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Mercedes-AMG S63 2026: Rendering Totale

La nuova Mercedes-AMG S63 è pronta al debutto sul mercato.

Recentemente, i prototipi della versione restyling della più potente Classe S sono stati avvistati per la prima volta dai media. Grazie a questi rendering dettagliati di Kolesa.ru abbiamo l’opportunità di valutare la natura dei cambiamenti nel suo aspetto.

La storia della berlina ammiraglia Classe S inizia nel 1972, quando viene presentata la prima generazione del modello con la sigla di fabbrica W116. La prima versione AMG a tutti gli effetti apparve solo nella quarta generazione, dopo l’acquisizione da parte di Mercedes-Benz di questa azienda di tuning. Inizialmente, le berline più potenti avevano l’indice S55, mentre in seguito sono state introdotte le più comuni modifiche S63 e S65. Oggi è arrivata solo la versione S63 basata sulla settima generazione della berlina executive, che ha debuttato alla fine del 2022. La Mercedes Classe S standard è già stata beccata più volte dalle spie nella forma aggiornata, ora è il turno della sua versione top.

I cambiamenti più evidenti nell’aspetto della Classe S riguardano, ovviamente, l’ottica. In linea con il nuovo stile dell’azienda, i fari riceveranno stelle a LED stilizzate sotto il logo, e ogni faro ne avrà due (la CLA di terza generazione, che aveva debuttato in precedenza, ne aveva una sola). Il tema delle stelle si rifarà anche ai gruppi ottici posteriori, che saranno composti da tre stelle per ogni fanale, pur mantenendo l’attuale forma generale.

Il design della griglia e del paraurti è ancora in discussione, poiché i prototipi visti non differiscono dal modello attuale. Se consideriamo che gli esemplari di prova della Classe S normale hanno chiaramente una griglia notevolmente allargata, potremmo aspettarci cambiamenti simili anche in questo caso. Inoltre, la calandra potrebbe essere dotata di un rivestimento nero a contrasto, come sulla nuova Classe E. Per quanto riguarda gli altri elementi esterni, possiamo notare nuovi specchietti laterali con una forma leggermente più squadrata.

Rendering Kolesa.ru

DATI TECNICI E MOTORI

L’attuale berlina sportiva Mercedes-AMG S63 E Performance è dotata di un powertrain ibrido, che comprende un motore V8 biturbo da 4,0 litri della serie M177 (612 CV, 900 Nm) e un motore elettrico da 190 CV situato sull’asse posteriore (320 Nm).

La potenza combinata del sistema è di 802 CV e la coppia di 1430 Nm. Molto probabilmente, la berlina restyling riceverà lo stesso equipaggiamento, mentre potrà essere installata una batteria più produttiva, che fornirà un’autonomia elettrica maggiore (l’attuale berlina ha un indicatore di 33 chilometri).

Render della Mercedes-AMG S63 E Performance aggiornata
La novità dovrebbe essere presentata in anteprima all’inizio del prossimo anno. Nel frattempo, vi abbiamo recentemente raccontato l’esperienza della classica Classe E nella carrozzeria W123.

Nuova Audi Q3 2025: Anteprima Teaser

Ecco il primo teaser della nuova Audi Q3 2025.

Audi ha preso tempo, ma ha deciso di svelare ciò che molti aspettavano da qualche mese. L’azienda tedesca ha preso tempo per annunciare la presentazione della nuova generazione di uno dei suoi modelli più venduti negli ultimi dieci anni.

Il terzo esemplare dell’Audi Q3 è pronto a fare il salto presso i concessionari che, tra l’altro, hanno già chiuso gli ordini dell’attuale generazione, quindi se siete interessati a qualcuno, potete trovare solo quelli rimasti in magazzino. Il passo precedente, e obbligato, per rimuovere le unità a tutta velocità prima di procedere al lancio del nuovo modello che avverrà entro il 2026.

La Casa tedesca ha cambiato completamente la fisionomia di questa nuova Q3, di cui abbiamo già visto un’anteprima ufficiale che ne mostra parte della silhouette. In particolare, una sezione anteriore in cui si vedevano alla perfezione il faro sottile e il faro principale, che si trova a un livello inferiore.
Audi ha ora mostrato più dettagliatamente quello superiore. Questo gruppo ottico, situato sul bordo del cofano motore arrotondato, assume le funzioni delle luci diurne e degli indicatori di direzione. Nulla di particolare, se non fosse che gli appassionati di tecnologia potranno montare i sofisticati fari Matrix LED con una grafica più “digitale”.

CAMBIO DI ROTTA

Come sulla nuova Audi A5, questo sistema di illuminazione sarà caratterizzato da diversi motivi grafici personalizzabili, il che significa modificare l’aspetto anteriore e posteriore. Una delle numerose novità che saranno svelate sulla nuova Audi Q3 il 16 giugno, anche se non sarà la data di lancio.

Per questo dovremo aspettare la fine dell’estate e quasi l’autunno per l’apertura degli ordini. Nel frattempo, è ancora possibile acquistare la Q3 Sportback, il cui secondo esemplare è in fase di sviluppo e non arriverà sul mercato prima della metà del 2026, più vicino al 2027.

La nuova Audi Q3 continuerà a essere disponibile con motori a benzina e diesel, tutti con cambio automatico DSG a sette rapporti, trazione anteriore e quattro, oltre a ibridi plug-in PHEV con oltre 100 chilometri di autonomia.

Mazda 3 Takumi 2025 focus Tech e ADAS

Dopo la prova su strada ecco il focus dedicato al sistema di infotainment e alle tecnologie della nuova Mazda 3 2025 in allestimento Takumi.
Scopriamo insieme tutti i suoi segreti!

Nuova Xpeng G7 2026: Anteprima

Ecco la nuova Xpeng G7: il crossover coupé.

Xpeng ha annunciato la data di presentazione della sua nuova Parklet elettrica: il modello debutterà questa settimana. Il certificato precedentemente pubblicato per il SUV indicava una versione a trazione posteriore. Tuttavia, è possibile che il crossover venga offerto con un propulsore a doppio motore.

Il nuovo crossover elettrico con l’indice G7 della ditta Xpeng è stato annunciato a gennaio, e nello stesso mese la base del Ministero dell’Industria cinese ha inserito il certificato del modello. Inoltre, è stata annunciata la data della première: la Xpeng G7 sarà completamente svelata l’11 giugno.

LA GAMMA CRESCE

L’esterno del crossover è stato progettato nello stile della Xpeng P7+ liftback, che ha debuttato lo scorso anno. In particolare, il parketnik ha fari principali di forma simile e fanali posteriori simili. Altre caratteristiche di design del cross elettrico sono il tetto in vetro e le maniglie delle porte a scomparsa.

La lunghezza della Xpeng G7 è di 4892 mm, la larghezza di 1925 mm e l’altezza di 1655 mm. In altre parole, la novità è più grande del crossover Tesla Model Y restyling progettato per la Cina. Tuttavia, è il modello di Tesla che i media di profilo cinesi considerano il principale concorrente della “sette”. Dimensioni della Model Y: 4797/1920/1624 mm. Tuttavia, il passo delle vetture è lo stesso: 2890 mm.

L’interno del Xpeng G7 è caratterizzato da un sistema multimediale a tablet gigante. Non c’è il solito cruscotto: il suo ruolo è assegnato al display di proiezione. I cinesi scrivono anche che il crossover è dotato di intelligenza artificiale.

Sembra che la Xpeng G7 avrà un unico motore elettrico da 296 cavalli sull’asse posteriore. Non ci sono ancora informazioni sulle batterie. Allo stesso tempo, si ritiene che il crossover avrà anche una versione a due motori a trazione integrale, ma le sue caratteristiche non sono ancora state rivelate. Tutti i dettagli sul parketnik saranno noti dopo la presentazione.

Nel frattempo, Xpeng ha in programma un’altra importante anteprima per quest’anno: dopo il crossover G7, debutterà la berlina elettrica P7 di seconda generazione. La berlina ha ricevuto un’apparizione in uno stile completamente nuovo per l’azienda.

Addio Ford Focus ST: fine di un’era

Ford ha chiuso gli ordini della Focus ST, mentre la Focus si avvicina ai suoi ultimi mesi di produzione.

Dopo la cessazione della Focus RS nel 2018, l’interruzione della ST segna la fine di una linea di compatte sportive iniziata nel 2002. Ripercorriamo quattro generazioni di Focus ad alte prestazioni.

A febbraio 2024, Ford ha confermato un “arresto progressivo” della produzione della Focus, con l’ultimo esemplare previsto in uscita dalla fabbrica il 30 novembre 2025.

Le versioni FlexiFuel (benzina – E85) sono state le prime a scomparire dal mercato. Ora, non è più possibile configurare una Focus ST: il libro di ordini è completo per tutta la produzione restante. Con questa quarta generazione del modello, la linea delle compatte sportive dell’Ovale Blu giunge al termine.

LA SPORTIVA DI FORD

Lanciata nel 1998, la Ford Focus aveva il compito di proseguire il successo della Escort, le cui varianti più sportive (RS 2000, XR3, RS Cosworth…) sono ormai diventate delle icone. Ci riuscì brillantemente, sia nelle versioni standard che in quelle sportive. Tuttavia, fu solo nel 2002 che la Focus Mk.1, già restylizzata, iniziò a prendere una direzione più aggressiva. Quell’anno, Ford introdusse la variante ST170, dotata di un motore 2.0 da 173 CV e 196 Nm, abbinato a un cambio manuale a sei rapporti e a un peso a vuoto di 1.208 kg. Oltre al propulsore, la vettura vantava un telaio più rigoroso rispetto alle Escort potenziate, offrendo un equilibrio tra prestazioni e versatilità, disponibile sia con tre che con cinque porte.

Lo stesso anno, debuttò la prima Focus RS, creata per omologare la Focus WRC nelle competizioni. Il modello stradale rimaneva a trazione anteriore, ma che trazione! Il quattro cilindri 2.0 turbo erogava 215 CV e 310 Nm attraverso un cambio manuale.

Eric ed i suoi mostri sputafuoco: la favola bella di Zakowski

Teamchef Erich Zakowski Deutschland / Zakspeed, Mitte mit seinen Fahrern Bernd Schneider Deutschland, li. und Piercarlo Ghinzani Italien

Perché Zakspeed? Perché Zakowski? Perché nasce nella Prussia che sarà annessa alla Polonia, è un orfano che va a vivere a 13 anni in un campo profughi; diventa meccanico e poi, sempre più bravo, finisce per creare il suo modello ideale, che chiamerà Zakspeed. 

Potrebbe essere, o sarebbe potuto essere, un esempio per tanti di noi: creare ed immaginare oltre la soglia del reale che ci si trova davanti. 

Per chi arrivava da Erich ad elaborare il suo mezzo si trattava di NSU, Wartburg, Glas, Volkswagen, Opel; per lui si trattava di farle diventare “altro”, spesso al di là di ogni immaginazione. Per sbarcare il lunario, per diventare grande coltivando un sogno.

Motore, estetica, assetto: il “sistema totale” di Zakowski finiva spesso per percorrere le curve del “Ring” poco distante, e la platea di tecnici, Team Manager e piloti presenti nel tracciato quasi sempre annotava sul taccuino il riferimento della sua officina: le leggende dicono che – sottobanco – siano passate per le mani di Erich in quel periodo persino BMW semiufficiali, Porsche e Abarth !!!!Ma nelle leggende popolari c’è sempre un poco di verità dentro quel periodo in cui sognare in grande portava fortuna, al Ring: persino la sconosciuta “InP 650” nel 1961 era riuscita a battere le temibili Abarth, suscitando le ire di Karl verso Steyr Puch.

Poi, per Erich Zakovski arriva il colpo di fulmine: un Pilota privato che scende dalla sua Ford Escort “1300” Gr.2 per passare di rango; una veloce trattativa, un prezzo di favore e quella piccola gioia entra nei capannoni della ancora “Zakowski Tuning”, per ricevere quei “plus” che neppure in Ford forse immaginavano si potessero ancora ottenere.

Assetto tarato appositamente per il “Ring” e un motore vivisezionato per permettere, a norma di regolamento Gruppo 2, ogni rielaborazione ed alleggerimento possibile. E, dicono i più informati, 730 Kg per circa 128 Cv su un 1300 cc, roba da 100 Cv/Lt. e un rapporto peso potenza di 6 Kg. per cavallo, quanto una “911” stradale dell’epoca.

Le sue creazioni hanno insieme quel clamore della tecnologia tanto più estrema quanto più viene “compressa” nei corpi vettura minuti e popolari dei suoi prototipi: diventa a suo modo un Abarth, un Gordini, un John Cooper persino più devastante. Quando da “quel” motore 1300 della Escort 1977 provvisto di turbocompressore escono di colpo 330 Cv (!!!) siamo in quel momento sulle colline dell’Eifel e ben distanti dalle altre due sacerdotesse (Renault e Saab) che in ambiti diversi stanno per fare del Turbo il loro verbo.

Il bozzolo di Zakspeed, e tanta magia artigianale

Pochi ricordano che in Europa dei tre Marchi pionieri del sovralimentato nello sport il terzo nome è proprio la Zakspeed, che però ha avuto un valore iconico in più, per chiunque abbia avuto negli anni ’80 da 50 a 50 anni: nessun’altro mostro da Gara si è stampato nella memoria di tutti più di quella Ford “Capri Zakspeed Turbo” che ha sbuffato fiamme lungo tutti i circuiti del DRM tedesco

La stessa immagine feroce, felina, accquattata in assetto, con quelle folate di fiamme dal lato guida fa parte della iconografia anni ‘70/’80 a metà tra un mostro meccanico di Mazinga ed una scenografia templare da brughiera del Medioevo. Ma non basta. Perché in un momento piuttosto irripetibile della nostra storia, quello tra fine anni Settanta ed Ottanta, le “guerre” nel Motorsport sembravano ricondotte allo stesso richiamo metaforico, cioè la lotta tra un “piccolo” artigiano (o garagista) e dall’altra parte l’esponente della aristocrazia industriale (Gruppo o Marchio che fosse). 

Ed invece nessuno si aspettava che proprio in Germania potesse scoppiare una battaglia epica tra due esponenti di una diversa filosofia artigianale: da un lato la Porsche con la serie infinita delle famiglie originate dalla aristocratica “911”, ed in particolare la “935” iscritta nel DRM in Divisione 1 oltre 2000 cc; motore “tuttodietro”, Boxer, cubato all’inverosimile che rendeva la berlinetta potentissima (si parla di 750 Cv.) ma anche pesante e davvero satanica per qualunque Campione destinato a guidarla.

All’ opposto c’era invece la creatura della “Zakspeed”: da ferma, a prima vista, aveva il frontale sportivo ma popolare della Capri, seguito dal cofano lunghissimo; ma ad una occhiata più attenta scorgevi la prominente “pala” anteriore deportante, le maggiorazioni sui parafanghi, le infinite prese d’aria.

Ma era quando improvvisamente andava in moto e faceva i primi chilometri che si capiva che “mostro” celasse dentro di sé anche quella Capri: perché dal rumore e dalle lingue di fiamma dello scarico posto sotto al lato guida si capiva che quel motore (un 1750 cc. aumentato all’inverosimile rispetto all’originario 1450 della “Capri Junior” da Divisione 2) poteva sviluppare fino a 630 Cv, che uniti ad un peso di soli 790 Kg.(contro gli oltre 1.110 della 935) facevano della Zakspeed la unica vera rivale della Porsche. E si è passato praticamente un biennio leggendario in cui le “templari” Capri svolgevano quella tenzone domenicale contro le “barbariche” 935. 

Ognuno di noi, seppure a distanza da quel DRM, credo si sia sentito in dovere di abbracciare un’ala di tifo o per l’una o per l’altra. In quella che secondo me rimane una “Guerra dei Mondi” perfetta da ricordare e celebrare.

Erich ci ha lasciati il Primo Novembre del 2023, mentre il successivo 25 avrebbe compiuto 90 anni. 90. Come la paura che metteva vedere la “Capri” negli specchietti.

Ford Capri Turbo Zakspeed: il Turbo dei nibelunghi

Quando fece la sua apparizione nel 1978, fu in grado di sconvolgere persino da ferma. 

Mai prima di allora una popolare e media Ford di produzione (seppure sportiva) aveva acquisito quei tratti somatici diabolici,. Ma il”Zakowski Niederzissen tuning”, nasce inizialmente gareggiando con una Ford Escort al Nürburgring. 

Crescendo in ambizione e statura, il team successivamente ribattezzato Zakspeed si è impegnato in competizioni di alto livello in più discipline tra cui DRM e DTM, con versioni del Gruppo 2 e del Gruppo 5 costruite internamente rispettivamente della Ford Escort e della Capri.

Il legame e il successo nelle corse con Ford videro Zakspeedincaricato della gestione della campagna ufficiale della Ford C100 Gruppo C nel 1982, e purtroppo lo sforzo non fu all’altezza degli standard attesi, ma vide il successo più tardi nella proprietà della squadra, sviluppata come una versione sprint di successo in l’Interserie tedesca.

Il motore costruito internamente avrebbe costituito il fulcro della più grande delle avventure di Zaksped, nella Formula 1 del 1985, ma da quella “Ford C100” inizia a “smottare” un po’ quel rapporto binario che legava da anni Zakowski e Ford. La prima pietra dello scandalo purtroppo si chiama “Mustang GTP”. 

Nata nel 1983 per le gare IMSA viene – non si comprende neppure perchè, inizialmente – pubblicizzata e pompata mediaticamente come neppure la ormai prossima “RS200” Gruppo B per i Rallyes: ma il motivo è in fondo semplice e tremendamente commerciale. 

Il “flop” Mustang IMSA e la crisi Zak / Ford

Ford ha varato da tre anni una Gamma “Mustang” destinata non più a fare da Leader ma a fronteggiare la concorrenza sempre più impegnativa delle Coupè giapponesi ed europee.

Il “flop” della Mustang 

Il problema è che il “Downsizing” della versione più estrema (una Turbo da 2100cc e 145 Cv) non riesce a superare il gradimento che i clienti riservano alle sei cilindri BMW ed Alfa, né tantomeno alle Saab 900; e all’orizzonte si affaccia la “Biturbo” Maserati.

In questo contesto Ford cerca una sponda agonistica lanciando, controcorrente, un Prototipo a motore anteriore e trazione posteriore, con sembianze iconografiche della stradale e prestazioni “monstre”. Peccato che il motore 4 cilindri approntato ed elaborato in fretta e furia da Zakspeedsi riveli solo una fabbrica di caldarroste. 

Si rompe in un numero imbarazzante di volte, anche se in Prova porta la Mustang ad essere sempre tra le più veloci.

Purtroppo i risultati non si fanno in Prova ed in tempo utile per non cadere nel ridicolo l’operazione GTP è morta. Di questo flop faranno le spese un po’ tutti i protagonisti di quel progetto; gradualmente persino Kranefuss comincerà a perdere peso strategico e decisionale dentro Ford, per poi essere quasi totalmente esautorato da impegni nel progetto Lola Beatrice – Ford.

Per Zakspeed invece i blocchi arrivano quasi subito. 

Colpevole di aver dato vita ad un motore troppo fragile, capisce che l’idillio in Ford è finito quando non viene minimamente coinvolto nello sviluppo della Escort RS 1700T da Gruppo B

Per quanto un progetto sperimentale, era la prima volta di Ford sui Turbo per i Rallyes e certo nessuno come Erich ne sapeva, in tema.

A questo punto, il perno del problema si sposta sulla eredità del “Cosworth” V8 aspirato. La sua carriera è finita e Ford vuole un suo rientro alla grande con un programma “Turbo”.

Erich Zakowski da un lato ha un 1.500 da almeno 580 Cv pronto al banco, ma si dice che aspetti anche un protocollo di progettazione comune su un nuovo sei cilindri. Ma da Detroit, nessuna voce.

Siamo a marzo del 1984. E Zakowski capisce che stavolta deve uscire di nuovo a caccia di draghi.

L’avventura in F1, la Zakspeed più bella

Non so quale Erich Zakowski parlasse in quel fine 1984 in cui fu presentata la creatura di F.1. Forse parlava l’ex prussiano scappato in un rifugio per profughi, appellandosi al senso di sacrificio ed alla lotta per la sopravvivenza; forse parlava proprio il divenuto tedesco orgoglioso di aver presentato al mondo la seconda monoposto “Full German” turbocompressa nella storia della F.1 un solo attimo dopo la ATS-BMW; chissà se invece a parlare non sia stato invece l’ex spalla avventurosa della Ford, che forse fino all’ultimo aveva sperato di avere un ripensamento dal suo “committente” privilegiato.

Fatto sta che sentendo Erich dire : “ci va bene chiudere la Stagione prossima con partenza dalle ultime file pur di finire le gare e fare esperienza” si faticava un po’ a rivedere l’immagine dell’uomo che pochi anni prima aveva messo alle corde persino la diabolica Porsche 935 con una creaturina come la Capri. 

Ma non poteva essere così in F.1 Quel Dio dell’Ingegneria proletaria che lo aveva ben protetto con le Gruppo 5 non poteva sconfinare in un Circus dalle pedine ben assegnate. E probabilmente Zakowski era più sarcastico verso Ford che non realista verso sè stesso: riuscire davvero a stare nei 24 o 26 in Griglia avrebbe significato tenere dietro almeno altre 8 monoposto dei 16 Teams concorrenti, tra i quali, guarda caso, si era intrufolata quella “Lola Beatrice” con motore Hart…

Uno strano destino quell’incrocio di ruoli: il colosso americano che Ford aveva benedetto, per ironia della sorte montava il secondo motore Turbo più artigianale di sempre in F.1 dopo quello di Erich e guarda caso era un “quattro”. Nulla di più lontano dal miraggio del gigante di Dearbornche aveva previsto il “subentro” a se’ stessa superando l’iconico V8 Cosworth con il preannuncio di un V6 biturbo. Annunciato, desiderato ma mai nato.

Così come lo strano destino aveva in qualche modo inceppato i programmi o i sogni di Erich. Nella sigla della monoposto, le cifre “84” e “1” si nasconde l’idea di debuttare proprio un anno prima della fugace apparizione della Lola Beatrice, e magari mostrare a Ford, dati alla mano, che sotto quel cofano il “quattro” più indicato doveva essere proprio quello di “Zak”. Nondimeno, in mancanza del Partner forte, Zakowski passò un anno a racimolare i fondi iniziali per partire.

Di certo Erich non potè non accusare il colpo di un avvicendamento così traumatico, che del resto non risparmiò Mike Kranefuss, curiosamente tenuto un po’ troppo “fuori” dal progetto Lola Beatrice (benchè nel 1994 da ex Capo Ford sarà a fianco proprio di Carl Haas nella NASCAR); 

Se nel 1967 la nascita del Cosworth era avvenuta quando la Zakspeed era ancora un sogno, quasi vent’anni dopo il Marchio di Tuning tedesco stava alla Ford come Abarth a Fiat e Lancia o Matra alla Peugeot. 

Fatto sta che la prima creatura a ruote scoperte di Zakspeedin F.1 meritò da subito le copertine delle Riviste. Affidata ad un Pilota che non era un fulmine di guerra ma neppure un allocco, Jonathan Palmer. Al suo fianco il tedesco Christian Danner

Al tavolo da disegno, Paul Brown, Chris Murphy ed Erich stesso, anche se Project Manager del blocco motore in verità fu Norbert Kreyer: un talento scoperto proprio da Erich. Norbert entra in Zakspeed nel 1982, ha 30 anni, orfano di padre fin da bambino aiutava la mamma in una stazione di servizio vicino al Nurburgring.

A Colonia entra all’Università con una Borsa di Studio, ma non può smettere di lavorare per mantenere se’ stesso e la sua nuova famiglia che nel frattempo è nata perchè Norbert è papà dall’età di 24 anni. BMW e Porsche, che ricevono ogni mese quasi le sue lettere di interesse a collaborare, lo snobbano; ma Erich no, lo incontra in una sessione di test privati al “Ring” e capisce che quel genio fa la caso suo…

Ma fino ad un certo punto: Zakspeed è nata e ha fatto fortuna con il “quattro”, ma Norbert che avrebbe in cantiere il progetto per un “V6” non vuole contraddirlo, e si impegna a disegnare un 1.500 cc per la F1 come Erich chiede. In realtà non è per economie di scala, ma per esperienza accumulata. Solo il 10% del motore della 841T deriva dal 1475 cc. della Capri. 

Il resto è evidentemente rifatto da zero, e il motivo è semplicemente perchè in questa architettura Erich spera di trovare una base di expertise minima da cui partire per una dimensione del tutto nuova. 

Ma non è l’unica motivazione. C’è anche una strategia immaginata da Zakowski per debuttare quanto prima come “griffe” commerciale accanto a qualche ben definito “Brand” diventandone Tuning Partner proprio con la piattaforma iconica del “4L” Turbo. Norbert forse vede Zakowski come un nuovo papà e in parte lo asseconda. 

Persino sulla iniezione meccanica derivata dal motore Capri: non c’era tempo per tarare la Bosch Motronic che arriverà l’anno dopo, e solo perchè era quella destinata al 415T Alfa Romeo….Quel primo motore non tradisce la nomea di Erich. Nonostante le origini proletarie in Prova arriva a sviluppare 970 Cv con pressione a 4,5 bar mentre in Gara con 3,5 bar tocca gli 835 Cv.

Peccato che, per assurdo, a rompersi di continuo non sia quel motore ma al contrario l’assortimento di corredo, dall’elettronica, alla trasmissione, etc. E così di 10 Gare corse la 841T ne conclude solo una all’undicesimo posto.

Il piano di Zakspeed per il 1985 era infatti di correre solo nelle gare del campionato che si sono svolte in Europa

Cos’ non ha partecipato alle gare di trasferta in Brasile, Canada, Stati Uniti, Sud Africa e Australia. Il team Zakspeedfece il suo debutto con la 841 nella seconda gara della stagione al Gran Premio del Portogallo 1985, dopo aver saltato la gara di apertura in Brasile. L’ex pilota della RAM Jonathan Palmer ha guidato la vettura e ha ottenuto il 23 ° posto in qualifica. 

In gara, però, si è scontrato con Keke Rosberg della Williams in partenza, danneggiando irreparabilmente la sospensione. 

Nella gara successiva a San Marino, Palmer si qualificò con un diciassettesimo posto di tutto rispetto, ma non riuscì a prendere il via a causa di una mancata accensione del motore. La gara successiva a Monaco portò la 841 al suo primo piazzamento all’11° posto. Tuttavia, questo sarebbe stato l’unico traguardo della squadra nel 1985, poiché una serie di problemi meccanici portarono Palmer al ritiro dalle successive cinque gare consecutive a cui prese parte. Anche le prestazioni della vettura non sono riuscite a migliorare, con Palmer che si è costantemente qualificato fuori dai primi venti. 

 

La squadra fu poi costretta a saltare il GP d’Italia dopo che Palmer si ruppe una gamba in un incidente con un’auto sportiva a Spa, ma riuscì a competere in altre due gare con il campione di Formula 3000 del 1985 Christian Danner al suo posto. 

E, con tutto il rispetto, dovetti ammettere a me stesso che uno dei nove Piloti “Rookie” che apprezzavo, cioè Palmer, stava alle corse come un bollito come me poteva stare alle Gare di sollevamento pesi. Una pena…..Palmer era un buon Collaudatore ed una valida spalla, ma da Caposquadra dimostro’ di non avere caratura.

 

Poiché le ultime due gare della stagione si svolgevano fuori dall’Europa, Zakspeed non prese parte e rivolse la sua attenzione alla progettazione e alla costruzione del telaio 861 per la stagione 1986. Per non appesantire la narrazione, mi fermo qui. Nonostante le sei stagioni fino al 1990, quella di debutto fu secondo me quella da riservare agli annali. Da ricordare quella del 1986, ma tutte le altre sono da cestinare, soprattutto quelle con il motore Yamaha. Che tra l’altro segnò l’addio di Norbert Kreyer. Decenni dopo, quell’addio viene ricordato dal “nostro” genio ancora con le lacrime. Questo era il mondo di Zakspeed. 

Ma ricordiamola, quella Mustang GTP: una americanata, per quella fisionomia cara alle “Muscle Cars” iconiche, il cofano chilometrico (dove potevano stare in doppia fila almeno sei unità del 4 cilindri turbo che montava); oppure una meravigliosa operazione di Marketing, “sport” in cui la Ford non era seconda a nessun altro Marchio: taglio dei fari e “look” erano infatti fortemente evocativi della “Mustang SVO” che la Casa di Detroit aveva pensato come modello di rilancio della Gamma Mustang oggettivamente uscita con le ossa rotte dal decennio precedente. Fatto sta però che la “Ford Mustang GTP Imsa” tra il 1983, motorizzata Zakspeed1700 cc Turbo prima e poi 2100 4 cilindri Ford (una evoluzione del mitico 4 cilindri DBA Cosworth nato alla fine degli anni Sessanta..) in termini di risultati finali e di palmares ha davvero conquistato poco. Peccato, perchè mi piaceva tantissimo la sua fisionomia “ignorante”…

Continua l’esperienza in F1, ma il mito si annebbia

Il Mondiale di F1 1986 poteva essere l’anno Domini della Zakspeed. Lo Sponsor West, forte tabaccaio, garantiva un Budget non faraonico ma sufficiente a spingere Erich un poco più in là rispetto alla Stagione precedente. Palmer, ahimè, e Rothengatter (doppio ahimè) i due Piloti.

La linea della monoposto, decisamente rustica ma aggressiva della 841T 1985, veniva “nobilitata” da una serie di piccole modifiche aerodinamiche, mentre il motore passava dalla iniezione meccanica (!!!!!) casalinga alla Bosch Motronicinizialmente sviluppata per il motore Turbo a quattro cilindri Alfa Romeo che però, come sapete, finì lettera morta. Il guadagno fu più in termini di progressione e fluidità della potenza che non nel picco massimo, ma soprattutto la 841T ’86 era meno energivora, permettendo una leggera riduzione su volume e peso di benzina. 

Come finisce quella stagione? In Prova unici acuti di Palmer sono due ottave file, ma davanti alle odiate Lola Beatrice. Per il resto si naviga con partenze tra decima e dodicesima fila. In gara, purtroppo, le Zakspeed collezionano 18 ritiri in 29 partenze complessive. Miglior arrivo due ottavi posti negli Stati Uniti ed in Austria. In verità la prima Stagione a dare frutti, quella 1987 con due Punti di Brundle, è l’anticamera del crepuscolo: quasi tutti gli osservatori di settore si rendono conto che il livello prestazionale di Zakspeed è ormai al suo massimo, e che anche l’ultimo Highlander motoristico del Circus – cioè Brian Hart – ha abdicato in favore del colosso BMW sulla Benetton ed è rimasto orfano della Lola Beatrice.

Nel frattempo la stessa Renault, seppur ciclopica e sostenuta da tutto lo Stato francese, ha chiuso la sua partecipazione diretta e si limita a fornire i motori, mentre Alfa Romeo ha detto definitivamente “BASTA” da oltre un anno. Quel quattro in linea perde così progressivamente rendimento, perchè al variare in riduzione della pressione di sovralimentazione imposta in Gara (2,5 bar nel 1988) la potenza cala più pesantemente dei plurifrazionati che si avvantaggiano di coefficienti di riempimento migliori e di regimi rotazione più elevati. Infatti la potenza media per Gara dello Zakspeed è di appena 630 Cv contro medie di 50 cv superiori della concorrenza. 

Ormai solo Zakowski pare essere rimasto un Don Chisciotte che combatte con spade di legno e coperchi di latta come scudo……E infatti il sogno finisce, quando a potenziare le “sue” Zakspeed appare il motore Yamaha nel 1989, a causa del bando dei sovralimentati; e da avventuroso gruppo di folletti venuti dalle lande germaniche a sfidare i potenti lo Staff Zakowski finisce nel calderone dei tanti, troppi Team raschiabarile che navigano costantemente nelle retrovie. Il passaggio al motore Yamaha è per la Squadra una resa incondizionata, per Norbert il motivo di un addio ma soprattutto per Erich Zakowski l’evidenza che il progetto è ormai andato in fumo.

Da tifoso di questa leggenda, Zakspeed, neppure voglio elencare le Stagioni ‘88/’89. Sono l’affaccio ad un mondo che sta cambiando verso paradigmi del tutto opposti alle origini ed ai capisaldi di Erich Zakowski che, nel frattempo, ha speso tutto lo spendibile nella Formula Uno. E infatti, abbandona il Circus.

Ford abbraccia la filosofia ambientalista e mondialista in Gamma commerciale (più utilitarie ed auto Diesel) mentre nello Sport concentra l’attenzione su soli due fattori in Europa: competizioni legate ad auto strettamente derivate dalla Serie, come prevede il Gruppo A; e partnership blindata con la sola “Cosworth” nel mentre il Marchio dell’Ovale sta sviluppando in incubatrice il “suo” marchio sportivo “Zetec”.

D’altro canto, chiuso l’idillio con Ford la Zakspeed si trova la strada della elaborazione blindata proprio dalla nuova ondata ecologista e iperrazionalista delle Federazioni Internazionali: meno Prototipi “lunari”, più corrispondenza con le auto di serie, e meno follie motoristiche: e per cominciare il famoso “Gruppo 5” che aveva fatto le fortune della Capri era diventato economicamente insostenibile per un piccolo Costruttore. Tutto il contrario del credo di Zakowski Erich, che nel frattempo inizia a dare spazio in azienda al figlio Peter, arrivato ormai il patriarca alla soglia dei sessant’anni. Cambia dunque l’ambiente di riferimento intorno a Zakspeed, ma cambia anche la Zakspeed: più lavori esternalizzati, più CAD e CAM al posto dei processi artigianali, ma soprattutto nuova “NON” partnership con BMW da un lato Chrysler; due Marchi che non hanno la minima intenzione di legare il proprio simbolo alla Griffe pur prestigiosa ed ancora evocativa dei Zakowski. Ma quel che è peggio è che nessuno dei due Marchi aveva davvero “bisogno” di Zakspeed.

Dunque, se permettete, la prima “castroneria” di Peter Zakowski che, seppur consigliato di restare nelle Gare a ruote scoperte nelle formule minori (si parlò addirittura ai tempi di una promozionale “Formel Zakspeed” in Germania con piccole monoposto finanziate in parte dal Governo della Renania per formare giovani campioni e motorizzazioni Volkswagen) decise di realizzare in modo un po’ arzigogolato il progetto paterno di diventare un Marchio di Tuning. Progetto ormai tuttavia fuori tempo massimo visto il periodo.

Con BMW ci si limita infatti alla preparazione di auto su commessa diretta del Marchio di Monaco; con Chrysler arriva la straordinaria doppietta al Nurburgring per le “Viper”: ma è notizia che non arriva a nessuno e che neppure la stessa Chrysler ha interesse a pubblicizzare visto che tra l’altro la Griffe evocativa a fianco del marchio americano è quella di Carroll Shelby; e visto per ultimo che è in arrivo un gemellaggio tra Detroit e Stoccarda – proprio – nel progetto Daimler-Chrysler rapidamente poi mandato all’aria.

Insomma, quella doppietta al Ring è al massimo di un preparatore di Viper ma non è né della Zakspeed classica né di Chrysler….. Ma nel frattempo quelle vittorie fatte per ingolosire il Marchio americano per una partnership europea ha letteralmente dissanguato la Factory.

Facile immaginare il resto: arrivano le crisi aziendali, le commesse che rallentano, i debiti che si accumulano, e la Zakspeed finisce per diventare un ricordo. E la dinastia di colui che aveva fatto risplendere per la prima volta al mondo una Ford davanti persino alle Porsche (935) chiude tristemente la sua storia nella primavera del 2022 con l’esecuzione di sfratto dello staff dalla Officina storica vicino all’Eisel. Ultimo smacco, per King Erich, prima che la vita ce lo porti via, il Primo Novembre di quest’anno, giorno dei Santi.

Quel che rimane di Zakspeed nelle mani del povero Peter Zakowski è più una cattedrale nel deserto a caro prezzo (è finito a restaurare ed elaborare auto storiche ed il patrimonio sportivo del Marchio) che non un progetto imprenditoriale di prospettiva. Ormai quella Ford Capri fiammeggiante e feroce anni Ottanta è una icona incancellabile, che ci ricorda quanto il genio di un uomo possa fare persino contro l’impossibile.

Riccardo Bellumori

Aston Martin Valkyrie AMR-LMH: Dati Tecnici

Aston Martin ha presentato la supercar da pista Valkyrie LM, basata sulla Aston Martin Valkyrie AMR-LMH, che quest’anno partecipa al campionato nordamericano IMSA e al campionato internazionale WEC (la leggendaria 24 ore di Le Mans è una delle sue tappe). La Valkyrie LM viene rilasciata in edizione di 10 esemplari e non è destinata alle competizioni ufficiali, ma permette al pilota di provare l’atmosfera delle gare di durata.

L’azienda Aston Martin ha una ricca esperienza nelle gare di durata, ma la sua prima e finora unica vittoria nella classifica assoluta della maratona giornaliera di Le Mans è avvenuta nel 1959 – una Aston Martin DBR1 dall’aspetto molto elegante ha portato alla vittoria l’americano Carroll Shelby e il britannico Roy Salvadori. Quest’anno il team Aston Martin è tornato ai vertici delle gare di durata dopo una lunga pausa e ha portato la sua Aston Martin Valkyrie AMR-LMH contemporaneamente nei campionati IMSA e WEC, dove le vetture delle classi top LMDh e Hypercar hanno regolamenti tecnici molto vicini. La Valkyrie AMR-LMH non ha ancora ottenuto vittorie e nemmeno podi, ma questo non impedisce all’azienda britannica di monetizzare la costosa vettura in tutti i modi possibili.

La Aston Martin Valkyrie AMR-LMH si posiziona come una derivazione della supercar stradale Aston Martin Valkyrie, la cui produzione su piccola scala è iniziata nel 2021. Nello stesso 2021 è stata presentata la Valkyrie AMR Pro da pista, che però non ha nulla a che fare con le corse: è solo una versione estrema della supercar da strada, e se la Valkyrie da strada ha un powertrain ibrido, la Valkyrie AMR Pro è priva di additivo elettrico – è mossa solo dal V12 atmosferico da 6,5 litri sviluppato da Cosworth. Anche la Aston Martin Valkyrie AMR-LMH non ha un’aggiunta elettrica, sebbene i regolamenti IMSA e WEC ne consentano l’uso.

L’Aston Martin Valkyrie LM del cliente è molto vicina all’Aston Martin Valkyrie AMR-LMH da corsa in termini di tecnologia, ma è libera da una serie di restrizioni regolamentari: la zavorra è stata rimossa, vari “trucchi” elettronici sono stati indeboliti, il motore è stato trasferito alla potenza della benzina convenzionale e l’abitacolo è stato leggermente ridisegnato per la comodità dei clienti, anche se in generale c’è la stessa atmosfera ascetica della Valkyrie AMR-LMH da corsa.

DATI TECNICI E MOTORI

Il motore V12 aspirato della Aston Martin Valkyrie LM produce 707 CV (la Valkyrie stradale ha 1014 CV), con tutta la potenza inviata alle ruote posteriori tramite un cambio sequenziale Xtrac a 7 rapporti. Le ruote sono dotate di pneumatici slick da corsa Pirelli. Le caratteristiche dinamiche non sono state rese note, ma è chiaro che sono ben lontane dall’essere da record: il bello di quest’auto non sta nell’accelerazione strabiliante, ma nel trasferire l’atmosfera di una vera auto da corsa, il suo suono e la sua controllabilità.

Ogni acquirente della Valkyrie LM è libero di fare ciò che vuole con la sua auto, ma si presume che tutti e dieci gli esemplari saranno conservati presso l’azienda Aston Martin, e i proprietari si presenteranno solo alle gare pre-preparate e concordate sui tempi di percorrenza sui migliori circuiti mondiali; il team Aston Martin effettuerà tutti i preparativi necessari e regolerà ogni auto nel modo giusto, tenendo conto delle peculiarità del tracciato e per un particolare pilota. Le prime gare per i clienti della Valkyrie LM si svolgeranno nel secondo trimestre del 2026.

Il prezzo della Aston Martin Valkyrie LM non è stato indicato. A titolo di riferimento, diciamo che la Ferrari 499P Modificata costa 5,1 milioni di euro. Anche la Porsche 963 RSP stradale presentata la scorsa settimana costa circa 5 milioni di euro.

Giulio Alfieri il poeta dei motori: il ricordo di un Cavaliere d’altri tempi

Aveva alcune doti soprannaturali come tecnico ma anche come persona e come Manager di Impresa, ma di una sua dote sono assolutamente sicuro pur non avendo avuto la fortuna e l’onore di conoscerlo personalmente: la dote della comunicativa, o meglio ancora l’arte di saper declinare ogni concetto motoristico complesso ed irraggiungibile dai profani, con una semplicità ed una pazienza che mostrava di Lui la vera prerogativa: come ogni divino creatore, avere dentro di sé il patrimonio unico e imponderabile del “sapere” e del “saper fare” lo rendeva anche straordinariamente affabile nel parlarne e didascalico nell’impartire involontarie lezioni di vera scienza.

Avevo solo dodici anni e nel divorare ogni settimana tutte le colonne degli articoli di Autosprint mi imbattei in un articolo su di lui: AS ne trattava nel suo encomiabile impegno di salvataggio e recupero della Lamborghini, per il cui risanamento dall’Amministrazione controllata il Legislatore aveva scelto proprio lui, per tutto quello che nella sua dignitosa ed esemplare professione ed etica aveva saputo assicurare al mondo dell’industria auto e non solo nazionale. 

Perché Lui, quel Poeta e cantore della migliore arte motoristica, aveva incrociato e forgiato dentro il suo Know How una miriade di esperienze, passioni, studi, osservazioni in ambito tecnologico esteso. Ma prima di rievocare l’articolo di AS ricordiamo i suoi inizi professionali, mantenendo un poco di sorpresa ancora perché davvero, alla luce di quasi un quarto di secolo dalla sua scomparsa, di “Lui” troppi tracciano e ripetono a pappagallo le soite litanie vuote.

 

“Lui” inizia alla Innocenti dall’età di 25 anni (un fenomeno laureato a tempo di record al Politecnico di Milano, per quei tempi): se persino nelle recensioni “impegnate” di questa esperienza trovate si e no due righe è perché i cronisti “impegnati” si dimenticano di dire che il ragazzo è già a tal punto fenomenale con i Due tempi da partecipare alla realizzazione del prototipo da Velocità “Lambretta” da quasi 200 Km/ora; e che Alfieri entra nello staff che progetta quel “V2” trasversale da 250 cc così incredibilmente prefiguratore del celebre “V2” Guzzi dell’Ingegner Carcano. 

L’Ingegnere Giulio Alfieri arriva tuttavia nel mondo che gli rapisce per sempre il cuore: è il 1953 e Maserati lo ingaggia per lo sviluppo del settore moto fino a quando una spartizione interna alla famiglia non porta alla separazione del settore “Due ruote” da quello auto nel quale viene “trasferito” Giulio. Che sviluppa e realizza un  nuovo corso che in qualche modo “marchia” il futuro del Tridente.

Il segno distintivo di Alfieri sono ovviamente i motori: il suo arrivo in Maserati coincide con la trasformazione della Gamma, che passa dalle motorizzazioni sportive con cubatura entro il tetto dei 2 litri all’ espansione verso i motori “nobili”: e non Vi dimenticate in tutto questo che nell’Italia ed Europa in ripresa dal Dopoguerra, con le dimensioni in gioco parlare già di 1300/1600 cc significava identificare auto di media categoria “impegnative” e dopo i 2500 si entrava nella “Terra di nessuno” dove in poche parole si confrontavano solo pochissimi Marchi eletti.

Rivoluzionario ortodosso: Giulio Alfieri, inarrivabile “marziano” della tecnologia

Arrivano le nuove architetture da 3000 e 3500 cc., da 6 ed 8 cilindri, quei leggendari e famosi V8 con le testate colorate di verde, dove la vera natura rivoluzionaria di Alfieri si sposa con la sua grande capacità di osservazione e di analisi. 

Alfieri è allo stesso tempo un creativo, un ortodosso ma anche uno strutturalista: è come se – alla stregua di quei grandi ed illuminati medici che nascono per quella professione – Giulio potesse capire i punti deboli di una struttura muovendola tra le sue mani.

Alfieri diventa per questo uno dei più capaci Ingegneri capaci di “dialogare” con i punti di saldatura, con le pressofusioni, con telai e monoblocchi. E’ come se potesse ascoltare il “respiro” di un motore in movimento oppure il lamento e la classica “schicchera” nervosa che emette un telaio in sofferenza come le ossa di un infortunato.

Per questo la sua supervisione va oltre il progetto specifico che lo impegna direttamente.

Avete presente quei maestri d’ascia od ebanisti che sanno capire dove fendere il legno con la lama, per ottenere solo le parti migliori dell’albero che cercano?

Avete presente quei maniscalchi rarissimi di una volta che venivano portati come Saggi dentro alle cave di marmo perché solo osservando la famosa venatura delle pietre potevano staccarne dalla roccia i volumi e le dimensioni geometriche secondo desiderio con un solo colpo di scalpello e martello?

Bene, Giulio Alfieri era a tal punto dotato di ingegno, osservazione e umiltà da non disdegnare di assistere per ore al lavoro dei mastri saldatori, o dei fonditori degli altiforni pur di decifrare ed assumere nel suo Know How capacità artigianali tramandate per generazioni.

Proprio per questo l’Ingegnere parmense non lavora mai per “capitoli” o sezioni alle sue creazioni. Certo, canonicamente lui è un “motorista” che però non trascura di supervisionare tutto il processo di concetto, progettazione e realizzazione di una supercar del Tridente.

ma soprattutto l’ingresso di Alfieri coincide con la nascita del filone Maserati “Gran Turismo”, cioè con un interesse che via via si sposta dalle corse alla produzione stradale della Casa del Tridente.

Il punto di svolta fu il periodo 1956/1957 quando, con la Maserati ancora protagonista del Mondiale F1, si gettarono le basi della storica 3500 GT, la prima Maserati di eccellenza costruita in grande serie dove il concetto dell’Ingegner Alfieri è quasi futuristico.

Lui ne fu il patrono, sobbarcandosi per mesi una fullimmersion in Inghilterra per conoscere (come ebbe modo di raccontare in una Conferenza nel 2000) la capacità degli inglesi di costruire macchine di qualità, curando i particolari e tenendo bassi i costi.

Maserati Scia’ di Persia: un nuovo Benchmark per il lusso a quattro ruote

La prova solenne di tutto questo è nella perfetta gestione del leggendario arrivo dello Scià di Persia a Modena nella fabbrica Maserati, nel 1958: Reza Palhavi, all’epoca (prima della rivoluzione Komehinista, per intenderci) esponente elettivo della dimensione principesca del Medioorientevagheggiato dall’Europa, si appassiona al nuovo imprinting allo stesso tempo sportivo e signorile del Tridente dato proprio da Alfieri capace di fondere l’emotività ormonale esplosiva delle Maserati nelle Competizioni con la classe tecnologica ed il lusso edonistico trasmesso dalle linee dei migliori Carrozzieri che si esaltavano sulle forme delle berline stradali. Ebbene, chi tra Coventry, Newport Pagnell, Maranello, Stoccarda ed altri Paradisi dell’auto non avrebbe fatto carte false per avere lo Scià di Persia dentro il loro Stabilimento? Per giorni l’opificio del Tridente viene piantonato dalla Guardia Reale del Principe e dalle forze dell’Ordine, mentre al suo interno Alfieri e Reza Palhavicreano in simbiosi uno dei modelli che hanno fatto storia nel mondo dell’auto di prestigio. Passo dopo passo prende forma, sotto la supervisione ed i consigli di Orsi e Alfieri, una fuori serie carrozzata dalla Touring e motorizzata con motori derivati dalla famosa 450S (da cui derivò la Mostro di Stirling Moss) dai cui monoblocchi Alfieri realizzò un motore da 355 cv, posizionandolo in un telaio rielaborato della 3500 GT.

Da quel pezzo unico derivò la famosa ed esclusiva mini serie della 5000 GT, l’apoteosi, se vogliamo, della famiglia del V8 Made in Alfieri, che nel 1963, limitato a 4,2 litri, equipaggiò la prima serie della Quattroporte.

Poi arrivano per mano od impulso di Alfieri tutte le altreMaserati: l’elenco delle realizzazioni del vulcanico ingegnere non finirebbe mai, quindi ne ricordo solo alcune: 3500 GT, Mexico, Quattroporte e Ghibli.

Crisi Maserati, il matrimonio mortale con i francesi, l’addio al Tridente

Mentre per Bora e Merak il suo apporto fu limitato alla parte meccanica, perché nel frattempo la Maserati passava sotto il controllo di Citroen e la cultura anticonvenzionale e “popolare” della Casa francese, unita ai timori per la nascente crisi energetica, si scontrarono molte volte con l’ “Umanesimo” motoristico” e la cultura aristocratica di Alfieri in campo meccanico.

La gamma dei superlativi V8 venne tuttavia relegata ad una sempre più esigua produzione Top dal nuovo corso Citroenavviato nel 1969 ad un passo dal fallimento del Marchio Maserati, che però toglie respiro alle Berline di prestigio, poichè Citroen impone sistematicamente la tagliola del V6 entro i 3000cc, con esempio più lampante della Quattroporte II Serie che solo per la maestria di Marcello Gandini e per la dedizione di Alfieri oggi è annoverata come un piccolo ma particolare gioiello tecnico ma che per colpa di Citroen (passata dentro Peugeot nel frattempo) fu un flop preannunciato. 

Come finì per essere un quasi flop la spaziale SM di Opron – la famosa Citroen Maserati – di cui Alfieri, con notevole disappunto, progettò il motore facendo tuttavia ben presente alla Citroen le controindicazioni di un piccolo 2700 cc su un corpo vettura due porte così pesante.
Ma la Casa francese mirava a conseguire il minimo peso fiscale che il Governo consentiva ad auto sotto certe soglie di cilindrata e potenza, l’intenzione si scontrò ovviamente con il gradimento quasi nullo del mercato.

Se con la “Quattroporte II” la Francia fa autogol nella porta tuttavia dell’Italia (che per un popolo finemente depravato come quello ex gallico fa sempre un gran bell’effetto di goduria, evidentemente) abortendo la seconda serie dell’unica vera “Ammiraglia” italiana dopo la fine della Lancia Flaminia ed insieme alla Iso “Fidia”; nel caso della “Citroen SM” l’autocastrazione francese fa un poco sorridere proprio noi italiani: da veri esperti – noi italiani – del concetto canonico della sportività sublime, vedere come Peugeot Citroen ha condannato una meraviglia assoluta di Coupè Luxury come la creatura di Opron (che sarebbe potuta essere dietro i consigli di Giulio Alfieri la concorrente predestinata contro – faccio rapido elenco – la Serie SL di Mercedes, la “CSI” di BMW, la “XJS” di Jaguar, e persino contro la “Camargue” Rolls Royce) a fare i funghi nelle giacenze delle Concessionarie che la regalarono – in fine vita – per pochi spicci fa davvero capire che nella storia la giustizia prima o poi arriva sempre. E che il tempo, nei confronti di Giulio Alfieri, è stato doverosamente galantuomo.
I continui mal di pancia e l’ipotesi di Citroen di chiudere lo stabilimento Maserati di Modena del 1975, probabilmente segnano il punto di non ritorno nei rapporti tra l’ingegnere italiano e la Casa francese. Che purtroppo, detto personalmente, torna a mettere becco mezzo secolo dopo nelle stanze del Tridente a Modena, ovvero chiudendo lo Stabilimento di Grugliasco, e tutto questo solo per un equivoco di legittimazione derivante dalla struttura propria di Stellantis…

A ridosso del cambio di “orbita”, da Citroen al De Tomaso, matura l’abbandono dell’ambiente che Alfieri amava, e che aveva contribuito a trasformare con cura. E, a quanto pare, la lezione di quell’epoca non l’ha imparata nessuno. A quanto ci direbbero le cronache, un ultimo sprazzo “francofono” utile alla causa (potenziale) di rinascita del Marchio dopo una serie di “topiche” stradali vede la sacra e disutile Dirigenza PSA optare per un impegno della Maserati nelle Competizioni dove, grazie a Dio, le perverse equazioni fisco-sociologiche del Codice della Strada transalpino non hanno dimora; e dove tuttavia, per non smentirsi, la classica pippa gollista e campanilista sotto la Torre Eiffel favorisce un marchio francese –la Ligier – in un progetto di prototipo “JS2” destinato con motore V8 da circa 4200 cc a correre la Le Mans del 1975. Programma abortito completamente non appena GEPI e De Tomaso procedono a rilevare Maserati dalle mani dei francesi. Il primo impegno di Giulio Alfieri “Consulente Autonomo” è con Laverda.

Da Laverda ad Honda, il mago dei motori lascia il segno nelle Due ruote

Il Marchio veneto nel 1976 comincia a sentire odore di crisi a causa di un mercato stradale europeo in cui è impossibile resistere ai giapponesi ed in cui un barlume di speranza spinge a concentrarsi su un rivoluzionario modello da Gran Turismo che, ponendosi a complemento rispetto all’offerta tradizionale di Harley Davdson e puntando però dritto al nuovo Target commerciale creato da Honda con la “GoldWing”, può ragionevolmente conquistare un suo mercato favorito dal forte gradimento che il Marchio Laverd

a ha ancora, negli anni Settanta, in America soprattutto dopo la fine dell’epopea MV Agusta. Giulio Alfieri riceve così l’incarico di riprendere un “vecchio pallino” di Breganze: un “V6” trasversale da almeno 1000 cc. (in tutta confidenza ricordavo che potesse essere persino più “cubato”) con trasmissione a cardano destinato a muovere una innovativa, comoda e poderosa “Gran Turismo stradale” per veri e propri viaggiatori seriali cui offrire una assoluta assenza di vibrazioni, un allungo micidiale, una rotondità di funzionamento ed una sonorità unica come solo un sei cilindri a V di 90° poteva fornire, e nel quale persino l’ingombro laterale di teste e canne di scarico avrebbero fornito protezione alle gambe da vento e freddo. Il problema è un altro: in una sorta di “taglia/cuci-copia/incolla” di prassi e filosofie strategiche un poco schizofreniche, nella Laverda in cui ormai regna abbastanza sensibile l’anarchia si costruisce una fesseria grossa come una casa: si travisa il trascinamento potenziale che ancora le competizioni (soprattutto le grandi classiche come “TT”, “Bol D’Or” ovvero Imola e Daytona) portano nelle dinamiche emotive del consumatore, unendo con l’ipotesi di realizzare, intorno al “V6” da Gran Turismo, un telaio ed una moto da destinare proprio al “Bol d’Or”. Vi lascio ricordare o prefigurare l’esito. 

Ovviamente i puristi dello sport e della tecnica motociclistica sono sempre stati contrastanti nel giudizio spassionato su quel “V6”, astrattamente un vero gioiello tecnologico ma inesorabilmente poco idoneo ad una moto da Competizione visto che il poco potenziale in più di cavalli (massimo 145 per Gare di Durata) rispetto al Benchmark delle Honda “4 in linea” 1100 cc si bruciava in un peso extra di quasi mezzo quintale in più. Ma di certo la responsabilità non fu di Alfieri ma del management veneto. Mi è piaciuto su questo incontrare il ricordo genuino e appassionato di un “Maestro” vero in tema di Laverda, l’amico straordinario Augusto Brettoni. 

Che sul ricordo di Giulio Alfieri traccia il profilo di un vero professionista, sempre cordiale, attento e pacato; regolarmente in completo classico e cravatta anche in contesti agonistici come quelli di un Box di circuito o nella analisi tecnica “diretta” magari chino per terra ad osservare coppe olio o forcelloni per poi rialzarsi sempre magicamente intonso e pulito, nonostante (immaginerete) le condizioni dei pavimenti o degli asfalti nei Paddock di Gara o delle Officine. Dopo l’esperienza in Laverda Giulio Alfieri accorda la sua estrema competenza tecnica alla Honda ad Atessa; dopo di che, si affaccia nella vita professionale di Giulio Alfieri una nuova sfida, quasi mezzo secolo fa.

Il Tribunale di Bologna decreta per la Lamborghini l’amministrazione controllata, e dopo due anni la pone in liquidazione, a seguito della quale (per fortuna) non si verifica la fine di un Marchio storico ma la sua rinascita, con lo sviluppo della Countach. 

Poco dopo arriverà in “Lamborghini” proprio Alfieri: il Tribunale di Bologna decreta la liquidazione giudiziaria, i famosi investitori presunti e appalesati si nascondono e arriverà alla fine una cordata svizzera; ma la nuova realtà societaria di Sant’Agata deve essere guidata da un Manager competente ed illuminato: Alfieri è perfetto e diventa Amministratore delegato della Nuova Automobili Ferruccio Lamborghini S.p.A. e riceve nelle mani un’Azienda che stava campando sull’assemblaggio concordato con Fiat per la “127 Rustica” proveniente dal Brasile; è Alfieri che tratta con le Banche ed il Governo, che ristruttura la linea produttiva e consente la evoluzione della “Urraco” in “Jalpa” e che evolve secondo modelli sostenibili industrialmente sia la Countach che l’evoluzione del suo 12 cilindri progettando Lui stesso un nuovo sistema di distribuzione a 48 valvole, di 5.200 cc. che erogava una potenza di 455 CV a 7.000 giri/min. capace di spingere la macchina, un’automobile con targa e libretto di circolazione, alla velocità di 340 km/h. Progetta e costruisce fuori strada e macchine da deserto da 200 km/h.; motori, anzi, mostri marini eroganti 1.000 CV.

E così facendo evita il collasso di un Marchio fondamentale per la storia dell’auto italiana.

Ed ora Un ricordo personale: in una intervista del 1985, su Autosprint, ricordo come con una capacità ed una chiarezza comprensibile dall’ “l’uomo della strada” come me, Alfieri spiegò un concetto criptico come quello della lubrificazione di un motore e dei relativi problemi (centrifugazione e rischio di emulsioni e schiume, sezioni dei condotti di passaggio, etc…) chiosando con una frase finale che raramente avrei mai più sentito da un tecnico : “Vede, l’olio molte volte è un amico, ma può diventare anche un nemico del motore“.

Potreste cercare anni, decenni: mai nessuno troverete capace di “umanizzare” in questo modo così semplice e coinvolgente la tecnica dei motori.

Pochi mesi dopo, sulla rivista “sorella” di AS mi capitò di leggere una intervista ad un altro “poeta” del motore, in questo caso per “due ruote”: Jan Thiel.

Nessun paragone o accostamento con l’Ingegner Giulio Alfieri, ma in questo contesto mi piaceva poter affiancare due modi “umani” di ritenere un motore.

 

Jan Thiel è stato un tecnico e preparatore di motori a due tempi per le competizioni di Velocità su Pista, davvero capace ed eccezionale: lui “sentiva” a tal punto i motori da arrivare a rispondere, al giornalista che gli chiedeva a che tipo di motore somigliasse il nostro cuore: “Un motore a Due tempi lamellare”. Ecco: l’umanesimo del motore è proprio in questi pochi ricordi.

Riccardo Bellumori