Per quelli della mia generazione è stato forse il nome più iconico di un periodo storico, almeno a livello automobilistico. E’ un Marchio storico, tra i più antichi in Giappone, e tra i suoi record – che, vedremo, a livello agonistico sono davvero straordinari – ne ha uno che riguarda in specifico l’Italia: la prima automobile circolante in Giappone nel 1917, costruita secondo un processo industriale strutturato direttamente in loco (perché – a differenza – la produzione industriale usuale prevedeva il montaggio di Kit provenienti dall’estero o la realizzazione totalmente a mano ma in siti diversi), fu un’auto con il suo Marchio, ed in specifico una Fiat Tipo A costruita su licenza.
Da allora ne è passato di tempo e di acqua sotto i ponti, per un Costruttore che a Gennaio prossimo compie 110 anni. Diversi dei quali sono stati passati un poco in ombra nel panorama europeo. Il Marchio ovviamente è quello della Mitsubishi. Ovvero: “mitsu” (tre), (“b”), “hishi” (rombo), cioè il nome del logo storico. E già questa è una particolarità non comune, anche perché il logo non simboleggia – come usuale tradizione nipponica – luoghi sacri, indicazioni geografiche o nomi di Casati e famiglie.
Il logo riprende infatti lo stemma familiare dell’antico fondatore dell’Impresa – Yataro Iwasaki – che nel 1870 aveva questa stilizzazione (tre rombi uniti per uno ciascuno dei rispettivi vertici) sul vessillo che campeggiava sopra la bandiera delle navi da trasporto della “Tsukumo Shokai”.
Deve passare del tempo però prima che “Mitsubishi” diventi un nome pubblico associato al mondo auto, e appunto questo accade nel 1917.
Ma perché il Marchio diventi appena più familiare anche in Italia occorre attendere il 1979, cioè l’anno in cui Bepi Koelliker inizia l’importazione qui da noi.
Per questo, ho detto, il suo nome è un po’ un simbolo di una fase storica: irrompe nel periodo in cui il Giappone automobilistico smette di diventare una allegoria e inizia seriamente a creare grattacapi ai player europei; ma insieme a nomi “collaudati” (Toyota, Datsun, Honda) ecco apparire questo strano suono, che tra l’altro stimola il classico istinto creativo degli italiani a storpiare, cercare le rime, canticchiare.
Guarda caso, “Mitsubishi, mi stupisci” diventa un tormentone mediatico e sociale nelle strade e nei bar, ma soprattutto entra nel lessico dei lettori di Riviste specializzate e dei potenziali clienti una coppia di nomi iconici: “Colt” e “Pajero”. La seconda – arrivata nel 1982 – irrompe nel mercato italiano in piena “sindrome africana” con i rallyraid e il preludio della Parigi Dakar.
Pajero a questo punto diventa una delle “Fab Four” Offroad del Sol Levante con Toyota LJ40, Nissan Patrol, Isuzu Trooper. E tra l’altro quando nel 1986 Pajero diventa uno dei fuoristrada più venduti sulla piazza europea in pochi sanno che da mezzo secolo prima, nel 1936, con la PX 33 la Mitsubishi aveva già in casa il suo “4×4”. Ma dopo la seconda guerra mondiale, in cui i suoi caccia sono un emblema dell’aeronautica giapponese, il Marchio affronta un lungo periodo di ricostruzione; per cui la prima nuova auto postbellica è la “500” (si, chiamata proprio così) del 1959 cui seguono “Minica” e poi la dinastia di “Colt”.
Mitsubishi, mi stupisci: la prima volta in Italia con Koelliker
La prima (Colt) arrivata in Italia negli anni Ottanta, a proposito, desta invece scalpore per il classico profilo di “tutto incluso, anzi di più” con cui i produttori giapponesi offrono in Europa ed Italia modelli dalla fisionomia e dal market target insolito per i gusti tradizionali, ma per contro dotatissime di accessori e di tecnologiasoprattutto nel segmento delle utilitarie e medie cittadine, dove i marchi nipponici “approfittano” in effetti di una architettura progettuale di favore: date le dimensioni medie del pubblico asiatico e data la capacità di miniaturizzare, i tagli vicini ma non superiori ai quattro metri di lunghezza (che in Italia corrispondono in quel periodo alle medio piccole) sono nel Sol Levante protagonisti di fasce di mercato più ricche, ed ecco dunque spiegato il segreto della dotazione molto più ricca a confronto.
Per capirci, Colt 1400 cc. di inizio anni ’80 viene proposta ad un prezzo di poco superiore a quello della Fiat Ritmo ma con alzacristalli elettrici, tettuccio, e persino un cambio che tra rapporti normali ed overdrive ne conta ben otto grazie alla famosa trasmissione “Supershift”.
Da metà anni Ottanta alla gamma “Pajero” nelle sue evoluzioni e Colt si affianca la serie “Space Star”, e “Space Wagon”, la berlina “Lancer” e persino, dagli anni Novanta, la lunare Coupè “3000 GT” oltre alla serie di Pick Up e la “Sport” basati su Pajero. Mitsubishi diventa insomma un prodotto ed un marchio che, sebbene votato al pubblico dei cosidetti “amatori” può serenamente confrontarsi con il mercato retail dei Marchi generalisti anche qui da noi.
Ma se c’è un fattore di crescita mediatica e simbolica nel gradimento del pubblico, questo deriva dalle imprese sportive in cui Mitsubishi colleziona record e successi.
Ed è questo l’altro aspetto incredibile per un “ottantone” come me. Ho detto prima che il fattore sportivo era importantissimo in quel periodo per alimentare interesse e tendenza all’acquisto.
Ebbene: Mitsubishi è tuttora il Marchio più vincente nella categoria Auto alla Parigi Dakar che ha vinto ben 12 volte – e con una fila imbattuta finora di sette vittorie consecutive dal 2001 al 2007 – grazie a Pajero; ma non solo: con l’arrivo della mitica “Lancer” il Titolo Mondiale Rally – tra il 1996 ed il 1999 – è appannaggio di un pilota Mitsubishi (Makinen) per quattro edizioni e una sola volta per il Marchio tra i Costruttori. Ma non dimentichiamo anche che Mitsubishi è la Regina assoluta della storia del Safari Rally con ben 19 edizioni vinte contro la seconda inseguitrice, Toyota, ferma a “sole” dieci vittorie. Insomma, un vero e proprio Marchio da guerra sportiva, e il mercato ne risente positivamente.
Dunque Mitsubishi affronta la sua fase di maturazione e crescita definendosi – al pari di Marchi come Seat in Volkswagen o Mazda in Ford – come un Brand perfettamente “ponte” tra il mercato generalista e quello Premium; fanno solo difetto, in un mercato dove aumentano i volumi, i numeri di nicchia.
2008 Crack Lehman, Mitsubishi dice addio al suo palcoscenico naturale: le corse
Ma a buttare tutto alle ortiche è, purtroppo, il Crack Lehman: dal 2009 Mitsubishi deve rinunciare alle partecipazioni sportive per far quadrare i bilanci, ma la situazione non tornerà mai più, da allora, davvero rosea. Inizia la erosione di quote di mercato e la situazione debitoria e le passività si aggravano. Tra l’altro le sinergie industriali avviate (una la ricordiamo bene, quella con PSA per una Mitsubishi 100% elettrica su chassis “C-Zero”) non risolvono granchè i problemi: se fino dagli anni Settanta la Chrysler aveva creato una sinergia industriale di piattaforme condivise con Mitsubishi, è poi sul comparto dei veicoli commerciali (Mitsubishi FUSO con Daimler) e sui Truck (con Volvo) che si sviluppano le sinergie ma lasciando Mitsubishi fondamentalmente autonoma da altri Gruppi.
Paradossalmente è sugli accordi in licenza che Mitsubishi fa davvero “en plein” sui mercati emergenti: dalla Corea alla Cina passando per Indonesia, Malesia, Taiwan, un esercito di Marchi auto si serve dei celebri 4 e sei cilindri del Marchio. Per intenderci, diversi 1500 cc. quattro cilindri di auto cinesi importate in Europa ed Italia derivano dal blocco motore della Mitsubishi….
Dopo la contrazione di volumi ed attività dovuti al Crack Lehman, nel 2010 Mitsubishi crea una nuova sinergia con PSA, da cui derivano la 100% elettrica di taglia piccola (la Mi-i) e una piattaforma condivisa da cui deriverà la “ASX”.
Ma le acque non si calmano, a livello gestionale e finanziario:occorrono nuovi capitali da immettere, e nel 2013 Mitsubishi entra nell’orbita dell’Alleanza Renault – Nissan, sia per aumentare il capitale azionario sia per condividere quello che all’epoca appare come uno dei programmi di elettrificazione automobilistica più ambiziosi in Europa. Sappiamo come è andata a finire, ed infatti dentro l’Alleanza la prima cosa ben visibile che accade è la progressiva “spersonalizzazione” di Gamma dei prodotti canonicamente Mitsubishi.

Dai, Mitsubishi: torna a stupirci!
Tanto per darVi un cenno, dal 2019 il mitico “Pajero” cessa di essere venduto in Europa; dal 2022 “ASX” è più che altro un rebranding di un modello proveniente da Renault; e persino l’altro simbolo di casa, il Pick Up “L200” condivide strettamente la piattaforma con il Nissan Navara.
Manca solo, a questo punto, che come accadde in Fiat con Innocenti si passi per Mitsubishi alla produzione in pianta stabile dei vecchi modelli della capogruppo, e la frittata è completa. Almeno in Europa, perché come detto nei mercati asiatici e di nuova prospettiva il Marchio mantiene attenzione e presenza, fino ad arrivare all’annuncio del 2020 in cui per recuperare due bilanci consecutivi in rosso pieno Mitsubishi annuncia il temporaneo distacco dal mercato occidentale. Come abbiamo visto, la realtà sarà una via di mezzo, con il mantenimento di posizioni e di rete commerciale attraverso un generale rebranding di prodotti di casa Renault. Nel 2025 di nuovo un allarme conti lo scorso anno, con una contrazione dell’utile netto del 42% nel bilancio semestrale. Ma in questo caso l’effetto deriva dalla situazione internazionale con il boom del prezzo del carbone.
E da questa notizia cresce il timore e la suggestione soprattutto per i “boomers” di mezzo secolo della nostra generazione. Ad attenderci tutti il ritorno di “Mitsubishi, mi stupisci” anche nell’automotive. In onore di un Marchio che merita un posto d’onore nella storia.
Ah, come dite?? La mia Mitsubishi preferita? Ma è ovvio: è la principesca “Galant”, regina anche nel Safari Rally.
Riccardo Bellumori

