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Nuova Jeep Renegade 2026: Anteprima Rendering

La Jeep Renegade si prepara ad una attesa seconda generazione. Questi rendering di Auto-moto.com ci permettono di dare uno sguardo in anteprima alla novità.
Recentemente, questa concept car dotata di trazione integrale 100% elettrica ha lasciato intendere l’arrivo di questa tecnologia a bordo del sottoscocca delle Frontera e C3 Aircross di serie. Un forte indicatore del fatto che questo sistema sarà adottato a bordo della futura Jeep Renegade.
Forse non vi è sfuggito che l’iconico specialista americano di 4×4 è passato nelle mani del gruppo automobilistico Stellantis all’inizio di questo decennio. Una costellazione di quattordici franchising, desiderosi di sinergie all’interno del marchio per ridurre i costi di sviluppo, produzione e distribuzione. Dallo scorso anno, le nuove Citroen C3 Aircross e Opel Frontera sono esempi perfetti di questa strategia, visti i numerosi componenti della carrozzeria che questi SUV compatti condividono (cellula centrale, porte, finestrini, motori). Due modelli economici che probabilmente alimenteranno in futuro la banca degli organi di Jeep, per definire i contorni della seconda generazione di Renegade. Era ora, visto che il suo predecessore ha già avuto una carriera commerciale di 11 anni in tutto il mondo.
L’anno scorso, il costruttore americano ha espresso ufficialmente il desiderio di immettere sul mercato un SUV 100% elettrico dal costo inferiore a 25.000 dollari entro il 2027. Come si può immaginare, Jeep non poteva accontentarsi di una semplice trazione anteriore per questo veicolo, anche se il marchio ha costruito la reputazione dei suoi modelli sulle loro capacità off-road. Il problema è che la Citroën C3 Aircross e la Opel Frontera, che dovrebbero servire da base per la futura Renegade, non hanno per il momento alcuna variante 4×4. Ma le cose si stanno muovendo all’interno dell’azienda e la rivelazione, la scorsa primavera, di uno studio sulla Opel Frontera 4×4, con il nome di “Gravel”, tende a confermare l’introduzione di questa tecnologia su questa base.
Ciò che resta da vedere sono le caratteristiche del suo gruppo propulsore. Potrebbe basarsi sull’attuale motore elettrico da 113 CV, che agisce sull’asse anteriore, e potrebbe essere integrato da un secondo motore dedicato alle ruote posteriori, allo stesso modo del sistema ibrido 4Xe recentemente assegnato all’Avenger, il suo fratellino lungo 4,08 metri.

LA GAMMA JEEP

Rispetto all’Avenger, la futura Jeep Renegade guadagnerà facilmente 30 cm di lunghezza, per raggiungere una lunghezza di circa 4,40 m, dove si trovano i suoi cloni targati Citroën e Opel. Infine, non sarebbe sorprendente se i nostri connazionali, e più precisamente la Jeep Renegade, sviluppassero anche un sistema di trazione integrale termica per soddisfare alcuni mercati ancora reticenti nei confronti dei veicoli elettrici, anche se per il momento non sono state rilasciate informazioni in merito.

Potenzialmente fuori dall’Europa
Mentre il lancio commerciale di questa futura Jeep Renegade sembra scontato nei mercati americano e indiano, il Vecchio Continente potrebbe dover fare a meno delle sue prestazioni per evitare il cannibalismo con le cugine del gruppo Stellantis. Probabilmente lo sapremo con certezza quando verrà svelata nel 2026, pochi mesi prima del suo arrivo sui mercati mondiali.

Nuova BMW X5: Rendering della M

La casa automobilistica tedesca sta preparando una nuova generazione del BMW X5, e con essa la versione più potente con l’indice X5M. Utilizzando le foto spia disponibili, abbiamo deciso di presentare come apparirà la novità.

Il crossover di medie dimensioni X5 ha una storia che parte dal 1999, quando ha debuttato la prima generazione del modello con l’indice di fabbrica E53. La modifica più potente del parketnik portava il nome di 4.6is (e 4.8is dopo il restyling), mentre il vero e proprio “emky” è apparso solo nella seconda generazione (E70) nel 2009. Oggi è in linea di montaggio la quarta generazione del crossover (G05), che ha debuttato nel 2018, e un anno dopo la versione X5M (nel 2023 ha ricevuto un restyling). Il prossimo passo sarà una generazione completamente nuova, che riceverà un aspetto notevolmente ridisegnato.

I prototipi della novità sono già stati avvistati più di una volta da photospies, e la prima cosa che salta all’occhio è un frontale completamente nuovo con un design realizzato nello stile dei concept Neue Klasse. La griglia (o la sua imitazione) sarà realizzata sotto forma di due elementi allungati orizzontalmente, abbinati ai fari. Allo stesso tempo, nella parte centrale saranno posizionate delle “narici” marchiate che, molto probabilmente, saranno significativamente più piccole rispetto alle dimensioni degli attuali crossover. Le fiancate possono essere rese più semplici nella forma, anche a scapito dell’assenza delle maniglie delle porte nel luogo abituale: saranno collocate su una modanatura del finestrino.

Le proporzioni del SUV nel suo complesso sono simili a quelle attuali, ma allo stesso tempo è possibile notare una vetratura laterale più stretta. La parte posteriore dell’auto cambierà in modo non meno radicale: ci saranno fari allungati orizzontalmente nello stile della Neue Klasse e la nicchia della targa, per la prima volta per il modello, sarà posizionata sul paraurti posteriore.

Rendering Kolesa.ru

DATI TECNICI E MOTORI

Come l’attuale BMW X5, il crossover di prossima generazione sarà costruito sulla piattaforma CLAR (Cluster Architecture). Oltre alle tradizionali versioni con motore a combustione interna, per la prima volta riceverà modifiche completamente elettriche. Con ogni probabilità, la più potente di esse sarà la iX5 M70 con un’alimentazione simile a quella della berlina i7 M70 (660 CV, 1100 Nm).

Non ci sono informazioni confermate sulla versione a benzina della X5M di prossima generazione. Si può ipotizzare che riceverà un powertrain ibrido, simile a quello della nuova M5: il V8 biturbo da 4,4 litri accoppiato a un motore elettrico produce 727 CV e 1000 Nm di coppia. In confronto, l’attuale X5M ha 625 CV e 750 Nm di coppia.
La BMW X5 di nuova generazione e le sue versioni più potenti dovrebbero essere presentate in anteprima l’anno prossimo.

Rivoluzione Skoda Octavia presto 100% elettrica

Nuova Skoda Octavia RS 2021, arriva la diesel da 200CV

Da anni si parla di un futuro elettrico per la Skoda Octavia. Questa popolare berlina è rimasta in vita in un mercato dominato dai SUV. È uno dei pochi modelli mainstream della sua categoria ancora in vendita. Skoda è consapevole che prima o poi sarà costretta a elettrificare la Octavia al massimo livello.

L’idea di vedere sul mercato una Octavia 100% elettrica non è nuova. Già nel 2022 erano emerse le prime notizie importanti su questa variante plug-in con cui Skoda sarebbe entrata nella mischia dei veri pesi massimi come la Tesla Model 3. Il tempo è passato e, sebbene il mercato sia cambiato (e di molto) negli ultimi anni, questa idea è ancora viva. Un’idea che è più vicina che mai a diventare realtà.
La Skoda Octavia elettrica sarà una realtà e presto ne avremo una grande anteprima.
L’amministratore delegato di Skoda conferma che presto ci sarà un’anteprima della Octavia elettrica

Il CEO di Skoda Klaus Zellmer ha confermato che presto avremo un’anteprima della futura Octavia elettrica. L’alto dirigente del costruttore ceco ci invita a segnare sul calendario una data fondamentale. Il Salone dell’Auto di Monaco di Baviera 2025. Questo evento, che aprirà i battenti nella seconda settimana di settembre, è il palcoscenico scelto da Skoda per presentare un modello concept molto importante.

LA BERLINA ELETTRICA

Questa concept car servirà come anteprima della prossima generazione di Skoda Octavia. La quinta, per la precisione. E, cosa altrettanto importante, Zellmer afferma che avrà un design che genererà “molte emozioni e dibattiti controversi”.

Le notizie attuali suggeriscono che il modello concettuale che vedremo a Monaco tra pochi mesi sarà una berlina familiare, che ricorderà quindi la Skoda Octavia Combi attualmente in vendita. La vettura utilizzerà la nuova piattaforma SSP del Gruppo Volkswagen. L’amministratore delegato di Skoda ha sottolineato la necessità di attendere la disponibilità di questa architettura, poiché è molto più adatta alle esigenze della Octavia elettrica rispetto alla piattaforma MEB.

Anche se al suddetto Salone dell’Auto avremo una grande anteprima della futura Skoda Octavia, la verità è che il cambio generazionale è ancora lontano. La versione di produzione della concept car presto svelata non arriverà sul mercato prima della fine di questo decennio. Alcuni rapporti indicano la seconda metà del 2029.

Per quanto riguarda le opzioni di propulsione della prossima generazione di Octavia, il CEO di Skoda ha aperto la porta alla possibilità che il modello termico veda prolungata la sua vita commerciale con un nuovo aggiornamento e che, in questo modo, si possano vendere due diverse generazioni di Octavia allo stesso tempo. Una termica e una elettrica.

“Il mercato ha volumi sufficienti per avere due veicoli in funzione contemporaneamente. Tutto dipende dal feedback dei clienti, soprattutto nel mercato delle flotte. Terremo aperte tutte le opzioni”, ha dichiarato Zellmer.

Tesla Model Y Long Range 2025: Prova su strada

Ecco la nuova Tesla Model Y Long Range 2025 in una dettagliata prova su strada.
Esaminiamo gli interni e le prestazioni di questo suv elettrico che ha saputo diventare un vero e proprio bestseller.

Non solo un restyling ma un vero e proprio cambio di generazione.

Lada Niva: una versione da fuoristrada estremo

Questa Lada Niva speciale parteciperà alla competizione internazionale Silk Way che si terrà nel luglio 2025.

AVTOVAZ ha iniziato a produrre il suo primo fuoristrada nel lontano 1977, nel corso della sua lunghissima carriera è riuscita a cambiare diversi nomi e ora la versione standard è venduta sul mercato russo con il nome di Lada Niva Legend, mentre la versione modificata – con il nome di Lada Niva Sport. Ora l’azienda ha parlato del prototipo Lada Niva Sport Turbo, che è stato preparato per partecipare alla maratona di rally “Silk Way”.

Le gare del 2025 si terranno dal 12 al 22 luglio e il percorso prevede di attraversare il territorio della Russia e della Mongolia: partenza da Irkutsk, arrivo a Ulan Bator e conclusione a Gorno-Altaisk. La lunghezza totale del rally-maratona è di 4811,58 chilometri. Come hanno sottolineato gli organizzatori, i partecipanti saranno esposti a diverse zone naturali, a differenze di altitudine e a continui cambiamenti di superficie.
Quest’anno partecipano alla competizione le auto preparate secondo i regolamenti della classe Raid Sport, mentre l’anno scorso sono stati inviati in gara i fuoristrada della classe T2. Secondo AVTOVAZ, il team rally di Lada Sport ha completato la preparazione dell’auto da corsa Lada Niva Sport Turbo: due vetture prenderanno il via, il primo equipaggio è composto da Dmitry Voronov e Kirill Enikeev (vincitori del rally-maratona nel 2024), il secondo equipaggio – Mikhail Mityaev e Egor Okhotnikov.

Il SUV da corsa Niva Sport Turbo ha ricevuto molte modifiche rispetto alla versione standard. L’elenco delle modifiche esterne comprende non solo il colore arancione brillante della carrozzeria a tre porte con livrea sportiva, ma anche i passaruota allargati con un set di pneumatici off-road Yokohama Geolandar. L’auto è dotata di un serbatoio rinforzato, sedili a secchiello, una gabbia di sicurezza e un sistema di navigazione professionale.

LA VERSIONE ESTREMA

La Lada Niva Sport Turbo era dotata di un telaio da corsa con sospensioni indipendenti su entrambi gli assi con doppi ammortizzatori. Il passo è stato aumentato a 2550 mm (350 mm in più rispetto al SUV di serie) e la carreggiata è stata estesa dai 1440/1420 mm standard a 1680 mm. L’altezza da terra è cresciuta fino a 350 mm (per fare un confronto, sulla Niva Legend questo indicatore è di 200 mm, sulla Niva Sport di 220 mm).

Il prototipo preparato per il rally-raid era dotato di un impianto frenante con meccanismi a quattro pistoncini e dischi da 302 mm di diametro, nonché di snodi di sterzo in alluminio forgiato. La Niva Sport Turbo ha ricevuto sotto il cofano un motore turbo rivisto con un volume di 1,6 litri proveniente dalla Lada Vesta da corsa della classe Super Production.

La potenza massima di questo motore è di 280 CV e la coppia di 340 Nm. Lavora in coppia con un cambio sequenziale a sei rapporti e un differenziale interasse bloccabile.

Ricordiamo che il “normale” Lada Niva Sport con motore da 122 cavalli è entrato nel mercato russo nell’aprile di quest’anno. Il prezzo di vendita consigliato di questa vettura è oggi di 1.699.000 rubli.

L’Occidente va verso una Mobilità di Stato?

Le avvisaglie sono fin troppo evidenti: la guerra commerciale nel comparto Automotive non è più tra Costruttori contrapposti (Marchi o Gruppi che siano) oppure tra “scuole” a confronto (scuola americana, europea, giapponese, etc….). La guerra è diventata globale e si combatte tra dimensioni continentali. 

Vecchia Europa, Stati Uniti, Giappone sono i Continenti “storici”; Corea e diverse aree dell’Asia sono i “Rookies” da radarizzare nella loro evoluzione; la Cina è la vera “Big Country” del nuovo Millennio capace di far impallidire con la sua produttività ed aggressività commerciale l’intero Occidente e che, in prospettiva, potrebbe persino “familiarizzare” con altre dimensioni di mercato continentali.

Sudamerica e Canada sono eterne promesse in via di decollo: lo è di sicuro il Sudamerica che addirittura pone agli Usa il patema di una nuova colonizzazione cinese del mercato auto; ,mentre il Canada rimane fortemente ancorato ai rapporti con l’Occidente.

Poi c’è l’India, altra perenne eterna promessa e mercato potenziale da alcune centinaia di milioni di nuovi automobilisti entro un decennio; India che però non ha ancora ingranato la marcia per affrontare la salita decisa di volumi produttivi e che tuttavia, vista la progressione del settore Aftermarket, tutti pensano ormai prossima ad una motorizzazione di massa.

Infine rimangono sotto esame le realtà “sgranate” e necessarie di nuova definizione: area balcanica prettamente localizzata intorno alla Russia compresa questa stessa Nazione, dove ci sarebbe mercato potenziale che fa gola a tanti e dove i protagonisti eletti alla nuova motorizzazione di massa dipendono non tanto dal mercato ma dalla robusta serie di relazioni politiche. 

Un sistema commerciale ed un ambito di mercato a metà tra sviluppo teleguidato dal potere politico, evoluzioni socio-culturali in essere o al contrario sviluppo territoriale vincolato ad un nuovo colonialismo è di certo l’area piuttosto esplosiva del Medio Oriente, diviso in due aree: da un lato un mercato “Top Premium” di già attualmente composto da milioni di supernababbi che da soli detengono il 40% del fatturato mondiale legato a Hypercar ed auto di lusso estremo; dall’altra una potenziale domanda popolare di diverse decine di milioni di abitanti ancora privi di un’auto per trasporto personale.

Chiuderei con l’Africa: mercato che dal 2035 presenterà una dimensione unificata da 55 Stati membri, forse una moneta di struttura “Cryptovaluta”, ed un miliardo e duecento milioni di abitanti in prospettiva il 45% dei quali in età lavorativa. Significa, in soldoni, una potenzialità di almeno mezzo miliardo di nuovi aquirenti di auto.

 

C’è ancora bisogno di un “mercato globale”?

Fa sorridere di doverosa compassione la proiezione a dieci o venti anni dei numeri di mercato a disposizione dell’Occidente: da noi in Europa parlano fin troppo bene i tassi di natalità che vedono una popolazione sempre più vecchia e – certamente – più bisognosa di mobilità assistita, ma certo anche di mezzi di mobilità più urbana che altro, magari assistiti da dispositivi di Guida Autonoma e di servizi di tipo “M.a.a.S – Mobility as a Service” separati da processi di acquisto veri e propri; una popolazione lavorativa sempre più legata all’immigrazione di stranieri provenienti dai Continenti elencati prima e che dunque potrebbero consumare il loro acquisto od utilizzo dell’auto fuori dai confini europei. 

Insomma, se dal 2035 l’Europa a 27 (sempre che rimanga in piedi) potrà continuare a proiettare una domanda potenziale di circa 15 milioni di  nuove auto all’anno sarà sempre di più per effetto dell’immigrazione da un lato e dei sistemi organizzati di mobilità dall’altro; di “Passenger Cars” per il Cliente tradizionale se ne vedranno sempre meno anche perché l’enorme bacino di Usato riciclabile e sostenibile surrogherà molta domanda potenziale di nuove auto.

Rimangono, certo, i grandi numeri potenziali del settore Aziendale di un Vecchio Continente ancora pieno di Ragioni Sociali e di Imprenditoria individuale; ma rimane da capire che effetto avrà il possibile Shopping estero conseguente alle tante crisi socioeconomiche dentro all’Unione; Shopping al quale gli Stati Membri potrebbero presto opporre una nuova nazionalizzazione delle Aziende strategiche: Difesa, Trasporto, Comunicazioni in primis. E ad ogni prospettiva di neonazionalizzazioni si associa sempre un atteggiamento di chiusura e “blindatura” dei mercati interni dalla concorrenza estera. 

Se in Europa questo avverrà sarà solo per l’ottimo esempio che la liberalissima e leale America sta insegnando al mondo: “Cari ragazzi, io chiudo i cancelli, affanculo il diritto alla concorrenza, il mercato globale e la neutralità dello Stato. America at First, e se serve noi blindiamo tutto e vi saluto auto di importazione: casomai Washington è disponibile a parlare di nuovi insediamenti esteri qui da noi; ma con Sudamerica e India in prospettiva le Imprese Made in Usa hanno da mangiare per il prossimo mezzo secolo”.

E dove America ed Europa volessero mettere il timbro “National Security” su un comparto di mobilità destinato ad un mercato interno di almeno mezzo miliardo di cittadini residenti, si dovrebbe poter parlare di nuova “Mobilità di Stato”. Cosa intendiamo dire?

Molto semplicemente che a scanso di quello che amano dire opinion makers molto distratti, l’Automotive occidentale non è mai stato un libero mercato. Casomai è stato un quadrangolare di lotta libera molto ben perimetrato e sorvegliato dalla politica. Questo per il semplice motivo che lo sviluppo del mercato Auto è stato svolto, in Occidente, secondo cinque “ere” commerciali e politiche ben precise.

Si inizia nello spazio di pace tra prima e seconda Guerra mondiale quando la politica nazionale dei principali Stati europei ed Americani svolge il ruolo di grande acquirente di sistemi e prodotti auto per la mobilità.

La diffusione popolare dell’auto, ovvero di massa, è una chimera in diversi Stati europei mentre cresce molto più accentuata negli Stati Uniti. Ma il vero “trust” tra Industria auto e politica è nelle forniture militari, vista la domanda e visto il periodo. Gli impianti produttivi sfornano motori per mezzi terrestri, navali ed aerei, le fonderie producono parti di carrozzerie e lamierati per aerei, navi, mezzi blindati e di supporto logistico. Eserciti e Governi pagano bene e regolarmente, all’inizio, le forniture. Poi arriva la fine della guerra.

Ed entra in campo la seconda era: quella della mobilità per le masse popolari, grazie soprattutto a tre grandi supporti: i piani Marshall di ricostruzione industriale in Europa, la diffusione dei brevetti automotive ceduti ed intermediati come pegno di guerra, ed infine la diffusione del petrolio raffinato come combustibile fossile unificato 

L’auto occidentale si è diffusa con l’industria bellica all’inizio: ritorno alle origini?

Ovviamente la diffusione industriale di stabilimenti, magazzini e la prima movimentazione di supply deriva dalla rete dell’industria bellica riconvertita e spesso ceduta dai Governi in cambio di specifici impegni a piani di assunzione operaia 

Dall’altro lato i Costruttori che decidono di entrare nel mondo Auto e che provengono da altri settori sono centinaia in tutta Europa, convinti da un prevedibile boom della mobilità privata che , va detto, è costosissima: i neo-Cojoners di ogni età che speculano sul presunto aumento dei listini odierni provassero a proporzionare il prezzo di acquisto di auto popolari europee di oltre settanta anni fa con i salari medi che venivano pagati in Europa.

La terza era: la diffusione esponenziale dell’auto diventa un ramo di attività per il credito e gradualmente il peso del controllo diretto od indiretto della politica e del settore pubblico si ricompone in modo diverso Paese per Paese. Si arriva alla composizione di Marchi diversi e delocalizzati dentro Gruppi internazionali, l’Automotive occidentale si ramifica in Sudamerica, Canada, Australia, Africa mentre il Giappone si estende in Asia e Corea.

Sempre e comunque il mondo industriale auto occidentale può solo scambiare affari e licenze costruttive in Cina ed URSS, mentre inizia la saga delle Nazioni emergenti ed a basso costo di produzione. Nessuno sa forse con esattezza come si comportassero e quali attese ispirassero quelle aree protette da cortine imperforabili di segreto e silenzio qualora fossero diventati mercati globali. 

La quarta era inizia proprio da quando aree del mondo pesanti tre volte l’Occidente unito si aprono, virtualmente, al mercato occidentale. Non tanto perché è l’Occidente a imprimere il suo “footprint” su questi mercati ma semplicemente perché l’apertura dei blocchi ad oriente ed Est risulta alla fine molto più perniciosa per l’Occidente rispetto ai vasi chiusi che c’erano prima. La finanziarizzazione del sistema di vendita da fattore positivo di sviluppo diventa un potenziale motivo di default. Il settore auto finanzia una esplosione di acquisti che paga la sua effervescenza con una esposizione creditizia che i Costruttori in lotta tra loro non controllano emettendo derivati e strumenti di rischio a livello Alert.

Siamo alla quarta era: quella passaggio dall’automobile “ANALOGICA” ovvero meccanica/endotermica con strumentazione si supporto classica a quella “Digitale”: Connettività globale, Ricarica elettrica. Guida Autonoma, materiali rari, Blockchain, accumulo in Corrente continua e tanto altro pronto a finire nelle mani di clienti privati. Siamo sicuri??

Cioè, siamo sicuri che quando parliamo di “guida autonoma” od intelligente di armamenti e mezzi militari stiamo parlando di altro riferendoci alle auto private od a mezzi di trasporto organizzato merci e persone?

Quando parliamo di “sovraffollamento” di rete e di eccesso di IoTin circolazione nel mondo, possiamo astrarre dal tema Automobile che – in proiezione – dovrebbe aumentare il suo parco circolante di diverse centinaia di milioni di nuovi punti in movimento nel globo?

Quando ci dovessimo trovare a parlare di centinaia di milioni di auto elettriche nel prossimo futuro, con annesso pacco batterie in una potenziale sharing Community, sicuri che quel carico di energia in movimento resti o debba restare estraneo al bene collettivo?

E in una dimensione industriale globale in cui dovunque il recupero e il riciclo saranno inevitabili e significativi anche per i dati macroeconomici di ogni Paese ed area continentale, sicuri che lasciare al privato il doppio delle incombenze di proprietà dell’auto (acquisto e gestione da sempre, ma recupero e tracciatura sono  di fatto nuove incombenze) sia il passo ideale?

“Mobilità di Stato” per ottimizzare il mercato auto

Ed ecco forse l’idea inconfessabile della politica occidentale: pervenire ad una “Mobilità di Stato”associata alla quinta definita era: quella dell’Industria automobilistica che si trasforma in dimensione di “Mobility Providers” non più solo al servizio del Cliente finale ma come “ponte” di servizio verso territorio e dimensione collettiva da un lato e Cliente finale dall’altro.

Questo significherebbe un rapporto tra Governo pubblico e Utilizzatore privato visualizzabile in un perpetuo Noleggio senza proprietà contraddistinto da una presenza attiva del settore pubblico nella erogazione, controllo e regolamentazione di prodotti e servizi di mobilità. E forse questo motiverebbe il “link” genericamente destabilizzante che Bruxelles e Washigton che hanno recentemente appaiato il destino dell’Industria Automotive a quella militare, 

questo darebbe inoltre più “sale” alle indiscrezioni a mezzo stampa sull’uscita di Luca De Meo da Renault, per alcuni motivata dallo “strappo” tra De Meo e Macron sulla ipotesi di assegnare alla Renault la produzione di Droni.

Questo scenario infine darebbe vita, in tema di futuribili strutture “Blockchain”, alla visione più che plausibile di sistemi Blockchain continentali e non solo industriali per ciascun Gruppo Costruttore.

Da questo, infine, potrebbe derivare una nuova “perimetrazione” dei diversi mercati auto non secondo divisioni doganali ma secondo i livelli di comunicazione tra Blockchain diverse.Il che, con grande sollievo e gioia di alcuni Leader politici e di tanti Costruttori, significherebbe la fine del mercato globale ed il ritorno a mercati continentali protetti semplicemente da crittogrammi diversi tra loro. 

Ecco perché, a pensarci bene, l’Auto e la mobilità di Stato in Occidente è molto più vicina di quel che si può razionalmente immaginare.

Riccardo Bellumori

Nuova Lynk & Co 10: Anteprima

Nelle scorse settimane sono state svelate le prime anticipazioni della Lynk & Co 10 dalla Cina, ma ora il marchio ci ha mostrato le prime immagini ufficiali. Il marchio asiatico, che appartiene al colosso Geely, è quasi pronto a lanciare la sua nuova berlina ibrida plug-in sul mercato locale.

La nuova Lynk & Co 10 EM-P rinuncia alla carrozzeria ibrida plug-in e opta per un concetto di berlina davvero attraente e aerodinamico. La nuova Lynk & Co 10 EM-P è attualmente confermata per la Cina, ma non sarebbe sorprendente se facesse presto la sua comparsa in Europa.

Laa Lynk & Co 10 EM-P è una berlina PHEV lunga 5,05 metri con un passo di 3 metri. Non ha molti rivali diretti qui in Europa, come la Mercedes Classe E, la BMW Serie 5 o, guardando più in alto, l’Audi A8 o la Porsche Panamera, tutte dotate di opzioni plug-in.

I marchi cinesi sono in cima alle classifiche di autonomia con l’ultima generazione di modelli ibridi plug-in. Solo tre anni fa, i modelli con l’autonomia elettrica più lunga erano le auto Mercedes, con un’autonomia di poco superiore ai 100 chilometri. Oggi, invece, sono tre i costruttori del gigante asiatico ad essere protagonisti.

Lynk & Co è al primo posto: con il suo 08 EM-P, un SUV di 4,82 metri, ha un’autonomia elettrica certificata di 200 chilometri qui in Europa, seguito dall’OMODA 9 SHS (145 chilometri) e dal Leapmotor C10 REEV (145 chilometri). Se il nuovo Lynk & Co 10 dovesse arrivare sul mercato europeo, sarebbe sicuramente sul podio.

DATI TECNICI E MOTORI

La versione che verrà lanciata sul mercato cinese nel terzo trimestre del 2025 ha un motore a benzina da 1,5 litri che, insieme a due motori elettrici, sviluppa 523 CV e 755 Nm di coppia, con trazione integrale. Offrirà due opzioni di batterie: 18,4 e 38,2 kWh, che dovrebbero tradursi in un’autonomia elettrica rispettivamente di 100 e 192 chilometri, secondo il ciclo di omologazione cinese.

La nuova Lynk & Co 10 EM-P, che diventa la versione ibrida plug-in della già nota Z10 elettrica pura, presenta notevoli elementi di equipaggiamento: cerchi bicolore da 21 pollici, spoiler posteriore, sospensioni pneumatiche, sensore LiDAR sul tetto, processore Snapdragon 8295 e chip Nvidia Drive Thor-U da 700 TOPS, elementi chiave per migliorare le prestazioni dei suoi assistenti di guida autonoma e sicurezza.
Non sono ancora stati annunciati i prezzi, anche se si vocifera che potrebbe arrivare a un prezzo di partenza di circa 27.700 euro.

Se arriverà in Europa, ci si può tranquillamente aspettare un prezzo superiore ai 50.000-55.000 euro.

Il Lynk & Co 08 EM-P, ad esempio, viene venduto a circa 25.000 euro in Europa, e qui da noi a partire da circa 53.000 euro.

Lettera alla cornacchia tedesca che si credeva l’Aquila dell’Automotive europeo

Tedeschi per puro caso, Nibelungi per spiritualità, Prussiani per natura, sono il popolo che meno tollero e apprezzo nella storia europea. 

A parte il sommo Wagner, Walter Rohrl (campione di Rally), Toni Mang (Campione di motociclismo), Karin Schubert (campionessa di altre cose) e la BMW 850i del 1988 (opera di Klaus Luthe), della Germania non apprezzo nulla: non bevo birra, non mangio crauti, non indosso calzini bianchi sopra i sandali neri. 

 

Di questo a Voi frega niente, e avete ragione. al massimo potrei ragionevolmente far notare che appartengo a quella generazione che al contrario di quelle successive che amano fare pelo e contropelo alla modalità incivile mostrata dai partigiani a Piazzale Loreto oppure si dilettano a cercare su Telegram le verità storiche sull’Olocausto, ha vissuto fin da piccolo i racconti degli anziani che videro di persona quegli orrori. E tendo a fidarmi del ricordo dei loro racconti, nei quali certo Deutschland Uber Alles non ci fa proprio una degna figura.

Ma Vi interessa sapere che fa, cosa pensa, come vive quella Germania che da 35 anni condiziona e vincola l’andamento e il progresso del Vecchio Continente e dell’Unione Europea.

Per me, che imparai Bismark nell’ora di storia coincidente con l’ultima parte della mattinata scolastica alle Medie e dunque preda di attacchi famelici e di visioni oniriche di bistecche, la Prussia germanica ha sempre ispirato una nazione maledetta, preda di una antica e perniciosa maledizione esoterica; e sono arrivato a ipotizzare che se Martin Lutero si fosse fatto i beati cazzi suoi e non fosse stato scomunicato da Sacra Romana Chiesa, chissa’: forse la storia del popolo teutonico avrebbe avuto un percorso diverso. 

Esoterica e geniale quel tanto che basta per imporre una sua propria visione della tecnologia e dell’industria, la Germania dell’Auto ha l’indubbia prerogativa di essere stata la mamma diretta o complementare di tutte le principali piattaforme motoristiche in uso sulle strade.

Non posso, e non ho la faccia tosta di, riepilogare la storia politica della Germania dopo la prima Guerra mondiale; ma certo posso raccontare la storia motoristica che vede nello spazio delle due guerre l’auto tedesca come una proiezione della grandezza germanica del Reich: Mercedes fortemente aiutata dal Governo e Auto Union partecipata dallo stesso fanno il paio con la perfetta sinergia intercorsa tra Hitler e il boemo Ferdinand Porsche, artefice delle più belle auto del periodo, di decine di altri progetti e della prima vera auto popolare di Stato; quel Maggiolino pagato con apposite marchette apposte mese per mese dal datore di lavoro come controvalore di parte del salario per consentire alla popolazione ariana lavorativa di pervenire ad un’auto continuando a servire lo Stato.

La Germania post bellica e di Norimberga la conosciamo ugualmente bene: la famiglia Porsche viene letteralmente sovvenzionata dalla Cisitalia di Dusio per scarcerare Ferdinand Porsche dalla Francia e dare vita al Marchio Costruttore Porsche nel 1949 in Carinzia.

La Mercedes, come pegno di guerra, perde gli stabilimenti esteri; la BMW viene letteralmente blindata e “spezzattata” dai russi negli stabilimenti ad Est; l’Auto Union è bottino di guerra sovietico e dopo anni di passaggi di mano perviene alla Volkswagen che nel 1948 era nel frattempo rinata ad opera dei militari inglesi di stanza a Berlino. I diversi governi locali, cioè i Laend, favoriscono per via politica alcuni Costruttori su altri: è palese l’appoggio della Baviera alla BMW contro Borgward e Glas, così come il rafforzamento di Volkswagen, DKW, ed altri singoli Costruttori a danno di altri che devono capitolare. 

Il Governo federale chiede un tributo speciale a tutta la popolazione nel 1945, e gli anni della ricostruzione sono tra i più devastanti per la società tedesca; contro una popolazione invalidata, invecchiata (i giovani sono morti come mosche per via della guerra) alcool, droghe casarecce e prostituzione sono l’attività prevalente mentre la famosa commissione italo tedesca a Verona importa migliaia di migranti italiani nelle fabbriche germaniche e la stessa cosa avviene da altri Paesi.

 

La forza lavoro della rinascita industriale tedesca di settanta anni fa è italiana, algerina, turca, greca, persino africana. Ed anche le Industrie auto tedesche dovrebbero dire grazie a diversi Costruttori esteri:

BMW deve dire grazie a Renzo Rivolta ed alla famiglia Laverda se esce da perpetue e cicliche crisi fino a metà anni Sessanta, dopodiche deve dire grazie a Michelotti, Bertone e Gandini se viene percepita come “LA” BMW; NSU, marchio poi entrato in Volkswagen riparte nel Dopoguerra grazie alla Fiat, e così Mercedes deve inchinarsi di fronte al suo Guru stilistico Bruno Sacco se durante e dopo la parentesi di Paul Bracq viene percepita sempre più come “la Stella”.

Mentre dal 1955 (anno del ritiro di Mercedes dalle competizioni dopo la tragedia di Le Mans) la rappresentanza sportiva della Germania nello sport che conta viene svolta ottimamente dalla Porsche, limitatamente dalla BMW e quasi impercettibilmente da Volkswagen per tutto il decennio Sessanta e primi anni ’70, poi il settore piano piano si risveglia.

 

Germania e il Dopoguerra: una rinascita consentita dagli “stranieri”

Resta il fatto che Volkswagen merita la menzione storica per aver percorso caparbiamente la rinascita ed il rilancio di Audi che già da metà anni Settanta è una ottima alternativa Premium a Mercedes e BMW.  All’opposto NSU Prinz e DKW svolgono il loro ruolo operaio fino alla graduale chiusura. 

E poi ci sono Continental, Bosch, e gli altri Suppliers di rango della componentistica: ma se c’è una tappa fondamentale per mettere i puntini di attenzione sul rinascimento tedesco in Europa non vorrei scomodare sempre il 1975 con la Golf di Giugiaro; ma è di certo nell’anno 1982 quando Klaus Luthe dà vita alla nuova Serie 3, Sacco fa nascere la “190”, ed Audi esplode nella sfera mediatica e commerciale con la famosa Audi 100 superaerodinamica vincendo anche il mondiale Rally per Costruttori con la “Quattro”, mentre il Gruppo C Endurance va alla Porsche 956. Parliamo pur sempre di mezza Germania, quella dell’Est patisce un muro che a tanti sembra un supplizio persino eccessivo con il passare del tempo e si prodiga in una produzione automobilistica che ha nelle Trabant e Wartburg a Due Tempi i pilastri industriali. Willi Brandt ed Helmuth Kohl sono a loro volta i pilastri simbolo della politica delle due Germanie e a turno tentano periodici contatti di dialogo e riavvicinamento.

Ma la certificazione della minaccia tedesca nell’automotivein quel periodo fino a metà anni Ottanta arriva proprio dall’America: il Paese del liberalismo e della concorrenza solo sui libri di testo, da tempo si è abituata ad armare i suoi Enti Federali ed a sguinzagliarli come cani da guardia a difesa dell’integrità territoriale degli ormai bolliti Marchi americani pressochè impotenti di fronte alla  concorrenzaestera. 

E se nel 1970 era stato Soichiro Honda in persona a perculareGoverno e Congresso per la estrema e fantasiosa attitudine a modificare le norme antiemissione per blindare il mercato interno dagli Importatori; in quel 1986 l’Audi può fare ben poco contro l’inchiesta federale sul malfunzionamento ipotetico dell’acceleratore elettronico della bellissima Audi 5000: di certo un modello che aveva fatto il Sold out al suo ingresso negli Stati Uniti fu “azzoppato” da una inchiesta dai risvolti e dai contorni ancora poco chiari dopo decenni. 

 

E il resto d’Europa in quel periodo anni Ottanta? L’arrivo di Reagan alla Casa Bianca fa da riflettore ed eccitante per la politica liberista della Signora Thatcher in Gran Bretagna, che delibera la privatizzazione di tutto il baraccone BritishLeyland nazionalizzato con dentro ben 14 Marchi Costruttori. Michael Edwardes, il salvatore della Patria del decennio precedente, esce di scena ma entra prepotentemente nel focus di attenzione la inesorabile progressione del mondo giapponese che insedia le filiali europee dei propri marchi proprio nell’Isola della Regina.

1982, la prima vera scossa dell’Automotive tedesco nel mondo

Siamo ad una fase in cui per pochi anni, grazie soprattutto alla forte influenza economica della Sterlina ed a quella politica dell’Union Jack, lo sport motoristico parla britannico (e un po’ tedesco) mentre Jaguar, Aston Martin, Bentley e Rolls cercano di recuperare il terreno perduto nel mondo del lusso a quattro ruote.

 

Lusso a quattro ruote dove, nel mercato un poco più di massa, Vi ricordo che era esplosa la stella della Svezia: campionessa di importazione in USA con Saab e Volvo, leader culturale in Europa per la New Age degli ABBA e per la netta sensazione di solidità che fornisce al mondo politico per la sua Società modello, fino alla crisi valutaria degli accordi del Plaza ed all’attentato di Olaf Palme.

La Francia era là: Renault viveva dei soldi di Stato (caso praticamente unico nel mondo occidentale in tema automotive) e PSA costruiva lentamente una posizione di leadership soprattutto convogliando la eretica Citroen verso canoni più “Mass Market”; ma fondamentalmente all’Eliseo importava blindare il mercato interno dalla concorrenza estera (per anni la Francia rimane il mercato con minor tasso di penetrazione dell’Import automobilistico) e puntellare la sua presenza in Nord Africa e in Sud America.

A chiudere il cerchio c’è l’Italia. Quella che da inizio anni Settanta fino a quel fatidico 1982 registra la crisi energetica, l’instabilità politica, la lotta studentesca, quella operaia ed il terrorismo, l’iperinflazione, e sacrifica alla causa il fallimento di decine di Marchi sportivi e di lusso. 

Gruppo Fiat (Lancia, Autobianchi, Iveco, Fiat, Ferrari), l’Alfa Romeo dell’IRI, il Gruppo De Tomaso/GEPI (De Tomaso, Maserati, Innocenti, Benelli, Moto Guzzi) e Lamborghini ripartita dopo l’ipotesi di fallimento si associano ancora ad una galassia di costruttori artigianali tra i quali sta prendendo forma il progetto “MicroVett”, la seconda Factory europea per fondazione impegnata nella conversione di mezzi endotermici in elettrici, e la più antica in Italia dal 1986 fino al fallimento del 2013.

 

L’esito politico del rapimento di Ciro Cirillo segna la fine delle Brigate Rosse e l’ascesa al potere dell’Italia “Locomotiva europea” di Bettino Craxi. Da quel momento il Belpaese si afferma nel Fashion, nello Stile, nella componentistica e nei prodotti a quattro e a due ruote che fanno diventare Gruppo Fiat e Gruppo Cagiva i due riferimenti top in Europa.

Peccato che per CAGIVA questo sia solo l’effetto di una azzardata ed accentuata costruzione finanziaria che si sgonfierà poco dopo, e che per Fiat sia soprattutto il frutto di uno shopping favorito politicamente dei concorrenti nazionali: uno ad uno entrano a Corso Marconi l’Alfa Romeo, la Maserati e la Innocenti. Le province deboli definite da Gianni Agnelli diventano feudi di basso rango per anni. E si arriva agli anni Novanta: soprattutto l’Italia dei motori non può più affidarsi né alla svalutazione corsara della Lira, né al protezionismo doganale.

Svezia motoristicamente ormai minoritaria, Gran Bretagna decadente e socialmente instabile, Francia che rimane pur sempre un riferimento economico e politico in Europa, ma soprattutto uno dei due pilastri della ormai prossima Unione Europea che si basa sulla abolizione delle Dogane, la fine dei monopoli e del protezionismo, la forte riduzione della svalutazione competitiva tra Valute per favorire l’Export. Per dirla tutta, è come se un Campione di lotta Greco romana si trovasse in un nuovo sistema di regolamenti che gli impongono i guantoni da Boxe e le mosse di Judo: viene messo in condizione di non combattere più.  Per Italia, Svezia e Gran Bretagna, come detto, è così.

Ed infatti in quegli anni Novanta pesa nel focus europeo la crisi industriale e sociale dell’Italia, zimbello d’Europa con Tangentopoli, con la produzione auto che non regge la concorrenza, con il sistema del motociclo in caduta libera, con la Lira nella tempesta valutaria dello SME. E con la fine di Pentapartito e politica tradizionale, dentro cui riesplode il dramma della mafia. Dell’Union Jack abbiamo detto poco sopra, e tolti i pilastri simbolici di Italia, Svezia e Gran Bretagna dall’iconografia europea dell’Auto, cosa rimaneoltre ad una Francia apparentemente agnostica?

 

Rimane la Germania unita: contemporaneamente socio nazionale più forte della nuova Unione europea, ponte tra l’Europa occidentale e l’ex fronte socialista, ma soprattutto nuovo benchmark finanziario europeo sui mercati valutari internazionali con Marco fortissimo e Bundesbank trainante.E con addosso le ferite calcificate del Dopoguerra, dentro un’Unione che per di più non si sa perché si ammanta del prestigio del Manifesto di Ventotene, teorema spinelliano di chiaro impatto antinazista.

 

1992, Unione Europea, crisi SME, Marco Forte: la Germania vince facile

La prosopopea neowalkiriana che dal 1990 circonda la grande operazione sociale e politica di Helmuth Kohl (ultimo gigante politico della Germania a cui i nani Schroeder e Merkel possono al massimo spicciare casa) porta a irridere la famosa battuta di Andreotti (voglio così tanto bene alla Germania che vorrei sempre vederne due) ed a minimizzare il primo rischio di crack sociale con la esplosione del fenomeno Naziskin nella nuova guerra tra poveri che si crea entro i confini della rinnovata Prussia: perché quella Germania unita, pressochè tale dopo il superamento del territorio prussiano, non aveva mai fatto davvero esperienza con sé stessa in tempo di pace.

Nel frattempo il vento nuovo negli Stati Uniti è quello dei Dem con Bill Clinton, che del centralismo americano e dello sciovinismo di Reagan e Bush Sr. non sa che farsene e prova a proiettare l’immagine di una America legalista, pacifista, pluralista. 

Durerà poco, cioè fino alle bombe aeree sul Kosovo.

Inizia con Clinton una fase di “diluizione” interna del simbolismo dominante ed imperialista degli Stati Uniti in economia ma non in politica estera. 

Dal lato Automotive l’arrivo di Clinton coincide con l’addio definitivo dei Costruttori al simbolismo pachidermico, opulento e ciclopico dell’auto americana. O meglio: tutti gli studi aerodinamici, ergonomici, di riduzione del dispendio energetico che le “Big Three” americane dispensavano per le filiali europee diventano materia industriale anche negli States. Arriva l’elettrico, i biocarburanti a base di mais, il concetto ambientalista.

Dove però la nuova politica di apertura di Clinton verso l’estero porta (anche per effetto della lenta e progressiva strutturazione dell’ormai prossimo WTO) ad aprire le porte di una nuova industrializzazione ai Costruttori europei, in particolare tedeschi. Si è appena conclusa l’avventura di Renault con l’American Motor Corporation e gli USA si risvegliano in quell’inizio anni Novanta con un debito di produttività interna. 

 

Iniziano i nuovi insediamenti per Bosch, Mercedes, BMW; Gruppo Volkswagen mentre in contemporanea si riducono sensibilmente le quote di importazione di Costruttori francesi ed italiani. 

Ma oltre che alla espansione estera, la Germania dell’Automotive fa shopping in Europa grazie al Marco forte: proprio Gran Bretagna ed Italia le mete privilegiate e non solo di Brand auto, con BMW che compra Austin Rover e Rolls Royce, Volkswagen che acquista Bentley, Bugatti, Ducati, e Mercedes che invece “fa da se” dando vita prima al fenomeno MCC Smart e poi al molto temporaneo Gruppo Daimler Chrysler; nello stesso tempo Ford Colonia entra in Jaguar Land Rover e Volvo (anche se ovviamente a supervisionare tutto c’è Detroit) e General Motors compra Saab.

 

Se il Vecchio Continente comincia, un po’ come la carlinga del Barone Rosso, a coprirsi di “X” teutoniche sul territorio, la conseguenza fatale e quasi ineluttabile è che anche la neonata Unione Europea comincia a definire nel modello tedesco il perimetro ideale dell’auto europea con cui presentarsi nel mondo conosciuto (Stati Uniti e Giappone) e quello da scoprire (Cina ed ex Unione Sovietica).

E c’è un problema maggiore all’orizzonte che l’Europa non sa o non vuole vedere: la Germania industriale è “come” il Giappone quanto a qualità e completezza tecnologica (ma è “come” e non può essere altro); ma non riesce nemmeno ad essere “come” l’Italia e la Francia quanto a fashion, patrimonio culturale, specialità agroalimentari, valore artistico. 

 

Germania, terra di zotici dove il Fashion fatto in casa non esiste

E senza questi valori il fatturati dell’Export europeo non ce la fa a superare le frontiere che contano in America, nel Medio Oriente, in Giappone e più tardi in ex Unione Sovietica ed Asia

L’Handicap mediatico ed iconico della Germania rimane infatti lo stesso a distanza di decenni: ottima manifattura, precisione industriale da regime militare ma empatia e fascino pari a zero, nessuna possibilità e forse voglia di colmare il divario. 

 

E così i prodotti manufatturieri tedeschi viaggiano certamente verso i mercati esteri ma più come commoditiesche non come prodotti premium; a parte il settore Auto in cui, tuttavia, la qualifica di Premium Brand è anche il frutto del battage pubblicitario e mediatico quasi ossessivo per battezzare in questo modo la produzione auto tedesca nativa, con il paradosso che le pur ottime Ford ed Opel, costruite in Stabilimenti tedeschi, dovevano rassegnarsi al rango di “generaliste di classe” perché colpevoli di essere mezzo sangue (Caposede a Detroit).

La forzatura mediatica di Bruxelles su una Germania ambasciatrice del “gotha” automobilistico europeo da metà anni Novanta non è il solo problema nel medio termine, cioè alla data di oggi, ma è comunque un problema. Aver intestato alla Germania il titolo rappresentivo per tutto il Continente  quanto a lusso, prestigio e status del settore automobilistico europeo ha lasciato strascichi pesanti sul resto del comparto “Premium” a carico della stessa Unione europea.

Senza contare che la Germania politica non è esattamente un modello universale e perfetto di etica e di legalità: certo, noi italiani manco a parlarne…..Ma quella mano pubblica che lancia palate di Marchi alla Volkswagen nel 1993 per un salvataggio provvidenziale e molto politico; e l’affaire Merkel /BMW e i 700mila Euro di finanziamento alla corrente di Angelona; e lo stesso “falco” Wolfgang Scheublefu Leader della CDU quando alla fine degli anni Novanta scoppiò una inchiesta su presunti fondi di dubbia provenienza diretti e gestiti dall’ex tesoriere Hort Weyrauch. Per poi toccare lo scandalo vociferato di una attività di spionaggio pro Cina da parte degli assistenti dell’Europarlamentare Maximilian Krah ed infine un “Russiagate” legato al Magazine on line “Voice of Europe”.

Tutto questo nel contesto – ripeto – di una volata tirata a favore della Germania dagli scranni di Bruxelles.

E mentre, incredibilmente, i “primi” numeri sull’auto elettrica sono assolutamente italiani (Fiat e Micro Vett), la Germania affina e fa esplodere il suo mantra anni Novanta: il Turbodiesel Common Rail, attraverso un brevetto nato in Italia e ceduto alla Bosch da Marelli e Gruppo Fiat. Non che la Germania non avesse nel frattempo affinato la propria tecnologia (turbocompressori KKK a geometria variabile e sistema iniettore pompa di VW affiancavano la sempre più efficiente e curata produzione classica).

Sia chiaro, infatti: nessuno può mettere in discussione la cura industriale e di assemblaggio degli Stabilimenti tedeschi, il Know How e la ricerca e sviluppo sempre puntuali, il peso degli investimenti pubblici federali alle Aziende tedesche, e persino la cura manifatturiera sui mille particolari costruttivi delle auto made in Germany. La “Qualità totale “ che i Costruttori tedeschi mediano dal modello giapponese del Kai-zen è un dato di fatto assoluto.

 

Ma la domanda che trova, trent’anni dopo, una risposta assolutamente discriminante, è: è stato un bene oppure un male per tutta l’Unione affidarsi ad un’aquila anabolizzata e dopata dagli effetti dell’unificazione su un resto d’Europa infiacchito, e della forza valutaria del Marco rispetto a valute devastate da speculazione ed equilibri internazionali? O non sarebbe stato più strategico, da Bruxelles, avviare in quella metà anni Novanta una politica di ristrutturazione e ripartenza del resto della produzione automobilistica continentale?

 

L’Automotive tedesco decolla ma con riserva, mentre muore il mondo Premium europeo

Le cifre danno ragione alla seconda ipotesi: per effetto del ridimensionamento nazionale di alcuni Costruttori ed a causa della delocalizzazione di Stabilimenti europei in aree del mondo a basso costo del lavoro (Asia, Africa, Sudamerica, ex Est Europa) neppure l’inclusione progressiva nella Unione di Paesi europei del Blocco socialista riesce a risollevare una cavitazione ed un crollo sistematico e continuativo di produzione automobilistica in Europa. Anzi Bruxelles si rende a suo modo protagonista di un paradosso storico ed economico: è l’unica “capitale” di un Continente politico in allargamento (l’Unione) che progressivamente alla crescita di Stati membri e di popolazione attiva riduce drasticamente il volume di auto prodotte dentro casa in un mercato mondiale dove crescono numeri e domanda.

Il problema  è nell’asse privilegiato che aveva portato Bruxelles a favorire Berlino, come detto: va detto che l’automotive italiano e francese avevano le loro “comfort zone” fuori dall’Europa. Gruppo Fiat e Renault inSudamerica, PSA in Nordafrica; ed infatti le controllate di questi Gruppi furono un poco il salvadanaio tecnologico e per alcuni aspetti anche patrimoniale nel decennio anni ’90.

Senza contare che l’indebolimento di pezzi importanti dell’Automotive europeo in Italia e Gran Bretagna ha aperto spazi commerciali alla produzione giapponese di importazione nel momento in cui per ovvi e necessari motivi l’UE decideva un ammorbidimento sui contingentamenti :nel 1993 erano un milione di pezzi, nel 1994 un milione e trecentomila, per poi crescere dentro all’accordo del WTO di fine anni Novanta.

Aver dato forza e rappresentanza ad una Germania endemicamente incapace di essere guida unica in Europa a prescindere dai modi più o meno democratici (basta vedere la storia) con cui si è nel tempo mostrata, è stato un danno per tutta l’Industria europea dell’Automotive soprattutto nella presenza in mercati emergenti come Asia, India, ex URSS.

 

Aver assecondato le crisi isteriche e quel maledetto senso di vendetta che la politica tedesca ha avuto dalla Signora Merkel in poi verso l’umiliazione post bellica ha fatto il paio con una sprovveduta e farlocca voglia neocolonialista ed imperialista che i cosidetti “falchi” un poco tamarri di Berlino hanno esercitato contro mercati e paesi europei in grave  crisi sociale ed economica. 

La Germania ha vinto facile contro chi era già alla frutta. Gran Bretagna, Grecia, Italia, sono stati obbiettivi vergognosamente plagiati dalla prosopopea un poco impotente della politica tedesca; e l’Austerity è stata allo stesso tempo l’evidenza che la Germania non è mai uscita e mai uscirà dalla ossessione frustrante della sonora lezione di Norimberga; e dall’altro l’avvisaglia che quel pastore tedesco perennemente ferito e in collera con il mondo è incapace per costituzione di essere una guida politica di una costruzione equilibrata di Stati senza manifestare inevitabili segni di rancore.

In parole povere la Germania è una perpetua versione LowCost degli Stati Uniti: si riconosce solo nella battaglia dove si impegna a primeggiare purchè contro avversari che lei stessa vuole scegliere; si comporta in modo equivoco e mercantile con i nuovi alleati di turno che poi, regolarmente, finiscono per purgarla (vedi il caso della Cina) e poi finisceregolarmente nella palude delle sue pessime ed un poco allucinate visioni mondialiste. 

Riuscite ad esempio a spiegarVi come possa la Germania essere passata da Nazione più attiva in tema di Joint Ventures e cooperazioni con la Cina, a dichiarare apertamente (come riporta Bloomberg) attraverso ex vertici della Volkswagen (riporto testualmente):

“Sta avvenendo una distruzione sistematica dell’Industria automobilistica tedesca da parte della Cina” ed anche: “la guerra industriale condotta dalla Cina è asimmetrica, poiché trova una Unione Europea frammentata ed ingenua”.

Sarebbe dovuta dunque arrivare una economia con i contro coglioni come la Cina per far fare alla Germania la figura del topolino dentro al forno a Gas…La Cina è, simbolicamente ed economicamente, il contrappasso di una società germanica che riesce sempre, nella storia, a mandarsi all’Inferno da sola. Riflettiamo un attimo sull’ultimo quindicennio di vicende Automotive e, soprattutto, sulla ineluttabile dose di paracula schizofrenia con cui la Germania adotta da sempre storicamente su di sé la autoassoluzione plenaria per causa di forza maggiore.  

Non è la Cina con cui la Germania ha moltiplicato le Joint Ventures applicando la “golden Share” su ogni attività e strategia della UE; ma è la Cina che vuole annientare l’industria tedesca.

 

Non è l’Unione Europea che per almeno tre decenni ha scritto sotto dettatura tedesca le regole economiche e commerciali del Vecchio Continente finendo per azzoppare e pregiudicare tutto quel che non fosse di chiaro colore teutonico: ma è, secondo i manager tedeschi, l’Unione frammentata ed impotente a fare la guerra al gigante cinese. 

 

Solo l’Export tedesco in Cina è crollato. Come mai?

La traduzione, in fraseggio prussiano? Eccolo: “Cara Europa, abbiamo bisogno di tornare alla guida politica del Continente, ed abbiamo bisogno di ritrovare produttività per tornare ad essere la Guardia Giurata d’Europa.” Bene, beato chi ci casca ancora. Io no.

 

Come mai l’agroalimentare italiano vive ancora un Boom costante, in Cina? Come mai l’industria del profumo continua a crescere in Cina ed Asia? Come mai solo l’Export tedesco nel mondo crolla, e crolla soprattutto in Cina ?

Eccolo qua il contrappasso dantesco: l’inesistenza della Germania come “Country Brand”. Essere solo, meccanicamente e banalmente, capaci di fare benissimo alcune cose senza accendere la fantasia. L’Aquila tedesca insomma vista un po’ come una cornacchia: fastidiosa, pettegola, acida e minacciosa con i piccoli, accondiscendente con chi è più interessante per fare affari, tendenzialmente poco accattivante. Insomma, a dispetto di quel che si dice dell’Italia, la Germania del nuovo Millennio è lo Stato Nazione meno Nazione di tutte le altre nazioni europee. Distrutta e smembrata dai vincenti di due Guerre mondiali, non ha fatto in tempo a ridenominarsi Germania superando i vecchi confini prussiani da essere stata di nuovo divisa in due dai blocchi in contrapposizione. Non ha neppure fatto in tempo, una volta ricostruita industrialmente con la forza lavoro degli immigrati, da aver tentato la riunificazione. 

E così una mezza Germania occidentale che stava appena in quel momento facendo conoscenza con sé stessa si è dovuta apparentare con l’altra metà che non aveva mai conosciuto. A volte c’è da chiedersi chi sia stato a capo di questa sorta di esperimento sociologico alla Dottor Mengele, sul serio. Difficile recriminare alla Germania il retaggio storico della ferita atavica e della rivalsa, nella ossessione dell’Austerithye della punizione esemplare nei confronti della Grecia nel 2013. 

Così come la simbologia dell’Automotive tedesco come portabandiera dell’Industria europea avrà fatto sentire a molti a Berlino il ricordo suggestivo dell’epopea prebellica, con Auto Union e Mercedes a dominare le scene. Ma questo non è il momento dei ricordi, ma della programmazione: volenti o nolenti, quando la Germania starnutisce si è ormai posta nella condizione per la quale è tutta l’Europa a prendere il raffreddore.

Il problema è che dietro tutto il vittimismo tedesco contro i cinesi c’è la realizzazione di una consapevolezza: la Germania ha capito di non poter mettere le mani sul mercato cinese; ed allora, da alcuni anni, si sta divertendo a rompere le uova nel paniere alla Cina nel mercato in cui la Cina aveva puntato di più negli ultimi anni: il Sud Africa. Abbiamo redatto e pubblicato diversi pezzi che evidenziano bene come i Costruttori tedeschi abbiano chiuso e ridimensionato siti produttivi a casa loro per aprire in Africa. Forse, vista l’interazione tra UE e Germania negli obbiettivi di convergenza nel mercato africano, la Cina magari si è fatta saltare la mosca al naso??

 

Ma se l’economia tedesca entrasse in cavitazione, quanto ne risentirebbe l’Europa? Con la Germania in recessione nel 2023 e nel 2024 l’effetto di stagnazione sul Pil dell’Unione si è fatto sentire. Con 84 milioni di persone ed una industria di trasformazione di semilavorati che provengono da altri Paesi europei l’economia tedesca in crisi pesa persino su qualche decimale di Pil sulla crescita italiana. Possibile che la crisi tedesca sia determinata dal crollo dei trends della sua industria in Cina? Se si, la colpa è proprio della Germania. L’ossessione stessa dell’Austerithy – secondo un articolo del Financial Times del 2022 – svelerebbe l’arcano per il quale una frenata della produttività e del potere di acquisto generalizzato in Europa avrebbe potenziato la leva di export tedesco verso la Cina; a dire il vero la barricata contro la Grecia ha anche permesso alla Cina di fare un discreto shopping (pare per quasi 250 miliardi di Euro) per “coprire” di investimenti cinesi il territorio ed i porti ellenici. Tante cose che suonano male in questo malcelato rancore dei tedeschi verso l’ex blocco alleato occidentale di Norimberga. Sospetti che nella ossessione e nella paranoia legalista e giustizialista che mostrava da parte del cosidetto “falco” Scheuble si nascondesse una sana voglia di farsi bei cazzi propri a livello economico. La Germania che apre la guerra a distanza con l’America sul presunto “Telephone-Gate” e che viene ripagata pan per focaccia dal DieselGate solo pochi anni dopo. Quante coincidenze.

 

Di certo la Germania “Chiagn’ e ‘ fott’” sa bene di essere “Too big to fail” e conosce il peso specifico della sua economia nel trend europeo. E questo è forse la cosa che mi fa desiderare che la Germania, per poter tornare ad essere amata più in generale, debba tornare…..”Due”.

Ma a parte questo, ammettiamo che si debba operare un “Soccorso Rosso” rivolto al benessere della Germania. Ok, ma da dove ripartire? La classe politica e la gestione governativa dell’attuale Germania è in pieno caos, effetto di un disordine sociale che avrebbe già spinto mio nonno a tormare in montagna nel suo vecchio rifugio partigiano, fosse stato ancora in vita.

E come operare su Brand che, onestamente, sono stati a tal punto “pompati” e gonfiati mediaticamente per un trentennio da risultare oggi quasi campane vuote dal rintocco “ottuso”?

Quanto valgono oggi i Brand Premium tedeschi?

Secondo me molto poco, ma come detto io conto ugualmente poco nel contesto del dibattito. Ma quanto valgono i Brand tedeschi? Non spetta a me contabilizzare lo stato patrimoniale e l’esposizione in Borsa. A me spetta fare la cosa giusta; analizzare le cose con criterio e buon senso. Cosa rara al giorno d’oggi. La faccio semplice: ricordate l’effetto Tesla? In un sistema definito e con una dimensione “N” di protagonisti Automotive di riferimento, i Brand tedeschi contrapposti a quelli francesi ed italiani conquistavano un peso ed un valore; confrontati con quelli giapponesi ne assumevano un altro; e su scala occidentale ne assumevano ancora uno diverso a confronto anche con i Marchi americani. Poi però tra quei Marchi americani si delineò quello di Tesla, Ed è bastato un crack Lehman ed un nuovo paradigma sull’ecomobilità per spostare i rapporti parametrici. La Commissione Europea con la politica “Carbon Zero”, il DieselGate e il confronto con gli altri mercati internazionali hanno variato ancora di più i rapporti in gioco. L’arrivo della Cina come player pronto a giocare contro l’Europa e la Germania la guerra commerciale sull’Auto di quanto farà variare nuovamente i rapporti di valori in ballo?  Vi lascio ogni risposta.

Un asse franco tedesco sull’Auto?

I rapporti dimensionali in gioco tra di loro portano anche ad una domanda pesante: puo’ essere possibile nel Risiko prossimo venturo del mercato auto una o più acquisizioni di Brand, Marchi o Gruppi Costruttori tedeschi da parte di operatori esteri? Se il rischio c’è, l’unica soluzione dovrebbe essere una gigantesca “Consorziazione” di Marchi Costruttori e Gruppi sotto una unica dimensione associativa. Per aumentare la massa critica, per avviare il famigerato progetto di Blockchain continentale in tema di Auto, e per ridare equilibrio a Paesi e Marchi “vicini di casa” della ormai ex Aquila tedesca, ormai sempre più cornacchia. Una sorta di “ATI” – Associazione Temporanera di Imprese” per la proposizione del “modello di auto BEV all’europea”. 

Ma questa idea è talmente buona che Bruxelles non la prenderà mai in esame.

Riccardo Bellumori