna un nuovo record

Nel 2013, Tesla ha preso in considerazione l’idea di sostituire le batterie dei suoi veicoli elettrici, dimostrando persino un sistema in grado di sostituire la batteria di una Model S in soli 90 secondi. Si è trattato di una dimostrazione impressionante, ma alla fine l’azienda ha deciso di non commercializzare il concetto. Nio, invece, ha visto un potenziale laddove Tesla ha fatto marcia indietro. La startup cinese ha abbracciato l’idea della sostituzione delle batterie e ha continuato a costruire la più grande rete di sostituzione di batterie per veicoli elettrici al mondo.

Quanto è diventato popolare il servizio di battery swap di Nio? Il 21 febbraio, i proprietari di Nio hanno effettuato l’incredibile cifra di 175.976 sostituzioni di batterie in tutta la Cina in un solo giorno. Questa cifra significa che circa ogni mezzo secondo è stata sostituita la batteria di una Nio.

ELETTRICO PER TUTTI

Questo record è stato stabilito il secondo giorno del Capodanno lunare, tipicamente il giorno più trafficato dell’anno in Cina.

Nio gestisce attualmente più di 8.600 stazioni di ricarica e sostituzione batterie in tutta la Cina. La rete copre più di 550 città e include percorsi autostradali che collegano 16 dei principali centri urbani del Paese. L’azienda ha anche iniziato a installare stazioni di ricarica in Europa.
La startup cinese di auto elettriche è attualmente alla quarta generazione di stazioni di sostituzione, con l’ultima versione lanciata a metà del 2024. Le stazioni originali potevano immagazzinare solo quattro o cinque batterie alla volta. Al contrario, i siti di quarta generazione possono contenere 23 pacchi batteria e gestire fino a 480 sostituzioni al giorno. Ogni sostituzione richiede 2 minuti e 24 secondi, ovvero meno tempo di quanto occorre per rifornire un’auto a combustione.

Presto non saranno solo i proprietari di Nio a utilizzare queste stazioni di battery swap.

L’azienda ha stretto accordi con Geely, Chery, FAW, GAC e Changan per condividere la sua tecnologia di sostituzione delle batterie, aprendo la rete a una fetta molto più ampia del mercato automobilistico cinese.

Nuova Audi RS6 2027: Anteprima Rendering

Mentre l’attuale Audi RS6 raggiunge i 630 CV con il suo V8, come farà la sua sostituta a raggiungere il livello di potenza della sua concorrente bavarese?

Sembrano lontani i tempi in cui le berline e le station wagon di fascia media del trio premium tedesco (Audi, BMW e Mercedes) ricorrevano invariabilmente a un coraggioso V8, totalmente privo di elettrificazione. La Classe E della Stella è stata purtroppo la prima a gettare la spugna, nel corso del 2024, a favore di un 6 cilindri per equipaggiare la sua variante AMG E53. Diventata ibrida ricaricabile, attualmente accumula 612 CV, lontani dai 727 CV di cui può vantarsi l’ultima generazione della BMW M5, uscita poco dopo. Se quest’ultima è rimasta fedele agli otto cilindri a V, anche i suoi progenitori hanno ceduto al sistema PHEV, nell’intento di abbassare la media delle emissioni di CO2 dotandosi dei mezzi – ingombranti – per percorrere alcuni myriametri in modalità 100% elettrica.
Due anni dopo, l’Audi RS 6, annata 2019, resiste proponendo ancora un V8 100% termico al configuratore del marchio. Ma per quanto tempo ancora, visto che nel corso del 2025 è prevista l’uscita di una nuova generazione di A6? È prevista una S6 come anteprima? A priori no, secondo una serie di voci. Come per la gamma Q3, Audi potrebbe saltare questo livello di sportività intermedio per passare direttamente a un modello RS. E la presentazione, alla fine di febbraio, di una nuovissima RS5, che sostituisce la saga RS4, sembra confermare l’introduzione di una sorella maggiore nel prossimo futuro.

Il rendering in copertina di Auto-moto.com immagina in anteprima la nuova Audi RS6.

INTERNI E TECNOLOGIE

Poiché le Audi A5 e A6 condividono lo stesso cruscotto, quello della futura RS6 non dovrebbe differire da quello della nuova RS5.
Un contributo tecnologico dalle conseguenze importanti
Dallo scorso autunno, il reparto Audi Sport ha preso poche precauzioni per nascondere lo sviluppo dei prototipi camuffati della futura RS 6, parallelamente alla RS 5 basata sulla stessa piattaforma PPC. Tuttavia, se quest’ultima è equipaggiata con un V6, si vocifera che la sua sorella maggiore rimarrà fedele al V8 4.0 l. Una buona notizia? Sì, se non fosse che, come la BMW M5 e l’Audi RS 5, dovrebbe cedere al richiamo di un sistema ibrido ricaricabile, sintomatico di un notevole aumento di peso. Di conseguenza, rispetto all’attuale RS 6, c’è da temere un sovrappeso dell’ordine di 450-500 kg, se si fa riferimento al sovrappeso accusato dalla RS 5 rispetto alla RS 4.

Anche la parte anteriore dell’Audi RS6 dovrebbe essere molto simile a quella della RS5.

Nuovo Chery PickUp imita il Ford Bronco

Chery ha conquistato i titoli dei giornali con un nuovo marchio di pick-up Himla lo scorso anno, ha già superato se stessa con un nuovo concept truck presentato oggi a Sydney. Con il nome in codice KP31, sembra essere più avanzato del KP11 mostrato all’Auto Shanghai, che è stato lanciato in Cina come Rely R08.

Il modello in esposizione è un’anteprima del modello di produzione che arriverà in Australia nel quarto trimestre di quest’anno. Il suo stile è… a dir poco derivativo, essendo la copia più evidente della Ford Bronco che abbiamo visto finora dalla Cina (e sì, includiamo anche la versione “new energy” della stessa Ford). Il frontale piatto con la griglia a tutta larghezza, i fari circolari e il robusto paraurti anteriore in plastica ricorda molto il fuoristrada americano.

Ma ehi, insieme ai parafanghi allargati, alla cabina doppia verticale e alle maniglie delle porte e agli specchietti massicci, rende il KP31 molto più interessante del timido R08, non è vero? Naturalmente, a differenza del Ford Bronco, il Chery ha un pianale di dimensioni standard nella parte posteriore, con gradini laterali integrati, luci posteriori verticali dall’aspetto fantascientifico e una grande scritta Chery stampata sul rivestimento in plastica nera del portellone posteriore.

Svelato il concept del pick-up Chery KP31: un camion PHEV diesel simile al Ford Bronco in arrivo in Malesia?

È importante sapere che il concept è enorme, con una lunghezza di 5.610 mm, una larghezza di 1.920 mm e un’altezza di 1.925 mm. Il modello reale non sarà così grande, ma con una lunghezza di 5.450 mm sarà comunque 80 mm più lungo di un Ford Ranger equivalente. A proposito, l’R08 è più corto di 120 mm, con una lunghezza più gestibile di 5.330 mm.

LO STILE OFF-ROAD

Il nuovo Chery KP31 si differenzierà dalle norme di classe anche sotto il cofano, dove troverete un propulsore ibrido plug-in diesel: il primo pick-up al mondo a farlo, secondo Chery. Questo è guidato da un turbodiesel da 2,5 litri che ha un’efficienza termica del 47%, con una conseguente riduzione del 10% del consumo di carburante rispetto a un pick-up diesel medio. L’azienda promette anche un carico utile di 1.000 kg e una capacità di traino di 3,5 tonnellate in linea con il segmento, oltre a dichiarare una riduzione del 30% del rumore, delle vibrazioni e della ruvidità (NVH). Una variante PHEV a benzina si aggiungerà alla gamma il prossimo anno.

Al momento non è chiaro se il KP31 sarà venduto con il marchio secondario Himla o con il marchio principale Chery, né se sostituirà l’R08 nei piani globali dell’azienda. Dato che è già prevista la conversione alla guida a destra per il mercato australiano, sembra probabile che arriverà qui per competere con la Toyota Hilux, la Mitsubishi Triton e la già citata Ranger, insieme alla prevista BYD Shark 6.

La storia di Jeep: il Brand fenomeno del novecento che non sapeva di esserlo

Jeep: l’unico nome che, se chiudi gli occhi, Ti rappresenta idealmente una forma di auto, un Marchio, una storia, un secolo, un Continente, un messaggio. Un microcosmo, con un nome che ricorda come uscire da guadi, strapiombi, paludi, strade lastricate da trappole di ogni genere. 

“Lei” sa benissimo come cavarsi di impaccio da ogni situazione anche perché la sua vita è percorsa da ostacoli, trappole e burroni come poche altre Case al mondo; ed ogni scorcio, particolare, evento che l’ha coinvolta è da decenni avvolto nella leggenda. Ma una cosa è sicura: c’è solo un simbolo a quattro ruote che può fregiarsi di queste peculiarità contemporaneamente:

– essere parte di un contesto nato nei primi anni del secolo scorso ed essere pervenuto, secondo una serie di evoluzioni, fino ai giorni nostri;

– esservi arrivato attraverso una altalena di alti e bassi come quasi nessun altro concetto, modello o Marchio automobilistico; 

– aver percorso il secolo senza interruzioni belliche, anzi diventando contemporaneamente simbolo rappresentativo sia del mondo “consumer” che simbolo (purtroppo) dei teatri di guerra;

– essere uno dei pochissimi residuali simboli viventi del “Made in USA” motoristico nel mondo. 

Il suo stesso nome, ad esempio, è frutto di una vera guerra che supera decenni di favole e dicerie: “Jeep” è un Marchio il cui “Trademark” viene richiesto la prima volta il 13/02/1943, ma la domanda viene respinta un mese dopo; e dopo essere stata ripresentata a Settembre è respinta di nuovo a Novembre 1943. 

Il motivo? Più di uno: intanto il nomignolo “Jeep” parte da un brillante e simpatico articoletto apparso sull’Associated Press di Agosto 1940: è la prima volta che se viene collegato ad un veicolo, quando viene recensito un test (svolto al Camp Ripley di Little Falls in Minnesota) dall’Esercito su un prototipo speciale di trattore da guerra, l’UTX della “M.M. – Minneapolis Moline”; un mezzo capace di tale e tanta flessibilità e capacità di movimento – dentro un percorso organizzato con paludi, guadi, valichi, fossati e arrampicate varie – da aver fatto dubitare il drappello di militari tester del fatto che si trattasse davvero di un trattore. 

Tanto è vero che tale Sergente O’Brien, delegato dalla sua Squadra a trovare un nomignolo da battaglia per questo prodigio, si ricordò del suo personaggio preferito nelle serie “peanuts” di Braccio di Ferro: “Jeep”, cioè “Eugene the Jeep”. Ebbene si dice che l’inviato di Associated Press, notato un cartellino scritto bene in vista con la parola “JEEP” appeso sul tappo del radiatore anteriore, avrebbe deciso di chiamare così quello strano trattore facendone il protagonista di un articolo.

E Minneapolis Moline, dopo quell’articolo, saputo della iniziativa della Willys costruì subito una campagna fotografica dove ribadiva ossessivamente una frase del tipo “It’s the first JEEP”.

Eppure Willys non demorde: presenta memorie e controdeduzioni all’Ufficio Marchi e Brevetti americano ad Ottobre del 1944 ed infine a Dicembre del 1946, ricevendo ulteriori respingimenti.

Perché nel frattempo anche la “Bantam” aveva alzato la voce opponendo a sua volta memorie e tesi.

Mese dopo mese, ad ogni reiterazione della richiesta da parte di Willys si moltiplicano nelle scrivanie dell’Ufficio Marchi e Brevetti americano: Ford e decine di altri Costruttori presenti e protagonisti a vario titolo della vita industriale rivendicano quello strano nome.

Finchè nel 1948 la Willys non decide di ricorrere alla Federal Trade Commission che due anni dopo gli dà ragione concedendo il diritto di registrare a proprio titolo e beneficio il Marchio “Jeep”, cosa che avviene il 13 Giugno del 1950. 

Se però Vi chiedete a cosa pensassero in Willys quando decisero di chiedere la registrazione fin dal 1943, torna la zona di ombra: “Eugene the Jeep” oppure la onomatopea di “G.P.” (“…GeiiiPiii”)?? Scegliete con calma, ogni ipotesi ha il suo perché, e tutto vale in questa storia.

Dunque, se la nostra quattroruote è femminile ed “Eugene il Jeep” è nella più estrema delle analisi un “neutro”, la conseguenza logica è davanti agli occhi di tutti.  

Ma qual’è l’anno “Zero” di Jeep? Anche qui, il Marchio non si fa scrupolo di apparire fuoriclasse. Di inizi della storia ne abbiamo tre:

il primo è quello della Overland Automobile Company di Toledo (Ohio); non proprio un Marchio, quanto la divisione automobilistica della Standard Wheel Company (produttore di ruote per carrozze e treni, di origine inglese e famosa per la produzione durante la II Guerra Mondiale del piccolo aereo incursore Mosquito), Overland era nata nei primissimi anni del ‘900 per iniziativa di Claude E. Cox – progettista del primo modello prodotto – che nel 1905 fu quasi costretto dalla Standard Wheels ad acquisire il ramo d’Azienda automobilistico per scongiurarne la chiusura, visto che la Casamadre inglese aveva rapidamente deciso che un business del genere fosse non interessante. 

E qui prende vita il secondo inizio di Overland.

La “larva” della Jeep: la Overland e John Willys

Nonostante l’arrivo di un socio finanziatore al 51% come David Parry, e l’accordo di concessione di vendita con un brillante commerciante – John North Willys – le cose precipitano nel 1907 con la grande crisi bancaria negli Stati Uniti: David Parry finisce in bancarotta per il crollo del suo castelletto di investimenti, e così Claude Cox perde l’unico portatore di risorse finanziarie dentro Overland, ed entrambi finiscono per promuovere il terzo atto dell’inizio del travagliato Marchio che viene ceduto proprio a John Willys.

Lui, affarista newyorkese, era un genio: a 16 anni con un amico rileva una lavanderia ceduta per pochi dollari dal vecchio proprietario ed insieme la rilanciano rimessa in sesto dopo un anno; poi diventa a 18 anni agente esclusivo nella sua zona di un produttore di biciclette e con il gruzzoletto ricavato si trasferisce ad Elmira e dopo diverse esperienze nel 1906 fonda l’American Motors Car Sales e tra i diversi mandati riceve quello della Overland. John Willys non ha ancora 35 anni ed è già un “boss” dell’industria. 

Come sua abitudine fa il boom di vendite e raccoglie 500 ordinativi per altrettante auto Overland proprio mentre le vicissitudini finanziarie iniziano a tagliare le ali ai due soci del Marchio: o fuori loro od Overland in tribunale.

Qui qualcuno in questa parte della storia vuole provare a vedere anche un minimo di malizia e crudeltà poiché, con Overland in crisi ed incapace di tenere fede ad impegni, il capzioso Willysavrebbe continuato a raccogliere fior fiore di ordinativi mettendo così il suo Marchio all’angolo: non potendo finalizzare le consegne ed ovviamente gli accordi con i clienti, avrebbe alla fine “forzato” Overland a cedere il Marchio sul quale lui stesso aveva investito ben 10.000 Dollari dell’epoca per le prime 500 auto ordinate da completare.

Una volta entrato dentro dal 1908, Willys sfrutta la sua credibilità per rilanciare Overland; centralizza su di lui i favori di tutti i Creditori facendosi nominare Amministratore della nuova Società che ridenomina “Willys Overland”, pianifica il rientro dei debiti, riavvia la produzione e, nel frattempo, riesce ad inserirsi nella procedura fallimentare di un altro Marchio importante: la “Pope Toledo”, Marchio di lusso della Pope Motor Company. Willysrileva lo stabilimento in Ohio e dal 1909 vi trasferisce la produzione Overland lasciando Indianapolis. 

Già a questo punto della storia Vi domanderete di quali risorse ed amicizie potesse disporre Willys se neppure vent’anni dopo quella famosa lavanderia era riuscito a scalare due tra i più prestigiosi e importanti Marchi auto degli Stati Uniti; ed il dubbio sorprende anche me visto che finora il buon John si è dimostrato più bravo a muoversi come un condor su fallimenti e crisi quasi fosse un salvatore della Patria. Vorrei essere abile complottista e tirare fuori scenari ad cacchium ma preferisco astenermi. Ed infatti le capacità affaristiche di Willys si “sgonfiano” da un certo momento in poi quando il geniale uomo affronta dal 1917 alcune prime crisi operarie e sindacali: il serpentone di Banche che lui stesso era riuscito a mettersi dietro per finanziare le sue scalate finiscono per metterlo in minoranza deliberando la nomina di un Amministratore esterno della Willys Overland, nientepopodimeno che Walter Percy Chrysler, colui che avrebbe fondato il Marchio omonimo. 

Questi, iniziata la carriera in General Motors diventando in breve il grande capo della Buick, ne costruisce un successo clamoroso in meno di un decennio per poi entrare sempre più in conflitto con i capoccioni a Detroit della GM. 

A questo punto, dimessosi dal Gruppo, Chrysler era diventato a tal punto iconico come genio delle quattro ruote da spingere le Banche creditrici di Willys ad ingaggiarlo con un premio in denaro mostruoso in quegli anni.

Eh già; Vi conosco troppo bene, cari lettori di Autoprove: avete già capito che Walter Chrysler dell’epoca somiglia al Lee Iacocca che quasi mezzo secolo dopo guiderà il Gruppo Chrysler nel quale poi confluirà il Marchio Jeep. Che giri strani fa il destino. Walter Percy non sbaglia un colpo ed in meno di due anni risana la WyllisOverland lasciandola nel 1923 per approdare alla Maxwell Chalmers, il trampolino di lancio per fondare la “sua” Chrysler Motor Corporation.

Willys conosce Walter Chrysler, che un giorno ritroverà la Jeep

Nel frattempo inizia un barlume di globalizzazione commerciale e John Willys sfrutta la sua forte amicizia con le rappresentanze politiche “forti” del periodo per legare utile e dilettevole, cioè la sua vena imprenditoriale ai privilegi di una carriera politica e diplomatica dalla quale cerca di fare lobbyng sul Congresso e rilanciare una situazione della “sua” Overland ormai sempre più critica. 

La crisi del ’29 pesa tuttavia come un macigno ed in tre anni il Marchio finisce per vendere un decimo di quel che vendeva prima della Grande Depressione: e nel 1932 arriva la procedura fallimentare.

Ma viste le avvisaglie il buon John Willys aveva da tempo alzato i tacchi cedendo tutto il suo pacchetto azionario e le cariche aziendali, finendo a fare l’Ambasciatore in Polonia; per poi rientrare in Willys Overland nel 1933 come co-curatore fallimentare: il tentativo di salvataggio maturato con il lancio della piccola “Type 77” disegnata da Amos Morthup non fu però sufficiente a fermare la frana, aumentata dall’inizio di un peggioramento di salute di John Willys che, nel 1935, ebbe un infarto nella sua casa seguito da un altro, fatale, il 26 Agosto dello stesso anno.

Willys Overland viene rilevata così da un consorzio di investitori guidato da Ward Canaday, che nomina amministratore Joseph W. Frazer, in precedenza dirigente commerciale alla Chrysler Corporation: è lui ad imbattersi in un bando che l’Esercito americano istituisce per la progettazione di un veicolo multi purpose adatto ad accompagnare l’esercito nella ormai sempre più inevitabile Guerra in Europa.

Non sono passati neppure 35 anni dalla nascita della Overland, siamo già al secondo fallimento e la storia della Jeep – sebbene sembri ad un passo dal suo start up – promette ancora un bel po’ di casini.

Inizia la vicenda “Jeep” dell’Esercito USA, e vince…Donald Duck

Quel Bando è “Omnibus” perché è rivolto dall’Esercito USA a ben 135 Costruttori di Trucks, Veicoli speciali, Trattori (avete letto sopra della “M.M.-Minneapolis Moline), autovetture e motocicli; per la protagonista di questa storia il Bando specifica caratteristiche e funzionalità di un piccolo Veicolo Multipurposeda presentare non oltre 49 giorni dall’adesione al Bando: a questa specifica richiesta presentano richiesta di partecipazione treCostruttori, la Ford, la “Willys Overland” e l’American Bantam Car Company a Butler (Pennsylvania). Accade così che tra i Costruttori partecipanti (tra Marchi originari americani e filiali di Marchi europei con siti produttivi negli USA) entri anche……l’auto di Paperino: infatti a Bantam si deve la simpatica “American” alla quale si ispirò Walt Disney per la 313 del celebre fumetto.

American Bantam Motor Company di Butler in Pennsylvania (guidata da un imprenditore locale di nome Roy Evans) è all’epoca un Marchio fondato nel 1935 sulle ceneri del fallimento di  American Austin Car Company, filiale della British Motor inglese.

 

La “Bantam Pilot” inviata come “esemplare Zero” viene presentata a Camp Holabird (Baltimora, Maryland) il 23 Settembre del 1940 (cioè solo 45 giorni dopo l’avvio del Bando) rispettando tutti i requisiti richiesti dal ” Quartermasters Corp ” (tra cui veicolo multi – purpose poco costoso, in grado di trasportare le truppe in ogni terreno e fronte di guerra, alimentabile con diversi tipi di benzine, leggero per il trasporto aereo e “paracadutabile” dal cielo, possibilità di essere spinta a mano anche da due soli soldati). 

Su questo, un piccolo inciso di dedica al vero padre capostipite del concetto “Jeep”: Karl Probst, il progettista che incaricato da Bantam impiega meno di una settimana a realizzare il progetto finito, la cui semplicità consente poco meno di 40 giorni per la realizzazione del “Pilot” da inviare ai test.

Bene, Bantam sarebbe quindi pronta a dare il via alla catena di montaggio della “BRC60” mentre solo diverse settimane dopo, a Novembre, arrivano due strani “gemelli” tra loro ed abbstanzaispirati dalla “Pilot”: si tratta della Willys “Quad” e della Ford “Pygmy”

Eppure…come sempre l’America si dimostra la culla del diritto e la garante delle regole e della concorrenza, ma a modo suo: le “mazzette” e le pressioni politiche di Ford e di Willys, pesanti come macigni su Congresso ed Esercito, esplodono a livello di crisi isterica nella presa d’atto che un Marchio lillipuziano come Bantam aveva fatto “marameo” a due colossi comodamente convinti di aver già vinto il Bando; e così mentre da un lato la Commissione esaminatrice dell’Esercito “corregge” una parola, nel bando, che diventerà discriminante per rimettere tutto in gioco (basterà aggiungere l’attributo “massimo” dietro alla parola “peso” per leggere con un po’ di sorpresa da parte Bantam: “Peso MASSIMO 585 chili” e scoprire che Pilot e BRC60 sforano di circa quindici chili quel limite che inizialmente si riteneva indicativo……); per parte sua il Congresso decide di finanziare un volume “Monstre” di fornitura minima delleprossime auto General Purpose: elemento che, di fatto, impedisce alla piccola struttura industriale di Bantam di soddisfare grandi numeri.

Due piccoli cavilli, diabolici, per mettere fuori gioco la rompicoglioni: l’unica possibilità per Bantam è ora quella di aderire allo strano Consorzio nel frattempo ideato da Ford e Willys per produrre evoluzioni, a marchio Willys e Ford, della stessa BRC60: già, perché nel frattempo la Difesa americanarivendica ogni diritto sul progetto (ormai patrimonio di Stato per la difesa dei confini nazionali) ed appellandosi alla sacra Costituzione se ne era sbatte del Copyright di Bantam. 

 

Così è come andò davvero, ed alla American Bantam non rimaneva altro da fare che produrre circa tremila pezzi della ultima evoluzione della sua General Purpose per l’Esercito, la “BRC40” (soprannominata anche “Blitz Buggy”) e mettersi a produrre rimorchi in una sorta di patetico “ripescaggio” da parte delle Forze Armate. 

La vera mamma delle “Jeep” e la ispiratrice della “313” di Paperino andrà avanti tra mille sacrifici fino al 1956, quando viene acquisita da “Armco Steel Company” che sopprime il Marchio. Dovremo attendere fino a Novembre scorso, 2025, quando una “Breaking News” ci informava che lo storico stabilimento di Bantam Avenue, a Butler (Pennsylvania) stava lentamente consumandosi tra le fiamme e che sarebbe stato definitamente demolito. Good Bye, Paperino.

 

Torniamo nel 1941 ed al nuovo “Consorzio” Willys/Ford dedicato alla produzione del fuoristrada “MB” che sarà prodotto da entrambe in 600.000 pezzi per l’Esercito, più una serie di “CJ” (Civilian Jeep)  per l’immatricolazione ad uso stradale dopo il 1945 realizzate solo da Willys. 

E nel 1946 arriva la versione “Wagon” della CJ, una sei posti con la prima carrozzeria Wagon interamente in acciaio negli USA: una piccola Best seller prodotta in circa 150.000 pezzi in 5 anni.

 

Nel 1953 la vecchia sigla Overland lascia il posto alla “WillysMotors” per incorporazione della “Kaiser Frazer” (cioè un nuovo Marchio creato dal Presidente di Willys Joseph Frazer ed Henry Kaiser con sede ad Ypsilanti, città che diventerà più famosa per essere la sede della Tucker).

 

Finita la Guerra, Willys continua a rifornire l’Esercito ma inizia una fase commercialmente travagliata condizionata dalla pessima immagine mediatica e sociale degli Stati Uniti e del mondo militare (inclusa Jeep) nella guerra di Corea: 

le riprese cinematografiche e fotografiche e – molto dopo – la Televisione portano nelle case dei Consumatori (ed elettori) americani delle immagini raccapriccianti che scoprono una “Jeep” diversa da quella che accompagnava le truppe di liberazione dai nazisti: nonostante la risoluzione 83 del Consiglio di Sicurezza e l’avallo dunque dell’ONU le organizzazioni pacifiste come l’American Friends Service Committee iniziano a criticare l’imperialismo statunitense. Truman cade in disgrazia e viene spazzato via nelle elezioni da Eisenhower, e la ottima Jeep (ormai la si può chiamare così) M38 sviluppata dalla Civilian J-3A viene travolta dal discredito.

 

Ma continua, in ogni caso, la generazione evolutiva di Jeep con la serie successiva alla “CJ3”, cioè la……CJ…5!!!???

 

Incredibile a dirsi, nella storia un poco sbilenca di Jeep c’è anche questo mistero: è esistita la “Serie 4” ? Si e no: sulla base della “M38” venne realizzata una versione a passo lungo destinata a svolgere funzioni di Ambulanza militare con la nomenclatura “M170”; tuttavia non ne è derivata una versione “CJ” numerabile ordinatamente. Dal 1954 arriva “CJ5” che in una lettura ortodossa della evoluzione Jeep rappresenta la versione civile della “M38A1”. Prodotta fino al 1983 ed affiancata dalla “CJ6” a passo lungo è una pietra miliare della Gamma Jeep e comprende le serie speciali “Renegade” (1976-1982), Golden Eagle (1976-1979), Golden Hawk e Laredo.

 

Non finisce certo qui, ma le pagine sono tiranne: e per conoscere il resto dovete attendere la prossima puntata. 

 

Riccardo Bellumori

Ansia da CEO: Automotive sotto pressione

Essere amministratore delegato di una grande azienda non è cosa da poco ed è ben lungi dall’essere il lavoro più tranquillo della storia. Uno studio redatto da Alixpartners rivela che gli amministratori delegati sono sempre più preoccupati per il proprio posto di lavoro, soffrono di maggiore ansia e necessitano di sostegno sia a livello professionale che personale.
Sebbene i problemi non siano esclusivi del settore automobilistico, in un panorama più instabile che mai, sia per la transizione verso le auto elettriche che per tutte le tensioni geopolitiche tra una Cina pericolosa e un Stati Uniti in cui è difficile fidarsi delle decisioni di Donald Trump, lo abbiamo già visto con molti cambiamenti di CEO negli ultimi tempi.
Secondo questo studio, gli amministratori delegati del mondo dei motori rilevano un alto grado di carenze organizzative nelle loro aziende o interferenze nei piani aziendali, più di quanto non facciano i loro stessi dipendenti e più che in altri settori.

Nel caso del mondo dell’automobile, lo afferma il 74% dei casi, contro il 72% nel settore aerospaziale, il 73% nel settore della vendita al dettaglio e il 71% nei servizi finanziari e nei media.

Qui sono raggruppati sia amministratori delegati di case automobilistiche, concessionari, centri di assistenza, fornitori di servizi post-vendita… fino a 3.000 leader provenienti da oltre 11 paesi diversi, con culture lavorative diverse, metà dei quali lavora in aziende con un fatturato annuo superiore a 1 miliardo di dollari.

LA CRISI DEL SETTORE

Tra le grandi sfide che si profilano all’orizzonte figurano l’ascesa e l’uso efficace dell’intelligenza artificiale, i problemi derivanti dai dazi doganali (soprattutto per la catena di approvvigionamento) e l’aumento della quota di mercato conquistata dai marchi cinesi, che hanno altri interessi economici – nel senso che il loro margine di profitto è “secondario” è sufficiente che raggiungano il pareggio grazie al funzionamento della loro economia e al sostegno del loro governo. Anche le questioni relative alle flotte e alle operazioni di mobilità condivisa sono fonte di grattacapi.
José Muñoz, presidente e CEO di Hyundai, che si trova ad affrontare mercati molto diversi tra loro.
Oltre alla corsa allo sviluppo dell’IA, questioni come la guida autonoma, l’elettrificazione e il costo dell’energia in piena era di lotta contro il cambiamento climatico e la riduzione delle emissioni, l’inflazione e i cambiamenti nelle tendenze di acquisto dei clienti sono altri grattacapi per i CEO del settore automobilistico. Di tutti loro, il 44% si sente minacciato dai dazi e dalle misure protezionistiche, anche più che dai conflitti geopolitici (40%) o dall’inflazione (36%).
A livello generale, il 40% dei CEO dichiara di soffrire di ansia, il 14% in più rispetto al rapporto dell’anno precedente.

Il 45% ammette di essere preoccupato di perdere il proprio posto di lavoro e l’85% afferma di aver bisogno di maggiore sostegno sia personale che professionale. Il 72% afferma inoltre che è sempre più difficile stabilire le priorità quando si tratta di affrontare le forze dirompenti nelle proprie decisioni.

In oltre la metà dei casi (52%), i CEO ritengono che il proprio team esecutivo non abbia l’agilità necessaria per risolvere gli ostacoli organizzativi nelle loro aziende. Qualcosa di simile (51%) accade con gli amministratori delegati che ritengono che la loro azienda non si stia adattando alla velocità necessaria, cosa che possiamo vedere nel settore automobilistico con i tantissimi cambiamenti che si stanno verificando negli ultimi anni, al punto che il mercato è quasi irriconoscibile rispetto a non molto tempo fa.
Per diversi motivi, in quasi tutti i grandi gruppi del mondo automobilistico ci sono stati cambiamenti al vertice. Solo pochi giorni fa Toyota ha annunciato che Kenta Kon prenderà il posto di Koji Sato a partire dal prossimo 1° aprile. Da metà 2025 Antonio Filosa è il nuovo CEO di Stellantis in sostituzione di Carlos Tavares, mentre poco dopo è stato Luca de Meo a lasciare la guida di Renault, passando il testimone a François Provost.

Da un giorno all’altro, all’inizio del 2025, Wayne Griffiths ha lasciato la carica di CEO di SEAT e Cupra, mentre diverso è stato il caso di Oliver Blume, che era CEO sia di Volkswagen che di Porsche e ha dovuto scegliere tra le due, optando per la prima, così che Michael Leiters è ora CEO della seconda. Oliver Zipse, dopo aver lavorato per 35 anni per BMW, è stato destituito mesi fa a favore di Milan Nedeljković.
Pensare che più di 4 leader automobilistici su 10 siano preoccupati per la continuità del proprio posto di lavoro la dice lunga. In altri settori (vendita al dettaglio, difesa, media, intrattenimento, sanità, scienze o finanza) la media è notevolmente inferiore, intorno al 28%. Forse questo aiuta a comprendere alcune delle decisioni prese negli ultimi tempi.

Nuovo Mercedes Classe G Mini: Rendering Totale

Qualche giorno fa sono state pubblicate in rete alcune foto spia del futuro Mercedes-Benz Classe G Mini che mostrano le nuove caratteristiche del suo aspetto esteriore.

Questi rendering di Kolesa.ru ci permettono di dare uno sguardo al nuovo Classe G Mini.

La Mercedes Classe G ha debuttato nel 1979 e da allora ha subito numerosi aggiornamenti, il più significativo dei quali è avvenuto nel 2018. Ora la casa automobilistica tedesca sta preparando un ampliamento della gamma con un nuovo SUV, soprannominato “piccolo” Geländewagen per l’evidente somiglianza visiva.

Allo stesso tempo, è altrettanto evidente che la carrozzeria del nuovo modello sarà completamente originale e che le sue dimensioni saranno notevolmente inferiori (almeno in altezza). Nel complesso, il design sarà leggermente più arrotondato, pur mantenendo il parabrezza praticamente verticale e i finestrini laterali separati. Anche i fari rotondi rimarranno al loro posto, ma sembreranno leggermente più grandi, mentre le luci di marcia a LED al posto degli anelli diventeranno a forma di U. Molto probabilmente cambierà la forma della griglia del radiatore (abbiamo raffigurato una delle possibili varianti), mentre dai parafanghi anteriori scompariranno i caratteristici indicatori di direzione, la cui funzione sarà ora svolta dalle stesse luci di posizione nei fari. La nuova “piccola” Classe G sarà facilmente riconoscibile grazie ai paraurti anteriori e posteriori notevolmente più larghi. Le porte laterali saranno prive di cerniere esterne, mentre le maniglie delle porte saranno simili a quelle dell’attuale Geländewagen (così come la maniglia di apertura del bagagliaio).

Rendering Kolesa.ru

LO STILE NUOVO

Anche la parte posteriore riprende quasi completamente il leggendario Classe G: qui troviamo una “ruota di scorta” simile (più precisamente, un baule simile alla versione elettrica della Classe G) e luci posizionate in basso, ma qui sono più allungate orizzontalmente e gli angoli interni sono smussati. Inoltre, il fuoristrada è raffigurato con cerchi di nuova concezione.
Si prevede che il nuovo fuoristrada sarà costruito su un nuovo telaio a gradini, che combina elementi delle piattaforme dell’attuale Classe G, MB.EA Medium e MMA. Inizialmente si pensava che il modello sarebbe stato completamente elettrico, ma dato il rallentamento delle vendite di auto elettriche, è logico supporre che il modello sarà offerto con propulsori ibridi.
Il debutto della Mercedes Classe G Mini è previsto per il prossimo anno. Nel frattempo, all’inizio di questo mese è stata presentata la nuova Mercedes-AMG GLC 53 con motore a 6 cilindri, che sostituisce i modelli 43 e 63 a quattro cilindri.