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Il motore rotativo Mazda protagonista a Retromobile 2026

Dalla Cosmo Sport alla RX-8, Mazda ha fatto del motore Wankel a pistoni rotanti la sua specialità, fino a vincere la 24 Ore di Le Mans del 1991 con la 787B equipaggiata con questo tipo di motore. Quest’ultima sarà esposta al Rétromobile dal 28 gennaio al 1° febbraio 2026 insieme ad altre tre Mazda con motore rotativo.
All’inizio del 2025, Mazda aveva prolungato i festeggiamenti per il 35° anniversario della MX-5 al Salone Rétromobile. Il costruttore giapponese sarà nuovamente presente all’edizione 2026 del salone dedicato alle auto d’epoca e youngtimer, che si terrà a Parigi dal 28 gennaio al 1° febbraio. Qui celebrerà un altro 35° anniversario, quello della sua vittoria alla 24 Ore di Le Mans, e allo stesso tempo la sua lunga tradizione di motori a pistoni rotativi.
Lanciata nel 1968, la piccola coupé biposto Mazda Cosmo Sport 110S con motore a doppio rotore anteriore e trazione posteriore è stata la seconda auto di serie dotata di un motore di questo tipo, soprannominato Wankel come l’ingegnere che lo ha ideato, dopo la NSU Spider. Un esemplare di questa sportiva da 110 CV, proveniente dal Museo Mazda tedesco di Augusta, sarà esposto al Rétromobile. La 110S fu la prima di una lunga serie di Mazda con motore Wankel. Compatto, leggero e con una bassa inerzia, il motore rotativo presenta numerosi vantaggi, quali un’elevata potenza per litro e basse vibrazioni.
Molto sensibile alle variazioni di temperatura interna e di regime, richiede tuttavia alcune precauzioni d’uso che ne rendono difficile l’impiego in modelli di grande diffusione. Pertanto, sebbene diversi costruttori abbiano proposto veicoli con questo tipo di motore, solo Mazda gli è rimasta fedele per quattro decenni, principalmente per le auto sportive fino alla RX-8 ritirata dal mercato nel 2012. Nel 2023, il motore Wankel ha fatto il suo ritorno in Mazda sotto forma di un prolungatore di autonomia termica per il piccolo SUV elettrico MX-30, una modalità di funzionamento che risente poco delle fragilità sopra menzionate. Saranno esposti anche una Mazda R130 Luce del 1969 e una RX-7 di prima generazione del 1979.

LA SCELTA CORAGGIOSA

Poco conosciuta, la Mazda R130 Luce sarà sotto i riflettori a Rétromobile.
Poco conosciuta, la Mazda R130 Luce sarà sotto i riflettori a Rétromobile.
La prima RX-7, che apparteneva alla gamma Savanna in Giappone, è stata seguita da altre due generazioni e poi da una DX-8.
Nel 1991, Mazda si distingueva per l’originalità dei suoi motori rotativi e già da otto anni schierava prototipi con questa motorizzazione nel Gruppo C del campionato mondiale endurance contro Porsche 956 e poi 962, Jaguar XJR-9 e Sauber-Mercedes C9 che si contendevano la vittoria. Quell’anno, dopo anni di perseveranza nel migliorare la sua formula, l’azienda di Hiroshima riuscì a imporsi alla 24 Ore di Le Mans con la 787B, il cui rombante motore 2.6 quadrirotore aspirato, che erogava ufficialmente 700 CV a 9.000 giri/min, fa ancora vibrare le orecchie di chi era presente. Mazda divenne il primo costruttore giapponese a vincere la classica gara di Le Mans. La 787B vincitrice è conservata dal marchio in Giappone. Una replica che utilizza il telaio di riserva della scuderia del 1991 (n°002) sarà la star dello spazio Mazda al Rétromobile 2026.

Sarà esposta allo stand D-083 del padiglione 7-2 del Paris Expo Porte de Versailles.

Nuova Renault Clio 2025: Rendering Esprit Alpine

La nuova Renault Clio avrà presto una versione top di gamma Esprit Alpine.

Dalla Clio alla Rafale, passando per Mégane, Symbioz, Scenic, Austral ed Espace, tutta la gamma del marchio con il rombo beneficia dei vantaggi della firma Esprit Alpine. Modelli dallo stile un po’ più dinamico, senza però ricorrere a meccaniche più aggressive, sulla falsariga delle finiture S Line di Audi o AMG Line di Mercedes. La ricetta ideale per aumentare i margini di profitto dell’ex Régie.
Tuttavia, due modelli Renault continuano a non beneficiare della finitura Esprit Alpine. Da un lato, la Renault 5 E-Tech, poiché il marchio teme sicuramente la confusione con la A290, un’auto cittadina effettivamente legata al marchio Alpine, mentre non è altro che una R5 parzialmente ricarrozzata. D’altra parte, la Renault 4 E-Tech, lontana discendente 100% elettrica della 4L, la cui immagine non è mai stata sinonimo di sportività. In definitiva, ad eccezione della Clio, nessuna city car sfoggia l’emblematico stemma di Dieppe.

LO STILE UNICO

Al contrario, la nuova Renault Twingo, erede stilistica della primissima versione (1992), dovrebbe trarne vantaggio nel medio termine. Non che la sua bisnonna abbia mai intrapreso una carriera sportiva, a differenza delle due generazioni che l’hanno seguita, in particolare quelle con i marchi GT e Gordini. È in questo modo che la Twingo del 2026 legittimerà la sua futura versione Esprit Alpine.
Se la vettura sarà sicuramente dotata di un blu esclusivo per rivestire la carrozzeria e di cerchi dedicati, probabilmente non si parlerà di aumentare la sua potenza. La Twingo Esprit Alpine dovrà sicuramente accontentarsi dell’unico motore elettrico da 82 CV che anima la sua gamma. A bordo, il design potrebbe essere reso più dinamico da armonie di colori e altri materiali specifici. Ma a prima vista non c’è da aspettarsi sedili più avvolgenti. Per quanto riguarda la sua presentazione, Renault potrebbe approfittare del prossimo Salone dell’Automobile di Parigi che si terrà nell’ottobre 2026.

Per rilanciare l’Auto europea non servono solo nuovi modelli: serve un nuovo Supereroe

L’ultima apparizione pubblica di Sergio Marchionne risale alla fine della Primavera del 2018, quando fu presentata la versione per i Carabinieri offerta da FCA della Jeep Renegade. Poi il dramma fisico e clinico del manager italo canadese ci ha portato via un vero protagonista del mondo dell’auto. 

In quasi tre lustri di presidio anche mediatico del Gruppo Fiat (poi Fiat Chrysler Group, poi FCA)

Marchionne ha costruito un profilo che in pochi anni si è imposto all’Opinione pubblica per il modo, il tono e l’immagine stessa del Manager. Un modo diretto, personale, schietto ed un“understatement” visuale in cui risaltava lo stile “workers” ed il celebre pullover scuro, secondo diceria popolare indossato perché permetteva di mostrarsi distinto anche in eventi pubblici senza dover perdere tempo ad annodare e sfoggiare una inevitabile cravatta sotto la giacca. 

Uno dei tanti racconti che si fanno e si sono fatti su di lui, perché Marchionne ha avuto la sorte di aver catalizzato le attenzioni di stakeholders ed opinionisti da ogni parte del globo proprio grazie alla sovraesposizione di questa sua figura personale. 

Ricordiamo quel periodo? Il “faro” epocale di Fiat, cioè Gianni Agnelli, moriva nel 2003; ancora prima, tra il 1997 e la fine del vecchio millennio, scomparivano anche altri due “capisaldi” della dinastia: certo siamo ancora sconvolti dalle pieghe nascoste della sorte di Edoardo Agnelli nel 1999, ma collegati alla dinastia “determinante” per il destino di Fiat furono Giovanni Alberto Agnelli (presumibilmente il vero nome sul quale puntava l’Avvocato, pur essendone solo lo zio) che era figlio di Umberto Agnelli, a sua volta fratello di Gianni e deceduto nel 2004. 

Il comparto Auto almeno in Europa era in una fase di crescita costante, grazie ad una diffusione sistematica e progressiva del credito al consumo sostenuta dalla forza dell’Euro rispetto alle altre valute: cosa che, una volta tanto, consentiva all’Unione di contrapporre ai prezzi denominati storicamente in Dollari di risorse energetiche e di materie prime una valuta forte al livello della moneta Statunitense; allo stesso tempo il Continente si avvantaggiava, dal lato dell’Industria dell’Auto, di una supplyChain a costi calmierati proveniente sempre più da Cina, Taiwan e Stati Membri nell’Unione dell’area dell’Ex Cortina di Ferro. 

Nessuno sapeva all’epoca che nei due concetti esposti sopra (diffusione del credito delle captive Bank automobilistiche, e influenza della Supply Chain cinese nella catena di valore della componentistica e nell’aftersales) si nascondevano due dei quattro problemi che sono esplosi negli ultimi anni tra le mani dei legislatori di Bruxelles sul tema dell’Auto europea. Ma prima di elencare gli altri due problemi nel mazzetto, torniamo a Sergio Marchionne.

Marchionne, l’umanizzazione del mondo Auto europeo

All’esplodere della sua epopea pubblica e mediatica (quella del Ferragosto provinciale, quella della guerra frontale con Landini, quella del parafango della Panda sbattuto metaforicamente in faccia a Della Valle) quanti altri uomini o donne, nella Vostra memoria di osservatori del mondo Auto dell’epoca, sono emersi alla stregua di Sergio Marchionne come portabandiera individuali dei Marchi o Gruppi che presiedevano?

Io ne ricordo solo uno capace di ripetere il forte impatto mediatico globale: Ratan Tata, il manager indiano quasi contemporaneo a Marchionne, capace di imprimere al Marchio una svolta che ha introdotto sia quest’ultimo che l’industria automobilistica indiana – fino ad allora decisamente rimasta nel cono d’ombra dello scarso interesse globale – nel dibattito principale di settore. 

Fu, quella di Mister Ratan, un vero e proprio sasso nello stagno della meccanicità commerciale ed industriale del mercato USA ed europeo invasati – ho detto già sopra – dal credo del credito a pioggia e nel caso dell’Europa dalla progressione inarrestabile del motore Diesel. 

In questo quadro così schematico e prefabbricato (nonostante la presenza in Gamma dell’assortimento più completo possibile in tema sia di corpi vettura – monovolume, due volumi, due volumi e mezzo a tre e cinque porte, tre volumi, Station Wagon, SUV, PickUp, coupè, Roadster, Cabriolet, Berlinette a motore posteriore e centrale – che di motorizzazioni ed alimentazioni – 2,3,4,5,6,8,12 cilindri; Diesel, benzina, Gas, GPL; Turbo ed aspirato – ed infine di allestimenti e prezzi disponibili – solo per l’Italia, ad esempio, i listini netti scontati da bonus Rottamazioni e Loyalty partivano da poco più di 9.000,00 fino ad “infinito” -) tuttavia la maggioranza assoluta degli acquisti europei era sintetizzabile nel “layout” due Monovolume/Wagon/Due Volumi con motore Turbodiesel tra 1.3 e 2.0 litri. E non solo in Italia ma in tutta Europa. 

Di fronte ad un mercato che tendeva alla omologazione, dunque, e dove i protagonisti erano i diversi Brand immateriali con la loro storia ed il loro simbolismo mediatico e pubblicitario (senza però l’affiancamento di figure individuali iconiche capaci di “trascinare” o personalizzare la Corporate Image pubblica e condivisa a livello globale) queste due personalità “antropomorfe” seppero ritagliarsi un vero e proprio “Branding” da inizio Millennio. 

Parlo, ripeto, di Sergio Marchionne e di Ratan Tata: alternativi, antidivi, eretici a loro modo perché capaci di proiettare un modello ed una vocazione di Impresa non omologabili con il resto della concorrenza. Ratan Tata rappresentando il target popolare esotico fatto di automobili coerenti, lavoratrici ma in un certo senso “pittoresche” ed affascinanti per il loro essere diverse: Tata Indica ed Indigo, insieme a Safari e Telcoline sono state un iconico cazzotto nell’occhio contro la concorrenza più popolare rendendosi ereticamente piacevoli contro la presenza “Low Cost” di coreane e cinesi.

Mentre Sergio Marchionne (affiancato e talvolta sovrapposto all’altra personalità iconica “Premium” impersonificata da Luca di Montezemolo) seppe fin da subito rappresentare la radicalità italiana dell’Impresa intenzionata e caparbia nella volontà di superare le secche e tornare ad essere grande. 

Marchionne in Europa, Ratan Tata in India: rivoluzioni discrete

Il fatto che Marchionne abbia voluto temerariamente rivestireanche il ruolo ed il profilo mediatico del “Pater familias” attraverso cui passava e veniva setacciato ogni filo conduttore delle strategie per il rilancio – senza dunque delegare fortemente un eventuale sostituto destinato a rappresentare nelle occasioni pubbliche extra istituzionali – è uno dei motivi per i quali il principale fautore del raggruppamento Fiat Chrysler Automobile (poi denominato FCA) si è saputo rendere anche il più capace e mirato interlocutore e referente di quello che senza dubbio è il primo grande ed importante progetto di raggruppamento industriale del nuovo Millennio, molto più del secondo evento automobilistico che sempre nella prima decade del Millennio ha conquistato l’attenzione di Opinionisti e Stakeholders di tutto il mondo: proprio quella acquisizione epocale di Jaguar e Land Rover – due capisaldi storici ed iconici dell’Automotive britannico – operata da Mister Ratan Tata.

Se ci pensate bene, le due operazioni sopra ricordate sono state tra le poche operazioni davvero importanti di M&A di inizio Millennio nel comparto Automotive: oltre a queste si possono annoverare l’acquisizione di Volvo da parte di Geely oppure di Saab da parte inizialmente di Spyker (con il flop che ne conseguì poco dopo…..), mentre in generale a partire dalla crisi di MG Rover il mondo Auto aveva – fino alle operazioni di Fiat con Chrysler e di Tata con JLR – assistito più a funzioni od a preannunci mortuari (Mercury in casa Ford, Hummer e Saab in casa GM) oppure di passaggi di mano o ristrutturazione di assetti societari che avevano scompaginato i profili corporate di tutti i Gruppi auto globali provenienti dalle grandi operazioni di riassetto degli anni Novanta.

Quanto sopra, a maggior ragione, aveva reso sia Marchionne che Mister Tata due personaggi “positivi” perché segnati dalla immagine di saper essere, controcorrente alla maggior parte dei “tagliateste” usciti fuori dal Crack Lehman, dei Manager in grado di far “rinascere” qualcosa dalle loro ceneri. Provate a ricordare, come ho già chiesto poco sopra, il nome o la fisionomia dei CEO e dei Boss di altri Gruppi Auto dell’epoca: difficilmente ricorderete, in questo nuovo Millennio i riferimenti degli uomini e delle donne (eh si, donne: come la CEO di BMW e quella di GM, tanto per ricordare) che sono stati contemporanei di Tata e Marchionne. 

Forse, forse, i più eruditi ricorderanno Adnan Mahindra: conterraneo di Ratan Tata, è il secondo Boss indiano che ha saputo “approfittare” del vento di centralità e presenza mediatica del “nuovo-vecchio mondo” indiano nel comparto Automotive globale ed occidentale. Insieme a Marchionne, Montezemolo, Tata, Adnan Mahindra è stato l’uomo “davanti” e non dietro al proprio Brand. Che grazie alla presenza pubblica e multimediale del suo Boss è cresciuto in poco tempo in tutto il mondo.

Se ricordate cosa ho detto prima, un elenco di quattro prerogative pregiudizievoli a mio avviso ha minato la crescita positiva e la salute del comparto auto europeo da inizio millennio: 

I quattro peccati mortali dell’Automotive europeo, un peso al collo ancora oggi centralizzazione del profilo tecnologico e mediatico della Germania come modello di auto nella UE;

sovraesposizione della Supply Chain cinese nella catena di valore dell’aftersales;

diffusione ed esplosione incontrollata del credito gestito dalle captive Bank automobilistiche; 

Iperdiffusione del Diesel nel mercato europeo e sua soppressione attraverso la rivoluzione elettrica.

Difficilmente troverete su altre piattaforme o su altre occasioni di dibattito la didascalia sopra riportata: a costo di rinnegare genitori, fede politica o calcistica, la maggior parte degli opinionisti di settore o non sa o fa finta di non sapere, avendo per anni conciliato una deriva autolesionista che parte da lontano.

Il primo “momento” – quello in cui l’Europa istituzionale ha investito l’Automotive tedesco del ruolo di portabandiera dell’Unione – è decisamente colpa di tutto il comparto Auto continentale che da inizio anni Novanta ha inteso cavalcare la globalizzazione e la delocalizzazione attraverso la composizione in Gruppi e strutture sovraterritoriali dove – all’epoca – essere europei, Statunitensi o persino lapponi non contava più nulla, ma contava essere obiqui (cioè dovunque uno straccio di mercato offrisse opportunità di vendita e di ramificazione di nuovi Business). 

Alla disperata ricerca di un modus operandi valido ai quattro angoli del Globo, ai Brand ed ai Gruppi definibili “europei” non interessava più nulla onorare o difendere la radice territoriale: ebbene, in quel frangente non ricordo uomini  capaci di “bucare” lo schermo e l’opinione pubblica per redarguire l’Unione sull’unico originario rischio che si prese trent’anni fa nel promuovere il “Monoprodotto” UE basato sull’auto tedesca Premium e turbodiesel. 

Così facendo siamo, tutti noi europei, caduti a piedi pari nella laguna progressivamente formatasi della concorrenza “imperfetta” che tutti gli OEM europei (che nel frattempo avevano traslocato centinaia di processi produttivi in Asia ed Est Europa) subirono dal mondo IAM soprattutto a partire dalla guerra contro gli accordi verticali iniziata dal Commissario Monti nel 2002: piattaforma regolamentare concettualmente perfetta sul versante dell’equilibrio concorrenziale a favore dei consumatori, commercialmente schizofrenica perché ha dato vita a una valanga di cause alla Corte Europea tra IAM ed OEM in battaglia tra loro sulla condivisione e disponibilità dei dati proprietari sensibili, ma industrialmente letale – nel lungo termine – contro gli OEM visto l’enorme vantaggio dal lato dei costi fissi vivi che il mondo IAM poteva controllare meglio proprio grazie all’insediamento in aree a basso costo industriale. 

Ed anche là, forse, un referente “umano” avrebbe potuto e dovuto puntualizzare per tempo la deriva che negli anni si è venuta a creare in termini di vero e proprio squilibrio di forze in campo nell’aftermarket e nella componentistica. Tenuto bene in conto che solo un decennio prima del nuovo Millennio che ha dato così tante mazzate all’automotive europeo, un altro nome mitico delle quattro ruote (Lee Iacocca, Chrysler) stava chiudendo la sua epopea dorata come vero e proprio “Guru” del settore dopo aver rappresentato egli stesso un “Brand nel Brand”, cioè sostenendo con la propria faccia ed il carisma il passo stentato e gli alti e bassi di Chrysler, sempre meno “Big” tra le Big Three di Detroit. 

Senza Supereroi USA, India ed Europa sono tornate in ombra, ed in Cina brilla la “Stella”

Ed anche qui, un chiaro richiamo storico: è proprio dall’uscita di scena, a metà anni Novanta, di Lee Iacocca come portavoce operativo del sogno americano a quattro ruote (insieme ad altri pezzi da 90 come Bob Lutz e Phil Caldwell in Ford) oltre che al flop manageriale e mediatico di Rick Wagoner in General Motorsche l’automotive statunitense è caduto in balia di sé stesso e dell’altalena umorale e strategica di Presidenti democratici o Repubblicani al potere a Washington. Questo, guarda caso, fino al boom mediatico e comunicativo di un nuovo uomo forte dell’auto Made in USA: Elon Musk, il cui carisma opportunamente pompato dai media di settore è riuscito persino a fungere da trampolino di lancio di una nuova immagine “Premium” del suo Marchio Tesla nel settore delle auto elettriche, oltre che a influire parecchio nella visione favorevole al mondo BEV di BarakObama.

E…Vi ricordate il nome dell’unico Manager capace di “metterci la faccia” in Europa nell’ammonire l’Opinione pubblica sui rischi della ossessione elettrica nell’Automotive? Esatto: Sergio Marchionne

Con buona pace di tutti i detrattori e dei fanatici delle Zero Emission, con la sua “realpolitik” schietta Marchionne non ha avuto alcun imbarazzo ad impersonificare il “moderato” che anche di fronte al bombardamento mediatico del Dieselgate ha confermato la linea prudente di tutta FCA sull’elettrico. La Stampa specializzata di settore ha poi messo in secondo piano le strategie del Gruppo su Biometano e sul versante brasiliano con i biocarburanti. Tutti temi che oggi anche i peggiori critici del Manager italocanadese sciorinano dalla loro bocca. Ecco: chiediamoci cosa sarebbe stato di FCA e di parte della filiera europea se non avesse beneficiato della “diga” razionale di Sergio.
E che anche in Europa si debba costruire o favorire la costruzione di una sorta di “EuroAmbassador” dell’Auto europea si può capire meglio riferendoci al buco nero previsionale e mediatico che il comparto ha subito dalla uscita di scena di Luca De Meo, fino all’estate scorsa onnipresente commentatore e opinion leader dell’associazione di categoria nei confronti di Bruxelles.

Sono ormai sei mesi che, uscito l’ex CEO di Renault, il mondo Auto continentale si muove senza un portabandiera. E sinceramente credo che Filosa, neo capo di Stellantis molto avversato nella fronda francese del Gruppo, abbia fin troppe castagne sul fuoco per mettersi a fare il portavoce di istanze europeiste rivolte al mondo intero. 

Ah, per inciso e per pura coincidenza: anche la iniziale ribalta indiana si è improvvisamente adombrata dal momento in cui, dal 2012, la figura di Ratan Tata si è staccata dalla gestione diretta del Gruppo e dell’automotive nazionale. E il ruolo del suo naturale “ricambio”, Adnan Mahindra, è stato molto più soffuso sebbene più presente a livello Social: ma se al Boss Mahindra si deve una visione davvero multilevel ed ipertecnologica della riorganizzazione del suo Gruppo (con l’inciampo nella gestione catastrofica di Ssangyong, anche….) al vecchio Ratan – il “Gianni Agnelli di New Dahli” come fu soprannominato – si deve il classico profilo patronale molto più “masticabile” in Occidente ed un peso mediatico che finchè è durato ha colpito parecchio la fantasia.

E se non bastasse tutto questo a convincere i più suscettibili o rassegnati, basterebbe ricordare l’esplosione mediatica globale che attualmente stanno rivestendo i capitali umani di BYD, il colosso cinese che più e meglio di ogni altro si sta muovendo nel mondo. Dal nostro Alfredo Altavilla – Special Advisor – per arrivare alla punta di diamante di Stella Li. Dal suo nome, orecchiabilissimo, alla sua persona sempre cortese e sorridente, al suo guanto di velluto che copre un pugno di ferro. Il Vice Presidente esecutivo di “Build Your Dream” ne è in realtà la incarnazione reale a livello comunicativo, una perfetta macchina mediatica che fa coincidere leadership pragmatica verso il suo gruppo ma allo stesso tempo visione globale di tutto l’automotive cinese che, sebbene non palesemente, sta beneficiando della azione mediatica di Stella.

Il “nostro” Supereroe. Il nostro “EU Car Ambassador”: Luca Cordero di Montezemolo

Dunque, Vi chiederete, per ridare slancio ad una ipotetica “Vision” europea del comparto Auto continentale non ci bastano i CEO o i portavoce di Stellantis, Renault, BMW, Daimler, Volkswagen (e solo per citare i Gruppi più euro-iconici)? No, Ok. Allora non basterebbe tirar fuori dai cassetti della politica a Bruxelles uno dei tanti prepensionati in grado di rappresentare diplomaticamente il comparto? Beh, rispondeteVi da soli: dopo la carne di porco che le Istituzioni europee hanno saputo fare dell’intero mondo auto continentale, quanto sarebbe credibile nel mondo un esponente di quegli ambienti? Sarebbe come mettere a capo della Amministrazione di un Condominio colui che avesse provato a dargli fuoco…

No, per poter dialogare “vis a vis” con il nuovo fronte cinese, per concertare un nuovo corso di relazioni anche con gli USA, e per coalizzare e catalizzare tutto il settore auto europeo verso una sorta di “Manifesto”, occorre un uomo che provenga – Curriculum alla mano – dalla migliore aristocrazia automobilistica che possiamo annoverare in Europa. Un “Cancelliere di Ferro” in stile Otto Von Bismark, per intenderci. Senza conseguenze – per fortuna – sanguinarie. Un uomo capace, visionario, leader mediatico e da sempre appassionato di auto “belle” e protagonista, con l’esperienza diretta, della realizzazione di sogni. Come ad esempio l’epopea Ferrari e Schumi in F1 e la rinascita di Maserati.Il nostro candidato ideale, cioè il nome che Autoprove.it lancerebbe in un ipotetico ballottaggio, ha un solo nome. Luca Cordero di Montezemolo. 

Per noi è Lui l’ideale “Supereroe” del comparto auto continentale.Lui, il grande manager bolognese, di certo non sa che lo abbiamo candidato a ruolo di Ambassador del nuovo “Made in Europe” automobilistico. Temiamo però che a non volerne sapere saranno le istituzioni di riferimento dell’Unione: Istutuzioni e stakeholdersche tuttavia, senza un leader carismatico di Categoria, continueranno ad accompagnare l’auto europea verso il declino.

Nuovo Suzuki Jimny: la versione Monster Hunter

Al Salone di Tokyo 2026, Suzuki dedicherà il suo stand a tutti coloro a cui piace andare all’avventura, in campeggio o semplicemente passare del tempo guidando in off-road. Curiosamente, in questa occasione celebrerà anche un altro tipo di avventure: quelle che avvengono in modo virtuale attraverso la popolare saga Monster Hunter.

Il GDR d’azione di Capcom, pur avendo successo in Occidente, nella sua patria, il Giappone, è diventato un fenomeno di massa fin dal suo debutto su PlayStation 2 e PSP con le prime uscite. Vent’anni dopo il suo esordio continua a essere fortissimo, ora con l’attuale capitolo Monster Hunter Wilds sia per computer sia per console.

Proprio per questi fan, e grazie a una collaborazione tra Suzuki e Capcom, la casa automobilistica mostrerà due concept basati sulla saga. Per prima cosa vedremo il Jimny Nomade Monster Hunter Wilds Edition, decorato nello stile delle grafiche e delle mappe utilizzate nella serie. I suoi colori giallo e verde si ispirano alle mappe di praterie, boschi, pianure, valli e deserti che sono stati presenti nella saga, creando un’auto che sembra uscita direttamente dal mondo dei cacciatori di mostri.

Le caratteristiche sono le stesse del Suzuki Jimny Nomade normalmente in vendita in Giappone, così come la stessa finitura degli interni. Non ci sono novità nemmeno in termini di prestazioni, con il K15B da 102 CV e 130 Nm di coppia che spinge il Jimny Nomade con telaio a longheroni e traverse, il quale dichiara 210 mm di altezza libera da terra, angolo di attacco di 36°, angolo ventrale di 25° e angolo di uscita di 47°.

Oltre al Jimny, uno dei 4×4 più popolari al mondo, Suzuki ha anticipato anche la moto DR-Z4S Monster Hunter Wilds Edition. In questo caso si ispira a Seikret, la cavalcatura con cui il cacciatore si sposta ad alta velocità attraverso le mappe, potendo affrontare zone complicate in modo agile in un gioco in cui il tempo è spesso un fattore critico.

I suoi altri concept sono più “normali”, anche se non mettono da parte lo spirito avventuroso. Uno di questi è il New XBEE Nature Photographer, una versione outdoor con parti inferiori e passaruota in nero del piccolo fuoristrada tascabile, un’auto a trazione integrale ancora più piccola del Jimny. Il nuovo XBEE “normale” di serie sarà anch’esso esposto in questo Salone di Tokyo 2026.

LA GAMMA OFF-ROAD

Anche il Suzuki Every Wagon adotta uno stile off-road con una variante chiamata Wanpaku Rider, con pneumatici di maggior spessore, barre sul tetto per trasportare tutto il necessario per le avventure in famiglia, una barra LED montata sulla griglia frontale e un box portabagagli. Suzuki mostrerà inoltre sia la moto GSX-8TT sia la Super Carry, il mini veicolo commerciale offerto per il mercato locale.

Della stessa Super Carry verrà mostrata anche una variante personalizzata per le avventure del fine settimana, denominata “Super Carry Work & Play Pro”. Questo concept funge da base per ispirare chi possiede già una Super Carry a utilizzarla come veicolo con cui andare in campeggio, praticare kayak o attività simili.

Suzuki, inoltre, esporrà la Swift Sport (il modello precedente, dato che l’attuale non ha una variante Sport) con cui ha partecipato quest’anno alla Super Taikyu, gare di durata in Giappone dove i costruttori spesso mostrano prototipi con cui sviluppano tecnologie di vario tipo. Durante il Salone di Tokyo è previsto l’arrivo di ingegneri Suzuki, oltre a rappresentanti del team AutoLabo e a Koji Kunimatsu, leader del progetto.

Purtroppo, i cinque veicoli messi in evidenza da Suzuki in questa occasione (dei 9 che mostrerà in totale) sono concept, non versioni speciali pensate per essere lanciate sul mercato. Nonostante ciò, è possibile che alcuni proprietari si lascino ispirare per personalizzare i propri modelli, sia quelli “normali” sia quelli ispirati alla saga Monster Hunter.

Nuovo Rezvani Tank 2026: Anteprima

La Rezvani Tank si è fatta un nome fondendo il cosplay militare con un robusto telaio Jeep, un motore V8 opzionale e quel tipo di esclusività che deriva più dal prezzo che dalla concorrenza. Ora, il costruttore californiano è tornato con una nuova generazione, che promette di offrire più potenza, capacità, tecnologia e personalizzazione rispetto al passato.

Ancora avvolta nell’ombra, la Tank di nuova generazione è stata anticipata in vista del suo debutto completo nel gennaio 2026. Pur mantenendo la sua silhouette tattica, sembra avere una carrozzeria ridisegnata con superfici più angolari.

Da quanto possiamo vedere nelle immagini teaser, il Tank aggiornato ha nuovi fari a LED che affiancano una griglia più robusta. C’è anche un enorme rigonfiamento del cofano, mentre i parafanghi ridisegnati sembrano più scolpiti rispetto al passato. Un parabrezza piatto, una barra LED montata sul tetto e luci posteriori posizionate in alto che fanno capolino sopra le spalle posteriori sovradimensionate completano il look.

LO STILE UNICO

Sebbene Rezvani non abbia ancora rilasciato alcuna specifica tecnica, è probabile che il nuovo Tank manterrà il telaio a longheroni derivato dal Wrangler. Anche i propulsori non sono stati confermati, ma ci si aspetta almeno un Hemi V8 sovralimentato con più di 1.000 cavalli.

Le prenotazioni sono già aperte, con un rimborso di 500 dollari che garantisce un posto nella prima fase di produzione. Il prezzo finale non è stato ancora annunciato, ma se le versioni precedenti sono indicative, non aspettatevi che sia economico, soprattutto per qualcosa che si basa su un Wrangler.

La Rezvani Tank originale ha fatto il suo debutto nel 2017, seguita da una seconda generazione nel 2019. Il modello attuale è offerto con opzioni V6, ibrido plug-in e V8, comprese le varianti Hellcat e Demon. Gli acquirenti possono anche aggiungere blindature opzionali, visione notturna, sistemi di sospensione aggiornati e pacchetti interni di alta gamma.

Oltre alla Tank, la gamma Rezvani comprende la roadster Beast, la RR1 basata sulla Porsche 911, il pick-up Hercules basato sulla Jeep Gladiator, la Knight basata sulla Lamborghini Urus e l’Arsenal basata sulla Cadillac Escalade.

Viaggio alla scoperta di PRO e CONTRO di Volkswagen ID.7 Tourer

Dopo una settimana di prova su strada e 800 km percorsi, vi racconto in questo video i pro e i contro della Volkswagen ID.7 Tourer.
Questo video offre una prospettiva dettagliata sul suo comportamento su strada e sulle sue caratteristiche, ideale per chi cerca un’analisi completa. Preparatevi per un test drive on the road alla scoperta di tutti i segreti del modello.

Nuova BMW M3 2026: Rendering Totale

La casa automobilistica tedesca sta preparando la prima BMW M3 della storia con propulsore completamente elettrico e, grazie alle recenti foto spia, abbiamo la possibilità di farci un’idea più precisa del suo aspetto.

Il modello M3 è apparso nella gamma del marchio bavarese nel 1986, inizialmente come berlina a due porte basata sulla “tre” con carrozzeria E30. Oggi è già alla sesta generazione con l’indice di fabbrica G80/81, presentata nell’autunno del 2020 e sottoposta a restyling nella primavera dello scorso anno. Nel prossimo futuro è previsto un cambio generazionale della terza serie, nel corso del quale appariranno due modelli: uno con motori a combustione interna tradizionali e il secondo completamente elettrico. Cambiamenti analoghi interesseranno anche la versione top di gamma con l’indice M.

Un paio di mesi fa abbiamo pubblicato i rendering della berlina a benzina M3, mentre oggi esamineremo l’aspetto della sua “sorella” completamente elettrica, che potrebbe chiamarsi iM3. Innanzitutto, quest’ultima si distinguerà notevolmente per le proporzioni insolite per la terza serie: la berlina sportiva avrà un passo più corto (come si nota dalla distanza notevolmente ridotta tra l’asse anteriore e le portiere) e uno sbalzo anteriore lungo. Il design sarà in gran parte simile a quello della “M” a benzina: qui ci sono le stesse “narici” allungate orizzontalmente, visivamente unite ai fari. Nelle foto spia si intravede già il disegno delle luci di marcia, che saranno realizzate sotto forma di una coppia di strisce inclinate su ciascun lato. L’auto avrà le stesse maniglie delle porte a scomparsa del nuovo crossover iX3. A prima vista, la forma delle porte è simile a quella della versione a benzina, ma saranno comunque completamente originali, come suggerisce il montante inclinato sotto il finestrino posteriore (nella M3 tradizionale è verticale). La parte posteriore della berlina elettrica con fanali allungati orizzontalmente è nel complesso simile alla versione a benzina, ma sicuramente sarà dotata di un paraurti originale, privo di aperture per i tubi di scarico.

Rendering Kolesa.ru

IL MODELLO ESTREMO

La nuova berlina sportiva sarà costruita sulla propria piattaforma, come la normale berlina i3. Si prevede che il suo propulsore completamente elettrico erogherà circa 700 CV, superando notevolmente la potenza prevista per la futura M3 a benzina (circa 550 CV). Questa differenza consentirà di compensare il notevole aumento di peso della berlina sportiva elettrica, che potrebbe superare i 400 kg rispetto all’attuale berlina M3.
Il debutto della nuova M3 elettrica potrebbe avvenire nel 2027. Nel frattempo, il mese scorso l’attuale berlina della Serie 3 ha ricevuto una versione speciale in onore del cinquantesimo anniversario del modello.

Porsche chiude le stazioni di ricarica in Cina

Fine dell’alimentazione di marca: Porsche chiuderà tutte le sue stazioni di ricarica in Cina
A causa del drastico calo delle vendite in Cina e dell’aumento della concorrenza da parte delle case automobilistiche locali, Porsche ha deciso di chiudere la propria rete di stazioni di ricarica nel Paese, costringendo i clienti a utilizzare i servizi di operatori terzi.

Le vendite di Porsche in Cina sono diminuite dopo il record del 2021, quando è riuscita a vendere 95.671 auto in questo Paese, e per ora l’azienda non può farci nulla: la curva della domanda continua a scendere. Nei primi tre trimestri del 2025, Porsche ha venduto in Cina 43.280 auto (-26% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente).

Le ragioni di questo calo sono diverse: il rallentamento globale della domanda di auto elettriche, l’aumento della concorrenza da parte dei produttori cinesi di auto di lusso, l’assenza di una produzione Porsche in Cina e, di conseguenza, prezzi troppo elevati, scarsa localizzazione dei componenti elettronici: il sistema multimediale Porsche è poco compatibile con il software cinese.

Porsche sta ovviamente reagendo ai problemi in Cina: un anno fa è stata annunciata una riduzione del personale della divisione Porsche China di un terzo, mentre la scorsa estate è stata presa la decisione di ridurre di circa un terzo anche la rete di concessionari Porsche in Cina, portandola a 100 punti vendita entro il 2027.

LA CRISI PORSCHE

Questa settimana l’azienda tedesca ha annunciato che intende chiudere la propria rete di stazioni di ricarica in Cina, che attualmente conta circa 200 strutture. La liquidazione della rete inizierà il 1° marzo 2026: le stazioni di ricarica del marchio scompariranno gradualmente dall’applicazione mobile dei clienti Porsche. Non è ancora chiaro se le stazioni saranno fisicamente smantellate o vendute a un nuovo proprietario. I proprietari cinesi di auto elettriche e ibride plug-in Porsche dovranno comunque utilizzare in modo permanente servizi di ricarica di terze parti il prossimo anno, dato che in Cina ce ne sono tantissimi.

Porsche non vuole costruire un proprio stabilimento in Cina e per ora non vuole nemmeno collaborare con aziende locali per lo sviluppo di nuovi modelli. A novembre Porsche ha aperto un proprio centro di ricerca e sviluppo a Shanghai, dove lavorano già circa 300 ingegneri. Questo centro si occuperà principalmente dell’adattamento del sistema multimediale Porsche alle esigenze dei clienti cinesi, il che significa che almeno uno dei problemi attuali di Porsche sarà probabilmente risolto a breve. La versione locale del sistema multimediale sarà installata sui modelli Porsche per la Cina a partire dalla metà del 2026. Naturalmente, sarebbe stato possibile acquistare soluzioni già pronte, ad esempio da Huawei, ma la dirigenza di Porsche non è ancora pronta per un passo del genere.

A proposito di direzione: il 1° gennaio 2026 Michael Leuters assumerà la carica di amministratore delegato di Porsche, sostituendo Oliver Blume, molto provato dal lungo periodo in cui ha guidato contemporaneamente Porsche e l’intero gruppo Volkswagen. Blume manterrà la carica di amministratore delegato del gruppo Volkswagen.