Freddie Spencer: leggenda e mistero del mio Campione del Cuore

Non so se sia capitato anche a Voi l’occasione di incontrare da adulti, addirittura 30 anni dopo l’inizio della passione e della ammirazione adolescenziale, l’eroe sportivo per il quale avete manifestato da bambini un tifo superiore a quello per chiunque altro. E chissà quale girandola di domande avrà colto chi, di Voi, ha avuto davvero occasione di vivere una esperienza del genere.

Marzo 2018, Roma, una sera a Via Tiburtina: nell’Honda Palace della Capitale un quasi cinquantenne 

per la prima volta incontra di nuovo, saluta in un inglese pessimo ed abbraccia come un ragazzino il “mito” della sua adolescenza. 

Un Campione di motociclismo che dal 1982 al 1989 ha monopolizzato non solo l’attenzione del sottoscritto ma anche l’attenzione mondiale globale sia per tutto quello che aveva già conquistato (nel 1982 aveva vissuto su una sella di moto praticamente già almeno cinque lustri) ma anche e forse soprattutto per tutto quello che non gli riuscì di conquistare avendo “interrotto” prima di ogni pronostico la sua cavalcata leggendaria. Quell’uomo un tempo aveva stravolto classifiche, record e palcoscenici mediatici con un nomignolo che anche i soprammobili e gli animali domestici avevano imparato a memorizzare: “Fast Freddie”, cioè Frederik Burdette Spencer detto “Freddie”. Classe 1961.

In quell’evento presso l’Honda Palace del 2018 vedevo finalmente davanti a me, a salutare tanti visitatori ed a firmare autografi, uno dei supereroi delle mie domeniche davanti alla TV ma anche il destinatario di recensioni ed approfondimenti sulle principali Riviste di settore. 

Ma, cosa incredibile, tutto quanto Freddie aveva suscitato in me era anche quel che aveva saputo far esplodere nel mondo intorno alla sua figura al punto da mettere un colosso globale come Honda nella condizione di fare di Spencer il suo vero portabandiera e simbolo pubblicitario e commerciale. 

Chi quella sera, a Roma, aveva poca memoria avrebbe potuto scambiare “Fast Freddie” – quell’uomo con maglione scuro girocollo e l’aria bonaria rivolta a tutti i visitatori dell’Honda Palace – per un Funzionario del Catasto. 

Intento, guarda caso, a firmare autografi su poster formato “A3” di una fotografia che in fondo identifica la iconografia quasi esclusiva che si trova in Rete su di lui. 1985, la sua Honda Rothmans NSR 500 con il “4” in primo piano sul cupolino frontale. 

Lui, in curva piegato plasticamente a destra, pare voler catturare con gli occhi fissi ed aperti ogni millimetro di panoramica davanti a lui per “dominare” la pista. 

Ma era proprio lui, quel giovane spilungone e sempre moderato in ogni gesto ma soprattutto tremendamente imbarazzato come negli anni dei suoi Records: era lui la “macina” degli anni Ottanta, il Marziano alla fine finito macinato dentro HRC. Con in più tutta l’iconografia più “trendy” per quegli anni in Europa: Freddie, ragazzino che tutte le mamme avrebbero adottato, una sorta di controfigura del ragazzo americano canonico dei telefilm (Scott Baio) rivestito in tuta e casco con il tricolore Yankee più scenografico possibile.

Amato e odiato, invidiato e bersagliato: Freddie monopolizza un lustro intero di motorsport

A molti Piloti del Circus suoi contemporanei stava un po’ sulle palle,perchè era ritenuto un privilegiato, protetto e coccolato dentro la fortezza spaziale che Honda aveva creato intorno a lui: ma anche i più coriacei detrattori non possono negare quanto sia stato, in pochissimo tempo, dirompente. Come detto, dirompente lo è stato sia nei successi che in quello che inspiegabilmente è rimasto inevaso, nell’ombra.

Ma quali domande azzeccate avrei potuto formulare, quella sera a Roma, nei confronti di chi in poco meno di cinque anni aveva stravolto canoni e valori nel Motomondiale?

Transatlantic Trophy 1980: il mito di Freddie Spencer va in Eurovisione

Aprile 1980, Venerdì Santo di Pasqua, Brands Hatch; Mallory Park, Domenica di Pasqua; Oulton Park, Lunedì dell’Angelo. 

Siamo in Gran Bretagna ed i veri appassionati di motociclismo inglese possono rinunciare a tutto ma non al tradizionale “TransatlanticTrophy”, un duello leggendario aperto tanti anni prima che mette l’uno contro l’altro per le festività di Pasqua i migliori esponenti del motociclismo sportivo inglese contro una rappresentanza selezionata di campioni Yankee più uno sparuto gruppetto di campioni provenienti dall’Oceania.

Una specie di “redde rationem” in una classica che ha ormai perso il sapore “coloniale” con cui era stata inizialmente dipinta. No, diciamo che il Transatlantic trova ogni volta sempre più ragione in Inghilterra come risposta alla continua umiliazione che da diversi anni prima gli americani riservano ai gloriosi marchi motociclistici Made in Englandnelle Gare della Categoria AMA Superbike.

Nella edizione del 1980 si corre tra Venerdì 4 e Lunedì 7 Aprile una Gara che per gli inglesi ha il sapore dell’evento epocale, anche perché ad ogni appuntamento i piloti inglesi ed americani non danno proprio l’idea di voler fare una gita fuori porta e se le danno di santa ragione riservando agli spettatori una tre giorni memorabile. Ospitanti (gli inglesi) ed ospiti (statunitensi) rendono ogni sterlina spesa per il biglietto un investimento in spettacolo.

A guidare la compagine inglese c’è il nuovo Baronetto delle due ruote per l’Union Jack. E’ Barry Sheene, ormai il personaggio più celebre dell’Isola; contro di lui a guidare la delegazione USA c’è un nuovo Re, tipicamente californiano, detto appunto “King Kenny”. 

E’ Kenny Roberts, che ha spodestato già per due volte Barry diventando il primo americano a vincere un Titolo mondiale di Velocità in moto. Non c’è repertorio fotografico che, nel contesto della classica scenografia inglese tra boschi e pioggerellina grigia di sottofondo, non immortali le due divinità contemporanee del Mondiale Classe 500. 

Tutto nella norma, fino a quando non parte la prima Gara in due Manches a Brands Hatch, quel Venerdì 4 Aprile, in una sessione tra l’altro di Eurovisione che mezzo Continente può ammirare direttamente da casa. Al “Via” basta mezzo giro perché tutti gli spettatori e lo Speaker si domandino se quel che vedono è davvero possibile, se sta davvero accadendo. 

Sull’asfalto umido di una pista mai vista prima, bastano poche curve e saliscendi del primo giro per assistere ad un miracolo: su una vecchissima, scorbutica, tirannica Yamaha “TZ 750” numero “8” color argento un ragazzo proveniente dalla Louisiana, di soli diciotto anni, ha già lasciato dietro di sé almeno tre secondi a superpiloti come Barry, Kenny, e Graeme Crosby. 

Una rappresentanza di almeno quattro Titoli mondiali ed un bel grappolo di Gran premi giù vinti nel motomondiale sta arrancando quasi umiliata dietro a tale Frederik Burdette Spencer detto “Freddie” mentre al Box il suo mentore Erv Kanemoto (preparatore della Yamaha TZ 750) stenta a sua volta a credere che la sua creatura vecchia di almeno cinque anni sta sverniciando Suzuki RGA e Yamaha YZR ufficiali e nuove di pacca. In due Manches Freddie ripete il canovaccio, e vince. Anzi, stravince. 

Poi, senza neppure concedersi più di tanto il meritato Podio sopra tutti gli altri, Freddie prepara i bagagli, si infila nel camion di Erv Kanemoto(nel quale lo staff ha già rapidamente rialloggiato moto, attrezzi e i due meccanici) ed il convoglio dei miracoli riparte per gli Stati Uniti. 

Erv è ancora un piccolo team manager ed il budget ricavato per la partecipazione al Transatlantic gli avrebbe permesso solo il primo turno di Brands Hatch al Venerdì. Ma quella partecipazione, senza saperlo, era diventata per lui un terno al lotto. Di lui si parlerà spesso poco tempo dopo quando la neonata superorganizzazione H.R.C. (Honda Racing Corporation) lo assumerà per assicurarsi il suo genio meccanico

Di quel Freddie Spencer, invece, dal 4 Aprile 1980 non si smetterà più di parlare: il bambino di 5 anni salito per la prima volta su un “cinquantino” elaborato da papà “Fred Senior” per correre tra alberi e marciapiedi vicino alla Ratcliff Street nella zona del “Forest Park Cemetery”.

Perché prima ancora di “Morte Nera” (il misterioso ed inespugnabile Motorhome supertecnologico donato a Freddie dalla H.R.C. dove il ragazzo si allenava e preparava ai Weekend di fuoco delle Gare mondiali), prima delle sessioni di ossigenazione in alta montagna, prima della misteriosa “Miss Louisiana” (la sua fidanzata fino al 1985, che pare nella narrativa essere una parte importante del crollo psicofisico del giovane); 

prima di ogni cosa c’è questo bimbetto americano, super religioso come tutta la sua famiglia, che mentre inizia a correre in moto si diletta di pallacanestro in virtù del suo metro e ottantatrè di statura.

Come ogni sobborgo americano che si rispetti, anche Schreveport – la sua città natale in Louisiana – ha il suo “catino” di strada bianca, il “Boothill Speedway” a Greenwood (che si raggiunge guarda caso dalla “Daytona Street”); ed è là che il piccolo Frederick Burdette – rigorosamente dopo il rito religioso domenicale del quale la famiglia è fervidamente osservante – finisce da spettatore a mattatore di quell’anello gareggiando contro un nugolo di G&C Honda, FuquaYamaha, con il suo piccolo Tracker da 100 cc modificato dal papà che a volte, per raccogliere i soldi necessari a pagare le spese della carriera iniziale del figlio, lo scarrozza presso una cava di terra in Texas dove, per 100 Dollari a vittoria, si corrono innoque gare clandestine di DirtTrack con annessa raccolta di scommesse…

La carriera di Spencer continua fino alla soglia dei sedici anni, il limite minimo di età per poter passare alle cilindrate pesanti nelle Gare ufficiali USA: Freddie, come tanti ragazzi nati a Dicembre, riesce elegantemente a mentire sulla età, ed a Giugno del 1976  ancoraquindicenne guida per la prima volta un esemplare di quella bestiale Yamaha TZ750 di Brands Hatch, una moto dalla quale molti campioni affermati sono scesi per gli attacchi di panico. E nei suoi primi diciassette anni di vita, cioè poco più di 200 mesi, Freddie ha già corso 600 Gare locali vincendone oltre 200.

1983: il primo Titolo ed il passaggio di consegne con “King Kenny”

Fine Agosto 1983, Circuito di Misano Adriatico (così si chiamava ufficialmente e per esteso), va in scena uno strano “spareggio” tra Kenny Roberts e Freddie Spencer, rappresentato da soli cinque punticini di margine di vantaggio del giovanotto della Louisiana sul “Re Leone”, cioè su un glorioso Kenny Roberts che, per quanto si fosse scalmanato durante le stagioni precedenti, era fermo all’ultimo Titolo vinto nel 1980. 

Poi due Stagioni sfortunate lo avevano visto capitolare dietro a due miracoli all’italiana come Franco Uncini e Marco Lucchinelli. Kenny adesso era là: aveva aperto un ciclo, aveva da solo “oscurato” ben due scuole vincenti (Italia e Gran Bretagna) ma era anche ad un bivio: vincere e magari pensare se, in ipotesi, rinunciare all’idea ormai cullata da tempo di ritirarsi. Non ne aveva fatto cenno a nessuno pubblicamente, ma in poche ore la notizia farà il giro del mondo. Il bottino disponibile per chi vince è 15 punti, dodici al secondo, dieci al terzo. 

Due sole possibilità in opzione prima del “Via”: o Fast Freddie costretto al ritiro e Kenny “comodamente” sotto la bandiera a scacchi entro il quinto posto (una bazzecola, per lui) ma con la piccola particolarità che il ragazzo della Louisiana e la sua “Honda NS 500” fino a quel momento sono stati dei metronomi; oppure Kenny primo al traguardo e “qualcuno” che si metta in mezzo tra lui e Freddie lasciando quest’ultimo al terzo posto. Per cui King Roberts vincerebbe a pari punti per una vittoria in più rispetto al giovanotto. 

I cuori degli appassionati sono divisi a metà, quella Domenica a Misano: apparentemente il povero e giovane Freddie dovrebbe suscitare quegli affetti paterni che spingerebbero a propendere per lui; ma dall’altra il “marziano” appare persino ai suoi ipotetici “haters” in credito pesante con il destino (causa criticità e limiti di una “YZR” work in progress che gli ha sfilato di mano perlomeno un Titolo nelle

Stagioni 1981 e 1982) e dunque meriterebbe in pieno che “qualcosa” si intromettesse tra lui e quei Punti di margine di Freddie; che certo avrà tempo per rifarsi…

Quel “qualcosa dovrebbe essere in quella Domenica, nei piani di Iwata, la nuova spalla per Kenny: un giovane e diradato campione nell’AMA Superbike che si chiama Eddie Lawson, il classico “Boom Boy” come Wess Cooley, come Randy Mamola, o come lo stesso Fast Freddie; tutti ragazzi cresciuti negli ovali di sabbia e poi esplosi a Daytona nella AMA Superbike dove – per inciso – Lawson da due anni prima di quella Misano aveva sempre battuto Spencer !!! Anche se “vessillo” Kawasaki in AMA Superbike, la Yamaha non aveva avuto difficoltà a portare Eddie in casa.

A Misano serve tutta la mano generosa della buona sorte per aiutare un Kenny che intanto, fin dalla partenza, fa il suo giusto dovere: Pole, partenza in testa e Giro più Veloce per far capire che neppure un cratere improvviso nell’asfalto potrebbe smuoverlo da là; ma Spencer dietro di lui sembra “limitarsi” a gestire un vantaggio di soli due punti anche se in questo frangente il ragazzo è una corda di violino tesa all’inverosimile:l’errore potrebbe essere dietro l’angolo per lui e non certo per quella vecchia volpe di Roberts che veleggia da solo ed indisturbato al comando.

E dunque l’attenzione dei telecronisti, della regia e dei telespettatori è rivolta all’altra (di tre) Yamaha Marlboro, quella di Lawson: riuscirà il giovane “Rookie” a diventare in questa Domenica l’ago della bilancia?

Eddie gira in terza posizione dopo aver superato ad un terzo di Gara Marco Lucchinelli, e “vede” Spencer a circa 5/7 secondi: dovrebbe solo provarci, infastidirlo, indurlo all’errore.

Pensate ad un povero “Fast” chiuso in sandwich tra due Yamaha senza nessun compagno Honda in grado di aiutarlo: la fine del tordo allo spiedo, con Lawson che lo pressa da dietro e Roberts pronto a prenderlo a ceffoni davanti.

Ma in Lawson non batte certo un cuore da eroe avventuriero: così diverso dal conterraneo Mamola, Eddie non è neppure stato un fulmine in Prova, partito quinto dalla Griglia dopo Lucky e Randy (sulla Suzuki); e purtroppo per Kenny e la Yamaha quei quattro/cinque/sette secondi di distacco tra Spencer e Lawson non saranno mai colmati.

Ironia della sorte, Freddie vince per due miseri punti su Kenny Roberts. Ma non saranno mica “quei” due punti ??…Esatto, quei punti. Gran Premio di Jugoslavia, 12 Giugno 1983: Eddie terzo precede di sette secondi sul traguardo Roberts. Lawson prende dodici punti e Kenny dieci. 

Nulla di eclatante, e del tutto legittimo, se non fosse che Eddie di quei due punti in più già non sapeva che farsene, mentre il suo Caposquadra avrebbe affrontato i Gran premi successivi da un Handicap di nove punti e non 11. Due miseri punti che lo avrebbero, a sua insaputa, inchiodato proprio quella Domenica. 

No, Roberts ovviamente non pretendeva favoritismi di Squadra. Sperava una volta tanto che “esistesse” nei suoi confronti una Squadra Yamaha vera: la stessa che nella diatriba con Cecotto rischiò di portargli via il Titolo 1978 contro Sheene, e la stessa che nel dualismo un po’ farlocco proprio con Barry in Squadra per due anni lo aveva fortemente penalizzato, tra altre diverse sfortune, nel 1982.

La scena sul Podio di Misano 1983 è roba che mai dimenticherò: Freddie con un sorriso ed una mimica corporea che lo fanno sembrare ancora più gigantesco dei già buoni trenta centimetri che separano il suo metro e ottantatrè dalla postura ricurva e plumbea di un minuto Kenny, scomparso dietro alla corona floreale.

Gli spettatori in Mondovisione non sanno che su quel Palco sono presenti – simbolicamente – 10 Titoli mondiali tra passati e futuri; non immaginano nemmeno, tuttavia, che tra quei tre e tra tutti gli americani in Albo d’Oro il maggior titolato sarà proprio quel ragazzo – Eddie Lawson – che sul Podio forse vorrebbe sprofondare, e che invece sarà alla fine insieme a Randy Mamola uno dei due più longevi Yankee a battere le Piste del Motomondiale. Tuttavia la premiere mondiale in Classe 500 per la Honda è a tal punto epocale che Soichiro Honda, ormai diventato Presidentissimo onorario del Marchio con l’Ala, offre a Freddie il raro privilegio di cenare a casa del divino fondatore del Marchio. 

Privilegio che l’acerbo e spontaneo campioncino della Louisiana celebra con un doppio cheeseburger.

Chi, guardando quel Podio di Misano 1983 non si attendeva di vedere in Freddie Spencer il nuovo mattatore seriale, un moderno “Ago” o Hailwood? Nessuno, davvero, immaginava che colui che aveva regalato alla Honda il suo primo Titolo Piloti nella storia della Classe 500, solo 30 mesi dopo quella Domenica trionfale di Misano avrebbe tirato giu’un triste sipario dietro le sue spalle. A Jarama, Spagna, nel 1986.

4 Maggio 1986, Spagna: mistero e leggenda si confondono ancora oggi

4 Maggio 1986, Gran Premio di Spagna: pista veloce, il palcoscenico ideale per la moto più performante e veloce del lotto mondiale, cioè la “Honda NSR 500” che HRC – il braccio armato agonistico di tutto il mondo a due ruote del Marchio dell’Ala – affida in quel periodo al Supereroe Freddie Spencer ed al compagno di Squadra Wayne Gardner.

Fast Freddie è l’uomo del decennio ormai: da solo ha appena vinto due Titoli Mondiali in Classe 250 e Classe 500 con la Honda. 

Ha regalato alla Sua Casa ed a se’ stesso l’onore di essere il primo dopo più di un decennio ad aver vinto un secondo Titolo oltre a quello della Classe Regina; è di fatto l’unico Pilota oltre ad Anton Mang ad essere in generale vincente in due Categorie nella medesima Stagione; ma soprattutto Freddie regala a sé ed alla HRC Honda il record di essere gli ultimi nella storia a compiere una impresa simile. Che ha significato, per ognuno dei dodici appuntamenti di Gare in calendario nel 1985, un doppio impegno tra Venerdì e Domenica in Prove Libere, Prove Ufficiali, Warm up e Gara. 

Al 21 Dicembre 1985, a solo ventiquattro anni, Freddie ha già vinto tre Titoli mondiali. Uno lo ha quasi sfiorato, nel 1982, quando da alfiere Honda aveva regalato alla Casa dell’Ala la prima vittoria ufficiale Iridata con il motore a  Tempi (dal 1967), nel 4 Luglio a Spa: quell’anno si piazza terzo in Classifica. 

Nel 1984 invece la Honda ci si era messa di impegno, con una ipersperimentale “NSR 500” con serbatoio sottomotore, ad impedire a Freddie il primo Bis mondiale. Con cinque Gare in meno ma cinque vittorie nei sette appuntamenti in cui partecipa Spencer sarebbe stato praticamente sul divano, a vincere quel titolo. 

Insomma, se a fine 1985 il ruolino di marcia di Fast Freddie avesse recitato già quattro Titoli, nessuno avrebbe contestato. Ma il giovane della Louisiana ha già anche nel suo carnet un altro Record che rimarrà tale fino alla abolizione della Classe 500 in favore della Moto GP: a 20 anni e 196 giorni in quel 4 Luglio 1982 a Spa è il vincitore più giovane di sempre in Classe Regina.

E praticamente Freddie, tra sviluppo privato e Gare ufficiali ha passato sulla sella di una moto il triplo del tempo di qualsiasi altro Pilota professionista in quel 1985. Il che ha comportato, ad esempio, la leggenda di Le Mans di quell’anno.

Il 21 Luglio 1985 questo presunto “fortunello” raccomandato da Soichiro Honda compie un’impresa che resta alla storia: in uno stesso Week end a Le Mans, iniziato due giorni prima, sfuma per un soffio il “GRANDE SLAM” cioè Pole Position, Giro Più Veloce e Vittoria in due classi. In realtà perde il Giro Più Veloce nella Gara delle 500 per “colpa” di Christian Sarron che a Le Mans è di casa. 

Quel 4 Maggio del 1986 la mondovisione manda in onda uno spettacolo che pare diventato quasi abituale, e forse qualcuno comincia a non farci più caso. Una “Honda” blu/bianca/rossa scudata dalla sigla dello Sponsor “Rothmans” a farne una delle livree più eleganti in Pista. Il numero 1 sulle carene. Freddie ottiene la Pole Position. Al “Via” parte e dopo pochi giri il suo Compagno Wayne Gardner lo guarda da almeno trecento metri di distanza. Cavolo, la solita ripetitiva storia.

Eddie Lawson, il canonico avversario, pare passeggiare al terzo posto, un puntino bianco e rosso con la sua “Yamaha” numero 2 sembra aver già messo la firma sopra ad un ennesimo titolo di Vice Campione del Mondo. 

Non è lui che passeggia, ci mancherebbe. E’ come sempre Freddie che fa un altro mestiere là in mezzo. Eccolo, supera per l’ennesimo Giro in solitaria testa la curva – a destra – che porta al rettilineo dei Box, con Gardner illustre guardiaspalle di nulla perché dietro loro due c’è davvero il vuoto. Ecco, Fast inanella le marce per fare alla massima velocità il rettilineo e completare il Giro…NO!!!!! 

Cosa succede? Fast Freddie abbandona la traiettoria lineare e scarta improvvisamente ancora a Destra per infilare la corsia dei Box. Lo stesso Wayne Gardner, a quel punto in testa inaspettatamente alla Gara, muove accennatamente il collo verso destra per sincerarsi che non sia una illusione e che il suo Capitano sta rallentando davvero in corsia Box. 

A quel punto non esiste più la Diretta di Gara: il Regista inchioda per almeno un lunghissimo e misterioso minuto la telecamera montata sulla Tribuna a lato rettilineo di partenza sul lato opposto al Paddock. Fa vedere in diretta mondovisione quello che accade: Freddie decelera e ferma la sua NSR 500 davanti al Box Honda. Subito gli si avvicinano i meccanici, convinti che con un ritmo gara del genere si debba trattare di una semplice regolazione, o al massimo di sostituire qualche componente secondario che fa i capricci: nessuno si attende invece che Freddie, lasciata ad un addetto la moto, scenda per infilarsi silenzioso e lento il suo Box. Dietro le sue spalle, come in un simbolico sipario, la serranda si abbassa per privare l’occhio pubblico del dibattito e delle azioni che seguiranno da lì a poco. 

Il fenomeno mondiale, il “Capitan Futuro” della Classe Regina, l’uomo che davanti a sé avrebbe potuto avere, ad essere pessimisti, un buon decennio di Stagioni per poter perlomeno soffiare sul collo a Nieto ed Agostini come bottino cumulativo di Titoli Iridati ferma la sua leggenda dietro la serranda di quel Box, il 4 Maggio. 

Nessuno, nemmeno un heater incallito e non si sa a quale titolo del giovanotto della Louisiana avrebbe mai immaginato che quelli sarebbero stati i suoi ultimi Giri in testa ad una Gara nel Mondiale 500, che quel numero “1” sulla Carena non lo avrebbe mai più riacciuffato, e nessuno poteva pensare che alla fine del 1989 – pur con ulteriori due stagioni in Top Team – dopo quella Stagione monstre del 1985 Fast Freddie avrebbe conseguito 37 miseri punticini, e tre posizioni finali oltre il quindicesimo posto iridato. Spiegare quel che accadde, tra motivi ufficiali ed aneddoti, non è il mio compito. FarVi capire quale bomba sportiva e mediatica si sia verificata in quella Domenica in Spagna invece è proprio il senso di questo mio ricordo. Fast Freddie aveva avuto bisogno di solo quattro Stagioni mondiali per catalizzare l’attenzione di tutti. Ecco perché non ha senso raccontarVi i risultati, i records, i pettegolezzi su di lui.

Per quello c’è la narrativa comune. Freddie Spencer, il fenomeno ed insieme il mistero più straordinario degli anni Ottanta nella storia di diversi sport, aveva compiuto la sua scia luminosa degna di una cometa leggendaria. Vi basti pensare che tra i due “semidei” che compongono l’iconografia pubblicitaria e mediatica globale di Honda nel periodo – cioè Joey Dunlop e Freddie – quest’ultimo copre un buon 70% del tamtam promozionale coprendo persino un nuovo portabandiera, David Thorpe, cioè l’inglese che nel 1985 regala ad Honda il Titolo Mondiale Motocross classe 500. 

Insomma, dal 4 Maggio 1986 per Honda si tratterà anche, e non è una battuta, di ricominciare da capo in tutti i sensi.

Quel che ha regalato lungo solo quattro Stagioni al Top in Classe 500 del Motomondiale ha cambiato in parte la letteratura e la storia di quella categoria. E lo ha scritto a caratteri eterni nella mitologia e nella “Hall of Fame” di questo Sport. Milioni di adolescenti, come sono stato io, lo ringraziano da sempre anche solo per questo. 

Per aver reso indimenticabili le Domeniche passate ad ammirarlo. Di lui si era cominciata a vedere la stella il 4 Aprile 1980. Quella Stella si è spenta il 4 Maggio del 1986. “4” appunto, come il numero magico stampato sulla carena della Honda NSR 500 che nel 1985 catalizzava le telecamere di ogni Circuito, e che vedete come immagine più ridondata nel Web. 

Quattro, proprio come le Stagioni che lo hanno consacrato alla storia del Mondiale Velocità, cambiandolo per sempre. Quattro come le moto diverse sulle quali si è seduto in tutta la sua carriera nella Classe Regina: Honda NR 500, NS 500, NSR 500, Yamaha YZR 500. Quattro, infine, come i records che ha messo in valigia:

Più giovane vincitore di Gran Premio in Classe Regina;

Unico americano ad aver vinto due Classi e Titoli Mondiali in una stessa Stagione;

Ultimo ad aver vinto un secondo Titolo Mondiale insieme a quello in Classe Regina;

Primo Pilota di sempre ad aver conquistato il Titolo Piloti in Classe Regina con la Honda.

Se non è destino questo…

Riccardo Bellumori.

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