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Lancia Rally 037: ma quale Davide contro Golia?

La Lancia Rally 037 che si prepara alla Stagione 1983 sembra davvero, per i contemporanei, la trasposizione agonistica del “miracolo italiano” anni 80. Nessuna vettura da Rally poteva assomigliarle in quell’epoca, e tuttavia dentro quella “037” si confondeva il fascino lineare di una italiana, la razionalità eccellente e spartana delle tedesche, la fantasia eccentrica delle francesi, la classe prestigiosa e nobile delle inglesi. Ed infine la miniaturizzazione ipertecnologica che iniziava a rendere il Giappone una superpotenza automobilistica.

Lancia Rally 037 era fin dal suo esordio una World Car, una sorta di cartolina turistica del tempo da cui si mostravano le istantanee del meglio della tradizione motoristica internazionale.

E forse era proprio questo il senso della “037” così come si mostrò al mondo fin dal suo debutto globale, tra l’altro purtroppo funestato dall’incidente di Attilio Bettega al Tour de Corse 1982.

Da un lato la voglia di Chivasso di lanciare nell’ambiente la propria interpretazione ideale del nuovo Gruppo B estremizzandone le affinità con il vecchio Gruppo 5: in questo Lancia riesce ad essere in effetti la prima vera Gruppo B del nuovo sistema regolamentare in quel 1982 in cui intorno alla Lancia tutti gli altri Costruttori non avevano fatto altro che prorogare le vecchie Gruppo 4 o al massimo approfittare delle nuove parametrazioni peso/cubatura con cui le Gruppo B erano avvantaggiate rispetto alle originarie Gruppo 4, per “riomologare” nel nuovo Gruppo modelli aggiornati di dettaglio.

Per questo anche a livello pubblicitario e mediatico l’immagine della 037 è contemporaneamente l’immagine di tutto il Marchio Lancia: perché ne esalta i canoni e principi simbolici sul mercato.

Se Lancia è sinonimo di eleganza, 037 risalta per la sua immagine da prototipo sartoriale nobile; se la griglia anteriore del “family feeling” fatto da griglia e scudo sono ormai il must commerciale per identificare i modelli sul mercato, quel frontale cesellato dalla serie “Beta Coupè” mette in risalto la griglia copriradiatore e lo scudo Lancia come vessillo bene in vista; ma quello che a mio avviso è ancora più sorprendente nella – tutto sommato – breve vita agonistica della 037 (solo tre stagioni mondiali complete e due molto parziali, con l’ultimo Rally mondiale 1986 al Safari) è che riesce subito a far innamorare “lancisti” e non lancisti attraverso le sue linee da first lady contro una coreografia dove, sappiamo, svetta la figura da drago sputafuoco dell’Audi Quattro. In questo, un piccolo inciso: Renault 5 Turbo Gruppo 4/B e Lancia Rally 037 sono unite da un sottile filo che le unisce fin dalla nascita. Sono tra le poche architetture destinate ai Rally che rispondono più alle regole del Gruppo 5 che non del vecchio Gruppo 4. Cioè la capacità creativa di costruire una vettura totalmente nuova e estranea al concetto della berlina di serie da cui deriva il prototipo da Gara, rispettandone tuttavia l’elemento cruciale di identità simbolica e commerciale: la cellula abitacolo e la linea frontale di affinità con i valori del Marchio. Intorno a questi due elementi traccianti tutto viene stravolto. Ma se nella “037” del 1982 il prodotto finale è di sicuro definito per affinità con le nuove regole del Gruppo B, che univa i vecchi Gruppi 3,4,5 e di cui Lancia “acchiappa” tutto quel che si può spendere del Gruppo 5, nella Renault 5 Turbo il concetto sublimato da Marcello Gandini non era così alla portata, e definisce in modo ulteriore il genio del nostro Designer. Sviluppare e trasformare la base della Alpine 5 ricevuta dalla Renault stravolgendola fino a quel punto creando – simbolicamente – la prima Gruppo 5 tradotta in Gruppo 4 per i Rally è stato un lavoro che solo lui avrebbe potuto fare regalando a Renault, dopo la serie “Gordini” e le Alpine il doppio traguardo di una identità propria in ambito rally internazionali e di profeta del Turbo (….dopo la Saab) nei Rally.

Fatto questo inciso, per dovere di passione sportiva, chi ha vissuto la Rally 037 nella sua contemporaneità si ricorda che – come per la Stratos – esistevano due dimensioni di queste berlinette straordinarie:

-La dimensione “reale” o statica, nella quale se Vi capita di imbatterVi ancora oggi credo avrete le stesse suggestioni di allora: sia la Stratos che la “037” dal vivo tradiscono tutte le percezioni o impressioni di impatto che si possono derivare dalle immagini o dai Video; questo perché sono straordinariamente minute, ridotte, tascabili. Sembra incredibile che nel loro involucro possano contenere motore/cambio/serbatoi e persino l’abitacolo per due persone;

-la dimensione fotografica e televisiva dove al contrario questi due mostri da Gara sembrano sempre due giganti dell’asfalto o dello sterrato per via di quelle traiettorie in controsterzo e delle nuvole di polvere sollevate.

Lancia Rally 037: la prima vincente, fotogenica ed antropomorfa

A differenza della “Stratos” tuttavia, la “037” aveva quel qualcosa di “antropomorfo” che alla Stratos mancava: chiariamo, non che la Stratos non fosse mozzafiato e onirica. Ma se provate a chiudere e gli occhi e ricostruire mentalmente la Stratos io credo che anche a Voi come a me si pone in primo piano tutta la vettura, in qualunque sua vista. 

La magia di Gandini talmente straordinaria, da aver reso la Stratos HF come un monolite proveniente dallo spazio, porta alla memoria selettiva dell’osservatore tutto l’insieme strutturale dell’auto quasi fosse un corpo unico indivisibile.  

Invece, provate a fare altrettanto con la “037” e prima di arrivare al “volume finale” complessivo la vostra memoria verrà facilmente intrappolata in una coppia di fari anteriore, o nello spoiler posteriore, o nello scudo frontale, o altro. Insomma, in questo si può identificare la teoria dell’”antropomorfismo” della 037 che ha affascinato tanti.

Certo, dalla sua la piccola Lancia aveva una linea che sembrava senza tempo. 

Ed in parte era vero. Se comprendiamo la catena evolutiva più estesa della genesi della 037 a partire dal famoso protocollo di progetto “X1/8” assegnato dalla Fiat a Pininfarina per una berlinetta a motore posteriore centrale, la trama era partita dal 1969. 

Per poi approdare al progetto Pininfarina Abarth “SE030” iscritto al Giro d’Italia automobilistico del 1974. Ovviamente tutto approda nella Lancia Beta Montecarlo del 1975 ed alla sua estensione Montecarlo Turbo Gruppo 5 avviata come progetto nel 1977.

A quel punto Pininfarina ed Abarth, nuovamente, ripartono dalla cellula abitacolo centrale della Beta Montecarlo scelta però in allestimento “Targa” ovvero “Spider” con tettuccio superiore asportabile. 

Sembra un aspetto puramente marginale ma dimostra l’attenzione che fin dai minimi particolari si vuole dare in Lancia alla cura generale di estetica, ergonomia, aerodinamica e volumetria generale.

Il tettuccio viene sagomato a mo’ degli stilemi Zagato del “Dual Bubbles” per garantire alla testa del pilota sormontata dal casco di avere spazio in altezza per muoversi e non battere sul tetto anche in fase di salto su dossi, buche, etc…

Ma l’attenzione alla dimensione “comfort” si individua anche per particolari come il mini “snorkel” posto alla sommita’ centrale del vetro anteriore e dedicato alla aerazione e ventilazione dell’abitacolo.

Ma la cellula centrale (con parabrezza e montanti) è effettivamente della Beta Montecarlo, incastonata all’interno da una gabbia in tubolare e davanti e dietro alla quale partono due tralicci che sostengono davanti anche attacchi ed ammortizzatori dei bracci di sospensione; e che dietro racchiudono motore e cambio.

Siamo dunque così arrivati al famoso progetto “SE 030”, progetto congiunto tra Fiat, Abarth e Pininfarina con la Dallara incaricata di costruire il prototipo nel settembre del 1980, poco dopo che il progetto aveva ricevuto il via libera dai vertici di Torino, con la finalità di studiare anzitempo la possibile sostituta della “131 Abarth”. Dallara disponeva già delle attrezzature utilizzate per costruire la Beta Montecarlo Turbo Gruppo 5 e tra l’altro il motore era già stato previsto come dotato del sistema di iniezione meccanica Kugelfischer e del compressore volumetrico Abarth tipo Roots.

Altra peculiarità chiesta da subito, motore longitudinale in modo che le lunghe sospensioni a quadrilatero avessero spazio a sufficienza e il cambio fosse facilmente accessibile e sostituibilein appena 12 minuti; e poi lubrificazione a carter secco, appositamente progettata da Abarth per garantire una pressione dell’olio costante in tutte le condizioni, e per consentire il montaggio del motore notevolmente più in basso nel telaio, migliorando così il baricentro.

Una cura del genere fin dal prototipo del 1980 poteva trovare solo un accurato lavoro di affinamento aerodinamico e formale per passare dal prototipo SE037 al layout finale della Lancia Rally 037 presentata nel 1982 al Salone dell’Automobile di Torino: la collaborazione tra il marchio Lancia, la celebre casa di design Pininfarina, il costruttore di telai Dallara e il preparatore Abarth porta alla luce una vettura da rally straordinaria. Ancora oggi, questa vettura evoca ricordi indelebili nei piloti che l’hanno domata e nei tanti appassionati che affollavano i bordi delle strade del Rally di Sanremo. 

Il 7 ottobre 1983, esattamente 40 anni fa, la Lancia Rally 037 conquista il titolo mondiale costruttori.Tra i piloti che contribuiscono a questo straordinario successo vi sono leggende come Markku Alén, Walter Röhrl, Attilio Bettega e un giovane Miki Biasion. Ma soprattutto c’è il gigante organizzativo di HF e di Cesare Fiorio. E per questo, spero che il mio ricordo della epopea 037 faccia risaltare degli elementi che ripristinino la realtà delle cose ben oltre un film che ho criticato fin dal suo preannuncio di lavorazione in fieri. Parlo ovviamente del film di Scamarcio sulla famigerata sfida Lancia / Audi, in cui il marchio di Chivasso viene dipinto come un piccolo e gracile “Davide” contro il titanico ed invincibile Golia di Ingolstadt, la Audi.

Posto che, dicendo in piena legittimità di dirlo, ritengo Scamarcio uno scarsissimo professionista cinematografico ed attore sia davanti che dietro alla macchina da presa; 

premesso che il delitto di lesa Maestà alla Stagione di Rally 1983 è stata nel voler riprodurre tutto in scatola di montaggio con scenari finti, paesaggi ricostruiti, auto di cartapesta e tanto di Stuntman per replicare una delle Stagioni più testimoniate ancora oggi da milioni di foto e video tra Web, Archivi e repertori pubblici; 

posto che il valore storico e simbolico di quella Stagione rallystica 1983 è (ma si tratta di una mia opinione) molto inferiore ad esempio alla Stagione precedente dove per un soffio avrebbe potuto vincere il Titolo Piloti Michelle Mouton, con tutto il corredo di simbologia e didascalia possibile…

Riccardo Scamarcio a ripetizioni di Motorsport?

Detto tutto questo, dipingere il confronto tra “quella” Lancia del 1983 con quella Audi 1983 come il duello tra Davide e Golia, “RI-dimensionando” tutto al livello in cui oggi si trovano anche nel confronto tra loro i due marchi mi sembra sintomo di analfabetismo sportivo sul settore specifico del Motorsport e di pressapochismo, degno di chi non si è neppure degnato di fare un po’ di ricerca storica. Partiamo dal principio: nel 1983 che iniziava, sapete quante Stagioni mondiali aveva già svolto l’Audi (inteso come Team)? Solo due. Sapete quante Stagioni “mondiali/Internazionali” aveva sulle spalle il Team Lancia HF (lasciando perdere le presenze del Campionato Europeo)? 

Nove Stagioni dal 1970 fino al 1979. E lo Staff “HF” in aggiunta aveva comunque anche assistito la Squadra Fiat nel periodo di staffetta” tra Lancia e Mirafiori. Inutile anche solo puntualizzare i Titoli variamente vinti fino al 1983 da Chivasso contro gli allori di Ingostaldt conseguiti fino allo stesso anno. Se parliamo di numeri assoluti, le cifre sono chiare e reperibili sul Web: Ingolstadt produceva fino al 1982 al massimo 50.000 auto e Chivasso (Lancia) oltre tre volte tanto.

Le Squadre? Neppure a confrontarle. Ottimo Staff in Audi, ma la Lancia era nella peggiore delle ipotesi quella che aveva portato al trionfo Fulvia, Stratos e persino in parte la 131 Abarth.

Da tutto questo, anche, parte la grande impresa (tale resta, ci mancherebbe) del pieno Titolo mondiale Costruttori e di quello che sarebbe potuto essere il Titolo Mondiale Piloti nel 1983.

Il resto, senza dubbio, parte anche da una fragilità endemica che la “Quattro” patì fin proprio alla soglia di quella Stagione, senza dimenticare che la tecnica della “037” non era certo pizza e fichi.

E non per sminuire, ma sapete contro chi si dovette battere la Squadra Lancia nel 1983 oltre che contro l’Audi? Contro la Opel che stava surrogando la Opel Ascona Gruppo 4/B con la Manta Gruppo B; contro la Renault che riproponeva in Gruppo B la “5 Turbo”, contro la Nissan che fece debuttare una classicissima e troppo ingombrante “240 S”, oppure contro Toyota/Subaru/Mitsubishi a presenza parziale nella Stagione? Oppure con la assenza “pesante” di Ford, che sarebbe tornata l’anno dopo, e della Peugeot che fino a buona parte di quel 1983 era stata tenuta lontana dallo sviluppo della “205 Turbo 16”?

La Lancia Rally 037 non fu mai un Davide contro un presunto Golia nel 1983, ma certo dalla Stagione successiva si trovò davvero circondata. La mancanza della trazione integrale e di una motorizzazione adatta a girare sui 400 cavalli almeno avrebbe tagliato parecchio le gambe alla principessa snella e piccante vestita Martini. E sarebbe stato tempo di cambiare, certo.

Ma definire la “037” pregiudizialmente svantaggiata rispetto all’Audi in quel 1983 è stata davvero una barzelletta che spero in questo mio racconto di aver superato.

Riccardo Bellumori

Nuova BMW Serie 7 2025: Anteprima Rendering

La nuova BMW Serie 7 è pronta a portare su strada uno stile aggiornato dal Restyling.

La casa automobilistica tedesca sta preparando una versione rinnovata della sua berlina di punta e, grazie alle recenti foto spia, abbiamo la possibilità di farci una prima idea del suo aspetto.

La storia delle berline di rappresentanza della serie 7 è iniziata nel 1977, quando è stata presentata la prima generazione con l’indice di fabbrica E23. Oggi è già in produzione la settima generazione del modello con carrozzeria G70, che ha debuttato nell’aprile 2022. Questa “sette” è risultata una delle più controverse dal punto di vista del design, e in precedenza abbiamo presentato la berlina con varianti di design alternative, nonché senza la parte superiore dei fari “a due piani” e con fari normali. BMW ha sottoposto a test i prototipi della versione aggiornata e, a giudicare dalle foto spia, manterrà gli elementi del suo design insolito. Questi rendering di Kolesa.ru ci permetto di dare uno sguardo definitivo al modello.

Rendering Kolesa.ru

LO STILE TUTTO NUOVO

Innanzitutto, rimarranno i fari “a due piani”, anche se il loro design cambierà leggermente: le strisce superiori potrebbero diventare più strette, mentre gli elementi principali dei fari saranno posizionati leggermente più in basso e diventeranno quasi quadrati. La griglia del radiatore sarà ridotta nelle dimensioni e avrà barre orizzontali. Inoltre, il rendering mostra una versione con barre aggiuntive tra la griglia e i fari (questa zona è ancora completamente mascherata nei prototipi), che può essere considerata un riferimento alle “sette” delle prime due generazioni. Non sono previsti cambiamenti significativi sui lati, mentre sul retro si intravede solo il nuovo design dei fanali con strisce LED orizzontali, simile alla “cinque” dell’ultima generazione. Inoltre, la berlina avrà sicuramente un design rivisto del paraurti posteriore e abbiamo raffigurato una delle possibili varianti.
La BMW Serie 7 è disponibile sia con motori a combustione interna che in versioni completamente elettriche. Sono disponibili anche versioni ibride con motori turbo a benzina. Si prevede che dopo il restyling la berlina manterrà la gamma principale di propulsori, ma potrebbero apparire nuove versioni ibride con potenza aumentata. Gli interni cambieranno notevolmente: a giudicare dalle foto spia, la berlina avrà uno schermo a tutta larghezza sul pannello frontale, che apparirà per la prima volta sul crossover di serie Neue Klasse.
La prima del nuovo modello potrebbe avvenire il prossimo anno. Ricordiamo che all’inizio di questo mese è stata resa nota l’intenzione della casa bavarese di realizzare un fuoristrada di lusso che competerà con la Mercedes-Benz Classe G.

Hyundai Ioniq 5 N-Line: Focus Tech e ADAS

Oggi esploriamo a fondo il sistema di infotainment e le tecnologie della nuova Hyundai Ioniq 5 N-Line 2025.

Un focus dettagliato su android auto e apple carplay, navigazione e le funzionalità avanzate di questo modello. Scopriamo insieme le innovazioni di hyundai in questo video!

Dreame: dagli aspirapolvere alla supercar elettrica

Il produttore di apparecchiature per la pulizia domestica Dreame, con sede a Suzhou, ha annunciato che entrerà nel mercato dei veicoli elettrici e che il suo primo modello, previsto per il 2027, sarà qualcosa di ultra-lussuoso sulla falsariga della Bugatti Veyron: in altre parole, punta a diventare l’auto più veloce del mondo, secondo quanto riporta CnEVPost. Si tratta di un vero e proprio salto nel vuoto!

“Oggi Dreame annuncia ufficialmente il suo ingresso nel settore automobilistico con l’obiettivo di costruire l’auto più veloce del mondo. Forse non saremo i primi a intraprendere questo viaggio, ma saremo sicuramente i più determinati”, ha dichiarato l’azienda, aggiungendo che l’auto sarà alimentata dai super motori Dreame e sarà perfettamente integrata con le smart home e i dispositivi mobili degli utenti.

Dreame riconosce che l’industria automobilistica cinese è ora estremamente competitiva, ma afferma di aver messo insieme un team automobilistico di quasi 1.000 persone (e in continua crescita) e che i suoi piani di avventurarsi nel settore automobilistico risalgono al 2013. Sottolineando la sua leadership nel settore della pulizia in Cina, Dreame afferma che utilizzerà i prodotti, la strategia e il ritmo giusti per portare i prodotti fabbricati in Cina nei mercati di fascia alta di tutto il mondo.

Lalamove, Xiaomi, Huawei, Sony Honda, persino la vecchia Renault Samsung: vi vengono in mente altri marchi non automobilistici coinvolti nella produzione di automobili?

Ken Tyrrell: storia dall’inizio alla fine del sogno Made in Cosworth

La storia di Ken Tyrrell non può mancare nella conoscenza di ogni appassionato. 

Al costo di acquistare una copia del libro “KEN TYRRELL – La biografia autorizzata” che – Vi assicuro – potrebbe costringerVi a rileggere due volte i primi sei o sette Capitoli per entrare in una sorta di “aria di famiglia”; ma che poi ha portato anche uno come me a leggere le 300 e passa pagine in solo pochi giorni estivi. Per la prima volta ho approfittato di ogni spazio libero per riprendere la lettura: pause, spostamenti in treno, minuti rubati alla inutile televisione.

E’ quasi magico vedere descritta la “sede” della Factory, leggere delle pareti in lamiera, delle vetrate in fogli di plastica, delle porte cigolanti, delle attrezzature prese a prestito persino negli anni dei Mondiali. 

Ma è soprattutto incredibile vedere come Tyrrell trattasse tutti come la propria famiglia. Della dignità con cui ha affrontato anni di miseria, o del rispetto e della onestà con cui ha condiviso i periodi di abbondanza. Dai suoi Ken Tyrrell è riuscito a tirare fuori il cosiddetto “fritto” ma partendo quasi sempre da outsider o ragazzini di primo impiego. La storia di Derek Gardner in questo è emblematica.

Fa effetto, Vi dico, pensare che 200 Pagine raccontino il periodo d’oro di Ken nell’automobilismo di rango, dal primo giro di prova fatto fare ad un giovane Jackie Stewart (1962) fino all’addio di Derek Gardner del 1977, per passare al periodo dell’oblio terminato a mio avviso quaranta anni fa con la squalifica che segna la fine irreversibile di un sogno: quello di poter restare ai piani alti della F1 pur raschiando il barile. 

Quasi vent’anni di leggenda di un Team che è stato raccontato con solo circa novanta pagine dal 1978 fino alla fine della esperienza terrena di quello che metto sul Podio, insieme a Cooper e Chapman, tra i tre garagisti – vincenti – più geniali della storia della F.1.

Ed il motivo per il quale ben 120 pagine riguardano quel che “Zio Ken” ha compiuto più o meno da metà anni Cinquanta fino al 1977 (P34 Sei ruote) – dunque in un ventennio – mentre un analogo intervallo di tempo viene illustrato in molte meno pagine proprio dal 1978 fa capire come purtroppo l’epopea del soprannominato “Boscaiolo” sia esplosa e ricomposta in termini modesti proprio nello stesso arco di tempo in cui si sono espressi e sono poi decaduti gli altri “garagisti” fa capire anche l’epopea di tutta la F1.

Purtroppo l’ultimo Titolo Mondiale della Tyrrell, più di mezzo secolo fa, corrisponde al terremoto che apre una nuova era per la squadra: l’abbandono di Stewart e la tragedia di Cevert. Quel Dicembre ’73 descritto nella tristezza e nel silenzio irreale di una Squadra Campione del Mondo che riparte da zero, avvolge ogni lettore nello scenario triste di quei capannoni, seconda Casa della Squadra, dentro i quali improvvisamente irrompono il silenzio irreale, il buio crepuscolare e il gelo umido della campagna invernale della vecchia struttura di Long Reach, nella strada di campagna a sud di Ockham verso West Horsley a Woking nel Surrey, poco prima dell’incrocio con Green Lane.

Le vetrate ricomposte a fogli di plastica trasparente per riparare vetri rotti, quell’angolo di ufficio di Ken che si arrabbiava sempre verso il cane randagio ormai adottato dalla Squadra che intravedendosi dalla porta finestra si mostrava sempre al di fuori nell’intento di fare i suoi impellenti bisogni sulla parete esterna…….Sembra proprio di sentire, pelle a pelle, la tristezza improvvisa che forse fu acuita dalla effervescenza con cui Ken e Jackie seppero tirare su a velocità pazzesca un vero e proprio fenomeno organizzativo e sportivo che fu la primissima Squadra Tyrrell.

Si, certo: era accaduto tutto questo ed accadrà ancora in F.1. 

Ma la Tyrrell non era solo una Squadra, ma una famiglia. Arriva il ’74 con un mezzo miracolo, perché Ken chiama a sé due talenti come Jody Scheckter e Patrick Depailler e la “famiglia” si ricostruisce.

Ma poi la Tyrrell “007” diventa vecchia ed il DT della Squadra, Derek Gardner tira fuori la “P34” tra luci ed ombre: comunque le uniche due “6 ruote” della storia di F1 arrivano terza e quarta iridate nel 1976, nulla da dire.

Dal 1978 in poi la vicenda e la stella della Tyrrell tramontano, lentissimamente. Colui che aveva inventato il Merchandising (Tyrrell fu la prima Squadra a montare un gazebo all’ingresso del Paddock per la vendita di gadgets e capi di abbigliamento griffati, non lo sapevate?) e che riuscì a creare la sua prima partecipazione in F.1 con un “girotondo” supercazzoliano nel convincere Matra, Stewart, Ford, Dunlop semplicemente “usandoli” l’uno verso l’altro; beh, quel Ken Tyrrellpagò la incapacità politica a cercare e creare accordi e cartelli sottobanco, oltre alla scarsa attitudine mediatica che invece avevano altri Team Managers.

Ken Tyrrell ed il Cosworth, forse un karma elettivo più forte di quello con Colin Chapman

Sessanta anni di dinastia. Ford Cosworth, anche questo un nome che gli appassionati conoscono bene, ma secondo un menabò scenografico che privilegia il solo ruolo di Colin Chapman e della Lotus. 

 

Mentre invece alla fine di quest’anno si celebra un sessantesimo anniversario un poco sotto traccia: saranno sessanta anni dalla prima volta in cui Colin Chapman, forte di una delega politica rilasciata da Ford, fece visita agli amici Costin e Duckworth per delineare il quadro di insieme del successivo Cosworth DFV (Dual Four Valve) 8 cilindri a V da 3000 cc. nato dalla unione trasversale di due blocchi Ford “FVA” quattro cilindri in linea di circa 1460 cc. di serie derivati da quelli montati di serie su Anglia e Cortina.

Come noto, la spinta causale deriva dal cambio dei regolamenti previsto in quello stesso periodo con il passaggio dai 1500 cc al 3 litri pieno. Da quel momento Chapman poteva dire addio al Coventry Climax come altre squadre, alcune delle quali però percorsero la strada della “Joint Venture”.

Tra questi spicca Jack Brabham, sottovalutato ingiustamente rispetto al cono d’ombra leggendario e mediatico: lui che conosceva la “Repco” (una Società che si occupava di produzione e distribuzione ricambi in Australia nonché di rettifica e riparazione di motori per conto dei Costruttori ufficiali) per avergli affidato i Coventry Climax per le revisioni e riparazioni, concorda la realizzazione sperimentale del famoso V8 Repco da 3 litri, un motore che in tre Stagioni consente comunque una decina di vittorie e diverse ottime prestazioni a Sir Black Jack. 

L’operazione Cosworth tuttavia riprende storicamente un effetto dell’operazione Repco Brabham.

Come la Repco anche la Cosworth è ancora una brillante semi sconosciuta realtà artigianale affermatasi nella elaborazione sportiva a marchio proprio di basamenti Ford of England (tra l’altro diffusissimi e perfetti all’uso perché affidabilissimi e semplici da riparare) partendo nel 1959 da un 4 cilindri 1000 cc.

Dall’altro lato e a maggior gloria di Chapman c’è però il pensare in grande: Ford all’epoca del 1965 è un Marchio che sportivamente parlando si è affermato perfettamente proprio in America e in Australia e che sta cercando di costruire una immagine sportiva chiara ed affermata ufficialmente anche in Europa. 

Mentore di tutto, tra gli altri, quel Mike Kranefuss che sarà per quasi venti anni il Deus ex Machina di una evoluzione mediatica e commerciale che parte dalla Le Mans del 1966 passando per Anglia nei Rally, Cortina nelle Piste e nel Turismo, e dalla fornitura di motori per le formule minori nelle quali i propulsori a marchio Ford erano elaborati da decine di piccoli e grandi preparatori.

Chapman riesce in modo sublime a dire a Ford : “Ehi, ma che aspettate? Volete o no risaltare nel dorato mondo della F1? Ecco, è arrivato il momento !!! Mettiamoci al lavoro”.

E detto dal Team inglese che meno si era “sposato” commercialmente e sportivamente parlando con BMC – British Motor Corporation – (a differenza della Cooper, ad esempio) questo sembrò a Ford GB un ottimo spunto per iniziare: il Marchio Ford unito al Team inglese più esplosivo e di belle speranze nella F1 dell’epoca insieme ad un preparatore di indubbia capacità, triangolo perfetto.

 

C’è da dire che in quel fine 1965 c’è un altro Team inglese che fa parlare di sé per la assoluta personalità debordante del suo Capo, per la serie di vittorie inanellate nelle formule minori e per il gemellaggio con uno dei giovani Piloti britannici tra i più talentuosi e veloci dell’epoca. E’ la Tyrrell di Ken con Jackie Stewart che sta letteralmente polarizzando riviste ed informazione mediatica nella Formula Tre e nella Formula Due, con le monoposto (spesso derivate da altre scocche) motorizzate proprio con i motori “minori” FVA preparati appunto dalla Cosworth. 

Siamo così arrivati alla fine del 1966 e Tyrrell (il contraltare, sebbene se ne parli poco, di Lotus e Cooper in patria nelle cosiddette Formule minori) passando alla Factory Cosworth per gli ordini ed i piani di revisione della successiva Stagione di F2 sente e vede provare al banco quello che è ancora il primo abbozzo di doppio motore “FVA” fatto in casa, dunque vede il “muletto” di quello che poi sarà il Gruppo esteriore “Basamento+ Testate” realizzato in fusione perfetta ed esemplare da Ford.

Ovviamente viene a sapere anche dell’accordo preliminare di esclusiva con la Lotus. Quello che non sa, o forse confonde da quel momento, è che l’esclusiva contrariamente alla sua presa di conoscenza non è automaticamente pluriennale, e questo mi permette di raccontarVi una vicenda degna di una Commedia al cinema: se c’è una cosa che rende del Cosworth una sorta di fiaba moderna è il racconto simil comico che il libro autobiografico su Tyrrell fa di questo spaccato di storia: il momento in cui Ken sogna il “suo” motore Ford Cosworth per il fatidico passaggio in F1, e fa di questo un teatrino strategico e commerciale degno di un film da Prima visione.

Se il racconto “paludato” del Cosworth dagli occhi di Colin Chapman è una perfetta triangolazione da libro giallo d’Autore, la vicenda Ken/Cosworth/Stewart è da commedia dell’arte. Ken come detto rimane folgorato da quel motore in prova al Banco, e da quel momento se lo sogna la notte, superando in sogni persino il desiderio dei risultati necessari in F2 per il grande salto.

Siamo ancora nel 1967: Ken è un Team manager vincente con la Matra in F2 e con Jacky Ickx; mentre Stewart è già un giovane talento che ha fatto il grande salto in F1 con la BRM dopo aver fatto grandi sia lui stesso che la Tyrrell nelle Formule minori.

Ma tra Ken e Jackie nasce anche una grande amicizia ed una serenità e familiarità con tutto l’ambiente del Team del “Boscaiolo”.

Sensazione e nostalgia che in Jackie forse aumenta dopo l’esperienza deludente in F1 con BRM, un carrozzone industriale e burocratico che lentamente affossa se’ stessa e i suoi ottimi piloti in una indeterminazione ed inefficacia strategica e progettuale.

Il famoso motore pluriclindrico ad “H” per i 3000 cc è la classica goccia che fa traboccare il vaso, visto che nel 1967 le prestazioni migliori Jackie le ottiene con il vecchio “V8” gonfiato fino al limite dei 2200 cc.che tuttavia rischia di rompersi ad ogni giro di Gara.

Graham Hill nel 1968 va alla Lotus; Jackie Stewart però, pur sentendosi al telefono con Ken Tyrrell almeno due volte alla settimana dall’Autunno del 1967, e pur prendendo coscienza che Ken è già in accordi avanzati con la Matra per gestire un Team in Formula Uno dal 1968, sceglie il certo per l’incerto. 

Chiede uno sproposito (20.000 Sterline) ad Enzo Ferrari ed il Drake, sempre nelle sue formule contrattuali arzigogolate, accetta con riserva.A fine Novembre 1967, mentre Stewart si prepara alle vacanze sulle Alpi francesi, la telefonata di auguri tra Jackie e Ken è una sassata per il Boscaiolo: “Ferrari sembrerebbe aver accettato l’ingaggio, Ken; io sarei in un Top Team per il prossimo anno. 

 

Si, lo so: Fangio, persino lui, mi ha messo in guardia. Ha definito orribile l’ambiente di lavoro ed il rapporto di Squadra dentro la Ferrari. Ma se voglio vincere, a Maranello posso farlo”.

“Sicuro?” dice Ken “Ferrari Ti farà impazzire e pentire giorno dopo giorno per quelle ventimila Sterline. Entrare in Ferrari, amico mio, è come stringere un patto con il Diavolo: non te ne rendi conto e lui ti ha già comprato l’anima. 

Io, come detto, sto organizzando il “mio Team” di Formula Uno: vedessi solo la scocca e la struttura della nuova Matra, un aereo a quattro ruote. E poi, pensa, avrò il nuovo Ford Cosworth e le Dunlop!!

Ti suggerisco di rifletterci. E di ripensarci, ragazzo! 

Io, per quel che mi riguarda, posso anche iniziare la prossima Stagione con Jacky Ickx. Il ragazzo non è pronto come te, ma promette bene”

Dice tutto questo Ken, strozzando in gola una voglia di piangere: sa di dire cinque fregnacce in una sola telefonata.

Non ha il Cosworth, perché crede che l’esclusiva di Chapman sia pluriennale; non ha mai parlato con la Dunlop, e sa bene che recedere da un accordo con Ferrari porterebbe o Jackie al pubblico ludibrio o la sua eventuale nuova Squadra al fallimento per le maxi penali legate al recesso unilaterale. 

 

Ed infine non ha ancora mai parlato con Ickx. E il bello è che non sa, come non sa ancora Stewart, che persino sul fronte Ickx la realtà supera ogni immaginazione, in quel cavallo di anno tra 1967 e 1968.

 

Perché a sua volta il geniale Tyrrell risolve brillantemente a modo suo il problema delle ventimila sterline per pagare Stewart a copertura della offerta della Ferrari: e per ottenere i soldi “sfrutta” proprio la Ford con il Vice Presidente Hayes.

Che vede nel trittico Tyrrell-Matra/Stewart/Ford un elemento promozionale straordinario per la diffusione del Cosworth presso tanti altri Team di F1, obbiettivo alla base del deciso diniego di Ford alla estensione dell’esclusiva verso Chapman oltre il 1967. 

In pratica, nominato Responsabile Pubbliche Relazioni di Ford Uk dal 1962, Hayes fu il promotore dell’ingresso della Cortina nelle Gare di velocità e dell’Anglia con cui Tony Brookes sfida ben sei record mondiali di velocità a Monthlery. 

Ma la vera opera d’arte di Hayes fu quella di “adocchiare” il giovane talento Jackie Stewart come figura pubblicitaria della Ford in Gran Bretagna; ed ecco perché il “debito” di Ken con Stewart fu da subito saldato dalla……Ford; ma il vero problema risolto era quello della fornitura dei motori Ford Cosworth, perché rimanevano altri aspetti da risolvere: le 20.000 Sterline per Jackie erano da parte di Ford una sorta di temporaneo “credito fornitura” che Ken Tyrrell avrebbe dovuto restituire al momento in cui avesse trovato uno sponsor. Eh, già: lo sponsor, oppure “gli Sponsor”. 

E così, una volta ingaggiato Jackie, il buon Ken Tyrrell se lo sarebbe portato con se’ per fare il giro delle sette chiese negli uffici e nelle scrivanie che contano.

Ford Cosworth, la freccia che fa ritrovare l’accoppiata vincente Stewart – Tyrrell

Sta per capitare, come nelle favole quella postilla benevola nelle leggi di Murphy che cambia tutto: “Una cosa, più importante di tutte, può cambiare trasformando anche le altre”.

Capita che nello stesso albergo scelto da Stewart per le vacanze invernali sulle Alpi si presenti (senza che Jackie né sapesse né si aspettasse questo) anche il giovanissimo Jacky Ickx.

Jacky e Jackie si conoscono da tempo, Stewart ha praticamente visto il giovane salire sulla sua prima F2 Tyrrell e Jacky ammira tantissimo il nuovo talento scozzese della F1.

Bene, i due sono a tal punto conoscenti l’uno con l’altro da non sapere, se non al tavolo del Bar dell’albergo una fatidica sera, di essere stati entrambi opzionati da Ferrari: Jackie con un contratto da ventimila Sterline in piena discussione con il Drake, e Jacky con un precontratto di importo – a paragone – infinitesimale.

La successiva telefonata tra Jackie e Tyrrell la mattina dopo è “Ken, se Ti proponessero il mio ingaggio per il prossimo anno, quanto saresti disposto a mettere sul piatto?”

Ken non riesce a credere alle sue orecchie, ed inanella una altra serie di cazzate al telefono. Spara:”Ventimila Sterline, ragazzo: non una in più non una di meno di quanto ti ha offerto la Ferrari. Ma immagino, Jackie, che parliamo tanto per scherzare. Chi potrebbe saldare le penali che Maranello ci lancerebbe contro?”

“Lascia fare a me per quello”, dice Jackie, e si congeda dalla telefonata.

Come abbiamo letto sopra, in questa telefonata tra Jackie e Kenprecedente all’aiuto di Hayes con un anticipo di 20.000,00 Euro da parte di Ford Uk, il Boscaiolo aveva brillantemente risolto la sua parte di incombenza.

Ora toccava a Jackie svincolarsi da Ferrari; e da ottimo opportunista in Pista, lo scozzese stava astutamente costruendo la tela con cui “impacchettare” Enzo Ferrari. Chiama il fidato Responsabile Stampa e tuttofare Franco Gozzi e sfrutta l’elemento sorpresa: “Dottor Gozzi, buon giorno. Dica pure al Commendatore che non ho intenzione di correre per Voi il prossimo anno!” “Ma come, Jackie? Vi siete stretti la mano, Vi siete spiegati, Vi siete accordati. Che maniere sono queste?”

E’ la risposta che Jackie Stewart aspettava per lanciare il ceffone. “Guardi, Gozzi, a me non piace essere travisato: l’accordo era tra il Capo supremo della Ferrari e con colui che Lui aveva assicurato essere la prima Guida nel 1968. 

A quanto pare per Ferrari non esistono i numeri primi, perché a sentire Jacky Ickx, mio “quasi” compagno alla Matra, per il Commendatore possono correre per Maranello due prime guide. 

 

Se è così, la stretta di mano cade nel nulla. Lo faccia presente”.

“Ma no, Jackie! Non sia così risoluto. Non sia estremo, o sarà impossibile tornare indietro dalle possibili conseguenze”. 

“Faccia sapere al Commendatore il mio pensiero, e buona giornata, Dottor Gozzi”, chiude Stewart.

Ovviamente, farà sapere Stewart, da un lato il proseguio dei contatti diretti tra Ferrari e lo scozzese non sara’ fatto di telegrammi di auguri; dall’altro, Stewart non ci pensò due volte a spingere Ickx alla corte di Maranello, dove peraltro la futura promessa belga per il 1968 costava un tozzo di pane rispetto alle richieste di Stewart; motivo per il quale la tirchieria endemica del Drake ebbe la meglio rispetto ad ogni eventuale causa per inadempienza o per recesso unilaterale da una promessa di accordo. 

Ma per Stewart, e per questa nostra storia, contava solo una cosa: Jackie era il Pilota della futura Matra Tyrrell di Formula Uno del 1968. Appena tornato a casa, e Appena saputo dello svincolo di Stewart da Ferrari, Ken si precipitò a casa del giovane scozzese e gli urlo’:”Dai, Sali!!” 

Una volta trovato il Cosworth, una volta ripreso Stewart, il Boscaiolo doveva trovare i soldi, e tanti.

Per rimborsare il prestito delle 20.000 sterline dategli da Hayes, per pagare il budget della Squadra in F1 e per proseguire anche in F2. 

Occorrevano, nell’ordine: un fornitore di gomme al Top (la Dunlop) ed uno Sponsor. Facile a dirsi, ma almeno su tre cose Ken poteva contare: l’accordo con la Matra, il motore Cosworth e la presenza di Stewart che astutamente Tyrrell scarrozzava con sé per portarlo in riunioni ed incontri con chiunque avesse uno spiraglio di soldi o di forniture da offrire.

Arrivati alla sede della Dunlop, Ken e Jackie sembrano un perfetto duetto da Commedia dell’Arte: con Tyrrell che aveva avuto sino a quel momento un ottimo rapporto con il gommista nella Formula Due, pronto a scatenare il lato “sentimentale” del dialogo di affari, e al contrario Stewart ad infervorare i boss della Dunlop presenti con la prospettiva di costruire il miglior Team anglo francese capace di sfidare faccia a faccia la Firestone. 

Questo avrebbe aperto, disse completando l’entusiasmo del momento il Responsabile commerciale del Marchio di pneumatici, il mercato francese decisamente ostico alla concorrenza.

Tutto preciso, tutto ok, e però l’obbiettivo del duo non era solo quello di essere trascritti nel carnet dei Top Team serviti da Dunlop: Ken avrebbe avuto la faccia tosta di offrire la Squadra e Jackie come “testimonial” pubblicitari in cambio di……Ventimila Sterline. Detto fatto, in meno del tempo del pranzo d’affari trascorso con i dirigenti Dunlop, Ken e Stewart avevano già ripagato il debito con la Ford.

Pochi giorni dopo finì anche l’ansia di Ken di trovare uno Sponsor: la Elf aveva accettato di appoggiare la Matra. Arrivavano i soldi, tanti. E la Matra MS 10. Iniziava per la Tyrrell Matra Ford di Ken e Stewart l’inizio di un periodo durato poco in Formula Uno (sei Stagioni) ma capace di restare alla storia (Fine prima parte)

Riccardo Bellumori

Nuova Volvo XC60 2026: Dati Tecnici e Foto

Dopo una serie di annunci ufficiali e persino una recente fuga di notizie, possiamo dire che l’attesa è finita. La nuova Volvo XC70 2026 è stata presentata ufficialmente al pubblico. La XC70 torna in vita, anche se non nel modo che ci si potrebbe aspettare. Volvo riprende questa denominazione commerciale dall’oblio per utilizzarla su un veicolo completamente nuovo. La rinata XC70 è un SUV con tecnologia ibrida plug-in (PHEV).

È la prima Volvo ibrida plug-in a grande autonomia. Il marchio stesso sottolinea che si tratta della sua ibrida plug-in con la maggiore autonomia elettrica della storia. Come vedremo più avanti, la nuova XC70 può percorrere più di 200 chilometri senza consumare una sola goccia di benzina. E, cosa altrettanto importante, Volvo ha chiarito i dubbi sulla sua possibile arrivo in Europa.

STILE TUTTO NUOVO

Basta dare una rapida occhiata alle immagini che illustrano questo articolo per scoprire le caratteristiche distintive della nuova Volvo XC70. Questo modello si basa, com’è logico, sul nuovo linguaggio di design di Volvo. Presenta linee scolpite che si estendono dalla parte anteriore a quella posteriore, mentre il tetto leggermente conico, unito a spalle ben definite, le conferisce un’immagine solida e dinamica allo stesso tempo.
Nella parte anteriore spicca la griglia (chiusa) a forma di scudo. È simile a quella che possiamo trovare nei veicoli completamente elettrici del marchio. Dispone anche di prese d’aria attive per massimizzare l’aerodinamica e il raffreddamento. La griglia è affiancata da gruppi ottici sottili e stilizzati in cui si trova una caratteristica firma luminosa. Concludendo il nostro tour degli esterni nella parte posteriore, dobbiamo menzionare i fanali posteriori a forma di lettera C che si integrano dolcemente nel lunotto.
Lasciando da parte l’esterno, se ci addentriamo nell’abitacolo della nuova XC70 saremo subito avvolti dall’atmosfera caratteristica dei veicoli del marchio Volvo. L’abitacolo ha cinque posti ed è molto spazioso grazie all’uso della piattaforma SMA. Si tratta di un’architettura destinata ai veicoli multi-energia. Misura 4,8 metri di lunghezza, quindi si colloca nella parte alta del segmento D-SUV.

INTERNI E TECNOLOGIE

Il posto di guida è digitale e connesso. Presenta un quadro strumenti digitale da 12,3 pollici. Una strumentazione che si combina con il touchscreen da 15,4 pollici. È il “centro nevralgico” dell’abitacolo e un elemento chiave per gestire il sistema di infotainment. A questi elementi si aggiunge l’Head-Up Display opzionale da 92 pollici con realtà aumentata.

L’elenco dei sistemi di assistenza alla guida è ampio e variegato. La nuova XC70 è in grado di monitorare continuamente l’ambiente circostante e aiutare il conducente a evitare o mitigare le collisioni quando necessario. Include anche funzioni di sicurezza per rilevare le persone intorno al veicolo. Allo stesso modo, vale la pena segnalare l’assistente intelligente alla guida, l’assistente al cambio automatico di corsia e l’assistente al parcheggio Park Pilot.

I MOTORI

Per quanto riguarda la meccanica, la nuova XC70 punta tutto sulla tecnologia ibrida plug-in. Un propulsore composto da un motore a benzina turbo da 1,5 litri accompagnato da uno o più motori elettrici a seconda della motorizzazione. La gamma comprende infatti versioni a trazione integrale e a trazione anteriore.

Grazie a una batteria agli ioni di litio da 39,6 kWh fornita dallo specialista CATL, la nuova XC70 ha un’autonomia elettrica superiore ai 200 chilometri. L’autonomia totale del veicolo supera i 1.200 km. Entrambe le cifre corrispondono al ciclo di omologazione CLTC applicato in Cina. Può accelerare da 0 a 100 km/h in 5,3 secondi.

La motorizzazione più decaffeinata ha una batteria LFP da 21,22 kWh, anch’essa di CATL. Questa meccanica offre un’autonomia elettrica di circa 100 km rispettivamente. Volvo ha anche confermato che la nuova XC70 dispone della tecnologia V2L (Vehicle-to-Load).
Quando arriverà sul mercato? La nuova Volvo XC70 è già prenotabile nella lontana Cina e il processo di produzione in serie è già avviato. Questo nuovo SUV Volvo è prodotto in territorio cinese. Una delle incognite sul tavolo era proprio la possibile commercializzazione di questo modello in Europa. Il marchio stesso ha confermato che la XC70 arriverà presto in Europa. Non c’è una data precisa, ma possiamo ipotizzare che sarà intorno al 2026.

Sul mercato cinese ha un prezzo di partenza di circa 36.000 € secondo il cambio attuale.

Mercato Europa: Tesla flop vola BYD

La presa di Tesla sul mercato europeo dei veicoli elettrici si sta rapidamente indebolendo e l’ultimo modello Y non sta rallentando il declino. Nel luglio 2025, le vendite della casa automobilistica sono crollate del 40% su base annua in tutta l’Unione Europea, nel Regno Unito e nei paesi dell’EFTA (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera), nonostante l’accelerazione della domanda di veicoli elettrici in tutto il continente.

Secondo l’Associazione europea dei costruttori automobilistici (ACEA), i modelli elettrici a batteria, ibridi e ibridi plug-in hanno conquistato insieme il 59% delle nuove immatricolazioni, segnando un record storico per i propulsori elettrici.

Il contrasto non potrebbe essere più netto. Nell’Unione Europea, nell‘EFTA e nel Regno Unito, Tesla ha immatricolato 8.837 auto a luglio, un calo massiccio rispetto alle quasi 14.769 dell’anno precedente. Solo nell’UE (da quando il Regno Unito ha formalmente lasciato l’Unione nel gennaio 2020), le vendite sono diminuite ulteriormente, scendendo del 42,4% a 6.600 unità. Questo calo ha ridotto la quota di mercato europea di Tesla dall’1,4% allo 0,8% nel mese.

BYD VOLA NELLE VENDITE

Mentre Tesla arrancava, la casa automobilistica cinese BYD ha fatto un balzo in avanti. Le sue immatricolazioni in Europa sono aumentate del 225% a luglio, raggiungendo le 13.503 unità, con una quota di mercato dell’1,2% che le ha permesso di superare il marchio di Elon Musk. La rapida ascesa evidenzia la rapidità con cui i produttori cinesi stanno capitalizzando la domanda europea di veicoli elettrici economici e ben equipaggiati, ridefinendo l’equilibrio competitivo nel processo.

I dati dall’inizio dell’anno vedono ancora Tesla in testa con una quota dell’1,5%, rispetto all’1,1% di BYD. Ma il divario si è notevolmente ridotto, con Tesla in calo dal 2,3% del 2024 e BYD che ha triplicato la sua posizione dallo 0,3%.

Tesla riuscirà a trovare un modo per recuperare nei quattro mesi che mancano alla fine dell’anno? Forse sì, forse no, ma se fossero i nostri soldi, non scommetteremmo su questo. Vedete, sarà una lotta in salita, poiché i rivali cinesi (di cui BYD è un ottimo esempio) hanno invaso l’Europa con una vasta gamma di veicoli ibridi ed elettrici che sono sia molto competitivi di per sé, sia venduti a prezzi inferiori rispetto alla concorrenza, attirando così gli acquirenti.
La sfida non si limita alla forte concorrenza. La reputazione controversa di Elon Musk tra i consumatori europei ha smorzato l’entusiasmo, mentre il Model Y aggiornato ha suscitato solo un modesto interesse. Tesla ha ora aggiunto una nuova versione Performance alla gamma, ma essendo il modello più costoso della gamma, è improbabile che dia una spinta significativa alle vendite.

Secondo i dati dell’ACEA, le vendite europee di veicoli elettrificati hanno registrato un forte aumento nel mese di luglio. Più specificamente, i veicoli elettrici a batteria (BEV) sono aumentati del 39%, gli ibridi del 14% e i veicoli elettrici ibridi plug-in (PHEV) del 57%, dimostrando che l’interesse dei clienti è in crescita.

I dati dall’inizio dell’anno per le regioni UE, EFTA e Regno Unito dipingono un quadro chiaro della tendenza in atto. Le vendite di veicoli con motori elettrificati sono in aumento tra gennaio e luglio 2025, con un +26% per i veicoli elettrici a batteria (1.376.720 unità), un +25% per i veicoli elettrici ibridi plug-in (703.615 unità) e un +15% per gli ibridi (2.755.421 unità).

Al contrario, i carburanti tradizionali sono in calo. Le vendite di benzina sono diminuite del 21% a 2.193.273 unità e quelle di diesel del 26% a 658.486 unità. Nonostante questi cambiamenti, il mercato complessivo è rimasto stabile con 7.900.877 unità vendute finora quest’anno.

Lancia Rally 037: la Musa eretica di Chivasso che ha sorpreso il mondo

Abbiamo voluto raccontare un percorso a tappe, di un Marchio che oggi fatica a ritrovare sé stesso, nella serie di anniversari “tondi” o quasi “tondi” che si possono elencare in questo 2025.

Ovviamente parliamo della Lancia, che per noi è troppo importante, affascinante e gloriosa per non fare un ricordo “lenzuolo” che potete riepilogare con diversi Post dedicati lungo tre anni in cui abbiamo voluto produrre argomenti un po’ diversi dal “core” di Autoprove.

Ricordate? Parlammo prima di tutto del famigerato (e per me assolutamente da cestinare) film sul duello “Lancia 037 – Audi Quattro” del 1983.

Proseguendo con “Beta HPE”, “Stratos”, “Lancia D50” di Formula Uno, per completare con “Thema Ferrari” in almeno due Post, “Y-Y10” e chiudendo pochi giorni fa con il racconto della “Lancia Montecarlo Turbo” Gruppo 5.

Ci è sembrato giusto fare tutto questo proprio nel 2025, quando decorre il settantesimo anno del debutto della Lancia Fulvia HF 1300 nel Rally di Corsica 1965 e quando decorre il trentesimo anno (1995) dalle ultime vittorie internazionali nei Rallyes della “Delta HF Integrale EVO” che, chiudendo il suo ciclo vittorioso porta via con sé anche la Lancia dal palcoscenico agonistico di prestigio.

In mezzo, appunto, Lancia Stratos, Beta Montecarlo Turbo, 037 Rally, Lc1, LC2, Delta S4, Delta HF, Delta HF Integrale ed EVO. E persino, per non scordare nessuno, la Beta Coupè Gr. 2 e la Beta HPE Gruppo N sempre nei Rallyes.

Vogliamo chiudere questo quadro di celebrazione con l’ultima Lancia sportiva che ci ha rapito il cuore e che, se permettete, pare proprio nata non per trasportare dentro il Marchio di Chivasso le norme tecniche, i Regolamenti ed i dispositivi agonistici più adatti a farla vincere; ma ad imporre il profilo vincente e leggendario di una auto da Competizione “Made in Chivasso” dentro il terreno di Gara prescelto. Parliamo, a chiusura di questo ciclo, della straordinaria Lancia “037”, l’eretica di Chivasso.

Perché, in primo luogo, “eretica”? Beh, perché alle Lancia sportive Tu devi per forza dare un aggettivo qualificativo. Perché una Lancia non è mai stata solo una vettura da competizione. E’ stata una Signora in Gara. Ecco perché Aurelia è la “aristocratica”, Fulvia è la “impertinente”, “Stratos” è la “ultraterrena”; allo stesso modo “Beta Montecarlo” è la “copernicana” ed infine, se gradite, “037” è l’eretica. 

Non scomodateVi  a cercare nella letteratura di settore questi nomignoli, il Copyright è tutto nostro.

 

Vi ricordate tuttavia il leit motiv che ha guidato la nostra narrazione quasi fosse il nostro marchio di bandiera? La sovrapposizione nel momento narrante di una insolita “partita doppia” che a modesto avviso del romanziere (io) si è venuta a comporre tra tre soggetti, importanti e simbiotici tra loro nelle diverse avventure che compongono i nostri racconti: Lancia, Ferrari; ed il Gruppo Fiat che ha compreso entrambe le due Case dal 1969.

Se Vi è piaciuta l’estremizzazione  non solo scenografica e di certo non falsata degli eventi che vedono così fortemente legate od in contrapposizione tra loro due firme dell’altissima arte automobilistica, avrete di certo colto “movimenti” che sembravano essere stati avviati ed intrapresi da ciascuno dei due Marchi praticamente in contrapposizione, quasi in “controcanto” dell’altro marchio.

Vi ricordate? Partimmo dalla “Stratos Zero” di Marcello Gandini dentro Bertone (autore a sua volta della serie più estesa di sportive a motore posteriore centrale del Gruppo di Torino: dalla più piccola “Fiat X1/9” derivata dalla concept “Autobianchi Runabout A112”, passando per “Lancia Stratos HF” e chiudendo il cerchio con la gamma Ferrari “Dino GT4”) per celebrare il primo passo – o uno dei primissimi – del Gruppo Fiat verso il neo acquisito Marchio di Chivasso. 

 

Non che non vi fosse già a Torino la tensione e la programmazione della nuova Gamma stradale di Lancia dopo l’era Pesenti; tuttavia era forse nelle corde più illuminate anche di Gianni Agnelli (criticabile in mille questioni ma certo un amante dell’arte dell’automobile) vincere l’impresa di portare “LA Lancia” delle origini a quelle medesime origini. Dal ritiro dell’impresa in F1 all’oblio durato quindici anni, e poi il risveglio tramite una impresa paragonabile a quella della Formula Uno; ed in fondo, chi ci vincola a non pensare che priva della Ferrari (con cui Mirafiori aveva stretto un gentlement agreement onde evitare qualunque sovrapposizione concorrenziale dentro i medesimi confini agonistici dei vari Marchi dentro al Gruppo) la Fiat non avrebbe tentato di promuovere un ritorno diretto della Lancia dentro al Circus?

E’ stato forse davvero semplicistico per noi ricostruire una cronistoria puntando i riflettori su eventi distrattamente declinabili come “complementari”: tuttavia, ci siamo chiesti, cosa avrà provato Enzo Ferrari riconoscendo nella struttura e nelle forme della Stratos HF del 1971 e poi del 1973 qualcosa che ricordava Maranello? 

 

Sei anni di “botta e risposta” tra Fiorano e Chivasso?

Ed abbiamo “risposto”: cosa avranno provato Cesare Fiorio di “HF”, Pierugo Gobbato (A.D. della Lancia) e parte del Management Fiat quando a Fiorano girò, solo un anno e mezzo dopo l’omologazione della Stratos in Gruppo 4, una bella e lampante Ferrari “308 GTB” vistosamente allestita per lo stesso Gruppo 4 Rally della Stratos? 

E quando una quindicina di scocche alleggerite e grezze della stessa “308 GTB” Gruppo 4 finirono, guarda caso, alla “Michelotto” di Padova che aveva così ben preparato proprio le “Stratos HF”, cosa pensarono alla Lancia? 

Semplice: dopo aver pensato di realizzare nella Casa di Chivasso la concorrente primaria della “208 GT4” ma ancora di più della poco prossima “208 GTB/GTS” rappresentata dalla “Beta Montecarlo”, la Lancia non si era certo ferma; affiancata e mossa sempre dall’ingegno preliminare di Cesare Fiorio, fu portata alla Galleria del Vento di Pininfarina ad Orbassano la “cellula” di una Beta Montecarlo per farla rivestire dalla maestria sartoriale ed aerodinamica degli stessi stilisti canonici ormai proprio anche della Ferrari. 

 

Guarda caso, nelle settimane appena successive alla prova in Galleria di quella che diventerà la Montecarlo Turbo Gruppo 5, Ferrari fa uscire in prima mondiale la “Concept” unica “308 GTB Millechiodi” lavorata e supervisionata sempre da Pininfarina, quasi un concetto simbolico rappresentabile – volendo – anche come la elaborazione in chiave Gruppo 5 “Silhouette” della berlinetta V8 di Maranello (visto che la Gruppo 4 era già a quel punto omologata ed affidata alle cure di Michelotto). 

Nel frattempo, tuttavia, nei Rally si era compiuta l’elegante e simbolica “staffetta” tra la Lancia (con la Stratos) e la Fiat con la “131 Abarth”. Siamo a cavallo tra fine anni Settanta ed inizio anni “80: “131 Abarth” si dimostra un cavallo di razza e vince, convince e in qualche caso stravince; ma a tagliarla fuori dalle competizioni non è né l’anzianità né la parabola discendente.

 

A togliere anzitempo la berlina Fiat dal palcoscenico dei Rally è la modifica delle regole del gioco da parte della Federazione Internazionale Automobilistica.

 

 

 

In ogni arte la semplicità è essenziale” (Arthur Shopenhauer)

La “rivalità” indiretta tra Ferrari e Lancia si rappresenta in modo assolutamente simbolico nel mondo della Velocità su Pista (dove la Lancia è presente nel  Mondiale Sport Prototipi con la Montecarlo Turbo Gruppo 5) in una  assordante “assenza” apparente del Gruppo Fiat nel supporto diretto all’altra rappresentante elettiva di quel mondo: la Ferrari.

Il Cavallino è assente dal 1972 (anno dell’ultimo Titolo mondiale nelle Sport Prototipi) e le uniche presenze in pista in quello che è stato ridenominato fino al 1981 “Mondiale Marche” da parte delle Rosse è nelle realizzazioni private dell’importatore francese e della NART su base “512 BB” mentre dal 1976 è definitivamente tramontato il progetto aleatorio della “308 GT4” Gruppo 5 che la NART voleva portare a Le Mans. 

Eppure di certo a nessuno dentro al Gruppo Fiat a Mirafiori era sfuggita la considerazione che dentro la Factory della Via Emilia vi erano possibilità originarie e native per trasformare in ottimo materiale da Gruppo 5 la Gamma ordinaria del Cavallino. Forse tutto ciò aveva fatto saltare la mosca al naso al Drake. Forse. 

Fatto sta, in una Stagione 1981 non troppo brillante per i colori Fiat nel Mondiale Rally, che l’Europeo viene vinto di misura da Adartico Vudafieri proprio sulla “131 Abarth” ma tallonato dallo straripante Jean Claude Andruet sulla Ferrari “308 GTB” Gruppo 4 di Charles Pozzi, l’importatore francese delle Rosse. 

Insomma, ad un passo dal colpaccio europeo che a Maranello sarebbe valso quasi quanto un Mondiale. 

Incredibile a dirsi, dunque, che pur nell’apparente distacco ufficiale del Team Ferrari dalle gare di Rally internazionali, la “308 GTB” si dimostri una berlinetta al “Top” per puntare in alto. 

Sembra quasi che Lancia abbia trovato la sua croce. Ed arriva il 1982. Non senza sussulti, ma soprattutto con un nome che è arrivato alla cima del governo in casa Fiat. E’ Vittorio Ghidella.

 

Cambiano le regole nei Rally, arriva il Gruppo B

Una piccola retrospettiva per contestualizzare, ma forse molti di Voi già conoscono. Con la motorizzazione di massa e la nuova attesa e disponibilità degli automobilisti privati di “corrispondenza” mediatica e non solo simbolica delle auto di cui dispongono ogni giorno con la platea delle protagoniste del mondo delle corse, l’attenzione normativa della “FIA” (Federazione Internazionale Automobilistica) si sposta in modo mirato e complesso verso il mondo della produzione di serie. 

Per farlo, per consentire ad auto diverse tra loro per cilindrata, dimensioni, e persino destinazione di uso; ed inquadrare una generalità di modelli tra loro molto diversi presenti sul mercato, è evidente che dai primi anni Sessanta la Federazione deve per prima cosa ordinare il “gruppone” di auto eterogenee in Categorie o Classi di appartenenza (i “Gruppi”) dando vita a questo punto a due Classifiche di posizione al traguardo finale (Classifica Assoluta e Classifiche per Categoria, cioè per “Gruppo”); all’interno dei diversi Gruppi (1,2,3,4) vi sono ulteriori sottoclassificazioni per cilindrata con relativi rapporti tra questa ed il peso minimo ammissibile; ed è ovvio che la omologazione in ogni Gruppo è stabilita in primis da due valori numerici: il dato della produzione industriale (di catena) all’anno; ed eventuale o esclusivo contingente minimo di pezzi identici necessari per l’omologazioni in ciascun Gruppo. 

Chiaramente ogni Costruttore, nel presentare anno dopo anno le proprie candidate alla omologazione in ogni specifico Gruppo, otteneva in cambio una specifica “Fiche” corredata di scheda tecnica con la traccia di tutte le specifiche inviolabili dell’auto omologata.

 

Credo di essere stato conciso e didascalico in forma comprensibile da tutti, ed allora facciamo una rapida carrellata dei diversi Gruppi per presentarVeli.

Gruppo 1: a questo appartengono le auto che corrono praticamente identiche a quelle di Serie, con modifiche ammesse praticamente solo nell’aggiunta di Rollbar, rimozione marmitta e tappezzeria interna; se permettete la semplificazione (per non essere prolisso) il Gruppo simmetrico a quello “1” – dove ovviamente ogni Costruttore omologava la versione “sportiva” più diffusa della sua Gamma di serie – è il Gruppo 3 che classificava le cosiddette “Gran Turismo”, cioè quelle realizzazioni esclusive (Berlinette, Coupè a vocazione sportiva) i cui numeri di produzione minimi erano davvero decimali rispetto al Gruppo 1 conservando gli stessi limiti per modifiche di omologazione.

Gruppo 2: comprendeva auto di produzione abbastanza diffusa, anche se con volume annuo di Catena industriale più ridotto rispetto al Gruppo 1; il contingente destinato all’omologazione, fatto di “n” unità prodotte e targate tutte uguali tra loro e parzialmente identiche al modello omologato per i Rallyes, era a sua volta un contingente “minimo” da produrre in un arco specifico di mesi. Si intende che lo standard, il numero e la qualità di modifiche speciali sul contingente rispetto alla gamma di serie dovevano essere in un certo senso “limitati”.

Idem per il Gruppo 4, dove più in specifico finivano le vere “tigri da Rally” dei diversi Costruttori: una categoria di modelli ed allestimenti sportivissimi derivati da una produzione di serie più estesa, ed un livello di elaborazione molto più articolato e spinto rispetto al Gruppo “2”

Fino al 1976 (ultimo aggiornamento del famoso “Allegato J” al Gruppo “4”) un aspetto chiave soprattutto in termini di raggiungibilità dell’obbiettivo di omologazione da parte dei Costruttori e, dall’altro lato, una sorta di garanzia aleatoria per la Federazione per impedire ai Costruttori di produrre missili a quattro ruote, era proprio il dato su minimo volume annuo di produzione e contingente minimo di omologazione: per intenderci, Lancia aveva dovuto faticare parecchio nel 1974 per ottenere l’omologazione della Stratos in Gruppo “4” a causa del contingente minimo di 500 pezzi da produrre in un solo anno. 

 

Molto meglio sarebbe andato dal 1976 alla Fiat che per omologare in Gruppo “4” la “131 Abarth” doveva presentare un lotto mimino di 400 pezzi identici prodotti però entro due anni.

Gli obbiettivi reciproci dei “contendenti” (da un lato la Federazione, dall’altro il complesso dei Costruttori) si può dire siano stati rispettati e contemplati in modo ottimale, ma……Probabilmente arrivati alla soglia del 1980, il problema di fondo delle competizioni era che cominciavano a scarseggiare nella produzione di serie i modelli più estremi e sportivi per il Gruppo “4”; causa la crisi energetica, la condivisione di piattaforme ed una diversa selezione del consumatore, il Gruppo “4” si stava riducendo ad un circolo di berline di ispirazione utilitaria in Europa mentre, al di là dell’Oceano, in Giappone la filosofia costruttiva e le disponibilità industriali e finanziarie cominciavano a rendere i Costruttori sempre più temibili. Questo il mio modesto punto di vista, legato anche alla evidenza che il circuito Massmediatico cominciava a pretendere dal mondo dei Rally meno specializzazione e dedali regolamentari e più spettacolo comprensibile dalla maggioranza. C’era infine da ricostruire in toto la scala di compensazioni e di comparazioni “cubatura/peso” in funzione delle nuove risorse tecnologiche a disposizione dei Costruttori (Turbo, Trazione Integrale, elettronica e compositi).

Forse per tutto questo, la Federazione decide che dalla data del Primo Gennaio 1982 sarebbero cambiati i Gruppi.

Il vecchio Gruppo “1” diventava “Gruppo N” con poche modifiche di contorno;

il vecchio “Gruppo 2” si trasformava in “Gruppo A” a sua volta con modifiche nelle cifre e nei contingenti ma non nello spirito del Gruppo di origine;

infine, i Gruppi “3”, “4”, “5” confluivano in un nuovo raggruppamento di Categoria estrema, il Gruppo B: 200 pezzi identici tra loro, senza derivazione obbligatoria da una Gamma di serie preesistente, e 20 unità aggiuntive per ogni aggiornamento. Categorie di iscrizione “Cubatura/Peso minimo” ponderata e calibrata sul progresso tecnico del tempo. 

 

Fiat 131, fine prematura, Lancia Montecarlo, Ibrido da lanciare, “308 GTB” sogno proibito?

La “transizione” consentita ai diversi Costruttori per “traghettare” quanto più possibile la “vecchia” produzione omologata in Gruppo “4” a dopo il Primo Gennaio 1982 è un cavillo ed uno specifico regolamentare che lascio ai più eruditi di cercare autonomamente. Quel che è sicuro è che il Gruppo Fiat, di fronte ad una plurititolata ed ottima “131 Abarth” Gruppo 4 decide (a mio avviso in modo eccessivamente frettoloso) il prepensionamento della creatura a tre volumi così vicina al modello che portava ogni Signor Rossi al lavoro durante la settimana. Lo smacco, o l’ironia della sorte, che vede in quel 1982 il Titolo Mondiale Piloti assegnato ad un ex Fiat Abarth (Walter Rohrl) su una delle berline più simili alla “131 Abarth” (la Opel Ascona 400 Gruppo B vincente solo e soprattutto per la sua assoluta indistruttibilità in Gara) dovrebbe aver fatto piangere più di qualcuno a Mirafiori.

Tuttavia, nel pensionamento della “131” si manifesta una esigenza di successione, ed ovviamente la “staffetta” elettiva dovrebbe riguardare la sola Lancia. Eppure…

Eppure quella “308 GTB” Gruppo 4 maturata nel programma privatissimo di Maranello/Michelotto/Charles Pozzi, nel frattempo è Vice campionessa europea 1981 in carica battuta solo dalla “131” di Vudafieri ma arrivata seconda con poche partecipazioni da “10 e lode” a suon di vittorie e piazzamenti: e stiamo parlando di un vero e proprio prodotto di artigianato spinto. Cosa accadrebbe, per pura ipotesi, se una eventuale “Ferrari 308 GTB” Gruppo B fosse accompagnata da un programma di Gruppo?

Forse si apre qualche nuvola di disorientamento verso le scelte da fare? 

Ecco, in pieno e puro spirito “dietrologico” del sottoscritto, quale scenario affronta tutto il Gruppo Fiat nella assegnazione del testimone perfetto per i Rally del vessillo di Mirafiori, dove nel frattempo al ponte di comando si è insediato un Manager straordinario con un debole per la Lancia. Si tratta di Vittorio Ghidella. Che assiste, probabilmente non di sfuggita, all’incarico che lo stesso Enzo Ferrari assegna al “solito” Michelotto: predisporre un piccolo lotto di “308 GTB” per il Gruppo B. Lo sapevate questo?

Ferrari 308 GTB, Vice Regina d’Europa (a sua insaputa?)

Nella iconografia dell’Eden sportivo Lancia, a Gianni si associa la “Nobildonna” (l’Aurelia, ricordate?), ad uno spumeggiante Cesare Fiorio la “impertinente” Fulvia HF, allo stesso Fiorio e Gobbato la “ultraterrena” Stratos. Ed all’eretico e straordinario Vittorio Ghidella non poteva che corrispondere la “eretica” 037. 

Appassionato e tecnico, umanista del motore e convinto sostenitore del supporto commerciale e mediatico del Motorsport nel mercato “retail”, Ghidella ha sostenuto il rilancio di tutto il Gruppo Fiat e della Lancia in due modi: fino al 1978 lavorando sodo su ogni incarico commissionatogli da Casamadre; poi dal 1978 al 1979 affiancando Nicola Tufarelli, che poi diventerà (guarda caso) Presidente di Ferrari SpA, ed infine salendo al ponte di Comando di Mirafiori con imprimatur diretto dell’Avvocato. 

Ovviamente Ghidella diviene il Supervisor di tutta l’attività sportiva, dalla piccola “Autobianchi A112 Abarth” fino ai piani alti del Motorsport. Nei quali ovviamente abita elettivamente il Cavallino, sempre “scudato” da quel 51% di quota societaria estranea al controllo diretto di Fiat. 

Dunque, in quel fine 1981 come può vedere il Manager di Vercelli la progressione agonistica nei Rallyes di quella Ferrari 308 “clandestina” (perché formalmente Maranello ne delegò la confezione finale a Michelotto e la gestione agonistica a Charles Pozzi) nell’Europeo? Semplice: con solo sette Rally partecipati nell’Europeo 1981 la “308” Gruppo 4 di Andruet si piazza dietro la Fiat 131 di Adartico Vudafieri che di Rally ne corre oltre il doppio. 

 

Quasi un avvertimento del Drake verso il Gruppo Fiat, sembrerebbe essere quello dell’Europeo. Andruet e la 308 vincono il Quattro Regioni (doppietta con Pregliasco secondo), la Targa Florio, l’Ypres Rally, il Tour de France; ed arrivano secondi al Costa Brava “bucando” solo altri due appuntamenti. La media punti della coppia sul Cavallino è imbarazzante per il pur combattivo Adartico sulla 131. 

Eccolo l’avvertimento: a parità di appuntamenti in calendario poche calamità avrebbero potuto privare Maranello del primo Europeo Rally che il Cavallino a quel punto vinto quasi per caso.Come sembra causale e disinteressato l’approdo di Ferrari ai Rally: impegno diretto del Reparto Clienti, o promozione e stimolo di Jean Claude Andruet, o richiesta dell’Importatore Pozzi, poco conta. 

 

Il Cavallino si trova dal 1976 sulla rotta di Lancia Stratos e di Fiat 131 e non ha intenzione di farsi da parte: nel 1982 Andruet conferma la partecipazione ad Europeo e Mondiale con Pozzi e la sua “308 GTB” Gruppo 4. 

Ma anche il “Jolly Club” di Roberto Angiolini iscrive all’Italiano Rally una stupenda “308 GTB” Gruppo 4 Michelotto. Enzo Ferrari, mentre da un lato professa il suo assoluto disinteresse al mondo dei Rallyes, dall’altro raddoppia gli impegni. E la Lancia?

Accade che Cesare Fiorio e lo Staff di “HF” sono rapidi a scoprire nei nuovi regolamenti il brutto ed il bello dei nuovi Gruppi FIA: da un lato la definizione di un nuovo “Campionato del Mondo Endurance” destinato alle Gruppo C (che sono sostanzialmente Gruppo 6 composte in due Divisioni di cilindrata e con limiti specifici e nuovi in termini di consumi) toglie di mezzo senza condizioni la geniale “Montecarlo Turbo” di cui verrà solo procrastinato il motore per la nuova “LC1”; 

 

dall’altro offre al Reparto Corse Lancia una risorsa impensabile fino al 31 Dicembre 1981, cioè quella stessa cellula abitacolo centrale di “Beta Montecarlo” con la estensione degli opportuni telaietti anteriore e posteriore da ristudiare in funzione di elementi sospensivi da tarare per sterrato, neve e strada comune e non più per la Pista. (Fine prima parte)

Riccardo Bellumori